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Rivista a distribuzione gratuita

RM

MAGAZINE

Marco Giallini

L’attore dai mille volti AMY WINEHOUSE

a family portrait

DISFATTA MONDIALE

fuori dalla Coppa dopo 60 anni

OSTIENSE street art

COSPLAY

la moda che viene dal Giappone


La tua sede legale a Roma

Servizio di domiciliazione legale, postale e fiscale in un indirizzo prestigioso nel centro di Roma Servizi personalizzati per Società, Aziende, Liberi Professionisti. DOMICILIAZIONE LEGALE, FISCALE E POSTALE

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RM Magazine: edito da RM, Via Giunio Bazzoni 15, Roma 00195 Direttore responsabile: Federico Vespa Direttore editoriale: Rolando Frascaro Grafica e foto: Massimiliano Correa Redazione: Via Giunio Bazzoni 15, Roma 00195 Contatti: 3393064971; rmmagazinemese@gmail.com Marketing e pubblicità: 3393064971; rmmagazinemese@gmail.com Stampa: Graffietti, SS 71 Umbro Casentinese km.4,5 01027 Montefiascone (VT)

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La nostra rivista è distribuita in tutta Roma in locali, negozi, ristoranti, bar, apericlub e sale di aspetto.

Reg. stampa Tribunale di Roma 10/2016 del 21/01/2016 Hanno collaborato: Federico Vespa Roberto di Mario Rolando Frascaro Massimiliano Correa Bruno Lanzone Alessio Boccali Camilla Gullà Marco Tassello Anna Maria Ryhorczuk Alessandra Grassi Marcello De Negri Maria Rosaria Rizzo Gianni Panto Claudio Salvatores Luca Gargano

Foto di copertina: Massimiliano Correa

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RM Magazine Mese

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L’Editoriale

E’ iniziato un nuovo anno e con lui una nuova stagione anche per il nostro free press! Cosa ci siamo lasciati alle spalle? Tanta esperienza, tanti nuovi amici e mille eventi che abbiamo seguito con interesse sempre crescente. E’ stato bello anche vedere tutto l’affetto che abbiamo ricevuto durante questi primi dodici mesi di vita della nostra rivista. E’ stato un lavoro duro e stancante ma anche pieno di soddisfazioni. Certo abbiamo pensato più di una volta di mollare e abbiamo pronunciato tante altre la fatidica frase “Ma chi ce lo ha fatto fare!” . Ma poi, quando qualcuno ci chiede: ma quando esce il nuovo numero? Allora capiamo che nonostante tutte le difficoltà dobbiamo trovare la forza per andare avanti. E qual è lo stimolo migliore per trovare questa forza? Siete voi lettori, ovviamente. Che ci scrivete, ci seguite e vi mostrate sempre interessati, collaborativi e partecipativi. Il primo Grazie del 2018, quindi va a voi. Speriamo di dirne tanti altri durante i lunghi mesi che ci prepariamo ad affrontare. Roma, si è svegliata con il nuovo anno ancora più bella. La città è piena di novità e di eventi che si alterneranno con il passare dei mesi. Festival, mostre, manifestazioni sportive, concerti. E noi? Noi saremo qui a raccontarvele, a raccontarvi. Perché il vero motore di questa città siete proprio voi: i suoi abitanti! Buona lettura.

di Rolando Frascaro


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Blogger la coquette italienne

10 Marco Giallini Terribile.... ma non troppo

Street Art Ostiense

24 Fast Food il pasto veloce

34 Cinema Cult la casa dalle finestre che ridono

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36 Modella del mese Sophia

Cosplay la moda che viene dal Giappone

50 Amy Winehouse a family portrait

46 Casa a misura di gatto

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62 Rum la storia e le origini

Disfatta mondiale Italia... fuori


BEC’S nasce dall’unione della decennale esperienza dei suoi soci e si contraddistingue per un approccio integrato frutto delle competenze acquisite sia in ambito consulenziale che in ambito operativo. Tale approccio integrato orientato al risultato permette a BEC’S di affrontare i diversi progetti garantendo che le soluzioni proposte non rimangano sulla carta ma siano tecnicamente ed economicamente realizzabili. BEC’S mira costantemente a ottenere vantaggi tangibili a favore del cliente e a cercare in tutto l’eccellenza. BEC’S si contraddistingue, anche attraverso il proprio network, per un supporto a 360° che permette al cliente di effettuare le scelte sulla base di informazioni complete e di concentrarsi sulle attività a maggior valore aggiunto. Per assolvere alla propria missione BEC’S ricorre a competenze diversificate in grado di apportare valore aggiunto ed assicurare al Cliente un progetto completo sotto ogni aspetto. Per questo motivo nel nostro network sono presenti esperti di processi, analisti finanziari, informatici, tecnici, etc., che si confrontano quotidianamente per individuare la migliore soluzione che non è mai unica, ma è piuttosto l’integrazione e l’evoluzione di diverse soluzioni applicate in maniera sinergica tra di loro.

Redazione di progetti offerta per appalti di servizi, di forniture, di lavori e di project Financing etc. Attività di ingegneria sul sistema edificio-impianti: sopralluoghi tecnici, diagnosi energetiche, diagnosi termografiche, indagini e diagnosi inquinamento acustico ed elettromagnetico, progettazioni preliminari, definitive ed esecutive, etc. Anagrafe e censimento del patrimonio immobiliare ed impiantistico Consulenza e supporto per la ricerca e l’ottenimento di finanziamenti Selezione, progettazione e fornitura di sistemi informativi per la gestione di patrimoni immobiliari Consulenza e realizzazione di Piani di Comunicazione e Marketing Consulenza per l’individuazione e predisposizione di strategie e soluzioni finalizzate all’esternalizzazione delle attività ed all’abbattimento dei costi di gestione dei servizi Consulenza per la reingegnerizzazione dei processi di acquisto e vendita.

WWW.BECS.IT


A cura di Maria Rosaria Rizzo www.lacoquetteitalienne.com

Haute couture with Liina Stein

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l mio amore per l’Haute Couture cresce sempre di più. Ho avuto la chance di incontrare la stilista di un nuovo brand Haute Couture di cui vi parlo oggi: Liina Stein. Abbiamo preso un caffè insieme qui a Parigi ed ho capito da subito che nelle sue creazioni era riflessa anche tutta la bellezza della sua anima e che la passione con cui realizza i suoi abiti fa si che nulla sia lasciato al caso. Ci si sente davvero eleganti in uno di questi abiti. Ma grazie a Liina Stein ho capito che l’Haute Couture non è solo l’abito da principessa, o l’abito per il red carpet o quello per il matrimonio. A volte basta un tocco di “haute couture” in un outfit casual, come il body impreziosito da perline e ricami che indossava la designer durante il nostro incontro per rendere del tutto chic un outfit semplice.

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Hearts skirt at the Schonnbrunn Palace


Parisian dream wearing Poiray Paris

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n sogno tutto parigino indossando i gioielli di Poiray Paris. A volte mi capita di sognare ad occhi aperti, perché il sogno è sempre stato la cosa più importante per me, ciò che mi da la carica ogni mattina e mi permette di lottare per ciò che amo. Quando ho aperto il blog, non sapevo ancora dove questa passione meravigliosa mi avrebbe portata, ma non potevo ancora immaginare che un giorno avrei potuto collaborare con un brand iconico e senza tempo come Poiray Paris. Questa volta però, osservo la Place

Vendome fuori dalla mia finestra e conto i minuti sul quadrante del mio orologio “ma première” di Poiray Paris e capisco che è tutto reale. L’orologio Ma Première è stato il mio primo “amore a prima vista”. Elegante, chic, dalle infinite personalizzazioni grazie alla possibilità di cambiare il braccialetto con un semplice clic e sostituirlo con quello che si adatta meglio al nostro outfit. Poiray Paris ha reinventato lo spirito classico dell’orologeria, arricchendolo di braccialetti dai motivi e dai colori presi in prestito dal mondo de la Couture.

Affascinata dal concetto di personalizzazione, ho avuto poi un secondo colpo di fulmine per la collezione Ma Préférence, di cui potrete ammirare la bellezza nell’anello e nella collana che indosso nelle immagini qui in basso. Entrambi nascono dall’arte della trasformazione e sono totalmente intercambiabili. L’anello ed il pendente, molto facili da manipolare, cambiano colore in un batter di ciglia e con un semplice clic è possibile circondare la pietra al centro con un pavé di diamanti o un motivo tutto oro, a seconda del gusto del giorno o degli outfits.


Hotel Barriere le Majestic in Cannes

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o scorso weekend l’ho trascorso a Cannes. Anche se il Cannes Film Festival 2017 si terrà a maggio, questa volta non potevo attendere per avere un po’ di relax dopo un periodo impegnativo viaggiando in Europa. Certe volte sento la necessità di fare una pausa e in genere in questi casi preferisco avere il mare di fronte e scegliere una location confortevole per cancellare ogni tipo di stress. Per il mio soggiorno a Cannes ho scelto l’hotel Barriere Le Majestic. Quando si dice Cannes si pensa immediatamente alla lunga Croisette che accarezza la sabbia e il litorale e che raccoglie tra le migliori boutique di moda al mondo. Il Majestic è infatti davvero nel cuore della Croisette e a due passi dal porto e dal padiglione del Festival di Cannes, ma anche da

Rue d’Antibes che è piena di negozi e ristoranti. Quest’hotel conta delle stanze con una vista mare mozzafiato, delle suites da sogno, che ho avuto la chance di visitare (come la suite Dior), due ristoranti (Le Fouquet’s e La Petit Maison de Nicole, ho provato entrambi), una fantastica SPA e una piscina all’aperto perfetta per godersi delle belle giornate circondati da un’atmosfera lussuosa ed elegante. Se avete la fortuna di essere a Cannes durante il Festival potreste inoltre avere la fortuna di incrociare una delle vostre star del cinema preferite in questo hotel. Venerdì il tempo è stato perfetto ed ho potuto godere di un magnifico pranzo in terrazza e del sole primaverile, poi ho provato un cocktail attentamente selezionato dal responsabile del bar Emanuele Balestra che

ha persino creato un giardino aromatico per aggiungere sempre un gusto speciale ai suoi drink, unico. Sabato e Domenica il tempo non è stato dei migliori e non ho potuto godere un granchè delle attività all’aperto ed è proprio in queste situazioni che la selezione del vostro hotel diventa più importante al fine di prendere il meglio della propria vacanza. Con le innumerevoli attività disponibili (come il fantastico cooking class), il servizio impeccabile e il confort assoluto ho potuto passare uno stupendo e rilassante weekend a Cannes ed ora sono pronta per tutte le mie prossime sfide, ma solo fino a quando non troverò una nuova scusa per tornare all’hotel Barriere Le Majestic. Qui in seguito vedrete tutte le immagini del mio perfetto weekend a Cannes.


Foto: Gianmarco Chieregato

Marco Giallini

Terribile.... ma non troppo

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za a pennello una delle definizioni più celebri sull’attore, quella di Constantin Stanislavski, ideatore dell’omonimo metodo di recitazione, che diceva “non ci sono piccole parti, solo piccoli attori”. Giallini ha iniziato facendo piccole parti e dimostrandosi subito grande attore. Non è un figlio d’arte, anche se con commozione racconta che alla passione per il cinema lo ha avviato in un certo

senso suo padre, operaio in una fornace di mattoni e appassionato di cinema al punto da condurlo bambino, accovacciato sulla bicicletta, sul set di un film solo per vedere Gina Lollobrigida o capace di emozionarsi per un incontro casuale con Amedeo Nazzari. Il cinema come intrattenimento popolare e democratico che affascina e seduce con il suo potere magico ed evocativo. L’incontro con il te-

Foto: Claudio Iannone

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arco Giallini, Giallo per gli amici più intimi. L’aggettivo che ho trovato scorrendo i numerosi articoli che lo riguardano è camaleontico, per riferirsi alla sua capacità di interpretare ruoli diversi abbracciando tutti i registri da quello drammatico a quello comico, una dote propria dei grandi attori o almeno di quelli che interpretano il mestiere come lui. Gli cal-


atro avviene, adolescente, con un mostro sacro, Romolo Valli, in una delle sue prove d’attore più memorabili: l’Enrico IV, difficile non rimanerne impressionati. Va fiero delle sue origini popolari e non è per falsa modestia che racconta delle sue esperienze lavorative come imbianchino o fattorino, mestieri che svolgeva mentre

frequentava la scuola di recitazione. Non sarebbe quello che è senza la sua passione per la musica (“ascolto tutto dal jazz agli Arctic Monkeys, dai Clash ai Senzabenza di Latina. So tutte le canzoni a memoria anche di quelli che non mi piacciono”), la Roma e le moto (“sono un motociclista, non uno che prende la moto per anda-

re nei posti”) con cui ha avuto diversi incidenti e uno piuttosto brutto che gli ha fatto rischiare la vita e anche di perdere una grande occasione professionale se il regista Stefano Sollima non avesse deciso di aspettarlo per girare la serie TV “Romanzo criminale “(2008-2010). Dopo appena tre mesi dall’incidente a dispetto dei medici che avevano parlato di un recupero di almeno un anno, è sul set a interpretare il Terribile, personaggio che gli dà successo e notorietà (la gente lo ferma per la strada, il suo volto viene riprodotto sulle Tshirt) e gli permette di mostrare le sue qualità di interprete già affinate in una sequela di piccoli ruoli, sia in teatro che al cinema dove esordisce nel 1995 ne L’anno prossimo vado a letto alle 10 di Angelo Orlando, con cui aveva già recitato in teatro in Casamatta vendesi e Messico e nuvole. L’altro incontro che, a detta dello stesso attore, ha impresso una svolta alla sua carriera professionale è quello con Carlo Verdone con cui gira nel 2010 IO, LORO E LARA e successivamente Posti in piedi in Paradiso (2012). Carlo Verdone gli


zione Universale dei Diritti umani. TREVIRGOLAOTTANTASETTE è il film di Valerio Mastrandrea con Giallini come protagonista. Legati dalla passione per la Roma e la musica, si cimentano in coppia in consolle nel 2011. Nel 2016 recitano insieme in una delle commedie più osannate dell’anno Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, film per il quale ricevono entrambi un Nastro d’Argento speciale. Un’amicizia vera che dal set sconfina nel privato perché Mastrandrea è il padrino del maggiore dei suoi figli, Rocco nato nel 1998, l’altro figlio Diego è nato nel 2005.

Ed è, tra tutti, il ruolo di padre che più appassiona Giallini . “Faccio il padre di famiglia e per un incidente anche l’attore” ha dichiarato in un’intervista. Un ruolo che è diventato ancora più determinante dopo il grave lutto che lo ha colpito (nel 2011 la moglie Loredano a cui era legato dal 1993 muore per un’emorragia cerebrale), e .alla domanda come si vede nel futuro, teneramente risponde di immaginarsi molto vecchio per vedere i suoi due ragazzi ormai “belli grandi”, sposati e con i figli.

Foto: Emanuele Scarpa

impedisce di rimanere invischiato nel cliché dell’attore duro e spietato, criminale o poliziotto che fosse, e esalta le sue doti comiche. E arrivano le prime candidature ai premi David di Donatello e Nastro d’argento e un Ciak d’oro vinto come rivelazione dell’anno per Io, loro e Lara. Ha recitato accanto a molti attori e tra questi è legato da una sorta di sodalizio artistico a Sergio Castellitto (Non ti muovere-2004, La bellezza del somaro-2010 e come attori Una famiglia perfetta-2012), a Alessandro Gassmann (Tutta colpa di Freud-2014, Se Dio vuole-2015, Beata ignoranza-2017) e a Valerio Mastrandrea . Con quest’ultimo lavora per la prima volta nel film per la Tv “Infiltrato” del 1996. E’ Mastrandrea che lo segnala a Marco Risi per il ruolo del marito di Monica Bellucci ne L’ultimo capodanno. Claudio Caligari li dirige ne L’odore della notte (1998), film liberamente ispirato al libro Le notti di arancia meccanica di Dido Sacchettoni. Fanno entrambi parte del cast di Articolo 24, cortometraggio di Saverio Di Biagio che insieme ad altri 29 corti illustra i 30 articoli della Dichiara-


ROMANZO CRIMINALE Nel 2005 Michele Placido realizza l’adattamento cinematografico del libro Romanzo criminale dell’ex giudice Giancarlo De Cataldo e ispirato alla vera storia della Banda della Magliana che alla fine degli anni settanta terrorizza Roma con sequestri , traffici di droga, prostituzione arrivando anche a sfiorare i torbidi rapporti tra stato e criminalità organizzata. Il film di Michele Placido duro e convincente si avvale di un cast importante da Stefano Accorsi, a Kim Rossi Stuart, Pier Francesco Favino, Claudio Santamaria, Riccardo Scamarcio Jasmine Trinca, Anna Mouglalis. Nel 2008 il regista Stefano Sollima, con la consulenza artistica dello stesso Michele Placido, gira la serie televisiva in due stagioni, prodotta da Skycinema e andata in onda dal novembre 2008 al gennaio 2010. Nel cast Francesco Montanari, Vinicio Marchioni, Alessandro Roja, Marco Giallini, Marco Bocci, Alessandra Mastronardi, Daniela Virgilio. L’accoglienza di critica e pubblico è stata entusiasmante. Unanimemente i critici parlano di una delle serie televisive più riuscite mai prodotte in Italia. Al Roma Fiction Fest 2011 la serie si aggiudica vari premi: come miglior attore protagonista a Vinicio Marchioni , come migliore Lunga Serie e come migliore sceneggiatura con la seguente motivazione: "per l'innovazione della scrittura nell'ambito della fiction televisiva, grazie ad una struttura originale e ad un dialogo di essenziale crudezza".


