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Verso il futuro Inps, tra disservizi e accordi illegittimi. Riforma Sistema previdenziale ENPACL Il contratto a progetto Licenziamenti per giustificato motivo Nessun condono per i Comuni 12 12 12 Relatori d’eccezione per la Riforma Fornero Parliamo di IMU I Quaderni del Consulente


Verso il futuro Inps, tra disservizi e accordi illegittimi. Riforma Sistema previdenziale ENPACL Il contratto a progetto Licenziamenti per giustificato motivo Nessun condono per i Comuni 12 12 12 Relatori d’eccezione per la Riforma Fornero Parliamo di IMU I Quaderni del Consulente

8 dicembre, l’Immacolata Concezione a Roma

N°36 - 30 novembre 2012 Periodico telematico - Reg.Tribunale di Roma n. 280 del 20 settembre 2011 House Organ del Consiglio provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma - Pubblicazione quindicinale Direttore Responsabile Lorenzo Lelli Comitato Scientifico Gabriella Di Michele - Aldo Forte Giuseppe Sigillò Massara Pierluigi Matera - Antonio Napolitano Antonio Maria Rinaldi - Vincenzo Scotti Virginia Zambrano Redazione Eleonora Marzani Massimiliano Pastore Daniele Donati Giuseppe Marini Paolo Stern Andrea Tommasini Aldo Persi Editore Ordine dei Consulenti del Lavoro Consiglio Provinciale di Roma IT 00145 Roma RM Via Cristoforo Colombo, 456 Tel. 06 89670177 r.a. - Fax 06 86763924 www.consulentidellavoro-roma.it Segreteria: segreteria@cdlrm.it Ente di Diritto Pubblico Legge 11-1-l979 N.12 Redazione: TheWorldOfIlConsulente@cdlrm.it Questo numero è stato chiuso in redazione il 30-11-2012


Nasce un nuovo business: Stp - Società tra professionisti

Editoriale

Care colleghe e cari colleghi, voglio parlare di STP, le leggendarie società tra professionisti. La STP, già in uso tra gli avvocati dal 2001, con la Legge di stabilità 2011 (Legge n. 183 del 12/11/2012) è stata introdotta per tutte le altre professioni. La normativa prevede che si possano costituire società per l’esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico, secondo tutti i modelli societari regolati dal codice civile. Fondendo le attività professionali intellettuali con quelle economiche, differenti per definizione ed obiettivi, attraverso l’imminente emanazione di un dedicato Regolamento attuativo. Il Cup guidato dal nostro Presidente Marina Calderone, si è reso disponibile alla stesura del Regolamento, proprio per evitare che vengano meno quelle garanzie e la professionalità che finora hanno contraddistinto le categorie ordinistiche. L’art. 10 della citata legge, al comma 4, lettera b), regolamenta l’ammissione dei soci come segue: “l’ammissione in qualità di soci dei soli professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi, anche in differenti sezioni, nonché dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea, purché in possesso del titolo di studio abilitante, ovvero soggetti non professionisti soltanto per prestazioni tecniche, o per finalità di investimento”. Tale ultima affermazione allarga notevolmente la rosa dei potenziali soci operanti nella STP, lasciando ampi margini per l’intrusione nel mondo delle professioni ordinistiche di realtà con poche competenze tecniche specifiche, incentrate all’aspetto meramente economico, cito “per finalità di investimento”, mercificando il servizio offerto dal consulente e svilendo il codice deontologico che contraddistingue e regolamenta queste tipologie di professionisti. Lo stesso articolo al comma 8, inserisce un’ulteriore estensione per queste società: “La società tra professionisti può essere costituita anche per l’esercizio di più attività professionali”. Potrebbero costituirsi delle corporazioni, delle multinazionali, delle Holding di multi professionalità, tese alla crescita economica, al monopo-

lio del mercato, perdendo di vista l’effettivo fabbisogno del Cliente, il tutto amplificato esponenzialmente dal difficile ambito in cui si configura: una spietata crisi economica che non sembra voler mollare la presa. Mi vengono in mente esempi lampanti di grandi studi legali internazionali che salvano dalla condanna quelli che sanno bene essere colpevoli di gravissimi reati, per quadrare i conti, guadagnare milioni e aumentare la fama della propria corporazione. E, la storia insegna, sicuramente la grande società, con molteplici servizi e fantastici effetti speciali, si mangerà in un boccone il piccolo solitario professionista. Sussiste, per assurdo, un ulteriore rischio: anche se è espressamente definita dalla predetta norma l’esclusione dalla società del socio che sia stato cancellato dal rispettivo albo con provvedimento definitivo, esiste la possibilità che lo stesso, acquisendo un altra competenza professionale o anche solo tecnica, rientri nella STP dalla “porta di servizio” con altro titolo ma sicuramente con le stesse mansioni! Benvenuti nella giungla delle STP, il business del futuro! Ma quali tutele stiamo dando al cliente? Quale rassicurazioni diamo al collega professionista? Quale futuro prepariamo al giovane collega che si affaccia oggi alla professione? Dopo la riforma delle professioni ordinistiche, dopo l’abolizione delle tariffe professionali, dopo il riassetto a livello nazionale della loro gestione istituzionale, era davvero necessaria l’istituzione delle STP? Si rischia di allargare a personalità con competenza dubbia il lavoro da sempre svolto esclusivamente dal professionista e rigorosamente controllato dagli Ordini di riferimento. Non possiamo far altro che aspettare e sperare che la Regolamentazione di queste nuove società, oggi ancora in fase di studio, possa renderci delle tutele concrete ed efficaci per la conservazione della nostra professionalità, della coerenza delle istituzioni, per sostenere e crescere i giovani professionisti in un ottica di competenza e rispetto professionale, al contempo salvaguardando responsabilmente la nostra clientela.

The world of il Consulente 1


Sommario

In Focus

1 the world of

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Riforma Sistema previdenziale ENPACL

Novità ed evoluzione della Previdenza di Categoria di Adalberto Capurso

il Consulente

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Inps, tra disservizi e accordi illegittimi.

L’editoriale del Presidente di Adalberto Bertucci

Il contratto a progetto

Problematiche ispettive dopo la riforma Fornero di Gianfranco Cioffi

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4

Licenziamenti per giustificato motivo oggettivo

Cdl, anello di congiunzione tra leggi e imprese, necessaria la nostra collaborazione per aumentare la produttivita’

Ribadito il ruolo fondamentale dell’operato della Categoria al supporto delle istituzioni, elogio alla Presidente del Consiglio Nazionale, la dottoressa Marina Elvira Calderone, dai Ministri presenti per i risultati raggiunti dalla Categoria e per il ruolo di consolidamento delle unioni svolto. In perfetta sintonia il Presidente del Consiglio Provinciale di Roma, il Dott. Adalberto Bertucci, che ribadisce il ruolo di sostegno ed attuazione da parte dei Consigli Provinciali, alla Presidenza Nazionale.

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Dalle profezie dei Maya alla nuova Europa

Relatori d’eccezione per la Riforma Fornero

Al Seraphicum oltre 500 persone ad ascoltare gli illustri relatori di Andrea Tommasini

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Parliamo di IMU

All’Oly Hotel una platea di oltre 240 professionisti per parlare di IMU di ludiala

Come si evolve il ruolo delle Direzioni Terriotriali del lavoro di Eufranio Massi

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Nessun condono per i Comuni

I Comuni non devono fare i condoni fiscali

2 The world of il Consulente

di Maurizio Villani

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I Quaderni del Consulente

La mediazione fiscale obbligatoria ex art. 17-bis D. Lgs. 546/92


Ordine

Convegno ULTIME NOVITA’ PENSIONISTICHE DOPO LA RIFORMA FORNERO Lunedì 03/12/2012 ore 15:15 Hotel Mercure Roma West Viale Eroi di Cefalonia, 301 Roma – (zona EUR Spinaceto)

Relatrice: Silvia Tinganelli - Funzionario INPS

Tavola Rotonda LA COMUNICAZIONE QUALE ELEMENTO FONDAMENTALE PER L’ECONOMIA E LA GESTIONE DI UN’IMPRESA CORRETTAMENTE ORGANIZZATA Venerdì 07/12/2012 ore 14:30 Sede Ordine

Via C. Colombo 456, Roma – (zona Basilica S. Paolo) Relatore: Andrea Tommasini - Executive della Comunicazione

Chi fosse interessato a partecipare potrà prenotarsi esclusivamente attraverso il ns. sito internet www.consulentidellavoro-roma.it – “Prossimi Eventi – dettaglio- partecipa” (inserendo nome utente e password). Ricordiamo inoltre ai prenotati, che in caso di sopravvenuta impossibilità a partecipare al suddetto evento formativo, va effettuata la relativa disdetta, per dar luogo alla prenotazione da parte di altri iscritti. (art. 9 del Regolamento FCO)


Nazionale

Cdl,anellodicongiunzionetraleggi eimprese,necessarialanostra collaborazioneper aumentare laproduttivita’ Ribadito il ruolo fondamentale dell’operato della Categoria al supporto delle istituzioni, elogio alla Presidente del Consiglio Nazionale, la dottoressa Marina Elvira Calderone, dai Ministri presenti per i risultati raggiunti dalla Categoria e per il ruolo di consolidamento delle unioni svolto. In perfetta sintonia il Presidente del Consiglio Provinciale di Roma, il Dott. Adalberto Bertucci, che ribadisce il ruolo di sostegno di Andrea Tommasini ed attuazione da parte dei Consigli Provinciali, alla Presidenza Nazionale.

C

Redazione Cultura

OLLABORARE CON I CONSULENTI DEL LAVORO, ANELLO DI CONGIUNZIONE TRA LEGGI E IMPRESE, PER AUMENTARE PRODUTTIVITA’, queste in sintesi le importante dichiarazioni rilasciate da chi è preposto od è stato precedentemente preposto, alla guida del delicato dicastero del Lavoro e della Previdenza Sociale.

L’attuale Ministro del Lavoro L’on. Prof.ssa Elsa Fornero, al fianco della Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, la Dott. ssa Marina Elvira Calderone, in occasione dell’importante Congresso Straordinario dal titolo “VERSO IL FUTURO” che si conclude oggi 30 novembre 2012 all’Auditorium di Roma, ha confermato la necessità di collaborazione con la categoria. Un’occasione creata per parlare insieme di futuro. Uno straordinario evento con un record di adesioni per discutere sulle modalità di potenziamento della rete professionale attraverso la quale tutte le componenti della categoria dialogheranno con gli iscritti. In una lettera aperta alla Categoria, la Presidente del Consiglio Nazionale ha infatti spiegato”…è giunto il momento di soffermarci a riflettere su quale futuro

Dott.ssa Marina Elsa Fornero Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

4 The world of il Consulente

Dott.ssa Marina Elvira Calderone Presidente Consiglio Nazionale Ordine Consulenti del Lavoro

vogliamo per la nostra professione e sulle azioni che la Categoria deve porre in essere per sostenere chi, come i giovani, scommette su un avvenire da libero professionista”. Ieri 29 novembre, dopo i saluti di rito e la magistrale prolusione iniziale della dottoressa Marina Elvira Calderone – Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, la Ministra Fornero ha dichiarato alla Categoria che è “NECESSARIA LA VOSTRA COOPERAZIONE”. Ha poi chiarito con grande serenità che la riforma del lavoro ha dei punti buoni, e che quelli che non sono ancora così buoni, potranno essere migliorati e cambiati in tal senso, nella più costruttiva collaborazione. Ha però messo in guardia che siamo “ rimproverati in Europa per un mercato del lavoro segmentato con


Dott. Adalberto Bertucci Presidente del Consiglio Provinciale di Roma dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro

una forte area di precarietà, soprattutto per giovani, donne e anziani”. Ha poi ricordato quanto il “mercato del lavoro sia particolarmente delicato e complesso da richiede grande professionalità e poi ha aggiunto: “ dichiarando di voler lavorare sull’apprendistato, collaborando con i Consulenti del Lavoro per aumentare la produttività nell’interesse del paese. Ha inoltre sottolineato la stretta necessità di cooperare, affinchè ognuno metta a disposizione le proprie competenze, non solo al servizio del proprio ruolo, ma del nostro Paese. Rispetto all’esigenza fondante di progettualità, ha sottolineato che i Consulenti del lavoro possono contribuire in modo significativo in tal senso. “…Il mercato del lavoro…”, ha poi concluso, “….è estremamente delicato, richiede grandissima professionalità e per questo i consulenti del lavoro svolgono un grande compito.” Il Suo predecessore, L’On. Maurizio Sacconi, Senatore e former Ministro del Lavoro rende merito alla professionalità della Categoria con la quale dichiara di aver collaborato profondamente, nella comprensione che dice di aver approfondito e maturato nel corso del suo dicastero, che le Leggi, prima di essere portate in Parlamento, vanno fatte leggere a chi ogni giorno è chiamato poi ad applicarle, portando

On. Cesare Damiano Past former Ministro del Lavoro

ad esempio il libro unico, quale positivo risultato della collaborazione fra Ministero e Categoria. Stigmatizza altresì la difficoltà dell’Italia, con particolare riguardo agli imprenditori stranieri che desiderano investire nel nostro Paese, il quale non è in grado di offrire certezza del diritto ed in conseguenza di ciò, garanzia sugli investimenti dei capitali stranieri. Dopo i complimenti alla Presidente Nazionale Marina Elvira Calderone per aver significativamente contribuito all’unione della Categoria, l’ex ministro ha precisato che il futuro della categoria è ancorato nelle professioni ordinistiche che svolgono funzioni sussidiarie ed in tal senso la legge sulle professioni andrebbe rivista distinguendo tra professioni regolamentate e non. Nel delineare il futuro della categoria, ha altresì sottolineato come i consulenti del lavoro siano consulenti di comunità in quanto le imprese vengono intese come comunità di valori oltre che di produttività. “I consulenti del lavoro dovrebbero puntare sulla contrattazione di prossimità, sulla detassazione della produttività e nell’arbitrato nel contenzioso del lavoro e portare l’impresa ed i lavoratori a condividere

On. Sen. Maurizio Sacconi Senatore e former Ministro del Lavoro

rischi e produttività, così facendo aiuterebbero il mercato del lavoro a fare il salto da una dimensione ideologica ad una dimensione di risultato, ha dunque concluso. Nell’intervento poi del past former Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, l’On. Cesare Damiano, si chiude l’excursus storico del dicastero del lavoro nella Sua considerazione che “…nei Cdl, che considera anello di congiunzione tra le leggi e le imprese…” ad ulteriore sottolineatura dell’importante ruolo da essi svolto. Dall’On. Damiano ci viene anche una importante considerazione su come la concertazione “vecchio stampo”, sia necessario cambiarla in quanto, non è più possibile procedere come un tempo ed ai Governi deve essere lasciata l’autonomia decisionale che gli compete. Senza necessariamente

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Nazionale

On. Paola Severino Ministro della Giustizia

dover attendere che tutti si possano trovare in accordo. “Un conto è l’ aula universitaria, altra cosa è il Paese reale”, l’On. ribadisce che i Consulenti del lavoro devono essere ascoltati perché hanno in mano i problemi. Damiano esprime disaccordo con il ministro tecnico Elsa Fornero sugli ammortizzatori sociali e prevede traumi al lavoro e all’impresa per questo modo di fare le riforme. L’ex ministro, inoltre, resta molto critico sugli esodati. La sua preoccupazione, chiarisce, non è rivolta all’assistenzialismo, ma alla mancanza dei finanziamenti per gli ammortizzatori sociali per il 2013 per effetto delle quali, annuncia, un forte impatto sociale sulla disoccupazione come effetto di ricaduta. Intervento positivo anche da parte dell’On. Paola Severino - Ministro della Giustizia, la quale ha stigmatizzato che “La nostra categoria è composta da persone che vogliono costruire e che quella è la nostra forza”. Un intervento, quello del Ministro, che è già novità per il solo fatto che per la prima volta il Ministro che non si occupa di professioni partecipa ad un congresso di categoria, ma che poi si estrinseca nella descrizione di una professione che, secondo il Ministro, è necessaria per superare le difficoltà del momento. “Il nostro Paese”, ha sottolineato la Severino, “ha un disperato bisogno di rinnovamento, partendo proprio dal lavoro, e trovare un punto di riferimento (i Consulenti del Lavoro) all’interno delle professioni che comprenda le varie difficoltà, è una situazione straordinaria. Il consulente del lavoro ha attitudini a risolvere i problemi e i temi dell’accesso, della formazione e della socializzazione sono il futuro delle professioni; ci vuole qualità e formazione per il professionista del futuro”. Ma non è tutto. Il Ministro Severino parla anche di mediazione alla luce dell’incostituzionalità della stessa che ha di fatto annullato per il momento la sua obbligatorietà, e sulla stessa si esprime in modo favorevole, par-

