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Lamezia e non solo

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Centro Regionale di Neurogenetica LAMEZIA TERME

Eccellenza in Calabria per la Ricerca Una intervista corale questo mese, una intervista che, pur partendo da una donna, da una scienziata, Amalia Bruni, abbraccia un team, un reparto, pazienti, famiglie e si dirama per tutto il paese, per la Calabria, l’Italia, l’Europa, il mondo intero. Una intervista insolita ma importante perchè questo gruppo svolge un lavoro fondamentale per la società ma, pur avendo riconoscimenti a livello mondiale, pur lavorando con abnegazione, rischia di non potere concludere ricerche di grande interesse per mancanza di … fondi. Direi che in un paese, il nostro, dove si spendono miliardi per inseguire un pallone, suona veramente strano sentirlo dire, sia pure come lontana ipotesi. Il Centro Regionale di Neurogenetica da quanti anni è attivo sul territorio? Risponde Raffaele Maletta responsabile del laboratorio di biologia molecolare del CRN Il Centro Regionale di Neurogenetica è sorto in seguito ai risultati ottenuti dallo studio della Malattia di Alzheimer genetica per la quale il gruppo di ricerca, affiancato da collaborazioni internazionali, è riuscito ad isolare uno dei geni responsabili (PS1) di questa patologia. La Regione Calabria, con la legge n. 37 del 10.12.1996 ne ha sancito la costituzione e ha individuato quale campo di intervento lo studio, la ricerca e l’assistenza delle patologie ereditarie del Sistema nervoso. Svolge attività clinica, di studio e ricerca in collaborazione con prestigiosi istituti nazionali e internazionali sin dalla promulgazione della legge. Fu inaugurato dal premio Nobel Rita levi Montalcini Di cosa si occupa il Centro? Quali malattie studia? Rispondono: Raffaele Maletta responsabile del laboratorio di biologia molecolare del CRN e Sabrina Curcio, psicologa Prevalentemente ci si occupa di malattie neurodegenerative, in prevalenza demenze come la malattia di Alzheimer, e tante altre forme di demenza più o meno rare. Anche molte altre patologie sono seguite nella nostra struttura, Atassie, la Corea di Huntington, la Malattia di Parkinson, la Malattia da Prioni e il Cadasil. Sono in genere malattie prevalenti nell’anziano ma la Calabria è invece ricca di forme giovanili di queste malattie e frequentemente da causa genetica. E’ quello che accade nel film “Still Alice”, nel quale viene descritto in maniera realistica e scientificamente corretta il caso di una donna colpita a circa quaranta anni da demenza di Alzheimer, ad esordio precoce, su base genetica.

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C’è da considerare che una fetta cospicua di pazienti oggi giunge con pochi segni di disturbi cognitivi e ancora con una buona autonomia. Questa forma si chiama deterioramento cognitivo minimo e riceve molta attenzione di studio nella nostra struttura. Capire, come e se, il paziente possa evolvere in un quadro di franca demenza è un aspetto importante che ha ricadute pratiche concrete. Chi si può rivolgere a voi? Risponde Sabrina Curcio Tutti coloro che manifestano nella quotidianità disfunzioni cognitive o segni di modificazione della personalità e del comportamento. A volte non sono i diretti interessati a contattarci ma quanto piuttosto i loro familiari o i loro medici curanti. Quale è il percorso che un paziente segue nel vostro centro? Quale l’approccio iniziale ? Come vi rapportate con un paziente che apparentemente non è più se stesso? Rispondono Amalia Bruni, Sabrina Curcio La modalità di intervento sui pazienti che giungono alla nostra attenzione è molto articolata ed è una presa in carico molto globale e centrata sul paziente e sulla sua famiglia, binomio inscindibile, che necessita di sostegno mirato e di formazione. La famiglia deve comprendere cosa succederà nel percorso di malattia (purtroppo) ma dovrà imparare a fronteggiare l’angoscia della malattia del congiunto, la rabbia che sempre accompagna il disagio di trovarsi di fronte ad un congiunto che “cambia”… dovrà apprendere ad essere paziente e a vedere quanto ancora il paziente può fare invece di vedere quanto ha perso e quante cose non è più in grado di fare. Il paziente ha necessità di capire che i suoi problemi non sono “colpa sua” ma di una malattia precisa contro la quale si può e si deve combattere. Avere un paziente in grado di opporsi alla malattia utilizzando strategie per memorizzare è il modo di rallentare l’evoluzione della malattia. Ovviamente per seguire il processo di malattia è necessario avere tutte le informazioni ed entrare, con garbo, in punta di piedi e con molto rispetto, nelle vite dei pazienti, nella loro storia familiare, personale, nei loro dati. Iniziamo dunque con la raccolta di dati sociali e anamnestici effettuata dall’Assistente Sociale, cui segue la presa in carico da parte del Neurologo, che, avvalendosi della valutazione del

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funzionamento cognitivo fornita dal Neuropsicologo, di eventuali indagini laboratoristiche e di neuroimaging, pone un primo orientamento diagnostico, predisponendo un piano terapeutico volto alla gestione dei sintomi cognitivo-comportamentali tipici della demenza e programmando delle visite di follow up. Successivamente il paziente viene “accompagnato”, in base alla stadio di malattia in cui si trova, a conoscere le offerte socioriabilitative che il Centro ha avviato da tempo: il soggiorno a Casa Alzal, struttura ideata e gestita dall’Associazione per la Ricerca Neurogenetica onlus (ARN), la partecipazione al Caffè Alzheimer, iniziativa sempre promossa e gestita da ARN, in un parco cittadino con il coinvolgimento di pazienti e familiari oltre che di personale qualificato dell’Associazione, o ancora alla partecipazione ai gruppi di autoaiuto indirizzati ai caregivers. Cosa vuol dire essere membro di un Centro così importante a livello professionale ed a livello umano? Rispondono: Livia Bernardi, Maura Gallo, Elena Conidi e Maria Anfossi biologhe del laboratorio di biologia molecolare del CRN La nostra storia con il Centro di Neurogenetica è iniziata ormai tanti anni fa (13 e più anni fa). Lavorare per tanti anni su un campo di ricerca così vasto e ampio ci ha permesso di approfondire notevolmente i nostri studi e nello stesso tempo di formarci professionalmente. Alcune di noi erano appena laureate quando hanno iniziato a lavorare in laboratorio, altre avevano già una esperienza pregressa approfondita in altri campi. Ciononostante il team si è a amalgamato ed è cresciuto notevolmente sia da un punto di vista umano che professionale. Quando si lavora insieme fianco a fianco tutti i giorni si diventa come una famiglia. Ci onora essere parte di questo team. Spesso siamo noi a tenere i contatti con i vari gruppi di ricerca nazionali e internazionali con cui ci collaboriamo. La formazione pregressa, gli studi quotidiani, l’aggiornamento costante sono tutti elementi che professionalmente ci hanno accresciuto e ci accrescono e nello stesso tempo non ci fanno sentire mai “arrivate”, anzi sempre in costante crescita culturale e professionale. D’altra parte la scienza è proprio questo raggiungere un risultato e superarlo. Però, c’è un però! Siamo arrivate in questo Centro che eravamo giovanissime e da allora nulla è cambiato riguardo la “precarietà” del nostro posto di lavoro e questo a distanza di anni inizia a pesare e a smorzare gli entusiasmi. Il contatto con gruppi nazionali e internazionali ci fa percepire che il precariato, specie in Italia, è ormai un dato di fatto. Il brutto è proprio questo: lo status quo politico, economico e sociale ci ha levato il “sogno” di una stabilità. Attenzione, non si intenda con il concetto “stabilità” la parola “posto fisso” (ma magari!!!), alle volte ci basterebbe la serenità di programmare un anno di lavoro sapendo di avere strumenti, reagenti, risorse umane e non, sufficienti per lavorare. Da ventenni/trentenni ci aspettavamo che nel tempo, collezionando successi e non mollando mai, avremmo raggiunto un minimo di stabilità e invece nulla. C’è da sperare di non perdere il pur

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precario posto di lavoro che abbiamo coltivato e cresciuto con tanta passione e professionalità. In pratica voi rappresentate, nel reale, quello che vediamo in TV, nelle fiction, dove ci sono medici che usano macchinari che consentono di scandagliare il corpo umano, il DNA, loro alla ricerca di prove per incastrare un assassino, voi invece alla ricerca di cause e di cure. Ma come avviene una ricerca? Da cosa si parte e come prosegue? Risponde Maria Anfossi genetista laboratorio di biologia molecolare del CRN La realtà è ben diversa dalle fiction chiaramente! La ricerca parte dalla “curiosità” più che dai macchinari e dagli strumenti. Curiosità che può stuzzicare il medico che visitando un paziente nota dei sintomi particolari oppure che può stuzzicare il biologo nella lettura di un articolo scientifico in cui si parla di un nuovo gene; curiosità che può suscitare il racconto della storia familiare di un paziente e che spinge ad approfondire le ricerche genealogiche; curiosità che viene nell’estrapolare dati dal nostro mega database. Il nostro Centro lavora in maniera multidisciplinare avvalendosi di differenti figure professionali per cui la ricerca parte e coinvolge diversi ambiti professionali e arriva all’attenzione della comunità scientifica internazionale con la pubblicazione di articoli scientifici. Gli strumenti a vostra disposizione sono all’avanguardia? Risponde Maura Gallo biologa La tecnologia fa passi da gigante quotidianamente. Se pensiamo al nostro primo cellulare e poi guardiamo gli smartphone che abbiamo in tasca possiamo subito renderci conto dell’evoluzione della tecnologia e della velocità con cui ci migliora la vita. Lo stesso discorso è applicabile alle strumentazioni di laboratorio. E’ assolutamente indispensabile essere all’avanguardia con la strumentazione anche se non è sufficiente avere una Ferrari, è necessario saperla guidare e avere le risorse sufficienti per il mantenimento e la manutenzione degli stessi. Nel nostro laboratorio siamo partiti con una strumentazione “base” di biologia molecolare, per arrivare, oggi, nonostante tutti i problemi economici e burocratici, ad un “parco macchine” di tutto rispetto: abbiamo sequenziatori di DNA “classici” e di “nuova generazione”, quindi, potenzialmente, siamo in grado di individuare nuove cause di malattia nelle famiglie che afferiscono al nostro Centro, e che sono estremamente “interessanti” dal punto di vista genetico. La nostra terra, la nostra regione, è molto interessante poiché i fenomeni storici (emigrazioni di interi paesi) e geografici (scarse vie di comunicazioni tra piccoli villaggi e comunque paesi isolati nelle montagne) ha prodotto degli isolati genetici legati a matrimoni che avvengono in gruppi molto ristretti. Basta guardare un elenco telefonico di un qualsiasi paesino: vi accorgerete quanto pochi sono i cognomi presenti: questo è proprio la testimonianza di quanto dicevo prima. In ricerca la presenza di questi isolati genetici permette l’individuazione di importanti