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l cuore della BMW M4 Coupé è il motore benzina a 6 cilindri in linea M TwinPower Turbo, caratterizzato da una straordinaria grinta e da un sound inconfondibile. Grazie alla perfetta interazione di tecnologie derivate dal motorsport viene erogata una potenza pari a 317 kW (431 CV), che può raggiungere i 331 kW (450 CV) con l’M Competition Package. Il motore benzina da tre litri unisce il meglio di due mondi: un carattere da alti regimi, con una capacità fino a 7.600 giri al minuto, e la potenza superiore che culmina con una coppia massima di 550 Nm. L’iniezione diretta biturbo e la messa a punto tipicamente M garantiscono la risposta immediata del motore alla minima pressione del pedale acceleratore con una spinta impetuosa e una trazione suprema. Numerose innovazioni, tra cui una costruzione priva di boccole e un albero a gomiti fucinato più leggero, sviluppano ulteriormente il concetto di struttura leggera intelligente, migliorano la dinamica e l’accelerazione, riducono i consumi e consentono una ripartizione ottimale del carico sugli assali quasi del 50:50. Il risultato: uno stile di guida agile senza precedenti, sottolineato in modo sorprendente dall’inconfondibile suono del motore M. I cerchi ottimizzati in termini di peso della BMW M4 Coupé hanno un look straordinario. Già nell'equipaggiamento di serie i cerchi in lega leggera da 18", styling a V, sono un vero colpo d’occhio. L'equipaggiamento optional presenta cerchi in lega leggera M da 19", styling a doppi raggi. A scelta in Ferric Grey o nero, permettono di ammirare i potenti freni carboceramici M o i freni Compound M con logo M. Lo stesso vale anche per i cerchi in lega leggera neri da 20" (anch’essi optional) con styling a stella. A prescindere dalla variante che sceglierete, gli pneumatici misti di serie della BMW M4 Coupé con gli assali posteriori più larghi, non rafforzano soltanto l'aspetto muscoloso del posteriore, bensì ottimizzano grip e manovrabilità.

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Per la BMW M4 Coupé sono disponibili il cambio manuale M a 6 marce e il cambio M a doppia frizione e 7 rapporti. Così potete scegliere con quanta adrenalina accelerare da 0 a 180 km/h provando sempre il massimo piacere di guidare. Il differenziale attivo M ottimizza la trazione e la stabilità di guida nei cambi di corsia e nelle accelerazioni in uscita dalle curve, alle alte velocità in curva o nelle più diverse condizioni della strada. L’ ottimizzazione della trazione viene gestita tramite una frizione a lamelle ad azionamento elettronico che riduce le minime differenze di numero di giri sulle ruote posteriori. Gli ammortizzatori a controllo elettronico dell’Assetto adattivo M si adattano perfettamente allo stile di guida. Utilizando il Driving Experience Control, l’assetto può essere configurato con le impostazioni di guida COMFORT, SPORT e SPORT+ passando da una taratura orientata al comfort ad altre più sportive e dinamiche. L’impianto frenante è importantissimo per un’ esperienza di guida altamente dinamica a bordo della BMW M4 Coupé. Grazie alla precisione e all’efficienza dei freni la vettura tocca l’apice di prestazioni e dinamismo. Più che una semplice auto, rappresenta una sfida per i guidatori che non si accontentano mai. Ecco perché sono state sviluppate le app BMW M Laptimer App e GoPro. Per i migliori tempi sul circuito, le migliori accelerazioni e i ricordi più belli delle proprie esperienze al volante. La predisposizione per Apple CarPlay® supporta l’utilizzo comodo e senza fili di funzioni iPhone® selezionate nella vettura. I contenuti dello smartphone e funzioni come musica, iMessage/ SMS, telefonia, Siri® e app di terze parti selezionate sono visualizzati e possono essere gestiti tramite l’interfaccia utente della vettura e tramite comando vocale. Per tutto questo ci vogliono circa 80.000 euro.... ma la passione non ha prezzo!!!


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e maxi enduro sono ormai diventate uno dei segmenti più gettonati da chi decide di comprare una moto, vuoi perché l’epoca delle prestazioni da supersportiva è un po’ tramontata a causa di autovelox, strade ridotte male, superbolli e chi più ne ha più ne metta, vuoi anche perché ci si è resi conto che, per andare tutti i giorni in moto, o per fare un bel viaggio, una postura più eretta e la possibilità di avere borse laterali ed altri comfort, non guasta affatto. Ci siamo dunque lanciati in un’analisi approfondita di una tra le più interessanti – almeno a giudicare dai commenti entusiastici che si possono leggere in rete – tra le Maxi-Enduro sul mercato, ossia la Yamaha XT 1200 ZE Super Ténéré. L’ultima versione della Super Ténéré è stata aggiornata, ma non stravolta, quindi per quanto riguarda “l’hardware”, troviamo il consueto bicilindrico da 1.199 cc, 4 tempi, 4 valvole, raffreddato a liquido, ora con un lieve aumento di cavalleria, che passa a 112 cv a 7.250 giri ed una coppia di 117 Nm a 6.000 giri. Rimangono la forcella con steli rovesciati da 43 mm ed il forcellone oscillante, così come rimane l’impianto frenante con doppi dischi a margherita da 310 mm davanti e disco singolo a margherita da 282 mm dietro. Invariate, poi, quasi tutte le dimensioni, che nello specifico sono 2.255 mm di lunghezza, 980 di larghezza, 1.410 di altezza e tra gli 845 e gli 870 mm di altezza sella, che, quindi, è regolabile, così da poter facilitare le manovre anche ai meno alti. Quello che aumenta è il peso in ordine di marcia, ossia con tutti i liquidi ed il pieno del serbatoio, che ora si attesta sui 265 chili… 4 chili in più della precedente versione. Ma se sul versante “hardware”, come abbiamo detto, pochi sono stati i cambiamenti, ben altra storia è quella riguardante “il software”. La versione 2014 della Super Ténéré, infatti, viene dotata di una serie di dispositivi che le fanno fare un vero e proprio salto in avanti. Dispositivi che andiamo a vedere nel dettaglio. Tra le moto giapponesi, non solo nel segmento maxi enduro, è proprio la Super Ténéré quella che, ad oggi, presenta l’elettronica più completa. Già nella versione precedente era presente uno switch che consentiva di selezionare due mappature motore, una più turistica, denominata appunto Touring, ed una che sprigionava con maggior cattiveria la potenza del motore, denominata Sport. A detta di molti, però, la differenza tra le due modalità era troppo esigua e non offriva quindi una valida alternativa d’utilizzo. Per questo sono state riviste le mappature, così, se ora in modalità S – Sport – si continua ad avere la massima potenza nel minimo tempo, nella mappatura T – Touring – si ha un comportamento più dolce, soprattutto a bassi e medi regimi,

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oltretutto andando ad incidere considerevolmente sui consumi. Andando avanti, troviamo un evoluto Ride by Wire a doppia mappatura, denominato D-Mode, il Traction Control e l’ABS. A proposito del controllo di trazione e del sistema antibloccaggio, ci sono da segnalare un grosso PRO ed un altrettanto importante CONTRO. Il Traction Control, infatti, è facilmente disinseribile mediante un apposito bottone posizionato sul lato sinistro del bellissimo display che richiama il design delle moto da Rally (a patto di stare fermi e con il motore acceso). Per l’ABS, invece, la cosa non è altrettanto facile: non ci sono bottoni, né dedicati né nei menù del computer di bordo e l’unico modo di disattivarlo, operazione indispensabile se si vuole affrontare uno sterrato (una delle vocazioni tipiche per un Super Ténéré), bisogna posizionare la moto sul cavalletto centrale e fare andare la ruota fino a che la spia sul display non diventerà fissa; manovra abbastanza articolata e lunga per una moto che invece ha dimostrato di amare la mancanza di asfalto. Sempre a proposito di elettronica, la grande rivoluzione della Super Ténéré arriva nel comparto sospensioni che ora sono regolabili elettronicamente. L’impianto è stato sviluppato congiuntamente da Yamaha e Kayaba ed agisce sulla compressione ed estensione della forcella e del monoammortizzatore, di cui regola anche il precarico. Da fermi, attraverso il menù gestito dai comandi sul blocchetto sinistro, si può impostare il carico della moto che, in pochi secondi, regolerà le sospensioni, a seconda che si stia da soli o in coppia, con o senza bagagli: potrete sentire la moto scendere o salire sotto al cavallo dei vostri pantaloni ed in pochissimi secondi sarà pronta ad ottimizzare il comportamento delle sospensioni alle vostre esigenze di guida. Una volta in movimento, ma anche da fermi volendo, potrete anche regolarne il comportamento dinamico, selezionando tra soft, normal o hard, così da poter affrontare nel migliore dei modi tanto fondi sconnessi, quanto tratti veloci su liscio asfalto o una qualche via di mezzo tra queste condizioni. A completare l’allestimento elettronico, troviamo infine delle sempre piacevoli manopole riscaldate, regolabili in tre livelli, ed il Cruise Control. La posizione in sella è molto comoda, con la schiena dritta ed il nuovo manubrio a sezione conica in alluminio ha la giusta distanza dal corpo per permettere un controllo ottimale senza che le braccia si stanchino mai. Ottima anche la protezione aerodinamica, con il nuovo cupolino che può essere regolato, seppure da fermi e non in movimento, ma ora l’operazione è possibile senza strumenti, semplicemente agendo sui due grossi pomel-


loni laterali al plexyglass. L’impianto frenante è assolutamente adeguato alla moto, permette di agire anche violentemente su leva e pedale e solo nelle circostanze più estreme si avvertirà l’intervento dell’ABS, mentre gli spazi di frenata sono sempre molto brevi, anche con un peso importante come quello di cui abbiamo già detto. Le sospensioni coprono benissimo le asperità e, se regolate adeguatamente, consentono anche di viaggiare molto comodamente, anche in presenza di buche, pavé o altri tipi d’irregolarità, oltretutto con trasferimenti di carico ridotti al minimo quando si agisce su freni o acceleratore. In merito all’erogazione del motore, il discorso diventa duplice. Nella mappatura Touring, come è giusto che sia, si ha un’erogazione più dolce, mentre in quella Sport si riesce a godere di una spinta maggiore, o meglio di una maggiore aggressività. I lunghi viaggi sono forse il vero e proprio cavallo di battaglia per la Super Ténéré. Abbiamo già detto dell’ottima aerodinamica e della posizione di guida estremamente comoda, oltretutto anche per il passeggero, ma ci sono ancora alcune caratteristiche che ci portano a dire che la XT 1200 ZE sia una delle migliori compagne di viaggio. In questo caso a convincerci di questa affermazione sono un dispositivo ed una

caratteristica, il cruise-control. Si preme il bottone di attivazione ed una spia si accende sul display, a questo punto, una volta raggiunta la velocità desiderata, si preme il bottone Set ed il gioco è fatto: la moto continua a mantenere la stessa velocità. Per disinserirlo si può premere nuovamente il bottone con cui lo si è inserito, tirare la frizione o toccare i freni. Se si vuole fare un sorpasso, si può tranquillamente dare gas, superare il veicolo e lasciarlo, così la moto rallenterà fino a tornare alla velocità precedentemente impostata. In fuoristrada innanzitutto le sospensioni, adeguatamente impostate, smorzano ogni asperità e rendono agevole il controllo del mezzo; certo, per le manovre più estreme il peso non è ottimale, qualche chiletto in meno gioverebbe, ma nonostante questo se la cava anche su ripide salite dove il motore, grazie alla coppia massima disponibile già a 6.000 giri, riesce a spingere bene la moto. Il Traction Control evita scodinzolamenti indesiderati in mancanza di grip, ma levandolo, una volta presa dimestichezza con la guida in sterrato, ci si diverte anche a lasciarla pattinare un po’. Non sarà il mezzo ideale con cui affrontare un fettucciato, ma come dimostrano i risultati nei più importanti Rally, la Super Ténéré sa veramente far mangiare la polvere alle rivali.

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Viaggio nella street art romana Terza tappa: Ostiense Il genio della street art ha toccato ogni angolo di Roma illuminando di colori e di spunti di riflessione il grigiore delle mura cittadine. In questa tappa del nostro viaggio nell’arte di strada capitolina ci fermiamo a sud della Città Eterna, a due passi dal biondo Tevere, nel quartiere Ostiense, uno tra i primi quindici quartieri romani istituiti nella riorganizzazione municipale del 1911. La street art, si sa, ha un forte profumo internazionale e non è quindi un caso se la prima opera che colpisce la nostra attenzione appena entrati, tramite un sottopassaggio, nel quartiere sia proprio dedicata dall’artista Gaia ad un illustre straniero, il poeta inglese Percy Shelley, sepolto proprio nel vicino cimitero acat-

tolico. Non solo, vicino al poeta sorgono i volti di Gramsci e di Keats, sempre sepolti lì vicino e realizzati dallo stesso street artist. Poco sopra al volto di Keats campeggia poi l’opera di Moneyless, che attraverso le geometrie dei cerchi vuole omaggiare le gerarchie della natura. Appena usciti dal sottopassaggio, ci troviamo di fronte ad una delle opere di street art romana più famose al mondo. Qui, infatti, il famoso artista Blu, sfruttando le finestre di entrambe le facciate dell’Ex Caserma dell’Aeronautica, ha dato vita ai suoi tipici enormi alieni colorati, che sembrano sempre in procinto di voler divorare le strade del quartiere. Un lavoro enorme che impressiona non solo per le dimensioni, ma anche e soprattutto

A cura di

Alessio Boccali

per i pregevoli dettagli. Con gli occhi ormai completamente rapiti dalla bellezza ci spostiamo su via del Porto Fluviale per incontrare il “Nuotatore” di Iacurci, un’opera realizzata nel 2011 che celebra la rinascita dell’Ostiense campeggiando proprio sulla via, culturalmente e socialmente parlando, più attiva del quartiere; un vero e proprio cuore pulsante della movida romana. A proposito di movida, non possiamo di certo tralasciare l’enorme edificio che sorge nelle immediate vicinanze. Sto parlando dell’ex gasometro dell’Ostiense, da anni spettatore di molte serate romane. Proprio qui un’opera di Kid Acne rivendica a gran voce la dignità artistica e riqualificante della street art attraverso una


scritta perentoria: “Paint over the cracks”, ovvero “Verniciamo sulle crepe”. Ci sarebbe tanto di cui parlare perché la street art ha, fortunatamente, invaso questo quartiere, finalmente simbolo di grande vitalità e non soltanto a causa dell’enorme presenza di siti industriali come in passato. Mi piace però terminare questa passeggiata nell’arte passando

per via dei Magazzini Generali, dove i lunghi corridoi murari che costeggiano questa via ospitano entrambi delle grandiose opere d’arte di strada. Da una parte il “Wall of Fame”, un muro rosso lungo ben 60 metri, sul quale sono rappresentati, in ordine alfabetico, gli idoli dell’artista JB Rock: Da Dante Alighieri a Zorro passando per Jimi Hendrix, Frida Kahlo,

Elvis Presley o Quentin Tarantino… tanto per citarne alcuni. Sul muro di fronte, quasi in contrasto col red carpet murale realizzato da JB Rock sorge un muro blu popolato da ritratti di persone comuni realizzati da Lex & Sten, che si firmano soltanto nell’opera che chiude questa sfilata di volti: una donna pantera, simbolo della forza e dell’aggressività dell’arte.


