Internos Nr.2_giugno/Juni 2014_La Strada - Der Weg ONLUS

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Nr.0 / 014

Periodico interno trimestrale Interne vierteljährliche Zeitschrift


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Sommario - Inhaltsverzeichnis Giornata mondiale del rifugiato Alto Adige sempre più multiculturale Inserto Convegno Fotografia di gruppo Sviluppare resilienza anche fuori dalla famiglia Migrazione durante l’adolescenza, una doppia separazione Festa dell’associazione La Strada - Der Weg ONLUS 26 giugno-VIII giornata mondiale lotta alla droga La città a colori L’estate?...Te la organizza Arianna A S. ISidor un’estate all’insegna di musica, creatività e movimento La Strada - Der Weg und die Biwaktour Eine Möglichkeit, bei Kindern den Spaß am Lernen zu erhalten La terapia De Andrè Ippoterapia con la comunità S. Clara Excelsior, chiusa una stagione intensissima Estattissima 2014, un’iniziativa ormai insostituibile Il volontario, ingresso e vita in associazione Una lezione di vita Il centro Lanz in balia del vento ELIO’S GARDEN Le verdure di Pantarhei

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Ciascuno di noi è parte della soluzione almeno di quanto è parte del problema


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Giornata mondiale del rifugiato Interessante convegno a Lichtenburg organizzato dalla Caritas Il 0 giugno 014, in occasione della giornata mondiale del rifugiato, La Caritas ha promosso un seminario formativo per operatori e operatrici del sociale della sanità presso il centro conferenze di Lichtenburg a Nalles. Vi hanno partecipato anche alcune operatrici dell’Area Donna e Pari Opportunità dell’Associazione “La Strada - Der

Weg ONLIUS” Nel corso della mattinata sono intervenuti medici volontari di varie associazioni romane (Medici contro la tortura) spiegando il loro lavoro con gli stranieri migrati sul territorio italiano e con trascorsi traumatici (torture, tratta, eccetera) e di come negli anni si sia configurato un modello di intervento sul territorio romano che prevede la presenza contemporanea dei servizi (operatori), del mediatore linguistico4

culturale e del medico (psichiatra, legale). Si è parlato soprattutto della preparazione degli stranieri alla comparsa in commissione per la richiesta del riconoscimento di status di profugo e rifugiato, che spesso costituisce un momento particolarmente difficile per i soggetti coinvolti. Nel pomeriggio ci si è concentrati sulla realtà altoatesina. È stato spiegato qual’è il nuovo target presente in Caritas negli ultimi anni: si tratta di stranieri spesso adolescenti e postadolescenti, mandati via dalle terre d’ origine dalle famiglie in seguito solitamente alla perdita di un qualche parente, che arrivano in italia soli, senza aver elaborato il lutto, e non riescono a ricostruirsi un’identità. La riflessione che si sviluppa è che in Alto Adige non c’è la possibilità di una reale presa in carico “psi” (psicologica e psichiatrica) per gli utenti stranieri neomigranti che non padroneggiano la lingua, in quanto non è prevista la presenza del mediatore (traduttore) ai colloqui. Quest’empasse viene sottolineata da molti dei partecipanti come un forte


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ostacolo al lavoro di sostegno ai giovani migranti, che non possono essere presi incarico a livello psicologico, pur avendone bisogno. La provocazione che giunge dai colleghi di Roma è dunque: “Meglio una non-relazione rispetto a una relazione di cura alterata dalla presenza di un mediatore?”. Sicuramente si tratta di un problema attuale che non vede al momento una soluzione, ma sul quale urge aprire un dibattito. M.A. + Serena Battistotti

Giornata mondiale del rifugiato La giornata mondiale del rifugiato si celebra da oltre dieci anni il 20 giugno. È stata istituita per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei rifugiati. Anche in Alto Adige giungono persone fuggite a causa di guerre , oppressioni o per sfuggire alla fame. Si tratta di uomini, donne e molti bambini che nei loro paesi di origine sono in pericolo di vita o vengono discriminati a causa della loro religione, della posizione politica o della loro appartenenza sociale ed etnica. A volte può capitare che i migranti, già vittime di violenza nei loro paesi, sviluppino disturbi post traumatici da stress, ansia e depressione oppure nuove patologie psichiche a causa dell’incertezza per il loro futuro. Questa situazione non viene certo migliorata dalle condizioni di vita che spesso sono caratterizzate da emarginazione, scarsa integrazione, impossibilità di trovare lavoro e condizioni abitative precarie.


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Alto Adige sempre più multiculturale In Alto Adige vivono persone provenienti da 137 nazioni diverse La popolazione straniera residente include tutte le persone registrate ufficialmente in anagrafe, prive della cittadinanza italiana. Al 31.12.2013, i cittadini stranieri ufficialmente residenti in provincia di Bolzano sono 45.469. Alla fine del 1993 ammontavano a circa 6.500, cosicché, nel corso di un ventennio, la popolazione straniera residente risulta aumentata di ben sette volte.La crescita della popolazione straniera è sostenuta, oltre che dalla migrazione, anche dal saldo naturale. Di anno in anno cresce il numero di neonati con cittadinanza straniera: se negli anni ’90 nascevano in media poco più di 100 bambini stranieri l’anno, nel 2013 il loro numero si attesta a 745. Il tasso di natalità raggiunge il 16,9‰, contro il 9,7‰ nella popolazione autoctona. L’incidenza degli stranieri sulla popolazione totale residente in provincia di Bolzano, nel corso dell’anno 2013 è aumentata dall’8,3% all’8,8%. Al 31.12.2013 nel capoluogo Bolzano, con 15.190 immigrati, vive circa un terzo di tutti gli stranieri residenti in Alto Adige, seguito da Merano con 6.061 (13,3%) e Bressanone con 2.036 persone (4,5%). Complessivamente

28.751 stranieri (63,2%) hanno fissato la residenza in uno dei sette comuni altoatesini con più di 10.000 abitanti. Poiché la provincia di Bolzano è solamente da 25 anni terra d’immigrazione, la maggior parte della popolazione straniera è costituita ancora dagli immigrati di prima generazione. S’infoltisce tuttavia anche la schiera di seconda generazione: al 31.12.2013 sono 6.708 le persone straniere nate in Italia e residenti in un comune della provincia di Bolzano, pari a circa il 15% di tutti gli stranieri residenti in Alto Adige. Complessivamente il numero dei minorenni stranieri, compresi anche quelli nati all’estero, è in crescita e si attesta, per il 2013, a circa 10.000 unità. La loro quota sul totale dei minorenni residenti in provincia di Bolzano si è più che duplicata, nell’ultimo decennio, passando da 4,7% a 9,9%, mentre il numero dei minorenni di cittadinanza italiana è rimasto più o meno stabile. In complesso, la distribuzione per età degli stranieri residenti in Alto Adige è di natura diversa rispetto alla popolazione autoctona. Più del 60% ha meno di 40 anni, di questi per un buon terzo si tratta di minorenni. Il fatto che in Alto Adige vivano persone provenienti da 137 nazioni diverse incrementa l’eterogeneità e la varietà culturale della società altoatesina.


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Circa 15.000 sono i cittadini comunitari, che rappresentano un terzo del totale degli stranieri residenti in provincia di Bolzano; circa il 40% di questi proviene dall’area culturale tedesca. Un ulteriore terzo degli stranieri proviene dagli altri Paesi europei, non facenti parte dell’UE, mentre il 17,5% sono originari dell’Asia e il 12,5% dell’Africa. Nella graduatoria dei Paesi d’origine, al primo posto si classifica l’Albania con circa 5.600 persone, seguita dalla Germania con circa 4.400 e dal Marocco con 3.600 unità. Questi tre paesi nel complesso rappresentano circa il 30% di tutti i residenti con cittadinanza straniera. I pachistani, con 3.282 presenze, sono la comunità asiatica più numerosa sul territorio. La ripartizione per genere della popolazione straniera confermava, alla fine del millennio, un relativo equilibrio tra componente maschile e femminile. L’iniziale esubero di uomini negli anni ’90 era diminuito progressivamente e la tendenza si è lentamente invertita. Dal 2007 le donne hanno sempre superato la metà del contingente totale di stranieri e nel 2013, con il 53,4%, viene confermata ulteriormente la maggioranza femminile; il rapporto di mascolinità si attesta ora a 87,2 uomini ogni 100 donne. Osservando la popolazione straniera per singola cittadinanza, tale rapporto si presenta assai più sbilanciato: la percentuale più elevata di donne si

registra tra gli stranieri provenienti dal continente americano. Particolarmente consistente è la presenza femminile anche tra gli stranieri provenienti dai Paesi comunitari, tra cui soprattutto i paesi baltici, Danimarca, Repubblica Ceca e Polonia. Complessivamente, tra i Paesi europei non appartenenti all’UE, si riscontra quasi un equilibrio tra i generi: l’alta quota del contingente femminile proveniente dalle nazioni dell’ex URSS viene compensata da una considerevole quota maschile proveniente dai Balcani. Tra le comunità africane e asiatiche, gli uomini sono generalmente in soprannumero, ad eccezioni di alcuni paesi di provenienza, tra cui spicca soprattutto la Thailandia, tra i cui immigrati domina il “gentil sesso” (6,5 uomini ogni 100 donne). L’immigrazione straniera giovanile, lo sviluppo dinamico della natalità ed una mortalità ridotta costituiscono un’opportunità dal punto di vista demografico per la società altoatesina al fine di contrastare l’invecchiamento a cui è soggetta. Questo “effetto ringiovanimento” ha un impatto di vasta portata socio-culturale ed economica sul sistema di istruzione, sul mercato del lavoro locale, così come sulla previdenza sociale e pensionistica. (fonte ASTAT)


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Inserto convegno

“Tienimi... und lass mich gehen” Attaccamento e separazione nelle relazione educativa Bindung und Loslösung in en Erziehungsbeziehungen


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Lo scorso 22 maggio presso la Libera Università di Bolzano si è svolto il convegno “Tienimi…und lass mich gehen”, organizzato dal Crais (Coordinamento delle strutture socio pedagogiche della provincia di Bolzano), dall’Ufficio per la Tutela dei Minori e l’Inclusione sociale della Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Libera Università di Bolzano. Il convegno è stato pensato anche per celebrare il decimo anniversario di costituzione del Crais, una rete che coinvolge ben 9 realtà che offrono servizi a sostegno di minori in difficoltà, tra cui: Associazione La Strada – Der Weg ONLUS, Associazione Volontarius, Associazione Promosolida, Südtiroler Kinderdorf, Cooperatva Sociale Eos, Comunità Murialdo, Fondazione San Nicolò, Opera Serafica e Sozialgenossenschaft Vinschgau. Il tema principale del congresso è stata la relazione tra legame e separazione nel rapporto educativo tra adulto e minore. Si è cercato di dare risposta alle seguenti domande: a partire dal legame indissolubile che unisce i minori alle loro famiglie, cosa significa essere operatori socio - pedagogici che si affiancano e non si sostituiscono ai genitori? Come lavorare al meglio anche in contesti educativi che accompagnano i minori in un percorso esterno alla propria famiglia? Nel cercare di dare risposte, il focus degli interventi dei singoli relatori e dei workshop si è incentrato su

legami e distanze, separazioni e cambiamenti che nelle relazioni aiutano a crescere. Al tavolo dei relatori sono intervenuti il rettore della LUB prof. Walter Lorenz, la dott.ssa Anna Aluffi Pentini (Facoltà di Scienze della Formazione della Terza Università di Roma), la dott.ssa Anna Berloffa (Servizio per le politiche sociali della Provincia autonoma di Trento), La dott.ssa Silvia Rass Schell (Abteilung Kinder- und Jugendhilfe beim Amt der Tiroler Landesregierung), la dott. ssa Petra Frei (Ufficio per la Tutela dei Minori e l’Inclusione sociale della Provincia Autonoma di Bolzano) e alcuni esponenti del Crais Gli atti del convegno sono disponibili su: www.network-crais.blogspot.net.

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Claudio Ansaloni, (“La Strada – Der Weg ONLUS”), Serena Olivieri (Com. Murialdo) e Rosanna Zamboni (Fondazione San Nicolò), Salvatore Alfieri (Volontarius). M.A.