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geni-malattia. Ovviamente, il fenomeno di immigrazione che sta avvenendo da qualche anno a questa parte, potrebbe portare in futuro a radicali cambiamenti nell’assetto genetico della popolazione, e questo potrebbe costituire la base per nuovi e interessanti studi. Quando siete vicini ad una scoperta come avviene? Lo avvertite già prima che sta per accadere qualcosa? Risponde Livia Bernardi genetista laboratorio di biologia molecolare del CRN Per quanto riguarda le analisi genetiche, si parte sempre da una idea precostituita che va dimostrata. Per esempio, sulla base di una data diagnosi clinica, si prova a “ipotizzare”, sulla base delle conoscenze, quale potrebbe essere il gene responsabile. A volte dall’inizio si ha la certezza “teorica” di un certo dato, che va, però, confermato in pratica. Capita anche, però, di avere delle sorprese, come quando, in una famiglia nella quale ricorreva una demenza frontotemporale, abbiamo individuato una prima mutazione a carico di un gene e successivamente una seconda che agisce in sinergia con la prima. La soddisfazione per noi ricercatori arriva non solo dall’aver pubblicato la scoperta ma anche dal fatto che gli altri gruppi di ricerca internazionale imbattendosi in casi simili abbiano citato il nostro caso originale. L’utilità dei nostri studi trova conferma nelle pubblicazioni attraverso cui i nostri risultati entrano nel patrimonio scientifico non della singola regione ma della comunità scientifica internazionale. Il mondo delle neuroscienze è interamente teso alla ricerca innanzitutto per meglio comprendere i meccanismi e successivamente trovare una soluzione per queste malattie. Ho visto una banca dati impressionante, qual è l’importanza di questa banca dati ma anche qual è la preoccupazione per essere i custodi di una banca dati dal valore inestimabile. Risponde: Dr Raffaele Di Lorenzo, responsabile Data management La nostra Banca Dati contiene le informazioni cliniche e sociodemografiche di soggetti, presi in carico dal Centro, affetti da patologie neurodegenerative, principalmente da demenza, con un interesse particolare per le forme a trasmissione ereditaria. Contiene inoltre le informazioni sulla famiglia di origine dei pazienti e le ricostruzioni demografiche storiche di intere famiglie, fino al 1585. La ricostruzione di alberi genealogici così indietro nel tempo ci ha permesso di capire come si distribuisce nella progenie l’anomalia genetica; ha permesso inoltre di collegare alcune famiglie, portatrici di anomalie genetiche della malattia di Alzheimer, oggetto di studio in varie parti del mondo. Attualmente abbiamo le informazioni di circa 150.000 individui, a partire dal 1500. Gli applicativi software connessi con la banca dati, sviluppati all’interno del Centro, gestiscono il funzionamento in rete delle attività assistenziali e di ricerca: le prenotazioni delle varie prestazioni offerte, gli ambulatori specialistici, le valutazioni neuropsicologiche, il laboratorio di biologia molecolare, le attività di supporto assistenziale, i progetti di ricerca e gli studi di

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epidemiologia e statistica. Le informazioni sono confezionate sotto forma di una cartella clinica condivisa da tutti gli operatori, da due anni funzionante anche su dispositivi mobili, per facilitare le attività degli operatori e venire incontro alle esigenze dei pazienti e dei loro familiari. Le informazioni viaggiano su reti informatiche protette e crittografate; ogni operatore possiede una chiave privata di accesso e tutte le attività sono monitorate 24 ore. Noi percepiamo quotidianamente l’importanza di gestire una tale mole di dati e quotidianamente cerchiamo di sperimentare algoritmi che ci permettono di trovare negli archivi qualche chiave di lettura per i mille dubbi e ipotesi che vengono formulate continuamente intorno alla etio-patogenesi delle malattie neurodegenerative, per molti versi ancora sconosciuta. Finora abbiamo scoperto che in Calabria esistono alcune aree geografiche sedi di particolari mutazioni genetiche responsabili di forme di demenza che, originate in questa regione, sono distribuite e studiate in varie parti del mondo: chiunque studia quelle mutazioni sa che hanno avuto origine dalla nostra regione. Le soddisfazioni avute sono state tante, tanti i premi ed i riconoscimenti che sono, non solo il vostro orgoglio ma anche il nostro, volete citarne qualcuno? Risponde : Dr Teresa Dattilo assistente sociale Il Centro di Neurogenetica affiancato dall’ARN, ha raggiunto in 20 anni molti traguardi importanti sul versante della ricerca, ottenendo numerosissimi riconoscimenti nella persona del suo Direttore, la Dott.ssa Bruni. Motivo di grande orgoglio è stato comunque nel 2012 il Premio Europeo IEFID (iniziativa europea delle fondazioni sulla demenza) dal Network of European Foundations, piattaforma operativa per lo sviluppo di progetti e iniziative filantropiche realizzate in tutti i paesi dell’Unione. Il Premio ci è stato assegnato per la progettazione e l’attivazione del Centro semiresidenziale a Casa Alzal nata con l’obiettivo di sollevare le famiglie degli assistiti dal carico assistenziale gravoso, almeno per alcune ore al giorno. Le attività della casa e la sinergia di molti soggetti del territorio, via via coinvolti, nonché la possibilità di favorire lo scambio intergenerazionale con gli alunni di scuole di vario grado della nostra città, hanno dato un valore aggiunto alla esperienza al punto tale di essere stata oggetto di questo premio. Lo stesso ha sugellato la collaborazione del Centro e dell’Associazione per un’importante opera di promozione di una nuova cultura del “vivere bene con la demenza“e di un nuovo concetto di Community dementia friendly. Nei confronti della malattia quali traguardi sono stati raggiunti da quando avete iniziato ad oggi? Cosa si sapeva della Demenza di Alzheimer negli anni 90 e cosa si sa oggi? Come viveva allora un ammalato di Alzheimer e come vive oggi? Risponde Sabrina Curcio psicologa Dagli anni 90 ad oggi le conoscenze sui processi patogenetici che determinano la Malattia di Alzheimer hanno compiuto

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passi da gigante. A quel tempo era noto che la malattia era determinata dall’accumulo nel cervello di placche amiloidi e grovigli neurofibrillari, ma poco si sapeva dei meccanismi che ne determinavano la deposizione, tantomeno gli aspetti genetici erano noti. Un solo gene si riteneva fosse il responsabile: il gene del Precursore della Proteina amiloide (APP). Grazie agli studi compiuti in questi anni sotto il profilo genetico si sa che i geni che determinano la malattia sono 3: APP, PS1 e PS2 oltre che al fattore predisponente il Gene delle ApoE. Quanto al meccanismo patogenetico si conosce ormai tutto. Il malato a quell’epoca viveva in stato di assoluto isolamento, così come le famiglie, quasi fosse portatore di un male contagioso. Oggi l’ammalato, soprattutto grazie alle ricerche compiute dal nostro gruppo, rappresenta, insieme alle famiglie, una risorsa unica e imprescindibile per il miglioramento delle conoscenze in questo ambito. Lo stigma è stato superato per lasciare spazio a interventi di “Care” che hanno migliorato decisamente la qualità della vita del paziente e delle famiglie. C’è qualcuno che vuole parlare di qualche esperienza particolarmente toccante durante questi anni di studi, ricerche e lavoro? Risponde: Dr.ssa Francesca Frangipane neurologo Il lavoro del medico chiamato ad occuparsi di demenza non è solo diagnosi e cura ma anche ascolto e analisi della storia del singolo individuo che è egli stesso “la malattia”. Attingendo a vissuti, emozioni, esperienze diverse ma accomunate dalla medesima sofferenza si può riflettere sul valore di queste narrazioni evidenziando che la persona affetta da demenza mantiene sempre il suo carattere di essere storico-relazionale. La ricchezza dell’attività clinica svolta quotidianamente mi ha ispirato a raccontare le storie di vita e di malattia di alcuni di loro. “La vita Dimenticata”, è un libro articolato in 11 racconti e pubblicato nel 2014 che offre al lettore una esperienza particolarmente toccante maturata nel corso di questi anni di studio, di ricerche e di lavoro. Quali sono i traguardi che vorreste raggiungere? Risponde: Rosanna Colao neurologo La nostra speranza, come chi lavora in questo ambito, è quella di poter arrivare presto ad una terapia che possa almeno “fermare” le malattie dementigene. Per questo motivo siamo sempre molto disponibili alla sperimentazione di nuovi farmaci che offrono ai nostri pazienti opportunità aggiuntive. Seguire i trials clinici è particolarmente difficile e gravoso ma anche una grande responsabilità “morale” visto che ci troviamo spesso ad essere l’unica struttura di tutto il centro sud a sperimentare farmaci innovativi. Un Centro come questo, suppongo, abbia costi elevati. Come riuscite a sopravvivere? Vi finanzia la Regione Calabria? Vi avvalete di finanziamenti Europei? Vi finanzia la gente con il 5 per mille? Organizzate eventi per autofinanziarvi?

