LA LEGIONE CECO-SLOVACCA IN ITALIA E LA GRANDE GUERRA

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Convegno storico "La Legione ceco-slovacca in Italia e la Grande Guerra"


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INDICE già Ambasciatore della Repubblica Slovacca in Italia, Mária Krasnohorská

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già Ambasciatore della Repubblica Ceca in Italia, Petr Burianek

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Capo Uficio Reppresentanza, Assicurazioni Generali, Daniele Di Loreto

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Convegno storico "La Legione ceco-slovacca in Italia e la Grande Guerra" I. LA LEGIONE CECO-SLOVACCA IN ITALIA Mirella De Martini (Vicenza) “La Grande Guerra dei legionari cechi e slovacchi sul fronte italiano. Segni e luoghi della memoria in provincia di Vicenza e dintorni”

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Col. Antonino Zarchone (Storico militare – già Capo Uff. Storico S.M.E.) “I Legionari Cecoslovacchi attraverso i documenti militari italiani”

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Pavel Helan (Facoltà Hussita di Teologia dell’Università di Carlo IV di Praga) “La Legione Ceco-slovacca in Italia”

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Jozef Špánik (Ambasciata della Repubblica Ceca in Italia) “Conservazione e Ricerca delle Tombe e dei Monumenti di Storia Militare Ceca in Italia”

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II. ASPETTI INTERNAZIONALI DELLA LEGIONE CECO-SLOVACCA Bohumila Ferenčuhová (Istituto storico – Accademia Slovacca delle Scienze) “La questione slovacca nella Grande guerra nel contesto della politica internazionale“

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Rita Tolomeo (Università La Sapienza di Roma) L’Italia e l’Europa centro-orientale nel contesto internazionale e il problema delle nazionalità (1917-1918)

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Michal Kšiňan (Istituto storico – Accademia Slovacca delle Scienze) “Ruolo di M. R. Štefánik nel conflitto tra le missioni italiana e francese nella Repubblica Cecoslovacca”

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RINGRAZIAMENTI

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già Ambasciatore della Repubblica Slovacca in Italia, Mária Krasnohorská L’Ambasciata della Repubblica slovacca in Italia commemora i cento anni dall’inizio del conlitto ino allora più cruento, la Prima guerra mondiale, con un’intera serie di eventi. Già lo scorso anno abbiamo onorato la memoria dei legionari ceco-slovacchi caduti al Nord d’Italia con l’inaugurazione di una lapide a Fogliano e con la mostra “Il Centenario della Prima Guerra Mondiale (1914-1918)” a Rovereto, insieme alla Fondazione Opera Campana dei Caduti. Quest’anno, nell´ambito delle celebrazioni per il Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915) e nel 135°anniversario della nascita del politico, diplomatico e umanista slovacco Milan Rastislav Štefánik, abbiamo preparato un progetto a tema con una serie di manifestazioni commemorative. Al progetto è stato concesso il logo uficiale delle Commemorazioni del Centenario della Prima guerra mondiale a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri d´Italia, con un importante sostegno del Ministero della Difesa della Repubblica Italiana. Il 12 giugno è stata inaugurata, nel Sacrario delle bandiere del Complesso del Vittoriano, la mostra dal titolo “Dov’è la patria nostra? Luoghi, memorie e storie della Legione ceco-slovacca in Italia durante la Grande Guerra”. La mostra include una ricca documentazione storica esposta in via permanente presso la Certosa di San Lorenzo in Padula. A Padula, nel dicembre 2012, è stata inaugurata una targa commemorativa trilingue per ricordare i 10.000 prigionieri slovacchi e cechi detenuti negli anni 1916-1918 nella Certosa di San Lorenzo e poi divenuti soldati della Legione ceco-slovacca in Italia, fondata da Milan Rastislav Štefánik. Questo ambizioso progetto, dedicato alla Legione ceco-slovacca nel Salernitano, ha arricchito la nostra memoria storica di nuove conoscenze. Con l´inaugurazione della targa abbiamo aggiunto sulla carta geograica d´Italia un altro importante tassello nello sforzo di completare il mosaico della nostra storia comune. Il luogo scelto per l’installazione della mostra, l’Altare della Patria a Roma, con la celebre scalinata sulla quale, il 24 maggio 1918, Milan Rastislav Štefánik ricevette la bandiera di combattimento della Legione ceco-slovacca dalle mani dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Vittorio Emanuele Orlando, è altamente simbolico. In seguito all´apertura della mostra si è svolto, nella sala Gianfranco Imperiali presso gli spazi dell´Assicurazione Nuova Civitas, nella sede delle Assicurazioni Generali, il convegno storico “La Legione Ceco-slovacca e la Grande Guerra”, realizzato con il sostegno delle Assicurazioni Generali S.p.A. Il convegno ha visto riuniti storici italiani, slovacchi, cechi e francesi per ricordare i momenti cruciali di questo importante periodo della storia mondiale. In questo volume di Atti del convegno, vi presentiamo i contributi specialistici dei partecipanti al seminario sui rapporti italo-ceco-slovacchi nel contesto della Prima guerra mondiale e le sue ripercussioni sul futuro dell’Europa. Commemorare la Grande guerra è un memento soprattutto per le giovani generazioni, per ricordare che la pace non è un valore acquisito per sempre. Per noi slovacchi e cechi, quel periodo è collegato anche alla nascita di uno stato indipendente, pagata a caro prezzo. Tomáš Garrigue Masaryk, Edward Beneš a Milan Rastislav Štefánik sono le igure chiave dell´emancipazione della Slovacchia, della Moravia e della Boemia dal governo austro-ungarico. Le legioni cecoslovacche in Italia costituirono la base della futura armata della nuova Cecoslovacchia, e l’Italia fu il primo paese a riconoscere agli slovacchi e ai cechi il diritto al proprio Stato. La prima Repubblica cecoslovacca era uno stato democratico con un altissimo livello di diritti civili, nel quale gli slovacchi sono diventati una moderna nazione europea. I suoi valori ci hanno aiutato a superare gli anni della Seconda guerra mondiale e anche l’epoca del sistema totalitario. L’odierna Slovacchia indipendente è fondata sui principi democratici della Cecoslovacchia, ed è oggi saldamente radicata nell’Unione europea.

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già Ambasciatore della Repubblica Ceca in Italia Petr Burianek Raccolta delle relazioni, presentate alla Conferenza Le Legioni Cecoslovacche – Roma 2015 L’anno scorso abbiamo ricordato il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, quest’anno ricordiamo il centenario dell’ingresso dell‘Italia in guerra. E‘ molto importante ricordare tali ricorrenze dal momento che la Prima Guerra Mondiale ha recato gravi sofferenze a decine di milioni di persone del nostro Pianeta. Ha totalmente modiicato la situazione politica non solo nell’allora Europa ma ha provocato anche la nascita di un grande numero di nuovi Stati ad esempio nel Medio Oriente. Anche la mappa politica dell’Africa subsahariana e perino le zone dell’Oceano Paciico hanno subito le conseguenze della guerra. Senza rendercene conto a suficienza, anche noi siamo testimoni, al momento attuale, dei conlitti e delle crisi politiche, le cui cause sono strettamente collegate con l’assetto del mondo dopo la Prima Guerra Mondiale. La guerra ha inoltre cambiato profondamente la società europea ed i suoi valori culturali, religiosi ed etici. Sui fronti della Prima Guerra Mondiale sono caduti milioni di soldati provenienti praticamente da tutti i continenti del mondo, e chi ha sopravvissuto il martirio bellico è tornato dopo la guerra cambiato, segnato per sempre dalle sofferenze patite. Le conseguenze irrisolte di questo conlitto e l’assetto politico poco coerente dell’Europa tra le due guerre purtroppo hanno creato condizioni per la nascita di regimi totalitari e dopo vent’anni di pace hanno portato allo scoppio di un altro conlitto globale molto più distruttivo e crudele, seguito poi da un lunghissimo periodo di Guerra Fredda e di divisione bipolare del mondo, che si è riuscito a superare solo negli anni 90 del ventesimo secolo. Una parte importante degli eventi, connessi con la Prima Guerra Mondiale, è costituita anche dalla storia delle Legioni Cecoslovacche e contemporaneamente anche dalla memoria del fondatore della Repubblica Cecoslovacca e suo primo Presidente T. G. Masaryk e dei suoi più stretti collaboratori, tra cui un posto rilevante appartiene al generale M. R. Štefánik. Il Presidente Masaryk ha una volta giustamente dichiarato che senza le Legioni Cecoslovacche non vi sarebbe la Cecoslovacchia indipendente. Per questo motivo ricordiamo appropriatamente i combattimenti dei legionari cecoslovacchi, che sono intervenuti nella lotta contro le Potenze Centrali e dopo la costituzione della Repubblica cecoslovacca indipendente hanno avuto il ruolo chiave anche nel 1919 durante i combattimenti contro l’esercito magiaro, che si riiutava di abbandonare il territorio slovacco del nuovo Stato. In Siberia hanno partecipato ai combattimenti contro i bolscevichi sovietici addirittura ino al 1920. Non è certamente un caso che la tradizione legionaria è stata per molti anni soppressa prima da occupanti tedeschi e poi anche dal regime comunista. I principi politici di Masaryk e il lascito della democrazia cecoslovacca prima della guerra hanno costituito dopo il 1990 le fondamenta per la rinascita della democrazia parlamentare nell’allora Cecoslovacchia e successivamente hanno avuto un impatto positivo sull’orientamento di entrambi i costituendi Stati. Il lascito delle Legioni Cecoslovacche è divenuto così logicamente la base delle tradizioni di lotta delle forze armate prima cecoslovacche e successivamente ceche e slovacche. Tale fatto è stato sottolineato anche da Václav Havel, il primo Presidente della Repubblica Ceca, quando il 1 gennaio 1996 ha decorato personalmente al Castello di Praga gli ultimi legionari cecoslovacchi della Prima Guerra Mondiale rimasti in vita. Il lungo periodo, trascorso dagli eventi della Prima Guerra Mondiale, e l’impossibilità di una mappatura della storia delle Legioni Cecoslovacche prima del 1990 hanno fatto sì che le nostre conoscenze riguardo gli uomini che cento anni fa erano pronti a dare la propria vita per la costituzione di una Repubblica Cecoslovacca democratica segnano tutta una serie di punti bianchi. La Conferenza sulle Legioni Cecoslovacche, tenutasi il 12 giugno 2015 a Roma, si è posta l’obiettivo di contribuire a mantenere viva anche nel XXI secolo la memoria storica, legata agli eroi della prima resistenza

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cecoslovacca. La storia della Prima Guerra Mondiale e gli eventi, connessi con la costituzione della Repubblica Cecoslovacca indipendente, e anche con la successiva temporanea interruzione del suo sviluppo democratico, dimostrano l’enorme signiicato che per la Repubblica Ceca e la Slovacchia rappresenta l’integrazione europea e, con lei connessa, la partecipazione di entrambi i Paesi all’Unione Europea e alla NATO.


Capo Uficio Reppresentanza, Assicurazioni Generali Daniele Di Loreto Una targa afissa sul Palazzo delle Assicurazioni Generali in Piazza Venezia a Roma ricorda l’evento avvenuto il 24 maggio 1918 sull’antistante Altare della Patria: il Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, Vittorio Emanuele Orlando, consegnò al Generale Milan Rastislav Štefánik la bandiera di combattimento della Legione ceco-slovacca, un corpo di volontari che aveva combattuto nell’esercito italiano nel corso della Prima Guerra Mondiale. Con questo gesto simbolico l’Italia aveva onorato il contributo dei legionari ceco-slovacchi e aveva riconosciuto allo stesso tempo la Ceco-Slovacchia prima ancora della nascita dello Stato indipendente. Fu uno dei tanti episodi che hanno segnato su Piazza Venezia pagine importanti della storia del nostro e di altri Paesi. Non a caso, l’ediicio tra i più rappresentativi delle Assicurazioni Generali, elemento identiicativo del Gruppo nel contesto urbano della Capitale, sorge proprio in Piazza Venezia. Fu costruito, infatti, per volontà di un Presidente, Marco Besso, che agli inizi del ‘900 avviò una politica di investimenti immobiliari per portare le nostre sedi nel cuore delle maggiori città europee, afinché gli uomini della Compagnia potessero vivere al centro degli interessi commerciali, culturali e diplomatici della città, all’un tempo testimoni degli eventi più signiicativi del Paese. I nostri colleghi di allora furono testimoni dell’evento che riconobbe la Ceco-Slovacchia mentre noi, ospitando ormai da alcuni anni la cerimonia di commemorazione, rinnoviamo i sentimenti di amicizia che dalla prima metà dell’800 ci legano ai quei territori che oggi sono la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Qui, infatti, furono aperte agenzie già negli anni successivi alla fondazione della Compagnia, avvenuta nel 1831, dando così tangibile segno alla nostra innata vocazione internazionale che, dalla natia Trieste, si esprimeva con una forte presenza nel cuore dell’Europa e creava le basi per un grande Gruppo assicurativo e inanziario, oggi presente in 60 Paesi nel mondo al servizio di 72 milioni di clienti. Quest’anno, in occasione degli eventi del Centenario della Prima Guerra Mondiale, la tradizionale cerimonia è stata arricchita dal Convegno “La Legione Ceco-slovacca in Italia e la Grande Guerra”, di cui presentiamo gli Atti, dai quali emerge la forte personalità di Milan Rastislav Štefánik, peraltro estremamente poliedrica, essendo egli stato alto uficiale dell’esercito francese, diplomatico, astronomo, ministro della guerra e, soprattutto, insigne umanista. Alla sua leggendaria igura siamo ormai affezionati, come siamo affezionati alla cerimonia di commemorazione che ricorda un evento prezioso per la storia della Repubblica Ceca, della Slovacchia e del nostro Paese.

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I. LA LEGIONE CECO-SLOVACCA IN ITALIA


Mirella De Martini La Grande Guerra dei legionari cechi e slovacchi sul fronte italiano. Segni e luoghi della memoria in provincia di Vicenza e dintorni Questo contributo riguarda aspetti della storia locale, in luoghi dell’Italia settentrionale ai quali è associata la presenza di legionari cechi e slovacchi nella Grande Guerra: in speciico sul territorio dell’attuale provincia di Vicenza, con alcuni riferimenti alle province limitrofe. 1. CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE 1.1 Lo stemma della provincia di Vicenza ricorda a tutti la Grande Guerra e il numero dei soldati nei sacrari che vi sono rafigurati esprime la dimensione del conlitto, considerato che nei quattro monumenti alla memoria celebrativa dei monti: Pasubio, Cimone, Asiago e Grappa sono custodite complessivamente le spoglie di quasi 83.600 soldati, dell’esercito italiano e di quello multinazionale austro-ungarico1. Questi sacrari rappresentano un po’ tutti i sacrari italiani. 1.2 Dagli anni Venti in Italia si pensò di conservare la memoria della Grande Guerra mediante la costruzione di imponenti opere monumentali con scopo celebrativo, sui luoghi dei combattimenti o nelle vicinanze, dal Friuli Venezia Giulia alla Lombardia. 1.3 La vastità del fronte fu tale per cui, da est a ovest lungo il conine mobile, sia dalla parte austro-ungarica che dalla parte italiana si trovarono a combattere quasi ovunque afiancati uomini di nazionalità differenti, accomunati dal fatto di appartenere ad un vasto ma unico organismo statale o alle alleanze politico-militari degli stati cobelligeranti. 1.4 Le fonti della memoria si trovano oggi, oltre che nei luoghi isici, anche in spazi virtuali e, nonostante i limiti da questi presentati (per esempio la conseguenza della volatilità delle fonti), sarebbe ormai impensabile non usufruirne nella ricerca e nella prassi didattica2. 2. L’INIZIO Com’è noto, la costituzione di un corpo militare ceco-slovacco in Italia, composto da volontari fra i soldati dell’esercito austro-ungarico fatti prigionieri dagli italiani, fortemente voluta dal Conseil national des Pays Tchèques con sede a Parigi, attraverso il suo rappresentante Milan Rastislav Štefánik, trovò attuazione soltanto con la irma della Convenzione il 21 aprile 19183. Ne seguirono l’addestramento dei cechi e slovacchi a Foligno e, dopo la consegna della bandiera, avvenuta il 24 maggio a Roma all’Altare della Patria, il trasferimento al nord. Veramente già nel febbraio 1918 soldati cechi e slovacchi erano stati inviati al nord, inquadrati in battaglioni di lavoro per eseguire opere verso il fronte in pianura nelle province di Mantova, Rovigo e Verona. Non ancora nella provincia di Vicenza.

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In prevalenza nel Sacrario militare di Asiago, in località Leiten (54.286) e nel Sacrario di Cima Grappa (22.910); seguono con cifre inferiori quelli del Pasubio (5.186) e del Cimone (1.210). Il numero dei soldati italiani non identiicati custoditi nei quattro sacrari è notevolmente superiore a quello degli identiicati e lo scarto tra ignoti e identiicati è ancora maggiore per i soldati dell’esercito austro-ungarico. In questa ricerca mi sono avvalsa in particolare del PAMÁTNÍK ČS. LEGIÍ: http://www.pamatnik.valka.cz/ index.php/databaze-padlych-a-zemelych e del FAST: http://fastarchivio.provincia.treviso.it/ Convenzione fra il Governo Italiano e il Consiglio Nazionale dei Paesi Czeco-Slovachi, Roma, 21 aprile 1918, a irma V. E. Orlando e M. R. Štefánik. Il testo è riprodotto in FRANCESCO LEONCINI (a cura di): Il Patto di Roma e la Legione Ceco-Slovacca: tra Grande Guerra e nuova Europa. Vittorio Veneto: Kellermann, 2014, pp. 54-56.

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3. ALTIPIANO DI ASIAGO (esploratori con la VI Armata)

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3.1 I traditori di Carzano I primi soldati ceco-slovacchi al ianco degli italiani nella provincia di Vicenza sono comunque attestati già prima del trasferimento al nord del Corpo Czeco-Slovacco (divisione). Furono i “traditori di Carzano”, così chiamati per l’azione compiuta in quel luogo della Valsugana nella notte 17-18 settembre 1917 ai danni dell’Austria4. In seguito al fallimento dell’azione, essi erano stati trasferiti nel campo di concentramento di Forte Procolo a Verona5. Da qui alcuni partirono il 1° novembre 1917 insieme a Pivko e ad altri jugoslavi per il servizio di pattuglia al settore di Monte Zebio – Asiago. La loro attività fu presto interrotta a causa della ritirata italiana ed essi tornarono a Verona. 3.2 Sandrigo Riprese poi uficialmente il 21 marzo 1918, quando il reparto organizzato, formato da ceco-slovacchi e jugoslavi, venne dislocato al fronte nel settore della VI Armata, sull’Altipiano di Asiago6. Era accantonato a Casa Tugurio vicino a Sandrigo7, un luogo solitario, che però un mese dopo sarebbe diventato una piazza d’armi ben battuta, con i volontari che si addestravano alle attività di esplorazione, dedicando speciale cura ai lanciamanifestini. Dopo la irma a Roma della Convenzione che regolava l’utilizzo dei volontari cechi e slovacchi in Italia8, i cechi e slovacchi, a differenza di altri reparti, ebbero formazioni completamente autonome, per cui il Reparto speciale Czeco-Jugoslavo cambiò la denominazione in Reparto speciale Czeco-Slovacco della VI Armata. Alla ine di maggio esso appariva notevolmente ampliato, articolato su tre compagnie autonome, mentre il capitano Pivko manteneva la funzione di comandante del reparto presso il comando italiano9. 3.3 Valbella Ci sono in provincia di Vicenza montagne connubio di natura e di memoria. Una di esse è il Monte di Val Bella. Sulla sua cima a quota m. 1314, facilmente raggiungibile a piedi, i monumenti – cippi – targhe e un tabellone informativo richiamano alla mente la nota Battaglia dei Tre Monti (Col del Rosso, Col d’Echele e Monte Valbella), combattuta dal 28 al 31 gennaio 1918. Per trovare traccia della presenza degli esploratori ceco-slovacchi nel 1918 in questo luogo occorre scendere verso la vicina trincea. Qui da alcuni anni l’Ecomuseo della Grande Guerra ha infatti ricostruito un tratto di trincea e posto il secondo tabellone esplicativo. Il Valbella (conteso perché era divenuto dopo Caporetto la cerniera vitale tra il fronte vecchio Grappa – Pasubio – Altipiano di Asiago e il fronte nuovo Grappa – Montello – Piave) era 4

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A Carzano un gruppo di soldati dell’esercito austro-ungarico di nazionalità ceca e slovena aveva drogato l’intero battaglione bosniaco di cui il capitano sloveno Ljudevit Pivko aveva il comando, per consentire agli italiani di attaccare a fondo in quel settore e di puntare su Trento. Benché l’iniziativa fosse stata presa in accordo con gli italiani, essa fallì, principalmente per l’inesperienza del comandante che guidò le truppe italiane nell’intervento e per gli errori che ne seguirono. Pivko disertò e in seguito formò il Reparto Verde di volontari slavi, che combatté con valore a ianco dell’Intesa. Cfr. LJUDEVIT PIVKO: Abbiamo vinto l’Austria-Ungheria: la Grande Guerra dei legionari slavi sul fronte italiano. Gorizia: LEG – Libreria Editrice Goriziana, 2011. In seguito solo: PIVKO, p. La descrizione dell’azione è alle pp. 325-409: “Notte di Carzano”. L’episodio è comunemente noto come “Il sogno di Carzano”. WOJT CH HANZAL: Il 39° Reggimento esploratori cecoslovacco sul fronte italiano (a cura di Piero Crociani). Roma: Stato Maggiore dell’Esercito Uficio Storico, 2009, pp. 181-182. Dalle pp. successive del cap. ottavo ho ricavato la maggior parte delle altre informazioni che ho inserito in questo paragrafo, se non espressamente altrimenti indicato. In seguito solo: HANZAL, p. L’Altipiano di Asiago, dal nome del suo principale centro, ma propriamente Altipiano dei Sette Comuni: Asiago, Enego, Roana, Rotzo, Gallio, Foza, Conco, si estende sulle Alpi vicentine in zona di conine tra le regioni Veneto e Trentino – Alto Adige e conta una ventina di cime oltre i 2000 m., tra le quali Cima Dodici e l’Ortigara. Nell’ambito della I guerra mondiale è stato il settore più martoriato di tutto il territorio nazionale. Attualmente: Villa Sesso, Cona, detta “Casa del Tugurio” a Sandrigo, in zona nord-ovest rispetto al centro del paese. È inserita nell’elenco dei beni del patrimonio architettonico della provincia di Vicenza. Cfr. supra, nota n. 3. Necessaria anche per far rispettare la disciplina interna del campo, in seguito all’aggregazione di una compagnia di jugoslavi e romeni.


stato faticosamente conquistato dagli italiani, ma il 15 giugno era stato assalito dagli austro-ungarici. Il contrattacco iniziò il 28 contro Col del Rosso, poi il 29 mattina un battaglione del 9° fanteria Regina, una compagnia di bersaglieri e due della legione ceco-slovacca investirono e conquistarono le posizioni del Valbella occupate dagli austro-ungarici. Le informazioni nell’ecomuseo indicano per la battaglia del 29 giugno 1918 sul Valbella la perdita per l’Austria di circa 2000 soldati tra caduti e prigionieri, e per l’Italia di 552 soldati “di cui 82 cecoslovacchi”. Pivko riferisce che dopo l’azione i sopravvissuti fecero la conta e l’elenco dei mancanti era di 20 caduti e 60 feriti, di cui 21 lievi10. Il PAMÁTNÍK ČS. LEGIÍ registra 21 nominativi di legionari del 39° reggimento esploratori scomparsi sul Valbella 11. È il numero più consistente, in base al luogo di morte, di legionari deceduti nel Veneto, dopo quello dei morti a Castelfranco (Treviso), registrati nel PAMÁTNÍK ČS. LEGIÍ12. Nota è l’immagine che l’illustratore di origine vicentina Achille Beltrame pubblicò, relativamente alla battaglia del Valbella, come pagina di copertina de “La Domenica del Corriere”13, in cui rafigurò l’incontro di due fratelli cechi che portavano diversa divisa perché combattenti in quel momento negli eserciti contrapposti. 10 Più fonti di tipo autobiograico riferiscono su quest’azione. HANZAL, pp. 188-192, precisa che c’era stato un primo tempo il 24 giugno. Poi il 28 sera il comandante del reparto Pivko ricevette l’ordine di mantenersi pronto mezz’ora prima dell’attacco. I movimenti per raggiungere la posizione iniziarono 10 minuti prima delle ore tre. Sulla cima del Valbella stavano le micidiali mitragliatrici pesanti, il principale ostacolo, ma i ceco-slovacchi riuscirono a piombare nella trincea al grido di propaganda: Fuori gli Slavi! e la maggior parte degli occupanti si arrese senza combattere. L’azione continuò con gli attacchi successivi nell’avanzata, inché i soldati esausti si ritirarono verso le pendici del Valbella, sostituiti da reparti di rincalzo. Pivko, il comandante del gruppo che aveva compiuto l’assalto, composto dai ceco-slovacchi più una piccola pattuglia di jugoslavi, indica l’ora della ine della battaglia, le 15 e 30 minuti, e il numero delle perdite: “Con un totale di 80 uomini perduti fra morti e feriti, i pochi rimasti si radunano nella gola ai piedi del Monte di Valbella (…). Nella gola facciamo la conta e l’elenco dei mancanti” (PIVKO, p. 753). Quindi rievoca i racconti dei soldati sopravvissuti, cechi e croati. Cinque vittime vengono trasferite nella gola per essere poi portate a valle, altre sono portate dai nuclei di sanità. Scrive allora, a p. 756, Pivko dopo questa battaglia: “Vengono seppelliti in una terra che non li comprenderà così come non li comprenderà il suo popolo. Essi hanno dovuto superare ogni sofferenza morale e materiale (…). E dopo quattro anni di una guerra, che inalmente si sta avviando verso la conclusione, non abbiamo ancora smesso di sacriicare questi uomini preziosi”, per poi concludere: “Sul versante del Valbella tornerà a crescere l’erba fresca, probabilmente appassirà quella che non è stata falciata e ne nascerà della nuova. Sotto di questa rimarrà celato il cimitero di ossa spappolate di uomini ignoti, i crani che contenevano i cervelli di giovani slavi la cui unica colpa era quella di aspirare alla libertà”. Oggi le pendici del Valbella sono percorse dagli impianti sciistici e nella stagione estiva di sera intorno alla trincea pascolano indisturbati i bovini, ino al cader della notte. 11 nel data base: http://www.pamatnik.valka.cz/index.php/index.php?option=com_content&view=article&id=5&Itemid=3 (cit. 24.05.2015) risultano sul Valbella il 29.06.1918: n. 7 caduti e sepolti a Valbella, n. 10 caduti a Valbella, n. 1 caduto a Valbella e sepolto nel campo di battaglia, n. 1 dato per caduto a Valbella, n. 1 caduto a Valbella e sepolto altrove (Potogno), n. 1 dato per disperso a Valbella. All’elenco di questi 21 legionari del 39° reggimento si potrebbe aggiungere come ventiduesima vittima della battaglia del 29 giugno un altro nome: quello di Bohumíl Vácha disperso dal 29.06.1918 “nel combattimento presso Asiago”, che ferito venne fatto prigioniero e poi giustiziato a Mandrielle, dove fu sepolto in una fossa comune. Relativamente alla data del 15.06.1918 sul Valbella nel PAMÁTNÍK sembra invece esserci un errore, perché il legionario indicato nel PAMÁTNÍK come appartenente al 31° reggimento “Vondráček Rudolf, fatto prigioniero il 15.6.1918 dal nemico al Monte di Val Bella e nello stesso giorno a Colle di Guarda presso Riva giustiziato per impiccagione” non trova corrispondenza né in JOSEF LOGAJ: Československé Legie v Italii (1915-1918). Praha: Nákladem Památníku Odboje, 1922 (2° ed.), né in EUGENIO BUCCIOL: Dalla Moldava al Piave: i legionari cecoslovacchi sul fronte italiano nella Grande Guerra. Portogruaro: Ediciclo-Nuova Dimensione, 1998 (in seguito solo: BUCCIOL, p.). In entrambi questi testi è nominato come giustiziato ad Arco (e non a Colle di Guarda “presso Riva”) Nováček Karel (e non Vondráček Rudolf), il quale non era stato catturato sul Valbella bensì sul Piave; inoltre non appare corretto il luogo di morte per Vondráček, dato che Colle di Guarda è presso Conegliano (Treviso) e non presso Riva (del Garda - Trento). Insomma è probabile che nel PAMÁTNÍK Vondráček sia stato confuso con Nováček. Vondráček Rudolf fu uno dei 10 legionari giustiziati a Colle di Guarda (Collalto, Casa Montone Conegliano di Treviso) il 15.06.1918, come indicato da BUCCIOL, p. 57. 12 N. 26 a Castelfranco, morti nei mesi ottobre-novembre 1918, eccetto 1 in luglio, dei quali 16 del 31°, 1 del 32°, 3 del 33°, 4 del 34°, 1 del 35° e 1 del Reparto Mitragliatrici della Divisione; tutti sepolti inizialmente a Castelfranco, furono poi traslati a Rovereto, nel cui Sacrario di Castel Dante oggi si trovano. 13 Supplemento illustrato del “Corriere della Sera”, a. XX, n. 28, 14-21 luglio 1918. A. Beltrame (Arzignano 19.03.1871 – Milano 19.02.1945) trasferitosi presto a Milano, vi rimase ino alla morte. Per quasi mezzo secolo con le sue tavole a colori rappresentò realisticamente i fatti più importanti o curiosi del tempo, senza esserne stato presente. All’epoca della Grande Guerra le tavole di Beltrame venivano esposte nelle bacheche dei municipi e nelle parrocchie, quali fonti di notizie per la popolazione con i congiunti al fronte.

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3.4 Nove (Bassano)

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Il 4 luglio 1918 a Nove, dove c’era un aeroporto, poco lontano da Bassano del Grappa, andò il re d’Italia per decorare i soldati che si erano contraddistinti sull’Altipiano di Asiago. Pivko partecipò alla cerimonia con 58 uomini, 6 dei quali jugoslavi, che vi aveva fatto trasportare su autocarri il mattino prima delle 8 (partiti dalle baracche del Tugurio). Fu in questa occasione che lo sloveno conobbe lo slovacco Štefánik14. La conversazione tra i due sul campo d’aviazione di Nove destinato alla cerimonia, nell’attesa dell’arrivo del re, si svolse inizialmente in francese e poi in slovacco. Arrivato il re, avvenne la premiazione: i volontari ricevettero in tutto 6 medaglie d’argento15, 14 di bronzo e 13 croci di guerra e furono premiati dopo gli inglesi ed i francesi ma prima degli italiani. Di questo evento a Nove non sembrano essere rimaste tracce, ma diverse foto uficiali della cerimonia scattate dagli italiani lo confermano16. 4. OVEST VICENTINO (esploratori con la I Armata dalla Vallarsa alla Val d’Assa) 4.1 Compagnia “Astico” Nell’area occidentale della provincia quattro corsi d’acqua scorrono quasi parallelamente tra loro in direzione da nord-ovest a sud-est, passando, se si procede da ovest verso est, vicino ai centri: Chiampo e Arzignano il torrente Chiampo, Recoaro e Valdagno l’Agno, Valli del Pasubio e Schio il Leogra, Arsiero e Thiene l’Astico, dando ciascuno il proprio nome alla vallata attraversata. In questa vasta area, di competenza della I Armata italiana, afluirono dall’inizio di maggio 1918 gli esploratori ceco-slovacchi della terza compagnia “Astico”, provenienti dalla sede di Verona, dove erano stati concentrati dopo l’arrivo da Foligno17. Il 3 maggio avevano marciato da Verona a Marcellise, la mattina seguente la compagnia era stata passata in rivista dal tenente generale Pecori Giraldi, il 6 maggio alcuni uficiali e sottuficiali avevano compiuto una ricognizione al fronte con l’uficiale italiano di collegamento nella Val Posina e sul Monte Gamonda (dove gli esploratori avrebbero operato), raggiungendo con la teleferica le trincee occupate dalla Brigata Volturno. Il 7 maggio da Marcellise vennero trasportati su camion ino a Bazzoni (località fra Arsiero e Posina, più vicina a Posina), dove giunsero verso mezzanotte, dopo aver attraversato Vicenza18 e Arsiero deserta, e furono inizialmente sistemati: i soldati nella chiesa, gli uficiali nelle case semidistrutte, il comando della compagnia nella sofitta di un ediicio in rovina. I comandi delle compagnie degli esploratori ceco-slovacchi durante la permanenza nelle zone delle varie armate italiane, alle quali queste erano state destinate, vennero più volte trasferiti: per facilitare la trasmissione degli ordini o per evitare di essere esposti ai pericoli derivanti dall’avanzata delle truppe imperiali. Per questi motivi quando il 12 maggio dalla Val Posina, zona operativa del X Corpo d’Armata, alcuni plotoni della terza compagnia esploratori furono trasferiti al V Corpo d’Armata, il loro comando si stabilì più a sud-ovest, a Piano di Vallarsa, mentre a Bazzoni restò solo il comando dei 2 rimanenti plotoni; poi il 16 giugno l’intera terza compagnia, i cui componenti agivano ormai su tutto il fronte della I Armata, obbedì all’ordine di ritirarsi nelle retrovie a causa dell’imminente offensiva austriaca. Allora furono trasferite: le pattuglie del V Corpo d’Armata con il comando a Valdagno e le pattuglie con il X Corpo d’Armata a Marano Vicentino.

14 PIVKO, pp. 764-767, cioè il paragrafo Aeroporto di Bassano. Štefánik aveva immaginato che Pivko fosse slovacco invece di sloveno. Gli chiese comunque di vigilare sull’esercito che Pivko aveva contribuito a costituire e lui lo promise. La data della premiazione a Nove è indicata anche a p. 793. 15 HANZAL scrive invece a p. 192: 5. 16 La maggior parte di esse conservate a Roma nel Museo Centrale del Risorgimento, eseguite dal Reparto Fotocinematograico dell’Esercito, al momento (24.05.2015) visibili in internet nell’ambito del progetto Europeana. In alcune si distinguono i legionari collocati in posizione arretrata (come indicato da Pivko); in particolare: http:// www.europeana1914-1918.eu/fr/europeana/record/9200196/BibliographicResource_3000005920097_source#prettyPhoto/0/ con la didascalia “La festa ai vincitori degli altipiani. 4 luglio 1918. A Nole. Bassano. Vicenza. La silata delle truppe davanti al Campo della cerimonia e dei decorati”, dove “Nole” sta ovviamente per “Nove”. 17 Le informazioni che seguono, anche quelle virgolettate, sono tratte da HANZAL, pp. 155-180, se non altrimenti indicato. 18 Vicenza era sede del comando della I Armata.


4.2 Marano Vicentino e Valdagno Il 16 giugno 1918 il capitano Ján Šeba, rappresentante di Štefánik, visitò di mattina i due plotoni distaccati a Marano Vicentino e di pomeriggio gli altri a Valdagno. In “questo piccolo e lindo paese, con begli ediici, situato in bellissima posizione nella Valle del iumicello Agno” erano stati assegnati alla compagnia dei locali “in un castello devastato dalla guerra”. I legionari esploratori presenti a Valdagno, più di 200, sistemati nel parco, effettuarono la cerimonia del giuramento di fedeltà come “militare dell’Esercito Nazionale Czeco-Slovacco per il popolo Czeco-Slovacco”19: prima a voce ripetendo le parole loro lette, poi irmando la formula scritta e le irme venivano autenticate dal rappresentante del Consiglio Nazionale. A Valdagno i legionari percepirono che la popolazione li considerava alleati fedeli. L’apprezzamento nei loro confronti ebbe una particolare manifestazione il 20 giugno20. La breve permanenza dei ceco-slovacchi a Valdagno è fra l’altro attestata da alcuni dipinti del pittore legionario Břetislav Bartoš 21, inviato dal comando del Corpo Czeco-Slovacco alla compagnia, il quale dipinse scene sia di svago che di azione al fronte dei legionari. 4.3 Verso Rovereto. Schio Già il 25 giugno il comando si trasferì da Valdagno a Brandilleri, frazione del comune di Valmalunga, nella valle del torrente Malunga, vicino a Sant’Antonio, presso cui passa la strada che conduce a Rovereto, e la compagnia venne organizzata in 6 plotoni, dei quali 4 furono destinati al V Corpo d’Armata e 2 al X. Nei due mesi successivi gli esploratori della terza compagnia continuarono i pattugliamenti in collaborazione con gli uficiali italiani; compirono azioni prevalentemente non cruente, come quella a ine luglio sul Pasubio, quando di notte issarono ben visibili le bandiere italiana e ceco-slovacca e poi lanciarono migliaia di foglietti per convincere i connazionali nell’esercito imperiale a passare al loro. I rapporti fra la terza compagnia ceco-slovacca “Astico” e altre unità di combattimento nella vasta area di competenza della I Armata si fecero da questo periodo più concreti: con la nuova compagnia jugoslava “Posina”, giunta il 5 luglio da Marcellise a Valmalunga in supporto agli esploratori ceco-slovacchi; con i francesi, alla cui festa nazionale il 14 luglio a Schio gli esploratori ceco-slovacchi parteciparono22; con la seconda compagnia ceco-slovacca (di stanza col XXIX Corpo d’Armata nel settore 19 La citazione della formula, il cui testo completo è bilingue, è da: JOSEF LOGAJ: Československé Legie v Italii (1915-1918). Praha: Nákladem Památníku Odboje, 1922 (2° ed.), p. 134. Il legionario J. Logaj (1887-1922) fu impiegato a Roma presso la Cancelleria del Consiglio Nazionale Ceco-Slovacco. La data del 16.06.1918 con Šeba a Valdagno è avvalorata da altre fonti, compresi gli atti di giuramento dei legionari, tra i quali F. Mrázek (1895-1943), la cui vita militare è l’esempio di quella di tanti altri. Assolto il servizio militare nel 1915, fu inviato al fronte e nell’ottobre 1917 venne fatto prigioniero dagli italiani. Internato inizialmente in un campo e poi in quello di Padula (Salerno), nel marzo 1918 fu reclutato dal Consiglio Nazionale e inserito nella compagnia di ricognizione “Astico”, amministrativamente dipendente dal 31° reggimento ceco-slovacco di artiglieria. All’inizio di novembre gli fu assegnata la medaglia italiana per “Fatiche di Guerra”, ma per lui la guerra non era inita, perché fu distaccato con il reggimento in Slovacchia. Cfr. http://www.karelvasatko.cz/zivotopisy-legionaru/italske-legie/mrazek-frantisek (cit. 24.05.2015). 20 HANZAL precisa questo particolare: le signore di Valdagno organizzarono una piccola festa, con rinfresco e doni e diedero ai legionari in ricordo una veduta d’insieme della città, ripiegata in tre, con la dedica: “Ai volontari cecoslovacchi le signore di Valdagno offrono”. 21 Per es. lo scorcio sui tetti, con l’alto campanile, dipinto che è stato riprodotto da EUGENIO BUCCIOL a p. 32. 22 E la loro bandiera, scrive HANZAL, sventolò in quell’occasione accanto alle altre dell’Intesa. Come rappresentano due cartoline del primo dopoguerra, a Schio in Contrà Caussa vennero costruiti baraccamenti per gli arditi ed i legionari ceco-slovacchi. Nel 1920 erano ancora utilizzati per alloggiare i profughi dalla Val d’Astico e da Asiago in attesa della ricostruzione delle loro case distrutte. Cfr. la cartolina n. 4 nella sezione “militari”, riprodotta in: CIRCOLO FILATELICO SCLEDENSE (a cura di): Saluti da Schio: raccolta di cartoline d’epoca 1897-1940. Torrebelvicino: Arti Graiche, 1990, p. 128. Cfr. anche l’art. di LUCA VALENTE: Gli alloggi della Legione cecoslovacca a Schio (1918), in “Il Giornale di Vicenza”, 02.09.2008, per il momento (24.05.2015) reperibile in versione digitale nel blog dell’A. : http://www.lucavalente.it/modules.php?name=News&ile=article&sid=233 Il commento sull’altra cartolina “l’onda di commovente simpatia sollevata dai baldi giovani della Bohemia” fa pensare che anche a Schio i legionari fossero stati accolti favorevolmente dalla popolazione locale. Prima della Grande Guerra Schio si trovava a ridosso del conine con l’impero austro-ungarico: vi erano due caserme e numerose truppe, accasermate o attendate; nel 1916 gran parte della città fu fatta sgomberare per il pericolo dell’offensiva imperiale; divenne un importante centro delle retrovie del fronte; vi ebbe la sua sede il comando del V Corpo d’Armata.