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Fotografia di gruppo Crais, ovvero “Coordinamento delle strutture socio-pedagogiche della Provincia di Bolzano”. Il progetto Crais nasce dalla volontà di un gruppo di operatori sociopedagogici di dare vita ad una partnership molto articolata e complessa vocata al miglioramento ed allo sviluppo di servizi alla persona attraverso un interscambio con l’ambiente circostante. Uno dei principali obiettivi è stato la riduzione delle criticità in un settore del welfare economicamente poco rilevante e con un target di utenti quasi invisibili da un punto di vista politico, sociale e culturale. Crais ha sviluppato quindi, con il supporto della stessa Provincia, un coordinamento finalizzato al miglioramento delle capacità collaborative e progettuali per la programmazione dei servizi relativi ai minori. Siamo convinti che l’esperienza Crais possa essere descritta come la volontà di organizzazioni del terzo settore di accreditarsi come attori sociali in grado di contribuire alle politiche per e con il territorio. L’idea di superare un atteggiamento molto consolidato nel nostro Paese, che identifica queste realtà in un ruolo di meri fornitori e gestori di servizi ma non in quello di soggetti in grado di partecipare ai processi di programmazione. 10

Abbiamo iniziato a confrontarci verso la fine degli anni 90 su iniziativa dei responsabili pedagogici delle diverse strutture sentendo forte la necessità di migliorare la collaborazione in un settore che stava cambiando in maniera determinante a seguito dell’istituzione dei servizi sociali territoriali (Comunità Comprensoriali ed Azienda Serviai Sociali). Il primo tavolo di lavoro comune affrontò l’esigenza di concordare degli standard minimi nella gestione dei servizi sociopedagogici per rendere possibile un confronto e una differenziazione dell’offerta. Fino ad allora ogni organizzazione aveva operato per proprio conto, agendo un uguale livello di autonomia anche nei confronti del committente pubblico. L’introduzione negli anni 90 del concetto di “filosofia di mercato“ in politica sociale, influenza chiaramente le politiche sociali in Alto Adige e determina anche una situazione di concorrenza con i servizi territoriali gestori di strutture. Sempre di più le diverse offerte vengono confrontate e messe in concorrenza sia dai bandi d’appalto che dal moltiplicarsi dei servizi invianti (si passa da un solo servizio provinciale ad un Azienda e sette Comunità Comprensoriali). Questo processo rende necessaria una condivisione degli standard.


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Da quel momento le tappe della collaborazione si susseguono rapidamente: l’elaborazione di un documento in cui sono indicati una serie di standard condivisi di qualità, viene presentata al direttore della ripartizione „Politiche sociali“ nel 001; tale documento viene “superato” col successivo avvio, da parte della stessa Ripartizione nel 00 , del Processo di Accreditamento a seguito di una precedente richiesta per un “catalogo delle prestazioni”. Nel 00 , assieme all’ “Ufficio Famiglia, Donna e Gioventù” ora “Ufficio per la Tutela dei Minori e l’Inclusione Sociale” vengono elaborati gli standard minimi per l’autorizzazione al funzionamento e per il calcolo delle rette per 4 tipologie di servizi (ratificati con decreto della giunta provinciale). Questo lavoro sui criteri d’accreditamento sta tutt’ora proseguendo e si allargherà ad altre tipologie di servizi. Nel 006 il Crais procede all’elaborazione ed alla firma di un protocollo d’intesa da parte delle organizzazioni aggregate, a cui segue una presentazione al pubblico. Nello stesso anno

viene rivendicata una soluzione per bambini ed adolescenti con disturbi psichiatrici, già presenti nei servizi ma attraverso interventi non idonei. Nel 007 il CRAIS collabora alla riformulazione del decreto della giunta provinciale che regola il permesso al funzionamento e al progetto di una nuova forma di accoglienza per minori con disagi psichiatrici: alcune strutture si specializzano, in forme diverse e sono ancora in parziale evoluzione. In parallelo a queste tappe fondamentali il CRAIS opera attivamente in incontri regolari con l’Ufficio 4.1, con i servizi sociali per discutere delle tematiche più impellenti: standard minimi, procedure di inserimento, accoglienze in emergenza, neuropsichiatria infantile rette ed il loro calcolo, formazione del personale, pubbliche relazioni ... Nel corso del tempo la collaborazione incontra dei momenti difficili ed a volte risulta impossibile trovare delle soluzioni soddisfacenti. Per ovviare a queste problematiche il Crais rielabora il proprio assetto nel 11


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settembre 2010: ora i presidenti decidono di partecipare direttamente alle attività del Crais incontrandosi regolarmente e assumendo ruolo nei riguardi dell’amministrazione provinciale. Attualmente il Crais ha attivato incontri regolari su diversi piani di intervento: Il lavoro è strutturato in gruppi di lavoro e si articola per progetti: . neuropsichiatria infantile . sistemi di contabilità . gruppo pedagogico . contratti di lavoro e aspetti amministrativi . formazione

Ma in questa foto di gruppo cosa potremmo oggi mettere a fuoco? Sono 9 le organizzazioni che fanno attualmente parte di questo coordinamento, con sedi sparse in tutto il territorio provinciale e anche in Trentino: alcune cooperative e associazioni onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale), una Fondazione, un’ azienda pubblica di servizio alla persona, un Ente Morale. Provando a guardare da vicino la foto potremmo poi entrare nelle loro storie, radicate nelle diverse culture e nei diversi territori di questa nostra terra: diverse culture organizzative; diversi approcci metodologici; diversa matrice ideologica; molteplicità di progetti sia nella presa in carico che nel sostegno 12

alla famiglia, sia nel campo dell’integrazione che in quello della prevenzione; nella promozione dell’agio come nella riduzione degli effetti e delle cause del disagio. Se dovessimo provare a tracciare una linea che possa idealmente collegare queste esperienze probabilmente potremmo riconoscere l’impegno di contribuire a tenere alta l’attenzione e la risposta ai bisogni di quell’età, di quella condizione personale o sociale che spesso non ha ancora cittadinanza o che non ha ancora pienamente il diritto di rivendicare ed esprimere il proprio pensiero e il proprio posto: l’infanzia e l’età dello sviluppo. Seguono ora piccole istantanee, che sintetizzano il profilo di queste organizzazioni che da anni svolgono, in relativo silenzio, un compito sociale primario. La cooperativa Südtiroler Kinderdorf nata 59 anni fa dalla necessità di contribuire a risolvere il problema dei numerosi orfani del secondo dopoguerra, viene trasformata in onlus nel 2005. Un’organizzazione con un ruolo ben visibile tra le istituzioni sociopedagogiche dell’ Alto Adige-Sudtirol; una lunga storia di accoglienza, in particolare nel conosciuto e splendido villaggio di Bressanone e in altri contesti in Provincia. Ma anche con una dovuta attenzione alla prevenzione: nel prossimo futuro


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un investimento nel sostegno precoce in famiglia e nuovi progetti per i bambini con grave disabilità fisica. La cooperativa EOS fondata nel 2002 come trasformazione della precedente associazione. EOS ha portato in Crais un’idea nuova di organizzazione aprendo al coinvolgimento del mondo imprenditoriale nei temi del sociale, con lo sviluppo di nuove risorse per l’integrazione dei giovani nel mondo del lavoro. Eos è stata una delle organizzazioni che di più si è indirizzata a sviluppare risorse verso la psichiatria sociale dell’età evolutiva: in particolare con le due strutture socioterapeutiche, i progetti di alta autonomia e la gestione della Fachambulanz di Brunico. Comunità Murialdo, avamposto dal 1984, in Alto Adige, di una consolidata esperienza diffusa soprattutto in Trentino, con un attenzione particolare al modello della casa famiglia, alla cura delle genitorialità complesse, al sostegno dei percorsi d’affido. Importanti le esperienze nello sviluppo di comunità e nella formazione. Un approccio generativo, nel quale ogni risorsa produce continuamente gli enzimi per il proprio sviluppo, attraverso l’attenzione ai cambiamenti.

La Cooperativa Vinschgau SoVi, fondata nel 2005 dalla volontà dei servizi sociali della val Venosta. Oltre alle Comunità di accoglienza residenziale e diurna ha sviluppato, in forte relazione con il territorio, progetti per l’accompagnamento territoriale. Un modello di capacità di identificazione e di relazione con il proprio territorio. L’associazione Volontarius, che opera a Bolzano dal 1999. Una cultura fondata sui principi del volontariato, dell’accoglienza, della protezione sociale, del sostegno nelle situazioni di povertà estrema e di grave emarginazione. Nell’ambito dei minori si è da subito distinta per gli interventi di primo livello in favore dei minori stranieri non accompagnati; la struttura “Casa Rossa” dal 2003 ha avuto il ruolo di Centro di Prima Accoglienza ed intervento per centinaia di minori immigrati da 25 paesi diversi. Associazione Onlus Promosolida, nata nel 1993 dall’impegno di alcuni amici, in un corale sforzo attorno alla prima Presidente dell’Associazione, Milena; persone accomunate da una visione condivisa sulla responsabilità educativa di ogni adulto. Il suo impegno si è rivolto fin da subito a quella fascia di minori che difficilmente trovava risposte sul territorio: supporto educativo e terapeutico a bambini e ragazzi che attraversavano un mo13


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mento di forte disagio sia sociale che più specificatamente psicopatologico. L’”Associazione Strada- Der Weg ONLUS”, sul territorio dal 1978, Fondata da Don Giancarlo Bertagnolli, conosciuta in passato soprattutto per la Comunità terapeutica per tossicodipendenti, si è via via dedicata, oltre alla gestione di comunità e servizi sociopedagogici diurni e ora integrati, allo sviluppo di attività di prevenzione

e di promozione dell’agio: tra le altre i servizi consulenziali di prevenzione secondaria, la mediazione penale minorile, i doposcuola e le attività dei centri giovanili e non ultima Excelsior, l’idea di un diverso approccio allo sport,. In questo momento un’attenzione particolare alle giovani madri e alla Prevenzione Tutela e Terapia dei minori vittime di violenza ed abuso. 14

La Fondazione San Nicolò, che ha le sue radici nel 1888, dalla allora “Casa per bambini abbandonati”, è tra noi l’esempio più concreto, assieme all’Opera Serafica, della trasformazione delle strutture da Istituti a comunità di accoglienza. Il S.Nicolò, come è conosciuto a Merano ed in Provincia, è una moderna struttura integrata in forte collaborazione con il distretto sociale di Merano e la neuropsichiatria dell’età evolutiva; impegnata anch’essa nel costruire e promuovere un ambiente che prevenga e fronteggi la patologizzazione, che rompa percorsi di vita destinati alla sofferenza ed al disagio, con le sue strutture residenziali integrate. La Fondazione Opera Serafica, un’ istituzione a Merano. Nata più di cent’anni fa come Istituto per l’infanzia di tutto il territorio altoatesino (Heim) è anch’essa testimone della trasformazione degli interventi di protezione e sostegno all’infanzia avvenuta nel corso degli ultimi decenni. Le comunità ed il Centro diurno sono


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inserite all’interno di molteplici attività a favore delle famiglie. Anche il Liebeswerk ha dovuto rendere via via più mirati e complessi gli interventi, affiancando in modo sempre più organico, la figura dell’educatore a quella dello psicologo ed alla professionalità legate alla riabilitazione. Una foto panoramica: complessivamente quasi 400 operatori, tra educatori, psicologi, psicoterapeuti, terapisti e altre figure professionali nelle aree dedicate ai minori. Oltre 200 tra volontari e giovani adulti nelle diverse forme di servizio civile.. Molteplici strutture d’accoglienza a diversi livelli, consultori, progetti. In Crais non vi sono coordinatori o leader ma responsabili a rotazione nelle diverse aree dei servizi. Ogni realtà prende in mano l’organizzazione per un periodo definito. Numerose sono state in questi anni le formazioni proposte sotto il titolo la rete intorno alla famiglia/ la progettazione educativa partecipata in un modulo aperto ai servizi territoriali. Uno spazio anche di confronto tra partner nella rete dei servizi con una ventina di diverse proposte nel corso degli ultimi dieci anni. Come forse potrete condividere tutti questi percorsi testimoniano il cambiamento e la professionalizzazione avvenuta negli anni, necessariamente, ma anche lo sforzo continuo di favorire le

risorse all’interno delle famiglie ed uno sguardo attivo alle molteplici dimensioni della prevenzione. I risultati conseguiti da Crais possono forse essere inquadrati in due livelli: la partnership interna che si produce tra gli operatori, come elemento di capitale sociale basato su rapporti di fiducia e integrazione, e quella esterna come ponte tra sistemi molto eterogenei. Nelle prospettive di Crais: su di un piano politico • l’indispensabile stesura, con la Provincia, di un documento di programmazione di lungo periodo, una visione; • una programmazione della qualità e della quantità delle risorse, ancorata ad una seria rilevazione dei bisogni; • il rispetto del principio di sussidiarietà nella tutela delle forme giuridiche dei diversi Enti; • il superamento della triangolazione tra Provincia, Comunità Comprensoriali ed Enti aderenti al Crais. Su di un piano culturale e di sviluppo • è maturo il tempo per un impegno e per una maggiore presenza culturale, a testimonianza questo convegno organizzato in partnership con Università e Provincia; • l’idea di condividere sempre di più progetti in quelle aree di inter15