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Risponde Amalia Bruni Il Centro Regionale di Neurogenetica è una struttura pubblica dell’ASP CZ e come ogni altra UO dell’Azienda viene da questa supportata. Il Centro tuttavia, dall’atto della sua costituzione, svolge attività clinica, assistenziale e di ricerca per la quale riceve un finanziamento dalla Regione Calabria. Nel corso di questi venti anni di attività sono stati da noi prodotti anche moltissimi progetti di ricerca, alcuni dei quali, hanno ricevuto un finanziamento da parte del Ministero della Salute. La collaborazione con l’ARN ci ha consentito anche di usufruire del 5 per mille, destinato alle associazioni e di organizzare eventi e manifestazioni finalizzate anche all’autofinanziamento. Questo non è un modo solo di raccogliere fondi ma è un modo di coinvolgere la collettività facendo conoscere malattie con le quali bisogna imparare a convivere anzi a “vivere con la malattia nonostante la malattia”... La ricerca è uno studio fatto di soddisfazioni ma anche di delusioni, magari per un traguardo non raggiunto quando sembrava di essere arrivati ad una svolta, ma se nell’iter della ricerca una simile conclusione può essere accettata, cosa provate quando a bloccarvi non è l’esito dello studio ma la burocrazia? Risponde: Elena Conidi biologo Nella storia del nostro Centro questa situazione è piuttosto frequente. Soprattutto quando entrano in ballo gli esami di genetica, che sono notoriamente costosi, capita di dover “bloccare” lo sviluppo di una intuizione per mancanza di fondi o per il blocco delle gare che impediscono l’acquisto dei reagenti necessari. In questo momento, per esempio, è bloccata la possibilità di arrivare a stabilire la causa genetica di una malattia ricorrente in una famiglia, per mancanza di reagenti di Biologia molecolare, così come i recenti risultati di una nostra ricerca, accettati dopo un lungo iter da una prestigiosa rivista internazionale, hanno rischiato di non essere pubblicati perché in quel momento non c’erano i fondi per pagare le necessarie spese di pubblicazione. Ormai, comunque, i ricercatori si sono abituati a questo. A proposito di burocrazia, politica ed amenità simili, nonostante Amalia Bruni sia riuscita nell’impossibile, rimanere qua e fare diventare Lamezia un centro nevralgico per lo studio delle malattie neurogenetiche, spesso ho sentito parlare di irischio di chiusura del Centro per mancanza di fondi. Da estranea agli intrighi politici mi sembra assurdo sentire parlare della necessità di studiare il modo per evitare la fuga di cervelli in altre nazioni e poi non fare nulla per quegli scienziati che sono rimasti in Italia e rischiano di vedere naufragare anni ed anni di studi e di ricerche per un motivo simile. E’ vero che questo rischio c’è ? Risponde: Raffaele Maletta Non c’è, forse, il rischio di chiusura del Centro Regionale di Neurogenetica che, come già detto, è una struttura dell’ASP CZ,

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quanto, piuttosto, c’è il rischio che questo Centro, per mancanza di finanziamenti specifici per la Ricerca, venga depauperato del personale a contratto che in questi 20 anni ha contribuito ad ottenere risultati scientifici di valore internazionale nel campo delle malattie neurodegenerative, diventando un punto di orgoglio e di risonanza per l’Azienda, per la Città e per la Calabria. Cosa vorreste dire a chi di competenza? Risponde: Amalia Bruni Se la validità di questo Centro è qualcosa di riconosciuto sia in Italia che all’estero, se i risultati scientifici ottenuti in questi anni sono una realtà per la tutta la comunità e allora... chi si occupa di sanità, di politica, di gestione, faccia di tutto perché questo modello di integrazione Ricerca-Assistenza, da molti promulgato come la vera soluzione per una Buona Sanità, possa continuare ad essere, nell’interesse di malati e famiglie, un punto di riferimento, non soltanto per il territorio Lametino ma per la Calabria tutta. Una intervista, questa, che non può concludersi, ovviamente, con la domanda alla Marzullo, una intervista che apre alla speranza

quando si parla delle potenzialità del Centro, di questo gruppo di donne ed uomini che con la ricerca, lo studio, l’operatività; tenta di capire il male della demenza per curarlo e, nel tempo, se possibile, sconfiggerlo. Una intervista che lascia l’amaro in bocca quando si parla dei problemi che il centro quotidianamente affronta, facendo sentire chi vi opera, precari a vita, facendoli sentire impotenti quando si trovano a combattere con una demenza che non ha origini nella malattia ma negli interessi pecuniari di chi detiene il potere, potere che non ha colore, non è di destra o di sinistra o di centro, è mutabile e, come un camaleonte, si adatta, si nasconde e continua a tirare le fila per portare l’acqua al proprio mulino. Albert Einstein ha detto: “Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.” Noi, come giornale, oltre che come persone, non vogliamo far parte di quei “giusti inerti” e vogliamo essere dalla parte di chi, come il Centro, è con chi ha bisogno, per cui concludiamo dicendo ad Amalia ed a tutto il suo staff: -noi ci siamo e ci saremo, nel nostro piccolo, con quel che possi<<-.

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PER CONVIVERE CON I TERREMOTI le specificità del territorio, l’urgente necessità di mettere in sicurezza le popolazioni esposte

PIANO CASA SICURA” del Governo

e il “

Alcuni consigli della Protezione Civile sul che fare prima, durante e dopo

I ben noti incubi notturni per il terremoto in Calabria e il Vesuvio del precedente capo della Protezione Civile Gabrielli, avrebbero dovuto stimolare le classi dirigenti meridionali ad unirsi e agire subito per prevenire e salvare vite umane dagli inevitabili futuri terremoti. Unendosi si poteva e si può favorire la definizione di un Piano di interventi e attività necessari per salvare milioni di vite umane e mettere in sicurezza il territorio. Un Piano di urgente necessità ma non ancora in agenda del Governo Renzi che, nei giorni scorsi, ha dichiarato di voler definire un “Piano Casa Italia” con vari interventi finalizzati, tra l’altro, al risanamento del dissesto idrogeologico del territorio. La rilevanza della pericolosità sismica che caratterizza la Calabria e genera incubi è evidenziata nella mappa redatta dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e utilizzata per la classificazione della pericolosità sismica del territorio nazionale. E che vede inclusi nelle zone a più elevata pericolosità tutti i 409 comuni della regione. Una pericolosità, documentata anche nei libri e nelle cronache di ogni tempo della storia e nelle rocce che formano l’ossatura della regione, ma poco nota o ignorata da Istituzioni preposte e dall’insieme delle classi dirigenti che continuano a dormire sonni tranquilli. Non si considera adeguatamente che l’alta sismicità del territorio calabrese è una delle manifestazioni dei rapidi processi di evoluzione geologica in atto nella regione e nel centro del Mediterraneo. E poiché i processi geologici, com’è noto, durano milioni di anni, è da presumere che terremoti, come ad es. quelli del 1638, 1783, 1888, 1905, 1908 che hanno colpito il territorio regionale, continueranno a scuotere la Calabria. Si trascura che nella regione si registra il più alto tasso di terremoti e maremoti disastrosi elencati nei cataloghi italiani; e in particolare che, nell’elenco dei terremoti più disastrosi di tutta l’Italia, tra i primi otto eventi con la massima

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intensità, la metà hanno interessato il territorio calabrese. Alla elevata pericolosità sismica del territorio si aggiungono: il diffuso e grave dissesto idrogeologico, le condizioni di degrado del patrimonio edilizio, in particolare quello dei centri storici dei piccoli centri urbani, che rendono estremamente elevato il rischio sismico in tutta la regione. La perdita della memoria storica e l’abusivismo edilizio hanno portato la Calabria ad avere un patrimonio che nonostante gli enormi progressi scientifici nel campo della tecnica delle costruzioni, non è molto meno vulnerabile rispetto a quelli dei secoli scorsi. Inadeguati a resistere agli inevitabili forti eventi sismici non sono solo gli edifici abusivi ma anche quelli legali e realizzati nel rispetto delle norme vigenti nei vari periodi di realizzazione del passato. Periodi in cui o non esisteva la normativa sismica, o era vigente una normativa e criteri meno restrittivi di quelli attualmente ritenuti necessari. In pratica la grandissima parte delle costruzioni, compresi ospedali e scuole, esistenti nel territorio non risponde ai requisiti attualmente previsti dalla vigente normativa sismica. Non si può continuare ad ignorare le tante e grandi frane e i fenomeni di liquefazione innescati dai terremoti del passato in tutti i territori dei 409 comuni della regione. Fenomeni ampiamente documentati ed evidenti sia sulle rocce di tutte le ere geologiche, sia sui libri e nelle cronache di ogni epoca storica del territorio. E tra i documenti scritti che meglio documentano specificità geologiche e risorse naturali ci sono i testi dell’ing. Cortese, responsabile anche del Corpo Reale delle Miniere d’Italia, scritti nei decenni a cavallo della fine del 1800 e l’inizio del secolo successivo. Nel capitolo dedicato alla “Geotettonica e Sismologia” della “Descrizione geologica della Calabria”, considerata, l’opera scientifica più importante sulla geologia della regione, l’ing. Cortese spiega l’andamento di tutte le fratture e i dislocamenti dell’Arco Calabro-Peloritano. Lo stesso Cortese

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è il primo scienziato a descrivere la stretta relazione tra i danni provocati dai terremoti e le imponenti faglie che attraversano la Calabria. E a indicare, tra l’altro, perché: “le azioni più forti e, quindi, le rovine maggiori, si raggiungono in strisce parallele alle linee di frattura”. Per favorire il recupero della memoria storica, necessaria per stimolare le Istituzioni preposte ad agire, va ricordato qualche dato sulle principali realtà territoriali della regione, quelle di Lamezia Terme, Reggio Calabria e di Cosenza, da sempre e ripetutamente colpite da forti terremoti. 1) Sul

carattere dell’intensità e della frequenza della sismicità del

Nicastro basta, ad esempio, il dato relativo al numero delle cattedrali crollate e al numero di vescovi e d’abitanti morti a causa dei terremoti nel corso dei secoli trascorsi; sugli effetti degli eventi alluvionali basta ricordare, ad esempio, quelli provocati dai Torrenti Bagni, Cantagalli, Piazza e Canne nel 1827 e nel 1866 con numerose vittime e distruzioni di interi quartieri seppelliti da sei-sette metri di ghiaia per ogni piena. Dall’osservazione della carta geologica, dei terreni e delle forme del paesaggio che ci circondano si può accertare che gran parte di LameziaTerme è costruita sui materiali alluvionali, denominati “conoide di deiezione” dei vari corsi d’acqua che da nord a sud attraversano il centro abitato. Le case e le strade delle zone circostanti ed a valle di Corso Numistrano e Corso Nicotera poggiano sopra alcune decine di metri di massi, ciottoli, ghiaie, e sabbie trasportate dalle acque del Piazza e del Canne nel corso dei millenni trascorsi. In corrispondenza di Piazza Fiorentino e Viale Stazione a Sambiase e dell’abitato di Sant’Eufemia il Cantagalli e Bagni rispettivamente hanno svolto lo stesso ruolo del Piazza e del Canne. In pratica gran parte dell’abitato dell’ex Nicastro, Sambiase e S. Eufemia si trovano i vari “pezzi” di roccia che molto tempo fa riempiva l’incisione valliva collinare e montana dove si origina e attualmente defluiscono le acque del Bagni, del Cantagli, del Pazza e del Canne. Si tratta dei materiali che, in occasione degli eventi di piena, le acque strappavano dai tratti montani con maggiore pendenza, trasportavano e poi depositavano ovunque in corrispondenza o a valle dell’antico centro abitato. Per questo suo divagare senza argini e senza un alveo ben definito, fino a cento anni fa, il Canne era indicato nelle carte topografiche del Regno d’Italia con il nome di Fiumara di Nicastro. Tra i vari pezzi della stessa roccia, a pochi metri di profondità sotto le case e le strade circostanti i due Corsi di Nicastro si trovano anche i resti delle costruzioni distrutte dal terremoto del 1638, e tra questi resti anche quelli dell’antica cattedrale contenente preziose opere d’arte come una tela del Tintoretto nella cappella dell’Assunta. Nel territorio comunale di Lamezia Terme gli effetti dei terremoti non hanno riguardato solo Nicastro e Sambiase. L’antica città di Sant’Eufemia, a causa dei fenomeni di liquefazione, s’inabbissò in un pantano di acqua solfurea a seguito dei terremoti del 1783. Tra i vari documenti del passato, significativo è quanto riportato da A. Fasano della Reale Accademia delle Scienze e Belle Lettere di Napoli in un suo rapporto pubblicato territorio di