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dall’Adige al Garda) poiché entrambi i comandanti delle compagnie “Astico” e “Avio” nella notte del 5-6 agosto raggiunsero la quota 890 del Matassone, constatando che non era occupata dagli avversari. 4.4 Cima Tre Pezzi Più fecondo per la terza compagnia esploratori ceco-slovacchi fu al fronte il mese di settembre, durante il quale essa prese parte a due importanti azioni: una spedizione a Trento di due informatori cechi travestiti da austriaci e ritorno, durata quasi due settimane, svoltasi nella seconda metà del mese, dopo che essi avevano preso contatto a Piovene con un tenente italiano irredento di origine trentina e passando per Roana, le Mandrielle, Vezzena (dove i due distrussero la teleferica austriaca); l’assalto alla Cima Tre Pezzi, avvenuto all’alba del 23 settembre, ma conclusosi con un parziale fallimento. Qualche giorno prima cento uomini provenienti dal comando di compagnia avevano raggiunto l’Altipiano dei Sette Comuni, dove si erano rifugiati nella galleria della funicolare Piovene-Asiago presso Cavrari. Condussero l’attacco su due colonne: quella di sinistra guidata dal tenente Prejda (terza compagnia esploratori “Astico”) che catturò tutta la guarnigione del suo settore e quella di destra dal tenente Vyčítal (seconda compagnia esploratori “Avio”) giuntavi di rinforzo. Nonostante i comandi avessero impartito l’ordine di avanzare con prudenza, questo non venne seguito dai bersaglieri, precipitatisi all’attacco, e a catena l’artiglieria italiana e inglese intervennero in anticipo sul previsto, rendendo più dificile l’attività della colonna di sinistra e provocando il caos nella colonna di destra. Persero la vita 3 legionari, uno dei quali suicida perché erroneamente convinto di essere stato abbandonato, poi sepolto il 25 settembre a Marano Vicentino secondo il desiderio da lui stesso espresso prima dell’azione; un altro deceduto nell’ospedale di Thiene, dov’era stato ricoverato per le conseguenze delle ferite. 4.5 Thiene Proprio a Thiene il 3 ottobre 1918 ebbe luogo un’imponente rivista del re d’Italia, nel corso della quale egli consegnò le medaglie anche agli esploratori ceco-slovacchi per l’azione sulla Cima Tre Pezzi. 5. MONTE GRAPPA (esploratori con la IV Armata) Per i vicentini dire “Bassano” è dire anche “Grappa”, la montagna ai piedi della quale la cittadina si trova; ma il Monte Grappa occupa solo parzialmente la provincia di Vicenza, estendendosi con le sue propaggini in quelle coninanti di Treviso e Belluno. Durante la Grande Guerra il Monte Grappa, incluso nel settore compreso tra i iumi Brenta e Piave, con inoltre il Monte Tomba e altre cime, era occupato dalla IV Armata. I ceco-slovacchi afidati a questo settore furono un gruppo di esploratori formato con legionari partiti da Padula il 1° aprile 1918. Alloggiavano “nel villaggio di Cusinati, presso Cittadella” e dipendevano direttamente dall’Uficio Informazioni del Comando della IV Armata23. Il 12 maggio una parte della compagnia fu trasferita in camion al fronte e venne alloggiata sotto il Grappa, nelle vicinanze del comando della Brigata Modena. La stessa notte iniziò l’attività di esplorazione delle trincee nemiche. Il campo d’azione fu l’area alle pendici del Monte Pertica, fra il Pertica e l’Osteria del Lepre24. Alla ine di maggio la compagnia contava 250 ceco-slovacchi ed entrò a far parte dell’esercito ceco-slovacco in Italia come II battaglione del 31° reggimento ceco-slovacco. Il 18 giugno arrivarono al campo il capitano Šeba e altri uficiali, per assistere al giuramento di fedeltà della compagnia al Consiglio Nazionale. Le azioni più signiicative svolte dai legionari nel settore del Grappa avvennero alla ine di agosto – prima metà di settembre 1918, dopo che sulle pendici dell’Asolone erano stati inviati da parte austriaca reggimenti composti in prevalenza da cechi, con i quali i legionari fecero opera di persuasione alla diserzione. Il 23 agosto vennero distribuite le prime decorazioni italiane ad

23 Probabilmente l’odierno Cusinati posto sulla strada per Rosà – Bassano. La citazione è da: HANZAL, p. 195, che però lo chiama Cusinate a p. 205, ma di nuovo a p. 206 Cusinati “ospitale paesetto”. 24 Cioè nell’area più montuosa fra la località di San Marino in Valsugana e il Monte Grappa. In giugno gli esploratori ceco-slovacchi “conoscevano ormai perfettamente il settore. Essi amavano soprattutto il Monte Pertica col suo terreno boscoso, sebbene inido. Innumerevoli volte s’erano arrampicati su tutte le chine e su tutti i sentieri, perché quello era forse l’unico settore in cui era possibile uscire di giorno al coperto, lontano dalle proprie trincee e in sotto alla linea austriaca”, HANZAL, p. 200. Dalla stessa fonte, pp. 195206, ho attinto la maggior parte delle informazioni sui legionari nel settore della IV Armata.


alcuni di loro nel cortile della “Villa delle Rose” dov’era alloggiato l’Uficio Informazioni dell’Armata, poi subito ritirate perché il giorno dopo vennero loro consegnate direttamente dal re durante una cerimonia. Alla ine di ottobre la compagnia venne richiamata al Comando di Cusinati dalla prima linea, dove rimasero solo due gruppi, che mantennero uno stretto contatto col nemico per avere dai feriti tutte le informazioni possibili e per scoprire e attaccare le singole linee. Questi, insieme al XVIII Reparto d’Assalto, giunsero, primi liberatori, a Fonzaso, dopo aver catturato sulla Presolana25, l’intera retroguardia austriaca. L’inseguimento continuò ino a Feltre26, da dove furono richiamati al Comando d’Armata. Nel viaggio di ritorno gli esploratori pernottarono il 4 novembre a Fonzaso, proseguirono per la devastata Val Cismon, Valstagna e Bassano ino a Cusinati, che raggiunsero il giorno dopo. Il 10 novembre si accomiatarono dal colonnello Vigevano, primo comandante del 39° reggimento, e il 12 lasciarono Cusinati per Cartura, nella Bassa Padovana, dov’era stanziato il loro reggimento. 6. BASSO VICENTINO 6.1 Due documenti locali Almeno due documenti scritti locali attestano il passaggio del Corpo Czeco-Slovacco in Italia nel Basso Vicentino nei primi 20 giorni di giugno 1918: il diario del parroco di Campiglia dei Berici27 e il foglio recante le irme dei cittadini di Orgiano risarciti da quel Comune per aver prestato alloggio ai componenti della divisione28. Don Brendolan parla della presenza di “circa 300 soldati czeco-slovacchi”, in seguito all’arrivo dei quali partirono quasi tutti gli altrettanti soldati italiani della sezione n. 87 di sanità, collocata in quel territorio, che si trasformò in “sezione di sanità czeco-slovacca”29. Egli nomina poi la visita del re d’Italia alla divisione ceco-slovacca a Orgiano30. 6.2 Orgiano 14.06.1918 Di questo avvenimento è rimasto oggi un segno palese all’interno della locale Villa Fracanzan Piovene (nota nei primi decenni del Novecento come Villa Marsilio o Villa Marsiglio), dove ad una parete di una sala al piano terra è appesa incorniciata una fotograia rafigurante i legionari ceco-slovacchi in silata nel parco della villa, davanti alle autorità. L’immagine si può osservare anche in 25 La “Presolana” è molto probabilmente la “Prassolana” che dai piedi del Monte Pertica e del Monte Prassolan conduce a Caupo (in comune di Seren del Grappa) in provincia di Belluno, quindi in direzione di Feltre. 26 La cittadina di Feltre (Belluno) e i suoi dintorni subirono l’occupazione austriaca per un anno. 27 Pubblicato nel centenario della costruzione della chiesa parrocchiale di Campiglia: DON GUGLIELMO BRENDOLAN: Diario di un parroco: note cronistoriche riguardanti la parrocchia di Campiglia dei Berici 1912-1943, a cura di L. QUAGLIO e G.B. ZILIO, presentazione di Mons. Pietro Nonis Vescovo di Vicenza. Vicenza: Edizioni Nuovo Progetto, 1993. Le informazioni sui ceco-slovacchi sono alla p. 78. 28 Alloggi forniti dal Comune di Orgiano dal 30 Maggio al 21 Giugno 1918, in Archivio Comune di Orgiano, busta a. 1919. Il doc. è emesso dal Comando del Corpo Czeco-Slovacco in Italia – Comando 1a Divisione – Quartiere Generale, è datato: Orgiano 21 Giugno 1918, irmato da: Il Comandante del Quartiere Generale, Ten[ente] Pica Alieri e contiene le irme di 23 abitanti ai quali complessivamente il Comune di Orgiano pagò la somma di 862 Lire, di cui 322 per gli alloggi alla “Villa Marsilio”. 29 Il Basso Vicentino accolse dall’autunno 1917 lussi di soldati italiani, ma anche degli alleati francesi, scozzesi e inglesi, fatti afluire nel timore che arrivassero le armate austro-ungariche. I Comuni dal maggio 1916 accolsero i profughi italiani in fuga dall’Altipiano dei Sette Comuni. Allora la vita delle popolazioni locali si fuse con la vita dei profughi e con quella dei soldati, con i quali la gente fraternizzava. I soldati eseguivano esercitazioni nei luoghi predisposti, come le trincee ed i fortini del sistema difensivo collinare, di cui è rimasta traccia fra San Donato e il Monte Tondo, a nord-ovest di Barbarano Vicentino. Nel suo Migliaia di profughi, milioni di soldati. Vicenza: Editrice Veneta, 2011, GIANLUCA SGREVA racconta la storia dei profughi nell’area berica seguendo le tracce lasciate dai soldati della Grande Guerra, mentre ANTONIO POZZA in: GIULIANO GAMBIN: Barbarano Vicentino e il Novecento: un secolo di storia. Montegalda (VI): Artigiana Graica – Comune di Barbarano Vicentino, pp. 42-45, descrive la consistenza delle trincee sul Monte Tondo. 30 Il parroco di Campiglia non ne scrive la data, ma ne parla subito dopo aver riferito che la prima domenica di giugno i soldati italiani fecero “una accademia in teatro, di canto, suono e recita” alla quale intervennero anche “i soldati czechi”. Forse per questo motivo gli autori di storia locale del Basso Vicentino hanno anche di recente erroneamente interpretato come il 9 giugno (domenica) quella data. GIANLUCA SGREVA: Migliaia di profughi…, p. 78 (la riprende da BUCCIOL); ALBERTO COGO: Il Novecento a Sossano, vol. I (1900-1935). Sossano: Giovani Editori, 2001, p. 239.

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pubblicazioni della storiograia ceca e italiana31. La tecnologia in supporto alla ricerca consente inoltre oggi di accedere facilmente alla visione di un considerevole numero di foto sull’evento, perché digitalizzate, conservate nel Fondo Generale Sapienza del FAST32. Le didascalie di alcune di esse, insieme alle informazioni del tenente colonnello Gotti Porcinari33 attestano che la rivista del re d’Italia Vittorio Emanuele III alla Legione Ceco-Slovacca a Orgiano avvenne il 14 giugno 1918. Il generale Andrea Graziani appare nelle foto accanto al sovrano e ad altri militari graduati, anche cechi, con i quali sembra impassibile durante la cerimonia. Eppure solo due giorni prima nella vicina località di Barbarano aveva ordinato la fucilazione di 8 legionari, accusati di diserzione. 6.3 Barbarano o meglio Villaga L’esecuzione della condanna aveva colpito la gente del posto, tanto che, come tramandano le fonti orali, un ignoto testimone scrisse ben visibile, al punto da essere ancor oggi (ormai un secolo dopo) distinguibile, con il sangue degli otto fucilati il numero 8 su un pilastro del cancello di entrata al cimitero di Villaga34, comune a quello di Barbarano. La cifra, corrispondente al numero dei giustiziati sul luogo, appare di color rosso scuro. Anche senza cedere alle emozioni, viene spontaneo evidenziare la rilevanza dell’evento: si tratta dell’unica esecuzione capitale accertata eseguita dagli italiani nei confronti dei legionari ceco-slovacchi su territorio italiano, per diserzione. Inoltre è da notare che il numero di questi giustiziati ceco-slovacchi, in un’unica esecuzione, è stato il terzo numericamente

31 Per quella italiana, ad es.: BUCCIOL, p. 37. 32 Il FAST – Foto Archivio Storico Trevigiano, appartenente all’ente Provincia di Treviso, con sede a Treviso, è stato fondato nel 1989 per salvaguardare il patrimonio fotograico storico relativo al territorio trevigiano. Dal 2014 ha messo online il catalogo digitale della Fototeca e una selezione di circa 16000 immagini appartenenti a circa 35 fondi separati – relative alla rivista del re e alla villa a Orgiano n. 25 foto, di cui alcune riprendono ambienti esterni senza personaggi. 33 GIULIO CESARE GOTTI PORCINARI: Coi legionari cecoslovacchi al fronte italiano ed in Slovacchia (1918-1919), Roma: Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Uficio Storico, 1933, p. 45. 34 Alla ine degli anni Ottanta un’alunna della Scuola Media di Barbarano Vicentino, dov’ero in servizio, raccolse la testimonianza di un anziano del posto, secondo il quale alla scena della fucilazione assistettero dei ragazzi curiosi dopo essersi arrampicati sugli alberi vicini. Secondo l’intervistato, gli 8 soldati “slavi” arrivarono a bordo di una camionetta chiusa, con un parroco per confessarli, davanti al cimitero, luogo dell’esecuzione; dopo 10 minuti giunse una moto, per portare l’annuncio che il governo italiano li aveva perdonati, ma fu troppo tardi. L’episodio dell’esecuzione degli 8 legionari è sinteticamente riportato nelle pubblicazioni anche più recenti di storia locale, l’ultima delle quali è la citata: Barbarano Vicentino e il Novecento… di GIULIANO GAMBIN, che a p. 47 lo caratterizza come “episodio drammatico”. Nella storiograia italiana sulla repressione come strumento di disciplina durante la Grande Guerra, soltanto gli studiosi Pluviano e Guerrini si sono occupati di questo caso. Dopo averlo analizzato, essi hanno evidenziato che, data la lontananza dalla prima linea del fronte, il comandante della divisione avrebbe potuto procedere diversamente: convocando un tribunale di guerra, con la partecipazione di uficiali ceco-slovacchi, oppure straordinario, costituito solo da questi. Cfr. MARCO PLUVIANO – IRENE GUERRINI: Le fucilazioni sommarie nella Prima Guerra Mondiale, prefazione di GIORGIO ROCHAT. Udine: Gaspari Editore, 2004, pp. 152-155 e 159-160. Di fatto l’esecuzione degli 8 legionari, avvenuta il 12 giugno 1918 alle ore 21, allorché Štefánik era lontano dall’Italia, accelerò l’accordo fra il governo italiano ed il Consiglio Nazionale per l’istituzione di un tribunale apposito costituito solo da ceco-slovacchi. Dell’episodio di Barbarano hanno scritto diversi autori cechi. JOSEF LOGAJ ha inserito nel suo cit. Československé Legie v Italii (1915-1918) riferimenti a Barbarano in tre diverse pagine: lo deinisce “esempio triste” a p. 37, ma poi anche “tragedia” a p. 94, che “comunque ebbe i suoi buoni effetti”, dal momento che dopo i soldati ceco-slovacchi mantennero una disciplina esemplare (pp. 105-106). Egli parla nel testo di 7 legionari (p. 37), però nell’elenco allegato dei caduti e giustiziati con cui conclude il libro riporta 8 nominativi di ceco-slovacchi morti a Barbarano il 12.06.1918; di morti a Barbarano ne aggiunge anzi altri 2 in più, che registra alle date rispettivamente 06.06 (p. 139) e 20.06 (p. 137). JÁN ŠEBA: Rusko a Malá dohoda v politice světové. Praha: Melantrich , 1936, p. 442 parla invece di 5 (dimenticandosi degli altri 3). Recentemente l’argomento dei giustiziati a Barbarano è stato ripreso dallo storico militare JOSEF FUČÍK: Doss Alto – mytus a skutečnost: Československá Legie na italské frontě 1918. Praha: Epocha, 2014 (capitolo Osem bratří z Barbarana: nella versione e-book alle pp. 73-81). Relativamente ai giustiziati a Barbarano (meglio sarebbe dire: a Villaga) il numero ed i nominativi più attendibili sono quelli registrati nel PAMÁTNÍK ČS. LEGIÍ, dove il numero coincide con il numero indicato da Pluviano-Guerrini: 8, ed i nomi sono in parte uguali e in parte simili ai nomi decifrati forse in qualche caso erroneamente dai due studiosi. Del caso di Barbarano mi sono occupata anche nell’articolo di prossima pubblicazione Il passaggio nel Vicentino del Corpo Czeco-Slovacco in Italia (giugno 1918).


rilevante di ceco-slovacchi, seguendo i due delle esecuzioni capitali avvenute per mano degli austro-ungarici qualche giorno dopo a Conegliano (15) e a Colle di Guarda – Collalto (10)35. 6.4 Toara Nei pressi di Barbarano, a Toara, frazione di Villaga, era insediato nello stesso mese di giugno il Comando della 2a Brigata Ceco-Slovacca, alloggiato nella Villa Barbaran Piovene36. Di questo evento non c’è traccia nelle pubblicazioni locali37, ma per confermarlo ancora una volta ci sono state di supporto nella ricerca le immagini del FAST, nelle quali i componenti il comando della brigata speciale presieduta da Sapienza sono ripresi in compagnia dei proprietari della villa, in pose che indicano familiarità38. 7. INTANTO E ALTROVE 7.1 Con la III Armata Mentre il Corpo Czeco-Slovacco stanziava nel Basso Vicentino (non molto distante dall’area dei Colli Euganei della provincia di Padova, dove in quel periodo si era insediato il re d’Italia), nuclei di altri legionari parteciparono alle azioni nei rimanenti settori del fronte, in particolare sul Piave con la III Armata39. Soltanto negli ultimi mesi di guerra gli esploratori vennero uniicati in un nuovo reggimento: il 39°, aggregato al nuovo esercito ceco-slovacco; prima dipendevano direttamente dai comandanti delle singole armate italiane40. In zona di permanenza sul fronte del Piave, come avvenne a Orgiano, Toara e in altre località del Veneto in date successive, il comando si insediò in una villa. A Mogliano (Treviso) fu la Villa Marchesi41.

35 Sulle esecuzioni capitali degli austro-ungarici a Conegliano e Colle di Guarda (Collalto): BUCCIOL, pp. 5457. Della fucilazione a Barbarano lo stesso capitano sloveno Pivko rimase profondamente colpito e scrisse: “le vittime dei reparti sul fronte sono, per così dire, una conseguenza naturale e non ci colpiscono tanto quanto le notizie sulle vicende di Barbarano, dove il generale Graziani ha fatto fucilare otto legionari per ammutinamento” cfr. PIVKO, p. 714. Egli torna sull’argomento quando riferisce del dialogo avuto il 4 agosto 1918 nella località di Belvedere vicino a Bassano con il capitano Merlo dell’Uficio Informazioni della IV Armata, al quale dice: “Barbarano si trova in fondo alle retrovie. Secondo quanto ne so, l’ammutinamento dei soldati cecoslovacchi era rivolto contro gli uficiali di cui non erano soddisfatti. Per questo caso il generale Graziani ha ordinato una punizione esemplare ma io credo che non fosse necessario ricorrere addirittura alla pena di morte. Della fucilazione di questi legionari sono in parte colpevoli i loro uficiali che non hanno saputo inluire sui propri sottoposti nel modo più giusto. Il caso di Barbarano è un semplice caso di carattere interno del reggimento cecoslovacco e gli ammutinati fucilati non erano affatto ilo-austriaci”: PIVKO, pp. 792-793. Anche LOGAJ, che in più punti del suo libro Československé Legie… si sofferma sulle relazioni tra gli uficiali e la truppa dei legionari, nel caso di Barbarano attribuisce una parte della responsabilità agli uficiali: non furono in grado di prevenire il comportamento supericiale di quei legionari, mentre in quel periodo nell’esercito italiano c’erano ribellioni, punite con la pena capitale: cfr. p. 106. 36 Attualmente: Villa Piovene Porto Godi di Toara (sede di un’affermata azienda agricola). 37 Neppure in TOMMASO CEVESE – ROBERTO PELLIZZARO: Toara immagini e storia. Vicenza: La Serenissima, 2004 (2° ed.), dove nella sezione Storia, a p. 73 Pellizzaro scrive: “Non c’è traccia nella storia di Toara di incursioni vandaliche, di soperchierie et similia, se non nella nostra epoca durante la II guerra mondiale”. 38 Il Fondo Generale Sapienza del FAST contiene 13 immagini relative, scattate tutte probabilmente lo stesso giorno. L’allora colonnello Luigi Sapienza, in quanto comandante della brigata, era anche l’informatore degli uficiali di grado più elevato (Graziani e Štefánik) sulla situazione. 39 Il PAMÁTNÍK ČS. LEGIÍ registra, come morti a Fossalta nei gg. 17-19.06.1918, 14 di loro. Si possono ad essi aggiungere i caduti o i fatti prigionieri sul Montello (nel settore della VIII Armata) e poi giustiziati. 40 KAREL PICHLÍK – BOHUMÍR KLÍPA – JITKA ZABLOUDILOVÁ: I legionari cecoslovacchi (1914-1920). Trento: Museo Storico in Trento, 1997, pp. 210-211. 41 Villa Pisani, Pigazzi, Marchesi di Mogliano Veneto, come molte altre ville venete, aveva già avuto una certa funzione storica, avendo ospitato nel 1848, durante l’attacco austriaco al Forte di Marghera, un ospedale militare austriaco.

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Orgiano (Vi), Re Vittorio Emanuele III passa in rivista la Divisione Ceco-Slovacca, 14 giugno 1918, fondo Generale Sapienza c/o FAST – Foto Archivio Storico Trevigiano della Provincia di Treviso.

Orgiano (Vi), parte della divisione Ceco-Slovacca, 14 giugno 1918, fondo Generale Sapienza c/o FAST – Foto Archivio Storico Trevigiano della Provincia di Treviso.


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Toara di Villaga (Vi), il comando della 2° Brigata Ceco-Slovacca, giugno 1918, fondo Generale Sapienza c/o FAST – Foto Archivio Storico Trevigiano della Provincia di Treviso.

Orgiano (Vi), Re Vittorio Emanuele III passa in rivista la Divisione Ceco-Slovacca, 14 giugno 1918, fondo Generale Sapienza c/o FAST – Foto Archivio Storico Trevigiano della Provincia di Treviso.


7.2 Sul Monte Baldo

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Dopo la permanenza nel Basso Vicentino nei primi venti giorni del giugno 1918, il Corpo Czeco-Slovacco in Italia, che era il nucleo più consistente dei legionari, si trasferì sul Monte Baldo, dove rimase per quasi altri due mesi (20 giugno – 15 agosto), durante i quali completò l’addestramento sul terreno montuoso, prima di spostarsi al fronte, più a nord, nel settore dal Garda a Mori e Brentonico, con il Monte Altissimo, che era di competenza della I Armata42. 8. PER CONCLUDERE Nel primo dopoguerra sulle macerie del devastante conlitto un po’ ovunque in Italia, ma soprattutto al nord lungo le linee del fronte, vennero costruiti monumenti e sacrari destinati alla celebrazione della memoria. Si è poi più tardi assistito all’affermarsi di una memoria di tipo locale, con la tendenza a diventare localistica, mentre oggi sembra prevalere la memoria diffusa, nell’ambito della quale i luoghi prima destinati alla memoria celebrativa possono ancora avere una funzione educativa se interpretati come monito alla non delagrazione di ulteriori conlitti. Durante la Grande Guerra i legionari cechi e slovacchi43 sono stati presenti (anche se per poco tempo) in molte località della provincia di Vicenza, distribuiti sia nella pianura del Basso Vicentino con i Monti Berici, sia in montagna sull’Altipiano di Asiago, sia in località della fascia intermedia pedemontana, a seconda della situazione bellica e delle strategie dei comandanti da cui dipesero. In alcuni di questi luoghi rimane oggi di loro visibile memoria, per la permanenza di segni o per la ricostruzione di eventi44. Anche nei luoghi nei quali non è rimasta traccia del loro passaggio, per quanto ne abbiamo notizia la popolazione locale si espresse sempre favorevolmente ai legionari, con manifestazioni di accoglienza e simpatia nei loro confronti.

42 Questa relativamente lunga permanenza spiega, almeno in parte, il consistente numero di fotograie nel Fondo Generale Sapienza del FAST, scattate nelle immediate retrovie del fronte nella zona del Baldo, che riprendono momenti diversi della vita dei legionari, anche di svago (scene di recita teatrale). La strada militare che da Spiazzi conduce alle pendici del Monte Altissimo, fatta costruire dal generale Andrea Graziani ai legionari ceco-slovacchi, venne da loro chiamata “la strada per Praga”. 43 In grande prevalenza in Italia cechi, mentre molti slovacchi furono legionari in Russia (Siberia). 44 Ne sono esempio i siti dell’Ecomuseo della Grande Guerra nelle loro varie manifestazioni. Sia la Villa Marchesi di Mogliano Veneto (TV) che la Villa Fracanzan Piovene di Orgiano (VI) sono state inserite dalla Fondazione Aida – Teatro stabile di innovazione, con sede a Verona, nel progetto “Il ruolo delle Ville Venete nella Grande Guerra”, attualmente (maggio 2015) in corso, per promuovere la conoscenza del ruolo che le Ville Venete rivestirono durante il conlitto e per favorire l’integrazione del circuito delle Ville Venete nella realizzazione dell’ecomuseo diffuso.


Dott. Antonino Zarcone La 6^ Divisione Cecoslovacca in Italia 1. PREMESSA Alle ore 12 del 4 novembre 1918 il Comando Supremo italiano emette il comunicato n. 1268 che sancisce la ine delle ostilità fra il Regno d’Italia e gli Imperi centrali: “La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco slovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è inita”. Con esso, il generale Diaz, che è il irmatario, intende ricordare il contributo fornito dalle nazioni amiche ed alleate alla vittoriosa offensiva inale italiana. Un ringraziamento rivolto anche ai militari della divisione cecoslovacca che, costituita in Italia con ex prigionieri di guerra dell’Imperiale e Regio Esercito austro ungarico, è alla base della nascita della nascita dell’esercito del nuovo stato europeo. La formazione della grande unità, il passaggio dallo stato di prigionia a quello di cobelligeranza di tanti militari cecoslovacchi, avviene con qualche dificoltà per molteplici ragioni: difidenza per gli ex avversari aggiunta a questioni geopolitiche sull’assetto futuro della nuova Europa. Oggi, a cento anni dall’inizio del primo conlitto mondiale, in un momento di grave crisi di consenso delle istituzioni europee, appare opportuno ricordare quegli eventi che videro i popoli prima non colpevoli antagonisti sulle trincee del Carso e poi alleati nella lotta per l’emancipazione e la libertà dei popoli. Mantenere memoria di coloro che col sacriicio della vita hanno suggellato il rapporto di amicizia fra l’Italia e le repubbliche Ceca e Slovacca non è più uno strumento per condividere la storia. Il ricordo di scelte passate oggi può essere un mezzo idoneo a favorire un maggiore rapporto di collaborazione all’interno di quella comunità europea che da tanti anni contribuisce a mantenere una pace duratura nel vecchio continente. 2. LA PRIGIONIA DI GUERRA IN ITALIA DURANTE LA GRANDE GUERRA Con l’inizio del conlitto, anche l’Italia nel rispetto delle convenzioni internazionali istituisce l’organizzazione volta alla gestione dei numerosi soldati appartenenti all’esercito austro-ungarico, caduti nelle mani del Regio Esercito nel corso delle operazioni condotte sul Carso e sul fronte alpino. Le masse dei prigionieri di guerra, dopo un brevissimo periodo di transito nelle retrovie del fronte in cui sono posti al vaglio dei servizi informazione militari, sono distribuite in una serie di campi di prigionia distanti dal teatro delle operazioni. Separati gli uficiali dalla truppa, i militari catturati, sulla base dell’appartenenza etnica, sono assegnati a campi di prigionia dislocati su tutto il territorio nazionale, dalla pianura padana ino alle regioni del Sud ed alle Isole, specialmente in Sicilia. Dai documenti militari risultano attivi in Italia i campi di prigionia a: Alessandria, Montichiari (BS), Bellagio (CO), Quingentole - San Benedetto Po (MN), Scorzè (VE), Grezzana (VE), Verona, Rovigo, Conselve – Bondeno (FE), Riccione (RN), Riserba, Portoferraio (LI), Villa Quercianella (LI), Firenze, Vallombrosa (FI), Servigliano (AP), Fonte d’Amore (AQ), Avezzano (AQ), Rieti, Cittaducale (RI), San Vito Romano (Roma), Viterbo, Castello Baia (NA), Castellamare di Stabia (NA), Polla (SA), Sala Consilina (SA), Padula (SA), Nocera (SA), Venosa (BA), Palermo, Bagheria (PA), Marsala (TP), Milazzo (ME), Vittoria (SR), Asinara (SS), Monte Narba (CA). Tra i campi, quelli più grandi risultano all’Asinara, con circa 20.000 prigionieri, e di Vittoria, con circa 15.000 prigionieri.

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I campi di Fonte d’Amore (AQ) e Padula (SA) sono destinati ad ospitare prigionieri di nazionalità ceca e slovacca. In genere i prigionieri di guerra sono sottoposti a condizioni di vita piuttosto dure a causa del regime di sorveglianza imposto dalle autorità militari. Ad essi viene attribuito il pagamento stabilito da un’apposita Disposizione del Ministero della Guerra, la razione viveri prevista per i reparti territoriali dell’Esercito e la possibilità di corrispondere con le famiglie, sottoponendo quest’ultima alla veriica da parte di una apposita commissione di censura. Il denaro ricevuto da casa, così come la paga corrisposta dal Governo italiano, stante il divieto sancito dalla Convenzione dell’Aia circa la circolazione di denaro, viene convertito in appositi buoni utilizzabili per l’acquisto di generi di necessità presso lo spaccio interno ai campi. Ogni campo ha infatti la propria moneta iduciaria. Particolare attenzione è riservata ai prigionieri di origine jugoslava, rumena, ceca e polacca, sui quali viene svolta un’intensa attività di propaganda volta a sollecitarne lo spirito nazionalista e di rivendicazione nei confronti dell’Austria. Nei limiti del possibile viene loro riservato un diverso trattamento rispetto ai prigionieri tedesco-ungheresi, basato su condizioni di vita meno dure, baraccamenti e mense separate, trattamento, soldo e mercedi di lavoro pari a quelli corrisposti ai soldati italiani qualora impiegati in zona di guerra ed una moderata libertà di movimento. Alcuni prigionieri appartenenti a nazioni considerate “oppresse” dall’Austria Ungheria sono impiegati presso i comandi militari come interpreti all’interno di nuclei per l’interrogatorio dei prigionieri di guerra o in quelli di propaganda incaricati di redigere volantini da inviare nelle linee avversarie. Per disposizione del ministero dell’Interno, ino al 1916, i soldati e graduati detenuti come prigionieri di guerra non sono impiegati in alcun genere di lavoro manuale all’esterno dei campi. Tuttavia ben presto, a causa della signiicativa presenza di contadini nelle ile del Regio Esercito, per soddisfare le necessità determinate dalla cronica carenza di mano d’opera agricola, il Governo italiano è spinto ad applicare le disposizioni contenute nell’articolo 6 del Regolamento allegato alla Convenzione dell’Aja che consente l’impiego di prigionieri di guerra in lavori esterni, purché non direttamente legati allo sforzo bellico. I prigionieri sono avviati al lavoro all’esterno per il lavoro dei campi sulla base di richieste valutate dall’autorità militare con un atto di concessione in quote variabili, da un minimo di 15 - 20 unità, sempre sottoposti a vigilanza di una scorta fornita dai reparti della Milizia Territoriale e Presidiari dell’Esercito. Nel luglio 1917 risultano atti al lavoro 80.000 prigionieri, distribuiti in oltre 2000 distaccamenti dislocati in tutto il Paese ed impiegati con buoni risultati nei lavori agricoli. Alcune migliaia di essi sono impiegati come addetti a lavori stradali, ferroviari, di rimboschimento, per l’approvvigionamento del combustibile in zona di guerra ed in attività estrattive in miniera. Poco dopo la battaglia difensiva del giugno 1918, o del Solstizio, il Comando Supremo dispone il trasferimento in zona d’operazioni di circa 16.000 prigionieri, cui successivamente seguono altri 10.000 uomini, organizzati in compagnie lavoratori da adibire ad attività lavorative di vario tipo. Il centro di mobilitazione di queste compagnie, indicate da una numerazione progressiva da 1 a 60 seguita dalle lettere L.P., Lavoratori Prigionieri, viene dislocato presso il Distretto Militare di Mantova. Nel settembre 1918 un’ordinanza del Comando Supremo stabilisce la riorganizzazione dei campi di prigionia dipendenti dai vari Comandi d’Armata. Il mese successivo, l’aflusso di numerosi prigionieri, catturati in pessime condizioni igieniche e isiche dopo l’offensiva di Vittorio Veneto, porta il Comando Supremo italiano ad emanare una nuova con la quale si sottolineava la necessità di vigilare sulla possibile diffusione di epidemie tra le ile dell’Esercito e nel Paese, già colpito pesantemente dalla “spagnola”.


