Rassegna Stampa Dolomiti UNESCO | Marzo 2023

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Fondazione Dolomiti Dolomites Dolomiten Dolomitis

R A S S E G N A S T A M P A

MARZO 2023

CRISI IDRICA ...................................................................................................................................................... 3 CRISI CLIMATICA 12 RIFUGI E CRISI IDRICA ..................................................................................................................................... 15 CRISI IDRICA: LAGO DI TOVEL......................................................................................................................... 19 PERIODIC REPORTING PER LA FONDAZIONE DOLOMTII UNESCO 20 OLIMPIADI 2026: GLI AGGIORNAMENTI 21 OLIMPIADI 2026: LA PISTA DA BOB ................................................................................................................. 22 OLIMPIADI 2026: IL VILLAGGIO OLIMPICO 23 COLLEGAMENTO COMELICO – PUSTERIA 28 COLLEGAMENTO CORTINA – VAL BADIA ........................................................................................................ 29 PASSI DOLOMITICI: IL DIBATTITO 31 RUDERI E STRUTTURE ABBANDONATE SULLE DOLOMITI 33 MARMOLADA: I CONFINI CONTESI................................................................................................................... 35 MARMOLADA: IL GHIACCIAIO 38 AEROPORTO A CORTINA: LA PROPOSTA 39 L’APPELLO A TUTELARE PIAN DE CUNFIN...................................................................................................... 40 MOSTRA DIDATTICA DEDICATA AL PATRIMONIO MONDIALE ......................................................................... 42 FONDI COMUNI CONFINANTI 43 ARCHITETTURA MONTANA.............................................................................................................................. 44 BOSTRICO: UN AGGIORNAMENTO .................................................................................................................. 45 RIFUGIO SANTNER: LA POLEMICA 46 NOTIZIE DAI RIFUGI.......................................................................................................................................... 47 NOTIZIE DAL SOCCORSO ALPINO ................................................................................................................... 49 NOTIZIE DALLE ASSOCIAZIONI ALPINISTICHE 50
PRINCIPALI ARGOMENTI DALLA RASSEGNA STAMPA DI MARZO:

CRISI IDRICA

L’Adige | 1 Marzo 2023

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Acqua, verso il commissario chiara zomer

Al Trentino l'ipotesi non piace, ma ci si avvicina a grandissimi passi verso l'ipotesi di commissariamento, per gestire l'estate più secca della storia senza che si trasformi in una guerra dell'acqua tra territori. Sarà oggi il giorno della verità: alle 11.30 si riunirà il vertice interministeriale, guidato dalla presidente Giorgia Meloni. Ma a questo appuntamento si arriva con l'ansia dei dati - il quadro generale resta di grande criticità - e la chiarezza delle posizioni, con la pianura che invoca acqua sia per le colture che per uso potabile, perché Adige e Po fanno fatica adesso, figurarsi quest'estate. E quindi si guarda da un lato ai nostri bacini, dall'altro al Garda. Ma in piazza Dante si vede come fumo negli occhi il commissariamento: «Qui il problema non è come usiamo l'acqua, ma che non ce n'è nemmeno per noi e rischiamo non ce ne sia per nessuno - sbotta il vicepresidente Mario Tonina - il Trentino ha fatto sempre la sua parte, anche più di quanto doveva, com'è accaduto l'anno scorso». I timori, a nord di Borghetto, sono per i meleti della val di Non, che contano sulla poca acqua adesso nei bacini.La crisi idrica. Da noi quel che vediamo è che non piove e soprattutto non è nevicato, l'Adige è bassino, i bacini sono semi vuoti: dei 407 milioni di metri cubi che dovrebbero essere contenuti nei 14 bacini, ne abbiamo adesso 141. Senza speranza di riempirli col disgelo. Ma se si allarga l'orizzonte alla pianura, va peggio. L'ultimo monitoraggio dell'Autorità di bacino delle Alpi Orientali parla di severità idrica bassa per le acque superficiali e media per quelle sotterranee, ma è la prospettiva a preoccupare: la consistenza idrica sotto forma di neve è inferiore del 30% rispetto al valore medio del periodo, decisamente meno del 2022. A Boara Pisani le portate oscillano tra 90 e 100 metri cubi al secondo, con andamento decrescente, ma 60 - 80 mc/s sono i valori soglia, per bloccare il cuneo salino. Cioè per evitare che l'acqua salata del mare, non bloccata dalla pressione del fiume che si immette, risalga rendendo impossibile l'impiego dell'acqua dell'Adige sia per uso potabile sia per uso irriguo. Non sta diversamente il Po, che pure nelle scorse ore ha avuto un minimo di tregua con qualche timida pioggia (e neve in quota) che ha permesso una ripresa dei deflussi dei corsi d'acqua in Emilia Centrale e nella Romagna. Ma nonostante la tregua anche rispetto al Po che forte preoccupazione, un po' perché l'anno scorso ha sofferto molto, e un po' perché i prelievi per l'agricoltura sono già iniziati.Verso il commissario. L'ipotesi di un commissario per la gestione dell'emergenza idrica è stata lanciata qualche giorno fa dal ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin (Forza Italia), subito rilanciato dal vicepresidente del senato Gian Marco Centinaio (Lega). Ma tra lunedì e ieri si sono moltiplicate le dichiarazioni in questo senso. Anche dal Veneto, con il governatore Luca Zaia che pure ieri chiedeva un piano Marshall per la crisi idrica, perché «dobbiamo ripensare a tutto quello che è il sistema di utilizzo delle risorse idriche, che sono un patrimonio per tutti» e invita a pulire gli invasi dai detriti, per aumentarne la portata. Fino al ministro Francesco Lollobrigida, un nome pesante nel governo Meloni, che ieri preannunciava: «Sul tema della siccità il governo lavora su diverse proposte di meccanismo, che può essere un commissario speciale o altra formula che permetta di superare la troppa burocrazia, poiché troppe scrivanie producono un rallentamento del tempo davanti a un problema che va affrontato subito». Questa mattina il vertice, con la presidente Meloni, lo stesso ministro Lollobrigida, il vicepremier Salvini e i colleghi ministri Pichetto Fratin, Fitto, Calderoli e Musumeci e i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Mantovano e Morelli. Tra le ipotesi di lavoro, anche piani di razionamento.La Provincia contraria. L'ipotesi del commissario non piace in provincia, perché lede l'autonomia e perché in piazza Dante sono convinti di aver sempre fatto la loro parte. «Certo che non siamo entusiasti, vorremmo poter decidere autonomamente, non attraverso imposizioni - spiega il vicepresidente e assessore all'Ambiente Mario Tonina - anche perché il Trentino ha sempre fatto la sua parte, anche più di quanto poteva, come l'anno scorso, quando è stata chiesta una deroga a Terna, per abbassare a 5 milioni il bacino di Bissina e Boazzo, per rispondere alla Lombardia che aveva problemi d'acqua e di cuneo salino per il Po. Per questo, pensare che il commissario ci detti delle regole anche no, perché il senso di responsabilità non ci è mai mancato. Capisco i rappresentanti di altre Regioni, che davanti all'emergenza sentono il bisogno di delegare, ma noi no».La narrazione del Trentino che trattiene l'acqua per se per poter vendere energia a costi maggiori, insomma, non regge, secondo Tonina. C'è però, questo sì, un fronte che rischia di vedere confliggenti gli interessi trentini con quelli della pianura. Perché l'acqua resta nei bacini anche per garanzia all'agricoltura nonesa: «In Val di Non hanno investito in tecnologia, hanno impianti a goccia ovunque, ma prendono acqua da Santa Giustina. In altre regioni, con gli allevamenti e con grandi aree coltivate a mais, con anche tre raccolti l'anno, c'è bisogno di una grandissima quantità d'acqua a scorrimento. Ma dobbiamo iniziare a interrogarci se sono ancora sostenibili colture così sul lungo periodo».

Il Nuovo Trentino | 1 Marzo 2023 p. 11

La ricetta di Costantini, progettista di stazioni sciistiche: «Sotto i duemila metri, addio. Ma puntiamo più in su»

trento

Il dottor Daniele Costantini è un «costruttore di stazioni sciistiche». Originario di Roncone, oggi vive e lavora in Veneto: sue le realizzazioni delle più importanti piste e funivie delle Alpi. E ovviamente è un grande conoscitore delle dinamiche, anche climatiche. Oggi lavora più all'estero che in Italia, ha importanti contatti con i Paesi Arabi, ed è impegnatissimo in Cina. Ma prima, la sua firma era a Torino per le Olimpiadi del 2006; a Ponte di Legno con il collegamento con il Tonale, di cui si è occupato di tutto, dalla fattibilità ai collaudi fra il 2005ed il 2007; in Veneto con la pista Blizzard a Falcade, poi la Lavadoi ad Alleghe o il collegamento fra Alleghe e la Val Zoldana.«Quando mi affidano una progettazione - rivela - per prima cosa vado sul posto in estate, a piedi. Solo camminando vedi bene la morfologia di un luogo».Costantini, ultimamente può andare a piedi anche in pieno inverno: non c'è più neve. Le stazioni a quote basse sono spacciate? Bonazza ha detto che sotto i 1800 metri... Che certe stazioni a quote inferiori non ce la faranno, è certo. Diciamo che la quota minima di attestamento va alzata, io dico minimo minimo sopra i duemila metri. A tutti gli affetti, è l'unico modo di avere una garanzia.Lei è convinto del surriscaldamento climatico?Io credo che ci siano delle fasi, ricorrenti. Ad esempio negli anni Ottanta fece degli inverni completamente senza neve, ma poi ne sono seguiti di abbondanti. Il problema nuovo però è la temperatura media dell'anno, quello è il vero problema. E cosa si può fare?Molti comprensori hanno iniziato a lavorarci, oggi abbiamo tecnologie per produrre la neve anche a temperature sopra lo zero.Ma per "produrre neve, serve l'acqua, che invece è già carente, non trova?Questo perché si è pensato sempre ad approvvigiornarsi, senza pensare a costruire bacini in luoghi adatti. Cioè in alto, in quota, dove l'acqua non manca. Ma ci sono poche alternative, le soluzioni non sono facili. Io vedo un futuro verso l'alto, come sul Cervino, o sul Monte Rosa, dove gli impianti si spingono oltre i 3 mila metri.E per le stazioni a bassa quota?La vedo molto dura, e parlare di riconversione mi fa un po' sorridere. Casomai, una riconversione estiva, la posso capire. Ma in inverno il 90% della fruizione della montagna è per lo sci. Ciaspole e scialpinismo, fra l'altro, non portano indotto a chi in montagna ci vive.Quindi per Panarotta, Folgaria o Brentonico...Ci sono casi diversi, ed estremi opposti. Ad esempio per la Panarotta io direi che c'è poco da fare. Mentre Bolbeno che è addirittura a 700 metri di quota, pare che funzioni.Perché magari arrivano più sovvenzioni?Ah beh, i contributi provinciali a Bolbeno non mancano mai... Quindi su cosa devono puntare gli impiantisti trentini?Secondo me sui collegamenti. Che vanno ripensati, anche in un'ottica di comprensori più grandi. Quindi: più impianti, più funivie, più in alto...So che gli ambientalisti mi spareranno, ma ci sono abituato. Quello che dico è che in Trentino c'è un futuro per zone alte, come Peio che secondo me andrebbe collegato con il Tonale; o Folgarida e Marilleva, che andrebbe collegata con Ponte di Legno, con il Tonale, ci sono già degli studi. E magari spingersi con un carosello fino allo Stelvio, al Gavia...Insomma, lei allo sci ci crede sempre. Io vedo un pericolo per lo sci e il turismo invernale: il pericolo che diventi uno sport di élite. Perché è inutile negarlo: oggi sciare costa caro, e il pericolo è quello.Però gli impianti sono pieni, anche se qualcuno dice che sono pieni quelli che girano, perché tante stazioni hanno chiuso.Io non vedo come direttamente consequenziale la chiusura di certe stazioni con l'affollamento in altre, anche perché comunque l'offerta è varia ed ancora importante. La sua ricetta è di ampliare ed innalzare. Ma ci vogliono un sacco di soldi. Chi ce li mette?Ho una vasta esperienza di lavoro e consulenza all'estero, e vi dico che ci saranno sempre più grossi investitori esteri, soprattutto dal mondo arabo, e dai fondi di investimento, disposti a metterci capitali. Per gli arabi, investire nella neve è un simbolo di prestigio, di immagine. E poi chi ha enormi capitali è interessato anche ad uno sviluppo urbanistico conseguente. Ma non i grattacieli degli anni Sessanta, come al Tonale o al Sestriere. Qualcosa di integrato nell'ambiente ed ecologicamente sostenibile.Quindi dobbiamo affidarci agli emiri o agli sceicchi.Guardi, sono stato all'Expo di Dubai, dove ho trovato un grande interesse. E se gli investitori stranieri scelgono questi asset, ne guadagna anche la collettività, perché i costi sul territorio sono minori...

Alto Adige | 1 Marzo 2023

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Inverno troppo secco e mite

Le neve in quota sotto la media

Bolzano

L'inverno meteorologico, che è terminato ieri, è stato eccessivamente mite e secco. Le temperature si sono attestate da 1 a 1,5 gradi al di sopra della media pluriennale riferita al periodo 1991-2020. È ciò che emerge dal bollettino redatto dai meteorologi dell'Ufficio provinciale meteorologia e prevenzione valanghe dell'Agenzia per la Protezione Civile.La temperatura massima registrata questo inverno è stata rilevata il 19 febbraio a Laces, in Val Venosta: "spinta" dal Föhn, si è attestata a 19,3 gradi. La temperatura minima, pari a -21,3 gradi, è stata rilevata il 12 dicembre a Sesto Pusteria. Rispetto alla media le precipitazioni piovose o nevose sono state solo la metà in tutto il territorio provinciale. Particolarmente scarse le precipitazioni nell'area occidentale e meridionale dell'Alto Adige. Anche la quantità di neve in quota è attualmente al di sotto della media stagionale.Oggi, primo marzo, inizia la primavera meteorologica che, in questi primi giorni, si caratterizzerà per la presenza di molto sole, qualche nuvola, temperature che saliranno nuovamente di qualche grado.I diagrammi del clima forniscono informazioni su temperature e precipitazioni per Bolzano, Ora, Merano, Silandro, Bressanone, Vipiteno, Brunico e Dobbiaco. Aggiornati quotidianamente, mostrano se i dati attuali sono superiori o inferiori alla media a lungo termine.La rete di rilevamento delle stazioni meteorologiche in Alto Adige comprende un totale di 95 stazioni di rilevamento

automatico, di cui 58 situate nelle aree abitate e 37 in montagna. I dati delle singole stazioni meteo possono essere letti in tempo reale ai seguenti link: stazioni meteo in valle e stazioni meteo in montagna.Le informazioni sulla situazione meteorologica generale e sull'evoluzione del meteo in Alto Adige sono costantemente aggiornate sul sito della Provincia di Bolzano al bollettino online Meteo Alto Adige.Con l'aumento delle temperature, anche le superfici ghiacciate dei laghi più alti vanno incontro a disgelo. In linea di principio, calpestare i laghi ghiacciati è sempre pericoloso. Di qui l'appello alla popolazione dell'assessore provinciale alla Protezione Civile Arnold Schuler a comportarsi in modo responsabile.

L’Adige | 2 Marzo 2023

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Commissario, il Governo rinvia al decreto

Se sul tema della siccità ci sarà un tentativo di scavalcare le prerogative dell'Autonomia è presto per dirlo. Di sicuro ieri la cabina di regia ha messo sul tavolo qualche premessa, ma ha rinviato le soluzioni - nomina e poteri del Commissario compresi - ad un imminente decreto. E fino a quello non è possibile dire come impatteranno i provvedimenti anche sul Trentino. Nell'attesa, il vicepresidente della Provincia Mario Tonina rassicura: «Se hanno deciso per un Commissario non saremo certo noi a metterci di traverso, anche se su questi temi la Provincia di Trento è in grado di decidere».Ma andando con ordine, la cabina di regia, ieri mattina, ha evidentemente chiarito che la crisi idrica è ora una priorità nazionale e che a livello centrale verrà monitorata e gestita. Seduti al tavolo, oltre alla premier Meloni, ieri c'erano anche i ministri Fitto, Calderoli, Salvini, Lollobrigida, Pichetto, Musumeci, la viceministra Gava, i sottosegretari Mantovano e Morelli e il capo della Protezione civile Curcio. Secondo il governo serve anche un commissario straordinario all'emergenza idrica, che metta in pratica quanto deciso dalla cabina di regia ministeriale, eliminando le lungaggini. L'esecutivo pensa a un decreto legge che preveda le semplificazioni e anche commissario e cabina di regia. È prevista inoltre una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sull'uso responsabile dell'acqua. Ma cosa farà il Commissario? Avrà o menoquesto interessa in particolare al Trentino - di superare l'Autorità di bacino e obbligare ad aprire gli invasi, in caso di crisi idrica severa della pianura? È noto che l'ipotesi non piace alla Provincia, che anche martedì ha evidenziato con il vicepresidente Tonina che «il Trentino ha sempre fatto la sua parte, con responsabilità, e senza imposizioni». E che ieri ha ribadito il concesso all'Ansa: «Se hanno deciso questo, non è certo il Trentino che si opporrà. Anche se, come ho ribadito, di acqua non ce n'è nemmeno per noi, quindi la vedo dura pensare di obbligarci a cedere acqua ad altri». E ancora, ricordando le riflessioni affidate a l'Adige martedì: «La mia opinione l'ho già espressa, ed è chiara. La Provincia di Trento, che ha la sua autonomia, su temi come questi è in grado di decidere. L'abbiamo dimostrato in particolare l'anno scorso quando, di fronte a una crisi eccezionale, abbiamo ceduto acqua anche se non eravamo obbligati a farlo». Se e quanto il commissario potrà influire nelle scelte della Provincia, ad oggi non è chiaro: serve attendere il decreto.Certamente ieri il Governo ha evidenziato l'urgenza di interventi a breve e a lungo termine. E di necessità di interventi ha parlato ieri anche il ministro all'Agricoltura Lollobrigida che, in Parlamento, ha evidenziato l'esistenza di 8 miliardi «che sono lì da qualche anno con l'impossibilità di essere spesi per ragioni burocratiche e normative su cui bisognerà intervenire rapidamente». E ha annunciato la volontà del governo di realizzare un piano straordinario ed attuarlo.Dal punto di vista della necessità di mettere mano alle reti idriche anche il Trentino ha più di una emergenza. Perché le reti non sono i buone condizioni, o per lo meno le criticità sono tante: si calcola che siano necessari, per efficientare gli acquedotti trentini che "fanno acqua" in un momento in cui l'acqua andrebbe risparmiata, qualcosa come 600 milioni di euro. Servirebbe destinare risorse. E servirebbe un piano di interventi a lungo termine.

Alto Adige | 2 Marzo 2023

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Schuler: «Se non piove tanto saranno guai»

Bolzano

Si è tenuta ieri a Palazzo Chigi la prima cabina di regia contro l'emergenza idrica. Il vertice interministeriale, presieduto dalla premier Meloni, ha stabilito che sarà adottato un provvedimento d'urgenza per contrastare il fenomeno e le sue implicazioni, dall'agricoltura all'energia, il quale conterrà le necessarie semplificazioni e deroghe per accelerare i lavori essenziali a fronteggiare la siccità. Per rendere concreta l'attuazione di questi progetti, il governo nominerà un commissario straordinario con poteri esecutivi. Ancora non si conoscono i dettagli e quali saranno esattamente le ripercussioni a nord di Salorno, ma, come spiega l'assessore provinciale all'agricoltura Arnold Schuler, «l'emergenza idrica ha due facce: quella territoriale, provinciale, e quella di più ampio respiro, visto che la provincia di Bolzano fa parte del bacino idrografico dell'Adige: dobbiamo garantire una certa quantità di acqua dei nostri fiumi anche per le altre regioni». Come già è stato fatto nell'estate 2022.Intanto, anche in Alto Adige la situazione è difficile, o per meglio dire, c'è grande preoccupazione. Per l'agricoltura, la pastorizia, le foreste, la produzione idroelettrica - scesa già l'anno scorso del 30% rispetto alla norma.«Per ora - così ancora Schuler - non ci sono criticità, ma arriveranno di sicuro se nelle prossime settimane non piove. Se

dovesse piovere non poco, ma in maniera intensa, per più giorni, si rientrerebbe in una situazione di normalità. Per il momento però non sono previste precipitazioni significative». Per adesso non è ancora iniziata la stagione vegetale, «ma bisognerà vedere fra qualche settimana; la preoccupazione, grande, riguarda il momento in cui inizierà la fioritura, quando inizierà a crescere l'erba».In una nota esprime preoccupazione anche la Fondazione Dolomiti Unesco: «Con la primavera alle porte il pensiero non può che andare al bilancio nivometrico di un inverno estremamente secco: la neve di gennaio ha limitato i danni solo dal punto di vista paesaggistico e la siccità di febbraio ha confermato la grande preoccupazione per la disponibilità idrica di cui potranno godere tanto i rifugi d'alta quota quanto i fondovalle nel corso dell'estate». Un inverno che non lascia tranquilli, insomma. Le precipitazioni, così ancora la Fondazione, «hanno continuato a farsi attendere fino alla fine di febbraio, fermo restando che quelle tardive non garantirebbero comunque un accumulo durevole di neve; l'esperienza degli ultimi anni ha ormai consentito di verificare come vengano anticipate all'inizio dell'estate le condizioni un tempo osservate tra la fine di agosto e il mese di settembre. Dunque, anche per la prossima estate, sarà importante sensibilizzare i frequentatori della montagna ad un utilizzo responsabile della risorsa idrica, come già avvenuto durante l'estate 2022».Nelle scorse settimane, prosegue la Fondazione, è arrivata la conferma anche da parte di Cai e Avs, proprio dalle pagine del nostro quotidiano: «I ghiacciai stanno esaurendosi, non nevica, non piove», ha evidenziato il responsabile dei rifugi del Cai Bolzano Sergio Massenz, «in alta l'acqua non penetra nel terreno, non arriva alle sorgenti. A valle, dove c'è un bacino di raccolta più ampio, basta che piova qui o lì e si riesce ad approvvigionarsi. Ma se il rifugio sta in cima o quasi, quando non piove resta a secco».La Fondazione conclude precisando che «i gestori di rifugio dell'area Unesco, intanto, si stanno già attrezzando anche sul fronte della sensibilizzazione, con la prosecuzione della campagna #vivereinrifugio che lo scorso anno ha raggiunto 3 milioni di visualizzazioni sui canali social della Fondazione, contribuendo a promuovere una frequentazione responsabile della montagna, che passa prima di tutto per la consapevolezza che l'acqua, in alta quota, non può essere sprecata e che qualche piccolo sacrificio deve essere considerato come un'occasione per vivere un'esperienza più autentica in quota». DA.PA

Corriere delle Alpi | 2 Marzo 2023

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Febbraio caldo e secco

Precipitazioni pari a zero in mezza provincia

Belluno

Un mese più caldo del solito, ma soprattutto secco. Arpav ha completato l'elaborazione dei dati meteo relativi al mese di febbraio e ne offre un quando completo. L'ultimo mese dell'inverno meteorologico è statisticamente il meno piovoso dell'anno e uno dei più soleggiati e queste caratteristiche anche quest'anno sono state rispettate e accentuate. Nella prima decade sono prevalse correnti miti da nord e successivamente correnti molto più fredde da nord-est, che hanno portato la seconda ed ultima ondata di freddo dell'inverno, dopo quella dell'11-13 dicembre. Nella seconda decade, dopo alcuni giorni con un solido campo di alta pressione, sono seguite giornate con tempo variabile, ma mai perturbato, per l'azione di un flusso atlantico relativamente mite. L'ultima decade ha visto prima il ritorno dell'alta pressione e poi, a fine mese, un nuovo afflusso di aria fredda dal nord-Europa, che ha interessato più direttamente la Francia e la Spagna. Nel complesso, l'inverno 2022-23 si è rivelato più caldo e meno piovoso e nevoso del normale. Le temperature medie mensili sono risultate mediamente 2°C superiori alla norma, nonostante la fase di freddo. Lo zero termico a febbraio è variato fra un minimo di 270 m del giorno 7 ed un massimo di 3410 m del giorno 21. Le precipitazioni totali mensili sono state molto scarse o addirittura assenti. Gli unici fenomeni da segnalare sono le burrasche di neve in quota ad inizio mese sulle Dolomiti settentrionali (alto Agordino, Ampezzano, Val d'Ansiei e Comelico) e il rovescio sulle Prealpi nella notte fra il 25 ed il 26 (Feltrino, Valbelluna ed Alpago).Nel settore centrale della provincia (Dolomiti meridionali), cioè in basso Agordino, Zoldo e Cadore, gli apporti sono stati assenti. La frequenza delle piogge ribadisce lo stesso quadro, a fronte dei 5-6 giorni piovosi o nevosi normali per questo mese. Un mese di febbraio così siccitoso non è da considerare complessivamente eccezionale per la provincia di Belluno, per quanto localmente (ad esempio a Forno di Zoldo, Agordo, Borca e Santo Stefano) non si abbia alcun riscontro, negli ultimi 37 anni, di un febbraio con precipitazioni pari a zero. Se si considera il bimestre gennaio-febbraio, si nota come negli ultimi tre decenni si sono avute alcune situazioni anche peggiori, per carenza di precipitazioni, come negli anni 2020, 2005, 2000 e 1993. © RIPRODUZIONE RISERVATA

L’Adige | 3 Marzo 2023

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Laghi e invasi mai così vuoti

Allarme rosso per l'oro blu. Oggi in Trentino il grado di riempimento dei laghi e degli invasi artificiali è del 32%: significa che l'attuale disponibilità è di un terzo rispetto a quella che potremmo avere. Numeri che fanno scattare l'allerta in Provincia. Ieri il vicepresidente Mario Tonina ha tenuto un sopralluogo a Malga Bissina, in Val Daone, dove la situazione è ancora più preoccupante: il riempimento è

del 15% e l'assenza di neve si farà sentire. Tonina torna a lanciare messaggi al Veneto e alla Lombardia: «In estate l'acqua servirà al Trentino» Malga Boazzo, val Daone, Trentino che va verso la Lombardia. Terra di malghe e di acqua. Con l'Adamello che si «sente». C'è la neve.Dalla centrale elettrica si sale con la funivia (non aperta al pubblico) verso la diga di Malga Bissina. Dai 1.227 metri di quota si arriva ai 1.790.C'è la neve, ma poca. Troppo poca. Gli invasi di Malga Bissina e Malga Boazzo sono alcune tra le riserve dell'oro blu della nostra provincia. Invasi che - nei tempi migliori - garantiscono lavoro per le turbine e acqua per tutti: per l'agricoltura del Trentino e anche per le zone sempre più assetate ai confini, vale a dire la Lombardia e il Veneto. Ma non stiamo vivendo i tempi migliori. Anzi. Ad inizio marzo l'allerta per la siccità è già a livelli di allarme.Siamo saliti fin qui, in Val Daone, per capire se davvero si deve stare in pensiero per quanto riguarda l'acqua in Trentino. Le conferme sono importanti: la crisi idrica è nei fatti. Prima di tutto è nelle cifre. Il primo dato? In questa riserva di oro blu si è scesi al sedici per cento del riempimento massimo delle due dighe. Sedici per cento, ad inizio marzo, quando si dovrebbero sentire i primi benefici dello scioglimento delle nevi e delle piogge. Significa che, per fare un esempio, avete a disposizione un vascone da cento litri d'acqua ma ne avete solo sedici, che vi dovranno bastare per una lunga stagione di sete.Ad oggi negli invasi di Malga Bissina e Malga Boazzo sono presenti 11,7 milioni di metri cubi d'acqua (9,5 a Bissina e 2,2 a Boazzo). La capienza massima complessiva delle due realtà è pari a 71,8 milioni (60,1 da una parte e 11,7 dall'altra): nello specifico il riempimento di Malga Bissina è del 15,8% e del 18,8% a Malga Boazzo.La Provincia di Trento sta seguendo con attenzione l'emergenza idrica. Il monitoraggio è costante, giorno per giorno. Ieri in Val Daone sono saliti il vicepresidente Mario Tonina, il responsabile dell'area tecnica di Hydro Dolomiti Energia Michele Buratti e Sandro Rigotti, dirigente del Servizio grandi derivazioni idroelettriche e distribuzione gas della Provincia. Il sopralluogo, come detto, è stato preceduto da una nevicata notturna. Ma davvero poca roba, una spruzzata che non darà molti benefici, oltre a quello di rendere più bianco il bosco. Negli anni scorsi una precipitazione del genere avrebbe portato almeno dieci centimetri di neve, ma dobbiamo accontentarci.A Malga Boazzo c'è la funivia che porta gli operatori a Malga Bissina, visto che la strada è chiusa. Sei-sette chilometri di distanza che non modificano di molto il paesaggio: poca neve nel punto più basso, poca neve in quello più alto.Il fenomeno della crisi idrica si fa sentire in tutto il Trentino. Potremmo dire che il riempimento degli invasi artificiali idroelettrici e dei laghi naturali regolari scende a vista d'occhio, o quasi. Attualmente negli invasi e nei laghi è infatti disponibile un volume idrico complessivo di 128 milioni di metri cubi su una capacità complessiva di 407 milioni: l'attuale grado di riempimento è quindi pari al 32%. La settimana scorsa era al 34%. Gli invasi artificiali in Trentino sono 15: Santa Giustina, Careser, Pian Palù, Tra da Stua, Specchieri, San Colombano, Stramentizzo, Fedaia, Forte Buso, VBal Noana, Schener, Costabrunella, Ponte Pià, Malga Bissina e Malga Boazzo), mentre i quattro laghi in questione sono Molveno, Toblino, Cavedine e Ledro).La situazione più preoccupante riguarda gli invasi artificiali, che hanno una percentuale di riempimento del 26% e che negli ultimi dieci giorni hanno perso sei milioni di metri cubi di acqua.Tocchiamo la neve a Malga Bissina, diventata così preziosa. La neve, infatti, gioca un ruolo fondamentale nel riempimento degli invasi: è evidente che - essendo scesa in maniera poco generosa - l'apporto dello scioglimento sarà insufficiente. Chiediamo: ma è possibile sapere quanta neve abbiamo perso negli ultimi anni? La risposta, ufficiale, che arriva dagli uffici della Provincia è chiara. Si fa infatti riferimento all'indicatore Swe (Snow Water Equivalent) che consente di stimare il quantitativo d'acqua che potrà essere prodotto dalla fusione del manto nevoso presente al suolo: in tutti i bacini primari della provincia di Trento (Noce, Avisio, Sarca, Chiese, Brenta, Vanoi, Cismon, Fersina) lo Swe assume valori molto bassi, inferiori al ventesimo percentile della serie relativa all'ultimo ventennio. Questo significa che, su tutto il territorio provinciale, negli ultimi vent'anni, valori simili (o inferiori) a quelli attuali sono stati registrati in meno del 20% dei casi. Per quanto riguarda il campo neve di Malga Bissina al primo marzo sono stati rilevati 50 centimetri di neve al suolo. Un valore che risulta leggermente superiore a quello registrato nello stesso periodo dell'anno scorso (pari a 40 centimetri), ma comunque di molto inferiore alla media storica del periodo dal 1981 al 2022, che si attesta a 110 centimetri. La disponibilità nelle falde non è solo il risultato delle ultime precipitazioni, perché contano anche processi più lunghi. Non a caso Michele Buratti (Hde) spiega, in riferimento al sopralluogo: «Abbiamo già vissuto periodi con queste poche precipitazioni, ma mai con le falde così basse».Sono rimaste nella memoria le immagini impressionanti del bacino di Malga Bissina quasi prosciugato, l'estate scorsa, dopo la decisione della Provincia di Trento, concordata con Terna e Dolomiti Energia, di cedere alla Lombardia 5 milioni di metri cubi di acqua, la metà della quantità già scarsa, presente allora. Una scelta assunta dalla Provincia di Trento con Terna e Dolomiti Energia: l'anno scorso, per la prima volta, l'atto di responsabilità venne pagato dalla Lombardia con un milione di euro, utilizzato per la messa in sicurezza dell'attraversamento stradale dell'abitato di Breguzzo. Ma la prossima estate non si potranno fare altre cessioni.Sono ferme le turbine a Malga Boazzo. Potrebbero funzionare, ma durante il sopralluogo non si accendono. Restano gli 11 milioni di metri cubi d'acqua, che immaginiamo sotto la neve. Nonostante il nevischio fa caldo: forse è la temperatura, forse è l'effetto personale legato ad una crisi che puoi sentire e toccare da vicino. Viene ricordato che 10 milioni di metri cubi d'acqua rappresentano la riserva strategica per i servizi eccezionali di potenza per il sistema elettrico nazionale: siamo davvero al limite.Lo si vede, che siamo al limite, anche camminando su quella che i tecnici chiamando «coronamento» della diga, vale a dire il livello più alto. La neve, il ghiaccio, l'acqua sono davvero lontani.C'è una realtà che ricorre spesso, nei discorsi di giornata, ed è il lago d'Idro. Lo specchio d'acqua, sempre più in difficoltà, viene considerato un triste paradigma di una politica (a livello di Regione Lombardia) che rinvia di continuo le scelte necessarie. Oggi il lago d'Idro ha un grado di riempimento superiore alla media di periodo registrata negli ultimi anni: tale condizione deriva dalla riduzione operata sulle portate in uscita dal lago, in modo da favorire il riempimento del lago in vista della stagione irrigua. Non ci resta che sperare, oggi.