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a seguito dei rilievi effettuati in Calabria in occasione del terremoto del 1783. Fasano osserva che: “Il litorale di quella Calabria dal Capo Suvero fino a Scilla mostra per se d’aver sofferto violenti tagli e troncamenti di ben lunghe porzioni del continente, e dopo formatosi il Tirreno e tutto il Mediterraneo. Che il Golfo di S. Eufemia di Nicastro fosse un cratere, e che fosse stato un fondo di vulcano, lo fanno sospettare la sua troppo determinata circoscrizione, quel tufo che alla finistra del Pizzo esiste quasi simile a quello della nostra Campania, e la qualità della terra su quello esistente, le terme dette di S. Biase, e la gran copia di pomici sparsa in lungo ed in largo per que’ contorni. E che per quel tratto fienvi materiali accendibili, e che in effetti vi sieno accudati accensioni, lo dimostrano la famosa e grande miniera di carbon fossile in Briatico, e la voragine apertasi in Bivona accompagnata da fiamme nel terremoto del 1638, giusta la testimonianza di Cesare Recupito.” E aggiunge: “La città di S.Eufemia ch’era sulla riva di quel golfo, in quello scotimento s’inabbissò alla presenza di Kirker in un lago puzzolentissimo, onde è che quel littorale fu assai soggetto ad accidenti di tal genere.” La descrizione fatta nel 1785 da Angelo Fasano è significativa è certamente dettagliata per quanto riguarda la documentazione dell’entità e degli effetti disastrosi dell’ attività sismica del territorio lametino e calabrese. L’imprecisione dell’ipotesi formulata sempre dal Fasano nel “sospettare” il Golfo il cratere di vulcano non sminuisce la validità dell’ intuizione di collegare l’attività sismica della zona agli elementi “caldi” a cui fa riferimento la stessa ipotesi. Infatti i dati più approfonditi e moderni sulla composizione ed evoluzione del Pianeta nonché sulla distribuzione e cause dei terremoti confermano il legame tra formazione e sollevamento delle catene montuose e le aree con attività vulcaniche e sismiche. D’altra parte, anche se non ricoprono la bocca di un vulcano, va considerato che le attuali spiagge del Golfo e del territorio comunale di Lamezia Terme si trovano a decine di chilometri da un vulcano attivo come lo Stromboli. Sul margine meridionale del Golfo di S. Eufemia la distanza tra lo Stromboli e la costa si riduce a poco più di 50 km. 2) Sulle specificità del territorio reggino, oltre al noto evento sismico del 1908 e alla rilevanza dei fenomeni di sollevamento e abbassamento rilevati sulla costa tirrenica calabrese, va ricordata la dettagliata descrizione dei rapidi movimenti fatta dall’Ing. E. Cortese, scienziato di fama internazionale e autore, tra l’altro, degli studi per la realizzazione d’importanti opere come le prime ferrovie e in particolare la Eboli - Reggio Calabria. L’Ing. Cortese, nella più importante e completa opera sulla geologia calabrese, evidenzia che: “A Sud di Punta del Pezzo il bradisisma sussiste ancora ma produce abbassamento invece che sollevamento. E il movimento è chiarissimo e relativamente rapido. Le sue testimonianze sono manifeste anche a chi come lo scrivente dal 1880 ha soggiornato sulle rive dello stretto, e citeremo quelle osservate, insieme ad altre tolte dal libro del Carbone-Grio.” Lo scienziato, ad esempio, cita: “La rada di Pentimele va a scomparire perché sparisce la punta che la chiudeva a Sud”; e “La spiaggia di Giunchi si immerge gradatamente, e tutte quelle davanti a Reggio sono in continuo abbassamento”. Poi prosegue: “Dove si fanno gli stabilimenti di bagni, la spiaggia compresa tra il mare e la ferrovia va continuamente restringendosi, e ciò è visibilissimo nei pochi anni dacchè la ferrovia fu costruita.” I molteplici e rapidi processi di evoluzione morfologica nello Stretto di Messina rilevati da Cortese, tra l’altro, documentano rilevantissimi episodi alluvionali delle fiumare e contemporanea riduzione dei litorali reggini. Processi di notevole importanza anche scientifica e specifici del contesto che Cortese così descrive: “ dalla Punta del Pezzo a Capo Spartivento, la costa riceve grosse fiumare le quali, nell’ultimo trentennio specialmente, hanno fatto danni enormi per le grandi quantità di materiali detritici che hanno portato, devastando coltivati, seppellendo vigne e giardini. È incalcolabile il volume di materie solide che quelle larghissime fiumare hanno trasportato in mare, e tuttavia le spiagge non solo non sono in aumento, ma vanno notevolmente diminuendo.” “Il Capo Cenidio - aggiunge Cortese - appartiene dunque ad una linea di fulcro, intorno a cui la Calabria fa attualmente un movimento di altalena, alzandosi a Nord ed abbassandosi al Sud. Dico attualmente, perché è probabile che in un epoca anteriore il movimento fosse diverso, e assolu-

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tamente l’opposto dell’attuale.” Dopo aver spiegato il motivo dell’alternarsi del verso dei movimenti, Cortese evidenzia come :“di questi palpiti della superficie emersa specialmente in regioni prossime a linee o centri sismici abbiamo molti esempi...” I rilevanti fenomeni dei rapidi sollevamenti e abbassamenti rilevati dall’Ing. Cortese sono confermati dai moderni strumenti di misura satellitari. Così come trova conferma il progressivo allontanamento della costa calabrese da quella siciliana negli ultimi duemila anni. In particolare, al tempo in cui Plinio il Vecchio scriveva la “Naturalis historia”, circa 2000 anni fa, la distanza, tra Capo Peloro e Capo Cenidi (Punta Pezzo) risultava di 12 stadi, cioè circa 2.2 Km. Attualmente, invece, la distanza tra Calabria e Sicilia è di circa 3 Km. La rilevanza dei movimenti nello stretto e sulle coste della Regione non si limitano alle terra emersa. Assieme ai palpiti ai quali accenna Cortese c’è da considerare anche i rapidi movimenti di grandi masse di acqua salata: i maremoti che hanno sempre accompagnato i forti terremoti nella zona. Eventi ben evidenziati, ad esempio, in un sito a Sud di Scilla, dove un masso ricoperto di coralli, delle dimensioni di 20 metri cubi e del peso di 5 tonnellate, è stato spinto 2 metri sopra l’attuale livello del mare. Lo stesso sito, ignorato da molti calabresi, è oggetto d’interesse e visite guidate di studiosi di vari centri di ricerca italiani e stranieri. 3) Altri aspetti poco conosciuti del dopo terremoto del 1908 nello Stretto di Messina, e che il Governo ha il dovere di non ignorare, sono quelli accennati dal grande ambientalista Mario Signorino nella Relazione di apertura della Conferenza degli Amici della Terra sui “Disastri naturali: le minacce per l’Italia e le politiche di tutela”. Il fondatore degli Amici della Terra, recentemente scomparso, nella stessa relazione scrive: “il terremoto colpì città e paesi dimentichi delle misure antisismiche codificate dai Borboni e una nazione del tutto impreparata a prestare aiuto. Provocò perciò il massimo di danni, mentre l’opera di aiuto si svolse con tempi e modalità che oggi farebbero inorridire. Tuttavia, in questo quadro tragico, si verificò una combinazione miracolosa di eventi che garantì il massimo di protezione civile concepibile a quei tempi: l’arrivo a Messina della flotta russa del Baltico con 3 mila cadetti efficienti e attrezzati, subito seguita dalla flotta inglese che la tallonava. Gli italiani arrivarono dopo i russi e dopo gli inglesi e non fecero bella figura; il personale era poco attrezzato e finì per assorbire una parte importante delle risorse, anche alimentari, destinate ai superstiti. Credo che lo stato italiano abbia contratto un debito morale con le vittime di quei terribili giorni e che in occasione del centenario abbia l’obbligo di un’espiazione operosa, per garantire che simili eventi non abbiano più il tragico impatto di allora. Ma non è dei ritardi e delle inefficienze che lo stato si dovrebbe scusare: in quell’immane tragedia, che fece dalle 80 mila alle 200 mila vittime, anche la protezione civile di oggi fallirebbe miseramente. Sono le forme barbare e crudeli in cui si realizzò l’intervento che stupiscono ancor oggi, forme che probabilmente furono possibili solo perché a carico di popolazioni meridionali. Le ipotesi di desertificazione della sventurata Messina, mediante il bombardamento delle rovine con i cannoni della flotta, un sudario di calce, la dinamite, l’incendio. Nella realtà, la legge marziale e il blocco militare della città; tentativi violenti di deportare i superstiti, anche con la sospensione dei viveri (peraltro messi a disposizione con grande ritardo); la “campagna di morte” e le esecuzioni sommarie degli sciacalli, nei fatti indistinguibili dai poveri superstiti. In verità, il vero sacco di Messina fu fatto dai soccorritori con comodo nei 15 anni in cui fu realizzato lo sgombero delle macerie. E fu fatto anche dai poteri forti in piena legalità: - non si è mai saputo quanti depositi bancari, conti correnti, titoli di proprietà delle vittime siano stati incamerati dalle grandi banche nazionali, che poi disertarono Messina; - lo stesso vale per i depositi postali e per le assicurazioni; - da parte sua, lo stato incamerò tutti i beni e le proprietà su cui riuscì a mettere le mani, impegnando aspri contenziosi con i superstiti.

