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Villa Cambiaso n° 66

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RIVISTA ARTE E CULTURA DI SAVONA E FUORI PORTA www.villacambiaso.it vintera@villacambiaso.it

Anno XII - N° 66 - Settembre 2012 - Direttore: Pio Vintera - Aut. Trib. di Savona N° 544/03 Redazione: Via Torino, 22R - 17100 Savona - Tel. 349 6863819 - Grafica e Fotografia: Mattia e Veronica Vintera

LA QUALITÀ DELLA VITA STA NE LA DECRESCITA FELICE Spedizione in A. P. - D. L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 Comma 2 - Direzione Commerciale Savona - Tassa Pagata - Taxe Perçue

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Luciano Borzone (Genova, 1590-1645)

ASTA DI ANTIQUARIATO A VILLA CAMBIASO DA SABATO 13 OTTOBRE A DOMENICA 4 NOVEMBRE ORARIO: 10.00-12.30 E 15.30-20.00

aurizio Pallante, romano di nascita ma abitante nell’astigiano, ha fondato il movimento alternativo della decrescita felice (di cui il libro “La decrescita felice”, Edizioni per la decrescita felice, 2005) come controcorrente della macrovisione economica attuale, assolutistica, ragionieristica e senza scrupoli dove il PIL è l’assoluto. Guido Ceronetti elogia Pallante per aver favorito in Italia una rivoluzione del pensiero alla quale aderisce sempre più gente incredula nelle prediche del potere legale, sempre più distaccato dalla politica e dalla quantità di giovani intelligente. Irene Tinagli (giornalista de La stampa) commenta: molti governi europei oggi cercano ricette per stimolare la crescita, ma è davvero necessario tornare a crescere? Secondo le teorie anti-crescita che affondano le loro radici già nei movimenti anti-industriali dell’ottocento, credono che sia possibile vivere felici senza che aumenti il PIL. Sempre secondo Guido Ceronetti occorre separare i bisogni essenziali da quelli fatti solo per generare profitto. Se anziché produrre beni inutili volti al commercio e al profitto fine a se stesso si producessero semplicemente quelli che servono per sostenersi la gente sarebbe meno dipendente dai cicli economici, dai debiti e dall’ansia di accumulare ricchezza e i paesi starebbero in piedi senza bisogno di far crescere il PIL a tutti i costi. Continua a pag. 2


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Questa prospettiva è molto affascinante e romantica, come osserva la Tinagli, perché, oltre ai bisogni essenziali, ci sono altri beni che non possiamo cancellare, come quelli commerciali e dei servizi (istruzione, sanità pubblica e trasporti, etc..). Certo, possiamo dire a tutte queste persone di coltivare la terra e di badare da soli ai propri figli. Ma dopo la rivoluzione industriale e quella tecnologica non è più possibile. Si ricorda il miracolo cubano degli anni ‘60, era un’economia chiusa, ci fu infatti negli anni ‘80 una grande crisi di fame e povertà. Solo con l’apertura

Anno XIII n°66 - Settembre 2012 al turismo e ai capitali esteri, accompagnati da riforme commerciali e imprenditoriali, ci fu la ripresa, specie con l’apertura al Venezuela e alla Cina, in quanto anche i paesi di ispirazione socialista si sono accorti dell’importanza della crescita (Deng Xiaoping disse: la povertà non è socialismo). Molti paesi dovrebbero riflettere sui criteri di come utilizzare e ridistribuire la crescita, di come confrontarsi con altri paesi, scegliendoli e non mondializzare, tenendo sotto controllo il lavoro non a sottocosto, la produzione non con prodotti scadenti,

VillaCambiaso tassi bancari non elevati, le borse contro l’aggiotaggio, la politica non corrotta o disonesta. Riassumendo: la decrescita forse serve per una qualità migliore della vita, occorre necessariamente non saltare sul treno della crescita, è sufficiente la ripresa e il mantenimento di una situazione più sana e tranquilla, in cui tutti si sentono protagonisti e uguali controllori sugli eccessi che di volta in volta scardinano e deviano dalla saggia, sana e felice ripresa. P. V.

SOCIETÀ GENERALE DI MUTUO SOCCORSO NEL PRIMO DOPOGUERRA

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om’è noto, nel settembre del 1890 fu costituita a Savona la Società Generale di Mutuo Soccorso e d’istruzione fra gli operai d’ambo i sessi, avente «per scopo fondamentale la fratellanza fra i soci e le singole associazioni di uguale programma, il mutuo soccorso, l’istruzione e l’educazione dei soci a sentimenti civili ed umanitari». L’assemblea dei soci ne approvò lo Statuto nel corso di un’assemblea tenutasi il 15 luglio 1890, poi modificato il 24 novembre 1893. Una nuova assemblea del 2 marzo 1894 apportò allo Statuto ulteriori modifiche. La Società fu legalmente ricostituita con atto notarile il 4 aprile 1894. La sede iniziale della Società si trovava in via Pia n. 46. Qualche anno dopo essa fu trasferita in via San Lorenzo n. 12, nel quartiere di Villapiana. In questo articolo vogliamo porre in evidenza alcune notizie sulle attività della Società nel periodo immediatamente successivo alla conclusione della Grande Guerra, in un momento cruciale per la storia della nostra città e dell’intero Paese. Queste notizie, fino ad oggi, non erano mai apparse in alcun libro e rivestono quindi un’indubbia importanza per la ricostruzione della storia della Società. All’inizio di dicembre del 1919 si svolsero le votazioni per la nomina del Consiglio Direttivo della Società Generale di Mutuo Soccorso per il 1920. Per la prima volta, da quando era stata istituita la Società, i socialisti riuscirono a conseguire la vittoria,

aggiudicandosi la maggioranza dei voti. Al democratico Enrico Germano, nella carica di Presidente della Società, subentrò quindi il socialista Ernesto Pio. A metà marzo del 1920 la sede della Camera del Lavoro di Savona fu trasferita in via Sacco n. 1, nel nobile palazzo Multedo che era affacciato sulla sottostante piazza della Maddalena. Qui, poco tempo dopo, nel mese di maggio, fu aperta una sede dell’Ufficio Medico Legale per l’assistenza dei lavoratori delle industrie e del settore agricolo colpiti da infortuni e per la tutela legale degli o p e r a i « c o n t ro l ’ e s o s i t à d e i proprietari di case» così come dei mutilati ed invalidi di guerra e degli imputati di reati politici. In favore dell’Ufficio Medico Legale, la sera di sabato 22 maggio 1920, nel giardino della Società Generale di Mutuo Soccorso, tenne un’applaudita conferenza l’ex Capitano degli Arditi Vittorio Ambrosini. La sera di domenica 3 ottobre 1920, essendo rientrato a Savona in quello stesso giorno dopo aver trascorso oltre un anno e mezzo di prigionia in Germania per aver partecipato ai moti spartachisti, Mario Accomasso fu festeggiato nei locali della Società Generale di Mutuo Soccorso, in via San Lorenzo n. 12. Un mese dopo, a seguito delle elezioni amministrative svoltesi il 31 ottobre, Accomasso – che a gennaio avrebbe aderito al P.C.d’I. – sarebbe stato eletto Sindaco di Savona. Domenica 5 dicembre 1920 si svolsero le votazioni per la nomina del