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tendo però dall’assunto che qualsiasi istituto per diventare obbligatorio deve essere condiviso. E la condivisione dei caratteri della mediazione, secondo la Severino, sicuramente porterà un beneficio per la collettività ma anche per la deflazione del contenzioso giudiziario. Un’ultima novità riguarda il provvedimento relativo ai parametri per la liquidazione dei compensi giudiziari ai consulenti. Gli uffici del Ministero hanno concluso l’iter e si trova ora al Consiglio di Stato per il parere; questo consentirà ai consulenti del lavoro di avere il regolamento per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi ai sensi dell’articolo 9 del Dl 1/2012. Salutando i congressisti il Ministro Severino si è congratulato con la Presidente e con il lavoro di tutti i dirigenti della categoria, sottolineando che la “forza dei Consulenti del Lavoro è l’unione delle categoria”. Interviene poi il dott. Adalberto Bertucci - Presidente del consiglio Provinciale di Roma, il quale facendosi portavoce del saluto di tutto il Consiglio Provinciale di Roma alla Presidente Nazionale ed attraverso di Lei a tutti gli altri Consigli Provinciali ed ai presenti tutti, sottolinea la delicatezza del momento che la Categoria ed in generale il Paese sta vivendo, ribadendo che Roma “non ha abbassato la guardia” e che è “ attenta e vigile” sui cambiamenti e “pronta a dimo- Dott. Francesco Longobardi Presidente ANCL SU strare il valore del nostro lavoro. Ringraziando la Presidente Nazionale per averlo invitato, ribadisce che le riforme in corso non sono ancora “in linea con le aspettative” osservando, la non coerenza, per esempio, che per un Apprendista si possano prevedere sino a 5 anni di progetto formativo, mentre per un professionista siano stati stabiliti 18 mesi di praticantato come requisito di accesso necessario e sufficiente. Prosegue poi, sottolineando con soddisfazione, la rappresentatività in termini di qualità e composizione del Consiglio Provinciale di Roma, all’interno del quale continua ad accrescersi il numero dei Laureati e di conseguenza il livello culturale della Categoria, nonché la forte presenza di donne e giovani e meno giovani. Un fragoroso applauso, accompagna poi il suo rin-


graziamento a tutti i predecessori, vivi e/o non più presenti, ai quali dobbiamo la Legge 79 che ha fatto grande la Categoria. Un particolare ringraziamento è giunto inoltre dal Presidente Dott. Alessandro Visparelli Presidente ENPACL Bertucci alla Presidente Nazionale Calderone ed a tutto il Consiglio Nazionale per il lavoro e le battaglie sin qui svolte a tutela della categoria assicurando pieno e rinnovato sostegno. Rispetto al Consiglio Nazionale ha poi assunto una posizione difensiva, rispetto alla considerazione che si sarebbe atteso da parte dell’ANCL un’azione di denuncia preventiva alle battagli avviate dal CNO che non avrebbero dovuto trovarsi solo nelle battaglia, assicurando con grande affetto la sua piena collaborazione e supporto per il proseguimento delle azioni future, sottolineando che la rappresentatività istituzionale compete al Nazionale e che la posizione dei Consigli Provinciali, Roma in prima linea, è a totale supporto attuativo delle linee d’indirizzo a difesa e sostegno della Categoria Ha poi dato un incisivo messaggio di sostegno e vicinanza a tutti i Colleghi della Categoria, ribadendo la necessità di superare i motivi di disagio e sofferenza degli iscritti, sottolineando anche la necessità di una vera e profonda unione fra le componenti del Nazionale ed i consigli Provinciali, esaltando le capacità di tutti coloro deputati alla guida dell’Ordine Nazionale e nel suo complesso e chiarendo pubblicamente la chiarezza e la lealtà delle azioni di politica interna intraprese. Ha poi concluso il suo intervento sottolineando a tutti i presenti che “il futuro ci appartiene e non è solo una parola”, dobbiamo esserne protagonisti. Intervento ancora a cura di Francesco Longobardi - presidente ANCL SU, il quale ha confermato la sua presenza al fianco del Consiglio Nazionale dell’Ordine a sostegno di azioni di proposta, sottolinenando la positiva unione e compattezza della Categoria in tempi di riforma che prevedono tempi di Praticantato troppo brevi per una buona preparazione, eliminazione dei riferimenti tariffari che crea confusione, società tra professionisti con ingresso dei soci che non deve rappresentare una scorciatoia per lo svolgimento della professione da parte degli abusivi. Importante anche la campagna pubblicitaria lanciata

da poco dall’ANCL per sensibilizzare i datori di lavoro e gli imprenditori ad affidarsi ad un Cdl. Professioni non regolamentate e protocollo siglato dall’INPS sono state oggetto di riflessione in quanto le decisioni avrebbero dovuto essere prese solo dopo aver contattato gli interlocutori principali ed abilitati dalla legge, quali sono i Cdl. Parlando poi di previdenza, brillante l’Intervento di Alessandro Visparelli - Presidente ENPACL il quale ha definito il Congresso un appuntamento importante verso il futuro, affermando che a suo avviso, il migliore modo di guardare al futuro e quello di presentarvi la nuova previdenza che garantirà la sostenibilità della cassa per i prossimi 50 anni”. Un salto verso il sistema contributivo un sistema equo, fondato soprattutto con un patto tra le generazioni tra i colleghi di oggi e quelli di domani. Il presidente ha precisato che “il compito di tutti noi è sarà quello di favorire l’entrata di nuove forze, e di nuova linfa perché il nostro patrimonio primario restano gli iscritti, e le casse oggi sono in buone mani infatti garantiranno la sostenibilità per 50 anni”. Il nostro è un sistema a ripartizione ed abbiamo bisogno che la categoria si sviluppi e l’Ente sarà sempre presente a finanziare progetti, economie di scala per poter vincere questa sfida. ”Favoriremo l’aggregazione tra i giovani per garantire il nostro volume d’affari e faciliteremo l’incontro tra i colleghi che escono ed i giovani che vorranno entrare nel nostro ordine”. In conclusione del suo intervento Alessandro Visparelli ha rimesso nelle mani di della Presidente Calderone il compito di chiarire se il reddito delle società professionali dovrà essere di carattere autonomo o d’impresa, questo punto sarà essenziale per consentire questo salto verso il futuro della professione e della previdenza dei consulenti del lavoro. Ulteriori interventi autorevoli, anche a cura del Prof. Stefano Mustica, Docente di “Teoria dei nuovi media” presso la Link Campus University, che ha presentato al Congresso st raordina r io l’indagine sugli scenari della professione che fotografa la categoria, la crescita e il dettaglio delle caratteristiche degli iscritti e reProf. Stefano Mustica lativi punti di for-Docente di “teoria dei nuovi media” Link za e di debolezza. Campus University

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Previdenza

Riforma Sistema previdenziale ENPACL Novità ed evoluzione della Previdenza di Categoria di Adalberto Capurso Coordinatore Delegati ENPACL di Roma

E

ra necessario per il rispetto dei termini fissati dall’art. 24 comma 20 della L. 201/2011 riformare il nostro sistema previdenziale ed approvarne la sua riforma entro il 30/09/2012. Abbiamo in realtà corso, ma alla fine siamo riusciti il 27/09/2012 dopo il vaglio dei delegati Enpacl a garantire le richieste di sostenibilità cinquantennale dei nostri conti ed abbiamo nel contempo licenziato uno statuto e un regolamento che è sicuramente più snello più adeguato ai tempi e indirizzato al contenimento di costi. Su quest’ultimo punto basti pensare alla riduzione dei componenti il consiglio e delegati, alla convocazione a mezzo Pec, alla possibilità di versamento con F24 con i benefici che tale procedura consente, all’ampliamento (aimè) della rateizzazione dei debiti portata ora ad anni 5. Anche in materia di trasparenza si è fatto un passo in avanti dando risalto, con le modifiche degli articoli di ineleggibilità, alle assenze ingiustificate dei delegati, alla definizione di data certa per l’approvazione dell’ultimo bilancio e così di seguito. Una riforma a mio avviso che ritengo di poter definire, si migliorabile, ma comunque una riforma in linea con i tempi. Con notizia dell’ultim’ora, apprendiamo che i Ministeri vigilanti hanno espresso parere favorevole alla riforma da voi proposta. Abbiamo visto e vedremo in

futuro pubblicazioni di schede che raffrontano il vecchio e il nuovo e che saranno sicuramente utili a noi ma soprattutto ai giovani consulenti ai quali la riforma è stata indirizzata e che alla fine dovrebbe garantire loro un

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futuro che valorizzerà la professionalità e l’impegno professionale prestato nello svolgimento dell’attività. Ora però, vorrei lanciare dalla nostra rivista, un appello ai vertici dell’Ente di Previdenz a


affinché per il prossimo futuro vaglino la possibilità di risolvere alcuni problemi dei quali sono stato investito nella qualità di coordinatore dei delegati di Roma. Primo fra tutti la possibilità per i pensionati non Enpacl di vedersi riconosciuta la riduzione, se non l’abbattimento del contributo obbligatorio, pur mantenendo l’iscrizione al proprio ordine provinciale. Siamo nostalgici e ci teniamo dopo una vita di soddisfazioni ma anche di grandi sacrifici a continuare la vita associativa. Sempre in materia di pensionati è necessario anche colmare

il buco che si è venuto a creare con la convenzione sottoscritta con EMAPI che vede un distinguo tra i pensionati da una certa data sulla possibilità di poter aderire per sé e propri familiari al piano complementare assicurativo. Sono certo che il Consiglio Direttivo si adopererà per la risoluzione di queste piccole ma, per alcuni, grandi problematiche. A conclusione di queste poche note di commento un cenno al contributo che dal 2013 dovremo versare: Obbligatorio - aliquota fissa del

12% su un imponibile minimo di 17.000,00 euro e un imponibile massimo di 95.000,00 (fasce imponibili reddituali sono annualmente rivalutabili con delibera Consiliare) che sarà pari ad un contributo obbligatorio minimo di euro 2.040,00 e massimo di euro 11.400,00, con possibilità per giovani e pensionati di opzione. Integrativo - 4% con un versamento minimo di euro 300,00. In attesa della auspicata ripresa economica auguro a tutti i colleghi e al consiglio direttivo Enpacl un buon lavoro.

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Lavoro

Ilcontratto aprogetto Problematiche ispettive dopo la riforma Fornero

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di Gianfranco Cioffi Avvocato

I

l recente Convegno di Aggiornamento Professionale, tenutosi il giorno 08.11.2012, presso la Sala Convegni dell’Oly Hotel in Roma, ha rappresentato un proficuo momento di riflessione, anche in ordine alle modifiche apportate dalla “Riforma Fornero” al contratto di collaborazione a progetto, permettendo un confronto tra i diversi punti di vista dei consulenti del lavoro e degli ispettori del lavoro. Preliminarmente, va ricordato che l’istituto del contratto di collaborazione a progetto (articoli 61 e seguenti del decreto legislativo n. 276/2003) è, almeno dal 2003, oggetto di continua attenzione da parte del legislatore finalizzata ad arginarne l’utilizzo elusivo rispetto ad altre forme di rapporto di lavoro. Ed, infatti, la Riforma Fornero, più che dettare nuove regole rispetto alla disciplina dei contratti di collaborazione a progetto, tenta di limitarne la tipologia di lavoro a quelli effettivamente autentici, attraverso alcune indicazioni che offrono una sorta di “interpretazione autentica” del testo previgente. Va, anche, evidenziato che, probabilmente, tale impostazione risente soprattutto delle risultanze “pratiche” delle attività ispettive in materia, in quanto è proprio su alcune cruciali problematiche che la Riforma ha fornito disposizioni cogenti. La Riforma, ribadisce che i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione, devono essere riconducibili ad uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore e che il progetto dovrà essere funzionalmente collegato al risultato finale da raggiungere e non potrà essere identificato con l’oggetto sociale del com-

mittente. Inoltre, in modo molto pragmatico, viene eliminata la possibilità di stipulare i co.co.pro. in riferimento al “programma” e/o alle “fasi di esso” dall’articolo relativo al progetto da conseguire, mentre viene, altresì, chiarito che tale rapporto dovrà essere indipendente dal tempo impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa. Non sarà, dunque, possibile una collaborazione a progetto per lavori generici, con attività meramente esecutive o ripetitive, che, però, potranno essere individuate dai contratti collettivi nazionali. Per questo motivo, l’oggetto del progetto dovrà essere più specifico e dovrà possedere i requisiti di determinatezza, ed inoltre, dovrà essere individuato il suo contenuto caratterizzante ed il risultato finale che si intende conseguire. Anche per quanto riguarda il compenso corrisposto ai collaboratori a progetto, la Riforma Fornero rammenta che esso dovrà essere proporzionato alla quantità ed alla qualità del lavoro eseguito, anche se rimarca un indubbio elemento di criticità, rilevato nell’attività ispettiva, e cioè che tale compenso non potrà essere inferiore ai minimi stabiliti in modo specifico per ciascun settore di attività, da parte dei contratti collettivi nazionali di categoria, ed in relazione alle mansioni equiparabili svolte dai lavoratori

1 Ai sensi della circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 18 marzo 2004, il presente contributo è da considerarsi di natura personale e non impegnativa per la Pubblica Amministrazione (N.d.A.)

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subordinati. In assenza di contrattazione collettiva specifica, inoltre, il compenso non potrà essere, comunque, inferiore, a parità di estensione temporale dell’attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza sia analogo a quello del collaboratore a progetto. Una innovazione abbastanza rilevante, invece, concerne la disciplina del recesso anticipato. In materia di recesso anticipato dal contratto a progetto, il legislatore ha previsto che le parti possono recedere esclusivamente per giusta causa, e, più specificamente che il committente potrà recedere prima della scadenza del termine qualora siano emersi oggettivi profili di inidoneità professionale del collaboratore tali da rendere impossibile la realizzazione del proget-

to, mentre il collaboratore potrà recedere prima della scadenza del termine, dandone preavviso, nel caso in cui tale facoltà sia prevista nel contratto individuale di lavoro. In pratica, è stata prevista una limitazione della facoltà, in capo al committente, di recedere dal contratto prima della realizzazione del progetto. Tale limitazione viene meno, esclusivamente, in caso di oggettiva incapacità professionale del prestatore di lavoro che rende irrealizzabile del progetto stesso1. Inoltre, la riforma, nello stabilire che le nuove disposizioni si applicheranno ai contratti di collaborazione stipulati successivamente alla data di entrata in vigore della riforma, introduce le due vere importanti novità in tema di co.co.pro. La prima, di ordine contributivo2, stabilisce un graduale aumento delle aliquote contributive, che prevede, nel periodo 2013 – 2018, il raggiungimento dell’aliquota del 33% per i collaboratori

1 Per quanto riguarda il collaboratore, l’eventuale rescissione del contratto prima della scadenza è possibile esclusivamente se ciò è previsto dal contratto individuale e quindi soltanto se il lavoratore ha la forza contrattuale di prescrivere, tra gli articoli del contratto, questa possibilità. Inoltre, la norma specifica che l’eventuale rescissione del contratto da parte del collaboratore, prima della scadenza naturale, presuppone da parte di quest’ultimo una comunicazione anticipata al committente ed un periodo di preavviso, anch’esso contrattualmente previsto. 2 A parere dello scrivente, proprio per ottenere più certamente l’obiettivo di “ridurre al minimo l’utilizzo dei co.co.pro., a favore del più sostanzioso contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.