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Constatazione amichevole - Un mestiere difficile ma giusto, se fatto con criterio C’è un odore davvero forte qui dentro. Non esiste la puzza o il profumo, non che non li sappia distinguere però - per esempio - la molecola dell’odore del mughetto è la stessa della cacca solo in concentrazione molto minore. Ci sono profumi femminili dolciastri che mi danno la nausea così come l’odore della carne grigliata perché mi ricorda quando bruciavano le streghe o gli eretici e doveva essere lo stesso e la gente era tutta contenta ed eccitata. E anche adesso a torso nudo e con la 66 cl. ghiacciata nell’altra mano. Questo mestiere me lo sono scelto sì e no. La chimica era la mia passione e ora sono qui sulla scena del crimine a raccogliere indizi. Una tuta bianca di Tyvek (brevetto Dupont), calzari, guanti e mascherina e occhiali e basta che sudo e non respiro così che non contamini nulla ma mi piace andare anche oltre le cose. Perché questo bagno parla, come tutti i bagni. Finestrati e no (il mio è cieco ma ho messo una ventola tangenziale molto performante). La fila di flaconi e tubetti, i pennelli, gli (giustamente un poco nascosti) assorbenti, così come le conchiglie e i bastoncini di vaniglia che odio entrambi, descrivono un clima che ormai per me non ha segreti e se li ha, me li svelo raccontandomi una trama che non è verosimile ma vera, i fatti mi hanno sempre dato ragione. Perché solo i superficiali non giudicano dalle apparenze (Wilde) e allora ecco qui, è tutto chiaro, “cherchez la femme” che poi non c’è molto da cercare in giro che quella è di là povera crista: belletti, calze di marca nella cesta della roba sporca sono proprio robe da donna. Strangolata col filo dell’aspirapolvere, ma questo a me non importa sono un professionista e faccio il mio e poi mi fa ancora, dopo tanti anni, un certo effetto che la morte non è bella. Qui dentro c’è proprio un odore forte, non cattivo ma caratteristico, e impregna l’aria umida. Di chi è andato in bagno - non scendo in particolari che si è capito - e non si è preoccupato di aprire la finestra ed è stato qui dentro a lungo come quando tuo figlio legge il giornalino. E non ha nemmeno pulito bene. Questo è quello che io classifico nella mia testa come un atto liberatorio e il suo significato è chiaro. Era una che lo tormentava, che gli diceva che era un fallito, che non avrebbe mai lasciato la moglie perché era un coniglio e che lo avrebbe rovinato. Io non giudico, io constato. Se uno ha la coscienza sporca, dopo, non va al bagno e ci sta dentro mezz’ora e non apre la finestra. E non è giusto prenderlo così perché ha lasciato delle tracce anche un poco sgradevoli. Il termine “sgradevole” andrebbe adoperato più spesso. Anche “adoperato”, però. Io lo capisco perché immagino quello che ha passato che mia moglie mi fa vedere i bambini quando vuole lei. Non dico avesse ragione, però chi sono io per giudicare? Ricordo del caso di Allegretti che lo incastrarono dopo aver smurato il portasapone e trovato delle tracce ematiche oppure di quella che ha fatto mappare il dna di tutti i paesi limitrofi che uno poi come si difende? “Eh, caro il mio signore, lo vede? Questo DNA è suo” Ma uno non sa nemmeno di cosa stanno parlando, non capisce. Io non so se è stato lui e perché. Io so che comprendo e che tiro l’acqua tanto i colleghi sono scesi un attimo e passo pure lo scopino perché mi piacciono i bagni puliti e se non te ne sei occupato tu allora avrai avuto le tue ragioni e ci penso io che mica mi fa schifo, cosa credi, Amico Mio.


Mangiare ai tempi del fast food

“Le cause della diffusione e del successo del pasto veloce”

La nostra società corre veloce e con questa, naturalmente, anche noi che ne facciamo parte. Turni di lavoro estenuanti, strade sempre trafficate e mezzi pubblici sempre affollati. In questo tran tran quotidiano è diventata ormai un abitudine comune quella di consumare dei pasti veloci fuori casa. Pochi minuti di socialità per mangiare un pezzo di pizza o un panino preso al fast food vicino al posto di lavoro. Eppure da sempre l’Italia è la patria della buona cucina, della dieta mediterranea e dei prodotti di qualità. Ma è possibile giustificare questa corsa ai fast food solo con la mancanza di tempo? Probabilmente no. Il pasto veloce è diventata un’usanza così diffusa nel nostro quotidiano a causa di molti fattori, tra

i quali certamente, quello predominante è il tempo. Innanzitutto a favore dei fast food hanno giocato un ruolo determinante la varietà di offerte proposte dai vari menù – carni di ogni genere, ma anche verdure, dolci e bevande alcoliche e non – e soprattutto l’economicità di questi ri-

storanti. Nonostante si possa immaginare la non grandissima qualità dei prodotti, l’utente medio sa che con pochi euro ha la possibilità di gustare un pasto completo. Ovviamente, come detto, il fattore tempo naturalmente è cruciale ed è questo il motivo più eclatante del proliferare continuo di questi ristoranti soprattutto a ridosso delle stazioni metro – per antonomasia i luoghi più affollati dai precari e dai pendo-


lari – e degli uffici delle grandi aziende. Guardando alle origini di questo fenomeno sappiamo che si tratta di una creazione anglosassone nata nella seconda metà del 1800, a stretto contatto con l’idea di street food, che a partire dagli anni ottanta si è diffusa a livello mondiale. Il modello alimentare perseguito coinvolge prevalentemente le fasce di età più giovani, ma a causa dei motivi sopraelencati si è estesa anche ad altre generazioni. In Italia il mondo dei fast food si era legato, sempre negli anni ottanta, alla sottocultura giovanile dei “paninari” diffusasi soprattutto al nord – Milano ne fu la capitale – con l’obiettivo di perseguire uno stile di vita fondato prevalentemente sul consumo capitalistico…. e cosa c’è di più capitalistico e consumistico del fast food? Le più grandi catene di questo tipo pro-

vengono infatti dal tempio del consumismo (gli Stati Uniti D’America), anche se ultimamente grandi aziende europee si stanno interessando a questo business. Insomma, il modello del pasto veloce, spesso da consumare in strada, si è ben radicato nella nostra cultura alimentare spesso e volentieri a discapito della qualità dei prodotti, come si diceva in precedenza, ma anche a discapito delle tipicità. Ad esempio, in una città dalle tradizioni millenarie come la nostra, i localini tipici che offrono i piatti cucinati un tempo dai nostri nonni stanno scomparendo per

lasciare il posto alle multinazionali del cibo; un altro grave problema da non sottovalutare e che rischia di cancellare per sempre gran parte delle nostre tradizioni culinarie.

Come tutto ebbe inizio il primo grande fast food conquista Roma 1986 – la moda del fast food sbarca nella Capitale. È infatti in quest’anno che la più grande multinazionale americana del pasto veloce decide di fare concorrenza alla carbonara. Le pretese sono altissime: l’edificio scelto per il primo ristorante sorge nella storica Piazza di Spagna, da sempre una delle piazze romane più amate del centro di Roma. A pochi passi – e non è un caso – sei anni prima è stata inaugurata la fermata della metropolitana “Spagna”. Tra mille proteste e mille polemiche viene eretto a Roma il primo tempio del fast food, a discapito di un bar- tavola calda storico, il Rugantino. Senza grandi effetti speciali stilistici – niente tabelloni illuminati stile Las Vegas né gigantografie cartonate di hamburger -, ma nel rispetto dei colori e delle strutture esterne del vecchio centro storico, l’America dello street food invade Roma pronta a conquistare le gole e le tasche di migliaia di potenziali clienti. Presto fatto; nei primi mesi di gestione il “colosso del burger” registra un boom di vendite impressionante e fa tremare tutti i gestori dei locali antistanti alla scalinata di Trinità dei Monti. È solo l’inizio di una storia di successo; il secondo capitolo sarebbe sorto di lì a poco a Trastevere e da lì a conquistare tutta Roma con un solo obiettivo: colonizzare la Città Eterna a colpi di hamburger.

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Roma, una città-ponte tra due culture - Bisogna andarci preparati: lo sarete fra due minuti Roma è una città che non ha la vocazione al turismo ed è ostile allo straniero che vede come un fastidio inevitabile, come un turista della democrazia. Eppure era questo il segreto di Roma Antica capace di inglobare i popoli che conquistava facendo studiare i rampolli a Roma che si affezionavano ai modi sopraffini e alla cultura anche se, la triste vicenda di Arminio e della foresta di Teutoburgo “Quintili Vare, legiones redde!”, ci dovrebbe far riflettere anche oggi: i tedeschi sembrano amici ma poi… La visita ideale della Capitale incomincia dal Pantheon dove una folla consistentissima di persone, ma ormai è un turismo mordi e fuggi, aspetta di entrare. La sua cupola è fra le più grandi del mondo e comunque la più grande in calcestruzzo non armato (c’è scritto su Wikipedia) poi ne hanno costruite di più grandi ma a fini sportivi e quindi non contano. Comunque fa una certa impressione trovarsi dentro a una chiesa cristiana con tutta la gente che fotografa tutto senza sapere bene cosa sta facendo e perché: personalmente preferivo prima quando la pellicola imponeva un minimo di riflessione. In alto, in mezzo, c’è un buco dal quale entra la luce e la pioggia e da un grande fascino al tutto. La fontana di Trevi è forse la più famosa delle fontane del mondo e celebrata dai film. Il pezzo forte è la Chiesa di San Luigi dei Francesi dove poter ammirare delle superbe tele del Caravaggio, che sebbene fosse un omicida ha saputo grazie alla sua arte passare all’immortalità proprio per le sue opere dense di spiritualità come se il travaglio interiore dovesse sfogarsi in qualche modo. In questa chiesa si sono sposati tutti i francesi famosi come Jean Alesi, Brigitte Bardot, Catherine Spaak, Arsène Lupin, Jean Claude Van Damme, Yves Montand anche se quest’ultimo era in realtà il nome d’arte dell’italianissimo Ivo Livi. La nostra visita virtuale non può che continuare a Torre Argentina per soffermarci nel luogo esatto dove Giulio Cesare venne accoltellato a morte e viaggiare un po’ con la fantasia e l’immaginazione e pensare al grandissimo dittatore e condottiero e alla sua fine trafitto dai congiurati tra i quali anche suo figlio Bruto anche se non era suo figlio ma l’espressione va presa come una espressione rivolta a una persona cara. Solo allora, solo riconosciuto il suo volto Cesare si lasciò andare al suo destino. I ragazzi dovrebbero leggere nelle scuole l’orazione funebre di Antonio “Ascoltatemi amici, romani, concittadini… Io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo. (…) Io non vengo qui a smentire Bruto ma soltanto a riferirvi quello che io so” ma i giovani, spesso, preferiscono giocare con i telefonini. La nostra avventura alla scoperta dei segreti di Roma prosegue con la statua di Cola Di Rienzo, l’ultimo dei tribuni del popolo: davvero affascinante la storia di costui che, dal nulla, aveva in mano Roma ma poi si fece prendere dalle manie di grandezza e divenne un tiranno e fece la fine alla quale tutti i tiranni, prima o poi, sono destinati e una volta morto, bruciato. Riferisce una fonte anonima: “Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri”. Roma è la città più bella del mondo, insieme a Venezia.


Curiosità Nel 1996 Julian Schnabel ha realizzato un biopic sull’artista di New York intitolato “Basquiat” , interpretato da Jeffrey Wright, con David Bowie nei panni di Andy Warhol (nel cast anche Benicio Del Toro, Dennis Hopper, Gary Oldman, Christopher Walken, Willem Dafoe e Courtney Love). Nel 2002 la famosa casa d'asta Christie's vende per 5.509.500 dollari l’opera "Profit I" di Basquiat di proprietà, in precedenza, del batterista dei Metallica Lars Ulrich. Nel 2007 un’altra delle sue opere viene battuta da Sotheby's per 14.6 milioni di dollari, mentre nel 2008, Lars Ulrich cede "Untitled (Boxer)" per 12 milioni di dollari.

Basquiat

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icordate il film “Midnight in Paris”? Il protagonista per un misterioso e imprevedibile prodigio si ritrova a Parigi nei fantastici anni ’30 e ha la possibilità di incontrare alcuni dei suoi idoli letterari e artistici: Hemingway, Fitzgerald, Picasso, Dalì. Ecco uscendo dalla mostra tenutasi al Chiostro del Bramante dedicata all’artista Jean-Michel Basquiat, si è presi da un’irrefrenabile voglia di essere catapultati a New York agli inizi degli anni ’80 e vivere un giorno con questo incredibile personaggio, immersi nell’atmosfera della cultura underground di quegli anni. Padre haitiano e madre portoricana, giovanissimo scappa di casa e per scelta decide di vivere per la strada trovando ospitalità in casa di amici o rifugio in vecchi edifici abbandonati. Lascia il suo segno ovunque, su muri scrostati, su superfici cadenti, sui treni della metropolitana. Scrive frasi brevi di difficile interpretazione firmandosi SAMO (acronimo di Same Old Shit ) fino a quando comparirà la scritta Samo is dead (Samo è morto). Si mantiene vendendo magliette dipinte a mano e cartoline. Un giorno si imbatte in Andy Warhol già affermato e osannato esponente della POPART , gli presenta le sue cartoline ne vende due, è il primo approccio, nessuno dei due può immaginare che un giorno collaboreranno. Un poster famosissimo li ritrae insieme con i guantoni da boxe in occasione della mostra Warhol-Basquiat paintings del 1985. L’amicizia si rompe anche a causa della non lusinghiera definizione del New York Times di se stesso come “mascotte di Warhol” e quando l’amico muore, a Basquiat non viene concesso di partecipare ai funerali. Non è l’unico con cui il talentuoso “Picasso nero” incrocia i suoi guantoni. Frequentando il Club 57, celebre punto di ritrovo dell’epoca per artisti, musicisti e attori ,conosce altre icone pop di quegli anni : Madonna con cui ha una breve e tormentata (nemmeno a dirlo!) relazione, Keith Haring con cui ha in comune la scoperta del precoce talento, l’influenza dei fumetti, gli inizi nel graffitismo, nonché l’inclinazione al consumo di droghe. Ne usa e abusa per tutta la sua breve esistenza e un’overdose di eroina lo stroncherà a soli 27 anni il 12 agosto 1988. Le sue opere sono collegate alla condizione della comunità afroamericana nel proposito di denunciare il razzismo latente, le figure sono apparentemente elementari e primitive mescolate a frasi e parole cancellate ("cancello le parole, in modo che le si possano notare - il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più”), i colori forti e a contrasto, dipinge teste, arti, elementi di anatomia, animali e l’immancabile corona a tre punte per la cui interpretazione usiamo le parole di Francesco Clemente suo amico e collaboratore : "La corona di Jean-Michel ha tre punte, perché triplice è il suo lignaggio reale: di poeta, di musicista e campione di boxe".

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egli ultimi anni, in tutto il mondo, la produzione di nuove birre artigianali, prodotte in poche migliaia di bottiglie dando quindi minore spazio alla quantità ma maggiore importanza alla qualità, è un fenomeno che cresce a dismisura. Ma chi l’ha detto che anche una grande birrificio non può produrre un prodotto di ottimo livello? Lo ha dimostrato ancora una volta la Peroni, uno dei più noti marchi italiani nel mondo, presente sul mercato già dal 1846 e che ebbe il suo primo stabilimento negli storici locali romani di Via dei Due Macelli. Sono stati presentati infatti nella capitale i nuovi prodotti marcati Peroni. Un nuovo spot, riduttivo forse chiamarlo semplicemente, pubblicità. Una manciata di secondi per comunicare un messaggio importante: qualità, passione e soprattutto made in Italy. Perchè una birra dalla produzione industriale non è detto che non conservi con se tutti quelle caratteristiche proprie di un piccolo birrificio. Le nuove “Gran Riserva” Peroni sono tre : la Doppio Malto, energica nel gusto e dalle note decise di cereali e malto tostato. La Puro Malto dal gusto pieno e rotondo e dal luppolo leggermente aromatico e la corposa Rossa, 5,2% di gradazione alcolica e a bassa fermentazione. Tre prodotti italiani e da gustare a pieno in qualsiasi occasione.