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vento in cui è necessario sempre maggiore coordinamento, come l’area dell’inserimento lavorativo dei giovani o la partnership con le aziende produttive più sensibili e coscienti ai temi sociali; la formazione come luogo di crescita personale, organizzativa, metodologica, concettuale e politica; l’alleggerimento degli aspetti burocratici che soffocano le nostre amministrazioni; il collegamento forte con il territorio attraverso un capillare movimento di azioni ed esperienze rivolte a tenere alta, nella società civile, l’attenzione verso temi quali la protezione dell’infanzia da violenza diretta, assistita ed abuso, il miglioramente della qualità delle reti di sostegno al minore ed alla famiglia; l’idea di una comunità educante, “per educare un bambino serve un intero villaggio” ; un processo condiviso nella valutazione dei risultati; la corrispondenza ai bisogni dell’offerta e l’ ulteriore differenziazione dell’offerta, anche in funzione di una maggiore economia; la possibilità dei nostri ragazzi di essere sempre di più soggetti dei nostri interventi anche in ambito di una loro verifica, valutazione e riorientamento; la continua manutenzione della

rete, termine spesso abusato ma per noi, oggettivamente, uno dei primi e necessari strumenti di lavoro; non ultimo la ricerca: sia per individuare o reinterpretare le risposte ai bisogni attraverso nuovi modelli di intervento, sia per ridefinire il rapporto tra le risorse, che ormai sappiamo non inesauribili, e un nuovo necessario protagonismo sociale.

Rispetto ai ragazzi: • riuscire a ridurre lo stigma che spesso produce il contatto con alcuni dei nostri servizi; • poter ridurre al minimo, attraverso una sempre più corretta e severa valutazione al momento della presa in carico, quelle situazioni nelle quali un ragazzo viene rimpallato tra i vari servizi e riuscire ad intercettare quei ragazzi che non riusciamo a raggiungere…. gli invisibili…. cosa possibile solo attraverso un grande rapporto di fiducia con il territorio. Crediamo che questi siano tutti percorsi ed obiettivi che possono trovare grande sinergia nelle istituzioni pubbliche, nel territorio. Per finire quindi Crais…. Un cerchio di organizzazioni immaginate e realizzate da cittadini sensibili con l’idea di poter contribuire e sostenere i bisogni edu-


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cativi di famiglie in difficoltà e di promuovere integrazione ed agio, senza delegare solo alle istituzioni pubbliche, in un’ idea di responsabilità collettiva e in una molteplicità di forme. L’interesse comune verso il minore, la fiducia e la stima reciproche come elementi fondanti. Crediamo di poter affermare che in questi anni le realtà private che si impegnano nel settore sociale a favore dei minori abbiano sviluppato una concreta capacità di individuare il mutare dei bisogni, di mettersi in discussione e trasformarsi, di immaginare risposte più adeguate, di mettersi reciprocamente a disposizione e confrontarsi in un collettivo sforzo di miglioramento e ridefinizione del proprio ruolo sociale. Di essere, quindi, in una forte relazione con la popolazione, con i cittadini.

Miglioramento, trasparenza, buona amministrazione, etica, vicinanza e rispetto dell’utenza, responsabilità ed economia nell’utilizzo delle risorse. Un sistema in cui la condivisione degli obiettivi perseguita fattivamente, rappresenta la condizione per poter creare un network di relazioni stabili alla base dell’agire in partnership.

Claudio Ansaloni Responsabile Area Bambini e Giovani dell’Associazione “La Strada – Der Weg ONLUS”

Crais è soprattutto l’idea che ci si possa confrontare e che si possa competere in un clima di sviluppo e reciproco sostegno. l’idea che il privato possa collaborare con il pubblico ed integrarne l’attività nel rispetto dei ruoli, delle identità, del reciproco riconoscimento e pari dignità nelle diverse specificità. E ancora l’idea che il privato possa avvicinarsi e leggere i bisogni da un osservatorio privilegiato: il territorio.

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Sviluppare resilienza anche fuori dalla famiglia Cercherò di portare un contributo, in cordata con chi mi ha preceduto, a riguardo della funzione quotidiana di genitorialità sociale messa in pratica attraverso le azioni di chi accompagna i ragazzi accolti in comunità residenziale e nei percorsi di affidamento familiare, senza dimenticare che tale funzione è parte anche di servizi a tempo parziale, come ad esempio i Centri Diurni.

Serena Olivieri La genitorialità sociale si fonda sul concetto che la funzione educativa primaria del genitore è una risorsa comune che va sviluppata e sostenuta, anche nei percorsi in cui una necessità di tutela ha portato all’allontanamento dei figli dal contesto familiare di nascita. “A mio padre, che mi ha indicato 18

la strada, anche se lui aveva perso la sua” così si legge nella dedica di uno dei libri di Silvana De Mari – scrittrice fantasy che tanto piace a bambini e ragazzi. Questa dedica mi fa pensare al concetto di resilienza come processo per cui le famiglie, nei momenti difficili, rivelano capacità di recupero impensabili. Mi fa pensare a quanto sia necessario però affinare il sentimento della fiducia verso le famiglie dei ragazzi che accogliamo. Resilienza non significa invulnerabilità e mai come oggi è urgente la necessità di potenziare la resilienza familiare: un momento storico in cui le famiglie sono tormentate da pressioni e incertezze di natura economica, sociopolitica e ambientale. Eppure, tutte le famiglie hanno un potenziale adattivo, autorigenerativo ed evolutivo, altrimenti non sarebbero vive – a volte sedute, a volte in piedi – ma di fronte ai nostri volti, ad interrogarci con la loro quotidianità spesso densa di scelte a noi poco comprensibili. In “MIO PADRE


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E’ UN PPP”, l’autore ci dona a mio parere una chiave di lettura di come poter potenziare lo sguardo ai fini della resilienza familiare: nel racconto “Spik, si sa, è un PPP, un padre particolarmente problematico. Abbandonato dalla moglie. E’ finito sotto i ponti e forse nella trappola della droga. Ma Polleke, sua figlia, lo adora. Primo perché è suo padre. Secondo perché è un poeta. Anche se non si decide a scrivere tutte le poesie che ha nella testa”. E’ infatti Polleke che accompagna il lettore in un percorso che scorre parallelo tra la consapevolezza dei guai vissuti dal padre e la consapevolezza che quello stesso padre ha in sé una grande ricchezza, che esprime scrivendo alla figlia brevi poesie. Certo, Polleke è un invenzione di uno scrittore che sa affrontare le problematiche della società moderna con uno sguardo libero da pregiudizi e con un umorismo garbato ma, pensiamoci, quante Polleke incontriamo ogni giorno nei nostri servizi? Per Polleke suo padre è un poeta, perché sa comporre versi, anche se, per ora, non vuole fare lo sforzo di scriverli. Solo lei lo sa vedere sotto una luce diversa da tutti gli altri, quella della fiducia. In che modo chi accoglie bambini e ragazzi può essere parte di una rete che si impegna a pensare e realizzare luoghi di cura dove le famiglie diventino o ritornino ad essere tutelanti per i loro figli? Il mandato di chi lavora dentro gli spazi della genitorialità sociale, tra

le tante sfide, contempla quella di fornire una BASE SICURA (John Bowlby) “da cui un bambino o un adolescente possa partire – anche se nel caso nostro direi ri-partire – per andare incontro alle scoperte del mondo, a cui possa ritornare, sapendo che, quando lo farà, sarà il benvenuto: nutrito fisicamente ed emotivamente, confortato se triste, rassicurato se impaurito”. Fornire una base sicura significa adottare una postura in cui, sostenuti da un clima di fiducia, si implementino percorsi di ascolto e di partecipazione attiva dei bambini e dei ragazzi accolti. Tale postura richiama il dovere di responsabilità: se ascolto una persona – e un bambino è una persona – ho la responsabilità di attivare azioni corrispondenti e se queste non sono possibili, rimane comunque il dovere di spiegare perché e di trovare soluzioni alternative. Questa è una delle possibili strade che le strutture aderenti al Crais cercano di perseguire ogni giorno, cercando di: - Essere affidabili - Essere disponibili - Pronti a rispondere quando chiamati in causa - Incoraggiare - Offrire assistenza nel cammino ma intervenire attivamente solo quando è necessario - Saper sostare nell’attesa. Non per questo il ruolo non sarà vitale - Saper coltivare fiducia: posso darla se ho fiducia in me (impegno di cura del mio essere operatore) “perché solo se l’ufficiale che comanda la spedizione ha fiducia che la sua base sia sicura 19


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può osare spingersi in avanti e correre dei rischi” Il quadro offerto non ha la pretesa di essere esaustivo e siamo consapevoli che c’è tanta strada da

Rosanna Zamboni percorrere ma il fatto di aver scelto di organizzarsi, collaborare e lavorare in squadra è un approccio che permette di gettare ponti tra il bambino e la sua famiglia. Dunque essere ponti, dentro una rete sociale che rammenda e non frammenta, che lascia spazio al potere personale (per dirla alla maniera Rogersiana) e trova un giusto contesto al potere terapeutico. Ri-costruire genitorialità, per promuovere una cultura di lavoro e di impegno sociale volta ad investire sulle famiglie di appartenenza del minore - le famiglie di origine 0

- accogliendone le fragilità, promuovendone le risorse. Operatori sociali che accompagnano con rispetto le trame familiari delle persone che accolgono per un periodo della loro vita, valorizzando il significato delle piccole e grandi azioni quotidiane. Interazioni che diventano strumenti per accompagnare le persone a trovare il proprio significato dentro le cose che accadono, tornando a poter guardare il volto dell’altro con fiducia e speranza.

Dott.ssa Serena Olivieri responsabile Area Genitorialità Comunità Murialdo Rosanna Zanatta Zamboni referente pedagogico Fondazione San Nicolò


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Migrazione durante l’adolescenza: una doppia separazione Premessa Da ormai 6 anni lavoro al Cpa (Centro di prima accoglienza) per Misna (Minori stranieri non accompagnati) dell’ Associazione Volontarius a Bolzano. Qui le mie mansioni sono tecnicamente da educatore, ma il mio sguardo nell’incontro con l’altro si pone nel tentativo di guardare al di là del semplice aiuto pratico e di crescita intellettiva ed educativa. Cerca inoltre di comprendere che dietro una migrazione si nasconde un disagio, una speranza, una soddisfazione e molte altre emozioni che a volte non conosce neanche il soggetto stesso. Se poi uniamo questi aspetti ai desideri, aspettative, timori, insicurezze legati all’adolescenza, dovremo fare i conti con un vero e proprio rimescolamento interno, a cui far fronte nell’immediato, senza grandi aiuti esterni e senza il tempo di elaborazione. In questa esperienza lavorativa ho potuto incontrare alcune centinaia di ragazzi provenienti da gran parte del globo. Sono tutti maschi tra i 12 e 17 anni, spesso arrivati per migliorare le condizioni economiche e sociali proprie e della propria famiglia di origine. Altre volte il loro viaggio inizia invece per persecuzione e guerra. Questi ultimi sono spesso più maturi dal punto di vista cognitivo, ma anche meno preparati al cambiamento culturale e

sociale. Essendo il loro viaggio di per sé una forzatura, si sentono ancor di più come “pesci fuor d’acqua” in quello che Valtolina e Marazzi definiscono “marginalità: in una realtà che non li appartiene e alla quale faticano ad appartenere. Restano comunque storie individuali, fatte da desideri, bisogni, necessità, ritmi ogni volta mescolati in modo unico e irripetibile. Ciò che con il tempo si percepisce molto bene è appunto la grande diversità di storie di vita, di motivazioni alla migrazione e di difficoltà incontrate per realizzarla. Tutti questi aspetti, uniti alla personalità e alle capacità di ognuno, rendono l’esperienza migratoria assolutamente unica, soprattutto in adolescenza, in un momento cioè in cui i repentini e frenetici movimenti interni si devono combinare con spostamenti geografici, culturali, etc… E’ importante considerare, come ritengono anche Valtolina e Marazzi che molto spesso questi viaggi sono affrontati nella consapevolezza, a volte traumatica, che non si tornerà più indietro. Questi ragazzi, migrati dal loro paese, rappresentano molto bene la condizione di multi-appartenenza: vivono sospesi tra più paesi, in bilico tra diverse culture, parlano più lingue, si muovo21