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Lavoro

iscritti alla gestione separata ed il tetto del 24% per i collaboratori pensionati o iscritti ad altra gestione. E’ chiaro che, a regime, la scelta del co.co.pro. sarà effettuata solo se effettivamente aderente ai criteri di alta professionalità del collaboratore e se ritenuta più conveniente per il committente. La seconda novità, infine, di ordine esclusivamente pratico, pone rimedio ad una problematica che si riscontra in fase di ispezione, tra datori di lavori, consulenti ed ispettori e riguarda la cd. “presunzione di subordinazione”. Infatti, è prevista una presunzione assoluta circa il carattere subordinato del rapporto di lavoro, qualora l’attività esercitata dal collaboratore sia analoga a quella prestata dai lavoratori dipendenti dall’impresa committente. Ciò non varrà per le attività ad elevata professionalità, previsti dai CCNL. Viene, infine precisato che la mancata individuazione del progetto determinerà automaticamente la trasformazione del rapporto in lavoro subordinato3. Da un punto di vista eminente pratico, va sottolineato come, in tali evenienze, acquista importanza decisiva e fondamentale, la verbalizzazione, sia del verbale di primo accesso che delle “dichiarazioni spontanee” del lavoratore.

Il richiamo va, immediatamente, alla “Sezione I” del verbale di primo accesso (Elenco dei soggetti individuati sul luogo di lavoro), e segnatamente alla III colonna della tabella [riportante la dicitura “Il soggetto è stato visto svolgere la seguente attività (descrizione analitica, abbigliamento e altri elementi utili. Indicare se acquisita dichiarazione)], che, laddove compilata correttamente ed esaustivamente, comporterà, sicuramente, una netta diminuzione della “conflittualità interpretativa” tra ispettore del lavoro e consulente – professionista del datore di lavoro. Resta inalterata, per le considerazioni finali che seguiranno, una unica problematica, quella dei cd. “contratti certificati”. Per essi, in assenza di una qualsivoglia ulteriore determinazione, resterà in vigore, la cd. “procedura aggravata” prevista dalla Riforma Biagi (impossibilità di contestazione immediata delle violazioni rilevate, impossibilità di irrogare le sanzioni previste per le violazioni, relazione all’Ufficio, tentativo eventuale di conciliazione dinanzi alla Commissione di Certificazione che ha rilasciato la certificazione, eventuale ulteriore procedimento giurisprudenziale avverso il diniego di annullamento della certificazione). Ma, soprattutto, continuerà ad esistere la possibilità di avere una diversa qualificazione giuridica del rapporto di lavoro (co.co.pro. e non 3 La disposizione non fa altro che riprendere ciò che ave- subordinato) laddove il giudice decida per l’auva già disciplinato l’articolo 69 del decreto legislativo n. tonomia della prestazione dei rapporti co.co.pro 276/2003 (Riforma Biagi). certificati dedotti in giudizio.

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Lavoro

Licenziamenti per giustificato motivo oggettivo Come si evolve il ruolo delle Direzioni Terriotriali del lavoro

di Eufranio Massi Direttore della Direzione territoriale del Lavoro di Modena

L

a legge n. 92/2012, modificando attraverso l’art. 1, comma 40, l’art. 7 della legge n. 604/1966 e puntando ad una deflazione del contenzioso in materia di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, affida alla commissione provinciale di conciliazione istituita ex art. 410 cpc, il compito di espletare un tentativo di conciliazione della controversia, secondo un iter che presenta una lontana somiglianza, per alcuni aspetti, con quello previsto, per le riduzioni collettive di personale, dall’art. 4 della legge n. 223/1991. Ciò appare, almeno a livello di intenzioni, positivo in quanto si accelera presso la sede amministrativa quella fase di confronto tra datore di lavoro e lavoratore finalizzata a trovare possibili soluzioni sia alternative al recesso che economiche, avendo ben presente che con i cambiamenti normativi intervenuti nel nuovo articolo 18, la soluzione giudiziale nei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo è soltanto di natura risarcitoria (beninteso, in caso di sussistenza della motivazione economica o, comunque, riferibile al giustificato motivo oggettivo nel quale la giurisprudenza di legittimità ha ricompreso una serie di ipotesi strettamente correlate sia all’organizzazione che al funzionamento dell’impresa e scaturenti da situazioni oggettive). Fatta questa breve premessa è necessario verificare, nel concreto, le modalità applicative partendo dalla individuazione dei soggetti nei confronti dei quali trova applicazione. Sono tenuti al rispetto della norma tutti i datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo occupino alle proprie dipendenze più di quindici unità o più di cinque se imprenditori agricoli: la norma trova applicazione anche nei confronti del datore, imprenditore o non imprenditore, che nello stesso ambito comunale occupi più di quindici lavoratori, pur se ciascuna unità produttiva non raggiunga tali limiti (anche per

l’imprenditore agricolo dimensionato oltre le cinque unità vale lo stesso principio) e, in ogni caso, a chi occupa più di sessanta dipendenti. Ai fini del computo i lavoratori a tempo parziale indeterminato sono calcolati “pro – quota” in relazione all’orario pieno contrattuale, mentre non si computano il coniuge ed i parenti entro il secondo grado sia in linea diretta che collaterale. A tale casistica va, poi, aggiunta l’ipotesi prevista dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 143 del 23 aprile 1998: la c.d. “tutela reale” può essere estesa anche ai lavoratori dipendenti dalle imprese dimensionate sotto le sedici unità, qualora le stesse, in sede di contrattazione collettiva, si siano impegnate a garantire tale maggiore tutela,

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cosa che si registra, con una certa frequenza, in alcune aziende del settore cooperativo. La previsione ricalca quanto già affermato dal Legislatore del 1970: da ciò scaturisce la piena validità di alcuni indirizzi consolidatisi nel corso degli anni passati presso la Suprema Corte come quello secondo il quale il calcolo della base numerica deve essere effettuato non già nel momento in cui avviene il licenziamento, ma avendo quale parametro di riferimento la c.d. “normale occupazione” nel periodo antecedente, senza tener conto di occasionali contrazioni dell’occupazione. Il datore di lavoro, sul quale grava, in giudizio, l’onere di dimostrare l’esistenza dei requisiti che lo portano al di sotto della


“soglia” (Cass., n. 7227/2002), può provare che il calo è stato determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive (v. Cass., n. 2546/2004; Cass. n. 13274/2003; Cass., n. 12909/2003; Cass., n. 5092/2001). Tale problema risulta ancora più accentuato in quelle aziende ove, per motivi di mercato o di attività svolta in periodi predeterminati, l’occupazione è “in un certo senso” fluttuante: qui la giurisprudenza, fermo restando che l’onere della prova circa la consistenza numerica spetta al lavoratore, è oscillata tra un concetto di media (Cass. n. 2546/2004) ed uno di “normalità” della forza lavoro, riferita all’organico necessario in quello specifico momento dell’anno (Cass., n. 2241/1987; Cass., n. 2371/1986). Un altro tema che va affrontato e risolto riguarda la non computabilità di alcune tipologie contrattuali, per effetto di specifiche dizioni legislative come: gli assunti con rapporto di apprendistato (qualunque sia la tipologia ed ivi compresi i c.d. “apprendisti in mobilità”) in quanto l’art. 7, comma 3, del D.L.vo n. 167/2011 li esclude espressamente, ripetendo la dizione adoperata dall’art. 21 della legge n. 56/1987; gli assunti con contratto di inserimento, fino a quando tale contratto rimarrà nel nostro ordinamento (esso è stato abrogato dall’art. 1, comma 14, ed ai contratti stipulati entro il 31 dicembre 2012, trovano applicazione, fino alla scadenza, le vecchie disposizioni); gli assunti con contratto di reinserimento ex art. 20 della legge n. 223/1991, pur se tale tipologia è rimasta nel nostro ordinamento quale mero “retaggio storico”, atteso che è

rimasta pressoché inutilizzata negli ultimi venti anni; gli assunti, già impiegati in lavori socialmente utili o di pubblica utilità assunti, secondo la previsione contenuta nell’art. 7, comma 7, del D.L.vo n. 81/2000; i lavoratori somministrati che, per effetto dell’art. 22, comma 5, del D.L.vo n. 276/2003, non rientrano nell’organico dell’utilizzatore; Vanno, invece, compresi nell’organico aziendale i soci lavoratori delle società cooperative di produzione e lavoro che, successivamente all’associazione, hanno sottoscritto un contratto di lavoro subordinato secondo la previsione contenuta nell’art. 1, comma 3, della legge n. 142/2001, i lavoratori a domicilio, i lavoratori sportivi professionisti che, pur non compresi nell’applicazione della c.d. “tutela reale”, in virtù dell’art. 4, comma 9, della legge n. 91/1981, rientrano nel computo dimensionale del proprio datore di lavoro ed i lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto. Il computo parziale nell’organico non riguarda soltanto i lavoratori ad orario ridotto a tempo indeterminato come detto, esplicitamente, dalla norma, ma anche quelli intermittenti, grazie all’art. 39 del D.L.vo n. 276/2003, che li computa nell’organico dell’impresa “ai fini dell’applicazione di norme di legge, in proporzione all’orario di lavoro effettivamente svolto nel’arco di ciascun semestre” o quelli “in lavoro ripartito” computati complessivamente in relazione all’orari svolto e che vanno considerati come un’unità allorquando l’orario complessivo coincida con il tempo pieno. Un’altra questione che va, preliminarmente, esaminata, ri-

guarda la motivazione (che è bene, ricordarlo, in questa fase è rimessa alla sola valutazione del datore di lavoro) del licenziamento quale riferibile ad un giustificato motivo oggettivo, secondo quanto l’art. 3, seconda parte, della legge n. 604/1966, prevede. La dottrina e la giurisprudenza lo hanno ricondotto, negli anni, ad ipotesi di ristrutturazione di reparti, di soppressione del posto di lavoro, di terziarizzazione e di esternalizzazione di attività. Le prime due non possono essere genericamente individuate ma debbono essere ricondotte alla esigenza di dover, necessariamente, “cancellare” o ridurre quel reparto o, a maggior ragione, quel posto di lavoro nel quale si trova ad operare il dipendente, con l’impossibilità di una utilizzazione in altre mansioni compatibili con quella rivestita. A ciò vanno aggiunte anche altre ipotesi che fanno riferimento alla inidoneità fisica, ai provvedimenti di natura amministrativa che incidono sul rapporto (ad esempio, il ritiro della patente di guida o di un tesserino di ingresso rilasciato dalle autorità doganali agli spazi aeroportuali). Un discorso a parte va fatto per il superamento del periodo di comporto: le Sezioni Unite della Cassazione, con alcune pronunce risalenti al 1980, non lo hanno considerato giustificato motivo oggettivo, ma hanno ritenuto che la risoluzione del rapporto discendesse direttamente dall’applicazione dell’art. 2110 c.c. . La necessità del tentativo obbligatorio di conciliazione si palesa anche allorquando il datore intenda effettuare più licenziamenti individuali nell’arco temporale di centoventi giorni senza raggiungere la soglia di

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Lavoro cinque: qui, ci si trova di fronte a “recessi plurimi” per esigenze oggettive dell’azienda, tutti ricadenti nella procedura, oggi, prevista per i licenziamenti individuali e non in quella disciplinata dall’art. 4 della legge n. 223/1991. Ovviamente, nel caso in cui la Direzione territoriale del Lavoro si accorga che il datore ha chiesto più di cinque tentativi di conciliazione deve ritenere non ammissibile la procedura dovendo il datore di lavoro attivare quella di mobilità prevista dalla legge n. 223/1991). Ma quando è che si può parlare di licenziamento individuale oggettivo? Senza avere una pretesa di esaustività si può affermare che ciò ricorra, oltre che nelle ipotesi appena evidenziate, anche in caso di installazione di un impianto o di una procedura completamente sostitutiva o in caso di licenziamento per cambio appalto (nei casi in cui non si preveda una ricollocazione presso il nuovo datore di lavoro), o in caso di licenziamento di un lavoratore con contratto a tempo indeterminato in edilizia, nell’ipotesi della fine della fase lavorativa o della fine del cantiere. Fatta questa breve premessa, andiamo a vedere come si deve comportare un imprenditore alle prese con una ipotesi di recesso determinata da motivazioni economiche. Stando al dettato del nuovo art. 7 della legge n. 604/1966, è obbligato ad inviare una comunicazione scritta alla Direzione del Lavoro competente per ambito territoriale (indicato sulla base del luogo di svolgimento dell’attività da parte del dipendente) e trasmessa per conoscenza al diretto interessato. Il contenuto deve far riferimento

all’intenzione di procedere al licenziamento per un motivo oggettivo, deve indicarne le motivazioni, nonché le eventuali misure di assistenza finalizzate ad una eventuale ricollocazione. La comunicazione si intende inviata a “buon fine” nei confronti del lavoratore, se spedita al domicilio indicato nel contratto o quello, successivamente, indicato o, infine, se consegnata a mano con ricezione attestata da una firma sulla copia. Il comma 3 non sembra prevedere altre forme di conoscenza “legale” delle intenzioni del datore di lavoro da parte del dipendente, neanche quella, prevista in altri provvedimenti normativi, della “consegna a mano” non ritirata e firmata dal dipendente, ma avvenuta alla presenza di testimoni. Alcuni chiarimenti esplicativi si rendono necessari. C’è, innanzitutto, da osservare che, a differenza del tentativo facoltativo di conciliazione, previsto dalla legge n. 183 del 2010 ove i luoghi teatro dell’iter “teoricamente possibili” erano aumentati a dismisura (si pensi, a tutti gli organismi di certificazione, o alle camere ed ai collegi arbitrali che si cumulavano a quelli “tradizionali” come la sede amministrativa, quella sindacale o quella giudiziale), la procedura compositoria della lite relativa alla “proposta di licenziamento” si può svolgere soltanto in un posto, quello ove insiste la commissione di conciliazione istituita presso la Direzione territoriale del Lavoro, la cui composizione è espressione delle organizzazioni datoriali e sindacali maggiormente rappresentative a livello territoriale e che, quasi sempre, opera attraverso sotto commissioni composte da un rappresentante di parte dato-