Consiglio Direttivo della Generale per il 1921. Parteciparono alle elezioni che si tennero quel giorno nella sede sociale di via San Lorenzo n. 12, nel quartiere di Villapiana, 650 iscritti: al termine dello spoglio dei voti risultò nuovamente soccombente la lista democratica, guidata dall’operaio Enrico Germano, che fu superata di oltre 80 voti dalla lista socialista, capeggiata da Pietro De Martini, destinato, di lì a pochi giorni, ad essere eletto Presidente dell’Ospedale San Paolo di Savona. I socialisti ottennero la maggioranza assoluta con 372 voti. Il nuovo Consiglio Direttivo della Società Generale di Mutuo Soccorso risultò composto da Angelo Adiuta, Antonio Alterante, Giovanni Battista Biasi, Giulio Botta, Domenico Botti, Vincenzo Briata, Giovanni Carbone, Angelo Coppa, Pietro De Martini, Giacomo Della Casa, Antonio Falco, Giuseppe Lagasio, Alfonso Molinari, Elio Nesti, Simone Olivieri, G. Pastorino, Domenico Persico, Ernesto Pio, Antonio Poggi, Luigi Pogliano, Eligio Pomati, Giuseppe Repetto, Federico Rigamonti, Stefano Rizzoglio, Luigi Scribani, Cesare Strafonda, Nino Terzano; revisori dei conti divennero Dario Angelotti, Giovanni Callegaris e Giorgio Mastrelli mentre revisori supplenti Angelo Colombo e Giovanni Sirombra. Custode della Società Generale, in quel periodo, era il socialista riformista Antonio Olivieri, addetto alle macchine del civico mattatoio, che sarebbe morto all’età di 53 anni nel novembre del 1921. La sera del 9 ottobre 1921, come


VillaCambiaso denunziò il Segretario della Camera del Lavoro di Savona Giovanni Michelangeli con una lettera inviata al Commissario di P.S. di Savona e che fu pubblicata sul giornale Bandiera Rossa, si verificò un grave episodio che ebbe come teatro la Società Generale di Mutuo Soccorso: già nei giorni precedenti due Regie Guardie avevano tentato di entrare nella sede della Società Generale, in via San Lorenzo, chiedendo da bere; i due militi erano stati allontanati dal locale da alcuni dirigenti dell’associazione, che avevano fatto loro presente che l’ingresso nei locali era riservato soltanto ai soci. Quel 9 di ottobre la scena si ripetè: il Sergente delle Guardie Regie Messina entrò infatti nei locali e chiese anch’egli da bere. Avvertito dal Vicepresidente della Società che la Generale era una Società privata al cui interno potevano entrare solo i soci e che, senza il necessario biglietto d’invito e in mancanza di specifica autorizzazione o di infrazioni alle Leggi di Pubblica Sicurezza egli non poteva restare all’interno della Società, il Sergente Messina rispose: «Io entro anche in casa di Sua Maestà». Detto ciò, soffiando nel fischietto, fece irrompere nei locali un pattuglione di una trentina di Guardie, che, come affermò Michelangeli, suscitarono «confusione, disgusto ed indignazione vivissima. Minacciato di essere denunciato al Commissariato, il s e rg e n t e M e s s i n a dichiarò che egli era amante dei divertimenti e che voleva divertirsi. In seguito, per evidente dispetto, fece perquisire quanti uscivano dalla Società». Nel pomeriggio del 7 novembre 1921, nei locali della Società Generale di Mutuo Soccorso, di fronte a moltissimi operai metallurgici cittadini, in sciopero dal precedente 24 ottobre, tennero un applaudito discorso l’ex Segretario regionale della F.I.O.M. Natale

Anno XIII n°66 - Settembre 2012 Pravo e il Segretario della F.I.O.M. di Savona Renato Fontanesi. Nella giornata di domenica 4 dicembre 1921 si svolsero le votazioni per la nomina del Consiglio Direttivo della Società Generale di Mutuo Soccorso per il 1922. La sera di mercoledì 2 agosto 1922 le forze dell’ordine perquisirono la sede della Camera del Lavoro savonese, il Consorzio Cooperativo e la sede della Società Generale di Mutuo Soccorso in via San Lorenzo n. 12, traendo in arresto alcune persone trovate in possesso di bastoni e armi da fuoco. Nella giornata di venerdì 5 agosto 1922 la sede della Società Generale di Mutuo Soccorso fu fatta oggetto di una spedizione punitiva da parte delle Camicie Nere: mentre gli squadristi occupavano il Municipio di Savona, nei locali della Società, in via San Lorenzo n. 12, si era concentrato un gran numero di antifascisti savonesi (circa 400). Gli squadristi circondarono in forze la Società e dopo, una trattativa, per evitare il bagno di sangue, si riuscì a raggiungere un

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accordo: gli antifascisti avrebbero sgomberato la sede della Società Generale e i fascisti l’avrebbero occupata senza sparare. E così fu. Non appena le Camicie Nere furono entrate nei locali della Società, li devastarono: tutto il mobilio contenuto al suo interno (compreso un pianoforte) fu trasportato sulla strada e dato alle fiamme. Il 25 settembre 1922 i fascisti penetrarono per la seconda volta nella sede della Società Generale di Mutuo Soccorso e la devastarono nuovamente. Nella riunione che fu presieduta da Paolo Bottalla e che si svolse nella giornata della domenica 1° ottobre 1922, Pietro De Martini, Ernesto Pio e tutti gli altri appartenenti al P.C.d’I. furono obbligati a dare le dimissioni dalla Presidenza e dal Consiglio della Società Generale di Mutuo Soccorso. La gestione del sodalizio fu quindi affidata a sette soci anziani di provata fede non comunista: Paolo Bottalla, Gerolamo Camerano, Carlo Ferro, Dabove, Ronzano, Veirana e Vernetti. Con l’instaurazione del regime fascista, nei mesi successivi, la Società Generale fu posta sotto il controllo degli organi governativi. Nel 1934, in particolare, la Società entrò a far parte dell’Ente Nazionale Fascista della Corporazione e ne venne modificato lo Statuto. Nel novembre del 1940, poi, la Generale mutò la sua ragione sociale in quella di Mutua Generale Volontaria di Assistenza e Previdenza di Savona, aderendo alla Federazione Nazionale Fascista delle Mutue Volontarie. Terminato il Secondo Conflitto Mondiale, il 28 settembre 1945 essa avrebbe adottato la definitiva denominazione di Società Generale di Mutuo Soccorso fra gli Operai, tornando alle motivazioni ideali e politiche che l’avevano caratterizzata nei suoi primi anni di vita. Giuseppe Milazzo


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NON PRAEVALEBUNT di Nicola Stefanelli