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no all’interno di più codici culturali di riferimento. Questa situazione è percepita da alcuni di loro come una ricchezza, un valore aggiunto che li rende maggiormente autonomi e “aperti mentalmente” rispetto ai coetanei che non sono mai usciti dal paese natale; per altri invece è fonte di disagio e di discriminazione: percepiscono la doppia appartenenza come un elemento ghettizzante. Le variabili in gioco sono moltissime, ma se le prendessimo in considerazione singolarmente, perderemmo la globalità e la complessità dell’intera esperienza migratoria e contemporaneamente adolescenziale (Grinberg, 2009). Una grande ricchezza sono tutte le emozionanti storie che raccontano la personale esperienza migratoria. Ogni storia di migrazione infatti contiene da un lato un bagaglio di vita, esperienze uniche e sempre diverse; e dall’altra speranze ed emozioni in un nuovo inizio. Tra le tante storie individuali passate al Cpa che ho avuto il piacere di accogliere, ho scelto di portarne qua una in particolare: Hassan, un ragazzo di circa 17 anni. Questa è una di quelle storie che non lasciano indifferenti, che danno la possibilità di toccare lembi di esperienze che oserei chiamare “estreme”. Ovviamente non tutte le storie sono così. In altri casi all’estremo opposto, la migrazione avviene a bordo di un aereo, verso un paese, 22

l’Italia, che li accoglierà con documenti e persone pronte ad offrire vitto, alloggio e un lavoro. Invece Hassan è arrivato in Italia dall’Afghanistan perché i talebani hanno ammazzato parte della sua famiglia. Fino ad allora Hassan aveva vissuto una vita che in Afghanistan si può definire agiata. Dopo pochi anni di scuola ha avuto la possibilità di lavorare nei campi di famiglia, gestendo animali e coltivazione che permettevano alla sua famiglia di vivere una vita più che tranquilla. Hassan aveva due cellulari, frequentava regolarmente una palestra che orgogliosamente gli modellava un corpo scolpito e muscoloso. Non gli mancavano di certo le amicizie, grazie anche ad un carattere aperto e solare. In pochi mesi i talebani hanno richiesto e ottenuto la confisca dei suoi terreni e degli animali. La sua famiglia non l’avrebbe mai permesso e i talebani (così li ha chiamati lui) sono arrivati a uccidere il nonno, gli zii e a picchiare i suoi fratelli. Per fortuna Hassan si trovava altrove in quel momento. Tornato a casa, ha appreso la tragica notizia dalla madre che lo ha supplicato di scappare. In tre ore si ritrova a fare le valige, abbandonare tutti, informarsi del viaggio da uno zio e partire per arrivare in Italia. Sceglie il nostro paese, per la grande disponibilità che ha notato nei Carabinieri italiani. Da questi brevi e intensi passaggi di vita, Hassan non è più lo stesso, tutto


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il suo mondo interno ed esterno si è stravolto, mentre il suo passato è solo un grande vuoto incolmabile, vivo solo nei ricordi. Migrare comporta una ricostruzione dell’identità, nel difficile tentativo di integrare il passato all’interno di un mondo interiore ed esteriore in cui non ci si riconosce più, che stravolge ogni prospettiva, ogni punto di riferimento, mentre si è costretti a fare i conti con i lutti, sofferenze e le perdite della separazione, che richiederebbero elaborazioni profonde. “L’identità é un disegno sulla pelle tesa” … “basta che una sola appartenenza venga toccata, ed è tutta la persona a vibrare”. (Bauman Z., 2004, pp. 3-4) La formazione dell’identità si sviluppa attraverso un processo attivo e aperto di ricerca di se stessi, cercando di trovare “il proprio posto” all’interno di una variegata gamma di referenti sociali (famiglia, gruppo dei pari, istituzioni, società, etc…). M. Ambrosini e S. Molina, in riferimento a tale situazione, definiscono i ragazzi di origine straniera “pendolari fra mondi diversi e spesso dissonanti” (Ambrosini M., Molina S., 2004, p.13). Demetrio e Favaro, invece li definiscono “doppiamente fragili” (Demetrio D., Favaro G., 1997, p. 55): da un lato devono affrontare i cambiamenti e le crisi che caratterizzano il periodo dell’adolescenza, dall’altro elaborare la

propria identità all’interno di molteplici contesti culturali. Hassan ha perso tutti. Oltre al nonno e alcuni zii sicuramente morti, non ha traccia di dove siano i fratelli, la sorella sposata, la sorellina piccola con i genitori. E’ in un incessante lavoro nell’accettazione che probabilmente li incontrerà solo nell’aldilà. Per molti mesi ha cercato di contattare un amico rimasto là, per chiedere informazioni sui suoi familiari. L’amico non ne sa niente e riferisce che chiunque nel paese gli da la stessa risposta. Quando parlo con Hassan ho la sensazione che per lui sono importante. Sono qualcuno che si prende cura di lui, qualcuno che gli da la conferma di essere vivo e che la sua sia una vera esistenza. Per lui la relazione con l’altro, ancor di più se l’altro è significativo e si occupa di lui, non è semplicemente un modo per evitare la solitudine, ma è diventata anche una vera e propria riconferma di essere qualcuno nel mondo, che a qualcuno importi di lui. (Ulteriori ostacoli alla costruzione dell’identità nella separazione) Proviamo a riflettere sulle complicazioni che ostacolano la costruzione dell’identità di questi ragazzi, come riteneva Schimmenti non possiamo tralasciare le profonde modifiche della dimensione temporale in cui presente, passato e futuro rimangono momentaneamente sospesi lasciandoli in bilico 23


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tra un passato da rielaborare e un presente privo di certezze, in cui non ci si riconosce (Schimmenti, 001).

Anche lo spazio fisico subisce dei mutamenti importanti. L’adolescente deve affrontare ed immergersi in luoghi differenti da quelli solitamente conosciuti, in cui ricordi ed emozioni legati al passato difficilmente possano trovare una corrispondenza tangibile, ma an 4

che simbolica. Anche la possibilità e le modalità comunicative fanno da ponte tra l’identità del passato e quella che il ragazzo dovrà costruirsi. L’entrata da parte del minore in nuovi contesti di vita implica il bisogno di superare queste problematiche iniziali che non riguardano solamente la comunicazione verbale, ma anche la dimensione non verbale e la dimensione culturale della lingua (Favaro, 00 a). Hassan ha avuto la possibilità di utilizzare un mediatore culturale al suo arrivo, ma, ad eccezione di problemi particolari, da allora in poi ha dovuto comunicare solo parlando italiano. Il passaggio non è affatto banale ed è significato per lui, come per molti ragazzi, stare parecchie ore solo con in propri pensieri, fino al momento in cui riuscire a comunicare su aspetti che non siano dei meri bisogni fisici. (Una “nuova identità” come rimarginazione delle separazioni) Da un punto di vista identitario, inizial-


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mente il ragazzo si trova in una sorta di impasse. Con il tempo dovrà cercare di combinare “creativamente” i valori con il mondo circostante, in cui riuscire a trovare una strada di percorrenza dotata di senso, in cui crescere psichicamente, senza dover abbandonare il “Sé” precedente, ma integrandolo con gli elementi che lo circondano, nella misura in cui riesce a sentirli suoi. Questo complesso lavoro intrapsichico incontra fasi di estrema solitudine. Per Hassan il passaggio così repentino, così poco pensato ed elaborato, inizialmente lo poneva in uno stato confusivo sul sé, su ciò che era, in contrapposizione con ciò che è diventato, lontano da quelle che sarebbero state le aspettative familiari, sociali, religiose. Questa ambivalenza di più identità che a volte scopriva lui stesso con stupore, lasciavano in sospeso una domanda di fondamentale importanza: “chi sono veramente?”. Senza un contesto che si senta proprio, non è facile trovare la propria identità. Inizialmente nel descrivere se stesso, i riferimenti erano prevalentemente al passato a ciò che era prima della partenza. Non è facile trovare per lui un senso di continuità tra passato e la creazione dell’identità futura. Come in un gioco simbolico di ruoli Hassan dopo alcuni mesi ha iniziato a chiamarmi affettuosamente “fratello” in alcuni momenti in cui lo aiutavo in qualcosa o che lo ascoltassi nei momenti di difficoltà. Non è stato

facile da parte mia mantenere la giusta distanza empatica, nel timore che un’eccessiva vicinanza avrebbe creato una frattura nella separazione che prima o poi sarebbe avvenuta e dall’altro che una distanza eccessiva l’avrebbe fatto sentire rifiutato. Ora sente di aver trovato dei legami, qualcuno per cui poter esserci, per cui potersi definire. Ho avuto in molte occasioni l’impressione che nell’abbracciarmi, rivivesse parte delle emozioni di un abbraccio paterno. Se quindi non è stato semplice né forse del tutto possibile fin ora trovare un senso al suo essere qui, né una rimarginazione dalla luttuosa e improvvisa separazione da tutto ciò gli fosse caro; può finalmente iniziare a pensare e definire se stesso, all’interno di un contesto che inizia a sentire suo, all’interno del quale è riuscito a trovare nuove relazioni significative. Un nuovo inizio Ogni storia di migrazione è una storia personale. Ogni partenza nasconde dei bisogni, necessità e desideri che possono essere profondamente diversi da un individuo a un altro. Ci sono ragazzi che partono con il timore che falliranno nel loro percorso migratorio e di vita futura, nel sospetto di peggiorare la condizione che avevano prima della partenza. Ci sono altri per i quali la partenza è invece l’unica possibilità di salvezza di un fallimento già avvenuto, di un percorso già arrivato altrimenti al 25


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capolinea. Hassan non aveva alternative al viaggio. E’ partito con la sconvolgente idea che essere vivo non sia una condizione scontata e forse qualcosa di sé è rimasto là, con tutto ciò che ha lasciato. La partenza diventa per Hassan un nuovo inizio, non cercato, non voluto, ma pur sempre un inizio. Non potrà però evitare di fare i conti con il passato, con ciò che era, con ciò che ha lasciato e la mancanza di punti di riferimento. Il momento di lasciare la comunità, in cui ormai viveva da 10 mesi, per lui è stato un passaggio delicato. Già alcune settimane prima aveva iniziato a calcolare i giorni mancanti. Sapeva che sarebbe potuto tornare alla comunità quando voleva per un saluto, ma sapeva che sarebbe stato un distacco, una separazione. Mi disse un giorno: “Avevo trovato casa, dei nuovi fratelli e genitori, e ora devo essere grande e andare fuori… invece in Afghanistan in famiglia si vive insieme anche dopo che ci si sposa…” Il delicato periodo adolescenziale complica il già difficile tentativo di costruzione identitaria. Senza un sostegno, per il ragazzo non è facile trovare una propria identità, affrontando la separazione dalle figure di riferimento. Le difficoltà da affrontare sono molteplici, ma superabili a patto che vengano dati gli strumenti per affrontarli e che ci sia la presenza di figure di accudimento capaci di non farli sentire 26

soli nelle molteplici separazioni- individuazioni che devono affrontare sotto diversi aspetti. Le numerose ricerche condotte in questa direzione e in prima linea la storia di Hassan sembrano volerci ricordare come, a prescindere dal tipo di strategia identitaria utilizzata dal minore di fronte alla famiglia e alla nuova società d’approdo, la condizione necessaria per sviluppare e mantenere un equilibrio positivo e stabile del sé, sembra essere data dalla possibilità di sentirsi a proprio agio e di poter esprimere la propria persona all’interno del contesto in cui si interagisce e con qualcuno di significativo.