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riale, da uno di parte sindacale e da un funzionario della DTL, delegato dal proprio Dirigente. Infatti, a differenza dell’art. 413 cpc che, indirettamente, radicando la competenza del giudice del lavoro, individua anche quella della Direzione territoriale del Lavoro per il tentativo facoltativo di conciliazione e che prevede “fori alternativi” (quello ove è sorto il rapporto, quello ove si trova l’azienda o la dipendenza in cui è addetto il lavoratore, o dove prestava la propria opera al termine del rapporto, o, per, i rapporti parasubordinati quello del domicilio dell’agente), il nuovo art. 7 della legge n. 604/1966 individua con il solo luogo di svolgimento dell’attività del dipendente, l’organo periferico ministeriale competente per territorio. Ma quali sono le modalità ed i contenuti della comunicazione datoriale? L’art. 410 cpc, nella versione riformata dall’art. 31 della legge n. 183/2010, parla di “raccomandata con avviso di ricevimento”, e la nota del Ministero del Lavoro del 25 novembre 2010, non andando oltre il mero dettato normativo, esclude altre modalità di conoscenza come il fax che, peraltro, possiede una propria specifica valenza che discende dal DPR n. 445/2000. In ogni caso, si ritiene pienamente valida una nota inviata alla Direzione del Lavoro, attraverso il sistema di “posta elettronica certificata”. Pur non essendo affermato in maniera esplicita, la comunicazione va effettuata per iscritto. Tale convinzione scaturisce da due elementi: il primo riguarda l’indicazione della motivazione del recesso e la descrizione delle misure, eventuali, di assistenza alla ricollocazione, il secondo scaturisce dal fatto


che la comunicazione deve essere inviata sia alla DTL che al domicilio del lavoratore. La carenza di comunicazione non è sanabile ed inficia sia la procedura che l’eventuale recesso adottato in violazione della stessa. C’è, su questo punto, una sorta di analogia con l’iter previsto per la riduzione collettiva di personale per la quale, tuttavia, il comma 45 dell’art. 1, individua una strada per la sanabilità dei vizi concernenti la comunicazione iniziale, attraverso la sottoscrizione di un accordo sindacale. La comunicazione è fondamentale in quanto consente di conoscere le cause, e di conseguenza aprire la discussione, che determinano, ad avviso del datore, la necessità di procedere al licenziamento. Rispetto alla comunicazione ex art. 4 della legge n. 223/1991 che, riguardando una generalità di persone può non necessariamente essere analitica e puntuale (potendo essere più “ben focalizzata” nel corso dell’esame congiunto), quella relativa al solo licenziamento individuale deve presentare caratteristiche più precise, avendo l’imprenditore già individuato (a differenza della procedura collettiva) il soggetto nei confronti del quale esercitare l’azione di recesso; tutto questo, secondo principi di “correttezza” e “buona fede” alla luce dei principi ribaditi dalla Suprema Corte con la sentenza n. 7046/2011. Anche le misure attivabili ai fini di una ricollocazione (che, peraltro, sono eventuali) vanno individuate con una certa puntualizzazione, in quanto possono facilitare la soluzione della controversia. Per quel che riguarda la individuazione delle misure alternative, di ricollocazione o di assistenza alla ricol-

locazione, va ricordato come la stessa Cassazione le abbia, con la sentenza n.6625 del 23 marzo 2011, abbia affermato che non necessariamente debbano avere la caratteristica del lavoro subordinato, ben potendo, l’offerta caratterizzarsi con una prospettiva di lavoro autonomo o in cooperativa: ciò che non è ammesso è l’assenza di qualsiasi garanzia reale in termini di flusso e di lavoro. Si è detto che la nuova procedura riguarda tutti i lavoratori subordinati di datori di lavoro cui si applica la “tutela reale”: da tale ambito di applicazione sono, a mio avviso, esclusi i dirigenti per i quali, da sempre, la tutela è affidata a norme contrattuali particolari. I tempi del tentativo di conciliazione sono, necessariamente, brevi e, in questa ottica, il comma 3 del nuovo art. 7 della legge n. 604/1966 impone un preciso onere alla Direzione territoriale che ha ricevuto la nota datoriale: quello di convocare le parti, avanti alla commissione provinciale di conciliazione, entro il termine perentorio di sette giorni. La nota, che deve contenere il giorno e l’ora della convocazione la quale deve essere abbastanza ravvicinata ed urgente, pur nei limiti concessi dalla calendarizzazione dell’attività ordinaria, va inviata con lettera raccomandata o, in alternativa (cosa possibile per gran parte delle aziende), attraverso “pec”. Forme alternative di invio della lettera di comunicazione, attesa la necessità di coniugare la certezza dell’invio (anche ai fini di possibili riflessi sul successivo iter giudiziale) con l’effettiva conoscenza della data della riunione da parte degli interessati, non se ne vedono (tranne, ovviamente, i casi sporadici di “consegna

a mano”). Una breve considerazione va fatta su relativamente ai limiti dimensionali: ritengo che l’Ufficio non abbia alcun potere di sindacare, al momento della richiesta, il numero dei dipendenti, magari accertando presso il sistema delle comunicazioni obbligatorie il personale in forza o facendosi produrre documentazione dal datore di lavoro, atteso che, anche alla luce della normativa vigente, appare assai improbabile che un’impresa medio piccola (con meno di sedici dipendenti) scelga la strada del tentativo obbligatorio: infatti, con l’iter previsto dalla legge n. 108/1990, il datore di lavoro può risolvere il rapporto di lavoro in quanto l’eventuale risoluzione illegittima è sottoposta soltanto alla tutela risarcitoria compresa, in via generale (fatte salve alcune specifiche eccezioni), tra le 2,5 e le sei mensilità. I tempi ristretti postulano la necessità di un diverso modo di organizzazione sia dell’Ufficio vertenze della Direzione del Lavoro che dell’attività della commissione di conciliazione: una volta pervenuta la richiesta, la convocazione delle parti dovrebbe essere fatta subito, indicando una data ravvicinata per l’incontro e, magari, prevedendo riunioni “straordinarie” dell’organo conciliativo cosa che, se non ha effetti sul funzionario dell’Ufficio destinato a presiedere l’organo (attesa la possibile intercambiabilità sulla base della delega direttoriale), la può avere sui “membri esterni” che, in genere, svolgono altre attività e che svolgono il “munus” di componenti dell’organo collegiale in piena gratuità e senza alcun rimborso. Il nuovo comma 5 dell’art. 7

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Lavoro offre la possibilità alle parti di essere assistite dalle organizzazioni di rappresentanza cui siano iscritte o abbiano conferito mandato o da un componente la RSA o la RSU, da un avvocato o da un consulente del lavoro. Anche in questo caso vanno chiarite alcune questioni. La prima concerne la possibilità che le parti siano o meno presenti avanti alla commissione di conciliazione o possano farsi rappresentare da un soggetto terzo munito di apposita delega, per la cui validità valgono le regole generali, ma che può essere autenticata anche da un funzionario della Direzione territoriale del Lavoro, come ammesso chiaramente nella nota del 25 novembre 2010 del Segretario Generale del Dicastero del Lavoro, inviata alle strutture periferiche del Ministero in occasione della entrata in vigore della legge n. 183/2010. Ritengo tuttavia (ma

ge anche dalla previsione contenuta nel comma 9 dell’art. 7, allorquando si afferma che “in caso di legittimo e documentato impedimento del lavoratore a presenziare all’incontro di cui al comma 3 – si tratta di quello fissato dalla commissione – la procedura può essere sospesa per un massimo di quindici giorni”. La necessità della effettiva presenza delle parti è rafforzata dal fatto che nel corso della discussione potrebbero emergere soluzioni alternative al licenziamento che possono essere diverse ed articolate e perciò la presenza di coloro che sono, in ultima analisi, i diretti interessati, è strettamente necessaria. La seconda riguarda i soggetti che possono assistere le parti nella fase conciliativa. Si parla di organizzazioni di rappresentanza (sia datoriali che sindacali) o, in alternativa, di rappresentati sindacali aziendali, di avvocati e di consulenti del la-

q u i la decisione spetterà al Dicastero del Lavoro) che, in un’ottica di semplificazione, potrebbero adottarsi le forme “semplificate” di delega già in uso per le “conciliazioni monocratiche”. Pur non escludendo che, in linea di principio, le parti possano, nelle forme usuali, delegare altri soggetti alla trattazione, evinco che dall’articolato emerga la necessità, estremamente necessaria sotto l’aspetto sostanziale, che i soggetti interessati siano tutti presenti, e, in particolar modo, il lavoratore. Quest’ultimo aspetto emer-

voro. Riferito ai primi soggetti nominati (le associazioni datoriali e dei lavoratori) non c’è alcun limite (ne poteva esserci) in ordine al criterio della maggiore rappresentatività che in questo caso non è alcun modo pertinente, atteso che l’adesione ad una organizzazione sindacale è libera e

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si può anche conferire il mandato, secondo le previsioni dettate dal codice civile, a chi si vuole. Per quel che concerne, invece, la presenza di professionisti “in assistenza delle parti”, la norma restringe il campo soltanto ai soggetti che per la loro qualifica e funzione professionale hanno i titoli: quindi avvocati e consulenti del lavoro, intendendosi per questi ultimi tutti coloro che sono abilitati alla professione o che pur avendo una abilitazione diversa (ad esempio, i commercialisti) hanno posto in essere le procedure di accredito ex lege n. 12/1979. Ovviamente, nel corso della fase conciliativa, i soggetti “assistenti” possono anche cambiare, non essendo questo un ost acolo


alla procedura. Il comma 6 del nuovo articolo 7 della legge n. 604/1966 rappresenta il fulcro della “fase conciliativa obbligatoria”. La procedura di conciliazione ha tempi predeterminati, nel senso che atteggiamenti dilatori non sono, in sostanza, consentiti. Essa si deve concludere entro venti giorni dal momento in cui la Direzione territoriale del Lavoro ha trasmesso la convocazione per l’incontro. Ciò sta a significare due cose: la prima è che il termine si calcola dalla data di convocazione e, quindi, all’interno dei venti giorni vanno computati anche quelli necessari alla ricezione della lettera raccomandata (nel caso in cui fosse possibile il “doppio invio per pec” il problema perderebbe gran parte della sua importanza), la seconda è che l’incontro deve, necessariamente, essere “ravvicinato”, per consentire alle pari un vero confronto. Ma,il termine dei venti giorni può essere superato? La risposta è positiva se le parti, di comune accordo, anche su proposta dell’organo conciliativo, lo vogliano, perché lo reputano strettamente necessario per il raggiungimento di un accordo. In questo caso, è opportuno che lo “sforamento” risulti da un verbale di riunione interlocutorio: ovviamente, lo “spostamento in vanti” non ha riflessi sul risultato del tentativo, potendosi lo stesso concludersi anche con una mancata conciliazione. Appare evidente come il Legislatore punti molto sull’effetto “deflattivo” del tentativo di conciliazione. Ciò lo si deduce sia dal fatto che le parti possono continuare la discussione (se sono d’accordo) senza alcuna “spada di Damocle” tempora-

le, che dalla partecipazione attiva richiesta alla commissione la quale non può limitarsi ad un ruolo prettamente notarile. Partecipazione attiva che significa, capacità mediatoria sia in ordine all’accordo sulla indennità incentivante, che riguardo alla individuazione di forme alternative al recesso come, ad esempio, il ricorso al tempo parziale, il trasferimento, l’occupazione presso altro datore di lavoro, l’offerta di una collaborazione autonoma anche presso altri datori di lavoro, il distacco temporaneo, il demansionamento (che troverebbe la propria giustificazione nella necessità di evitare un licenziamento). Questo concetto riferito all’attività della commissione viene ripreso anche al comma 8, laddove si afferma che il giudice, a seguito del fallimento del tentativo e del successivo ricorso giudiziale, tiene conto del comportamento complessivo delle parti e della proposta conciliativa avanzata dall’organo collegiale. Ma cosa succede se il tentativo di conciliazione fallisce? Premesso che ciò può accadere sia perché le parti non hanno trovato un accordo, sia perché si è verificata l’assenza o l’abbandono da parte di una di esse (cosa che va, chiaramente, evidenziata nel relativo verbale), il datore di lavoro può procedere al licenziamento del lavoratore individuato: in alternativa, se, per una qualsiasi ragione non è stato effettuato il tentativo (che, però, deve essere stato richiesto), il datore può procedere con proprio atto di recesso unilaterale, trascorsi i sette giorni dalla ricezione della richiesta di incontro da parte della Direzione territoriale del Lavoro. C’è, però,

un’altra considerazione da fare: il comma 40 dell’art. 1 afferma che il licenziamento adottato al termine della procedura conciliativa ha effetto “dal giorno della comunicazione con cui il procedimento è stato avviato”, salvo l’eventuale diritto del lavoratore al preavviso o alla relativa indennità sostitutiva; è fatto salvo, in ogni caso, l’effetto sospensivo disposto dalle norme del testo unico delle disposizioni legislative di tutela della maternità e della paternità, di cui al D.L.vo 26 marzo 2001, n. 151. Gli effetti rimangono altresì sospesi in caso di impedimento derivante da infortunio occorso sul lavoro. Il periodo di eventuale lavoro svolto in costanza della procedura si considera come preavviso lavorato”. La disposizione ha lo scopo di individuare una data “legale” di risoluzione del rapporto ed ha un obiettivo precipuo che è quello di “nullificare” una malattia intercorsa durante la procedura che, indubbiamente, rimanderebbe l’efficacia del recesso al termine della stessa. Il Legislatore ha fatto salvo l’effetto sospensivo scaturente dai periodi di tutela per maternità, matrimonio ed infortunio sul lavoro. L’individuazione della suddetta data riguarda soltanto l’effetto del licenziamento e non quello, ad esempio, di natura amministrativa, collegato all’obbligo di comunicazione telematica dell’avvenuta, effettiva, cessazione del rapporto al centro per l’impiego che va effettuata entro cinque giorni, così come esplicitato nella nota della Direzione Generale per l’Attività Ispettiva n. 18273 del 12 ottobre 2012. In ordine all’istituto del preavviso il Legislatore, dopo aver indicato quale giorno “legale”

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Lavoro di risoluzione del rapporto, quello della comunicazione di inizio del procedimento indirizzata alla Direzione territoriale del Lavoro, fa salvi in favore del lavoratore sia il diritto al preavviso che, in alternativa, l’indennità sostitutiva e l’eventuale attività svolta durante la procedura si considera (è questa un’eccezione alla regola generale che vuole lo vuole portato a conoscenza dell’altra parte) preavviso lavorato, anche se in taluni casi, come quello del periodo contrattuale breve (ad esempio, sette giorni) si pone il problema di computare soltanto una parte del periodo lavorato, come preavviso. Per completezza di informazione occorre rimarcare come tale istituto sia dotato di una sorta di “efficacia reale” nel senso che durante il decorso continuano a svolgersi tutti gli effetti del contratto. Un piccola questione va, però, evidenziata: il Legislatore ha fatto salvi gli effetti sospensivi legati al D.L.vo n. 151/2001, mentre nulla ha detto circa l’affissione delle pubblicazioni nella casa comunale, seguite dal matrimonio. Così come è scritta la norma, sembra giusto sottolineare che la “retrodatazione del licenziamento” alla data della comunicazione datoriale non salva gli effetti sospensivi correlati a pubblicazioni affisse dopo la data di comunicazione ma durante la procedura, in quanto al momento della data del licenziamento (cui sono correlati gli effetti) l’evento non era ancora accaduto. Tornando alla procedura conciliativa ed ai tempi “cadenzati”, va sottolineato come il Legislatore prenda in considerazione una ipotesi di sospensione temporanea della procedura: ciò accade (comma 9 del nuovo art. 7 della legge n. 604/1966)

in presenza di un legittimo e documentato impedimento del lavoratore a presenziare alla riunione fissata per il tentativo di conciliazione, per un periodo massimo di quindici giorni. Questo, che può essere uno stato di malattia ma anche un motivo diverso afferibile alla propria sfera familiare, deve trovare, ad avviso di chi scrive, la propria giustificazione in una tutela prevista dalla legge (ad esempio, un intervento di assistenza ex lege n. 104/1992) o dal contratto: esso va prodotto alla commissione o sotto commissione provinciale di conciliazione che ha la “regia” del tentativo e che se lo ritiene valido, accorda la sospensione per il tempo richiesto la quale, si ripete, non può superare i quindici giorni. Ovviamente, ma la ristrettezza dei tempi non depone per una moltiplicazione degli stessi, essi possono essere più di uno e successivi, ma la valutazione dell’organo collegiale circa la loro “congruità giustificativa”, va effettuata di volta in volta e la decisione può essere adottata anche a maggioranza. Il tentativo di conciliazione, può concludersi positivamente e le soluzioni possono essere diverse, anche alternative alla risoluzione del rapporto: in questo caso, la commissione procede alla verbalizzazione dei contenuti (si pensi, ad esempio, ad un trasferimento, alla trasformazione del rapporto da tempo pieno a tempo parziale) che divengono inoppugnabili, trattandosi di una conciliazione avvenuta ex art.410 cpc. Se, invece, si arriva ad una risoluzione consensuale del rapporto, la commissione ne darà atto attraverso il verbale riportandone tutti i contenuti, ivi compresi quelli di natura economica.