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perché, a leggere una cosa simile, sarei Barbara e di Elisabetta: potrebbe a notizia mi era venuta sotto gli caduto dalla sedia); nel 2000, quindi trattarsi di due “sante di occhi già diversi anni fa, mentre dissoltosi il comunismo, la Chiesa famiglia”, e la consuetudine di inserire aspettavo il mio turno dal barbiere, ed Russa riunificata, tornata a rifiorire, nelle icone, qualunque fosse il loro ingannavo il tempo sfogliando un ratificò la canonizzazione dei soli soggetto, immagini di santi ai quali era periodico: ma era d’estate, per cui mi sette componenti l’imperiale famiglia. riservato un particolare culto era venne spontaneo collocarla assieme a quelle relative alla malmignatta, alla Ed eccoli lì, i sette sciagurati, lì molto diffusa; oppure quelle due zanzara tigre, alle alghe di tutti i colori sull’icona, in paludamenti religiosi immagini potrebbero riportare alla ed alle meduse assassine, con simili a quelli con cui sono di solito “servitù” di cui si è parlato: in questo l’inevitabile aggiunta di disparate raffigurati San Gregorio, San Basilio, caso l’icona risalirebbe al primo segnalazioni di strani oggetti volanti: o San Nicola; riconoscibilissimi già tempo della santificazione, a prima furbesche esagerazioni, sen non dalla fisionomia, sono chiaramente cioè che le dipendenti venissero addirittura invenzioni, di “giornalisti” identificati anche dai nomi, scritti in degradate: vittime innocenti, morte da tanto alla dozzina, incapaci di chiare lettere all’interno dei nimbi di ammazzate anch’esse, sante però solo trovare un modo migliore per santità. Nicola II, la Zarina per una breve stagione. Se così fosse occupare gli spazi messi malaugurataAlessandra, il povero Zarevich un breve supplemento di indagine ha mente a loro disposizione. Alessio, smunto ed emaciato a causa permesso di poterne citare almeno i Oggi però, scorrendo pagine serie – della sua malattia, che a vederlo pare nomi: Anastasia Hendricova, dama di quelle di un magnifico libro in cui si un gesuita, o un seminarista d’altri compagnia dell’Imperatrice, e tratta di icone russe, appena Katharina Adolphovna acquistato – ho trovato la S c h n e i d e r, i n s e g n a n t e prova documentale di quanto privata degli imperiali mi era parso incredibile, rampolli, detenute dapprima nella splendida riproduzione assieme ai loro datori di fotografica di una icona russa lavoro, e poi massacrate con dei nostri giorni. Incredulo essi nella tragica cantina di ancora, nonostante la casa Ipatiev a Ekaterinburg. completa attendibilità del Giudico eccessivo quanto ha stabilito la Chiesa Russa; non volume, che è stato conosco i criteri in base ai pubblicato da un editore quali gli ortodossi – almeno i serio, ho dapprima cercato di russi – rilascino la patente di convincermi che santità, ed a mio parere i quell’immagine andasse Romanov non meritano recepita come una curiosità, d’essere ritenuti santi, in opera provocatoria di un nessuna parte del mondo. Lo artista estroso inserita, per Zar aveva sicuramente le sue ragioni di completezza di colpe, e non veniali, di più esposizione, fra le molte gravi ne aveva forse la sua altre, di ogni epoca, consorte; l’unica colpa presentate. Abituato come sono a non dell’augusta prole era quella accontentarmi di attingere ad d’essere il prodotto degli una sola fonte, ho approfonsforzi combinati dei padroni dito la ricerca cercando di tutte le Russie. Per la conferme che mi è stato madre poteva bastare, come facile trovare, ricorrendo, pena, l’esser ridotta nelle con l’aiuto di mia moglie, al condizioni di casalinga od Santi della famiglia dei Romanov, icona contemporanea materiale messo a disposioperaia. I tovarish sovietici zione da Internet. potevano saziarsi di sangue tempi; e la quattro sorelle La Chiesa Ortodossa Russa ha ammazzando il capofamiglia, ed Granduchesse, Olga, Tatiana, Maria effettivamente santificato la famiglia aggiungendo all’esecuzione un finale ed Anastasia, destinata a divenire di dello Zar Nicola II Romanov: la cosa è scenograficamente impressionante, tutte la più famosa, per via di una sua avvenuta in due riprese: nel 1981, come è stato fatto in seguito dai loro presunta ricomparsa fra i vivi a quando ancora il regime comunista discepoli nostrani col cadavere di distanza di parecchi anni dal giorno in sovietico “tirava”, ed in madrepatria la Mussolini. cui avrebbe dovuto essere morta religione doveva considerarsi La carneficina portata a termine in assieme alla sua famiglia. sotterrata, la Chiesa Russa in esilio quel lontano 16/17 luglio 1918 fu atto L’esame dell’icona fa riscontrare, a santificò non solo i Romanov, ma di vergognosa, ed in gran parte inutile questo punto, un’eccedenza di santi: è anche la loro servitù (questo non era barbarie: ma la santità è una cosa seria, facilmente rilevabile la presenza di riportato dal giornale che avevo letto ed il titolo di “santo” non è articolo da due donne in più: nei rispettivi nimbi dal barbiere, e ciò per mia fortuna liquidazione, da offrirsi in offerta si leggono facilmente i nomi di


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speciale come i panettoni dopo le Feste di Natale: una Chiesa non dovrebbe comportarsi da Grande Magazzino; e se anche la Chiesa Cattolica ha decretato – per così diresantificazioni di gruppo, fra i sette (sette pure loro) dormienti di Efeso, gli oltre seimila della Legione Tebea, le undicimila vergini compagne di Sant’Orsola ed i Romanov c’è una bella differenza. Credo di capire le cause remote che hanno indotto la Chiesa Russa a comportarsi come ha fatto: ritengo che nella vicenda entri come componente una forma di ostentata rivalsa, uno sbeffeggiamento sornione e –invero poco evangelicamente- vendicativo nei confronti di chi aveva creduto di

poter affossare la Religione proibendo il culto, abbattendo gli edifici sacri, perseguitando i fedeli ostinati, imprigionando ed anche eliminando fisicamente i sacerdoti. Il regime sovietico è riuscito soltanto a trasformare, in casa propria e nei paesi schiavizzati, la Chiesa operante in “Chiesa del silenzio” e, tutto sommato, ragionando “sub specie aeternitatis”, per un breve periodo: come altri vaticinatori di sistemi destinati a durare per sempre, o per mille anni almeno, non l’ha azzeccata. Il comunismo di Lenin, Stalin & Co era appena caduto ed il popolo russo, religioso da sempre in gran percentuale, tirava fuori da dove li aveva nascosti crocifissi ed immagini,

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riedificava le chiese, riprendeva le manifestazioni di culto. Per il principio fisico secondo il quale ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, la Chiesa Russa ha santificato le vittime più “significative” della Rivoluzione che avrebbe voluto annientarla. Fra i tanti attacchi che il Cristianesimo, a partire dalle sue origini ha subito, quello del comunismo sovietico è stato uno dei più violenti e sistematici, tanto da aver fatto provare ai compagni russi, per un certo periodo, l’illusione di esser riusciti nell’intento: ma alla fine sono state le parole dette un giorno da Cristo a San Pietro a dimostrarsi veritiere: “… et portae Inferi non praevalebunt adversus eam …”.

RACCONTI DI VIAGGIO Gli eredi dei Maya tra le montagne del Chiapas

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.Cristobal (120.000 ab.- 2200 mt.slm) È il primo giorno che passo in terra Maya. Manuel, non è ancora arrivato, ho il tempo di fare colazione al bar ristoro, dell’Hotel “Ciudad Real”, che dista un centinaio di metri da qui. Un Amerindo mi accompagna gentilmente ad un tavolo, in sala non c’è ancora nessuno. Non vedo l’ora che Manuel mi raggiunga, non conosco lo spagnolo e qui si parla, prevalentemente, il dialetto Maya. Uso la lingua della gestualità per farmi capire e, timidamente, ordino una tortillas farcita e una tazza di caffè all’americana (chiamarlo espresso, è un eufemismo). Nel frattempo, anche lui in anticipo, arriva Manuel Humberto Cardenas. “Buenas dias amigo!» e mi dà una pacca sulla spalla esibendo un sorriso smagliante. La giornata programmata è intensa e intendo arricchire la mia conoscenza della storia di questo popolo antichissimo. Le gesta maggiormente rievocate, attraverso una diffusa letteratura, riguardano la violenza con la quale, molti secoli fa, i Maya sacrificavano vite umane per ingraziarsi i loro dei. Ma se questo è un aspetto brutale di quella civiltà non si può eludere la straordinaria cultura, che ci hanno tramandato, nel campo dell’astronomia, dell’astrologia. Una storia che ancora oggi suscita stupore,

pur conservando aspetti misteriosi. “Buenas dias!” rispondo, con la bocca ancora piena e, lentamente, mi alzo. Non vedo l’ora di esplorare le montagne del Chiapas e Manuel con uno sguardo compiacente mi dimostra tutta la sua soddisfazione. Salutiamo il “camarero” con una buona mancia e usciamo. Siamo vicini al tropico eppure l’altitudine ci concede solo 10°. Con un vecchio fuoristrada, attraversiamo le vie perpendicolari, fiancheggiate da case tipiche, basse, dai colori vivi fino all’uscita della città. L’immenso mercato di S. Cristobal “Stiamo vicini” mi consiglia Manuel, “il mercato è molto vasto, alcune regole di vita degli indios non consentono distrazioni, meglio non crearci problemi” Un vocìo strano, con sottofondo di musica folcloristica indigena, ci accompagna nell’infinità

