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Rivista a distribuzione gratuita

RM

MAGAZINE

Renato Zero

la favola mia...

MARIO BREGA icona indimenticabile

LA COQUETTE ITALIENNE moda e tendenze dalla rete

STREET ART

viaggio nei quartieri di Roma

FRANCO MANCA

storia di un successo italiano


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RM Magazine: edito da RM, Via Giunio Bazzoni 15, Roma 00195 Direttore responsabile: Federico Vespa Direttore editoriale: Rolando Frascaro Grafica e foto: Massimiliano Correa Redazione: Via Giunio Bazzoni 15, Roma 00195 Contatti: 3393064971; rmmagazinemese@gmail.com Marketing e pubblicità: 3393064971; rmmagazinemese@gmail.com Stampa: Graffietti, SS 71 Umbro Casentinese km.4,5 01027 Montefiascone (VT)

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La nostra rivista è distribuita in tutta Roma in locali, negozi, ristoranti, bar, apericlub e sale di aspetto.

Reg. stampa Tribunale di Roma 10/2016 del 21/01/2016 Hanno collaborato: Federico Vespa Roberto di Mario Rolando Frascaro Massimiliano Correa Bruno Lanzone Alessio Boccali Camilla Gullà Luigi Procopio Marco Tassello Alberto Pirisinu Anna Maria Ryhorczuk Angerlis Casado Umberto Antonini Alessandra Grassi Eleonora Costi Marcello De Negri Anna Meronzi Vicky Franco Maria Rosaria Rizzo Philippe Ambrosini

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Foto di copertina: Massimiliano Correa

RM Magazine Mese

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L’Editoriale

A questo punto, normalmente, si dovrebbe dire: anno nuovo vita nuova! Ma, per noi, sarà un po’ differente. Vero, troverete qualche novità grafica in questo numero, nuovi collaboratori e qualche nuova rubrica che, speriamo, sarà di vostro gradimento. In sostanza però RM Magazine rimane lo stesso. Con grande fatica, a dire la verità. Perché oggi pubblicare un free press con contenuti di qualità e non pieno semplicemente di pubblicità (che sono l’unica forma di sostentamento per un magazine come il nostro) è impresa ardua. Molto ardua. Ma il sostegno di tutti quelli che hanno avuto la pazienza e la voglia di sfogliare le nostre pagine ci ripaga di tutti i sacrifici fatti e del lavoro che svolgiamo ogni giorno. In questo numero troverete interviste esclusive e articoli di approfondimento. Ma anche moda e lifestyle, passando per musica, arte e tecnologia e ,ovviamente, tante informazioni su eventi, personaggi e curiosità della nostra città. Aspettiamo, come sempre, i vostri commenti, le vostre opinioni e, speriamo il meno possibile, le vostre critiche. Perché RM Magazine, come ci piace dire spesso, non vuole essere un free press qualsiasi ma IL free-press della capitale. E, la capitale, siete voi. Buona lettura.

di Rolando Frascaro


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Blogger la coquette italienne

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38 Consigli per la casa mix di stili

Renato Zero "la favola mia...."

47 Quando i "capolavori".... deludono

24 Franco Manca storia di un successo italiano

42 Mario Brega un romano indimenticabile

56 Luighi abbandonati di Eleonora Costi

34 Museo delle auto della Polizia la storia del Corpo attraverso i suoi mezzi

66 Street Art viaggio a Tor Marancia

70 Fumetti supereroi al cinema

48 Laura Contardi " il ballo, la mia passione"


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Redazione di progetti offerta per appalti di servizi, di forniture, di lavori e di project Financing etc. Attività di ingegneria sul sistema edificio-impianti: sopralluoghi tecnici, diagnosi energetiche, diagnosi termografiche, indagini e diagnosi inquinamento acustico ed elettromagnetico, progettazioni preliminari, definitive ed esecutive, etc. Anagrafe e censimento del patrimonio immobiliare ed impiantistico Consulenza e supporto per la ricerca e l’ottenimento di finanziamenti Selezione, progettazione e fornitura di sistemi informativi per la gestione di patrimoni immobiliari Consulenza e realizzazione di Piani di Comunicazione e Marketing Consulenza per l’individuazione e predisposizione di strategie e soluzioni finalizzate all’esternalizzazione delle attività ed all’abbattimento dei costi di gestione dei servizi Consulenza per la reingegnerizzazione dei processi di acquisto e vendita.