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La risoluzione consensuale del rapporto al termine del tentativo obbligatorio di conciliazione è l’ipotesi apertamente caldeggiata dal Legislatore (art. 7, comma 7, della legge n. 604/1966) che, in un certo senso, derogando alla disciplina ordinaria, riconosce il diritto all’Assicurazione Sociale per l’Impiego (che sostituirà la vecchia indennità ordinaria di disoccupazione) e postula anche un possibile affidamento del lavoratore ad una agenzia del lavoro, finalizzato alla ricollocazione. Ma cosa significa tutto questo? L’art. 2 della legge di riforma disciplina compiutamente la nuova Assicurazione Sociale che entrerà a regime il 1° gennaio 2013, e che avrà come obiettivo quello di fornire ai lavoratori che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione, un’indennità mensile. Nel campo di applicazione rientrano tutti i lavoratori dipendenti del settore privato, ivi compresi i titolari di rapporto di apprendistato ed i soci lavoratori che abbiano, dopo la loro adesione, proceduto ad instaurare con la cooperativa un rapporto di lavoro subordinato ex art. 1, comma 3, della legge n. 142/2001 ed i dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni che hanno lavorato con un contratto tempo determinato, con l’esclusione degli operai agricoli a tempo determinato ed indeterminato per i quali permane la specifica tutela di settore ( tra cui spicca l’art. 7, comma 1, della legge n. 160/1988). I requisiti per il godimento sono: essere nello stato di disoccupazione (art. 1, comma 2, lettera c), del D.L.vo n. 181/2000; possedere almeno due anni di assicurazione e almeno un


anno di contribuzione nel biennio precedente l’inizio del periodo di disoccupazione. Dalla fruizione dell’indennità sono esclusi coloro che si sono dimessi (dovrebbe far eccezione, come in passato, “la giusta causa”, ma, sul punto, si attendono indicazioni di natura amministrativa) o hanno risolto consensualmente il rapporto a meno che (art. 2, comma 5) ciò non sia avvenuto con l’accordo sottoscritto avanti alla commissione provinciale di conciliazione nel corso della procedura di licenziamento. Senza andare oltre sull’argomento, vanno ricordati i contenuti dei commi 6 e 7 dell’art. 2: con il primo si precisa che l’indennità è rapportata alla retribuzione imponibile ai fini previdenziali degli ultimi due anni, comprensiva degli elementi continuativi e non continuativi (ad esempio, lo straordinario) e delle mensilità aggiuntive, divisa per il numero delle settimane di contribuzione e moltiplicata per 4,33. Con il secondo si stabilisce che l’indennità mensile è rapportata alla retribuzione mensile ed è pari al 75% nei casi in cui nel 2013 la retribuzione mensile sia pari od inferiore a 1.180 euro mensili, con rivalutazione ISTAT annuale: nel caso in cui la retribuzione mensile sia superiore a tale importo, l’indennità sarà pari al 75% dello stesso, incrementata di una somma pari al 25% del differenziale tra la retribuzione mensile ed il predetto importo. Come si diceva, l’ASpI scatterà dal 2013 e, quindi, non può trovare applicazione nei confronti di chi risolve consensualmente il rapporto, all’interno della procedura conciliativa, entro il 31 dicembre 2012. Con il comma 9 vengono dettate le regole relative alla “quantificazione”

nel tempo dell’ASpI: dopo i primi sei mesi di fruizione si applica una riduzione del 15%, decurtazione che si ripete nella stessa misura per i successivi sei mesi, qualora dovuta. Essa spetta dall’ottavo giorno successivo alla data di cessazione del rapporto di lavoro o dal giorno dopo la presentazione della domanda (comma 12) che va presentata, in via telematica all’INPS, a pena di decadenza, entro il termine di due mesi decorrenti dalla data di spettanza del trattamento (comma 13). Il datore di lavoro che risolve consensualmente il rapporto, pur se questo è intervenuto al termine della procedura conciliativa obbligatoria, è tenuto a pagare, dal 1° gennaio 2013, una somma pari al 50% del trattamento iniziale mensile di ASpI per ogni dodici mesi di anzianità aziendale (art. 2, comma 31). Questo è dovuto in tutti i casi di interruzione del rapporto di lavoro per causa diversa dalle dimissioni e riguarda anche il datore di lavoro che recede dal contratto di apprendistato al termine del periodo formativo (comma 32). La disposizione (comma 33) non riguarda, fino al 31 dicembre 2016, i datori di lavoro impegnati in una procedura collettiva di riduzione di personale che già pagano il c.d. “contributo d’ingresso” alla mobilità e, fino al 31 dicembre 2015 (comma 34), coloro che licenziano a seguito di cambio di appalto, a cui abbiano fatto seguito assunzioni presso altri datori di lavoro, in attuazione di clausole collettive che garantiscano la continuità occupazionale, o coloro che abbiano risolto rapporti a tempo indeterminato in edilizia per completamento delle attività o chiusura del cantiere. E’questa, in sostanza, una sor-

ta di partecipazione economica alla “gestione” della fase successiva alla fine del rapporto che, negli intendimenti del Legislatore, dovrebbe costituire una sorta di “remora” a fronte di recessi scarsamente ponderati. In ogni caso, tornando al tema della presente riflessione, si sottolinea che non va confuso l’onere che grava sul datore di lavoro di pagare, comunque, la “quota d’ingresso” all’ASpI, con l’accesso del lavoratore a tale indennità a seguito di risoluzione consensuale avvenuta con la procedura prevista dal nuovo art. 7 della legge n. 604/1966. La risoluzione consensuale del rapporto è una situazione “abbastanza normale” in molte imprese che si trovano ad affrontare crisi di mercato, di settore o di liquidità: si tratta, e spesso si giunge ad una soluzione (e di ciò sono palese testimonianza sia i numerosissimi accordi ratificati, in passato, avanti alle commissioni di conciliazione che quelli sottoscritti in sede sindacale ex art. 411 cpc.). A questo punto, l’esperienza e la conoscenza dei soggetti che operano nel mondo del lavoro, sollecitano una domanda: se costoro, una volta raggiunto l’accordo, aprono, fittiziamente, una procedura di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, al solo fine di ratificare l’accordo già raggiunto e permettere al lavoratore di integrare il “quantum” percepito con il godimento dell’ASpI che non spetterebbe in caso di risoluzione consensuale avvenuta in altra sede, cosa deve fare la Direzione territoriale del Lavoro e soprattutto la commissione di conciliazione? La risposta è, oltre modo delicata e sarebbe auspicabile un intervento chiarificatore dell’Amministra-

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Lavoro zione del Lavoro. Il Legislatore parla anche di possibile affidamento del lavoratore ad un’agenzia di lavoro temporaneo, alfine di favorirne la ricollocazione. Si parla di possibilità e non di “passaggio obbligato” e, al momento, non si capisce quali siano le possibili modalità od i termini. La risoluzione consensuale del rapporto pone una ulteriore questione correlata all’applicazione dell’art. 4, comma 17, secondo il quale l’efficacia delle dimissioni o della risoluzione consensuale del rapporto è sospensivamente condizionata alla convalida effettuata presso la Direzione territoriale del Lavoro, o il centro per l’impiego competente per territorio, o presso la sede territoriale individuata dalla contrattazione collettiva, o, in alternativa, attraverso la firma apposta in calce alla ricevuta di trasmissione della comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro, inviata ai servizi telematici per l’impiego. Il raggiungimento dell’accordo (con la risoluzione consensuale del rapporto) funge anche da convalida, senza alcun ulteriore passaggio, come chiarito dalla circolare del Ministero del Lavoro n. 18 del 18 luglio 2012. Un’altra questione interessante è quella legata alla possibilità che in sede di accordo sulla risoluzione del rapporto, si possa addivenire anche alla composizione di altre questioni di natura economica afferenti il rapporto di lavoro come, ad esempio, le differenze retributive, le ore di lavoro straordinario, o il trattamento di fine rapporto: la cosa appare possibile, purchè ci sia la piena consapevolezza del lavoratore circa la definitività della questione e la sua conseguente inoppugnabilità ex art.

410 cpc. Ovviamente, qualora dalla discussione emerga che tale requisito non ci sia, sarà necessario “stralciare” la parte relativa alla “chiusura delle pendenze economiche” e concentrarsi soltanto su quello che è l’obiettivo della procedura, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Ma cosa succede se la commissione di conciliazione non riesce ad arrivare ad una composizione positiva della controversia? Essa è tenuta a redigere un verbale di mancato accordo che, tuttavia, stando al dettato del comma 8 del nuovo art. 7 della legge n. 604/1966, non può essere generico e privo di contenuti come, ad esempio, spesso è avvenuto in passato. Il Legislatore, infatti, afferma che “il comportamento complessivo delle parti, desumibile anche dal verbale redatto in sede di commissione provinciale di conciliazione e dalla proposta conciliativa avanzata dalla stessa, è valutato dal giudice per la determinazione dell’indennità risarcitoria di cui all’art. 18, settimo comma, della legge n. 300/1970 e per l’applicazione degli articoli 91 e 92 del codice di procedura civile”. Esaminiamo con cura alcuni punti fermi cominciando dal contenuto del verbale. Da esso si deve desumere il comportamento tenuto dalle parti nella fase conciliativa: questo non significa che, necessariamente, si dovranno riportare tutte le questioni sollevate ma dal verbale dovranno emergere alcune questioni sostanziali riferibili, ad esempio, ad eccezioni sollevate dal lavoratore o da chi lo assiste (ad esempio, si ritiene che il licenziamento prospettato non sia per giustificato motivo og-

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gettivo, ma discriminatorio), o alla assoluta indisponibilità a trovare una soluzione di natura economica alla controversia, o ad accettare soluzioni alternative al recesso. Ma anche la proposta conciliativa avanzata dalla commissione riveste una particolare importanza. Si è parlato di un ruolo attivo dell’organo collegiale e la dizione del Legislatore, sul punto, non fa che confermare questo indirizzo. La proposta alle parti va fatta perché è ciò che si richiede nel momento in cui il comma 2 ha posto l’accento su una partecipazione, non notarile, alla controversia : essa può essere adottata anche a maggioranza e, in ogni caso, deve essere frutto della condivisione di vari aspetti della vertenza ove i membri esterni di nomina sindacale (datoriale e dei lavoratori) si “astraggono” dalla loro origine. Quanto appena detto è leggermente diverso da ciò che l’art. 411, comma 2, cpc stabilisce per il tentativo facoltativo di conciliazione ove si afferma che la commissione di conciliazione deve formulare una proposta bonaria di conciliazione della quale tiene conto il magistrato, in sede di giudizio, nell’ipotesi in cui non sia stata accettata senza adeguata motivazione. La dizione adottata dal Legislatore nel nuovo art. 7 della legge n. 604/1966 appare più coinvolgente, atteso che tutto il comportamento tenuto durante la procedura e, soprattutto, le motivazioni che hanno portato a non accettare la proposta dell’organo collegiale, sarà alla base sia della determinazione dell’indennità risarcitoria in caso di licenziamento economico non giustificato che degli onorari legali e delle spese processuali.


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Fisco

Nessun condono periComuni I Comuni non devono fare i condoni fiscali

A

di Maurizio Villani Avvocato

i sensi dell’art. 13 della Legge n. 289 del 27 dicembre 2002, è previsto che “con riferimento ai tributi propri, le regioni, le province e i comuni possono stabilire, con le forme previste dalla legislazione vigente per l’adozione dei propri atti destinati a disciplinare i tributi stessi, la riduzione dell’ammontare delle imposte e tasse loro dovute, nonché l’esclusione o la riduzione dei relativi interessi e sanzioni, per le ipotesi in cui, entro un termine appositamente fissato da ciascun ente, non inferiore a sessanta giorni dalla data di pubblicazione dell’atto, i contribuenti adempiano ad obblighi tributari precedentemente in tutto o in parte non adempiuti.” Accade che erroneamente molti comuni hanno ritenuto di applicare la suddetta norma “sine die” deliberando dei condoni fiscali per le materie di loro competenza per i periodi d’imposta successivi al 2002. La norma è molto chiara nel ritenere applicabili tali condoni relativamente ad obblighi tributari “precedentemente non adempiuti”; questo significa che tali condoni non sono da ritenersi attuabili a partire dal 2002 in poi, data in cui entra in vigore la Legge de quo. Giurisprudenza Anche la Cassazione, con una serie di sentenze (n. 12679, n. 12675, n. 12677, n. 12678, n. 12679, n. 12688 tutte del 2012), ha dichiarato l’illegittimità di tali condoni in violazione dell’art. 13 cit., in particolar modo relativamente al termine in esso contenuto che non può riferirsi ad annualità successive al 2002. In particolare, la sentenza n. 12679 del 20.07.2012 (Presidente Dott. Marco Pivetti, Cons. Dott. Michele D’Alonzo udienza del 30.05.2012) - relativa alla legittimità di una delibera consiliare in tema di imposta sulla pubblicità con la quale era stato approvato il <Regolamento per la definizione agevolata delle liti pendenti relative ai tributi

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comunali aboliti> - ha chiarito che “la possibilità per il contribuente di conseguire la sospensione del giudizio in corso è ancorata, dall’art. 13 della L. 289/2002, alla concomitante presenza di due specifici presupposti: a) che si tratti di obblighi tributari precedenti l’entrata in vigore della legge in questione; b) che alla data di entrata in vigore della predetta legge, la procedura di accertamento o i procedimenti contenziosi in sede giurisdizionale fossero già stati instaurati. (…) Se ne deve necessariamente inferire l’illegittimità del condono poiché adottato in violazione dell’art. 13 della l. 289/2002, che delimitava temporalmente – mediante il visto riferimento agli obblighi non adempiuti dal contribuente prima dell’entrata in vigore di detta legge – il potere dei Comuni di stabilire condoni sui tributi propri, potere non esercitabile, dunque, sine die dall’amministrazione comunale.” Con riferimento ai principi costituzionali di cui agli artt. 3 (uguaglianza di trattamento dei debitori tributari diversi da quelli locali), 23 (riserva di legge in materia di prestazioni obbligatorie) e 119 co.2 (coordinamento della finanza pubblica locale con quella nazionale), gli Ermellini specificano che “l’esercizio di un potere in materia tributaria, da parte dell’ente locale, una volta che sia spirato il termine, previsto dalla legge statale autorizzativa, entro il quale tale potestà poteva


essere esercitata, comporta la carenza del potere medesimo e la conseguente disapplicazione, da parte del giudice ordinario, dell’atto assunto in violazione della norma attributiva della potestà esercitata nonostante il decorso del termine suindicato. Nel caso concreto, poiché l’art. 13 della l. 289/2002 concedeva all’amministrazione comunale la potestà di adottare il solo, specifico, condono ivi previsto, temporalmente delimitato attraverso i riferimenti suesposti, l’adozione di un ulteriore condono a distanza di ben sette anni dalla normativa primaria succitata, determina l’illegittimità del condono medesimo per carenza di potere, che va dichiarata da questa Corte, anche ai sensi dell’art. 363 c.p.c..” In tutte le pronunce citate è stato riaffermato che l’art. 13 cit. attribuiva agli enti locali una “potestà oggettivamente limitata” all’attuazione dello specifico condono ivi previsto, rendendo quindi illegittimi i condoni “a catena” dei comuni. In realtà, già prima di queste pronunce di legittimità, la Corte dei Conti – Sezione Regionale di controllo per la Puglia – con la deliberazione n. 4/PAR72010 del 13 gennaio 2010 rispondendo ad un preciso parere del Sindaco del Comune di San Donaci (Brindisi) – ha precisato che il condono dell’art. 13 della legge n. 289/2002 è applicabile soltanto con riferimento ai periodi d’imposta antecedenti al 01.01.2003, non potendosi introdurre una fattispecie di condono per un arco temporale indefinito, come confermato dalle pronunce della Cassazione. Lo stesso principio è stato ribadito dalle Sezioni Riunite della Corte dei Conti della Regione Siciliana con le deliberazioni n. 6/2007 del 13.12.2006 e n. 28/2008 del 04.06.2008 nelle quali è ribadito che la norma di cui all’art. 13 cit. dev’essere oggetto di “stretta interpretazione, considerato che l’istituzione di meccanismi di definizione agevolata relativamente ad obblighi tributari rimasti totalmente o parzialmente inadempiuti da parte dei contribuenti ha indubbiamente natura di evento eccezionale nell’ambito dell’ordinamento giuridico. Ad avviso della sezione, la definizione agevolata dei tributi propri delle Regioni e degli Enti locali può avvenire soltanto con riferimento a periodi d’imposta antecedenti all’1.1.2003, data di entrata in vigore della L. n. 289/2002, non potendosi introdurre una fattispecie di condono per un arco temporale indefinito.” ( SS.RR. Sicilia n. 6/2007). L’interpretazione del Ministero delle Finanze. A seguito del parere richiesto dal Comune di Lecce, il Ministero delle Finanze – nel riportarsi ad una precedente nota – n. 2195/2004 –, ha reso un