La chiesa di S.Juan Chamula

di corsie che si snodano tra miriadi di espositori carichi di merce. Non avevo mai visto tanta varietà di frutta, spezie e ortaggi, piante esotiche che vanno dal caffè, al cacao, all’agave largamente usato in questo paese. Peperoncini di ogni genere, pesce fluviale che non conoscevo. Concludiamo la visita con un pasto frugale che ci fornisce energie sufficienti per partire alla volta di Zinacantàn. Strada facendo incrociamo uno dei tanti posti di blocco sparsi per tutto il Messico. Da una barriera di sacchi di sabbia ammassati ai lati della carretera spunta una mitragliatrice pesante. Sono impressionato e Manuel se ne accorge: “In questo paese è molto diffuso il traffico di droga, questi controlli sono frequenti, non dobbiamo preoccuparci”. Venti minuti dopo, entriamo in una valle circondata da alte montagne, sullo sfondo spunta il villaggio di Zinacantàn (3.000 ab. 2400 mt. slm.). Manuel si ferma, vuole informarmi sui comportamenti strani dei suoi abitanti. “È un giorno di festa, per loro la religione, la famiglia e la gerarchia sociale sono i fili attorno ai quali ruota la filosofia di vita di questi indios. Oggi, gli uomini del villaggio, sono presenti in massa sulla piazza della Chiesa di S. Lorenzo. Non è gradita la presenza di estranei,


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il Consiglio religioso, organo principale e unico, giudica i comportamenti del suo popolo, valuta e decide elogi o eventuali condanne”. Costumi immutabili “Non devi assolutamente scattare fotografie è un oltraggio alla loro religiosità, può generare reazioni violente”. Sono turbato, fotografare l’ambiente faceva parte dei miei progetti. Sommessamente attraversiamo la piazza sotto gli sguardi severi e seminascosti del “pueblo”, abbigliato con costumi dai colori vistosi che vanno dal blu cobalto all’indaco. Indossano i simboli insoliti e suggestivi della loro carica, sento sulla pelle la loro ostilità. Sembra che ci vogliano chiudere il passo verso il sagrato. Abbasso lo sguardo e mi avvicino lentamente verso l’ingresso della chiesa. Entriamo. Uno spettacolo sconcertante si offre ai nostri occhi, niente panche, niente sedie, una quantità impressionante di fiori (gigli, crisantemi, gladioli, rose), sparsi tutt’intorno. Centinaia di lumini accesi che emanano un profumo nauseante, una esaltazione farsesca della religione. Sotto una grande statua di S. Lorenzo una indigena, dagli atteggiamenti più consoni al paganesimo che al cattolicesimo, sta ricevendo alcuni creduloni per la purificazione dell’anima. Secondo la convinzione locale, sarebbe in grado di attrarre su di sè i peccati altrui. Tale servigio viene ricompensato con galline, uova, Coca Cola o altro. A sua volta si rivolgerà a S. Lorenzo per la propria purificazione, una liturgia che può fare a meno di sacerdoti. Nonostante questo, stranamente, esiste una straordinaria ospitalità all’esterno dell’area templare. Donne indigene invitano a visitare le proprie case e una tequila sancirà l’amicizia. Sotto quelle casupole pulsa una povertà sconcertante in condizioni igieniche, per noi, inaccettabili. Tuttavia, è di notevole interesse osservare la loro abilità nella lavorazione dei tessuti, del mais e dell’agave. Un governo tutto particolare Nonostante esista un governo federale centrale, alcune etnie si fanno le proprie leggi. Gli indios di Zinacantàn hanno deciso di non pagare tasse, nessun rammarico per la mancanza di modernità. Loro sono felici così.

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La bimba dallo sguardo triste Nessuno lascia il villaggio, ritengono che la felicità consiste nell’allevare figli, nel conservare le proprie tradizioni. Per loro, quella, è la miglior vita possibile. Vecchi e giovani rimangono coscientemente confinati in quel fazzoletto di terra. Manuel lo definisce, metaforicamente, socialismo primitivo. Partiamo da Zinacantàn avvolti in una nuvola di polvere per andare a S.Juan Chamula, situato in un’altra vallata sempre a 2400 mt.. Strada facendo ci troviamo di fronte ad un nuovo sbarramento. Uomini vestiti di bianco con sombrero ci fanno rallentare e, fortunatamente, fanno segno di proseguire. Poco lontano si intravede il loro villaggio. Polveroso, fatto di casette bianche tutte uguali. Questa volta si tratta, così mi dice Manuel, di Zapatisti. Non sapevo che ne esistessero ancora. Di questi villaggi se ne contano parecchi nel Chiapas, sono abitati da oppositori estremisti che mantengono un’assoluta autonomia in condizioni di semiclandestinità. Obbediscono esclusivamente alle proprie leggi, auspicando una caduta dell’attuale governo conservatore, solidamente in m a n o a l P. R . I . ( P a r t i d o Revolucionario Istituzional). Il loro capo carismatico, l’anziano Comandante Marcos, vive ancora tra quelle montagne. A S.Juan Chamula Arrivo, un po’ provato. Qui, vive un gruppo di Tzotzil sempre appartenenti al popolo Maya. Il sorriso di Manuel preannuncia nuove stranezze. Avanziamo. Una strada polverosa, fiancheggiata da tuguri che espongono caoticamente merci di ogni genere, ci porta ai confini di una immensa piazza dove troviamo molte donne che indossano indumenti tipici (gonne dal

VillaCambiaso pelo corvino lungo che arrivano fino ai piedi) e bambini seminudi che si avvicinano immediatamente porgendo le mani per ottenere qualche pesos. Anche in questo villaggio è vietato scattare fotografie. Oltre a possibili reazioni violente sono previste sanzioni e il carcere per chi trasgredisce. L’atmosfera è molto diversa rispetto a Zinacantàn, qui emerge chiaramente la presenza di due classi sociali. Una, composta da pochi ras irreperibili e l’altra estremamente indigente. Proseguiamo cauti, in silenzio, in mezzo ad una popolazione che trasuda povertà economica e culturale. Entriamo nella caratteristica chiesa bianca dove ci aspetta una scena simile a quella di Zinacantàn. Anche qui, niente panche, niente sedie, un’infinità di fiori, di candele accese, il pavimento cosparso di rami di pino scivolosi. Tutto, allo scopo di creare un’atmosfera gradita ai santi, custoditi nelle bacheche che fiancheggiano l’unica navata. A destra i santi a sinistra le sante. In grembo a ciascuna di quelle raffigurazioni, uno specchio, con funzioni di rimando delle impurità che ogni visitatore porta con sé. In mezzo, soli o in gruppo, peccatori genuflessi che chiedono, a presunte figure venerabili intermedie, di incamerare i propri peccati. Naturalmente, dietro compenso. Una grande statua sale fin quasi a toccare la volta, è quella del patrono S.Giovanni Battista considerato più importante di Gesù. All’uscita, una bambina, succinta, sporca, a piedi nudi, con due occhi bruni e tristi, mi porge la mano. Cerca compagnia. Mano nella mano attraversiamo quell’enorme piazza, curiosamente osservati da Manuel e accompagnati dagli sguardi stupiti degli indios. Pochi minuti, nei quali provo una sensazione indimenticabile. Alla fine mi chino su di lei e avvolgo le sue spalle in un bellissimo scialle che intendevo portare in Italia. Le sue labbra accennano un dolce sorriso. Commosso, l’accarezzo. Infrango le regole e fisso la sua immagine nella fotocamera. Ricorderò, per sempre, il tenero sguardo di quella creatura tanto cara quanto sfortunata. Claudio Tagliavini


