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REGIMENTAL

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Una crisi dopo l’altra, a salvarci c’è il private

Prima la pandemia, poi, proprio quando davamo per scontata la ripresa, l’invasione dell’Ucraina che ha di nuovo rimesso tutto in discussione. Ma gli investitori stanno sostenendo progetti e imprese

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di Anna Gervasoni

La Borsa di questi settimane è stata la cartina tornasole dello stato d’animo dell’economia dall’avvio della crisi geopolitica. Le società quotate esposte commercialmente sulla Russia sono penalizzate, ma non solo loro. Pensavamo di essere finalmente fuori dalla grande crisi pandemica, di aver incontrato e gestito il nostro cigno nero, mostrando grande resilienza. Le aziende avevano ripreso a lavorare a ritmi quasi pre covid, i dati Istat ci rincuoravano dandoci previsioni ottimistiche con il segno più, ma la invasione della Russia in Ucraina ha nuovamente rimesso tutto in discussione. A soffrirne maggiormente sono sicuramente le attività energivore che si ritrovano ora a dover fronteggiare la incertezza dei rincari dell’energia e il rischio del loro approvvigionamento. La Borsa elettrica è ai massimi storici: il prezzo pagato alle società elettriche, come scrive il Sole 24ORE, è arrivato a un primato di 688,58 euro per mille chilowattora. Se pensiamo che nel 2021 era a 125 euro per mille chilowattora, ci rendiamo conto del problema. Non solo: iniziano le difficoltà per l’approvvigionamento delle materie prime come grano, carbone, fertilizzanti o la ghisa. Quest’ultima arriva per il 20% dalla Russia che insieme a Kiev fanno il 53% dell’export. L’Italia è alla ricerca di oltre cinque milioni di tonnellate

PROFESSORE ORDINARIO DI ECONOMIA E GESTIONE DELLE IMPRESE ALLA LIUC DI CASTELLANZA. È ANCHE DIRETTORE GENERALE DELL’AIFI (ASSOCIAZIONE ITALIANA DEL PRIVATE EQUITY, VENTURE CAPITAL E PRIVATE DEBT) di forniture. Eppure, nel 2021 nonostante la pandemia, il nostro Paese aveva chiuso 12 mesi di grande crescita; nel settore del private equity e dell’M&A, per esempio, secondo i dati di Kpmg, si erano registrate 1.165 operazioni per 97,8 miliardi di euro. Eravamo tornati su livelli di attività confacenti alla struttura della nostra economia. Il 2021 è stato caratterizzato da un clima di fiducia, vuoi per la consapevolezza che stavamo uscendo dalla crisi pandemica, vuoi per l’arrivo dei fondi dati dal Pnnr. In tale contesto, grande attenzione si era posta verso le operazioni di fusione e acquisizione da parte degli operatori, soprattutto dopo un 2020 caratterizzato da un pesante stato di incertezza. La liquidità presente sul mercato era solo in attesa di essere investita. Lato private capital è andata anche meglio: le operazioni registrate dell’Osservatorio Pem – Private equity Monitor sono state ben 387 nel 2021, un record mai raggiunto fino a oggi, segno evidente che il nostro tessuto imprenditoriale è sano e può crescere grazie alla spinta di capitali freschi che incontrano piani industriali ambiziosi e competenze per realizzarli. I primi due mesi del 2022 sono andati benissimo, in continuità col 2021. La mappatura del centro della Liuc Business School ha fotografato 52 investimenti tra gennaio e febbraio in Italia a fronte delle 45 operazioni nello stesso periodo del 2021. Un numero veramente significativo per il nostro mercato, indice di vivacità degli operatori domestici, ma anche di una continua attrazione di fondi internazionali. Eravamo pronti a un anno di grande crescita e ripartenza e ora ci troviamo nuovamente ai blocchi di partenza. Sarà interessante leggere i dati di marzo e aprile, per vedere se il settore del private equity, caratterizzato da una visione di medio periodo, sarà capace di continuare ad investire agli stessi ritmi. Gli operatori, del resto, si trovano oggi concentrati ad affiancare i manager delle imprese che hanno in portafoglio e a riformulare, dove necessario, i piani. Gli investitori di private equity in questo momento lavorano per mantenere efficienti le aziende in cui hanno investito. Le società che hanno rapporti con fornitori o clienti russi, hanno i contratti congelati e