parere – n. 23873 del 20.10.2012 – con il quale, pur richiamando le sentenze citate, ha ritenuto di consentire il condono basandosi su due pronunce della Corte di Cassazione (n. 13463 e 13464 del 09.05.2012, depositate il 27.07.2012) che non hanno affrontato il problema come prospettato dalla norma, ma hanno analizzato la fattispecie sulla base di mere irregolarità procedurali. Infatti nella nota del Ministero leggiamo che “sul punto non si è formato un orientamento giurisprudenziale consolidato e, pertanto, (il Ministero) non ritiene opportuno mutare il precedente parere espresso in varie note, tra le quali la n. 2195/2004. (…) Occorre, infine, sottolineare che l’avviso espresso da questa direzione non può essere considerato come preclusivo di eventuali contestazioni o impugnative di un regolamento in materia di condono, la cui emanazione è comunque rimessa al prudente apprezzamento di codesto ente.” Appare evidente come, nella nota del Ministero, vi sia una presa di coscienza sia della giurisprudenza prevalente in materia richiamata nella nota de quo (Corte di Cassazione e Corte dei Conti), sia del fatto la propria interpretazione non precluderebbe comunque l’eventualità di una impugnativa dei relativi regolamenti. Importante notare che il Ministero nel richiamare le due sentenze della Cassazione n. 13463 e 13464 del 09.05.2012, depositate il 27.07.2012, le connota di una veste nuova rispetto alle precedenti sentenze (di cui alla lett. B) come se le stesse sconfesserebbero la tesi ormai prevalente e dominante in materia. È invece importante scoprire che le due sentenze – in base alle quali secondo il Ministero sarebbero attuabili i condoni comunali con riferimento all’art. 13 – non prendono assolutamente posizione sull’argomento. Le sentenze della Corte di Cassazione n. 13463 e 13464 del 2012 La sentenza n. 13463 del 03.05.2012, depositata il 27.07.2012, (Presidente Dott. M. Pivetti e Cons. Dott. M. D’Alonzo – udienza del 03.05.2012) si riferisce ad un altro condono che riguarda i manifesti politici ( art. 1 comma 480 della L. 30.12.2004 n. 311 – legge finanziaria 2005); peraltro, la Corte conclude : “nel caso di specie, il mero deposito della quietanza di pagamento, in assenza di qualsiasi ulteriore elemento di riscontro dell’esito positivo dell’attività di controllo svolta dall’ente impositore, non fornisce ex se la dimostrazione del fatto determinante la cessazione della materia del contendere e cioè dell’intervenuta definizione del rapporto tributario, con la conseguenza che il mo-

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Fisco tivo di ricorso dev’essere dichiarato infondato”. In sostanza, si comprende come la questione trattata, oltre che riguardare appunto un condono diverso da quello di cui all’art. 13 cit., è relativa a questioni procedurali (carenza di interesse) e pertanto non può fare da spartiacque nel caso de quo. La sentenza n. 13464 del 09.05.2012, depositata il 27.07.2012, (Presidente Dott. M. D’Alonzo udienza del 09.05.2012), parimenti non prende nessuna posizione rispetto al condono ex art. 13 cit, pur citandolo nella sentenza. Il caso analizzato nella sentenza riguarda l’imposta di pubblicità per l’anno 1998 relativamente agli impianti utilizzati da una contribuente nel territorio municipale romano. Anche in questo caso, la querelle è relativa ad un vizio procedurale, in quanto come si evince dalla sentenza “la parte che ha presentato l’istanza di definizione, al termine della durata della sospensione e nella ipotesi in cui si sia perfezionata la definizione agevolata, è tenuta a presentare l’atto di rinuncia alla prosecuzione del giudizio debitamente sottoscritto

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dalla controparte per accettazione con compensazione delle spese di giudizio. La documentazione, da ultimo, versata in atti dalle società non rispetta le modalità di presentazione di nuovi documenti dinanzi a questa Corte. (…) Del deposito di nuovi documenti, però, deve essere dato avviso all’altra parte mediante notifica del relativo elenco al fine di garantire il contraddittorio (…) invece nella fattispecie non v’è stata notifica dell’elenco né presenza del difensore del Comune in udienza; dunque la produzione della contribuente è inutilizzabile.” In sostanza, la mancanza di conoscibilità dei documenti prodotti ha determinato la totale assenza relativa all’interpretazione della Corte sul problema che si analizza nel presente documento. Ma vi è di più! Come si può facilmente evincere, vi è una sostanziale corrispondenza dei soggetti facenti parte la Corte di Cassazione delle sentenze citate dal Ministero (ed utilizzate per legittimare i condoni comunali, senza solide basi giurisprudenziali e


normative) e di quelle della giurisprudenza prevalente che effettivamente pronunciandosi sulla validità del termine stabilito dalla norma di cui all’art. 13, ne hanno previsto l’inapplicabilità per le annualità successive al 2002. Infatti, la sentenza n. 13463 vede come presidente il Dott. Pivetti e tra i Consiglieri il Dott. D’Alonzo (udienza del 03.05.2012); la sentenza n. 13464 vede come Presidente il Dott. D’Alonzo con udienza successiva alla precedente pronuncia, del 09.05.2012; allo stesso tempo, nella importantissima sentenza n. 12679 (con udienza del 30.05.2012) vi sono come Presidente il Dott. Pivetti e tra i Consiglieri il Dott. D’Alonzo!!! Questo sta a significare che nelle sentenze citate dal Ministero – quelle in base alle quali dovrebbero ritenersi legittimi i condoni comunali – (n. 13463 e 13464 in cui l’argomento non è proprio trattato -), l’art. 13 non era stato minimamente preso in considerazione, tanto vero che i due Presidenti Dott. Pivetti e Dott. D’Alonzo lo hanno, per la prima volta, affrontato e deciso correttamente

con la sentenza n. 12679/2012. Questo dimostra anche l’errore grossolano contenuto nel parere rilasciato dal Ministero, su richiesta del Comune di Lecce, con la nota n. 23873 del 20.10.2012. Infatti, il Ministero conclude il suo parere cosciente che la sua tesi non risulta in alcun modo sostenibile, oltre che sostenuta da nessuna pronuncia, facendo presente che “i regolamenti dei comuni possono essere contestati ed impugnati, ed (il Ministero) invita il Comune di Lecce ad un prudente apprezzamento di questo ente.” La recente sentenza n. 15251 del 12.07.2012 della Corte di Cassazione. Alcuni, in materia di condono, citano la sentenza n. 15251 del 12.07.2012, che non procede a nessuna determinazione sull’argomento, in quanto l’oggetto di questa pronuncia riguarda la carenza di interesse del contribuente a proporre ricorso per Cassazione ex art. 100 c.p.c.. Anche qui, la Corte non procede ad alcuna disamina circa il condono di cui all’art. 13 della L. n. 289/2002, lasciando intatto lo spirito guida perseguito dalle sentenze di cui alla lettera B). Conclusioni In conclusione, alla luce della importante sentenza n. 12679 del 30.05.2012 pronunciata dalla Corte di Cassazione, dei principi contenuti nelle citate delibere della Corte dei Conti – precedenti rispetto alle sentenze di legittimità –, alla corretta interpretazione della norma di cui all’art. 13 della L. n. 289/2002 contenuta nelle argomentazioni giuridicamente svolte dai Presidenti e dai Consiglieri della Corte di Cassazione, è importante che i Comuni non facciano alcun tipo di condono comunale ai sensi dell’art. 13 citato, in quanto le conseguenze si rivelerebbero disastrose. Infatti, stante la giurisprudenza di legittimità che sottolinea l’illegittimità di questi condoni per il limite temporale contenuto nella norma attuatrice, pochi contribuenti ne farebbero uso, correndo il rischio di aderire ad un condono giuridicamente illegittimo con il conseguente aggravio di spese successive (sanzioni e interessi). Inoltre, i Comuni andrebbero a sballare completamente i loro bilanci prevedendo la riscossione di somme mai certe e sicuramente improbabili. Infine, e di non minor importanza, i giudici tributari non possono sospendere i giudizi in corso e devono assolutamente attenersi all’interpretazione di diritto vigente della Corte di Cassazione, come individuata dalla sentenza n. 12679 citata, facendo così venir meno la definizione agevolata delle liti pendenti.

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Rubrica Pasquino

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Dalle profezie dei Maya alla nuova Europa

C

arissimo Lettore, A seguito delle richieste pervenute alla Redazione abbiamo deciso di dar corso alla traduzione dei messaggi di Marforio, per rendere più agevole il cogliere gli aspetti, burlescamente impostati, di satira politica e di verità nascosta che l’illustre statua parlante ci fa pervenire. Siamo certi così di fare cosa gradita a Te e ai molti che seguono i vaticini dell’Illustre.

Caro Paquino, te l’avevo detto… ecc., ovvero, sempre metaforicamente … LA FINE] La ‘luce’ intravista alla ‘fine del tunnel’ potrà essere raggiunta Avevo terminato promettendo a entro il prossimo anno… a dire Te e alle altre Statue che avrei dei Ministri tecnici e lo stesso P.C.d.M Sen. M. Monti [I Monticiani a Roma sono gli abitanti del Quartiere MONTI, molto fieri della loro appartenenza della loro presunta primazia e per questo acerrimi nemici dei Trasteverini, del ‘popolino reietto’ dell’altra sponda, a cui sono invisi – svelato perché fossi così pessimista, al non credere a siffatti ndT]) ‘bravi governanti Tecnici’! Ti domanderai che tipo di luce dovrà ‘arrivare’? Tutti pensano Ora ti sollecito a pensare a ciò alla ‘fine della crisi’ ma io pes- che è stato detto o non detto, ossimisticamente ho pensato a un sia velatamente nascosto, circa Treno [Andare sotto un treno, il Debito pubblico, dai detti Siè indubitabile, vuol significare gnori. per metafora un mare di cose brutte: Crisi recessiva, disa- Rifletti sulla verità in merito a gi sociali, aumenti delle tasse, quanto si sa del debito nazioaumento della disoccupazione, nale [ufficialmente arrivato a

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2.000 Miliardi di euro “… e per dare una misura dell’enormità di questo dato Oggi ogni italiano, da quando lancia il primo vagito in sala parto e senza rispetto per l’età veneranda, ha mediamente una quota di debito pari a oltre 30.000 euro”- Fonte Istituto Bruno Leoni] e quello che ‘non si vede’ … che è nascosto! Pensa a quello che è mistificato … come: Ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione alle imprese [media 15/24 mesi, un vero e proprio finanziamento a tasso zero di 90 MDI]; Trasferimento del TFR [maturato dai lavoratori dipendenti privati al “Fondo per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato dei trattamenti di fine rapporto di cui all’articolo 2120 del codice civile” cd ‘Fondo di Tesoreria’ gestito dall’INPS e che viene utilizzato dallo Stato per pa-


A Pasquì, t’o ricordi? T’avo detto …. Hai potuto vedè a luce nfonno ar tunne? No? Stacce attento, li Monticiani stanno a dì che ner prossimo anno arriva... Te starai a domannà : che? Ma chedè che sta pe arrivà? Tutti pensano “a fine da crisi! E che sennò? E avevo fini top e ditte: Er treno!!! Poi t’avo promesso de riccontatte anzi d’ariccontà a la compagnia perché vedevo accussì nnero, Pensa ‘n momento: Er debito pubblico che se vede e ... quello che nun se vede! Quello ammascherato da ‘ritardi nei pagamenti della PA’; da trasferimento der tiefferre de li lavoratori ar ‘Fondo per er TFR’; da ‘anticipo delle imposte’ dovute ... pe l’anno dopo, l’acconto sull’addizionali! L’acconto sulle riserve matematiche de quei corviacci de l’assicurazzioni; la sostitutiva sur tiefferre, ecc. Mo c’è se metteno puro quelli dell’arcifregatura dell’impedappe. A più grossa privatizzazione de buffo pubblico. Sessanta mijardi d’euri, mica de bruscolini, de mancati pagamenti de le pubbriche amministrazioni pe contributi e dieci mijardi l’anno de sbilancio tra entrate e uscite pe pensioni dovute a quelli che quer nanetto, ‘n mericordo nimmanco come se chiamava per quanto nun lo consideravo, li soprannominava li ‘Fannulloni’. Un sistema da fallimento dello Stato che li monticiani se so sentiti ‘n diritto de passa all’impese de ‘Dumbocchio’’, alli lavoratori privati, a li nostri nipoti che lavoreranno e ‘nbeccheranno ‘n piffero! E tutto dopo quella inc…ta de a riforma de le pensioni, e la marea dei Fregati. Te starai a domanna: E lì sindacati??? Zitti!!! È l’unione europea??? Zitta!!! I poveri lavoratori privati già salassati se so’ accollati li buffi che i Pubbrici se so ammucchiati!!! Avrete visto Sor Pasquì, Dumbocchio, come sorride, com’è contento quanno ‘ntelevisione dice che nun cè magagna! Antro che Mastrapasqua ‘o dovrebbero chiamà Mastrapassione! Brutto come a fame e più buciardo de Pinocchio! Solo che a lui, nvece de cresceje er naso, je crescheno ‘e recchie! Je tiè bordone puro quer rincojonito de Benelli, come o chiamano ar TiGi5?? “L’economista previdenziale”! “,ncè da preoccupasse! Purtroppo, se a coperta è corta, se se copre da ‘na parte da quarche artra ce se scopre”! Ma ‘nai capito? Malimortà … E perché li Padroni Europei? Famo a capisse, se vede che a Merchelle o ‘nce capisce n caz..., oppuro se deve fa cojonà pefforza pe nun fa annà a picco puro er Professore che sè ‘mpegnato a faje regalà dall’itajani na cinquantina de mijardi, da dà ai greci pe pagá li buffi a li tedeschi! Pensate se nun c’era l’Impese... Pe ripiana er buffo e continuà a pagà ‘e pensioni li Monticiani doveveno incravattasse co li Botte oppuro ‘nventasse n’antro barzello!?!?!? Che truffa!!!! Stamo . Proprio ‘a la frutta! È je vonno fa ffà puro er bisse!