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Commedie, Trash, Poliziotteschi, Horror ed altri generi CULT dagli anni 70 a 90

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A cura di

B. Lanzone

LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO

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a casa dalle finestre che ridono è un film del 1976 diretto da Pupi Avati. La sceneggiatura fu scritta dal regista con il fratello Antonio (anche produttore), Gianni Cavina e Maurizio Costanzo. I personaggi principali sono interpretati da Lino Capolicchio, Francesca Marciano e lo stesso Cavina, che inoltre doppia il personaggio interpretato da Tonino Corazzari. È la prima mystery story diretta da Avati, che segnala il passaggio dalla commedia all'horror: seguiranno Zeder nel 1983, L'amico d'infanzia nel 1994, L'arcano incantatore nel 1996 ed Il nascondiglio nel 2007. Nel 1979 ha vinto il premio della Critica al Festival du Film Fantastique di Parigi e dopo alcuni anni divenne un cult. Stefano è un giovane restauratore a cui, con l'intercessione dell'amico Antonio, è stato affidato dal sindaco di un paese della provincia ferrarese l'incarico di riportare alla luce un affresco in una chiesa nella campagna circostante. L'opera è stata dipinta da un folle pittore del posto morto suicida vent'anni prima, Buono Legnani, e raffigura il martirio di San Sebastiano. Stefano rimane molto affascinato dall'affresco, ma pochi colloqui con il parroco Don Orsi ed altre persone del posto sono sufficienti a con-

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vincerlo che tanto l'opera quanto il suo autore non godono di altrettanta stima fra la gente del paese. Alcune telefonate anonime, che lo invitano ad andarsene rinunciando al restauro, e qualche frase sibillina di Coppola, l'iracondo ed alco-

lizzato tassista del luogo, gli insinuano il sospetto che l'affresco e il suo autore nascondano un qualche mistero che la morbosa sonnolenza del paese non riesce completamente a celare. La conferma

ai suoi sospetti arriva proprio dall'amico Antonio, che gli preannuncia sconvolgenti scoperte riguardo ad una “casa dalle finestre che ridono” ma, prima di potergliele rivelare, muore precipitando dalla finestra della stanza d'albergo dove avrebbero dovuto incontrarsi. Il tragico evento viene frettolosamente archiviato dalle autorità del luogo come suicidio, nonostante Stefano testimoni di aver visto l'ombra del probabile assassino muoversi dietro la tenda della finestra. Una forza oscura manovra nell'ombra per impedire che la verità venga a galla, e tanta è in paese la diffidenza nei confronti del giovane restauratore che la proprietaria dell'albergo dove risiede, con una banale scusa presto smentita dalla cameriera, lo priva della stanza lasciandolo senza alloggio. Gli viene però in soccorso Lidio, il giovane chierichetto ottuso, che gli procura una sistemazione in una cadente villa patrizia, apparentemente abitata soltanto da una vecchia costretta a letto dall'infermità, dove casualmente trova un vetusto registratore a filo d'acciaio con incise alcune frasi deliranti. Convinto che si tratti della voce del Legnani, Stefano inizia una personale indagine sulla vita del pittore, ricavando tuttavia soltanto notizie frammentarie: noto come “il pittore delle agonie” per l'abitudine di


ritrarre persone in punto di morte, aveva trascorso l'infanzia in Brasile insieme alle due sorelle, con le quali era dedito a strani riti incestuosi che l'avevano reso folle al punto da suicidarsi dandosi fuoco, ed era morto senza che il suo cadavere fosse mai stato stato ritrovato. La vera svolta nell'indagine arriva quando, a restauro praticamente ultimato, Stefano (che nel frattempo ha iniziato una relazione con la giovane maestra Francesca, arrivando a condividere con lei il suo alloggio alla villa) entra in possesso di un ingiallito faldone che testimonia come qualcuno prima di lui avesse condotto una circostanziata indagine sulla vita del pittore. Nei documenti si sospetta che le sorelle gli procurassero cadaveri da ritrarre, ed è presente una vecchia fotografia scattata in Brasile che le ritrae insieme al fratello: Stefano coglie immediatamente la forte somiglianza tra le due donne e le figure degli erinni che nell'affresco straziano il corpo del martire. L'eccitazione per la notevole scoperta si tramuta però rapidamente in collera quando realizza che l'affresco è stato deturpato con l'acido in modo da rimuovere le figure femminili, vanificando così il suo lavoro. Amareggiato e pressato dalla terrorizzata fidanzata, decide di lasciare il paese la mattina successiva ma, proprio quando sta per partire, incontra Coppola che, per ritorsione contro le autorità del paese che gli hanno ritirato la licenza del taxi, decide di rompere il silenzio su Buono Legnani e le sue sorelle. Lo accompagna così ad un casale abbandonato, un tempo residenza del pittore, le cui finestre sono grottescamente decorate da gigantesche bocche sorridenti; gli racconta di come le sorelle, che sono ancora vive, procurassero i soggetti da ritrarre, che prima venivano torturati, poi, una volta morti, sepolti nelle adiacenze del casale e, scavando un poco, gli mostra la gran quantità di resti umani nascosta nel terreno. Sconvolto da quanto appreso, Stefano torna di corsa a prendere Francesca per

scappare da quel posto, ma la trova morta appesa per le braccia, come San Sebastiano nell'affresco. Anche Coppola è sparito, così al restauratore non resta che tornare in paese e denunciare tutto ai Carabinieri, i quali tuttavia non trovano riscontri al suo racconto perché qualcuno si è tempestivamente attivato per rimuovere tutte le prove; contemporaneamente, viene ritrovato anche il cadavere di Coppola nel fiume. Invitato dal sindaco a dormire in paese per poi partire la mattina successiva, Stefano viene nottetempo attirato con l'inganno alla villa diroccata, dove trova le sorelle del Legnani che, in una macabra trasposizione dell'affresco, stanno torturando il moribondo Lidio. Una delle sorelle, che Stefano riconosce essere la paralitica padrona di casa, aprendo un

armadio gli mostra un grosso contenitore dove, in una soluzione di formalina, sono conservati i resti del pittore, alla memoria del quale le due folli, con l'aiuto di Lidio, continuano ad offrire sacrifici umani. La mossa è però una trappola che permette alla ignota seconda sorella di ferire gravemente Stefano, che riesce tuttavia a fuggire e, grazie all'oscurità, a nascondersi nell'intricata vegetazione del giardino. L'indomani, sebbene debilitato dall'emorragia, riesce a tornare in paese per chiedere aiuto, ma gli abitanti, barricati dietro le finestre chiuse, fingono di non udire le sue grida disperate, così si dirige alla chiesa in cerca di Don Orsi. Qui Stefano vive il suo dramma finale: il parroco altri non è che la seconda sorella del

Legnani che, insieme alla finta paralitica, incombe minacciosamente su di lui per terminare ciò che aveva iniziato la sera precedente, mentre in lontananza si odono le sirene della polizia di Ferrara, precedentemente avvisata dal sindaco Solmi. Pupi Avati ha tratto l'idea per la realizzazione del film da un episodio della sua infanzia. Nel comune dove risiedeva fu infatti aperta la tomba di un prete, ma i resti rinvenuti appartenevano misteriosamente a una donna. La zia del futuro regista, per farlo star buono quando era bambino, lo minacciava del possibile arrivo del "prete donna", spauracchio da lei inventato sulla scorta del fatto sopracitato. Come è noto, il prete protagonista del film è una donna, situazione che viene rivelata solo nel finale. Quando i fratelli Avati concepirono il soggetto de La casa dalle finestre che ridono, il film doveva essere girato negli Stati Uniti. La casa dalle finestre che ridono era un casolare, non più esistente, situato presso Malalbergo, in provincia di Bologna. La villa in cui alloggiano Stefano e Francesca è Villa Boccaccini, a Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara. Parte del film è stata girata a pochi km di distanza, ovvero a Comacchio, dove sono visibili il loggiato della chiesa dei Frati Cappuccini (l'arrivo di Stefano e il passaggio col taxi di Coppola) e altri particolari del centro del paese della piccola cittadina, nella scena in cui Stefano di notte assiste alla caduta dalla finestra di Mazza, quando Stefano va dal droghiere (l'attore bolognese Arrigo Lucchini) per indagare sulla vendita di acido muriatico, quando, nel finale, Stefano sul sidecar di Coppola e ferito, va a chiedere aiuto, ecc. La chiesa è a San Giovanni in Triario, nel comune di Minerbio, mentre la trattoria "Poppi" si trova a San Martino in Soverzano, frazione dello stesso comune. Anche se di difficile reperimento, questo cult non può mancare nella vostra cineteca!!!

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foto-book

Il nosto fotografo Massimiliano Correa questo mese ha immortalato la bellissima Sophia Cattleya. Il servizio è stato realizzato a Roma nella zona dell'Eur. - Raccontaci qualcosa su di te e su quello che stai facendo ora. - Attualmente studio, frequento il liceo Michele Amari e il fine settimana mi do da fare con un lavoretto per soddisfare le mie piccole esigenze.. - Pratichi sport? - Pratico sport?! Hahaha ormai la palestra è la mia casa, da un anno a questa parte mi sono trasferita lì. Faccio bodybuilding, e un giorno molto vicino spero possa essermi utile anche a livello lavorativo, nel frattempo per me semplicemente è "vita"

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- Come ti sei trovata a posare per la nostra rivista? - Mi sono trovata molto bene veramente, sono stata a mio agio, il fotografo è stato simpaticissimo

Foto-Book il tuo book fotografico

Ogni mese sulle pagine di RM Magazine proponiamo l’estratto di un book fotografico realizzato appositamente per la rivista da foto-book. Se volete apparire in queste pagine potete contattare il sito www.foto-book.it o direttamente il fotografo a pierpandi@alice.it


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- Hai intenzione di proseguire la strada di modella o hai altri progetti per il futuro? - Si, mi piacerebbe veramente tanto poter posare per qualche marchio famoso. Di progetti per il futuro ne ho molti e sono sicura che tra tutti

qualcuno un giorno potrà diventare realtà - Sei una ragazza romantica o passionale? - Mi ritengo romantica tanto quanto passionale.. - Come impieghi il tuo tempo libero? - Nel mio tempo libero cerco di fare ciò che mi fa star bene, come can-

tare, andare in palestra, uscire con gli amici, andare a ballare...ciò che piace fare a qualsiasi ragazza della mia età. - Come ti immagini tra dieci anni? - Tra 10 anni mi vedo con una bella famiglia ed i miei sogni in evoluzione.. beh non resta altro che sognare ed impegnarsi pre renderli realtà; a un futuro radioso!!!

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e molto professionale, spero di poter avere l'occasione di fare qualche altro lavoro insieme!!


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COSPLAY Forse, in autobus o in metropolitana, vi sarà capitato di incontrare qualcuno indossando uno strano abbigliamento che magari ricordava vagamente qualcosa che conoscevate ma non riuscivate ad inquadrare perfettamente. Magari aveva una spada giocattolo e del trucco. No, non era carnevale. Avrete pensato….”questo è matto”. Beh, forse si (chissà) o forse se foste scesi alla sua fermata dell’autobus e lo aveste seguito fino a dove era diretto avreste scoperto che, molto probabilmente, era diretto ad un festival del fumetto o del cinema fantasy, e che di matti come lui, travestiti nei modi più strani, il posto era pieno. Ma cosa stava facendo quel uomo vestito da Darth Fener in metropolitana? Ve lo dico in una parola: Cosplay (le possibilità che fosse semplicemente matto, sussistono comunque). Coscosa? Cosplay, calma. E’ un hobby, che ha radici all’inizio degli anni quaranta ma che ha preso piede in modo significativo negli ultimi vent’ anni. Si tratta di travestirsi, usando indumenti, trucco o accessori, nel modo più somigliante possibile a personaggi dei fumetti, dei videogiochi o di film e telefilm. Il fenomeno non ha età e coinvolge grandi e piccoli. Nato negli Usa e diffusosi prima in Giappone e negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo, ha un suo precursore proprio nel paese a stelle e strisce. Era il lontano 1939 quando lo scrittore di fantascienza Forrest J.Ackerman decise di presentarsi al primo festival del cinema di fantascienza a New York, travestito dal personaggio principale del film di tre anni prima “La vita futura” liberamente tratto da un romanzo di Orson Wells che immagina una serie di eventi e cambiamenti che si sarebbero svolti da li a un imminente futuro. Ackerman era un grande appassionato di fantascienza e redattore della rivista Famous Monster of Filmland, specializzata in commenti e approfondimenti di film dove apparivano mostri o personaggi bizzarri di ogni tipo e, forse, pensò di “travestirsi” anche per scopi pubblicitari. Non sappiamo se l’intento funzionò ma quello che sappiamo con certezza è che generò il fenomeno del Cosplay. Il vero e proprio boom di questo divertente hobby si ha però negli anni novanta quando, questa volta in Giappone, vari ragazzi cominciano ad apparire per le strade della capitale con i vestiti dei personaggi della serie anime, ovvero dei tipici cartoni giapponesi, Neon Genesis Evangelion. La serie televisiva, che narra la storia di un gruppo di giovani che vivono in un futuro distropico post-apocalittico, ebbe infatti un successo clamoroso ed è considerata una dei prodotti di maggior successo della storia della produzione cartoon giapponese. Tale successo fu così travolgente che molti si riconobbero così tanto nei personaggi da volerne emulare anche gli abiti, non solo in convegni dedicati ma anche nella vita quotidiana. Oggi il coslplay è diventato un vero e proprio fenomeno di massa divertentissimo e coloratissimo. Gli amanti di questa sottocultura sono ormai diventati dei veri esperti e cercano di impersonare il proprio personaggio preferito cercando di riprodurne anche i dettagli più piccoli. Siete curiosi di vedere qualche cosplayer in azione? Non perdetevi allora le prossime fiere del fumetto in cui queste foto sono state scattate!

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Roberto Di Mario Massimiliano Correa

A cura di Foto

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DI O S COR ZIONE A M R O F

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I veri nomi Era una bella giornata di sole. Una bella mattina. Normalmente sono sempre di corsa e, a dirla tutta, lo ero anche quel giorno. Sudato, parcheggiato male, con il telefono che suona, mia madre che mi chiede perché non pranzo mai da lei, la fidanzata che vuole sapere da me che film noioso mi porterà a vedere lei la sera. E poi la vedo. È li. Chiaramente disponibile. Silenziosa, sola. Aspetta me. E io, attraverso la strada lentamente sulle strisce facendo frenare le Smart (a Roma ci sono solo Smart) attratto da lei e determinato a raggiungerla come uno zombie con le donne grasse e distratte nei film di Romero. È una panchina. È al sole. E mi ci siedo. Metto il cellulare sul silenzioso e faccio un lungo sospiro. Sono calmo, sono seduto. Qui, su questa panchina nel centro di Roma potrei anche raggiungere il Nirvana. Magari non proprio lo stadio finale ma insomma, avvicinarmici almeno. Distrarmi un attimo ad osservare la città senza sentire qualcuno che per questo mi suona il clacson. Ma poi sento quella voce. Un richiamo umano. Il grido. "Flaminia!" . Mi giro. Una bambina di circa 5 anni corre arrivando dalla mia sinistra, mi passa davanti e continua a correre, la seguo con lo sguardo. Ha i capelli biondi e riccioluti. Un completino blu.

La donna che la chiama è 10 metri dietro di lei, parla al cellulare è bella e elegante. Pantaloni neri, maglietta e giacca blu come la figlia. Orologio d'orato. Capelli lunghi neri e in piega perfetta. 50 anni circa. Grida di nuovo "Flaminia! Fermati!". La piccola borsetta le scivola un po' dalla spalla, dice al telefono "scusa un attimo". Si rivolge di nuovo alla figlia "Flaminia, datti una calmata e entra in macchina". Tira fuori un mazzo di chiavi e preme un tasto. Ad una Mini Cabrio color panna parcheggiata pochi metri più avanti lampeggiano le luci. Flaminia entra in macchina lato passeggero, inclina il sedile si siede dietro. Arriva la madre. È passata veloce davanti a me e al telefono diceva "e con 250 euro cosa pretendevi dai". Apre la portiera, la richiude si mette al volante. Brevi gesti per fare manovra tocca leggermente la macchina parcheggiata davanti a lei, poi quella dietro.Ancora quella davanti e quella dietro una volta. Esce dal parcheggio. Flaminia sul sedile posteriore ha preso un tablet in un gesto automatico e disinvolto. Guarda qualcosa sullo schermo e ride. L’auto sfreccia via nel traffico. La mamma di Flaminia è ancora al telefono. La vedo per un attimo che fa una smorfia con la bocca poi ride di nuovo. Chiudo gli occhi.

Flaminia si sposerà fra 26 anni, dopo aver preso una laurea in scienze politiche all'università privata. Poi un Master in comunicazione di impresa a Milano. Poi corso di inglese a Londra e stage, poi di nuovo finalmente il primo lavoro a Roma. Un amico del padre cerca proprio una neo laureata che parli bene l'inglese e per fortuna il suo amico ha una figlia con queste caratteristiche. Flaminia si innamorerà di Orso Maria de Bosis. Giovane e promettente avvocato di 31 anni, figlio del più noto Manfredi. De Bosis, ovviamente. O così almeno crede e spera la suocera, la signora Ludovica. 31 anni fa aveva una storia di passione con un amico del circolo, tale Aldo. Poi partito per il sud America in cerca di fortune, mai trovate peraltro. Flaminia e Orso Maria si sposeranno con rito religioso e ricevimento presso la sede dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Una cerimonia sobria per i comunque selezionatissimi 547 invitati. Abiteranno sulla Cassia e per Flaminia sarà sempre una cosa divertente da raccontare a cena con gli amici. Flaminia e Orso Maria. Se da casa loro tracci una linea lunga 21 chilometri verso est arrivi esattamente in un altra casa. Ci abitano Giovanni e Ilaria. Ma questa è un altra storia.

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www.rocknread.it @Rocknread_it Rock’n’Read Rocknread.it

Sballati di libri e musica, per voi le nostre recensioni Gli Insetti sono Tutti a Dormire - Valerio Valentini - Ed. La Gru 2017 Gli insetti sono tutti a dormire di Valerio Valentini inizia con gli splendidi versi di Annarella degli CCCP. È un insieme di storie, 27 racconti, istantanee di vita che in modo molto fluido e naturale ci danno la piena percezione dell’unità del testo. Ci si imbatte subito in un racconto di un frammento di vita di coppia che potrebbe essere quello di ciascuno di noi, dei comuni giorni di vacanza di una qualsiasi coppia. Dinamiche conosciute in cui ci si riesce a immergere con facilità, che si riescono a comprendere in pieno. Tutto il libro è ricco di relazioni umane, di personaggi che si relazionano e cercano se stessi colti in un momento di bivio, in situazioni più

o meno quotidiane ma comunque di crisi, dopo la quale qualcosa dovrà mutare. Gli insetti sono tutti a dormire ci racconta singoli istanti, fermo immagine diversi tra loro in cui poi si dovrà scegliere chi essere nella vita. Molto presente l’amore ma anche la libertà, la nostalgia e la volontà di essere a prescindere da ciò che ci circonda, ci influenza, da ciò che spesso ci piega o ci fa fare compromessi con la vita che alla lunga non reggiamo. Si viene introdotti alla conoscenza di ciascun personaggio o situazione e ci si ritrova spesso a pensare durante la lettura di sapere cosa sia successo prima e dopo lo spaccato che ci viene descritto. In Gli insetti sono tutti a dormire per ciascuno dei personaggi/protagonisti la salvezza, l’uscita dall’impasse, è qualcosa di diverso, come in ognuno di noi. E non è vera la leggenda che i libri di racconti non vanno…dipende dai racconti!

