Dono&Vita - Marzo 2022

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D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n°46) art. 1, comma 2 NE/PD - Iscr. Reg. stampa n°06125 del 17/12/97 - Tiratura e diffusione: 90.000 copie

stellano Foto: ©Bepp e Ca

Pubblicazione Trimestrale - Registrazione Tribunale di Treviso n.494 del 25/6/92 XLV - n.1 - marzo 2022 - Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale -

IL SANGUE SI DONA, NON SI VERSA!

Numero 1 - marzo 2022 - Periodico trimestrale di Informazione e Promozione di Avis - Associazione Volontari Italiani Sangue del Veneto e Abvs - Associazione Bellunese Volontari Sangue. Scarica anche in formato PDF su https://issuu.com/donoevita e visita la nostra pagina facebook per le notizie in diretta: https://www.facebook.com/donoevita


Per informazioni sulla donazione di sangue e plasma e/o prenotare, pubblichiamo i recapiti delle Avis provinciali del Veneto e di Abvs. A disposizione per informazioni anche la segreteria di Avis regionale Veneto.

Avis regionale Veneto

avis.veneto@avis.it 0422 405088 www.avisveneto.it

Avis provinciale Padova

padova.provinciale@avis.it 049 7800858 www.avisprovincialepadova.it

Avis provinciale Rovigo

sede@avisprovincialerovigo.it 0425 35860 www.avisprovincialerovigo.it

Avis provinciale Treviso

avis@avisprovincialetreviso.it 0422 405077 www.avisprovincialetreviso.it

Avis provinciale Venezia

venezia.provinciale@avis.it 041 950892 www.avisprovincialevenezia.it

Avis provinciale Verona

verona.provinciale@avis.it www.avisverona.it 045 8203938

Avis provinciale Vicenza

vicenza.provinciale@avis.it www.avisvicenza.it 351 1116275

Abvs provinciale Belluno

info@abvs.it 0437 27700

Cari lettori, se avete necessità di comunicare una variazione di indirizzo per ricevere il giornale, mandate un’e-mail all’indirizzo avis.veneto@ avis.it indicando nominativo e indirizzo completo e la variazione da apportare. Le variazioni di indirizzo non vanno inviate alla redazione che per motivi di privacy non ha accesso ai dati sensibili dei lettori/donatori.

Vanno inviate alle rispettive Avis Comunali 02

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SOMMARIO EDITORIALE 04

/ Vanda Pradal /

Dalla compravendita di organi alla “remunerazione” del plasma

PAGINA DEL DIRETTORE / Beppe Castellano /

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Nell’anno della guerra il ricordo di un’altra, solo 18 anni fa

ATTUALITÀ Dono&Vita Anno XLIII- n° 1 - marzo 2022 Periodico di informazione e promozione dell’Associazione Volontari Italiani Sangue e dell’Associazione Bellunese Volontari Sangue TIRATURA E DIFFUSIONE: 90.000 copie Distribuzione gratuita ai soci Avis-Abvs del Veneto e alle 3.400 sedi Avis comunali, provinciali, regionali in Italia. Editore - Segreteria - Amministrazione AVIS Regionale via Ospedale, 1 - 31100 Treviso tel. 0422 405088 - avis.veneto@avis.it REDAZIONE Via Ospedale, 1 - 31100 TREVISO - tel. 0422 252892 Cell. 335 6804120 e-mail: redazione.dono-vita@avis.it Presidente Avis Regionale Veneto e Direttore Editoriale: Vanda Pradal Direttore Responsabile: Beppe Castellano - b.castellano@avis.it Vice Direttore Esecutivo/Segreteria Redazione: Michela Rossato - m.rossato@avis.it In redazione: Valentina Calzavara Redattori responsabili per le provinciali AVIS-ABVS BELLUNO: Nicola De Toffol, PADOVA: Roberto Sartori; ROVIGO: Gianluca Munegato, Giovanni Chioldin; TREVISO: Andrea Nardo; VENEZIA: Fabio Reggio, Massimiliano Bonso, Giorgio Brunello VERONA: Paola Silvestri, VICENZA: Giovanni Vantin, Giuseppe Sciessere. Collaboratori redazione: Giorgia Chiaro, Dario Piccolo, Manuela Fossa, Silvano Vello; Nereo Marchi, Mario Lappa, Bernardino Spalivierio Domenico Rottari, Francesco Magarotto, Roberto Rondin. Hanno collaborato a questo numero: Dino Maurizio, Gruppo BUONE PRASSI Avis nazionale, Ufficio Stampa Avis nazionale, Luca Marcon, Stefano Pontello, Laura Zanardo, Michela Saviane, Silena Stefani, Gianni Milanese, Alberto Tuchnan, Laura Doria, LauraSquizzato Contributi fotografici: Archivio Beppe Castellano, Giorgia Stocco, Leonardo Castellano Idea Grafica: Elena Fattorelli - Luca Mirandola - Verona Impaginazione, ottimizzazione immagini: Art&Media-Castelfranco Veneto (TV) Stampa: Elcograf - Verona Diffusione Editoriale: Prontopack - Zevio (VR) Chiuso in redazione il 15 marzo 2022. Il prossimo numero uscirà a giugno 2022. IL MATERIALE VA INVIATO IN OGNI CASO ENTRO IL 15 maggio 2022. Lettere e interventi vanno inviati, firmati, a: REDAZIONE DONO&VITA, Via Ospedale, 1 31100 TREVISO - mail: redazione.dono-vita@avis.it Gli articoli delle AVIS Comunali DEVONO passare attraverso i redattori di ogni PROVINCIALE.

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L’Avis “scende in Pace” contro tutte le guerre e con l’Ucraina Uno spettro s’aggira per l’Italia: l’analfabetismo funzionale L’esperto: “essenziale il pensiero critico”

INCHIESTA: IL “DOPO” COVID 12 14 15

Quanto ci costerà in termini di salute la “non prevenzione” Tumori: col Covid meno prevenzione ma più ricerca su terapie antibiotici e “superbatteri” emergenza da combattere

ATTUALITÀ TRASFUSIONALE 17

Viaggio nella raccolta associativa Avis

ATTUALITÀ/PLASMA E PLASMADERIVATI 22 23

Continua la sfida sul plasma e la nostra autosufficienza L’intervista: Remunerati o rimborsati?

RICERCA SCIENTIFICA: AVIS-TES 26 27

Nuova convenzione fra l’Abvs e Fondazione Tes Cellule staminali multipotenti, progetti in corso e obiettivi

PROGETTI/AVIS REGIONALE 28 30 32

Io Valgo 3.0 - Con Admo e 4 Enti collaboratori, un questionario All of me - 15 uomini e donne, volontari e riceventi testimonial Fratelli di sangue: alla scoperta della Talassemia

CRONACHE ASSOCIATIVE VENETO 34 DonnAzione: ma quale sesso debole? 35 Avis e Aido Mirano insieme per la prevenzione tumori femminili 36 Gran festa anche a Belluno per BEST e Scuola 37 Le 89 Avis “Di Marca” tornano a scuola 38 Le campagne promozionali di Rovigo e Vicenza; le iniziative delle Abvs in Cadore e Comelico; Musica, protezione civile al dono e la coop che offre il ristoro a Mestre; scarpette rosse a Maserada e una famiglia di donatori a Ceggia, le “vele Avis” dei meteor a Venezia, nuoto paralimpico, Rugby a Paese, Giro d’Italia in arrivo

TESTIMONIANZE 44

Le tante strade che portano al dono: “Solo grazie a Voi mio figlio vive” - “1964: diventai donatore per un disastro aereo”

TEMPIO DEL DONATORE 47

Le “ferite del tempo” del Cristo in via di restauro e guarigione


EDITORIALE

Dalla compravendita di organi alla “remunerazione” del plasma di / Vanda Pradal / Presidente Avis Veneto

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na cicatrice lunga una quindicina di centimetri sul fianco sinistro di una donna afghana è il simbolo di un fenomeno attivo da anni in Afghanistan, ma che oggi conosce una ripresa molto preoccupante: il traffico d’organi. Dopo il ritiro dei contingenti militari occidentali la povertà crescente ha visto aumentare in modo importante coloro che vendono i propri organi pur di sottrarsi alla fame. Non sono esenti nemmeno adolescenti e bambini: a volte vengono trovati uccisi e privi di cornee, reni e talora anche del cuore. Pare che un rene possa valere, sul mercato clandestino, circa 3500 dollari. Questi fatti appaiono inconcepibili alla nostra coscienza, inquietanti, inaccettabili, esecrabili sia per la constatazione della miseria in cui versano alcune popolazioni, sia perché gli acquirenti sono probabilmente ricchi cittadini occidentali. Senza scrupoli. In riferimento a queste notizie si apre una riflessione che ci riguarda molto più da vicino. E se qualcuno proponesse, magari di fronte alla difficoltà di reperire donatori, di incentivare la raccolta di sangue e plasma con una qualche forma di remunerazione? Non necessariamente economica: accesso a cure mediche, buoni pasto, buoni benzina per gli spostamenti. Come suonerebbe alla nostra coscienza? La raccolta di sangue, plasma e derivati lasciata a più associazioni o società in regime di libera concorrenza: raccoglie di più, chi offre di più. Una prospettiva che ci farebbe inorridire come le notizie dall’Afghanistan? A fronte della situazione afghana si avverte come sia in gioco la dignità stessa dell’Essere umano. Meno eclatante può apparire un’eventuale proposta di remunerazione delle donazioni di sangue e plasma. Ma la radice valoriale è la stessa: contraria ai principi di come le istanze più alte dell’uomo e della sua stessa umanità non possono essere oggetto di scambio commerciale. Non può essere pagata l’amicizia, non può essere pagato l’amore, non può essere pagato il corpo umano. L’acquisto di umanità è indisponibile alle carte di

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credito. I trattati che costituiscono la base etica dell’Europa - Convenzione di Oviedo (1997) - parlano chiaro: è vietato “trarre profitto dal corpo umano e dalle sue parti”. E ancora i principi di riferimento del nostro Sistema sangue e della legge 219/2005 affermano che la donazione di sangue umano e suoi componenti debba essere “volontaria, periodica, responsabile, anonima e gratuita”. Eppure nello stesso continente, Patria della prospettiva solidaristica su cui poggiano gran parte dei Sistemi sanitari europei e di cui possiamo andare fieri, c’è il rischio che si insinuino (talora in buona fede) pensieri che conducono a una visione diversa. Ecco perché una nota inviata al Governo e ai presidenti di regione, da Avis nazionale e da tutte le Regionali, ha inteso evitare da subito e con chiarezza ogni equivoco: nessuna apertura all’estendere il concetto di gratuità fino a comprendere anche indennizzi o rimborsi di tipo ristorativo a favore del donatore. Ne va del significato stesso della donazione. L’etica del dono non riguarda solo l’esclusione di eventuali remunerazioni. Le caratteristiche citate sopra - e che la donazione deve avere secondo Avis - parlano d’altro. Dicono che donare è un modo di essere, uno stile di vita, prima ancora che un fare. Lo stile di chi sceglie di prendersi responsabilmente cura degli altri, della propria comunità e in particolare di chi è più fragile. E si sceglie di farlo gratuitamente, senza ritorno personale, anzi senza addirittura farsi riconoscere e periodicamente, con continuità. È proprio nella continuità che risiedono la solidità e il valore di una scelta. Proprio la continuità dà conto del fatto che il dono è un abito di vita: quello di chi trova in questo modo di essere il punto di maggior realizzazione della propria Umanità. Parola quest’ultima che non deve mai lasciarci indifferenti, dobbiamo farla nostra, difenderla sempre, e invocarla di fronte alle terribili immagini che ci arrivano della guerra in Ucraina. Non possiamo che esprimere un pensiero di vicinanza alle tante famiglie che stanno soffrendo e una preghiera accorata affinché la pace e la ragione possano prevalere sugli egoismi e le violenze.


PAGINA DEL DIRETTORE

Nell’anno della guerra, il ricordo anche di un’altra: solo 18 anni fa di / Beppe Castellano /

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eglio sarebbe dire “nell’anno delle guerre”: forse le dimentichiamo perché lontane da noi - anche se i loro effetti si fanno sentire dai migranti che attraversano il Mediterraneo dall’Africa - ma attualmente nel mondo le guerre in atto e/o non dichiarate sono più di dieci! L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, non dei russi, colpisce e ci “fa male” certamente molto più che le “piccole” guerre in Paesi per noi lontani, il più delle volte sconosciuti. È nel cuore dell’Europa che cadono le bombe, tuonano i cannoni, avanzano i carri armati, si combatte casa per casa e si... muore. Ed è in Europa che - dopo 80 anni - si aggira di nuovo lo spettrale terrore di un’altra guerra mondiale. Sarebbe la terza, stavolta definitiva, per tutti. La gara di solidarietà verso il popolo ucraino in fuga non si ferma. Anche le Avis - ma per loro natura non poteva essere diversamente - sono in campo, dalla Nazionale alla più piccola Comunale. Riflettendo sui titoli dei vari articoli di questo numero, copertina compresa, mi rimbombava però in mente come un “deja vu”; un “già visto e vissuto”, riguardo a titoli su

guerra, plasma e sangue che non “si vende, non si compra, non si versa”. Mi sono accorto che la storia si ripete, scorrendo il nostro archivio di “Dono&Vita”. Esattamente 18 anni fa, a febbraio come oggi, in tutto il mondo milioni di persone, in tutte le nazioni, manifestavano per la Pace. Gli Stati Uniti di George Bush jr stavano invadendo l’Iraq di Saddam Hussein, sulla scorta di presunte armi chimiche in possesso dell’Iraq. Alla prova dei fatti, mai trovate concretamente. L’Iraq è ancora in “rosso” sulla cartina sullo sfondo di questa pagina, si muore ancora per la guerra silenziosa e dimenticata con il vicino Iran. Nel frattempo, a gennaio 2003, a Porto Alegre in Brasile in occasione del Social Forum Mondiale, Avis nazionale - allora presieduta da Andrea Tieghi - assieme alla Fiods - coniava lo slogan: “Il sangue non si versa e non si compra, si dona!”. Ancora una volta ci tocca ripetere quasi gli stessi titoli, riferendoci alla situazione di guerra e alla “questione plasma”, ambedue di portata mondiale. Toccando con mano che la Storia è ben lungi dall’essere “Maestra di vita”, se la dimentichiamo nel corso di meno di una generazione.

Il grido “Pace” che arriva dal nostro Tempio

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entita partecipazione alla “Riflessione per la Pace” di domenica 13 marzo al Tempio Internazionale del Donatore a Pianezze di Valdobbiadene, chiamando a raccolta l’universo del volontariato, unito nel condannare ogni forma di violenza e prevaricazione, ribadendo i valori della solidarietà e della fratellanza. “La profonda tristezza suscitata dalla guerra che coinvolge drammaticamente il popolo ucraino e, contemporaneamente, sconquassa l’economia e gli equilibri del mondo intero, ha spinto noi donatori di sangue e di organi a ritrovarci per una riflessione sui temi della pace e della solidarietà. Animati dal coraggio della nostra vocazione di donatori e dalla consapevolezza che occorre fare di più:

ognuno di noi diventi sostenitore del dialogo quale strumento per costruire nel quotidiano “ponti” di vicinanza, di vita e di futuro” spiega Gino Foffano, presidente di ODV Tempio Internazionale del Donatore, organizzazione di Volontariato che riunisce le 4 sigle di volontariato del dono: Avis, Fidas, Fratres e Aido Nazionali, Avis Veneto, Fidas Veneto, Avis Provinciale Treviso, Fidas Treviso e Avis Comunale di Valdobbiadene. (V.C.)

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ATTUALITÀ: IL SANGUE NON SI VERSA

L’Avis “scende in... Pace” contro tutte le guerre e con l’Ucraina di / Michela Rossato /

Tante Avis a livello locale si sono mobilitate in tutto il Veneto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Partecipando a manifestazioni per la Pace, ma anche mettendosi a disposizione dei tanti profughi in arrivo da noi.

Sotto: Olha e Svitlana, le prime profughe accolte grazie al “corridoio umanitario” Avis

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urante la lavorazione di questo numero di “Dono&Vita”, l’Europa è stata sconvolta dallo scoppio della guerra in Ucraina. Dopo due anni di “lotta” al virus del Covid 19, combattuta con le armi della scienza e della medicina, carri armati e bombe hanno all’improvviso oscurato le prime “luci” in fondo al tunnel, facendoci ripiombare tutti in un’emergenza globale. Il 24 febbraio l’esercito russo ha invaso l’Ucraina, dando di fatto il via a una guerra che al momento di andare in stampa, a metà marzo, conta già migliaia di vite spezzate. La crisi tra Russia ed Ucraina, iniziata nel febbraio del 2014, si incentra sullo status della Crimea, della regione del Donbass e sulla possibile adesione dell’Ucraina alla Nato (North Atlantic Treaty Organization), l’alleanza fra Paesi dell’Europa e dell’America del Nord che permette ai Paesi membri di consultarsi e collaborare in materia di difesa e di sicurezza e condurre insieme operazioni multinazionali di gestione delle crisi. Poche ore dopo l’inizio dell’invasione russa, il presidente della Repubblica Ucraina Volodymyr Zelensky aveva lanciato un appello al dono del sangue, a cui la popolazione civile ha subito risposto in massa. “Grazie ad uno sforzo congiunto è stata costituita in breve tem-

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po una fornitura di emocomponenti in grado di rispondere pienamente alle esigenze della situazione attuale - aveva dichiarato l’associazione Donor.ua sulla sua pagina Facebook, sottolineando che - se necessario, il Ministero della Salute e il Centro di coordinamento trapianti ucraino faranno nuovamente appello ai cittadini”. Un appello al proprio popolo che ha da subito mobilitato anche parecchi donatori italiani, resisi immediatamente disponibili. L’ennesima, straordinaria dimostrazione del cuore grande degli avisini, ai quali il presidente di Avis nazionale Gianpietro Briola si è rivolto con gratitudine e spiegando la situazione. “Molti cittadini ci stanno contattando per rendersi disponibili a donare il sangue a sostegno del popolo ucraino - ha detto Briola - Ringraziamo tutti per questa profonda manifestazione di solidarietà. Nel nostro Paese al momento non sono in programma delle raccolte espressamente dedicate alle popolazioni colpite da questa guerra. Sarà nostra premura aggiornarvi tempestivamente, attraverso i nostri canali ufficiali, se dovessero esserci eventuali accordi tra le autorità competenti italiane, ucraine e le organizzazioni umanitarie. Ricordiamo inoltre che il bisogno di sangue non si ferma mai e serve programmazione per l’invio di sangue. Per questo è importante dare il proprio contributo in modo periodico, al di là di conflitti o calamità naturali”. Per dare subito, comunque, una mano Avis nazionale ha lanciato una raccolta fondi per finanziare l’acquisto di medicinali, dispositivi sanitari e l’attivazione di corridoi umanitari per gli ammalati ucraini. Ha, inoltre, preso contatti con numerose organizzazioni attive all’interno e all’esterno del Paese ucraino per coordinare gli aiuti e offrire il suo contributo incondizionato. Già nella prima settimana di raccolta sono stati raccolti 40mila euro, che hanno permesso l’arrivo in Italia, l’accoglienza e la prima assistenza sanitaria da parte di Avis nazionale di alcuni malati ucraini, affetti da malattie rare (e ai quali hanno fornito l’alloggio alcune Amministrazioni comunali).