L’Adige | 3 Marzo 2023

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Tonina: Veneto e Lombardia, ora fate i giusti investimenti

«Siamo al limite. Veneto e Lombardia facciano gli investimenti, invece di chiederci l'acqua». Mario Tonina, vicepresidente della Provincia di Trento e assessore competente in materia di energia, in pochi giorni ha voluto verificare da vicino lo stato dei bacini artificiali di Santa Giustina (la settimana scorsa) e di Malga Bissina (ieri).Vicepresidente, è preoccupato?Nei giorni scorsi abbiamo effettuato un sopralluogo al bacino di Santa Giustina, dove abbiamo potuto toccare con mano il fatto che l'acqua oggi è trenta metri sotto il livello ottimale estivo.In effetti, le immagini sono impressionanti.Sì, e spero che siano servite al resto d'Italia per farsi un'idea precisa della crisi idrica in atto in Trentino, una situazione che tra l'altro si somma a quella dell'anno scorso.A Malga Bissina e Malga Boazzo l'allarme non è da meno.Sì, con un volume d'acqua di 11 milioni di metri cubi su una capacità di 71. Non sarebbe un problema se ci fosse la neve, ma le precipitazioni sono state molto scarse e questo preoccupa non poco. Dobbiamo augurarci una piovosità "normale" in marzo e in aprile.Quali sono i danni che ci dobbiamo aspettare?Parto dall'idroelettrico: se le condizioni rimangono queste non saremo in grado di fornire energia elettrica. Poi penso all'agricoltura e al territorio: in questo caso la situazione è critica, non lo nascondo, ma non ancora drammatica.Il Trentino cosa ha fatto, per invertire la tendenza?Ce ne siamo occupati sin dagli Stati generali della montagna, ad inizio legislatura. Da allora abbiamo approvato diversi strumenti, come la Strategia provinciale per lo sviluppo sostenibile, il Piano energetico ambientale e quello sui cambiamenti climatici, oltre al Piano per la tutela delle acque.L'assenza delle precipitazioni si somma alla riduzione dei ghiacciai.Infatti in futuro potremo contare sempre meno sull'apporto dei ghiacciai.Lei ha già dichiarato che la pianura non avrà l'acqua trentina, in estate. Possibile?Certo, non potremo fare altrimenti. Veneto e Lombardia facciano i giusti investimenti.Ad iniziare da cosa?Dai bacini di accumulo, ma non solo. I dati ci dicono che le precipitazioni non sono calate nel corso dell'anno, ma che queste sono più concentrate in alcuni eventi. È inoltre necessario investire in tecnologia e nelle irrigazioni di precisione. Oggi la tecnologia ci dice quando utilizzare l'acqua senza sprechi.L'agricoltura trentina rischia di perdere acqua perché il Trentino la dovrà dare al Veneto o alla Lombardia?Non possiamo permettercelo. L'agricoltura, la frutticoltura, la zootecnia sono settori di eccellenza del Trentino, che non dovranno essere penalizzati.I bacini in quota per lo sci non rappresentano uno spreco d'acqua?No, nessuno spreco. Si tratta di investimenti necessari: vi immaginate cosa sarebbe stato del turismo dello sci con queste precipitazioni?Ma l'acqua non sarebbe meglio utilizzare per altri scopi?Guardi che non c'è alcun spreco: dopo lo scioglimento l'acqua rimane nel terreno e va a finire nelle falde.La rete degli acquedotti va migliorata, anche in Trentino.Sì. Però servirebbero 450 milioni di euro. Tanti Comuni sono stati ammessi a finanziamento per il Pnrr ma i soldi non sono stati assegnati. Il risparmio idrico per noi è una necessità: siamo un'autonomia speciale e dobbiamo sentirne la responsabilità. Oggi, se la rete degli acquedotti non è efficiente, questo porta alla perdita dell'acqua: con una rete migliore, invece, anche l'eventualità del «troppo pieno» porta l'acqua nel ciclo ambientale.Il 22 marzo torna la Giornata mondiale dell'acqua.Sarà l'occasione per ribadire che ognuno deve fare la propria parte. Ognuno di noi deve garantire il risparmio dell'acqua. Si tratta prima di tutto di un fatto culturale: non a caso coinvolgeremo le scuole, perché le nuove generazioni sono molto sensibili su questi temi.Teme l'arrivo del commissario straordinario?Se l'obiettivo del commissario sarà di creare una cabina di regia fra i ministri interessati e di semplificare le procedure per gli interventi necessari non ci saranno problemi. Si tratta di obiettivi condivisibili. Ma il commissario dovrà confermare che la nostra acqua servirà prima di tutto al Trentino: la Val di Non o Storo, per fare due esempi, non potranno restare a secco.In estate non mancheranno i Comuni senz'acqua. Cosa farete?Verrà messo in atto il Piano emergenza: se ci sarà bisogno la Protezione civile saprà intervenire.Mauro Capra, presidente dei Consorzi irrigui, e Luigi Stefani, presidente del Consorzio di bonifica, chiedono che anche in Trentino si facciano nuovi invasi.Ho letto le due interviste: si tratta di realtà che da tempo hanno dimostrato capacità di guardare al futuro, con sistemi di irrigazione all'avanguardia. Per quanto riguarda gli invasi, non si può non essere d'accordo, ma si tratta di interventi molto impegnativi dal punto di vista economico.P.Mi.

Corriere delle Alpi | 3 Marzo 2023

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Ridurre le perdite nell'irrigazione stanziati 71 milioni per il Veneto

Enrico Ferro

Venezia

Un investimento di 880 milioni di euro per aumentare l'efficienza dei sistemi irrigui, con 97 progetti già finanziati in tutta Italia. In questo piano annunciato mercoledì sera dal ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, c'è anche il Veneto. I progetti sono 6 e vi sono stati destinati circa 71 milioni di euro.«I progetti» ha spiegato Lollobrigida, «prevedono interventi di conversione dei sistemi irrigui in altri più efficienti, di adeguamento delle reti di distribuzione al fine di ridurre le perdite, di installazione di tecnologie per un uso efficiente delle risorse idriche, quali contatori e sistemi di controllo a distanza». i progetti per il venetoUn progetto è stato finanziato al Consorzio Veronese per 19 milioni e 400 mila euro, altri due sul Delta del Po per 7 milioni e mezzo e per 7 milioni e duecento mila euro, poi c'è il Consorzio Brenta con 10 milioni e 200 mila euro, il Consorzio Bacchiglione Padova con 7 milioni e 200 mila euro e il Consorzio Veneto Orientale con altri 20 milioni. «Tre sono stati finanziati attraverso il Pnrr e gli altri grazie alla legge 178 introdotta con la Finanziaria del 2020», spiega Andrea Crestani, direttore di Anbi Veneto, l'ente che raggruppa tutti i consorzi della regione. I progetti

finanziati erano stati sviluppati proprio dai tecnici dei consorzi, con la supervisione dell'assessore regionale all'Agricoltura Federico Caner. «Il nostro piano per il Veneto è stato deliberato dalla giunta la scorsa settimana. Parliamo di un grande piano con risorse importanti e pluriennali», ha evidenziato l'assessore. allarme siccitàC'è soddisfazione per questi 71 milioni destinati al Veneto per progetti di efficientamento, ma il problema ora è che l'acqua non c'è. Serve quindi un piano per accumularla e conservarla, per poterla poi usare nei momenti di grave crisi idrica come quelli passati la scorsa estate e come quelli previsti per la prossima. Il presidente della Regione Luca Zaia l'ha definito un piano Mashall. Anche questo è stato realizzato dai Consorzi e poi recepito dall'ente regionale. Servono però 900 milioni solo per il Veneto, di conseguenza dovrà essere un piano pluriennale, che andrà a compimento in un decennio. ex caveSono 17 le ex cave individuate per trasformarle in altrettanti bacini di raccolta: 44 milioni di metri cubi invasati. Tutti i siti andrebbero ovviamente bonificati e impermeabilizzati. Ma il nodo più importante sarebbe la gestione dei passaggi di proprietà, visto che molte di queste appartengono ancora a privati. Sulle cave ci sarà la possibilità di fare impianti fotovoltaici galleggianti per 27 megawatt di potenza.invasi in pianuraAltri 10 siti sono stati individuati per realizzare gli invasi di pianura, con una capacità stimata in 5 milioni di metri cubi d'acqua. Questa tipologia di bacini, vista la piccola quantità d'acqua che riescono a trattenere, sono funzionali soprattutto all'irrigazione di precisione, cioè a orti e frutteti.corsi d'acquaLa terza via è la cosiddetta "bacinizzazione" dei corsi d'acqua esistenti: 10 sbarramenti in altrettanti tratti di fiumi o canali, per una capacità complessiva di 5 milioni di metri cubi.l'impegno«Noi siamo molto soddisfatti perché il Governo ha messo l'emergenza idrica al centro dell'agenda», commenta Crestani. «Si sono presi pubblicamente un impegno e confidiamo che sarà portato a termine. Servono però piani pluriennali, con progetti realizzati anno dopo anno e, soprattutto, con fondi cadenzati nelle varie annualità. Così tra 10 anni potremo finalmente essere a regime». ©

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Corriere delle Alpi | 13 Marzo 2023

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Razionamento dell’acqua

l'allerta

Francesco Dal Mas

In Veneto pioverà solo mercoledì, ma al più per 7 millimetri d'acqua (ne servono 200 in marzo per colmare il deficit). Siccità incalzante, dunque. Ed ecco che da Valdobbiadene, dove si è aperta l'Antica Fiera di San Gregorio, il presidente della Regione Luca Zaia ha confermato che ha allo studio un'ordinanza per razionare l'acqua, destinando la poca che c'è all'uso civico. E se sabato pomeriggio, a Udine, il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida ha promesso che saranno accelerate gli studi per desalinizzare l'acqua del mare, Zaia assicura: noi siamo pronti. E già quest'estate potrebbero essere utilizzati i desalinatori mobili, nelle situazioni di emergenza. Non solo, il presidente ritorna sull'urgenza di sghiaiare gli invasi di montagna (pieni di detriti e fango anche al 70%) e di concretizzare i progetti di riempimento d'acqua delle cave di pianura. Giovedì prossimo, l'Università di Padova e il Consorzio Prosecco Docg Conegliano Valdobbiadene presenteranno gli studi per i primi 20 micro invasi delle Colline Unesco. In quota, sul Cesen, sopra queste colline non è rimasto infatti un filo di neve di quella caduta recentemente. Tutto è secco. E lo è, in parte, il Piave che scorre a valle; poca, in montagna, la neve da sciogliere; il deficit della riserva nivale, dall'inizio dell'anno idrologico (1° ottobre) sta arrivando ad un metro e mezzo. «A me spiace, perché poi quando firmo c'è sempre qualcuno che ha delle limitazioni, ma noi non possiamo più permetterci di sprecare acqua» spiega Zaia, dopo aver dato l'annuncio dell'ordinanza davanti ai mille di piazza Marconi che assistono al taglio del nastro della Fiera «Siamo in una situazione problematica, direi anzi tragica. Penso che il tema del razionamento si sta avvicinando sempre di più. Quindi faccio un appello ai cittadini, a prescindere dall'ordinanza: non sprecate. Anche il più piccolo bicchiere d'acqua non sprecato può contribuire, insieme a tanti altri, a riempire i laghi».Non si conosce ancora la struttura dell'ordinanza, ma Zaia stesso anticipa che verrà privilegiato l'uso civico. Questo rispetto anche all'irrigazione agricola; d'altra parte, non siamo ancora nel pieno della stagione.«Se lavorassimo sulla ricerca e desalinizzazione per riutilizzare l'acqua del mare come fanno in tante altre nazioni, potremmo arrivare ad avere una certa tranquillità rispetto a eventi come questi» rifletteva l'altro ieri il ministro Lollobrigida davanti a una platea di agricoltori friulani. «Mi sono già informato da mesi sulle modalità da poter seguire in Veneto, considerato che le ho studiate anche all'università e che vengono utilizzate dagli israeliani e in realtà come Dubai,che vive di fatto di acqua di mare desalinizzata».Il vero tema, secondo Zaia, è l'energia necessaria per far funzionare le macchine che rendono dolce l'acqua del mare: ce ne vuole tanta. Bisogna approfittare dell'energia solare per trasformarla in energia da utilizzare a questo scopo. Se riuscissimo a farlo, avremmo di fatto una risorsa inesauribile, cioè il mare».Già l'estate scorsa alcuni desalinatori mobili sono stati usati alla foce del Po per fronteggiare il cuneo salino che avanzava (si trattava di fornire acqua dolce a comuni che la pescano dal Po per depurarla, i cui depuratori non sono "tarati" per l'acqua di mare).«È una strada da percorrere; la stiamo studiando da un anno e qualche idea ce l'abbiamo». Quale, però, Zaia non la vuole anticipare.Il presidente torna ad insistere sulla pulizia degli invasi di montagna - i laghi del Centro Cadore, Santa Croce, Mis, Corlo, ma anche gli invasi artificiali generati dalle dighe di Auronzo, Val Boite, Marmolada, Val di Zoldo ed altri ancora -, ricordando che ce ne sono di ingombri di ghiaia anche per il 70%. L'Enel, che li gestisce, sollecita da anni un'apposita legge a livello nazionale (come scavare? Come trattare eventuali materiali inquinati? Dove gettare il fango?). «Il Governo deve accelerare sul Piano contro la siccità. Che servirà anche per affrontare questi temi. È urgente, comunque, metter mano anche all'utilizzo delle cave da trasformare in invasi di contenimento». Le prime soluzioni arriveranno dalle

rive della viticoltura eroica, quelle del Prosecco Superiore, con i primi invasi, di piccole dimensioni, che potrebbero essere pronti per giugno-luglio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 13 Marzo 2023

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Primi due mesi con 1,44 gradi in più al Nord

In febbraio sul Veneto solo 3 mm di pioggia

lo scenario

Il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno più caldo di sempre con +1,44 gradi sopra la media nel Nord nei primi due mesi dell'anno. L'anomalia riguarda l'intera Penisola, dove la temperatura è stata comunque superiore di 0,76 gradi nei primi due mesi dell'anno. È quanto emerge dall'analisi della Coldiretti su dati Isac Cnr che rileva le temperature in Italia dal 1800, che evidenzia anche precipitazioni al di sotto della media nel primo bimestre dell'anno dopo un 2022 in cui è caduta il 30% di pioggia in meno. Nel Veneto mediamente a febbraio sono caduti 3 millimetri di pioggia: in media ne cadono 60. Le previsioni danno qualche scroscio domani e forse mercoledì, per una fase umida devvero brevissima.L'annunciato ritorno della pioggia - sottolinea la Coldiretti - è importante per dissetare i campi resi aridi dalla siccità e ripristinare le scorte idriche nei terreni, negli invasi, nei laghi, nei fiumi ma si registra anche lo scarso potenziale idrico stoccato sotto forma di neve nell'arco alpino ed appenninico.Gli effetti sono evidenti con i grandi laghi che - continua la Coldirettihanno ora percentuali di riempimento che vanno dal 19% del lago di Como al 36% del lago di Garda fino al 40% di quello Maggiore mentre il livello idrometrico del fiume Po al Ponte della Becca è a -3,2 metri e si registra anche lo scarso potenziale idrico stoccato sotto forma di neve nell'arco alpino ed appenninico.Il risultato è che in Italia sono circa 300mila le imprese agricole che si trovano nelle aree più colpite dall'emergenza siccità soprattutto nelle aree del Centro Nord con la situazione più drammatica che si registra nel bacino della Pianura Padana - spiega Coldiretti - dove nasce quasi 1/3 dell'agroalimentare Made in Italy e la metà dell'allevamento che danno origine alla food valley italiana conosciuta in tutto il mondo. Dalla disponibilità idrica dipende la produzione degli alimenti base della dieta mediterranea, dal grano duro per la pasta alla salsa di pomodoro, dalla frutta alla verdura fino al mais per alimentare gli animali per la produzione dei grandi formaggi come Parmigiano reggiano e il Grana Padano ed i salumi più prestigiosi come il prosciutto di Parma o il Culatello di Zibello. Senza parlare del riso le cui previsioni di semina prevedono un taglio di 8mila ettari e risultano al minimo da 30 anni. Gli agricoltori italiani sono impegnati a fare la propria parte per promuovere l'uso razionale dell'acqua, lo sviluppo di sistemi di irrigazione a basso impatto e l'innovazione con colture meno idro-esigenti.

Il Nuovo Trentino | 14 Marzo 2023

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Le Alpi senza neve. Il deficit è del 69% rispetto alla media degli ultimi dieci anni

gli studi

Meno 69 per cento: è questa l'entità, enorme, del deficit di risorsa idrica nivale accumulato dalle Alpi, rispetto alla media degli ultimi dodici anni. Un dato che arriva nel pieno di quello che, storicamente, dovrebbe essere il periodo di massimo accumulo di neve, risorsa pronta poi a sciogliersi, fornendo l'acqua necessaria per le diverse attività.A dirlo è la fondazione Cima, che lancia l'ennesimo allarme legato all'assenza di piogge e alla parallela esplosione del fenomeno siccità. Un fenomeno che è realtà da ormai due anni, e che, si teme, possa aggravarsi ulteriormente l'estate prossima.Questo mentre, sulle Alpi, le nicchie di sopravvivenza per le piante originarie di quelle zone montane subiscono una continua riduzione: un trend iniziato trent'anni fa e che si fa sempre più preoccupante. A rilevarlo, in questo caso, è una ricerca condotta dalla ricercatrice padovana Costanza Geppert, pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle scienze degli Stati Uniti. E il motivo del fenomeno è presto detto: sempre il "solito" cambiamento climatico. Le temperature in aumento, in particolare, che spingono le varie specie a salire di quota, per avere a disposizione ambienti adatti alla sopravvivenza.Inoltre, analizzando questi cambiamenti, i ricercatori italiani hanno appurato che il progressivo spostamento di altitudine, all'inseguimento delle temperature più rigide, non avviene nello stesso modo per tutte le specie. E, in particolare, le piante autoctone mostrano una maggiore difficoltà di sopravvivenza rispetto alle piante aliene. In sintesi, a cambiare non sono soltanto le temperature medie e gli eventi climatici. Ma, con loro, anche la fisionomia delle nostre montagne.Del resto, i dati relativi a piogge e nevicate parlano chiaro. Nonostante le basse temperature e le nevicate, anche intense, che si sono verificate a gennaio, il deficit idrico, conseguenza dello scarso accumulo nivale, continua ad allarmare. Il deficit idrico del -69% accumulato dalle Alpi negli ultimi 12 anni è il dato che, più degli altri, può riassumere quello che è un vero e proprio dramma ambientale. Un dramma che non ha collocazione geografica: il deficit idrico a livello nazionale si stima essere del -63%, quello del fiume Po del -66%. E la situazione è in peggioramento, come dimostrano i dati di marzo, che segnano un ulteriore passo indietro rispetto alle cifre del mese precedente, complici le temperature sempre più miti con l'avvicinarsi della primavera.«Dagli scorsi deficit di neve, abbiamo imparato che le scarse risorse

idriche nevose spesso portano a un calo della produzione di energia idroelettrica su scala alpina. E che gli anni caldi e siccitosi come il 2022 vedono meno neve ma anche un maggiore fabbisogno di acqua per l'irrigazione» commenta Francesco Avanzi, ricercatore dell'ambito Idrologia e Idraulica di Cima. «È una "tempesta perfetta" per le nostre montagne, che forniscono meno neve, proprio quando avremmo bisogno di più acqua del solito». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 18 Marzo 2023

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Il bacino del Piave è in difficoltà: manca il 56 per cento di acqua

La situazione

Nei primi 15 giorni di marzo è caduto tra il 20 ed il 35% delle precipitazioni mediamente attese per fine mese. E la riserva di neve risulta inferiore di 145 centimetri alla media, dall'inizio dell'anno idrologico (1° ottobre). I bacini sono invasati per il 56%. Lo conferma il bollettino Arpav per la prima metà del mese. Nel corso dei primi 15 giorni sono caduti mediamente 17 millimetri di pioggia; il valore medio (1994-2022) dell'intero mese di marzo è stimato in 65. Apporti leggermente superiori soltanto sul Bellunese centrale. La sommatoria di neve fresca da ottobre al 15 di marzo, evidenzia un deficit di precipitazione del 40% circa pari a 140 cm di neve a 2000 m, 110 cm a 1600 m e 50-90 cm nei fondovalle delle Dolomiti. La risorsa idrica da neve è scarsa, simile all'inverno scorso, in calo da metà gennaio e pari a 110-115 milioni di metri cubi nel bacino del Piave, 60 nel bacino del Cordevole e a 65-74 in quello del Brenta. Rispetto alla media 2005-2022, nel bacino guida del Piave, il deficit è del 56% pari a 150 milioni di metri cubi di acqua.Nei principali serbatoi del Piave dal 1° marzo continua complessivamente la situazione di lieve calo con volumi invasati che rimangono comunque superiori ai valori medi storici per il periodo. Il volume totale al 15 marzo è di 94.7 Mm3 (-4.5 Mm3 dalla fine febbraio), pari al 56% di riempimento. A Pieve il volume è stazionario intorno al 30% di riempimento da novembre causa interventi di manutenzione di alcuni manufatti, S. Croce prosegue in forte calo fino al 65% di riempimento e il Mis continua invece con il forte incremento fino al 75% di riempimento. Sulle sezioni montane del Piave la prima quindicina di marzo è stata caratterizzata da deflussi inferiori alla media storica, con valori in leggero incremento a seguito delle piogge del 14. La portata media della prima metà di marzo è variabile: il Fiorentina44% sulla media storica, Cordevole a Saviner -41%, Piave a Ponte della Lasta -31%, Boite a Cancia -27%, Padola a S. Stefano -22%. Sul bacino del torrente Sonna a Feltre deflussi in calo rispetto a febbraio. La portata è prossima alla metà della media (-48%). fdm©

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L’Adige | 20 Marzo 2023

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Acqua, aprile a rischio razionamenti

Le abbondanti piogge di cui ci sarebbe bisogno non sono previste, almeno per i prossimi giorni. La portata dei fiumi non è certo abbondante e in Trentino i bacini - che potrebbero contenere 410 milioni di litri d'acqua - ne hanno 120-125 milioni. Ci sono cioè tutte le condizioni per essere preoccupati per la situazione «critica» legata alla siccità. Il vicepresidente della Provincia, Mario Tonina, studia i dati ogni giorno e proprio per questo non nasconde i problemi: «Il primo aprile si potrà iniziare ad irrigare le coltivazioni. Se le campagne avranno tanto bisogno d'acqua e se non pioverà, dovremo iniziare a parlare di razionamento».A PAGINA 9 «Certo, se continua così, già ad aprile potranno esserci problemi. Il rischio concreto è che si debba limitare il prelievo d'acqua per alcuni usi». I primi ad essere sacrificati saranno gli orti. «Eh sì. Il primo aprile si potrà iniziare ad irrigare le coltivazioni. Se le campagne avranno tanto bisogno d'acqua e se non pioverà d'ora in poi, allora sì che si inizierà a parlare di razionamento come obbligo». Il vicepresidente Mario Tonina guarda i dati idrometrici di tutte le stazioni di rilevamento ogni piè sospinto ormai da mesi. Li snocciola a memoria. Quelli dei bacini, quelli dell'Adige, quelli del Garda. E sabato, quando l'onorevole Bonelli ha lanciato l'allarme sull'Adige con la sua camminata in alveo all'altezza di Rovereto, Tonina non è rimasto certo sorpreso: «No. La situazione non è drammatica, ma è critica».Ecco, partendo dai numeri, la situazione non è cambiata, rispetto a 20 giorni fa. Il problema è che mano a mano che va avanti la stagione, gli stessi dati assumono una gravità crescente, perché si avvicina sempre di più il momento in cui l'acqua servirà davvero. L'Adige, per dire. Ieri al ponte di san Lorenzo la portata era da 53 metri cubi al secondo a 64 metri cubi al secondo. La stessa di venti giorni fa. Tutto sommato, la stessa che nel medesimo periodo c'era nel 2005 (per cercare un anno disgraziato), dove la portata a San Lorenzo, prendendo un giorno a caso, il 20 marzo, era tra 50 e 70 metri cubi al secondo. Ma certo non la medesima del 1995, dove lo stesso 20 marzo si poteva contare su una portata decisamente superiore: da 105 a 148 metri cubi al secondo. Poi ci sono i bacini, di cui si è ampiamente detto e che sono sempre nella stessa situazione: dei 410 milioni di litri che dovrebbero contenere, ne hanno 120 - 125 milioni. «Non è grave in sè - ricorda Tonina - perché anche negli altri anni avremmo potuto averli in questa situazione. Ma c'è

una differenza: i bacini non hanno poca acqua perché si è turbinato, come sarebbe normale, ma perché non ha piovuto. E poi, soprattutto, la questione è che in quota non c'è neve». Perché a marzo i bacini sono sempre arrivati un po' scarichi, ma avevano davanti la primavera di solito ricca di precipitazioni - e invece la pioggerellina di marzo che picchia argentina sui tetti resiste solo nelle poesie fatte imparare a scuola - e lo scioglimento della neve in quota. E pure qui, si stende un velo: si scioglierà solo la neve artificiale e poco altro. Ecco perché Tonina dice che «la situazione non è drammatica, ma critica». E a breve si inizierà a dar acqua ai campi. «In Veneto e Lombardia hanno iniziato ad irrigare nei giorni scorsi, da noi sarà possibile farlo dal primo aprile. E lì cominceremo ad avere problemi. Per ora non è necessario razionalizzare, ma se tra 15 giorni non sarà ancora piovuto, ci dovremo pensare. La scorsa settimana, per dire, il Comitato delle Alpi Orientali si è riunito, aveva all'ordine del giorno di fare un piano di gestione delle quantità d'acqua su cui possiamo contare. È stato rinviato, ma il tema è sul tavolo. Non c'è dubbio che aprile sarà un mese difficile».Dal Veneto e dalla Lombardia non sono ancora arrivate richieste, per rilasci d'acqua che ad oggi per altro non sarebbero nemmeno possibili. Ma ecco, ci si avvicina alla giornata dell'acqua (mercoledì prossimo) con più di una preoccupazione. L'unico aspetto positivo: sono pochi i comuni che lamentano scarsità d'acqua potabile: «Sì sono pochi, sostanzialmente Sover e la Val di Gresta - osserva Tonina - ma nel prosieguo della stagione aumenteranno se non inizieranno le precipitazioni». Anche per questo, verrebbe da dire, serve una razionalizzazione anche della gestione. Perché accanto ad acquedotti che perdono meno del 15%, altri hanno performance decisamente meno brillanti. «Serve mettere a sistema la rete acquedottistica. Ma non è perché mancano risorse, è che non sempre i comuni chiedono finanziamenti per questi lavori». Anche perché raramente porta voti, scavare le strade per cambiare i tubi. «Appunto, ma io apprezzo il fatto che il presidente Gianmoena abbia posto il problema. Perché è un tema su cui dobbiamo lavorare. In passato non si è mai posto il problema perché ci sentivamo una provincia ricca d'acqua. Ora non è più così. E questo tema sarà certo anche al centro della campagna elettorale». C.Z.

Il Nuovo Trentino | 21 Marzo 2023

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C'è la giornata mondiale, l'assessore Tonina annuncia il piano in previsione di una siccità Fugatti dice sì a Zaia per i rilasci al Veneto

TRENTO

Il 22 marzo si celebra la Giornata mondiale dell'acqua (World Water Day), ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 prevista all'interno delle direttive dell'Agenda 21. Per fare il punto sull'emergenza idrica in Trentino e presentare la nuova campagna informativa realizzata dall'Ufficio stampa della Provincia per sensibilizzare i cittadini sul corretto utilizzo dell'acqua è convocata una conferenza stampa per oggi. Interverranno il vicepresidente e assessore all'ambiente Mario Tonina, il dirigente generale del Dipartimento territorio e trasporti, ambiente, energia, cooperazione Roberto Andreatta e la dirigente generale dell'Aprie Laura Boschini. E Tonina annuncerà anche il possibile piano di emergenza: «Certo, se continua così, già ad aprile potranno esserci problemi. Il rischio concreto è che si debba limitare il prelievo d'acqua per alcuni usi». A cominciare dagli orti.L'allarme, peraltro, è già scattato. Ieri ne ha parlato il presidente altoatesino Kompatscher: la portata dell'Adige a Bolzano alla stazione di rilevamento Ponte Adige è il 37% sotto la media pluriennale. In Trentino nei bacini di raccolta ci sono appena 125 milioni di litri rispetto ai 410 milioni negli anni «normali».Ieri sera, poi, il presidente del Veneto Luca Zaia ha annunciato un accordo con il Trentino: in una nota congiunta con FugattiZaia annuncia «la massima sinergia fra territori: l'acqua non conosce confini e con il presidente Fugatti conveniamo che serva la massima condivisione di dati, analisi, soluzioni tecnico-scientifiche. Siamo in attesa anche del lavoro impostato dal Governo, attendendo le indicazioni che potranno emergeredalla cabina di regia voluta dall'esecutivo sul tema siccità».Fugatti aggiunge che «i tecnici del Trentino e Veneto sono al lavoro, congiuntamente, da alcune settimane per affrontare la gestione congiunta della risorsa idrica: attendiamo anche dal Governo un piano nazionale. Il Trentino ha sempre dato acqua alle regioni vicine e non nega la solidarietà al Veneto». G. Z.

CRISI CLIMATICA

Corriere del Trentino | 3 Marzo 2023

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Il progetto «Nevermore» sui cambiamenti climatici finanziato dall’Europa

Nuove prospettive e strumenti a supporto di una valutazione dell’impatto e dei rischi del cambiamento climatico per una società climaticamente neutrale e resiliente: è questo l’acronimo di Nevermore (tradotto significa mai più), un innovativo progetto coordinato dal centro Digital Society di Federazione Bruno Kessler e finanziato nell’ambito del programma internazionale Horizon Europe, con l’obiettivo di sostenere le eccellenze della ricerca scientifica in merito alle politiche climatiche.

Il gruppo di lavoro, costituitosi ieri pomeriggio negli spazi del palazzo della provincia, coinvolgerà stakeholder di vari settori: dai rappresentanti dei consorzi turistici alle associazioni, dai parchi naturali alle guide alpine e maestri di sci, passando per i gestori dei rifugi, le imprese private, i media, nonché i rappresentanti di possibili gruppi di vulnerabilità. Il tutto creando un ambiente di riflessione e discussione sui cambiamenti climatici, con un focus particolare in merito all’energia e al turismo. Per questo, ad aprire i lavori, è intervenuto proprio chi al turismo è assessore provinciale: «Siamo tutti consapevoli degli effetti dei cambiamenti climatici – ha dichiarato infatti Roberto Failoni – ma ciò di cui abbiamo bisogno sono maggiori esperienze di confronto e d’interscambio. Questo tavolo ha un grande compito: far dialogare l’eccellenza scientifica con coloro che operano concretamente sul territorio, in modo che entrambi concorrano a maturare tecnologie avanzate per lo sviluppo di innovazioni spesso decisive».

L’obiettivo principale dell’incontro era l’avvio del processo partecipativo locale, attraverso una prima presentazione dei membri del gruppo di lavoro e il via libera ai tavoli di confronto.

«Un quadro quanto mai coeso ed eterogeneo insieme, – ha commentato Alessia Torre, coordinatrice del progetto e project manager presso il centro Digital Society di Fbk – dal quale partire per costruire: oggi (ieri per chi legge; n.d.r.) si è già tenuta una prima sessione di approfondimento in merito alla lettura dei dati climatici, ottenuti anche grazie all’osservatorio trentino sul clima, nell’ottica della gestione, della valorizzazione e del governo di un territorio turistico montano che necessita di un approccio equilibrato per affrontare le sfide future».

«Nel tavolo di lavoro – ha voluto sottolineare Failoni in conclusione – non è presente nemmeno un politico. Il che mi fa piacere, perché in questo modo i partecipanti si sentiranno più liberi di confrontarsi, prima di riportare le loro conclusioni a chi dovrà prendere le decisioni più opportune».

Il prossimo incontro del gruppo di lavoro è previsto in maggio. Gli appuntamenti continueranno poi fino al termine del progetto, che è stato fissato nel 2026.