L’Isola di Plastica – Marco Caponera Ed. Alter Ego 2016 Immaginate di poter entrare in una gigantesca opera del fotografo irriverente David LaChapelle, di dare vita ai protagonisti e a quelli sullo sfondo: benvenuti ne L’Isola di Plastica di Marco Caponera. Le nuove frontiere della vacanza a 5 stelle sono aperte! I protagonisti di questo libro surreale quanto coinvolgente sono un trentenne sfigato, precario, ansioso e avvezzo all’alcool che si imbatte in una sensuale bambola gonfiabile sul nevrotico andante, che conoscono un Gesù sboccato che non sa cosa fare della sua esistenza ed una coppia gay in crisi con lo scatto compulsivo allo smartphone. Poggiate questi personaggi su di un’isola interamente in plastica riciclata, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, il residence Beautiful Garbage, ed ecco a voi un libro che vi sorprenderà. Su L’Isola di Plastica non esiste nulla al di fuori di pezzi di plastica smistati o da smistare e cibo scaduto. Il ruolo del trentenne

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ansioso è quello del Cicerone, l’operatore turistico, colui che una volta arrivati si prende cura degli ospiti in tutto e per tutto. Ma l’isola nasconde delle verità che rendono il libro una vera escalation di curiosità, suspense e un pizzico di ansia. Non si sa mai ciò che potrebbe accadere all’ angolo della pagina successiva. Eppure cosa potrebbe mai avvenire su di un' isola in cui convoglia tutta la plastica del pianeta Terra? Marco Caponera riesce a farci sbarcare con lui sull’isola e a farci non solo immaginare ma vedere nitidamente e a colori brillanti tutto ciò che di assurdo succede in una vacanza in mezzo al mare e alla plastica. O almeno questo è ciò che avrebbe dovuto essere. Una domanda ci resta nella mente e nell'anima: Meglio essere il re dei rifiuti o il re dei rifiutati?


Dove Tutto è a Metà - Zampaglione-Gensini – Ed. Mondadori 2017 Dove tutto è a metà è un romanzo scritto a quattro mani dal cantante dei Tiromancino, Federico Zampaglione, e dallo scrittore Giacomo Gensini. Pieno di musica, come è inevitabile, ma anche composto da una storia avvincente e scorrevole. Due mondi musicali a confronto. Due generazioni lontane che s'incontrano. Una è quella di Ludovico, in arte Lodo, giovane cantante di un gruppo rock esordiente, i Bangers; l'altra quella di un cantautore pop, Libero Ferri, ormai al suo tramonto dalla scena musicale dopo un passato da cantante famoso e una carriera ormai bruciata. In Dove tutto è a metà ci sono due mondi lontani in tutto, ma che casualmente si trovano a vivere parallelamente. Ognuno a fare i conti con le proprie esistenze. Libero, impantanato in una crisi

creativa che lo blocca emotivamente e lo allontana dagli affetti ma soprattutto dalla fantastica moglie Luna, donna in carriera che non vede più nell'uomo che ha accanto il talentuoso marito che anni prima ha sposato. Lodo, invece, all'inizio della sua ascesa, in pieno scontro con le dinamiche della discografia e in conflitto anche con gli altri componenti della band, innamorato e non corrisposto di Giulia, coinquilina e attrice esordiente alla ricerca del successo. Vecchie e nuove lotte, quelle di un ragazzo e quelle di un uomo adulto, entrambe sofferte, tormentate, ma sempre volte alla ricerca di soddisfare quella grande e totalitaria passione che è la musica. Fa da sfondo Roma, la città eterna, con i suoi personaggi e i suoi luoghi tipici, non in ultimo, il mitico locale "Morrison Café", fucina di tanti nuovi artisti ed epicentro della vita musicale romana. In Dove tutto è a metà, gli autori, Zampaglione e Gelsini, sono bravi a trascinare il lettore in tanti scenari che si susseguono e lo coinvolgono a pieno fino all'inevitabile lieto fine della storia.

La Rivoluzione del Coniglio - Antonello Dose – Ed. Mondadori 2017 Antonello Dose con La Rivoluzione del Coniglio ci regala un pezzetto di sé. Spalanca le porte della sua vita e ci accompagna per mano nei ricordi delle sue esperienze con soffice gentilezza anche nel rievocare i momenti più delicati. Giovane gay friulano presto sieropositivo in un momento storico in cui troppo spesso voleva dire “Game Over” Antonello trova la sua strada e la forza di affrontare la vita con serenità grazie al buddismo e le sue pratiche. Le preghiere e tutto ciò che ci gira intorno, sono il filo conduttore dell’intero libro e tra tecnicismi e rivoluzioni spirituali ci svela un mondo di persone pronte a cambiare prospettiva per vivere felici in consapevolezza. O almeno provarci! La Rivoluzione del Coniglio descrive come di una vita si possa fare qualcosa di più che raccogliere ciò che ci da, come si possa mettere a frutto anche una “sfiga” come l'aver contratto l’HIV, di come possiamo essere in grado di stabilizzare i valori delle analisi e mantenere alta la speranza di una vita migliore sotto ogni punto di vista.

Antonello, voce della mitica trasmissione di Radio2 Il Ruggito del Coniglio, nato da una famiglia cattolica ci racconta degli inizi da attore, delle difficoltà come omosessuale, dei suoi amori e viaggi e di come una riunione in una casa privata in cui l’unico accorgimento era quello di togliersi le scarpe all’ entrata, gli ha cambiato la vita. La Rivoluzione del Coniglio è un libro di iniziazione al buddismo ma non solo, è una storia delicata che ci narra di come con dei presupposti non proprio da urlo si possa far sbocciare il nostro potenziale e amare ciò che ci circonda e noi stessi. Perché ognuno di noi è un Buddha.


IL MIO

O C I M A

T E P A cura di

Gianni Panto

Casa a misura di gatto

T

rasformare l’appartamento in misura del gatto d’affezione può risultare molto più semplice del previsto, in particolare se a muovere l’entusiasmo è la passione per lo stesso animale. Non è una decisione facile ma sicuramente accessibile, che deve rispet-

tare le esigenze del felino di casa. Per chi ha alle spalle una convivenza di questo tipo, esiste una forte consapevolezza del tipo di relazione che può intercorrere tra due esseri così diversi: uomo e gatto. Nonostante ciò vige un equilibrio sottile, molto forte, che spinge questi due opposti ad attrarsi e rispettarsi vicendevolmente. In particolar modo se l’uomo riuscirà a rispettare tempi, spazi e ritmi del gatto domestico. Il micio è un animale indipendente, spesso distaccato, autonomo alla ricerca di una propria privacy ma anche di amore. Un essere che richiede anche piccoli spazi dove poter sonnecchiare in santa pace, oppure mensole e mobili dove saltare e correre. Per questo la convivenza con Fufi richiede attenzione nei confronti dell’arredo, che dovrà risultare semplice, privo di fronzoli e ninnoli e al contempo sicuro. Creare un ambiente in misura

del gatto di famiglia è comunque una necessità importante per lo stesso felino, ma anche per il compagno umano così da non spezzare l’equilibrio costruito nel tempo. Per catturare l’attenzione del gatto, di-

stogliendola da mobili e tende, è possibile posizionare in casa un tiragraffi a più ripiani. Una struttura dove il micio potrà limarsi le unghie quindi giocare e riposare sui ripiani più alti, dominando la casa e i suoi abitanti. Per attirare la curiosità di Fufi è bene posizionare l’articolo in una zona piuttosto frequentata dallo stesso, quindi riparata e tranquilla, magari cospargendo il tiragraffi con erba gatta o qualche crocchetta. In questo modo, almeno per le prime volte, potrà risultare più accattivante e intrigante. Al contempo, sarà utile costruire mensole e ripiani, da sistemare ad altezze differenti, dove lui possa salire e da cui sal-


tare agilmente. Per favorire l’espulsione di pelo è bene mettere a disposizione un vasetto di erba gatta, utile anche per attirare l’attenzione e rilassare il gatto. Per il momento del relax sistemate le cucce in angoli tranquilli e riparati dal rumore, che sia un semplice gruppo di cuscini, una scatola o una piccola tana di produzione è importante che faccia sentire l’animale protetto. Anche la lettiera dovrà essere collocata in uno spazio adeguato, possibilmente in bagno in un’area tranquilla dove preservare la privacy. In caso di più gatti è importante fornire a ciascuno la propria zona toilette. La condivisione non sempre fa parte dell’animo del felino, per questo anche le ciotole dovranno essere in numero adeguato ai mici di casa dove servire cibo e acqua sempre fresca. Importante poi che sia presente una zona ludica dove possa svagarsi e giocare, magari con articoli di produzione o con crocchettine nascoste per una piccola caccia al tesoro. Al contempo è importante rendere inaccessibili spazi come armadi, cassetti, lavatrici e lavastoviglie che potrebbero rappresentare un pericolo. Ma anche piante e fiori che potrebbero rivelarsi tossiche, come prodotti per la pulizia della casa e l’igiene personale lasciati inavvertitamente aperti. Perché il gatto sia felice è

importante garantirgli uno spazio sano, un posto intimo dove rifugiarsi ma privo di pericoli per il suo benessere. Magari anche un cuscino posto accanto alla finestra dove possa godere del dolce tepore del sole. Un esempio estremo ma curioso riguarda i 35 mila dollari per trasformare la casa in un paradiso per gatti. Tanto ha speso un amante dei felini per i suoi 18 mici, che ora possono scorrazzare liberamente su passerelle, rampe, scivoli e tiragraffi che arredano l'abitazione, dal pavimento al soffitto. Realizzate dalla Trillium Enterprises, le modifiche comprendono un'abbondante vegetazione di piante che permettono ai gatti di nascondersi. Se pensavate che il vostro tiragraffi fosse stato un grande investimento per il vostro animale domestico, allora vi consigliamo di vedere le immagini di questa casa a misura di gatto. La più ampia trasformazione riguarda una serie di passerelle che corrono per tutta la casa: ce n'è una a spirale che conduce dalla cucina fino al secondo piano, una nel bagno che porta al soffitto e un'altra con tutta una serie di ripiani sfalsati. La maggior parte di loro collegano le stanze all'interno della casa. Nonostante tutte queste aggiunte gatto-friendly, l'abitazione sembra sorpren-

dentemente normale dall'esterno, con un incantevole giardino di pietra nel retro completato da una grande varietà di palme e altra vegetazione lussureggiante. Anche all'interno, le numerosi funzioni studiate appositamente per i gatti si integrano benissimo con quelle degli abitanti umani. Il tocco finale lo fornisce un nuovo sistema di ventilazione che consente all'aria di circolare ovunque, evitando la formazione di cattivi odori. Se questo non è un paradiso per gatti, poco ci manca!


IL PET DEL MESE

MATILDE

Il pet del mese è Matilde, Veronica e Claudio ci inviano questa foto da Roma. Vuoi vedere la foto del tuo pet pubblicata nel prossimo numero di RM Magazine? scrivici a: rmmagazinemese@gmail.com


I WANT YOU

FOR RM MAGAZINE Vuoi inserire pubblicità? Vuoi recensire la tua attività? Vuoi creare la tua rubrica? CONTATTACI 3393064971 - rmmagazinemese@gmail.com


foto:

Philippe Ambrosini

Amy Winehouse a family portrait

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pesso, quando pensiamo alle leggende della musica, tendiamo a ricordarle per i loro eccessi o eccentricità. Raramente ci soffermiamo a chiederci come fosse la loro vita di tutti i giorni, quali fossero le loro passioni, o come si svolgesse la loro vita lontana dai

riflettori. Amy Winehouse, una delle più grandi cantanti pop-jazz degli ultimi 30 anni, non sfugge a questa regola. “Più di ogni altra cosa, ho questo sogno di diventare famosa. Di lavorare sul palcoscenico. Voglio che le persone ascoltino la mia voce e dimentichino i loro problemi per

5 minuti. Voglio essere ricordata per essere un’attrice, una cantante, per concerti e spettacoli a Londra e Broadway col tutto esaurito”. Così scriveva Amy per la sua audizione al Sylvia Young Theater School di Londra a 13 anni. Morta tragicamente nel 2011, vittima anche lei della cosid-


detta “maledizione del Club 27” insieme a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison e Kurt Cobain (per citare solo alcuni dei grandi cantanti e musicisti morti nel pieno della loro carriera e agli albori della loro vita), viene dai più ricordata per le bellissime canzoni (spesso autobiografiche) come Rehab, Love Is A Losing Game, Tears Dry On Their Own, Back to Black. Ne ricordiamo i prestigiosi premi musicali, così come gli abusi di alcool e droga, l’anoressia, i tour cancellati e la devastante storia d’amore e violenza con Blake Fielder-Civil, che sposò nel 2007 per poi divorziare solo due anni dopo. Ma chi era realmente (o dovremmo dire: “chi era anche”) Amy Winehouse? Proveniente da immigrati ebrei dell’Est Euro-

pa che si stabilirono a Londra nei primi anni del 1890, Amy era molto orgogliosa delle sue origini e adorava la sua famiglia – soprattutto la nonna Cynthia, della quale si era fatta tatuare l’immagine in stile cartoon anni ’50 sul braccio destro. Diceva spesso “Mi vesto come se fossero

ancora gli anni ’50”, e amava circondarsi di oggetti vintage e retrò, come un vecchio mobile-bar che usava come libreria, una radio Ekco e un’infinita collezione di dischi in vinile comprati in negozietti di seconda mano a Camden, dove viveva. Adorava ascoltare Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Ray Charles, Louis Armstrong. Avida lettrice, passava da un classico della letteratura all’altro - Nabokov, Bukowski, Dostoyevsky – e si rilassava facendo parole crociate e risolvendo Sudoku ogni volta che poteva. Amy possedeva numerose chitarre che usava per comporre e per esibirsi nei suoi spettacoli, ma la sua preferita restò sempre una vecchia Regal, con la quale scrisse moltissime canzoni e

che conservò “anche quando poteva permettersi chitarre molto migliori”, come scrive suo fratello Alex. Descritta da amici e parenti come materna, Amy amava

cucinare per i suoi cari. Nel 2002, Alex le regalò “The book of Jewish Food”, perché la sorella desiderava imparare a preparare la zuppa di pollo (piatto tipico della tradizione ebraica). La passione di Amy per la musica e la famiglia, ma anche e soprattutto la sua “normalità”, ci vengono ricordate attraverso oggetti personali (come l’abito indossato nel video di “Tears Dry On Their Own”) e foto nella mostra “Amy Winehouse. Un ritratto di famiglia”, allestita al Museo Ebraico di Camden, a Londra, fino al 24 settembre.

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DISFATTA MONDIALE

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L’Italia e gli italiani del calcio si sono svegliati sperando di aprire gli occhi e realizzare che è stato tutto un brutto sogno. E invece no. Ancora una volta è TUTTO VERO. In un Paese dove si mangia pane e calcio, dove la domenica non si parla d’altro che di calcio, dove si vive aspettando la nazionale… la delusione è stata immensa. In molti hanno parlato di tragedia, esasperando anche il concetto stesso di tragedia. Dalle stelle di Berlino 2006 alle stalle del Sudafrica quattro anni più tardi, al baratro di Brasile 2014, e adesso? Adesso bisogna ripartire, a testa alta, come ha detto Belotti nel post-partita, ma senza tragedie. Le tragedie, quelle vere, sono altre. Il web si scatena. Dalle accuse agli svedesi di essere catenacciari (da che pulpito!) al complotto; dallo sfortunato evento, all’episodio fortuito; dalla squadra sbagliata, al modulo sbagliato, dall’allenatore sbagliato, al presidente incompetente; dal danno per l’economia italiana, al “ce lo siamo meritati”; dall’amarezza per la mancata partecipazione al mondiale, all’addio di pezzi dei senatori e di un pezzo di storia calcistica come Gigi Buffon; insomma il web è esploso in un mare di commenti ironici e furenti, amari, satirici, rabbiosi sulla partita. Ripartire Le dimissioni di Tavecchio: sembrava irremovibile nella sua decisione di non rassegnare le dimissioni. Invece, Carlo Tavecchio ha smentito se stesso. Nel corso del Consiglio federale del 20 novembre 2017 Tavecchio ha rassegnato le dimissioni. Proprio la sera prima era andata in onda su Mediaset una lunga intervista delle Iene all'ormai ex presidente della Federazione italiana gioco calcio. In quell'intervista sono trapelate, a singhiozzi, velate ammissioni di responsabilità per l'amara squalifica dai Mondiali. Se inizialmente Tavecchio ha parlato di ragioni tecniche e tattiche, dovute a sciagurate decisioni dell'allenatore Ventura, ha poi dovuto ammettere di essere in parte anche lui responsabile, visto che è stato proprio lui a scegliere Ventura.“ Adesso bisogna ripartire daccapo. Sarà importante scegliere su un gruppo di dirigenti validi, un CT dalla comprovata esperienza e, ovviamente, puntare tutto sui giovani. Il calcio italiano ha toccato il fondo, forse era quello che serviva per risalire e tornare ad avere il posto che meritiamo nell'elite mondiale.