IBAN: IT49N0200801601000100736058

“Se stiamo riuscendo a fornire un contributo concreto a chi, da un giorno all’altro, si è trovato la guerra dentro casa è solo grazie ai nostri straordinari donatori e alle Avis - ha commentato il presidente Briola all’arrivo delle prime due donne ucraine, Olha e Svitlana, malate di ipertensione polmonare - È proprio il caso di dire che la solidarietà non conosce confini e che le vite umane non si salvano solo donando sangue e plasma, ma anche consentendo a tanti innocenti di mettersi in salvo dalla follia umana. La raccolta fondi ci sta permettendo di acquistare medicinali, dispositivi sanitari e di gestire il corridoio umanitario. Ma la nostra missione è destinata a continuare - conclude - per questo mi rivolgo a tutte le donne, ai giovani e agli uomini che compongono la straordinaria famiglia di donatori, chiedendo loro di non smettere di aiutarci. Siamo abituati da sempre a vivere scegliendo di compiere quel gesto che consente anche ad altri di vivere. Oggi dobbiamo continuare a farlo anche in questo modo. Grazie a tutti quelli che sono e saranno al nostro fianco”. Al momento di andare in stampa, Avis sta ricevendo molte richieste di asilo in particolare da malati ematologici ed emofilici, e si sta attivando per poterle soddisfare. È quanto mai prezioso il contributo di tutti, con un bonifico bancario sul conto corrente con IBAN: IT49N0200801601000100736058 intestato ad Avis nazionale, con la causale “Donatori per la pace”. Ovunque, comunque, non si contano le iniziative di accoglienza dei civili, per lo più donne e bambini, in fuga dalla guerra, così come le manifestazioni di piazza che vedono Avis accanto alle altre associazioni di volontariato e cittadini per dire no a tutte le guerre. Manifestazioni che, dopo due anni di restrizioni e isolamento, vedono il ritorno pubblico di quei sentimenti di altruismo, vicinanza e generosità che il Covid sembrava aver “congelato”.

E il suo no a questa e a tutte le guerre, al sangue versato inutilmente, lo ha detto anche Avis regionale Veneto partecipando, il 6 marzo, alla “Giornata per la pace” organizzata a Villa Margherita di Treviso dall’Associazione “Veneti Schiacciati dalla Crisi” in collaborazione con il Comune di Treviso e Fondazione Mazzotti. Presenti, tra le altre realtà regionali e locali, anche i rappresentanti di Aido, Lilt e Odv Tempio del donatore. “Avis non sta al momento raccogliendo sangue per l’Ucraina, ma se servirà faremo come sempre la nostra parte – ha detto la presidente di Avis Veneto Vanda Pradal - Mi auguro che non ce ne sia bisogno e che questa guerra finisca al più presto. Chiedo a chi ne ha facoltà di far cessare il fuoco, perché di qualunque popolo e Paese siano, muoiono figli, fratelli, padri, madri, cugini, amici… Nessuno, mai, dovrebbe versare sangue per una guerra”. Una riflessione sul tema della pace si è tenuta la domenica successiva, il 13 marzo, anche al Tempio internazionale del donatore, a Pianezze di Valdobbiadene (Tv), nato su un luogo di guerra proprio per gridare al mondo che “il sangue si dona, non si versa”.

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Avis nazionale ha aperto una raccolta fondi, servirà a sostenere corridoi umanitari. Al momento di andare in stampa arrivavano i primi malati profughi, ospiti delle Avis.

Sopra: Avis in piazza per la Pace a Mestre. In basso, i vertici di Avis regionale e provinciale alla manifestazione contro la guerra a Villa Margherita a Treviso.

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ATTUALITÀ: ANALFABETISMO 2022

Uno spettro s’aggira per l’Italia, si chiama analfabetismo funzionale di / Beppe Castellano /

Analfabetismo funzionale: Incapacità di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni di vita quotidiana.

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he gli italiani non fossero poi dei gran lettori, benché “figli” di Dante e Manzoni, era un fatto già risaputo da decenni. In Italia solo il 44% (dati Istat, 2019) legge almeno tre libri l’anno. Consola un pochino il fatto che il 15,6% può annoverarsi fra i “lettori forti”, cioé persone che leggono almeno un libro al mese. In Italia l’analfabetismo “totale” non arriva all’1% della popolazione. Ciò che invece deve preoccupare, e parecchio, è il fenomeno dell’analfabetismo funzionale. Rispetto all’analfabeta strutturale - che non sa né leggere, né scrivere - il moderno “analfabeta funzionale” sa leggere, scrivere e far di conto (di solito soprattutto quest’ultima funzione), ma non è in grado di comprendere, elaborare, interpretare e tantomeno commentare a proposito un testo scritto. Ciò porta all’impossibilità, o limitata capacità, di comprendere e interpretare le informazioni di cui siamo bombardati, ormai tutti e tutti i giorni. In particolare, durante gli ultimi due anni con la pandemia, la mole di informazioni che ci ha raggiunto attraverso ogni canale di comuni-

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cazione è stata oceanica. La parte del leone (“da tastiera” concedetemi la facezia) l’ha fatta Internet con tutti i social annessi e connessi. Il rapporto OCSE-PISA del 2016 indicava molto chiaramente 6 diversi livelli di alfabetizzazione. eccoli: 1: competenza alfabetica molto modesta al limite dell’analfabetismo (analfabetismo funzionale grave); 2: possesso di un limitato patrimonio di competenze di base (analfabetismo funzionale non grave). Implica saper riconoscere l’idea principale in un testo semplice; 3: competenze sufficienti per poter analizzare un testo di cui si ha familiarità; 4: buone conoscenze per poter analizzare la maggior parte dei testi; 5: capacità riflessive ed interpretative tali da rendere possibile analizzare la quasi totalità dei testi, anche alcuni tra quelli complessi; 6: conoscenze elevate o molto elevate che permettono di confrontare ed integrare in maniera dettagliata e precisa più informazioni da più testi complessi.


Sotto il “livello 1” si parla di quell1% di analfabeti totali. Ma vediamo, sempre secondo il programma dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), com’era la situazione nel nostro Belpaese. Ebbene il 21% circa degli italiani (8 milioni di persone fra i 16 e i 65 anni) non superava il livello uno. Il 25,4% (quasi 10 milioni di cittadini) arrivava a malapena al livello 2, analfabeti funzionali “lievi”. In soldoni il 46% degli italiani non raggiungono il livello 3, che vorrebbe dire analizzare un testo con cui si ha già una certa familiarità. Solo il 5% di noi italiani raggiunge il livello 5. Sempre da un’indagine OCSE del 2019: il 5,5% comprende solo informazioni molto elementari, in testi molto brevi. Un altro 22% si ferma ad “assorbire” informazioni in testi dal linguaggio misto, purché non troppo prolissi. Secondo uno studio presentato al Forum di Cernobbio da The European House-Ambrosetti, la vera emergenza in Italia sarebbe proprio il fenomeno dilagante dell’analfabetismo funzionale e di “ritorno”. Secondo il report “Ridisegnare l’Italia. Proposte di governance per ridisegnare il Paese” le generazioni italiane nate fino alla fine degli anni ‘60, hanno avuto la possibilità di “salire” nella scala sociale, rispetto alla famiglia di origine. Per i nati fra il 1972 e il 1986, invece, c’è stata una notevole inversione di tendenza. “L’ascensore sociale”, invece di continuare a salire, ha iniziato a ridiscendere. Sempre secondo gli interessanti dati Piaac-OCSE l’Italia primeggerebbe in Eu-

ropa per un dato: il più alto numero di analfabeti funzionali che, inevitabilmente, porta a una altrettanto numerosa fascia di popolazione di low skilled (termine inglese che indica lavoratori poco qualificati). Durante la pandemia Covid-19, se possibile, il fenomeno si è ulteriomente aggravato. Con il forzato “confinamento” (per non usare l’odiatissimo termine lockdown) durato diversi mesi nel 2020, molti si sono ritrovati a dover imparare a usare giocoforza personal computer o tablet, anche per seguire i figli studenti nella Didattica a Distanza (Dad). È stato come aver dato una Ferrari a chi non ha mai conseguito la patente. Un mondo immenso di informazioni con tutto e il contrario di tutto, s’è s’è spalancato davanti chi non aveva le “armi” per difendersi. E i “ bufalari” hanno gongolato.

La “lettera dei 600” sul semianalfabetismo universitario e una petizione... “Molti studenti scrivono male in italiano, servono interventi urgenti”. L’avevano firmata in 600 fra linguisti, docenti universitari di ogni facoltà, rettori di università, filosofi, storici e accademici della Crusca e perfino economisti. Nella lettera, redatta e vergata a inizio 2017 e inviata all’allora Governo e al Parlamento, si lanciava un vero e proprio allarme sociale: gli studenti universitari “scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”. “Da tempo - si leggeva fra l’altro nella lettera - i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana” Ma ci andavano anche più pesanti: “il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico”. E si denunciava come c’erano docenti universitari che passavano parte del proprio tempo a correggere l’italiano delle tesi universitarie. L’allarme è stato forte, ripreso anche dai mass media dell’epoca. Risposta a quella lettera, circostanziata, dal Governo non ci fu. È arrivata a novembre 2021, grazie a una petizione lanciata su change.org e firmata da 50mila studenti. Al Ministro dell’Istruzione chiedevano l’abolizione della prova scritta di... italiano agli esami di Maturità. Gli esami scritti di italiano sarebbero “pleonastici” e portatori di “stress”. La speranza - chi aveva lanciato la petizione era un anonimo - è che si sia trattato di una moderna goliardata.

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ATTUALITÀ: ANALFABETISMO 2022

E poi c’è anche l’analfabetismo digitale

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n’altra forma, più moderna, di “analfabetismo 2022” è quello digitale . I risultati si sono visti proprio durante la pandemia Covid-19 negli ultimi 2 anni. Sempre secondo l’OCSE, ma i dati si riferiscono al 2016/2017, solo il 37% degli italiani fra i 15 e i 65 anni, sarebbe stato “in grado di usare internet in modo complesso e diversificato”. L’Italia, tanto per cambiare, risultava 28ª su 29 Paesi analizzati dallo studio. Un fenomeno che, unito a quello dell’analfabetismo funzionale di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti, ha rallentato la crescita economica del Paese, ma questo anche “grazie” al gap italiano di infrastrutture per la fibra aa banda larga. Ma il danno maggiore è quello di aver fatto deflagare ed espandere,

più che in altri Paesi europei, il fenomeno delle “bufale” ovvero, se proprio vogliamo usarlo il termine, “fake news”. Ne sappiamo qualcosa anche noi come Avis, quasi quotidianamente a combattere contro “notizie” (le virgolette sono d’obbligo) sul “sangue dei donatori vaccinati che si coagula”, sull’Rna o proteina spike o grafene e altre assurdità che “passerebbero” al trasfuso con il sangue dei vax. E così bufalando... Ma non è tutto. Se non si è al passo con i tempi i rischi anche per il “portafoglio” sono dietro l’angolo, per chi usa internet senza saper discernere il vero dal... verosimile che porta al.. falso. Le truffe, vere e proprie “rapine”, via internet sono ormai fra i reati contro il patrimonio più diffuse. Per non parlare di altro. Dal prossimo numero, grazie a “Informatici senza frontiere” e al loro presidente Dino Maurizio, il cui primo articolo leggete qui sotto, una pagina sarà sempre dedicata alla “Cultura informatica e “internettiana”. (b.c.)

L’esperto: “essenziale il pensiero critico” di / Dino Maurizio* /

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arlare di tecnologie digitali può sembrare un po’ scontato, visto che sono uno strumento che pervade la nostra vita, perciò proverò a sottolineare alcuni aspetti che possono aiutare a diventare più consapevoli dell’evoluzione che stiamo vivendo. Le tecnologie digitali sono le protagoniste della quarta rivoluzione industriale, ma dobbiamo sottolineare il fatto che la moderna rivoluzione digitale è ben diversa dalle precedenti rivoluzioni industriali, segnate dalla macchina a vapore o dell’elettricità. Nelle epoche passate il lavoro manuale veniva sostituito da quello meccanico, oggi l’elaborazione digitale sta sostituendo il lavoro intellettuale. Sempre più spesso deleghiamo certe attività legate al nostro modo di pensare e ragionare a delle macchine che lo fanno per noi. Non parlo solo delle operazioni matematiche, alla tecnologia affidiamo molte cose: la sicurezza della nostra vita al pilota automatico dell’aereo o dell’automobile, le decisioni sui nostri inve-

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stimenti a programmi automatici di trading, per non parlare delle azioni militari svolte dai cosiddetti droni e killer robot, che possono colpire un bersaglio guidate da un software. Questa nostra “delega” sta diventando sempre più una firma in bianco: non conosciamo i meccanismi di decisione delle macchine e non ci preoccupiamo di valutarne i possibili rischi.

* Dino Maurizio è presidente di Informatici Senza Frontiere. È una onlus nata nel 2005 con oltre 300 soci in tutta Italia. Operano per promuovere un uso della tecnologia più intelligente, sostenibile e solidale, la cui rilevanza è riconosciuta dall’ONU. La sede centrale è a Treviso. www.informaticisenzafrontiere.org Mail: info@informaticisenzafrontiere.org


Proviamo allora a capire se tutto ciò sia un bene o un male per noi cittadini. Dobbiamo constatare che nessun prodotto o servizio viene realizzato senza l’uso delle tecnologie digitali, e non parlo solo di cellulari o dispositivi elettronici, bensì di medicine, assistenza ai malati, oggetti come porte o finestre, orari del treno o prenotazioni alberghiere. Senza la digitalizzazione non avremmo avuto un vaccino Covid in meno di un anno, non sapremmo quello che succede in questo momento in tutto il mondo, non acquisteremmo musica stando a casa e non scopriremmo il significato di parole nuove in pochi secondi. Con le tecnologie digitali le persone non vedenti possono “leggere” il giornale e i chirurghi operare pazienti a distanza. Tutti questi aspetti positivi sono dovuti al fatto che i dispositivi hanno un certo grado di intelligenza che riguarda il “pensare”, inteso come la capacità di acquisire informazioni, elaborarle e costruirne di nuove. Un processo che avviene attraverso degli algoritmi. Ma dobbiamo anche renderci conto e prestare attenzione al fatto che i contenuti che vengono selezionati e riproposti attraverso le piattaforme social e i dispositivi tecnologici interagiscono col nostro pensiero, come non mai, andando a incidere sul nostro modo di pensare, sull’opinione che possiamo formare riguardo un argomento, sull’interazione che possiamo avere con altre persone. Insomma, senza che ce ne rendiamo conto, ci cambiano. E poi, il volume e la velocità con cui ci vengono somministrate tante nozioni, sono tali da mettere in crisi la nostra capacità di assimilazione. Essere consapevoli e capire meglio i meccanismi di tale processo ci rende più capaci di usare la nostra testa per selezionare le informazioni che ci arrivano e per elaborarle secondo i principi etici ed umani che ci accompagnano. Per quanto riguarda le macchine, lasciamo pure ad esse le operazioni ripetitive e complesse, ma senza delegare scelte critiche, mantenendo la consapevolezza e il controllo degli algoritmi che le governano. Tutto questo è necessario per poter difendere i nostri bambini dai problemi di cyberbullismo che riguardano il 10% dei giovanissimi, per contrastare la pedofilia in rete o le frodi online che coinvolgono il 63% dei fruitori della rete, ma anche per combattere le fake news. L’argomento ci riguarda molto da vicino, perché sta anche a noi riconoscere le insidie del-

Dino Maurizio, presidente di “informatici senza Frontiere”

la rete per evitare di amplificarle attraverso la pubblicazione. Pensiamo poi che il 62% dei ragazzi rimane sveglio fino a tarda notte per chattare, lasciare in mano ai nostri figli lo smartphone per tutta la giornata, senza regole e senza occasioni per stabilire rapporti diretti con le persone, rischia di portare verso individualismo e alienazione, finanche a mettere in gioco la propria incolumità attraverso l’uso improprio di selfie che possono finire nelle mani sbagliate. Teniamo poi a mente che gli attuali “padroni” delle tecnologie hanno un enorme potere: trattano direttamente con i governi degli Stati, pagano migliaia di lobbisti e sono in grado di influenzare l’opinione pubblica su temi di rilevanza strategica; chiediamoci allora qual è l’impatto di questo sistema su di noi. I vari Google, Amazon… ormai hanno il monopolio della conoscenza, conoscono i nostri conti bancari, i gusti, gli acquisti, localizzano i nostri spostamenti. Tutta questa mole di informazioni rappresenta una risorsa che ci viene estorta più o meno consapevolmente e che può essere trasferita o venduta a chicchessia. Il risultato è una profilazione della nostra persona, utile a fornirci informazioni mirate per indurci a comprare o a pensare quanto ci viene suggerito. Quando parliamo di tecnologie non siamo quindi dentro un immenso campo libero, per trarre il buono che la tecnologia ci può dare dobbiamo prendere dimestichezza, allenare il nostro pensiero critico e avere cuore per muoverci nella giusta direzione.

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INCHIESTA: IL “DOPO” COVID

Quanto ci costerà in termini di salute la non-prevenzione di questi due anni di / Valentina Calzavara /

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i sarà un conto salato da pagare dopo il Covid in termini di salute. Una pandemia nella pandemia che riguarda i pazienti che non hanno potuto accedere a visite, esami e interventi chirurgici, rallentati dalle ondate del virus. Con gli ospedali che hanno riconvertito reparti e terapie intensive per fronteggiare i contagi, una parte della popolazione è rimasta tagliata fuori da visite già programmate, ma anche da esami che avrebbero potuto identificare tempestivamente una malattia. Intanto, le liste d’attesa per “altre patologie” si sono allungate a dismisura. Così quel nodulo al seno, individuato con l’autopalpazione, è diventato via via più grande in attesa di poter fare la visita. Il malato di cuore, considerato non urgente, si è visto rinviare l’operazione a data da destinarsi. Migliaia di interventi sono stati posticipati, dando giustamente priorità all’emergenza, ma sacrificando molto altro. La sanità pubblica ne esce stremata! Il nostro Paese assiste a un peggioramento della salute dei suoi cittadini e a un deterioramento della loro qualità della vita. Inoltre, curare una

patologia in fase più avanzata significa minore probabilità di guarigione e maggior dispendio di risorse economiche per le terapie: un clamoroso autogol. Ora che abbiamo i numeri, possiamo misurare con maggiore precisione l’impatto a medio-termine dell’epidemia nel nostro Paese. A fornire una fotografia aggiornata della situazione sono una serie di approfondimenti realizzati da Cittadinanzattiva, organizzazione, fondata nel 1978, che promuove l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni, il sostegno alle persone in condizioni di debolezza. Risultano 13 milioni di visite specialistiche sospese a causa del Covid-19, 300mila ricoveri non effettuati, 500mila interventi chirurgici rimandati e ben 4 milioni di screening oncologici posticipati. “Un Paese che non cura i suoi cittadini contraddice la Costituzione e in prospettiva dovrà investire più risorse per curarli”, sottolinea Valeria Fava, responsabile per le Politiche della salute di Cittadinanzattiva. Cardiologia, oncologia e tutte le branche specialistiche che curano patologie “tempo-dipendenti” sono for-

I dati delle mancate prevenzioni e terapie dovute all’emergenza Covid PANORAMICA DELL’ITALIA: 13 milioni le visite specialistiche sospese a causa del Covid-19, 300mila i ricoveri non effettuati, 500mila gli interventi chirurgici rimandati, 4 milioni gli screening oncologici posticipati. VISITE SPECIALISTICHE: meno 17% calo medio nazionale delle prestazioni tra aprile e giugno 2021. Il Veneto del 19%. PAZIENTI CRONICI: Liste di attesa in aumento per un paziente cronico su due. Per il 40,5% dei cittadini dichiara che è più difficile effettuare una visita specialistica a causa degli ambulatori chiusi o delle liste di attesa. Stessa situazione per le prestazioni diagnostiche e ricoveri sempre a causa della lista di attesa si passa dal 36,5% al 39,9%. Assistenza domiciliare integrata: il 71% dei cittadini dichiara che la situazione è peggiorata rispetto al pre-covid. MALATTIE CARDIOVASCOLARI: Tempi di attesa: il 50% di pazienti segnala rinvii nelle prestazioni per patologie cardiovascolari; -Telemedicina: durante la pandemia solo il 3% dei pazienti è stato inserito in programmi di telemedicina, nello stesso periodo per quasi metà di loro sospese o rimandate senza data le visite. TUMORI: -50% calo degli screening oncologici nel 2020 con 1,4 milioni di esami in meno effettuati tra gennaio e maggio. Gli screening costituiscono il 30% delle nuove diagnosi annue di cancro al seno, al colon e all’utero in Italia. -13%: calo di interventi di asportazione chirurgica del tumore. In particolare c’è stata una diminuzione del trattamento dei tumori localizzati pari al 32% per il cancro al colon e dell’11% di quello alla mammella. Anche se sono Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), con il Covid-19 gli screening non sono stati considerati procedure d’urgenza. A partire dall’8 marzo 2020, gli appuntamenti sono saltati: prima nelle Regioni del Nord e poi nel resto d’Italia. Il piano di rientro, stimato in 18 mesi, ha subito un ulteriore rallentamento a causa della quarta ondata pandemica.