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Rubrica Pasquino gare spese correnti. Un salasso alla liquidità delle imprese previsto nella L. 296/2006 in un minimo di 7 MDI all’anno e che invece ammonterebbe, dal 2007 a circa 60/65 MDI] e poi come Acconto delle imposte, [ormai si è arrivati a 98 % delle imposte sui redditi, dell’IVA, delle Addizionali ecc. ecc. oltre 300 MDI di competenza dell’anno successivo (????)]; come Imposta sostitutiva sul TFR [una tassa sull’adeguamento del valore al potere d’acquisto del TFR maturato fino all’anno precedente tassato alla stregua di una Rendita Finanziaria], senza parlare dell’acconto sulle riserve matematiche di quei jettatori delle Compagnie di Assicurazioni [per i Romani di solito chi parla di problemi di Vita, di Morte, d’Infortuni è scaramanticamente individuato come un portatore di sfortune; quindi un assicuratore, parlando di Sorte, è visto come uno jettatore – ndT]. Adesso ci hanno messo anche il colpo gobbo truffaldino dell’INPDAP. La più grande privatizzazione del Debito Pubblico! 60MDI di Euro, non quisquilie, di mancati pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni per contributi previdenziali dei loro dipendenti e 10 MDI l’anno di sbilancio tra entrate e uscite. [50 MDI di contributi a fronte di 60MDI – ndT] per pensioni, dovute a quelli che, quel piccolo uomo basso, non mi ricordo neanche come si chiamava per quanto non lo tenevo in considerazione, appellava come i ‘Fannulloni’[è evidente che M. si riferisce a un’affermazione maldestra dell’On. Brunetta quando era Ministro della Funzione Pubblica nell’ultimo

governo ‘Berlusconi’ – ndT]. Un sistema [quello previdenziale pubblico, sempre più asfittico per mancanza di turnover] da fallimento dello Stato che, i Tecnici del PdCM M. Monti, si sono sentiti in diritto di trasferire all’INPS del Presidente dr Mastrapasqua [‘Dumbocchio’ deriva sicuramente da Dumbo, il personaggio disneiano – un elefantino dalle grandissime orecchie - un appellativo che il M. ha utilizzato sicuramente per far risaltare la grandezza dei, soli più elevati, attributi del Responsabile pubblico – ndT], cioè ai risparmi previdenziali dei lavoratori privati, alle future generazioni che lavoreranno e non prenderanno che briciole e, tutto ciò, dopo la ‘fregatura’ dell’ultima riforma delle pensioni, e la marea degli Esodati rimasti turlupinati.

anche quel ‘non più brillante’ di Benelli [il dr Bruno Benelli è un ex funzionario INPS addetto alla Comunicazione, attualmente in pensione e saccente di cose previdenziali – ndT] , come lo chiamano nel TG5? “L’economista previdenziale”! <<… non c’è da preoccuparsi! Purtroppo, se la coperta è corta, se ci si copre da una parte da qualche altra ci si scopre”! Ma non hai capito? Lui la fa facile, porca miseria … Pensa se non ci fosse stata l’INPS ...

Per azzerare il debito [dell’INPDAP] e continuare a pagare le Pensioni il Governo Tecnico avrebbe dovuto strozzarsi finanziariamente ancor con emissione di Titoli di Stato o Ti starai domandando: E le Or- istituire una nuova imposta!?!?!? ganizzazioni Sindacali dei Lavoratori??? Non dicono nulla!!! E Che truffa!!!! l’Unione Europea??? Silente!!! E perché… i Padroni Europei? Il sistema previdenziale dei lavoratori delle imprese private, Capiamoci è evidente che la già depauperato, si è dovuto an- Cancelliera A. Merkel o non ci che prendere carico dei debiti capisce nulla oppure accetta di che il Sistema Previdenziale dei farsi prendere in giro, obtorLavoratori Pubblici ha accumu- to collo, per non screditare e mandare a fondo M. Monti che lato!!! nonostante tutto ha impegnaSicuramente si è visto che il to l’Italia a girare circa 50MDI Presidente dell’INPS fa buon [che potrebbero arrivare a cirviso a cattivo giuoco, che palesa ca 80MDI accollandosi oltre il soddisfazione quando lo inter- 17% del finanziamento del Fonvistano in Televisione, che af- do Salva Stati (500MDI totali) ferma che: “tutto è in regola!”, - ndT], da dare soprattutto alla altro che Mastrapasqua lo do- Grecia onde permetterle di onovrebbero chiamare Mastraqua- rare i debiti verso gli investitori esteri che sono in massima parresima! te … Operatori Tedeschi! Oltre che essere molto brutto è più bugiardo di Pinocchio! E si ipotizza anche un Governo Solo che a lui, invece di cre- Monti 2! scergli il naso gli crescono le orecchie! Lo asseconda Siamo proprio alla Fine!

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ORDINE NELLA VITA...

CDL CARD - LA FORZA DELL’UNIONE LA PRIMA CARTA SCONTO RISERVATA AI CONSULENTI DEL LAVORO

L’Ordine dei consulenti del Lavoro – Consiglio Provinciale di Roma con l’obiettivo di consolidare ed aumentare ulteriormente il senso di appartenenza ed il livello dei servizi offerto ai propri iscritti ha demandato alla Fondazione Studi Oreste Bertucci la realizzazione della “CDL CARD”. La CDL CARD è in buona sostanza una carta sconti, gratuita, nominativa, e riservata esclusivamente ai consulenti del lavoro e rispettivi familiari, che consente un risparmio immediato in Italia e all'estero, presso gli esercizi convenzionati, sia pubblici, sia privati, selezionati con priorità nei confronti dei clienti degli stessi Consulenti del Lavoro e da essi segnalati alla Fondazione. La condizione di essere clienti non è certamente vincolante, in quanto, abbiamo ritenuto di voler dare la possibilità di accesso anche agli altri esercizi ritenuti comodi o strategici o che, in ogni caso, intendono riservare alla categoria quel segnale di attenzione nei nostri confronti che ogni giorno conquistiamo con il nostro servizio professionale ed umano, alle imprese ed alla società. Ciascun consulente ha facoltà di segnalare alla Fondazione, attraverso i recapiti di seguiti specificati, i propri clienti del settore Commercio o servizi interessati alla stipula di una convenzione a titolo non oneroso che possa riservare alla Categoria, sconti o “corsie preferenziali” per i titolari di Cdl Card nell’acquisto di beni o servizi. L’iniziativa è stata promossa ed attuata dalla nostra Presidenza attraverso la Fondazione Studi Oreste Bertucci con il duplice obiettivo, sia di rafforzare il senso di appartenenza della Categoria all’Ordine, sia di aiutarci a fidelizzare i nostri clienti ed ha immediatamente riscosso ampio consenso da parte dei titolari e dei convenzionati. I settori merceologici nei quali la Card esercita i propri ambiti d’azione, sono già molteplici e con il contributo di tutti i nostri iscritti contiamo di poter coprire quanto prima tutti i settori di mercato nella comune esigenza di risparmio. Per maggiori informazioni puoi visitare il sito internet www.cdlcard.it nella pagina dedicata oppure inviare una mail all’indirizzo info@fondazioneorestebertucci.it.

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Eventi

Relatori d’eccezione perla Riforma Fornero Al Seraphicum oltre 500 persone ad ascoltare gli illustri relatori

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di Andrea Tommasini Redazione Cultura

ncora appuntamenti importanti per la Formazione Continua della Categoria. Il 26 novembre all’auditorium del Seraphicum di Roma presenze record e relatori d’eccezione al Convegno di Studi organizzato dal Consiglio Provinciale di Roma dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro dal titolo ”la riforma Fornero- legge 28 giugno 2012 n.92”, che ha visto l’autorevole presenza dello Studio Legale Pessi e Associati e la sponsorizzazione della Fondazione Oreste Bertucci e del CAF CDL. Dopo un caloroso intervento iniziale di benvenuto e ringraziamento ai convenuti ed ai relatori ad apertura dei lavori da parte del Presidente del CPO di Roma, il Dott. Adalberto Bertucci è stata passata la parola al Prof. Avv. Giuseppe Sigillò Massara, il quale, dando calorosamente ai presenti il suo benvenuto ha magistralmente presieduto la sessione mattutina dei lavori. Dopo i saluti e le introduzioni di rito, salutati da un lungo e fragoroso applauso, viene fatta una puntuale panoramica sulla riforma a cura dello stesso Prof. Avv. Giovanni G. Gentile coadiuvato dall’Avv. Francesco Gianmaria. Il primo intervento su “Somministrazione, apprendistato e tirocini formativi e di orientamento” è a cura dell’Avv. Antonella Parisi, seguito da un altro su “Contratto a tempo determinato” a cura dell’Avv. Maurizio Santori. Proseguono i lavori della mat-

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tina con un intervento su i ”Contratto a progetto” a cura dell’Avv. Iolanda Gentile, seguito da “Collaborazioni autonome e associazioni in partecipazione” a cura degli Avv. Francesco Giammaria ed Avv. Silvia De Santis. Chiude i lavori della mattina un intervento sul “Rito speciale per i licenziamenti” a cura dell’Avv. Lorenzo Confessore. Riprendono poi le sessioni pomeridiane, presiedute dal Prof. Avv. Giovanni G. Gentile che vedono come primo argomento il “Licenziamento discriminatorio, per giusta causa e giustificato motivo soggettivo: fattispecie e conseguenze” a cura dell’Avv. Tiziana Serrani, seguito da “Licenziamenti economici (giustificato motivo oggettivo): fattispecie e conseguenze” condotto a cura dell’Avv. Raffaele Fabozzi e da i “Licenziamenti collettivi” a cura dell’Avv. Marco Rigi


Luperti seguito da un intervento su “Dimissioni” a cura dell’Avv. Mario Miceli. Si entra poi nella parte della riforma che riguarda “Ammortizzatori Sociali ed ASPI” a cura del Dr. Emilio Rocchini, seguito da un intervento sulla “Cassa Integrazione” a cura dell’(Avv. Daniele Mariani). Conclude su “Fondi di Solidarietà” e “Prepensio-

namenti” il Prof. Avv. Giovanni G. Gentile seguito dall’Avv. Antonio Zumba. Presenze record dunque anche per questo importante appuntamento che ha visto la prestigiosa ed autorevole presenza, di tanti illustri rappresentanti del mondo giuridico ed in particolare dello studio Pessi ed Associati che con piacere ringraziamo nuovamente.

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Eventi

Parliamo di IMU

All’Oly Hotel una platea di oltre 240 professionisti per parlare di IMU

di ludiala

D

avvero interessante e istruttivo il convegno tenuto il 22 novembre u.s. all’Oly Hotel dal titolo “Parliamo di IMU…” Davanti una platea di oltre 240 professionisti - moltissimi colleghi consulenti del lavoro, ma anche amici commercialisti e tecnici del settore - il Dott. Lorenzo Lelli, Direttore responsabile di questa rivista - ha saputo chiarire con casi particolari ed esempi pratici, in maniera stimolante ed intelligente, tanti punti di domanda sulla disciplina IMU, con particolare attenzione alla prossima scadenza del saldo e all’obbligo dichiarativo. Il convegno si è aperto con l’illustrazione degli aspetti generali della normativa IMU e la sua contrapposizione con la regolamentazione della vecchia cara ICI. Si è passati poi alla esemplificazione della determinazione dell’imposta, comparando la modalità semplificata della prima rata o acconto, con quella più articolata

del saldo. Molto interessante anche la sezione dedicata alla dichiarazione IMU, con il dettaglio dei casi in cui va o meno presentata all’ente preposto. Sono state acquisite molte informazioni molto utili alla scadenza prevista per il prossimo febbraio. Tutto quello che concerne sanzione e ravvedimenti non man-

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cava nella scaletta ed è statobene esposto nell’evento. Grande interesse da parte dei colleghi presenti, che con i loro quesiti e i loro interventi hanno animato e arricchito il convengo, aggiungendo contenuti personali/professionali e creando un vero e proprio dibattito tra i presenti. Magistrale la moderazione a cura della


nostra collega, la dottoressa Elena Conti, nella gestione delle alternanze tra i vari interventi. Non sono mancati momenti di ilarità tra i colleghi romani, che hanno ravvivato e divertito la platea, alleggerendo l’importante tema del convegno. Alcuni dei partecipanti intervistati all’uscita dal convegno hanno segnalato l’oppotunità per futuri appuntamenti di poter dedicare anche un’intera giornata ad eventuali future edizioni . Impeccabile l’organizzazione curata in ogni dettaglio che ha reso fluida e confortevole la fruizione dei contenuti proposti. Rimaniamo in attesa delle prossime date.

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Quaderni Fiscale

I Quaderni delConsulente

La mediazione fiscale obbligatoria ex art. 17-bis D. Lgs. 546/92

I

n questo numero, prosegue il Quaderno d’approfondimento iniziato nel Numero 33 del 15/10/2012, a cura dell’Avv. Maurizio Villani, Patrocinante in Cassazione e dell’Avv. Francesca Giorgia Romana Sannicandro, sulla materia della Mediazione fiscale obbligatori ex art. 17bis D. Lgs. 546/92 che, nello sviluppo dei numeri, andrà ad analizzare i punti come di seguito indicati:

8.

In questo numero: La Circolare n. 9/E/2012 del 19 marzo 2012

Seguiranno nei prossimi numeri: 9. I dubbi dell’istituto 10. Quadro sinottico delle sanzioni 11. La circolare n. 33/E del 03 agosto 2012 12. Conclusioni

1. 2. 3.

Abbiamo già pubblicato: Numero 33 – Anno II – Uscita del 15/10/2012 Il reclamo e la mediazione fiscale obbligatoria come riformata dal d.l. n. 98 del 06.07.2011 conv. in L. 111 del 15.7.2011 La norma: D.L. 98/2011, art. 39 commi 9,10,11 La natura del reclamo

Numero 34 – Anno II – Uscita del 31/10/2012 4. L’oggetto 5. La procedura 6. Il reclamo e gli strumenti deflativi 7.

Numero 35 – Anno II – Uscita del 15/11/2012 Il rapporto tra il reclamo e l’accertamento esecutivo

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1.

La Circolare n. 9/E/2012 del 19 marzo 2012 Con la diramazione della circolare 9/E dell’Agenzia delle Entrate del 19 marzo 2012, vengono resi i profili operativi e i chiarimenti necessari per l’applicabilità dell’istituto del reclamo e della mediazione come disciplinati dall’art. 17 bis del D. Lgs. n. 546 del 31 dicembre 1992 – introdotto dal D.L. n. 98 del 06 luglio 2011, art. 39 commi 9, 10, 11, convertito con modificazioni dalla legge n. 111 del 15 luglio 2011 – che comporta l’instaurazione di una fase amministrativa pre-processuale obbligatoria con finalità deflative del contenzioso. Parte I. L’ambito di applicazione del nuovo istituto. Dopo una lunga attesa, giunge la Circolare 9/E/2012, che già in premessa non tradisce le aspettative: i propositi dell’Ufficio sono quelli tanto chiacchierati di “economicità processuale”, “dialogo tra contribuenti e Ufficio”, sviluppare la tax compliance. Ebbene l’Ufficio afferma (pag. 8) che, “il procedimento di mediazione si svolge su un piano di sostanziale parità tra contribuente ed Ufficio”, ed ancora, a pag. 9, che “la mediazione tributaria è istituto diverso dalla mediazione disciplinata dal D. L. n. 28 del 4 marzo 2010”. I criteri ispiratori dell’ingresso dell’istituto sono: la tipologia dell’atto impugnato, la parte resistente nell’eventuale giudizio e il valore della controversia. Dando per recepito quanto esposto relativamente ai requisiti di applicabilità dell’istituto in esame, cerchiamo di dare voce alla “modalità operativa” indicata dalla circolare. E così, oggetto di mediazione saranno:

- Avviso di accertamento; - Avviso di liquidazione; - Provvedimento di irrogazione delle sanzioni; - Ruolo; - Rifiuto espresso o tacito della restituzione di tributi, sanzioni pecuniarie e interessi o altri accessori non dovuti; - Diniego o revoca di agevolazioni o rigetto di domande di definizione agevolata di rapporti tributari. - Ogni altro atto emesso dall’agenzia delle Entrate, per il quale la legge preveda l’autonoma impugnabilità innanzi alle commissioni tributarie. Per tutti questi atti (per un importo non superiore ad € 20.000,00 esenti da sanzioni e interessi), notificati a partire dalla data del 02 aprile 2012, il contribuente che volesse impugnare gli stessi, sarà tenuto alla presentazione del reclamo ai sensi dell’art. 17 bis. Il reclamo dovrà contenere le motivazioni di fatto e di diritto – che devono coincidere in un momento eventuale e successivo, con il contenuto del ricorso – in base ai quali si richiede l’annullamento totale o parziale dell’atto; contestualmente e facoltativamente, il contribuente può formulare una proposta di mediazione, comprensiva della rideterminazione delle imposte calcolate. In sintesi l’istanza dovrà contenere: 1. La Direzione nei cui confronti è avviato il procedimento amministrativo in esame, cui spetta la legittimazione in giudizio (ex art. 10 D. Lgs. 546/92); 2. I dati relativi al contribuente, al suo legale rap-