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Camilla’s Secrets

A cura di Camilla Gullà (www.camillassecrets.com)

Un abito di Floreiza

Il 28 gennaio 1992 nasce a Milano Camilla Gullà. Un sottile filo invisibile la lega al capoluogo lombardo e centro mondiale della moda e dove i suoi interessi in materia la riconducono abitualmente. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Firenze, città dove scappa a rifugiarsi ogni volta che può. Nel capoluogo toscano frequenta l’Istituto Sacro Cuore e coltiva le sue passioni: la danza classica, il pianoforte e l’amore per le lingue straniere. Attualmente frequenta l’università cattolica del Sacro Cuore a Milano, presso la facoltà di legge e dall’aprile 2011 si occupa del suo blog “Camilla’s Secrets”. Nato dalle aspirazioni di un’ adolescente sognatrice che si racconta parlando di moda e non solo nel tempo è cresciuto e si è evoluto proprio come la sua autrice. E’ sfogliandone le pagine che traspare la crescita e il cambiamento di una ragazza che diventa donna. Camilla ha saputo sfruttare la sua innata tendenza a fondere le sue passioni in una dimensione più ampia e profonda, collaborando in questi anni con importanti brands e autorevoli riviste di tendenza: un meraviglioso e originale connubio tra moda e mondo che ci circonda. Fanno da imperativo il buon gusto e l’eleganza, uniti ad una semplicità che non é mai banale.

Total Look (dress with Corset Belt) by Shein


Camilla’s Secrets My Wonderfull Il “Made in Italy” è uno dei valori a cui il brand My Wonderfull non rinuncia, costruendo una filiera del tutto italiana e più precisamente piemontese. Uno dei capi forti del brand è il corsetto, interamente realizzato a mano; oltre a questo indumento vediamo anche vestiti, gonne, giacche e tubini, come quello che indosso io nelle foto. La donna di Wonderfull è una donna sofisticata e femminile: giacche cortissime, tagliate sotto il seno con spalle strutturate, gonne svasate alla caviglia a vita alta, tubini scollati e arricchiti da decorazioni geometriche raffinate. Tutti i capi sono realizzati nelle sartorie di Cuneo in Piemonte, dove tradizione e maestranza si tramandano da secoli. La collezione Wonderfull presenta indumenti ripresi dai capisaldi della moda, attualizzati e reinterpretati in chiave moderna per esaltare forme e femminilità, senza mai rinunciare alla praticità.


Grazie ai film, gli avventurieri cosmici Marvel più famosi sono i Guardiani della Galassia: lo sgangherato gruppo capitanano dal terrestre Peter Quill, al quale si sono affiancati Drax, Gamora, Rocket e Groot. Nel fumetto ci sono anche altri personaggi a viaggiare in compagnia di Star Lord come ad esempio Venom, molto più conosciuto come nemico dell'Uomo Ragno, la Cosa dei Fantastici Quattro e Kitty Pride degli X-Men. Ecco altri 10 gruppi di supereroi cosmici dell'Universo Marvel:

10. I cavalieri spaziali di Galador Nella lontana “Galassia dorata” orbita il pianeta Galador. Qui vengono creati i cyborg, l'ibrido perfetto uomo/macchina. I più forti di loro hanno lasciato la patria per dare la caccia ai nemici della loro casa e portare giustizia nell'Universo, si fanno chiamare i Cavalieri Spaziali di Galador.

9. Star Masters Anche se il team era formato dai grossi calibri del Marvel Universe, non ha avuto molto successo. Dopo solo tre numeri, il fumetto ha chiuso i battenti e pochi mesi dopo il gruppo si è sciolto, nei ranghi militavano Silver Surfer, Quasar, Beta-Ray Bill, Morphex e Zenith.

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8. Gli Alpha Flight Sono la prima linea di difesa della Terra contro gli attacchi alieni. Il gruppo ha la base su un satellite in orbita attorno al nostro pianeta ed è formato dall'eroina più famosa del momento, Capitan Marvel, alla quale si sono affiancati Abigail Brand e alcuni membri degli Alpha Flight originali, nello specifico il nano Puck, Sasquatch e Aurora.

7. I Devastatori Nato dopo gli eventi di “Thanos Imperative”, il gruppo è formato da alcune delle creature più potenti del cosmo, tra i ranghi troviamo: il primo araldo di Galactus Silver Surfer, il detentore delle bande quantiche Quasar, il kree Ronan l'Accusatore, l'androide con il potere di Thor Beta-Rey Bill, il campione dell'impero Shi'ar il Gladiatore e infine il cane telepatico Cosmo.


6. I Predoni Stellari Anche nello spazio esistono i bucanieri! Si fanno chiamare i Predoni Stellari e sono una banda eterogenea di avventurieri spaziali, spesso al servizio della corona dell'impero Shi'ar. Sono capitanati dal terrestre Christopher Summers (vi ricorda niente il cognome? I due X-Men Ciclope e Havok sono suoi figli), il resto della ciurma è formato dallo squamoso Ch'od, la felina Hepzibah e il cyborg Raza.

5.Gli araldi di Galactus Il team formato dagli ambasciatori di morte del divoratore di mondi non si può definire a tutti gli effetti un gruppo. Si tratta comunque di un insieme di persone plasmate e potenziate da Galactus, che in alcune occasioni hanno collaborato per uno scopo comune: il più famoso è senza dubbio Silver Surfer, poi Nova, (no, non il tipo con il casco dorato, ma una ragazza che prende fuoco come la torcia umana) Firelord, Terrax, Stardust, Morg e Red Shift.

4. I Guardiani dell'Infinito Più precisamente i membri di questo gruppo erano i guardiani delle Gemme dell'Infinito. Le pietre sono troppo pericolose per appartenere a un solo individuo che il semi divino Adam Warlock, decide di consegnarle solo alle persone di cui si fida: a Gamora la gemma del tempo, a Drax del potere, a Dragoluna della mente, al satiro Pip dello spazio, a Thanos quella della realtà, mentre per sé stesso ha scelto la gemma dell'anima.

Force”, un'energia illimitata che gli permette di viaggiare nello spazio alla velocità della luce: conferisce superforza, una parziale invulnerabilità e la capacità di sparare dei colpi di energia.

2. La Guardia Imperiale Come suggerisce il nome, la Guardia Imperiale è una squadra di soldati scelti provenienti da ogni angolo dell'universo e messo a difesa sia dei territori che del l'imp erat r ice Shi'ar. Il gruppo originale era formato da sedici membri, ognuno dotato di un potere specifico. Nonostante siano teoricamente dalla parte dei “buoni”, questa legione di guerrieri si è scontrata in diverse occasioni sia con gli X-Men che con gli Avengers.

1. I Guardiani della Galassia Se avete visto il film e pensate di sapere tutto sui Guardiani della Galassia sbagliate! In realtà i primi a fregiarsi di quel nome sono un gruppo di avventurieri spaziali ben diverso. Sono L'astronauta terrestre Vance Astro, il plutoniano Martinex, Capitan Charlie-27 da Giove e Yondu Udonta dal sistema di Alfa Centauri. Provengono dal XXXI secolo e si sono uniti per far fronte all'espansione aggressiva degli alieni Badoon.

3. I Nova Corps Sono una forza di polizia intergalattica originaria del pianeta Xandar. I membri del corpo possono attingere alla “Nova

www.c4comic.it A cura di Marcello De Negri


GLI INDIMENTICABILI - A.S. ROMA

Cerezo

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oninho Cerezo (Antônio Carlos Cerezo) ha vestito le maglie di Atlético Mineiro (Brasile), Nacional (Brasile), Roma, Sampdoria, San Paolo (Brasile), Cruzeiro (Brasile), Lousano Paulista (Brasile) e América (Brasile). In Brasile vinse la Bola de Ouro nel 1977 e la Bola de Prata nel 1976 e nel 1980. Arrivò in Italia nel 1983 e vi rimase per nove stagioni, fino al 1992. Dapprima fu ingaggiato dalla Roma, con cui giocò tre campionati vincendo due Coppe Italia (1984 e 1986), mentre sempre nell'84 raggiunse la finale di Coppa dei Campioni persa ai rigori contro il Liverpool. Particolare curiosità desta la storia legata alla conquista della Coppa Italia 1986. Dopo il terzo anno di militanza nei giallorossi, Cerezo, essendo ormai in rotta con la società, per lo sconforto dei suoi tifosi (essendo Cerezo amatissimo dal pubblico romanista) si apprestava a cambiare casacca per approdare nella Sampdoria di Mantovani; parallelamente si apprestava a partecipare agli ormai prossimi Mondiali 1986 in Messico, ma un infortunio muscolare occorsogli nel mese di maggio, a ridosso dell'inizio del-

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la manifestazione iridata, ne compromise irrimediabilmente la presenza. Libero di scegliere se restare in Messico da spettatore o ritornare verso casa, Cerezo optò per tornare a Roma e forzare i tempi per un suo recupero in vista della finale di ritorno della coppa nazionale tra Roma e Sampdoria, in programma per il 14 giugno 1986; visto anche che la società per la quale era ancora tesserato, a causa delle convocazioni mondiali, contava importanti defezioni (Boniek, Nela, Tancredi, Conti). Cerezo, benché non in perfette condizioni, entrò nel secondo tempo e siglò di testa il gol del raddoppio della Roma su cross di Impallomeni, contribuendo alla vittoria finale per 2-0. Nel 1986 passò dunque alla Sampdoria dove fu protagonista del miglior periodo, a tutt'oggi, della squadra genovese. In sei stagioni, sotto la guida tecnica di Vujadin Boškov, il brasiliano contribuì alla conquista di due Coppe Italia (1988 e 1989), della Coppa delle Coppe nel 1990 e soprattutto dello storico scudetto del 1991, anno in cui mise in bacheca anche la Supercoppa italiana; raggiunse inoltre in altre due occasioni la finale europea, in Coppe delle Coppe nel 1989 e in Coppa dei Campioni nel 1992, uscendo sconfitto in entrambe le occasioni dal Barcellona. Una volta tornato in patria, con il San Paolo vinse la Coppa Libertadores del 1993 nonché due Coppe Intercontinentali nel biennio 1992-'93, venendo eletto miglior giocatore in quest'ultima edizione. Cerezo ha disputato 74 incontri con la divisa verde-oro, segnando 7 reti. Ha giocato il Mondiale di calcio in Argentina nel 1978 e in Spagna nel 1982.

Da allenatore ha gestito diversi club come l'Atlético Mineiro e il Vitória in Brasile, i Kashima Antlers in Giappone. Il 6 marzo 2006 si siede sulla panchina del Guarani. Il 15 aprile dopo la sconfitta nella Coppa del Brasile per 5-1 contro il Flamengo si dimette dall'incarico. Il 5 febbraio 2007 va in Arabia Saudita alla guida dell'Al-Hilal. Il 31 maggio dopo 4 anni, ritorna ad allenare in Brasile con lo Sport, formazione che milita nella seconda divisione brasiliana, che si trova dopo appena cinque partite al penultimo posto con 1 punto. Firma un contratto che lo lega con i Leão di Recife 2 anni. L'11 agosto viene esonerato a causa dei pessimi risultati ottenuti. Il 10 novembre 2011 viene nominato ambasciatore e osservatore della Sampdoria per il mercato estero. Il 4 dicembre dello stesso anno torna ad allenare il Vitória nella Série B brasiliana con l'obiettivo di riportare subito la squadra di Salvador in Série A. Il 22 dicembre ha deciso di interrompere la collaborazione con la Sampdoria per pensare solo ad allenare l'Esporte Clube Vitória. Tuttavia, il 5 aprile 2012 viene esonerato in seguito agli scarsi risultati ottenuti. Il 23 ottobre 2016 entra a far parte della Hall of Fame della Roma.


GLI INDIMENTICABILI - S.S. LAZIO

Marcelo Salas

M

arcelo Salas cresce in Patria, iniziando nelle giovanili del Santos Temuco FC, per poi passare nell'Universidad de Chile. Con i Chunchos debutta nella massima divisione del campionato cileno di calcio nel 1994, realizzando ben 18 reti in 25 partite. Rimane nella squadra cilena per tre stagioni, fino al 1996, contribuendo alla vittoria di due Primera División, nel 1994 e nel 1995. Lascia il Cile con 49 reti realizzate in 62 gare disputate. Nel 1996 si trasferisce in Argentina, nel River Plate che lo acquista per 3,5 milioni di dollari, con un contratto di tre anni. Ben presto mette a tacere le iniziali critiche e nelle due stagioni giocate con la maglia dei Millonarios, dal 1996 al 1998, realizza 24 in 53 gare di campionato, vincendo due titoli di Apertura (1996, 1997) ed uno di Clausura (1997) ed una Supercoppa sudamericana nel 1997, anno in cui vince anche il riconoscimento di Calciatore sudamericano dell'anno, conferito annualmente al giocatore sudamericano che più si è distinto nella stagione precedente militando in una squadra affiliata alla CONMEBOL. Le prestazioni in patria e durante le qualificazioni ai Mondiali 1998 lo portano nel mirino delle società europee: il 31 gennaio 1998 la Lazio lo acquista per la stagione seguente. Il 13 settembre esordisce in A, nel pareggio per 1-1 contro il Piacenza. Nel triennio in biancoceleste vince 2 Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea (segnando la rete decisiva contro il Manchester United), uno Scudetto e una Coppa Italia, segnando 48 reti in

117 partite. Il 17 agosto 2001 viene acquistato dalla Juventus per 25 miliardi di lire, oltre al cartellino di Kovačević, ma l'esperienza in bianconero si rivela decisamente fallimentare e totalmente opposta a quella biancoceleste. Il 20 ottobre, a Bologna, patisce un grave infortunio: distorsione del ginocchio destro e lesione del legamento crociato anteriore. È così costretto a saltare il resto della stagione, che si conclude con la vittoria di un altro scudetto. Ritorna in campo nell'annata seguente, aggiungendo al suo palmarès un'altra Supercoppa e un altro tricolore. Chiude l'esperienza nella Juventus con uno scarso bottino di 4 reti in 32 partite (media di un gol ogni 8 partite). Al termine della stagione ritorna, in prestito per due stagioni, al River Plate. Limitato dagli infortuni gioca solo 32 gare in due anni, con 10 gol realizzati,

ma contribuisce alla vittoria del titolo di Clausura del 2004 e porta il River alla semifinale della Coppa Libertadores 2005. Dopo aver rescisso il contratto con la Juventus nell'estate del 2005, ritorna nell'Universidad de Chile, la squadra in cui è cresciuto, firmando un biennale.

Porta due volte la squadra sino alla finale della Primera División, ma viene sconfitta agli shoot-out nel Clausura del 2005 dall'Universidad Católica e nell'Apertura del 2006 dal Colo-Colo. Nel dicembre del 2006 viene lasciato libero dal club, finito in bancarotta. Dopo sei mesi di inattività, durante i quali manifesta l'intenzione di tornare a giocare nell'Universidad ed un iniziale provino con i Chicago Fire, firma un contratto annuale con la squadra cilena. In Nazionale insieme ad Iván Zamorano forma la coppia Sa-Za, che porta la selezione cilena fino alla Coppa del Mondo del 1998. Prima di partecipare alla competizione mondiale, gioca con il Cile una gara amichevole contro l'Inghilterra nello stadio di Wembley davanti a 65 000 spettatori, l'11 febbraio 1998, partita in cui realizza le due reti che consentono ai sudamericani di battere gli inglesi 2-0. Nel Mondiale realizza 4 reti, due contro l'Italia, uno contro l'Austria ed uno contro il Brasile, diventando il miglior marcatore della squadra.