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Non si conosce con esattezza il numero degli orfani, che furono comunque migliaia; né è molto chiaro quale sia stato il loro destino. È certo che, tra i profughi, molte fanciulle finirono vittime di sfruttatori e furono avviate alla prostituzione; a molte altre toccò di fare le serve nelle case dei benefattori. Sui corpi e le anime degli orfani si accese una vera guerra economica, politica e religiosa, soprattutto fra le iniziative promosse dallo stato e quelle della chiesa; guerra che parzialmente si compose, facendo leva sulla straordinaria attività di don Orione. Ma se ci si scannava sugli orfani, ci si dimenticò completamente degli anziani rimasti soli e abbandonati. Nessuno prestò loro aiuto e assistenza, e la loro tragedia si consumò senza essere nemmeno notata. Tutti i problemi riscontrati per Messina si verificarono a Reggio e nel resto della Calabria in forme ancora più gravi.” Evidentemente, quanto sopra accennato ed evidenziato nella relazione di Mario Signorino, uno dei massimi analisti e esperti di strategie ambientali apprezzato anche fuori i confini del Belpaese, non può e non deve essere ignorato nemmeno dalle popolazioni e classi dirigenti meridionali. 4) Sulla sismicità storica del territorio cosentino e sulla “faglia della Valle del Crati” si è scritto molto e c’è tanto da ricordare. Sulla specificità del Distretto sismico Valle del Crati e della faglia che attraversa il territorio, ad esempio, si è occupato anche l’Ing. Cortese, autore, tra l’altro, della prima Carta Geologica d’Italia e numerose pubblicazioni sulle specificità geologiche anche vari territori europei e altri continenti. Nella “Descrizione geologica della Calabria” ritenuta tutt’oggi l’opera scientifica più completa e valida sulla geologia della regione, Cortese scrive: “la faglia della bassa valle del Crati, che da Pantelleria traversa la Sicilia e va per Stromboli a tagliare la Calabria...”. E, dopo la dettagliata descrizione delle altre grandi faglie che attraversano la Calabria, aggiunge: “Queste faglie hanno distrutto il continente tirrenico, aprendo la via al mare esterno in tutte le direzioni.” Significativa di una ricorrente perdita della memoria storica e scarsa attenzione alle specificità territoriali è poi il riferimento ad una precedente e più nota opera storica: “I terremoti di Sicilia e Calabria nel secolo XVIII” del Carbone Grio. Sulla perdita della memoria storica sulle faglie del territorio cosentino lo scienziato Cortese sottolinea: “La valle del Crati non è passata in rassegna nel libro del Carbone-Grio, ma sappiamo quanto essa sia infestata dai terremoti.” E, sulla rilevanza degli effetti prodotti dagli stessi terremoti nel capoluogo di provincia, evidenzia: “A Cosenza vi sono case baraccate, fatte in previdenza di periodi di convulsioni telluriche, e ivi troviamo nei contratti di affitto la clausola che il proprietario della casa, colla famiglia, ha il diritto di andare ad abitare nella casa baraccata, coll’inquilino, quando si manifestassero indizi di terremoto. L’adozione di quel tipo di costruzione, che fu fatta nel basso Chilì, a Lima, a Lisbona dopo il terremoto del 1755, nell’Europa orientale, e nell’Asia Minore, a Benevento, a Norcia, fu consigliata dai frequenti e potenti terremoti cui vanno soggette quelle regioni, e se a Cosenza si riconosce di adottare lo stesso sistema è una prova che quei movimenti non devono essere né rari né innocui.” Dati utili al recupero della memoria storica sulla sismicità della zona sono

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anche riportati in altre opere dello stesso Cortese come, ad esempio, “Il terremoto di Bisignano del 2 dicembre 1987”. Ulteriori dati e riferimenti sulla sismicità del territorio cosentino sono contenuti in varie di altri autori locali come Vincenzo Padula. È ancora da ribadire, che è vero che non è possibile prevedere quando e come si manifesterà il prossimo ed inevitabile forte evento sismico. Ma è altrettanto vero che si può e si deve arrivare preparati per affrontarlo come si è fatto e si fa in altri Paesi con attività sismica anche maggiore come gli Stati Uniti e il Giappone. Così com’è da ribadire che ai ritardi nella messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati più̀ densamente popolati si aggiungono quelli della inadeguata e, o mancata pianificazione comunale di emergenza e per l’allertamento per il rischio idrogeologico e idraulico per come disposto dalle Linee guida e dalla Direttive regionali e nazionali della Protezione Civile. Si comprende la gravità di questi ritardi se si considera che sono proprio i comuni ad avere un ruolo di protagonisti nella mitigazione del rischio sismico. Infatti, la pianificazione di emergenza permette ai comuni la definizione degli scenari di danno, l’organizzazione di un corretto modello di intervento di protezione civile e incisive attività di informazione rivolte ai cittadini per creare una vera e propria sensibilità per i temi legati alla prevenzione e alla mitigazione dei rischi. La scarsa attenzione dei comuni riguardo ai piani di emergenza in caso di terremoto si rileva anche dal fatto che nessun sindaco calabrese ha vinto o è stato premiato nel Concorso nazionale “Restare in piedi” dedicato ai comuni a rischio sismico d’Italia. Un fatto che la dice lunga sull’impegno e l’opera di pianificazione e prevenzione del rischio sismico degli Enti locali nella regione a più alto rischio d’Italia. Va considerato che i piani di emergenza comunale, per la parte concernente il rischio sismico, devono essere basati su una valutazione dei possibili scenari di danno che possono interessare il territorio comunale. Per scenario s’intende la valutazione preventiva del danno previsto per la popolazione e per gli elementi esposti al verificarsi degli eventi attesi, intendendo come tali gli eventi sismici di diversa gravità che possono interessare il territorio comunale. “La valutazione rigorosa degli scenari richiede studi dettagliati a scala locale di una notevole complessità e, soprattutto, una puntuale conoscenza del territorio, sia per quanto riguarda gli aspetti fisici (geologici, geomorfologici, ecc.) sia per quanto riguarda la tipologia e la consistenza dei beni esposti (edilizia, infrastrutture, ecc.) e la rispettiva vulnerabilità.” Allo scopo di stimolare la conoscenza e le attività di “prevenzione con un’attenzione particolare verso la messa a punto di strumenti operativi ed immediata utilizzazione, già da molti anni, sono stati definiti “scenari sismici comunali per i piani di emergenza” da parte del Dipartimento nazionale della Protezione Civile. Per ciascun comune del Bel Paese è stata fatta una prima stima dei danni che possono interessare i territori comunali a fronte di eventi di diversa gravità e differenti periodi di ritorno. In pratica, è stata realizzata “una preliminare valutazione di tali scenari di danno a seguito di un evento sismico, con la consapevolezza che, in attesa di valutazioni maggiormente dettagliate e dei risultati di ulteriori ricerche attualmente in corso, deve essere reso disponibile il quadro conoscitivo minimo ed indispensabile a coloro che devono predisporre piani di emergenza, pur nei limiti metodologici e delle conoscenze disponibili.” Scenari e

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conseguenti perdite sono stati calcolati per quattro eventi di riferimento assumendo quattro livelli di intensità macrosismica (MCS) corrispondenti a periodi di ritorno di 98, 475, 975 e 2475 anni. In particolare per quanto riguarda il territorio comunale di Lamezia Terme, di seguito si riportano le valutazioni soltanto due scenari: il meno sfavorevole cioè “Scenario per intensità MCS= VIII e periodo di ritorno di 98 anni” e quello più sfavorevole cioè “Scenario per intensità MCS= XI” e “Massimo storico (periodo di ritorno 2475 anni)”. In particolare, “per una stima dei ricoveri ospedalieri necessari, delle tendopoli e degli alloggi da rendere disponibili” i valori medi di persone coinvolte in crolli sono valutati in alcune centinaia nel primo scenario e alcune decine di migliaia in quello più sfavorevole. E, sempre in base ai due scenari sopra indicati, per stimare le ordinanze di demolizione/transennamento e di sgombero e i sopralluoghi di agibilità, si prevedono i seguenti valori medi: Persone senza tetto da 3.208 a 31.361; Abitazioni crollate da 113 a 12.956; Abitazioni inagibili da 1.615 a 13.071. I dati relativi alle abitazioni e alla popolazione sono riferiti ai dati Istat 2001. Per non farsi cogliere impreparati e ridurre al minimo gli effetti d’inevitabili eventi sismici, c’è l’evidente necessità di concreti interventi e attività di prevenzione da attuare prima degli eventi. Interventi e attività che non possono non tener conto della specificità geologica della Calabria e dell’intero Arco Calabro-Peloritano. Una specificità spesso ignorata per consentire sconsiderati interventi di saccheggio delle risorse naturali e di cementificazione del territorio, con conseguenze e danni sempre più gravi e ingenti alle popolazioni e all’ambiente. Per arrivare preparati c’è la necessità di attività e interventi e ad ogni livello di responsabilità, come, ad esempio: - procedere con urgenza alla verifica di tutti gli edifici “strategici”: scuole, ospedali, caserme, ponti e importanti vie di collegamento, e adeguare gli stessi ai più recenti criteri di resistenza sismica. - Programmare la progressiva messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato. - Finanziare Piani comunali di emergenza, e rendere i comuni consapevoli del ruolo di protagonisti da svolgere nella prima fase dell’emergenza, prima dell’arrivo della Protezione Civile. - Promuovere attività di volontariato e di associazioni utili a stimolare amministratori pubblici e cittadini alla cultura della prevenzione, con iniziative finalizzate alla conoscenza degli scenari di rischio e all’organizzazione del territorio. - Potenziare centri di ricerca mediante l’istallazione di un’articolata e diffusa rete di monitoraggio per ottenere un quadro esaustivo della vulnerabilità sismica del territorio anche per l’attività degli operatori civili negli scenari di emergenze/ disastri. - Istituire il Servizio Sismico e il Servizio geologico regionale previsto dalla legge regionale n.14 del 1980 dichiarata urgente, ma a tutt’oggi non ancora istituito. - Adeguare i Piani Strutturali comunali sulla base di approfonditi studi di microzonizzazione sismica e idrogeomorfologici con adeguate indagini geofisiche sull’intero territorio. Di queste e delle altre necessità per la messa in sicurezza delle popolazioni meridionali si dovrà tener conto nella definizione del “Progetto Casa Italia”, progetto che non può considerare solo o prevalentemente le richieste provenienti dai più forti e coesi territori del centro-nord. geologo Mario Pileggi del consiglio nazionale Amici della Terra

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XXXIV Convegno Nazionale FIDAPA BPW ITALY – PORDENONE