Subito viene disposto il supporto di un adeguato servizio proilattico assicurato dalla Sanità dell’Esercito che sottopone i prigionieri di guerra ad appositi esami batteriologici ed a misure di igiene personale. Alla ine delle ostilità i soldati austroungarici in mano degli italiani ammontano a circa 550.000 (sui 2.200.000 totali), dei quali circa 100.000 catturati prima di Caporetto e 400.000 nell'inseguimento dopo Vittorio Veneto. Con l’armistizio di villa Giusti, il 4 novembre 1918 il conlitto volge alla ine. Pochi giorni dopo, minacciata di essere attaccata da sud, attraverso l’Austria, capitola anche la Germania. Bisogna accogliere i numerosi prigionieri italiani liberati dai campi di prigionia. Già agli inizi del 1919 comincia la restituzione alle nazioni sconitte dei prigionieri catturati dalle armi italiane nel corso dei tre lunghi anni di guerra. 3. DA PRIGIONIERI AD ALLEATI Nel corso dell’ultimo anno di guerra lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano autorizza la costituzione di unità attingendo al gruppo dei prigionieri che appartengono alle nazionalità che mostrano maggiori simpatie nei confronti della causa nazionale italiana e che vedono la possibilità di affrancarsi deinitivamente dal giogo asburgico. Il passaggio dallo status di prigioniero a quello di alleato tuttavia non è semplice, sussistono molteplici motivi ostativi di carattere politico e militare. Quello più evidente, militare, è legato all’afidabilità del combattente. Non è facile per un militare dover accettare di armare e combattere al ianco un soggetto che precedentemente si trova dalla parte opposta della trincea. Esistono anche ragioni di ordine politico legate all’atteggiamento italiano verso i popoli slavi ed al futuro assetto dell’Europa centrale e di quella Balcanica. Un’azione favorevole verso gli slavi del nord, i cecoslovacchi, viene ritenuta un incentivo per i movimenti nazionalisti degli slavi del sud, serbi, croati, sloveni, quindi contraria agli interessi nazionali. L’Italia guarda con attenzione ai Balcani, reclama terre del litorale Adriatico ed il controllo sull’Albania per cui non gradisce lo smembramento dell’Austria Ungheria con la creazione di un nuovo stato Jugoslavo e l’uniicazione appunto degli slavi del sud. Per Antonio Gramsci, Cadorna è miglior politico di Sonnino. Nei Quaderni dal Carcere, Gramsci ricorda che il Comandante Supremo vuole fare una politica delle nazionalità in Austria, cioè cercare di disgregare l’esercito austriaco dal suo interno. Una scelta contrastata da Sonnino che si oppone alla distruzione dell’Austria. Il fondatore dell’Ordine Nuovo ritiene questa posizione errata tanto che “le truppe slave videro nella guerra una guerra nazionale di difesa delle loro terre da un invasore straniero e l’esercito austriaco si rinsaldò”. In realtà anche alcuni militari, lo stesso Generale Roberto Segre, futuro capo della Missione Militare italiana a Vienna, si rendono conto che un ridimensionamento territoriale dell’Austria, separata dalla Germania, con la perdita di gran parte delle risorse agricole ed industriali, può anzi essere il motivo di una maggiore instabilità in Europa e premessa di un nuovo conlitto. La storia successiva è nota, ma allora questa presa di posizione del Generale Segre diventa motivo di attrito con il Ministero degli Esteri italiano. Bisogna evidenziare, inoltre, che il paese necessita di manodopera da impiegare in agricoltura in sostituzione dei contadini chiamati alle armi. I prigionieri di guerra permettono di sopperire a questa carenza. L’impiego dei prigionieri diventa un contributo allo sforzo bellico in un conlitto che si protrae più di quanto previsto: si possono limitare le licenze agricole per i contadini chiamati alle armi ed allo stesso tempo si sostiene la produzione agricola, così da alimentare il Paese e le truppe italiane schierate al fronte.

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Le necessità della guerra contribuiscono ad un cambiamento di questa politica verso i prigionieri di guerra. Alla cattura di soldati/documenti avversari, comunque avvenuta, in combattimento o per diserzione, consegue la necessità per i comandi italiani di poterli interrogare/analizzare per acquisire informazioni utili a prevenire la manovra offensiva dell’avversario e favorire la propria. Ragione per cui, presso gli ufici Informazioni Truppe Operanti dei servizi informazioni d’Armata, gli uficiali addetti all’intelligence impiegano alcuni militari austro-ungarici di nazionalità slava. Il personaggio che opera per rendere possibile la creazione di unità autonome cecoslovacche da far combattere al ianco dell’Intesa è Milan Rastislav Štefánik. Questo personaggio poliedrico, carismatico, militare e politico capace, identiica il punto di riferimento per l’opposizione cecoslovacca ed è il principale promotore della lotta d’indipendenza contro l’Austria Ungheria attraverso una partecipazione attiva alla guerra. Egli è convinto del fatto che la sconitta degli Imperi centrali e la collaborazione con i governi dell’Intesa può aprire la strada al movimento indipendentista cecoslovacco. Volontario come uficiale pilota nell’aeronautica francese, partecipa personalmente ai combattimenti e, insieme ad Eduard Beneš ed a Tomáš Garrigue Masaryk, è tra i fondatori del Consiglio Nazionale Ceco che si pone l’obiettivo di guadagnare consensi alla creazione di uno stato cecoslovacco indipendente. Milan Rastislav Štefánik giunge in Italia nel 1916, a Roma, dove ha un incontro con il Ministro degli Esteri Sonnino. Come rappresentante del Consiglio Nazionale cecoslovacco, tenta di instaurare un rapporto di iducia tra le popolazioni slave ed il governo italiano così da ottenere il supporto di questo per la creazione di reparti volontari cecoslovacchi alla fronte italiana. Una scelta dovuta al fatto che i soldati di nazionalità ceca o slovacca che combattono con gli Imperi centrali sono quasi assenti dal fronte occidentale e sono impiegati essenzialmente sul fronte orientale e su quello italiano. L’Italia, è quindi il paese che può fornire i volontari autorizzando l’impiego dei propri prigionieri di guerra disposti a combattere per indipendenza nazionale cecoslovacca. Ma Štefánik è anche un uomo d’azione. Al fronte italiano partecipa a numerose azioni di aviolancio di manifestini rivolti ai soldati delle nazionalità oppresse dalla duplice monarchia. Un’azione di alto valore, non solamente simbolico, dato che egli stesso propone un nuovo sistema per il lancio di manifestini poi adottato dall’aeronautica italiana, perché in caso di cattura rischia l’impiccagione come traditore e perché il generale Boroevic aveva fatto sapere per il tramite di parlamentari, che l’azione di propaganda e l’invito alla diserzione con lancio di manifestini, anche per i piloti italiani, sarebbe stata punita con la forca1. Nel luglio 1917, il Governo chiede un parere al Comando Supremo circa l’impiego dei prigionieri di guerra per la “propaganda cecoslovacca”. La risposta è parzialmente positivo. Il Comando Supremo è di massima favorevole alla istituzione di reparti cecoslovacchi con prigionieri di guerra, ma ritiene sconsigliabile l’impiego diretto di tali unità al fronte in operazioni militari al ianco dei reparti italiani. Si preferisce la costituzione di unità da mantenere in prossimità del fronte in modo che la loro presenza possa “alimentare ed aggravare” nei reggimenti cechi avversari sentimenti di avversione all’Austria che, ad esempio al fronte russo, provocano riiuti di obbedienza e diserzioni di massa. Il Comando supremo è altresì favorevole alla creazione di unità ceche da impiegare in “compiti speciali” come ad esempio i lavori. 1

Marchetti O., il Servizio Informazioni dell’esercito italiano nella Grande Guerra, pag. 93 in Melograni P., Storia Politica della Grande Guerra 1915 – 1918, Mondadori, Milano 2014 pag. 478.


Questa soluzione non è gradita ai rappresentati del Consiglio Nazionale dei Paesi Cechi, in particolare al generale Štefánik che continua a far la spola fra l’Italia e la Russia per ottenere l’impiego di reparti organici cecoslovacchi autonomi in combattimento al ianco dell’Intesa. Nel febbraio 1918, vengono costituite, alle dipendenze degli ufici informazioni delle singole armate, guidate da uficiali dell’intelligence, piccole unità di volontari boemi, successivamente inquadrate nel 39° Reggimento esploratori cecoslovacchi, con il compito di raccogliere informazioni sul nemico e fare propaganda tra i connazionali. Un ulteriore contributo alla costituzione di unità cecoslovacche viene fornito dal Congresso delle nazionalità oppresse, svolto a Roma tra il 27 marzo e il 9 aprile del 1918, nel corso del quale i rappresentanti delle principali nazionalità dell’impero austro-ungarico, propongono la costituzione, su base nazionale, di unità armate autonome da porre sotto la giurisdizione dei diversi comitati nazionali. È l’occasione attesa per stringere ulteriormente i rapporti con l’Intesa, che gradisce un contributo concreto per la vittoria deinitiva sugli Imperi Centrali. Gli italiani non sono molto convinti dell’opportunità di un riconoscimento di movimenti indipendentisti all’interno del territorio della duplice monarchia. Sonnino, inoltre, non auspica o, forse, non crede nel crollo dell'impero austroungarico. Ma l’Italia è reduce dalla sconitta di Caporetto, ha necessità di schierare nuove unità, che chiede agli Alleati ed, inoltre, deve riguadagnare credibilità e consenso nell’ambito dell’Intesa. Il 21 Aprile 1918, il Presidente del Consiglio Orlando, irma insieme al generale Štefánik, la Convenzione tra il Consiglio Nazionale Cecoslovacco ed il governo italiano che riconosce l’esistenza di un Esercito Cecoslovacco unico ed autonomo, posto dal punto di vista politico e giuridico sotto l’autorità del Consiglio Nazionale dei Paesi cecoslovacchi e sotto l’aspetto dell’impiego operativo alle dipendenze del Comando Supremo italiano. Secondo la convenzione: gli uficiali devono essere scelti tra i prigionieri cecoslovacchi idonei per qualità morali e tecniche; i militari italiani addetti alle unità cecoslovacche, sui quali il citato Consiglio Nazionale può esprimere un giudizio di gradimento, rimangono sotto l’autorità dell’Esercito Italiano; le promozioni devono avvenire esclusivamente per merito di guerra; le spese di mantenimento risultano a carico del Consiglio Nazionale, anche se l’Italia si impegna a fare le anticipazioni necessarie in danaro e mezzi; il servizio prestato onorevolmente in tali unità è ritenuto valido per la concessione della cittadinanza italiana. Secondo gli accordi viene inizialmente formata una divisione di fanteria, con relativo Deposito e magazzino centrale, con una forza di 350 uficiali e 12.500 sottuficiali e uomini di truppa. Il campo di concentramento degli ex prigionieri, per la formazione, equipaggiamento ed addestramento delle unità, viene deinito nel deposito di Foligno. Il trattamento riservato ai soldati cecoslovacchi viene improntato a criteri di severità non disgiunta tuttavia da cordialità e correttezza. Un documento diramato nel marzo 1918 dal Generale Spingardi suggerisce di riservare “speciali riguardi agli uficiali [nazionalisti cechi], i quali, oltre allo stipendio cui hanno diritto, […] potrebbero convivere alla stessa mensa degli uficiali italiani”. Il generale Spingardi, suggerisce anche di mutare la denominazione di Reparti prigionieri cechi semplicemente in Reparti cechi.

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Dopo la selezione dei quadri, la divisione assume la seguente organizzazione: Comandante designato: Gen. Andrea Graziani, da cui dipendono: 1^ Brigata (Gen. De Vita) con il 1° e 2° reggimento; 2^ Brigata (Gen. Sapienza ), con il 2° e 3° reggimento. Successivamente la grande unità cambia denominazione, acquisendo quella di VI^ Divisione Cecoslovacca, mentre le brigate assumono i nomi di: 11^ Brigata (31 e 32° Reggimento); 12^ Brigata 33 e 34° Reggimento. Il 24 maggio 1918, anniversario dell’ingresso dell’Italia nel conlitto, davanti all’Altare della Patria, a Roma, avviene la Consegna della Bandiera di guerra. Sei giorni dopo, i reparti lasciano il campo di addestramento di Foligno per essere schierati sui Monti Berici (Vicenza), alle dipendenze del XXII Corpo d’Armata. Nel giugno 1918 le unità cecoslovacche partecipano all’ultima battaglia difensiva italiana sul Piave, nota come Battaglia del Solstizio. Il 31° partecipa ai combattimenti di Doss’Alto ed il 33° reggimento sul Montello, subendo la perdita di 62 morti, 101 feriti e 18 dispersi, dei quali 11 impiccati come disertori dagli austro-ungarici nei pressi di Oderzo. Il 25 giugno 1918, generale Štefánik scrive al Presidente Orlando per esprimere la soddisfazione per la valorosa resistenza dell’Esercito Italiano sul Piave all’urto delle “orde tedesco magiare”. Il generale è contento dell’ingresso in linea della Divisione cecoslovacca tanto “il cuore dei patrioti della Boemia, Moravia, Slesia, Slovacca esulterà di gioia alla notizia che una parte dell’esercito cecoslovacco nazionale ha avuto già l’onore di combattere a ianco delle truppe italiane”. Egli di fatto ringrazia, perché il Comando Supremo e quelli uficiali danno risalto alla collaborazione della divisione ed evidenzia come la solidarietà di interessi e di sentimenti dei due popoli è sigillata dal sangue versato in comune. Una lettera gradita ad Orlando che auspica il giorno della comune vittoria che è anche quello del conseguimento delle aspirazioni Boeme. Successivamente la divisione viene spostata ad est del lago di Garda, nel settore compreso fra la Bocca di Navene ed il monte Baldo, dove il 15 luglio 1918 la 12^ Brigata prende parte ai combattimenti sul settore di Monte Altissimo. Il 21 settembre 1918, durante un attacco al Dosso Alto di Nago, gli austro-ungarici catturano 5 Legionari cecoslovacchi, che sono processati e dichiarati colpevoli di tradimento e condannati all’impiccagione, tranne il più giovane. Esattamente un mese dopo, Sonnino può comunicare il riconoscimento del Governo cecoslovacco. Il primo riconoscimento uficiale da parte di uno stato dell’Intesa. Mancano ancora pochi giorni, la Battaglia di Vittorio Veneto causa il crollo dell’esercito austro ungarico, poi alle ore 12.00 del 4 novembre 1918 l’armistizio e la ine del conlitto. Il generale Diaz, redigendo il bollettino della Vittoria cita la partecipazione della Divisione cecoslovacca. Un ringraziamento per il sacriicio comune che porta all’annientamento dell’Esercito Austro – Ungarico, per cui “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Il 17 novembre 1918, presso Padova, viene costituito il Comando del Corpo d’armata cecoslovacco, su due divisioni, la 6ª e la 7ª e altri reparti. Quale comandante di quella grande unità viene designato il generale Luigi Piccione. Il 14 dicembre 1918, completata la riorganizzazione delle Corpo cecoslovacco, inizia il rimpatrio delle truppe ceche reclutate in Italia. Il Comando del corpo d’armata, costituito da uficiali italiani al comando dello stesso generale Piccione (Missione militare italiana in Boemia), si trasforma in Comando supremo delle forze ceco-


slovacche in Slovacchia, avendo alle dipendenze, oltre alle divisioni costituite in Italia, anche ad alcune unità territoriali già sul posto. Terminata l’occupazione della Slovacchia, nel gennaio del 1919, le unità del nuovo Esercito cecoslovacco, sono coinvolte in una serie di scontri di frontiera con la nuova Repubblica dei consigli d’Ungheria che, in maggio, culminano in un vero e proprio conlitto armato. Il 31 gennaio, mentre le truppe cecoslovacche ripiegano sotto l’incalzare dell’offensiva magiara, il generale Piccione e gli uficiali italiani sono rimpatriati, lasciando il comando agli uficiali francesi, destinati a sostituirli. Si pone così ine al rapporto di cameratismo nato sulle trincee del Piave e “sigillato versando il sangue in comune”. 4. FONTI DELL’AUSSME RELATIVE ALLE LEGIONI CECOSLOVACCHE a. Fonti archivistiche: fondo B-1: diari storici prima guerra mondiale: volumi 2 del Corpo d’armata in Cecoslovacchia,129/S 47c e 48c, non sono veri e propri diari storici ma telegrammi giornalieri sulla situazione militare del comando legioni cecoslovacche in Slovacchia inviati al quartier generale del generale Piccione2; fondo E-5: carteggio sussidiario corpi d’armata; Miscellanea di documenti sul corpo cecoslovacco in Italia(buste 232-263). Comprende carte prodotte da enti, ufici e comandi del corpo cecoslovacco in Italia (1916-1920), tra cui il Comando 1ª Divisione cecoslovacca, il Comando 6ª Divisione cecoslovacca e unità dipendenti, il Comando 7ª Divisione cecoslovacca, il Comando del Corpo d’armata cecoslovacca (stato maggiore, comando artiglieria e comando genio) poi Comando supremo forze cecoslovacche in Slovacchia, la Commissione italo-boema per i trasporti di Milano, il Comando del campo di concentramento cecoslovacco a Gallarate, il Comando del campo cecoslovacco di Varese, il Comando del corpo cecoslovacco in Italia-Uficio staccato di Padova. Riguarda, fra l'altro, il corpo d'armata cecoslovacco: la sua costituzione in Italia, il personale, i servizi, i rapporti con il consiglio nazionale dei paesi cecoslovacchi, la disciplina e il tribunale militare, l'impiego delle artiglierie e il genio, i complementi e la situazione della forza, i trasporti, le operazioni in Slovacchia e informazioni sull'esercito ungherese, notizie sul materiale d'artiglieria, armi portatili e munizioni; l'impiego della 6ª divisione cecoslovacca sul fronte italiano nel 1918, i "Narodni straz", l'incidente di Stefanik, attività dei campi di concentramento di Busto Arsizio e Gallarate, dislocazione dei reparti e situazione della forza delle armi e dei mezzi della 7ª Divisione, notizie sugli esploratori cecoslovacchi nel 1916-1919, onoriicenze e ricompense; fondo E-8: Commissione interalleata di Parigi (buste 253-257). documentazione relativa alla Cecoslovacchia, anche relativa alla Missione del generale Piccione (1919-1926); fondo E-11: Missioni militari varie presso gli alleati e missioni militari all’estero: Missione d’armistizio a Vienna (buste 1, 2, 8, 9, 10, buste. 12-15; (marzo-aprile 1919, b.8, fascicolo2-6, 12): comprende carte del 1919-1925 relative ai territori dell’ex impero austro-ungarico.

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Nel 1908, con il grado di capitano, è addetto militare a Berna. Promosso colonnello nel 1915 e maggiore generale nel 1917, durante la 1ª guerra mondiale comanda la Brigata Bari (1916). Capo reparto operazioni del Comando Supremo (1917), comandante della 5ª Divisione e capo di stato maggiore della 7ª Armata (1918). Il 23 ottobre 1918 è nominato comandante della 6ª Divisione cecoslovacca e, il 28 novembre, comandante del Corpo d’Armata cecoslovacco appena costituito. Dal dicembre 1918 al giugno 1919 svolge l’incarico di capo della Missione Militare Italiana in Boemia.

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Missione militare italiana in Boemia (busta 64): comprende, fra l’altro, bozze dattiloscritte della “relazione generale (dicembre 1918- giugno 1919), redatta dal generale Piccione, sull’operato della stessa missione militare, con schizzi e fotograie annessi, e corrispondenza relativa ad un eventuale sua pubblicazione. Sono comprese anche carte dell’Uficio Operazioni del Comando supremo e dell’Uficio Storico dello Stato Maggiore R. Esercito relativi alla medesima missione. fondo F-3: carteggio sussidiario prima guerra mondiale: (busta 42), fascicolo1, costituzione del Corpo cecoslovacco in Italia (1918); (busta 43), fascicolo 1: saluto del generale Štefánik ai battaglioni cecoslovacchi territoriale dei gruppi di Gallarate, Foligno e Avezzano. 5 maggio 1919; fascicolo 2: ordini permanenti del Corpo cecoslovacco in Italia; 6ª Divisione Cecoslovacca (1918-1919); fascicolo 3, Campo di concentramento di Gallarate (1918 – 1920); fascicolo 4. Campo di concentramento di Busto Arsizio (1918 -1920); fondo L-3 studi particolari: busta 28: fascicolo 1, La Nazione Cecoslovacca nella Guerra Mondiale - Notizie militari-politiche sulla Cecoslovacchia (tre fascicoli uno mancante); fascicolo 2, Rifornimenti di materiale da guerra da parte dell'Italia alla Polonia, alla Cecoslovacchia e Romania; fascicolo 3, La Cecoslovacchia d'oggi - fascicolo speciale 1921; fascicolo 4, Cecoslovacchia: fotograie varie (in fototeca 693); fascicolo 5, Costituzione formazione ed impiego delle Truppe Cecoslovacche al fronte italiano durante la Guerra 1915/18; fascicolo 6, Truppe Britanniche, Francesi, Americane e Cecoslovacche in Italia alla data 4 novembre 1918; fascicolo 7, Notizie militari-politiche sulla Cecoslovacchia e sull'Esercito cecoslovacco, con annesse le convenzioni Italo-Cecoslovacche; fascicolo 8, - Copie di documenti riguardanti il campo di prigionieri di guerra in Milovice (1915/18); Pianta del Campo di prigionia di Milovice quale era all'inizio del 1918; Copia di una circolare circa la facoltà di far lavorare i Sottuficiali prigionieri di guerra; Lettera del ministro della Guerra A.U. concernente passi della Nunziatura Apostolica in ordine ai dispersi; Disposizione Imperiale afinché il Magg. degli Alpini Cesare Boffa, Comandante del Battaglione Alpini Monte Marmolada portasse anche in prigionia l'arma da ianco (baionetta); Disposizioni sanitarie del Ministero della Guerra A.U. busta 174: fascicolo 1, Disertori Cecoslovacchi a seguito nostra propaganda e loro impiego come Esploratori; fascicolo 2, Relazioni Campo di Concentramento Cecoslovacco a Gallarate - Funzionamento servizi; fascicolo 3, Cooperazione dei Cecoslovacchi alla nostra guerra; fascicolo 5, Progetto di costruzione di un Legione Cecoslovacca in Italia (1919); fascicolo 6. - Costituzione della 2^ Divisione Cecoslovacca in Italia (1919) (mancante); fascicolo 7, Corpo Cecoslovacco in Italia (Uniformi); fascicolo 8, Truppe Cecoslovacche - Battaglia del Piave (settore Montello) - Gen. Corvo; fascicolo 9, La 2^ Divisione Cecoslovacca contro i bolscevichi Ungheresi (1919); fascicolo 10, La Legione italo-cecoslovacca in Slovacchia - Generale Somigliana; fascicolo 11, Costituzione della 2^ Armata Czeco-Slovacca in Italia e rimpatrio Battaglioni Territoriali Cecoslovacchi costituiti in Italia; fascicolo 12, I Cechi e l'Italia nella guerra attuale (I Guerra Mondiale); busta 175: fascicolo 1, "La Nazione Cecoslovacca nella Guerra Mondiale i Volontari cecoslovacchi negli Eserciti dell'Intesa" Fascicolo edito a Roma nel 1918 a cura del Comitato Italiano per l'Indipendenza Cecoslovacca; fascicolo 2, Incidente e morte del Generale cecoslovacco Štefánik (1919); fascicolo 3, Coi Legionari cecoslovacchi al fronte italiano ed in Slovacchia (1918/19), del Tenente Colonnello Gotti Porcinari (carte e schizzi); fascicolo 4, - Il Corpo cecoslovacco d'Italia - Tenente Colonnello Gotti Porcinari (fascicolo); busta 261 (già 263): fascicolo 7, Lapide commemorativa del Comando Cecoslovacco in Italia; Canti militari della Legione Cecoslovacca; Associazione ex Schutzen Division.


fondo L-9 studi dell’Uficio storico, busta 7, fascicolo 2, “gli esploratori cecoslovacchi in Italia – Testo e fotograia, compilatore maggiore Hanzal ( dattiloscritto); fondo L-13, documentazione acquisita dal 1968, busta 135, Piccione Luigi(generale di corpo d’armata), (1919-1926): Comprende documentazione e corrispondenza personale relativa alla Missione Militare Italiana in Boemia. Si segnala, fra l’altro, la corrispondenza con il presidente cecoslovacco Beneš. b. Fonti iconografiche: 120 fotograie sulle legioni cecoslovacche in Italia e Slovacchia, di cui un ritratto del generale Štefánik. c. Fonti bibliografiche: G.C. Gotti-Porcinari, con i legionari cecoslovacchi al fronte italiano e in Slovacchia (1918-1919), Roma, Ministero della Guerra-Comando del Corpo di Stato Maggiore-Uficio Storico, 1933; T. Hanzal, Il 39 reggimento esploratori cecoslovacchi in Italia. Uficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Roma, 2013. 5. ALTRE FONTI RELATIVE ALLE LEGIONI CECOSLOVACCHE a. Archivio Sorico del Ministero degli Affari Esteri Documenti sulla Cecoslovacchia (1915 – 1919); Archivio Politico (1915_1918): descrizione generale degli eventi; Comitato politico nazionale cecoslovacco (1917 – 1919);Movimento nazionale cecoslovacco (1917- 1919); Proposte presentate dalla Lega cecoslovacca in Russia riguardo ai corpi volontari (1916); Messaggio del Prof. Masaryk ai reparti cecoslovacchi. b. Archivio Centrale dello Stato Ministero dell’Interno: Pubblica Sicurezza: rapporti annuali ed informazioni sulla Slovacchia; informazioni provenienti da fonti esterne raccolte dai ministri; documenti di guerra; Presidenza del Consiglio dei Ministri: rapporti annuali; documenti sulla prima guerra mondiale: Ministero della Real Casa: Uficio del Primo Aiutante di Campo; Uficio del Prefetto di Palazzo: visite e rapporti uficiali; corrispondenza della Real casa Documenti sulla Slovacchia e sul generale Štefánik raccolti dal Ministro Mattioli Pasqualini (lettere, rapporti, telegrammi reali, comunicati prefettura di Roma, Milano, Sondrio, Ancona, Legnano, Napoli ed altre, riviste varie. c. Ufficio Storico dell’Aeronautica: documentazione sul generale Štefánik e sull’incidente che ne provoca la morte.

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Pavel Helan Rapporti italo-cecoslovacchi durante la Grande Guerra e nel periodo postbellico I rapporti italo-cecoslovacchi non iniziarono solo dopo la costituzione formale della Cecoslovacchia, ma si svilupparono fortemente già nel corso della Prima Guerra Mondiale. Il protagonista principale del programma della nascita della Cecoslovacchia indipendente, Tomáš Garrigue Masaryk, già nel dicembre 1914 lasciò l’Austria-Ungheria per Roma. Nonostante l’Italia ebbe nelle rilessioni dei capi dell’esilio cecoslovacco un ruolo importante, per un lungo periodo le loro attività principali si svolsero in altri Stati, in particolare in Svizzera, poi in Francia e in Gran Bretagna. Uno degli interessi principali di Masaryk e dei suoi collaboratori riuniti nel Consiglio Nazionale Cecoslovacco,1 costituitosi nel 1916 in Francia, fu la formazione di un esercito composto da volontari cechi e slovacchi, che avrebbero partecipato al ianco dell‘Intesa nei combattimenti contro le Potenze Centrali. Erano consapevoli che la partecipazione attiva di un tale esercito nei combattimenti avrebbe costituito un valido argomento a sostegno della nascita di uno Stato cecoslovacco indipendente sul piano internazionale. Tali unità, le legioni cecoslovacche, si sono costituite con successo prima in Russia, poi in Francia ed inine proprio in Italia. Quale fu però la consapevolezza del programma cecoslovacco sulla Penisola appenninica? Nonostante all’inizio della Prima Guerra Mondiale non si poteva parlare della sua conoscenza o del suo sostegno in termini generali, bisogna dire che già il 12 marzo 1915 Gaetano Salvemini – come uno dei primi in Italia – nell’articolo „Finis Austriae“ pubblicato sull’Unità scrisse dello Stato autonomo composto dalla Boemia e dalla Moravia e nell’ottobre dello stesso anno il socialista italiano Leonida Bissolati a Cremona pronunciò la frase „delenda Austria“, e cioè il programma secondo il quale la monarchia asburgica doveva essere distrutta. Nei campi di prigionia italiani si trovarono verso la ine del 1916 più di 10 000 Cechi e Slovacchi, ciò signiica che esisteva un potenziale suficiente, su cui si poteva contare per trovare volontari per la formazione di un esercito cecoslovacco che avrebbe combattuto al ianco dell’Intesa. Tuttavia solo nel 1918 entrò in vigore la procedura che permetteva la costituzione di un vero e proprio esercito cecoslovacco in Italia, formato dai prigionieri di guerra su base volontaria. Inoltre già dal 1916 nelle linee italiane furono attive piccole squadre, i cosiddetti “informatori”, “interpreti”, “propagandisti” o “reparti di esploratori”, costituite da volontari provenienti dalle ile dei prigionieri cechi e slovacchi.2 1

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Il 6 febbraio 1916 furono adottati gli statuti del Consiglio Nazionale, nei quali venivano deiniti gli obiettivi politici, diplomatici e militari, così come le modalità di inanziamento e di propaganda. Il 10 febbraio 1916 furono nominati i membri del Consiglio – Tomáš Garrigue Masaryk - il futuro primo Presidente della Cecoslovacchia (presidente), Edvard Beneš – il futuro secondo Presidente della Cecoslovacchia (segretario generale), Josef Dürich e Milan Rastislav Štefánik (membri). La sede del Consiglio divenne Parigi e successivamente vennero fondate altre sezioni in Russia, a Roma e negli Stati Uniti. All’inizio il Consiglio si chiamava uficialmente Consiglio Nazionale dei Paesi Cechi. Dopo le proteste degli Slovacchi d‘America esso prese più tardi il nome di Consiglio Nazionale Cecoslovacco. Cfr. Vojenský ústřední archiv – Vojenský historický archiv Praha [Archivio centrale Militare - Archivio Storico Militare di Praga], fondazione Československá národní rada [Consiglio Nazionale Cecoslovacco], III/5, numero 5100, 5001. D. HÁJKOVÁ, I. ŠŤOVÍČEK, H. NOVÁČKOVÁ (a cura di) Edvard Beneš a Milan R. Štefánik – Svědectví jejich dopisů [Edvard Beneš e Milan R. Štefánik – la Testimonianza delle loro lettere], “Sborník archivních prací“, LII (2004), 2, p. 604 (E. Beneš a M. R. Štefánik, 26. 11. 1916); D. HÁJKOVÁ, I. ŠEDIVÝ (a cura di), Korespondence T. G. Masaryk – E. Beneš 1914–1918 [La corrispondenza tra T. G. Masaryk e Edvard Beneš 1914-1918], Masarykův Ústav AV ČR, Praha 2004, p. 79 (E. Beneš a T. G. Masaryk, 2. 4. 1916). K. PICHLÍK, B. KLÍPA, J. ZABLOUDILOVÁ, Českoslovenští legionáři (1914-1920) [I legionari cecoslovacchi (1914-1920)], Mladá fronta, Praha 1996, pp. 162-169.

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Sul territorio italiano, tra i membri del Consiglio Nazionale, il personaggio più attivo fu evidentemente Milan Rastislav Štefánik. La sua prima permanenza di carattere politico-militare sul territorio italiano ebbe luogo già nell’inverno del 1915. Egli tornò in Italia subito nella primavera dell’anno successivo. Quella volta visitò a Roma, lo Stato maggiore dell’esercito italiano a Udine e a Venezia incontrò Gabriele d’Annunzio. Partecipò attivamente ai sorvoli sopra le linee nemiche, dove faceva cadere dagli aerei manifesti che invitavano i soldati di nazionalità ceca e slovacca a disertare e a unirsi agli Italiani.3 Contemporaneamente l’ingegnere ceco Karel Veselý, precedentemente internato in Sardegna, riuscì nel 1916 a convincere gli uficiali italiani del Ministero della Guerra a separare i prigionieri di guerra nei campi secondo la loro nazionalità e ad aprire a Roma un uficio che forniva alla società italiana informazioni sulla questione cecoslovacca. Per appoggiare le aspirazioni d’indipendenza cecoslovacca l’11 gennaio 1917 a cura del deputato Pietro Lanza, principe di Scalea, si formò in Italia sotto il patrocinio dell’associazione Dante Alighieri un “Comitato italiano per l’indipendenza czeco-slovacca”, del quale divenne segretario generale il conte Franco Spada. Esso ebbe come obiettivo quello di diffondere in Italia l’idea della nascita del nuovo Stato e di creare nell’opinione pubblica e nelle sfere governative la necessaria atmosfera favorevole per la costituzione di un corpo volontario cecoslovacco sul fronte italiano. Fino al maggio del 1918 il Comitato poteva contare su una vasta organizzazione composta da 120 sezioni, con oltre 33 corrispondenti in città minori. Tra le varie personalità che aderirono al progetto, si potevano contare 57 senatori e 142 deputati del parlamento italiano, e anche l’allora giornalista Benito Mussolini.4 I prigionieri di guerra di nazionalità ceca, concentrati in massa nel campo di prigionia di Santa Maria Capua Vetere, fondarono il 15 gennaio 1917 il “Československý dobrovolnický sbor” (Corpo d’armata volontario cecoslovacco), per coloro che sentivano “il dovere morale di combattere con le armi per l’indipendenza della nazione e dello Stato cecoslovacco”5. Durante i primi quattro giorni si iscrissero 230 membri e il Corpo mandò la notizia della sua esistenza a Parigi al Consiglio Nazionale dei Paesi cecoslovacchi. A luglio, quando i prigionieri di guerra furono trasferiti alla Certosa di Padula, il Corpo contava circa 2.000 membri. Dal marzo dello stesso anno iniziarono anche a pubblicare una rivista: V boj! (Alle armi!). Dal febbraio 1917 gli uficiali cechi furono concentrati anche nei campi di Polla e Finale Marina; alcuni di loro già dal 1916 avevano provato a dare una forma di organizzazione ai prigionieri cechi e slovacchi.6 Le legioni cecoslovacche ricevettero maggiore attenzione in Italia dopo la battaglia di Zborov in Russia del luglio 1917, divenuta famosa in tutti gli ambienti dell’Intesa grazie alla vittoria ottenuta dai soldati provenienti proprio dalle ile dei prigionieri austro-ungarici di nazionalità ceca e slovacca. Contemporaneamente alcuni giornali in Italia cominciarono a parlare del movimento cecoslovacco.

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Durante i voli acquisiva informazioni di carattere strategico per l’esercito italiano. Vedi Giuseppe PAROLIN, L’attività politica, militare e diplomatica di Milan Rastislav Štefánik in Italia, Mondo Slavo 16, 1976, pp. 8695. Sul Comitato italiano per l’indipendenza cecoslovacca cfr. C. GOTTI PORCINARI, Coi legionari cecoslovacchi al fronte italiano ed in Slovacchia, Ministero della Guerra, Comando del Corpo di stato maggiore, Uficio storico, Roma 1933, pp. 27-33; cfr. AUSSME (Archivio dell’Uficio Storico dello Stato Maggiore Esercito) Roma, b. E 11, fascicolo 64, doc. Il comitato italiano per l’indipendenza czeco-slovacca – note riassuntive; cfr. AUSSME Roma, b. E 11, fascicolo 64, doc. Missione militare italiana in Boemia – relazione generale (dicembre 1918 – giugno 1919), p. 1. Per i rapporti di B. Mussolini con il movimento cecoslovacco durante la Prima Guerra Mondiale cfr. P. HELAN, Mussolini e le legioni cecoslovacche, “eSamizdat”, I (2003) 1, pp. 93–102. K. PICHLÍK, B. KLÍPA, J. ZABLOUDILOVÁ, Českoslovenští, cit., p. 52. Ivi, pp. 52-53.


Nel gennaio 1917 giunse per la prima volta in Italia, per fare opera di propaganda, anche Edvard Beneš, allora membro del Consiglio Nazionale Cecoslovacco. In quell’occasione venne a contatto con diversi giornalisti e politici. Il 24 gennaio fu ricevuto anche al Ministero degli Affari Esteri dal segretario generale De Martino.7 Inoltre nella primavera del 1917 uscì in italiano un suo opuscolo intitolato “La Boemia contro l’Austria-Ungheria”.8 Anche il ministro degli Affari Esteri italiano, il barone Sidney Sonnino, cominciò ad interessarsi all’attività del Consiglio Nazionale dei Paesi cecoslovacchi e chiese all’ambasciatore italiano a Parigi informazioni su T.G. Masaryk e sui suoi collaboratori. Nella primavera del 1917 invitò a Roma Milan Rastislav Štefánik, e dal momento che quest’ultimo non poteva venire a causa del suo imminente viaggio in America, il ministro invitò Edvard Beneš, che tornò in Italia alla ine di agosto. È però necessario ricordare che Sonnino non fu favorevole alla distruzione dell’Austria-Ungheria.9 Il 10 luglio 1917 il generale Carlo Porro dello Stato Maggiore italiano scrisse al ministro della guerra Gaetano Giardino di essere favorevole alla fondazione di reparti di truppe cecoslovacche provenienti dalle ile dei prigionieri che si trovavano in Italia. Il risultato della corrispondenza tra le personalità italiane, incluso il primo ministro Paolo Boselli, fu l’ordine di Sonnino, risalente alla ine dell’agosto 1917, in base al quale i prigionieri di guerra cechi e slovacchi sarebbero stati isolati da altri prigionieri. In seguito Sonnino ordinò la formazione di reparti cecoslovacchi, da non inviarsi però al fronte italiano o francese, bensì da destinarsi a lavori ausiliari nelle retrovie.10 Ciò non corrispondeva affatto alle intenzioni del Consiglio Nazionale Cecoslovacco, ma il Governo italiano non cambiò opinione neanche dopo la visita di Beneš a Sonnino nel settembre 1917 quando l’esponente ceco propose al Governo italiano l’impiego nelle ile italiane di prigionieri cechi riuniti in una speciale legione.11 La sconitta di Caporetto causò un cambiamento nel punto di vista italiano sulla questione cecoslovacca. Circa in questo periodo – il 16 dicembre 1917 – fu fondato un esercito autonomo cecoslovacco in Francia. Questi eventi fecero sì che la questione dell’esercito volontario dei cecoslovacchi venisse messa all’ordine del giorno nel parlamento italiano. Il 20 dicembre 1917 il deputato Francesco Arca propose alla Camera dei Deputati la creazione delle legioni cecoslovacche anche in Italia.12 Nel febbraio del 1918 l’onorevole Arnaldo Agnelli, che da tempo agiva nel campo delle relazioni italo-cecoslovacche, presentò alla camera un’interpellanza ai ministri degli esteri e della guerra per sapere “se non credessero opportuno ed urgente di attuare, come in Francia, il disegno da tempo suggerito e caldeggiato, di formare e inquadrare una legione di volontari cechi, reclutati

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E. BENEŠ, Světová válka a naše revoluce [La guerra mondiale e la nostra rivoluzione], I, Orbis a čin, Praha 1929, pp. 262-274. 8 D. HÁJKOVÁ, E. KALIVODOVÁ (a cura di), Deníky Edvarda a Hany Benešových z období první světové války [I diari di Edvard e Hana Beneš nel periodo della Prima Guerra Mondiale], Nakladatelství [Casa editrice] Lidové noviny, Praha 2013, nota dal 16 gennaio 1917; E. BENEŠ, La Boemia contro l’Austria-Ungheria: la libertà degli Czeco-Slovacchi e l´Italia, Ausonia, Roma 1917. 9 E. BENEŠ, Světová, cit., I, p. 374 e segg. 10 Cfr. la nota del ministro della Guerra Giardino a Beneš del 4 ottobre 1917, in: E. BENEŠ, Světová, cit., dokumenty,III, doc. 102, pp. 307-309; cfr. K. PICHLÍK, B. KLÍPA, J. ZABLOUDILOVÁ, Českoslovenští, cit., p. 128. 11 Cfr. la lettera di Beneš al segretario generale del Ministero degli Affari Esteri di Roma De Martino del 9. settembre 1917, in: E. BENEŠ, Světová, cit., III, dokumenty, doc. 101, pp. 303-307; Cfr. AUSSME, b. E 11, fascicolo 64, doc. La missione militare italiana in Boemia del 15 gennaio 1920, p. 1. Si deve sottolineare che tra gli uomini politici italiani vi fu da principio una certa riluttanza riguardo al problema dell’impegno militare dei prigionieri di guerra e che Sonnino per lungo tempo non credette alla distruzione dell’Austria – Ungheria, né la desiderava. Cfr. G. PAROLIN, L’attività,cit., p. 96. 12 Ivi, p. 133, K. PICHLÍK, B. KLÍPA, J. ZABLOUDILOVÁ, Českoslovenští, cit., p. 145.