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Rum

A cura di

Luca Gargano

la storia e le origini

L

o zucchero ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione del commercio internazionale e delle strategie geopolitiche degli stati europei nel XVI e XVII secolo. Sino alla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, lo zucchero aveva un prezzo veramente proibitivo ed era prodotto solo in Medio Oriente, nord Africa, Sicilia, Canarie e Madeira. La produzione era molto limitata ed era usato come dolcificante solo dalla nobiltà europea. La canna da zucchero, portata nel secondo viaggio di Cristoforo Colombo in quella che è oggi la Repubblica Dominicana, trova nei Caraibi e in Brasile il clima ideale per la sua coltivazione, con dei costi di produzione irrisori, grazie all’importazione degli schiavi dall’Africa. Un business milionario, che viene sviluppato da Francia, Inghilterra e Portogallo e in misura minore dal regno spagnolo, che si dedica intensamente allo sfruttamento delle miniere d’oro e argento in centro e sud America e usa i suoi possedimenti nei Caraibi (Cuba e Santo Domingo) più che altro come base logistica, sulla via del ritorno della Invincibile Armada. La tecnica di produzione dello zucchero di canna è comunque abbastanza complessa e inizialmente le potenze europee impediscono alle colonie di raffinare lo zucchero. Sino alla metà del ‘600, le principali raffinerie sono situate ad Amsterdam, Hamburg, Londra, Bristol, Bordeaux e Marsiglia. Sino a questa epoca, nelle colonie viene prodotto uno zucchero molto grezzo, semiliquido, chiamato muscovado, frutto di una prima cottura e conseguente cristallizzazione, che viene inviato in barili in Europa per un ulteriore raffinamento. Lo zucchero muscovado

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non ha praticamente residui e quindi non resta nulla da distillare. No molasses, no rhum. Nella seconda metà del seicento si evolvono le tecniche di raffinazione, sotto l’impulso della comunità ebraica-olandese scacciata dallo stato di Pernambuco, in Brasile, che trova asilo prima lungo il fiume Demerara in Guyana e poi a Barbados. In questa epoca viene sviluppata la tecnica del "sucre terré", "clayed sugar" in inglese. Il "sucre terré " viene prodotto concentrando il succo di canna in cinque caldaie di rame, riscaldate a fuoco vivo e portando alla massima cristallizzazione possibile il liquido, che dopo la cottura viene versato in contenitori d’argilla con il fondo traforato, ed esposti al sole per permettere l’essicazione dello zucchero e il defluire del liquido non cristallizzabile, che non è altro che la melassa. Inizia quindi negli anni ’50 del diciassettesimo secolo la possibilità di distillare rum nei paesi tropicali. La melassa è comunque ricca in zuccheri non cristallizzabili, come il saccarosio e il fruttosio e quindi in grado di sviluppare una fermentazione alcolica che trasforma gli zuccheri in alcol. Sino all’arrivo dello zucchero di barbabietola, il prezzo dello zucchero di canna rimane molto elevato e la domanda è in continua espansione; per esempio, i consumi in Inghilterra aumentano da 30 grammi pro-capite nel 1559 a 12 chili nel 1775, e quindi l’unico rhum prodotto fino agli albori del 1900 é il rum di melassa, che ancora oggi è chiamato rhum traditionnel. La melassa, oltretutto, si conserva per lungo tempo e dà la possibilità di poter distillare tutto l’anno. La qualità della melassa

per la produzione del rum è inversamente proporzionale alla produzione dello zucchero. Più zucchero cristallizzato si estrae, meno zucchero conterrà la melassa. La melassa residuo della prima cottura del succo, la più ricca, si chiama ‘grade a’, quella della seconda bollitura ‘grade b’, e quella della terza ‘grade c’. Normalmente, per la produzione del rhum vengono utilizzate melasse che contengono dal 40 al 60% di zuccheri non cristallizzabili. Sarà solo all’inizio del ventesimo secolo che la produzione di rhum distillato dal puro succo fresco di canna da zucchero comincia a essere compiuta a fini commerciali. La concomitanza del crollo del prezzo dello zucchero, diventato ormai quasi una commodity e concorrenziato dallo zucchero di barbabietola e la chiusura progressiva dei piccoli zuccherifici (sucreries), sostituiti dalle usines tecnicamente più avanzate, porta i piccoli agricoltori a non trovare più conveniente il trasporto della canna agli zuccherifici e di conseguenza iniziare a distillare un rhum dal puro succo fresco di canna da zucchero. Inizialmente chiamato in Martinica rhum z’habitants, verrà negli anni ’20 chiamato rhum agricole. Il puro succo fresco è naturalmente disponibile solo nel periodo della raccolta della canna da zucchero, che normalmente avviene tra gennaio e luglio. È un prodotto aromaticamente più ricco, e sicuramente più costoso, visto che non si produce lo zucchero. Da una tonnellata di canna da zucchero si ricavano mediamente 650 litri di puro succo di canna a un brix (grado % si zucchero) tra 15 e 18%, dal quale si produrranno 50 litri di rhum agricole a pieno grado. Lo sviluppo della produzione di rhum agricole ha portato alla selezione di va-


rietà di canna da zucchero specifiche per la produzione del rhum e non altamente performanti per la produzione dello zucchero. Barbados, La Réunion e negli ultimi anni la Guadalupa hanno sviluppato degli ibridi di grande successo come la B69.566, la canne bleue, di cui oggi esistono distillazioni monovarietali. Sicuramente, parlando di rhum bianchi, la supremazia del rhum agricole verso il rhum di melassa è inequivocabile, poiché la materia prima è molto più riconoscibile sia al profumo che al palato. Con l’invecchiamento, il legno e il tipo di distillazione prendono il sopravvento e le differenze si attenuano sensibilmente. Il rhum argricole si è sviluppato nelle regioni tropicali francofone, Martinica, Guadalupa, Marie Galante, Guyana francese e in misura minore alle Mauritius e Réunion. Solo River Antoine a Grenada e Callwood a Tortola producono rhum agricole al di fuori della regione francofona. Come mai il rhum agricole, che comincia a ragione a essere considerato il rhum super premium a livello mondiale, non è prodotto anche nell’area di colonizzazione inglese e spagnola? Oltre alla mancanza di background culturale, il problema maggiore è stata la sparizione della coltivazione della canna da zucchero in moltissime isole caraibiche, dovuta alla chiusura degli zuccherifici. Antigua, Saint Croix, Tortola, Puertorico, Saint Vincent, Saint Kitts e Saint Lucia oggi non producono più canna da zucchero in quantità industriale. Nel dopoguerra si è assistito alla progressiva chiusura di tutti gli zuccherifici privati, lasciando in molti casi, per motivi socio-economici, un solo zuccherificio statale in funzione. Nelle isole sopracitate l’ultimo zuccherificio ha chiuso a cavallo del secolo, e le poche distillerie sopravvissute sono state costrette ad approvvigionarsi della melassa da altri paesi produttori come il Brasile, la Guyana, il Venezuela e il Nicaragua, con notevoli problemi logistici e di stoccaggio, vista l’inadeguatezza delle rotte navali mercantili tra il Sudamerica e i Caraibi.

Diverse distillerie, per esempio Saint Lucia distillery, stanno pensando di iniziare microdistillazioni di rhum agricole; hanno iniziato a piantare piccole superfici, tra 10 e 50 ettari, con la canna da zucchero, e a equipaggiarsi di mulini per la pressatura della canna ed estrazione del succo. Oltre alle due ‘basi classiche’, esistono altre declinazioni della canna da zucchero per produrre il rum. Fino ai primi anni del novecento era abbastanza comune l’utilizzo del vesou cuit, la cui utilizzazione è ancora messa in opera da River Antoine a Grenada. Il succo di canna (vesou) viene lavorato nella boiling house composta da cinque marmitte in metallo, una volta in rame, posate sopra un forno a fuoco nudo, alimentato con la bagasse. Il vesou viene schiumato con delle pale di legno, e viene passato progressivamente dalla marmite più grande a quella più piccola. Il processo di concentrazione dura circa sei ore; contemporaneamente, il vesou viene chiarificato utilizzando piccole quantità di calce. Questo processo permette di effettuare delle fermentazioni più lunghe, di sei-otto giorni, che danno vita a un rhum più aromatico ma con un profumo di vesou meno pronunciato. Un’altra tecnica ancora molto utilizzata, specialmente ad Haiti, è quella di utilizzare lo sciroppo di vesou, chiamato sirop de batterie. Lo sciroppo viene concentrato tra 35° e 38° baumé, e ha quindi la capacità di conservarsi nel tempo, dando la possibilità di fermentare e distillare tutto l’anno. Abitualmente il mosto per la fermentazione viene composto da un 20% di sciroppo, 60% di vinasse e 20% di acqua, raggiungendo una densità di 1060. Questo metodo produce rum molto aromatici, che vanno verso lo stile ‘grande arome’. Ad Haiti esistono più di 200 distillerie artigianali che usano questo metodo. La stessa Barbancourt usa, nel periodo dove non si raccoglie la canna da zucchero fresca, lo sciroppo concentrato, e sta costruendo un atelier per incrementare sensibilmente l’autoproduzione di sci-

roppo concentrato. L’azienda più famosa a utilizzare lo sciroppo concentrato di puro succo di canna è l’Industria Licorera de Guatemala, produttrice del ron Zacapa. Zacapa produce un mosto senza l’aggiunta delle vinasse ma solo dell’acqua. La versione più moderna degli sciroppi concentrati si chiama erroneamente high-test molasses, perché la parola melassa dovrebbe essere utilizzata solo per i residui conseguenti alla produzione dello zucchero, mentre in questo caso abbiamo la presenza di tutti gli zuccheri senza alcuna estrazione. Gli zuccheri cristallizzabili vengono invertiti tramite un processo tecnologico, e le high-test molasses hanno una concentrazione di zuccheri pari all’89%. Oltre all’utilizzo del succo di canna e degli sciroppi e della melassa, nel corso dei secoli si sono sviluppate tecniche che prevedevano l’utilizzazione di altri componenti. In Guyana i rhum erano addizionati con sauces a base di frutta (prugne, uva passa) e spezie, che venivano aggiunte a un alcolato di rhum diluito con acqua e lasciate invecchiare per qualche mese fino a tre anni, e poi venivano assemblate al prodotto standard. Metodo analogo era usato nelle isole di colonizzazione spagnola, specialmente Cuba, aggiungendo vino dolce e frutta, che entravano a far parte della mezcla, una formula tenuta gelosamente segreta dal produttore. In Giamaica, per ottenere gli high esters, utilizzano la tecnica dunder, che prevede, oltre all’utilizzo di vinasse ed écumes, anche l’aggiunta in fermentazione di succo di canna preventivamente fermentato in presenza di bagasse e prodotti organici messi a fermentare nelle fosse de tannerie. Queste sono ancora utilizzate da Hampden Estate in Queen of Spain valley, nella contea di Trelawny.


RM

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LO SGUARDO SULLA CAPITALE


Anna Maria Ryhorczuk

•45 ml di tequila •90 ml di spremuta d’arancia •15 ml di granatina •fetta d’arancia e ciliegina al maraschino per guarnire Spremete le arance (gialle). Per 90 centilitri di succo un’arancia di media grandezza dovrebbe bastare. Versate la tequila in un tumbler pieno di ghiaccio cristallino. Riempite con il succo d’arancia e poi aggiungete la granatina, che lentamente scivolerà verso il fondo, creando l’effetto cromatico che ha dato il nome al cocktail. Guarnite con una fetta di arancia e ciliegina.

Tequila Messicana che in questa versione di Sauza riposa in botti di quercia americana per un massimo di tre anni e, grazie al ridotto contatto con il legno, il colore e’ pallido e il sapore di agave e’ piu’ intenso rispetto ad altri prodotti. Le piante utilizzate sono 100% agave blu. . Gradaz. Alc. 38%.

DRINKING

A cura di

Birra tedesca al frumento, doppio malto, di colore scuro. L’Aventinus e’ un revival di un tipo di birra che non veniva piu’ prodotto dagli anni 30. La birra e’ resa piu’ corposa e forte da un antico metodo usato per il vino: la bevanda viene congelata e poi lasciata riposare. All’olfatto spiccano sentori di malto e frutta ed al gusto sale prepotentemente l’orzo tostato. Medaglia d’oro nel 2007 come migliore weizenbock. Gradazione 8%.


IN CUCINA CON RM MAGAZINE A cura di Claudio

Salvatores

Aragosta all'arancia Preparate un court-bouillon portando ad ebollizione, in una pentola, quattro litri di acqua con il sedano, la carota, la cipolla, il mazzetto di erbe aromatiche, l'alloro (il tutto ben pulito e lavato), il sale e il vino. Nel frattempo lavate l'aragosta, fissatela ad un'assicella di legno con refe da cucina, e immergetela nell'acqua bollente: fatela cuocere per 30 minuti circa, quindi lasciatela raffreddare nel suo court-bouillon; quando sarĂ completamente fredda, scolatela ed estraetene la polpa, praticando un'incisione dalla parte del ventre. Tagliate la polpa a medaglioni. Adagiate questi ultimi in un tegame con il burro giĂ  fuso, spolverizzateli con una presina di sale e un pizzico di pepe, spruzzateli con qualche goccia di brandy e lasciateli cuocere a fuoco dolcissimo per 10 minuti; trascorso questo tempo, unite la panna, i tuorli e il succo di due arance e fate rapprendere l'intingolo. Sistemate l'aragosta sul piatto da portata, sovrapponendo leggermente i medaglioni o disponendoli 'in piedi': irroratela con il sughetto, decoratela con l'arancia rimasta tagliata a fettine e servitela subito.

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Ingredienti (4 persone): 1 Costa Sedano 1 Carota 1 Cipolla 1 Mazzetto Erbe Aromatiche 2 Foglie Alloro Sale 1 Bicchiere Vino Bianco 1 Aragosta di 1200 G 50 gr Burro Pepe Alcune Gocce Brandy 1 Bicchiere Panna 2 Tuorli d'uovo 3 Arance


Zuppa di cozze alla Tarantina Ingredienti (4 persone): 1000 gr Cozze 300 gr Pomodori 1 Spicchio Aglio Peperoncino Olio d'oliva Prezzemolo Crostini di Pane 1 Pizzico Sale

Lavato e pulite le cozze, poi fatele aprire in una casseruola con un filo di olio. In ampia padella, unta in precedenza con olio, fate soffriggere uno spicchio di aglio schiacciato e un po' di peperoncino. Appena l'aglio comincerĂ a prendere colore, toglietelo insieme al peperoncino e versate nella padella i pomodori pelati e privati dei semi. Aggiungete un pizzico di sale e lasciate cuocere a fuoco media per circa dieci minuti; poi aggiungete le cozze, insieme al loro sugo ben filtrato. Spolverate la zuppa con il prezzemolo tritato e servitela nelle scodelle (meglio se di terracotta) con crostini di pane.

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The Burger FACTORY S e si volesse gustare un autentico hamburger in stile americano o italiano è obbligatorio visitare The Factory Burger. Secondo Tripadvisor, la nota app che recensisce locali in tutta Italia, The Factory Burger è il vincitore della TOP 10 NAZIONALE con il massimo del punteggio. Alessandro, il titolare del locale, ci spiega in una frase la filosofia del locale: “qualità senza compromessi”; infatti qui vengono serviti esclusivamente hamburger di manzo danese, manzo italiano, controfiletto e black angus texano nei tagli da 150, 220 e 300 grammi. Il locale è molto accogliente e curato nei minimi dettagli, sia nell’arredamento sia nel servizio, ed è Alessandro in persona che in caso di dubbio saprà consigliare il piatto giusto accompagnato dalla birra o dal vino ideale in relazione alla scelta, in-

fatti oltre alle numerose opzioni riguardo alle pietanze è altrettanto curato l’abbinamento enogastronomico. Passando ad una panoramica dei prodotti offerti, oltre ai classici Cheeseburger e Bacon Cheeseburger, sono assolutamente da segnalare il CAPRESE (con mozzarella di bufala, pomodoro e pesto), il JUMBO (lardo di patanegra e cicoria ripassata), il CHUCK (prosciutto crudo di Parma, bufala e funghi trifolati) e il MADDOG (speck, provola affumicata e melanzane fritte). Non possiamo dimenticare le rivisitazioni italiane dell’hamburger segnalando quindi il CARBONARO (zabaione di pecorino, doppio bacon e pepe) e il MATRICIANO (doppio bacon, peperoncino, provola affumicata, zabaione di pomodoro e pecorino). Interessante è anche riportare una serie

di commenti lasciati dai clienti sulla APP Tripadvisor:

- Sono stato recentemente da The Burger Factory , ed oltre all’ambiente carino e confortevole ho provato degli hamburger veramente fantastici soprattutto il Purple, di manzo danese con cipolla rossa caramellata, doppio cheddar e guanciale. Consiglio il cheesecake ai frutti di bosco. Prezzi adeguati alla qualità offerta.... ritornerò. - Il locale è piccolo gli Hamburger Enormi!! È veramente un piacere venire in questo locale. Il servizio è molto semplice e cortese ma soprattutto i piatti sono veramente di qualità! Abbiamo mangiato i migliori anelli di cipolle fritte di sempre (cipolle vere e non quegli anelli finti e perfettamente tondi ai quali ci hanno abi-


tuato...) e due fantastici hamburger! Manzo danese al 100% e ingredienti della massima qualità fanno di questi Hamburger dei piccoli capolavori di questo genere (e dei pasti “in se”). Molto buoni pure i dolci e originale la scelta delle birre. Insomma The Burger Factory è un indirizzo da tenere a mente per gli amanti del genere anche perché a fronte di una qualità veramente alta i prezzi sono onestissimi!!!

rei fare i complimenti al proprietario per aver gestito egregiamente una situazione di notevole sovrannumero di una prenotazione (da 8 a 13!!) con il locale pieno, facendo i salti mortali per accontentarci! Cosa aggiungere? Non rimane che andare a The Burger Factory e gustarsi la cena......

- Serata veramente piacevole! Io e il mio ragazzo siamo stati a cena di mercoledì e siamo rimasti veramente sorpresi. Ambiente molto accogliente e riservato, ideale per una serata di coppia ma anche da passare in tranquillità con gli amici. Il cibo era veramente sublime: panini dagli ingredienti ricercati e di altissima qualità, come le patatine fritte ed i dolci fatti in casa! Il proprietario poi veramente gentile e disponibile. Lo consiglio vivamente, ne vale davvero la pena!! - Siamo stati a cena in mezzo alla settimana, accoglienza ottima, i Nuggets di pollo sono divini (ne avrei mangiati all’infinito), i panini sono belli carichi, ma al tempo stesso leggeri, digeribili e c’è davvero una buona scelta! Molto buone anche le patate fritte fresche, consigliato! - Veramente un posto in cui sentirsi a casa! Lo consiglio a tutti e la qualità è ottima! Il prezzo vale la qualità, personale gentile e molto disponibile. - Oltre all’eccezionale qualità dei prodotti e degli hamburger (l’ultima aggiunta al menù, il purple burger, è fenomenale) vor-

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A cura di

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Anna Maria Ryhorczuk

Le 3 applicazioni del mese Arc Hitech

Arc Hitech è un launcher piuttosto originale. Questa nuova app android è particolare, a tratti futuristica, poiché vi permette di utilizzare il vostro smartphone in maniera completamente nuova. Potete personalizzare le funzioni e il colore dell’interfaccia in base ai vostri gusti e alle vostre necessità. Potete avere quindi le vostre applicazioni preferite a portata di mano e se volete avviarne una, basta accedere nel menu a sinistra per accedere rapidamente a tutte le applicazioni installate sul telefono. Ovviamente anche il livello della batteria, il meteo e altri “classici” sono accessibili da questo menu.