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UN EROE SCONOSCIUTO di Andrea Guido

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i sono oggetti che per noi esistono da sempre, dato che mai abbiamo vissuto in un mondo che ne fosse privo; oggetti che siamo abituati a pensare disposti ordinatamente sugli scaffali del supermercato o nei ripiani delle nostre dispense. Scarpe, lenzuola, pelati, spaghetti, e tanti altri, sono in qualche modo i mattoni su cui si regge la nostra quotidianità da consumatori. Qualche giorno fa gironzolavo pigramente nel supermercato in cerca di una ispirazione per la cena, mi fermai davanti al banco frigo per scegliere uno yogurt per la colazione del giorno dopo, quando rimasi folgorato al pensiero di come possa essere andata la prima volta che un uomo assaggiò lo yogurt ed esclamò “buono questo! Come lo potrei chiamare….” Si prese un bel rischio il nostro coraggioso antenato ad assaggiare, comunque di latte acido si trattava e a quei tempi per una dissenteria si poteva anche morire. La storia si svolge molti anni prima di Cristo, in una piccola comunità che viveva tra grecia e turchia, il nostro eroe di mestiere faceva il pastore e si chiamava, guardate un po’, Yogurt. Yogurt viveva in una piccola casa di fango col tetto di paglia e il pavimento di terra battuta, niente di lussuoso, una modesta catapecchia anche per i canoni dell’epoca. La casa era organizzata in modalità openspace, cucina, camera da letto, soggiorno e stalla condividevano il medesimo ambiente. I servizi igienici per Yogurt erano esterni, un bel pino dietro casa; da quel punto di vista le sue caprette se la cavano meglio, avendo licenza per fare i loro bisogni tranquillamente nella stalla\soggiorno\camera da letto. In mezzo alla stanza, in corrispondenza di un’apertura nel tetto di paglia, stava il focolare coronato da grosse pietre che avevano la funzione sia di sedili che di console per la cucina; non vi erano tavoli o sedie, il nostro eroe consumava il suo pranzo con le mani seduto sulle pietre del focolare. Negli angoli cumuli di paglia usati come giaciglio, intercambiabilmente, da lui e dalle sue caprette; il suo guardaroba lo portava sempre a spasso con sé, infatti non possedeva altro che una tunica e una pelliccetta di capra. Completavano l’arredamento gli

strumenti per la mungitura delle pecore e alcuni otri realizzati con lo stomaco delle capre. Fuori all’aperto, vicino alla casa, un orticello ben recintato; la casetta si trovava su di una collina non lontana dal mare, tra pascoli e pini marittimi. Il nostro Yogurt era piuttosto pigro e non curava granché la condizione della sua casa, la quale era ormai piena di spifferi e suonava come un enorme fischietto quando il vento estivo la attraversava; per fortuna le stagioni in quella zona erano piuttosto miti, così il nostro pastore riusciva a vivere benissimo anche in quelle condizioni. Yogurt faceva parte di una piccola comunità di pastori stanziali che viveva sparsa per quelle zone, questa comunità non aveva una vera e propria strutturazione sociale, ma i suoi appartenenti regolavano i loro rapporti alla luce della necessità di sopravvivere tutti insieme in quel luogo. Yogurt era tutt’altro che un membro autorevole della comunità, era tra quelli che avevano meno bestiame, solo un paio di caprette, e che vivevano in modo più rudimentale, condividendo la propria stanza con le bestie. A Yogurt piaceva dormire con le sue caprette, a cui era affezionato, anche perché in quel modo aveva la casetta riscaldata in modo autonomo, senza necessità di fare il fuoco troppo spesso, quindi risparmiandosi la fatica di accumulare molta legna per affrontare l’inverno. Data la sua indigenza e scarsa igiene era ancora senza una compagna, nonostante stesse per raggiungere l’onorevole età di 4 stanghette verticali lunghe più una obliqua corta, circa 16 anni del nostro sistema decimale. Fu con un certo rammarico che una mattina Yogurt, dopo essersi fatto un bel bagno al laghetto, partì per raggiungere la casa di un vicino che festeggiava l’unione con la sua compagna, vicino che aveva ben una stanghetta orizzontale corta e due oblique lunghe meno di lui – circa due anni -. Ai tempi la società era prettamente matriarcale, le donne erano il centro della vita della famiglia, anche a livello religioso; non era quindi facile la vita per un maschio costretto a vivere solo. Comunque quella mattina Yogurt, dopo il bagno, si sedette di fronte alla

sua casa e aspettò l’arrivo di un altro elemento della comunità che viveva in quella zona; si erano messi d’accordo qualche giorno prima di fare insieme la strada lungo il sentiero che menava alla casa dove si teneva la cerimonia. A quei tempi le cerimonie erano cose serie, duravano giorni e gli invitati erano soliti bere grandi bicchieri di una specie di liquore ottenuto dalla macerazione di alcune bacche fatte fermentare grazie alla saliva. Alle bevute seguivano canzonacce e scazzottate, fino a che gli invitati non cadevano tramortiti e dormivano fino al giorno dopo; quando l’allegra compagnia si svegliava la festa riprendeva. Di norma queste feste duravano fino a quando vi era qualcosa da mangiare o da bere, oppure fino a quando uno degli invitati non si faceva male sul serio. Durante tutto questo tempo erano le donne a occuparsi della parte di lavoro che i maschi tralasciavano per ingraziarsi la dea della fertilità e fare in modo che desse allo “sposo” più figlie femmine possibili. Di norma Yogurt apprezzava queste festicciole, che gli permettevano di gozzovigliare per intere giornate senza dover pensare alle faccende di casa, a cui peraltro, come detto, non era particolarmente dedito. Però quel giorno era diverso non andava con piacere a una cerimonia che avrebbe sancito l’unione tra una donna e un uomo più giovane di lui, sentiva il bisogno di realizzarsi e di trovare anche lui una compagna che lo guidasse. Mentre pensava tutte queste cose arrivò il suo vicino, già allegro dato che aveva portato con sè da casa una fiaschetta di succo di bacche fermentato, e vi attingeva quasi a ogni passo. Il liquido della fiaschetta venne prontamente offerto anche a Yogurt, che bevette un bel sorso, sentendosi di colpo più sollevato e incline al gozzoviglio. Insieme i due amici si incamminarono verso il luogo della festa, vi giunsero già belli brilli e furono subito catturati nell’atmosfera conviviale che vi regnava; Yogurt bevette, cantò e rissò con i suoi compagni per quasi quattro giorni. La sera del quarto giorno in casa non vi era rimasto più nulla da mangiare o da bere così l’anfitrione fu costretto a dichiarare chiusi i festeggiamenti e a


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Racconto

disciogliere l’allegra compagnia. Yogurt riprese la strada di casa in compagnia del vicino, entrambi erano ancora belli sbronzi per i festeggiamenti, l’amico aveva conservato ancora un po’ di liquore nella sua fiaschetta, così i due continuarono a festeggiare lungo la strada. Giunti davanti a casa, Yogurt avrebbe voluto salutare l’amico e ritirarsi nel pagliericcio, magari dopo aver mangiato qualcosa; ma l’amico aveva ancora voglia di festeggiare, bevendo e mangiando qualcosa. Non che a Yogurt andasse granché di dividere il suo cibo col vicino, ma in fondo si sentiva in obbligo verso di lui, vuoi per il liquore che gli aveva offerto, vuoi perché durante la sua assenza era stata la sorella del vicino ad occuparsi delle sue caprette, vuoi perché ai tempi le liti condominiali erano più snelle rispetto ai giorni nostri. Ai tempi se si aveva un diverbio con un vicino non ci si poteva appellare ne all’amministratore, ne all’assemblea di condominio, così le liti si concludevano quasi sempre con una buona dose di randellate tra i contendenti; pertanto bisognava andarci cauti col rifiutare ospitalità a un vicino, specie se ubriaco. Insomma i due si sedettero di fronte alla capanna di Yogurt e divorarono buona parte delle scorte di formaggio e bevvero tutto il latte che le sue caprette avevano prodotto quel giorno; dopo di che cedettero al sonno e si appisolarono sull’erba. Quando si svegliarono era notte fatta ormai e il fuoco che avevano acceso si stava spegnendo, il vicino salutò con fraterno trasporto e poi riprese di buon passo la strada che portava a casa sua. La sbornia era ormai passata e al suo posto c’era un mal di testa battente, la gola di Yogurt era riarsa da una sete spaventosa, purtroppo i due avevano dato fondo a tutte le scorte di latte e di acqua; la fonte a cui Yogurt attingeva acqua era troppo lontana in quel momento per un pigro del calibro suo.