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tra i nostri prigionieri di guerra, da impiegarsi, sia sul nostro fronte, sia sul fronte occidentale”.13 Simile proposta fu presentata anche in Senato, dove il senatore Leopoldo Pullé interpellò il ministro Sonnino chiedendo perché l’Italia esitasse riguardo alla formazione delle legioni cecoslovacche, considerando che Sonnino era tra i maggiori avversari del progetto. Tuttavia le alte sfere militari cominciavano ormai a occuparsi del problema.14 Nel febbraio del 1918 il generale Cadorna presentava una lunga memoria al Consiglio interalleato circa l’utilizzo di contingenti cecoslovacchi e jugoslavi a ianco degli eserciti dell’Intesa15 e un testo simile fu indirizzato nello stesso periodo anche dal colonnello Tullio Marchetti al Ministero della Guerra italiano.16 Finalmente il 12 febbraio 1918 arrivò a Certosa di Padula – dove erano concentrati prigionieri di guerra cechi e slovacchi - la decisione di Roma di formare immediatamente i battaglioni di lavoro cecoslovacchi destinati ad incarichi ausiliari nelle retrovie. In un breve lasso di tempo si arruolarono in tali formazioni più di 9.000 prigionieri. Alla ine di febbraio Milan Rastislav Štefánik, insieme con il ceco Ludvík Strimpl, si recarono nuovamente a Roma. Štefánik fu ricevuto dal primo ministro Vittorio Emanuele Orlando, dal re Vittorio Emanuele III, dal ministro della Guerra Vittorio Alieri, e da Sidney Sonnino.17 A questo periodo risale anche il memorandum mandato da Štefánik al governo italiano in cui illustrava la situazione cecoslovacca e chiedeva la costituzione dell’esercito cecoslovacco in Italia, spiegando i vantaggi che ne sarebbero derivati per l’Italia e l’Intesa.18 L’attività di Štefánik portò i suoi frutti: il 24 marzo 1918, il presidente del consiglio riuniva nel suo gabinetto il nuovo ministro della guerra, il generale Zuppelli, il generale Diaz e Štefánik per stabilire le condizioni secondo le quali i prigionieri cechi e slovacchi avrebbero dovuto essere formati in unità di combattimento.19 Il 27 marzo 1918, lo Stato maggiore italiano aveva incaricato il generale Andrea Graziani di preparare l’organizzazione dell’esercito cecoslovacco e dopo una consultazione con Štefánik egli fu nominato a capo di esso.20 Nel frattempo nel gennaio del 1918 fu costituito a Roma un Comitato per organizzare un convegno delle nazionalità oppresse dall’Austria-Ungheria. Esso ebbe luogo in Campidoglio tra l’8 e il 10 aprile. Vi parteciparono delegati italiani, francesi, britannici, cechi e slovacchi, slavi del sud, polacchi e romeni. Come delegati cechi e slovacchi erano presenti Milan Rastislav Štefánik, Edvard Beneš, Rudolf Gábriš, František Hlaváček, Antonín Papírník, Štefan Osuský, Jan Šeba e Lev Sychrava. I delegati furono ricevuti dal primo ministro Orlando, che si dimostrò favorevole all’iniziativa. Alla conclusione del congresso fu irmato un documento che proclamava il diritto di ogni nazione alla propria indipendenza politica ed economica.21

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G. STUPARICH, La nazione ceca, Istituto per l’Europa Orientale, Roma 1922, p. 134. E. BENEŠ, Světová,cit., III, dokumenty, doc. 108, pp. 321-325. G. STUPARICH, La nazione,cit., p. 134. E. BENEŠ, Světová,cit., III, dokumenty, doc. 108, pp. 321-325. Vedi il riassunto conidenziale steso da Štefánik circa le sue conversazioni con Sonnino e comunicato a Bissolati e Beneš (febbraio - marzo 1918), AUSSME, b. E-8/256 Cecoslovacchia, fascicolo Esercito e organizzazione, doc. n. 430/633, 8 marzo 1918, irmato dal gen. GIARDINO; cfr. K. PICHLÍK, B. KLÍPA, J. ZABLOUDILOVÁ, Českoslovenští,cit., p. 147. A. KLIMEK (a cura di) Dokumenty Československé zahraniční politiky [I documenti della politica estera cecoslovacca], Vznik Československa 1918 [La costituzione della Cecoslovacchia 1918], Ústav mezinárodních vztahů, Praha 1994, doc. 18, pp. 70-77. G. PAROLIN, L’attività,cit., p. 89. Ivi, pp. 148-149. Testo originale francese della “Résolution principale” in: A. KLIMEK (a cura di) Dokumenty,cit., doc. 20, p. 78; cfr. anche «Déclaration inale de la conférence», ibid. doc. 21, pp. 79-81. cfr. Il convegno delle nazioni oppresse a Roma, “Corriere della sera”, 9 marzo1918; sul congresso cfr. E. BENEŠ, Světová, cit., pp. 105-114; M. CORNWALL, The Undermining of Austria-Hungary. The Battle for Hearts and Minds. Palgrave Macmillan, London, New York 2000, s. 195–197; Cfr. G. STUPARICH, La nazione,cit., pp. 118-119.


Soprattutto per merito dell’impegno di Štefánik,22 il 21 aprile 1918, il giorno del Natale di Roma, fu irmata da lui e da Orlando, ossia tra il Governo italiano e il Consiglio Nazionale dei Paesi cecoslovacchi, la Convenzione che permetteva la costituzione di un Corpo militare cecoslovacco sul territorio italiano. “Il Governo Reale Italiano riconosce l’esistenza di un Esercito Czeco-Slovacco unico ed autonomo, posto dal punto di vista nazionale, politico, giuridico, sotto l’autorità del Consiglio Nazionale dei Paesi Czeco – Slovacchi[...]” e “questo esercito combatterà [...], contro gli Imperi Centrali, nemici dell’Intesa[...]”.23 Ulteriori trattative portarono poi alla irma, il 30 giugno 1918, di una “Istruzione speciale per la organizzazione interna ed amministrativa del Corpo dell’Esercito Nazionale Czeco-Slovacco in Italia” e di una “Convenzione complementare fra il Consiglio Nazionale dei Paesi Czechi e Slovacchi ed il Reale Governo Italiano”.24 Questo esercito fu sottoposto alle autorità cecoslovacche.25 All’inizio di maggio era già stata formata una divisione composta da 18.000 militari, in netta preponderanza cechi, che fu mandata per l’addestramento in Umbria. La divisione fu inquadrata con uficiali cechi ino al livello del comando di compagnia e con uficiali italiani dai comandi di battaglione in su.26 Per la mancanza di un numero suficiente di uficiali cechi e slovacchi presenti in Italia, durante l’estate del 1918 arrivarono dalla Francia 30 uficiali delle suddette nazionalità.27 Il 24 maggio si svolse a Roma in Piazza Venezia davanti al Monumento del Vittoriano una cerimonia durante la quale la Legione ricevette la bandiera alla presenza del primo ministro Orlando, di Štefánik, del ministro degli Esteri Sonnino, di altri sei ministri, del sindaco di Roma principe Colonna, del membro del Governo francese Henri Simon, e altri.28 A Parigi il 20 giugno 1918 Štefánik fu promosso generale di brigata per meglio continuare la missione già avviata in Italia.29 22 Vedi per esempio una riservatissima nota del generale Giardino del 8 marzo 1919 sulle trattative, AUSSME, E8, 7/256. 23 “Convenzione fra il governo italiano e il Consiglio Nazionale dei Paesi Czeco-Slovachi”, in: I Documenti Diplomatici Italiani, Istituto poligraico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, V, X, Roma 1985, doc. 581; cfr. A. KLIMEK (a cura di) Dokumenty,cit., doc. 24, pp. 87-88. 24 Ivi, doc. 56 e doc. 57 (Istruzione speciale), pp. 144-147; cfr. V. KYBAL, Les origines diplomatiques de l’état tchécoslovaque, Prague 1929, pp. 36-37, 95. 25 Questa Convenzione poteva provocare già all’inizio certe discordie, come si evince dalla lettera scritta in nome del Consiglio Nazionale Cecoslovacco da Edvard Beneš al ministro degli Affari Esteri Sonnino il 11 settembre 1918: «Le Conseil National Tchécoslovaque a l’honneur de communiquer les faits suivants au Ministère de la Guerre et au Ministère des Affaires Etrangères au sujet de l’envoi d’Oficiers tchèques en Italie: Le Conseil National ne peut pas le demander l’assentiment du gouvernement italien à l’envoi de ces Oficiers en Italie. Armée en Italie, où le ministère italien n’ a pas à intervenir pour les questions d’ordre intérieur comme est la question soulevée; d’autre part, cela est contraire à l’idée de l’unité de l’Armée nationale tchécoslovaque en France et en Italie, que nous voulons afirmer par cet envoi et faire voir que le Général GRAZIANI n’est pas subordonné au gouvernement italien, mais bien aux autorités tchéco-slovaques. Il s’était adressé à nous demandant ces oficiers. Le Conseil National ne peut pas admettre l’ingérence du ministère italien dans les affaires tchécoslovaques de ce genre. Au nom du Conseil National Tchécoslovaque: Edvard Beneš » In: Archive du Ministère des Affaires Etrangères à Paris (AMAE), Tchécoslovaquie 20-23-24, Armée guerre, Série Z, Carton 859, dossier 9.1918, doc. 43 dell’ 11 settembre 1918. 26 AUSSME, b. E 11, fascicolo 64, doc. La missione militare italiana in Boemia del 15 gennaio 1920, p. 2. 27 AMAE, Tchecoslovaquie 20-23-24, Armée guerre, Série Z, Carton 859, dossier 9.1918, doc. 39 del 21 agosto 1918; A. KLIMEK (a cura di) Dokumenty, cit., doc. 95, p. 213. 28 K. PICHLÍK, B. KLÍPA, J. ZABLOUDILOVÁ, Českoslovenští, cit., pp. 148-152. 29 L’avanzamento di grado di Štefánik a generale fu deciso per facilitare la sua missione in Italia, che da parte militare francese veniva considerata di una “importance capitale n’est plus à démontrer dans cette phase de la guerre au regard de l’Autriche-Hongrie”. Per la stessa ragione fu aumentato anche il suo stipendio mensile. AMAE Paris, Tchécoslovaquie 20-23-24, Armée guerre, Série Z, Carton 859, dossier 9.1918, doc. 9 del 17 giugno 1918, n. 2424; ibid. doc. 13 del 23 giugno 1918; il 16 luglio 1918 il capo della Missione militare francese presso lo Stato Maggiore italiano riferiva al suo ministro della Guerra sull’operato di Štefánik: “Il generale Štefánik riuscì ad imporre le sue idee alle autorità militari italiane ed a ristabilire con esse i più cordiali contatti personali”. G. STUPARICH, La nazione, cit.,p.132.

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Durante l’estate del 1918 la divisione formata dai legionari cecoslovacchi venne inviata al fronte.30 Le unità cecoslovacche si impegnarono nelle operazioni di combattimento e i loro successi nella battaglia di Doss Alto nel settembre 1918 furono premiati anche da parte del Primo Ministro italiano Vittorio Orlando. Alla ine della guerra le legioni cecoslovacche in Italia contarono circa 19 400 uomini, tra cui 600 di nazionalità slovacca. Il 29 giugno 1918 la Legione cecoslovacca fu riconosciuta dal governo francese come esercito di uno Stato alleato, e parallelamente il Consiglio Nazionale dei Paesi cecoslovacchi fu riconosciuto come nucleo del futuro governo. Analoghe dichiarazioni vennero espresse nei mesi seguenti dal governo britannico, dagli USA, dal Giappone. Il Governo italiano però riconobbe il Consiglio Nazionale Cecoslovacco come base del futuro Governo della Cecoslovacchia solo il 3 ottobre 1918, e cioè più tardi rispetto agli altri importanti alleati dell’Intesa. Vale la pena ricordare inoltre che nel caso del Governo italiano non si trattò di una dichiarazione scritta bensì di un discorso al Parlamento del Primo Ministro italiano Orlando, in cui si riferiva all’accordo del 21 aprile, irmato da lui e da Štefánik, che deinì come „riconoscimento de facto del Consiglio Nazionale Cecoslovacco come Governo“. Una nota scritta con cui l’Italia riconobbe il Governo provvisorio cecoslovacco porta la data solo del 21 ottobre 1918 (Ambasciatore italiano a Parigi), e praticamente del 24 ottobre 1918.31 Poco prima la parte cecoslovacca nominò Lev Borský il primo rappresentante diplomatico cecoslovacco in Italia. Si può dire che il periodo subito dopo la Prima Guerra Mondiale è momento in cui i rapporti reciproci tra l’Italia e la Cecoslovacchia conobbero la più grande intensità. Si trattò di cooperazione militare che però non ebbe lunga durata. Per una reciproca collaborazione le cui fondamenta furono poste già durante la guerra, potrebbe essere considerata la lettera di Edvard Beneš indirizzata al primo ministro italiano Orlando del 24 ottobre 1918, in cui l’autore ha espresso l’interesse di avviare una collaborazione stretta e necessaria, che ha indicato come uno dei principali interessi della futura politica estera della Cecoslovacchia. Beneš ha visto che la ragione principale di tale collaborazione nell’interesse reciproco di fronteggiare l’espansione economica della Germania nei Balcani.32 All’inizio di ottobre 1918 Beneš ha visitato l’Italia con l’intenzione di stipulare un accordo italo-cecoslovacco, ma si è trattenuto alla visita dei legionari cecoslovacchi ed è arrivato a Roma nel momento in cui non c’erano né il Primo Ministro Orlando che si trovava a Parigi, né il ministro degli affari esteri Sonnino (che tra l’altro considerava la sua stipulazione prematura). Visto la rapida successione degli eventi e cioè la ine della guerra e il cambiamento della situazione politica poi nel 1918 tale accordo non fu più stipulato.33 In ogni caso rimane la questione, ino a che punto la lettera di Beneš si fondò sulla realtà, o eventualmente fu sincera visto sia l’orientamento politico della Cecoslovacchia sulla Francia sia un effettivo immobilismo sul problema italo-jugoslavo.34 Già alla ine del 1918 l’incaricato d’affari 30 AUSSME, b. E 11, fascicolo 64, doc. “La missione militare italiana in Boemia” del 15 gennaio 1920, pp. 2-3; cfr. ibid. doc. Missione militare italiana in Boemia – relazione generale, p. 3 e segg.; A. GIONFRIDA, Italiani in Cecoslovacchia, “Storia militare”, IX, 92, p. 17. 31 Dokumenty, cit., Vznik Československa 1918 (Costituzione della Cecoslovacchia 1918), documento n. 136, p. 297; BENEŠ Edvard, Světová válka a naše revoluce (La guerra mondiale e la nostra rivoluzione), III, documenti, Praga 1929, s. 542, poznámka pod čarou č. 1. 32 Dokumenty, cit., Vznik Československa 1918, dokument č. 126, pp. 274-278; Cfr. BENEŠ Edvard, Světová válka a naše revoluce, III, dokumenty, dokument č. 164, s. 455-463. 33 Cfr. BENEŠ Edvard, Světová válka a naše revoluce (La guerra mondiale e la nostra rivoluzione), II, Praha 1929, pp. 343-354; Cfr. la lettera di Sonnino indirizzata a Giacomo De Martino dell’11 ottobre 1918, in: I DDI V, XI, nota n.2 nel documento 659. Cfr. anche CACCAMO Francesco, L’Italia nella corrispondenza tra Masaryk e Beneš all’indomani della Prima Guerra Mondiale, CLIO – Rivista trimestrale di studi storici, Roma XXXIII/3, 1996, p. 492. 34 Cfr. HÁJKOVÁ Dagmar-HELAN Pavel, The Quest for Balance: Attitudes of the Czechoslovak Independence Movement Abroad to the Adriatic Problem During the First World War, Acta Histriae, 22/3, 2014, pp. 661-676.


a Roma Lev Borský aveva informato Praga che i rapporti nei confronti della Cecoslovacchia a Roma si stavano raffreddando.35 Dall’altra parte l’Italia aveva l’interesse di acquisire nella zona del Danubio una certa inluenza e aveva anche l’interesse che la Cecoslovacchia usasse il porto di Trieste per realizzare i propri scambi commerciali.36 L’Italia inoltre aveva bisogno del sostegno della Cecoslovacchia quando si trattava di negoziare le richieste italiane sulla conferenza di pace dopo la guerra e per questo motivo all’inizio non volle manifestare apertamente i propri dubbi nei confronti del nuovo Stato.37 Eppure l’Italia diventò lo Stato che in quel momento aiutò la Cecoslovacchia in modo fondamentale. Considerando i problemi nella zona di Těšín e in particolare in Slovacchia, il nuovo Stato necessitava assolutamente di unità militari capaci che furono fornite appunto dall’Italia. Nell’autunno 1918 l’esercito cecoslovacco in Italia fu ristrutturato e al suo comando, al posto del generale Graziani, fu posto il 24 ottobre 1918 il generale Luigi Piccione. In Italia oltre ai legionari fu costituito sotto il comando degli uficiali legionari anche il secondo esercito cecoslovacco, formato da prigionieri cechi e slovacchi dell’esercito austro-ungarico, che erano caduti in prigionia italiana verso la ine della guerra. Rispetto ai legionari si trattò dunque di uomini che non avevano mai combattuto al ianco dell’Italia contro le Potenze Centrali. Il 1 dicembre 1918 tra la Cecoslovacchia e l’Italia fu irmato un accordo, in base al quale l’Italia inviò nella Cecoslovacchia la propria missione militare (circa 500 uomini) a comando delle unità cecoslovacche formate, armate e attrezzate in Italia.38 Dall’Italia furono inviati anche 36 carabinieri che aiutarono in Cecoslovacchia a formare le unità della Guardia nazionale oppure i tecnici della radio che aiutarono con le trasmissioni della radio cecoslovacca a Praga.39 Dal 15 al 18 dicembre 1918 T.G. Masaryk visitò l’Italia durante il viaggio di ritorno a Praga.40 A Padova fu ricevuto dal re Vittorio Emanuele III e passò in rassegna anche le truppe cecoslovacche. Furono proprio i legionari cecoslovacchi d’Italia a scortare il Presidente ino a Praga. A dicembre

35 „Nálada proti nám zde chladne jasně… Scodnik mi sdělil, že místo vánoční nadílky chtějí dáti našim vojákům medaile, ale že při této akci narážejí stále na slova: Češi jsou jako Jihoslovani!“, (Gli atteggiamenti contro di noi qui si stano evidentemente raffredando ... Scodnik mi ha detto che al posto dei regali di Natale vogliono decorare i nostri soldati con le medaglie ma che in rif. a ciò devono sempre affrontare le parole: I Cechi sono come Slavi mediterranei) (Borský a Beneš il 4. 12. 1918, Dokumenty, cit., Československo na pařížské mírové konferenci (La Cecoslovacchia sulla Conferenza di pace di Parigi) 1918-1920, I, documento n. 31, s. 102-103; viz též: Archiv ministerstva zahraničních věcí v Praze (AMZV), Politické zprávy Řím 1918-1919 cfr. Archivio del Ministero degli Affari esteri a Praga, Informazioni politiche Roma, dokument č. 1/1918. 36 Per quanto riguarda l’importanza del porto di Trieste nelle questioni della collaborazione italo-cecoslovacca ved. ad esempio la nota diplomatica di Lev Borský a Karel Kramář del 10.2.1919, AMZV Praha, Relazioni politiche Roma 1918-1919, documento n. 8/1919; Cfr. Gino LUZZATTO, Il porto di Trieste, Roma 1945, pp. 16-22. 37 Ved. corrispondenza tra Sonnino e Badoglio, Archivio dell’Uficio Storico dello Stato Magiore dell’Esercito, Roma (in seguito solo AUSSME Roma), E8, 4/256. Ancora il 4 marzo 1919 il ministro Crespi scrive a Orlando della necessità di rafforzamento dei treni inviati nella Cecoslovacchia nell’ambito “della questione politica di fondamentale importanza” /DDI, XI, II, documento n. 630, pp. 460-461/. 38 Durante meno di tre settimane sono stati trasportati dall’Italia nella Cecoslovacchia più di 23 000 uomini armati, dal dicembre 1918 ino al novembre 1919 sono stati cca 120 000. I legionari cecoslovacchi dalla Francia sono stati anche loro trasportati in patria via Italia e con i treni italiani. Ved. AUSSME Roma, cartone E 11, volume 64, documento “Missione Militare Italiana in Boemia – relazione generale – dicembre 1918 – giugno 1919”, p. 11, Cfr. ivi., doc. “La missione militare italiana in Boemia” dell’1.10.1920, pp. 6, 11; Cfr. ivi., doc. “Relazione sull’opera della Missione militare italiana in Boemia” z 1.10. 1919, s. 5.; Cfr. Alessandro GIONFRIDA, Italiani in Cecoslovacchia, Storia militare, 92/IX, p. 18. 39 AUSSME Roma, cartone E 11, volume 64, documento „Missione Militare Italiana in Boemia – relazione generale – dicembre 1918 - giugno 1919“, pp. 76-74, 40 Il 19 novembre T.G. Masaryk partì dagli Stati Uniti, dove si trovava nel 1918, alla volta di Parigi, dove sostò dal 7 al 14 dicembre. Successivamente si recò in Italia, dove soggiornò dal 15 al 18 dicembre. Cfr. la lettera di Borský a Beneš del 19.12.1918, in: J. DEJMEK, F. KOLÁŘ (a cura di) Dokumenty Československé zahraniční politiky. Československo na pařížské mírové konferenci 1918-1920 [I documenti della politica estera cecoslovacca. La Cecoslovacchia alla conferenza di pace di Parigi], Ústav mezinárodních vztahů [Istituto delle relazioni internazionali], Praga 2001, I, doc. 46, pp. 117-118; Archiv ministerstva zahraničních věcí v Praze [Archivio del Ministero degli Affari Esteri di Praga], Relazioni politiche - Roma, 1918-1919, n. 3.; cfr. E. BENEŠ, Světová,cit., II, p. 512.

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partì per la Cecoslovacchia insieme ai legionari anche la Missione militare italiana. I primi soldati a tornare in patria furono proprio i legionari provenienti dall’Italia, equipaggiati con armi italiane e guidati da uficiali italiani. Luigi Piccione con il suo stato arrivò a Praga il 21 dicembre 1918, dove gli fu riservato un caloroso benvenuto e il 25 dicembre si trasferì a Kroměříž dove assunse il comando militare delle unità impegnate sul territorio slovacco.41 Sotto il comando italiano nel corso del gennaio 1919 l’esercito occupò il territorio slovacco, ma ben presto sortirono i primi problemi. Esistono notizie sulla disillusione degli uficiali italiani che entrarono sul territorio della Slovacchia in particolare di quella meridionale e orientale (compreso la stessa Bratislava) con sentimento di liberatori, per sentirsi molto presto come occupanti su un territorio abitato solo da un piccolo numero di abitanti slovacchi, proveniente piuttosto di classi sociali di livello non troppo elevato.42 Si veriicarono anche gravi conlitti tra uficiali e sottouficiali italiani da una parte e legionari cecoslovacchi di tendenze nazionalistiche dall’altra parte. Il motivo consisteva nella differente visione della soluzione degli scioperi generali e di altri tipi di protesta della popolazione magiara, dove gli uficiali italiani compreso il generale Piccione riiutavano soluzioni repressive drastiche e radicali. A Lučenec, ad esempio alla ine del gennaio 1919 i legionari cechi e slovacchi disarmarono il loro comandante col. Nascimbene e nonostante l’ordine dichiararono a Lučenec la legge marziale. Arrestarono inoltre 16 civili e minacciarono di giustiziarli se fosse stato proclamato uno sciopero in città. A Bratislava il 12 febbraio fu gravemente ferito il col. Barreca e il sospetto cadde su uno dei legionari.43 Ne conseguì il rapporto degli uficiali italiani a Roma sull’imperialismo ceco44 e da parte cecoslovacca le accuse degli Italiani di sentimenti ilomagiari, tra cui non mancarono argomentazioni sull’inluenza delle belle Magiare sugli uficiali italiani.45 Nemmeno le trattative del generale Luigi Piccione con il Presidente Masaryk l’11 febbraio 1919 aiutarono a migliorare la situazione nonostante i tentativi del Presidente di calmare le acque.46 41 AUSSME Roma, cartone E 11, volume 64, documento “Relazione sull’opera della Missione militare italiana in Boemia” del 1.10. 1919, pp. 5-7. 42 Dopo l’ingresso a Bratislava ad esempio al posto dell’attesa accoglienza calorosa furono oggetto di sguardi ostili dalla popolazione del luogo. Dopo la decisione del ministro per la Slovacchia Vavro Šrobár di trasferire il proprio uficio a Bratislava (cosa che il generale Piccione considerava inopportuna), la popolazione locale reagì con uno sciopero generale e una protesta aperta contro il nuovo regime cecoslovacco. Ved. anche AUSSME Roma, Cecoslovacchia, E8, 13/263, documento „Promemoria per il comando supremo” del 27.2.1919. 43 Cfr. Karel PICHLÍK, Bohumír KLÍPA, Jitka ZABLOUDILOVÁ, Českoslovenští, cit., pp. 52-53; Cfr. AUSSME Roma, Cecoslovacchia E8, 3/253, documento „Il prestigio dell’Italia nella Repubblica czeco-slovacca e situazione presente del generale Piccione” z 17.3.1919. Cfr. informativa di Badoglio a Orlando e di Sonnino al ministro della guerra Caviglio del 21.2.1919, DDI, VI, 2, documento n. 424, pp. 288-289. 44 Ad esempio nella relazione del Presidente del comitato esecutivo Robert Segre del 31 gennaio 1919 al generale Badoglio, è tra l’altro scritto: “In complesso, l’attitudine del nuovo stato czeco-slovacco è decisamente imperialistica. E lo dimostrano patentemente la occupazione della Boemia tedesca, quella della Slovacchia – ove la massa della popolazione non ne sembra affatto lieta […], quella di Presburgo, città magiaro-tedesca e nient’altro, e quella in corso del bacino carbonifero di Teschen… L’essere elementi italiani strumento di questo imperialismo – a danno di Austro-tedeschi, di Magiari e di Polacchi – può essere elemento di rilessione.” DDI, VI, 2, documenti n. 184, p.128. 45 Ved. osservazioni di Karel Kramář per Edvard Beneš, in:, Dokumenty, cit., Československo na pařížské mírové konferenci (Cecoslovacchia alla Conferenza di pace di Parigi) 1918-1920, I, documento n. 106, pp. 205-206; documenti n. 107, p. 206. Cfr. AUSSME Roma, E8, 13/263, Promemoria “Dificile situazione dei nostri Uficiali in Boemia” n. 3826 del 4.3.1919 del generale Scipioni al generale Diaz e al generale Badoglio. Il generale Piccione ha commentato le accuse di sentimenti ilomagiari degli uficiali italiani: “Non nascondo che qualche Uficiale, sebbene per inesperienza e ingenuità, ha dato appiglio a qualche sospetto di parzialità, ma sono fatti di lieve importanza.” In: AUSSME, E8, 13/263, Telegramma del generale Piccione allo stato maggiore di comando a Roma del 22.2.1919, n. 1386. Ved. anche Service historique de la Defense à Paris, 6N247, doc. “L’arrivée de la mission militaire française a Prague et le terrain politique en Boheme” z 4.3.1919. Cfr. Petr PROKŠ, Soupeření italské a francouzské vojenské mise v Československu v r. 1919, (La competizione delle missioni italiana e francese nella Cecoslovacchia), Slovanský přehled 74, Praha 1988, p. 378. 46 AUSSME Roma, cartone E 11, volume 64, documenti “Missione Militare Italiana in Boemia – relazione generale – dicembre 1918-giugno 1919”, p. 54.


Nel frattempo, all’insaputa degli Italiani, si tennero le trattative di Edvard Beneš con la Francia sulla stipulazione dell’Accordo sull’invio della missione francese nella Cecoslovacchia. La missione francese giunse a Praga il 13 febbraio 1919 con a capo il generale Maurice Pellé, che fu nominato comandante supremo dell’armata cecoslovacca. Sui dettagli degli accordi di Beneš con la Francia all’inizio non furono informati non solo gli Italiani ma anche numerosi politici cechi. E’ chiaro che tale iniziativa determinò presto le incertezze per quanto riguardava le competenze dei generali Pellé e Piccione. Ne dà testimonianza anche il fatto che nel marzo 1919 ten. col. Husák, capo dell’Uficio militare della Presidenza della Repubblica al ine di risolvere questo problema chiese un sollecito ritorno del ministro della guerra Štefánik dalla Siberia a Praga.47 Gli sforzi di Beneš (e anche ad esempio di Karel Kramář) di emarginare la missione italiana in Cecoslovacchia e il suo conseguente richiamo causarono una grave lite tra Milan Rastislav Štefánik e Edvard Beneš nel aprile 1919 e entrambe le parti – sia italiana che francese – ino alla metà di maggio non conoscevano bene le proprie competenze. La morte di Štefánik in un incidente aereo il 4 maggio 1919 fu percepita dalla parte italiana come una grave perdita per i rapporti bilaterali. La decisione poi di sostituire la missione italiana in Slovacchia alla ine del maggio 1919 con la missione francese ebbe non solo conseguenze tragiche nella guerra con l’Ungheria di Béla Kún, ma anche la sospensione dell’armamento di altre unità cecoslovacche in Italia e la limitazione del loro trasporto in patria. La partenza della missione italiana dalla Cecoslovacchia era conforme alla politica del Governo cecoslovacco. E’ vero che le sconitte più gravi furono inlitte alle unità sotto il comando appunto degli uficiali francesi e cecoslovacchi e non quelli italiani, ma evidentemente anche ai Francesi fece comodo indicare gli Italiani come causa principale degli insuccessi. Gli Italiani stessi causarono l’insorgenza di una grande difidenza nei loro confronti da parte dei militari e dei politici cecoslovacchi, che prese totalmente sopravvento quando i servizi segreti cecoslovacchi ricevettero informazioni riguardo le forniture italiane del materiale militare all’Ungheria.48 La ine della collaborazione militare (oltre in Slovacchia anche nel conlitto militare di Těšín), raffreddò i rapporti bilaterali quasi sullo zero, anche se gli stessi ambienti militari italiani ebbero interesse di mantenere i buoni contatti anche in futuro.49 Un altro problema consistette nelle posizioni dei due Stati sulla Conferenza di pace a Parigi, dove la Cecoslovacchia si appoggiò pragmaticamente sulla Francia e l’Italia seppe di non poter aspettarsi il sostegno cecoslovacco delle sue richieste adriatiche. Vi furono poi i problemi tra le missioni italiana e francese in Cecoslovacchia che ovviamente contribuì a rafforzare la posizione di riiuto degli Italiani nei confronti delle richieste cecoslovacche. Alcune richieste della Cecoslovacchia provocarono una vera resistenza da parte italiana – in particolare i tentativi di formare un corridoio con la Jugoslavia, che gli Italiani riiutarono già nel gennaio 1919. Anche il faux pax di Edvard Beneš, che il 6 febbraio 1919 presentò la carta sul quale Fiume, Istria, Trieste e Gorizia furono indicati come appartenenti alla Jugoslavia, non potevano certamente che peggiorare i rapporti. Decise riserve ebbero poi gli Italiani anche per quanto riguardava l’annessione delle zone con una numerosa popolazione magiara e di tutta la Rutenia subcarpatica alla Cecoslovacchia, come pure 47 Ved. ad esempio: Dokumenty, cit., Československo na pařížské mírové konferenci (Cecoslovacchia sulla Conferenza di pace a Parigi) 1918-1920, I, dokumenty č. 148, 153 a 164, s.257, 264-265, 277. Cfr. Service historique de la Defense à Paris, 6N247, Telegramma del generale Pellè al generale Foch del 19.4.1919. 48 Ivi, cfr. AMZV Praha – Pařížský archiv (Archivio di Parigi), n. 4880. Cfr. Service historique de la Defense à Paris, 5N190, copia n. 100 del 10.6.1919, ivi, copia della Nota del 1.7.1919 (senza segnatura). 49 Il generale Armando Diaz dichiarò il 24.4.1919, quando già si seppe che la missione italiana sarebbe stata richiamata dalla Cecoslovacchia, che nonostante le circostanze conveniva mantenere la collaborazione con la Cecoslovacchia. Ved. AUSSME Roma, E8, 13/263, nota n. 5060 Armando Diaz all’alto comando del 24. 4. 1919. Lo stesso Luigi Piccione nella relazione sull’attività in Cecoslovacchia scrisse: “Questa momentanea crisi dei rapporti italo-czechi non può non essere di breve durata…”, AUSSME Roma, cartone E 11, volume 64, documento “Missione Militare Italiana in Boemia – relazione generale – dicembre 1918 - giugno 1919”, pp. 61-62.

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per quanto riguardava le richieste cecoslovacche della zona di Těšín. Al contrario accettarono senza problemi il conine storico ceco con la popolazione tedesca.50 Il raffreddamento totale dei rapporti bilaterali nel corso del 1919 causò alla Cecoslovacchia problemi con le forniture del materiale militare dall’Italia secondo gli accordi presi in precedenza. Il Governo italiano con a capo Francesco Saverio Nitti osservò inoltre con grande difidenza i preparativi dell’accordo bilaterale jugoslavo-cecoslovacco e la Cecoslovacchia come tale in generale,51 come anche Praga osservò timorosa la collaborazione italiana con l’Ungheria. Per di più entrò in gioco anche la rivalità dei due Stati per quanto riguarda l’inluenza sull’Austria. Nonostante ciò la cooperazione reciproca non terminò, continuò ad esempio il trasporto di legionari cecoslovacchi dalla Siberia in Patria esclusivamente via il porto di Trieste.52

50 In rif. a questa problematica ved. Francesco CACCAMO, L’Italia e la “Nuova Europa”, Il confronto sull’Europa orientale alla Conferenza di pace di Parigi (1919-1920), Milano 2000. 51 Ved. ed esempio Archivio del Ministero degli Affari Esteri, Praga, Relazioni politiche Roma n. 57/1920, Relazione politica di Vlastimil Kybal del 30. 4. 1920, n. 3499 M/20. 52 Ved. ad esempio Archivio del Ministero degli Affari Esteri, Praga, Relazioni politiche Roma, 1918/1919, n. 155/1919, cifra n. 1766 di Šeba a Beneš, Roma il 26.12.1919; Pavel HELAN, La legione cecoslovacca in Italia, in: Dov‘è la Patria nostra? Luoghi, memorie e storie della Legione ceco-slovacca in Italia durante la Grande Guerra, Salerno 2014, pp. 105-122; IDEM, Relazioni italo-cecoslovacche dalla prima guerra mondiale ino agli anni venti in: Věda, kultura a politika v československo-italských vztazích 1918-1951 [Scienza, cultura e politica nelle relazioni italo-cecoslovacche 1918-1951] České Budějovice 2012, pp. 25-38.