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Poker: l’ultima sfida dell’intelligenza artificiale contro gli umani. A cura di AlbertoPirisinu

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n gruppo di ricercatori americani sta conducendo un esperimento scientifico che ripropone un classico degno dei migliori film di fantascienza: il confronto tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Questa volta si gioca a poker. Più esattamente (per i curiosi che amano questa disciplina), una variante chiamata no-limit Texas Hold’em nella formula dell’heads-up, che in inglese vuol dire uno contro uno. Il software, denominato Libratus e programmato dagli ingegneri della Carnagie Mellon University , nello stato americano della Pensilvania, giocherà con ciascun membro di un team di giocatori professionisti, che include Dong Kim, Jimmy Chou, Jason Les e Daniel McAuley. La sfida, iniziata l’11 Gennaio, è in corso al Rivers Casino a Pittsburgh e andrà avanti per una ventina di giorni. Il torneo può essere seguito sul sito Twitch, una piattaforma di video sharing dedicata al gioco. Il predecessore di Libratus, Claudico sviluppato dallo stesso team di ingegneri, ha perso contro giocatori umani in una competizione simile che ha avuto luogo l’anno scorso. I ricercatori non hanno programmato Libratus e Claudico con l’aiuto di giocatori di poker esperti, ma hanno utilizzato un

sistema che migliora la capacità del computer di prendere decisioni durante lo svolgimento stesso del gioco. Basandosi, infatti, sullo storico delle mani giocate, il software deduce qual e’ la mossa migliore da fare. Quest’approccio e’ legato agli obiettivi generali della ricerca sull’intelligenza artificiale, la quale mira a sviluppare un software in grado di prendere decisioni ottimali in campi differenti, come la medicina, il business, la strategia militare e la sicurezza informatica, a prescindere dalle competenze specialistiche possedute dai programmatori. Perché il poker? Come spiega il professor Sandholm, che è uno dei responsabili dell’esperimento, il poker rappresenta un banco di prova per l’intelligenza artificiale data l’elevata complessità di gioco. Quando si tratta di fare calcoli e processare tutte le possibili combinazioni, il computer e’ certamente superiore al cervello dell’uomo e lo ha già dimostrato da tempo. Un esempio noto e’ il computer dell’IBM Deep Blue, che nel 1996 riporta la sua prima vittoria a scacchi contro l’allora campione del mondo Kasparov. Tuttavia, quando bisogna prendere decisioni sulla base di informazioni incomplete, se non addirittura fuorvianti (come quelle prodotte tipicamente dal bluff e dallo slow-play nel poker), la mente umana possiede una straordinaria flessibilità ed efficienza, ancora difficili da riprodurre nell’automazione informatica.

Intelligenza artificiale e scacchi E’ negli anni Ottanta che i computer riportano le prime vittorie a scacchi contro giocatori esperti. Poi nel 1996, Deep Blue vince la prima partita contro Garry Kasparov, sebbene il campione alla fine si aggiudichi il match col risultato di tre vittorie e due patte. L’anno seguente Deep Blue vince il re-match contro la leggen-

da russa. Da allora i computer hanno sorpassato definitivamente gli uomini negli scacchi e il divario a favore dei primi si e’ ampliato in misura tale che simili competizioni hanno smesso di essere disputate. Ad ogni modo, sebbene anche i grandi campioni abbiano abbandonato la velleitaria ambizione di vincere contro i computer, questi oggi rappresentano uno strumento importantissimo per chiunque voglia migliorare le proprie abilità negli scacchi, inclusi i professionisti. A tal punto che secondo alcuni esperti questi software hanno considerevolmente modificato lo stile di gioco delle ultime generazioni di scacchisti.

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A cura di Maria Rosaria Rizzo www.lacoquetteitalienne.com

Lecce : go on ! primo outfit del 2017

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ecce : Go On ! Il primo giorno del 2017 lo trascorro qui, nella mia bellissima città del profondo sud della Puglia ! Fare una passeggiata fra lo splendore barocco e queste mura che custodiscono segretamente pezzi di storia mi riempie di pace e mi fa sentire meravigliosamente bene. Dopo tutti i party degli scorsi giorni, oggi non potevo che optare per un outfit comfy e chic. Il pezzo più importante dell’outfit è di sicuro il cappotto di Max Mara, il mio brand preferito quando si parla di questo capo. Ho imparato ad apprezzare i cappotti di Max Mara quando ho iniziato ad avere la stessa taglia di mia mamma ed ho potuto rubare qualcuno dei suoi capi dall' armadio (lei è una vera max mara – addicted). I toni del beige sono richiamati poi dagli accessori (la mini bag leopardo dell’ultima collezione di John Galliano che dà un tocco più fashion) e le comfy sneakers di Barons Papillom ( le amo perché sono dotate di un sistema che permette di sfilarle senza slacciarle ). Il tocco più glam invece ? Lo danno sicuramente gli occhiali da sole di Dior Technologic! Li adoro !