Corriere delle Alpi | 9 Marzo 2023

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Sos Legambiente: caldo e siccità la neve artificiale non è la soluzione

Francesco Dal Mas CORTINA

Fine stagione anticipato per gli impianti della Scoter, a San Vito di Cadore. Troppo caldo o, se vogliamo, poco freddo per fare neve. Domenica prossima, dunque, ci sarà lo stop ai piedi dell'Antelao. L'annuncio è stato fatto nelle stesse ore in cui Legambiente lanciava il rapporto "Nevediversa" sul grande caldo che ogni anno continua a far chiudere (definitivamente) gli impianti, anche per l'impossibilità - se non addirittura - l'improponibilità della neve programma. Il 2022 è entrato nella storia della climatologia italiana ed europea come un anno tra i più estremi mai registrati in termini di caldo e deficit di precipitazioni, in particolare, in Italia si è rivelato il più caldo e siccitoso nella serie climatica nazionale. Ma sapete di quanto sono aumentate le temperature nei nostri Comuni da 50 anni a questa parte? Da un minimo di 1,8 gradi a un massimo di 2,8 (3 sull'altopiano di Asiago). L'incremento a Falcade e al passo San Pellegrino è stato di 2,3 gradi, ad Arabba addirittura di 2,8. Scendiamo più a valle, vicino al lago. Ed ecco Alleghe che sospira di sollievo col suo 1,9. Ma basta risalire in alto, a Selva di Cadore per trovare un caldo 2,8. E non è che la più bassa Val di Zoldo possa sorridere: conta anch'essa un 2,4. Cortina? Beh, la "regina delle Dolomiti" non si sottrae ai cambiamenti climatici e sconta un incremento di 2,4 gradi. Proviamo di nuovo a salire per verificare se oltre i 2 mila metri le temperature sono più fresche. Nient'affatto. È una delusione. 2,8 gradi di aumento sul Lagazuoi, a cominciare dal passo Falzarego e dal passo Giau. Le 5 Torri possono vantare 4 decimi di meno caldo, ovvero 2,4. Si diceva di Selva di Cadore. Bene, anche a Colle Santa Lucia l'incremento è stato analogo, di 2,8, come lassù, sul Giau.Dall'altra parte delle Dolomiti, in val d'Ansiei, ecco il monte Agudo, sopra Auronzo, ben esposto al sole. Eppure qui ci si è fermati a 1,9 gradi. E agli oltre 2 mila metri di Misurina? Anziché fare più freddo, fa più caldo: di 2,4 gradi. O meglio, Misurina, come si sa, è la Siberia delle Dolomiti; evidentemente l'escursione termica è più alta. 2,2 gradi in più nella ski area del Comelico. Torniamo da quest'altra parte della provincia, a Croce D'Aune, sopra Pedavena. Siamo "più bassi" di quota e, infatti, ecco i 2,5 gradi in più. Le Dolomiti bellunesi non segnano, però, il record: di 3 gradi. Ce l'ha il monte Verna, a Roana, Altopiano di Asiago. In giro per le Alpi, la mancanza di neve, le temperature elevate e la maggior frequenza di eventi estremi hanno scombussolato la montagna, lasciando nella più totale precarietà i gestori degli impianti e con essi l'intera filiera dello sci. «Per fortuna non sulle Dolomiti», tiene subito a precisare Marco Grigoletto, presidente degli impiantisti dell'Anef, «dove, nonostante un aumento dei prezzi skipass del 10%, i passaggi sulle piste stanno registrando un incremento del 13%».E per fortuna, quindi, i cannoni si sono limitati a sparare per una settimana, poco più. Infatti, più fa caldo e meno sono efficienti gli impianti di innevamento. Ed ecco l'allarme di Legambiente. «Per i prossimi anni si prevede che nelle Alpi la domanda di acqua per l'innevamento aumenterà notevolmente, dal 50% al 110%. Questi maggiori fabbisogni idrici dovranno essere conteggiati insieme a usi idrici di altri settori, come l'idroelettrico, l'agricoltura, gli usi domestici in

generale, il turismo. Con un clima ancora più caldo, nei prossimi anni andremo incontro a usi plurimi dell'acqua sempre più problematici». L'Italia, sottolineano da Legambiente, «è il paese alpino dove è più diffusa la neve artificiale: la percentuale di piste innevate artificialmente è del 90%. La sottrazione di risorse idriche per l'innevamento artificiale comporta una diminuzione della portata dei corsi d'acqua nelle stagioni in cui la risorsa viene prelevata». Così sostiene Legambiente. Grigoletto ribatte. «L'acqua che noi pompiamo dai bacini la restituiamo tutta con lo scioglimento delle piste». Gli operatori hanno chiesto alla Regione altri 10 invasi. Ma Legambiente replica: «Gli invasi perdono molta acqua per evaporazione: la media, ad essere prudenti, comporta non meno di 10.000 mc/anno per ogni ettaro di superficie degli specchi d'acqua, ma questa quantità è maggiore per gli invasi di minori dimensioni. Si può dedurre, quindi, che, a causa dell'evaporazione durante lo stoccaggio in bacini e ad altre perdite, solo il 40-60% dell'acqua prelevata può essere utilizzata nella produzione di neve». Controreplica l'Anef con Grigoletto: «I bacini non servono solo a noi (parzialmente, peraltro) ma per i consumi civili».Legambiente ribatte evidenziando le conseguenze su flora, fauna, suoli e ciclo idrologico, ma anche sul paesaggio. Non solo. «La neve così prodotta differisce per struttura fisica dalla neve naturale, è più pesante e comporta un maggiore carico sul terreno. Ha un alto contenuto di acqua liquida, circa il 15-20% rispetto al 7-10% della neve naturale, e di conseguenza ha un peso maggiore e meno capacità di isolamento termico fra suolo e atmosfera rispetto alla neve asciutta. Questi fattori causano il congelamento del suolo, impedendo il passaggio di ossigeno e possono provocare l'asfissia del sottostante manto vegetale, il quale può essere soggetto col tempo a morte e putrefazione. Nei luoghi ad innevamento meccanico è stato riscontrato un ritardo dell'inizio dell'attività vegetativa, fino a 20-25 giorni rispetto alla media». ©

Corriere delle Alpi | 9 Marzo 2023

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L'Anef: «Ma noi siamo i primi a voler tutelare la montagna»

la replica

«I gestori degli impianti a fune sono consapevoli di operare in ambienti delicati e sono i primi ad avere a cuore la tutela della montagna», replica a Legambiente Valeria Ghezzi, presidente di Anef. «Per noi, e per le intere comunità che contribuiamo a sostenere, le terre alte sono patrimonio e prodotto, siamo quindi ben disposti a dialogare con chiunque voglia collaborare costruttivamente». «Si considerano gli impianti come "ferite" alla montagna, quando in realtà sono mezzi di trasporto a emissioni zero che rendono accessibili le vette, o di disboscamenti selvaggi quando la superficie boschiva è in crescita in tutte le Alpi (solo lo 0,03 % del suolo italiano è occupato da piste/impianti). Ci si preoccupa per le elevate emissioni quando impianti e sistemi di innevamento funzionano con energia elettrica per la maggior parte ricavata da fonti rinnovabili. L'impianto "Son Dei Prade - Bai De Dones", che funge da collegamento tra la ski area delle Tofane a Cortina e la ski area 5 Torri, ha permesso, nel primo inverno di utilizzo, di ridurre del 45, 3% le auto che hanno percorso quella tratta», certificano da Anef. «Questa riduzione si traduce in un risparmio di percorrenza di 280. 602 km con una riduzione di emissioni, considerando anche la soppressione del servizio di skibus, di un totale di 106 tonnellate di CO2». E poi, secondo Anef, bisogna tener presente la funzione sociale degli impianti di risalita come nel caso di Funivie Arabba: l'azienda si sta impegnando nella realizzazione di iniziative e servizi che diano valore al territorio. È diventata la prima società funiviaria a diventare Società Benefit. Un'operazione pionieristica anche al di là del mondo degli impianti di risalita. L'obiettivo è quello di creare un'azienda che oltre agli obiettivi di profitto abbia lo scopo di produrre effetti positivi sulla società e sulla comunità. «Alcune località di montagna sono immerse in un circolo vizioso di rassegnazione e pessimismo», spiega Diego De Battista, ceo di Funivie Arabba. «Nell'ottica dello sviluppo globale attuale, siamo testimoni di un innalzamento medio della qualità dei servizi, a cui si accompagna il fatto che la gente si abitua ad avere sempre di più e a dare per scontate sempre più cose. Esiste una soglia critica di rapporto tra residenti e servizi, sotto la quale il settore pubblico fatica a giustificarne la fornitura. È perciò quasi inevitabile, che in zone demograficamente poco dense come le valli di montagna, certi servizi, che nelle realtà urbane sono offerti dal settore pubblico, vengano a mancare».Di Battista insiste: «Gli impianti a fune non devono essere giudicati importanti unicamente perché creano posti di lavoro. Al contrario, essendo di fatto il motore economico trainante di queste valli, possono e devono dare un qualcosa in più per far sì che la gente voglia continuare a vivere qui e creare a loro volta valore per il territorio». --fdm© RIPRODUZIONE RISERVATA

Alto Adige | 12 Marzo 2023

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«Siccità e caldo: bisogna cambiare modello turistico e tipo di colture»

L'INTERVISTA luca mercalli antonella mattioli

BOLZANO. «Periodi caratterizzati da poche piogge ci sono stati anche in passato, ma ciò che rende eccezionale e soprattutto preoccupante la situazione oggi è innanzitutto la durata prolungata della siccità: da 15 mesi abbiamo un deficit di precipitazioni. A

questo si aggiunge il caldo, circa un grado e mezzo o addirittura due in più, sulle Alpi. In particolare l'innalzamento della temperatura è da attribuire al cambiamento climatico. La diagnosi è condivisa da tempo a livello internazionale. Invece di continuare a chiacchierare, bisognerebbe da una parte agire per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e dall'altra cominciare ad adottare una serie di misure di adattamento. Dobbiamo cambiare stile di vita, modello turistico e tipo di colture in agricoltura». Luca Mercalli, meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico queste cose le ripete da anni. Ma i suoi appelli finora sono caduti nel vuoto, perché alla fine un po' di pioggia è sempre arrivata. Dieter Peterlin, meteorologo della Provincia, prevede che pioverà lunedì notte e nella giornata di martedì. Per quanto riguarda Bolzano e la parte sud della provincia sarebbe - se si escludono le poche gocce di venerdì - la prima precipitazione dal 17 gennaio. Ovvero, dopo la bellezza di 54 giorni. Se si aggiunge che in quota lo strato di neve è molto sottile e a primavera dallo scioglimento arriverà poca acqua, c'è più di un motivo per essere preoccupati. Dottor Mercalli, in concreto cosa si può fare, visto che non siamo ancora in grado di far piovere?Per cominciare a limitare gli effetti del cambiamento climatico, bisogna ridurre le emissioni inquinanti. Significa, almeno dove è possibile, modificare il nostro stile di vita. Purtroppo, la guerra in Ucraina, oltre ad aver già provocato migliaia di morti, è un disastro dal punto di vista ambientale. Gli effetti però si vedranno solo sul lungo periodo. Su questo non ci sono dubbi. Ma bisogna iniziare. È vero che, dopo il secondo inverno siccitoso e per quanto riguarda il 2022-2023 anche caldo, possiamo sperare che ad aprile e maggio arrivi finalmente la pioggia. Però non è detto che succeda e anche se arriverà, non si può stare fermi, sperando sempre in qualche precipitazione salvifica.Oltre a cercare di ridurre le emissioni inquinanti, cosa significa adottare misure di adattamento?Significa cominciare a programmare una serie di interventi. Bisogna costruire nuovi invasi per la raccolta dell'acqua; metter mano agli acquedotto che spesso sono dei colabrodo; adottare dei sistemi di irrigazione dei campi tecnologicamente avanzati, per ridurre al minimo la dispersione d'acqua. Pensare a colture che abbiano bisogno di poca acqua. Rivedere il modello turistico: inutile continuare ad ampliare i comprensori sciistici e dotarsi di ulteriori impianti di innevamento artificiale senza i quali, almeno quest'inverno, la stagione non sarebbe neppure partita. Facile a dirsi, un po' meno a farsi: nell'industria della neve lavorano migliaia di persone. Lo so perfettamente e chi le parla è un amante dello sci, ma le leggi fisiche sono più forti dei nostri desideri. Cosa propone?Ne abbiamo discusso, qualche giorno fa, a Torino al convegno organizzato da Legambiente, dal titolo «Nevediversa - il Turismo invernale ai tempi della transizione ecologica». Dobbiamo sederci ad un tavolo noi climatologi assieme agli operatori turistici, per vedere quali possono essere le scelte imprenditoriali più in linea con la nuova situazione climatica. Piaccia o no, dovremo farci i conti. Ma non si può immaginare la montagna d'inverno senza lo sci. Non serve molta fantasia. Già oggi è così; la neve che ha consentito finora di preparare le piste, è stata tutta o quasi prodotta dagli impianti. Bisogna cominciare a ragionare in maniera diversa, a programmare nuove attività da fare in montagna. Il caldo consentirà di trascorrervi periodi più lunghi. Le tecnologie già oggi ci permettono di viverci e lavorare in smart working. L'Italia è circondata dai mari, non si può pensare di mettere in piedi impianti per desalinizzare l'acqua?Per potere si può tutto, ma i costi - a livello di consumi energetici - sono enormi. Si potrebbe fare solo se non avessimo più acqua da bere. In Paesi, come ad esempio Israele, come fanno?Gli impianti, anche lì, servono a desalinizzare l'acqua indispensabile per sopravvivere. Per il resto ci si è "adattati" puntando, ad esempio in agricoltura, su culture che hanno bisogno di poco acqua e impianti governati dalle tecnologie più avanzate, per irrigare in maniera più razionale e quindi risparmiando sui consumi.

RIFUGI E CRISI IDRICA

L’Adige | 1 Marzo 2023 p. 12

L’Adige | 10 Marzo 2023

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«La montagna non regge un altro 2022»

giuseppe francesco d'amato

Mancano sempre meno giorni all'arrivo della bella stagione in cui, come ogni anno, tante persone popoleranno la montagna in cerca di refrigerio. Il 2022 è andato in archivio come l'annata più calda dal 2003, con tutti i problemi del caso. L'emergenza siccità ha messo in ginocchio le coltivazioni e ha dato una mazzata non indifferente ai bacini d'acqua, che sono calati drasticamente, alimentando così pensieri e previsioni tutt'altro che positivi. Gianmario Baldi (nella foto), presidente della Sat di Rovereto, non nasconde quelle che sono le preoccupazioni di tutti. «Mai come in questi mesi molte persone hanno notato come la portata del fiume Adige sia diminuita di almeno 40-50 centimetri. Tutti si sono accorti di come l'acqua abbia iniziato a scarseggiare. La montagna - continua - ha sempre avuto problemi inerenti all'acqua, è da sempre un tema di primaria importanza. Anche in virtù del fatto che ci sono rifugi ad alta quota, il problema acqua sussiste da sempre. Ma la montagna ha sempre imparato a convivere con questo dilemma». La siccità degli ultimi mesi ha costretto alla difensiva e il numero uno della Sat roveretana non si nasconde: «Molti rifugi sono costruiti nelle vicinanze delle sorgenti, e la nostra priorità è proprio quella di proteggere queste ultime. Al rifugio Lancia abbiamo già fatto da tempo un sistema di recupero per l'acqua piovana, che poi è indirizzata ai servizi igienici. Lavoriamo in un'ottica di differenziazione dell'acqua per evitarne lo spreco». Le preoccupazioni non mancano: «Resta da capire - prosegue - il discorso delle sorgenti, perché sono gelate e non sappiamo ancora con certezza che apporto potranno darci. Se risultarà confermato, come prevedibile, che queste sorgenti non potranno garantire il fabbisogno necessario, allora ci saranno dei problemi».Ma le iniziative per salvaguardare l'oro blu in montagna ci sono: «Come detto, quello montuoso è un territorio che per sua natura ha problemi di mancanza d'acqua. Ci sono delle condutture che permettono che essa arrivi dalle sorgenti nei rifugi, ma tutto ciò non deve incentivare allo spreco. L'attenzione deve restare alta». Proteggere le sorgenti resta quindi la priorità. «È importante tutelarle perché sono un bene raro, soprattutto ad alta quota» precisa Baldi. «Sicuramente ci saranno tante persone che si recheranno in montagna per cercare una via d'uscita alle alte temperature. Prevedo un numero importante di persone, per cui dovremo prepararci e darci delle regole. Tutte le sezioni Sat si sono unite per realizzare una borraccia che serva come simbolo nella lotta allo spreco idrico».Un'altra questione che tiene banco è quella dell'acqua piovana, «perché le scarse precipitazioni non facilitano ovviamente la raccolta della stessa». Come si può cercare di tamponare il problema siccità? Sono tre, secondo Baldi, i fattori importanti. Educazione, formazione e attenzione. Come da lui stesso spiegato, «noi come Sat abbiamo partecipato recentemente a due incontri sul tema del cambiamento climatico. Del resto, non abbiamo mai assistito a una trasformazione così violenta del clima». E poi c'è la questione dell'educazione personale: «L'acqua è sempre più un bene che costa ed è da rispettare, così come l'ambiente circostante affinché le falde acquifere non siano inquinate». Il lavoro della Sat, in definitiva, si articola su tre livelli: «Lo studio, innanzitutto, dell'innevamento e della situazione idrologica. Il secondo riguarda il fatto che, per via della scarsità dell'acqua, si è costretti a differenziarla nei rifugi, mentre l'ultimo riguarda la formazione e la continua sensibilizzazione per imparare a comprendere il problema della crisi idrica».

Corriere del Trentino | 19 Marzo 2023

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Siccità, i rifugi preparano il piano:« Nuove cisterne e più educazione»

TRENTO

L’avvio della stagione estiva è ancora lontana. E quindi l’emergenza siccità, che in queste settimane sta già mettendo in allerta interi settori economici, viene vissuta con un certo distacco. «Ma la preoccupazione ammette la presidente dell’associazione rifugi del Trentino Roberta Silva c’è». Perché se la primavera non porterà nuove e abbondanti precipitazioni, durante i mesi caldi le strutture in quota potrebbero trovarsi in seria difficoltà nell’approvvigionamento dell’acqua.

Alzando lo sguardo verso l’alto, del resto, la situazione è desolante: il livello della neve in quota, per il periodo, è decisamente basso. E su alcune vette il manto bianco è rimasto solo a macchie. Troppo poco per sperare che la «riserva» sia sufficiente per alimentare i rifugi durante tutta la stagione estiva. «Siamo tutti in attesa di capire come andrà il mese di aprile» sottolinea Silva. Che qualche speranza ce l’ha: «Succede spesso che a primavera già inoltrata arrivi una nevicata importante in quota». E sarebbe proprio questa la soluzione ideale: meglio la neve della pioggia. «Per fare riserva» precisa la presidente dell’associazione rifugi.

Invita a non drammatizzare anche il presidente della commissione rifugi della Sat Sandro Magnoni. Anche perché da qui all’apertura dei rifugi qualche margine c’è ancora. E il sodalizio, assicura Magnoni, non parte da zero: «Stiamo già lavorando da tempo sottolinea per aumentare i depositi idrici». In alcuni casi le cisterne sono già state posizionate, in altri si stanno progettando. Anche interrate. Perché l’unico modo per evitare di rimanere senza acqua, per le strutture in quota, è quello di provare a «preservare quella che si

trova», sotto forma di neve o di pioggia. «C’è poco da fare allarga le braccia Magnoni se l’acqua non c’è bisogna creare dei depositi. O sperare nella pioggia».

Ma per cercare di far fronte alla carenza di acqua che, negli ultimi anni, sta diventando una costante anche per chi lavora in alta quota, l’altra carta da giocare chiama in causa la cultura. E l’educazione di chi, in quota, arriva. «Bisogna risparmiare acqua il più possibile» avverte il presidente della commissione rifugi.

Su questo aspetto e non solo i rifugisti da tempo sono al lavoro, perché educare al rispetto della montagna, in tutte le sue sfaccettature, rappresenta una priorità per «guidare» la fruizione delle terre alte. «Bisogna cercare di limitare l’utilizzo dell’acqua» avverte Magnoni. Che porta un esempio su tutti: la richiesta degli escursionisti di poter fare la doccia appena arrivati al rifugio. Richiesta a volte ribadita con insistenza anche di fronte ad evidenti carenze. «Se le docce non sono disponibili argomenta il presidente della commissione della Sat non si chiedono. Non è una tragedia se, per un giorno, non si fa una doccia, visto che in rifugio non ci si sta una settimana». Farlo capire anche agli escursionisti più rigidi è compito dei rifugisti. Compito non banale. Come quello di far capire ai frequentatori della montagna soprattutto quelli che si approcciano da poco alle vette che nei rifugi la cucina richiama «la sobrietà del luogo»: non ci sono piatti da ristorante a cinque stelle, ma dei pasti caldi e tanta accoglienza.

Una linea che la vicepresidente della Società degli alpinisti tridentini, Iole Manica, articola nel dettaglio anche nel suo intervento pubblicato nella rivista degli Architetti dedicata alla progettazione di montagna. «Siamo consci scrive Manica che i tempi cambiano e che ovviamente non si può essere prigionieri del passato. L’obiettivo è di salvaguardare l’essenza e la natura di una forma di rifugio alpino che persegue l’essenzialità, proponendosi come presidio ambientale di ecoturismo, e promuovere il nostro territorio come patrimonio naturale e culturale. Un presidio dove l’accoglienza si veste di quella purezza che si può trovare solo in montagna, luogo dove, insieme alle comodità che il nostro tempo ormai richiede, si riassapora ciò che nella routine di tutti i giorni è andato perso, perché il rifugio aiuta a far emergere ciò che a volte è assopito». E sul tema dell’acqua: «Si parla da anni di cambiamento climatico, ma è soprattutto quest’anno che è emerso il problema in tutta la sua forza, mettendo tutti noi a dura prova, consci che le risorse naturali non sono illimitate. La Sat deve lavorare e investire le proprie energie intervenendo, innovando le proprie strutture al fine di ridurre gli impatti ambientali: approvvigionamento energetico, gestione delle acque, rifiuti, efficienza energetica». Ma in vista dell’estate il nodo da affrontare è anche quello del personale: «L’impressione conclude Magnoni è che nei rifugi ci siano meno problemi legati alla ricerca dei lavoratori rispetto al fondovalle. Del resto, lavorare in quota è particolare, è quasi una missione: se a una persona piace questa vita, ritorna di sicuro».

Corriere delle Alpi | 21 Marzo 2023

p. 16, segue dalla prima

Estate senz'acqua nei rifugi bellunesi «Finire la stagione sarà un'impresa»

Francesco Dal Mas BELLUNO

Rifugi alpini a corto d'acqua? «È un rischio assai concreto. E sarebbe la seconda estate», sospira di preoccupazione Renato Frigo, presidente regionale del Club alpino italiano. Ecco perché da parte dei gestori è già scattata la corsa all'installazione di vasche, quanto meno mobili, «perché quelle interrate», rileva Mario Fiorentini, presidente dell'Associazione veneta dei rifugisti, Agrav, «richiedono almeno un anno di pratiche autorizzative». Speriamo ancora che nevichi. «Ma», riscontra Frigo, «gli ultimi dati Arpav ci prospettano una situazione drammatica».Eccoli: la sommatoria di neve fresca da ottobre al 15 di marzo, evidenzia un deficit di precipitazione del 40% circa rispetto alla media degli ultimi 30 anni, pari a 140 centimetri a 2000 metri di quota, 110 centimetri a 1600 metri e 50-90 centimetri nei fondovalle delle Dolomiti. La risorsa idrica nivale è scarsa, pari a 110-115 milioni di metri cubi nel bacino del Piave, 60 nel bacino del Cordevole e a 65-74 nel bacino del Brenta. Rispetto alla media 2005-2022, nel bacino guida del Piave, il deficit è del 56% pari a 150 milioni di metri cubi di acqua equivalente. «Anche in quota, dunque, mancherebbe circa metà acqua», sintetizza il presidente del Cai. «E, a questo punto, potremmo installare tutti i serbatoi che vogliamo, ma se nelle prossime settimane non dovesse piovere o nevicare, rischiamo quanto meno di non arrivare a fine stagione».Sono 38 i rifugi alpini del Cai in Veneto, 54 quelli privati. L'anno scorso il Cai ha promosso un bando, a livello nazionale, con tutte le risorse a disposizione, 300mila euro. Ovviamente è andato esaurito. «È indubbio che quest'anno ci riproverà», anticipa Frigo, «se l'emergenza sarà riconfermata».È prevedibile, dunque, che la prossima estate sarà un'altra stagione di sacrifici per chi frequenterà i rifugi. «Se mancasse l'acqua è ovvio aspettarsi un periodo più contenuto di apertura. La stagione classica», spiega il presidente Fiorentini, «va dal 20 giugno al 20 settembre. Questa resterà, ma con lo scioglimento anticipato delle nevi e il rialzo delle temperature, c'è la tendenza da parte dei colleghi di anticipare l'attività, in sostanza di destagionalizzare, iniziando anche a maggio e concludendo a ottobre, finanche ai primi di novembre. Ma se l'acqua è poca, la si lascia in riserva per la stagione centrale».Una volta aperto il rifugio, la risorsa idrica verrà comunque razionalizzata. Un bagno al posto di tre, docce rapidissime, semprechè sia possibile. La poca acqua a disposizione verrà utilizzata per l'alimentazione, non certo per lavare i pavimenti. In difficoltà doppia saranno i rifugi che autoproducono l'energia sfruttando le sorgenti magari vicine; il rischio è di rimanere al buio o di doversi dotare di generatori, a suo tempo allontanati perché troppo rumorosi. In Comelico usufruiscono dell'abbondante disponibilità d'acqua per farsi l'energia domestica il Berti e il Rinfreddo. Dall'altra parte della provincia, il Vazzoler, ai piedi del Civetta, in Agordino. Il Dal Piaz, sulle Vette Feltrine, l'estate scorsa ha dovuto farsi rifornire con piccole autobotti.

Piccole perché la pista forestale di accesso non permette il transito di grossi mezzi. Il Città di Fiume, nell'alta Val Fiorentina, è al centro di ampi pascoli: le sorgenti non mancano, ma c'è sempre il rischio che le mucche riservino qualche sorpresa. Ecco, dunque, gli uomini del rifugio scendere a valle, quasi ogni giorno, col pick up per fare il carico di grandi taniche. Il Tissi, da cui si può ammirare Alleghe dall'altro, e il Galassi, da cui si può scrutare l'Antelao dal basso, sono riusciti a farsi interrare per tempo delle cisterne. Nessun problema neppure per il rifugio Carducci, sopra Auronzo, che ha la vasca di raccolta più a valle della struttura e pompa in quota l'acqua. Analoga la situazione del Venezia, ai piedi del Pelmo. L'estate scorsa il Mulaz, ai piedi del Focobon, sopra Falcade, non aveva altro modo che di farsi raggiungere dall'elicottero, in piena siccità, per portare contenitori in plastica già pieni d'acqua. Siamo sul confine col Trentino, dove la Provincia ha fatto mettere a disposizione dei rifugisti dei serbatoi che si gonfiano attraverso l'acqua stessa. Ma non c'è struttura, anche sulle Dolomiti bellunesi, che non provveda a raccogliere la pioggia. Ma, appunto, deve piovere. Il Rifugio Carestiato, sopra il passo Duran, va a pescare con un condotta in una vicina sorgente.Ci sono rifugi che nella previsione di dover risparmiare, stanno pensando a stoviglie biodegradabili, usa e getta. Proprio per non trovarsi in piena estate nell'impossibilità di lavare i piatti. ©

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Corriere delle Alpi | 21 Marzo 2023

p. 16, segue dalla prima

C’è preoccupazione al Vazzoler:

“A noi ci serve per fare energia”

Il focus

Il rifugio Vazzoler, ai pendici della Torre Venezia, sul Civetta, è uno dei più frequentati delle Dolomiti. Doris Corazza, che lo gestisce, lo ha raggiunto in questi giorni. «Siamo arrivati col fuoristrada sino all'ultimo tornante, dove abbiamo trovato la neve, che di questa stagione è molto più in bassa», racconta. «Il problema dell'acqua è il più grave. Abbiamo riscontrato che la condotta dalla val dei Cantoni, alle spalle del Civetta, ha una portata di molto inferiore a quella che immaginavamo. Siamo preoccupati perchè quell'acqua viene trasformata in energia da una turbina e ci fa andare la cucina, la corrente e tutto il resto. L'anno scorso siamo arrivati a stento a fine stagione, intorno al 20 settembre, per cui non abbiamo potuto andare oltre, come avremmo desiderato».Il Vazzoler dispone di un'altra sorgente, di più piccola dimensione, che però sembra più robusta; «Si tratta di acqua che utilizziamo esclusivamente per l'alimentazione». Neve sul Civetta? «Non ce n'è, purtroppo. L'altro giorno, quando siamo saliti, la cima presentava una spruzzata di neve. Era già sparita dopo poche ore, quando siamo scesi», ammette la signora Doris.Sabato Filippo Zanatta ed altri volontari del Cai di Mestre sono saliti ai 2018 metri del Galassi per verificare se il sistema idrico funzionava. «Per fortuna abbiamo trovato la situazione nelle migliori condizioni. Solo la neve è poca».«Il rifugio», sottolinea, «è stato dotato di una cisterna interrata per la raccolta dell'acqua piovana. Per la cucina disponiamo di una sorgente autonoma, collocata alle pendici del Gruppo delle Marmarole. Abbiamo controllato la condotta e pure questa è perfetta. Un tempo la sorgente era di fatto il ghiacciaio dell'Antelao. Ma questo si modificava così rapidamente che di settimana in settimana dovevamo salire per cambiare il sito della captazione dell'acqua». La neve del 2014 è stata così abbondante che ha provocato oltre 100 mila euro di danni alle strutture e agli impianti del rifugio. «È stata l'ultima neve abbondante. Da allora la riserva nivale, da quelle parti, è calata di anno in anno. Per fortuna i nostri responsabili hanno precauzionalmente attrezzato il rifugio per fronteggiare le eventuali emergenze». fdm©

Corriere delle Alpi | 22 Marzo 2023

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Sorgenti alpine, monitoraggio al via Il Cai: «La portata è dimezzata»

BELLUNO

Il Club alpino italiano, in vista di un'altra estate all'insegna della siccità, ha dato il via al monitoraggio delle sorgenti alpine: per studiarne il numero e le caratteristiche, mettendo poi i risultati a disposizione di tutti. «L'abbiamo deciso», spiega Renato Frigo, presidente regionale del Ca, «in occasione della Giornata mondiale dell'acqua 2023, che ricade il 22 marzo di ogni anno. Il tema di questa edizione è il legame tra acqua e cambiamento climatico. Il riscaldamento globale sta infatti avendo un impatto significativo sul ciclo idrologico, influenzando la disponibilità di acqua dolce e la qualità delle fonti idriche. Una ricognizione compiuta fra le sezioni Cai del Veneto in questi giorni conferma che le cisterne dell'acqua piovana e dello scioglimento della neve dei tetti sono per metà vuote e che anche le poche sorgenti riscontrabili di questi giorni sono dimezzate».«Gli obiettivi del progetto», sottolinea Frigo, «sono capire quante sorgenti e fontanelle sono presenti nei territori alpini e appenninici del nostro Paese, dove si trovano, quali sono le loro caratteristiche (come portata, composizione chimica e potabilità) e quali sono le variazioni temporali delle stesse. Si partirà da due dati già disponibili: le 4.685 sorgenti e le 28.979 fontanelle ubicate lungo la Rete escursionistica italiana presenti nel database OpenStreet Map».«Siamo di

fronte a una situazione climatica ormai diventata strutturale, e non più eccezionale», puntualizza il presidente generale del Cai Antonio Montani. «Con questo progetto, il Club alpino italiano intende dare il proprio contributo per capire la situazione relativa alla disponibilità di un bene primario come l'acqua, fondamentale per ogni tipo di attività umana in montagna e non solo, mettendo poi i risultati a disposizione di tutti per facilitare lo studio delle soluzioni necessarie per accrescere la resilienza». In provincia di Belluno le sorgenti sono centinaia. Quelle più importanti sono ad Alleghe (Oteara1), Auronzo (Pian degli Spiriti), Borca (Crot), Calalzo (Ruddiea), Chies d'Alpago (Caitès), Colle Santa Lucia (Livedel). E poi Comelico Superiore con Aiarniola, Cortina con Rumerlo bassa, Feltre con risorgiva Musil e Risorgenza Colesei, Fonzaso con Pedesalto, Canale d'Agordo con Fontane Fosche, Leintiai con Risorgiva, Limana con Sampoi. E ancora Fontanelle a Perarolo, Tagorza a Quero, Angoletta a Rivamonte, Ru de Arei a Rocca Ppietore, Londo1 a San Pietro, Lina a Sovramonte, Fium a Vas, Pian de le Stale a Forno di Zoldo.Queste sono le sorgenti acquedottistiche, poi ci sono quelle spontanee, che talvolta vengono captate da rifugi e malghe. «Non appena si sarà sciolta l'ultima neve e le temperature più alte sghiacceranno le condotte e le centraline dell'acqua, ogni sezione verificherà le sorgenti da cui attinge il proprio rifugio», informa il presidente Frigo, «e a quel punto decideremo gli interventi di approvvigionamento necessari». Francesco Dal Mas

CRISI IDRICA: LAGO DI TOVEL

L’Adige | 29 Marzo 2023

p. 31

Lago di Tovel mai così asciutto Livello dell'acqua calato di 5 metri

fabrizio brida

VILLE D'ANAUNIA

È un paesaggio impressionante, per certi versi surreale, quello che si presenta agli occhi di chi in questo periodo riesce a raggiungere il Lago di Tovel, una delle gemme più preziose del nostro territorio.Le rive che un tempo, fino agli anni '60, diventavano rosse, e che nella bella stagione si colorano delle più svariate sfumature dall'azzurro tenue al verde intenso, oggi sono una distesa di sassi e ghiaia. In certi punti è possibile addirittura camminare sul fondale e attraversarlo a piedi, da una sponda a un'altra.In realtà si tratta di un fenomeno piuttosto usuale: succede ogni anno, infatti, che lo specchio d'acqua incastonato tra le Dolomiti di Brenta risulti asciutto in questo periodo. Con ogni probabilità quest'anno è stato toccato il minimo storico (per lo meno dal 2013), ma non è questo aspetto a preoccupare maggiormente. Una cosa, in ogni caso, è lampante: il lago si è "aperto" (si è "liberato" dal ghiaccio) molto prima, la stagione è parecchio avanti.«È vero, il livello dell'acqua è decisamente basso - spiega il sindaco di Ville d'Anaunia Samuel Valentini. Il problema è però un altro: quest'anno il bacino si sta riempiendo molto lentamente».A confermarlo è Ulrike Obertegger, ricercatrice della Fondazione Edmund Mach che si occupa di studiare gli effetti del cambiamento climatico sui laghi montani, monitorando in particolare il Lago di Tovel.«Ogni anno girano foto della piccola baia secca - spiega la ricercatrice - ma si tratta di un fatto del tutto normale. Durante la stagione invernale il lago perde attraverso il fondale più o meno 200 litri al secondo, cioè fra i 3 e i 4 centimetri al giorno, il che porta a un abbassamento fino a 3 o 4 metri rispetto al livello di piena estivo. Quest'anno siamo a 5 metri circa, un livello dovuto al debito d'acqua che il lago si porta dietro dal 2021».Se da una parte è normale che nel corso dell'inverno il livello del lago scenda per poi risalire a partire dalla primavera, dall'altra la preoccupazione maggiore è legata al fatto che di neve quest'anno se n'è vista pochissima anche in quota. Il suo scioglimento, quindi, non potrà alimentare granché le acque del lago. E la colpa, naturalmente, è dei cambiamenti climatici che portano siccità e caldo anomalo. «A Tovel potrebbe mancare fino a un metro e mezzo d'acqua rispetto al solito - aggiunge Obertegger -. Se non c'è l'acqua per riempirlo, chiaramente il lago si abbassa, con tutto ciò che ne consegue, ad esempio che si scalda. Qui, davvero, "ogni goccia conta"».Un pensiero condiviso dal professor Tiziano Camagna. «Che il lago in questo momento sia basso è normale, ma il vero problema lo avvertiremo quest'estate, quando il livello dell'acqua avrà difficoltà a salire, a meno che non arrivino delle precipitazioni esagerate in primavera» evidenzia il presidente di Tovel Fellowship, associazione che sta effettuando delle ricerche subacquee sulla foresta sommersa e sui fondali del lago con scoperte sensazionali. Ultima, in ordine di tempo, un manufatto ligneo datato 1385. Chissà se anche allora capitava che le precipitazioni si facessero attendere così a lungo.