Jozef Špánik, Ambasciata della Repubblica Ceca a Roma Cura delle tombe militari e dei luoghi di memoria correlati con la storia dei legionari cecoslovacchi in Italia La storia delle Legioni Cecoslovacche durante la Prima Guerra Mondiale è considerata ancora oggi una delle più importanti tradizioni di combattimenti, alla quale si riferisce l’attuale armata della Repubblica Ceca, che in questo senso si allaccia alle tradizioni dell’armata della Repubblica Cecoslovacca democratica del periodo fra le due guerre.1 L’armata cecoslovacca grazie alle legioni, compresa la loro parte italiana, è stata costituita prima dello Stato cecoslovacco e l’esistenza delle Legioni Cecoslovacche fu l’argomento più persuasivo per il riconoscimento politico sul piano internazionale del diritto dei Cechi e degli Slovacchi a uno Stato indipendente.2 I legionari cecoslovacchi e i soldati di difesa territoriale provenienti dall’Italia ebbero un grande signiicato anche per la salvaguardia dell’indipendenza della Repubblica Cecoslovacca subito dopo la sua costituzione quando fu necessario, nell’interesse della conservazione dell’integrità dei Paesi Cechi e dell’aggregamento della Slovacchia al nuovo Stato, utilizzare le forze armate nelle operazioni contro le tendenze separatistiche nelle zone frontaliere della Repubblica Cecoslovacca ed in particolare in Slovacchia durante i combattimenti contro l’esercito magiaro.3 I legionari provenienti dall’Italia hanno avuto un ruolo importante nel periodo tra le due guerre nella costituzione delle forze armate della neonata Repubblica Cecoslovacca.4 Durante la seconda guerra mondiale molti di loro hanno partecipato alla resistenza sul suolo nazionale e all’estero. Alcuni legionari dall’Italia offersero il massimo sacriicio quando morirono sotto i colpi dei giustizieri nazisti, furono prigionieri nei campi do concentramento oppure combatterono sui fronti della Seconda Guerra Mondiale.5 I nomi dei caduti militari cechi sul fronte italiano, compresi i legionari, sono citati su innumerevoli monumenti alle vittime della Prima Guerra Mondiale, che ancora oggi troviamo in tutte le cittadine e paesini cechi. Fino alla ine della Prima Guerra Mondiale sono morti sul fronte italiano circa 350 legionari cecoslovacchi, di cui almeno 190 sono caduti sul fronte nei combattimenti, come minimo 46 sono stati giustiziati in seguito alle sentenze dei tribunali militari austroungarici per diserzione dopo essere caduti nelle mani degli Austriaci, gli altri sono morti a causa di malattie, ferite o incidenti durante le esercitazioni. Più o meno lo stesso numero di legionari cecoslovacchi provenienti dall’Italia sono morti nel periodo che va dalla ine del primo conlitto mondiale ino alla ine del 1919 nei combattimenti in Slovacchia.6 Poco dopo la ine della Prima Guerra Mondiale le autorità cecoslovacche hanno approvato tutta una serie di provvedimenti riguardo la cura delle tombe e di altri luoghi di memoria collegati con la storia delle Legioni Cecoslovacche. Già nel 1919 è stato costituito presso il Ministero della Difesa nazionale, il Monumento della resistenza, un ente che ha operato all’inizio come un organo 1 2 3 4 5 6

Michl Jan: Legionáři a Československo, Naše vojsko, Praha 2009 Leoncini Francesco: Il Patto di Roma e la Legione Ceco-Slovacca, Kellermann Editore, Vittorio Veneto 2014 Tomášek Dušan: Nevyhlášená válka, Epocha, Praha 2005 Leoncini Francesco: Il Patto di Roma e la Legione Ceco-Slovacca, Kellermann Editore, Vittorio Veneto 2014 Kolektiv autorů: Vojenské osobnosti československého odboje 1939 – 1945, Vojenský historický ústav Praha a Vojenský historický ústav Bratislava, Praha 2005 Bucciol Eugenio: Dalla Moldava al Piave – I legionari cecoslocvacchi sul fronte italiano nella Grande Guerra, Nuova Dimensione, Portogruaro 1998

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di consulenza per la raccolta dei reperti scritti o materiali riguardanti la resistenza cecoslovacca durante la Prima Guerra Mondiale. Detto ente era competente anche per quanto riguardava la cura delle tombe e dei luoghi di memoria connessi con la storia delle Legioni Cecoslovacche in Italia.7 Nella direzione dell’ente erano anche alcuni uficiali legionari dall’Italia.8 Nell’estate del 1919 il Monumento della resistenza ha inviato in Italia tre pittori cechi per documentare con la loro arte i campi di battaglia dei legionari cecoslovacchi. Nel 1920 i loro quadri assieme alle opere dei pittori, inviati sui campi di battaglia in Francia, sono stati esposti a Praga nello storico Belvedere – palazzo rinascimentale, sede estiva della regina Anna. Il Monumento ha partecipato all’organizzazione delle iniziative commemorative in Cecoslovacchia e all’estero. La sua direzione è riuscita a negoziare la realizzazione dell’esposizione dedicata alle Legioni Cecoslovacche in Italia nel museo di Rovereto. Più tardi l’organo di consulenza è diventato una divisione del Ministero della Difesa nazionale ed in seguito un’istituzione indipendente denominata Archivio delle Legioni. Nel 1929 l’Archivio delle Legioni è stato fuso con altre istituzioni ed è nato un nuovo istituto di ricerca, denominato Monumento alla liberazione. Le attività del Monumento sono state sospese in seguito all’occupazione tedesca nel 1939 e dopo la liberazione nel 1945 hanno proseguito le attività dell’allora Monumento l’Istituto storico militare che esercita le proprie funzioni ino ai giorni nostri.9 Della cura delle tombe e dei luoghi di memoria dei legionari e dei soldati di difesa territoriale cecoslovacchi in Italia si sono occupate anche le neocostituite organizzazioni dei veterani di guerra – in particolare l´Associazione dei legionari cecoslovacchi, l’Associazione dei legionari italiani e l’Unione della difesa territoriale cecoslovacca dall’Italia. La memoria dei legionari italiani caduti e giustiziati nella Cecoslovacchia fra le due guerre era ricordata in varie occasioni. Nell’aprile del 1928 ad esempio, l’Associazione dei legionari italiani ha organizzato un’escursione dei propri membri sui campi di battaglia italiani, dal 1931 lo stesso ente ha cominciato a redigere in collaborazione con l’Unione della difesa territoriale cecoslovacca dall’Italia quattro volte all’anno la rivista „Legionario italiano“.10 In quel periodo venivano realizzati in Cecoslovacchia anche tutta una serie di monumenti, dedicati alle Legioni Cecoslovacche, dove non mancavano le immagini e le statue dei legionari italiani. La situazione simile è anche nel Pantheon praghese, e cioè il Monumento alla Liberazione, originalmente pensato come il luogo di sepoltura di personaggi di rilievo delle Legioni Cecoslovacche ivi compresi i legionari giustiziati in Italia. La sua apertura solenne era in programma per il 28 ottobre 1938. Per motivi politici sorti in concomitanza con l’annessione delle zone frontaliere dopo la irma dell’Accordo di Monaco, non è stato più possibile.11 Una grande attenzione all’agenda dei legionari e soldati di difesa territoriale è stata prestata da parte dei diplomatici cecoslovacchi in servizio presso l’allora Ambasciata della Repubblica Cecoslovacca a Roma e presso i Consolati Generali della Repubblica Cecoslovacca in Italia. Negli archivi cechi e italiani del Ministero degli Affari Esteri e di quello della Difesa si sono conservati tutta una serie di documenti che testimoniano l’interesse dell’allora diplomazia cecoslovacca delle tombe dei legionari cecoslovacchi e della documentazione di archivio, relativa alla formazione delle Legioni Cecoslovacche nei campi di prigionia italiani, alle loro esercitazioni e successivo impegno sul fronte.12 Poco dopo la ine della guerra sono state trovate le tombe della maggior parte dei legionari cecoslovacchi, giustiziati nel 1918 sul territorio italiano dopo essere caduti in prigionia austriaca nella divisa italiana. Già nel 1921 i loro resti sono stati esumati e solennemente 7 8 9 10 11 12

Michl Jan: Legionáři a Československo, Naše vojsko, Praha 2009 Fidler Jiří: Generálové legionáři, Books, Brno 1999 Historie Vojenského historického ústavu Praha, Vojenský historický ústav Praha, www.vhu.cz Michl Jan: Legionáři a Československo, Naše vojsko, Praha 2009 Michl Jan: Legionáři a Československo, Naše vojsko, Praha 2009 Dejmek Jindřich, Němeček Jan, Michálek Slavomír: Diplomacie Československa Díl I., Academia, Praha 2012


trasportati a Praga dove sono stati prima esposti nel Pantheon del Museo nazionale e il 24 aprile 1921 le loro bare sono state solennemente trasferite sugli affusti dei canoni nella parte militare del cimitero di Olšany dove sono deposti ino ai giorni nostri. Tra i 190 legionari cecoslovacchi caduti in Italia nei combattimenti nel corso del 1918 si è riuscito a trovare dopo la guerra i resti di 151 soldati, di cui 150 sono stati identiicati, uno è stato sepolto come milite ignoto.13 Le loro tombe si trovano dagli anni 30 del secolo scorso nel luogo centrale della sepoltura militare Castel Dante di Rovereto, realizzato negli anni 1936 – 1938. Altri legionari caduti probabilmente riposano inora nelle tombe prive di nomi, o sono per sempre dispersi ad esempio durante i combattimenti nell’alta montagna. Sul fondo del Lago di Garda riposa il legionario Leopold Jeřábek, che nel luglio 1918 ha preferito, già ferito da arma da fuoco, morire tra le onde che essere catturato da soldati austriaci.14 Le tombe dei legionari, deceduti a causa delle malattie o degli incidenti durante le esercitazioni, si possono trovare anche nell’Italia centrale. A Perugia si trova la tomba del legionario Josef Matuška (Cimitero Monumentale di Perugia), a Roma (Sacrario Militare nel Cimitero Monumentale del Verano) è sepolto Jan Čaloun, sottotenente delle Legioni Cecoslovacche in Italia, altri tre legionari sono sepolti nella tomba comune del cimitero cittadino di Sulmona in Abruzzo, dove si trovava in quel periodo il campo di prigionia Fonte d´Amore, che ebbe un ruolo importante nella formazione delle Legioni Cecoslovacche e della Difesa territoriale cecoslovacca. Con la storia militare della prima e seconda resistenza cecoslovacca è strettamente collegato anche il nome di Vladimír Vaněk, ex ambasciatore cecoslovacco in Italia, sepolto a Roma. Vladimír Vaněk (1895 – 1965) al momento dell’inizio della Prima Guerra Mondiale si trovava sul territorio russo e qui nel 1914 è entrato nella Compagnia ceca, unità militare costituita nell’ambito dell’esercito russo. Nel 1916 il Consiglio Nazionale Cecoslovacco lo ha inviato nell’Europa occidentale, dove è riuscito tra le altre cose a ottenere da parte delle autorità italiane l’autorizzazione che gli ha permesso di creare sul territorio italiano le prime strutture organizzate della resistenza cecoslovacca antiaustriaca.15 È sepolto nel Cimitero Acattolico di Roma. Con la formazione delle Legioni Cecoslovacche sono strettamente collegate anche le tombe dei soldati cechi appartenenti all’armata austro-ungarica, sepolti nell’ossario all’isola di Asinara. Questi uomini sono caduti in prigionia nel 1915 in Serbia, più tardi sono stati evacuati attraverso Albania e collocati nella quarantena sull’isola di Asinara al Nordovest della Sardegna. Un grande numero di soldati cechi che più tardi hanno raggiunto dall’Asinara il territorio francese, entrarono nel 1918 nelle Legioni Cecoslovacche in Francia.16 In molte città e comuni del Veneto e del Trentino furono realizzati nel periodo tra le due guerre monumenti e lapidi in memoria dei legionari cecoslovacchi giustiziati. Il loro destino ricordava alle popolazioni locali le esecuzioni dei patrioti irredentisti catturati, cittadini austriaci di nazionalità italiana, che in caso della cattura in divisa italiana furono, anche essi, condannati da tribunali austriaci alla pena di morte.17 Tali monumenti grazie alla devota cura delle autorità italiane e delle popolazioni locali si sono conservati ino ai giorni nostri, nonostante tutti i cambiamenti politici della storia ceca e di quella italiana nel corso del ventesimo secolo. Le autorità cecoslovacche hanno prestato una grande attenzione anche al mantenimento della memoria dei soldati di difesa territoriale deceduti – appartenenti al Secondo corpo d’armata cecoslovacco in Italia. Questi ex prigionieri austroungarici sono divenuti membri dell’Armata cecoslovacca sul territorio italiano solo dopo la ine della guerra dopo il 1 novembre 1918 e durante 13 Bucciol Eugenio: Dalla Moldava al Piave – I legionari cecoslocvacchi sul fronte italiano nella Grande Guerra, Nuova Dimensione, Portogruaro 1998 14 Il 90imo del martire cecoslovacco per l´Italia Alois Storch, Museo Civico, Riva del Garda 2008 15 Vaněk Vláďa: Moje válečná Odyssea, Obrození, Praha 1925 16 Michl Jan: Legionáři a Československo, Naše vojsko, Praha 2009 17 Leoncini Francesco: Il Patto di Roma e la Legione Ceco-Slovacca, Kellermann Editore, Vittorio Veneto 2014

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l´anno 1919 e non parteciparono quindi alla lotta contro l’armata austroungarica. Hanno avuto però un ruolo importante nella formazione delle forze armate della Cecoslovacchia indipendente e nel corso dei combattimenti per la Slovacchia. Sul territorio italiano sono morti almeno 300 soldati di difesa territoriale (secondo altre fonti più di 600) a causa delle malattie e delle precedenti sofferenze belliche. Negli anni 1924 – 1968 esistette nella località lombarda Solbiate Olona (nei pressi di Varese) un cimitero militare cecoslovacco, dove furono sepolti i resti dei soldati di difesa territoriale cecoslovacchi, deceduti in Italia prima del ritorno nella Patria. Nel 1968 il cimitero fu liquidato per dare luogo alla costruzione di nuove case ed i resti dei militari cecoslovacchi furono trasferiti al cimitero militare austroungarico nella località veneta Cittadella, dove riposano ancora oggi.18 Sul cimitero cittadino a Solbiate Olona si è inora conservata una lapide e alcune croci provenienti dalle tombe originali. Dopo l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia nel 1939 le tradizioni legionarie furono represse. Un simile atteggiamento nei confronti dei legionari ha manifestato anche il regime comunista dopo la sua forzata ascesa al potere nel febbraio del 1948. Non è cambiato nulla nemmeno con la nomina a capo dello Stato Maggiore dell’Armata cecoslovacca negli anni 1948 - 1950 del legionario italiano generale Šimon Drgáč, che partecipò ai combattimenti a Doss Alto.19 La situazione è cambiata per un breve periodo solo alla ine degli anni 60 del ventesimo secolo, in concomitanza con il tentativo di introdurre un modello riformato del comunismo. Nel 1968 ad esempio i diplomatici cecoslovacchi in servizio presso l’Ambasciata di Roma nell’ambito di una missione nell’Italia del Nord hanno redatto una mappa delle tombe conservate e dei luoghi di memoria dei legionari cecoslovacchi. Dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto del 1968 la tradizione legionaria diventò per i rappresentanti del governo di nuovo scomoda.20 Un rinnovato interesse per la memoria dei legionari cecoslovacchi dall’Italia nella loro patria si è manifestato in pratica solo dopo la Rivoluzione di velluto nel novembre del 1989 quando è stata riavviata ad esempio l’attività dell´ Associazione dei legionari cecoslovacchi. La tradizione legionaria diventò di nuovo uno dei pilastri principali della tradizione di combattimento delle forze armate prima cecoslovacche e dopo il 1993 ceche e slovacche.21 Le Ambasciate dei due Paesi successori dell’ex Cecoslovacchia da quel momento dedicano un’intensa attenzione alla cura delle tombe dei legionari e dei luoghi di memoria in Italia. L’Ambasciata della Repubblica Ceca a Roma e il Dipartimento dei veterani di guerra del Ministero della Difesa della Repubblica Ceca collaborano da molto tempo al mantenimento dei luoghi di memoria delle Legioni Cecoslovacche in Italia e l’organizzazione delle iniziative commemorative con Il Ministero della Difesa italiano, con le rappresentanze locali delle città e dei comuni nelle Regioni Trentino e Veneto, con storici italiani che lavorano nei musei militari e nel settore accademico, con iniziative civiche concentrate sulla storia militare moderna e anche con le organizzazioni locali degli Alpini italiani. Una lunga tradizione, ad esempio, ha la collaborazione con gli Alpini della città di Arco, dove dall’inizio degli anni 90 del secolo scorso ogni anno si svolge alla ine del settembre una commemorazione ceco-italiana, organizzata in memoria dell’esecuzione di quattro legionari cecoslovacchi, condannati nel 1918 dal tribunale militare austriaco: Antonín Ježek, Karel Nováček, Jiří Schlegl e Václav Svoboda.22 Sul luogo della loro morte fu costruito un monumento con i nomi dei giustiziati e con la scritta in ceco e in italiano: „Su questi olivi furono impiccati dagli AustroUngheresi i legionari cecoslovacchi catturati a Doss Alto combattendo a ianco dell’esercito

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Solpera Jan: Československá Druhá armáda, Jihočeské muzeum v Českých Budějovicích, České Budějovice 2014 Galerie náčelníků Generálního štábu, www.armada.vojenstvi.cz Michl Jan: Legionáři a Československo, Naše vojsko, Praha 2009 Marek Jindřich: Beránci, lvi a malé děti – Nekonečný spor o českého vojáka v letech 1. světové války, in Historie a vojenství 1/2014, Vojenský historický ústav, Praha 2014 22 Gli Alpini di Arco incontrano la scuola (1928 – 2008), Gruppo Alpini di Arco, Arco 2008


italiano per la libertà della loro Patria.“23 Si tratta del più grande monumento per quanto riguarda dimensioni in onore dei legionari cecoslovacchi giustiziati sul suolo italiano. Nelle vicinanze di Arco, nel catasto di Riva del Garda si trova inoltre il monumento dedicato alla memoria del legionario cecoslovacco Alois Štorch, giustiziato in quel luogo il 5 luglio 1918.24 Il programma della commemorazione comprende regolarmente anche la salita al luogo di combattimento nelle montagne sopra Arco - Dosso Alto di Nago, dove nel periodo della Prima Guerra Mondiale si trovarono le posizioni di combattimento delle unità italiane e cecoslovacche. I partecipanti alla salita hanno la possibilità di visitare i resti delle fortiicazioni italiane e anche la trincea anteposta, in cui furono catturati i quattro legionari cecoslovacchi, successivamente giustiziati ad Arco il 22 settembre 1918. I partecipanti cechi vengono accompagnati nella salita da membri della locale sezione degli Alpini e dal rappresentante del museo militare a Rovereto. Nel corso del 2015, secondo le informazioni disponibili, sarebbe in programma anche il ripristino del monumento del legionario Josef Sobotka, giustiziato a Pieve di Bono in Trentino. Nel Veneto si trovano attualmente almeno 7 lapidi, dedicate alla memoria dei legionari cecoslovacchi giustiziati. A Conegliano è collocata una lapide in Via Martiri Cecoslovacchi, dove il 18 giugno 1918 nella sede dell’allora caserma militare sono stati giustiziati 15 soldati cecoslovacchi, condannati dal tribunale militare dell’esercito austroungarico. Si tratta del maggior numero di vittime di un’esecuzione sommaria dei legionari cecoslovacchi sul fronte italiano nel corso della Prima Guerra Mondiale. Altre lapidi, dedicate ai legionari giustiziati si trovano nelle località Oderzo, Oderzo-Piavon, Montone, San Stino di Livenza, Calvecchia e Davanzo.25 All’organizzazione delle commemorazioni dei legionari cecoslovacchi giustiziati nel Veneto ha preso parte per lunghi anni il professore universitario Eugenio Bucciol, recentemente deceduto (1930 – 2015), il quale nella sua attività di ricerca ha prestato una grande attenzione a questo tema. Il professor Bucciol è tra l’altro l’autore della mostra e del libro dal titolo: „Dalla Moldava al Piave – I legionari cecoslovacchi sul fronte italiano nella Grande Guerra“, dedicati all’operato delle Legioni Cecoslovacche in Italia. Il libro è stato edito in italiano nel 1998 dalla casa editrice Nuova Dimensione. Le lapidi che ricordano la formazione delle Legioni Cecoslovacche in Italia si trovano anche a Roma in Piazza Venezia, nel luogo dell’ex campo di prigionia di Padula (Campania) e a Foligno. In occasione del 100° anniversario della Prima Guerra Mondiale e della costituzione della Repubblica Cecoslovacca, l´Associazione dei legionari cecoslovacchi ha preparato il progetto LEGIE 100 nell’ambito del quale collaborerà con molte altre organizzazioni, ivi compresi i club della storia militare. Nell’ambito della realizzazione di questo progetto si stanno svolgendo molte iniziative dedicate a tutte le unità delle Legioni Cecoslovacche comprese quelle italiane. Sarà organizzata una serie di mostre nella Repubblica Ceca e in Italia, ricostruzioni delle battaglie, conferenze nelle scuole e anche per il pubblico più largo, e iniziative commemorative alle tombe e luoghi di memoria dei legionari cecoslovacchi dall’Italia.26 Nella città di Libušín nella Boemia centrale ad esempio si sta lavorando alla ricostruzione di sette tombe di legionari cecoslovacchi dalla Russia e dall’Italia, morti nel periodo fra le due guerre e qui sepolti. Per la Repubblica Ceca è molto importante sapere che il pubblico italiano sia specialistico che laico ricorda con grande considerazione le operazioni belliche delle Legioni Cecoslovacche in Italia a ianco delle forze armate dell’allora Regno d’Italia. I rappresentanti dell’Ambasciata della Repubblica Ceca a Roma credono che vi siano grandi possibilità di un ulteriore approfondimento della cooperazione scientiica e accademica per i musei cechi della storia moderna e per le istituzioni ceche scientiiche e universitarie, che si occupano della storia delle Legioni Cecoslovacche, con i partner italiani locali. 23 Berte Tiziano: Arditi e alpini sul Dosso Alto di Nago (1915-1918), Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto 2005 24 Il 90imo del martire cecoslovacco per l´Italia Alois Storch, Museo Civico, Riva del Garda 2008 25 Tessari Roberto: Il Cimitero Austro – Ungarico di Follina, Cooperativa Servizi culturali, Follina 2005 26 Československá obec legionářská – projekt Legie 100, www.csol.cz

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II. ASPETTI INTERNAZIONALI DELLA LEGIONE CECO-SLOVACCA


Bohumila Ferenčuhová (Istituto storico – Accademia Slovacca delle Scienze) La questione slovacca nella Grande guerra nel contesto della politica internazionale * Nei miei precedenti lavori dedicati al periodo della Grande guerra, partivo essenzialmente dalla prospettiva della questione cecoslovacca, della resistenza cecoslovacca all’estero, e cercavo di dimostrare che gli slovacchi in questo conlitto non sono rimasti passivi, non sono stati ‘liberati’, magari anche contro la propria volontà, ma che anzi hanno contribuito in modo signiicativo alla formazione della coscienza di uno stato cecoslovacco.1 Nel porre ora l’accento sulla ‘questione slovacca’, ho focalizzato la mia attenzione sulle premesse fondamentali e sulle iniziali incertezze della politica slovacca, argomento di cui parlerò nella prima parte di questo saggio. Nella seconda parte affronterò l’aspetto militare della problematica (1916-1917), evidenziando il ruolo chiave di Milan Rastislav Štefánik. Nella terza parte tratterò sinteticamente il processo che determinò le scelte delle personalità politiche più rilevanti in Slovacchia nel 1918. 1. PREMESSE E INCERTEZZE. Alle soglie della Grande guerra, circa 2 milioni di slovacchi vivevano in 16 comitati dell’Ungheria settentrionale, in un territorio che non costituiva un’unità amministrativa. Ciononostante gli slovacchi, già nel 1848, in un documento uficiale indirizzato al regnante e al parlamento ungherese, si dichiaravano un’entità autonoma, affermando di essere una nazione. Lo ripeterono nel Memorandum della nazione slovacca del 1861. All’inizio del XX secolo questa realtà viene ribadita con enfasi dallo scrittore e giornalista Svetozár Hurban Vajanský, con parole rivolte alle cerchie dominanti ungheresi che la negavano: „Noi siamo slovacchi, un popolo con tutti i requisiti fondamentali di una nazione.“2 La struttura della società slovacca era alterata dall’emigrazione (negli USA all’inizio della guerra vivevano 750.000 slovacchi) così come dalla politica di magiarizzazione del governo ungherese. L’ascesa sociale era condizionata dall’adesione all’identità ungherese e dall’uso esclusivo della lingua ungherese in campo amministrativo, nel contempo venivano perseguitati coloro che agivano da slovacchi consapevoli partecipando attivamente alla vita culturale e sociale slovacca.3 Quest’ultima, all’inizio del XX secolo si presentava differenziata. Il suo centro si trovava a Turčiansky Svätý Martin, emblema delle tradizioni slovacche negli anni 1848-1867; là si coltivava la reciprocità slava e si accoglievano ospiti da tutta la Slovacchia e dall’estero in occasione delle festività nazionali in agosto. Martin era la sede del Partito nazionale slovacco, a capo del quale fu per molti anni Pavol Mudroň, e dopo la sua morte nel marzo del 1914 Matúš Dula. Là veniva pubblicato il giornale “Národnie noviny” (Giornale nazionale), i cui toni erano dettati da S. H. Vajanský e Jozef Škultety. Costoro dedicavano ampio spazio alle questioni di politica internazionale in Europa e nel mondo. Dalla ine del XIX secolo, il Partito nazionale slovacco presentava propri candidati alle elezioni del parlamento ungherese, ma la speranza di un cambiamento della condizione degli slovac1

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*Contributo nato nell’ambito del progetto VEGA 2/0135/15. La vittoria e la caduta della Terza repubblica. La Piccola Intesa tra Francia e Italia 1914-1940. Questo lavoro è stato pubblicato con il contributo dell’Agenzia per la promozione della ricerca e dello sviluppo in base all’accordo n. APVV-0628-11. Questa tesi è presentata in modo provocatorio da ZEMKO, Milan. Občan, spoločnosť, národ v pohybe slovenských dejín. [Il cittadino, la società, la nazione nei movimenti storici slovacchi.] Bratislava : Historický ústav SAV vo vydavateľstve Prodama 2010, p. 50, 56-57, 64, 76, 97. Citato da Elena Jakešová, Spoločnost.[Società.] In KOVÁČ, Dušan a kol. Slovensko v 20. storočí, prvý zväzok. Na začiatku storočia 1901-1914.[ La Slovacchia nel XX secolo, primo volume. Gli inizi del secolo 1901-1914.] Bratislava : Veda 2004, p. 43. LIPTÁK, Ľubomír. Petite histoire de la Slovaquie. Paris : Institut d’Etudes slaves 1996, p. 54-55.

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chi era riposta nelle vicende internazionali. Considerando l’impegno dell’impero zarista nei Balcani nel XIX secolo, i cittadini di Martin si aspettavano che la Russia nel proprio interesse intraprendesse la missione di liberazione anche a favore degli slavi della monarchia asburgica, conferendo loro „un ordinamento autonomo“ e aiutandoli a conservare la loro „identità nazionale, la fede, la lingua e le tradizioni.“ 4 Un’altra corrente politica di rilievo era rappresentata dal nascente movimento cattolico popolare, formatosi attorno alle igure dei preti Andrej Hlinka e Ferdiš Juriga, fortemente consapevoli della loro identità slovacca, e che gradualmente avrebbe dato vita al Partito popolare. Fino all’inizio della guerra i sostenitori di questo partito nonostante tutti i problemi restarono in territorio ungherese, adoperandosi per migliorare lo stato sociale degli slovacchi, difendendo i diritti all’istruzione nella lingua materna e battendosi per il suffragio universale esteso anche alle donne. 5 Una terza corrente si formò attorno al periodico “Hlas” (La voce) e a personalità politiche quali Pavol Blaho, Anton Štefánek, Vavro Šrobar.6 Costoro avevano una posizione critica verso i nazionalisti di Martin e verso le loro teorie sulla politica estera. Si ispiravano al realismo di T. G. Masaryk, e in accordo con esso ponevano l’accento principalmente sui lavori più modesti che avrebbero nobilitato il popolo slovacco. Come idee erano vicini a Praga, all’Unità cecoslovacca, agli slovacchi della Moravia. Permettevamo a molti studenti e apprendisti di studiare a Praga e in Moravia, aiutandoli a ottenere borse di studio e prestiti per poter pagare le spese. Il gruppo di “Hlas” vedeva nella reciprocità cecoslovacca e nella collaborazione con i cechi una prospettiva anche dal punto di vista politico. 7 Consideravano il dualismo austro-ungarico un ostacolo a una democratizzazione e a una modernizzazione della monarchia che avrebbe potuto portare vantaggi a tutte le popolazioni slave che vi vivevano. Ricostruire la monarchia sulla base del federalismo era l’idea coltivata in Slovacchia in particolar modo da Milan Hodža. Poiché la maggior parte degli slovacchi apparteneva al ceto contadino, aveva fondato insieme ad altri il movimento agrario e il Partito politico agrario. 8 Fu eletto deputato al parlamento ungherese nel 1905, per il Partito nazionale serbo-slovacco della Bačka. Collaborando con il politico rumeno della Transilvania Alexander Vaida, contrastò le mire del Partito d’indipendenza ungherese (Fügettlenségi párt), il quale dopo la vittoria nelle elezioni del 1905, tentò di realizzare dei repentini cambiamenti nell’armata. Puntava a sciogliere formalmente l’armata austro-ungarica per fondare un’armata ungherese indipendente, come garanzia di una futura indipendenza dell’Ungheria. Il dissenso di Hodža sulla „magiarizzazione“ della parte ungherese dell’armata comune, gli guadagnò le simpatie del successore al trono Francesco Ferdinando d’Este e l’accesso alla sua ‘cancelleria del Belvedere’. Era il luogo in cui si progettava di abbattere il dualismo e fondare la Grande Austria sulla base di un federalismo allargato all’intera monarchia 4 5

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IVANTYŠYNOVÁ, Tatiana - KODAJOVÁ, Daniela a kol. Východná dilema strednej Európy. [Il dilemma orientale dell’Europa centrale.] Bratislava : SDK SVE v spolupráci s HÚ SAV, 2010, p. 150. FERENČUHOVÁ, Bohumila. Informovanosť slovenskej verejnosti o zahraničnom odboji. [L’informazione pubblica slovacca sulla resistenza all’estero.] In KOVÁČ, Dušan – PODRIMAVSKÝ, Milan. (Eds.) Slovensko na začiatku 20. storočia. (Spoločnosť, štát, národ v súradniciach doby.) Zborník štúdií. [La Slovacchia all’inizio del XX secolo. (Società, stato, nazione nelle coordinate dell’epoca.) Rassegna di studi.] Bratislava: Historický ústav SAV, Polygraia SAV 1999, p. 404-414. Sul concetto di nazione del gruppo di “Hlas” cfr. HOLLÝ Karol. K historickej ideológii Antona Štefánka pred prvou svetovou vojnou. [Sull’ideologia storica di Anton Štefánek di fronte alla Prima guerra mondiale.] In MICHÁLEK, Slavomír. Slovensko v labyrinte moderných európskych dejín. Pocta historikovi Milanovi Zemkovi. [La Slovacchia nel labirinto della storia europea moderna. In onore dello storico Milan Zemko.] Bratislava : Historický ústav SAV v Prodama s. r. o., 2014, p. 36-48. JANŠÁK, Štefan. Život dr. Pavla Blahu. I. a II. [Vita del dr. Pavol Blaho. I e II.] Bratislava : 1947; JURČIŠINOVÁ, Nadežda. Problémy česko-slovenskej spolupráce a činnosti Českoslovanskej jednoty (1894-1916) [Problemi della collaborazione ceco-slovacca e dell’attività dell’Unità cecoslovacca (1894-1916)]. In Ročenka Katedry dejín FHVP Prešovskej univerzity, 2001. Prešov : 2001, p.. 51-63; JURČIŠINOVÁ, N. Prínos porád v Luhačoviciach pre rozvoj vzťahov medzi Čechmi a Slovákmi pred 1. svetovou vojnou. [Il contributo dei convegni di Luhačovice per lo sviluppo dei rapporti fra cechi e slovacchi preima della Prima guerra mondiale.] In Ročenka Katedry FHVP Prešovskej univerzity, 2002, Prešov 2002, p. 42-52. HANULA, Matej. Za roľníka, pôdu a republiku. Slovenskí agrárnici v prvom polčase 1. ČSR [Per i contadini, la terra e la repubblica. Gli agrari slovacchi nella prima parte della repubblica cecoslovacca.]. Bratislava : Historický ústav SAV 2011.


asburgica.9 Hodža in seguito formulò le sue idee sulla collaborazione dei popoli tra il mar Baltico e l’Adriatico nella monograia La federazione nell’Europa centrale.10 L’attentato di Sarajevo a Francesco Ferdinando rappresentò un duro colpo per l’intera scena politica slovacca. Un’altra corrente politica slovacca era la democrazia sociale, che aveva le sue basi in alcuni centri industriali, principalmente a Bratislava. Faceva parte del Partito social-democratico unitario ungherese, ma i suoi membri al tempo stesso mantenevano i contatti con il movimento nazionale, collaboravano con i social-democratici cechi a Vienna, coltivavano autonomamente la lingua e la cultura slovacca. Il centro nazionale di Martin dovette così affrontare non solo le critiche del gruppo di “Hlas” e della più giovane generazione che si era riunita intorno alla rivista letteraria “Prúdy” (Correnti), ma anche la sida dei cattolici, del movimento agrario e dei socialisti. Nei primi sei mesi del 1914, i politici slovacchi appartenenti alle varie correnti avvertirono la necessità di concentrare le forze nazionali e di elaborare un nuovo programma comune. Si riunirono in un consulto collettivo a Budapest il 26 maggio, sotto la presidenza di Matúš Dula del Partito nazionale slovacco e con la partecipazione attiva dei politici della più giovane generazione appartenenti a tutte le correnti sopra citate. Concordarono la creazione di un organo comune – il Consiglio nazionale slovacco. Avrebbe dovuto uficialmente insediarsi a Martin durante le celebrazioni di agosto, dove si sarebbero discussi i dettagli e approvato un programma politico comune. Fin dal 1912 il Partito nazionale slovacco concordava il suo programma con il multinazionale Partito dell’Assemblea delle nazionalità, nel parlamento ungherese, rafforzando la battaglia per il diritto al suffragio universale, segreto e diretto e la collaborazione con gli altri popoli dell’Ungheria non ungheresi, soprattutto i serbi e i rumeni. Lo scoppio della guerra impedì la realizzazione di questi progetti. 11 La presidenza del Partito nazionale slovacco, il 5 agosto 1914, espresse fedeltà al sovrano, ricordando il successore al trono assassinato e la sua iducia nei reggimenti slovacchi, e manifestò la volontà di combattere per la monarchia, perché nel desiderio “di conservare la nostra identità nazionale, noi slovacchi abbiamo maturato dentro di noi la più profonda convinzione che per le piccole nazioni, quali noi siamo e insieme a noi altre comunità nazionali più o meno grandi che vivono nella nostra patria e nell’intera monarchia, la forma di stato che meglio si adatta sia questa nostra patria e la nostra monarchia.” 12 In nome del popolo slovacco, il presidente del Partito nazionale slovacco pubblicò questa dichiarazione: “A noi preme che la nostra patria e la nostra monarchia siano conservate nella loro integrità, che con la guerra imminente non debba patire alcun danno e possa uscirne vittoriosa. Daremo per questo ogni cosa, incluse le nostre teste e ogni nostro bene.”13 Questo documento viene inevitabilmente considerato nella letteratura storica come un’espressione della passività politica slovacca all’epoca della guerra. Si deve tuttavia ricordare che ciò era in sintonia con gli obiettivi programmatici del movimento nazionale slovacco a ridosso della Prima guerra mondiale. Come mutarono gli obiettivi della politica slovacca sotto l’inluenza della situazione internazionale e della Prima guerra mondiale? Guardiamo per prima cosa ai connazionali che si trovavano negli USA. Il primo stimolo che diede inizio alla loro attività politica fu il viaggio di propaganda del

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Uno di questi progetti fu concepito da Aurel Popovici, il quale proponeva una ristrutturazione della monarchia in 15 unità amministrative che avrebbero dovuto formare Die Vereinigten Staaten der Grossösterreich. Il testo originale fu pubblicato in inglese: Hodža Milan, Federation in Central Europe, Relections and Reminiscences. London: Jarold Publisher 1942. Traduzione slovacca: HODŽA, Milan. Federácia v strednej Európe a iné štúdie. Vybral, zostavil, predslov, kritické a edičné poznámky napísal Pavol Lukáč. Bratislava : Kalligram 2007. KOVÁČ, Dušan a kol. Slovensko v 20. storočí, prvý zväzok. Na začiatku storočia 1901-1914. [La Slovacchia nel XX secolo, primo volume. L’inizio del secolo 1904-1914.] Bratislava : Veda 2004, p. 209-210; Dokumenty slovenskej národnej identity a štátnosti, zv. 1. [Documenti dell’identità nazionale slovacca e dello stato, vol 1.]Bratislava: Národné literárne centrum 1998, dok. 132, p. 411-413. Dokumenty slovenskej národnej identity a štátnosti, zv. 1. Bratislava: Národné literárne centrum 1998, dok. 134, p. 414. Ibid., p. 433.