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temente interessate. “Da due anni gli ospedali vivono una situazione ondivaga di aperture e chiusure che hanno appesantito le liste d’attesa già presenti nell’era pre-Covid. Nei nostri report le lungaggini per accedere alle prestazioni sanitarie sono da anni il tema più segnalato dai cittadini, nonostante esista il Piano di governo delle liste d’attesa che dovrebbe essere applicato anziché lasciato scadere - aggiunge Fava - il Covid non ha fatto altro che sommarsi a un arretrato di inefficienze organizzative, carenze di personale e mancanza di azioni per favorire la medicina di iniziativa, con la quale è il medico ad andare dal paziente invitandolo alla prevenzione e apponendo i codici di priorità che non vengono osservati ovunque”. Tuttavia, va messo in luce che a incidere sulla mancata adesione ai check-up non sono state solo le chiusure degli ambulatori durante il lockdown, ma anche la paura di molti pazienti, che in questi mesi hanno preferito saltare l’appuntamento. In ogni caso, la ripartenza delle strutture sanitarie non è stata omogenea. I dati di Agenas evidenziano che tra aprile e giugno 2021 in Italia sono state fatte 50 milioni di prestazioni contro i 60 milioni del 2018 e del 2019. Il Veneto ha avuto un calo del 19%, il Piemonte del 21%. I fondi stanziati dal governo per recuperare il gap sono in fase di utilizzo da parte delle Regioni, ma a diverse velocità. Trento ha recuperato il 73% delle prestazioni ambulatoriali, ma solo il 39% dei controlli oncologici e l’1% dei ricoveri. Il Friuli-Venezia Giulia solamente lo 0,7% delle prestazioni ambulatoriali e l’1% dei ricoveri, va meglio l’Emilia-Romagna con il 95% di prestazioni e il 35% di ricoveri smaltiti. Molto spesso il divario di salute va di pari passo con la disuguaglianza economica: i cittadini più agiati possono bypassare le lungaggini della sanità pubblica, scegliendo l’intramoenia o il privato a pagamento, tutti gli altri rimangono indietro. “La questione dell’equilibrio tra pubblico, privato ed intramoenia va posta in modo ancor più forte ora che la pandemia ha ulteriormente impoverito alcune fasce sociali - dice Fava, rimarcando un aspetto poco conosciuto della normativa - Il canale pubblico non può essere superato dall’intramoenia. La norma prevede che se un cittadino non trova disponibilità nel pubblico nei tempi prestabiliti, devono sopperire il privato accreditato o l’intramoenia, senza costi aggiuntivi per l’utente. In caso di inosservanza di questo principio, come spes-

so accade, andrebbe fatta una raccomandata alla direzione della Asl”. Sempre da Cittadinanzattiva arriva un altro suggerimento per i pazienti: il blocco delle liste è stato vietato da una legge del 2005, da qui l’invito al cittadino a segnalare eventuali lungaggini. “Anche in questo caso si dovrebbe attivare il percorso di tutela e la prestazione andrebbe pretesa in intramoenia senza costi aggiuntivi, bisogna dare cogenza alle norme che già esistono - prosegue Fava - Accanto alla pesante eredità e all’ingente carico di pegni che la pandemia ci ha lasciato, vanno sottolineati alcuni aspetti positivi, uno su tutti lo sviluppo della telemedicina: non come alternativa all’anamnesi, ma come integrazione per il follow-up dei pazienti, il monitoraggio a distanza di alcuni parametri corporei, il controllo dell’aderenza alle terapie”. Gli esempi non mancano, in provincia di Treviso l’azienda sanitaria locale ha deciso di investire nell’intelligenza artificiale acquistando software capaci di leggere l’ischemia in trenta secondi e sperimentando una app per la lettura dei nei attraverso la fotocamera dello smartphone. Di recente, a Roma, è stato presentato REmoTE, il progetto di telemedicina nell’ambito delle malattie emorragiche congenite, in particolare l’emofilia, che ha coinvolto l’unità di Medicina interna, Malattie emorragiche e trombotiche dell’Azienda ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli e il dipartimento Malattie emorragiche e della coagulazione dell’Azienda ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze, entrambe impegnate nell’erogazione di televisite. “Il canale della telemedicina è stato super potenziato durante l’emergenza con un ottimo riscontro da parte dei pazienti - conclude Valeria Fava - la tecnologia può agevolare molto la gestione della cura, naturalmente senza sostituirsi al rapporto medico-paziente. Ecco perché nel Piano nazionale di ripresa e resilienza l’altro asse da potenziare sono le cure di prossimità, con la creazione delle case di comunità, l’attuazione del fascicolo sanitario, la digitalizzazione delle cartelle cliniche”. Se si riuscirà in questa impresa, avremo ospedali più ”smart” per rispondere ai malati acuti e un territorio più reattivo per le cure primarie, mettendo il paziente al centro.

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Valeria Fava, è responsabile per le Politiche della salute di Cittadinanzattiva, organizzazione fondata nel 1978 che promuove l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni, il sostegno alle persone in condizioni di debolezza

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INCHIESTA: IL “DOPO” COVID

Tumori: col Covid meno prevenzione, ma più ricerca sulle terapie “mirate”

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Il dottor Saverio Cinieri, presidente dell’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) e alla guida dell’Oncologia medica e Breast Unit dell’Asl di Brindisi

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a pandemia sta aprendo nuovi e promettenti scenari nel campo dell’oncologia. Se da una parte questa specialità ha sofferto del crollo degli screening, dall’altra la prospettiva nello sviluppo di innovative terapie anticancro ha trovato nuovo impulso. “Siamo di fronte ad una svolta epocale per la nostra professione. Oggi sappiamo che i tumori sono migliaia di tipi differenti di malattia. Parlare di cancro alla mammella non ha più senso, è riduttivo, perché ne esistono decine di sotto varianti, lo stesso possiamo dire per il tumore al polmone, al colon o il melanoma”. Il dottor Saverio Cinieri, presidente dell’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) e alla guida dell’Oncologia medica e Breast Unit dell’Asl di Brindisi, tratteggia il ruolo dell’oncologo nel futuro che verrà. Una metamorfosi clinica e professionale che è già a portata di mano, osservando i passi avanti fatti dalla medicina di precisione, tarata sulle mutazioni genetiche che provocano la neoplasia. A questo si aggiungono gli stimoli a mettere a punto interventi chirurgici sempre meno invasivi per il paziente con tempi di decorso post-operatorio sempre più brevi. “L’impiego dei vaccini a mRNA usati per la profilassi contro il Covid ha stimolato con ingenti risorse la ricerca scientifica, accelerando l’impiego della stessa tecnica anche per

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l’oncologia, incentivando lo sviluppo di nuove molecole e farmaci”, rileva il professor Cinieri. Tanto, però resta ancora da fare. In prospettiva, l’approccio tra ospedale e territorio dovrà essere potenziato e integrato, mettendo le due dimensioni in dialogo tra loro in modo da accompagnare il paziente oncologico in un percorso di cura e di sostegno dal momento della diagnosi al follow-up. Ce ne sarà quanto mai bisogno nei prossimi mesi per reggere all’effetto deleterio che l’emergenza Covid ha avuto nel ridurre drammaticamente gli screening oncologici ed ematologici. Le conseguenze sono preoccupanti e richiedono alla sanità italiana di attrezzarsi nel migliore dei modi. “Durante tutte le ondate dell’epidemia, come richiesto dal ministero della Salute, abbiamo cautelato i pazienti oncologici ed ematologici continua Cinieri - garantendo la prosecuzione dei trattamenti nonostante le carenze di organico e le riconversioni dei reparti in ale Covid. Purtroppo, quel che si è fermato in modo rilevante sono stati gli screening dedicati ai carcinomi della mammella, colon e cervice uterina. Abbiamo avuto migliaia di diagnosi in meno, ma non per un calo della patologia, bensì per un dimezzamento degli accessi. Le neoplasie trascurate a causa dei mancati controlli o poco sintomatiche, determineranno da qui al 2040 un aumento dei casi di cancro stimato tra il 30 e il 40 per cento”. Uno scenario inquietante che, tuttavia, potrebbe essere affrontato subito, pensando ad una serie di azioni. Come suggerisce il dottor Cinieri: “Chiediamo fin d’ora più spazi, più personale, più investimenti e più attenzione da parte delle direzioni strategiche della nostra sanità. La pandemia ci ha fatto fare un passo indietro nella prevenzione e un passo avanti nel campo dei trattamenti, questi due fattori porteranno ad un aumento dei pazienti da curare. Negli anni che verranno riusciremo a guarire o a cronicizzare un maggior numero di pazienti, grazie alla medicina di precisione, all’immunoterapia, alla minore tossicità dei farmaci impiegati. Allungheremo quindi gli anni di vita, ma servono strutture e personale per dare a tutti i pazienti la risposta migliore”.


Antibiotici e ‘superbatteri’, emergenza da conoscere e combattere insieme di / Valentina Calzavara /

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partire dalla seconda metà del Novecento lo sviluppo e l’impiego degli antibiotici ha rivoluzionato l’approccio al trattamento e alla prevenzione delle malattie infettive e delle infezioni, consentendo l’evoluzione della medicina moderna. Tuttavia, la comparsa di resistenza agli antibiotici rischia di rendere vane queste conquiste. Perché? L’antibiotico-resistenza rappresenta allo stato attuale uno dei principali problemi di sanità pubblica a livello mondiale, determinando un aumento della spesa sanitaria, l’allungamento dei tempi di degenza, fallimenti terapeutici e soprattutto un aumento della mortalità. L’Italia, nell’ambito dei Paesi europei, è particolarmente interessata dal fenomeno per le elevate quantità di antibiotici utilizzati, non solo in medicina umana, ma anche nel settore zootecnico e veterinario, e in particolar modo negli allevamenti intensivi e pure negli animali da compagnia. Gli antibiotici utilizzati per prevenire le infezioni batteriche negli animali destinati all’alimentazione umana appartengono alle stesse classi di quelli utilizzati per l’uomo e, pertanto, batteri resistenti agli antibiotici presenti negli animali possono essere trasmessi all’uomo per via alimentare. La resistenza agli antibiotici in medicina umana è dovuta a molteplici fattori: a) l’uso eccessivo e spesso non appropriato di questi farmaci, per cui è necessaria una forte responsabilizzazione dei medici prescrittori per un corretto utilizzo degli antibiotici in presenza di un’infezione batterica accertata o clinicamente sospetta, con durate di trattamento e dosaggi adeguati, e non come pratica di medicina difensiva, b) l’auto-somministrazione di antibiotici da parte dei cittadini/pazienti senza alcuna prescrizione medica, c) il limitato controllo della diffusione delle infezioni correlate all’assistenza causate da microrganismi antibiotico-resistenti, d) una maggiore diffusione dei ceppi resistenti dovuta a un aumento dei viaggi internazionali e dei flussi migratori. La pandemia di Covid-19 ha portato a un aumento dell’uso inappropriato di farmaci? Gran parte degli studi pubblicati a seguito

La parola all’esperto: il dottor Claudio Scarparo, direttore dell’Unità di Microbiologia dell’Aulss 3 Serenissima della provincia di Venezia e delegato per il Veneto dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani (Amcli)

dell’inizio della pandemia hanno evidenziato in pazienti positivi per Covid-19 una scarsa prevalenza di co-infezioni batteriche, con dati inferiori al 10% in ambito ospedaliero, circa il 7% nei reparti di degenza medica e chirurgica e un 17% nei reparti di rianimazione. In un recente studio europeo, il 78% dei pazienti positivi per Covid-19 ha ricevuto una prescrizione antibiotica (con prevalenza di co-infezione al 9%), indirizzata prevalentemente sulle cefalosporine di terza generazione, macrolidi e penicilline protette. Il report di Aifa (Agenzia italiana del farmaco) uscito a luglio del 2020, ha chiaramente dimostrato, rispetto al consu-

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mo di azitromicina nel periodo pre-Covid, un incremento di quasi il 200% nel periodo Covid. Aifa ha recentemente precisato che l’azitromicina, e nessun antibiotico in generale, è approvato, né tantomeno raccomandato, per il trattamento di Covid-19. L’utilizzo ingiustificato di antibiotici, evidenziato soprattutto nella prima fase pandemica di Covid-19, ha indubbiamente aumentato il fenomeno dell’antibioticoresistenza, la diffusione di infezioni da Clostridium difficile (determinando un’alterazione della flora microbica intestinale, già compromessa in un paziente Covid) e aumentato le sovra-infezioni fungine nel paziente Covid critico in terapia intensiva, il cui sistema immunitario era compromesso e sottoposto a terapie protratte. In che modo l’assunzione impropria degli antibiotici “seleziona” microbi e batteri? La resistenza agli antibiotici è un meccanismo naturale di difesa dei batteri che, come tutti gli esseri viventi, cercano di sviluppare l’abilità di sopravvivere in un ambiente ostile. La maggior parte dei batteri si moltiplica anche più volte in una sola ora, trascrivendo il loro materiale genetico (Dna) in una nuova copia di Dna. Durante questo processo, talvolta, vengono commessi degli errori di copiatura (cioè una mutazione spontanea del materiale genetico batterico), che può comportare la comparsa di una resistenza trasmissibile alle generazioni future. In altri casi, la resistenza viene acquisita attraverso lo scambio di piccoli frammenti di Dna (plasmidi, trasposoni) contenenti dei geni di resistenza sia tra batteri della stessa specie, sia tra batteri di specie diverse. L’utilizzo inappropriato di antibiotici, esercitando

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una pressione selettiva sui diversi microrganismi, elimina i batteri sensibili come anche quelli appartenenti alla normale flora batterica residente, favorendo l’emergere, la moltiplicazione e la diffusione dei ceppi resistenti. Nel tempo, i batteri possono quindi acquisire una o più resistenze, generando i così detti batteri multi resistenti. Quali sono oggi le infezioni non curabili o difficilmente curabili con gli antibiotici che abbiamo a disposizione? Prevalentemente quelle dovute ad alcuni batteri gram negativi, diffusi in ambiente ospedaliero, che hanno evidenziato resistenza a molteplici o a tutte le classi di antibiotici: Acinetobacter baumannii, Preudomonas aeruginosa, Klebsiella pneumoniae, Escherichia coli, che causano gravi, e spesso letali, polmoniti e infezioni del sangue. Tra le infezioni da batteri gram positivi diffuse in ambito ospedaliero da ricordare quelle dovute a Staphylococcus aureus ed Enterococccus faecium anch’essi spesso portatori di resistenze multiple, che causano gravi, e spesso letali, infezioni del sangue. Il 2050 viene definito l’anno di non ritorno, c’è il rischio di non avere più molecole a disposizione per creare farmaci efficaci a combattere i microrganismi dannosi. Quali altre “strade” sta cercando la ricerca scientifica? Il metodo più efficace per contrastare l’antibiotico-resistenza sarebbe quello di impiegare antibiotici innovativi. Ma su questo fronte non bisogna mostrarsi troppo ottimisti. Negli ultimi cinque anni sono stati approvati 11 nuovi antibiotici, altri 25 sono nelle fasi I/II/III, e sono diretti contro i principali patogeni multi-resistenti, ma non sono molti quelli davvero innovativi contro i batteri gram-negativi. I farmaci in fase preclinica sembrano essere invece più promettenti, ma non arriveranno prima di dieci anni. Esiste un’urgente necessità di sviluppare nuove strategie per combattere questi batteri multi-farmaco resistenti, e alcuni lavori stanno valutando l’utilizzo clinico dei batteriofagi, virus che attaccano selettivamente i batteri per riprodursi, provocandone la lisi e quindi la morte. Questi possono essere modificati geneticamente ed essere in grado di agire sul fattore di resistenza dei batteri, rendendoli nuovamente suscettibili agli antibiotici. Altro filone di ricerca sono i peptidi antimicrobici (defensine), prodotti da molti


ATTUALITÀ TRASFUSIONALE

Ripartono le operazioni sospese, potrebbe essere emergenza sangue. Viaggio nella raccolta associativa Avis Servizio di / Beppe Castellano /

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uesta volta non si tratterà più, almeno speriamo da questo punto di vista, di “emergenza Covid-19”, bensì di vera e propria “Emergenza sangue”. E non perché i donatori volontari siano svogliati o non si rechino a donare, anzi... È quanto è emerso da un vero e proprio viaggio fra le tre realtà provinciali di raccolta associativa. Tre sono i diversi modelli organizzativi nelle tre province del Veneto (Padova, Treviso, Venezia) in cui Avis opera direttamente nella raccolta di sangue, ma un unico grido: “Non mancano i donatori, manca chi possa raccogliere il sangue”. La gravissima penuria di personale medico ed inermieristico, oltre ad avere ripercussioni non indifferenti sulla raccolta dei Centri trasfusionali pubblici, sta mettendo in ginocchio anche quella associativa. E questo in tre province dove, in media, rappresenta il fra il 25 e il 35% della raccolta di sangue complessiva di ciascuna provincia. Partiamo da Mestre, da un modello di raccolta “Unico in Italia - ci racconta Dario Piccolo, attualmente presidente del SRC - Servizio di raccolta associativo - con una situazione confrontabile presente solo nell’intercomunale Avis di Torino. La raccolta associativa è gestita da un’associazione distinta e autonoma rispetto ad Avis provinciale. In questo caso la convenzione per la raccolta associativa è affidata a SRC Avis ODV, mentre la promozione è in capo ad Avis provinciale di Venezia”. Una scelta fatta dai padri fondatori di SRC nel 1995 che permette a ciascuna delle due associazioni di focalizzarsi sulla propria attività specifica, senza distogliere risorse ed energia per dover fare tutto ciò che una realtà complessa come Avis richiede. “Così, però, i nodi critici della convenzione con l’Ulss vengono subito a galla - continua Dario Piccolo - negli ultimi anni SRC Avis ha dovuto affrontare perdite economiche consistenti non imputabili a una cattiva organizzazione. Le spese per la raccolta associativa

sono aumentate con l’aumento dei vincoli e degli obblighi normativi a tutela della qualità della raccolta e della salute e sicurezza del donatore e del ricevente. Le tariffe, però, non sono state adeguate allo stesso modo”. Se nelle altre due province del Veneto le Avis provinciali possono compensare le sempre più insufficienti risorse per la raccolta “trasfondendole” in parte da quelle desitnate a chiamata e promozione il problema a lungo andare diventa grave. Stesso grido d’allarme arriva da Padova con il presidente di Avis provinciale Luca Marcon: “La raccolta associativa Avis nel padovano - ci dice Marcon - è la cartina di tornasole dei problemi che via via si abbattono sul Sistema trasfusionale. Come Provinciale siamo arrivati a una organizzazione quasi perfetta, in questi ultimi dieci anni per assicurare di più a una realtà sanitaria storicamente deficitaria come consumi di sangue ed emocomponenti.