Si è tenuto il XXXIV Convegno Nazionale a Pordenone dal 17 al 19 giugno c.a. che ha visto una buona affluenza di socie provenienti da tutte le regioni italiane. Tra le iniziative qualificanti del Convegno l’incontro con le referenti del Comitato ad hoc Comunicazione, della Task Force Entrepreneurship e Mentoring. Sono state presentate le iniziative dei Gruppi di lavoro e la programmazione futura. Un momento simpatico è stato regalato all’assemblea dall’Ensemble Vocale FIDAPA Sezione di Pordenone, che ha cantato per le convegniste un repertorio di canzoni degli anni “Quaranta”, divertente e nostalgico. Il giorno 18 si è svolto il Convegno sul tema “L’importanza, il valore del talento femminile per un rinnovamento della società contemporanea”. La Presidente Nazionale Pia Petrucci ha ripercorso i momenti più intensi del Convegno Nazionale che si tenne nel 1986, che diede al pensiero delle donne FIDAPA una grande risonanza, rievocando in particolare la Presidente Nazionale Angelica Biacca Branca. Un articolo pubblicato da un giornale locale dell’epoca riportava il suo pensiero e il suo impegno “Puntare sulla formazione professionale e impadronirsi delle nuove tecnologie, ma soprattutto essere duttili nelle scelte” e ancora “Vogliamo che gli uomini riconoscano che, con il nostro lavoro, gioviamo più noi a loro che loro a noi”, anticipando così tante campagne attuali per il coinvolgimento degli uomini nel raggiungimento della parità di genere. La Presidente Nazionale Pia Petrucci, ha inoltre presentato due iniziative a favore della parità tra uomo e donna: la prima è la campagna promossa dalla BPW Europe e dalla Coordinatrice Europea, Karin Raguin, “Boardswithwomen”, la seconda “Heforshe” siglata in un protocollo di intesa con UN WOMEN, Comitato Nazionale Italia. Quest’ultima campagna vuole sensibilizzare gli uomini a collaborare all’abbattimento degli stereotipi di genere e di tutti gli ostacoli alla effettiva parità. Anche la Tavola Rotonda che è seguita sul Tema Nazionale “I talenti delle donne: una risorsa per lo sviluppo sociale, economico

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e politico del nostro Paese” ha trattato, con ampia panoramica, il problema della differenza di trattamento tra uomini e donne nel mercato del lavoro e di quanto è ancora difficile per le donne realizzare i propri sogni ed avere pari opportunità. Nomi illustri di donne hanno raccontato la loro storia umana e professionale e hanno evidenziato le ragioni del divario tra uomini e donne ancora esistenti. La Presidente Nazionale ha infine premiato Francesca Calì, una giovane ricercatrice che ha vinto la borsa di studio intitolata a Valeria Solesin, la studentessa veneziana morta nell’attentato al Teatro Bataclan di Parigi nello scorso novembre, con la tesi Magistrale “L’impatto della fecondità sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro”, incentrata sul confronto tra le opportunità di servizi che l’Italia e la Svezia offrono alle donne che intendono avere figli e nel contempo lavorare. Dal confronto l’Italia esce perdente, la carenza di servizi alla persona incide in modo sempre maggiore sulla scelta di avere figli. La Vicepresidente Nazionale Caterina Mazzella ha presentato le attività realizzate dalle sezioni nell’ambito del tema nazionale incluse anche quelle realizzate dalla sezione FIDAPA di Lamezia Terme sui “Talenti delle donne” tenutosi il 12-13-14-15 maggio c.a. Erano presenti per la sezione di Lamezia Terme la Presidente Angela De Sensi Frontera, la Vicepresidente Enza Galati, le socie Ippolita Lo Russo e Italia Leone, come socie delegate. Alla sera cena di gala presso Villa Cattaneo a Villanova di Pordenone, residenza del XVIII secolo, oggi adibita a incubatore di progetti creativi (INCUBATORE CULTURALE “POLO YOUNG”). Domenica 19 il convegno si è chiuso con un interessante seminario sul personal branding, processo attraverso il quale si elaborano strategie per la promozione di se stessi, organizzato dalle socie Young presso la Galleria Pizzinato, presente la Presidente Nazionale Pia Petrucci. Un ricordo affettuoso è stato rivolto a Livia Ricci, Past Presidente Internazionale BPW, recentemente scomparsa.

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Castellabate

Convegno Distrettuale 9/10/11 Settembre 2016 In un angolo di paradiso del Cilento, a San Marco di Castellabate, nell’albergo Approdo Resort Thalasso, posto sulla riva del mare, si è svolto il Convegno del Distretto Sud Ovest per l’anno sociale 2016, a cura della presidente prof.ssa Vincenzina Nappi. Ospiti d’onore: la pastpresidente nazionale prof.ssa Margherita Gulisano e la vicepresidente nazionale, Caterina Mazzella, delegata dalla presidente nazionale Pia Petrucci. Hanno partecipato molte presidenti con i comitati e le socie delle sezioni della Calabria, Lucania e Campania, le regioni che compongono il Distretto Sud

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Ovest. Il convegno è stato concepito come momento di verifica e di scambio delle varie manifestazioni delle sezioni. Attraverso la proiezione di più video, ogni presidente ha avuto modo di illustrare e commentare le attività più significative e originali realizzate, di spiegare le motivazioni delle scelte, di proiettarsi verso il futuro delineando nuove proposte operative. In apertura del Convegno, dopo l’inno nazionale, le tre relazioni sul tema principale delle tre presidenti: Vincenzina Nappi, Margherita Gulisano e, in chiusura, Caterina Mazzella.

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A rappresentare Lamezia Terme sono state Angela De Sensi Frontera, in qualità di presidente, le socie Rosarina Agapito, Letizia Cardamone, Ippolita Lo Russo, Costanza Falvo D’Urso, Italia Leone. Una escursione a piedi per il centro storico ha ricreato lo spirito e ha permesso di rivivere piacevoli momenti di relax in una atmosfera surreale, che ha richiamato alla memoria le immagini del film “Benvenuti al sud”, ambientato in quei luoghi. I doni della presidente, tra cui lo scugnizzo napolitano, hanno suggellato l’esperienza culturale e la cordiale ospitalità della Regione Campania. A.D.

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Inaugurato il Primo shop

Food Senza Glutine® a Lamezia Terme

Taglio del nastro per il primo negozio a marchio Food Senza Glutine® in Franchising a Lamezia Terme, inaugurato ieri sera in Via Adda n.28. Con oltre 50 marche di alimenti gluten free, prodotti artigianali freschi e confezionati erogabili dal Servizio Sanitario Nazionale, il nuovo Shop Food Senza Glutine® Lamezia Terme si aggiunge agli oltre 10 punti vendita già aperti in tutta Italia dal Format in Franchising nato nel 2013 dall’intuizione di Calogero Di Liberto, project manager e titolare del marchio registrato Food Senza Glutine®. Obiettivo è quello di offrire alle persone intolleranti al glutine, con patologie legate alla celiachia, e a tutti coloro che vogliono condurre un’alimentazione sana e leggera tutto ciò che occorre per mangiare in modo corretto ed equilibrato. Titolare del punto vendita Food Senza Glutine® Lamezia Terme, la giovane imprenditrice lametina Rossana Grande. Il titolare del marchio Calogero Di Liberto, che ha partecipato ieri alla serata di apertura del nuovo shop lametino, esprime “grande soddisfazione perché anche a Lamezia, città collocata in una posizione geografica strategica in Calabria e caratterizzata da una grande vivacità commerciale, una giovane imprenditrice sceglie di investire in un settore alimentare innovativo, che interessa una fetta sempre più consistente di popolazione, che va al di là delle persone con disturbi legati alla celiachia e all’intolleranza. Anche il punto vendita lametino, come è nella filosofia del nostro format, vuole offrire una vasta gamma di prodotti, dare informazioni ai clienti e supportarli nelle loro scelte alimentari. La bella partecipazione a

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questa serata inaugurale, per la quale abbiamo voluto regalare ai lametini un “Live Show Cooking” con lo “Chef per un Giorno” Giuseppe Russotti e la possibilità di assaggiare piatti sfiziosi gluten free, è la dimostrazione dell’attenzione e dell’interesse per uno stile alimentare salutare che tutti possono condurre con benefici per il benessere e per una buona qualità della vita”. Alla giovane imprenditrice Rossana Grande, gli auguri del Sindaco Paolo Mascaro, che ha presenziato all’inaugurazione, sottolineando “il valore sociale di un’attività come questa, che offre un servizio qualificato e prezioso a tante persone che hanno bisogno di questi prodotti per la loro alimentazione quotidiana, e il messaggio positivo lanciato da una ragazza che invece di emigrare sceglie di restare e investire in questa città e di fare impresa in un settore innovativo. E’ un segnale positivo che dobbiamo raccogliere tutti e sostenere”. Le persone intolleranti al glutine e celiache, la cui intolleranza sia stata riconosciuta a livello medico, potranno acquistare all’interno del punto vendita utilizzando il rimborso del buono spesa rilasciato dall’ASP per l’acquisto dei prodotti del negozio specializzato. Degustazioni di tutti i tipi per tutta la serata, preparate sul posto dallo “Chef per un Giorno” Giuseppe Russotti, che ha fatto apprezzare al pubblico lametino la qualità di piatti particolari a base di prodotti gluten free caratterizzati da una perfetta sintesi tra gusto e leggerezza.

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Gli insulti a

Roberto Benigni

per aver dichiarato di voler votare al referendum costituzionale

Roberto Benigni è un attore, un artista, di grande livello. Ha interpretato e diretto film molti dei quali sono stati definiti delle opere d’arte da tutta la critica specializzata. Per questi film ha ricevuto premi in numerosi Festival. Uno di questi, un autentico capolavoro, “La vita è bella”, gli è valso il premio Oscar quale migliore film straniero di quell’anno. Ha commentato in televisione, in modo mirabile, facendole comprendere a tutti, al colto e all’inclita, opere immortali quali, la Divina Commedia, I Dieci Comandamenti, la Costituzione italiana. Per queste sue performance ha ricevuto elogi e riconoscimenti universali. Alcune Università italiane gli hanno conferito la Laurea ad honorem. Quella della Calabria, lo ha onorato con la Laurea in Filologia italiana. Eppure in questi ultimi giorni gli sono piovuti addosso ingiurie irripetibili e colate di fango inimmaginabili. Perché? Cos’è successo? Qual è la colpa di cui l’attore toscano si è macchiato? Eccola: avere espresso apertamente la sua decisione di votare SI al prossimo referendum costituzionale. Questo “misfatto” non gli viene perdonato e per questo, unicamente per questo, è diventato improvvisamente, per una parte degli italiani, la bestia immonda da esporre alla gogna….il mostro da additare al pubblico ludibrio…….. Insomma, c’è una parte del popolo italiano