Anno XIII n°66 - Settembre 2012 Il povero Yogurt disperato cominciò a scuotere tutte le fiasche fatte con lo stomaco di agnello in cui conservava di solito il latte, ma niente erano vuote; era quasi rassegnato a dover affrontare il lungo viaggio fino alla sorgente, quando, miracolo, uno degli otri suonò pieno per metà. Probabilmente era latte che stava in quel contenitore da qualche giorno, sicuramente da prima che lui partisse per il suo viaggio, di norma lo avrebbe gettato via, ma in quella situazione fu tentato di berlo. Bere quel latte gli avrebbe risparmiato la strada fino alla fonte, rimase quindi per un poco indeciso, con il contenitore in mano; lo annusò, l’odore era strano, di latte acido, ma non pungente come avrebbe pensato, il che gli fece pensare che il contenuto non dovesse essere ancora del tutto marcito. La sete intanto continuava a salire e le tempie pulsavano, così decise che comunque un po’ di latte rancido non lo avrebbe ucciso e avrebbe sempre potuto sputarlo se il gusto fosse stato proprio insopportabile. Si portò l’otre alla bocca e prese un piccolo sorso, il contenuto era denso e faticava a uscire dalla stretta bocca del contenitore, al palato risultava vellutato e avvolgente, il gusto non era niente male, un poco acido ma piacevole. Yogurt ne prese subito un altro sorso, questa volta più sostanzioso; che scoperta aveva fatto, era proprio buono. Bevve tutto il contenuto dell’otre, sollazzandosi con questo nuovo gusto che non assomigliava a nulla di quello che aveva mangiato o bevuto fino a quel momento; solo dopo pensò alle conseguenze che avrebbero potuto avere le sue azioni, magari sarebbe stato male il giorno dopo, avrebbe anche potuto morire visto quanto latte rancido aveva ingerito. Ma soprattutto, quello che aveva bevuto non lo aveva aiutato molto con la sua sete, anche se il mal di testa gli pareva andasse un poco

VillaCambiaso meglio. A quel punto si arrabbiò moltissimo, con un calcio spedì l’otre in un angolo della stanza e imprecando uscì dalla casa in direzione della fonte, dove bevve abbondantemente ed esausto si appisolò sul muschio. Il giorno dopo quando fu svegliato dal sole, si sentì molto meglio, il mal di testa era passato e non sentiva alcun sintomo, quello che aveva bevuto la sera prima pareva non averlo avvelenato. Pensò quindi, “Buono, devo provare a rifarlo” e così lasciò un intero otre di latte per quattro giorni a invecchiare; il risultato fu il medesimo, denso, cremoso e gustoso. Allora decise, “Lo chiamerò Yogurt e farà la mia fortuna”. Cominciò così a produrre e scambiare con i suoi vicini questo nuovo prodotto che nessuno conosceva e sapeva produrre; purtroppo non riuscì fino in fondo nel suo proposito, infatti il suo vicino, quello con cui era andato alla festa, una sera fece ubriacare Yogurt e si fece svelare il segreto del nuovo prodotto, poi insieme a un suo parente che possedeva una barchetta cominciò a produrlo e a scambiarlo con le isole vicine, mettendo in piedi il fiorente commercio che il nostro Yogurt aveva sognato. Yogurt non aveva la prestanza fisica per far valere il suo copyright a suon di randellate, come volevano le usanze del tempo, così non potè fare altro che far spallucce e riprendere la vita di sempre. Questo per dire che spesso le grandi scoperte avvengono per imprudenza e dato che i vizi sono i migliori compagni dell’imprudenza, la storia è costellata di ubriaconi imprudenti e fortunati, spesso geniali. Ma alla fine chi trionfa è per lo più lo scaltro, che pur non avendo scoperto nulla lo sa utilizzare meglio; a prova di questo il fatto che il commercio del vicino che rubò l’idea a Yogurt va avanti ancora oggi, quel vicino infatti di nome faceva Yomo.

Quattordicesimo muretto di Villa Cambiaso, mt. 3.70, realizzazione artistica in ceramica e raku di Duccio (Riccardo Rossi)


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Artisti

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NEL SEGNO DI CAPOGROSSI di Milena Milani