La raccolta associativa Avis copre, nelle tre province in cui viene effettuata direttamente, circa il 30% delle donazioni complessive Avis. Con punte del 34% per il sangue intero all’SRC di Mestre. Qui si raccoglie il 37% del plasma di tutta la provincia veneziana.

Ma ogni per donazione raccolta da noi subiamo una perdita di circa 6 euro. Fondi che vengono distolti dalla promozione e da altri servizi”. E questo in una realtà molto più frammentata come sigle associative. Nella provin-

Donatrici e donatori al Centro di raccolta SRC di Mestre.

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ATTUALITÀ TRASFUSIONALE

Sopra: Dario Piccolo, presidente SRC Mestre, A destra: Luca Marcon, presidente Avis provinciale Padova.

Le risorse economiche insufficienti, difficoltà nel reclutare i medici, rischiano di mettere in ginocchio un servizio essenziale.

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cia di Padova, infatti, operano anche la Fidas e la Associazione dei donatori “Amici dell’Ospedale” che afferiscono. “La convenzione va rivista”, anche per il Presidente dell’Avis provinciale di Treviso, Stefano Pontello, quasi in coro con i “colleghi” avisini: “Le risorse stanziate per la raccolta dovrebbero essere almeno sufficienti a coprire i costi del servizio. Non si può scherzare con la qualità quando si raccoglie sangue destinato agli ammalati”. Una qualità che siamo andati a toccare con mano, proprio di sabato o domenica, giorni in cui molti Servizi trasfusionali pubblici in Veneto funzionano ad attività ridotta. Il 19 febbraio siamo stati a Mestre dove l’SRC Avis gestisce il Centro raccolta sia

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di sangue, sia di plasma presso l’ospedale dell’Angelo di Mestre, aperto tutti i giorni dal lunedì al sabato più diverse domeniche distribuite nell’arco dell’anno. “A queste si aggiungono 16 articolazioni organizzative (raccolte esterne, ndr) - ci spiega Dario Piccolo - che raccolgono nelle domeniche, secondo un calendario definito ogni anno. In particolare, le domeniche di raccolta sul territorio sono state 121 nel 2021, cui si sono aggiunte 3 domeniche di apertura del CR di Mestre, ma nel 2019 erano addirittura 156 + 4 domeniche di apertura dell’ospedale dell’Angelo”. Il 6 marzo, domenica, siamo invece andati in una articolazione organizzativa a Paese in provincia di Treviso dove, insieme, tre Avis co-


munali: Paese, Istrana e Postioma hanno fatto donare una sessantina di donatori presso il Distretto sanitario. La Provinciale di Treviso, infatti, non gestisce direttamente un punto di raccolta fisso, ma organizza ogni domenica le “raccolte tutto compreso”. Per tutte le 52 domeniche dell’anno, le articolazioni organizzative della Provinciale di Treviso sono circa sei, a volte sette, per oltre 300 “uscitei”. “Su una raccolta complessiva in tutta la Marca - ci spiega Pontello - di 46.662 donazioni, quelle raccolte dalle nostre uscite domenicali sono state 13.783. In crescita, seppur lieve, rispetto al 2019 quando furono 13.189 su 48.592 complessive in provincia. Ma ogni settimana, ora, ci troviamo a fare i conti con una “coperta troppo corta”, visto che basta un “malore” di un medico preposto alla donazione quella domenica da renderci quasi impossibile trovare un sostituto. Ma i medici e gli infermieri che operano presso le nostre Unità di raccolta, devono essere lodati per il loro impegno e il loro spirito di sacrificio. Sono professionisti e giustamente sono pagati, ma mettono lo stesso entusiasmo dei nostri volontari avisini. Una “forza lavoro”, quest’ultima, difficilmente quantificabile”. Il 12 marzo, un sabato, siamo entrati nel Centro di raccolta di Via Trasea a Padova (di proprietà della Provinciale), seguendo anche qui passo passo tutte le procedure di sicurezza (amplificate dal Covid) previste per una donazione. Avis Padova da novembre scorso non effettua più raccolte esterne proprio per la mancanza di medici e personale infermieristico. “Dal 1 novembre 2021, data di ingresso dei medici in specialità, al 31/12/2021 - afferma Luca Marcon - abbiamo perso 674 donazioni se facciamo riferimento al 2019. Per le “oremedico’’ ante chiusura del 1 novembre 2021 erano circa 99 al mese (Visite degli aspiranti incluse), novembre e dicembre 2021 si sono ridotte a 42 e sono state azzerate le visite agli aspiranti (dirottati in altre strutture, con allungamento notevole dei tempi di attesa)”. In tutti i Centri di prelievo, in ogni caso, l’aria che si respirava fra i donatori era di serenità e sorrisi sotto le mascherine esattamente come se si sentissero a “casa propria”. L’impegno dei volontari, che organizzano sia la chiamata, sia l’accoglienza dei donatori, sia il ristoro e perfino il trasporto del sangue (nel caso di Treviso) presso il Centro trasfusionale pubblico è qualcosa che lascia a bocca aperta. Sia

Foto in alto: il presidente dell’Avis provinciale di Treviso, Stefano Pontello con i presidenti delle Comunali di Istrana, Postioma e Paese. Foto sopra: donatori in via Trasea a Padova. Qui accanto: le giovani volontarie avisine addette al ristoro dei donatori e delle donatrici a Paese (Tv)

a Paese, sia a Padova dove ci siamo recati in prossimità dell’8 marzo Festa della Donna, non mancavano le mimose offerte alle donatrici. Le quali, lo si evince dal nostro servizio

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ATTUALITÀ TRASFUSIONALE

Sopra: l’efficientissimo Ufficio di chiamata dell’Avis provinciale di Padova. Il Servizio, in occasione dell’attacco di hacker al Sistema informatico della sanità padovana, è stato messo a disposizione dall’Avis per 10 giorni per tutta la provincia.

In basso: donatori e donatrici in attesa del proprio turno all’Unità di raccolta di Paese.

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fotografico rappresentavano quasi ovunque il 50% delle donazioni. Ma torniamo al problema dei problemi, quello che più assilla in questo momento i nostri presidenti e anche i volontari e dirigenti Avisini che ogni giorno a Mestre e Padova e ogni fine settimana a Treviso si fanno in quattro con un unico fine: raccogliere ciò che serve agli ammalati. “Nell’Ulss 2 della Marca il Direttore generale - spiega Stefano Pontello - ha annunciato da tempo che dal 1° aprile riprenderanno a pieno regime gli interventi non urgenti che sono stati posticipati negli ultimi due anni. Noi, come volontari, siamo veramente preoccupatissimi per come si potrà sopperire alla richiesta di

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sangue che certamente aumenterà. E lo sono anche i medici trasfusionisti rimasti ormai in pochi, nei servizi trasfusionali pubblici. Tanto che per tappare i “buchi” del Servizio pubblico - continua Pontello - più volte inviamo i già pochi medici che collaborano con Avis per le raccolte domenicali. Ma ogni volta siamo costretti a scegliere dove chiedere di andare al medico in questione, se in “appoggio” al servizio pubblico per tenere aperto la domenica oppure alle nostre raccolte domenicali”. Proprio al momento di andare in stampa, tra l’altro, lo stesso Pontello ha annunciato come, dopo più di tre mesi di apertura a regime ridotto, i Centri trasfusionali di Montebelluna e Vittorio Veneto potranno pian piano riprendere gli orari normali. Proprio per la penuria di medici, sia Montebelluna, sia Vittorio Veneto funzionavano a giorni alterni. “Il servizio è stato ripristinato in parte: inserendo alcune riaperture infrasettimanali e riattivando delle aperture il sabato, in particolare a Montebelluna. La nostra richiesta è sempre stata quella di privilegiare il weekend poiché abbiamo una maggiore domanda di donazioni”, ha sintetizzato il presidente Pontello. Da Mestre stesse preoccupazioni, corroborate da statistiche e numeri: “Da un lato le giornate complessive di raccolta sono rimaste quasi stabili tra il 2020 e il 2021 (siamo riusciti a garantire 5 domeniche in più, passando da 116 a 121) - ci spiega Dario Piccolo - dall’altro lato i medici che collaborano con noi sono sensibilmente calati, con una perdita di ben 5 unità, passando da 16 agli attuali 11 (-31%). Se poi mettiamo a confronto il 2021 con il 2019, le aperture sono diminuite del 22% (da 156 a 121), ma i medici sono diminuiti di quasi il 50% (da 21 a 11). Per quanto riguarda il Centro di Raccolta dell’Angelo - continua Piccolo - le donazioni tra il 2020 e il 2021 sono rimaste stabili (passando da 6.523 a 6.520), ma il numero delle sostituzioni dei medici strutturati sono dimezzate, passando da 218 a 106, il che significa che nei 112 giorni in cui non è stato possibile operare la sostituzione, il Centro di Raccolta ha lavorato sotto organico con stress per gli operatori e disagio per i donatori. Tra l’altro proprio il Centro di Raccolta rischia di rimanere senza medici strutturati. Uno infatti ha lasciato il servizio presso SRC il 18 febbraio, l’altro entro metà aprile. Hanno ambedue accettato l’offerta di lavoro in uno dei Centri trasfusionali dell’Azienda Zero.


Un problema, quello del “cannibalismo sanitario” che riguarda anche la Provinciale di Padova che è sempre impegnata nel reclutare continuamente nuove figure professionali. Ma c’è un però. “Grazie all’Università di Padova, con cui siamo in contatto, riusciamo a reperire anche giovani appena laureati in medicina che formiamo per l’attività di raccolta - ci racconta quasi sorridendo Luca Marcon - Questa formazione, tutta a nostro carico, prevede anche 10 giorni di pratica presso il Centro trasfusionale pubblico. Non è raro che, allo scadere della pratica ci arrivi telefonata dal Centro trasfusionale pubblico: ‘Bravo il ragazzo che ci avete mandato, gli abbiamo proposto di restare qui da noi fino a che non entra in specialità’. E noi ricominciamo daccapo, praticamente facciamo anche da “selezione del personale”. Dal primo marzo, comunque, presso il Centro di raccolta di Via Trasea a Padova opererà un medico dal lunedì al giovedì, mentre saranno in due a coprire il week-end lungo dal venerdì alla domenica. Mentre tre saranno gli infermieri/e a tempo pieno. “Siamo riusciti ad assumere con contratto strutturato una figura professionale fissa - dice Marcon - come direttrice sanitaria, mentre altri due medici con contratto libero professionale ci permetteranno di garantire l’afflusso notevole dal venerdì alla domenica”. Ma il tema più caldo è in prospettiva proprio come reperire nuove, giovani, figure professionali che si dedichino alla Medicina trasfusionale. Posto che non esiste una Scuola di specializzazione post laurea in Medicina trasfusionale, il problema resta quello di - almeno - poter utilizzare i giovani che entrano in specialità post laurea quinquennale. Ma la cosa continua a cozzare con i pareri negativi del Ministero per l’università e la ricerca (Miur) e delle stesse Università. Unanime il pensiero di Luca Marcon, Dario Piccolo e Stefano Pontello: “Se gli specializzandi posso fare attività di Guardia Medica e fare le sostituzioni dek Medici di Famiglia e dei Pediatri, perché non possono fare, magari proprio nei week end, servizio presso i Centri trasfusionali e di raccolta sangue? È assurda l’incompatibilità tra la scuola di specializzazione e la possibilità dei giovani medici di prestare servizio (volontario o remunerato a seconda delle personali propensioni) presso le associazioni di raccolta del sangue. Il tema non è di poco conto perché spesso le associazioni fan-

no investimenti significativi per la formazione di giovani medici e poi il tutto viene vanificato perché, dopo pochi mesi, gli stessi entrano in specializzazione”. A titolo di esempio, per quanto riguarda SRC Avis di Mestre, il fenomeno ha riguardato 6 medici nel 2019, 5 nel 2020 e 1 nel 2021. “Ci sembra giunto il momento che la Regione faccia qualcosa - conclude Dario Piccolo, presidente del SRC Mestre - per far cadere questo vincolo. Da un lato non porta vantaggio alcuno per l’Ente pubblico, dall’altro affossa pesantemente le capacità operative delle associazioni impegnate nella raccolta del sangue e, così, viene messo in crisi l’equilibrio trasfusionale regionale”. “La cosa “peggiore” è che ABBIAMO I DONATORI pronti a donare! - ribadisce Stefano Pontello, presidente dell’Avis provinciale di Treviso - ma non abbiamo chi possa prelevarli. Abbiamo le prenotazioni, grazie all’efficienza dei nostri Uffici di Chiamata sold out fino a fine aprile... Se ci troveremo in emergenza con la ripresa in pieno di tutte le attività chiruirgiche, chi glie lo dice ai donatori “c’è bisogno urgente di sangue, guarda ti prenoto fra due mesi”! Una chiosa arriva dal presidente dell’Avis provinciale di Padova, Luca Marcon: “Vorrà dire che dovremo anticipare dalla primavera la “campagna estiva di donazione”. Ma non per invitare i donatori a venire nei nostri centri, ma per trovare e reclutare i medici chi li prelevino.

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“Permettere agli specializzandi di poter prestare servizio anche nei Sevizi di raccolta associativi”

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ATTUALITÀ/PLASMA E PLASMADERIVATI

Continua la sfida sul plasma e sulla nostra autosufficienza Servizi di / Beppe Castellano /

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niziamo con una buona, anzi ottima, notizia. La raccolta di plasma nazionale da inviare alle industrie di frazionamento in c/lavorazione è aumentata - salvo rari casi in controtendenza - in quasi tutte le Regioni d’Italia. E il dato (vedi tabella sotto, fonte Centro nazionale sangue) non si riferisce solo all’anno precedente - il 2020 “massacrato” dalla pandemia del Coronavirus - ma anche rispetto al “normale” 2019. Il primo “Programma quinquennale nazionale Plasma e plasmaderivati”, varato nel 2016 dal Centro nazionale sangue (Cns), prevedeva di raccogliere e arrivare a conferire all’industria 860.773 chili di plasma nel 2020. Un obiettivo centrato, ma solo nel 2021 per i noti fatti pandemici. La preoccupazione vera è ora il “gap” di personale nei Centri trasfusionali e raccolte associative, mette a rischio anche il plasma. L’importanza strategica della “materia prima plasma” a livello mondiale, su queste pagine, è ormai quasi un tormentone. L’allarme l’avevamo dato più di 4 anni fa, a dicembre 2017 (vedi copertina qui a sinistra) riprendendo le parole dell’allora direttore del Centro nazionale sangue Giancarlo Maria Liumbruno: “Nei prossimi 10 anni il plasma umano sarà risorsa sempre più strategica, insieme ad acqua potabile, fonti energetiche e metalli rari” (in particolare quelli necessari all’elettronica, ndr).

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Presentando appunto il Programma quinquennale in un convegno internazionale della Fiods (Federazione mondiale organizzazioni donatori di sangue) a Cison di Valmarino (TV) Liumbruno mise in risalto come solo gli Stati che avessero conservato la “proprietà” del plasma e dei medicinali plasmaderivati (MPD) sarebbero stati al riparo dalle oscillazioni dei prezzi del mercato farmaceutico. Una cosa che sta avvenendo ora. Per gas metano, per esempio, e metalli rari per l’elettronica, l’aumento di prezzi è sotto gli occhi di tutti. Meno evidente è l’aumento della richiesta, quindi dei prezzi nel libero mercato, per i MPD. Per il Covid-19, ma anche per i sussidi alla popolazione più povera decisi dal presidente Baiden, negli Stati Uniti si è registrata una contrazione del 30% della raccolta di plasma. Raccolta esclusivamente “privata”. Donazione in plasmaferesi. Sotto: La tabella della raccolta complessiva del plasma da conferire all’industria per ricavare medicinali plasmaderivati salvavita.


E gli Stati Uniti forniscono - “grazie” ai datori a pagamento che vengono letteralmente “munti” con 50-100 plasmaferesi l’anno - il 70% circa della “materia prima strategica” Plasma alle aziende di trasformazione. La maggior parte di queste hanno sede proprio in Europa. Anche nel nostro continente, però, all’interno della stessa Unione Europea vi sono Stati dove è ammessa la donazione di plasma a pagamento. O, meglio, in cambio di un “ristoro” che non è esattamente quello che conoscono i nostri donatori dopo la donazione con caffé, brioche, panino... In Germania, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca si “ristora” il tempo “perduto” nel... donare. Avviene in varie forme che, in ogni caso, sono monetizzabili. Ovviamente la finezza è non chiamarla “remunerazione”, bensì “rimborso spese”, visto che su tali bonus non si pagano le tasse. In Germania, per esempio, se gran parte di chi è disposto a donare afferisce ai centri di plasmaferesi privati delle case farmaceutiche,

sovente scarseggiano i “veri” donatori volontari di sangue intero nei Centri trasfusionalipubblici o gestiti dalla Croce Rossa. E non è raro, visto con i miei occhi a Berlino, trovare per strada autoemoteche che invitano i passanti a donare sangue, occasionalmente, nei momenti di emergenza. È un modus operandi che, secondo Avis nazionale (ne abbiamo parlato nel numero di dicembre) potrebbe passare in futuro anche in Italia, se venisse aperta anche una piccola “breccia” attraverso il DDL “concorrenza” che dovrebbe essere in discussione da aprile in Senato. Il 22 febbraio il presidente nazionale Gianpietro Briola è stato ascoltato in audizione dalla Commissione Industria del Senato, presentando nel contempo un emendamento al DDL che metterebbe al riparo il sistema etico italiano con una semplice dizione che puntualizzi come: “il plasma donato debba provenire esclusivamente da donatori volontari e gratuiti, non rimborsari né remunerati”.

L’intervista

Remunerati o rimborsati?