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SI

(molto probabilmente razzista…..) che non sopporta che una persona, soprattutto se conosciuta ed apprezzata per quello che vale e sa fare, possa esprimere idee diverse dalle proprie. In Germania, al tempo del Nazismo, chi si fosse azzardato a manifestare qualche critica dissonante con le SS ed il Regime, sarebbe stato mandato a morte o ai forni crematori. Per fortuna, oggi, da noi i forni crematori non ci sono. Esiste però la gogna mediatica che, mediaticamente, è l’equivalente dei famigerati, citati forni. Che tristezza! Che pena, leggere gli insulti e accorgersi della melma che in tanti in queste ore, stanno MANIANDU, facendo ricorso al dialetto lametino, (ma ‘un sanu, sti povari pisciaturi, ca cchjiù manianu ‘sta m…..a e cchjiù cci puzza ‘nte manu…..) e stanno rovesciando sul povero Benigni. Insulti e melma vomitati da persone, che legittimamente votano e fanno propaganda per il no, persino istruite, colte e da testate giornalistiche e giornalisti (a Scanzi, del Fatto quotidiano, andrebbe, per esempio, attribuito il Premio Nobel del dileggio tanto è stato greve e sporco il carico di insulti ed improperi con cui si è sfogato contro l’attore di Castiglion Fiorentino). Ma, spesso, lanciati anche da gente vile che si nasconde dietro l’anonimato ed è incapace, proprio perché vile, di mettere la faccia su ciò che scri-

ve o pubblica. E di gente, infine, che non sa nemmeno scrivere perché la prosa di costoro è piena di errori (orrori, avrebbe detto il mio compianto maestro di scuola elementare) e ritengo, se tanto mi da tanto, non sappia nemmeno spiccicare parola. Però, al riparo dell’anonimato, questa gente sente di poter restare impunita qualunque cosa scriva e quindi di poter impunemente, appunto, scagliare addosso a Benigni tutto l’astio, il livore, l’invidia che cova all’interno del proprio stomaco…….. dei propri intestini........ Ma perché, ripeto, tutto questo sta avvenendo? Perché, anche qui mi ripeto, Benigni ha espresso una intensione di voto opposta a quella di così numerosa marmaglia……… Ho visto diverse volte, anche da vicino l’eruzione dei due vulcani che si trovano nei “pressi” di casa nostra: lo Stromboli e l’Etna. Ma la colata lavica di entrambi questi due gioielli della natura, che inghirlandano il Basso Tirreno e la Sicilia e in uno dei quali, l’Etna, Dante Alighieri ha collocato la fucina del Fabbro Nettuno e dei Ciclopi, sono niente di fronte al diluvio di sputi che si è abbattuta sulla testa di questo artista che con il suo lavoro ha onorato ed onora l’Italia……qualunque sia la sua intenzione di voto in merito al referendum sulla riforma costituzionale.

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Stiano bene attenti però tutti questi denigratori di professione. Avviene spesso infatti che per un curioso gioco del soffiare del vento, lo spunto diretto contro un proprio “nemico” (in questo caso Roberto Benigni) prende una direzione opposta a quella verso cui è diretto e va a finire in faccia a chi lo ha lanciato…….Ed è proprio allora che costoro si accorgono di quanto maleodorante e putrida sia la loro saliva…….

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Concluso a Catanzaro il convegno

Esiste ancora il danno esistenziale? Dibattito a più voci sull’attualità di una categoria controversa”

Catanzaro, 8 ottobre 2016 - Nell’ambito delle attività del Centro di ricerca “Rapporti privatistici della P.A.”, coordinato dal Prof. Fulvio Gigliotti (ordinario di Diritto Privato presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro), e in collaborazione con la Scuola Superiore della Magistratura, Struttura Didattica Territoriale di Catanzaro (Responsabile per la formazione: Dr. Antonio Scalera, Consigliere della Corte d’Appello di Catanzaro), si è svolto ieri 7 ottobre 2016, presso il Dipartimento di scienze giuridiche, storiche, economiche e sociali, il convegno “Esiste ancora il danno esistenziale? Dibattito a più voci sull’attualità di

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una categoria controversa”. L’evento ha coinvolto molti prestigiosi relatori: Paolo Cendon, Attilio Gorassini, Daniela Infantino, Giulio Ponzanelli e Giacomo Travaglino. L’importante convegno è stato patrocinato e accreditato dall’Ordine degli Avvocati di Catanzaro. Numerosissimi, pertanto, gli avvocati, i magistrati, i docenti universitari, così come gli studenti dell’Università Magna Graecia presenti in aula.

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PALLONE

Il mondo nel Me lo chiedono in tanti: può essere in qualche modo educativo il gioco del calcio? Dio mio, io rispondo sempre “sì”, da anni. Ma un tempo -lo confesso- ero alquanto incerto nel motivare la mia risposta affermativa. Lo sport educa, non c’è dubbio, la gioventù ha principi di vita morale e fisica più sani; lo sport toglie i ragazzi dalle strade, riporta in un ambiente dove alla cura del fisico si accompagna un certo rispetto del prossimo soprattutto nell’approfondire il concetto di realtà. Ma il calcio? È educativo uno sport che vede di interpreti principali -I calciatori e tecnici- diventare famosi Kuiper, i favolosi ingaggi che percepiscono ed i “tifosi” passare alle cronache soprattutto per le risse che domenicalmente organizzano? Ebbene, anche il calcio -da sempre- ha dato qualcosa ai giovani, non foss’altro una ragione di vita per quelli che

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lo hanno scelto come professione o diletto. Ma solo da poco tempo ho avuto la possibilità di dare ai miei interlocutori una risposta soddisfacente: per me e -credoper loro. Da quando, cioè, l’editoria sportiva è uscita dagli angusti spazi italiani per giostrare sulla scena internazionale. Ha scoperto che gli appassionati di calcio erano stanchi di cronache parrocchiali e volevano una finestra sul mondo. Si è messa al lavoro e l’ha aperta, questa finestra, rendendo possibile -attraverso il calcio- il primo efficace incontro dei giovani con la realtà europea da tante parti predicata ed il più delle volte malintesa. Se è vero che lo sport affratella i popoli, E’ ancora più vero che una efficace informazione sui fatti, gli ambienti, i personaggi del calcio internazionale oltre a creare un’atmosfera di amicizia operante, fornisce anche i presupposti per conoscere al meglio il prossimo,

pur attraverso la banalità di un gioco. E conoscersi vuol dire capirsi, incontrarsi, unirsi. Questa è la grande realtà del calcio internazionale alla quale già diversi giornalisti si sono dedicati trovandovi anche un respiro professionale più profondo, uno spazio d’azione meno provinciale e vuoto. Hanno consentito -oggi- di affidare agli appassionati di calcio più aperti ed “istruiti” un testo completo destinato a diventare una sorta di “Bibbia” nel calcio internazionale, che porterà il lettore a vivere le atmosfere magiche delle Coppe Europee e dei Mondiali ma soprattutto a conoscerne l’intima essenza che è fatta di nomi umili ed altisonanti, di cifre banali e sbalorditive: nomi e cifre dietro le quali si cela la realtà fascinosa del gioco e dello spettacolo più grande del mondo: il calcio.

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2016 brividi

L’orrore, si sa, è il genere cinematografico “principe”, quello da cui oggi (e ieri) diramano una miriade di sottogeneri, ma soprattutto il codice con il quale il cinema ha da sempre attentamente analizzato la situazione culturale e sociale della sua contemporaneità. È anche un genere che è quasi sempre sinonimo di successo al botteghino, e che per questo germina e genera sequel, remake e reboot a spron battuto. Il 2016 è stato un anno ricchissimo, sotto questo aspetto: solo andando a memoria, si sono succeduti il nuovo -e probabilmente, per fortuna, ultimo- capitolo di uno dei brand cinematograficamente più importanti degli ultimi anni, Paranormal Activity: The Ghost Dimension; il ritorno di un franchise che ha letteralmente spopolato una ventina di anni fa e che diede vita (anzi, rianimò e portò alla gloria) ad un filone inaugurato negli anni ‘70 dal nostrano Ruggero Deodato con Cannibal Holocaust, ovvero Blair Witch; la seconda parte -senza contare lo spinoff- del nuovissimo The Conjuring, Il Caso Enfield; e il remake di un corto che ha furoreggiato su youtube, Lights Off; un altro remake, di cui avremmo chiaramente potuto fare a meno, Amityville Horror; il bellissimo 10 Cloverfield Lane, che con furbizia e intelligenza riprende l’originale Cloverfield solo nella titolazione; e per finire, il terzo episodio del politicissimo La Notte Del Giudizio, con Election Day. Partiamo da Paranormal Activity. Uno dei giochi migliori, più belli, più stratificati e importanti culturalmente, che il cinema può fare è quello della riflessione metatestuale, riflettendo contemporaneamente su sé stesso e sulla distinzione labile fra realtà e finzione. Parlando di vero e falso, non poca confusione fece all’uscita Paranormal Activity, il fenomeno del 2007 che ancora una volta cambiò volto al genere, arricchendolo e dandogli nuove sfaccettature. Una giovane coppia, una casa, una spirito. La sinossi del film di Peli sta tutta qui, e non per indeterminatezza della trama, bensì semplicemente perché l’idea (geniale, semplicissima e vincente) dell’autore è questa, ovvero riportare l’orrore, e il cinema -ai tempi di Avatar- al suo ground zero. Il vuoto della trama contro il vuoto d’idee: in fondo, la chiave di lettura di Paranormal si aggroviglia e si inerpica intorno a questo concetto a tema fondante e fondamentale. Figlio diretto del mockumentary Blair Witch Project, l’opera prima di Oran Peli gioca con lo spettatore senza promettere e senza mantenere mai nulla. Poco importa se in sala fa poca paura: Paranormal Activity è un film casalingo in tutti i sensi, perché il suo senso ultimo va cercato, trovato e “sentito”(o “visto”) sulla poltrona di casa, perché viene da quattro mura e deve essere percepito fra

La notte

La notte ha ripreso il suo lamento: vaga anima stanca fra oscure nebbie. Suona la sua cetra

