temuto che la situazione potesse durare molto più a lungo e hanno preferito consumare prima ciò che era già in magazzino invece che mantenere costanti i flussi di acquisto. E quando le limitazioni sono state abbandonate (e negli Usa questo è successo in maniera piuttosto rapida), si è generato uno shortage globale. Il consumo delle scorte ha interessato anche altri settori. A settembre 2021 l’inventory-to-sales ratio di tutti i settori, escluso l’automotive, era appena sopra 1 (-14% rispetto alla media mensile di 1,23 registrata nel decennio 2010-2019) secondo il Census Bureau. «Le problematiche che si stanno riscontrando – aggiunge Mazzucco - sono relativamente nuove per le economie contemporanee, tipicamente più avvezze a gestire criticità dovute al crollo della domanda. In questo caso, invece, la rapidità e l’entità delle misure di sostegno pubblico alla domanda e ai redditi hanno determinato un rapido recupero dei consumi a cui il sistema logistico/produttivo globale non era preparato. Si tratta infatti di una crisi che non ha precedenti confrontabili perché frutto di una complessa combinazione di numerosi fattori». Il rallentamento della produzione, che (già prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina) si sarebbe tramutato in una mancata crescita di un punto percentuale di Pil, è l’effetto più evidente e macroscopico della crisi della supply chain. Ma ce ne sono altri? Va detto, prima di tutto, che l’incremento del costo delle
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materie prime è un fenomeno che va avanti da oltre un semestre. Tale fenomeno, aggravato dalla difficolta di reperimento di molte categorie di materie prime si sta traducendo in un sensibile aumento del costo di produzione dei prodotti finiti, ed, in alcuni settori, addirittura all’interruzione della produzione. La combinazione di questi effetti, è alla base del forte innalzamento dell’inflazione che si sta verificando un po’ in tutto il mondo, e che è uno degli elementi di maggiore preoccupazione per l’economia globale. «Comunque – aggiunge Mazzucco -, la ripresa economica nella maggior parte dei Paesi sviluppati rimane sostenuta, e gli effetti della crisi della supply chain dipenderanno in gran parte dalla sua durata sul lungo termine. La maggior parte degli esperti sono ottimisti, presentando previsioni di ritorno alla normalità tra il 2022 e il 2023. Tuttavia, come scrive l’Economist, “le forze più profonde” alla base della crisi non potranno essere eliminate rapidamente». Dobbiamo dunque prendere atto che l’inflazione e la scarsità di materie prime, così come l’incremento dei prezzi dell’energia sono “here
90 MILIARDI di mancata crescita in Europa 5% l’inflazione attesa per tutto il 2022 25% l’aumento in una settimana del prezzo del grano 100 EURO l’incremento del prezzo di una tonnellata di farina in 7 giorni
to stay” come dicono gli anglosassoni. Ma ci sono industry che saranno maggiormente colpite anche in futuro? Quali? Con che virulenza? «L’impatto è esteso – aggiunge Mazzucco - , saranno coinvolti più di 160 settori industriali, con un danno economico stimato in oltre 100 miliardi di dollari. L’ampiezza delle ricadute di questa crisi è dovuta al fatto che le principali criticità si sono verificate nei settori del cosiddetto “upstream”, ovvero a monte di molte filiere. I semiconduttori sono un ottimo esempio ma anche le commodities primarie come petrolio, gas e metalli. I colli di bottiglia emergenti in questi settori si ripercuotono su un elevato numero di industrie a valle, ad esempio una “disruption” nella supply chain di commodities energetiche tipicamente ha un impatto da 3 a 5 volte superiore alla dimensione di quello iniziale, per i semiconduttori il moltipicatore è ancora maggiore». Come provare a invertire la tendenza? Una delle eredità più importanti della pandemia (che la guerra tra Russia e Ucraina e le conseguenti sanzioni provvederanno ad aumentare ulteriormente) ha portato gli Stati e le aziende ad adottare iniziative per accrescere la resilienza delle supply chain. Ad esempio le strategie di reshoring, che puntano a riportare la produzione manifatturiera e le catene di approvvigionamento dentro i confini nazionali. «Un’altra leva strategica – conclude Mazzucco - che coniuga resilienza ed efficienza è quella delle tecnologie digitali (intelligenza artificiale, IoT, cloudizzazione, blockchain, robotica, digital twin) finalizzate ad aumentare visibilità e controllo lungo la supply chain, a migliorare la qualità delle previsioni di consumo dei prodotti finiti e conseguentemente ottenere una migliore pianificazione dei materiali e a monitorare, in tempo reale, i livelli di rischiosità lungo la supply chain estendendo il perimetro di monitoraggio a tutta la catena di fornitura (da fornitori “tier-1” a “tier-n”)».
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