A

l presidente Briola abbiamo posto alcuni quesiti. Gli stessi che abbiamo posto, a pochi giorni dalla scadenza (14 marzo) ultima per presentare emendamenti al DDL, al direttore del Centro nazionale sangue, Vincenzo De Angelis. Quest’ultimo non ha potuto risponderci, scusandosi: “L’incalzare degli eventi di questi giorni assorbe completamente la mia agenda e non riesco proprio a dedicare del tempo per rispondere, in modo non affrettato, alle sue articolate domande”. Ma passiamo alle domande dell’intervista. Com’è Andata la raccolta complessiva di plasma in Italia nel 2021 rispetto ad altri Paesi Europei e/o Stati Uniti? Guardando i dati e contestualizzandoli al periodo pandemico credo ci possiamo ritenere soddisfatti della raccolta plasma nel nostro paese. Abbiamo confermato i volumi di conferimento di plasma all’industria e conservato la quantità di prodotto farmaceutico a disposizione delle Regioni. Un impegno complesso

ma che ha confermato la grande generosità e disponibilità dei nostri donatori: volontari e non remunerati. Mentre negli Usa il calo della raccolta ha raggiunto picchi del 35% e si è attestato a valori medi del 20% nell’anno con donatori remunerati, il nostro sistema si è confermato positivo e di riferimento. Il Sistema Trasfusionale è in difficoltà per mancanza di Donatori o per la carenza di Personale sanitario (medici e infermieri)? L’Italia è giunta praticamente all’autosufficienza nelle trasfusioni di emazie concentrate,

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ATTUALITÀ/PLASMA E PLASMADERIVATI

ma è al 70% circa per i farmaci plasmaderivati. Inoltre, giungono da diverse parti d’Italia per carenze transitorie di unità di sangue disponibili per le trasfusioni, carenze che sembrano incrementarsi nel tempo. In contemporanea ci sono allarmi per chiusure di strutture trasfusionali, o almeno riduzioni negli orari e nelle giornate di apertura, per la mancanza di personale medico e infermieristico. A suo parere si va verso una crisi del Sistema trasfusionale italiano? Sarebbe dovuta alla mancanza di donatori o alla carenza di personale e quindi alla difficoltà per i donatori di compiere il loro gesto generoso? Io credo sia in atto una crisi strutturale e non legata alla mancanza di donatori. Il sistema va riconosciuto per il suo valore intrinseco, sia economico, sia nelle finalità di cura. Anche perché rappresenta un settore e un prodotto farmaceutico strategico. Serve aumentarne la consapevolezza. Attualmente, e speriamo che continui a essere così a lungo, l’Italia non consente speculazioni commerciali sul dono del sangue, e le terapie trasfusionali sono inserite nei Lea (Livelli essenziali di assistena). Questo offre una serie di garanzie al paziente. I servizi trasfusionali sono però in difficoltà per croniche carenze: mancanza di personale sanitario, l’assenza

A destra: I dati relativi al plasma raccolto in tutta Italia e inviato al frazionamento in c/lavorazione. I farmaci plasmaderivati ottenuti restano sempre di proprietà esclusiva del Servizio sanitario pubblico. I dati si riferiscono agli ultimi tre anni e, nell’ultima colonna, le previsioni del Centro nazionale sangue tratte dal “Programma di autosufficienza nazionale del sangue e dei suoi prodotti”. La raccolta complessiva 2022 è prevista al... ribasso dopo che, nonostante tutto, il 2021 abbia fatto registrare una crescita - seppur lieve - anche rispetto al 2019..

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di una scuola di specializzazione in medicina trasfusionale, un non adeguato finanziamento. Il nostro sistema sangue si regge su una positiva intuizione, la capacità cioè, di bilanciare le due fasi più importanti del processo. Una è economicamente vantaggiosa, la raccolta, l’altra più costosa: la cura dei malati. Noi crediamo che queste due fasi non debbano essere separate, affidando magari a soggetti privati con fini di lucro la raccolta, lontano dagli ospedali pubblici e dalla vigilanza dei servizi trasfusionali. Significherebbe lasciare che le multinazionali farmaceutiche si impadroniscano del plasma etico italiano. Questo comporterebbe la divisione di impegno nella raccolta, tra la parte “in perdita”, cioè gli emocomponenti labili e le terapie sui pazienti, lasciandola nelle mani pubbliche degli ospedali e associazioni, finanziate con soldi pubblici. La parte “fruttuosa”, ossia la raccolta del plasma e la produzione dei farmaci emoderivati, che poi vengono in parte rivenduti sul mercato, metterla direttamente sotto il controllo e nelle mani delle multinazionali del farmaco (e di coloro che da esse ricevono generosi compensi) con lauti guadagni e controllo dei prezzi. Protagonisti del Sistema sangue e plasma italiano, insieme alle associazioni dei donatori,


sono i medici trasfusionisti e i dirigenti sanitari e amministrativi che mettono insieme la medicina trasfusionale (che è un costo) con la produzione dei medicinali plasmaderivati (che è un’attività economicamente vantaggiosa). Le due parti del sistema si reggono se c’è una regia comune. Insieme consentono la sostenibilità economica di tutto l’impianto. Separarle vuol dire dare il via a un pericoloso processo di dismissione del servizio pubblico nazionale che, oltre ad affondare il sistema sangue per come lo conosciamo (in termini di efficienza, volumi e qualità), rischia di diventare un pericoloso precedente per altri settori. Attualmente le Regioni e le PPAA sono raggruppate in quattro Accordi Interregionali che conferiscono il plasma raccolto dai propri Servizi Trasfusionali a quattro diverse industrie farmaceutiche, fra le più qualificate a livello internazionale. Il plasma viene conferito, ma non venduto alle industrie. Di conseguenza i farmaci sono delle Regioni che hanno conferito il plasma e le industrie sono retribuite solo per il lavoro svolto. A che punto è l’interscambio fra le regioni eccedenti specifici farmaci plasmaderivati e quelle invece carenti per questi plasmaderivati? Esiste una cabina di regia nazionale che coordini i quattro Accordi Interregionali e le singole regioni appartenenti ad Accordi Interregionali diversi? Il Sistema Italia è ormai realtà operativa o manca ancora qualcosa? Quale può essere il ruolo del CNS in tale ambito? Siamo assolutamente favorevoli a questo scambio di prodotti tra raggruppamenti a sostegno solidale del Sistema. Si chiede evidentemente un’unica regia nazionale che con imparzialità e trasparenza possa essere garante dell’intero processo, sia di conoscenza delle disponibilità, sia delle allocazioni. Qual è, se c’è, la differenza fra donazione remunerata e rimborsata? Ci spiega la differenza, secondo lei, fra donazione “remunerata” e donazione “rimborsata” se il “rimborso” include anche il tempo speso per effettuare la donazione? Chi e come potrà farsi carico del “rimborso” al donatore, tenendo conto che il Codice del Terzo Settore chiarisce che tale rimborso non è consentito? Non vorrei divenisse questa una mera definizione o differenza semantica perché nella fattispecie diventa sostanziale, sia eticamente sia nella sua applicazione. Oltre il valore intrinseco od estrinseco, ma nella stessa concezio-

ne di opportunità, etica e di dignità umana. Nulla può e deve essere pagato per la cessione di parti del corpo. Anche la sola idea di poterle in qualche modo riconoscere sminuisce la portata e la dignità di ogni donatore. Quanto vale in effetti una donazione? Tutto può essere tanto o poco. La remunerazione risulta essere, in sostanza, il sistema mercificante che esiste in alcuni paesi e paga il donatore, a seconda delle fluttuazioni della materia prima, come ogni componente merceologico. Guarda però e adesca tra le classi meno abbienti e più svantaggiate, senza rispetto della dignità e approfittando delle debolezze. Rimborso è un modo più sottile di applicare il concetto. Si offre non denaro, ma beni e servizi a compensazione della disponibilità e del tempo: pizze, cinema, rimborsi chilometrici, giornata lavorativa o altre opzioni. Secondo noi nulla cambia. Peraltro per il nostro sistema legislativo risulta incompatibile perché si equipara a un rimborso forfettario, non previsto né possibile. Inoltre crea una discrepanza di disponibilità e possibilità economiche e finanziarie, non certo gestibili dalle associazioni o dai servizi trasfusionali. Il nostro sistema riconosce ai lavoratori dipendenti la giornata lavorativa ma solo in termini previdenziali e senza nessun introito diretto, ma a volte addirittura negativo. Questo perché tali giornate non sono contate “lavorate” e quindi non rientrano nei bonus a progetto. Noi continuiamo a credere, supportati dai dati della presenza e della raccolta, in un punto fermo: i donatori non remunerati e non rimborsati sono quelli che al meglio rispondono alle esigenze e alla flessibilità del sistema. Sottolineo la definizione perché dire “volontari” non basta, giacché nemmeno i remunerati sono obbligati a farlo, ma lo fanno per altri consapevoli scopi e nemmeno etica, perché ogni individuo agisce con propria etica, purché nel rispetto del prossimo. Mi piace comunque pensare e difendere il nostro sistema di donatori periodici, associati etici e generosi che lo fanno in modo volontario e responsabile.

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Il presidente nazionale Avis, Gianpietro Briola, colto dalla nostra redazione sul lettino della donazione al Centro trasfusionale di Brescia (foto di repertorio, 2019).

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RICERCA SCIENTIFICA: AVIS-TES

Nuova convenzione fra l’Abvs e Fondazione TES per la Ricerca L’Abvs Belluno è la prima Provinciale a rinsaldare i legami con T.E.S. per la Ricerca scientifica sulle cellule staminali da emocomponenti

In alto. L’incontro di ottobre 2021 con medici, volontari, ricercatori a Belluno. Al centro il Presidente della Fondazione T.E.S., Prof. Pierpaolo Parnigotto.

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iparte con la firma di una nuova convenzione la proficua collaborazione tra Abvs e la Fondazione T.E.S. “Da anni sosteniamo la ricerca sulle cellule staminali che viene svolta presso il Centro trasfusionale di Belluno, in collaborazione con l’Università di Padova e la Fondazione T.E.S. La carenza di medici prima e l’arrivo della pandemia di Covid-19 hanno, purtroppo, interrotto questo proficuo rapporto di collaborazione e sostegno - spiega la presidente provinciale di Abvs Gina Bortot - a ottobre scorso abbiamo provato a riannodare i fili e organizzato un incontro fra medici, ricercatori e Direzione generale dell’Ulss 1 Dolomiti con la speranza

di ripartire. Grazie alla disponibilità e tenacia della dott.ssa Ersilia Angela Barbone (Direttore Uoc Medicina trasfusionale dell’Ulss 1 Dolomiti) e del dott. Alessio Borean (Uoc di Medicina trasfusionale), nonostante il personale medico del trasfusionale non abbia subito incrementi, si riparte”. La convenzione fra l’Abvs e la Fondazione T.E.S. (che collabora con le Università di Padova, Verona, Varese, Roma e con numerose Ulss del Veneto) punta allo sviluppo di un nuovo progetto multicentrico dal titolo: “Cellule staminali multipotenti da emocomponenti leuco-fibrino-piastrinici per terapie di medicina personalizzata” in collaborazione con

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l’Unità organizzativa complessa di Medicina trasfusionale di Belluno. Il progetto, in questa prima fase, avrà la durata di due anni e l’associazione metterà a disposizione i contributi del 5 per mille relativi agli anni fiscali dal 2016 al 2019. La Fondazione T.E.S. ed i suoi ricercatori si impegnano, oltre alla gestione del progetto con l’Università di Padova e l’Ulss 1 Dolomiti, a sostenere economicamente un ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze - Anatomia Umana e a fornire supporto e collaborazione per le comunicazioni e le promozioni organizzate dall’Abvs. “Nell’esprimere grande soddisfazione per questa ripartenza, desidero ricordare che chiunque può partecipare al sostegno di questo progetto con una firma nella casella del 5 per mille della propria dichiarazione dei redditi, indicando il codice fiscale dell’Abvs 80003640259: come per gli anni precedenti l’Abvs devolverà l’intero importo raccolto a favore della ricerca”.

Riportiamo anche i codici fiscali delle altre Provinciali e di Avis regionale a cui poter devolvere, con una semplice firma e senza spese, il 5 per mille. Il raccolto verrà devoluto alla ricerca.

REGIONALE PADOVA ROVIGO TREVISO VENEZIA VERONA VICENZA

94019690265 92066810281 93003660292 94004610260 82006570277 93031180230 94003500249


Le cellule staminali multipotenti, i progetti in corso, gli obiettivi

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le cellule staminali sono uno strumento terapeutico estremamente interessante nel campo della ricerca medica per la loro elevata capacità rigenerativa. I ricercatori di tutto il mondo le stanno studiando in laboratorio nella speranza di poter un giorno utilizzarle come un vero e proprio farmaco per sostituire qualsiasi tessuto o organo malato del corpo, ricreandolo in laboratorio. Da qualche anno è emersa la possibilità di utilizzare il sangue periferico come fonte di cellule staminali per la rigenerazione di diversi tipi di tessuto (osso, muscolo, cartilagine, nervi); questa opportunità risulta particolarmente importante se si pensa che il sangue è un tessuto facilmente accessibile, che si può ottenere con metodi poco costosi e non invasivi per il donatore (prelievo venoso) e soprattutto che si può utilizzare per terapie autologhe (il prelievo viene fatto dallo stesso paziente che deve essere trattato, eliminando qualsiasi problema di immunocompatibilità). Inoltre, queste sono cellule staminali definite “adulte”, ovvero non prelevate dall’embrione, che quindi non sollevano alcuna controversia etica per quanto riguarda il loro isolamento ed utilizzo clinico. La Fondazione T.E.S., attraverso una proficua partnership con Avis, promuove e sostiene da oltre dieci anni la ricerca sulle cellule staminali da sangue periferico, erogando donazioni liberali all’Università degli Studi di Padova allo scopo di finanziare progetti e ricercatori altamente qualificati. Risultati importanti sono stati raggiunti riguardo all’estrazione e alla coltura in laboratorio di queste cellule, al fine di ottenerne in quantità sufficiente per le applicazioni di Ingegneria Tissutale. Recentemente, grazie ad una collaborazione tra Università di Padova e Uoc di Medicina trasfusionale dell’ospedale

di Belluno, è stato possibile raggiungere l’obiettivo di isolare cellule staminali a partire da emocomponenti. Questo consente di ottenere quantità praticamente illimitate di cellule grazie alla coltura in laboratorio. Lo studio ha inoltre evidenziato una differenza di genere nella resa di isolamento delle cellule staminali: finora è stato possibile ottenerle dal sangue di donatori maschi, e ulteriori ricerche saranno volte a definire le tecniche e le condizioni di estrazione da campioni femminili. Queste differenze di genere si stanno rivelando sempre più significative per lo sviluppo di terapie rigenerative personalizzate. Valutata la capacità delle cellule staminali da sangue di trasformarsi in cellule specializzate per il recupero di diverse patologie e disfunzioni (cardiovascolari, respiratorie, muscolari e metaboliche come il diabete), sarà possibile farle crescere su supporti biologici immunocompatibili per riparare o ricostruire tessuti danneggiati. Questo studio innovativo verrà sviluppato in collaborazione tra la sezione di Anatomia Umana del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova, la Fondazione T.E.S. e le unità sanitarie di Belluno e di Treviso e permetterà di aggiungere un importante tassello al grande puzzle della ricerca sull’uso delle cellule staminali per la riparazione e rigenerazione dei tessuti, verso l’ambizioso obiettivo di una loro sicura ed efficace applicazione nei pazienti. Dr. Silvia Barbon PhD - Ricercatore post

In alto. Le due ricercatrici di T.E.S. A sinistra Elena Stocco, a destra Silvia Barbon. Sotto. La presidente di Abvs Belluno, Gina Bortot.

dottorato Istituto di Anatomia Umana Dipartimento di Neuroscienze - Università di Padova

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PROGETTI: IO VALGO 3.0

Con Admo e quattro Enti partner per parlare al mondo del lavoro di / Michela Rossato /

Con Admo, Cisl, ConfCommercio, Lions e Centro di Medicina terza edizione del progetto. Regione ancora accanto.

Sotto. Da sinistra: Mara Rosolen, presidente Admo regionale Veneto; Chiara Manfrin, coordinatrice di progetto; Vanda Pradal, presidente Avis regionale Veneto alla conferenza stampa del 18 gennaio scorso.

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urante la pandemia, i datori di lavoro si sono trovati a dover eseguire una serie di adempimenti formali e sostanziali per limitare i rischi di contagio. Prescrizioni, derivanti dalle imposizioni governative e dal buon senso, che hanno impattato sulla vita loro e dei lavoratori, modificando abitudini e percezioni individuali. Con che consapevolezza da parte del lavoratore? Con quali lacune e punti di forza? Se lo è chiesto Avis Veneto con il progetto “Io Valgo 3.0: il terzo settore e le imprese insieme per la salute della comunità”, terza edizione di un’iniziativa di promozione della cultura del volontariato, della donazione e della salute negli ambienti di lavoro. La prima, nel 2018, ha portato Avis all’interno di alcune aziende con il coinvolgimento di 400 lavoratori. La seconda, nel 2020, si è trovata nel mezzo della pandemia e ha subìto una rimodulazione, con la promozione del dono e della salvaguardia della salute a distanza, tramite video, la campagna “MoVita”, iniziative social e su piattaforme digitali. Io Valgo 3.0, che si conclude a fine aprile, fa un ulteriore passo in avanti, concentrando l’attenzione sul comportamento del singolo e

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sulla salute della collettività in una situazione di pandemia. Il progetto vede ancora una volta il contributo della Regione Veneto e, per la prima volta accanto ad Avis Veneto, la partnership di Admo regionale. Collaborano Cisl Veneto, ConfCommercio Veneto, Villa Maria-Centro di Medicina e Lions Club International - Distretto 108Ta3. “Il progetto è partito da un questionario online rivolto ai donatori Avis e Admo, dal quale si sono raccolte informazioni sull’attenzione nei luoghi di lavoro verso la salute, su come sono cambiate le cose con la pandemia, su lacune ed eventuali nuove buone prassi attivate per salvaguardare la salute di tutti - spiega la coordinatrice di progetto, Chiara Manfrin - Con i dati è stata fatta una mappatura dei rischi percepiti e di eventuali buone prassi attuate negli ambienti di lavoro, sono stati realizzati dei grafici e video per i social, la pagina Facebook del progetto e si sono sviluppati dei tavoli di confronto tra figure professionali diverse, per realizzare delle linee guida di comportamenti da adottare, su base volontaria, negli ambienti di lavoro”. Tra gennaio e febbraio si sono svolti tre tavoli provinciali (Padova/Rovigo, Treviso/Venezia/Belluno, Verona/Vicenza) di confronto e co-progettazione, con rappresentanti di imprese, parti sociali, enti pubblici, terzo settore, accademia, centri di ricerca e professionisti socio-sanitari per un’analisi dei dati di partenza, contributi personali e professionali e la definizione delle linee di intervento strategiche. I tavoli online si sono svolti con il metodo mosaic-design your decisione, sviluppato da We Europe srl con il supporto tecnico scientifico di Sherpa srl-Spinoff dell’Università di Padova. I risultati sono poi stati condensati in report analitici e riportati in un ultimo tavolo di co-progettazione regionale, il 22 marzo. Obiettivo: creare linee guida comuni per la cura della salute di tutte le persone che entrano in contatto con attività esercitate dalle imprese e un protocollo di intervento, con sottoscrizione volontaria.