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quattro mura. Sorta di Dogma 94 aggiornato ai giorni nostri, smaliziati e deflorati dal 3D, il film corre lineare su una storia vecchio stile che fa fare qualche sussulto ma inquieta, a livello narrativo, solo per la sua straordinaria, povera e qualunquistica quotidianità; e convince, a livello teorico, per la sua ingenua e maliziosa semplicità. Che poi, Paranormal Activity sia diventato un po’ il simbolo della new wave horror del Nuovo Millennio, e contemporaneamente abbia raccolto i semi e germinato su quanto detto fino a qualche riga fa sull’immagine, sul suo potere e sullo sfruttamento che se ne sta facendo oggi sul Grande Schermo, probabilmente al regista/creatore neanche è sfiorato (nel momento in cui Spielberg dichiarava di essersi spaventato alla visione del film, e decideva di distribuire in sala l’opera anche grazie alla lungimiranza della Paramount): ma si sa, tutte le correnti di pensiero, tutte le nouvelle vague arrivano per caso, ti travolgono e neanche te ne accorgi. Il finto found footage di Paranormal Activity (si, qua abbiamo abbandonato il finto documentario) era forse incubatrice ideale per raccogliere lo studio sull’immagine che il cinema horror stava compiendo in quel periodo, sfruttando inconsapevole il successo di BWP ma allo stesso tempo rendendo chiari concetti filosofici molto vicini alla pipa di Magritte. Questa non è una pipa; e per dirla affine al nostro tema, questo non è ciò che voi pensate di vedere, ma quello che io decido voi vediate. Oppure, quello che voi volete vederci. È tutto qua il succo filosofico della saga di Paranormal Activity, che nel 2010 sforna un sequel/prequel a firma Tod Williams che, cavalcando stancamente l’onda del capostipite si limita a continuare il gioco della casa infestata attraverso la quotidianità di una famiglia inconsapevole. Unico spunto interessante, l’uso “neutrale” delle telecamere a circuito chiuso -nella storia- che incolpevoli mostrano quanto accade nella casa: cosa che sarà ripresa e moltiplicata da Ariel Schulman ed Henry Joost, i registi dei due capitoli successivi. Il quarto capitolo, con un colpo di coda geniale quanto inaspettato, aumenta a dismisura le fonti video: webcam di computer portatili, telecamere nascoste, fotocamere di videofonini, addirittura sensori ad infrarossi per allarmi… fino ad arrivare a girare la scena forse più agghiacciante di tutta la quadrilogia con una webcam. L’idea di Peli si è trasformata nel tempo in una saga che indaga le possibilità semantiche del linguaggio cinematografico, innovando là dove moltiplica lo sguardo e include lo spettatore come parte attiva.

L’angolo della Poesia poggiando il capo su reminiscenze dolorose. S’inginocchia dolcemente accanto al letto. Tenta di consolarmi.

Ancestrale

Non cerco nell’ ombra della sera cirri di luna da buttare a mare. Ma fra il verde delle foglie fauni e folletti per dissacrare la paura.

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L’ultimo capitolo uscito in sala, il citato Paranormal Activity: Ghost Dimension, che è incentrato sui Fleeges - il padre, la madre Emily la loro giovane figlia Leila -che si trasferiscono in una casa e scoprono l’esistenza di una videocamera e di una scatola di videocassette nel garage. Quando guardano attraverso le lenti della telecamera cominciano a vedere che tra loro si sta svolgendo un’attività paranormale - tra cui la ricomparsa di Kristi e Katie. La regia e la storia di Gregory Plotkin niente tolgono ma neanche niente aggiungono al senso del testo: il gioco è logoro, le possibilità narrative usurate e sfinite, e il film è di una noia pazzesca. Neanche un sussulto sulla poltrona che possa giustificarne la visione. Abbiamo nominato più volte The Blair Witch Project, pietra angolare e punto di svolta per tanto cinema di genere. Perché nel 1999 il cinema cambia. Di cambiamenti e svolte epocali sembra piena, la storia della Settima Arte: ma a ben guardare, sorvolando sulle ovvie rivoluzioni del sonoro e del colore, sono ben poche nell’epoca moderna le svolte che hanno effettivamente influito sulla materia del Cinema. E a dispetto di buona parte della critica talebana (quella da salotto buono, per intenderci), The Blair Witch Project fa parte di quest’ultimo, ristretto gruppo. Il ritrovamento di un filmato amatoriale girato in gran parte in super8, parte in 16 mm, mostra tre ragazzi (Heather, Mickey e Josh) che, dopo aver intervistato gli abitanti di Burskettville sulla leggenda della strega di Blair, si avventurano nella foresta di Black Hills. Si perderanno inizieranno misteriose manifestazioni sovrannaturali; scompariranno uno ad uno. Bel film o enorme (e gonfiato ad arte) caso mediatico? Tra realtà e finzione, fra abilissima messa in scena e horror ruspante, si aggira questo breve e ipnotico cult di fine millennio. BWP è un’atmosfera, non una storia propriamente detta; è un’idea, uno spunto, una suggestione. Un testo da sviluppare ognuno nel proprio angolo (buio), un angosciante racconto intorno al fuoco: il sapiente e furbesco uso della mdp a spalla rapisce e scombussola quanto basta a far perdere le coordinate sensoriali, così che BWP diventa un progetto, un esperimento, un game da vivere in soggettiva, con il proprio sguardo perso fra i rami secchi della foresta. Un game, un sottotesto teoretico sullo sguardo, sulla sua potenza, sulla sua forza: “uno strumento magico, un filtro attraverso il quale ti crei tu una tua verità”. E’ l’ultima frontiera, la frantumazione della quarta parete: mentre realtà e finzione si mescolano, mentre smette di avere importanza dove finisce il gioco e inizia la vita, il cinema soffia sulla materia e crea la sua verità. È così che, di certo inconsapevolmente, Sanchez e Myrick sfondano le frontiere di un nuovo universo da esplorare. Forse è un caso, che BWP chiuda un secolo e ne apra un altro. Eppure, sembrava difficile, come si è detto sopra, vedere tutto questo nel 1999 in questo (apparentemente) innocuo filmetto a bassissimo budget: ma chi ci ha visto giusto aveva già intrapreso la strada verso nuovi orizzonti. L’anno successivo John Berlinger prova a dirigere il seguito: e fa bene a non seguire per niente la strada teorica tracciata da Sanchez e Myrick, dirigendo invece

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un onestissimo horror che sfrutta la leggenda del primo film, perché ciò che rendeva originale e coinvolgente The Blair Witch Project, ossia l’effetto documento-verità, non poteva ovviamente essere ripetuto. Quindi, pur mantenendo una certa ambiguità nel rapporto fra realtà e finzione, BW2 assume la forma di un horror tradizionale di media levatura. Discretamente recitato, con una colonna sonora adeguata comprendente, fra gli altri, brani di Marylin Manson e Death in Vegas, il film tuttavia non decolla. La lezione sembra però che non è stata recepita da Adam Wingard, che quest’estate ci ha deliziato con Blair Witch, il vero e proprio seguito della storia originale. Oltre un decennio più tardi dalla scomparsa nel Maryland della sorella Heather, James e altri cinque compagni di viaggio fanno ritorno nella foresta di Burskettville (già Blair) muniti di telecamere nella speranza di trovarla viva e documentare il tutto. Si misureranno con l’ombra della strega. Inutile dire che il moltiplicare dei punti di vista tecnologici non aumenta affatto la densità del film, che invece sembra copiare stancamente canoni e regole del found footage: non si può entrare due volte nello stesso bosco, avrebbe detto il filosofo, a meno di non rassegnarsi ad essere in due posti che il passare del tempo ha reso diversi. Alle porte del terzo millennio, gli esordienti Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez avevano dato vita a un’operazione artistica e commerciale piuttosto elementare e tuttavia senza precedenti nel cinema horror. Il capostipite The Blair Witch Project (1999) come abbiamo visto era meno di un film quanto a produzione e costruzione drammaturgica e insieme più di un film per com’era stato realizzato: girare un falso documentario in soggettiva montando un finto found footage da 16 mm. in cui per 90 minuti circa viene dato corpo al fantasma della visione è un becero ma radicale esercizio di cinefilia. I protagonisti, che nei panni di se stessi interpretano tre studenti della settima arte al Montgomery College, sono prede unicamente dello spettatore alla cui immaginazione finiscono in pasto. Il cinema è morto, viva il cinema. Un trucco spicciolo per ricordarci che il cinematografo è una stregoneria, e che la strega siamo noi. Una lezione a voler dar seguito alla quale si rischiava perfino di diventare accademici. Con un passo indietro lungo diciassette anni rispetto al sequel apocrifo di Berlinger, Adam Wingard e lo sceneggiatore Simon Barrett firmano un sequel passivo che non solletica e non soddisfa, e che ha la nostalgia inerte di un remake circolare. A voler fare la differenza, stavolta, è l’ausilio delle tecnologie più recenti: un drone radiocomandato, Gps, tablet, videocamere HD fissate ai rami e action cam posizionate su tutto il corpo attoriale che moltiplicano angolazioni e punti di vista. Tutto ciò, in buona sostanza, allo scopo di consentire al regista una pluralità dei movimenti di macchina che tradisce, almeno nello spirito, la soggettività dell’assunto. Con l’aggravante, sul piano del puro intrattenimento, di non centrare un jump-scare anche in ragione dell’inadeguato supporto del sound design, per cui si ha l’impressione che a muoversi fuori campo sia un pachiderma anziché una strega. (1- continua)

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Spropositi d’Autunno In un’Italia da slogan, politica da festival in decadenza, ottuse promesse un po’ da cabaret di terza categoria, in una crisi anche e soprattutto di senso critico da parte di ex cittadini sempre più sudditi svaniti e dimentichi, al via il boom della buona scuola, delle riforme costituzionali che ci cambieranno la vita, delle pensioni non pensioni e del pensionato innominabile ormai termine sinonimo di volgare parolaccia, insomma società in svendita, da annullare, specie se sei italiano di nascita e razza, prove per essere di serie B C... ok ok arrivo già alla zeta, sintetizzo. Vacanze forzate degli anziani italiani alle Canarie, Sofia, Marte Nettuno, il più lontano possibile dai buonismi accoglienti e integrazionisti, eppure tutto va bene, chi se ne frega, la brutta scuola, il voto truffa, il toto-calcio ai giovani cervelli sbattuti ed esteri per lasciar posto ai bombarda-parole del toto-truffa “tieniti stretta la poltrona”, sempre più buonisti e accoglienti sognando un nobel per la pace: vedi noi ex cittadini italiani come siamo belli e buoni e superiori e senza problemi? Che

il

vuoi che sia qualche anziano picchiato qua e là? Ha importanza un italiano senza casa gettato per strada e per giunta malato? Italiano??? Handicap e vergogna, rossore di viso, Italiano senza Stato e senza Chiesa, integrato-disintegrato a se stesso, minus a speranza zero. Non ci rimane che sfogliare la margherita, m’ama non m’ama m’ama e cantare un gospel... Per l’Autunno mi propongo uno stile francese tipo foglie morte, direi cadute e ingiallite, come italo-europei orfani di occidente, colpevoli di non voler guardare sempre e solo dove ci comandano i boldripolitici. Colpevoli... Si, vorrei ricordare la teoria del “bello”, mi hanno rottamato, ci hanno confiscati, nessuno ci cercherà. Italiani. Chi li ha visti? Devo integrarmi, ok vado a studiare, dunque la teoria del “brutto”... Spropositi d’Autunno...

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