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n cappotto di paillettes per brillare in una notte romantica a Parigi. Ecco cosa mi ci voleva! A volte persa fra il lavoro al computer ed una vita sempre troppo frenetica dimentico di indossare capi che mi fanno davvero provare delle emozioni. Ma ieri sera era una serata speciale per me ed era quindi giusto indossare qualcosa che mi facesse sentire altrettanto speciale. Quando ho visto questo cappotto per la prima volta, nella boutique di Weill a Saint Germain, è stato amore a prima vista! Le sue paillettes che lo fanno brillare (ma non troppo), il modello lineare e chic, le rifiniture ed i dettagli eleganti ed i preziosissimi bottoni gioiello ‌ non vedevo l’ora di indossarlo! Indosso tanti outfit differenti per passione, per gioco e adesso anche per lavoro ma a volte mi capita di indossare qualcosa che mi fa sentire elegante e profondamente a mio agio allo stesso tempo. A volte essere eleganti, è davvero molto semplice.

Paillettes coat in the night


Delicate jewelry

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n must-have per essere sempre elegante: un gioiello o un bijou minimalista e delicato! Questo genere di accessori delicati sono molto versatili e possono essere indossati al lavoro o per una serata fuori, ma anche per una giornata di relax a casa durante il fine settimana, come me oggi, naturalmente!

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Ho scattato alcune foto per potervi mostrare alcuni dei bijoux che ho scelto seguendo il trend della “delicate jewelryâ€?. Gli anelli piccoli sono di un marchio che ho scoperto un paio di mesi fa, Astrid e Miyu e Bracciale è del marchio Rue Gembon che vende ovviamente anche online! Spero che possiate trovare qualche ispirazione per il vostro shopping!


Vietnam: La Veranda Phu Quoc

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’hotel La Veranda Resort propone delle "esperienze memorabili" ai suoi ospiti ed io non potevo che sperimentarne il più possibile come la visita a Gam Ghi Island, Sao Beach, la Wellness Experience, ovviamente la SPA e persino il corso di cucina vietnamita ! Tra queste una delle più belle esperienze a Phu Quoc é stata senza dubbio la visita del villaggio di An Thoi e la scoperta del vicino arcipelago di isole coralline. Ricordo che quel giorno mi sono svegliata abbastanza presto e dopo una sontuosa colazione mi sono diretta verso la lobby per prendere lo shuttle dell’hotel per An Thoi. Li’ ad aspettarci c’era un intero team (incluso lo chef) che l hotel aveva messo a nostra disposizione per accompagnarci nella nostra gita. Abbiamo iniziato quest’indimenticabile esperienza visitando il tempio buddista di Ho Quoc. E’ davvero difficile descrivere concretamente le emozioni che ho avuto; i decori dei templi erano magnifici, la vista che dominava la baia di Dam Beach lasciava senza fiato ed il suono malinconico delle campane agli angoli delle pagode rendevano l’atmosfera magica e speciale. Dopo un veloce tour del tempio ci siamo diretti verso An Thoi. Li’ ci siamo fermati al

mercato locale dove in un’esplosione di profumi e colori ogni abitazione locale era stata trasformata in un negozio o persino un cinema. Il cuoco ha comprato il necessario per preparare un pranzo speciale sulla magica isola che stavo per scoprire e cosi’ ci siamo diretti al porto dove la nostra barca tipicamente Vietnamita era pronta per salpare. La vista sul porto dalla nostra barca era semplicemente unica: il rumore e la confusione creati da tutte queste barche strane e colorate mi ha obbligata a scattare una foto al secondo. Dopo una breve crociera attraverso l’arcipelago a sud di An Thoi abbiamo raggiunto la nostra destinazione : l’isola di Gam Ghi dove l’hotel possiede una spiaggia privata. L’isola é praticamente disabitata, un vero paradiso di acque trasparenti, spiagge bianche e rocce vulcaniche, qualcosa che a Phu Quoc non potete perdere. Una volta nella vita tutti dovrebbero sperimentare la sensazione di avere un intera isola per sé… Dopo ore ed ore a fare snorkeling attraverso i fantastici coralli attorno all’isola, la nostra crew ci ha chiamato: il pranzo era pronto. In fondo alla spiaggia un tavolo per due ci aspettava e li’ tra un bicchiere di vino bianco e l’altro abbiamo potuto gusta-