Dati, su cui riflettere, dal questionario (mascherine, plexiglass...) per l’11%. Un 8% non risponde. Nel 61% dei luoghi di lavoro ci sono stati momenti di sensibilizzazione, informazione e confronto sui temi legati alla salute. Per il 73% in imprese del settore commercio. Che cosa vorrebbero i lavoratori? Il 51% ha dichiarato un bisogno formativo sul tema della prevenzione e dell’igiene, il 33% sulla promozione di stili di vita sani (salute, sport, rischi connessi all’abuso di fumo e alcol), un 9% sull’importanza dei vaccini, rispetto delle regole e delle procedure di prevenzione.

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ati interessanti sono emersi dal questionario. Per l’80% degli intervistati è aumentata sul luogo di lavoro la percezione dei rischi e la consapevolezza di quanto i propri comportamenti possano influire sulla salute di tutta la comunità. L’83% dei partecipanti ha poi notato che, tra i propri colleghi e/o superiori, vi è stato un cambiamento di atteggiamento nei confronti degli altri per ridurre i rischi alla salute. Di questa percentuale, il 90% è costituito da lavoratori in aziende sotto i 50 dipendenti e il 63% da lavoratori del commercio. In particolare, i lavoratori delle botteghe di commercio e artigianato risultano le principali categorie di provenienza delle attestazioni delle buone prassi. Rispetto ai fattori di rischio percepiti sul luogo di lavoro, le risposte sono state: superficialità, negligenza, mancata prevenzione e mancato rispetto delle regole e delle normative per il 35% degli intervistati; luoghi di lavoro inadeguati (elevati contatti interni ed esterni/ sovraffollamento) 32%; persone non vaccinate 27%. Un 6% non si è espresso. Il 96% del campione ritiene che il proprio luogo di lavoro sia un contesto importante per diffondere un messaggio di attenzione alla salute propria e degli altri e questo ci dimostra che stiamo percorrendo la strada giusta. Tra le buone pratiche suggerite dai lavoratori per ridurre il rischio contagio: promozione della consapevolezza, maggiore informazione e prevenzione per il 32% degli intervistati, rispetto del distanziamento sociale, maggiore areazione dei locali e maggiori controlli per il 26%, più smart working per il 23%, maggiore igiene e utilizzo dei meccanismi di protezione

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PROGETTI - ALL OF ME

Quindici uomini e donne, volontari e riceventi testimonial del dono di / Valentina Calzavara /

Fino a luglio una serie di iniziative “racconta” il dono in tutte le sue sfaccettature.

Sotto. Tutte donne a presesentare il Progetto: da sinistra Lorena Bellati, coordinatrice del Progetto; l’assessora regionale Manuela Lanzarin; la presidente di Avis Veneto Vanda Pradal e Agathe Wakunga, testimonial dell’iniziativa.

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i chiama “Con tutto me stesso-All of me”, il progetto di Avis regionale Veneto che promuove una importante campagna di sensibilizzazione alla donazione di sangue, emocomponenti, organi, tessuti e cellule. L’iniziativa è finanziata dalla Regione Veneto ed ha per ente capofila l’Avis regionale, insieme ai partner Admo Veneto, Aido Veneto, Fidas Veneto, Odv Tempio internazionale del donatore, Avec-Associazione veneta per l’emofilia e le coagulopatie, Ape-Avis per il progresso ematologico, Avlt-Associazione veneta per la lotta alla talassemia. Il progetto di promozione ha preso forma sulla pagina Facebook All of me-donors che tutti sono chiamati a consultare per condividere e rilanciarne i contenuti. Sulla piattaforma social 15 testimonial del dono si raccontano attraverso foto, testi e video-testimonianze. Ogni storia descrive un’esperienza di dono, fatto o ricevuto, rilanciando esempi di solidarietà che, con la diffusione sui social, possono diventare occasione di riflessione e conoscenza, per formare una coscienza collettiva sempre più consapevole, attenta e partecipe verso la donazione. All’evento di presentazione, il 14 febbraio in sede Avis regionale a Treviso, è stato lanciato il primo video solidale che ha per protagonista Agathe, e il racconto di quanto la trasfusione di sangue sia per lei preziosa. “Con tutto me stesso-All of me” punta a promuovere la donazione, ma non solo. L’intento è ancora più ampio e più profondo: ovvero

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quello di diffondere la cultura del volontariato e del “dono di sé” in ogni sua forma. Tutti abbiamo molto da donare, recita la campagna: anche in termini di tempo, disponibilità, conoscenza, vicinanza al prossimo, e il progetto mira anche a rafforzare le relazioni interne al Terzo Settore, “fare squadra” attorno a valori condivisi. Quattro i momenti salienti dell’iniziativa. Il primo è la pubblicazione delle testimonianze sulla pagina Facebook All of me – donors con l’intento di raggiungere il maggior numero di cittadini attraverso i canali online, secondo la creazione della “Donors school”, vale a dire la scuola delle associazioni del dono quale strumento di formazione permanente per il Terzo Settore, terzo lo sviluppo di un contest attraverso la pagina Facebook del progetto che inviterà i cittadini a segnalare le esperienze di volontariato a loro più care, per realizzare una grande mappa e racconto collettivo della Comunità del Dono in Veneto. A chiudere sarà, invece, una mostra finale intitolata “La comunità del dono” a luglio al Tempio internazionale del Donatore di Valdobbiadene (Tv). Per l’occasione verrà realizzata un’opera collettiva, un manifesto della comunità del dono. “Grazie alla stretta collaborazione che stiamo tessendo con tutte le associazioni partner, al supporto della Regione Veneto e al sostegno delle aziende sanitarie del territorio, si sta formando una bella rete di partecipazione per dare massima risonanza all’iniziativa. Oggi più che mai - uscendo da questi due anni difficili in cui il Terzo Settore e tutto il mondo del volontariato tanto hanno fatto - abbiamo compreso quanto la salute e il benessere delle nostre comunità siano importanti, ma non basta solo preservarle, occorre accrescere questo patrimonio con attenzione e gesti concreti - sottolinea Vanda Pradal, presidente Avis regionale - La donazione, in ogni sua forma, rappresenta un gesto di profondo valore sia per chi decide di compierlo, sia per chi lo riceve. Dobbiamo quindi riuscire ad accrescere questa consapevolezza, a diffonderla tra le generazioni più giovani, sostenerla tra gli adulti, metterla


a beneficio delle persone più fragili. Ognuno è chiamato a fare la sua parte dando tutto se stesso. “Il progetto Con tutto me stesso rappresenta un’occasione virtuosa per stimolare la nostra comunità a condividere, conoscere e valorizzare le esperienze di dono. Ecco perché la Regione ha deciso di credere e finanziare questa iniziativa, che vede capofila Avis Veneto insieme a un folto gruppo di associazioni partner - ha affermato l’assessore regionale alla sanità e al sociale Manuela Lanzarin - Mai come oggi è fondamentale rafforzare sempre più le connessioni tra istituzioni, Enti territoriali e Terzo Settore, i quali tanto hanno fatto insieme durante la pandemia di Covid-19 e tanto continueranno a fare per il benessere della collettività. Va proprio in questa direzione la campagna Con tutto me stesso-All of me la

quale, attraverso i social media, sta creando preziosi spazi di partecipazione per diffondere esperienze di solidarietà grazie alle testimonianze di chi ha dato e di chi ha ricevuto. Uno scambio che costituisce un caposaldo dell’eccellenza del nostro sistema socio-sanitario, capace di abbinare la cura all’attenzione verso la persona”.

Sopra. La presentazione-conferenza stampa del Progetto con i 15 testimonial volontari-riceventi e giornalisti.

Due testimonianze di riceventi

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uindici i testimonial di “All of me”. Si tratta di donatori, volontari nelle varie associazioni coinvolte e riceventi. Ruoli che, a volte, si sovrappongono e si fondono nella stessa persona. Vi raccontiamo in breve due storie di riceventi. Agathe Wakunga ha 41 anni, vive a Paese (TV), è nata nella Repubblica Democratica del Congo da una famiglia originaria dello Zambia. È mamma e lavora come consulente per la dermocosmesi in una farmacia di Treviso. “Sono nata con una patologia che qui in Italia è molto conosciuta: la beta-talassemia. La mia è la forma un po’ più grave che si chiama drepanocitosi. Provoca crisi vaso-occlusive che causano dolori in tutto l’organismo. All’età di tre mesi ho fatto la mia prima crisi e sono andata in coma. Le mie condizioni erano molto gravi ma grazie ai medici sono riuscita a riprendermi. Per mia madre è stato un miracolo. Per la mia malattia ho bisogno di trasfusioni, per me il sangue è dono di vita. Ho deciso di raccontare la mia storia grazie a mio figlio Gabriel che il 14 giugno di qualche anno fa, nella Giornata Mondiale del Donatore di Sangue, ha chiamato quattro radio per ringraziare tutti i donatori di sangue a viva voce, per quanto fanno per me. È da quel momento che ho trovato il coraggio di testimoniare la mia esperienza. Il progetto “Con tutto me stesso-ALL OF ME” è un’iniziativa che tocca la coscienza. Per me rappresenta un piccolo dono per dire

grazie a tutti i donatori. Per la mia storia ho scelto la parola SPERANZA, la speranza di farcela, di esserci, di avere fede e fiducia che il sorriso non me lo toglierà nessuno”. Mirko Dalle Mulle, 44 anni, trapiantato, ha scelto la parola CORAGGIO per raccontarsi. “Sono al mio secondo trapianto di rene avvenuto a giugno del 2020, durante la prima ondata di Covid. Il mio primo trapianto risale al 1998, quando avevo quasi 20 anni. Da molto tempo sono impegnato all’interno di Aido (Associazione Italiana Donatori di Organi). Ora sono qui a raccontarvi una piccola storia che mi ha visto protagonista, assieme ad altre 4 persone fragili: abbiamo affrontato la salita del Monte Rosa arrivando a Capanna Margherita, a 4.456 metri. È stata un’esperienza molto forte e interessante attraverso la quale voglio trasmettere un messaggio: qualsiasi siano le difficoltà che affrontate, abbiate coraggio! il trapianto è vita!».

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Due testimonial: Agathe Wakunga e Mirko Dalle Mulle

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ALTROVOLONTARIATO

I “fratelli di sangue” dei donatori, alla scoperta della Talassemia di / Michela Rossato /

In Italia 7mila e in Veneto 150 talassemici vivono solo grazie alle trasfusioni di sangue. Generalmente due sacche ogni 15 giorni.

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ono centinaia, in Veneto, i pazienti che soffrono di anomalie genetiche dei globuli rossi. E i volontari che, per esperienza personale o familiare, li seguono, riunendosi in associazione. Una di queste realtà è l’Avlt, Associazione veneta per la lotta alla talassemia. Nata a Rovigo nel 1976 da un gruppo di genitori di piccoli malati, con il nome di Associazione per il bambino talassemico, ha cambiato il suo nome nell’attuale nel 1983 quando i piccoli talassemici di allora erano ormai diventati ragazzi e giovani. Dal 1996 Avlt è iscritta al Registro regionale veneto delle associazioni di volontariato, dal ‘97 alla Fondazione dell’Organizzazione europea malattie rare (Eurordis Rare Diseases Europe) e dal 2016 è membro dell’Unione associazioni per le anemie rare talassemia e drepanocitosi “United”. Tutti passi in avanti grazie a quei bambini che oggi sono padri e madri, convivono con la talassemia grazie alle terapie, sono diventati a loro volta volontari Avlt e condividono ciò che la malattia comporta, le nuove frontiere della ricerca e le speranze per il futuro. Uno di loro, Alberto Cattelan, talassemico 44enne, guida oggi l’associazione. Lo abbiamo intervistato, per conoscere più da vicino questa realtà così strettamente legata ai donatori di sangue.

Nella foto. Da sinistra il presidente Avlt, Alberto Cattelan e il consigliere Angelo Macripò, in visita alla nostra redazione.

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Presidente, che cos’è la talassemia? È una grave anemia di origine genetica, che si eredita da due genitori portatori sani del difetto genico. Nel talassemico manca del tutto o in parte la produzione normale di emoglobina da parte delle cellule rosse del sangue a causa di un difetto di sintesi delle catene alpha o beta che formano l’emoglobina. La malattia costringe il paziente, sin dall’infanzia e per tutta la vita, a periodiche trasfusioni di sangue (in base alla gravità) e ad una terapia ferrochelante quotidiana. La talassemia major (detta anche beta talassemia major) è la più severa e implica trasfusioni di sangue ogni 2 o 3 settimane, mentre nella forma minor o intermedia la periodicità delle trasfusioni va dai 3 ai 6 mesi. A causa delle continue trasfusioni, negli organi vitali del paziente come cuore, fegato e pancreas si deposita un eccesso di ferro che deve essere quotidianamente eliminato attraverso una terapia ferrochelante, che un tempo avveniva tramite una pompa e un ago, e oggi tramite un farmaco orale. Da una pompa a un farmaco orale, un bel salto. La ricerca sta migliorando la qualità di vita dei pazienti talassemici? Altrochè. La ricerca ci ha migliorato la vita in primis proprio in merito alla terapia ferrochelante. Fino a non molto tempo fa, ce n’era solo una e consisteva in una pompa che, tramite un’iniezione che durava dalle 10 alle 12 ore al giorno, infondeva un farmaco sotto cute. Immaginatevi un bambino, con un ago sul braccio, attaccato a una pompa per metà della sua giornata. Oggi la terapia consiste in un farmaco (o sciroppo per i bambini) che viene assunto tre volte al giorno per via orale. Una rivoluzione! Come potrebbe esserlo la terapia genica che è già in fase avanzata di sperimentazione clinica, con i primi incoraggianti risultati. L’obiettivo della ricerca di un futuro che speriamo prossimo, è l’eliminazione del difetto genetico che causa la talassemia. Come opera oggi la vostra associazione? Le finalità di Avlt sono far conoscere la talassemia, promuovere la donazione di sangue


(senza la quale nessuno di noi talassemici oggi esisterebbe), supportare i malati nel mondo della scuola e del lavoro (in particolare per le problematiche che insorgono per le loro continue assenze), supportare l’assistenza socio-sanitaria, organizzare incontri di formazione e aggiornamento con medici e scienziati, collaborare alle iniziative anche di piazza di Avis e Fidas e le altre associazioni del dono. Avlt, inoltre, collabora a progetti con l’Università di Ferrara, della Pennsylvania (Usa), di Philadelphia (Usa) e di Gerusalemme (Israele). Quanti sono i pazienti talassemici? La talassemia colpisce di più un sesso? In Italia i talassemici sono circa 7mila, i residenti in Veneto 150. Il difetto genico non è legato al sesso, e di questi 150 pazienti la percentuale tra maschi e femmine è del 50%. La maggior parte è nella mia fascia d’età, tra i 40 e i 50 anni, ma ultimamente sta aumentando l’età pediatrica. Come mai un aumento dei bambini? Perché per un certo periodo molti genitori hanno temuto di mettere al mondo bambini destinati a terapie pesanti. Oggi quella paura è venuta meno, perché con la talassemia si può convivere. Molti pazienti sono diventati genitori. Io stesso sono padre di una bambina, che non è talassemica, pur portatrice sana della malattia. La talassemia si eredita come? Con due genitori entrambi portatori della malattia. E molto dipende dalla combinazione dei geni. Io per esempio, sono un gemello. Sono nato malato e mia sorella gemella, invece, è portatrice sana. Quindi io talassemico e lei no. Avevo il 50% di probabilità di esserlo. Altro esempio: io sono talassemico, mia moglie sana, mia figlia portatrice sana. È tutta questione di combinazione e di probabilità, più o meno alte in base alla genetica del partner, a volte sconosciuta. Esistono dei test per scoprirlo? Sì, un semplice prelievo del sangue. Al Centro di Microcitemia, per esempio, non a caso a Rovigo. In Polesine la talassemia è più presente, come a Ferrara, Puglia, Sicilia e Sardegna. Dalla Sardegna sono partiti gli appelli più forti in pandemia. Come l’avete affrontata in Veneto? La conversione dell’ospedale di Schiavonia (Pd) in ospedale Covid, con i nostri pazienti della zona bloccati, è stata risolta con l’aiuto dei sanitari. Sono stati accolti e seguiti al

Centro trasfusionale di Montagnana. La preoccupazione legata al calo delle donazioni di sangue è, invece, stata superata con la straordinaria generosità dei donatori, ai quali dobbiamo dire grazie ogni giorno della nostra vita. Se calcoliamo che ogni talassemico major necessita di 2 sacche ogni due settimane, 4 al mese e 48 all’anno, ne servono migliaia solo in Veneto. Cosa si augura d’ora in poi per i pazienti? Mi auguro che giovani medici prendano a cuore la nostra malattia perché oggi, per la prima volta nella storia e grazie alla ricerca, ci sono talassemici di 60, 62 anni, contro i 18 anni massimo a cui arrivavano fino a non molto tempo fa. Non ci sono mai stati talassemici “anziani” in Veneto e sono tutto un mondo da studiare e aiutare, nelle loro fragilità che si sommano a quelle classiche dell’età che avanza.

Direttivo Avlt: Alberto Cattelan presidente, Michele Lipucci di Paola vice, Luigi Di Dio tesoriere, Angelo Macripò, Emilio Zago, Monica Buson, Riccardo Valle consigliere. Per info sito www. avlt.it con pagina Facebook AVLT-Associazione Veneta per la Lotta alla talassemia ed email info@avlt.it

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In alto. Volontari dell’Avtl in una delle tante iniziative con l’Avis comunale di Padova. Sotto. Una foto di repertorio pre-Covid di una manifestazione organizzata dall’Associazione Talassemici.

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DONNE IN AVIS

DonnAzione: ma quale sesso debole? di / Redazione /

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ono sempre più le avisine che in Veneto raggiungono significativi traguardi in fatto di donazione. Altruismo, tenacia e passione animano negli ultimi anni moltissime donne che ormai incidono fortemente sulla raccolta. Le nuove donatrici in molte Avis comunali stanno superando i “colleghi” maschi, per poi rallentare nel periodo delle gravidanze e ritornare a donare subito dopo con generosità. Le donne, in particolare, sono forti donatrici di plasma, sempre più indispensabile, come leggiamo da tempo anche sul nostro periodico. A loro vogliamo dedicare, da questo numero, una pagina fissa, perché possano portare la propria esperienza a supporto della campagna per la raccolta del plasma in Italia. Iniziamo da Laura Doria, avisina di Chioggia (Ve). Ha tagliato il traguardo delle 50 donazioni. La prima risale a 25 anni fa. Da allora l’ha vissuta come una vera e propria missione. Non sempre il fisico le ha permesso di donare, ma non per questo ha abbandonato l’idea contribuire per l’Avis. Anzi l’ha stimolata a riequilibrare lo stile di vita e di alimentazione, pur di poter essere idonea alle donazioni, anche per il plasma, iniziate solo quattro anni fa. “Potrà sembrare esagerato il mio entusiasmo - commenta Laura - perché molte donne superano di tanto il numero delle mie donazioni. Ma per me vuol dire tanto questo traguardo e mi dà lo stimolo per il prossimo di 75. Donare il sangue e/o plasma - prosegue - è un gesto che dura poco, è un gesto d’amore e di solida-

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rietà molto importante nei confronti di chi sta male. Oltretutto diffondere l’entusiasmo credo possa essere di stimolo ad affrontare questo bel percorso per chi non lo ha ancora intrapreso e che auguro anche ai miei figli, raggiunta la maggiore età. Un grazie al personale dell’Avis di Chioggia che da sempre si contraddistingue per l’accoglienza e la professionalità”. Dal veneziano al trevigiano, il 21 febbraio si sono festeggiate al Centro trasfusionale di Castelfranco Veneto le 102 donazioni di un’altra Laura. Ex consigliera del Direttivo Avis di Castelfranco e un tempo animatrice del Gruppo giovani Avis, Laura Squizzato ha 53 anni e dona da quando ne aveva 22, sull’esempio di papà e zio. “Ho iniziato con mio fratello e un’amica, e poi è diventata donatrice anche mia sorella - ci racconta - quindi Avis e il dono sono parte della nostra famiglia”. Ha donato 43 volte sangue e 59 plasma, ed è anche iscritta al registro dei donatori di sangue midollare. “Quando mi sono dovuta fermare per un periodo, ci sono rimasta malissimo - continua - e quando ho avuto l’ok per riprendere sono rinata, perché ritengo che se si sta bene e la salute lo permette, non ci si debba mai tirare indietro su un gesto così prezioso. Un messaggio che ho sempre cercato di trasmettere agli studenti durante le attività Avis nelle scuole. Spero di esserci riuscita, nel mio piccolo, perché i ragazzi, quando vengono informati e ascoltano chi il gesto lo compie in prima persona, rispondono positivamente”.