L’Adige | 31 Marzo 2023

p. 37

L'appello del Parco a non calpestare le aree del lago ora in secca

VILLE D'ANAUNIA

La prolungata siccità sta mettendo in crisi tutto il territorio provinciale, ma in alcuni ambienti particolarmente delicati, oltre che molto noti agli escursionisti, i suoi effetti sono impressionanti. È questo il caso del lago di Tovel, dove il notevole e preoccupante calo del livello idrico, unito all'assenza di copertura nevosa e di ghiaccio invernale, sta mettendo a nudo una estesa superficie del fondale tipicamente custodito dalle acque o appunto dal ghiaccio. In questi giorni viene però registrato, anche dagli organi di vigilanza e custodia boschiva, un rilevante transito di pedoni ed escursionisti, che, oltre a passeggiare al di fuori dei percorsi sentieristici sul lungolago, sui delicati ambienti delle sponde, si spingono nei primi metri del fondale lacustre, ora "in secca". Questo comportamento, unito agli effetti del clima siccitoso, potrebbe arrecare danni ai delicati equilibri del fondale del lago. Il Parco Naturale Adamello Brenta invita pertanto i visitatori a rimanere sui tracciati che vengono percorsi normalmente, a non scendere nelle aree che il ritiro delle acque ha lasciato scoperte, e con una lettera rivolta agli enti interessati - Comune di Ville d'Anaunia, Asuc di Tuenno, Appa e i diversi Dipartimenti e Servizi della Provincia autonoma di Trento competenti - propone di avviare una campagna comune di comunicazione e sensibilizzazione/educazione ambientale, coinvolgendo gli organi di informazione.Già ieri, ai microfoni di Radio Dolomiti, il presidente del Parco Walter Ferrazza ha rivolto un appello agli escursionisti chiedendo il loro contributo per affrontare questa situazione particolarmente difficile; un contributo che in questo caso consiste in primo luogo nell'astenersi dal compiere azioni che, anche involontariamente, potrebbero peggiorare la situazione di un ambiente delicato come quello del lago di Tovel. «Siamo di fronte ad una sfida gestionale e culturale legata all'imminente crisi idrica» scrive il Parco nella sua lettera, ricordando che essa deve fare i conti con una crescente richiesta di accessibilità e frequentazione turistica di ambienti naturali legati all'elemento acqua.«Oltre ad attenzionare tutti i soggetti titolari e competenti per la situazione del lago di Tovel - prosegue la lettera - ai quali si chiede una valutazione di opportunità di azioni mirate al controllo o limitazione del fenomeno e delle attività descritte, il Parco è disponibile ad un momento di confronto tra i soggetti in indirizzo ed intende attivarsi da subito in una campagna di comunicazione e sensibilizzazione/educazione attraverso i vari canali al fine di mettere in evidenza la situazione e le possibili ricadute ambientali a fronte di comportamenti scorretti».

PERIODIC REPORTING PER LA FONDAZIONE DOLOMTII UNESCO

Corriere delle Alpi | 30 Marzo 2023

p. 15

Fondazione al lavoro sul rapporto Unesco «Solo i ciechi non vedono la crisi climatica»

di Francesco Dal Mas

BELLUNO

Il Patrimonio Mondiale delle Dolomiti Unesco non è più quello di sei anni fa. È stato gravemente intaccato dai cambiamenti climatici. Lo dettaglia, puntualmente, il rapporto della Fondazione Dolomiti Unesco, con sede a Cortina. Si tratta del rapporto periodico previsto dalla Convenzione per il Patrimonio Mondiale. «Solo i ciechi non vedono che, specie dalla tempesta Vaia in avanti sono evidenti i cambiamenti imposti dal clima sulle Dolomiti. Non solo le tempeste, ma anche l'esplosione del bostrico», esemplifica Mara Nemela, la direttrice della Fondazione, «sono alcuni di questi effetti. E da qualche anno anche la siccità, prima ancora il ritiro dei ghiacciai».Le Dolomiti, insomma, non sono più quelle sottoposte alla protezione Unesco. Non lo sono per il paesaggio, neppure per l'assetto geologico. Si rischia, dunque, di uscire dalla protezione Unesco? «Assolutamente no», assicura Nemela. Anzi, la gestione del patrimonio, così come viene assicurata dalla Fondazione, è tale per cui Parigi, dove ha sede l'organizzazione, non avverte la necessità di particolari ispezioni. Certo, nel rapporto si darà conto di taluni fenomeni che preoccupano quanti hanno a cuore l'integrità di questo patrimonio. «Riferiremo di ciò che potrebbero provocare gli eccessi della presenza turistica in determinati siti e in limitati periodi dell'anno», precisa la direttrice. «Riferiremo anche dei progetti infrastrutturali in atto che potrebbero avere qualche conseguenza sull'ambiente».Per il momento, però, alla Fondazione di Cortina non sono stato ancora recapitati i progetti degli eventuali collegamenti sciistici. «Noi riferiamo, non è nostro compito entrare nel merito di atti che derivano da legittime attese delle comunità locali e delle loro istituzioni. Sarà semmai l'Unesco a farsi avanti», precisa Nemela, che assicura la puntualità delle analisi da parte di tecnici, esperti, consulenti, oltre che dei funzionari, col pieno e leale appoggio - come tiene a far sapere - delle istituzioni. Il 2023 sarà dunque molto importante per verificare lo stato di salute delle Dolomiti Patrimonio Mondiale: il percorso di autovalutazione e rendicontazione sulla conservazione e gestione del Bene, che condurrà alla stesura del rapporto periodico previsto dalla Convenzione per il Patrimonio Mondiale, è già iniziato da qualche tempo. Si tratta del secondo rapporto dall'iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale, avvenuta nel 2009. Il primo era stato realizzato nel 2014, si apre ora un nuovo ciclo di valutazione, che coinvolge i Siti Unesco di Europa e Nord America. Lo scopo della procedura è il monitoraggio della conservazione globale, basato su un processo di autovalutazione a livello nazionale e a livello locale: la prima parte verrà infatti compilata dagli organismi nazionali e dagli organismi consultivi, la seconda parte

dagli enti gestori del bene e quindi, nel caso delle Dolomiti, dalla Fondazione Dolomiti Unesco.Si tratta, in estrema sintesi, di una sorta di "check-up" per comprendere lo stato del bene e per orientare al meglio le politiche di gestione. Il monitoraggio riguarderà alcuni aspetti precisi: oltre, naturalmente, allo stato di conservazione ambientale per valutare i fattori che influenzano l'integrità del sito, verranno analizzati anche l'adeguatezza delle risorse finanziarie e umane destinate alla gestione, la funzionalità della governance dal punto di vista giuridico e del coinvolgimento delle parti interessate, le sinergie attivate, l'influsso del riconoscimento sulla sostenibilità ambientale e l'inclusività dello sviluppo, sia sociale che economico. Rispetto al precedente ciclo di monitoraggio è stata posta ancora più enfasi sul tema dello sviluppo sostenibile: un'occasione per mettere a fuoco il nodo più delicato e, al tempo stesso, decisivo per le Dolomiti, ovvero il rapporto tra la conservazione attiva del bene e la vita delle popolazioni che abitano le vallate. «Per la Fondazione Dolomiti Unesco», spiega Nemela, «si tratterà di tradurre in un unico documento le informazioni e i dati che già vengono raccolti tramite le reti funzionali e gli organi tecnici e scientifici delle province e regioni interessate dal riconoscimento. Il bene Dolomiti insiste, infatti, su un territorio vasto, distribuito tra enti locali che già applicano i propri sistemi di monitoraggio e tutela dell'ambiente, il compito della Fondazione è monitorare e interpretare i dati in chiave unitaria in relazione al Patrimonio». ©

OLIMPIADI 2026: GLI AGGIORNAMENTI

Corriere del Trentino | 4 Marzo 2023

p. 2

«Il castello è crollato, resterà poco al territorio»

La voce critica di Casanova, autore del libro-denuncia «Ombre sulla neve»

Ch. Mar.

Trento

C’è anche chi a queste Olimpiadi invernali non riesce a credere. «Del documento di candidatura del 2019 come ambientalisti avremmo potuto condividere quasi pagina per pagina. Ma poi si sono aperte le prime crepe: non è stata fatta la Valutazione ambientale strategica. E siamo ancora convinti che i giochi olimpici invernali non siano compatibili con il fragile ambiente alpino». A parlare è Luigi Casanova, ex-presidente di Mountain Wilderness Italia ed ex-vicepresidente della Cipra (la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi), oltre che autore del saggio-denuncia «Ombre sulla neve». «Le opere delle Olimpiadi devono essere compatibili con il futuro dei territori e con la cosiddetta legacy, l’eredità che rimane ai luoghi dove si svolgono i Giochi. Ma molte di queste opere non serviranno a nulla per lo sviluppo delle terre che ospiteranno i Giochi: il castello è crollato».

Casanova punta il dito contro l’aumento dei costi, che definisce vere e proprie voragini, e sull’annullamento del potere decisionale dei cittadini su quello che accadrà nei loro territori a causa del commissariamento di buona parte dei lavori previsti.

«La gestione è totalmente accentrata e i documenti non vengono condivisi con la società civile attacca Casanova . Quando è esplosa la situazione a Baselga di Pinè, Fugatti aveva nel cassetto il documento che certificava il «no» del Cio già da settimane, ma non lo aveva condiviso nemmeno con i consiglieri provinciali». E poi c’è l’aspetto economico: «Si parla di Olimpiadi da 1 miliardo e 340 milioni, ma sono solo i fondi necessari per il mese degli eventi. I costi complessivi, secondo calcoli al ribasso, supereranno i 4 miliardi e 200 milioni». Gli aumenti sono dovuti sia al rialzo dei prezzi sia a cambi di strategia, come per i trampolini di Predazzo che non verranno ammodernati, ma demoliti e ricostruiti.

«Nel dossier si parlava del 92% di opere già presenti. Non solo molte di quelle verranno rifatte, ma sono stati aggiunti anche lavori non previsti».

Tra questi la pista di skiroll a Tesero, un’opera molto contestata perché frammenta aree agricole di pregio, e perché ne sorge già una a Passo Lavazè, a meno di 13 chilometri di distanza. Infine c’è la questione di sostenibilità ambientale di lungo termine di impianti e opere sportive pensate una fruizione della montagna focalizzata sugli sport invernali: in Veneto nel calderone Olimpiadi sono state inseriti anche tre collegamenti sciistici che attraverseranno alcuni dei luoghi più belli delle Dolomiti. «Se verrà realizzato anche solo uno di questi collegamenti noi ambientalisti andremo a Parigi chiedendo di togliere il nostro patrocinio da Dolomiti Patrimonio Unesco annuncia Casanova . Il cambiamento climatico inoltre richiede anche un cambio di strategia per il turismo: non dobbiamo aumentare i flussi, ma aiutare gli ospiti a vivere un salto qualitativo di consapevolezza. La montagna è un territorio fragile».

OLIMPIADI 2026: LA PISTA DA BOB

Corriere delle Alpi | 1 Marzo 2023

p. 28

Ruspe in pista

Marina Menardi /cortina

È stato aperto ieri mattina il cantiere dei lavori di demolizione della pista da bob "Eugenio Monti", a Cortina. Attorno al tracciato si lavorava già da una decina di giorni, con l'allestimento delle recinzioni lungo tutto lo storico tracciato, nonché i carotaggi e monitoraggi ambientali prima di avviare i lavori veri e propri. Ieri il cantiere è stato dunque aperto ufficialmente: alla partenza della pista c'erano, per l'occasione, il commissario di Governo e amministratore delegato di Società Infrastrutture Milano Cortina 2026 Luigivalerio Sant'Andrea, assieme all'assessore comunale Stefano Ghezze. Al piazzale del bob bar è stato allestito il cartello che sancisce l'inizio dei lavori; alla partenza del tracciato sono stati dati i primi colpi di ruspa per togliere le parti in legno nella parte alta della pista, proprio sotto la partenza, per poi fermarsi e lasciare spazio agli ultimi carotaggi in attesa di intensificare l'esecuzione dell'opera nei prossimi giorni. La società che si è aggiudicata i lavori della demolizione e ricomposizione ambientale della pista è la Noldem con sede a Torino, che ha offerto un ribasso percentuale sull'importo posto a base d'asta del 18,81% che determina un importo complessivo dei lavori, comprensivo di Iva, che supera i 2,2 milioni di euro. Il bando di gara prevede che le opere siano completate entro 60 giorni naturali e consecutivi dall'avvio del cantiere.Si tratta del primo lotto di interventi propedeutici all'avvio dei successivi lavori per la realizzazione del nuova pista per ospitare le gare di bob, slittino e skeleton dei Giochi Olimpici del 2026. Sul posto, alcuni curiosi che si aspettavano grandi movimenti terra, ma che dovranno ritornare per vedere un cantiere in pieno movimento. «Dopo la positiva cabina di regia che si è svolta a Venezia, oggi si avviano i lavori dell'impianto sportivo più iconico dei prossimi Giochi olimpici invernali», ha commentato Sant'Andrea, affermando che «i lavori di tutte le opere stanno procedendo secondo il cronoprogramma previsto».In sopralluogo anche la consigliera comunale di Cortina Bene Comune Roberta de Zanna, dichiaratamente contraria alla pista da bob. «Personalmente provo amarezza nel vedere che si sta iniziando a smantellare la vecchia pista», ha spiegato, «un'opera di interesse culturale particolarmente importante che è stata riconosciuta anche dalla Sovrintendenza dei Beni culturali e ambientali; aggiungo che sta crescendo sempre di più il malumore tra i cittadini di Cortina. Ci hanno raccontato tante bugie e ora sta emergendo la verità: ci hanno raccontato che si trattava di una riqualificazione della vecchia pista, e invece oggi si parte con la demolizione della vecchia "Eugenio Monti". Poi i soldi in vertiginoso aumento: dai 47 milioni di euro inseriti nel dossier di candidatura, i costi sono triplicati; Zaia ha parlato di 120 milioni di euro. Il Governo sembra essersi impegnato a trovare le risorse ancora non stanziate (ad oggi per la pista sono disponibili 61 milioni di euro dallo Stato) ed ecco un'altra bugia, ovvero quella delle Olimpiadi a costo zero; invece questi Giochi costano sempre di più». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Il Nuovo Trentino | 4 Marzo 2023

p. 3

Alto Adige | 12 Marzo 2023

p. 34

«Olimpiadi del 2026, la pista da bob è una scelta sbagliata»

Dolomiti

"Con l'annuncio dato al termine della riunione della cabina di regia sulle Olimpiadi 2026 dai Ministri Salvini e Abodi, dai presidenti di Regione Lombardia e Veneto Fontana e Zaia, nonché dal Presidente del Coni Malagò e dall'Ad Sant'Andrea, che la pista da bob si farà a Cortina (si parla di 85 milioni di euro), viene a cadere l'ultima opportunità di dare alle Olimpiadi invernali un tocco di sostenibilità". Lo scrivono in un comunicato le organizzazioni Cipra, Club alpino italiano, Federazione nazionale Pro Natura, Federparchi, Mountain Wilderness. "Con questa decisione si rinuncia inoltre alla coerenza con le raccomandazioni contenute nell'Agenda 2020+5 del Cioriprendono le organizzazioni firmatarie - e a quanto dichiarato nel dossier di candidatura. Non aver voluto prendere in considerazione l'alternativa disponibile e molto meno dispendiosa di Innsbruck è un grave errore".E ancora: "Se avevamo apprezzato la scelta degli organizzatori che avevano abbandonato il progetto del palazzo del ghiaccio coperto di Baselga di Pinè, un progetto troppo grande e dispendioso per una piccola località montana,non possiamo non dirci contrariati da questa decisione assunta da politici e organizzatori che, dopo aver fatto credere nel dossier di candidatura che Cortina disponesse già di una pista da bob, si ostinano a volerla ricostruire demolendo i resti di quella utilizzata nel 1956".Un altro progetto annunciato riguarda il villaggio olimpico di Cortina che, continua il comunicato, "nelle dichiarazioni degli organizzatori verrà realizzato mediante container che saranno rimossi a conclusione dell'evento, non più in località Fiames ma in località Campo, sempre a Cortina. Se da un lato è da cogliere positivamente l'idea di una infrastruttura provvisoria rimovibile, dall'altro si ritiene poco opportuna questa collocazione in quanto, nonostante la temporaneità, ogni trasformazione risulterebbe comunque incompatibile con le caratteristiche dell'area, un'area a valenze ambientali e naturalistiche di pregio, con diverse specie in via di estinzione. Per le sue dinamiche idrogeologiche ogni intervento infrastrutturale altererebbe irreversibilmente i delicati equilibri".

OLIMPIADI 2026: IL VILLAGGIO OLIMPICO

Corriere delle Alpi | 1 Marzo 2023

p. 28

La rabbia dei proprietari di Campo «Il villaggio qui è un tradimento»

«Tutte le nostre preoccupazioni si sono avverate». Sono arrabbiati i rappresentanti del Comitato di Campo che si oppone alla costruzione del villaggio olimpico sul prato che si estende tra i due campeggi, Cortina e Dolomiti, detto in ampezzano "Pian da Ciampo". Il giorno dopo la cabina di regia di Venezia, dove è stato confermato lo spostamento del villaggio olimpico dalla zona di Fiames a nord di Cortina, dove era previsto all'inizio nel dossier olimpico di candidatura, a Campo di Sotto, l'amarezza per questa doccia fredda è forte. «Il sindaco solo un paio di giorni fa si era dichiarato dispiaciuto che il nostro gruppo nell'ultima riunione avesse optato per una linea dura. Ma i fatti ci danno ragione».Lorenzi a margine della riunione di giovedì con i proprietari terrieri della piana di Campo, aveva dichiarato che «sul villaggio olimpico nulla è ancora scritto né si scriverà sulla pietra a stretto giro, contrariamente a quanto sostiene il Comitato. Il mio è un invito a collaborare in modo costruttivo e a non strumentalizzare la situazione. Solo così potremo trovare una soluzione che soddisfi le esigenze di tutti». «È possibile che a distanza di pochi giorni le parole del sindaco siano state smentite? Il villaggio si farà a Campo e non posso credere che il sindaco non lo sapesse qualche giorno fa», chiosa Giovanni Michielli. «Non c'è stata nessuna chiarezza nei nostri confronti da parte dell'amministrazione comunale; è palese che lo sapevano, ma perché non ce l'hanno detto? Posso capire che queste decisioni vengano imposte dall'alto, ma un sindaco non può prendere in giro i suoi cittadini. Il villaggio olimpico nel dossier era previsto a Fiames; questo cambiamento è ingiustificato ed è stato tenuto nascosto fino all'ultimo». Il commissario Sant'Andrea a margine della cabina di regia di lunedì ha assicurato che il villaggio sarà interamente smantellato al termine dei Giochi, ma questa soluzione non rinfranca gli abitanti di Campo. «Abbiamo fatto fare una relazione ambientale dal dottore forestale Michele Da Pozzo e uno studio da un ingegnere idraulico, le abbiamo inviate all'amministratore delegato di Simico, Sant'Andrea, e anche al sindaco, perché questa è una zona verde, integra, perfetta, ci sono altre aree pubbliche degradate che si potrebbero rigenerare con i soldi a disposizione», aggiunge Michielli. «Ne abbiamo viste tante, non crediamo più a nessuno, le pressioni sono forti e noi cercheremo di difenderci come possiamo. Abbiamo cercato il confronto, ma non abbiamo ottenuto niente. Ora abbiamo deciso insieme di opporci per le vie legali. La gente qui non vuole il villaggio; ha paura che la cosa degeneri». m.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 4 Marzo 2023

p. 30

Non solo pista da bob

Le sigle ambientaliste bocciano anche l'idea del villaggio a Campo

l'iniziativa

Non solo contro la pista i bob. La Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra), il Club alpino italiano, la Federazione nazionale Pro natura, Federparchi e Mountain Wilderness sono contrari anche alla localizzazione del villaggio olimpico a Campo.«Se da un lato è da cogliere positivamente l'idea di una infrastruttura provvisoria rimovibile, dall'altro», dichiarano, «si ritiene poco opportuna questa collocazione in quanto, nonostante la temporaneità, ogni trasformazione risulterebbe comunque incompatibile con le caratteristiche dell'area».Anche comprendendo l'esigenza di dover ospitare gli atleti, ammesso che le varie migliaia di posti letto degli alberghi di Cortina non siano sufficienti, «la scelta della piana di Campo pare piuttosto infelice: essa è infatti un'area a valenze ambientali e naturalistiche di pregio, con la presenza di diverse specie in via di estinzione».Quali sono le motivazioni che fanno scendere in campo così autorevoli organizzazioni?«Per le sue dinamiche idrogeologiche ogni intervento di natura infrastrutturale altererebbe irreversibilmente i delicati equilibri», spiegano.Per ospitare gli atleti per le poche settimane dell'evento olimpico, con tutte le strutture necessarie non rimovibili (fondamenta, strutture fognarie, impiantistica elettrica e gas) si recherebbero danni irreversibili ad una piana dal grande valore ambientale, storico, paesaggistico e che non può avere altra destinazione se non quella agricola. Le associazioni ricordano che ci sono altri impianti e infrastrutture viabilistiche in fase di progettazione. «Il modo di procedere degli organizzatori lascia perplessi: se l'assenza di una strategia e di un vero e proprio cronoprogramma potranno comportare ritardi e dispendio di risorse, l'assenza di una Valutazione ambientale strategica complessiva per i progetti e le opere connesse rischia di creare danni irreversibili ad un territorio fragile come quello montano". Ritornando alla pista di bob, gli ambientalisti si chiedono «quanti servizi alle comunità montane del Bellunese si sarebbero potuti offrire con i milioni risparmiati per costruire una pista che - come insegnano le esperienze passate, prima fra tutte quella di Torino 2006 con la pista di Cesana abbandonata dopo pochi anni - sarà utilizzata per pochi giorni da pochi atleti. «Se avevamo apprezzato la scelta degli organizzatori che avevano saggiamente abbandonato il progetto del palazzo del ghiaccio coperto di Baselga di Piné, non possiamo non dirci contrariati da questa decisione assunta da politici e organizzatori che, dopo aver fatto credere nel dossier di candidatura che Cortina disponesse già di una pista da bob, si ostinano a volerla ricostruire demolendo i resti di quella del 1956». francesco dal mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 7 Marzo 2023

p. 28

“Villaggio ENI per gli atleti”

Borca prepara il suo progetto

BORCA

L'amministrazione comunale di Borca di Cadore ha predisposto un progetto di valorizzazione del villaggio Eni che la Provincia adotterà e illustrerà in settimana. E che verrà presentato anche come possibile location del villaggio olimpico. Sì, quello di Campo. «Sempreché quest'ipotesi incontri tali difficoltà da farla saltare», mette le mani avanti Roberto Padrin, presidente della Provincia.«Il progetto rientra fra gli obiettivi del mio mandato», ricorda il sindaco di Borca, Bortolo Sala, «quindi nulla di nuovo. Non ci mettiamo certo in competizione con Cortina. Ma abbiamo dato al commissario Sant'Andrea la nostra disponibilità, in caso di necessità».«Rinunciare al villaggio olimpico di Campo? Anche no. E perché mai?», taglia corto l'assessore Stefano Ghezze, di Cortina. «Immaginarsi se il Cio può dire di sì quando ha detto di no al nostro Comune che a suo tempo aveva proposto l'alternativa di Cimabanche all'improponibile Fiames», aggiunge Ghezze.«Sia come sia, noi il progetto lo proporremo, anzitutto perché è così interessante che abbiamo trovato delle università disponibili a crearvi dei centri di ricerca», dice il sindaco di Borca. Sala ha sempre coltivato quest'idea, insieme ai volontari che gestiscono attività nell'ex colonia dell'Eni. Ma la proposta prende forma solo ora, da quando cioè si è capito che la soluzione di Campo non è la più semplice da realizzare. L'opposizione dei residenti sta salendo di tono, per il timore che resti qualcosa di fisso. Il che è stato smentito: il villaggio da 1200 posti sarà removibile. Resterebbero però i sottoservizi e questo potrebbe far scattare gli appetiti degli investitori di villaggi turistici. Il Comune di Cortina per primo, ha sempre smentito, precisando che non vi saranno espropri, bensì indennizzi per le aree temporaneamente occupate. In ogni caso Borca avrebbe già segnalato, sia alla Fondazione Milano Cortina, che alla Società infrastrutture, ma anche al Coni e perfino al ministero dello Sport, che nel villaggio Eni sarebbe disponibile una struttura di 25 mila metri quadri con 17 padiglioni collegati tra loro. La colonia, voluta da Enrico Mattei, realizzata nei primi anni Cinquanta, ha ospitato fino al 1991 dai 600 agli 800 bambini ogni anno. Accanto alla colonia, prende forma il villaggio con due alberghi, una chiesa e 270 villette. Il gruppo Dolomiti Contemporanee, che si è fatto carico della valorizzazione della colonia, già da anni sta coltivando l'idea. In questi giorni il sindaco Sala ha confermato che la sua amministrazione sta lavorando per un accordo pubblico-

privato. «Anzi, è piuttosto avanti. Ho già parlato con la proprietà che si è dichiarata disponibile alla valorizzazione così come noi la intendiamo». Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Veneto | 9 Marzo 2023

p. 10, edizione Treviso - Belluno

Scoppia la «guerra» dei villaggi olimpici

L’ospitalità per gli atleti contesa da Borca (nell’area ex Eni) a Cortina. L’assessore Ghezze: idea fantasiosa

Katia Tafner ,Dimitri Canello

Borca di Cadore

La Valle del Boite non ha solo Cortina d’Ampezzo candidata a ospitare il Villaggio olimpico per i Giochi invernali del 2026. Arriva anche la proposta di Borca di Cadore, direttamente dal sindaco del paese, Bortolo Sala che, assieme a Gianluca D’incà Levis, ideatore e curatore di «Dolomiti Contemporanee», vede nella riqualificazione dell’ex Villaggio turistico Eni una grande opportunità. Da oltre quindici anni, la proprietà (pare d’accordo sulla «candidatura») è della «Minoter Spa», società del Gruppo Cualbu (dal nome della famiglia proprietaria) con sede a Cagliari, in Sardegna, realtà specializzata in promozione e sviluppo del mercato immobiliare, oltre che di costruzioni edili.

Il Villaggio era stato commissionato negli Anni ‘50 all’architetto ampezzano Edoardo Gellner (autore delle opere a Cortina per i Giochi del 1956) da Enrico Mattei, il mitico dirigente del gruppo energetico pubblico, per farne la sede delle vacanze per le famiglie dei dipendenti.

L’area ha al suo interno una grande struttura centrale detta «Colonia», due hotel rinnovati e diverse casette, per un totale di circa un migliaio di posti. Spiega il sindaco di Borca, Bortolo Sala: «Abbiamo parlato da tempo con vari rappresentanti a livello istituzionale, ma sempre a livello solo verbale. Anche il commissario straordinario Luigi Valerio Sant’Andrea ci ha ascoltati, però poi non abbiamo avuto riscontri. Illustreremo i punti di forza della nostra proposta e attenderemo conseguente risposta ufficiale scritta».

Per Levis «è un’opportunità da non perdere, bisogna guardare oltre il 2026 e alla reale eredità che si può lasciare per tutto il territorio montano».

Nonostante i protagonisti cerchino di tenere toni bassi, rischia di diventare terreno di scontro la decisione della Provincia di Belluno di convocare una conferenza stampa, domani, per presentare l’idea di recuperare l’ex villaggio Eni di Borca di Cadore in vista delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.

Proposta bocciata dal governatore della Regione Veneto, Luca Zaia e «gelata» anche dall’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Cortina, Stefano Ghezze. «Un’idea fantasiosa la replica anche perché parliamo di una zona lontana da Cortina. Abbiamo bisogno di cose concrete. Nel recente passato avevamo proposto per il Villaggio olimpico la zona di Cimabanche sul versante opposto del paese, in direzione Dobbiaco. E la proposta è stata cassata. Ora andiamo avanti con la location a Campo».

Prudente il sindaco di Cortina, Gianluca Lorenzi, che commenta telegraficamente: «Non siamo coinvolti nel progetto di Borca. Da parte nostra massimo rispetto per i colleghi sindaci».

Insomma, la volontà di non creare un incidente diplomatico sembra evidente, anche se è altrettanto chiaro che l’iniziativa di Borca appoggiata dalla Provincia di Belluno abbia scombinato le carte sul tavolo. Il presidente di Palazzo Pilon, Roberto Padrin è ecumenico: «La proposta può essere complementare e alternativa a quella del Villaggio olimpico di Cortina».

Villaggio che dovrebbe sorgere in località Campo, sulla vasta spianata a ridosso di tre dei quattro campeggi di Cortina, non lontano dalle rive del torrente Boite. Difficile capire cosa possa accadere adesso. Non resta che attendere la conferenza-stampa di domani per capirne di più.

Corriere delle Alpi | 12 Marzo 2023

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«Impuntati sul villaggio a Campo: ma perchè?»