NELL’ATTUALE SCENARIO DI INCERTEZZA LA FORZA operano con orizzonti

DI AVERE UN SOCIO “FORTE” temporali incerti. AlNEL PRIVATE EQUITY AIUTA MOLTO cune voci di conto economico, a partire dal costo delle materie prime e della energia sono scarsamente prevedibili. La forza di avere un socio così aiuta molto. Difficile fare delle previsioni, non sarà veloce né semplice superare questa crisi, ma una nuova normalità è sempre possibile e sarà più facile per quelle aziende che si sono rafforzate nel capitale e che hanno aperto la loro compagina azionaria a questi partner finanziari, che non le lasceranno sole.

LA LIQUIDITÀ È UNA VIRTÙ CHE ALLE BANCHE PIACE POCO

L’applicazione della commissione sulla giacenza oltre i 100 mila euro si traduce nell’ennesimo balzello che colpisce soprattutto le Pmi e le imprese familiari

di Graziano Sabatino

Dopo i segnali “sinistri” motivati dal perdurare dei tassi negativi, da fine anno scorso diversi istituti di credito italiani hanno cominciato ad applicare alle imprese, con liquidità rilevante sui propri conti correnti, una nuova commissione denominata - a seconda della controparte - “Gestione Giacenze” o “Excess Liquidity Fee” (Elf). Quindi, per coloro che non si sono attivati, gli istituti bancari hanno iniziato a far intendere con le imprese che detengono una liquidità almeno superiore ad (almeno) 100 mila sul proprio conto corrente che potranno essere soggette alla nuova commissione bancaria. Ad oggi il panorama è ancora piuttosto diversificato: alcuni istituti di credito applicano già la Elf, altri intendono applicarla, mentre altri ancora sono nella fase di studio. Quello che emerge è che la prima modalità applicativa ad oggi introdotta dalle banche è stata quella di caricare sulla “clientela corporate” una commissione mensile, pari allo 0,50%, sulla media dei saldi liquidi giornalieri positivi eccedente i 100 mila euro. In altri casi, invece, si propende per il pagamento di una somma fissa al raggiungimento della “fatidica” soglia. Una variante è costituita dal pagamento di una somma determinata. Chi invece è ancora in una fase di studio sta anche valutando di imporre commissioni proporzionate alle giacenze sui conti delle imprese clienti o di non applicarle affatto, qualora

L’AUTORE, GRAZIANO SABATINO, È TESORIERE E CONGILIERE AITI esse decidano di investire parte della liquidità in strumenti finanziari. C’è da aggiungere che un elemento che crea ulteriore allarme nella clientela è la tendenza a ritenere sufficiente per l’applicazione della commissione lo “sforamento” della soglia stabilita anche per un solo giorno. In merito alle motivazioni alla base della decisione del sistema di adottare tale procedura, è evidente che una scelta di questo tipo ha preso le mosse dalla situazione del perdurare dei tassi negativi sui depositi applicati dalla Banca Centrale Europea (Bce), almeno fino allo scorso anno, che penalizzava le banche facendole pagare un costo dello 0,50%. Qualcuno potrebbe obiettare che le motivazioni di tale decisione nei prossimi mesi verranno superate dall’inversione dell’andamento dei tassi dovuta all’obiettivo di fermare l’inflazione galoppante, ma questo ahimè non ritengo che fermerà il precesso applicativo. Con la Elf, pertanto, si tende a riportare in equilibrio la situazione, ribaltando sulle imprese questa tipologia di costi, ma vanificando, peraltro, uno degli intenti della Banca Centrale Europea, che con questa misura intendeva, tra l’altro, stimolare la concessione di finanziamenti alle imprese per sostenere l’economia dei Paesi dell’Eurozona. Da quanto esposto, quindi, emerge che, a fronte di un problema oggettivo causato dai tassi negativi della Bce, le banche si muovono per neutralizzarne gli effetti negativi che le concernono, nella maggior parte dei casi sostanzialmente caricando di una nuova voce di costo le imprese che intrattengono rapporti con esse. Ciò che appare chiaro è che, ad oggi, la misura si rivolga precipuamente alla clientela aziendale e non alla clientela privata.

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