Avis e Aido a Mirano insieme per la prevenzione dei tumori femminili

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ausa isolamento e paura, negli ultimi due anni la popolazione ha trascurato la prevenzione. In tale contesto si è inserito il progetto: “Un dono a te stessa: regalati la prevenzione” di Avis Mirano, in collaborazione con Aido Mirano e Aido S. Maria di Sala, finanziato dalla Regione Veneto con fondi statali del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Il progetto si è esplicitato in una serie di webinar iniziali sulla prevenzione del tumore al seno, con gli esperti, i medici Fernando Bozza dello Iov (Istituto oncologico veneto), Guido Papaccio primario di chirurgia senologica dell’Ulss3 e Bernardino Spaliviero della Casa di Cura “Giovanni XXIII di Monastier” (Tv). Presso quest’ultima struttura, oltre 90 avisine hanno potuto sottoporsi agli esami clinico strumentali alla mammella, andando a supportare il sistema nazionale che prevede lo screening solo per le over 50, ogni due anni. Successivamente è stato realizzato un webinar sulla medicina di genere, sulla centralità dell’individuo e su come una stessa malattia produca effetti e sintomi diversi a seconda del genere della persona. Sono intervenuti i medici dott. Gianluca Gessoni, direttore dell’Immunologia e trasfusionale dell’Ulss 3, Salvatore Saccà, primario di cardiologia dell’Ulss 3 a Mirano, Danila Bassetti e Luciana Bovone, presidente Aidm (Associazione italiana donne medico) di Milano. Alla base del progetto c’è il concetto che “Una persona sana è un donatore (o possibile tale) sano”, mettendo così al centro la prevenzione per contrastare l’insorgere di malattie. Il riacutizzarsi della diffusione del Covid 19 ci ha portato a ricalibrare il progetto per poter essere più incisivi e raggiungere in modo più capillare e veloce la popolazione, attraverso “pillole” informative sui tumori dell’utero e delle ovaie con il dott. Paolo Scantamburlo, sul tumore al colon/retto con il dott. Corrado Da Lio, primario chirurgia di Mirano e sui melanomi e neoplasie cutanee con il dott. Marcello Ferroni, dirigente medico in dermatologia-Ulss 3, Mirano.

Altro argomento sono stati i disturbi dei comportamenti alimentari, patologia latente e dilagante che può esser presa per tempo. Da qui l’esigenza, anche per dare un segno di rinascita e speranza, di proporre il tema in forma teatrale, in presenza, mettendo in scena il monologo “Di nuovo Viva – un monologo sull’anoressia” di e con Rachele Zanarella. L’opera autobiografica, realizzata presso la Sala Pertini di S. Maria di Sala, è stata seguita da un approfondimento con un volontario della Fenice OdV per ribadire che “Noi valiamo. Siamo perfetti nella nostra imperfezione, e tutti ricerchiamo solo amore. Prendiamoci cura di noi, vogliamoci bene, regaliamoci la prevenzione. Prevenire per curarsi meglio”. Ancora una volta la sinergia tra le associazioni di volontariato ha dato i suoi frutti. Laura Zanardo

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In alto. Uno dei webinar online organizzati nell’ambito del Progetto.

Sotto. Un momento dello spettacolo teatrale “Di nuovo Viva - un monologo sull’anoressia”.

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PROGETTO BEST/SCUOLA

Gran festa anche in Abvs per l’Ite “Pier Fortunato Calvi” di Belluno

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’Abvs si unisce all’Avis regionale Veneto nella festa e nelle congratulazioni a studentesse e studenti dell’Ite “Pier Fortunato Calvi” di Belluno, prima classificata nella sezione regionale al concorso di idee “Tieni d’occhio il tuo futuro” Best Choice (vinto a livello nazionale da un’altra scuola veneta, l’Einaudi Scarpa di Montebelluna). Abbiamo intervistato Stefano Seia, docente che ha coordinato la realizzazione del video presentato al contest. Professore, come è nato il video e quali tematiche avete scelto di affrontare? La classe ha scelto di realizzare un video che fosse di durata breve, per poter essere più agevolmente caricato e condiviso sui media che i ragazzi usano più frequentemente, come Instagram o TikTok. Per quanto riguarda l’argomento, la classe è rimasta inizialmente divisa tra le insidie del consumo di sostanze stupefacenti e qualcosa di più collegato all’educazione sessuale. Dopo lunghi dibattiti si è optato per la seconda ipotesi, dal momento che gli studenti alla lunga hanno tirato fuori più domande a tal riguardo. Il focus primario è stato poi l’imprinting sessuale, ovvero il discorso del primo rapporto e di come può influenzare positivamente o negativamente una persona dal punto di vista fisico e mentale. Che cosa ha rappresentato per gli studenti partecipare a questa esperienza?

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Per i ragazzi è stata un’opportunità per conoscere qualcosa di nuovo, differente rispetto alle normali materie scolastiche, oltre ad essere un’occasione in più per restare in contatto e lavorare insieme, una componente sociale che nel periodo pandemico è loro mancata. Anche il fatto che abbiano avuto la possibilità di scegliere tra diverse opzioni un argomento che potesse interessare a tutti loro e di proporsi per i diversi ruoli all’interno del progetto, è stato un impegno non da poco, che ha messo alla prova la loro maturità e capacità di organizzazione di gruppo. Il discorso dell’imprinting sessuale ha avuto una rilevanza particolare, in quanto è un argomento che per i ragazzi è parecchio sensibile, ma di rado capita di parlarne o confrontarsi a riguardo, tra di loro o con degli adulti. La possibilità di discuterne come gruppo classe ha dato, quindi, modo di sfatare alcuni miti e approcciare questo argomento un po’ “tabù” con un atteggiamento più sereno. Circa il tema della donazione di sangue, i ragazzi sono rimasti incuriositi dal fatto che non si tratti di un gesto banale, ma che richiede condizioni di salute che non vanno sottovalutate e una discreta cura di sé. Il posizionamento in classifica è stato accolto con un po’ di sorpresa e grande soddisfazione da parte di tutti.

Il video è visionabile sul sito www.best-choice.it


Le 89 Avis “di Marca” tornano a scuola

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REVIGIANO. Scorpacciate di fiabe, atelier di pittura creativa, un viaggio con i sensi online, il teatro d’immagine o l’apprezzato Giocavis. Sono alcuni dei laboratori promossi da Avis provinciale di Treviso con il coordinamento di Avis regionale per formare le giovani generazioni al dono. Più di cento volontari in campo, un referente per ogni Avis comunale della Marca, cinque gruppi di zona (Treviso, Opitergino Mottense, Castellana, Montelliana e Sinistra Piave) a fare da collegamento tra gli istituti scolastici e l’Avis, proponendo corsi formativi dalla scuola primaria alle superiori. L’attenzione alla promozione della donazione di sangue ed emocomponenti a scuola è rimasta sempre accesa, nonostante le difficoltà che questi due anni di pandemia hanno provocato, portando le scuole a organizzarsi con la didattica a distanza per poi ritornare in presenza. “Per rispondere alle esigenze abbiamo riconvertito e adattato le nostre attività. Con l’inizio del 2022 abbiamo già programmato circa 200 laboratori per tutte le età scolastiche e ottenuto un’ottima adesione con oltre 10.000 scolari partecipanti, più di 4.300 alle superiori, oltre 3.300 alle primarie e quasi 2.000 alle medie - spiega Graziana Fuser, vicepresidente dell’Avis provinciale di Treviso e responsabile del Progetto Scuola - Inoltre, altre attività sono in fase di programmazione per altri 5000 studenti. Siamo entusiasti per l’enorme richiesta che stiamo avendo da parte degli insegnanti”. Tutte le attività sono gestite da operatori professionisti con il supporto associativo di un volontario Avis. L’obiettivo è creare attraver-

so la condivisione di esperienze una cultura della solidarietà sempre più diffusa tra i giovani che potranno diventare i donatori di domani. “Le esperienze più belle? Incontrare i ragazzi che abbiamo conosciuto a scuola nei nostri centri trasfusionali o nelle raccolte domenicali. E magari vederli accompagnare a loro volta i genitori, coinvolgendo tutta la famiglia nella donazione - continua Fuser - i nostri volontari sono entusiasti dei ragazzi e considerano gli incontri a scuola vere e proprie iniezioni di energia positiva”. Il progetto Scuola di Avis è quindi una semina silenziosa per sviluppare fin da bambini l’attenzione all’altro, ai valori della solidarietà, della generosità, della responsabilità di ognuno in gesti concreti per il bene della comunità. L’impegno da parte di Avis continuerà, conclude infatti Fuser: “Il futuro ci vedrà sempre più impegnati nell’offrire ai volontari l’opportunità di una formazione specifica e professionale per favorire l’approccio con i giovani e gli operatori. Puntiamo poi far nascere più gruppi di studenti donatori nelle scuole perché promuovano dall’interno la donazione del sangue e le altre forme di cittadinanza attiva”. Per informazioni sui progetti Avis Scuola nel Trevigiano rivolgersi alla Provinciale con email: avis@avisprovincialetreviso.it e telefono 0422 405077.

In alto. Una rappresentanza dei volontari impegnati nel Progetto Scuola, da sinistra a destra: Lucia Rodighiero, Carla Campardo, Graziana Fuser, Elena Sfoggia. Accosciati: Pietro Cimador, Bruno Salvador, Giovanni Buoro.

Anche nel Veneziano ripresa l’intensa attività in presenza nelle scuole

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ENEZIA. Anche per l’anno scolastico 2021/22 procede alla grande il progetto di Avis nelle scuole della provincia di Venezia, dove sono coinvolti istituti di ogni ordine e grado. Una delle prime scuole ad accogliere gli operatori è stato l’Istituto comprensivo “Morosini” di Venezia, che da anni con le sue 52 classi aderisce a tale iniziativa. Ad organizzare le attività per tutta la

provincia è la dott.ssa Laura Elia con la collaborazione del referente alla scuola prof. Fabio Reggio dell’Avis provinciale di Venezia. Per rendere sempre più incisivi ed efficaci gli interventi nelle scuole, è stato organizzato un corso di formazione per i volontari delle varie Avis comunali sul tema “La partecipazione nelle scuole e come rapportarsi con gli studenti”.

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CRONACHE ASSOCIATIVE

Anche il rugby campione in campo per sensibilizzare alla donazione

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OVIGO. Presentata alla sede dell’Avis Rovigo, il 19 febbraio, la nuova campagna di Avis provinciale Rovigo “Io dono” per sensibilizzare alla donazione del sangue e del plasma e promuovere la cultura del dono. Colonna portante della campagna è il video

“Io dono, dona anche Tu” realizzato da Marco Samiolo che vede, tra i protagonisti volontari avisini polesani, anche Matteo Ferro capitano della squadra Rugby Femi-Cz Rovigo Delta. Il video è supportato da un manifesto promozionale, realizzato da Natascia Pavani, che verrà esposto su tutto il territorio provinciale

per lanciare un appello ai donatori e ai potenziali donatori. La presidente di Avis provinciale, Barbara Garbellini, nel corso della conferenza stampa di presentazione ha ringraziato pubblicamente i quasi undicimila donatori polesani. Nonostante le difficoltà della pandemia, infatti, hanno contribuito a garantire l’autosufficienza alle strutture ospedaliere della provincia e il regolare invio di sacche di sangue a Cagliari in Sardegna, oltre a supportare la cessione intra-regionale verso i Centri trasfusionali delle province di Padova e Verona. Con l’aumento dei contagi e delle quarantene di molti donatori, anche i trasfusionali hanno vissuto momenti delicati in cui si è temuto per le scorte di sangue, motivo per cui Avis provinciale punta ad aumentare i donatori periodici. La Garbellini, con l’occasione, ha invitato tutti a porre estrema attenzione alle fake news che hanno intaccato anche il sistema della donazione di sangue. Non va e non fa bene diffondere false informazioni, che nascono proprio per destabilizzare il sistema trasfusionale, la salute e la sicurezza degli ammalati. Le informazioni relative al sistema trasfusionale devono essere attinte da fonti certe e verificabili, come il sito istituzionale e i social di Avis nazionale e regionale, CNS, Ministero della Salute, il nostro stesso periodico…

Cadore: mascherine e gel nelle scuole di tre Comuni

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ADORE-COMELICO. Abvs di Santo Stefano di Cadore, San Nicolò di Comelico e Danta di Cadore si sono distinte per la collaborazione nella realizzazione di mascherine in microfibra personalizzate, distribuite ai donatori delle tre sezioni e agli alunni delle scuole medie di Santo Stefano e delle elementari dei tre comuni. Oltre alle mascherine, le Abvs Santo Stefano e San Nicolò hanno realizzato dei flaconcini di gel igienizzante da consegnare sempre ai donatori e agli studenti. Un modo concreto per promuovere, anche fra i più giovani, la donazione del sangue e i comportamenti da seguire per proteggersi (e proteggere gli altri) dal virus.

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A Vicenza, la campagna che “vola”

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na campagna lunga un anno, per invitare al dono che “fa volare”. È ai nastri di partenza, in provincia di Vicenza, la nuova campagna di sensibilizzazione che vede insieme Avis, Aido e Admo. Protagonista un manifesto con un pentagramma di note musicali al quale sono legate le altalene di due ragazzi che si dondolano verso l’alto. “La musica porta in alto. Donare fa volare. Vola con noi, dona anche tu!” è lo slogan scelto dalle tre associazioni per cercare di rendere l’idea di quanto possa far volare alto il dono di sangue, plasma, sangue midollare ed organi. “Tredici i presìdi sanitari in cui si è deciso insieme di affiggere il manifesto: Vicenza (due sedi), Asiago, Arzignano, Bassano del Grappa, Lonigo, Malo, Marostica, Montecchio Maggiore, Sandrigo, Schio, Thiene e Valdagno - spiega il presidente di Avis provinciale Vicenza, Giovanni Vantin - luoghi molto frequentati dai cittadini. Il manifesto troverà posto per lo più nelle sale d’attesa degli ambulatori, e laddove possibile, sarà in forma di video anche sui monitor”. La campagna, sposata anche da Aido e Admo provinciali di Vicenza, segue quella su Radio Stella On air basata su spot di inviti al dono.

La musica porta in alto...

DONARE

FA VOLARE!

Vola con noi, dona anche tu!

ADMO di Vicenza admovicenza@admo.it www.admovicenza.it

Aido Provinciale di Vicenza vicenza.provincia@aido.it www.aidovicenza.it

AVIS Provinciale di Vicenza provincialeavisvicenza@gmail.com www.avisvicenza.it

E all’Angelo di Mestre Avis porta musica

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ESTRE (VE). Un’inconsueta iniziativa artistica da parte di Avis provinciale di Venezia con il patrocinio delle tre Avis comunali di Zelarino-Trivignano, Mestre-Marghera e Venezia all’ospedale all’Angelo di Mestre, grazie all’idea del presidente provinciale Nevio Boscolo. In una giornata di dicembre, grazie alle interpretazioni da parte di alcuni musicisti volontari con la pianista solista prof.ssa Stefania Defazio, la musica ha fatto da sottofondo all’ingresso dell’ospedale, alla donazione e alle attività del personale sanitario del centro di raccolta SRC Avis. “È stata un’ottima iniziativa - commenta il presidente Nevio Boscolo assieme al presidente di Zelarino Gilberto Serafini - negli ospedali dobbiamo portare più spesso della buona musica tra ammalati, medici e infermieri. Non dobbiamo aiutare le persone che soffrono solo

con il dono del sangue, ma anche con il sorriso e la speranza, e con la professionalità dei nostri musicisti possiamo riusciti”.

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CRONACHE ASSOCIATIVE

Il DonaDomenica della Protezione civile

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ESTRE (VE). L’Associazione SRC Avis, che gestisce la raccolta di sangue e plasma all’interno dell’ospedale dell’Angelo a Mestre e in tutte le sedi esterne in provincia di Venezia per la donazione domenicale prova, nel corso del 2022, a fare un passo in avanti.

L’intenzione è di andare incontro ai donatori che per problemi di lavoro o famigliari non riescono a donare durante la settimana, aumentando il numero delle domeniche di apertura del centro stesso. Tutto il personale di SRC Avis si rende disponibile a garantire a tutti la possibilità di donare, per poter così rispondere prontamente alla richiesta di intensificare la raccolta di sangue che arriva dal Dimt (Dipartimento interaziendale di medicina trasfusionale) di Venezia. Il periodo è difficile per la carenza generalizzata di personale sanitario, e occorre fare uno sforzo per stare al passo con le esigenze. Nella prima domenica di apertura, il 6 febbraio scorso, anche un gruppetto della Protezione civile ha risposto all’appello lanciato dall’Avis comunale di Mestre Marghera per riempire le griglie di prenotazione. Una buona domenica di donazione che ci auguriamo possa essere seguita da molte altre, grazie al supporto delle Comunali e di chi sta mettendo tutto l’impegno possibile per rispondere sempre, solo e prima di ogni altra cosa, al bisogno degli ammalati. Manuela Fossa

Scarpette rosse giganti all’Avis di Maserada

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ASERADA (TV). Tante iniziative, in un anno pur difficile causa la pandemia Covid-19, per l’Avis comunale di Maserada. Sono state esposte dal Presidente Nello Baro nella partecipata assemblea annuale, finalmente in presenza, che ha visto la partecipazione anche di esponenti della Giunta comunale e, collegato online, il

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DONO&VITA

presidente Avis provinciale, Stefano Pontello. Fra le tante spicca, in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne del 25 novembre, la collaborazione alla serata di sensibilizzazione “Mai più zitta: uscire dalla violenza con le parole” assieme alle numerose associazioni del territorio e al Centro delle donne libere. Coinvolti anche i ragazzi avisini, che hanno letto e condiviso un messaggio importante e ricordato il numero antiviolenza 1522 per chiedere aiuto. Numero che compare anche sulla grande scarpa rossa in legno installata anche grazie ad Avis a ricordare alle donne in difficoltà che non sono sole.