Dott. Salvatore Alfieri Progetto di pronta accoglienza per “Minori Stranieri non accompagnati” (MiSNA) Associazione Volontarius


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Festa dell’Associazione La Strada - Der Weg 2014 Il 14 giugno 014 in piazza Don Rauzi a Bolzano si è svolta l’annuale festa dell’associazione che cadeva nel trentaseiesimo anniversario della fondazione. A partire dalle 17.00, dopo un forte acquazzone che ha rallentato i lavori di preparazione è partito lo stand di animazione per bambni e famiglie, molto frequentato e apprezzato con l’area per la pittura su viso, il castello gonfiabile, lo street hockey e il calcio balilla. Dopo la messa nella parrocchia della Visitazione, verso le 19. 0 si è dato il via alla musica dal vivo con l’ottimo gruppo meranese dei Nova Singers che hanno offerto un repertorio nazionale ed internazionale dagli anni 60 ai giorni nostri. Contemporaneamente la nostra

cucina da campo iniziava a distribuire a diverse centinaia di persone porzioni di pastasciutta sapientemente cucinata dai cuochi volontari.L’affluenza e il gradimento degli abitanti del quartiere è stata alta. Complessivamente sono stati cucinati e distribuiti gratuitamente ca. 0 kg di pasta. Un ringraziamento speciale va a tutte le persone (quest’ anno finalmente in numero consistente, ma possiamo ancora migliorare) che hanno dato il loro contributo nelle fase di montaggio, smontaggio e riconsegna materiali e nello svolgimento della festa (animazione, cucina, stand informativo,ecc..) M.A.

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26 giugno 2014-XVIII giornata mondiale lotta alla droga Pubblichiamo la lettera in merito di Don Mimmo Battaglia, presidente FICT, dal titolo “26 giugno: affrontare le dipendenze significa guerra alle mafie” È tempo di crisi e le emergenze si susseguono, si inseguono e si sovrappongono. La disoccupazione giovanile e il drop out dal mondo del lavoro degli ultra cinquantenni sembra che impediscano la speranza; corruzione politico amministrativa che toglie il respiro; debito pubblico in aumento; aumento dei nuovi poveri; sbarchi sempre più numerosi in un’Europa che assume le vesti di un nuovo Pilato: questi sono gli argomenti all’ordine del giorno e in questo scenario, quasi apocalittico, sembra che sia scomparso dalle agende politiche, e quindi dalle emergenze sociali, il problema delle dipendenze patologiche, nonostante si assista ad un aumento dell’alcolismo, dell’uso delle sostanze psicotrope, alla presenza dilagante del gioco d’azzardo, e a sempre nuove dipendenze comportamentali che sono la faccia perversa di una società supertecnologica. Si ha l’impressione che fra gli ultimi esistono quelli che sono ancora più ultimi, ed è come se non ci fosse un limite all’ “esclusione” da questa società.

Sappiamo, inoltre, che la dipendenza patologica è terra di contatto e di confine tra le mafie che, sulle fragilità di una società sempre più additiva, fanno affari, e le famiglie che si presentano in uno stato sempre maggiore di affanno nella sfida educativa che i giovani di questa società ci propongono. Affrontare le dipendenze significa, da una parte, guerra alle mafie (e su questo notiamo un impegno notevole della magistratura e della Chiesa); dall’atra parte significa aiutare e sostenere le famiglie nelle attuali difficoltà a sopravvivere e, soprattutto, educare. Ma significa anche dare la possibilità della cura alle persone che, nelle dipendenze, sono scivolate. A fronte di questa dimenticanza, è sotto gli occhi di tutti la sofferenza delle comunità terapeutiche, perché i tagli alla sanità sono stati tagli lineari in cui rami secchi e virgulti sono stati tagliati ugualmente. La spesa sanitaria deve ridursi anche a scapito dell’aiuto dato e da dare a questi “ultimi”. La prevenzione delle dipendenze, in una crisi economica di tale portata, è diventata perciò, un optional e, siccome sappiamo bene che non può essere educazione frontale ma impegno educativo verso i ragazzi , questa non viene sostenuta a nessun livello, ma è lasciata in mano a volontari di “ buona 9


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volontà”. soggetti attivi della ricostruzione della E allora, cos’è che dovremmo cele- dignità umana. brare in questo 6 giugno!?! L’orribile La nostra è una società che onora il silenzio in cui tale problema è caduto? potente di turno anche se corrotto e La negazione di un problema con il non sa, invece, costruire percorsi che, nostro volgere lo sguardo altrove fa- partendo dalle nostre fragilità, divencendo finta che non ci sia? La mancata tino forza sociale di cambiamento e di attenzione agli uomini e alle donne in giustizia. Quindi il 6 giugno noi cedifficoltà? La lebriamo la chiusura delle battaglia per comunità? … un mondo più Eppure, in quegiusto, onesta giornata, sto, aperto, noi celebriamo solidale, che le battaglie e sappia cole vittorie e le struire percorsconfitte dei si di reciprociragazzi, degli tà all’interno uomini e deldi profonde le donne che differenze inbussano alle dividuali, con porte di quel’obiettivo di Don Mimmo Battaglia ste maltratabitare questa tate comunità. Non una moltitudine terra con pari dignità, spinti dal poteninforme, senza nome e senza volto, te motore che dà il desiderio della ma volti e nomi da noi accolti, cono- giustizia. Auguriamo a tutti noi che sciuti, e aiutati, con i quali costruiamo, operiamo in questo settore di resistere continuamente, percorsi di amicizia, e a tutti i cittadini della nostra società liberazione, giustizia, solidarietà e re- la possibilità di dire : I care! ciprocità. Ci piacerebbe una società che sappia Sac. Mimmo Battaglia riconoscere i nomi, essenza della per- Presidente FICT sona, dei caduti sul lavoro, delle persone sbarcate sui nostri lidi, dei nuovi poveri, di tutti gli emarginati; una società che non faccia degli ultimi gli oggetti di una politica del welfare ma 0


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La città a colori Mostra fotografica al Polo Ovest Tutto inizia in febbraio, dal corso di formazione per volontari “Progettazione” organizzato dalla Federazione Provinciale delle Associazioni Sociali. La relatrice, Simonetta Terzariol assegna come compito la stesura di un progetto. Mirella - che frequenta il corso con Hartwig e Christian gli altri due volontari dell’Ass. la Strada-Der Weg - pensa al gruppo di signore provenienti da vari paesi che ogni giovedì mattina, da due anni, incontra al Polo Ovest Firmian per conversare in lingua italiana. È una scuola speciale quella del Polo Ovest, dove le persone, animate da un vivo desiderio di incontro e scambio di esperienze, raccontano storie di vita, confrontano tradizioni e culture mentre esercitano le strutture grammaticali e imparano nuove parole. Dopo molti mesi di incontri una volta alla settimana, scaturisce l’esigenza di uscire dall’ambito ristretto di Firmian per esplorare il Centro Storico di Bolzano, così lontano e misterioso per chi vive confinato nel quartiere di residenza.

Per radicarsi nella nuova città e amarla è necessario conoscerla. Parte così il progetto “La città a colori”. In una luminosa mattinata di aprile le signore, gli operatori e i volontari che gravitano nella struttura vanno ad esplorare il Centro storico con Mirella che mette a disposizione del gruppo la sua competenza di guida turistica. In una seconda uscita si scattano le foto ai monumenti e agli angoli più suggestivi. Poi la volontaria Rosina cura la realizzazione delle cornici per le foto con la collaborazione di tutti: volontari, operatori, donne del corso e bambini del pomeriggio. Infine il 30 maggio nel cortile interno del Polo Ovest le foto vengono messe in mostra in una festa di quartiere animata da giochi e dal concorso che invita tutti i presenti a segnalare la foto preferita. “La città a colori”. Un esempio di come un progetto condiviso crea sinergia tra tutti i soggetti che a vario titolo vi collaborano con diverse professionalità liberando un’incredibile carica di creatività. Daniela Bonmassar 1


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L’estate? ...te la organizza Arianna Ricco programma di attività messo a disposizione dell’Area Bambini e Giovani Il progetto Arianna ha svolto un’importante servizio per tutta l’Area Bambini e Giovani dell’Associazione La Strada – Der Weg ONLUS, in quanto ha elaborato un programma variegato di attività per il periodo estivo che ha riscontrato un forte gradimento da parte dei ragazzi e delle ragazze

ospiti delle nostre comunità residenziali e centri diurni per minori. Le iscrizioni sono arrivate in gran numero e così a partire dal 7 luglio e fino al 29 agosto i ragazzi, coadiuvati da operatori esperti, potranno partecipare ai seguenti corsi:

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palestra-pesistica arti marziali laboratori artistico-crativi nuoto per principianti-progrediti pallavolo fitbox e tonificazione muscolare approccio alla barca a vela

Ricordiamo che il progetto Arianna (al femminile) e l’omologo progetto Ulisse (al maschile) durante l’anno svolgono un importante servizio di sostegno e orientamento a giovani adolescenti: la filosofia del progetto prevede infatti di accompagnare i ragazzi nella loro crescita aiutandoli a prendere consapevolezza dei propri talenti e a costruirsi nuove abilità attraverso laboratori esperienziali e incontri individuali, con il fine di renderli più autonomi e capaci di individuare un proprio sbocco nel presente e nel prossimo futuro. M.A.


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A S. Isidor un’estate all’insegna di arte, musica, cratività e movimento L’estate degli utenti di S. Isidor sarà caratterizzata da varie attività lavorative e ricreative. Oltre ai laboratori di arte terapia, musicoterapia, manualità e lavorazione del vetro, la comunità sarà impegnata settimanalmente nel servizio di pulizia del Biotopo Falschauer nel Comune di Lana per poi concludere l’estate con un meritato soggiorno di una settimana nella casa alpina di Tret all’insegna della vita di gruppo a stretto contatto con la natura Andiamo ora ad approfondire i significati di arteterapia e musicoterapia

Arteterapia Per arteterapia si intende l’insieme di attività e procedure che utilizzano l’arte come strumento terapeutico per il sostegno e la crescita delle persone nella sfera emotiva, affettiva e relazionale L’arteterapia si basa sul presupposto che il processo creativo che scaturisce dal “fare arte” produca comunque benessere, salute e quindi una migliore qualità di vita Nell’arteterapia viene data grande importanza al “processo” artistico, cioè al percorso che porta la persona a produrre un oggetto finale. Quest’ul-

timo non deve essere né interpretato né sottoposto a giudizio estetico, in quanto ogni espressione del sé è una testimonianza autentica di una propria percezione profonda e quindi unica per la persona. L’arteterapia aiuta dunque a incrementare la consapevolezza di sé, a fronteggiare situazioni di difficoltà,

stress ed esperienze traumatiche, a migliorare le abilità cognitive e a godere del piacere che la creatività artistica porta con sé.

Dove va la mano là seguono gli occhi. Dove guardano gli occhi là si dirige la mente. Dove posa la mente là nasce l’emozione. Dove palpita l’emozione là si realizza l’essenza dell’arte (Abhy Naya Darpana, Trattato Indiano) (Fonte http://www.artecometerapia.it)


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Musicoterapia La musicoterapia è un’attività che utilizza la musica e il suono come strumenti di comunicazione non verbale in un’ottica di intervento educativo, riabilitativo e terapeutico. Con la musicoterapia si possono potenziare varie funzioni potenziali dell’individuo al fine di favorirne una migliore integrazione interpersonale.

(fonte wikipedia.org) In musicoterapia si parte dal presupposto che ogni nostro gesto, movimento, azione, intonazione della voce scaturisca da quello che bolle dentro di noi, dalle nostre emozioni, belle o brutte che siano. In ogni nostro gesto, movimento, azione, intonazione della voce, c’è un ritmo, un tempo, una musica. La musicoterapia cerca di dare voce a questo ritmo, trasformandolo in melodia, canto, armonia. Non esiste essere umano privo di ca 4

pacità musicali, esse sono in ciascuno di noi perché la nostra storia è intessuta di ritmi, suoni, versi, rumori, a partire dal momento del concepimento. Il silenzio è il grande assente nella vita dell’uomo sulla terra. Voci, suoni, rumori, versi del mondo sono il silenzio della natura. La musica dà alla persona la possibilità di esprimere e percepire le proprie emozioni, di mostrare o comunicare i propri sentimenti o stati d’animo attraverso il linguaggio non-verbale. Il musicoterapeuta oltre a conoscere la struttura della musica (ritmo, melodia, armonia) è anche esperto della complessità del suono (fisica acustica). Il suo compito è quello di interagire con la persona , diventando per l’individuo un mezzo tramite il quale aprirsi al mondo esterno e trasmettere le proprie emozioni (fonte www.musicoterapia.it) M.A.