CORTINA

«Non capiamo per quale motivo la Regione e il commissario Sant'Andrea si siano impuntati su Campo come zona per il villaggi olimpico».Claudio Michielli, coordinatore del comitato Piàn da Ciànpo così commenta il giorno dopo la presentazione della candidatura ufficiale dell'ex colonia del villaggio Eni di Borca come sede del villaggio olimpico per i Giochi del 2026. Un candidatura sostenuta dal Comune di Borca, dalla Provincia e dall'Unione Montana Cadore, anticipata più volte in recenti incontri pubblici dall'architetto Gianluca D'Incà Levis, curatore di Dolomiti contemporanee, che si occupa di recupero e rigenerazione di strutture in disuso, tra cui, appunto, l'ex colonia voluta da Enrico Mattei che porta la firma di Edoardo Gellner, costruita per ospitare i figli dei dipendenti Eni. Le alternative ci sono, sostengono i membri del comitato di Campo, ma non c'è un confronto diretto con i cittadini interessati.«Sono settimane che

chiediamo un incontro al commissario Sant'Andrea per avere chiarimenti. Hanno delle motivazioni concrete che li spingono a voler fare il villaggio a Campo? Vogliamo vederle. Ad oggi non è stata fornita alcuna documentazione. Noi, invece, abbiamo messo insieme un pool di professionisti tra geologi, forestali e ingegneri pronti a ribadire le motivazioni concrete che ci spingono a dire no a questo progetto. La conferenza stampa di venerdì a Belluno, dove il sindaco di Borca ha ribadito che una soluzione alternativa c'è e riscontra il favore di molti - tra cui l'ente Provincia e l'Unione montana del Cadore - non fa altro che dare forza alla nostra agitazione. A latere della conferenza, abbiamo avviato nuovi contatti per organizzare un incontro insieme ai rappresentanti del Comune di Borca», continua Michielli.Se Borca oggi rappresenta una soluzione più che valida, non bisogna dimenticare l'ex deposito di armi a Cimabanche.«Ci hanno detto che l'ipotesi Cimabanche è stata scartata dal Cio», afferma Giovanni Michielli, co-fondatore del comitato, «ma dove sono le comunicazioni e le motivazioni che attestano questa posizione? Tutti questi giri di parole o dichiarazioni, non sostenuti da argomentazioni o da documenti scritti, ci lasciano perplessi. Cimabanche, se fosse presa in considerazione, rappresenterebbe un'altra soluzione ideale, sia dal punto di vista logistico e sia ambientale. Logistico, perché gli impianti da raggiungere a Cortina (stadio del ghiaccio, piste da sci/bob, ndr) si trovano nella parte nord, quindi vicini e con la possibilità di gestire al meglio il flusso del traffico; oltre al fatto che Cimabanche si trova a metà strada tra Cortina e Anterselva dove si svolgeranno le gare di biathlon, quindi rappresenterebbe una soluzione interessante. Soluzione buona anche dal punto di vista ambientale», conclude Michielli, «perché oggi l'area si presenta in un forte stato di degrado, e la riqualificazione non farebbe altro che dare nuova vita a quest'area in mezzo al Parco delle Dolomiti d'Ampezzo, al confine tra Veneto e Alto Adige». m.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 12 Marzo 2023

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E l'ipotesi Cimabanche non è più solo un'idea

La riqualificazione costerebbe 42 milioni

lo studio

Se ad oggi la decisione su dove collocare il villaggio olimpico di Cortina è ufficialmente già presa, appunto per la piana di Campo, continuano tuttavia a venire alla luce nuove ipotesi. L'altro ieri a Belluno c'è stata la presentazione della candidatura ufficiale del villaggio Eni di Borca, ma vi è anche una terza ipotesi in ballo, che peraltro era stata in qualche misura presa in considerazione prima di optare per Campo. Si tratta dell'ex deposito militare di Cimabanche, situato a metà strada tra Cortina e Dobbiaco, (a circa 13 km dal capoluogo ampezzano), dismesso e parzialmente bonificato, ritornato in proprietà al comune di Cortina nel marzo del 2017.L'area si trova all'interno del Parco delle Regole d'Ampezzo, con la possibilità per queste ultime di avere l'area a disposizione per finalità compatibili con quelle del Parco per almeno 20 anni.I fondi olimpici potrebbero essere l'occasione per proseguire con la bonifica ambientale del sito, particolarmente delicata e molto costosa in quanto vi è la presenza di amianto, e che quindi necessita un intervento per la risoluzione del "problema" ambientale. Una ipotesi di riutilizzo delle ex caserme di Cimabanche è stata elaborata dall'architetto Giacomo Da Riz.L'area ha una superficie di mq 436. 385 e comprende 36 edifici esistenti di varie dimensioni, per un volume attualmente edificato di 28.600 mc, oltre a 6. 500 circa di volume demolito recentemente. Da Riz propone la «riqualificazione dell'area attualmente fatiscente con demolizione e ricostruzione dei volumi, la realizzazione di un villaggio diffuso con spazi comuni e luoghi di aggregazione, riutilizzabile in futuro per scopi turistici/sportivi, con edifici di qualità architettonica ed ambientale elevata senza alcun spreco di danaro». Il volume riedificabile secondo lo studio è di circa 36.000 mc, «con la possibilità di accogliere circa 700 persone con spazi comuni e la possibilità di elevare la capienza fino a 800/1.000 persone/atleti con eventuali edifici temporanei e relativo beneficio sull'incidenza complessiva dell'operazione».Viene inoltre presa in considerazione «la possibilità di realizzare volumi temporanei di aggregazione, piste di fondo adiacenti agli edifici, utilizzabili anche come pista ciclabile».Da Riz avanza anche un'ipotesi di costi dell'intervento, che vengono stimati in totale sui 42 milioni (i fondi olimpici per il villaggio di Cortina sono poco meno di 50 milioni), dei quali 1.500.000 per la demolizione edifici esistenti e riutilizzo inerti; 1.600.000 per la bonifica dall'amianto; 4.100.000 per le opere di urbanizzazione e servizi; 22. 800. 000 per l'edificazione dei nuovi volumi, per un totale del costo delle opere di 30 milioni. A questa cifra si aggiungono le spese di progettazione e tecniche pari a 3.600.000; l'iva sulle opere per 3. 000. 000; l'iva e oneri su progettazione e spese per 806. 400 euro; altri costi per imprevisti e oneri vari per 5. 000. 000, per un totale di costi (oltre le opere) di 12.406.400.Un progetto, quello di Cimabanche, che ha molti punti a favore, ma qualcuno a sfavore. I pro elencati sono «la riqualificazione di un'area che diversamente sarà impossibile da risanare e rivalorizzare, con un 100% di lascito sul territorio con la possibilità in futuro di utilizzo sportivo/turistico». I contro sono «il limite di utilizzo al massimo di 800-900 utenti/posti letto e i costi medio/elevati ma ben giustificati dall'investimento permanente, dal lascito sul territorio e dalla qualità della proposta». Marina

Corriere delle Alpi | 15 Marzo 2023

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Il villaggio olimpico in Cabina di regia Zaia: Borca scartata sul tavolo c'è Campo

CORTINA

Con decreto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stata ieri istituita la Cabina di regia per le opere e gli interventi relativi ai Giochi olimpici e paralimpici invernali "Milano Cortina 2026". Un atto solo formale? No. Alla prossima seduta, che si terrà a Roma, sarà ufficializzata la sede del villaggio olimpico, a Campo di Cortina, e sarà decisa la location della pista del pattinaggio veloce (in corsa Spresiano per il Veneto, la Fiera di Rho a Milano, il Lingotto a Torino). «Abbiamo una cabina di regia programmata per fine mese. Sarà ufficializzata la sede del Villaggio olimpico - conferma il presidente della Regione, Luca Zaia -. Immagino che sarà Campo a Cortina, il sito su cui sta lavorando la Società Infrastrutture su indicazione del Comune. E questo, lo ripeto, sarà un villaggio mobile, prefabbricato, quindi preso a noleggio (per cui costerà meno)». Intanto, però, la localizzazione del Villaggio Olimpico è finito sul tavolo del ministro dello Sport, Andrea Abodi, con un'interrogazione depositata in Senato dal segretario regionale del Partito Democratico, Andrea Martella. «Un allestimento temporaneo destinato ad essere completamente smantellato al termine dell'evento, potrebbe rivelarsi una soluzione non utile al territorio», scrive Martella. Una decisione giudicata quantomeno discutibile, visto che «a pochissima distanza dal luogo dove si svolgeranno le manifestazioni sportive sorge l'ex Villaggio Eni di Borca di Cadore che veniva usato come colonia estiva per i figli dei dipendenti del gruppo».L'ipotesi di Borca? «È stata presa in considerazione, anche su nostra proposta - ha precisato ieri Zaia -, ma il Cio stesso l'ha inizialmente scartata. Rispetto al villaggio Eni, tra l'altro ricordo che i tecnici due o tre ani fa ci parlavano di un albergo da riavviare ma con tutte le difficoltà del caso. Non vorrei che qualcuno pensasse che il villaggio olimpico serva per un centinaio di persona, ma anzi per un migliaio di persone. Di una piccola cittadina che avrà vita e poi sparirà del tutto». Il presidente della Regione fa notare, fra l'altro, che il villaggio si trova nei pressi del sito di frana del monte Antelao. «È uno dei motivi per cui il Cio non l'ha preso in considerazione, oltre che per i costi esorbitanti di sistemazione che si profilano. Il noleggio, lo ripeto, si rivela ancora la soluzione più economica e più fattibile anche dal punto di vista della compatibilità ambientale». Ieri Zaia ha anche detto di "tifare" perché la pista lunga del pattinaggio non esca dal Veneto o dalla Lombardia e quindi territorialmente rimanga in MilanoCortina 2026» . Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 22 Marzo 2023

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“Pericolosità idraulica a Campo: un rischio costruirci il villaggio”

la protesta

La piana di Campo «non è luogo idoneo per l'allestimento del villaggio olimpico e paralimpico». Il Comitato Pian da Cianpo passa al contrattacco: lunedì i legali dei cittadini (studio Iannotta di Napoli) hanno inviato un atto di opposizione all'ipotesi di localizzazione del villaggio nella piana sopra Cortina, evidenziando problematiche legate alla pericolosità idraulica e ambientali. L'atto è stato indirizzato alla Cabina di regia per le opere e gli interventi relativi ai Giochi, al sottosegretario di Stato alla presidenza del consiglio dei ministri, ai ministri per lo sport e le infrastrutture, al Coni, all'Ad di Infrastrutture Milano-Cortina, al presidente della Regione Veneto e al sindaco di Cortina.«L'allestimento del villaggio», si legge, «non appare ipotesi realizzabile, in quanto la pianificazione territoriale di dettaglio, in particolare gli studi idraulici allegati al Pat di Cortina, nonché il piano di Protezione civile comunale e i recentissimi studi idraulici relativi ai corsi d'acqua, torrente Boite e rio Costeana, che interessano l'area, convergono tutti circa l'esondabilità di detti corsi d'acqua. Per effetto, l'area risulta caratterizzata da sicura pericolosità idraulica», che, se sarà costruito lì il villaggio per ospitare 1.200 persone, «diventa rischio idraulico che non può essere accettato».L'atto entra poi nel dettaglio. Nel Pat l'area della Piana di Campo è stata classificata con diversi gradi di pericolosità idraulica, che vanno dal P1 al P3. Nelle aree classificate P2 e P3 non è possibile costruire nuovi edifici. Anche nel piano di Protezione civile comunale si parla di possibili esondazioni dei due corsi d'acqua, in quella che oggi è un'area a prato. Le stesse considerazioni si trovano nello studio idraulico predisposto per il progetto di fattibilità della variante di Cortina.«L'esondabilità dei corsi d'acqua che interessano la Piana di Campo», si legge, «rende irrealizzabile l'allestimento su tale piana del villaggio olimpico e paralimpico. Prescindere dalla pericolosità idraulica dell'area significa esporre i circa 1.200 utenti del villaggio a un rischio idraulico non sostenibile». L'atto è indirizzato anche al sindaco «anche nella veste di autorità di Protezione civile, affinché provveda a informare la popolazione sugli scenari di rischio».Ma ci sono anche ragioni ambientali che rendono Campo luogo non idoneo al villaggio olimpico. Nella piana si trovano otto specie vegetali inserite nella Red list della Regione e nei prati dimorano specie animali protette, tutti elementi indice della preziosa biodiversità dell'area.Il villaggio sarebbe sì temporaneo, ma questa indicazione «risulta contraddetta», scrivono i legali. «Gli interventi che si vogliono realizzare comporteranno la trasformazione di prati in infrastrutture, con alterazione dello stato dei luoghi» e «conseguente impraticabilità del preannunciato ripristino finale delle aree». Da qui la richiesta di considerare soluzioni alternative, «partendo dal recupero dell'esistente» (come il villaggio Eni a Borca) e «dall'individuazione dell'effettiva capacità ricettiva dell'area». E di «stralciare l'ipotesi di allestimento del villaggio olimpico e paralimpico a Campo». Alessia Forzin© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 24 Marzo 2023

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Comitato di Campo, lettera al CIO “Dove sono i giochi sostenibili?”

CORTINA

Il Comitato di Campo scrive al CIO in merito all'allestimento del villaggio olimpico sulla Piana, sottolineando l'insostenibilità dell'intervento sotto il profilo ambientale, uno dei punti di forza della candidatura e dei principi su cui il Comitato olimpico ha fondato l'Agenda 2020-2026 per i prossimi Giochi invernali. Alla lettera è allegata la relazione ambientale del dottore forestale Michele Da Pozzo, che «attesta come la zona di Campo (nella foto) costituisca un unicum, anche per la presenza di specie animali e vegetali in via di estinzione».«Cortina, con le sue meravigliose montagne, è diventata patrimonio Unesco, ovvero luogo che per la sua straordinaria bellezza naturale deve essere considerato un dono ricevuto dai padri e come tale preservato e custodito per le generazioni future», si legge nella lettera, «con l'assegnazione dei Giochi questo bene complesso e delicato assiste oggi alla volontà di costruire un villaggio olimpico per 1200 persone in località Campo, su una magnifica area verde. Saranno necessari scavi e nuove strade, collegamenti e infrastrutture, per quattro settimane di utilizzo. Le alternative ci sono, e si rivelano pure molto valide. Erano stati garantiti alla cittadinanza, con la benedizione del CIO, Giochi sostenibili e rispettosi dell'ambiente».La relazione ambientale illustra le caratteristiche naturali e ambientali della Piana di Campo, sottolineandone unicità e fragilità, in particolare per la presenza di specie in via di estinzione. La sensibilità dell'habitat naturale rende ogni intervento infrastrutturale potenzialmente dannoso per gli equilibri del mosaico di habitat, giustificando la storica destinazione ad attività agricola. Il documento non ha l'intento ufficiale di una valutazione di impatto ambientale, ma si propone di sensibilizzare l'opinione pubblica e i decisori sui valori ambientali in gioco e sulla loro irripetibilità e non monetizzazione. La Piana di Campo è originata da un antico lago di sbarramento, il cui prosciugamento ha portato alla formazione di un terreno pianeggiante e fertile, adatto alla praticoltura da foraggio. L'agricoltura secolare a basso impatto ha portato alla formazione di un sistema di prateria estremamente ricco di biodiversità. Il documento auspica una valutazione responsabile di siti alternativi infrastrutture come il villaggio olimpico.Oggi intanto, alle 18, ci sarà l'atteso faccia a faccia tra il Comitato e il Commissario Luigi Valerio Sant'Andrea, alla presenza del sindaco. m.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA

COLLEGAMENTO COMELICO – PUSTERIA

Corriere delle Alpi | 1 Marzo 2023

p. 27

Collegamento sciistico: per gli ambientalisti il piano è da ripensare

COMELICO SUPERIORE

L'impianto che sale al passo Monte Croce Comelico porterà visitatori alle trincee della Grande guerra. Una novità, questa, considerata positivamente dagli ambientalisti, rispetto alla originaria impostazione. Ambientalisti che con Italia Nostra, Lipu e Mountain Wilderness si dicono ancora contrari al collegamento sciistico con la Val Pusteria. Si sa, infatti, che da dove arriva l'impianto bellunese ne dovrà essere realizzato un altro con la struttura di Croda Rossa. Ecco perché in una nota diffusa ieri, le associazioni sostengono che «il progetto del collegamento sciistico, che recentemente ha ottenuto un pre-parere positivo con prescrizioni da parte della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso, è ben lungi dall'essere approvato. Infatti sarà oggetto di una procedura di valutazione che si articola in diversi passaggi, tra cui la Valutazione di impatto ambientale e quella di incidenza, il parere definitivo della Soprintendenza e l'approvazione da parte del Comune». Le associazioni sono inoltre convinte che la Via «inciderà sulla valutazione del progetto l'esito del monitoraggio degli habitat e delle specie minacciate dall'intervento, della durata minima di tre anni, prescritto nel parere motivato di Vas della Regione Veneto». Gli ambientalisti non annunciano, peraltro, la presentazione di un nuovo ricorso ma invitano a «ripensare a questo progetto nella responsabilità verso il nostro pianeta e verso le generazioni future». Le associazioni, pur apprezzando l'inserimento di aspetti culturali, che valorizzano i luoghi da un punto di vista storico, denunciano però, insistono però gli ambientalisti, «che il progetto rimane altamente impattante sull'ambiente per diversi motivi. Fermo restando le perplessità già espresse in merito al complessivo intervento e al suo impatto sulla zona sotto i profili paesaggistico, ambientale e naturalistico, che sono oggetto dei giudizi pendenti davanti al giudice amministrativo, le associazioni rimarcano la loro contrarietà al progetto anche perché è in totale contrasto con la lotta ai cambiamenti climatici». fdm©

Alto Adige | 5 Marzo 2023

p. 34

Ambientalisti: «Il progetto rimane impattante»

PUSTERIA

Dura presa di posizione di Italia Nostra, Lipu e Mountain Wilderness contro il progetto del collegamento sciistico tra Padola e il passo di Monte Croce Comelico, che recentemente ha ottenuto un pre-parere positivo con prescrizioni da parte della Soprintendenza di Venezia e che sarà oggetto di una procedura di valutazione che si articola in diversi passaggi, tra cui la Valutazione di Impatto Ambientale e quella di Incidenza, il parere definitivo della Soprintendenza e l'approvazione da parte del Comune. Inoltre inciderà sulla valutazione del progetto l'esito del monitoraggio degli habitat e delle specie minacciate dall'intervento, della durata minima di tre anni. Italia Nostra, Lipu e Mountain Wilderness, pur apprezzando l'inserimento di aspetti culturali, che valorizzano i luoghi da un punto di vista storico, denunciano che «il progetto rimane altamente impattante sull'ambiente per diversi motivi». Fermo restando le perplessità già espresse in merito al complessivo intervento e al suo impatto sulla zona sotto i profili paesaggistico, ambientale e naturalistico, che sono oggetto dei giudizi pendenti davanti al Giudice amministrativo, le associazioni ambientaliste rimarcano la loro contrarietà al progetto «anche perché è in totale contrasto con la lotta ai cambiamenti climatici». «Dati recenti - proseguono le tre associazionidimostrano che per innevare un ettaro di pista occorrono circa 700 kWh di energia; a questo bisogna sommare il consumo energetico dei mezzi battipista, pari in media a 15 litri di gasolio per ogni ettaro. Applicando queste cifre alla superficie delle piste in progetto, si calcola che il consumo di energia per il mantenimento del collegamento per una stagione è equivalente a quello medio annuale di circa 300 famiglie di 4 persone». «L'appello alle Comunità locali e amministrazioni - concludono - è di ripensare a questo progetto nella responsabilità verso il pianeta e le generazioni future». E.D.

COLLEGAMENTO CORTINA – VAL BADIA

Corriere delle Alpi | 8 Marzo 2023

p. 27

Da Andraz al passo Sief: ambientalisti in marcia contro i nuovi impianti

Livinallongo

Dal castello di Andraz al Passo Sief del Col di Lana. Una lunga escursione, domenica, per dire di no all'ipotizzato collegamento tra Cortina e la Val Badia, passando appunto per il Col di Lana (o dintorni). Si tratta di una mobilitazione nazionale a cura del collettivo The Outdoor Manifesto che fa appello ad associazioni, comitati e gruppi spontanei con l'intento di ribadire la necessità di re-immaginare l'inverno e il sistema turistico ad esso collegato. Ancora una volta la stagione invernale, con la sua quasi totale assenza di precipitazioni nevose e le alte temperature registrate fino ad altissime quote, ci ricorda in modo netto e deciso», affermano gli organizzatori, «la sempre più paradossale condizione ambientale, economica e sociale in cui si trovano le terre alte». Sono 11 i raduni in 8 diverse Regioni italiane per dire: "Basta nuovi impianti". Il Coordinamento delle associazioni per l'ambiente dell'Alto Bellunese aderisce alla manifestazione nazionale e invita, dunque, a partecipare al raduno che si terrà ad Arabba con questo programma: ritrovo alle 9.30 al castello di Andraz, partenza alle 10 per Passo Sief. Si prosegue fino a bivacco Sief, luogo dove vorrebbero costruire la stazione di collegamento Cortina- Monte Cherz. Chi lo desidera può salire alla cima Sief del Col di Lana per poi ridiscendere al bivacco. Il pranzo sarà al sacco. Partenza per il rientro verso le 14 con arrivo al castello di Andraz alle 15 circa.I promotori avvertono che si tratta di un'escursione facile da fare a piedi, con le ciaspe oppure con gli sci a seconda della copertura nevosa. La salita facoltativa a Cima Sief richiede l'uso dei ramponi.L'escursione rientra tra gli eventi di Nevediversa 2023 di Legambiente. francesco dal mas©

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Corriere delle Alpi | 9 Marzo 2023

p. 19

No aeroporto e nuovi caroselli «Meglio puntare sul treno»

BELLUNO

"Nevediversa" dà conto di 10 'brutte idee' per l'Italia dello sci. Tra queste anche l'aeroporto a Cortina e i collegamenti col Civetta e la Val Badia. Ma presenta anche "10 buone idee da copiare". Vengono citate esperienze come quella della rinuncia della motoslitta ai piedi delle Tofane e delle tante iniziative per la diffusione delle ciaspe.«"Se è tutto fermo sul fronte del trasporto ferroviario sulla possibile tratta Belluno-Cortina, si fa sempre più strada l'idea di ripristinare o meglio far rinascere l'eliporto di Fiames, a poca distanza da Cortina», solleva dubbi Legambiente. «Da quanto è dato sapere non si tratterebbe solo di un normale aeroporto. Tra le ipotesi ventilate quella di prevedere all'interno anche un'area destinata al decollo e atterraggio di droni elettrici per il trasporto di persone. Sostanzialmente una struttura al servizio di una élite, con un forte impatto ambientale in un'area montana di pregio».Quanto al carosello sciistico di 1.300 km tra Cortina, Arabba, Alleghe, Comelico e Val Badia, questo sarebbe composto da 500 impianti di risalita che circonderebbero, e attraverserebbero, le vette e le valli dolomitiche dichiarate patrimonio dell'Umanità dall'Unesco: «Questa proposta avanzata da albergatori locali e imprenditori insieme a esponenti delle istituzioni non va di certo incontro ai veri bisogni delle comunità montane del bellunese. Le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 potrebbero essere invece l'occasione per dotare il territorio di un efficace trasporto pubblico, avente come asse portante la ferrovia. Una soluzione sostenibile utile per pendolari e turisti che ridurrebbe le infinite code di auto lungo la statale dell'Allemagna. Sarebbe un'opera a vantaggio di tutti e non solo di pochi privilegiati».Meglio affidarsi, dunque, alle buone pratiche, magari da esportare, come quella del Rifugio Dibona di Cortina che ha rinunciato alle motoslitte. Dopo aver valutato la possibilità di chiudere in inverno, poiché «stava diventando un luna park», il gestore ha scelto di rinunciare al servizio motoslitta, utilizzato da decenni dai turisti per raggiungere il Dibona. Ora al rifugio si sale a piedi, un'ora di passeggiata nel bosco, in mezzo alla neve immersi, nel silenzio della natura. Altrettanto positivo il progetto "Outdoor Park Cadore", realizzato dalla Comunità Montana Centro Cadore, che prevede l'individuazione di itinerari semplici ma suggestivi, da percorrere con le ciaspe o con le pelli. "Dolomiti del Cadore: regno delle Ciaspe" è una guida completa di tutti gli itinerari escursionistici di media difficoltà ai piedi delle cime delle Dolomiti: le Tre Cime di Lavaredo e gli Spalti di Toro, il Cridola e l'Antelao, le Marmarole e i Cadini di Misurina. Altro esempio da imitare: la Cooperativa Mazarol propone ciaspolate da novembre ad aprile all'interno del Parco, accompagnati da guide esperte che hanno anche il titolo di Osservatori Nivologici Aineva. Tutti gli itinerari si concludono sempre in un rifugio. fdm© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 12 Marzo 2023

p. 26

Sella del Sief e monte di Castello «Nessun nuovo impianto lassù»

LIVINALLONGO

Ci sono anche la sella del Sief e la montagna di Castello, dove dovrebbe passare il collegamento sciistico Cortina - Arabba, tra le 11 località prescelte dall'associazione "Basta nuovi impianti" (insieme ad altre 25 sigle ambientaliste, comitati e gruppi spontanei che si occupano di urgenze legate a tematiche ambientali e sociali che impattano le terre alte), per dare vita alla manifestazione nazionale che si terrà quest'oggi contro la costruzione di nuovi impianti. Undici località montane in 8 regioni, tutte nel centro - nord Italia, che i promotori della protesta definiscono «simboliche di un problema ormai diffuso su tutte le montagne italiane»: Monte San Primo e Montecampione (Lombardia), Alpe Devero (Piemonte) Serodoli e Panarotta (Trentin) Corno alle Scale (Emilia Romagna) Terminillo (Lazio) Roccamorice (Abruzzo) e Sella Nevea (Friuli).«L'obiettivo», spiegano gli organizzatori, «è quello di sottolineare la necessità di un concreto cambio di paradigma per lo sviluppo delle montagne della penisola in grado di ri-immaginare l'inverno tramite nuovi modelli che si sleghino dalla monocultura impiantistica e dello sci da discesa».Per la tappa "fodoma" della protesta, i partecipanti si ritroveranno alle 9:30 al Castello di Andraz per poi raggiungere la sella del Sief, "Jou de le Omblie" in ladino, e da lì il bivacco Sief per vedere i luoghi interessati dal collegamento sciistico Cortina - Arabba. Un'escursione semplice, che non necessita di attrezzatura o preparazione specifica. Sul progetto, in verità, negli ultimi tempi sembrano essersi un po' spenti i riflettori per concentrarsi invece sull'altro collegamento sponsorizzato dal governatore del Veneto Luca Zaia e dagli impiantisti di Cortina, ossia quello tra la conca ampezzana ed il comprensorio del Civetta. Ma il comitato "Ju le mán da nosta tiera", che, va specificato, non aderisce alla protesta, nato giusto tre anni fa in terra fodoma proprio per opporsi all'idea di attraversare con nuovi impianti la montagna di Castello ed il Col di Lana, teatro della Grande Guerra, non abbassa la guardia.«Sappiamo che Cortina continua a spingere», spiega il presidente Denni Dorigo, «anche se grosse novità non ce ne sono, come comitato siamo sempre vigili ed attenti a tutto quanto viene detto e scritto sull'argomento. Noi restiamo convinti che il collegamento attraverso la montagna di Castello non sia tecnicamente fattibile e non ci risulta nemmeno che gli impiantisti di Arabba abbiano cambiato di recente posizione in merito».A far suonare un campanello di allarme sono state invece nei giorni scorsi le affermazioni del presidente del Dolomiti Superski, Andy Varallo, che in un'intervista ha "benedetto" la realizzazione di nuovi caroselli. Varallo in realtà non ha mai citato esplicitamente il collegamento Cortina - Arabba e non è chiaro quindi se si riferisse invece a quello tra Comelico e Sesto Pusteria, che ha avuto di recente il via libera della Sovrintendenza.Ma tanto è bastato al comitato "Ju le mán da nosta tiera" di decidere di muoversi per vederci chiaro.« Chiederemo di incontrare il presidente Varallo per capire la linea del Dolomiti Superski», annuncia Dorigo, «anche se sappiamo che conosce benissimo il valore dei quell'area».Dorigo conclude precisando che il comitato si batte nello specifico contro il collegamento Cortina - Arabba e non ha niente

contro altri progetti. «Non vogliamo essere etichettati come quelli che dicono no a tutto».

Corriere delle Alpi | 13 Marzo 2023

p. 18

«Stop ai collegamenti sciistici» Ambientalisti sul Col di Lana

Livinallongo

"Rispettiamo la montagna" recita lo striscione che apre il corteo. Come? Pronta la risposta di Fabio Tullio, di Legambiente: «Basta investire su nuovi impianti, semmai riqualifichiamo l'esistente, razionalizzandolo. Le risorse a disposizione impieghiamole, piuttosto, nell'adattamento al cambiamento climatico, trovando progressivamente alternative allo sci».Siamo alla manifestazione di protestauna delle 12 in Italia - contro i nuovi impianti da sci. Il castello di Andraz, da cui si parte, in comune di Livinallongo, sembra davvero la sentinella dei lunghi tornanti che potano al passo Sief. «Ammonisce quanti vorrebbero mettere le mani su questo versante di così rara bellezza», arguisce Gigi Casanova di Mountain Wilderness. Il monito è chiaro, a chi non ha ancora rinunciato all'idea di collegare passo Falzarego con Arabba, o meglio con l'altopiano di Cherz, una meraviglia. Alla manifestazione di protesta c'erano circa 80 ambientalisti, che muniti di scarponi, sci, ramponi, pelli di foca, sono partiti proprio dai piedi del castello per andare fin lassù, alle trincee del Col di Lana. Hanno così risposto all'appello collettivo di "The Outdoor Manifesto". Il sentiero e il bosco sono desolatamente secchi. Solo qualche rimasuglio di neve negli angoli in ombra. La mattinata è splendida. Bisognerà salire 600 metri (e oltre) per intercettare la prima neve. «È qui che si vuole sciare?», si domandano in parecchi. Perplessi, ovviamente.Ci sono giovani (e meno giovani) di Mw, Italia Nostra, Peraltrestrade, Legambiente. Sono ben rappresentati anche i ladini e quanti, dei Fodom, hanno già detto un chiaro no a questo collegamento. Ma il no riguarda anche l'alternativa: dal passo Falzarego al Passo Valparola e poi giù verso Armentarola. E, dall'altra parte, dal passo Giau al Civetta. Ben nove sono le località, in Italia, in cui si ripete la protesta. Medesimo lo slogan-impegno: "Rispettare la montagna, no a nuovi impianti a fune". Lo dicono a gran forza, le delegazioni dei ladini e dei Fodom, quando arrivano a passo Sief. Soffia il vento, la neve si alza e toglie la vista, ma le parole no.Il Comitato Fodom di Livinallongo, che in questi anni ha dato battaglia, conferma che il suo impegno continuerà. Il sindaco Leandro Grones ha detto di no, ma domani, se dovesse arrivare un altro sindaco? Ne va dell'identità stessa della comunità locale.Roberta De Zanna, consigliere comunale a Cortina, racconta dei 100, forse 120 milioni "buttati" per la pista di bob. Luigina Malvestio di Italia Nostra rilancia la contestazione al Villaggio Olimpico di Campo, considerata, a suo avviso, la disponibilità di quello Eni di Borca. «Se fanno solo uno di questi impianti, salta la protezione Unesco», avverte ancora Casanova, "sbugiardando" (verbo da lui stesso usato) quanti sostengono che i collegamenti vanno a sostituire le auto del traffico ormai impossibile.Tra una foto e l'altra, Tullio di Legambiente continua a ripetere che «è indispensabile, anzi urgente, ripensare il turismo invernale, quello dello sci».Rilancia Casanova: «Basta nuovi impianti, razionalizziamo l'esistente, ammodernando la rete che c'è, ma possibilmente disboscandola».«È quanto si farà fin dai prossimi mesi e dai prossimi anni, qui ad Arabba, grazie alla sensibilità degli stessi impiantisti», assicura il sindaco Grones, rassicurando gli ambientalisti che finché ci sarà lui il collegamento da Cortina e dal Falzarego «non passerà». Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

PASSI DOLOMITICI: IL DIBATTITO

Alto Adige | 11 Marzo 2023

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Passi dolomitici, un comitato spinge per la chiusura parziale

massimiliano bona alta badia

Ambientalisti, politici, professionisti ed esperti di montagna hanno deciso di fare fronte comune e di tornare alla carica per la chiusura parziale dei passi dolomitici, un obiettivo ambizioso condiviso da molti altoatesini da oltre 20 anni ma che per vari motivi non si è mai concretizzato. I (blandi) tentativi fatti fino a oggi sono andati sistematicamente a vuoto. Albergatori e impiantisti in particolare frenano perché temono un calo degli introiti e alla vigilia delle elezioni provinciali saranno molti gli ostacoli da superare, almeno per l'estate 2023. Il primo problema è costituito dalla prudenza e dalla ritrosia dimostrate finora dalla Provincia, poco o per nulla propensa a fare scelte radicali. Già costituito un comitato scientifico.Il regista di quest'operazione è Michil Costa, albergatore-ecologista (candidatosi in più occasioni con i Verdi) che ha deciso di costituire un comitato scientifico nell'ambito del progetto «Car is over - chiusura dei Passi dolomitici estate 2023». Il primo incontro si è tenuto giovedì sera online. Al momento hanno accettato di far parte del Comitato

scientifico personaggi di primo piano provenienti dai mondi più disparati: Luigi Casanova (dottore Forestale e storico esponente e presidente onorario di Mountain Wilderness), Diego Cason (sociologo del turismo e della pianificazione territoriale), Michil Costa (oste, imprenditore, presidente della Maratona dles Dolomites e autore di "FuTurismo-Un accorato appello contro la monocultura turistica"), Stefano Dell'Osbel (architetto ed esperto in mobilità e promotore del progetto "Treno delle Dolomiti" dell'agordino), Riccardo Dello Sbarba (filosofo, giornalista professionista e consigliere provinciale di Bolzano dei Verdi), Helmut Moroder (ingegnere e consulente nel settore mobilità, responsabile di sviluppo e innovazione presso la Sad di Bolzano), Silvia Simoni (ingegnere ambientale e ceo di Mountain-eering), Luigi Spagnolli (ex sindaco di Bolzano e senatore) e Carlo Zanella (presidente del Cai Alto Adige). Nell'iniziativa, sicuramente ambiziosa, sono stati coinvolti anche Francesco Ricci, coordinatore e responsabile della comunicazione, Marlene Zanotti, coordinatrice e responsabile della comunicazione e Serena Rela, coordinatrice del progetto.In ballo anche petizioni, raccolte firme e flash mob.Nel corso del primo faccia a faccia online c'è stata una breve presentazione da parte di ciascun membro del comitato scientifico, poi Michil Costa - nei panni di promotore - ha illustrato lo stato dell'arte sul percorso per la chiusura dei Passi dolomitici fatto finora, dal lontano 1999 al 2023. In ballo, è stato precisato, c'è una proposta pilota di chiusura parziale dei Passi per l'estate 2023. C'è stato anche un confronto aperto sulle prossime iniziative in agenda e tra le iniziative sul piatto figurano anche petizioni, raccolte firme e flash mob. L'obiettivo di fondo è quello di raccogliere consensi non solo tra i residenti ma, in assoluto, tra chi ha a cuore il futuro della montagna e non vuole che le Dolomiti diventino un luna park a cielo aperto.©RIPRODUZIONE RISERVATA

Alto Adige | 11 Marzo 2023

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Già arrivato il sostegno del Cai e dell'Avs

Dolomiti

Già arrivato, nel frattempo, il sostegno pieno da parte del presidente altoatesino del Cai Carlo Alberto Zanella e del presidente dell'Avs Georg Simeoni, che assieme totalizzano oltre 80 mila soci. «Una chiusura totale - sottolinea Zanella - sarebbe irrealistica, ma una chiusura parziale è doverosa. Sono stato a Passo Sella per tutti i cinque meracoledì in cui il Passo venne chiuso qualche anno fa e la sensazione è stata meravigliosa». Sulla stessa lunghezza d'onda anche Simeoni che fa una proposta anche per l'orario. «L'idealespiega Simeoni - sarebbe fermare le auto dalle 9.30 alle 15. Bisogna consentire ai veri appassionati di andare in quota».©RIPRODUZIONE RISERVATA

Alto Adige | 11 Marzo 2023

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Il progetto ‘Car is over’: “Bisogna chiudere i passi per salvare le Dolomiti”

Già presentato il «Documento progettuale per la chiusura dei passi dolomitici nel periodo estivo 2023». Il messaggio, chiaro e netto, porta la firma di Michil Costa: «Donne, uomini, giovani, bambini: se non chiudiamo i passi dolomitici oggi ecco cosa ci aspetta».1. Caroselli e circuiti auto-motociclistici continui: le folli velocità, i rombi dei motori, i test dei veicoli disturbano la quiete, deturpano l'ambiente e rompono le scatole. Per non dire peggio.2. Abusi e mancanze di rispetto di qualsiasi tipo: lasciando i passi alla mercé degli auto-motociclisti italiani e stranieri che si credono a Misano o al Mugello, aspettatevi insulti quando va bene, e ossa rotte quando va peggio.3. Caos acustico e inquinamento atmosferico: il passaggio nei mesi estivi di milioni di motori a scoppio è causa di traffico eccessivo, affollamento smisurato, inquinamento a tutti i livelli con tanto di stress da rumore, problemi di salute e paralisi della qualità della vita presente e futura degli abitanti di queste terre, animali compresi.4. I rocciatori andranno altrove: come si fa a scalare le torri del Sella se il rimbombo generato dal passaggio di auto e moto su quelle pareti è assurdo? Le Dolomiti hanno fatto la storia dell'alpinismo, auto e moto la stanno distruggendo.5. Anche i cicloturisti andranno altrove: il trend del cicloturismo in continua ascesa e potentissimo a livello europeo non ci riguarderà a causa dell'osceno traffico che si consuma nei mesi estivi sui nostri passi. Le Dolomiti sono un eldorado per i ciclisti e pedalare sui passi senza traffico è un sogno per milioni e milioni di turisti. Li vogliamo perdere?6. Addio a marmotte e persone: il traffico auto-motociclistico rende il nostro ambiente sempre più invivibile, così le marmotte scavano gallerie per andare altrove e le persone scelgono altre mete dove vivere la montagna come si deve.7. Un Sellaronda estivo che non sarà mai come quello invernale Eppure, le potenzialità ci sono tutte. Ma la miopia di amministratori, politici e albergatori ci sta facendo perdere un'eccellente opportunità di sviluppo e traino turistico.8. La perdita del turista lento: perché chi cammina e tutti coloro che amano starsene in pace e cercano aria pulita e tranquillità devono sorbirsi il rombo di una Ducati anche in cima al Boè? Eppure, camminare sulle Dolomiti è di una bellezza ineguagliabile, ambita nel mondo.9. La delusione in chi ci viene a trovare: l'ospite che sogna le Dolomiti e si trova file di auto e moto parcheggiate lungo i Passi, con tanto di caroselli, schiamazzi e gimcane, rimarrà deluso e si chiederà: sono queste le Dolomiti patrimonio dell'Umanità?10. Rifugi come fast food: altroché i rifugi di una volta, i ristori sui valichi sono e saranno sempre più simili ai fast food con tanto di immondizia svolazzante, cartacce, plastiche e puzza in ogni dove.11. I Passi

privi di sex appeal: continuando di questo passo, i passi non diventeranno mai un polo attrattivo per le escursioni, cosa che potrebbe accadere se le mamme potessero salire con una carrozzina, chi con l'ebike, chi con bus a idrogeno. Con i Passi chiusi la meta non sarebbe più o non solo il Sassolungo, ma il passo Sella.12. Ricchi i paesi sul Grande Raccordo anulare dolomitico, poveri quelli più defilati: la congestione dei passi privilegia, con relativo overtourism da traffico, i paesi situati sul Grande Raccordo anulare Dolomitico e penalizza i paesi defilati con conseguente spopolamento della montagna. Con i passi chiusi gli ospiti si spalmerebbero anche in zone non direttamente a ridosso dei Passi e le mete si amplierebbero grazie anche a una mobilità più ragionata, meno standardizzata, meno instagrammabile.13. Il depauperamento delle Dolomiti come destinazione turistica: non essendo più un luogo paradisiaco ambito, unico, raro, le Dolomiti perdono il fascino innato, e perciò perdono valore. Qualcuno riesce ad ascoltare questo grido di dolore?14. L'impossibilità di diventare uno dei parchi naturali più grandi e famosi al mondo: ecco quale opportunità stiamo smarrendo per ignavia, idiozia, miopia e interessi corrotti: la mancata chiusura al traffico auto-motociclistico dei passi dolomitici ci porterà alla rovina. Meditate politici, meditate amministratori, meditate albergatori, meditate ospiti. Oggi la gallina dalle uova d'oro ancora deposita qualche pepita, domani no. Vogliamo capirlo?©RIPRODUZIONE RISERVATA