re un pranzo fantastico con gli ingredienti appena comprati al mercato di An Thoi di fronte a una baia immacolata e ascoltando il suono delle onde che si rompevano sul bagnasciuga. Un piccolo tour nella giungla dell’isola e un’altra sessione di snorkeling ed era già arrivato il momento di andare via. Ma non prima di una sessione di pesca in mare aperto! Finita la pesca sono tornata in hotel nel tardo pomeriggio ed ero davvero sfinita da una lunga giornata di mare a Gam Ghi. Per rientrare in camera dovevo obbligatoriamente passare dinanzi all’edificio della SPA ed é stato impossibile non cedere al suo richiamo. Il massaggio che ho scelto di farmi fare é stato quello in stile Vetnamita e rispetto a quelli che generalmente si possono sperimenare nei resort é stato decisamente più professionale tanto che il giorno dopo ho deciso di impararlo. Come? In realtà é stato molto sempice in quanto l’hotel offre una lezione di massaggio Vietnamita attraverso la loro “Wellness Experience”. La mattina dopo, quindi, dopo il corso di massaggio ero già carica e pronta per una nuova avventura e per andare alla scoperta della famosa spiaggia di Sao Beach e del suo ristorante , il Paradiso Restaurant.


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Renato Zero "Ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi..." A cura di Alessio

Boccali Foto: Massimiliano Correa

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na star. Un istrione. Un maestro della trasgressione ante litteram. Non basterebbe neppure un intero dizionario per definire un artista magnifico come Roberto Fiacchini, in arte Renato Zero. Un cantautore, uno showman fenomenale, che ha portato nel nostro paese tra gli anni ’70 e gli ’80 una ventata d’aria nuova con un personaggio provocatorio ed alternativo che con le sue sperimentazioni ha sconvolto gli ultimi jukebox italiani, oramai sazi della musica leggera e delle canzonette assai in voga all’epoca. Fin da piccolo l’artista romano sente dentro di sé un fuoco artistico che lo porta a dedicarsi completamente alla musica, alla danza ed alla recitazione. Sia negli studi che nella vita privata il giovane Renato dedica corpo ed anima a queste passioni: la mattina frequenta l’”Istituto di Stato per la cinematografia e la televisione - Roberto Rossellini” e partecipa a qualche pellicola a Cinecittà, la sera inizia a travestirsi e ad esibirsi in piccoli locali romani. È qui che nasce il nome d’arte Zero, assumendo questo pseudonimo come sfida verso un pubblico non avvezzo al suo tipo di esibizioni che, per questo motivo, lo insulta e lo guarda come un alieno. E, in un certo senso, un alieno Zero lo è. Egli è un fenomeno nuovo che ha sconvolto la musica italiana, cambiandola in maniera sensibile attraverso una battaglia combattuta anche sul campo generalista della televisione. In quel mondo il suo estro viene prestato inizialmente alla registrazione di alcuni caroselli e successivamente a programmi di grande successo come “Fantastico 3”, al quale dedica la famosissima “Viva la Rai”. Zero è un vero e proprio animale da palcoscenico ed il pubblico se ne è accorto. Ben presto, infatti, l’artista romano inizia ad attirare a sé schiere di persone innamorate della sua musica e del suo essere, dei suoi travestimenti sempre un po’ fuori dagli schemi e delle sue performance istrioniche. Schiere di fan, di zerofolli o sorcini, così definiti affettuosamente dallo stesso Zero, lo seguono ovunque, cantano le sue canzoni nei palazzetti di tutta Italia, imitano addirittura tutti i suoi travestimenti.