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La Strada - Der Weg und die “Biwaktour” Sechs Jugendliche der verschiedenen Wohngemeinschaften des Vereins „La Strada-Der Weg ONLUS“ werden im Rahmen eines erlebnispädagogischen Projekts drei Tage in den Gadertaleralpen verbringen. Begleitet werden sie von den Erziehern Florian, Sigi und Thomas, die

spezifische Fortbildungen im Bereich Erlebnispädagogik und Naturerfahrung aufweisen können. Dort, mitten in der Natur, zwischen Wanderungen und Kampieren unter freiem Himmel, können die Jugendlichen an ihrem eigenen Handeln ihre Ressourcen, Stärken und Schwächen erkennen und ausleben. Da die Jugendlichen in den verschiedenen Wohngemeinschaften des Vereins leben und die Erzieher normalerweise in den Tagesstätten arbeiten, wird während der drei Tage eine neue

Gruppendynamik entsteht, die relativ unabhängig vom jeweiligen Alltagsleben ist. Diese Ausgangsbedingungen sind bewusste Entscheidungen um Verhalten wie Teamfähigkeit, Toleranz und Akzeptanz zu fördern. Außerdem werden die Teilnehmer aktiv aufgefordert, Verantwortung zu übernehmen. So „schleppt“ jeder Jugendliche seine eigene Verpflegung und Teile der Gruppenausrüstung in seinem Rucksack und wird daher auch die Konsequenzen für seine eigenen Überlegungen und für sein Handeln „tragen“, sei es wegen des Gewichts des Rucksacks, der Ausdauer beim Wandern und wegen des eigenen Essens- und Trinkvorrats, den jeder für sich selbst entschieden hat und auch selbst transportiert. Ziel ist es die Grenzen, auf die jeder einzelne stoßen wird, bewusst zu überschreiten, sich mit entstehenden Problemen und Konflikten auseinanderzusetzen und Lösungen auszuloten. Wir wünschen euch ereignisreiche, abenteuerliche und schöne Tage in den Alpen!!! Lena Prossliner 35


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Eine Möglichkeit, bei Kindern den Spaß am Lernen zu erhalten Andrè Stern und seine Ökologie des Lernens Viele kennen Andrè Stern bereits als Protagonist des Dokumentarfilms „Alphabet“.

Am 8.Juni war der “Freilernexperte” dann im Haus der Familie am Ritten eingeladen und sprach über seine „Ökologie des Lernens“. Um sich Sterns pädagogischen Anschauungen zu nähern, sind punk 6

tuelle biographische Informationen hilfreich: Andrè wuchs als Sohn des Forschers und Malort-Gründers Arno Stern und dessen Frau Michelle in Frankreich auf und hat, und dies ist das besondere, nie eine Schule besucht. Es war die Überzeugung der Eltern ihn ohne den Stress von Wettbewerb zwischen Gleichaltrigen und genormte Institution zu erziehen. Der Musiker, Komponist, Gitarrenbaumeister, Journalist und Autor - unter anderem des Buches „... und ich war nie in der Schule“ - beschreibt seinen „Bildungsweg“ als das Natürlichste, was man überhaupt erleben kann. So erwirbt der junge Andrè Sprachen durch Immersion: Deutsch erlernt er durch den Vater und Englisch mit Hilfe eines jungen Briten, der sich länger im Atelier des Vaters aufhält. Anhand des Maerklin Eisenbahnen versteht er das Funktionieren von Dampfmaschinen. Der Freilernexperte empfand es auch nicht als Nachteil in seiner Kindheit wenig Umgang mit anderen Kindes gehabt zu haben und vielmehr in Gegenwart von Erwachsenen groß geworden zu sein. Der Erwerb von Wissen und Spaß am Lernen waren seinen Aussagen nach in der Kindheit Synonyme.


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Er sieht sich als lebendiger Beweis dafür, dass jede Person nur lernen kann, wenn sie lernen will. Die Einzigartigkeit eines jeden Menschen definiert die Art und Weise wie wir uns für Dinge interessieren. In diesem Sinne sieht Andrè die Zukunft seines Sohnes nicht auf einer besonderen Alternativschule, denn wenn man es gewohnt sei im Ozean zu

Andrè Stern

schwimmen, werde man in einem Aquarium, so naturgetreu und groß es auch immer sei, nicht glücklich. Es gibt auch keine Einschränkung für die Art der Familie, die sich für das freie Lernen entscheidet, denn es ist Stern wichtig diesen pädagogischen Ansatz nicht als exklusives Lernen für Privilegierte verstanden zu wissen. Diese Aussagen und Erzählungen werfen im Vergleich mit dem konventionellen Schulsystem die Frage auf, ob das Lernverhalten von Kindern standardisierbar sei, ober ob vielmehr, wenn man dem Kind als

Elternteil vertraut, das freie Lernen für die Kreativität und kostbare junge Lebensenergie nicht sinnvoller sei. Andrè Stern selbst sieht keinen Sinn darin sich als Gegner des gegenwärtigen Schulsystems zu präsentieren. Viel mehr möchte er von seiner persönlichen Erfahrung erzählen, um Skepsis abzubauen und den Menschen eine Chance zu geben, sich selbst eine Meinung darüber zu bilden. Überhaupt sei das Thema des Lernverhaltens von Kindern keine Debatte über Schulen, sondern eher eine generelle Debatte über den Begriff Bildung. Sollte die Bibliothek des Vereins das Buch im Jahr 014 ankaufen, würde uns dies die Möglichkeit bieten, wie Andrè Stern empfiehlt, uns in eine ungewöhnliche Art des Lernens einzulesen. Lena Prossliner Informationen aus: FiS „Familie in Südtirol“ 9.JG-Nr. Juni 014 La Repubblica, lunedì giugno 014

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La Terapia De Andrè Direttamente tratto dalla Biblioteca del Centro Studi (in corso di riorganizzazione e aggiornamento) presentiamo l’ opera di Gabriele Catania “La terapia De Andrè: come comprendere il disagio psicologico attraverso le parole del grande cantautore” (2013). “Dietro uno scemo c’è un villaggio, cantava De Andrè prendendo di mira i pregiudizi e la superficialità di chi non capisce, isola e sbeffeggia gli ultimi e i diversi. Abbracciando con empatia il loro punto di vista, ha dato voce al dolore di chi non ha le parole giuste per farsi ascoltare e ha espresso una comprensione totale e incondizionata. Per questo le sue canzoni si sono rivelate una preziosa strategia terapeutica: chi soffre di un disagio emotivo può essere guidato a identificarsi nei personaggi del grande cantautore, come Marinella, il pescatore, il suonatore Jones, il medico, il chimico, e a riconoscere in loro quei meccanismi psicologici che generano sofferenza e impediscono la guarigione. Allo stesso modo genitori, amici e parenti riescono a cogliere il nucleo del problema e si liberano del fardello distruttivo della colpevolizzazione e delle aspettative mal riposte. Da al38

cuni anni lo psicoterapeuta Gabriele Catania utilizza il canzoniere deandriano per aiutare i suoi pazienti a superare piccole e grandi difficoltà interiori e relazionali, dagli attacchi di panico all’ anoressia, dalla paura della morte al rapporto conflittuale con i genitori, dal desiderio di essere accettati al bisogno d’ amore”. Qui di seguito riportiamo alcune parti dell’ intervista che il giornale di scienze psicologiche “State of Mind” (www.stateofmind.it) ha avuto modo di rivolgere all’ autore del libro.

S.o.M. Con Amici della Mente ONLUS , l’Associazione Locanda Spettacolo e la scuola di musica “Cluster” ha dato il via al progetto Faber in Mente. Ci racconta in cosa consiste? Da circa quattro anni, all’interno del Dipartimento di salute mentale dell’Ospedale L. Sacco di Milano, in collaborazione con l’Associazione di volontariato “Amici della mente onlus” (www.amicidellamente.org), che opera nello stesso ospedale, è stato attivato un progetto denominato “Faber in Mente”. Questo progetto, da me ideato e coordinato, intende utilizzare l’opera e il pensiero di Fabrizio De Andrè in ambito psichiatrico per il raggiungi-


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mento di due obiettivi concreti: quello di favorire la diffusione empatica, attraverso il linguaggio della musica, del teatro e delle opere letterarie, dei concetti utili a contrastare i pregiudizi su tutte le forme di disagio psicologico e quello di intervenire nel processo di cura dei pazienti che soffrono di tale disagio. Mi piace ricordare che l’attività di lotta contro lo stigma sui disturbi psichici non è solo un intervento di tipo culturale ma anche e soprattutto di prevenzione secondaria del disagio mentale. È noto infatti come la disinformazione e l’ignoranza su tali disturbi porti molte persone a non curarsi o a curarsi male, con costi consistenti sia a livello individuale che collettivo. Forte di questi argomenti, qualche anno fa, decisi di parlare del mio progetto alla Fondazione Fabrizio De Andrè. Il risultato fu che ci trovammo a condividere il convincimento che certamente Faber avrebbe apprezzato l’idea che il suo pensiero e la sua opera potesse essere utilizzata per provare a produrre un cambiamento concreto nella società. Da allora grazie alla collaborazione e l’incoraggiamento della Fondazione, il progetto Faber in mente ha programmato e realizzato un numero sempre crescente di attività. Oltre alla realizzazione di spettacoli teatrali ( “Le stanze di Faber” realizzato dalla compagnia “Locanda spettacolo”) e

musicali (è in fase di produzione un Compact Disc con la collaborazione di Franz Di Cioccio dove verranno raccolte nove canzoni cantate dall’ ensemble “Faber in cluster”) è stato avviato un programma di riabilitazione psichiatrica (dal titolo: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore“) presso una struttura semiresidenziale del nostro Dipartimento di Salute Mentale che utilizza le canzoni di De Andrè come mezzo per favorire lo sviluppo di un rapporto empatico dei pazienti con la loro sofferenza.

S.o.M. Da cosa è nata l’idea di utilizzare le canzoni di De Andrè per raccontare il disagio psichico? Tutto accadde quando ascoltando la canzone di De Andrè “La ballata dell’amore cieco” (o della vanità) mi venne in mente, in modo del tutto inatteso, il caso di una mia giovane paziente anoressica che avevo in trattamento. Sulle prime rimasi abbastanza sorpreso: che cosa poteva entrarci quella canzone con la storia di un’anoressica? Poi invece mi accorsi che l’aspetto clinico che stavamo affrontando proprio in quel periodo della terapia con la paziente, era contenuto in quella canzone. Infatti in essa si racconta la storia di un uomo innamorato che vive un rapporto complicato con la sua donna. Quest’ultima continua a fargli richieste emotivamente molto pesanti (come strap-

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pare il cuore di sua madre per darlo ai cani o addirittura uccidersi per lei) per essere ricambiato. Quasi come se quell’uomo dovesse costringersi a sacrifici estremi per meritarsi l’amore della sua innamorata. Un amore dunque basato su una precisa condizione: quella di non doverla deludere. Solo allora mi ricordai che anche la mia paziente si trovava in una situazione simile. Mi aveva detto che fin da bambina il rapporto affettivo con i suoi genitori era regolato da una condizione simile, una specie di contratto: “tu non ci deludi e noi apprezzeremo le tue fatiche ricambiandoti con il nostro affetto”. Lei non aveva una consapevolezza precisa di questo aspetto del suo problema, così decisi di farle ascoltare la canzone. Attraverso l’ascolto di quel brano, che non conosceva, quella giovane donna si identificò con il personaggio di De Andrè e potendosi distanziare dalla sua situazione la riconobbe più precisamente. Quello fu un passo importante per l’evoluzione del trattamento perché su quella consapevolezza, la paziente, riuscì gradualmente a rimodulare i suoi vissuti in senso funzionale. Decisiva fu l’individuazione di un costrutto che le permise di considerare le relazioni affettive da un punto di osservazione diverso da quello alla quale era stata abituata. Lei aveva inteso la relazione come condizionata da uno scambio; 40

attraverso la riflessione suggerita da De Andrè, aveva invece capito che un rapporto affettivo autentico deve essere basato sull’ “amore a prescindere”.

S.o.M.. Qual è l’obiettivo clinico di questo lavoro? In che modo pensa che ciò possa agevolare il cambiamento in terapia e cosa intende per Terapia De Andrè? Questo libro è stato scritto per perseguire gli stessi obiettivi del progetto “Faber in mente”: cercare di far comprendere il disagio psichico attraverso una consapevolezza empatica, l’unica capace di fare in modo che le informazioni si possano legare alla memoria attraverso un processo di partecipazione emotiva e così rimanerci a lungo. Il libro è una raccolta di nove casi clinici nei quali sono state utilizzate delle canzoni di De Andrè per portare avanti gli obiettivi terapeutici. Il meccanismo utilizzato è quello del distanziamento: il paziente si identifica con il personaggio della canzone con il quale condivide una certa situazione di disagio emotivo, questo gli permette di distanziarsi dalla sua sofferenza e dai suoi elementi conflittuali, per poterla riconoscere più precisamente e più profondamente. Nei nove capitoli le storie si sviluppano attraverso la sovrapposizione di elementi clinici ricavati dall’esperien-


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za terapeutica e i tratti esistenziali dei personaggi raccontati da De Andrè.