RUDERI E STRUTTURE ABBANDONATE SULLE DOLOMITI

Corriere delle Alpi | 9 Marzo 2023

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Seggiovie, skilift, funivie Troppi ruderi sulle Dolomiti

Belluno

Il Rapporto di Legambiente dà conto degli impianti che negli ultimi trent'anni sono stati chiusi per mancanza di neve o problemi collaterali. Perfino sulla Marmolada, dove la cestovia dal passo Fedaia al Pian dei Fiacconi è stata smantellata nel 2019. Perfino a Villanova di Borca di Cadore c'era una sciovia da quota 950 a 1150 metri, costruita negli anni '60, di cui oggi restano solo strutture in ferro e cemento. Via anche la seggiovia di Frassenè (da 1100 a 1750 metri), costruita nel 1956, completata nel 1984, dismessa nel 2012, oggi in definitivo smantellamento. «Abbandonata, nonostante le piste avessero un impianto di innevamento artificiale e un piccolo bacino di accumulo di acqua, per i costi di manutenzione delle piste a fronte di un'utenza scarsa per la facilità delle piste e per l'esposizione a sud che le rendevano rapidamente impraticabili», scrive Legambiente. Resta l'edificio di partenza riconvertito in deposito, mentre lo stabile di arrivo è in stato di abbandono. Dismessa la seggiovia di Staulin, a Cortina, costruita negli anni '60, chiusa negli anni '80. Ha resistito di più la seggiovia di Mietres, sempre a Cortina, tra i 1429 e i 1710 metri: dismessa nel 2016, dopo più di 50 anni. Stesso discorso: «Struttura abbandonata, nonostante le piste avessero un impianto di innevamento artificiale e un piccolo bacino di accumulo di acqua, per i costi di manutenzione delle piste a fronte di un'utenza scarsa per la facilità delle piste e per l'esposizione a sud che le rendevano presto impraticabili. Ancora presente in loco l'impianto cannibalizzato», certifica Legambiente. Col Tondo, quota 1304-1429, seggiovia: anch'essa dismessa, nel 2017, sempre a Cortina. In località Colfiere-col Drusciè, c'era una vecchia seggiovia, tra le più storiche di Cortina, realizzata nel 1939. È stata disattivata nel 2019. «Storico impianto utilizzato anche per lo slalom nelle Olimpiadi del 1956. In corso di demolizione. Surrogato da nuova cabinovia», puntualizza Legambiente. In località Guargnè, tra i 1250 e i 1310 metri, non c'è più il vecchio skilift, per scarso utilizzo e i problemi di innevamento. Altro skilift, a quota quasi analoga, a Piè Rosà est, in quel di Cortina, ha cessato l'operatività ancora negli anni '90. La pista era dotata di innevamento artificiale. «Abbandonato per problemi di innevamento in quanto l'orientamento a sud della pista la rendeva impraticabile molto precocemente. Restano i plinti di appoggio dei piloni e a monte il blocco del rinvio della fune». Medesima fine per lo skilift di Lacedel, dismesso 13 anni fa. Defunto anche l'impianto Pocol- Baby Pocol, sempre a Cortina, composto da funivia, skilift e baby skilift. La funivia costruita nel 1925, gli altri impianti negli anni '50: la prima è stata dismessa ancora nel 1975, negli anni Ottanta il baby Pocol, dieci anni dopo lo skilift. «La funivia venne chiusa perché l'arrivo distava 400 metri dalle piste da sci e per la diffusione dell'auto privata che rendeva più agevoli gli spostamenti. L'impianto più grande di skilift è ancora presente benché da molti anni abbandonato; il secondo impianto è stato costruito come impianto di servizio per gli ospiti degli alberghi della località Pocol. Resta la stazioncina di partenza», informa Legambiente. Sempre a Cortina, cancellato lo skilift di Malga Lareto; resta il solo edificio della partenza. Ad Alverà funzionava una seggiovia; è stata dismessa, resta l'edificio di partenza trasformato in civile abitazione e lo stabile di arrivo è utilizzato come deposito. A Staunies operavano un'ovovia e una seggiovia; hanno cessato nel 2016, dopo 60 anni: «Dismesse per questioni legate alle autorizzazioni. Sarebbero ora necessari anche lavori per la sicurezza degli impianti. La chiusura degli impianti ha causato anche la chiusura del rifugio Lorenzi, posto all'arrivo delle linea», fa sapere Legambiente. Saliamo a Misurina e qui troviamo la Torre del Diavolo. Anzi, no: la sciovia è stata dismessa nel 2009. «Sembra che l'impianto sia stato disattivato per mancanza di frequentatori. La stazione di partenza è tuttora ancora ben visibile a fianco della strada per le tre cime di Lavaredo. Cavi e tralicci sono invece stati rimossi».A Pieve di Cadore era operativa, fino agli anni '80, la seggiovia di Col Ciontras (da 870 a 1300 metri): «La struttura, compresa

la piscina, è rimasta in uso fino a quando a gestirla era l'Aast Fu smantellata subito dopo il suo passaggio alla Regione. Dopo l'approvazione della legge regionale n° 33, il tutto passò in mano alla Provincia, che però non ha mai saputo cosa farne. Il piano 2021 delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari della provincia di Belluno prevede di inserire nella lista dei beni anche l'ex stazione di arrivo della seggiovia Col Contras (50mila euro)».Il Rapporto Legambiente dà a rischio gli impianti del Nevegal e, sempre per mancanza di neve, la stessa cabinovia di Alleghe. fdm© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 9 Marzo 2023

p. 19

Dall'ex istituto di Col Perer all'albergo sul Giau

L'ex istituto pediatrico di Col Perer, ad Arsie, rientra tra gli "edifici fatiscienti" che Legambiente consiglia di abbattere o rigenerare, perché non contribuiscono alla bellezza della montagna. «Nacque come caserma e divenne poi colonia sanatoria per ragazzi affetti da tubercolosi e infine struttura sanitaria, sempre per bambini. Ma questa funzione sanitaria terminò nel 1974, successivamente la struttura venne usata per circa vent'anni, come colonia da vari enti tra cui l'Azienda Tramviaria di Milano. Rimasto di proprietà della famiglia Borgherini di Padova è stato messo in vendita senza successo e Col Perer decadde come centro turistico». Legambiente punta il dito anche sui storici hotel Oliver e Olimpo al Nevegal. Ricorda pure l'ex Albergo Enrosadira Comune di Passo Giau: si sa che c'è un piano di recupero per un hotel 5 stelle luxury. 70 camere, 2 ristoranti, una piscina interna e una esterna, parcheggio sotterraneo. «La struttura, 40mila metri cubi, di cui 24mila fuori terra, è dieci volte più grande del già esistente albergo Enrosadira. Lo riteniamo un progetto devastante, fuori scala e fuori contesto che impatterà negativamente sul sito Unesco e sul sito Natura 2000». A Caviola Legambiente vorrebbe rigenerato un ex ristorante e a Taibon l'ex La Baita.

Corriere del Veneto | 19 Marzo 2023

p. 7, edizione Treviso

Belluno

Piloni fatiscenti, skilift abbandonati

Il cimitero degli impianti fantasma

Cadore, Lessinia, Altopiano: le strutture (ferme) che deturpano l’ambiente

Andrea Pistore

Venezia

Piloni fatiscenti di uno sci che fu, pezzi di seggiovie dismesse fuse con la natura che si è ripresa i suoi spazi, skilift di paese a quote quasi collinari dove a ricordarne il funzionamento è solo la memoria degli anziani abitanti. L’annuale report di Legambiente sugli impianti sciistici non più in uso in Italia fotografa una situazione consolidata in Veneto dove già da fine degli anni Settanta alcune strutture hanno smesso di lavorare.

Marmolada e il Cadore

Ben quattro pagine della relazione sono dedicate a quanto è successo tra le province di Belluno, Vicenza e Verona e a cavallo del Trentino come sotto la Marmolada dove sono ben visibili dal Lago Fedaia i ruderi della Cestovia di Pian dei Fiacconi, dismessa nel 2019, e della Seggiovia Pian dei Fiacconi da molti anni abbandonata dopo un incendio che ha distrutto la stazione di partenza. A Borca di Cadore, a circa 950 metri di altezza, sono ancora presenti i resti in ferro e cemento di un vecchio impianto entrato in funzione negli anni 60. A Frassanè, tra i 1100 e i 1750 metri, esisteva una seggiovia costruita nel 1956, completata nel 1984 e dismessa nel 2012, danneggiata definitivamente da Vaia nel 2018 e che per il report «rappresenta un pericolo per la sicurezza».

Cortina e Misurina

Dal prospetto non è esente Cortina che compare in 12 segnalazioni. Quattro sono le seggiovie abbandonate tra cui quelle in località Mietres (dal 2016) dove, spiega Legambiente, «era presente un piccolo impianto di innevamento e un bacino di accumulo acqua. L’impianto è stato chiuso per i costi di manutenzione delle piste a fronte di un’utenza scarsa per la facilità dei tracciati e l’esposizione a sud. Sono ancora in loco alcune parti e i seggiolini». Ed è ancora in piedi la sua prosecuzione a Col Tondo (in linea i veicoli agganciati alla fune). Identiche le situazioni in località Staulin (nell’edificio di arrivo presenti «banco motore, motore e seggiolini»), Colfiere-Col Drusciè (dismesso nel 2019). Altre parti di skilift abbandonati sono quelli di Crignes, Guargné, Piè Rosà est, Lacedel, Baby Pocol e Malga Larieto. Sempre nei demani sciabili della Perla, l’ovovia-seggiovia di Staunies (che sfiorava i 3mila metri, tra gli impianti più suggestivi costruiti per le Olimpiadi del 1956) è in disuso per «questioni legate alle autorizzazioni. Sarebbero ora necessari lavori per la sicurezza degli impianti. La situazione ha causato la chiusura anche del rifugio Lorenzi all’arrivo della linea», si legge. Nel Bellunese altri ruderi resistono a Misurina (Torre del Diavolo) dove una sciovia è stata abbandonata nel 2009 con la stazione di partenza ben visibile lungo la strada verso le Tre Cime di Lavaredo. A Pieve di Cadore esiste ancora la struttura di valle della seggiovia che saliva a Col Contras dal centro del paese.

Al momento chiusi

Nel Veronese sono gli impianti di Malga San Giorgio a non funzionare più dal 2016: «Area oggetto di locazioni- scrive Legambientecon 350 appartamenti, molti dei quali vuoti per decenni, fino al deserto attuale. Nel 2000 il presidente della società è stato colpito da interdittiva antimafia». Nel report, alla voce «Impianti temporaneamente chiusi», vengono indicati diversi comprensori vicentini quali le zone di Valbella (skilift chiuso nel 2019), Enego (sei skilift fermi dal 2017), Recoaro Mille (bloccati dal 2017, con un progetto di rilancio da 3 milioni in attesa della convenzione tra Comune e Regione) e le aree veronesi di Prada Alta a San Zeno (tre skilift) e Novezza a Farra di Monta Baldo (due skilift e tapis roulant).

Accanimento terapeutico

Per quanto riguarda il capitolo «Impianti sottoposti ad accanimento terapeutico» il report porta gli esempi del Kaberlaba ad Asiago, con quota massima 1150 dove recentemente è stata inaugurata una seggiovia: «Possiamo parlare di accanimento perché gli stessi gestori delle attività ricettive nella conca erano in disaccordo con l’attuale amministrazione comunale e non sentivano la necessità di una seggiovia». Tra i casi anche quelli di Alleghe con la nuova cabinovia costruita nel 2020 («Ma con il riscaldamento climatico che avanza è difficile comprendere come possa essere sostenibile dal punto di vista economico un simile investimento a quote basse anche come sistema di trasporto sostenibile») e l’Alpe Nevegal il cui recente interesse dimostrato da alcuni imprenditori algerini

MARMOLADA: I CONFINI CONTESI

Corriere delle Alpi | 9 Marzo 2023

p. 27

Caso Marmolada

I giudici studiano l'istruttoria storica

ROCCA PIETORE Il contenzioso fra Veneto e Trento, presso la Corte d'Appello di Roma, andrà a sentenza, probabilmente entro la tarda primavera e non è escluso un corollario. La vicenda dunque sembra allungarsi abbastanza. I giudici potrebbero ordinare un'istruttoria storica sui diritti civici della comunità della Val Pettorina.Il diritto, in particolare, dei cacciatori di 'vagare' oltre il confine delle creste per farsi qualche camoscio. Diritto vagantivo, viene definito.L'avvocato Enrico Gaz ed i suoi collaboratori hanno infatti scoperto, grazie all'attivo contributo del sindaco di Rocca, Andrea De Bernardin, che esisteva una documentazione storica molto puntuale sull'attività esercitata secoli fa dai cacciatori che si spingevano dentro il ghiacciaio per la caccia di sopravvivenza. Scatterà da questo diritto la riapertura del tavolo di trattativa.Un tavolo politico, ben s'intende, al di là del momento giudiziario, che veneto e Trentino sarebbero disponibili ad esercitare, anche considerando la disponibilità delle amministrazioni locali, di Canazei e di Rocca. A suo tempo, l'ex sindaco Silvano Parmesani di Canazei aveva disconosciuto l'accordo Galan-Dellai sul confine che di fatto impediva l'arrivo a Punta Rocca di un eventuale collegamento funiviario (o di cabinovia) da Pian dei Fiacconi.Impianto oggi improponibile alla luce della tragedia del 3 luglio 2022 con 11 vittime. Capitolo chiuso, dunque, come potrebbe esserlo per l'impianto di minore gittata, tra passo Fedaia e Pian dei Fiacconi, in sostituzione della cestovia dismessa nel 2019. L'eventuale istruttoria potrebbe portare alla conclusione che Rocca Pietore - come ipotizza l'avvocato Gaz - venga coinvolta da Canazei nella pianificazione urbanistica dell'area.Di fronte a questa prospettiva, la soluzione politica della controversia potrebbe risultare più praticabile. fdm © RIPRODUZIONE RISERVATA

L’Adige | 15 Marzo 2023

p. 11

Marmolada, i confini sono quelli di Pertini

I confini della Marmolada restano quelli decisi dal presidente Sandro Pertini. Nell'intricata e lunga vicenda giudiziaria (è iniziata nel 1973 ma i riferimenti storici utilizzati nelle cause arrivano alla fine del Settecento) il Tar del Lazio ha messo un altro tassello. Che sia quello definitivo non è ancora una certezza, ma fissa dei punti importanti. Una decisione che scatena la reazione negativa del sindaco bellunese di Rocca Pietore che però porta a casa («Almeno quello» è il commento amaro di Andrea De Bernardin) l'indicazione "Veneto" su due stazione a monte quella di Punta Rocca e quella di Punta Serauta. Una sentenza che cancella (e non è la prima volta) l'accordo nel 2002 che era stato siglato fra gli allora governatori del Trentino - Dellai - e del Veneto - Galan - che modificava nei fatti i confini. A favore del Veneto. Ma torniamo alla sentenza di ieri del Tar del Lazio nella quale sono state riunite le motivazioni sui ricorsi proposti dal comune di Canazei e dalla regione Veneto. Al centro le misurazioni del confine, appunto. E quindi veniva chiesto ai giudici

amministrativi di accertare «l'invalidità e l'inefficacia della nota dell'Agenzia delle entrate del 20 giugno 2018, della allegata relazione congiunta dell'Agenzia delle entrate e dell'Istituto geografico militare del 24 maggio 2018» che stabiliva, appunto, il confine amministrativo fra Province e Comuni. In particolare il Comune di Canazei ha puntato il dito contro l'errore nella linea di confine tracciata dagli organi cartografici, in contrasto con quanto stabilito dal Consiglio di Stato, «in particolare nella parte in cui, sulla cima della montagna dove sono collocate due stazioni di arrivo degli impianti di risalita, si è ritenuto di fare seguire alla linea di confine un tracciato che, non intersecando la sagoma dei fabbricati così come riportata nella cartografia catastale, lasci integre le due stazioni». Insomma il confine indicato - che è quello determinato dalla «linea delle cime o delle creste» che si rifà ad indicazione del 1911 riprese da Pertini - non comprende in territorio trentino le stazioni di arrivo degli impianti che partono dal bellunese. Ma le ragioni del Comune trentino sono state cassate dal Tar del Lazio. Che scrive che per quanto riguarda «gli edifici presenti sul crinale, va rilevato come nella zona di pizzo Serauta lo spartiacque naturale determina l'intera insistenza in Veneto (e quindi nel Comune di Rocca Pietore) dell'immobile. La stazione di arrivo di punta Rocca, invece, risulterebbe attraversata dall'originaria linea delle cime: nondimeno, gli sbancamenti necessari all'ancoraggio del manufatto al terreno determinavano uno «spostamento» del displuvio al di là della sagoma, con la conseguenza che l'originario crinale non esiste più. Pertanto, dovendosi procedere rigorosamente lungo la linea delle creste, l'amministrazione non può che seguire il profilo dell'immobile, risultando lo stesso lo spartiacque (artificiale) sulla cima del monte». E ancora « la variazione (se così può definirsi) è pienamente coerente con le decisioni cui dare esecuzione, atteso che rimaneva ferma per l'amministrazione statale la "possibilità di scostamento solo per un più conveniente allineamento con il crinale montano"». E per finire «la decisione di non far passare la linea di confine tra i fabbricati non costituisce scelta discrezionale, bensì inevitabile conseguenza del mutamento dello stato dei luoghi a seguito della costruzione sulla cima della montagna della stazione dell'impianto di risalita».Ecco il commento, amaro, del sindaco di Rocca Pietore de Bernardin. «Alla fine non cambia nulla: viene stabilito che vige quanto deciso dal dpr di Pertini del 1982 e dalla successiva sentenza 1998 che dava ragione ai trentini relativamente alla spostamento dei confini fino alle creste in alto, facendo perdere a Rocca Pietore e al Veneto buona parte del ghiacciaio. La cosa che mi da sempre molto fastidio è che non si è mai tenuto conto che la reale sentenza l'hanno fatta i soldati che nel 1917 su quella montagna hanno combattuto. Soldati austriaci e italiani che avevano in mano la medesima cartina con il fronte che passava sul confine trasversale. Ma il decreto presidenziale evidentemente ha più forza. Una firma ha cambiato il confine.Un'altra cosa che mi fa anche male, che mi ferisce è che nella sentenza c'è scritto che a nulla vale l'accordo firmato da Dellai e Galan. Quindi, due presidenti di Regione con due sindaci, in pompa magna, davanti a tutti, con carte bollate, firmano un accordo politico che doveva andare verso una pacificazione politica, non valgono nulla». Ma.D.

L’Adige | 15 Marzo 2023

p. 11

Corriere delle Alpi | 16 Marzo 2023

p. 26

Marmolada, gestione difficile

Ma nessun ricorso sui confini

ROCCA PIETORE

«Sono dispiaciuta, come tutti coloro che desideravano e ancora desiderano che il ghiacciaio sia veneto. Ma adesso basta contenziosi. Mettiamo intorno ad un tavolo, con gli amici trentini, e cerchiamo di valorizzare e promuovere questo patrimonio che non a caso è definito "la regina delle Dolomiti". La Marmolada appunto». È la reazione di Lucia Farenzena, presidente del Consorzio turistico Marmolada Val Pettorina. «Quando parlo di valorizzazione», precisa, « intendo anzitutto protezione, tutela. L'impegno adesso dev'essere quello per conservare il marchio Unesco, che fra l'altro attira turisti da tutto il mondo».La sentenza del Tar sui confini lascia aperta una serie di problematiche, ma pare che il Comune di Rocca Pietore non intenda fare ricorso. E la Regione Veneto neppure. Sempreché Canazei non ne approfitti per impedire, ad esempio, che sul suo territorio si possa scendere con gli sci. La pista più lunga d'Europa, 12 km, è infatti tutta trentina, specificatamente di Canazei. Le pertinenze delle stazioni di Serauta e Rocca Pietore lo sono pure. L'eliporto di Punta Rocca è di proprietà della società di Valentino Vascellari, ma il ghiacciaio è di Trento. La gestione, dunque, si presenta complessa. E se il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Pellegrin, saggiamente ha fatto intendere di non voler proseguire col braccio di ferro, c'è però un altro contenzioso sul quale spera la Val Pettorina.È quello che riguarda il rispetto degli usi civici. Rocca ha chiesto, documenti alla mano, che Trento riconosca il diritto civico alla caccia vantato dalla Val Pettorina da secoli. Per questa ed altre attività, quali la pastorizia, le genti della Val Pettorina hanno il diritto «di frequentare il ghiacciaio». La vertenza con il Comune di Canazei è davanti ai giudici del Tar di Roma. La sentenza è attesa entro la primavera. Secondo l'avvocato Gaz, le prospettive per Rocca Pietore «sono incoraggianti». Se, dunque, a Rocca venisse riconosciuto lo storico uso civico, si creerebbero i presupposti per una trattativa ancora più puntuale sulla gestione condivisa del ghiacciaio. Giovanni Bernard, sindaco di Canazei, ha assicurato che non esiste alcuna intenzione di piazzare da parte trentina un progetto di collegamento tra passo Fedaia e Punta Rocca. E proprio questo è stato l'incubo da decenni dei bellunesi.«È comprensibile l'impegno a difesa dei confini, ma per i nostri amici turisti, che arrivano da tutto il mondo, le frontiere da tempo non esistono più, quindi è saggio rassegnarci», conclude la presidente Farenzena, a nome anche degli operatori della valle, «a fare di necessità virtù. La Marmolada è un patrimonio che di fatto non ha confini, appartiene a tutta l'umanità». francesco dal mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Trentino | 16 Marzo 2023

p. 3

Marmolada, la disputa dei confini «La partita non è ancora finita»

Il sindaco di Canazei teme il ricorso al Consiglio di Stato. In estate si va verso la riapertura

Daniele Cassaghi

Trento

«La Marmolada è veneta». «No, è trentina». Il giorno dopo la sentenza del Tar del Lazio che stabilisce quali siano i confini di Canazei sulla Regina delle Dolomiti è quello in cui ci si interroga su come intervenire una volta acquisita la totalità del ghiacciaio. E lo si fa in attesa della prossima mossa del Veneto. Perché, come ricorda il primo cittadino di Canazei, Giovanni Bernard, «è una sentenza del Tar contro cui si può ancora fare ricorso. Il percorso giudiziale non è ancora completato. Non siamo i soli attori in questa azione». Dunque, i confini di Canazei, e di conseguenza della Provincia e della Regione, coincidono con quelli dell’impero Austro-ungarico, come stabilito da Sandro Pertini nel 1982. Tuttavia, da Venezia potrebbero decidere di fare ricorso al Consiglio di Stato. Un’ultima rivincita per cercare di ottenere di nuovo lo spostamento dei confini ed essere ancora più sicuri di avere competenza sulla zona interessata dagli impianti di risalita. L’ipotesi non sembra però accarezzare il governatore Luca Zaia, a cui comunque è stato assicurato che Serauta e Punta Rocca rimangono in territorio veneto. Questi sono infatti i due posti in cui termina la corsa delle funivie. Per cui, insomma, il Veneto ha ottenuto lo stesso quello che voleva, pare. Da parte trentina, il sindaco Bernard fa però trasparire una certa soddisfazione: «La sentenza del Tar del Lazio ha messo ordine, stabilendo che il confine è quello previsto dal presidente Sandro Pertini e che passa per le creste riflette Questo è importante per noi e per tutti: mette un punto fermo sulla questione». Ed è contenta anche la senatrice Elena Testor, originaria della zona: «Sono molto soddisfatta della sentenza del Tar che conferma i confini del 1982. La Marmolada rappresenta un patrimonio di tutta la valle che va difeso sulla base della storia e dei documenti raccolti in passato anche da padre Frumenzio Ghetta».

Che cosa cambierà per Canazei dunque? «Ci sono una serie di ragionamenti che andavano fatti a prescindere dalla questione dei confini continua Bernard Vanno portate avanti delle riflessioni alla luce di quello che è successo la scorsa estate. Alla luce del cambiamento climatico e dello scioglimento del ghiacciaio. La questione dei confini ci aiuta a capire fin dove uno può decidere ed esprimere le proprie competenze, e dove no. Questo aspetto è sostanziale». Si tratta di un passo avanti anche perché, in un’estate

che si preannuncia caldissima, il timore è che si ripetano gli eventi del 3 luglio scorso, con il crollo del ghiacciaio e la discesa del seracco giù dal versante trentino. In quell’incidente persero la vita undici persone. «Cercheremo di gestire la prossima estate e di affrontare gli eventuali pericoli dovuti alle temperature eccessive rassicura Bernard Ma si tratta di porre in essere azioni che consentano la fruizione della montagna. Ci stiamo lavorando con i servizi provinciali». Nessuna chiusura a priori, dunque. Ma la domanda sul se e come agire in vista della bella stagione resta. Tanto più se c’è il rischio che il Consiglio di Stato blocchi ancora la mano del Trentino. «Viene messa in discussione solo una parte del territorio. Non si blocca tutto con questa incertezza». E, a proposito di progetti, uno su cui si è discusso molto in passato è quello di installare nuovi impianti di risalita sul versante trentino. «Erano proposte emerse in altri tempi. Ci sono limiti ambientali e la zona Unesco non consente altri impianti nell’area tutelata dice il primo cittadino Sono riflessioni da fare sulla base di questi vincoli, delle opportunità e delle modifiche che stanno intervenendo sul ghiacciaio». E si tratta comunque di un discorso ad ampio raggio: «Ci sono una serie di richieste. Ma vanno fatti ragionamenti approfonditi. E, appunto, avere un confine certo permette di dire chi può esprimersi su quel pezzo di territorio».

MARMOLADA: IL GHIACCIAIO

Corriere delle Alpi | 18 Marzo 2023

p. 19

Ghiacciaio in Marmolada, futuro segnato «Dovevamo pensarci prima, ora è tardi»

l'intervista

«Ogni tanto mi si chiede: fra 15 anni, la Marmolada non ci sarà più? Cosa possiamo fare per salvarla? La risposta è: niente, ormai è persa. Alla Marmolada non possiamo farci nulla, dovevamo pensarci 30 anni fa. È questa la difficoltà nell'affrontare il cambiamento climatico: dell'azione che facciamo noi oggi, vedremo i risultati fra 10, 15, 20 anni». È quanto risponderà Jacopo Gabrieli, ricercatore Cnr, bellunese, a chi gli porrà oggi specifiche domande all'incontro organizzato dal Lions Club, alle 18 nella sala Bianchi di Belluno. "Ghiaccio bollente" il tema. Indovinatissimo. Mancano pochi giorni alla conclusione del secondo inverno più siccitoso. Cosa dobbiamo attenderci in tema di cambiamento climatico?«Bisogna stare attenti perché c'è un fraintendimento tra la meteorologia e la climatologia. Il fatto che questo sia un inverno particolarmente siccitoso, non vuol dire nulla dal punto di vista climatico perché è un solo inverno».È il secondo, per la verità.«Anche che sia il secondo consecutivo non ha un grande significato perché la climatologia è un qualcosa che parla di medie molto lunghe, quindi di 10, 20, 30 anni. Faccio questa osservazione perché si corre il rischio che il prossimo inverno sia estremamente nevoso e allora sentiremo dire: "Ah vedi, il cambiamento climatico non esiste, erano tutte cavolate quelle della neve...". No, queste sono situazioni meteorologiche particolari, altro è il trend, la tendenza che stiamo sperimentando ormai da 20, 25 anni».E il trend che cosa dice?«Ci dice che le temperature sono in aumento a livello globale di 1,1 gradi rispetto alla norma e qui sulle Alpi il valore è di 2-2,5. Questo è innegabile e la scienza ci dice che è dovuto all'attività umana, quindi all'emissione di gas serra in atmosfera Poi il fatto che non nevichi d'inverno e quindi i ghiacciai siano completamente scoperti ci fa già presagire che primavera e che estate avremo perché siamo in condizioni davvero tragiche. Se le temperature saranno come quelle dell'anno scorso, i ghiacciai cperderanno tantissima massa anche quest'anno e avremo sempre meno risorsa idrica a disposizione».Lei per la professione di ricercatore scientifico frequenta le quote più alte. Di quali cambiamenti è rimasto più impressionato?«Lascio perdere quello che è successo sulla Marmolada perché da ricercatore bellunese è stato uno shock come per tutti noi. Ricordo un altro ghiacciaio, quello Grand Combin sulle Alpi Svizzere, a una quota di 4200 metri: lassù ho visto piovere. Dai miei studi non può succedere che piova a 4200. Se c'è una precipitazione, anche in piena estate comunque è nevosa. Mi ha sconcertato. Poi frequentando i ghiacciai ogni anno per lavoro o per passione, passare sullo stesso luogo, di anno in anno, e calzare i ramponi sempre 50, 100 metri dopo; vedere un grosso sasso che l'anno prima non c'era ma adesso c'è, perché appunto il ghiaccio si è ritirato; ecco questi cambiamenti così repentini fanno molta impressione».Lei è uno studioso dell'aria in alta quota. Sul Col Margherita, dove il Cnr ha una centralina di rilevazione, cosa sta cambiando?«Nulla, dal punto di vista della qualità dell'aria e quindi della composizione chimica e della presenza di inquinanti. Sul Col Margherita ma anche sulle altre aree alpine europee, la situazione è assolutamente ottimale, al contrario di quello che succede nei fondovalle. La Pianura Padana è una vasca da bagno, piena di inquinanti per la sua conformazione orografica. Abbiamo imparato negli anni ad inquinare meno. Anche l'evoluzione dei sistemi di combustione e di controllo degli agenti inquinanti ha funzionato. Quello che non abbiamo ancora saputo fare è ridurre in maniera drastica e molto veloce l'emissione di tutti quei gas che fanno cambiare il clima».Quali gas? «I cosiddetti gas climalteranti, tra i quali la principale è la CO2 e per far questo c'è solo una cosa da fare: evitare di bruciare combustibili fossili. Questa è la sfida da qui ai prossimi anni. Bisogna quindi passare ad un'energia che sia libera da quelli che sono i combustibili fossili. Detto questo, anche se noi fossimo bravi e domani mattina chiudessimo tutti i rubinetti che emettono CO2, il clima cambierà lo stesso perché ormai quello che abbiamo fatto è fatto».L'ultimo bollettino Arpav certifica che anche in marzo non sta piovendo a sufficienza e che le risorse nivali sono in esaurimento. Come adattarsi?«Adattarci al fatto che nella stagione estiva

ci sia sempre meno acqua significa risparmiarla tutti i giorni, in tutte le nostre attività. A livello agricolo significa cambiare anche tipologia di coltivazioni. Ad esempio, il mais richiede molta acqua, allora forse bisognerà passare a delle coltivazioni che ne richiedano meno. Adesso non c'è neve in montagna: da dove verrà l'acqua per alimentare il Po nei prossimi mesi?».Dai processi di desalinizzazione del mare? «Attenzione a cercare a tutti i costi le "scorciatoie tecnologiche". La desalinizzazione si può fare e in certi contesti è anche una soluzione intelligente, ma questo processo richiede tantissima energia. E dove la prendiamo? Se in maniera sostenibile e rinnovabile, può anche andare bene, ma se la prendiamo bruciando il carbone allora è il serpente che si mangia la coda».Risparmiare acqua significa, tra le varie misure, attrezzare di rubinetto tutte le fontane? E magari tappare anche tante sorgenti?«Può essere. A livello simbolico. Non scordiamoci che il 50% dell'acqua potabile è disperso nella rete acquedottistica. Quindi è qui che bisogna anzitutto intervenire». © RIPRODUZIONE RISERVATA

AEROPORTO A CORTINA: LA PROPOSTA

Gazzettino | 5 Marzo 2023

p. 11, edizione Belluno

«L'aeroporto come volano per il turismo della conca»

«Cortina d'Ampezzo deve poter vivere, brillare, aprirsi all'economia circolare, e l'aeroporto potrebbe sicuramente essere un volano interessante per contribuire allo sviluppo economico del territorio nel prossimo futuro». Ne è certo Cristiano Spazzali, frequentatore della conca ampezzana, nativo della Val Pusteria, esperto di aerotrasporti. Egli riprende il tema dell'aeroporto di Fiames, anche dopo le ripetute dichiarazioni di Daniela Santanchè, ministra del Turismo, favorevole a questa struttura. «Il ripristino dell'aviosuperficie significherebbe, nella immediatezza, non solo l'aumento delle presenze turistiche, ma anche la possibilità di farsi raggiungere in tempi ragionevoli, così da poter aumentare i periodi di soggiorno per i turisti e inserirsi nei percorsi internazionali di sviluppo». Spazzali motiva quindi la sua contrarietà a trasformare l'area di Fiames in un vertiporto, da usare per i droni, oppure in eliporto, per gli elicotteri. Sostiene che sarebbe illogico ridurre l'attuale pista di 1.129 metri a uno spazio di 350 metri. Inoltre l'eliporto costa come un aeroporto, ma offre introiti minori; c'è il problema dell'inquinamento acustico, ben maggiore di quello dell'aereo; infine c'è l'esigenza di Cortina di avere una sviluppo economico e una trasformazione che possono derivare soltanto dall'impiego dell'aereo, non dell'elicottero. Spazzali ricorda l'incidente aereo del 31 maggio 1976, che causò sei vittime. Sostiene che le attuali caratteristiche degli aeromobili e le regole sulla sicurezza del volo, cambiate in cinquant'anni, potrebbero consentire l'attività di volo, senza rischiare di veder ripetere quella sciagura. Condizioni di vento, pioggia o neve, impedirebbero l'uso della pista tutti i giorni dell'anno; in quelle occasioni, i voli potrebbero essere però dirottati verso uno scalo vicino, Bolzano o Treviso. La pista inoltre non potrebbe essere fruita da tutti gli aeromobili, ma solo da quelli con caratteristiche di decollo e atterraggio molto corti, con certificazione Stol. «Stiamo parlando di piccoli aerei a elica, con un minimo di due e un massimo di sei posti, oppure di aerei turboelica leggermente più grandi con capienza fino a sette posti, ma anche di piccoli jet privati, tutti modelli di aeroplano di ridotte dimensioni e capacità che sono dotati di strumentazioni adeguate per evitare il ripetersi di incidenti come quello del 1976. Inoltre per poter atterrare e decollare dalla pista di Fiames sarebbe obbligatorio, per il pilota, ottenere una abilitazione al volo da montagna, condizione essenziale per poter fruire dei servizi aerei dell'area».