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conte Mihály Károly, rappresentante del Partito d’indipendenza ungherese, in Francia, Austria e Stati Uniti. Egli intendeva così preparare il terreno per la dichiarazione di indipendenza dello stato ungherese e convincere i connazionali e l’opinione pubblica americana del fatto che il futuro stato indipendente ungherese, con i suoi 20 milioni di abitanti distribuiti su un territorio che andava dai Carpazi al mare Adriatico, avrebbe avuto un processo di democratizzazione e avrebbe provocato la dissoluzione della Triplice alleanza. A una delle conferenze di Károly partecipò Milan Getting, rappresentante dell’Unione ginnica slovacca “Sokol” e della Associazione politica slovacca di New York. Riuscì a ottenere un’intervista con Károly che poi fu pubblicata dalla stampa slovacca e ceca in America. Getting nel suo commento sottolineò: “Il Conte non ha affatto sottaciuto di non riconoscere in nessun modo gli slovacchi come nazione, anzi lo ha rimarcato, mai e poi mai offrirà loro in qualche campo una qualunque cosa che possa essere considerata una sorta di privilegio della lingua slovacca, e a nessun costo sarà consentito agli slovacchi di evolversi come nazione all’interno dei conini ungheresi.” E in conclusione scriveva: “Che si ribalti il destino dell’Austria-Ungheria, noi saremo pronti a tutto, afinché nel momento decisivo, con i nostri sforzi e con l’aiuto dei fratelli cechi a noi più vicini, si riesca a salvare la Slovacchia.”14 Anche la Lega slovacca, la massima organizzazione degli slovacchi d’America con sede a Pittsburgh, all’interno della quale si erano accorpate molte associazioni, stava mettendo a punto la propria teoria. Secondo il presidente della Lega, Albert Mamatej, questa fu elaborata a nome di tutti gli slovacchi d’America (la Lega slovacca contava circa 200.000 membri) “con l’obiettivo di inviarla a tutti i circoli competenti di tutti i paesi civilizzati.”15 La proposta, uscita dalla penna di Ivan Daxner, partiva dal Memorandum della nazione slovacca del 1861 e conteneva anche elementi della democrazia americana. Pertanto l’autonomia richiesta per la regione slovacca dell’Alta Ungheria era deinita con il concetto americano di ‘Home Rule’. La soluzione proposta per la questione slovacca non toccava il territorio ungherese e chiedeva una rideinizione dei comitati dell’Alta Ungheria su base etnica. Dopo lo scoppio della guerra in Europa, furono apportate altre modiiche e il memorandum della Lega slovacca fu ratiicato a Pittsburgh in America il 10.9.1914.16 I firmatari aveva così preso le distanze dalla dichiarazione di lealtà del Partito nazionale slovacco in Slovacchia. Considerando la mancanza di libertà in quelle terre presero “il destino della nazione nelle loro mani.” Chiedevano piena parità e libertà per tutti i popoli e “per il popolo slovacco piena autonomia e la libertà di determinare il proprio destino sia in campo politico, sia in campo culturale ed economico.”17 Non riuscirono ancora a trovare un accordo circa la sfera statale nella quale l’autodeterminazione slovacca avrebbe dovuto realizzarsi. All’inizio del 1915, Mamatey scrisse agli organizzatori del Congresso delle comunità ceche e slovacche di Parigi che gli slovacchi americani chiedevano „autonomia per la Slovacchia non come stato autonomo individuale, ma come organismo politico e amministrativo a sé stante, a prescindere dalla più ampia conformazione statale alla quale la Slovacchia come parte costitutiva sarà assegnata dai diplomatici.“18 Nemmeno i movimenti nazionali cechi in quel periodo fecero progressi in ambito programmatico. T. G. Masaryk era partito per un primo viaggio in Occidente a scopo informativo nel settembre 1914. Durante il suo secondo viaggio a Rotterdam, in Olanda, a metà ottobre, trascorse due giorni con l’amico degli slovacchi R. W. Seton-Watson, il quale era ben informato sugli obiettivi bellici britannici e gli riferì l’opinione di Lord Kitchener, il quale riteneva che la guerra si sarebbe protratta per almeno tre anni, forse 14 GETTING, Milan. Americkí Slováci a vývin československej myšlienky v rokoch 1914 – 1918. Časť I. [Gli slovacchi americani e l’evoluzione dell’idea cecoslovacca negli anni 1914-1918. Parte prima.] Vydala Slovenská Telocvičná Jednota Sokol v Amerike z príležitosti 15. výročia utvorenia Československej republiky : 1933, p. 16-17. [Pubblicato dall’unione ginnica “Sokol” in America in occasione del 15° anniversario della fondazione della Repubblica cecoslovacca.] 15 MAMATEY, Albert. Predmluva. In Slováci a Maďari. Politicko-historická úvaha. Napísal Dr. Vacovský. Vydala Slovenská liga v Amerike. [Premessa. In Slovacchi e Ungheresi. Rilessioni politico-storiche. Autore Dr. Vacovský. Pubblicato dalla Lega slovacca in America.] Pittsburgh : Tlačou Slovenského hlásnika 1914, p. 3-4. Il testo originale del memorandum è pubblicato per esteso nel libro di Vacovský alle pp. 102-107. 16 Dokumenty slovenskej národnej identity a štátnosti, zv. 1. Bratislava: Národné literárne centrum 1998, dok. 135, p. 434-438. 17 Ibid., p. 437. 18 Getting, Milan, op. cit. p. 46


anche di più. Ai cechi si richiedeva dunque un grande impegno civile in patria e un immenso lavoro di propaganda all’estero, per poter coltivare la speranza di realizzare il loro programma. Proprio a causa di questo incontro, Masaryk decise di cambiare radicalmente i suoi piani e fece ogni sforzo per convincere gli alleati del fatto che l’Austria-Ungheria era diventata un vassallo della Germania e uno strumento del pangermanismo tedesco per penetrare a Est lungo la tratta Berlino-Baghdad. Erano affermazioni fondate. In Germania e in Austria erano sempre vivi i progetti per una risoluzione della questione tedesca a favore di una Grande Germania.19 La realizzazione di tali progetti avrebbe messo in pericolo l’Austria-Ungheria e impedito agli slavi di accrescere la propria inluenza all’interno della monarchia asburgica. A ostacolare la pressione della Germania a Est avrebbe dovuto essere una Bohemia indipendente, costituita dai territori cechi storici (Boemia, Moravia, Slesia), ai quali si sarebbe unita l’Ungheria settentrionale con i suoi abitanti slovacchi. Tornato a Londra, Seton-Watson sulla base dei suoi colloqui con Masaryk scrisse un memorandum sul progetto della Bohemia Indipendente e all’inizio di novembre lo consegnò a George Clerk del Ministero degli Esteri britannico. 20 Un altro memorandum, The independent Bohemia, fu redatto personalmente da T. G. Masaryk subito dopo la sua emigrazione, nell’aprile del 1915. Lo corredò altresì di una mappa del futuro stato ceco-slovacco che rafigurava anche un corridoio con la Jugoslavia.21 Masaryk presentò pubblicamente il suo piano a Ginevra, insieme allo slavista francese Ernest Denis, nella Sala della Riforma, in una conferenza in occasione dei 500 anni dalla condanna al rogo del Maestro Jan Hus. Queste idee furono contestate con energia dai rappresentanti dei cittadini slovacchi all’estero, i quali non concordavano con il nome del progettato stato e nemmeno con il fatto che la Slovacchia dovesse restare una sorta di ampliamento del territorio ceco a Est. Essi volevano conquistare un’identità non solo culturale ma anche politica. Il 22 ottobre 1915 la Lega Slovacca e l’Associazione nazionale ceca irmarono a Cleveland un accordo dal quale emergeva che si sarebbe trattato dell’unione di due soggetti: i territori storici cechi e la Slovacchia. La nazione ceca e quella slovacca dovevano unirsi in uno stato federativo dove la Slovacchia avrebbe avuto piena autonomia nazionale, con un proprio parlamento, una propria amministrazione statale, piena libertà culturale, compreso dunque il pieno diritto di usare la lingua slovacca, una propria amministrazione economica e politica e lo slovacco come lingua uficiale. Il diritto di voto doveva essere universale, diretto e segreto. La forma di governo: un’unione personale con un ordinamento democratico dello stato sul modello inglese.22 L’idea di due stati equiparati, che avrebbero parzialmente rinunciato alla propria sovranità, guidava anche i promotori dell’accordo di Pittsburgh. Il 30 maggio del 1918 l’accordo fu irmato dalla Lega slovacca da una parte, e dall’Associazione nazionale ceca e l’Unione dei cattolici cechi dall’altra. Recava anche la irma di T.G. Masaryk.23 Anche i rappresentanti delle comunità ceche e slovacche in Russia e in Francia affrontarono analoghi problemi, risolvendoli attraverso il dibattito democratico. All’epoca degli iniziali successi dell’offensiva russa sul fronte della Galizia, ci si aspettava che lo zar giocasse un ruolo decisivo per il destino degli slavi nella monarchia asburgica. In Russia, soprattutto in Volinia e a Kiev, vivevano numerosi residenti cechi (circa 80.000), e anche commercianti e imprenditori slovacchi con centro a Mosca e nella Varsavia russa di allora. A questi si aggiungevano i prigionieri di guerra, che in parte volontariamente, in parte a causa di operazioni belliche, si erano ritrovati dall’altra parte del fronte. 19 Vedi HAHNOVÁ, Eva. Od Palackého k Benešovi. Německé texty o Češích, Němcích a českých zemích. [Da Palacký a Beneš.Testi tedeschi sui cechi, sui tedeschi e sulle terre ceche.] Praha : Academie 2014. 20 SETON-WATSON, Hugh and Christopher. The Making of a New Europe. R. W. Seton-Watson and the last years of Austria-Hungary. Seattle : University of Washington Press 1981, p. 109-111. 21 RYCHLÍK, Jan – MARZIK, Thomas – BIELIK, Miroslav (eds.) R. W. Seton-Watson and his relations with the Czechs and Slovaks. Documents. 1906-1951. I. Praha : Ústav T. G. Masaryka, Martin : Matica slovenská, 1995, dok. 68, p. 229. 22 ČULEN, Konštantín. Pittsburghská dohoda. [L’accordo di Pittsburgh.] Bratislava : Slovák a Nakl. úč. spol., 1937, p. 78. 23 RYCHLÍK, Jan. Češi a Slováci ve 20. století. Česko-slovenské vztahy 1914-1945. [Cechi e slovacchi nel XX secolo. I rapporti ceco-slovacchi 1914-1945.] Bratislava : AEP, 1995, p. 45-47.

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Nel marzo del 1915 si tenne il congresso programmatico dell’Unione delle comunità ceco-slovacche in Russia, alla quale lo zar aveva concesso il diritto di rappresentare gli interessi dei connazionali cechi e slovacchi. L’Unione portava avanti la concezione di uno stato cecoslovacco il quale, se avesse ottenuto la possibilità di scegliere il proprio destino, sarebbe rimasto per sempre un fedele amico del popolo russo e un fedele alleato della Russia liberatrice.24 Questo suscitò l’opposizione di una parte dei connazionali slovacchi (il comeniologo Ján Kačala e altri), organizzati nell’Associazione slovacco-russa in memoria di Štúr, che si era pronunciata a favore di un’assegnazione della Slovacchia alla Russia. Il direttivo dell’Unione delle comunità ceco-slovacche in Russia rilasciò nel maggio del 1915 una personale dichiarazione sulla condizione dei cechi e degli slovacchi nella futura comune monarchia. Bohdan Pavlů la pubblicò nel primo numero del periodico “Čechoslovák”. Sempre per suo merito vennero qui ricordati i Convegni annuali di Luhačovice dell’Unità cecoslovacca con particolare riferimento alla partecipazione slovacca. L’autonomia politica e linguistica della Slovacchia, incluso un parlamento nazionale indipendente, doveva essere un fatto incontestabile, la totale uguaglianza della lingua ceca e quella slovacca un principio basilare.25 Nell’ottobre del 1916, la nuova rappresentanza degli slovacchi in Russia, costituita soprattutto dai prigionieri di guerra – Jozef Gregor Tajovský, Janko Jesenský, Ivan Markovič, Vladimir Daxner, Ján Janček e altri – si pronunciò a favore del progetto di uno stato indipendente dei cechi e degli slovacchi, e lo pubblicò nel primo numero del periodico “Slovenské hlasy” (Voci slovacche), che iniziò a uscire grazie al inanziamento degli slovacchi americani. “Il nostro obiettivo è: una nazione slovacca libera,” scrivevano. “Lo stretto legame culturale e di sangue, le tradizioni politico-storiche, le istanze vitali per il futuro, la dificile posizione delle piccole unità statali totalmente indipendenti, condurranno il popolo slovacco e il popolo ceco all’unità politica. La Slovacchia autonoma e il territorio ceco autonomo si uniranno in un unico organismo statale.”26 La missione principale era la lotta per la libertà; sulla successiva organizzazione di uno stato comune avrebbero deciso i suoi abitanti una volta ottenuta la propria patria. 2: LA NUOVA FASE DEL MOVIMENTO CECO-SLOVACCO ALL’ESTERO. 1916-1917 Sotto l’inluenza di Milan Rastislav Štefánik, il Comitato estero ceco con sede a Parigi si trasformò nel Consiglio nazionale dei paesi cechi (Conseil national des pays tchèques). Masaryk assume la presidenza del nuovo organo dell’opposizione cecoslovacca con sede a Parigi, il deputato Josef Dürich diviene vicepresidente, Edvard Beneš segretario e Štefánik rappresentante degli slovacchi. Il nome di Consiglio nazionale ceco-slovacco (Československá národná rada, ČSNR), si impose dopo l’arrivo in Europa del delegato della Lega slovacca in America Štefan Osuský.27 Fu usato per la prima volta in un documento uficiale il 29 agosto 1916 nel protocollo di Kiev che stabiliva i principi dell’azione ceco-slovacca. I irmatari – M. R. Štefánik e J. Dürich per il ČSNR, Václav Vondrák e il segretario Ján Volf per l’Unione delle comunità ceco-slovacche in Russia e Gustáv Košík per la Lega slovacca in America – vi annotarono le due fondamentali istanze dei cechi e degli slovacchi: dichiarano la loro volontà di liberarsi dal giogo tedesco-ungherese e „aspirano a evolversi in una nazione politicamente unita e indivisibile sotto l’egida e la protezione della Quadruplice intesa.“28 24 FERENČUHOVÁ, Bohumila. M. R. Štefánik a česko-slovenské hnutie v Rusku (s dôrazom na roky 1916-1917). In Milan Rastislav Štefánik a česko-slovenské zahraničné vojsko (légie). [M. R. Štefánik e i movimenti ceco-slovacchi in Russia con particolare riferimento agli anni 1916-1917. In Milan Rastislav Štefánik e l’esercito ceco-slovacco all’estero (legione)]. Ed. B. Ferenčuhová. Bratislava : Pro história 2014, p. 14. HRONSKÝ, Marián – PEKNÍK, Miroslav. Vo víre „Veľkej vojny“ – v zápase za nový štát. [La fede nella “Grande guerra” – la lotta per il nuovo stato.] In Dokumenty slovenskej národnej identity a štátnosti, zv. 1. Bratislava: Národné literárne centrum 1998, p. 420-429. 25 Dokumenty slovenskej národnej identity a štátnosti, zv. 1. Bratislava: Národné literárne centrum 1998, dok. 138, p. 442-444. 26 Ibid., dok. 141, p. 451. 27 MICHÁLEK, Slavomír. Diplomat Štefan Osuský (1889-1973). [Il diplomatico Štefan Osuský] Bratislava : Veda 1999, p. 133. 28 Dokumenty slovenskej národnej identity a štátnosti, zv. 1. Bratislava: Národné literárne centrum 1998, dok. 140, s. 449.


Il cittadino francese Štefánik riuscì dapprima a guadagnare l’appoggio di una parte dei politici francesi al programma di uniicazione ceco-slovacco: ebbe un colloquio con il presidente Aristide Briand, ottenne il sostegno di Philippe Berthelot del Ministero degli affari esteri e in seguito anche quello del ministro degli affari esteri Stephen Pichon. Faceva parte dei suoi piani porre sotto la guida politica del ČSNR l’esercito ceco-slovacco all’estero, il quale avrebbe partecipato alla guerra e avrebbe fatto ogni sforzo per giungere alla liberazione degli slovacchi e dei cechi. Con questo obiettivo intraprese un viaggio prima in Russia, poi negli Stati Uniti e inine in Italia. Il movimento ceco-slovacco registrò un successo anche sul terreno diplomatico: gli stati dell’intesa in una risposta a Woodroow Wilson nel gennaio del 1917 segnalano tra i loro obiettivi bellici la volontà di liberare dalla dominazione straniera non solo gli italiani, gli slavi e i rumeni, ma anche i cecoslovacchi.29 Tale nota ebbe il suo effetto soprattutto sulle organizzazioni di connazionali slovacchi e cechi. L’ambasciatore francese Jean Jules Jusserand trasmise a Quai d’Orsay tra il 20 gennaio e il 10 febbraio del 1917 trenta messaggi di ringraziamento da parte di associazioni e singoli individui. Tra le organizzazioni slovacche che li avevano inviati apparivano la Lega slovacca di Chicago con il suo presidente M. Šustek, l’Unione slovacca di Chicago e L’associazione nazionale Slovacca di New York.30 Con il sostegno e l’aiuto dell’ambasciatore Jusserand, Štefánik ottenne il consenso del segretario di stato Robert Lansing al tacito reclutamento di soldati nei reparti speciali che dovevano essere trasferiti in Francia. Lansing poi ricevette i rappresentanti dell’Associazione nazionale slovacca e della Lega slovacca che avevano riconosciuto l’autorità di Štefánik come rappresentante del Consiglio nazionale cecoslovacco, i quali con uno speciale documento gli comunicarono gli obiettivi dell’azione ceca e slovacca, l’intenzione di fondare uno stato comune e organizzare un’armata comune con quei volontari che negli USA non erano stati arruolati, e gli chiedevano il permesso di partire per la Francia per unirsi in un’unica compagine con le unità russe e italiane. Oltre alle funzioni militari Štefánik negli USA si dedicò a consolidare con i connazionali un programma unitario e gli obiettivi del ČSNR. Molto signiicativa fu la conferenza di New York con i sacerdoti cattolici slovacchi, i quali vollero incontrare Štefánik da solo, senza altri testimoni. Al termine del lunghissimo dibattito, Štefánik rivolse loro un appello afinché non abbandonassero la nazione in un momento storico così decisivo. I sacerdoti presenti accolsero la risoluzione concepita dal rev. Ján Kubašek e dal rev. Jozef Murgaš. Firmarono concordando che, dato il grave momento e le condizioni del popolo slovacco, avrebbero posto ine all’atteggiamento di distacco nei confronti della Lega Slovacca che era conluita in un solo organismo e lavorava per l’indipendenza della nazione, avrebbero accettato il suo programma entrando a farne parte come membri e, nell’ambito delle proprie funzioni nella sfera dei credenti, avrebbero lavorato ai comuni obiettivi cercando anche di raccogliere fondi economici destinati alla causa.31 Per i connazionali slovacchi in America, l’ammettere razionalmente che era priva di senso l’idea di costituire due distinte armate, una slovacca e l’altra ceca, signiicò mettere da parte le discussioni volte a stabilire se slovacchi e cechi fossero due nazioni diverse oppure una nazione cecoslovacca con due rami – quello ceco e quello slovacco. A Parigi da giugno a novembre del 1917 si svolsero dibattiti per la definizione dello statuto dell’esercito cecoslovacco. Il testo finale fu stilato solo al ritorno di Štefánik dagli USA, per cui si basava sul suo principio che l’armata è un attributo della sovranità nazionale“, e che di fatto appartiene dunque alla nazione ceca e slovacca rappresentata dal Consiglio nazionale. Il testo deinitivo dell’articolo 1 fu proposto da Štefánik. “I cecoslovacchi, organizzati in un’armata autonoma e riconoscendo sul piano militare la più alta autorità del comando militare francese, combatteranno contro le potenze centrali sotto la propria bandiera.” L’arti29 BENEŠ, Edvard. Světová válka a naše revoluce, zv. 1. [La guerra mondiale e la nostra rivoluzione. Vol. 1]. Praha : Orbis a Čin 1927, p. 221-250. 30 FERENČUHOVÁ, Bohumila. M. R. Štefánik a česko-slovenské hnutie v zahraničí v zrkadle francúzskych diplomatických dokumentov. In Milan Rastislav Štefánik v zrkadle prameňov a najnovších poznatkov historiograie. [M. R. Štefánik e i movimenti cecoslovacchi attraverso le fonti e le più recenti conoscenze storiograiche.] Bratislava : VHÚ – Ministerstvo obrany SR, 2010, p. 138. www.vhu.sk/data/iles/208.pdf 31 La Risoluzione fu irmata da 42 sacerdoti. L’elenco dei loro nomi e la formulazione del documento sono riportati da GETTING, Milan, op. cit., p. 122.

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colo 2, sempre nella stesura di Štefánik, recitava così: “Questa armata nazionale, sotto l’aspetto politico, riconosce la guida del Consiglio nazionale dei paesi cechi e slovacchi con sede centrale a Parigi.”32 L’elemento nuovo è dunque l’armata nazionale, come anche il riferimento esplicito al Consiglio nazionale dei paesi cechi e slovacchi come rappresentanti della nazione che amministra politicamente l’armata. Il governo francese accolse queste proposte che furono sancite dal testo del decreto del presidente Raymond Poincaré del 16.12.1917. Štefánik proseguì in modo analogo anche nelle trattative con l’Italia che si svolsero dall’inizio di marzo al 19 aprile del 1918. L’accordo fu formalmente sottoscritto da V.E. Orlando e Štefánik in occasione della ricorrenza del Natale di Roma, il 21.4.1918 e, come ebbe a constatare l’ambasciatore Barrére, mentre in Francia si trattò di un decreto presidenziale, in Italia ebbe forma di accordo fra due governi. In esso si riportava espressamente che il governo italiano riconosceva l’esistenza di una sola armata autonoma ceco-slovacca, posta, dal punto di vista nazionale, giuridico e politico, sotto la sovranità del Consiglio nazionale dei paesi ceco-slovacchi. L’obiettivo di Štefánik era porre l’armata ceco-slovacca direttamente sotto il comando supremo dei paesi dell’intesa a Versailles. Tuttavia non riuscì in questo intento, dovette fare un passo indietro e accettare una posizione autonoma dell’armata ceco-slovacca in Italia. Il successo diplomatico di Štefánik ebbe anche una notevole visibilità in occasione della consegna delle bandiere davanti alla statua del re liberatore Vittorio Emanuele, il 24.5.1918, nel terzo anniversario dell’ingresso dell’Italia in guerra, in presenza di una signiicativa rappresentanza internazionale. 33 Štefánik fu promosso generale e immediatamente ricevette altri incarichi. Già a febbraio Georges Clemencau con il consenso del ČSNR lo nominò luogotenente del comandante in capo dell’armata cecoslovacca Maurice Janin e allo scoppio del conlitto tra l’armata ceco-slovacca in Russia e i bolscevichi li mandò entrambi in Siberia. Vi arrivarono attraverso gli USA e il Giappone nell’agosto 1918. Nell’estate di quell’anno tutte le potenze dell’intesa avevano riconosciuto la nazione cecoslovacca come alleata in guerra e il suo esercito come armata nazionale alleata. In tutte le legioni i cechi combattevano insieme agli slovacchi per lo stato unitario. Nel giugno del 1918, durante il soggiorno americano di Štefánik, giunsero in Francia i primi volontari dalla Russia. Si trattava di 428 tra slovacchi e cechi che Štefánik aveva trovato nei campi di prigionia rumeni. Dopo l’occupazione della ferrovia transiberiana, l’esercito ceco-slovacco in Russia contava 54.447 soldati ed era organizzato in un corpo d’armata con due divisioni. Fino al 1920 rientrarono gradualmente nella Repubblica cecoslovacca, attraverso Vladivostok, 70.000 persone civili inclusi. L’armata ceco-slovacca in Francia aveva radunato 11.264 soldati e si era unita in battaglia sul fronte occidentale nei pressi di Vouziers e Reims. Nel novembre del 1918 il corpo d’armata cecoslovacco sotto il comando di Luigi Piccione aveva 20.000 soldati. Alle ine della guerra, grazie agli sforzi di Štefánik giunsero in Francia dagli Stati Uniti 2.300 uomini, dei quali 1.065 slovacchi. Fino a quel momento avevano combattuto nell’armata regolare degli USA contro le potenze centrali 26.000 soldati di origine slovacca e 15.000 di origine ceca. 3. ATTIVIZZAZIONE DEGLI SLOVACCHI E DEI CECHI ALL’INTERNO DELLA MONARCHIA. Nella primavera del 1917 si annunciava la ripresa delle attività del Parlamento imperiale a Vienna. I deputati cechi prepararono una dichiarazione costituzionale. Gli slovacchi del gruppo di “Hlas”, Vavro Šrobár, Anton Štefánek a František Votruba, si adoperarono eficacemente afinché venisse inserita nel documento una nota sugli slovacchi. Il 30 maggio 1917, il presidente dell’Unione ceca 32 FERENČUHOVÁ, B. M. R. Štefánik a česko-slovenské hnutie v zahraničí [Štefánik e i movimenti ceco-slovacchi all’estero], op. cit., p. 144. www.vhu.sk/data/iles/208.pdf 33 Questo argomento è affrontato nel volume Il patto di Roma e la legione Ceco-Slovacca. Tra Grande Guerra e Nuova Europa a cura di Francesco Leoncini. Vittorio Veneto (Treviso) : Kellermann editore, 2014. In particolare i capitoli KŠIŇAN, Michal. L’attività di Milan Rastislav Štefánik in Italia, p. 81-99 a HELAN, Pavel. La legione ceco-slovacca in Italia, p. 66-80. Sull’ultima missione di Štefánik si veda il volume di recente pubblicazione CACCAMO, Francesco. L´ultima missione di Milan Rastislav Štefánik alla Luce delle nuove fonti. In Per Rita Tolomeo, scritti di amici sulla Dalmazia e l´Europa centro-orientale a cura di Ester CAPUZZO – Bruno Crevato SALVAGGI – Francesco GUIDA. La Musa Talìa Editrice : 2014.


František Staněk lesse a Vienna il testo in cui i deputati cechi dichiaravano che avrebbero favorito in ogni modo la riuniicazione “di tutte le genti ceche del popolo cecoslovacco” in uno stato democratico ceco “includendo il ramo slovacco della popolazione, che vive in stretto contatto con i cechi all’interno della loro patria storica.”34 Questa dichiarazione, censurata in territorio slovacco, ebbe eccezionale risonanza in Francia e negli USA, e questo sia nelle sfere governative, sia nella sfera pubblica. Fu percepita come una bomba che avrebbe fatto esplodere la monarchia asburgica dall’interno. Ebbero eco anche le attività slovacche del 1918. La Risoluzione di Liptovský Mikuláš dei social-democratici che chiedevano “il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione anche per i popoli dell’Austria-Ungheria, dunque anche per il ramo ungherese delle genti cecoslovacche”,35 ebbe all’estero un analogo effetto. Sui giornali slovacchi tuttavia fu pubblicata nella sua formulazione originale solo dal quotidiano “Robotnícke noviny” (Il giornale dei lavoratori) e Šrobár fu per questo internato a Cegléd.36 Ebbe risonanza anche la partecipazione della delegazione slovacca capeggiata dal poeta P. O. Hviezdoslav alle celebrazioni per il teatro nazionale a Praga. Alla passività del Partito nazionale slovacco pose ine la riunione tenutasi a Turčiansky Svätý Martin il 24 maggio 1918 – nello stesso momento in cui Štefánik a Roma consegnava le bandiere al generale Graziani, comandante della Legione ceco-slovacca in Italia, avvenimento di cui in realtà a Martin nessuno era al corrente. Gli esitanti nazionalisti slovacchi furono inluenzati dalle parole decisive di Andrej Hlinka, rappresentante del Partito popolare slovacco, il quale dichiarò: “Non eludiamo la domanda, affermiamo apertamente di essere orientati a favore della Cecoslovacchia. Il matrimonio millenario con l’Ungheria non è riuscito. Dobbiamo divorziare.”37 Poi nel corso di questa riunione informale fu accolta la seguente delibera: “il Partito nazionale slovacco difende l’incondizionato diritto all’autodeterminazione del popolo slovacco e in base a questo principio rivendica la partecipazione del popolo slovacco alla creazione di uno Stato indipendente costituito dalla Slovacchia, dalla Boemia, dalla Moravia e dalla Slesia.”38 Ma solo il 30 ottobre del 1918 si ebbe a Martin un’assemblea dei rappresentanti di tutte le correnti politiche presenti sulla scena politica slovacca, ossia i rappresentanti del Partito nazionale slovacco, compresa la sua corrente agraria e contadina, il Partito popolare slovacco, la corrente liberale slovacca, ovvero i progressisti o radicali, e ancora i social-democratici slovacchi in rappresentanza dei lavoratori. Tra i centosei partecipanti dell’assemblea uficiale, irmatari di un foglio di presenze, c’erano anche coloro che non volevano esprimersi sulla legittimità di un governo cecoslovacco riconosciuto dagli alleati dell’intesa e attendevano le decisioni deinitive solo dalla conferenza della pace. Per questo sostenevano con forza soprattutto la richiesta di partecipazione della rappresentanza slovacca ai negoziati di pace. I partecipanti all’assemblea uficiale di Martin sentivano l’obbligo di ‘guadagnare credito’ davanti alla loro nazione, e di rispettare nello stesso tempo i consigli e le precedenti dichiarazioni di un partner più forte e più preparato. L’assemblea di Martin si limitò dunque a constatare che “il popolo slovacco è parte integrante del popolo cecoslovacco sia per la componente linguistica sia per quella storico-culturale” e “a ribadire con forza che a tutte le battaglie culturali intraprese dal popolo ceco e che lo hanno reso celebre in tutto il mondo, ha preso parte anche il ramo slovacco”, e chiedeva pertanto per “il popolo cecoslovacco pieno diritto all’autodeterminazione sulla base di una completa indipendenza.” Espresse la propria approvazione “al nuovo corso del diritto internazionale, formulato il 18 ottobre dal presidente Wilson e ratiicato il 27 ottobre dal ministro degli esteri dell’Austria-Ungheria.” 39 34 Dokumenty slovenskej národnej identity a štátnosti, zv. 1. Bratislava: Národné literárne centrum 1998, dok. 142, s. 453. 35 Ibid., dok. 148, p. 472. 36 HRONSKÝ, Marián. Slovensko pri zrode Československa. [La Slovacchia nella nascita della Cecoslovacchia.] Bratislava : Nakladateľstvo Pravda 1987, pp. 236-239. 37 HRONSKÝ, Marián. Boj o Slovensko a Trianon. [La lotta per la Slovacchia e per il Trianon.] Bratislava : Veda 1998, p. 28. 38 Ibid. 39 FERENČUHOVÁ, Bohumila – ZEMKO, Milan a kol. Slovensko v 20. storočí, tretí zväzok. V medzivojnovom Československu.[La Slovacchia nel XX secolo, terzo volume. La Cecoslovacchia fra le due guerre.] Bratislava : Veda 2012, p. 23.

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La deinizione di “nazione ceco-slovacca” era legata alla decisione di creare uno stato comune con i cechi,40 la deliberazione dell’assemblea di Martin nello stesso tempo esprimeva approvazione per i precedenti passi compiuti dagli alleati, i quali avevano già legittimato un governo cecoslovacco all’estero. Il sintetico telegramma spedito a Praga da Matúš Dula, è la conferma che la posizione di base dei nazionalisti slovacchi dal maggio 1918 non era sostanzialmente mutata. I partecipanti all’assemblea di Martin decisero, in nome del popolo slovacco, di creare uno stato comune costituito dalla Slovacchia, dalla Boemia, dalla Moravia e dalla Slesia. Il fatto che lo Stato cecoslovacco fosse già stato proclamato a Praga il 28 ottobre, non sminuisce in alcun modo il valore di quella decisione. Gli atti costituzionali del governo cecoslovacco estero del 18 ottobre, quelli della Commissione nazionale di Praga del 28 ottobre e la deliberazione di Martin del 30 ottobre del 1918, crearono tutti insieme il necessario presupposto per la nascita di uno Stato comune la cui esistenza fu più tardi ratiicata dalla conferenza di pace.

40 Su questa problematica vedi FERENČUHOVÁ, Bohumila. L’identité slovaque dans la République tchécoslovaque multiculturelle 1918-1938. Positionnement du problème. In Political and cultural transfers between France, Germany and Central Europe 1840-1945. A cura di Bohumila Ferenčuhová e Jean-Louis Georget. Bratislava: Veda 2010, pp. 212-237. Testo identico in slovacco pp. 238-259.


Rita Tolomeo L’Italia e l’Europa centro-orientale nel contesto internazionale e il problema delle nazionalità (1917-1918) Allo scoppio della prima guerra mondiale era previsione diffusa negli ambienti politici e diplomatici che il conlitto, qualunque fosse stato il suo esito, avrebbe avuto importanti ripercussioni sull’assetto europeo e balcanico. Da parte dei governi dell’Intesa, comunque, non vi era alcun impegno per il disfacimento dell’Austria-Ungheria, ma anzi erano stati compiuti svariati tentativi per staccarla dalla Germania con la promessa di futuri vantaggi. Una mentalità austroila d’altronde sopravviveva per secolare tradizione in diversi ambienti francesi e inglesi e perino negli Stati Uniti ancora neutrali, dove la duplice monarchia raccoglieva simpatie per una sorta di analogia che veniva ravvisata tra l’insieme delle realtà riunite sotto lo scettro degli Asburgo e la federazione nordamericana. Se per Francia e Inghilterra il nemico era la Germania, per l’Italia l’avversario era la duplice monarchia. Tra Roma e Vienna esistevano diversi motivi di attrito, che pur nella cornice della Triplice Alleanza, avevano reso dificile la collaborazione diplomatica: il controllo dell’Adriatico, la gara per affermare ciascuna la propria inluenza nell’Albania ancora ottomana, la questione dei territori sotto il dominio degli Asburgo abitati da genti di etnia e lingua italiane che aspiravano ad unirsi al Regno. Così quando nell’aprile del 1915, rompendo gli indugi, l’Italia sottoscrisse il Patto di Londra, le richieste avanzate da Roma rispondevano a precise esigenze di completamento dello Stato, di ricerca di un conine naturale e strategico, di riunione con le comunità di lingua italiana d’oltre conine. Il completamento dello Stato unitario veniva quindi presentato come rispondente al principio di nazionalità, quella degli italiani sudditi austriaci. Nei mesi della neutralità, la situazione dell’Italia si presentava complessa. «Esclusa per l’assoluta renitenza del Paese ogni possibilità di collaborazione con gli Imperi Centrali»1, rimanevano solo due alternative: la neutralità o l’intervento a ianco dell’Intesa, ipotesi quest’ultima subordinata all’impegno da parte di Francia, Inghilterra e Russia che avrebbero «seriamente garantito la realizzazione, nella massima misura possibile, delle aspirazioni nazionali [del Regno] verso il Trentino e verso l’Istria»2. Neutralisti o interventisti che fossero, tutti comunque in quei mesi erano d’accordo sul fatto che il conlitto dovesse essere l’occasione tanto attesa per ottenere le terre italiane ancora sotto l’Austria-Ungheria, ma se i primi speravano di poter giocare la carta dei compensi in caso di ingrandimenti territoriali dell’Austria, quelli che spingevano per l’entrata in guerra afidavano alle armi il compimento dell’unità. Non tutti gli interventisti, tuttavia, auspicavano la dissoluzione della monarchia danubiana. Non ne erano fautori i “moderati” che affondavano le loro radici nel pensiero di quanti nell’Ottocento con i loro scritti avevano sostenuto l’estromissione dell’Austria dai territori italiani ancora in suo possesso, senza tuttavia mettere in discussione la sopravvivenza dell’État du centre di cui si sottolineava l’importante funzione storica quale baluardo contro l’espansione panslava sotto l’egida russa. Era questa un’opinione diffusa tra molti uomini politici tra cui il ministro degli Esteri Sonnino, irmatario del Patto di Londra, convinto assertore della necessità di completare il processo di uniicazione dell’Italia garantendole la 1

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Memoriale del 30 settembre 1914 del presidente del consiglio Antonio Salandra al re Vittorio Emanuele III citato da Augusto Torre , Il primo conlitto mondiale (1914-1918). La neutralità e l’intervento, la guerra e la vittoria, in Augusto Torre, Rodolfo Mosca, Ruggero Moscati, Renato Grispo, Renato Mori, Mario Toscano. Gianluca André, Pietro Pastorelli, La Politica estera italiana dal 1914 al 1943, ERI, Torino, 1963, p. 9. Ibidem, p. 27

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sicurezza strategica a nord come in Adriatico. Preoccupato per la possibile formazione di un Regno jugoslavo a est che potesse esercitare la sua pressione sul conine orientale e sul mare, Sonnino per tutto il conlitto sarebbe rimasto sordo alle aspirazioni nazionali delle diverse componenti slave della duplice monarchia. Dall’altro lato vi erano coloro che agivano nella prospettiva di un inevitabile cambiamento nella sistemazione dell’Europa centro-orientale e balcanica. Due gli schieramenti: i nazionalisti che, in quanto fautori di un futuro “imperialismo” politico ed economico dell’Italia a est, erano animati da sentimenti ostili ai vicini slavi; e i democratici che, legati alle idealità mazziniane e alla tradizione risorgimentale che a quelle faceva riferimento, ritenevano al contrario che non vi potessero essere alternative alla collaborazione italo-slava se si voleva affermare la grandezza del Regno in ambito internazionale3. «In Italia – scrive Stefano Santoro – i circoli mazziniani guardarono con interesse ai polacchi, ai cechi, agli slavi del Sud, ai magiari, ai rumeni, dando nuovi contenuti politici al vecchio paradigma della ‘latinità’: i popoli dell’Est avrebbero dovuto spezzare i vincoli delle catene degli Imperi, lottando per la libertà sotto l’ispirazione e la guida dei patrioti italiani»4. All’interno della duplice monarchia lo scoppio del conlitto trovava la maggior parte dei sudditi su posizioni lealiste. Limitati gruppi appartenenti alle élites nazionali formulavano richieste di autonomia o sollecitavano riforme dell’Impero asburgico che avevano radici in progetti di integrazione politica e culturale tra le diverse comunità etniche dell’Europa danubiana e balcanica di matrice risorgimentale. A partire però dal 1916 si può dire che l’idea di un distacco da Vienna avesse ormai preso piede. Alla ine di giugno di quell’anno le aspirazioni a dar vita a Stati nazionali da parte di cechi, slovacchi, polacchi, slavi meridionali emersero decise alle III Conferenza delle Nazionalità tenutasi a Losanna, espressione evidente della volontà di inliggere un colpo mortale alla vecchia signora e ridisegnare la carta europea dal Baltico all’Egeo. Fiduciosi nella vittoria dell’Intesa, gli esponenti più in vista dei diversi movimenti nazionali avevano scelto la via dell’esilio per sollecitare i governi occidentali ad occuparsi dei problemi dei popoli “oppressi” e dar loro un futuro di libertà e indipendenza. Spostandosi tra Londra, Parigi, Roma e gli Stati Uniti, essi fondarono diversi comitati che da centri di propaganda si sarebbero trasformati nel corso del conlitto in governi in esilio capaci di agire con sempre maggiore autorità sui governi dell’Intesa e sulle formazioni militari del campo avverso. Nell’aprile del 1915 era nato a Parigi un Comitato jugoslavo (la cui sede era poi stata issata a Londra) presieduto dal croato Ante Trumbić favorevole alla nascita di uno Stato slavo meridionale su basi federalistiche progetto condiviso anche da parecchi dirigenti politici sloveni che operavano all’estero5. Le idealità di questi croati e sloveni affondavano le loro radici nel pensiero e nell’azione di colui che nel corso dell’Ottocento era stato uno dei più convinti fautori dello jugoslavismo: il vescovo di Djakovo, in Slavonia, Josip Juraj Strossmayer6. Presso i serbi, che in dalla costituzione del principato autonomo nel 1830 avevano orientato la loro politica verso i territori del vicino dell’Impero ottomano, l’idea di un compromesso con le altre componenti slave del mondo danubiano balcanico era piuttosto recente. Scoppiato il conlitto, la posizione espressa dal capo del governo in esilio Nikola Pašić era sì quella della creazione di uno Stato slavomeridionale, di tipo centralistico, risultato dell’allargamento del Regno dei Karadjordjević a tutti i territori abitati dai serbi con l’inclusione di croati e sloveni già 3