Così “La ballata dell’amore cieco (o della vanità)” diventa “La ballata dell’amore di vetro (o dell’anoressia)” e affronta il tema della necessità di es-

sere amati a prescindere; “Un matto (dietro uno scemo c’è un villaggio)” diventa “Un matto fuori (dietro ogni stigma c’è una cultura)” per portare al centro della riflessione non solo il tema dello stigma psichiatrico ma anche il fatto che il vero problema della follia è la negazione del linguaggio del folle; “Canzone del padre” diventa “Canzone del padre depresso” e ci racconta dell’importanza di superare il conflitto con l’autorità/stato, come nel caso del personaggio di De Andrè, e con l’autorità/padre per il paziente; “Un medico” diventa “Un medico ossessivo” per farci scoprire come la nevrosi ossessiva può essere la conseguenza del mancato rispetto delle regole divine e la galera quella del mancato rispetto delle regole sociali, cioè della legge. Così su questa falsa riga “La ballata di Marinella” di41


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venta “La ballata di Giusy e Lalla”; “Il pescatore” “Il pescatore Gino”; “La ballata degli impiccati” “La ballata degli impanicati”; “Un chimico” “Un chimico paranoico” e “Il suonatore Jones” “Il suonatore di ricordi”.

S.o.M. In che termini la diffusione della cultura psicologica può portare benefici dal punto di vista socio-sanitario? Il suo può essere considerato anche un lavoro di prevenzione? Come ho detto prima la lotta contro lo stigma e contro i pregiudizi relativi al disagio mentale è un importante obiettivo di prevenzione secondaria di tali disturbi. La prevenzione secondaria in psichiatria si prefigge infatti di favorire la diagnosi precoce delle patologie mentali, di offrire degli interventi realmente efficaci e di individuare le categorie a rischio. Spesso però questi obiettivi diventano difficili da raggiungere perché i mezzi solitamente utilizzati per diffondere queste informazioni non riescono a raggiungere tutte le fasce di popolazione e soprattutto non sempre sono comprese. Solitamente infatti i convegni, gli articoli sulle riviste specializzate o le trasmissioni televisive a carattere scientifico, usano linguaggi poco comprensibili e soprattutto forniscono informazioni “fredde”. Noi invece usando i canali dell’arte e utilizzando i pazienti o gli ex pazienti che sono

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gli esperti per esperienza del disagio psichico riusciamo a creare una comunicazione “emotiva” veicolata dall’empatia e pensiamo che in questo modo le informazioni vengano meglio comprese e rimangano meglio in memoria. Il nostro progetto è nato proprio per questo, per favorire la diffusione diquesti temi attraverso l’arte. Pensiamo infatti che sia utile sostenere tutte quelle iniziative che permettono la “contaminazione dei saperi”, così un artista può contribuire alla clinica e il clinico (compreso l’esperto per esperienza) può favorire l’arte. Federico Rigotti


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Ippoterapia con la comunità S. Clara La comunità per minori S. Clara sta proponendo per il secondo anno un progetto di Ippoterapia che sta riscontrando un notevole successo. Il termine Ippoterapia nasconde e con-

tiene una varietà di stimoli e attività nella relazione uomo - cavallo che di seguito andiamo in parte ad approfondire Per ippoterapia si intende un’attività in cui tramite l’interazione con il cavallo la persona riceve stimoli positivi nelle aree motorie, psichiche, intellettive e sociali. Innanzitutto la persona diventa responsabile del benessere del cavallo e dunque prendendosene cura favorisce anche il proprio benessere psicofisico, che unito a quello dell’animale genera la perfetta armonia tra cavallo e cavaliere La grande valenza riabilitativa del cavallo deriva da alcuni fattori: il cavallo si muove alle varie andature con movimenti ritmici e per questo prevedibili, ai quali 4


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perciò è più facile adattarsi con i movimenti del corpo; il cavallo è estremamente sensibile al linguaggio del corpo inteso come gestualità e, essendo un animale altamente sociale, è comunque molto recettivo verso tutti i tipi di comunicazione; per andare a cavallo, alle varie andature, si impegnano numerosi gruppi muscolari e si coinvolgono vari campi della psicofisiologia e della psicomotricità; è un animale in grado di generare sentimenti ed emozioni intense; è ormai riconosciuto il valore del coinvolgimento emotivo nel processo di apprendimento; perché gli ambienti dove vivono i cavalli hanno rumori ed odori caratteristici e per questo molto evocativi; si ottiene una stimolazione tattile intensa tramite il contatto con un animale di grandi dimensioni, che aiuta la presa di coscienza e la conoscenza

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di sé e del proprio corpo; il cavallo è un essere che esprime emozioni proprie come la paura in cui ci si può riconoscere e dove si può assumere un ruolo rassicurante; allo stesso tempo, montare a cavallo, cioè su un animale grande e potente, offre sensazioni di protezione, di autostima e fiducia in se stessi. Il cavallo possiede tutte le qualità calore, morbidezza, odore, movimenti regolari, grandi occhi con sguardo intenso - necessarie a stimolare il processo di attaccamento fondamentale per lo sviluppo dell’essere umano. Andare a cavallo permette di stabilire contatti fisici e permette anche di essere gratificati, sia dall’offrire cure, carezze e massaggi, sia dal ricevere come risposta ai nostri comportamenti manifestazioni di gratificazione da parte dell’animale. (fonte Ministero della salute-www.salute.gov.it) M.A.


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Excelsior, chiusa una stagione intensissima Tempo di bilanci e ripartenze Si è da poco conclusa la stagione sportiva del Gs Excelsior e mentre già ci stiamo preparando al prossimo campionato, troviamo il tempo per volgere lo sguardo verso il percorso appena concluso per trarne un bilancio. Come sempre nel caso di Excelsior ci confrontiamo con due tipi di resoconti ben diversi tra loro. Il primo è di natura pratica e pragmatica e risponde alla domanda: quali sono stati i risultati conseguiti in campo? Non possiamo non lasciar parlare i numeri, come al solito precisi, neutrali e aihmè impietosi. Il campionato si è concluso con 22 sconfitte su 22 partite giocate, 145 gol subiti e 13 gol fatti. Da sottolineare un bel pareggio ad inizio stagione nel torneo denominato Coppa Provincia (quello che per la seria A è la coppa Italia) ed alcuni risultati di tutto rispetto soprattutto nel girone di ritorno (0-2 con il Vipiteno, 0-3 con il Colle Isarco, 1-4 con il Fortezza, 1-3 con l’Atletico Bolzano, 1-4 con il Rencio e il colpaccio sfiorato con il Laghetti: 3-4, con il gol del pareggio fallito all’ultimo secondo di gioco). Il secondo resoconto ha una valenza più etica; non ci chiede di quantificare ma di descrivere il modo in cui abbiamo affrontato il percorso.

La domanda è: come avete gestito il gruppo, come avete operato con i ragazzi della squadra e sul territorio per proporre un modello di sport attento al valore della persona? Il tema del valore della persona è un concetto chiave, un perno su cui si regge il progetto Excelsior. Valorizzare vuol dire dare il giusto valore alle persone, dunque l’interessato deve “accorgersi” che l’istituzione lo prende in considerazione, lo considera e quindi non lo ignora e se non lo ignora utilizza le sue potenzialità per il bene della squadra. Questo deve essere fatto con tutti i partecipanti della squadra dando ad ognuno la possibilità di esprimere il proprio potenziale. Poco importa allora se proprio nel potenziale tecnico-atletico dei vari ragazzi vi siano differenze abissali. Il senso non sta infatti nel fare un confronto tra le differenze per selezionare i migliori, ma nel monitorare il percorso dei singoli, in modo che ogni persona possa misurare su sé stessa eventuali progressi, battute d’arresto o peggioramenti. L’obiettivo dichiarato che tutti gli aderenti al progetto hanno ben chiaro non è dunque la vittoria ma la prestazione individuale e collettiva migliore possibile. In altre parole chiunque va in campo deve sentire la responsabilità di fare del proprio meglio per for45


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nire la migliore prestazione possibile, in un atto di riconoscenza e benevolenza nei confronti della squadra,. Tutto ciò che succederà di riflesso a quest’atteggiamento, dunque vittoria o sconfitta, sarà la pura conseguenza degli sforzi messi in atto. Ecco descritto un concetto fondamentale del nostro progetto: detronizzare il concetto di vittoria, togliergli il ruolo di obiettivo principale di ogni manifestazione sportiva e relegarlo al ruolo di semplice conseguenza. In gergo si dice: andiamo in campo per vincere e questo lo diciamo anche noi con Excelsior proprio per rimarcare il fatto che anche per noi l’agonismo è una parte fondamentale della pratica

nel nostro caso non mancano mai). Portare questo messaggio anche all’esterno della squadra non è semplice. Quest’anno abbiamo avuto alcune importanti occasioni per farlo: La presentazione del libro sul progetto Excelsior “Siamo Tutti Titolari”, l’incontro con l’emittente televisiva Euronews, la partecipazione al programma televisivo Passpartù sul canale regionale della Rai, varie apparizioni sulla stampa locale e soprattutto alcune conferenze tenute a Cassano Magnago in provincia di Varese, su invito dell’amministrazione comunale, dove assieme al campione del mondo Rino Gattuso siamo stati scelti come testimonial dei valori dello sport. Un anno intenso, coronato dalla vittoria della coppa disciplina, maturata proprio nell’ultima partita di campionato: vincere per la nona volta in tredici anni la speciale classifica che premia la squadra più corretta in e fuori dal campo, oltre che a ed essere un Rino Gattuso con la dirigenza Excelsior record a livello nazionale sportiva. Sarebbe più corretto dire: + motivo di grande soddisfazione e andiamo in campo per dare il meglio la conferma che lo sport ha un forte di noi stessi, tutto quello che succepotenziale educativo e dunque è uno derà sarà una conseguenza del nostrumento delicato ma anche preziostro comportamento. In questo modo so nelle mani di chi lo amministra e lo si riesce a dare il giusto valore all’esipropone ai giovani. to finale del match e a metabolizzare ed accettare eventuali sconfitte (che M.A. 46


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Estatissima 2014, un’iniziativa ormai insostituibile Iniziata a gonfie vele la nona edizione dell’ormai conosciutissima colonia estiva “ESTATISSIMA “ organizzata dall’associazione “La Strada – der Weg oNLUS” con i suoi centri giovani “Villa delle Rose” e “Charlie Brown”. La manifestazione, andata crescendo di anno in anno, incontra il favore di tante famiglie proprio per il metodo pedagogico proposto: infatti, seppur

seguiti da educatori e volontari preparati, i giovani partecipanti si muovono in un clima di libertà, in quanto così come succedeva nei cortili, essi stessi possono decidere liberamente quali giochi e attività svolgere, sperimentando un mix di abilità pratiche e relazionali sicuramente utili alla loro crescita. Se a ciò si aggiungono la gita settimanale e l’appuntamento sempre

settimanale con la grigliata e i giochi d’acqua, la formula è perfetta per offrire un prodotto di successo. L’alto gradimento da parte di ragazzi e famiglie anche quest’anno non si è fatto attendere. 100 i ragazzi che hanno iniziato il primo turno, seguiti da più di giovani volontari e da 8 educatori professionali. Le prime due grigliate e la gita al parco avventura di Terlano hanno scandito questo inizio dii primo turno. Le foto parlano da sé. Quest’anno è in programma anche una grossa novità: l’associazione “La Strada – der Weg ONLUS” proporrà anche una MINI ESTATISSIMA per bambini/e dai ai 6 anni (scuola materna) dal 8.07. 014 al 08.08. 014 presso la scuola materna Gulliver. Vi sono ancora alcuni posti disponibili. Per info 0471. 0 4 1 o 0471.9 001 Il tutto è sempre possibile grazie al sostegno della Provincia Autonoma di Bolzano e del Comune di Bolzano. Andrea Vigni

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Il Volontario: ingresso e vita in associazione Il mio nome è Alessandro, e da pochi mesi ho fatto il mio ingresso come volontario all’Associazione “La Strada-Der Weg ONLUS”. Con tanta voglia di vivere nuove esperienze e d’esser utile agli altri ho deciso di iniziare la vita del volontario. In Associazione è presente una figura di riferimento che gestisce il gruppo volontari, che ha saputo accogliermi con riconoscenza e indirizzare il mio contributo in diverse attività. Molto timoroso di non esser competente ma entusiasta, cerco di integrarmi velocemente nelle attività da me scelte. La prima è la preparazione dei prodotti destinati al consumo nelle diverse comunità gestite dall’Associazione e verso famiglie segnalate per forti disagi economici. Qui, insieme a una bravissima signora, sono occupato tre mattine alla settimana. Contemporaneamente ho iniziato a frequentare la comunità “Il Focolare”, per offrire il mio contributo nell’accompagnamento pedagogico a ragazzi minori non accompagnati, stranieri e italiani.