L’APPELLO A TUTELARE PIAN DE CUNFIN

Corriere dell’Alto Adige | 12 Marzo 2023

p. 3

Appello degli ambientalisti «Tutelare Pian de Cunfin»

Il paradiso naturale sull’Alpe minacciato dai progetti di nuovi impianti sciistici «Basta promesse, servono atti concreti»

BOLZANO

La località dei «Piani di Cunfin» e il Gruppo del Sassolungo da più di 40 anni sono oggetto di una continua e pesante pressione tendente allo sfruttamento della zona ai fini turistici, in particolare quelli sciistici. Su questo tema, giovedì, i rappresentanti delle organizzazioni di tutela dell’ambiente e del paesaggio, con rappresentanti dell’economia, hanno partecipato ad un incontro con l’assessora provinciale Maria Hochgruber Kuenzer nel corso del quale hanno rinnovato il loro appello: «Il Gruppo del Sassolungo e i Piani di Cunfin devono essere finalmente posti sotto tutela e ciò deve avvenire ora, cioè entro l’attuale periodo legislativo».

Il gruppo del Sassolungo, fra il Sellaronda e l’Alpe di Siusi, spiegano gli ambientalisti, si trova nel mezzo di uno degli ambiti altoatesini maggiormente sfruttati dal punto di vista turistico e soprattutto sciistico. Con lo stato di cose ormai purtroppo acquisito, il Sassolungo stesso, con i Piani di Cunfin, rappresentano un’eccezione ricreativa. Qui sgorgano le sorgenti che forniscono le località di Ortisei, Oltretorrente e Roncadizza mentre il variegato ambiente paesaggistico è ricco di biodiversità e dal punto di vista ecologico è un raro ed importante rifugio per la flora e la fauna. Inoltre molti tipi di uccelli a grande rischio trovano in quest’area un luogo per la cova, protetti dai boschi circostanti che sono zone di tranquillità per la natura e gli uomini. Fin dagli inizi del boom, circa 40 anni fa, la popolazione si impegna contro la costruzione di impianti di collegamento nella zona dei Piani di Cunfin. Tuttavia la pressione su questa zona ancora poco sfruttata resta alta, specialmente per quanto riguarda lo sviluppo del turismo invernale. Prova tangibile ne sono il progettato collegamento tra le zone sciistiche dell’Alpe di Siusi e del Monte Pana con una ferrovia, o una funivia, l’ampliamento e potenziamento della funivia sulla forcella del Sassolungo mentre vari studi sullo sfruttamento del gruppo del Sassolungo con funivie, a prospettive di sviluppo variabili, sono praticamente pronti per la realizzazione.

Tutto ciò in spregio ai dettati del Piano per il Clima 2040 e dell’attuale scarsità di neve naturale con la carenza acqua, anche degli anni passati, dovrebbero essere argomenti sufficienti a desistere dall’ampliamento delle aree sciistiche.

Da queste premesse deriva forte e pressante la richiesta ambientalista all’assessora provinciale Kuenzer di una chiara tutela della zona per dire un deciso no ai progetti di sviluppo. Una tutela che le associazioni a difesa di territorio e ambiente chiedono già da più di 40 anni perché, come ha ribadito pure un albergatore presente all’incontro: «Vogliamo che questo ambiente resti così, come Dio ce lo ha donato».

Del resto, precisano il gruppo Nosc Cunfin, la Lia per Natura y Usanzes, la Lia da Mont, l’Alpenverein, l’Heimatpflegeverband Sudtirol, il Club Alpino Italiano, la Vereinigung Südtiroler Biologen con Mountain Wilderness e Lega Climate Action Sudtirolo, la messa sotto tutela ambientale dovrebbe essere solo la logica conseguenza del Piano per il Clima, che sottolinea quanto sia importante la protezione degli ambienti naturali ai fini del raggiungimento dell’obiettivo climatico. Per non dire, inoltre, che con l’inserimento dell’area Sassolungo in ambiente protetto, si farebbe anche un importante passo avanti verso l’adempimento di quanto dichiarato nei documenti strategici per la sostenibilità del governo provinciale, che secondo gli obiettivi «30 x 30» dei tassi di biodiversità delle Nazioni Unite prevedono la tutela di almeno il 30 per cento della superficie della Provincia a cui oggi manca ancora circa un terzo, precisamente il 9 per cento. Intanto è già stato raggiunto un accordo tra le amministrazioni comunali di Ortisei, Santa Cristina e Selva di Val Gardena che, tra il 2010 ed il 2013, hanno appoggiato la messa sotto tutela di Sassolungo e i Piani di Cunfin. Nel 2020 sono state anche raccolte 3000 firme a favore addirittura della loro elevazione a parco naturale. «Il tempo di belle parole e promesse è passato» concludono i gruppi interessati: «Ora il governo provinciale ponga concretamente in atto quanto dichiarato nei suoi stessi documenti strategici sulla sostenibilità».

Corriere dell’Alto Adige | 12 Marzo 2023

p. 3

Kuenzer apre «Deve decidere la popolazione»

L. R.

L’assessora provinciale Maria Hochgruber Kuenzer, che ha la competenza per lo sviluppo del territorio, il paesaggio e i beni culturali, è la diretta interlocutrice degli ambientalisti che chiedono di tutelare Plan de Cunfin. È a lei infatti che hanno rivolto il recente appello.

Ed è lei che avevano incontrato di persona anche lo scorso settembre, durante una manifestazione andata in scena proprio a Plan de Cunfin, all’ombra del Sassolungo.

L’assessora, che è espressione dell’ala agricola della Volkspartei, apre alla richiesta degli ambientalisti: «Sono favorevole ad una tutela perché quel posto è straordinario sotto il profilo naturalistico e ambientale. Un paesaggio favoloso che va sicuramente preservato» premette l’assessora Kuenzer, che comunque subito precisa: «La decisione spetta, come sempre avviene in democrazia, alla maggioranza. E vanno coinvolte le popolazioni locali».

L’assessora spiega che, al centro della questione, c’è la scelta sulla diversa tipologia di protezione da adottare: «Ci sono molte forme di tutela del paesaggio, con caratteristiche e finalità anche molto diverse tra loro: c’è quella prevista a livello di Unione Europea, che fa capo alla rete Natura 2000, ed è particolarmente stringente, oppure ci sono le tutele dei parchi naturali, oppure ancora quelle di tutela delle acque di una determinata zona. Anche in questo caso quindi aggiunge Hochgruber Kuenzer bisogna stabilire prima quale tipologia di protezione voler adottare e poi attuare i passi successivi». Oltre al merito della questione, l’assessora affronta poi anche la questione del metodo, sottolineando la necessità di «giungere a un accordo con le maggioranze locali». Kuenzer conclude:

«In democrazia decide la maggioranza e credo sia giusto coinvolgere in questa importante decisione la popolazione locale. Se i Comuni altoatesini direttamente interessati alla vicenda dovessero proporre di adottare lo strumento della democrazia diretta, ad esempio tramite un referendum, io sarei favorevole. In questo modo si potrebbe conoscere l’orientamento della popolazione su quale tipo di tutela ambientale adottare per Plan de Cunfin».

Alto Adige | 15 Marzo 2023

p. 34

«Tutela del Sassolungo: si muovano i Comuni»

Ezio Danieli Val Gardena

In un incontro fra le associazioni ambientaliste e l'assessora provinciale Maria Hochgruber Kuenzer è stato riproposta "l'urgenzasottolineata dagli ambientalisti - di una maggiore salvaguardia ambientale per il gruppo del Sassolungo, tra la Sellaronda e l'Alpe di Siusi, al centro di uno degli ambiti più sfruttati dal punto di vista turistico e soprattutto sciistico". "Anche l'assessora provinciale Hochgruber Kuenzer - scrivono gli ambientalisti - ha detto che per il governo provinciale la messa sotto tutela è un argomento da trattare. Contemporaneamente ha dichiarato che a questo scopo bisogna giungere a un accordo con i Comuni. Questo è in realtà già accaduto: le amministrazioni comunali di Ortisei, Santa Cristina e Selva tra il 2010 e il 2013 hanno appoggiato la messa sotto tutela del Sassolungo con i Piani di Cunfin e nel 2020 sono state raccolte 3.000 firme a favore della tutela del gruppo dolomitico"."È quindi da tempo atteso l'inserimento di Sassolungo e Piani di Cunfin in un parco naturale - ribadiscono le organizzazioni ambientaliste - I gruppi interessati non si accontentano più di un riconoscimento a voce dell'integrità del territorio, dato più volte nel passato, ma chiedono alla Provincia di porre concretamente in atto la messa sotto tutela, ora, in questa legislatura. Con l'inserimento dell'ambito del Sassolungo in ambiente protetto - viene messo in evidenza - si farebbe anche un importante passo avanti verso l'adempimento di quanto dichiarato nei documenti per la sostenibilità, che secondo gli obiettivi 30 x 30 dei tassi di biodiversità delle Nazioni Unite prevedono la tutela di almeno il 30% della superficie della Provincia. Per raggiungere l'obiettivo, in Alto Adige manca ancora il 9 per cento".Il gruppo del Sassolungo, con i Piani di Cunfin, ospita anche l'area delle sorgenti che forniscono Ortisei, Oltretorrente e Roncadizza. Si tratta di un ambiente ricco di biodiversità sia a livello di flora che di fauna, ma "la pressione tendente allo sfruttamento della zona - si legge nel comunicato degli ambientalisti - è in atto da più di quarant'anni e la popolazione si impegna da allora contro la costruzione di impianti di collegamento nella zona dei Plani di Cunfin. Tuttavia a causa del boom del turismo, la pressione su questa zona ancora poco sfruttata resta alta". "Il progettato collegamento tra le zone sciistiche dell'Alpe di Siusi e del Monte Pana con una ferrovia o funivia, l'ampliamento e potenziamento della funivia sulla forcella del Sassolungo e vari studi sullo sfruttamento del gruppo del Sassolungo con funivie - elencano in modo allarmato gli ambientalisti - sono pronti per la realizzazione. Oltre al Piano per il Clima 2040, la scarsità di neve di questo inverno e la carenza di acqua degli ultimi anni dovrebbero essere argomenti sufficienti a far desistere dall'ampliamento degli ambiti sciistici. La messa sotto tutela ambientale della zona dovrebbe essere la logica conseguenza del Piano per il Clima, che sottolinea quanto sia importante la protezione degli ambienti naturali ai fini del raggiungimento dell'obiettivo climatico per la salvaguardia dell'ambiente". ©RIPRODUZIONE RISERVATA

MOSTRA DIDATTICA DEDICATA AL PATRIMONIO MONDIALE

Corriere delle Alpi | 16 Marzo 2023

p. 24

Mostre da condividere: l'istituto comprensivo di Mel apre i suoi spazi di Lentiai

L'iniziativa

L'Istituto comprensivo di Mel ha ricavato, nell'atrio "lecorbuseriano" delll'edificio che accoglie le scuole elementare e media di Lentiai, un ampio spazio dove ospitare mostre che possano essere materiale di supporto alla didattica ordinaria ma anche esposizioni da visitare per famiglie e appassionati del territorio. "Adotta una mostra": questo il nome dell'iniziativa, che vuole creare uno spazio in cui gli studenti possano affrontare trasversalmente diverse tematiche didattiche in modo interattivo e dinamico.«Abbiamo un grande atrio», spiega il dirigente Umberto De Col, « nel plesso di Lentiai che ospita le scuole elementare e media del paese; abbiamo pensato di sfruttare lo spazio per creare un laboratorio per le competenze di cittadinanza che hanno valore sociale. Lo spazio espositivo che abbiamo ricavato sarà utile per i ragazzi per svolgere lezioni speciali ed uniche, lezioni che potranno permettere loro di affiancare le competenze nozionistiche e apprese sui libri ad esperienze basate su testimonianze dirette che potranno vivere attraverso i percorsi espositivi che lo spazio ospiterà». L'elemento particolare che contraddistingue "Adotta una mostra" è il fatto che gli studenti potranno diventare a loro volta guide delle mostre stesse: «I ragazzi potranno, compatibilmente con orari e giorni di apertura della struttura, trasformarsi da visitatori in guide e portare genitori ed amici a vedere le opere esposte; vogliamo che siano le opere e gli alunni i protagonisti di questo di questo progetto», ha chiarito il dirigente De Col.La prima mostra ospitata è intitolata "Le Dolomiti, patrimonio mondiale unesco: fenomeni geologici e paesaggi umani" e, secondo lo stesso De Col, inaugura nel modo migliore uno spazio innovativo in cui scuola e territorio dialogano attivamente.All'interno degli stessi spazi e di una politica di apprendimento legato alle esperienze del territorio, "Adotta una mostra" ospiterà, per tutto il mese di aprile ed oltre, una mostra dedicata alla tragedia del Vajont. Questa particolare esposizione permetterà ai ragazzi di comprendere la vicenda dal punto di vista geologico, storico e anche critico: grazie ai loro insegnanti di lettere Cristina Canton, Francesca Criscino e Michela Dalle Sasse gli studenti potranno analizzare gli scritti di Tina Merlin e cercare di capire quanto gli avvertimenti della giornalista passarono inascoltati. Andrea De Salvador©

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L’Adige | 31 Marzo 2023

p. 38

FONDI COMUNI CONFINANTI

Gazzettino | 19 Marzo 2023

p. 7, edizione Belluno

«Fondi di confine bloccati: urge un presidente»

Il Pd lancia l'allarme: «Manca il presidente del Comitato Fondo Comuni di confine» e sollecita l'immediata copertura della carica che si auspica vada ad un bellunese, visto che ben 36 dei 48 comuni rientranti nei benefici del Fondo sono Veneti e prevalentemente bellunesi. Ma da corre voce che l'incarico possa andare ad un lombardo.

Su tempi e su chi sarà il nuovo presidente viene calibrato l'ordine del giorno che il Partito democratico bellunese invierà a tutti i Comuni e al Consiglio provinciale affinché venga approvato. Ne hanno parlato ieri mattina, alla sede provinciale del Pd, il segretario provinciale Alessandro Del Bianco, Claudia Bettiol, capogruppo in Comune di Belluno, la consigliera provinciale che entrerà per surroga a Palazzo Piloni, Letizia Monestier (consigliere comunale a Santa Giustina) e Loris Maccagnan sindaco di Lamon, ovvero il Comune che per primo, con un referendum secessionista, mise sul tavolo la tematica degli squilibri economici tra realtà a statuto speciale, Trentino Alto Adige da un lato e Friuli Venezia Giulia dall'altro, e quelle a statuto ordinario come il Veneto.

PROGETTI FERMI

«Da quando il governo si è insediato non è ancora stato nominato il presidente del Comitato, e questo significa ingessare il fondo che garantisce 27 milioni di euro l'anno ha esordito il segretario Del Bianco -. Ingessare il Fondo significa impossibilità di approvare o farsi approvare varianti di progetto. Anche perché, nel frattempo, non cambiano neanche le scadenze quindi tutta questa partita sia per i progetti singoli che per quelli paritetici di area vasta è a tutti gli effetti bloccato. Non nominare il presidente significa anche non avviare la nuova programmazione, quindi di fatto, soprattutto per quanto riguarda i 500mila euro che arrivano a tutti e 15 i Comuni di confine (7,5 milioni in totale a Belluno, che si aggiungono ai 27 milioni all'anno), ad oggi mancano ancora i bandi, che solitamente escono a marzo».

«LA MAGGIORANZA È QUI»

Il Pd insiste anche sull'opportunità che la figura sia quella di un bellunese, come è sempre stato fino ad oggi. Dal 2014 in poi, spiega Del Bianco, è sempre stato un politico della provincia di Belluno. Infatti, dopo Aldo Brancher, padre putativo del fondo, dal 2014 si sono succeduti Roger De Menech, Paolo Saviane, Roger De Menech e Dario Bond (con vice De Menech). «Non lo si fa perché si vuole semplicemente rivendicare un'identità territoriale - prosegue Dal Bianco -, ma perché la maggior parte dei Comuni al confine con Trento e Bolzano sono bellunesi e soprattutto essendo il Fondo nato per assottigliare le distanze economiche tra Comuni di montagna è evidente che la sovranità della montagna è fondamentale. Politicamente c'è sempre stata una triade di requisiti per nominare il presidente del Fondo: che fosse parlamentare, bellunese e dello stesso partito del ministro o sottosegretario agli Affari regionali. In questo caso non esiste una persona con queste caratteristiche. Per noi non è prioritario che sia del nostro partito. Ma che sia bellunese è importante sottolinea con forza Maccagnan -. La questione dei referendum nasce a Lamon e si estende in altri Comuni. Il confine è diventato una questione di comunità allargate, le aree vaste. La Provincia è chiaramente la protagonista di questa vicenda, vedi per l'ultimo referendum sull'autonomia provinciale e tutti quei movimenti che si sono evoluti a Belluno»

LA GENESI A LAMON

Claudia Bettiol aggiunge: «La vicenda del primo referendum l'ho conosciuta bene perché nel 2004 eravamo appena arrivati in Provincia con il presidente Sergio Reolon e facemmo il consiglio provinciale proprio a Lamon. I Fondi di confine sono stati lo strumento ce ha consentito di evitare fughe ulteriori, come quella di Sappada. È uno strumento estremamente importate, Belluno è il capoluogo di provincia e se non direttamente interessato, adesso è arrivato il momento di concretizzare, dare un contenuto, questo può essere un modo per svolgere un ruolo trainante che può e deve avere un capoluogo. Presenteremo l'ordine del giorno».

MONESTIER AL POSTO DI DE BON

«Sicuramente - conclude la Monestier - è importate perché il Fondo che va a mitigare le differenze tra un territorio autonomo e non autonomo». Monestier sarà nominata consigliera provinciale martedì: «Sento una certa responsabilità di prendere il posto di Franco De Bon».

Federica Fant

ARCHITETTURA MONTANA

Corriere del Trentino | 19 Marzo 2023

p. 3

Strutture di montagna gli architetti rilanciano «Unire modernità e rispetto del luogo»

TRENTO

«Il tema della progettazione in alta quota di rifugi e bivacchi è simbolico. Un tema strategico». Il presidente dell’ordine degli architetti, Marco Giovanazzi, ne è convinto: affrontare la questione degli interventi in montagna, in Trentino, vuol dire «rapportarsi con la nostra storia e il nostro ambiente». Del resto, ognuno di noi, tra i suoi ricordi, custodisce l’immagine di una salita a un rifugio. E ognuno ricorda la fatica, la soddisfazione. Un rapporto talmente stretto, quello con le terre alte e le sue strutture, che ogni trasformazione viene accolta da dibattiti spesso aspri. Come quello che si era scatenato sui disegni del nuovo rifugio Tonini sull’altopiano di Piné (poi archiviato), ma anche come il confronto seguito alla proclamazione del vincitore del concorso di progettazione del rifugio Pedrotti alla Tosa. «Ci sono sensibilità diverse anche all’interno dello stesso ordine degli architetti» spiega Giovanazzi.

E proprio per stimolare questo dibattito, l’ordine ha dedicato alla progettazione in quota l’ultimo numero della sua rivista (diretta da Davide Fusari). Analizzando l’architettura di rifugi e bivacchi da tutti i punti di vista: da quello dei professionisti fino a quello di Trentino Marketing, passando per la Società degli alpinisti tridentini e la Fondazione Dolomiti Unesco.

La premessa, fissata dal presidente, torna sul valore della montagna. Accostandolo al mondo dell’architettura: «Il tema della progettazione e realizzazione dei rifugi riflette Giovanazzi è uno dei più affascinanti per l’architettura contemporanea». Rispetto alla progettazione urbana o in altri territori, infatti, in questo caso «ci si trova a lavorare prosegue Giovanazzi in un ambiente delicato. Come in una cristalleria». Dove il rischio, reale, è di rompere qualcosa ad ogni movimento troppo brusco o sbagliato. «Per questo aggiunge il presidente è necessario capire come approcciarsi».

E gli approcci all’architettura di montagna, in questi anni, si sono divisi in due diverse visioni. «La prima predilige un approccio tradizionalista, come se le linee antiche fossero le uniche a poter esprimere e definire il paesaggio». La seconda visione guarda invece più al moderno. Ed è all’interno di questa prospettiva che si riconosce il presidente degli architetti. «Per quanto ci riguarda avverte rivendichiamo il diritto di ogni epoca a tracciare il proprio segno». Ma non a tutti i costi, sia ben chiaro: «Bisogna fare attenzione a non cadere nella tentazione opposta». Ossia quella di creare delle forme tutte uguali, trasformando il rifugio in una struttura che potrebbe appartenere alla montagna, ma anche, indistintamente, alla città. «La memoria e la storia del luogo devono sempre essere rispettati» osserva Giovanazzi. In questo contesto si muove la linea portata avanti dall’ordine degli architetti. Che guarda al concorso di progettazione «per stimolare il dibattito». «Attraverso questo strumento dice il presidente si dà la possibilità a più voci di mostrarsi». Come è successo per il concorso di progettazione del rifugio Pedrotti alla Tosa, per il quale sono arrivate ben 61 proposte diverse. E sulle cui soluzioni si è aperto un dibattito online che ha coinvolto il progetto vincitore, ma anche alcuni altri disegni. «Per questo annuncia Giovanazzi con la Sat stiamo organizzando una mostra alle Gallerie di Piedicastello». Una esposizione che svelerà tutti i progetti presentati, dando la possibilità ai cittadini di ammirarli e valutarli. «È molto interessante vedere le sensibilità diverse che emergono dal confronto sui diversi progetti» spiega il presidente. Che interpreta anche i toni accesi che spesso accompagnano la presentazione dei disegni delle nuove strutture in quota: «I rifugi sono luoghi che appartengono alla memoria collettiva, per questo diventano temi caldi. E mettono a confronto le due visioni contrapposte rispetto allo sviluppo della montagna: c’è chi è a favore di una montagna che sia wilderness, chi invece considera il fatto che le Alpi rappresentano un territorio antropizzato».

Da parte sua, il presidente torna sulla sua posizione: «Il segno che si lascia deve essere rispettoso. A volte anche nel vicino Alto Adige sono andati oltre il limite. E in questi casi il rischio del resort ad alta quota è alto». Il rifugio, conclude Giovanazzi, «deve rimanere un rifugio. Confortevole, seguendo anche i tempi. Ma non può diventare qualcosa di diverso». E così i bivacchi: «Per i tre bivacchi delle Fiamme Gialle abbiamo avuto 174 partecipanti al concorso di progettazione. Un risultato importante, segno che anche una istituzione storica si apre a questa nuova strada. Vedremo i risultati».

Corriere del Trentino | 19 Marzo 2023

p. 3

Progetti nelle terre alte, confronto aperto tra professionisti, Sat e Trentino marketing

A invocare un confronto aperto è Mara Nemela: «Sul tema della trasformazione dei rifugi è importante, urgente e necessario aprire un dibattito aperto, trasparente, che coinvolga più territori e più soggetti». Nell’ultimo numero della rivista dell’ordine degli architetti, dedicata interamente all’architettura di rifugi e bivacchi e alla progettazione in quota, la direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco

mette nero su bianco un auspicio che emerge da tutti gli interventi pubblicati, a partire dall’editoriale di Davide Fusari e Marco Piccolroaz. «L’ordine degli architetti si legge ha cercato e continua a cercare di animare sul proprio territorio di competenza un dibattito sul tema del progettare e costruire in alta quota che metta al centro la qualità degli esiti e dei loro strumenti sollecitando un dialogo tra le parti sociali coinvolte».

Parti che, nella rivista, trovano già una propria voce. Come quella della Fondazione Dolomiti Unesco. Ma anche come quella della Provincia, attraverso il direttore dell’Ufficio interventi tecnici, patrimonio alpinistico e termale del Servizio turismo e sport Alessio Bertò, il quale riporta il risultato di una indagine sul campo rivolta ai gestori dei rifugi. «Dai questionari scrive Bertò emerge che i gestori ritengono prioritario investire in interventi relativi all’approvvigionamento e al risparmio idrico ed energetico, sulla connettività dei dati e sull’adeguamento delle strutture per soddisfare le esigenze degli ospiti».

A tracciare la propria visione è anche l’amministratore delegato di Trentino Marketing Maurizio Rossini. «La montagna avverte Rossini non è solo un panorama, ma un luogo dove esprimere i propri sogni e desideri di vita e questo va insegnato anche ai ragazzi. Costruire il futuro è questo, con l’obiettivo di attrarre persone che potrebbero arricchire le nostre comunità. Anche il progettare un rifugio si inserisce in questo nuovo racconto, specialmente se le soluzioni introdotte vanno della direzione di una maggiore sostenibilità della struttura».

BOSTRICO: UN AGGIORNAMENTO

Corriere delle Alpi | 22 Marzo 2023

p. 20

«Il bostrico prolifera anche in inverno Così caldo e siccità uccidono i boschi»

Marcella Corrà BELLUNO

Boschi sotto attacco. Prima Vaia poi il bostrico, il coleottero che in 6-7 settimane riesce a uccidere un abete rosso. La tempesta Vaia ha distrutto 38.200 ettari di bosco e 16,5 milioni di metri cubi di legname. Due anni dopo, è arrivato il famigerato bostrico, presente da sempre nei nostri boschi, che ha cominciato ad attaccare gli alberi, sia quelli caduti che quelli rimasti in piedi: un milione di metri cubi nel 2021, 5 milioni nel 2022.E in futuro? «Purtroppo non c'è stata l'inversione di tendenza che ci aspettavamo» ha spiegato ieri Massimo Faccoli, docente all'università di Padova, nell'incontro organizzato dai Carabinieri forestali in occasione della Giornata internazionale delle foreste, seguita oggi dalla Giornata internazionale dell'acqua. La conferenza si è tenuta in prefettura, davanti ad autorità ed esperti, con la partecipazione dell'ente Parco Dolomiti Bellunesi. Ad ascoltare la relazione del professor Faccoli, c'erano anche gli studenti dell'Agrario di Feltre e del Galilei - Tiziano di Belluno.Prima di ora non si era mai vista una infestazione così grave. Basta un dato per farlo capire: in ogni trappola piazzata nei boschi per monitorare la diffusione del bostrico, in genere si trovano 5mila insetti. Nel 2022 si è passati a 25mila con picchi anche di 80mila. Di norma dopo 4-5 anni l'infestazione regredisce. «Ma questa volta non sta accadendo perché i boschi sono stati colpiti da una nuova fase di stress, la grande siccità del 2022 che continua anche adesso. Le alte temperature e la mancanza di gelate invernali hanno consentito al bostrico di resistere nel terreno e sono comparse una seconda e anche una terza generazione di insetti». Il drammatico quadro del Bellunese e del Nord est italiano non è però il solo in Europa. «In Germania, ad esempio, in pochi anni sono andati persi 178 milioni di metri cubi di abete rosso, che sta scomparendo in tutta la Baviera. E nel 2022 la Francia ha perso 20 milioni di metri cubi di alberi».C'è qualcosa che si può fare? «Tenere sotto controllo il fenomeno anche usando il satellite», ha detto l'esperto. «Eliminare gli alberi che sono infestati (non quelli già secchi, non serve), tagliare gli abeti vecchi che sono più deboli, impiantare foreste miste.Collegato da Roma, ad ascoltare i saluti delle autorità (tra cui il generale Pennacchini, comandante dei Carabinieri forestali del Veneto) e dei relatori (il tenente colonnello Stella, il presidente dell'Ordine degli agronomi e forestali di Belluno Martini Barzolai, il dirigente regionale Fontanive), c'era il senatore Luca De Carlo, che ha parlato di cambiamento climatico e riscaldamento globale: «La soluzione per contrastarli non è la decrescita, che non può mai essere felice, ma la valorizzazione anche economica del lavoro degli agricoltori, custodi del patrimonio ambientale e naturale. L'agricoltura è un pilastro per quanto riguarda il contenimento di CO2», ha evidenziato De Carlo. «Non è in pericolo la sopravvivenza della Terra, che nei millenni si è sempre adattata ai cambiamenti che l'hanno colpita, ma la permanenza dell'uomo su questo pianeta: per questo bisogna trovare strumenti innovativi per affrontare le nuove sfide con innovazione, capacità scientifica e modernità. Le foreste quindi vanno viste come una grande opportunità offerta dalla capacità di catturare la CO2».Un ammonimento alle amministrazioni e alle comunità bellunesi è arrivato da Martini Barzolai: «Nella gestione dei boschi, stop all'intervento delle multinazionali che fanno tagli estesi, usando metodi impropri. Basta sostenere la costruzione di impianti di risalita che non si mantengono dal punto di vista economico e che portano ad un spreco d'acqua, altra risorsa che scarseggia». © RIPRODUZIONE

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RIFUGIO SANTNER: LA POLEMICA

Alto Adige | 5 Marzo 2023

p. 22

«Stop alla svendita del Catinaccio»: diecimila firme

Il prestito delle racchette da squash al Palasport di via Resia 39 è momentaneamente sospeso. Lo annuncia il Comune. Si prega di accedere ai campi muniti di propria attrezzatura. Per prenotare la struttura - aperta a privati, associazioni e scuole e dotata di 6 campi da squash - è necessario prenotare sul sito del Comnune (Spid). bolzano. Dopo le prese di posizione nettissime espresse in pratica dalla totalità delle associazioni protezionistiche dell'Alto Adige e considerando l'ampio dibattito a livello (inter)nazionale sull'argomento, c'era da aspettarsi che una petizione per salvaguardare non solo il Catinaccio ma le intere Dolomiti dall'assalto indiscriminato potesse avere successo. E così, puntualmente, è stato.Come rende noto il consigliere provinciale Paul Köllensperger, «la battaglia contro l'assalto alle nostre montagne è giunta a un momento importante». La petizione online lanciata dal consigliere del Team K sulla piattaforma change.org ha superato il traguardo delle 10 mila sottoscrizioni in pochi giorni. «Grazie a tutte, a tutti; questo dimostra come i cittadini siano pronti a difendere insieme a noi le nostre montagne, mentre la giunta provinciale bocciando il nostro disegno di legge ha dimostrato che vuole tenersi le mani libere per poter svendere le nostre montagne ai loro amici» commenta soddisfatto Köllensperger.Sono tante, tantissime le firme apposte alla petizione creata per sostenere gli esposti del Team K alla Procura della Repubblica e alla Corte dei conti sulla controversa cessione di terreno demaniale alla società proprietaria del rifugio passo Santner, sotto la vetta del Catinaccio: «Diecimila firme in pochi giorni... Noi stessi non ci aspettavamo un successo così clamoroso. Purtroppo il disegno di legge che avevamo portato in Consiglio provinciale proprio per evitare nuove cessioni di terreni demaniali in aree protette nel frattempo è già stato respinto dalla Svp, cosa che non stupisce affatto in effetti. Ma la partita è ancora lunga e per giocarla al meglio chiediamo a chi ha a cuore il futuro delle nostre montagne di sostenere la petizione, firmandola e condividendola». La si trova digitando www.change.org/savethedolomites, conclude Paul Köllensperger.

Corriere dell’Alto Adige | 5 Marzo 2023

p. 2

Santner, già superate le 10mila firme Successo per la petizione online del Team K contro l’ampliamento del rifugio sul Catinaccio Il consigliere Köllensperger: «I cittadini difendono le Dolomiti, al contrario della Provincia»

BOLZANO

Diecimila firme in pochi giorni. A prescindere da come la si pensi sull’impatto visivo e ambientale del Rifugio Santner, la petizione lanciata dal Team K sul portale online «change.org» sta avendo un impatto enorme: «Direi pure inaspettato. Ma va benissimo così, significa che è una cosa sentita» commenta il presidente del Cai altoatesino Carlo Alberto Zanella. L’associazione alpinistica italiana, insieme all’Alpenverein, è da sempre in prima linea contro il restyling e il conseguente aumento di cubatura del rifugio che domina il Catinaccio e tanto divide l’opinione pubblica. «Un obbrobrio» lo definisce Zanella senza troppi giri di parole.