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Francesco Leoncini, Un fugace ritorno delle idealità mazziniane: “Il Congresso delle Nazionalità oppresse dall’Impero austro-ungarico” (Roma, aprile 1918) e la nascita della legione cecoslovacca, in Il Patto di Roma e la Legione Ceco-Slovacca. Tra Grande Guerra e Nuova Europa, a cura di Francesco Leoncini, Kellermann, Vittorio Veneto (Treviso) 2014, p. 25. Stefano Santoro, L’Italia e l’Europa orientale: diplomazia culturale e propaganda 1918-1943, FrancoAngeli, Milano 2005, p. 28. Allo scoppio del conlitto mondiale il movimento nazionale sloveno si divise tra clericali conservatori, sostenitori di Vienna e della dichiarazione di guerra alla Serbia, e nazional-liberali che, pur condannando l’attentato, riiutavano lo scontro bellico e accusavano i clericali di aver rinnegato l’idea di unità degli slavi meridionali. Joachim Hösler, Slovenia, Beit, Trieste 2008, p. 150. Egidio Ivetic, Jugoslavia sognata. Lo Jugoslavismo delle origini, FrancoAngeli, Milano 2012, pp. 115-131.


facenti parte della duplice monarchia. All’interno dei sostenitori dello jugoslavismo esistevano quindi inalità diverse e posizioni contrastanti riguardo al sistema di governo del futuro Stato comune che portarono il governo serbo e il Comitato Jugoslavo ad operare a lungo separatamente. La caduta dello zarismo, tradizionale sostenitore di Belgrado, e le voci insistenti di una possibile pace separata dell’Austria-Ungheria inirono però col persuadere serbi e croati dell’opportunità di superare le diversità di vedute rivolgendo gli sforzi verso la costituzione di uno Stato indipendente slavo meridionale con la irma del patto di Corfù del luglio 1917. Quanto agli ambienti uficiali dell’Intesa in Inghilterra come in Francia, questi inizialmente sembravano non attribuire grande interesse all’impatto che il principio di nazionalità avrebbe potuto avere sull’andamento della guerra e sulla futura sistemazione di pace nel continente. Un’importante funzione di orientamento a favore delle nazionalità fu svolta dagli ambienti culturali. In Inghilterra, ad esempio, fu soprattutto lo storico Robert Seton-Watson, che nella sua veste di corrispondente del «Times» da Vienna aveva avuto modo di approfondire lo studio dei problemi nazionali della monarchia, a tessere i contatti tra gli ambienti della politica britannica e gli esponenti dei movimenti nazionali dell’Europa centro-orientale che operavano a Londra. Seton-Watson, insieme al giornalista Henry Wickham Steed e ad altri sostenitori della causa delle nazionalità dell’est Europa, diede vita alla Serbian Society of Great Britain per orientare la politica inglese e lavorare per un «accordo amichevole fra slavi del Sud, l’Italia e la Romania»7. Il governo Sonnino, tuttavia, restava fermo sulle sue posizioni nella convinzione che un’adesione da parte italiana a progetti di dissoluzione dell’Impero asburgico, estranei ai programmi del governo all’inizio del conlitto, avrebbe potuto essere vista come un’implicita approvazione della formazione di un futuro Stato slavo meridionale e dato maggior peso politico ai contendenti dell’Italia sull’Adriatico rendendo più dificile il trionfo delle rivendicazioni italiane8. Mentre tali preoccupazioni condizionavano l’adesione dei circoli uficiali del Regno alla politica di liberazione delle nazionalità “oppresse” dall’Austria-Ungheria, alcuni esponenti dell’interventismo di sinistra ancora inluenti sulla politica italiana da Leonida Bissolati a Gaetano Salvemini, da Luigi Albertini a Ugo Ojetti ad Andrea Torre si adoperavano per dare una soluzione alla questione adriatica in accordo con gli jugoslavi. Bisognava sensibilizzare l’opinione pubblica e il governo sulla questione sostenendo che, di fronte a un processo ormai avviato di dissoluzione del vicino Impero sovranazionale, l’Italia avrebbe ottenuto risultati maggiori se si fosse messa a capo dei movimenti di liberazione nazionale conquistando le simpatie e la riconoscenza delle giovani nazioni. Se gli uomini politici non avessero scelto di volgere quella che era ormai una sicura modiica dell’equilibrio europeo a proprio vantaggio, intraprendendo una politica diversa, sarebbero certamente andati incontro all’isolamento internazionale e alla perdita di prestigio. «E proprio per tali motivi– scrive lo storico Angelo Tamborra - questi italiani sono i più sensibili di fronte al problema della ricerca di un limite che sia il più aderente possibile alla situazione nazionale adriatica»9. Molti di questi politici e giornalisti ebbero contatti con un importante igura del gruppo dei fondatori del Comitato jugoslavo il dalmata Frano Supilo che nel corso del conlitto aveva raggiunto l’Italia per caldeggiare un’intesa tra italiani e jugoslavi che portasse alla deinizione del conine comune su base etnica, riuscendo a conquistando simpatie e consensi10.

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Santoro, L’Italia e l’Europa orientale, p. 3. In realtà il patto di Londra non ignorava l’ipotesi dello smembramento dell’Austria-Ungheria basta leggere le clausole che ad esempio prevedevano il litorale diviso in tre Croazia, Italia Serbia. Pietro Pastorelli. Dalla prima alla seconda guerra mondiale. Momenti e problemi della politica estera italiana, Led, Milano 1997, p. 209-210. 9 Angelo Tamborra, L’idea di nazionalità e la guerra 1914-1918, 1973, in «Atti del XLI Congresso di Storia del Risorgimento italiano» (Trento 9-13 ottobre 1963), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma 1965, p. 255. 10 Risale a questi anni la sua amicizia con Guglielmo Ferrero, studioso già di notorietà internazionale ed esponente dell’interventismo “democratico”, e la moglie di questi Gina Lombroso con i quali mantenne un interessante scambio epistolare. Leoncini, Un fugace ritorno delle idealità mazziniane, p. 29.

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La possibile disgregazione della duplice monarchia non riguardava certo solo i suoi territori meridionali: la guerra aveva subito assunto i caratteri di un conlitto di tipo risorgimentale dando voce alle aspirazioni all’emancipazione di tutte le nazionalità “oppresse”. Al momento dello scoppio del conlitto anche i cechi e gli slovacchi si erano posti il problema del loro avvenire e se la maggioranza era orientata per la conservazione della duplice monarchia seppure riorganizzata su basi federalistiche per dare spazio a tutte le componenti nazionali, alcuni intellettuali e politici si orientavano per la nascita di uno Stato ceco-slovacco indipendente, certi della vittoria dell’Intesa. La dichiarazione di guerra alla Serbia li aveva deinitivamente convinti che il destino della nazione ceca dovesse essere disgiunto da quello degli Asburgo i quali riiutando la scelta trialistica a favore del dualismo avevano affermato il predominio dell’elemento tedesco e magiaro su quello slavo. Tra questi intellettuali, la cui azione si svolse nelle ile dell’emigrazione, vi era Tomáš Garrigue Masaryk già professore e deputato al Reichsrat. Questi fu il principale propagatore della reciprocità cecoslovacca, deinito da Gaetano Salvemini «il Mazzini dei Czechi» per i parallelismi che il direttore de «L’Unità» coglieva tra le due igure nell’attenzione che riservavano ai «cosiddetti ‘risvegliatori’ della coscienza nazionale slava»11. Accanto a lui avrebbero operato un altro ceco Edvard Beneš, considerato il suo migliore allievo, abile nel costruire la rete di contatti con quanti rimasti nei territori cechi e slovacchi operavano rischiando l’accusa e la condanna a morte per tradimento, e lo slovacco Milan Rastislav Štefánik, un astronomo, che trasferitosi in Francia ne aveva assunto la cittadinanza nel 191212. Questi, arruolatosi volontario nell’aviazione francese allo scoppio della guerra, svolse numerose e importanti missioni che gli valsero il grado di generale. Dalla loro collaborazione nacque nel 1916 a Parigi il Conseil National des Pays Tchèques (poi trasferito a Londra e trasformato prima della ine del conlitto in governo provvisorio13), nel quale Masaryk rivestì la carica di presidente, Štefánik di vicepresidente e Beneš di segretario. Nell’autunno del 1917 fu proprio quest’ultimo a creare un Comitato di coordinamento dei diversi gruppi nazionali attivi nell’emigrazione per dar vita a una grande manifestazione in cui potessero avere voce le loro rivendicazioni. Proprio in quegli stessi mesi la disfatta subita a Caporetto impresse una svolta alla politica italiana che rideinì il proprio atteggiamento verso gli slavi della monarchia, riscoprendo quella politica delle nazionalità che aveva caratterizzato il Regno all’indomani della sua nascita e l’importanza della propaganda nei confronti dei popoli dell’est europeo. Se, come già detto, la ine dell’Impero asburgico non era rientrata negli scopi iniziali dell’Intesa, i fermenti nazionali vennero via via considerati una valida arma per mettere in dificoltà il nemico. Non sfuggiva l’importanza di far leva sui sentimenti di nazionalità presso i prigionieri di guerra per costituire unità militari nazionali in collegamento con gli organismi politici delle diverse nazionalità cechi, romeni, polacchi, serbi (poi jugoslavi) e sul fronte austro-russo anche italiani delle cosiddette terre irredente. Un’opera sottile di disintegrazione dell’esercito austro-ungarico sarebbe stata così messa in atto in Russia, dove non si valutò appieno come la virulenza dei fermenti nazionali avrebbero potuto essere letali anche per l’Impero zarista, in Francia sul cui fronte combatterono unità regolari polacche, con bandiera propria e rispondenti al Comitato nazionale polacco con sede a Parigi, e un corpo autonomo ceco militarmente alle dipendenze del Comando supremo francese, ma con bandiera propria e dal punto di vista politico sotto la direzione del Consiglio nazionale di Parigi. Negli Stati Uniti entrati

11 Pasquale Fornaro, Tomáš G. Masaryk interprete di Mazzini: alcuni parallelismi intorno ai concetti di “nazione”, “democrazia”, umanità”, in Id., L’“altra” Europa. Temi e problemi di Storia dell’Europa orientale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 87-99. 12 Su Štefánik si veda il recente Francesco Caccamo, L’ultima missione di Milan Rastislav Štefánik alla luce delle nuove fonti, in Per Rita Tolomeo, scritti di amici sulla Dalmazia e l’Europa orientale, a cura di Ester Capuzzo, Bruno Crevato-Selvaggi, Francesco Guida, La Musa Talia editrice, Venezia 2014, pp. 208-228. 13 All’interno del Consiglio non tutti approvarono tale decisione. Tra questi l’ormai generale Štefánik. F. Caccamo, L’ultima missione di Milan Rastislav Štefánik alla luce delle nuove fonti, in Per Rita Tolomeo scritti di amici sulla Dalmazia e l’Europa centro-orientale, a cura di E. Capuzzo, B. Crevato-Selvaggi, F. Guida, la Musa Talìa editrice, Venezia 2014, p. 208.


in guerra nel 1917, solo nel luglio del 1918 fu prevista la formazione di una non meglio deinita «Legione slava». In Italia l’utilizzo dello strumento della propaganda nazionale per minare le forze avversarie era ben visto dal Comando supremo indipendentemente da qualsiasi disegno o pressione degli ambienti politici. Data la posizione del fronte italiano era evidente l’impatto che la propaganda nei confronti delle nazionalità dell’Europa centro-orientale avrebbe potuto avere per le sorti del conlitto. I prigionieri divisi per nazionalità e distribuiti in campo diversi sul territorio della penisola, venivano posti in contatto con i rispettivi organismi nazionali così da creare legioni nazionali. Se nessuna dificoltà sorse per la formazioni di legioni ceche, polacche e romene, più complessa fu la costituzione di unità jugoslave per i già ricordati rilessi che la loro creazione avrebbe avuto sulla questione adriatica sia per i non facili rapporti tra elementi serbi e croati. Sul piano politico l’azione di propaganda da parte italiana aveva ino a quel momento avuto lo scopo di convincere l’opinione pubblica, soprattutto dei paesi alleati, della validità delle aspirazioni del Regno e guadagnare simpatie e appoggi alla causa italiana. Un primo importante apporto a una azione diretta a est venne dagli ambienti irridentisti liberal-nazionali che ruotavano intorno alla igura del iumano Enrico Scodnik, uno dei fondatori del Comitato italiano per l’indipendenza czeco-slovacca, e membro del consiglio centrale della “Dante Alighieri”. La propaganda afidata inizialmente alla Società, fu poi trasferita con il governo Boselli all’Uficio di propaganda di guerra all’estero costituito nel 1916 e posto sotto la direzione del ministro senza portafogli Vittorio Scialoja. Dopo il disastro di Caporetto il nuovo presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando preferì istituire il Sottosegretariato per la Propaganda all’estero afidandolo a Romeo Adriano Gallenga Stuart che aveva già al suo attivo numerosi viaggi all’estero per conto dell’Uficio di propaganda di guerra. Fu a Londra dove, grazie ai suoi legami familiari, riuscì a incontrare politici e industriali inglesi ottenendo il loro sostegno agli obiettivi italiani. Nel corso della missione ebbe modo di stabilire diversi contatti anche con i principali esponenti dell’emigrazione polacca, ceca, romena e con il Comitato jugoslavo, le cui ragioni trovavano benevola accoglienza negli ambienti inglesi. Gallenga si era così convinto che la “questione adriatica” avrebbero potuto essere risolta in nome dell’unità e dell’indipendenza nazionali solo trovando un accordo tra le aspirazioni italiane e quelle jugoslave che avrebbe consentito di sconiggere quanti si opponevano allo smembramento della duplice monarchia. Convinto che «insistendo con tatto, il movimento jugoslavo [avrebbe inito] per rassegnarsi alle pretese italiane sulla Dalmazia»14, si era così posto su posizioni vicine a quelle di altri uomini politici sensibili alla questione delle nazionalità15. Tra quanti facevano appello alle solidarietà create dalla lotta nazionale e offrivano appoggio a tutti i movimenti di rinascita nazionale vi erano gli eredi degli ideali mazziniani e democratici come Leonida Bissolati, Gaetano Salvemini, Giovanni Amendola, Andrea Torre. É proprio in questi ambienti che prese corpo un’importante iniziativa: il Congresso delle Nazionalità oppresse dall’Austria-Ungheria che si tenne a Roma dall’8 al 10 aprile 1918 in Campidoglio che rappresentò secondo alcuni storici il momento più importante«il punto più alto della politica italiana di appoggio alle nazionalità dell’impero asburgico»16. Il Comitato per l’accordo tra le Nazionalità oppresse dall’Austria-Ungheria promotore della manifestazione si fece carico di raccogliere l’adesione dei rappresentanti delle diverse componenti nazionali facenti parte dell’Impero asburgico al ine di sostenere una vigorosa politica delle nazionalità che potesse costituire un impegno morale per il futuro. Numerosi gli uomini politici che parteciparono ai lavori tra loro il ceco Edvard Beneš, lo slovacco Milan Rastislav Štefánik, il croato Ante Trumbić, i polacchi Konstanty Skirmunt, Maciej Loret, Jan Zamorski, i

14 Roma, Archivio Centrale dello Stato, Carte Orlando, b. 5, f. 236, Romeo Gallenga Stuart. a Vittorio Emanuele Orlando, 13 agosto 1917. 15 Santoro, L’Italia e l’Europa orientale, p. 34. 16 Ibidem, p. 35

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rumeni Minai Sturdza e Simion Mandreşcu17. Il Congresso si chiuse il 10 aprile dopo aver raggiunto alcuni punti di intesa per un’azione comune: la duplice monarchia era indicata come l’«ostacolo fondamentale» alla realizzazione delle aspirazioni dei popoli a lei soggetti; veniva affermato il diritto delle diverse nazionalità «a costituire la propria nazionalità ed unità statale e a completarla ed a raggiungere la piena indipendenza politica ed economica»; e pertanto veniva riconosciuta «la necessità della lotta comune contro i comuni oppressori» per raggiungere «la totale liberazione e la completa unità nazionale». Al momento veniva lasciata da parte qualsiasi controversia territoriale; anzi veniva chiesto ai governi dell’Intesa di evitare qualsiasi azione politica che potesse contribuire ad accrescere le rivalità nazionali e di proclamare che la liberazione delle nazionalità oppresse rientrava negli scopi di guerra dell’Intesa. Si chiedeva inine di accordare alle unità formate dagli ex prigionieri di guerra e volontari delle diverse nazionalità lo status di soldati alleati. Il Congresso di Roma segnò di fatto la dissoluzione della duplice monarchia ancor prima della sua deinitiva sconitta. Per gli Alleati e in particolare per l’Italia rappresentò un ulteriore strumento per esercitare pressione sulle nazionalità asburgiche e piegare inalmente l’Austria-Ungheria contro la quale la sola forza militare non riusciva ad ottenere l’agognata vittoria. Si era trattato di una iniziativa in linea con l’azione politica avviata a metà dell’Ottocento che aveva collegato lo sforzo risorgimentale italiano ai movimenti centro-europei e balcanici. Cospirazioni insurrezionali, azioni diplomatiche e militari in stretta connessione con la politica uficiale del Regno, sapientemente diretta da Cavour, o con le gesta di Garibaldi e dei suoi garibaldini nelle varie rivoluzioni nazionali dai Baltici all’Egeo, o con il messaggio mazziniano rimasto vivo ino alla prima guerra mondiale. Il Congresso aveva visto affermarsi la linea di quanti in Italia erano sostenitori della politica delle nazionalità ed auspicavano una sempre più stretta collaborazione in funzione anti-asburgica con i popoli dell’Impero. Con la conclusione delle ostilità il problema investì direttamente il governo al cui interno il ministro per gli approvvigionamenti militari Bissolati si schierava per l’abbandono di quegli aspetti del patto di Londra in contraddizione con il principio di nazionalità. Prevalse la linea del ministro degli Esteri Sonnino contrario a preventive rinunce e favorevole al mantenimento del Patto come base contrattuale per i negoziati di pace. L’Italia avrebbe così inito per assumere una posizione eccentrica all’interno della coalizione vincitrice che le avrebbe alienato molte di quelle simpatie che il suo processo risorgimentale aveva suscitato nei popoli dell’Europa centro-orientale ormai divenuti indipendenti. I vari movimenti nazionali affacciatisi nel corso dell’Ottocento avrebbero così trovato una prima risposta, non sempre soddisfacente, alle loro aspettative alla ine del conlitto nella conferenza di pace, per poi riproporsi nella seconda guerra mondiale e ancora dopo nella dificile ricerca di una soluzione del problema dei limiti tra una nazione e l’altra. Come scrive ancora lo storico Angelo Tamborra «Sarà proprio esso [cioè il problema dei limiti territoriali], nelle sue origini risorgimentali e nella sua esplosione durante la guerra, a determinare una situazione di crisi endemica nella convivenza europea e mediterranea, sino ai giorni nostri»18.

17 Francesco Guida, Lo Stato nazionale rumeno e l’Italia. Opinione pubblica e iniziative diplomatiche, «Rassegna Storica del Risorgimento», a., 1983, pp. 425-462. 18 Tamborra, L’idea di nazionalità e la guerra, p. 255.


Michal Kšiňan, Istituto Storico, SAV (Accademia Slovacca delle Scienze) Il ruolo di Milan Rastislav Štefánik nel conflitto tra la missione italiana e la missione francese in Cecoslovacchia. 1* Štefánik fu tra i maggiori protagonisti della resistenza cecoslovacca durante la Prima guerra mondiale, tra coloro che si batterono per la dissoluzione dell’Austria-Ungheria, per la nascita di una “nuova Europa” e soprattutto per la nascita della Cecoslovacchia. Insieme a Eduard Beneš e Tomáš G. Masaryk, ebbe un ruolo decisivo nella creazione delle legioni cecoslovacche in Francia, Russia e Italia. Questo esercito fu costituito principalmente da prigionieri cecoslovacchi in Russia, Italia, Serbia e Romania, ma anche dai connazionali che vivevano nei paesi dell’Intesa. Štefánik svolse funzioni di rilievo nel movimento cecoslovacco, fu vicepresidente del Consiglio nazionale cecoslovacco, l’organo direttivo della resistenza, e in seguito, dopo la nascita del governo provvisorio, fu ministro della guerra. Gli furono conferite numerose e importanti onoriicenze civili e militari. Štefánik nell’Europa di oggi e nel mondo non è celebre come i suoi due collaboratori cechi, poiché morì poco dopo la ine della guerra, nel 1919, e non ebbe la possibilità di proseguire nella carriera che aveva brillantemente avviato. Dopo la nascita del nuovo Stato, Masaryk divenne Presidente e Beneš ministro degli affari esteri, e quando Masaryk abdicò nel 1935 Beneš lo sostituì nel ruolo di Presidente. L’Italia durante la Prima guerra mondiale fu un prezioso alleato della resistenza cecoslovacca e Štefánik le prestò la dovuta attenzione. Egli ebbe un ruolo chiave nella creazione delle legioni cecoslovacche in Italia, ma in più si impegnò nel paese anche come diplomatico. La resistenza cecoslovacca, analogamente a quella di altre nazioni dell’Austria-Ungheria, riuscì a presentare un progetto per distruggere le monarchia che era in sintonia con gli interessi dell’Intesa. Il più grande problema erano i diritti che Jugoslavia e Italia rivendicavano sugli stessi territori della sponda adriatica. Štefánik era consapevole di quanto fosse importante una riconciliazione tra Italia e Jugoslavia per la resistenza cecoslovacca. Realizzò pertanto alcune missioni in Italia durante le quali tentò di riavvicinare la resistenza italiana e quella jugoslava. Da un lato riconosceva i diritti degli italiani a una supremazia sul mare Adriatico, dall’altro sosteneva che per assicurarsi quest’ultima l’Italia non aveva bisogno di annettersi l’intera Dalmazia, ma sarebbero stati suficienti alcuni punti strategici. Nello stesso tempo si lamentava delle eccessive richieste degli jugoslavi, che non avevano intenzione di cedere. Grazie alle sue numerose missioni in Italia e grazie agli eccellenti contatti con i più illustri rappresentanti dello Stato, Štefánik godeva di un’immagine

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*Questo studio si ricollega al testo: KŠIŇAN Michal, L’attività di Milan Rastislav Štefánik in Italia, in LEONCINI Francesco (ed.), Il patto di Roma e la legione cecoslovacca. Tra grande guerra e nuova Europa. Kellermann Editore: 2014, pp. 81-99. Pubblicato in slovacco con il titolo: KŠIŇAN Michal, Aktivity M. R. Štefánika v Taliansku, in FERENČUHOVÁ Bohumila (ed.), Milan Rastislav Štefánik a česko-slovenské zahraničné vojsko (légie). [M. R. Štefánik e l’esercito cecoslovacco all’estero (legione).] Bratislava: Pro Historia, 2014, pp. 47-59. Lo studio è stato pubblicato nell’ambito del progetto VEGA 2/0135/15 Víťazstvo a pád Tretej republiky. Malá dohoda medzi Francúzskom a Talianskom 1914-1940 [Vittoria e caduta della Terza repubblica. La Piccola Intesa tra Francia e Italia 1914-1940] con il inanziamento dell’Agenzia per il sostegno della ricerca e dello sviluppo in base all’accordo n. APVV-0628-11.

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molto positiva nella sfera della élite politica italiana. Non bisogna tra l’altro dimenticare che era idanzato con la marchesa italiana Giuliana Benzoni.2 In questo mio contributo mi dedicherò principalmente alla rivalità italo-francese nella neonata Cecoslovacchia e al ruolo di Štefánik nella fase di riconciliazione. Molti hanno accusato Štefánik di italoilia. Ad esempio il comandante della missione militare francese in Cecoslovacchia, il generale Maurice Pellé, espresse la sua insoddisfazione quando venne a sapere che Štefánik aveva l’incarico di negoziare un compromesso tra Italia e Francia riguardo alle competenze delle rispettive missioni militari in Cecoslovacchia: “In primo luogo Štefánik non è assolutamente soddisfatto della missione francese a Praga. Si rammarica di non essere stato consultato sulla formazione di tale missione. Forse voleva assumere lui stesso il ruolo che oggi io occupo. È un italoilo.” 3 Tuttavia il suo rapporto con l’Italia, come anche quello con la Francia, era più complicato. Štefánik fu in primo luogo leale nei confronti della Cecoslovacchia, ma si deve anche evidenziare che ebbe un rapporto molto stretto con paesi come la Francia e l’Italia. ORIGINE, CAUSE E RISOLUZIONE DEL CONFLITTO ITALO-FRANCESE IN CECOSLOVACCHIA La Prima guerra mondiale portò al tramonto di molte grandi monarchie che avevano tradizionalmente inluenza nell’Europa centrale e nei Balcani. Il crollo dell’Austria-Ungheria e dell’Impero ottomano, il sensibile indebolimento della Germania o i conlitti interni in Russia, crearono un vuoto di potere che Italia e Francia cercarono di colmare. Le élite italiane videro nella Prima guerra mondiale quell’opportunità di espansione sull’Adriatico che era stata avallata dal Patto di Londra del 1915. Tali ambizioni tuttavia si scontravano principalmente con gli interessi della Francia e in parte della Gran Bretagna. La situazione si inasprì soprattutto riguardo alla nascita del Regno dei serbi, croati e sloveni, le cui rivendicazioni territoriali coincidevano con quelle degli italiani. La Francia considerava antifrancese la politica italiana nei Balcani. Nemmeno la Gran Bretagna sosteneva le rivendicazioni italiane e per i rappresentanti degli Stati Uniti avrebbe dovuto essere la futura Società delle nazioni a garantire la sicurezza dell’Italia. Durante la Conferenza di pace a Parigi, la tensione crebbe a tal misura che la delegazione italiana lasciò il tavolo delle trattative e rientrò in patria.4 I rappresentanti francesi in Italia fornivano regolari informazioni sugli umori antifrancesi della società locale.5 Ma i Balcani non erano l’unica querelle della rivalità franco-italiana, che aveva indubitabilmente radici più profonde e risaliva alla più antica rivalità fra le due potenze del mondo romano. Poco dopo la ine della guerra, emerse un serio conlitto tra Italia e Francia, o meglio tra Italia e Cecoslovacchia, sulla questione del comando dell’armata cecoslovacca, in termini più ampi si trattava di una lotta per l’inluenza nel paese. Il nuovo Stato cecoslovacco aveva bisogno di un’armata che garantisse la sicurezza dei conini soprattutto nel territorio della Slovacchia, sul

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Alle attività di Štefánik in Italia si sono dedicati molti autori. Vedi: FERENČUHOVÁ Bohumila, Dokumenty: Francúzsko-talianska rivalita v Československu začiatkom roku 1919 a M. R. Štefánik [Documenti: La rivalità franco-italiana in Cecoslovacchia all’inizio del 1919 e M. R. Štefánik]. “Historie a vojenství”, 2000/4, pp. 853-873. MUSIL Miroslav, The diplomat Milan Rastislav Štefánik, in Yearbook of Slovakia´s Foreign Policy 2010, pp. 187-198. MUSIL Miroslav – BIAGINI Antonello (eds.), Milan Rastislav Štefánik vo svetle talianskych archívov. [Milan Rastislav Štefánik alla luce degli archivi italiani.] Bratislava: Nadácia pre záchranu kultúrneho dedičstva, 2010, 223 p. TAZZER Sergio, Banditi o eroi? Milan Rastislav Štefánik e la Legione CecoSlovacca. Kellermann editore, 2013, 272 p. CACCAMO Francesco, L’ultima missione di Milan Rastislav Štefánik alla luce delle nuove fonti, in CAPUZZO, E. – CREVATO-SELVAGGI, B. – GUIDA, F. (eds.), Per Rita Tolomeo, scritti di amici sulla Dalmazia e l’Europa centro-orientale II. Venezia: La Musa Talìa, 2014, pp. 207-228. D‘abord Stefanik n‘a été nullement satisfait de l‘envoie d‘une mission française à Prague. Il se plaint de n‘avoir pas été consulté avant la formation de cette mission. Il visait peut-être pour lui-même la situation que j‘occupe aujourd‘hui. Il est italophile.” Bibliothèque de l´Institut de France (in seguito BIF), Papiers du général Maurice Pellé, fascicolo Ms 4434, lettera di M. Pellé del 30.3.1919 per P. Berthelot. MONAZALI Luciano, La politica estera italiana nel primo dopoguerra 1918-1922. Side e problemi. “Italia contemporanea”, n. 256-257, dicembre 2009, pp. 380-389. Archives du ministère des Affaires étrangères, Paris (in seguito AMAE), CPC 1914-1940, Z- Europe, Italie 1918-1929, Milano, 17.12.1918.


quale rivendicavano diritti anche gli ungheresi. Per il neonato Stato si trattava di una questione di eccezionale importanza. Le legioni cecoslovacche erano stanziate in Italia, Francia e Russia, dalla quale tuttavia non avevano possibilità di uscire perché combattevano contro il governo bolscevico e non avevano mezzi per organizzare il trasporto in Cecoslovacchia. L’Italia rispose immediatamente alla richiesta cecoslovacca e fu la prima a inviare nel paese le legioni cecoslovacche, naturalmente sotto il comando italiano. Gli italiani dunque iancheggiarono la Cecoslovacchia molto più prontamente dei francesi, i quali non avevano mostrato grande interesse per un trasferimento delle legioni in patria. Gli italiani garantirono il trasferimento delle legioni attraverso la ferrovia, che a quell’epoca era il principale mezzo di trasporto, a scapito dei propri interessi, quali la smobilitazione di un grande numero di propri soldati, il trasferimento in treno dei propri prigionieri dall’Austri-Ungheria (circa 500.000), o la ripresa delle normali attività economiche. Alla ine gli italiani assicurarono non solo il vestiario ma anche il trasferimento dei legionari dalla Francia. Per di più, nella Penisola appenninica si trovavano molti prigionieri dell’armata austro-ungarica di origine ceca o slovacca. L’Italia li considerava soldati dell’Intesa, il che aveva una grande rilevanza pratica, poiché ricevevano molto più cibo dei prigionieri e avevano tutti i vantaggi materiali dei soldati italiani. Più in là furono utilizzati per organizzare delle “formazioni miliziane” o “seconda armata” in Italia, unità dotate di armi di cui la Cecoslovacchia aveva necessariamente bisogno.6 Gli italiani volevano con questi passi concilianti, che la storica Laura Fortunato ha deinito “diplomazia bellica”, guadagnare inluenza in Cecoslovacchia. L’obiettivo della missione italiana in Cecoslovacchia era quello di addestrare l’armata cecoslovacca per affrontare eventuali operazioni belliche e garantire l’ordine a Est del iume Morava.7 Le legioni cecoslovacche disponevano di un numero relativamente alto di soldati, tuttavia mancavano loro gli alti uficiali, che furono offerti dall’armata italiana. Il generale Luigi Piccione, al comando della missione italiana in Cecoslovacchia, al suo arrivo nel paese fu inviato in Slovacchia per annettere quel territorio alla repubblica. Le sue funzioni tuttavia non erano chiaramente deinite. Nonostante egli si considerasse il comandante in capo dell’esercito cecoslovacco in Slovacchia, Beneš lo considerava il comandante dell’esercito cecoslovacco formatosi in Italia.8 I maggiori rappresentanti italiani pensavano che il generale Piccione sarebbe stato nominato comandante in capo dell’armata cecoslovacca come forma di riconoscimento dei meriti italiani nella creazione dell’armata cecoslovacca. Comprensibilmente il generale Piccione aveva organizzato l’esercito cecoslovacco sulla base del modello italiano. La presenza e l’autorità della missione militare italiana non erano percepite in modo positivo dagli ex uficiali austro-ungarici del ministero della difesa, sebbene la loro inluenza non potesse veramente minacciare la posizione italiana. Nel febbraio del 1919 la situazione nella guida dell’armata cecoslovacca mutò, nel momento in cui il nuovo Stato invitò la missione militare francese. In base all’accordo del febbraio 1919 tra il governo francese e il governo cecoslovacco, il generale Pellé assumeva l’incarico di capo del Quartier generale delle forze armate cecoslovacche, funzione subordinata a quella del ministro della difesa nazionale Václav Klofáč, e nello stesso tempo era il luogotenente del maresciallo Ferdinand Foch, comandante in capo degli eserciti alleati. Come sottolinea lo storico ceco Bohumír Klípa, il generale Pellé guadagnò presto voce in capitolo sia presso il ministero della difesa, sia presso il presidente Masaryk.9 Il generale Piccione fece sapere ai suoi superiori che l’obiettivo della missione militare francese era quello di annientare l’inluenza italiana nell’armata cecoslovacca e chiese di prendere

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KLÍPA Bohumír, Italská vojenská mise v Československu. [La missione militare italiana in Cecoslovacchia], “Historie a vojenství” 44, 3/1995, pp. 31-32, 36, 38-39. MUSIL – BIAGINI, Milan..., cit., p. 87. Archivio Storico-Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, Roma (in seguito ASMAE), f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Parigi, 18.3.1918, Telegramma di Bonin-Longare per Sonnino; 14.3.1919, Situazione presente del generale Piccione in Boemia. KLÍPA, Italská…, cit., pp. 60-61.