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Con il trascorrere delle settimane, e dei mesi, l’affezione da parte mia alle attività cresce, e cresce la curiosità e la volontà di esserci e poter partecipare. Vivere esperienze con le persone, vivere relazioni, vivere la vita del volontario, dove si riceve senza esigere ma semplicemente offrendosi agli altri. Il volontario, quella figura che tutti noi sappiamo e vogliamo essere, per aiutare chi ha bisogno e appagare il senso sociale di fratellanza che è sentito in ognuno di noi e che vuole essere ascoltato.

Alessandro Negri


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Una Lezione di vita Monastero S. Damiano, Borgo Valsugana - 22 maggio 2014 Con non poca fatica, come si addice ad ogni umano percorso che nasconde un premio finale, arriviamo a destinazione: il monastero di San Damiano a Borgo Valsugana che da sessant’anni ospita le clarisse. Il premio non tarda ad arrivare. Dando solo per un attimo le spalle al monastero, il panorama che si apre davanti a noi ci rapisce. Le incantevoli montagne che si ergono all’orizzonte, così levigate e forti, sembrano proteggere le vallate sottostanti. Le distese di campi coltivati a frutto tutt’intorno riempiono lo spazio di colori e sfumature di ogni varietà. Il convento, in perfetta armonia con l’esuberante natura circostante, sembra chiamare per offrirci un’imperdibile esperienza. Ci sediamo nel silenzio del parlatorio. Siamo un gruppo composto dagli studenti della seconda A Odontotecnici dell’Istituto G. Galilei di Bolzano accompagnati dalla prof.ssa Paola e dal professor don Luciano Mabritto e alcuni volontari dell’Associazione “La Strada-der Weg ONLUS”. La grata robusta del parlatorio esalta anziché nascondere lo sguardo sereno e profondo di suor Letizia che ci accoglie con un sorriso cordiale e un

tono di voce delicato, gentile e nello stesso tempo fermo e deciso. Ci inoltriamo con le parole di suor Letizia in concetti profondi di spiritualità e condizione umana preziosi sia per gli adolescenti in ricerca della propria identità, che per gli adulti in verifica del percorso di vita. Suor Letizia spiega che la qualità della nostra natura è sociale e che ciascuno di noi dovrebbe impegnarsi per una società più giusta, migliore. E come la relazione si declini in modi diversi lo fa capire raccontando il dilemma che le si è presentato al momento della scelta definitiva tra l’operatività nel mondo, che fisicamente mette in contatto con gli altri, o la clausura. La sua decisione si radica nel desiderio di una relazione senza confini e scaturisce dalla convinzione che l’essere appartati favorisce la relazione, quella più ampia perché nella preghiera si sente in comunione con tutto il mondo, in profondità. Ora percepiamo la grata del parlatorio come una metafora della separatezza del monastero dal mondo e, paradossalmente, della sua totale apertura al mondo. Raccontando di sé, suor Letizia introduce i giovani al mistero della vocazione, cioè il diventare ciò che si vuole essere. Ricorda la fatica nel trovare la propria vocazione, i dubbi, 49


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i momenti di crisi poi risolti in passi di maturazione, la difficoltà nel fare accettare alla famiglia una scelta così radicale. Invita i giovani a conoscer-

si in profondità, ma esiste dolore e fatica sulla strada per la conoscenza del proprio sé e per la propria realizzazione. Solo ascoltando e assecondando la propria natura si può vivere in armonia con se stessi e si trova la pace, la felicità. Offre ancora spunti di riflessione importanti illustrando la giornata-tipo del monastero, impastata di tre ingredienti fondamentali: preghiera, lavoro, fraternità. I giorni delle clarisse scorrono uguali, in grande semplicità ed essenzialità. Solo così, eliminando le distrazioni inutili, è possibile intraprendere l’avventura faticosa 0

ma importante di trovare la propria interiorità, conoscere la bellezza del proprio mondo interiore e imparare ad accogliersi. Suor Letizia si congeda con l’augurio di diventare ciascuno, silenziosamente, un’oasi di pace, per diffondere pace anche semplicemente con un sorriso. Il sorriso che nasce dentro di noi è energia, è vita, è lo sguardo di Dio, che è dentro di noi quando lo viviamo. Sentiamo che questa potenza benefica inarrestabile deve uscire, deve poter esplodere trasformando la serietà del nostro volto nella forma di un sorriso. Il volto e le parole della clarissa esprimono questo scorrere dell’energia in noi. Alessandro Negri


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Il Centro Lanz in balia del vento Con il naso all’insù al festival degli Aquiloni Ai primi di maggio i ragazzi del centro Lanz hanno passato due splendide giornate sulla spiaggia di Cervia seguendo meravigliati le evoluzioni di centinaia di aquiloni provenienti da tutto il mondo e partecipanti al festi-

val Internazionale “Artevento”, uno fra i raduni di aquilonisti più famosi al mondo. ...Dal 1981, ogni primavera, il festival attira in Italia i più spettacolari artisti del vento dei continenti che, consacrando Cervia “capitale dell’aquilone”, teatro ideale di un grande incontro multietnico, ne trasformano per 10

giorni il cielo in un mirabolante circo di colori: è la festa della fantasia e della fratellanza fra i popoli che, fondendosi nell’abbraccio di in un’eterogenea comunità artistica, celebrano la filosofia della pace, l’elogio della creatività e il rispetto della natura. Tradizione consolidata in 0 anni di sogni affidati al vento, Il Festival Internazionale dell’Aquilone rappresenta un evento irrinunciabile per migliaia di appassionati, ed ospita ad ogni sua edizione delegazioni ufficiali provenienti da molti paesi del Mondo. Quest’anno erano rappresentati Australia, Austria, Belgio, Canada, Curacao, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Inghilterra, Israele, Italia, Lussemburgo,Nuova Zelanda, Olanda, Pakistan, Singapore, Spagna,Svezia, Svizzera, Tasmania, Ungheria e U.S.A. Oltre al volo libero delle delegazioni ufficiali dei paesi invitati, il programma del Festival prevede la presentazione degli artisti, dimostrazioni di 1


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combattimenti secondo le tradizioni dei vari paesi e folclore legato al tema dell’aquilone, esibizioni di volo acrobatico di precisione, laboratori didattici di costruzione e iniziazione al volo, spazi riservati a novizi e amatori, mostre e conferenze, musica dal vivo, spettacoli teatrali, voli in notturna e sorprese sotto il segno della fantasia‌ (fonte: http://www. festivalinternazionaleaquilone.com) M.A.


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ELIO’s GARDEN I ragazzi del Tilt si trasformano in artisti di strada All’ultima edizione di Asfaltart, il grande festival di Artisti di Strada svoltosi a Merano dal 1 al 1 giugno il centro giovani Tilt dell’associazione “La Strada- der Weg ONLUS”, e il centro Giovani Jungle hanno proposto con i loro ragazzi un apprezzatissimo spettacolo a base di recitazione, arti acrobatiche, giocoleria e danza. Di seguito la presentazione del progetto che

ha visto i ragazzi fare un articolato percorso di prove e autocostruzione di costumi, scenografie e materiali. “Ogni mattina i magici abitanti di un mondo incantato si risvegliano nel

caos e dopo un delirante susseguirsi di azioni riscoprono l’ordine e la purezza svegliando con gocce di rugiada chi ancora non ha lasciato il tepore del sonno.” “Così, grazie a loro, il resto della natura viene pervasa da energia e giganteschi fiori travolgono chi ha aspettato il loro risveglio in una gioia vorticosa.” ELIO’S GARDEN un mondo fatato creato dai ragazzi negli spazi dei centri giovani Tilt e Jungle. ELIO’S GARDEN è il primo dei percor-

si teatrali realizzati al centro giovani TILT con la collaborazione del centro giovani JUNGLE. Il percorso prevede un particolare lavoro sulla gestualità dell’attore, sul suo training vocale e sull’utilizzo di


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strumenti e scenografie adatti agli spettacoli da strada. I primi incontri hanno avuto come tema centrale la costruzione di figure acrobatiche e lo sviluppo della gestualità fino al superamento dei propri limiti. I ragazzi hanno così potuto meglio comprendere la meccanica del proprio corpo, cimentandosi successivamente nell’uso dei trampoli e del rullo utilizzati all’interno dello spettacolo, contenitore di virtuosismi acrobatici, di giocoleria e coreografie di danza. Il progetto ha la finalità di strutturare una continuità lavorativa con i partecipanti a questa prima sperimenta-

zione di teatro di strada e creare con questi una compagnia aperta con la quale poter partecipare agli svariati festival delle arti di strada presenti in tutta Italia ed all’estero, in particolare Spagna e Francia. M.A. + Valentina Vizzi

Le verdure di Pantarhei Giovani contadini nel mezzo della città La comunità diurna Pantarhei partecipa assieme ad altri enti e soggetti del quartiere Oltrisarco ad un progetto di Orto Comunitario coordinato dall’associazione Donne Nissà di Bolzano. L’orto si trova in Via Volta e viene gestito appunto in modo comunitario. I vari partecipanti si riuniscono periodicamente per suddividersi i lavori e pianificare la gestione dell’orto: preparazione aiuole, semina, cura, irri54

gazione, raccolto, ecc…) ...Un giardino che viene curato in comune da un gruppo di cittadine e cittadini di diverse culture è detto anche giardino interculturale. In anni recenti sono sorti sempre più giardini di questo tipo anche se ognuno ha caratteristiche proprie. Il requisito che li accomuna è quello di offrire a persone di diversa provenienza la possibilità di coltivare le verdure dei paesi di origine, una sorta di metafora del “mettere radici” in Europa. Al tempo stesso questi giardini sono


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un luogo di scambio e di conoscenza con le persone autoctone e con altri metodi di coltivazione. Questi giardini rappresentano un’opportunità, una sfida e un terreno per fare pratica di convivenza tra culture diverse. L’ idea di un orto condiviso nasce dalla iniziale volontà di ‘far respirare’ nuovamente un terreno urbano abbandonato trasformandolo in uno spazio verde. Il primo orto comunitario a Bolzano

è stato aperto da “Donne Nissà” nel parco delle Semirurali all’angolo tra via Sassari e Via Bari nel 010 “Subito dopo la consegna nel 010 abbiamo capito come l’orto racchiudesse in sé le premesse di un’ esperienza collettiva e sociale unica: nell’ orto non si lavora, ma ‘ci si prende cura di’; i risultati non sono mai individuali ma sempre frutto di collaborazione e attenzione reciproca, di un

effettivo impegno di squadra. Inoltre possiamo così godere di verdura fresca e biologica!” Lavorano nell’orto, oltre ad autoctoni di madrelingua tedesca e italiana, persone provenienti dal Bangladesh, Marocco, Inghilterra, Germania, Moldavia, Polonia e Lettonia. Siamo oltre 0 persone. L’età dei membri varia dallo studente alla pensionata. Ci aiutano inoltre associazioni per disabili e una scuola materna, prendendosi rispettivamente cura delle due aiuole rialzate e dell’aiuola dei bambini.... (fonte: www.nissa.bz.it) Dunque anche il giardino di Via Volta si avvia a svilupparsi in modo simile a quello delle Semirurali e dunque si tratta di un’ottima occasione per Pantarhei per integrarsi maggiormente nella vita del quartiere e dare la possibilità ai propri ragazzi di sperimentare il lavoro con la terra ma anche nuove relazioni interpersonali. M.A.


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Realizzazione/Ausführung: Centro Studi e Biblioteca Direzione/Direktion: Paolo Marcato Coordinamento/Koordination: Dario Volani Redazione/Redaktion: Dario Volani, Lena Prossliner, Massimo Antonino, Paola Fioretta Grafica/Grafik: B. Elzenbaumer, M. Antonino Edizione/Ausgabe: Nr.02/2014 - Giu./Juni 2014 56