La battaglia delle associazioni è stata raccolta politicamente dal Team K: il partito guidato da Paul Köllensperger ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Bolzano e alla Corte dei conti in merito al terreno che la Provincia ha ceduto alla società proprietaria del rifugio. Parallelamente, è stata lanciata la petizione online: «Aiutaci a fermare la (s)vendita delle Dolomiti» è l’appello che ad oggi conta oltre 10.300 sottoscrizioni: «La recente mega-espansione del rifugio Santner ha sfregiato questo paesaggio da favola: da un piccolo rifugio di montagna in legno, perfettamente inserito nel contesto, si è passati a una nuova, enorme struttura metallica a tre piani dalla cubatura, otto volte maggiore, visibile addirittura da Bolzano. E tutto questo denunciano i promotori della petizione in un’area che fa parte di un parco naturale provinciale, sito Natura 2000, inserita nella prestigiosa lista dei beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco».

Il Team K crede che ci siano gli estremi per un intervento della magistratura, sia di quella ordinaria che di quella contabile, soprattutto alla luce del prezzo pagato per il fondo di 900 metri quadrati su cui sorge il rifugio: «Solo 27 mila euro, cioè la metà del costo di un garage in città a Bolzano. Praticamente un regalo» rilancia Köllensperger. Il consigliere provinciale non rinuncia alla stilettata nei confronti dell’esecutivo: «I cittadini hanno dimostrato di essere pronti a difendere le Dolomiti, al contrario della Svp e della giunta. Inoltre, la Volkspartei ha bocciato il nostro disegno di legge che vietava la svendita del nostro patrimonio naturalistico in futuro. Probabilmente vuole tenersi le mani libere per poter svendere le nostre montagne ai loro amici». Fonti della Provincia però difendono l’operato degli uffici competenti. A Palazzo Widmann insomma, si respira una certa sicurezza che tutto si chiuderà con un nulla di fatto

perché non ci sarebbero irregolarità. E c’è chi vede nella mossa del Team K solo la voglia di farsi un po’ di pubblicità politica alle spalle dei funzionari provinciali. Intanto però c’è un altro dato interessante: la stragrande maggioranza delle oltre 10mila firme raccolte viene da italiani non residenti in Alto Adige. Segno che il tema è sentito in tutto il mondo ambientalista: «È importante dare spazio a questi temi, anche perché questo rischia di essere un precedente. Ci sono altri casi simili: penso alla funivia di Tires, o alle proposte del Veneto che vuol fare i collegamenti tra Cortina e Arabba. Tutto in sfregio alle direttive di Natura 2000» conclude Zanella.

Le oltre diecimila firme sono accompagnate anche da numerosi commenti indignati che compaiono sul sito di change.org. Tra questi ce n’è uno, a firma di Michele Porcu, che bene li riassume tutti: «È un precedente gravissimo. Il turismo, dopo aver deturpato le valli, ora sta snaturando le cime. Non si è imparato nulla dallo scempio delle coste e delle isole, iniziato molto prima di quanto avvenuto in montagna. Posti meravigliosi trasformati in orribili supermercati del turismo facile. Senza rispetto, senza sensibilità, senza visione. I rifugi conclude il firmatario della petizione non devono essere trasformati in alberghi sempre più grandi. Le zone protette, e da proteggere, devono rimanere pubbliche».

Alto Adige | 23 Marzo 2023

p. 23

La petizione 50 mila firme su Passo Santner

La petizione su Passo Santner ha sfondato il muro delle 50mila firme. Successo per la raccolta firme creata per sostenere gli esposti del Team K alla Procura della Repubblica e alla Corte dei conti sulla controversa cessione di terreno demaniale alla società proprietaria del rifugio Passo Santner, sotto la vetta del Catinaccio. «Una valanga di consensi che non ci aspettavamo, un successo di partecipazione dal basso che fa ben sperare per il futuro», commenta il TeamK, «Purtroppo il disegno di legge che avevamo portato in consiglio provinciale proprio per evitare nuove cessioni di terreni demaniali in aree protette nel frattempo è già stato respinto dalla Svp "perché troppo restrittivo". Evidentemente vogliono tenersi le mani libere»

NOTIZIE DAI RIFUGI

Corriere delle Alpi | 4 Marzo 2023

p. 27

Il rifugio Pian de Fontana assegnato al Club alpino

Longarone

Il rifugio Pian de Fontana resterà per altri sei anni in gestione al Club alpino italiano.Lo ha deciso il Comune, a cui appartiene il rifugio che quest'anno celebra il trentennale della costruzione, approvando il contratto di locazione con la sezione longaronese del Cai.Il precedente contratto di affitto era infatti scaduto e alla fine dello scorso anno il Cai di Longarone aveva formalizzato al Comune l'interesse a continuare a portare avanti la gestione del rifugio, inaugurato il 10 luglio del 1993 e per il quale si pensa già da mesi ad una iniziativa celebrativa dell'anniversario.Per l'area tecnica del Comune, che ha portato avanti l'iter per l'assegnazione, è significativo il fatto che il Cai abbia nel proprio statuto, oltre alla diffusione della pratica dell'escursionismo, anche la promozione della conoscenza del territorio montano e del suo patrimonio rurale.Ci sono anche aspetti pratici legati al futuro del rifugio che hanno fatto propendere per l'affidamento al Club alpino: l'operazione permette infatti di accedere a dei contributi, nello specifico al bando stabile pro rifugi del Cai.Il rifugio è stato dunque affidato al Club alpino con un contratto di locazione di sei anni, rinnovabile per altri sei, con un canone annuo di 1.500 euro. Il Cai dovrà provvedere alla manutenzione ordinaria, allo sfalcio delle aree attorno al rifugio, nonché a pagare i tributi e le tasse per le utenze.Nell'autunno scorso Comune e Parco hanno effettuato un sopralluogo congiunto al rifugio, per valutare possibilità di miglioramento della struttura accedendo a contributi. © RIPRODUZIONE

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Gazzettino | 6 Marzo 2023

p. 8, segue dalla prima

Regole contro Cai: il rifugio Città di Fiume è nostro

Cauto ottimismo: Massimiliano Menegus "Paulin", presidente della Regola Generale o Granda di San Vito di Cadore, è soddisfatto, ma non esulta, per l'esito dell'incontro avvenuto nei giorni scorsi in Curia Mercatorum, il Centro di mediazione ed arbitrato, associazione riconosciuta dalla Camera di Commercio di Belluno, dove si è segnato un punto a favore dell'antico Ente.

LA RICHIESTA

Regola contro il Cai per il rifugio Città di Fiume. «Non intendiamo cacciarli», precisa la Regola, vogliamo solo tornare in possesso del nostro bene. E mostra cauto ottimismo Massimiliano Menegus "Paulin", presidente della Regola Generale o Granda di San Vito di Cadore, dopo l'incontro in Curia Mercatorum, il Centro di mediazione ed arbitrato, associazione riconosciuta dalla Camera di Commercio di Belluno, dove si è segnato un punto a favore dell'antico Ente. La Regola si era rivolta a loro per risolvere una controversia relativa al contratto costitutivo del diritto di superficie in favore del Cai Sezione città di Fiume.

La Regola si era rivolta a loro per risolvere, attraverso una procedura di mediazione, una controversia relativa al contratto costitutivo del diritto di superficie in favore del Cai Sezione città di Fiume. La questione si trascina da tempo, prima di lui altri presidenti si erano impegnati per arrivare alla soluzione del problema e tornare in pieno possesso dell'antico bene rappresentato dal rifugio Città di Fiume che è stato costruito recuperando l'ex malga Dorona.

LA QUESTIONE

Quando nel 1964, anno di apertura del rifugio, il comune di San Vito siglò il contratto con il Club Alpino Italiano di Fiume concesse il diritto di superficie a tempo indeterminato, «contro ogni logica e contro la legge, ma anche contro i nostri regolamenti», precisa il presidente Menegus. A creare l'inghippo diventato nel tempo controversia il fatto che all'epoca le Regole non si erano ancora ricostituite tanto che il loro patrimonio era stato affidato per la gestione alla pubblica amministrazione. Ma la questione non poteva non tornare alla ribalta quando, negli anni 90' con il riconoscimento quali organizzazioni sociali dotate di personalità giuridica privata, disciplinate dallo Statuto e dagli antichi Laudi, ma anche dalle tradizionali consuetudini orali e di vita inerenti l'uso e l'amministrazione del patrimonio di proprietà collettiva della famiglie originarie, si decise di riportare a casa quella proprietà.

GLI INCONTRI

In forma amichevole la Regola ha tentato più volte di trovare l'accordo, vari gli incontri che si sono succeduti con il Cai di Fiume, «ma non c'è stato nulla da fare -assicura Menegus- e così abbiamo avviato la mediazione fra il Cai di Fiume e il comune di San Vito che aveva siglato quel contratto».

ALL'ORIZZONTE

Di positivo c'è che le parti hanno aderito e che la prossima seduta è stata fissata il 22 marzo. «Noi vogliamo solo tornare in possesso del nostro patrimonio -aggiunge Menegus- averne la piena disponibilità. La Regola non intende cacciare il Cai dal rifugio Città di Fiume, anzi, siamo contenti che ci siano loro, ma il bene deve essere della Regola, sul contratto la parola "indeterminato" deve essere sostituita da "determinato"».

IL GIOIELLO

Il rifugio Città di Fiume si trova a quota 1918 metri sulle pendici del Pelmo. Il Club Alpino Fiumano nasce il 12 gennaio 1885 per merito dell'architetto viennese Ferdinand Brodbeck. Nel 2012 è stata riconosciuta quale "Sezione particolare del Cai". Non ha una sede fisica stabile che di volta in volta viene stabilita al domicilio del presidente di turno.

L’Adige | 20 Marzo 2023

p. 8, segue dalla prima

Rifugi al lavoro per l'«anticipo»

Stagione estiva più lunga

ugo merlo

Le scarse precipitazioni nevose in quota potrebbero favorire l'anticipo dell'apertura della stagione dei rifugi. Sembra una buona notizia, ma resta un dato: due anni così «secchi» rischiano di portare alla carenza d'acqua per le strutture in quota. La Sat lavora per aumentare lo stoccaggio, ampliando le vasche di accumulo. E il «Città di Trento» al Mandron è costretto a ricorrere ad un generatore: il lago Scuro è troppo basso, la centralina non funziona.A PAGINA 8

L’ inverno che stiamo per lasciarci alle spalle è il secondo consecutivo con poche precipitazioni. Poca pioggia e neve hanno ridotto i fiumi e i laghi a livelli mai visti in questo periodo. Le scarse precipitazioni nevose in quota potrebbero favorire l’inizio della stagione alpinistica e l’apertura dei rifugi anticipandola. La montagna è per la verità frequentata tutto l’anno e nelle ultime stagioni il meteo favorevole spinge alle escursioni in quota, non solo sci alpinistiche, già da maggio. L’apertura anticipata è un’ipotesi che gli appassionati possono salutare con entusiasmo, ma resta un dato: due anni di scarse precipitazioni, soprattutto nevose in montagna, pone dei problemi. I rifugisti del Trentino sono preoccupati. La paura vera è che si ripeta la primavera 2022, avara di pioggia. Dovesse capitare, il rischio concreto è quello di non avere acqua abbastanza per tutta la stagione dal 20 giugno al 20 settembre. Al Passo Principe il rifugio a 2600 metri all’omonimo valico nel Gruppo del Catinaccio, Sergio Rosi dice: «Noi saliamo da un mese nei fine settimana e la situazione neve è scarsa ad oggi. Per quest’estate noi saremo condizionati dai lavori di ristrutturazione per cui saremo aperti solo nei mesi di luglio e agosto». Ma sarà possibile aprire prima della data classica, data la poca neve? «Dipende dal meteo di

aprile e maggio. Se il meteo sarà purtroppo come lo scorso anno, asciutto, sì. Ricordo che a fine maggio quassù è arrivata ancora neve e ha fatto molto freddo».Al rifugio «Città di Trento» al Mandron, che si trova alla quota di 2449 metri nel Gruppo dell’Adamello, al cospetto di uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi, Davide Galazzini ha aperto per gli sci alpinisti dal primo marzo la struttura della Sat. Il Mandron è stato ristrutturato lo scorso anno ed è particolarmente confortevole, ma ha un problema legato alle scarse precipitazioni nevose nel 2022 e in questo 2023. «Siamo aperti – dice Galazzini – per lo sci alpinismo, dal primo di marzo fino a maggio, ma non siamo più rifugio fossil free, perché la nostra centralina idroelettrica non funziona. Il lago Scuro è più basso di 15 metri e alla nostra turbina non arriva più acqua. Stiamo usando un generatore ausiliario». Con meno neve la stagione potrebbe iniziare prima? «Sarà da valutare bene da zona a zona. Ma noi al massimo possiamo anticipare di una settimana». Franco Nicolini, è il gestore del Pedrotti alla Tosa, ai 2499 poco sotto la Bocca di Brenta in attesa di importanti lavori di ristrutturazione. «Il problema – dice Nicolini – è legato all’acqua che non c’è data la poca neve caduta negli ultimi inverni. Abbiamo la speranza che in aprile e maggio arrivi quale bella precipitazione abbondante. Al Pedrotti non penso di aprire prima, anzi. Si dovrà ragionare sulle risorse idriche scarse se la situazione non cambia. Magari farà anche freddo, la variabilità del meteo in quota ci consiglia prudenza ed è meglio mantenere la data tradizionale del 20 giugno. Piuttosto sarebbe utile allungare un po’ la stagione a fine settembre primi di ottobre, ma ci vuole l’acqua. Ricordo inoltre che a settembre al Pedrotti, negli anni passati, abbiamo avuto anche qualche nevicata».Alberto Angeli gestore dei rifugi Tuckett e Sella ai 2271 metri della Vedretta di Brenta inferiore dice: «Noi saliamo sempre ai primi di giugno. Ora è difficile fare previsioni. Siamo anche legati dall’apertura degli impianti del Grostè che sarà dal 17 giugno al 24 settembre. C’è poi da garantire un certo standard legato al personale, non puoi andare su in due in un rifugio come il Tuckett». La crisi idrica in Brenta si sente più che in Adamello e in Cevedale. «Il campanello d’allarme suona già da anni, noi nel Brenta abbiamo maggiori fragilità, la Sat sta studiando di aumentare lo stoccaggio di acqua ampliando le vasche di accumulo».

NOTIZIE DAL SOCCORSO ALPINO

Gazzettino | 14 Marzo 2023

p. 11, edizione Belluno

Gita al rifugio Vandelli con scarpe ginniche e felpa Salvate con l'elicottero

Impreparate ad affrontare un itinerario innevato, e senza essere dotate dell'equipaggiamento adatto alla stagione invernale, per quanto sia mite quest'anno, calzando scarpe da ginnastica e coperte solamente da una felpa, si sono trovate in difficoltà, hanno chiamato i soccorsi, sono state raggiunte dall'elicottero e portate a valle, infreddolite e spaventate, ma illese. Questa volta è accaduto a Cortina d'Ampezzo, a due turiste del Belgio, che ieri in tarda mattinata hanno intrapreso il sentiero 215, che porta dal passo Tre Croci al rifugio Vandelli, al lago del Sorapis. Lungo quell'itinerario si avventurano, nelle belle giornate d'estate, frotte di escursionisti, contati sino a tremila al giorno. D'inverno non c'è molta gente, anche perché non si vede proprio nulla, dell'incantevole laghetto, con l'inusuale colore azzurro, ora coperto da neve e ghiaccio. Eppure le due turiste belghe hanno voluto provarci lo stesso, attratte dalla spettacolarità delle immagini che vengono postate sui social. Hanno camminato sino ad arrivare al tratto un po' esposto, quando si sono arrese e hanno allertato i soccorritori.

IL SOCCORSO

Alle 14 è decollato l'elicottero della centrale Suem di Pieve di Cadore, che le ha raggiunte, dove erano incapaci di proseguire o di ritornare sui propri passi, a causa della neve. Le due trentenni, che indossavano abbigliamento e calzature non appropriati, si erano fermate in corrispondenza del tratto attrezzato, a circa 1.900 metri di quota. Dopo averle individuate, con un verricello sono stati sbarcati medico e tecnico di elisoccorso, che hanno verificato le loro condizioni di salute, per poi prepararle al recupero sul velivolo, che è avvenuto con la stessa modalità, sono state issate con il verricello. L'eliambulanza le ha poi lasciate al passo Tre Croci. Era stata allertata ed era pronta a intervenire una squadra del Sagf, il soccorso alpino della Guardia di finanza, che ha due stazioni, con personale specializzato, una a Cortina, l'altra ad Auronzo di Cadore.

Corriere delle Alpi | 29 Marzo 2023

p. 21

Il Cnsas: «Ancora tanti pericoli in montagna Fare attenzione anche dove c'è poca neve»

Il focus

«Sono tra i giorni più pericolosi per le uscite in montagna, specialmente sui versanti che presentano ancora tracce di neve». Per Alex Barattin, capo del Soccorso alpino non ci sono dubbi: «Occorre la massima prudenza», sottolinea, «uscire nelle prime ore della mattina, magari portandosi appresso i ramponcini, e rientrare ben prima di mezzogiorno. In quota c'è davvero tanta neve ventata e, quindi, ancora più pericolosa».La tragedia che ha colpito Gabriele Costantini e Solveiga Kemzuraite, veneziano lui e lituana lei, ha lasciato il segno. Sono stati travolti da una valanga in Valle Aurina in condizioni che inducono a una profonda riflessione. Percorrendo un sentiero quasi privo di neve, i due escursionisti hanno attraversato un canalone ed è qui che sono stati traditi da una massa di neve instabile, piazzata a monte. La valanga si è staccata molto più in alto e li ha trascinati a valle addirittura per 300 metri. I loro corpi non sono stati trovati sepolti dalla neve. Gabriele e Solveiga sono morti per le gravi lesioni riportate. «Anche se in quota non c'è tanta neve, il pericolo valanghe è sempre presente. Possiamo infatti trovare lastroni da vento molto pericolosi», spiega Barattin. «Anche cinque centimetri di neve depositati dal vento in un canalone, possono essere pericolosi. Bisogna quindi avere un occhio molto attento e non sottovalutare le condizioni attuali. Di notte gela, alla mattina c'è un forte irradiamento e quindi le condizioni cambiano in modo radicale in poche ore».Il ghiaccio in particolare impone di avere un'attrezzatura adeguata. Le catenelle possono andare bene sulle strade silvopastorali, sui sentieri invece bisogna avere i ramponi. E magari anche la piccozza, nonché - se si va sulla neve - anche l'Arva e la pala. «Quando faccio formazione», esemplifica il delegato di Cnsas, «ricordo che una stanza di cinque metri per cinque, come può essere la nostra cucina di casa, se ci metto dentro venti centimetri di neve tutta in un angolo, sono cinque metri cubi. Se gli diamo un peso medio di 240 chili al metro cubo, vuol dire che c'è un peso di 12 quintali sull'angolo della casa. È come il peso di una macchina sopra di me. Si pensi, a questo punto, a un versante che si stacca. Questo per significare che tante volte non ci rendiamo conto del peso della neve».In questi giorni la neve, dopo la più recente precipitazione, si sta assestando. Nelle ultime due settimane i soccorsi in quota, per la verità, sono diminuiti di numero, non per questo c'è meno gente in montagna. Probabilmente quella che rimane è più consapevole dei rischi presenti. «Ma andiamo verso le classiche gite fuori porta di Pasqua e pertanto», consiglia ancora Barattin, «è saggio raddoppiare l'attenzione».Per la verità, ci sono valli che sembrano essere ancora in pieno inverno. Come la Val Salatis, sopra l'Alpago. È qui che c'è stata un'esercitazione condivisa tra il Bellunese e il Friuli. «Sembrava, appunto, di essere nel pieno della stagione invernale», ammette Barattin. Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

NOTIZIE DALLE ASSOCIAZIONI ALPINISTICHE

Alto Adige | 16 Marzo 2023

p. 34

«Montagna da salvare», ecco i progetti nel mirino

massimiliano bona

DOLOMITI

« La nostra montagna è in pericolo»: a lanciare il grido d'allarme è il presidente del Cai Alto Adige Carlo Alberto Zanella che teme gli sviluppi di una lunga serie di progetti in una fase più o meno avanzata: si spazia dalle strade agli impianti, ma il rischio è sempre quello di deturpare zone in larga misura incontaminate. Restando ai casi più eclatanti possiamo spaziare da malga Lahner in Valle Aurina, dove si sta premendo per realizzare una stradina di collegamento nonostante le forti perplessità degli stessi uffici provinciali competenti, al rifacimento dell'impianto di risalita forcella Sassolungo; senza dimenticare Passo Montecroce - Padola nel Comelico o Monte Cavallo - Fleres in Alta val d'Isarco. «Vogliamo e dobbiamo farci sentire, anche con il contributo degli amici dell'Avs, con cui condividiamo parecchie battaglie». I progetti nel mirino.Lo stesso Zanella, quasi a sottolineare l'importanza di questa crociata a tutela della nostra montagna e del nostro ambiente alpino, ci ha fornito un elenco dettagliato di progetti nel mirino. «Sui quali stiamo vigilando senza se e senza ma. E siamo pronti a iniziare o proseguire con una raccolta di firme». Ecco l'elenco: allargamento sentiero malga Lahner a Predoi, valle Aurina; nuovi impianti Klein Gitschberg; collegamento Passo Montecroce - Padola in Comelico ; rifacimento impianto risalita forcella Sassolungo; trenino collegamento Pian Cunfin Saltria (Alpe di Siusi ); collegamento Monte Cavallo Fleres; Collegamento Tarres ( Laces) e val Ultimo; progetto collegamento Arabba Falzarego Cortina Civetta; collegamento Sesto e Austria.©RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 16 Marzo 2023

p. 15

Sei milioni ai comuni di confine con il Friuli Risorse per viabilità e risparmio energetico

BELLUNO

Sono 22 i milioni di euro che il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli ha posto in distribuzione per i Comuni veneti di confine col Friuli Venezia Giulia e per quelli piemontesi attigui la Valle d'Aosta. Si tratta dell'annualità 2022, mentre per il 2023 lo stesso Calderoli aveva annunciato nei giorni scorsi un primo stanziamento di 5 milioni. Per i 27 Comuni delle province di Belluno, Treviso e Venezia sono, dunque, in arrivo 13 milioni e 363 mila euro, pari a 477 mila euro a testa. Mentre il comune di Longarone ne piglierà 954mila, quindi il doppio, a seguito della fusione con Castellavazzo. L'UTILIZZO DEI FONDI«Che cosa faremo? Longaronerisponde il sindaco Roberto Padrin - ha in programma la riqualificazione di piazza 9 ottobre, che è in condizioni precarie. Non solo, rigenereremo il palazzo delle ex Poste, davanti alla stazione ferroviaria, dove ricaveremo un Centro informativo, dei servizi pubblici ed anche un balcone panoramico sulla diga del Vajont». I Comuni bellunesi interessati sono dodici: Santo Stefano di Cadore, Vigo di Cadore, Lorenzago, Domegge di Cadore, Pieve di Cadore, Perarolo di Cadore, Ospitale di Cadore, Longarone, Soverzene, Alpago, Chies D'Alpago, Tambre. La cosa interessa anche otto comuni della Marca trevigiana e sette del Veneziano. «Con i fondi in arrivodice Alberto Peterle, sindaco di Alpago - finalmente sistemeremo la strada Pieve-Plois. Adesso non ci resta che attendere le annualità del prossimo triennio. Per il momento il ministro ha previsto 5 milioni, ma l'attesa è che si arrivi quanto meno ai 22 milioni del 2022».

IL FONDO LETTAÈ il fondo Letta di cui stiamo parlando istituito con decreto-legge 2 luglio 2007, convertito con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2007, n. 127. I fondi assegnati «saranno presto in erogazione», assicura il ministro Calderoli. «Si tratta precisamente di 22 milioni di oltre792 mila euro destinati alla valorizzazione e promozione delle aree territoriali svantaggiate confinanti con le regioni a statuto speciale. Sono risorse preziose che potranno essere impegnate per il finanziamento di progetti per lo sviluppo economico e l'integrazione, in favore dei Comuni di confine». Per Calderoli, l'erogazione dei contributi a sostegno di queste aree vicine a territori con Statuto speciale, e per questo più attrattivi, «è una misura che guarda agli interessi dei cittadini di quelle aree e che dev'essere preservata. Il nostro lavoro va esattamente in questa direzione». IL PRESIDENTE DI ASSCO«Il presidente dell'associazione dei Comuni di Confine (Assco), Roberto Campagna, spiega che nei precedenti bandi «le opere finanziabili andavano dagli interventi infrastrutturali relativi a valorizzazione e la salvaguardia dell'ambiente, per passare alle ristrutturazioni e ricostruzioni edilizie di edifici pubblici. Non manca un capitolo dedicato al risparmio energetico. Particolarmente significativo l'ambito di miglioramento della viabilità comunale e intercomunale, compresa la realizzazione di piste ciclabili, sentieri e parchi giochi». L'ASSESSORE BOTTACINI Comuni bellunesi hanno investito le somme ricevute in questi anni (ma con alcune interruzioni) in piste ciclopedonali, sistemazione di strade, riqualificazione di scuole, opere di sicurezza idraulica. Il Fondo Letta è stato voluto dopo l'avvio del Fondo per i Comuni confinanti col Trentino Alto Adige, sia veneti che lombardi. Sappada, all'epoca, era alle prese col movimento scissionista, che poi l'ha portata in Friuli Venezia Giulia. La voglia di Friuli prendeva corpo in altri paesi, da Santo Stefano a Lorenzago fino a Tambre. «Questi sono fondi importanti che arrivano nei nostri territori e che hanno lo scopo di mitigare, almeno nelle aree di confine, le differenze tra le regioni a statuto speciale e la nostra che per ora è a statuto ordinario - puntualizza l'assessore regionale Giampaolo Bottacin che ha affrontato la problematica da presidente della Provincia -. Ovvio che questo è un regime transitorio in attesa dell'autonomia richiesta dai veneti con referendum. Su questo fronte, già abbiamo portato a casa l'autonomia sul fronte dell'idroelettrico ma sono ben 23 la materie che abbiamo richiesto. Una partita fondamentale per il nostro futuro». -- Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Alto Adige | 19 Marzo 2023

p. 21

Cai e Avs, alleanza contro le lobby «Continui attacchi alla montagna»

BOLZANO

Insieme contano più di 80 mila soci, ma politicamente, per ammissione dei loro stessi presidenti, contano poco niente. La Provincia spesso non li ascolta, accusano, le lobby economiche sono molto più potenti di loro. Insomma, Cai Alto Adige e Alpenverein Südtirol, uniti in un comune sentire e agire inimmaginabile soltanto pochi anni fa, lottano contro i mulini a vento. Ma non si arrendono, anzi. E di gente che dà loro retta sulla tutela dell'alta quota ce n'è, eccome. Basti pensare alla petizione lanciata dal Team K per fermare la svendita delle Dolomiti e salvare le montagne da ulteriori scempi come il nuovo rifugio Santner: sta a 49 mila firme. Georg Simeoni (Avs) e Carlo Alberto Zanella (Cai) ne hanno parlato col direttore Alberto Faustini e i giornalisti dell'Alto Adige durante una delle usuali riunioni quotidiane di redazione.Accerchiati«Ultimamente non sappiamo più da che parte girarci», ha ammesso Zanella. «Attacchi continui, la cosa ci spaventa». Il fondovalle «ormai è antropizzato oltre ogni limite, di sfruttabile e quindi da parte nostra difendibile ormai rimane solo l'alta quota, sempre più aggredita». L'atmosfera che si respira è che, per via del riscaldamento globale, si tenti si portare lo sci sempre più in alto. «La nostra posizione però - condivisa con Cai nazionale e Club alpini austriaco e germanico - è chiara: siamo contrari ad un ulteriore sviluppo», gli fa eco Simeoni.Il problema in Alto Adige, accusano, è la pressione delle lobby del turismo e dell'economia. «Da parte nostra - così Simeoni - possiamo contare solo sul volontariato, dall'altra ci sono i quattrini...» La questione vera, «è che le Dolomiti si stanno sviluppando come un lunapark, troppe installazioni».I grandi numeri non bastanoL'Avs, considerando i numeri, è una potenza: 76 mila soci, molto più della Svp. Sommandoci i 6.400 soci Cai, si sfonda quota 80 mila. Ed entrambi i sodalizi sono in crescita. Simeoni però spiega: «Siamo un'associazione del tempo libero, non ci sono di mezzo interessi economici o politici».

Un ventennio fa il suo predecessore Luis Vonmetz, scomparso di recente, era stato candidato alle provinciali da Durnwalder, portando a casa soli 4.000 voti. «A contare sono artigiani, albergatori, contadini. Le vere lobby». Simeoni chiarisce con un esempio: «Noi siamo 76 mila e abbiamo 20 dipendenti. Il Bauernbund ha solo 22 mila soci, ma 300 dipendenti». Le associazioni alpinistiche di recente sono state ricevute dall'assessora Kuenzer, riguardo alla tutela del Sassolungo: «Non ci ascolta, ascolta le pressioni di altri; segue un'idea fissa dettata da qualcuno, non si sposta».Punto di saturazione«La nostra paura - incalza Zanella - è che le nostre montagne abbiano raggiunto il punto di saturazione. Parecchia gente si trasferirà nel Bellunese. I turisti sono stufi di fare code al parcheggio, alla funivia, al rifugio». Insomma, «il mancato sviluppo bellunese diventerà un'occasione». Non per niente, si sta tentando di portare a casa il collegamento Padola-Passo Monte Croce, per riportare in Alto Adige gli sciatori emigrati altrove. «Vogliono portare tutti a sciare da noi», così Zanella. I tentativi in corso sono millanta: il collegamento Monte Cavallo-Fleres («e giù alberi»), Gitschberg, Sesto-Sillian, val d'Ultimo-Laces.«Noi - così ancora Zanella - abbiamo deciso di rompere le scatole su tutto, in anticipo, anche se poi magari va a finire come per il Santner: abbiamo detto no due volte, alla fine non ci hanno invitati e hanno deciso tutto loro. D'altra parte, chi li contrasta?» È anche, banalmente, una questione di risorse. Contro la nuova funivia di Tires, Avs e Cai hanno fatto ricorso, «ma chi tira fuori i soldi?». E così, «si mettono d'accordo Provincia e Procura». «Una cosa indecente», rincara Simeoni. «Hanno bypassato gli abusi, mai visto nulla del genere».Zone industriali e noIn Badia, in Gardena, a Plan de Corones al massimo si può ristrutturare, perché manca fisicamente lo spazio per costruire ex novo. «Ormai sono zone industriali», commenta caustico Simeoni. «Possono fare quello che vogliono». E lo fanno, anche perché ricevono comunque contributi.Altro discorso riguarda luoghi come il Sassolungo. «Sono 45 anni che chiediamo di farlo entrare nel parco naturale Sciliar Catinaccio». Nessuno li ascolta. «Si oppongono cinque proprietari di Castelrotto e tutto si blocca». Con il sostegno, dicono Cai e Avs, della sindaca.Un esempio su tutti lo porta Zanella: «All'Alpe di Siusi gli ospiti degli alberghi potrebbero salire, fermandosi però all'inizio, a Compaccio. E invece girano, vanno in auto fino a Saltria, e il Comune chiude un occhio».Un altro esempio: la contestatissima funivia di Tires. «Undici milioni di euro regalati ai privati», sentenzia Simeoni. Zanella teme che ora arriverà la richiesta di una pista da sci. «Già hanno intenzione di realizzare quella estiva da downhill».Cai e Avs più che di trovarsi assieme a combattere sul medesimo fronte, non si sarebbero mai immaginati di trovarsi in questa situazione. Tale da aver fatto in pratica scomparire qualsiasi tensione etnica. Niente politica, niente nazionalismi. Ci si scontra ogni tanto su qualche cartello, ma sono bazzecole, quisquilie.La questione rifugiUn problema vero sono i rifugi: 13 del Cai, 11 dell'Avs. «Noi al massimo ci possiamo permettere di rattopparli, la Provincia ne ha 25, se serve li butta giù e li rifà». E lo consente anche ai privati, che sono una cinquantina, concedendo pure contributi. «In tutto - così Simeoni - noi, in due, riceviamo 700 mila euro l'anno. Quando poi danno 11 milioni e mezzo alla funivia di Tires». Gli affitti dei rifugi vengono interamente spesi in manutenzione. Ma non bastano. Simeoni: «Si dovrebbero fortemente ridurre i contributi ai privati, che ricevono l'80-90% delle spese sostenute per realizzare le forestali, che poi restano di proprietà privata». Come la Lahneralm in alta valle Aurina: il progetto del 2019 prevedeva costi per 400 mila euro, che ora, coi rincari, saliranno a 6-700 mila. «Per un solo contadino», chiarisce Simeoni. «Quante imprese, quanti artigiani che pagano le tasse e danno da mangiare a tot dipendenti ricevono così?» E Zanella: «E poi, una volta allargata la strada, temiamo l'assalto delle bici elettriche: sono come le cavallette, arrivano dappertutto senza fare fatica».I passi, da regolareChiusura totale no, apertura a ore sì: auto fino alle 9 e dopo le 15. Si è creato un comitato, si premerà sulla Provincia per salvaguardare i passi dolomitici. No però alla chiusura di passo Nigra, «solo per giustificare una inutile funivia».Il problema BolzanoSia Cai che Avs viaggiano bene, con l'arrampicata sportiva e la possibilità di assicurarsi i soci salgono. Tanti giovani, anche alle gite Cai. Ai corsi di arrampicata c'è la fila. Tante ragazze. Rimane il problema Bolzano. Conclude Zanella: «Manca un po' il senso di appartenenza a questa terra, gli italiani - quelli dell'Alto Adige - vanno poco in montagna. La dimostrazione? A Bolzano l'Avs ha 8.000 soci, il Cai 2.000». DA.PA

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