Padre, madre, figlia e figlio, una famiglia che “cresce” in donazioni

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EGGIA (VE). Negli Anni Sessanta c’era il quartetto Cetra che dilettava la gente alla radio e in tv con le sue canzoni. Oggi noi, a Ceggia, abbiamo la famiglia Sorgon che aiuta l’Avis a crescere con le donazioni. L’8 settembre 2021 al Centro trasfusionale di San Donà di Piave c’è stata addirittura una donazione di famiglia con papà Michele (66 donazioni), mamma Alessandra (58 donazioni) assieme al figlio Filippo (neomaggiorenne) per la sua prima donazione e la figlia Giulia alla quinta donazione. Gran bel gesto che ci rende orgogliosi e ci riempie il cuore di gioia. Per completare la giornata era presente anche la neo-segretaria Alessia (16 donazioni) della nostra Avis comunale di Ceggia. Giornata storica e piena di orgoglio e soddisfazione anche per il presidente Gianni sempre presente e primo sostenitore di Avis. Avis Ceggia

Importante traguardo per l’Abvs più “alta”

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ANTA DI CADORE (BL). Come latitudine è certamente, fra Avis e Abvs, la Comunale più “alta” in assoluto. E lo è, correggeteci se sbagliamo, anche la più “alta” sul livello del mare con i suoi 1398 metri di altitudine. Se poi calcoliamo che su circa 450 residenti, l’Abvs di Danta conta oltre 50 soci donatori... pure la percentuale abitanti/ donatori diventa parecchio “altina”, anche se in parte risiedono in tutta la Val Comelico. Su quest’ultimo dato, rapporto donatori/ abitanti, Danta si dovrebbe giocare la “partita” con un altro piccolo Comune: Portobuffolé in provincia di Treviso. Intanto la sezione Abvs di Danta di Cadore, lo scorso 18 dicembre ha festeggiato l’importante traguardo del 45° anno di fondazione con una cena all’Albergo Ristorante “Cacciatori” di Auronzo. “Abbiamo deciso di tentare un ritorno ai beati tempi pre-pandemici - raccontano i volontari - organizzando la rituale cena sociale con donatori e simpatizzanti. Gli oltre cinquanta partecipanti hanno potuto trascorrere in com-

In alto. La famiglia e, sopra, la neo segretaria Alessia insieme con il Presidente.

pagnia una piacevole serata all’insegna della sensibilizzazione. Il nostro messaggio vuole, prima di tutto, risvegliare il coraggio e la voglia di andare a donare oltre, ovviamente, a invogliare anche le nuove generazioni a dedicarsi a questo vero atto d’amore”. Atto ancora più importante se si pensa che, per donare, i donatori dantini si sciroppano estate o inverno che sia - almeno 30 km a/r per arrivare al più vicino Centro di raccolta.

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CRONACHE ASSOCIATIVE

Quando “cooperare” non è solo una parola

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ESTRE. Coop Alleanza 3.0 è da sempre vicina alle necessità del territorio in cui opera e non solo alle esigenze dei consumatori.

In tempi velocissimi ha aderito alla richiesta fatta dall’SRC (Servizio raccolta associativa) Avis, donando all’associazione il necessario sia per le colazioni dei neo donatori presso il centro raccolta dell’ospedale dell’Angelo a Mestre, sia per quelle dei donatori in occasioni speciali. In particolare, cosa molto importante, nelle domeniche in cui il bar dell’ospedale è chiuso e non può accogliere chi ha donato per il normale ristoro. Un piccolo grande aiuto in tempi in cui bisogna per forza essere accorti anche con le risorse. Un grazie a Coop sperando che il dialogo aperto con loro possa portare anche ad altre forme di collaborazione e promozione della donazione.

Un giovane donna alla guida di Abvs Trichiana

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RICHIANA (BL). Prima donna in cinquant’anni a guidare la sezione Abvs di Trichiana. È la ventottenne Jessica Nessenzia, eletta segretario a ottobre. Riceve il testimone da Mauro Brancher, ora suo vice, con Nicola D’Incà come cassiere, Giada Sommacal, Alessandro De Mari, Fabrizia Da Ros, Luca Dal Mas, Alberto Brancher e Giuliano Zambelli Tortoi consiglieri. Come prima iniziativa, il neonato Consiglio Direttivo ha donato alla Pallavolo Trichiana Asd delle magliette per l’allenamento delle squadre nella stagione sportiva 2021/22.

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DONO&VITA

Dimenticare la pandemia, Malo torna nelle scuole

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ALO (VI). Per lasciarsi alle spalle il periodo della pandemia, all’Avis di Malo si riparte dalla scuola. “Abbiamo iniziato subito con i progetti scuola di Avis regionale Veneto - spiegano all’Avis - con sette classi terze medie (di Malo e Monte di Malo) che vi partecipano. Promuovere la cultura della solidarietà e la donazione del sangue è molto importante nei nostri giovani, che sono la nostra proiezione per il futuro”. Ai ragazzi vengono regalati dei gadget, preparati dai volontari.


Con l’Avis si va a “vele spiegate”

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ENEZIA. Dal 2019 “naviga” con il logo di Avis sulle vele colorate. In molte occasioni ha utilizzato le rande gialle “griffate” in alto Adriatico (Chioggia, Venezia, Jesolo e Trieste alla “Barcolana”), ottenendo forte visibilità e apprezzamenti. Meteor Sharing di Alberto Tuchtan continua la collaborazione con i donatori di sangue, e con Avis comunale di Venezia in particolare, portando “in mare” il messaggio della donazione. La società di noleggio e regata sugli intramontabili meteor (imbarcazioni di 6 metri carrellabili), organizza in laguna lezioni propedeutiche e partecipa a parecchie manifestazioni, con un’attenzione anche alla solidarietà. Imperdibile è la Family Cup (un tempo chiamata Father&Son) che si tiene a Venezia a luglio e in cui Avis è stata coinvolta attivamente. “Ora ci piacerebbe fare un passo in più, magari in occasione della Giornata mondiale del donatore il 14 giugno - spiega Tuchtan - offrendo un giro in barca a vela a Venezia a un tot di donatori, a neo donatori o famiglie che si sono distinte per generosità in Veneto. Potrebbe essere un simpatico evento per promuovere, sotto gli occhi di migliaia di persone, il dono di sangue e plasma”. Segnalate alla redazione, quindi, entro il 15 maggio 2022, “famiglie” di donatori per partecipare all’evento. In base ai posti disponibili alcune potranno godere di una giornata “unica”. I meteor griffati Avis possono anche essere trasportati, su carrelli, in altri punti della regione o sul lago di Garda. Possono quindi essere un’occasione per organizzare una gita associativa diversa e alternativa, anche di un giorno intero, per le Avis non solo venete, ma di tutta Italia. A Venezia possono essere messe in acqua imbarcazioni a vela anche più grandi, fino a contenere 30 passeggeri, insieme alla nutrita flottiglia di “meteor”. Per informazioni e preventivi: https://meteorsharing.it/ o scrivere alla mail: info@meteorsharing.it.

Promuovere il dono con il Giro d’Italia

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orna anche quest’anno, dal 6 al 29 maggio, il Giro d’Italia. Una manifestazione sempre molto attesa dagli appassionati delle due ruote, ma anche da Avis. Da alcuni c’è la possibilità di promuovere la donazione di sangue e plasma durante passaggio, partenza e/o arrivo della corsa rosa. Compatibilmente con il rispetto delle norme di sicurezza Covid, sono a disposizione di tutte le sedi Avis degli spazi per allestire gazebo e punti informativi, con gadget promozionali sia realizzati per Avis nazionale sia locali. Il Giro parte il 6 maggio da Budapest (Ungheria) e il 10 maggio da Avola-Etna (Rifugio Sapienza), poi l’11 maggio Catania-Messina, 12 Palmi-Scalea, 13 maggio Diamante-Potenza, 14 maggio Napoli (Procida Capitale italiana della cultura), 16 Isernia-Cima Blockhaus, 17 Pescara-Jesi, 18 Santarcangelo di Romagna-Reggio Emilia, 19 maggio Parma-Genova, 20 Sanremo-Cuneo, 21 Santena-Torino, 23 Rivarolo Cana-

vese-Cogne, 24 Salò-Aprica (Sforzato Wine Stage), 25 Ponte di Legno-Lavarone. Infine le tappe venete: 26 Borgo Valsugana-Treviso, 27 Marano Lagunare-Santuario di Castelmonte, 28 Belluno-Marmolada (Passo Fedaia), con finale il 29 maggio a Verona (cronometro individuale).

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TESTIMONIANZE

Le tante strade portano al Dono: “Solo grazie a Voi mio figlio vive”

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i sono persone che si avvicinano alla donazione di sangue perché convinti da un familiare o un amico, perché ne hanno avuto bisogno per sé o un proprio caro, perché ne sentono parlare a scuola, al lavoro o per una serie di accadimenti della vita. A volte per un disastro… aereo! Come nel caso di un militare che ha legato la sua prima donazione ad un fatto drammatico, diventando poi donatore periodico e per Avis anche revisore dei conti. Ai donatori, invece, vuol dire un immenso grazie la mamma di Giovanni, la cui testimonianza è il più bell’esempio di come la donazione salvi la vita e di quanto sia importante farlo sapere, già sui banchi di scuola. Due voci di vita vissuta, dando e ricevendo! Domenico Rottari

Sono la mamma di Giovanni. Questa mattina mio figlio ha partecipato al progetto scuola Avis con la sua classe 3ª G dell’IC Villorba Povegliano della scuola “Scarpa”. Quando è venuto a casa, era molto entusiasta nel raccontarmi com’era andata la mattinata. Sono felice che ci sia stato questo momento di opportunità per far conoscere una realtà importante, perché è grazie a Voi e ai molti donatori che Giovanni ha potuto seguire il suo percorso di cure (Giovanni oggi non lo ha detto a scuola, perché della sua esperienza non ne vuole proprio parlare, in quanto è stato un percorso

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di sofferenza soprattutto fisica). Nel luglio del 2019 gli hanno diagnosticato una Leucemia linfoblastica acuta molto aggressiva, e per poter seguire le sue cure ha avuto bisogno di molte sacche di sangue e piastrine. Potrei contarle, perché ad ogni sacca che gli mettevano, era una preghiera di gratitudine al suo Donatore. Adesso Giovanni sta bene, deve continuare a fare controlli mensili, ma confidiamo che le cure abbiano fatto il loro corso e


diano gli effetti sperati senza dover imbatterci in altre esperienze. La foto di spalle (nella pagina accanto, ndr) per me ha un grande Significato: c’è mio figlio a sinistra e mio marito a destra... la fine della malattia e l’inizio della nuova vita. Nonostante la scalata sia stata dura, dal punto più alto adesso Giovanni può ritornare a guardare la vita con occhi migliori, perché la sofferenza ci ha insegnato che gli obiettivi non si raggiungono da soli. Serve un importante e costante lavoro di squadra e in questa squadra ci sono proprio tutti, genitori, nonni, fratelli, medici, infermieri, Oss, Volontari, Donatori, Associazioni, Insegnanti... Ognuna di queste persone, ognuno di Voi, ci ha fatto il dono più grande: la vita di Giovanni. Mi rivolgo a tutti i donatori, a Voi come Associazione per dire grazie per il grande lavoro che fate: quello di regalare vita alle persone e sono felice che abbiate organizzato questi

momenti di sensibilizzazione tra i banchi di scuola, luogo in cui crescono gli uomini di domani. Rimpiango di non aver conosciuto prima certe realtà, perché sicuramente avrei dato anche il mio contributo. Un caloroso abbraccio e ancora Grazie per il Vostro dono di Vita. Con affetto e profonda stima. Silena Stefani

“1964: diventai donatore per un disastro”

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l volo Trans World Airlines 800 della compagnia aerea americana TWA con un Boeing 707-331, il 23 novembre 1964 esplose durante la fase di decollo dall’aeroporto di Roma-Fiumicino, causando 45 vittime tra i 62 passeggeri e 5 vittime tra gli 11 membri dell’equipaggio. Partito il 22 novembre alle ore 22.05 dall’aeroporto internazionale di Kansas City, era giunto a Roma-Fiumicino alle 13.15 del 23 novembre, dopo aver fatto scalo a Chicago, New York, Parigi e Milano. Ripartendo alla volta di Atene, il Boeing 707-331 esplose in fase di decollo. Vi furono due versioni contrastanti della dinamica dell’incidente, ma un’unica certezza: serviva sangue! Un cablogramma (messaggio, ndr) dalla Stazione Carabinieri di Fiumicino al Comando dell’Accademia militare di Modena, chiedeva con urgenza alcune decine di sacche di sangue per i feriti (oggi non servono più questi “appelli”, si muovono le sacche già di “scorta” per calamità da tutta Italia, ndr). Degli ottocento allievi in forza, ci presentammo al prelievo soltanto io e altri sette, tutti provenienti dal Veneto. Da quel momento è iniziata la mia ‘carriera’ di donatore di sangue prima con la Banca militare del sangue (Bms) e poi con l’Avis. Il donare periodicamente mi faceva

stare bene sia nel fisico sia nello spirito. Dopo aver coinvolto anche mio figlio in questa ‘missione’, il mio percorso di donatore si è concluso, per raggiunti limiti di età, al compimento di 65 anni, nel 2011. Cap. Gianni Milanese

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SPORT & AVIS

Anche a Treviso il rugby fa “meta”

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AESE (TV). Nell’ambito delle attività di promozione al dono di Avis comunale Paese, la società Rugby Paese si è resa molto disponibile. Ha organizzato un incontro tra volontari Avis e giocatori dove è stata descritta l’importanza della donazione di sangue ed emocomponenti, l’iter per diventare donatori, a chi va il sangue e plasma donati. Un messaggio veicolato anche grazie a chi, tra i rugbisti, è già donatore e dà il buon esempio. La società si è rivelata molto sensibile e ha invitato Avis alla partita di cartello tra il Paese e il Vicenza, rispettivamente terzo e primo

in classifica di serie A, mettendo a disposizione gratuitamente cinquanta biglietti ai donatori Avis di Paese. La manifestazione è stata occasione di scambio reciproco, con la premiazione da parte del presidente Avis Michele Marconato dei giocatori più anziani in campo, e l’esposizione permanente in campo di un banner promozionale dell’Avis. “Vogliamo ringraziare la società Rugby Paese - sottolinea Marconato - con l’auspicio di poter sensibilizzare altre realtà sportive del territorio, con cui abbiamo già dei contatti, e tutta la cittadinanza sull’importanza della donazione”.

Provinciale Venezia con il nuoto paralimpico

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ENEZIA. C’era anche Avis il 30 gennaio, al Trofeo interregionale paralimpico Finp Federazione Italiana Nuoto Paralimpico, svoltosi alla piscina della Polisportiva Terraglio di Mestre. Fabio Reggio, vice presidente di Avis provinciale Venezia, ha incontrato gli atleti portando il saluto del presidente Nevio Boscolo Cappon. Grandi complimenti in particolare al campione olimpionico medaglia d’oro alle Paraolimpiadi di Tokyo e primatista mondiale 100 metri Antonio Fantin, già sostenitore e testimonial di Avis provinciale. All’evento erano presenti l’assessore Simone Venturini del Comune di Venezia, il presidente della Polisportiva Terraglio Davide Giorgi e il presidente del Comitato Italiano Paralimpico di Venezia Pietro Martire (in rappresentanza del Comitato paraolimpico regionale).

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TEMPIO DEL DONATORE

Le “ferite” del Cristo del Tempio in via di guarigione con il restauro di / Michela Rossato /

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ono partiti a fine febbraio i lavori di restauro del crocifisso del Tempio internazionale del donatore di Pianezze di Valdobbiadene (Tv). Il Fai, Fondo Ambiente Italiano, l’ha infatti inserito tra i venti progetti di restauro in Italia meritevoli di sostegno economico per la propria valenza culturale e storico-artistica. A renderlo possibile sono stati i 7.419 voti raccolti al censimento “I Luoghi del Cuore,” indetto dal Fai nel 2021 e che ha visto il Tempio quale luogo più amato in Veneto. Sul crocifisso ligneo di scuola veneziana del XVI secolo, collocato al suo interno e bisognoso di cure, si era infatti concentrata l’attenzione di tutti, una volta completato il restauro del Tempio, riaperto nel 2021 dopo tre anni di inagibilità grazie ad una raccolta fondi. E non potrebbe essere diversamente, dato il forte significato simbolico del crocifisso. Per tutta la durata della Prima Guerra mondiale infatti, fu conservato, secondo fonti locali, in una piccola chiesetta in cui venivano riuniti i corpi dei soldati uccisi in guerra. “L’opera restaurata tornerà così a rappresentare, in tutta la sua imponenza, un monito contro l’inutile spargimento di sangue causato dalle guerre - spiega il presidente dell’OdV Tempio, Gino Foffano - In questo panorama, il restauro del crocifisso concluderà il processo di restituzione alla collettività di un luogo unico e dalla forte valenza identitaria”. Il restauro, che prevede il consolidamento strutturale, la pulitura e il recupero complessivo dell’opera, sarà realizzato nel laboratorio della dott.ssa Valentina Piovan di Padova e la conclusione dei lavori è prevista per settembre 2022. L’intervento è sostenuto dal Fai e da Intesa Sanpaolo con un finanziamento di 12.115 euro e vede il coinvolgimento di sette associazioni e aziende partner che a diverso titolo parteciperanno con co-finanziamenti, materiale e attività di comunicazione, promozione e valorizzazione. A dare il loro contributo le cinque associazioni del dono Avis nazionale, Avis regionale Veneto, Avis provinciale Treviso, Fi-

das regionale Veneto, Aido nazionale, l’azienda locale Veneto Vetro e l’emittente Valdo Tv. “Il Fai ha scelto di sostenere insieme a Intesa Sanpaolo questo progetto in risposta alla capacità dell’OdV Tempio di amplificare la forza del progetto “I Luoghi del Cuore” sul proprio territorio, interessando i cittadini e numerose realtà locali - sottolinea Federica Armiraglio, responsabile progetto “I Luoghi del Cuore” inoltre, intervenire su questo posto, favorendone la conoscenza, permette al Fai di mettere costantemente in contatto le persone non solo con i tesori riconosciuti del paesaggio e della cultura, ma anche con quei piccoli fulcri

Il 22 febbraio il Cristo ligneo del 1600 “è partito” per Padova. Tornerà al Tempio a settembre, completamente restaurato.

che offrono la possibilità di un racconto nuovo, dove il luogo è inscindibilmente legato alla sua storia e al contesto in cui si trova. Un tema tanto più importante in relazione al Tempio del Donatore, per il suo legame con la Grande Guerra, che il Fai intende narrare anche presso l’alpeggio del Monte Fontana Secca, che la Fondazione ha ricevuto in donazione sul versante bellunese del Monte Grappa”. Il Tempio riapre le porte con la bella stagione, info sul sito www.tempiodonatore.it o allo 0422 405088.

Il crocifisso ligneo del XVII Secolo con le più evidenti “ferite del tempo”. Prima di essere portato al Tempio Internazionale del Donatore di Pianezze, “vegliò” sui soldati (di ambedue le parti in conflitto) uccisi durante la Grande Guerra. Valdobbiadene era infatti sulla linea del Piave.

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SR!A , OBIETTIVI E PRIOR/TA PER IL FIITU/IJ ASSOCIATNO