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sempre con mostre, cataloghi, inviti, appesi in dimore di prestigio ma il on Giuseppe Capogrossi, conferenze e così via, trascorreva in mercato di queste opere era ormai aristocratico (era il conte Guarna; simbiosi con viaggi all’estero in fermo, inesorabilmente bloccato. un suo zio prelato abitava in continuazione, partenze, arrivi e Tuttavia Capogrossi era euforico, Vaticano), avvocato, pittore, avevamo viceversa, in Europa, in America, e, come se una seconda giovinezza lo certe strade in comune, Via Margutta, più tardi, nell’Unione Sovietica. avesse invaso, prosciugando i ritratti, poi Vicolo San Nicolò da Tolentino, Capogrossi fu un uomo di punta, un le figure, i paesaggi o gli interni che gli che, a un certo punto, ebbe una protagonista dello Spazialismo di avevano dato successo economico e variazione nella targa segnaletica, con Lucio Fontana, il Movimento al quale immensa fama. “Non posso ritornare due c, Niccolò, e poi un’altra, con aveva aderito a Albisola, dove, in in un universo che non mi appartiene Nicola. Io stavo a guardare gli addetti, quell’estate, con la compagna più” affermava. “Sono ormai inviati a cambiare il nome; Capogrossi Costanza Mennyey (che poi fu sua approdato su altre rive, con altri scopi, molto seccato si faceva ristampare i moglie) e le due figlie, Beatrice e insolite necessità. Il mio emblema mi nuovi biglietti da visita, diceva che Olga, trascorreva le vacanze. Erano i rende entusiasta, insisto e mi rinnovo avrebbe mandato l’importo da pagare tempi in cui aveva abbandonato la ogni attimo, come attraversassi un a chi di dovere, tanto era furioso per pittura tonale figurativa, per rivolgersi deserto che, all’improvviso, si quello che avveniva. Avevo trovato da al simbolo che diventò tutt’uno con la trasforma, si muove, cammina, vibra sola, senza il suo aiuto, un atelier in un sua arte. E io, per lui, specialmente a musicalmente, si agita e poi si antico palazzetto di studi ottocenteRoma, a casa del critico Emilio Cecchi distende placato, imbevuto di sapori, schi, nel centro di Roma, accanto a e della sua consorte, pittrice Leonetta odori, ondulazioni, slanci, amori Piazza Barberini, di cui era proprietaPieraccini, discutevo a ogni sconfinati, che lasciano anche tracce, ria una anziana signorina molto ricevimento, sui mutamenti di quello quelle impronte inventate che avevo borghese e precisa, che parlava e che gli era accaduto, e cioè che, alla dentro di me, nella mia coscienza, nel scriveva in inglese, traduceva volumi, fine della Seconda guerra mondiale, e mio cuore, senza saperlo. E adesso che riscuoteva gli affitti, nell’immediato li ho scoperti quei marchi, quelle Dopoguerra con pignoleria, senza orme da uomo libero delle sgarrare di un’ora, di un giorno o caverne, permettetemi che io ne di un minuto. Veniva lei goda, che io le possieda, quasi personalmente, con il blocchetto fossero creature che vanno senza delle ricevute già pronto, la marca fermarsi, immobili e mutevoli, da bollo, le mani inguantate, un gigantesche e piccolissime, cappellino sbilenco in testa, bene intrise di poesia, divenute musica, acconciata. Mi toccò un ambiente suoni, onde magnetiche, voci al secondo piano, un ampio locale nello spazio, dal mare alle unico, con un finestrone di vetro, montagne, nelle dune, nelle sotto a quello che Capogrossi foreste, tra arbusti, tronchi, foglie, aveva da anni. Lui fu sbalordito di fiori, germogli, muschi vellutati, quanto capitò, dato che era spore, i licheni di Sbarbaro, il sempre stato misterioso a poeta di Spotorno, e io, pittore, proposito del suo studio, non che entro in punta di piedi, dandomi affatto spiegazioni che reverente, nella mistica mi aiutassero nella giungla dei dell’anima mia e altrui, alla regolamenti e delle affittanze scoperta di me stesso, un maglio condominiali. Il mio compagno che picchia e risuona, nel suo Carlo Cardazzo, veneziano, che clamore che si intreccia al sarebbe diventato il mercante silenzio, agli enigmi da svelare, dell’artista, aveva aperto con me Roma anni ‘50, Vicolo San Niccolò da Tolentino 13, da sciogliere come fa l’acqua che la Galleria del Naviglio a Milano Milena Milani e Giuseppe Capogrossi nello suo studio si muove purificata, sempre più in Via Manzoni 45. Io ligure, viva, che scivola, e altri segni savonese, ero sempre rimasta lo scoppio della bomba atomica, non giungono al posto precedente, residente a Roma, nella cui Università avrebbe mai più potuto dipingere un immutabili quanto la vita e il ero iscritta, ormai fuori corso. Ma ero solo Pierrot in riva al Tevere, come pensiero”. Frasi confuse di molto felice di tale soluzione, poiché aveva fatto a lungo, per i collezionisti Capogrossi, spunti di discorsi, non desideravo trasferirmi totalmente che gli richiedevano quei lavori. La espressioni, che arrivavano da un al Nord. In quegli Anni Cinquanta, vita, per Capogrossi era diventata forziere gonfio di passione, dove si scrissi molte lettere a Cardazzo, durissima, non vendeva più niente, scorgevano forme inventate sempre in soprattutto quando lui accettò di tuttavia andava avanti nella stessa transito, tutte quelle di oggi, di ieri e di dirigere, con l’amico Vittorio Del direzione anche se, in Vaticano, i domani che ogni essere vivente, di Gaizo, la Galleria Selecta, a Roma, in Monsignori si consultavano su ciò che questa e di altre terre, saprà distingueVia di Propaganda, dove vennero lui stava combinando, di assurdo, re e tenere strette a sé, pur donandole organizzate esposizioni di alto livello. impopolare e pazzesco. I suoi grandi ai propri simili. La nostra vita, di personaggi erranti, quadri figurativi continuavano a stare


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Artisti

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ALEXANDRE MORA SVERZUT Retalhos: Mostra a Villa Cambiaso dal 6 al 13 Settembre 2012

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sservatore della sociologia, filosofia, antropologia e dei giochi politici, amante della psichiatria. Alexandre Mora Sverzut, nato a Sertaozinho (Sao PaoloBrasile) ha iniziato a dipingere 18 anni fa. Nella sua prima fase, prodotta in

Brasile città di Sao Paolo, rievoca una tecnica medioevale, utilizzando materiale di riciclaggio. Questa fase racconta dei frastuoni vissuti in una metropoli. La sua seconda fase si sviluppa quando lui già abitava in Italia e

propone “ritagli” di luoghi reali e immaginari, catturati in una odissea di esperienze vissute in giro per il mondo. La mostra “RETALHOS” propone 7 dipinti della fase brasiliana, olio su carta, e 33 opere della fase italiana.

DARIO BOSANO Mostra a Villa Cambiaso dal 14 al 21 Settembre

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un magma materico e segnico, il c o m p i t o d i t r a g h e t t a re l’interiorità nell’esteriorità. Il percorso pittorico di Dario Bosano si dipana attraverso una sequenza di opere lavorate con tecniche miste: acquerelli, tempere, pastelli, oli, su

tela o su carta. Ogni opera può considerarsi uno ‘schermo’ sul quale Bosano proietta il proprio vissuto interiore. Se osservato con interesse e con il desiderio di comprendere, ogni ‘schermo’ è un riflesso dei diversi stati d’animo di un artista che trova

nell’informale e il segno della propria interiore personalità, e l’energia con cui esprimere la propria creatività. Le gradazioni delle coloriture, spesso molto intense, sono infatti le principali marcatrici dei suoi stati emotivi. E i segni profusi sulle superfici, così


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Libri

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come i volumi organizzati dalla sua soggettività, sono il mezzo attraverso cui dedurre, dalle varie posture ed evoluzioni, quale temperie di sentimenti e di emozioni domini, in quel particolare momento, la psiche dell’autore tanto da indurlo ad esprimersi con l’utilizzo di un linguaggio informale, e dunque criptico. […] Ci sono, tuttavia, altri dipinti nei quali

l’espressività di Dario Bosano si sposta su un figurativo con cui egli rappresenta una serie ravvicinata di volti femminili, e talora anche di corpi. Nei volti, è lo sguardo che prevale, mettendo in evidenza espressioni di fierezza o di smarrimento, di dolcezza o di crudeltà, di passione o di freddezza. Ciò che intriga è il fatto che il Nostro

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dia inizio a una nuova indagine, questa volta al di fuori del proprio sé, e orientata invece verso l’universo femminile con l’intento di penetrarne il mistero, sempre misto di attrazione e di allontanamento, di amore e di opposizione, ma permeato, comunque, da un vivo interesse per l’altra parte del cielo. […] Franca Maria Ferraris

“IN RIVA AL MARE” DI GIANFRANCO BARCELLA Commento di Franca Maria Ferraris ‘Versi caleidoscopici’ dove la parola poetica si dilata nella fantasmagoria dei suoi significati

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on è solo uno scrittore di romanzi e un saggista di talento Gianfranco Barcella: il suo nuovo libro, questa volta di poesia, dal titolo “In riva al mare”, lo inscrive nell’ambito dei poeti. Muovendo da un substrato il cui stile attiene a un’intonazione lirica di fondo, i versi rinviano ad esplorare filosoficamente un’area densa di interrogativi esistenziali. Una palestra di meditazione, dunque, di cui Barcella si avvale per uno scavo nelle profondità del proprio sé al fine di ampliarne l’apertura verso il mondo esterno, e darne atto nei versi. Alto è il grado di coinvolgimento che la sua poesia esercita sul lettore, in quanto vi si ritrovano, appunto, la ricerca del senso della vita, lo stimolo a scoprirvi quella sorta di luce capace di illuminare più diffusamente la realtà, l’invito ad abbandonarsi su un’ideale spiaggia deserta simile a quella evocata dalla suggestiva immagine di copertina: il mare di cupo smeraldo sotto il cielo chiuso in un verde grigiore, e all’orizzonte un’ isola misteriosa. È in tale postazione che, cullati dalla musicalità del fraseggio, ci si lascia avvolgere in un’atmosfera dove la parola poetica suona lieve, quasi un’eco sommessa, ma ben definita, come nei versi: “I poeti accendono fioche lampare /[…] Nel tempo […] / diventano come soli riflessi in perle rare”. Versi questi come altri della raccolta - che possiedono la stringata essenzialità degli aforismi (molti poeti hanno inserito e inseriscono nei loro testi memorabili aforismi) poiché, similmente alla poesia, l’aforisma produce quel particolare effetto -