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misure adeguate contro questi tentativi.10 E. Beneš assicurò all’ambasciatore italiano a Roma, Lelio Bonin-Longare, che il generale Piccione sarebbe stato indipendente dal generale Pellé, il quale si sarebbe dovuto occupare dell’organizzazione e della guida delle unità cecoslovacche provenienti dalla Francia.11 Non si deve dimenticare poi il fatto che non tutti i soldati provenienti dall’Italia furono trasportati in Cecoslovacchia, per di più il nuovo Stato aveva bisogno di armi, che si trovavano in Italia.12 Nell’aprile del 1919, quando la disputa per il comando dell’armata cecoslovacca giunse al suo culmine, il generale Armando Vittorio Diaz decise di rallentare il trasferimento dei soldati (miliziani) e degli armamenti in Cecoslovacchia, sicuramente per esercitare una forma di pressione sul nuovo Stato.13 L’Italia continuava dunque a essere un partner importante per garantire i conini ma anche l’ordine in Cecoslovacchia. Štefánik riprese a impegnarsi afinché il rimpatrio dei soldati non subisse altri ritardi.14 Il conlitto fra il generale Pellé e il generale Piccione, che entrambi sapevano essere inevitabile e dovesse prima o poi manifestarsi, esplose il 20 marzo 1919. Il ministro della difesa voleva afidare la direzione delle operazioni belliche nella Russia Subcarpatica (la parte più a Est della Cecoslovacchia a quell’epoca) al generale francese Edmond Hennocque. Il generale Pellé inviò ordini in tal senso al generale Piccione, il quale li riiutò con la motivazione che ciò avrebbe sminuito il suo prestigio e il suo valore. Inoltre minacciò il ritiro dell’intera missione italiana dalla Cecoslovacchia.15 Per questo motivo il ministro della difesa rimandò l’esecuzione dell’ordine e in seguito lo annullò. Secondo le dichiarazioni del generale Piccione, Beneš, durante i suoi colloqui con l’ambasciatore italiano a Parigi, aveva più volte affermato che il generale Pellé avrebbe diretto il Quartier generale, ma che il generale Maurice Janin, in quel momento in Siberia, sarebbe rimasto il comandante in capo degli eserciti cecoslovacchi. Sarebbe stata così conservata l’autonomia del generale Piccione rispetto ai generali delle altre armate. Si trattò tuttavia solo di un accordo verbale, che non fu mai messo per iscritto nonostante le ripetute richieste dell’ambasciatore italiano a Parigi. Già nel gennaio del 1919, Beneš aveva uficialmente informato Štefánik circa l’autonomia del generale Piccione rispetto al futuro comandante delle legioni cecoslovacche provenienti dalla Francia in Cecoslovacchia.16 Nel momento del conlitto, i francesi addussero come argomentazione il fatto che il maresciallo Foch era il comandante supremo di tutti gli eserciti alleati e dunque anche del generale Diaz, che a sua volta era il superiore del generale Piccione.17 Questa gerarchia era già sostanzialmente preissata nell’accordo del 21 aprile 1918 fra il governo italiano e Štefánik riguardo i volontari cecoslovacchi in Italia. L’accordo riconosceva l’esistenza di un’unica armata cecoslovacca e in base all’art. 7 il governo italiano avrebbe destinato un proprio rappresentante all’alto comando dell’armata cecoslovacca, che all’epoca si trovava in Francia.18 D’altro canto in base all’articolo 4 il corpo d’armata cecoslovacco doveva operare sotto il comando italiano. L’Italia inoltre non riconosceva il maresciallo Foch come 10 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Roma, 22. 2 . 1919, Generale Badoglio (Comando supremo) per il Ministero degli affari esteri, N° 775. 11 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Parigi, 5.3.1919, Telegramma di Sonnino a Praga. 12 FERENČUHOVÁ, Dokumenty..., cit., p. 864. 13 FORTUNATO Laura, La Missione militare italiana in Slovacchia: un tentativo di “diplomazia militare” fallito, in CAPUZZO, E. – CREVATO-SELVAGGI, B. – GUIDA, F. (eds.), Per Rita Tolomeo..., cit., p. 189. 14 FERENČUHOVÁ Bohumila, Francúzsko a slovenská otázka 1789 – 1989. [La Francia e la questione slovacca 1789-1989] Bratislava: VEDA, 2008, p. 162. 15 Vojenský ústřední archiv - Vojenský historický archiv, Praha [Archivio militare centrale – Archivio storico militare, Praga] (in seguito VÚA-VHÚ), f. ZS-Slovenské velitelství, Italská misse 1918-1919, šk. 24, [ZSComando supremo slovacco, Missione italiana 1918-1919, sc. 24], Bratislava, 23. 3. 1919, generale Piccione per il ministro della difesa. 16 AMAE, CPC 1914-1940, Z-Europe, Tchécoslovaquie, vol. 17, Parigi 10. 1. 1919, E. Beneš per M. R. Štefánik, n. 12. 17 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Promemoria sulla questione del generale Piccione, 25.3.1919. 18 GUELTON, Fréderic – BRAUD, Emmanuelle – KŠIŇAN, Michal (eds.), La mémoire conservée du général Milan Rastislav Štefánik dans les archives du Service historique de la Défense. Paris: SHD, 2008, p. 141.


comandante supremo dei propri eserciti.19 Nella primavera del 1919 il conlitto fra Italia e Francia per le rispettive missioni militari era ormai una questione internazionale di estrema gravità e continuava ad acuirsi senza che alcun politico cecoslovacco riuscisse a fare qualcosa per appianarlo.20 Entrambi i generali stranieri chiedevano al governo cecoslovacco di risolvere immediatamente la situazione che si era venuta a creare. Gli ordini che il generale Piccione riceveva dal ministero della difesa erano caotici e spesso persino contrastanti. Beneš pregava il generale Pellé di non inasprire inutilmente la disputa e di concedergli ancora un po’di tempo per trovare una soluzione.21 In una situazione in cui stava crescendo la tensione fra la Cecoslovacchia e la Repubblica ungherese dei consigli, presero l’iniziativa l’ambasciatore francese e l’ambasciatore italiano in Cecoslovacchia e concordarono che il generale Piccione avrebbe conservato il titolo di comandante in capo di tutte le unità sul territorio slovacco; se fosse scoppiato il conlitto, egli avrebbe guidato tutte le operazioni militari di tutte le unità di qualunque provenienza; in entrambi i casi avrebbe risposto all’autorità del ministero della difesa; in caso fossero pervenute in Cecoslovacchia altre unità cecoslovacche dall’Italia, avrebbero dovuto costituire unità più grandi di un reggimento e al comando sarebbero stati posti uficiali italiani e cechi. Quest’ultimo punto garantiva l’autorità italiana sulle sopracitate unità “miliziane”. Il generale Piccione in linea di massima approvò l’accordo, salvo ribadire che avrebbe comunicato direttamente con il ministero della difesa e non attraverso il Quartier generale al cui comando si trovava il generale Pellé.22 Alla ine dell’aprile 1919 scoppiò la guerra tra la repubblica cecoslovacca e la repubblica ungherese. Il generale Piccione dovette inoltre lottare contro l’atteggiamento critico di molti cechi, i quali ritenevano che gli italiani in Slovacchia seguissero una condotta iloungherese. Ad esempio il ministro della giustizia František Soukup aveva pubblicato sul periodico “Prager Tagblatt” informazioni sulla condotta iloungherese di un comandante italiano a Bratislava, il colonnello Riccardo Barreca. Il generale Piccione scrisse una lettera al ministro Klofáč, replicando che si trattava soltanto di una campagna diffamatoria ceca, volta a creare tensione tra cechi e italiani.23 Gli uficiali italiani consideravano brutale il comportamento dei soldati cechi, come anche quello dei pubblici uficiali, e chiesero che adottassero un comportamento più pacato. I cechi di nuovo lo considerarono un comportamento iloungherese. Gli italiani a loro volta erano contrari a occupare i territori al di là della linea di demarcazione e non gradivano l’idea che la Cecoslovacchia si annettesse regioni totalmente ungheresi.24 Il Presidente del nuovo Stato cecoslovacco Masaryk, per ragioni militari ma soprattutto politiche, richiese la presenza di Štefánik a Praga, perché risolvesse i contrasti tra Francia e Italia. 25 A Praga dominava ancora l’dea che il conlitto potesse essere risolto in Cecoslovacchia. Štefánik, a Parigi, dove si trovavano le personalità più inluenti, avviò una lunga serie di trattative con Karel Kramář, il generale Diaz, il maresciallo Foch, il generale Henri Alby, l’ambasciatore italiano, etc.26 È possibile che Beneš non avesse messo a disposizione di Štefánik gli accordi militari che aveva irmato con la Francia. Anche Masaryk, analogamente, venne a sapere dell’accordo franco-cecoslovacco solo a più 19 BIF, Papiers du général Maurice Pellé, fascicolo Ms 6242, Lettera per il generale Pellé del 27.3.1919. 20 Vedi: VÚA-VHA, f. ZS-Slovenské velitelství, Italská misse 1918-1919, šk. 24. 21 DEJMEK, Jindřich – KOLÁŘ, František (eds.), Dokumenty československé zahraniční politiky. Československo na pařížské mírové konferenci 1918-1920. Svazek I. Listopad 1918 – červen 1919. [Documenti della politica estera cecoslovacca. La Cecoslovacchia alla Conferenza di pace di Parigi 1918-1920. Vol. I. Novembre 1918 – giugno 1919.] Praha : UK v Praze, Karolinum, HÚ AV ČR, 2001, p. 278. 22 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Praga, 27. 3. 1919, Telegrammi dell’ambasciatore Lago, trasmessi da Sonnino a Bonin-Longare il 31.3.1919 23 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Parigi, 8.3.1919, La missione italiana alla Conferenza di pace per il Ministero degli affari esteri, n. 1825. 24 FORTUNATO, La missione..., pp. 151-153. 25 Slovenský národný archív [Archivio nazionale slovacco] Bratislava (in seguito SNA), OF: M. R. Štefánik, sc. 26, inv. n. 966, Cancelleria militare del presidente della repubblica per M. R. Štefánik, giunto il 28.3.1919, n. 470. 26 DEJMEK – KOLÁŘ, Dokumenty…, cit., p. 281

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di un mese dalla irma.27 Štefánik, nelle trattative con il generale Diaz del 30.03.1919, sostenne che le discordanze nei patti erano dovute a un errore involontario di Beneš nel momento della stesura.28 Secondo il generale Diaz, Štefánik fece il massimo per soddisfare le richieste italiane. La bozza di un accordo concreto fu elaborata da Štefánik con il generale Ugo Cavallero, massimo esponente della missione militare italiana presso la delegazione di pace. Il maresciallo Foch avrebbe dovuto svolgere il ruolo di comandante in capo dell’armata cecoslovacca, lo stesso che aveva svolto nelle altre armate sul fronte occidentale, e avrebbe inviato un suo delegato a Praga che sarebbe stato informato su tutte le operazioni pianiicate. Attraverso il governo cecoslovacco avrebbe comunicato con il generale Piccione. Quest’ultimo sarebbe stato il comandante dell’armata cecoslovacca a Est del iume Morava e avrebbe risposto all’autorità del governo cecoslovacco.29 Štefánik alla ine riuscì a concludere un simile accordo con il consenso sia della parte francese, sia della parte italiana. Il generale Piccione restava comandante degli eserciti a Est del iume Morava e fu sottoposto esclusivamente all’autorità del governo cecoslovacco. Foch assumeva il ruolo di comandante supremo dell’armata cecoslovacca e inviava il generale Pellé come suo incaricato a Praga. Entrambe le missioni restavano tuttavia sotto l’autorità degli organi cecoslovacchi, il che dal punto di vista del nuovo Stato era estremamente importante. La missione militare italiana avrebbe dovuto lasciare la destinazione in breve tempo, una volta assolto il suo compito.30 La versione diffusa di questo documento indicava anche la data precisa della partenza – 24.05.1919.31 Il generale Diaz descrive più dettagliatamente le operazioni di rientro della missione militare italiana dalla Cecoslovacchia: “Ho convenuto con lui [Štefánik] che egli a Praga riceverà, per mezzo del Generale Piccione, una mia lettera con cui gli darò uficialmente comunicazione del proposito di ritirare il General Piccione ed i suoi uficiali, come fu approvato da V.E. [Orlando] e da S.E. il Ministro degli Esteri [Sonnino]. Il rimpatrio avrebbe luogo subito dopo il 24 maggio, anniversario della costituzione del nuovo esercito Czeco=Slovacco, nella quale circostanza il Generale Štefánik si propone di far fare ai nostri uficiali pubbliche dimostrazioni di simpatia.” 32 I francesi fecero pressioni sul governo cecoslovacco afinché la data prevista per il ritiro della missione militare italiana (24.05.1919) non mutasse, ma soprattutto perché non ci fossero proroghe.33 Alla ine tuttavia gli animi si placarono e il 10.05.1919 il generale Pellé e l’ambasciatore francese Frédéric Clément-Simon incontrarono a Bratislava il generale Piccione. Secondo l’ambasciatore francese fu un incontro molto amichevole e il generale Piccione confermò la data prossima del suo ritiro. “Egli rigetta la responsabilità delle dificoltà sul governo ceco, il quale non avrebbe agito con franchezza, faccia a faccia, con le due parti. Ritengo che sia davvero stato così.” Clément-Simon riteneva che almeno ino al ritiro i francesi dovessero evitare qualsiasi dissenso con gli italiani, sia nei confronti dei cechi, sia degli italiani, per riuscire a conquistarsi i meriti della riconciliazione del conlitto.34

27 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Praga, 22.3.1919, Telegramma di Lago per Sonnino. 28 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Promemoria sulla questione del generale Piccione, 25.3.1919. 29 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Bozza di accordo compilata dal Generale Cavallero et dal Generale Stefanik le sera del 30 marzo 1919. 30 GUELTON – BRAUD – KŠIŇAN, La mémoire…, cit., p. 211 31 FERENČUHOVÁ, Francúzsko..., cit., p. 162. 32 MUSIL – BIAGINI, Milan..., cit., p. 79. 33 AMAE, CPC 1914-1940, Z-Europe, Tchécoslovaquie, vol. 21, 8. 5. 1919, Il maresciallo Foch per il generale Pellé. 34 “Il rejette la responsabilité des dificultés sur le gouvt. tchèque qui n´aurait pas agi franchement vis-à-vis des 2 partis. Je crois bien qu´il en a été ainsi.” Service historique de la Défense - Département de l´armée de terre, Vincennes (in seguito SHD-DAT), sc. 6N247, Praga, 11. 5. 1919, Clément Simon per Ministero degli affari esteri, N° 225-226.


Sebbene molti francesi considerassero l’accordo troppo a favore dell’Italia, in sostanza si trattava del medesimo accordo che avevano siglato l’ambasciatore italiano e l’ambasciatore francese in Cecoslovacchia alla ine del marzo 1919 in Cecoslovacchia. Entrambi gli accordi delimitavano in modo più o meno identico le competenze del generale Piccione e in modo analogo garantivano una sua posizione autonoma. Il generale Piccione dunque, ino al ritiro della missione militare italiana dalla Cecoslovacchia, ebbe sotto il suo comando nella Russia subcarpatica il generale Hennocque. Su un piano globale questi accordi rispettavano le richieste italiane così come le aveva presentate a Beneš il generale Diaz all’inizio dell’aprile 1919.35 È vero che gli italiani dal punto di vista del potere erano in una posizione più debole rispetto ai francesi, ciononostante disponevano di parecchi mezzi per ottenere almeno parziali concessioni. Il rapido ritiro della missione italiana dalla Cecoslovacchia aveva accontentato soprattutto la parte francese, che dopo il 24.05.1919 ebbe un ruolo decisivo nell’armata cecoslovacca. Si trattò in deinitiva di un compromesso, che in una prospettiva a lungo termine favoriva palesemente la Francia e garantiva agli italiani un dignitoso ritiro dalla Cecoslovacchia. Questo accordo doveva suscitare l’impressione che gli italiani avessero lasciato la Cecoslovacchia dopo aver assolto il loro incarico. In confronto ai problemi italiani alla conferenza di Parigi, il ritiro della missione dalla Cecoslovacchia era una questione secondaria e non ebbe grande risonanza nella società italiana.36 Come ricorda Štefánik nella lettera a Masaryk, per gli italiani si trattava soprattutto di trovare una soluzione pratica del problema che non recasse danno alla dignità del loro paese. Essi incolpavano i rappresentanti cecoslovacchi di aver irmato un accordo con la Francia che contraddiceva l’accordo con la parte italiana e per di più non li avevano informati. Al centro del conlitto era una delicata questione di prestigio militare e dunque di prestigio in generale.37 LA RIVALITÀ ITALO-FRANCESE COME ELEMENTO DEL CONTRASTO PERSONALE FRA EDUARD BENEŠ E MILAN R. ŠTEFÁNIK La presenza della missione militare in Cecoslovacchia rafforzò comprensibilmente l’inluenza degli italiani nella regione. Beneš in dall’inizio aveva progettato di limitare l’inluenza italiana in Cecoslovacchia a vantaggio della Francia.38 Nella lotta per mantenere l’inluenza in Cecoslovacchia, i francesi erano consapevoli del vantaggio che avevano guadagnato gli italiani con l’invio della missione nel nuovo Stato. Il colonnello Gazalas, a capo del Quartier generale dell’armata cecoslovacca in Francia, aveva avvertito del fatto che l’Italia aveva rapidamente costituito e ben equipaggiato un esercito cecoslovacco. Esso contava un gran numero di uficiali italiani che egli intendeva diminuire, anche se questo avrebbe potuto ritardare l’arrivo della missione in Cecoslovacchia. Segnalò anche che al comando della missione militare italiana era stato assegnato un importante generale disponendo che non fosse subordinato al generale francese. (Il generale Andrea Graziani, il 23 ottobre 1918 fu sostituito al comando delle legioni cecoslovacche in Italia dal generale Piccione.) Il colonnello Gazalas propose di porre al comando della missione francese un generale con maggiore anzianità nel ruolo, perché nell’opinione pubblica italiana e ceca si confermasse l’idea di una preminenza francese. Egli propose una precisa gerarchia all’interno dell’armata cecoslovacca, naturalmente vantaggiosa per i francesi. Ricordò anche il fatto che Beneš aveva anteposto l’autorità francese a quella italiana.39 Beneš a sua volta spiegò a Kramář, che aveva guidato la delegazione cecoslovacca nella Conferenza di pace di Parigi, i vantaggi di una

35 ŠOLLE Zdeněk (ed.), Masaryk a Beneš ve svých dopisech z doby pařížských mírových jednání v roce 1919 II., Dopisy. [Masaryk e Beneš nella loro corrispondenza all’epoca delle trattative di pace di Parigi nel 1919. II. Lettere.] Praha: Archiv AV ČR, 1994, pp. 221-222. 36 KLÍPA, Italská..., cit., pp. 67-69, 77. 37 DEJMEK – KOLÁŘ, Dokumenty…, cit., p. 281. 38 Service historique de la Défense - Département de l‘innovation technologique et des entrées par voie extraordinaire, Vincennes, sc. 1K288(1), Colloquio con Beneš a Roma, 10. 10. 1918. 39 SHD-DAT, sc. 7N1621, Parigi, 24. 12. 1918, Colonnello Gazalas per il ministro della guerra.

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supremazia francese nell’Europa centrale. Beneš già nel novembre del 1918 progettava di invitare una missione militare francese in Cecoslovacchia.40 Beneš poi, dal dicembre del 1918, sapeva anche che gli italiani non avrebbero accettato che Piccione fosse subordinato a un altro generale. Masaryk lo aveva informato: “Sarà Vostro compito condurre un’abile mediazione tra francesi e italiani. Gli italiani hanno costituito un’intera armata, equipaggiandola di tutto punto con armi e vestiario. Il Gen. Piccione verrà con me; ciò è stato stabilito prima che io arrivassi. Gli italiani, avendo una grande armata, dificilmente vorranno sottomettersi al comando francese. Suddividerò la cosa in modo che la missione italiana abbia un italiano, quella francese un francese. (A meno che l’italiano non accetti il comando francese.)” 41 Dai documenti citati emerge in realtà l’impressione che fosse preciso intento di Beneš liberare la Cecoslovacchia dall’inluenza italiana, e non un errore involontario nella stesura dell’accordo. Ma la prassi politica e diplomatica talvolta richiede anche simili misure. Štefánik si accorse che nel periodo della sua assenza in Europa – a cavallo tra il 1918 e il 1919 era stato in missione in Siberia – l’atteggiamento dei delegati italiani nei confronti dei rappresentanti cechi era mutato. Štefánik informò Masaryk in tal senso a proposito del suo colloquio con il ministro Sidney Sonnino, segnalando che il comportamento dei rappresentanti italiani era cambiato, non era più amichevole come era stato ino a otto mesi prima.42 Come scrive Beneš, Štefánik aveva con forza “rimproverato la mia politica nei confronti degli italiani, ovvero riteneva che fosse stato un errore stringere accordi con i francesi sul generale Pellé, che non ne avevo né il diritto né le competenze, che avevo commesso uno sbaglio nei confronti degli italiani.” 43 Beneš parla dei suoi contrasti con Štefánik anche in una lettera a Ivan Markovič: “Con Štefánik ho avuto un conlitto. È necessario che Voi lo sappiate, ma è questione riservata. I nostri rapporti sono initi – e intendo per sempre. Tenete esclusivamente per Voi questa informazione.” 44 In un contesto più ampio questo fu il momento culminante di una prolungata rivalità personale tra Beneš e Štefánik per chi dovesse occupare la seconda posizione nella resistenza cecoslovacca. Esaminiamo ora più da vicino le idee di Štefánik sul ruolo dell’Italia e della Francia nell’Europa centrale. Štefánik non credeva, come altri politici, in una federazione di stati slavi che potesse preservare la Cecoslovacchia dalla Germania. Concordava pienamente con la tendenza ilofrancese della politica estera cecoslovacca. Una delle ragioni era anche la paura dei bolscevichi. I piccoli Stati dovevano unirsi attorno alla Francia, giacché le altre grandi potenze non avevano idea di ciò che stava accadendo sulla scena internazionale.45 Štefánik sottolineò il suo orientamento a favore della Francia anche in una lettera al presidente Masaryk.46 Štefánik dal 1912 era cittadino francese, il che giocò sicuramente un ruolo nella sua posizione.

40 MARÈS Antoine, Mission militaire et relations internationales: l´exemple franco-tchécoslovaque, 19181925. “Revue d´histoire moderne et contemporaine”, XXX, 1983, octobre-décembre, p. 560, 563. 41 “Bude Vaším úkolem šikovně prostředkovat mezi Francouzi a Italy. Italové utvořili celou armádu, vyzbrojili a vyšatili ji vzorně. Gen. Piccione jede se mnou; bylo to určeno než jsem přijel. Italové majíce velkou armádu sotva budou chtít mít franc. komando. Rozdělím to tak, italské bude mít Ital, franc. Francouz. (Jestli-že by Ital, nepřijal franc.komanda.)” Archiv Ústavu T. G. Masaryka, Praha, [Archivio dell’Istituto T. G. Masaryk, Praga], (in seguito AUTGM) f. TGM V, sc. 294, 17. 12. 1918, Lettera per E. Beneš. 42 DEJMEK – KOLÁŘ, Dokumenty…, cit., p. 279. 43 “vyčítal mou politiku k Italům, resp. vytýkal chybu s uděláním smlouvy s Francouzi o gen. Pellé, že jsem k tomu neměl práva a kompetence, že jsem se dopustil chyb vzhledem k Italům.” AUTGM, f. TGM R, sc. 424, Parigi, 5. 4. 1919, Lettera di E. Beneš per T. G. Masaryk. 44 “Se Štefánikem jsem měl konlikt. Je třeba, aby ste to vědel, ale to jen pro Vás. Je mezi námi konec – myslím úplný. Zachovejte věc výlučně pro sebe.” SNA, OF: Ivan Markovič,” sc. 1, inv. n. 19, 9. 4. 1919, Lettera di E. Beneš per I. Markovič. 45 GUELTON – BRAUD – KŠIŇAN, La mémoire…, cit., p. 209. 46 DEJMEK – KOLÁŘ, Dokumenty…, cit., p. 281.


D’altro canto egli considerava l’Italia un paese chiave per la stabilità dell’Europa centrale, poiché senza di essa gli alleati occidentali si sarebbero spartiti la Cecoslovacchia. Il cammino più breve verso la Cecoslovacchia passava per l’Italia. La coalizione franco-italo-cecoslovacca era nata durante la Prima guerra mondiale e secondo Štefánik avrebbe dovuto assumere un ruolo importante anche in futuro. “Credo nella possibilità di una reale riconciliazione franco-italo-cecoslovacca, che mi sembra fondamentale presupposto della pace in Europa centrale e forse anche nel mondo. Grazie a tale riconciliazione, l’Italia avrebbe inalmente modo di comprendere quali sono i suoi obiettivi e che cosa vuole attualmente assicurarsi con mezzi politici inadeguati allo scopo che si preigge.” 47 Una riconciliazione franco-italiana avrebbe riavvicinato queste potenze fra di loro ma anche alla Jugoslavia e alla Cecoslovacchia. Una simile politica avrebbe impedito il riavvicinamento dell’Italia alla Polonia, all’Ungheria e alla Bulgaria, a danno della Cecoslovacchia e della Jugoslavia. La Polonia di conseguenza si sarebbe riavvicinata alla Cecoslovacchia. Štefánik riteneva che lo sforzo di garantire la sicurezza in Europa e la nascita della Società delle nazioni avessero un ruolo chiave nella lotta contro i pericoli del germanismo e del caos russo. In un colloquio con i rappresentanti francesi riconobbe che l’Italia non stava facendo una buona politica, benché comprendesse lo sforzo italiano di garantire al paese una maggiore sicurezza, come anche la tendenza a perseguire una politica da grande potenza. Evidenziò inoltre la necessità di smussare le incomprensioni reciproche tra Italia e Francia.48 Si ricollegava in larga misura alle opinioni comunicate al governo italiano già nel marzo del 1918.49 Štefánik sosteneva che a quella politica italiana poteva contribuire anche la Cecoslovacchia, se si fosse sforzata di uscire dal conlitto con la parte italiana evitando di suscitarne la siducia.50 I limiti strategici dell’alleanza cecoslovacco-francese si mostrarono già durante il conlitto cecoslovacco-ungherese del 1919. La Francia fu capace di offrire solo un aiuto diplomatico e materiale. Ad aiutare la Cecoslovacchia fu l’intervento rumeno e la tregua accettata da Budapest.51 Benché la Francia disponesse all’epoca di unità che potevano essere impiegate contro l’Ungheria,52 questo non modiicò la delimitazione geopolitica di quell’alleanza. Si deve anche osservare che l’appoggio di Štefánik alle richieste italiane non era incondizionato. Cercò per esempio di convincere i rappresentanti militari italiani del fatto che sarebbe stato più vantaggioso per loro che la città di Fiume venisse assegnata alla Jugoslavia.53 Nel conlitto tra Italia e Jugoslavia egli evidenziò gli errori di entrambe le parti. Štefánik riteneva che a quell’epoca esistesse una guerra “statica” tra Italia e Jugoslavia e solo una riconciliazione franco-italocecoslovacca avrebbe impedito una sua trasformazione in guerra “dinamica”.54 Se osserviamo i rapporti italo-cecoslovacchi e franco-cecoslovacchi durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo con uno sguardo più ampio, appare evidente che i francesi iniziarono a sostenere in modo molto più signiicativo gli interessi della Cecoslovacchia soltanto un paio di 47 “Verím v možnosť skutočného francúzsko-taliansko-československého zmierenia, ktoré sa mi zdá základnou podmienkou mieru v strednej Európe a možno aj na svete. Vďaka podobnému zmiereniu by sa Taliansko konečne cítilo bezpečne, čo sa snaží dosiahnuť a čo si chce v súčasnosti zabezpečiť nevhodnými politickými prostriedkami vzhľadom na ciel, ku ktorému smeruje.” DEJMEK – KOLÁŘ, Dokumenty…, cit., p. 282. 48 AMAE, PA-AP 166, Tardieu, sc. 367, Parigi, 1. 4. 1919, Nota indirizzata a Tardieu e scritta in base alle istruzioni di Štefánik. 49 GUELTON – BRAUD – KŠIŇAN, La mémoire…, cit., p. 137. 50 DEJMEK – KOLÁŘ, Dokumenty…, cit., p. 282. 51 MARÈS, Mission…, 1983, cit., p. 572. 52 FERENČUHOVÁ Bohumila, Na ceste k Trianonu – československo-maďarsko-rumunské konfrontácie na jar 1919. [Sulla via verso il Trianon – il confronto cecoslovacco-magiaro-rumeno nella primavera del 1919.] in PETRUF Pavol (ed.), Slovensko a Československo v XX. storočí. [Slovacchia e Cecoslovacchia nel XX secolo.] Bratislava: HÚ SAV, 2010, pp. 30-32. 53 Archivio del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica ceca, Praga, f. Fondi storici, Archivio di parigi, sc. 18, Roma, 6. 5. 1919, comunicazione di Lev Borský. 54 DEJMEK – KOLÁŘ, Dokumenty…, cit., p. 282.

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mesi dopo la ine della guerra. Questo per varie ragioni. In primo luogo la scena politica italiana, riguardo alle rivendicazioni delle nazioni slave, era divisa in diverse correnti. Naturalmente occorre qui ricordare che i movimenti cecoslovacchi e jugoslavi durante la Prima guerra mondiale avevano collaborato intensamente ed erano più vicini tra loro per ragioni etniche o storiche. Il principale sostenitore della politica estera tradizionale era il ministro degli affari esteri Sonnino, il quale riteneva che annettere all’Italia la maggior parte possibile del territorio fosse l’unico modo di accrescere il prestigio dello Stato. Dall’altra parte c’erano i democratici, che volevano rafforzare la posizione dell’Italia nel sostegno ai movimenti per l’emancipazione delle piccole nazioni. Queste discordanze si manifestarono soprattutto durante la Conferenza di pace, dove Vittorio Orlando sostenne le idee dei democratici, mentre Sonnino restò fermo sui principi della politica tradizionale. La politica estera italiana alla Conferenza di pace fu dunque esitante.55 I dissensi tra Sonnino e Orlando si erano già manifestati durante le trattative di Štefánik con i rappresentanti italiani per la costituzione delle legioni cecoslovacche in Italia nella prima metà del 1918. Mentre Orlando sosteneva questo progetto, Sonnino non era molto favorevole. Orlando dichiarò che l’armata cecoslovacca doveva essere costituita, anche se ciò avesse avuto come conseguenza le dimissioni di Sonnino.56 Štefánik dunque, durante le trattative, dovette vigilare afinché la questione non si trasformasse in un elemento della lotta politica interna contro il ministro degli affari esteri. Un sostegno più signiicativo da parte dei rappresentanti francesi della causa cecoslovacca, rispetto a quello degli italiani, è documentato anche dal fatto che Štefánik, conoscendo la mutevolezza del presidente del consiglio Orlando, chiese loro di pronunciarsi a favore degli interessi cecoslovacchi durante il suo soggiorno a Parigi a metà marzo del 1918.57 Ovviamente non si può affermare che la società francese manifestasse un sostegno unanime alle rivendicazioni cecoslovacche, ma non c’erano nemmeno signiicativi contrasti ai vertici. Per di più in Italia la questione della “liberazione dei popoli oppressi” era molto più attuale e discussa a causa delle richieste da parte della Jugoslavia. Analogamente, alla Conferenza di pace, la Francia sostenne la causa cecoslovacca praticamente senza riserve, mentre l’Italia per alcuni aspetti (il corridoio tra Cecoslovacchia e Jugoslavia) se ne sentiva letteralmente minacciata. La politica estera francese si era messa alla testa del movimento “dei popoli oppressi” in Europa centrale e nei Balcani e voleva creare un sistema di alleanze dei piccoli stati come baluardo contro la Germania. La paura delle rivendicazioni jugoslave impediva all’Italia di assumere la stessa posizione.58 L’Italia inoltre vedeva nell’Ungheria un potenziale alleato contro un dominio jugoslavo-cecoslovacco nella regione. I rappresentanti politici italiani supponevano che Štefánik fosse l’unico importante politico cecoslovacco al quale appoggiarsi nella contesa franco-italiana. Per Štefánik tuttavia, durante le trattative, non si trattò soltanto di questioni politiche e militari. Per la repubblica appena nata era importante anche l’aspetto economico. Da questo punto di vista, entrambe le parti consideravano essenziale la circolazione dei prodotti agricoli e anche industriali lungo la costa adriatica attraverso i porti italiani. Diversamente la Cecoslovacchia sarebbe stata costretta a trasportare le merci solo lungo il iume Elba ino ai porti della Germania, che non aveva certo un atteggiamento amichevole. Štefánik sosteneva poi che per la Cecoslovacchia era importante avere con l’Italia un collegamento ferroviario diretto, che non attraversasse i territori jugoslavi. Štefánik riteneva necessario creare un sistema di accordi economici tra Italia, Cecoslovacchia, Austria e più in là eventualmente anche con l’Ungheria. Nello stesso modo progettava di rafforzare i rapporti con la marina militare e commerciale italiana e creare una grande società di navigazione cecoslovacco-italiana. 59 55 In base a una terza linea politica, la Cecoslovacchia avrebbe dovuto mediare tra Jugoslavia e Italia. FORTUNATO, La missione..., cit., pp. 141-142. 56 GUELTON – BRAUD – KŠIŇAN, La mémoire…, cit., p. 116. 57 SHD-DAT, sc. 7 N 626, 10. 3. 1918, Il capo della missione militare francese in Italia per il ministro della guerra. n. 430-439. 58 ORTUNATO, La missione..., cit., p. 142. 59 CACCAMO, L´ultima…, cit., pp. 218-228.


*** Gli italiani, dopo aver armato e organizzato le legioni cecoslovacche nel loro paese, indubbiamente si aspettavano un atteggiamento più accomodante da parte del ministro degli affari esteri. D’altro canto, era soprattutto nel loro interesse stabilire chiaramente la posizione del generale Piccione nella gerarchia. Neanche nel momento in cui il conlitto per il comando degli eserciti in Slovacchia raggiunse il culmine, riuscirono a prendere una chiara posizione in merito e lasciarono il generale Piccione senza precise istruzioni. Tra l’altro, in confronto a quella francese, la propaganda italiana in Cecoslovacchia era praticamente inesistente. A Praga c’erano pochi uficiali italiani che avrebbero potuto inluenzare eficacemente le autorità cecoslovacche, le idee iloitaliane non riuscivano a penetrare in modo più incisivo nella stampa cecoslovacca, e così via.60 Sicuramente non si può negare la simpatia di Štefánik per l’Italia, ma, così come aveva fatto durante la Prima guerra mondiale, egli cercava di unire gli interessi cecoslovacchi a quelli delle grandi potenze. In questo modo era più facile per lui realizzarli. Štefánik era un abile diplomatico e nei suoi colloqui con gli italiani cercava comprensibilmente di suscitare l’impressione di una preferenza per questo paese. Le dichiarazioni di Štefánik non vanno prese alla lettera, ma come parte della più ampia strategia che egli aveva elaborato. Nel dicembre del 1918, quando chiese al governo francese di poter assumere l’incarico di ministro della guerra del governo cecoslovacco, essendo cittadino francese, espresse con grande emozione il proprio stato d’animo e la propria gratitudine: “Accettare il mio nuovo ruolo non signiica che il mio cuore si sia allontanato dalla Francia, il legame che ad essa mi stringe è per me indistruttibile. Il mio più vivo desiderio è che si crei un legame altrettanto forte tra la grande Repubblica [la Francia] e quella che sta per nascere sotto la sua egida [la Cecoslovacchia].61 È dificile supporre che, un paio di mesi dopo, l’atteggiamento di Štefánik verso la Francia fosse mutato in modo così drastico. Štefánik si espresse più volte in modo analogo nei confronti dell’Italia. Già nell’estate del 1918 aveva sottolineato l’importanza dell’Italia per la Cecoslovacchia. “In tutto il suo discorso mi ha dimostraro molta devozione all´Italia per la quale egli mi sembra professare speciale simpatia in preferenza degli altri alleati.” 62 Nel caso di Štefánik non è dunque possibile mettere in contrapposizione l’atteggiamento ilofrancese e quello iloitaliano, che al contrario erano in lui complementari. In questo contesto non si trattò soltanto di una rivalità franco-italiana in Cecoslovacchia. In ampia misura si trattò di un contrasto personale tra Štefánik e Beneš che si era acuito nel tempo. Quando Beneš deiniva Štefánik un italoilo, ciò poteva avere un senso probabilmente solo nel confronto con lo stesso ministro degli affari esteri, che non si era comportato correttamente nei confronti degli italiani. Anche il presidente Masaryk, in confronto a Beneš, era orientato più a favore degli italiani. Espressioni come ‘italoilo’, erano entrate a far parte della battaglia politica in questa contesa. Beneš enfatizzava spesso l’orientamento a favore dell’Italia nel tentativo di screditare Štefánik, per esempio il fatto che era stato l’unico rappresentante straniero ad accogliere alla stazione di Roma la delegazione italiana, dopo che quest’ultima aveva abbandonato la Conferenza di pace a Parigi, lo attribuiva alle sue cattive condizioni di salute, diceva che era caduto nelle mani degli italiani e che questi lo dominavano. Sempre Beneš aveva elencato dettagliatamente a Masaryk tutti gli “errori” di Štefánik, arrogandosi ovviamente la parte del conciliatore e del “buono” nel loro conlitto.63 D’altro canto Štefánik sosteneva di essere stato del tutto leale nei confronti del governo 60 FORTUNATO, La missione..., cit., pp. 175-177, 190. 61 “En rejoignant mon nouveau poste mon cœur ne s’éloigne pas de la France, les liens qui m’unissent à elle sont indestructibles. Mon plus vif désir est de voir des liens aussi puissants s’établir entre la grande République et celle qui vient de naître sous son égide.” AMAE, CPC 1914-1940, Z- Europe, Tchécoslovaquie, vol. 3, Vladivostok, 5. 12. 1918, Martel per Ministero degli affari esteri, n. 151. MUSIL – BIAGINI, Milan..., cit., p. 58. 62 MUSIL – BIAGINI, Milan..., cit., p. 58. 63 AUTGM, f. TGM R, sc. 424, Parigi, 5. 4. 1919, Lettera di E. Beneš per T. G. Masaryk.

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cecoslovacco durante le trattative con gli italiani, e dunque anche nei confronti del ministro degli affari esteri.64 Tuttavia, come emerge dai documenti italiani, a Štefánik durante le trattative “era sfuggita” una frase in cui Beneš dichiarava che sarebbe stato soddisfatto solo al completo ritiro della missione militare italiana in Cecoslovacchia.65 È possibile supporre che davvero a Štefánik fosse sfuggita questa annotazione, o forse intendeva solo peggiorare la già cattiva immagine che Beneš aveva presso i rappresentanti italiani. Gli italiani a loro volta sottolinearono che Štefánik non era della stessa nazionalità degli altri alti rappresentanti dello Stato cecoslovacco: “È da notare che egli non è un czeco, ma slovacco”. 66 Simili parole vanno intese nel quadro di un conlitto politico e diplomatico assai complesso e in certe sfere anche personale. Come ho cercato di dimostrare, Štefánik voleva che la politica estera cecoslovacca si appoggiasse a una coalizione più ampia. Considerava indispensabile legare di più l’Italia alla politica centroeuropea, per rafforzare così la posizione internazionale della Cecoslovacchia, il che non implicava necessariamente una posizione antifrancese. Al contrario, Štefánik continuava a considerare la Francia il più importante alleato della Cecoslovacchia. Voleva però che la politica della Cecoslovacchia verso l’Italia fosse più accomodante, il che avrebbe lasciato aperte le porte per una più stretta collaborazione in futuro. Durante la sua missione in Siberia, dove i soldati cecoslovacchi combattevano contro i bolscevichi, aveva cercato di motivarli sottolineando l’importanza del ruolo internazionale di una Russia democratica per assicurare la stabilità in Europa centrale. Štefánik dunque vedeva la problematica degli alleati internazionali della Cecoslovacchia in un contesto geopolitico più ampio rispetto a Beneš, che aveva preferito orientarsi esclusivamente verso la Francia, cosa che in seguito si rivelò il punto debole della politica estera cecoslovacca. Tuttavia prendendo in esame i fondamentali contrasti tra Francia e Italia alla Conferenza di pace di Parigi nel 1919, l’idea di Štefánik di un binomio franco-italiano non apparirà realmente perseguibile.

64 DEJMEK – KOLÁŘ, Dokumenty…, cit., p. 280. 65 ASMAE, f. Conferenza della Pace 1918-1922, busta 3, Parigi, 16.4.1919, copia del telegramma del generale Diaz per il Comando supremo. Uficio operazioni, n. 4514. 66 CACCAMO, L´ultima…, cit., p. 217.


RINGRAZIAMENTI

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