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Renato Zero, che si è presentato sulle scene come una sorta di Che Guevara del suono, questa rivoluzione, questa sfida alla musica, l’ha vinta alla grande coinvolgendo, anche dopo più di quarant’anni dall’esordio, appassionati di ogni età. Renato Zero oggi è di un idolo indiscusso per migliaia di schiere di fan. Tuttavia Renato non è soltanto l’alieno sperimentatore della musica italiana, il genio folle esaltato da pezzi come “Sbattiamoci”, “Mi vendo” o “Il triangolo”, egli è anche l’autore di alcune delle più belle canzoni del nostro panorama musicale. Chi non ha mai dedicato alla propria donna o al proprio uomo quella frase di “Nei giardini che nessuno sa” che recita «Ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi / l’energia, l’allegria, per strapparti ancora sorrisi / dirti sì, sempre sì e riuscire a farti volare…»? Chi poi non si è emozionato cantando ne “Il Cielo” «Quanti amori conquistano il cielo / perle d'oro nell'immensità

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/ qualcuna cadrà, qualcuna invece il tempo vincerà / finché avrà abbastanza stelle...il cielo...». Parole figlie di un’anima sincera, testi pieni di pezzi di vita che più passa il tempo e più restano incastonate nel nostro immaginario collettivo. Un successo da autore che lo ha portato a scrivere non solo per sé, ma anche per altri artisti e amici, come per quella che per anni è stata considerata il suo alter ego femminile, la grande Loredana Bertè. Parrucche, paillettes e tanta cipria bianca sul volto lo rendono un personaggio unico nel suo genere, ma, come volendo guardare ad una moderna trasposizione del romanzo “Dottor Jekyll e Mr. Hyde” di Stevenson, Renato Zero è anche quel crooner con il vestito nero e gli occhiali dalla montatura spessa e rotonda. Un mondo immenso quello di Renato Zero che i più grandi critici musicali e l’artista stesso hanno spesso definito “Zerolandia”, quasi per sottolineare il carattere quasi magico della sua arte, un posto unico nel suo genere, fatto di genio e di sregolatezza, di sacro e di profano, aperto agli zerofolli di ogni generazione. Zero non ha mai posto delle transenne tra il palco ed il pubblico, ha sempre raccontato nei suoi testi, prima molto spudorati e provocatori poi nella maturità sempre più poetici ed intimisti, spaccati della sua vita, del suo privato senza filtri. Egli è un artista in piena sintonia con il suo pubblico ed è forse questo il più grande successo della sua carriera: essere amato per quello che è e che è stato, essere imitato da tutti, ma essere inimitabile, aver vestito una maschera di scena per impressionare il pubblico, ma essere entrato nel cuore dei fan soprattutto per la propria veridicità e la propria genuinità. Il pubblico si immedesima in Renato Zero e Renato Zero si immedesima nel pubblico: è questa l’equazione vincente che ha permesso al cantautore romano di scalare centinaia di classifiche in oltre quarant’anni di carriera, arrivando ad essere considerato uno dei più grandi cantautori italiani di sempre. «Tu sorridi, tu canti, tu piangi con me / forse torni bambino e una lacrima va / sopra questo costume che a pelle mi sta. / Dietro questa maschera c'è un uomo e tu lo sai!».

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Dalla nascita di Zerolandia al sogno mai del tutto realizzato di Fonopoli Parallelamente alla carriera da cantante e showman Renato Zero non ha mai nascosto la sua passione per la produzione musicale. Scoprire nuovi talenti e dare un’ampia cassa di risonanza a questi artisti emergenti hanno sempre rappresentato per lui delle vere e proprie missioni. Tutto è iniziato all’inizio del suo grande successo con la fondazione di Zerolandia, la sua etichetta discografica indipendente che dal ’78 al ’93 ha prodotto tutti i suoi album - a partire dall’album intitolato proprio “Zerolandia” accompagnato dal tour omonimo nel famoso tendone – e quelli di artisti allora emergenti come Farida, Massimo Morante, Gepy & Gepy e Yo Yokaris. Successivamente con Fonopoli, la nuova etichetta di Zero, la carriera di producer musicale dell’artista romano è proseguita attivamente coltivando però un nuovo sogno: dare vita ad una vera e propria città della musica, un posto all’interno del quale dare spazio e visibilità ai giovani, attraverso attività artistiche, culturali e formative. Da qui la nascita dell’associazione culturale Fonopoli e l’idea di fondare in un’area di Roma in disuso di un ex enorme stabilimento che, secondo lo statuto associativo, sarebbe dovuto servire proprio «a raccogliere i messaggi e le offerte artistiche più disparate, consentendo così di indirizzare la curiosità e l'interesse del pubblico verso nuove forme e contenuti, ad avvicinare tra loro i giovani, contemporaneamente allontanando da loro gli innumerevoli pericoli che li minacciano: droga, depressione, inoperosità, solitudine.». Uno spazio libero da ogni costrizione perché «autofinanziato dal pubblico stesso, sfuggendo così alla burocrazia, alle limitazioni e alle censure politiche, al disinteresse verso i non raccomandati.». Un progetto già in partenza di difficile realizzazione, è vero, ma che è arrivato più e più volte ad un passo dalla realizzazione. Ad oggi però, a detta dello stesso Renato, il sogno è andato a sbattere il muso sulle porte della realtà per colpa di inadempienze politiche. «Tre diverse giunte che hanno governato il comune si erano dette disposte a offrirmi lo spazio per edificarla, a patto di poter costruire accanto un centro commerciale che equivaleva a cinque Fonopoli. C’ho rinunciato» ha dichiarato l’artista in un’intervista rilasciata pochi anni fa. Un’occasione persa che può annoverarsi tra i pochi fallimenti di Renato Zero e che scaturisce da un percorso sofferto, quello di questa Fonopoli, che avrebbe coronato il desiderio del grande artista di conquistare uno spazio pulito dove l’Arte faccia da padrona di casa e ci si possa sentire liberi di sperimentare e di crescere. Un’altra sfida lanciata alla società, quella stessa società, forse ancora un po’ arretrata, che l’istrionico artista a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 ha rivoluzionato affrontando con la sua personalità il mondo della musica italiana.