caleidoscopio dove è la parola (anziché il colore nel disegno) a dilatarsi nella fantasmagoria dei suoi significati. Basti leggere al riguardo questi altri versi: “Come cicala legata al sole dei sogni/ posso cantare solo l’amore/ che qualcuno vivrà”, per scoprire quanto lo ‘spirito di cicala’, improvvido e spensierato, che talora nostro malgrado ci appartiene, debba indurci a riflettere sugli effetti che produce. Nella qualità sentenziosa e ironica dei versi barcelliani, si può altresì ravvisare una somiglianza con gli haiku, non certo nella struttura di queste brevi composizioni liriche, tipiche della trazione poetica giapponese, che sappiamo metricamente rigorose, bensì nella brevità e nella sintesi significativa in cui il Nostro inscrive le sue poesie i contenuti delle quali riflettono il senso della tragicità della vita, dell’imperscrutabilità della morte, della passionalità dell’amore, dell’insofferenza per la noia, della vitale necessità della bellezza. Così, infatti, recita Barcella: “È inutile fare i conti/ del dato e dell’avuto/ se restiamo come labili ombre/ sul soffitto incompiuto/ del cielo”. Con questa linearità testuale e con l’immediatezza che la caratterizza, la poesia barcelliana acquisisce per certi tratti quello spirito Zen che degli haiku è l’anima, poiché è con questo stesso spirito che egli fa echeggiare attorno ai suoi versi le atmosfere rarefatte e minimaliste che agli haiku appartengono. Ed è da tali echi che si vengono a formare le più svariate associazioni verbali in un’estrema condensazione semantica, sicché, quanto in apparenza può apparire semplice, acquista invece un’intrigante complessità filosofica e, al contempo, lo scenario che si profila perde i contorni reali e si rarefà, dilatando lo

spazio fino alla profondità concettuale espressa dai versi. Ogni composizione risulta pervasa da una saggezza compulsiva e sonora, che svela l’essenza del “non detto” segretamente contenuto nella parola poetica: “[…] Spero che la mia ansiosa forma d’anima/ mi rassereni!/ E già in sé muore/ arenandosi nella profondità del mare”. Già, ‘forma d’anima’, cioè modus vivendi, quel modo tutto personale con cui ciascuno si rapporta con la vita, per il Nostro ‘forma’ ansiosa sì, ma sorretta da una mente esplorativa che pur amando il fantastico, infine si lascia guidare dalla riflessione. Ancora, nel descrivere la propria terra, Gianfranco Barcella chiama in causa la fantasia, chiedendole il dono di mostrargli fino all’ultimo respiro la luce della presenza femminile, poiché è da tale presenza che egli trae vita, e dalla quale gli vengono dettati i versi: “Di fronte alla morte/ sarò accolto da una sola sorte:/l’incontro dell’amore”. Si rafforza, quindi, nel Poeta la sicurezza che in una realtà ultraterrena sia data al suo animo la conoscenza di gioie altre. Egli prevede che morirà “affamato di vita”, e per questo, chiede che gli sia messo “qualche spicciolo in tasca/ perfino nella tomba/ per poter comprare dall’arte/ uno spicchio di cielo”, sapendo come spesso Eros proceda di pari passo con Tanathos, e come, assieme, entrambi possano raggiungere quel luogo nel quale “… tu/ vicino alle nuvole,/ […] dalle punte dei pini /mi sussurri amore, con un sorriso”. In questo estremo connubio, l’animo del Poeta trova il modo di placarsi, ormai certo in una rinascita che avverrà sì grazie all’amore, ma soprattutto grazie alla poesia che non smette di coltivare l’amore in ogni sua forma e direzione.


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’ormai consueto appuntamento dell’Istituto Vendite Giudiziario di Savona n e l l e s a l e d i Vi l l a Cambiaso vede in asta quest’anno molteplici capolavori di arte antica, tra cui compaiono dipinti di eccellente fattura, come anche mobili, splendidi oggetti d’arte e preziosi gioielli. Oltre 700 i lotti provenienti da diverse prestigiose raccolte private. L’appuntamento è da sabato 13 ottobre a domenica 4 novembre con sedute d’asta che si terrano il sabato e la domenica dalle ore 16.00. 1 2 Ad attirare collezionisti, addetti ai lavori del mercato antiquatoriale, ma anche “semplici curiosi” saranno non solo opere di Maestri museali, ma ci sarà anche la possibilità di trovare pezzi d’arredamento rigorosamente d’epoca, adatti a qualsiasi ambiente, a prezzi contenuti. Infatti vedremo in asta oggetti che possono suscitare l’interesse sia dell’attento collezionista, sia di chi è alla ricerca di un prezioso oggetto d’antiquariato ad un prezzo accessibile. Di particolare interesse è il lotto n. 70. Si tratta di una inedita tela del pittore Luciano Borzone (Genova 1590-1645) (copertina). Riscoperta la sua figura in tempi relativamente recenti (Manzitti 1969) nonostante le lusinghiere parole del Soprani (1674, pp. 179-185) che lo descriveva come “pittore e poeta vivacissimo”, stimato negli ambienti letterari, nonchè da artisti quali Orazio Gentileschi e Guido Reni; “nella professione di ritrattista egli era il più insigne, e rinomato, che fosse a’ suoi tempi nella nostra città”. Fu amico di Giovan Battista Paggi e del Chiabrera. Fu anche consigliere artistico di Gio Carlo Doria, suo mecenate. Una sua importante opera è conservata al Museo civico di Savona. L’opera verrà pubblicata sulla imminente monografia sul pittore ad opera della dott. Manzitti. Molto belli anche i lotti 6 e 7 raffigurante fiori in un vaso dorato con stemma araldico della Famiglia Medici del pittore Bartolomeo Bimbi (1648-1730) (fig. 1) e fiori in un vaso all’antica del famosissimo Mario Nuzzi detto Mario dei fiori (1603-1673) (fig. 2). Sempre di particolare fattura è il cassettone piemontese Luigi XV (lotto 77), in massello di noce, riccamente intarsiato a motivi floreali. Opera di Maestro Minusiere del ’700 (fig. 3). Interessanti sono anche i gioielli caratterizzati da diamanti e pietre preziose dal design ricercato, a volte elaborato ma sempre intrigante e pieno di fascino. Il comparto dell’arte antica rappresenta ancora oggi un riferimento sicuro per chi ha interesse ad investire in opere d’antiquariato, ci spiega Il perito del Tribunale Raffaello Lucchese. Gli estimatori “del passato”, infatti, sono consapevoli che un oggetto prezioso acquistato oggi puó diventare un pezzo unico domani. L’Istituto Vendite Giudiziarie di Savona si è conquistato in questi 3 anni la fiducia dei collezionisti, che attendono il consueto appuntamento. 3 L’esposizione è aperta al pubblico, con entrata libera, da sabato 13 ottobre con i seguenti orari dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 20.00. 1. Bartolomeo Bimbi (Settignano 1648 - Firenze 1730) Gli esperti saranno lieti di far visionare e 2. Mario Nuzzi detto Mario dei Fiori (Roma 1603 - 1673) descrivere gli oggetti negli orari di visita a tutti i 3. Cassettone piemontese del ‘700 partecipanti. Per informazioni tel. 347.8620735


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Collezione Luigi Pretin

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Collezione Luigi Pretin

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Anno XIII n°66 - Settembre 2012

Collezione Giovanni Somà

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Collezione Giovanni Somà

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