Stealth audio player Stealth Audio Player è una nuova app android che permette di riprodurre i file audio attraverso l’auricolare integrato nel dispositivo, offrendo all’utente la possibilità di ascoltarli avvicinando lo smartphone all’orecchio come quando si effettuano le chiamate. L’applicazione torna utile quando si è sprovvisti delle cuffie e si vuole ascoltare un file audio senza che lo sentano anche le altre persone presenti nelle vicinanze, garantendo la massima discrezione.

SmashGAG Questa nuova app android permette di creare dei personaggi che potrete utilizzare per personalizzare le gag da pubblicare su Facebook, Twitter e Google. SmashGAG offre la possibilità di creare e modificare i personaggi con nome, avatar e nickname personalizzati e di prendere spunto dalle gag più recenti o più votate e pubblicarle con uno stile fedele a quello originale dei social network.

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P U E K

A cura di

Anna Maria Ryhorczuk

Come realizzare un make up a lunga tenuta Un make up che duri tutto il giorno è il sogno di ogni donna: dall’ufficio, al caffè con le amiche, fino alla cena con il vostro lui. Non è un sogno impossibile! Scopriamo come realizzare un trucco a lunga tenuta.

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vere un viso perfetto e impeccabile tutto il giorno non sempre è facile: tra ufficio, spesa al supermercato, aperitivo con le amiche, il nostro trucco non riesce a reggere tutta la giornata. È allora, come realizzare un make up a lunga tenuta che ci permetta di essere perfette tutto il giorno? Per essere impeccabile da mattina fino a sera possiamo realizzare un trucco con prodotti a lunga durata, applicandoli però nel modo giusto, vi basterà seguire dei semplici consigli che vi proponiamo nella nostra mini guida. Ecco come fare!

Viso

Ecco come realizzare un make up a lunga tenuta partendo dalla base per il viso:

prima di applicare la vostra crema idratante spruzzate sul viso dell'acqua fredda per compattare la pelle e far aderire meglio il trucco; subito dopo la crema viso applicate il primer, in modo da fissare bene la base, e poi il fondotinta; il fondotinta a lunga tenuta va applicato partendo dalla parte centrale del viso e va picchiettato con i polpastrelli e dopo massaggiato per farlo aderire bene alla pelle. Chi ha la pelle grassa può scegliere quello in polvere evitando prodotti quelli perlati che evidenziano l'effetto lucido; • dopo il fondotinta va sempre messa la cipria, fondamentale per dare compattezza al trucco, da applicare con un piumino facendo una leggera pressione;

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infine applichiamo un blush a lunga tenuta sugli zigomi per dare il giusto tocco di colore al viso.

Il consiglio è quello di riapplicare la cipria e il blush a metà mattina per rinfrescare il trucco.

Occhi

Passiamo ora agli occhi: a quante di voi capita che dopo un'ora l'ombretto è completamente sparito? Colpa delle polveri poco aderenti e dell'applicazione sbagliata. Eccome come fare per far durare a lungo il trucco sugli occhi. •

si parte con l'applicazione di un primer o di un illuminatore da applicare sulla palpebra mobile e sulla parte inferiore dell'occhio: l'illuminatore creerà una base e darà luminosità al resto del make up. Applicatelo prima casualmente e poi lo sfumate con movimenti orizzontali;

passate poi un po' di cipria intorno all'occhio con un pennellino; • è il momento dell'ombretto, da applicare leggermente bagnato per un effetto lunga tenuta: applicatelo picchiettando e partite dal centro per poi andare verso l'esterno; • la matita sceglietela nera e waterproof e applicatela come se


fosse un eyeliner. Anche il mascara sarà nero e resistente all'acqua: applicatelo con il classico movimento a zig zag.

Labbra

Le labbra sono un altro punto critico: il rossetto va via subito, basta bere un caffè e via. Il rossetto è invece un elemento importante del trucco. Vediamo come farlo durare a lungo seguendo degli step precisi: •

applicate prima sulle labbra un po' di correttore;

passate ora alla cipria: ne basterà un velo sulle labbra;

ora è il momento della matita per definire il contorno;

mettete il rossetto, ripassate un velo di cipria e poi di nuovo il rossetto. Per rimuovere eventuali eccessi appoggiate le labbra su un tovagliolino di carta.

L'effetto lunga durata del vostro rossetto è assicurata. Il primer è un prodotto cosmetico che serve come base trucco e, ovviamente, deve essere applicato prima del make up. In commercio esistono prodotti dedicati agli occhi, al viso ma anche alle labbra. La loro funzione è quella di preparare al trucco e, allo stesso tempo, di far dura-

re il make up più a lungo. Nel caso del primer occhi per esempio, la maggior parte dei prodotti hanno una consistenza cremosa dal colore nude. Vanno applicati sulla palpebra mobile con l'applicatore contenuto nel packaging oppure direttamente con il dito e devono essere sfumati con molta attenzione: se infatti restano degli accumuli di prodotto sulla palpebra mobile, il colore dell'ombretto sarà molto più vivo solamente in alcuni punti dell'occhio. Il primer, oltre ad aumentare la durata dell'ombretto, rende il colore anche più intenso e vivace, valorizzandone al meglio la pigmentazione. Lo stesso discorso vale per il primer labbra, che nutre le tue labbra prima dell'applicazione del rossetto, garantendo una durata maggiore al colore. I primer viso invece, devono essere scelti con molta cura in base alla tipologia di pelle. Solitamente un primer viso non viene applicato tutti i giorni, soprattutto se è ricco di siliconi che potrebbero causare la comparsa di brufoli, ma solamente in occasioni importanti in cui la nostra pelle deve essere perfettamente liscia e senza imperfezioni, e il trucco deve durare a lungo. Si possono scegliere i primer colorati per andare a mascherare couperose o illuminare un incarnato stanco e spento, oppure quelli riempitivi che levigano le rughe e i segni del tempo. Perfetti per le pelli miste o grasse i primer opacizzanti, che tengono a bada la lucidità del viso, ma esistono anche quelli che riducono i pori dilatati. Il primer viso andrà applicato prima del fondotinta, meglio se steso attraverso l'utilizzo di un pennello a lingua di gatto e sfumato con cura.

Vediamo ora alcuni semplici consigli e segreti per far durare ancora più a lungo il nostro make up! •

Utilizzate sempre una buona crema idratante prima di applicare il trucco per mantenere la pelle compatta e idratata;

se non avete make up a lunga tenuta, fate in modo di avere in casa uno spray fissante, che trovate in profumeria, e che vi aiuterà a far durare a lungo anche il trucco normale;

se dovete truccarvi di nuovo per la sera, evitate di rimuovere il make up, altrimenti il trucco non aderirà bene alla pelle: vaporizzate sul viso dell'acqua fredda e rifinite il trucco cominciando con po' di fondotinta per poi passare al resto del trucco;

struccatevi sempre la sera e idratate bene la pelle: dormire con il trucco è sconsigliato. Un consiglio è quello di mettere il prodotto struccante su un dischetto, lasciandolo agire su ogni zona da struccare per almeno 15 secondi.


Il tuo ufficio nel centro di Roma Il fenomeno dei Business center è in continua crescita. Nato negli anni 70 negli Stati Uniti e poi diffusosi in Inghilterra, negli ultimi anni ha finalmente preso piede anche in Europa e in Italia. Il Day office nasce dal cambiamento della società nei confronti del modo di fare business dove le parole chiave sono sempre più gestione dei costi e flessibilità. Per capire meglio come funziona abbiamo fatto due chiac-

chiere con i proprietari dello Share! Business Center il Day office situato a Piazza Mazzini nel cuore della capitale. RM Magazine: Ciao! Allora spiegate esattamente ai nostri lettori che cos’ è un Business Center! ShareBC: Un business center è , in poche parole, un ufficio di dimensioni variabili dove sono presenti diverse

stanze completamente arredate e attrezzate. Le stanze possono essere utilizzate da società e liberi professionisti per un tempo variabile da mesi a poche ore senza nessun costo di alcun tipo a parte il tempo di utilizzo. RM Magazine: Quali sono i vantaggi di questo tipo di struttura? ShareBC: I vantaggi sono molteplici . Prima di tutto bisogna dire che la società o la persona che utilizza la stanza paga solo il tempo di utilizzo e che non ha vincoli contrattuali e quindi spese accessorie da pagare. Le stanze sono già comodamente arredate e non esistono caparre o costi aggiuntivi per telefonate, pulizie e linea internet. Facciamo un esempio: Sono un avvocato che due volte alla settimana devo incontrare dei clienti in una zona di Roma lontana dal mio studio. Il costo di un affitto di un ufficio per un tempo cosi limitato sarebbe molto oneroso. E allo stesso tempo non posso utilizzare il tavolino di un bar per incontrare i miei clienti. Benissimo. Il business center serve a questo. Posso affittare una stanza elegante con servizio di reception e tutte le comodità spendendo pochi euro al mese, solo per il tempo necessario. Comodo no? RM Magazine: Comodo anche per le giovani società che non vogliono affrontare costi inziali troppo alti! ShareBc: Esatto! Spesso dei giovani che hanno voglia di aprire una società devono affrontare costi inziali altissimi, soprattutto in una città come Roma, per quanto riguarda gli affitti. Caparre, contratti con compagnie telefoniche,


arredamento. Da noi possono trovare tutto questo già pronto! Senza vincoli di alcun tipo. E se pensano di usare l’ufficio solo per poche ore la settimana ancora meglio! Stabiliscono da noi la sede legale e pagano solo le ore che usano! RM Magazine: Quindi fornite anche altri servizi come la domiciliazione legale e postale oltre all’affitto degli uffici. Share Bc: Certo! La nostra società fornisce una linea completa di servizi a tutte le imprese e i liberi professionisti. Oltre al day office disponiamo di sale riunioni da 4 a 10 persone e sale meeting fino a 200 persone. Ma per i clienti più esigenti forniamo anche servizi ad hoc come studio di contratti e business plan oltre ad avere disponibile avvocato e commercialista in sede. Rm Magazine: Proprio per questa vostra efficienza e professionalità anche la nostra rivista ha deciso di stabilire la sede della sua redazione da voi! ShareBc: Grazie a voi per la fiducia e …successo!

Share! Business Center è la soluzione ideale per chi cerca la comodità di un ufficio nel centro di Roma e servizi completi a costi contenuti. Il nostro centro uffici è situato in via Giunio Bazzoni 15 a pochi metri da piazza Mazzini e vicinissimo alle fermate della metropolitana di Ottaviano e Lepanto . Per i professionisti, per le piccole e grandi aziende. Location di prestigio, uffici completamente arredati e tutto quello di cui si ha bisogno per ricevere i propri clienti in un ambiente elegante e con tutti comfort. In più un risparmio notevole sui costi di gestione. Puoi affittare il tuo ufficio per un ora, mezza giornata, settimane e mesi. Disponiamo inoltre di sale convegni e sale training che possono ospitare comodamente da 20 a 200 persone. Ma Share! Business center è molto di più. Oltre alla disponibilità di uffici arredati con connessione internet e chiamate illimitate nazionali verso tutti offriamo anche una vasta serie di servizi integrativi per semplificare e sostenere le attività di professionisti e imprese: business plan completi, studio di contratti, servizio di domiciliazione legale e postale e molto altro. Be cool! Share!

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Ponte Vittorio

I

naugurato il 6 Giugno 1911, fu ultimato giusto in tempo per le celebrazioni del 50° anniversario dell’Unità D’Italia, che fu festeggiato per tutto l’anno. Il progetto dell’ architetto Ennio De Rossi, che vinse la gara di aggiudicazione per la costruzione della struttura, fu realizzato con particolare lentezza visto che i lavori iniziarono ben venticinque anni prima, nel 1886 e furono realizzati da una nota ditta di costruzioni romana, l’Allegri, oggi non più operativa. In tutto questo periodo il ponte in costruzione fu affiancato da un altro “provvisorio”, pregevolissimo e costituito da due travate di ferro e denominato ponte degli Alari, ancora visibile solo in alcune foto dell’epoca. Interessante sottolineare che al suo smantellamento i materiali che lo costituivano furono riutilizzati per costruire due ponti in ferro ancora oggi esistenti quello della Magliana e quello della Scafa a Fiumicino. L’idea della costruzione era quella di omaggiare l’Italia e il re sovrano, non solo nel nome da dare al ponte ma anche nel simbolismo presente nelle statue che lo adornano. Lungo ben cento dieci metri, sono presenti sul ponte quattro Vittorie Alate realizzate in bronzo e appoggiate su basamenti ornati da semicolonne e che cingono fra le mani la corona della vittoria, la panoplia militare, ovvero la pesante armatura in dotazione ai soldati dell’antica Grecia, la spada, le catene spezzate (simbolo di libertà) il ramo di quercia e il serto fiorito. Ad ornare il ponte vi sono poi quattro imponenti statue di travertino firmate da due importanti artisti dell’epoca, il torinese Cesare Reduzzi, celebre per i suoi gruppo allegorici, e il palermitano Giovanni Nicolini, personaggio illustre amico dei più famosi intellettuali dell’epoca. Le opere sono un omaggio all’Italia e simboleggiano L’Unità del nostro paese, La Libertà, L’Oppressione Vinta e la Fedeltà allo Statuto

A cura di Rolando

Frascaro Foto: Massimiliano Correa


Ponte Cestio

N

ei pressi di Trastevere, tra uno dei quartieri storici di Roma e uno dei luoghi più suggestivi e ricchi di storia della Capitale, l’ isola Tiberina, possiamo ammirare il Ponte Cestio. La costruzione che unisce le due sponde del fiume romano prende il nome dal suo presunto costruttore, Gaio Cestio, lo stesso che riposa nella famosa Piramide distante poche centinaia di metri. In realtà il dubbio storico rimane e alcuni ritengono che il finanziatore dell’opera possa essere stato l’omonimo Lucio Sestio, altro nobile di spicco della società romana dell’epoca. Se la paternità dell’opera è ancora motivo di dibattito fra gli storici lo stesso non vale invece per la sua datazione, comprovata da documenti dell’epoca, e che risale tra il 44 e il 46 a.c. Come molti altri ponti del Tevere la sua storia è tribolata e scandita da continue modifiche architettoniche . Nel 152 la struttura subisce una importante ristrutturazione e lavori di consolidamento. Ma, circa duecento anni dopo, il ponte presenta pericolosi cedimenti strutturali cosicché viene deciso il suo abbattimento e la successiva ricostruzione. Interessante sapere che i materiali utilizzati per questa edificazione vengono sottratti al vicino Teatro Marcello, all’epoca ormai abbandonato e utilizzato come risorsa per la costruzione di nuove strutture. I lavori terminano sotto l’imperatore Graziano, nel 370 circa, che rinomina il ponte Pons Gratiani. Altro importante restauro si ebbe solo moltissimi anni dopo, nel 1191, testimoniato da un epigrafe, durante il periodo di governo di Benedetto Curushomo, all’epoca senatore unico di Roma. Delle tre arcate che vediamo oggi, solo quella centrale è però originale del progetto del 370. Le arcate laterali vennero infatti demolite e ricostruite nel 1888 durante i lavori di ampliamento del lato destro del Tevere. Conosciuto nell 800 dai romani anche come ponte ferrato, a causa delle numerose catene che fissavano i mulini al fiume, rimane oggi uno dei punti più suggestivi da dove poter ammirare il biondo Tevere. A cura di Rolando

Frascaro Foto: Massimiliano Correa


i d i c i m a Gli agazine RM M

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Se vuoi apparire in questa rubrica invia una foto mentre mostri una copia di RM Magazine a rmmagazinemese@gmail.com

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Testi: Gabriele Traversa Disegni: Andrea Canolintas

Andrea Canolintas , nato a Roma nel ‘94, cresce con la consapevolezza di non saper fare nulla, o quasi, vista la sua passione per il disegno, che lo accompagna prima al Liceo Artistico e poi all’Accademia di Belle arti di Roma e alla Scuola Romana dei Fumetti, dove inizia a pubblicare strisce satiriche per il settimanale Golem. Adesso sta pubblicando la tavola che vedete qui, domani chissà

STREGHE

Gabriele Traversa, classe ‘90, nel 2014 frequenta un corso di sceneggiatura e nello stesso anno si iscrive alla Scuola Romana dei Fumetti. Nel 2015 realizza alcune strisce a fumetti per “Pupazzo Criminale”, web comedy di Lillo&Greg e comincia a collaborare col settimanale online Golem, per il quale scrive sceneggiature di strisce a fumetti a tema satirico.


RM

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Arcom srl opera dal 2001 sul territorio nazionale per la progettazione e realizzazione di impianti tecnologici e per la vendita e assistenza di grandi impianti di ristorazione professionale (cottura, refrigerazione, lavaggio e preparazione) e della climatizzazione industriale. Arcom è il partner ideale per le aziende o gli Enti che mirino a un risultato certo nei tempi di consegna e garantito in termini di efficienza e durata. Arcom srl ha le seguenti abilitazioni ai sensi del DM 37/08: lettera A – B – D- E – F – G

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