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Quaderni Fiscale presentante, la residenza o sede legale, il codice fiscale e l’eventuale indirizzo PEC. 3. I riferimenti dell’atto impugnato e l’oggetto; 4. I motivi. L’istanza dovrà anche contenere il valore della causa – requisito di accesso all’istituto del reclamo – ; la circolare specifica che nei casi in cui vi siano più atti da impugnare, sarà possibile proporre un’unica istanza anche se in questo caso non essendo applicabile la riunione ex art. 29 del D. Lgs 546/92, si instaureranno separati procedimenti. Anche nel caso del reclamo sarà necessario, decorsi i novanta giorni dalla presentazione dell’istanza o dal giorno successivo a quello del diniego, applicare il contributo unificato, precisamente al momento del deposito del reclamo nella segreteria della Commissione Tributaria: siamo adesso in fase processuale. L’istanza di reclamo deve essere notificata alla Direzione provinciale o regionale competente entro il termine perentorio di 60 giorni dalla notifica dell’atto impugnabile, proprio come se fosse un ricorso. Nel caso in cui, invece, l’atto impugnato sia un rifiuto tacito a seguito di una domanda di rimborso, l’atto andrà notificato allo scadere dei novanta giorni dalla data di presentazione della domanda e sarà esperibile fino alla prescrizione del diritto di restituzione. Poiché la presentazione dell’istanza di reclamo non prevede in automatico la sospensione degli effetti dell’atto impugnato, la circolare specifica che sarà possibile inserire nell’istanza una richiesta di sospensione, rendendo estensiva all’istituto la portata dell’art. 2- quater, comma 1 bis del D.L. n. 564 del 30 settembre 1994. Parte II. La trattazione dell’istanza di mediazione: caratteristiche e problematiche. 1. La trattazione dell’istanza. A seguito della presentazione dell’istanza di reclamo, l’Ufficio procede alla disamina della stessa, prendendo come parametri di valutazione: - la sussistenza dei requisiti; - la fondatezza dei motivi di contestazione dell’atto; - la valutazione della proposta eventualmente formulata dal contribuente ed in caso di mancanza della stessa, l’ufficio invita al contraddittorio il contribuente a seguito del quale può formulare una rideterminazione della pretesa – art. 17 bis, comma 8 – ; - in caso di mancato raggiungimento dell’accordo, l’Ufficio formula una proposta di mediazio-

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ne recante l’intero importo delle imposte accertate, al fine del solo beneficio di riduzione delle sanzioni (nella misura del 40%); - in via subordinata, come extrema ratio, l’ufficio provvede al diniego. In questa fase, la priorità dell’Ufficio è quella di valutare eventuali profili di inammissibilità dell’istanza (ad esempio tardiva presentazione, mancanza di sottoscrizione – che impedisce di attribuire l’istanza al contribuente -, problematiche relative alla mancata individuazione dell’oggetto che, ricordiamo, hanno come effetto diretto l’inammissibilità del ricorso). Purtuttavia, la circolare precisa che anche nei casi di palese inammissibilità, l’istanza può comunque essere trattata come una richiesta di autotutela. Ricordiamo che, ai sensi del comma 5 dell’art. 17 bis, l’istanza va presentata alla Direzione provinciale o alla Direzione regionale che ha emanato l’atto, ma è valutata dall’ufficio legale della Direzione provinciale o regionale; circostanza che, secondo l’ufficio e secondo quanto previsto dalla norma, garantirebbe il necessario requisito di distacco e di autonomia, oltre che di estraneità alle parti, ai fini di una corretta e non soggettiva valutazione dell’istanza. Appare tuttavia suggestiva e romantica l’idea che affidare la trattazione di un reclamo avverso un atto impositivo emesso – esclusivamente – dall’Agenzia delle Entrate, all’ufficio legale – seppur in sede fisicamente autonoma e distaccata rispetto all’ufficio che ha emesso l’atto, ma sempre facente parte dell’Agenzia delle Entrate - possa omaggiare di imparzialità l’esito della procedura senza ledere i diritti di difesa dei contribuenti; soprattutto perché non sarà concessa, dopo la proposizione del reclamo, nessuna forma di integrazione o modificazione delle eccezioni difensive, che dovranno essere identiche a quelle del ricorso successivamente proposto. A questo punto l’ufficio ha la possibilità di: 1. Accogliere il reclamo, annullando integralmente o parzialmente l’atto contestato, concludendo così la procedura; 2. Respingere il reclamo o la proposta di mediazione; formulare una proposta di mediazione con la rideterminazione delle imposte ; 3. Qualora non vi siano i presupposti per una rideterminazione delle imposte, l’ufficio formula una proposta di mediazione che conferma quanto accertato nell’atto impugnato, al fine di far conseguire al contribuente il solo beneficio


della riduzione del 40% delle sanzioni; 4. L’ufficio può anche provvedere al solo diniego. Il comma 9 dell’art. 17 bis, ci illustra la decorrenza dei termini in base ai quali il reclamo diventa effettivamente ricorso e che dipendono dal verificarsi delle condizioni espresse nei casi suesposti. Ciò che appare assolutamente non conforme alla natura della norma e alle caratteristiche dell’istituto, è il fatto che l’art. 17 bis, relativamente all’esplicitazione dell’ultimo caso, al comma 9 parla di “ricevimento del diniego”. Questa può considerarsi, con assoluta certezza, una stortura di grave entità, soprattutto alla luce del fatto che la decorrenza dei termini di costituzione in giudizio, nel caso di diniego dell’ufficio, e quindi i 30 giorni previsti dalla procedura giudiziale vera e propria, decorrono dalla notifica del diniego, che interrompe – se avvenuta per iscritto – il termine di 90 giorni previsti dal reclamo. Pertanto, risulta oltremodo opportuno rispettare quanto stabilito in materia di notificazioni degli atti dell’Ufficio, al fine di garantire il corretto svolgimento delle varie fasi processuali e pre – processuali, stante anche il diritto di conoscibilità dei contribuenti delle risultanze di istanze proposte in fasi così delicate di avvicendamento al contenzioso. Non è altrettanto corretto come, nella circolare, l’ufficio espliciti questa forma di conoscibilità dei propri atti attraverso la locuzione “comunicazione del provvedimento con il quale l’ufficio respinge l’istanza prima del decorso dei novanta giorni”. Ricordiamo, inoltre, che secondo quanto stabilito dal D. Lgs. n. 546/92 all’art. 16 comma 2 “ le notificazioni sono fatte secondo le norme degli artt. 137 e ss. del codice di procedura civile”. Pertanto, al fine di concedere una corretta difesa, ogni atto e provvedimento emesso dall’ufficio, che sia l’agenzia delle entrate, o che sia l’ufficio legale – “distaccato e autonomo rispetto agli uffici che emettono gli atti” –, dev’essere sempre notificato secondo le norme stabilite dal codice di procedura civile in materia di notificazioni. Con particolare riferimento al diniego all’istanza, viene precisato che “nel diniego vanno esposte in modo completo e dettagliato le ragioni di fatto e di diritto, poste a fondamento della pretesa tributaria, avendo presente che, il contenuto del diniego, in caso di successiva costituzione in giudizio da parte del contribuente, varrà come atto di controdeduzioni. Il diniego non è impugnabile, essendo tutelato il contribuente dalla facoltà di costituirsi in giudizio”. 2. I presupposti per la mediazione e l’ac-

cordo. I principi in base ai quali l’ufficio valuta la mediazione sono : - incertezza della questione controversa : in tutti quei casi in cui sussiste una difformità tra le posizioni dell’ufficio e l’orientamento giurisprudenziale sarà opportuno stabilire una mediazione sulla base delle proposte (ove presenti); - il grado di sostenibilità della pretesa: la proponibilità dell’accordo di mediazione è strettamente connesso – soprattutto relativamente alle questioni di fatto – al prevedibile esito sfavorevole del giudizio di merito; - principio di economicità dell’azione amministrativa: tale principio risponde al fine deflativo dell’istituto che si propone di evitare – sia sotto un profilo economico che strettamente processuale – l’instaurazione di giudizi. La circolare specifica che “ in armonia con la ratio del nuovo istituto, la conclusione della mediazione, deve condurre, di norma, alla definizione del rapporto”; questo significa che – come anche specificato dall’ufficio – i casi di mediazione parziale saranno “eccezionali e in presenza di specifiche e motivate ragioni”. Non si comprende l’intento di tale chiusura, se effettivamente è quello di evitare inutili contenziosi; si ritiene che, anche questa sia una strategia pre-processuale, dal momento che, annullare parzialmente un atto, potrebbe voler dire aver commesso un errore – seppur parziale – al momento dell’emissione, quindi una prevista soccombenza in giudizio. Anche in questo caso, quindi, viene tutelato l’interesse del contraente più forte, senza minimamente valutare che, in presenza di un atto impositivo – e degli importi richiesti a tassazione – il soggetto che voglia intraprendere la strada dell’impugnazione, debba anche valutare l’economicità dell’operazione e le possibilità economiche ex tunc. In tutti i casi in cui risulta possibile un accordo di mediazione, l’ufficio invita il contribuente al contraddittorio, basando il confronto anche con riferimento ad eventuali altri rimedi previamente esperiti – come l’adesione -, in particolare soffermandosi sugli esiti e sulle risultanze dei precedenti tentativi di accordo, redigendone apposito verbale sottoscritto dalla parte (o dal difensore) e “dal dirigente o dal funzionario incaricato del contraddittorio”. Anche qui, non si può omettere di fare una considerazione, se non altro per espressa analogia con uno dei problemi più antichi del mondo tributario:

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Quaderni Fiscale verso il versamento dell’intero importo dovuto o, in alternativa, con il pagamento della prima rata, entro 20 giorni dalla conclusione della mediazione. In caso di avvenuta mediazione le sanzioni sono applicate nella misura del 40% delle somme irrogabili, in rapporto all’ammontare dei tributi risultanti dalla mediazione. L’accordo si conclude con la sottoscrizione da parte del contribuente e dell’Ufficio, di un atto contenente : a. la rideterminazione degli importi ➔ tributo, interessi, sanzioni; b. le modalità di versamento ➔ ed eventualmente le modalità di rateizzazione Può avvenire che l’accordo si perfezioni mediante proposta/accettazione formulata da una delle parti; in questo caso, la decorrenza dei termini 3. Le modalità di conclusione dell’accor(20 giorni) per il versamento delle somme dedo: il perfezionamento della mediaziocorre da: ne. La procedura di mediazione si perfeziona attra- - quando la proposta è dell’ufficio: dalla data di dire che il verbale è sottoscritto dal dirigente o dal funzionario – incaricato del contraddittorio – non chiarisce quale delle due figure possiede il titolo per valutare l’istanza di reclamo, fino al punto da assumersi la responsabilità di un eventuale accordo. Con quali caratteristiche professionali e per mezzo di quali percorsi specifici, finalizzati al deflazionamento del contenzioso, l’incaricato svolge le sue funzioni conciliative? In buona sostanza, visto che la sottoscrizione dell’accordo di mediazione, prevede la rinuncia a qualsivoglia forma di procedimento giudiziale, il contribuente quale garanzia di competenza riceve dall’“ufficio legale”?

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spedizione dell’atto da parte del contribuente; - se la proposta era contenuta nell’istanza presentata dal contribuente: dal ricevimento dell’atto dell’ufficio. Una volta conclusa con la sottoscrizione, la mediazione si perfeziona con il pagamento delle somme dovute. Come si può notare, anche in questo caso, oltre che ad un palese vantaggio per l’ufficio, non può parlarsi di “ricevimento dell’atto”, in quanto l’istituto prevede, in caso di mancato pagamento – anche di una sola delle 8 rate previste (nei casi di pagamento rateale), la decadenza dal beneficio della rateazione e la contestuale iscrizione a ruolo dell’intero importo residuo e di una sanzione pari al 60% delle somme ancora dovute. Pertanto, sarà opportuno notificare ogni atto da parte dell’agenzia delle entrate, onde evitare l’instaurarsi di paralleli giudizi che investiranno, oltre che la competenza tributaria, anche la responsabilità civile e la legittimità costituzionale. L’accordo di mediazione si perfeziona con il versamento dell’intero importo dovuto, ovvero della prima rata – nei casi di pagamento rateale, che, in applicazione dell’art. 48 del D. Lgs. 546/92 può avvenire “in un massimo di otto rate trimestrali di pari importo”. Il pagamento può essere effettuato anche tramite compensazione (ai sensi dell’art. 17 del D. Lgs. n. 241 del 9 luglio 1997) o mediante scomputo di quanto già eventualmente versato. Risulta così importante rilevare che: 1. a seguito del perfezionamento della mediazione, il rapporto giuridico sottostante si intende definito e non ulteriormente contestabile; 2. in ipotesi di pagamento rateale, l’atto originariamente impugnato perde efficacia a seguito del pagamento della prima rata; 3. l’accordo di mediazione – secondo quando riportato nella circolare 9/E – costituisce titolo esecutivo e, pertanto, a fronte del mancato pagamento di una rata l’ufficio procede alla riscossione delle somme dovute, a seguito della quale, verrà emessa una cartella di pagamento impugnabile solo per vizi propri. La circolare, infine, specifica che “gli atti emessi in esito al procedimento amministrativo di mediazione, che non sono impugnabili, possono essere portati a conoscenza del contribuente nella forma di notificazione prevista per gli atti tributari di cui all’art. 60 del D.P.R. n. 600 del 1973 – oppure – utilizzando la PEC che ne assicura la conoscenza certa e in tempo reale”.

4. La costituzione in giudizio e le spese processuali. L’art. 22 del D. Lgs. 546/92 stabilisce i termini di costituzione in giudizio del ricorrente che, con riferimento all’istituto in esame, decorrono dal giorno successivo a quello: • dei 90 giorni dall’invio dell’istanza senza che sia stato notificato un successivo accordo o diniego; • di notificazione del diniego; • di notificazione dell’accoglimento parziale. Ricordiamo che il termine di costituzione in giudizio – essendo un termine processuale – è perentorio. Secondo quanto chiarito dalla circolare, la procedura di mediazione non soggiace al termine sospensivo compreso tra il 1° agosto e il 15 settembre; diversamente dal termine di costituzione in giudizio, che essendo un termine processuale segue la disciplina dell’art. 22 del D. Lgs 546/92. Ad esempio: Istanza di mediazione inviata il 10 maggio 2012 e ricevuta dall’ufficio il 15 maggio 2012; il termine di 90 giorni decorre dal 15 maggio 2012 e – stante l’inapplicabilità della sospensione feriale – scade il 7 agosto 2012; il termine di costituzione in giudizio decorre a partire dal 16 settembre 2012. Dulcis in fundo, il comma 10 dell’art. 17 bis prevede, sempre ai fini di deflazionamento del contenzioso, una chiosa relativa alle spese processuali: infatti, a titolo di rimborso delle spese del procedimento di mediazione, il legislatore fissa un ristoro del 50% delle spese che spettano alla parte soccombente, a seguito di sentenza sfavorevole. Fuori dai casi di soccombenza reciproca, i giudici possono “motivatamente” compensare le spese; motivi che andranno ricercati nelle ragioni che hanno indotto l’ufficio a rigettare l’istanza del contribuente. In conclusione, stante i dubbi e le perplessità relativi all’effettiva utilità dell’inserimento di un nuovo istituto che risulta essere solo una dilatazione temporale, oltre che una sottrazione di costituzionalità dei diritti dei contribuenti, chi scrive si continua ad interrogare sul motivo per il quale, nella materia tributaria, si valuti sempre l’introduzione di una novità, piuttosto che la revisione di un processo che ad oggi non gode ancora dei benefici concessi nelle altre branche del diritto.

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The World of il Consulente n. 36 del 2012  

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