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A cura di

Marco Tassello Come l’analogo modello degli anni 90, la Honda NSX è prodotta negli stabilimenti Honda statunitensi di Marysville (Ohio), e monta il gruppo propulsore in posizione centrale, dietro i sedili. Ma le analogie finiscono qui. Le carrozzeria, frutto di lunghi studi in galleria del vento, vanta un’aerodinamica semplice e complessa allo stesso tempo, perché non fa ricorso ad appendici fuori sagoma e nemmeno ad alettoni o spoiler mobili: i flussi d’aria, entrando dalle prese d’aria frontali, la attraversano longitudinalmente per poi essere liberati dagli sfoghi posteriori, e questo stratagemma si rivela ottimale anche per il raffreddamento dei motori e delle batterie. Però la vera rivoluzione è nella meccanica. Dietro l’abitacolo della NSX 2017, troviamo un 3.5 V6 sovralimentato con doppio turbocompressore, che da solo eroga 507 CV ed è parte integrante di un complesso ibrido con tre motori elettrici: quello posteriore da 48 CV è collegato direttamente sull’albero motore del V6 termico e fa anche da generatore per mantenere sempre adeguato lo stato di carica delle batterie; poi ci sono due motori da 37 CV montati ciascuno su una delle due ruote anteriori. In realtà, la potenza massima combinata è di 580 CV, amministrata da un cambio robotizzato a doppia frizione a 9 rapporti. Le prestazioni dichiarate sono da supercar: di 308 km/h di velocità massima e uno “0-100” inferiore ai 3 secondi. “Il più costoso progetto di serie nella storia della Honda” parola di Jason Widmer, entusiasta capo progetto volato dall’Ohio per spiegare ai giornalisti europei la nuova supercar. Più che un modello fatto per essere venduto – la produzione è limitata – la NSX è un manifesto tecnologico per mostrare al mondo di che cosa può essere capace Honda. “Ho avuto l’incarico più eccitante per un ingegnere: a me e al mio team i vertici dell’azienda hanno firmato un assegno in bianco 23

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perché realizzassimo la migliore delle supercar”, spiega Widmer. “Abbiamo guidato per un paio d’anni tutte le potenziali concorrenti, dalla Ferrari 458 all’Audi R8, passando per tutte le Porsche 911, e abbiamo cercato di superarle tutte nel loro aspetto migliore”. L’handling e le prestazioni del Cavallino, l’usabilità della Porsche, lo scatto fulmineo della Tesla Model S, secondo Widmer, sono racchiuse tutte in questo modello, una belva ibrida da 580 CV complessivi e un prezzo di partenza di 190.000 euro. “A bargain”, ossia “un affare”, dice Jason considerando quanto è costato il progetto. Ma l’investimento della Honda, niente da fare, rimane top secret. In pista sa essere cattiva. L’aiuto del motore elettrico annulla il turbo lag, mentre la doppia turbina ottimizzata per gli alti regimi spinge fino ai giri più alti. La frenata è poderosa grazie al recupero dell’energia, il baricentro bassissimo. Quando ci si affida al launch control – si schiacciano freno e acceleratore a tavoletta, insieme, e poi si molla il freno – lo scatto da fermi incolla al sedile. Il comportamento in pista è sostanzialmente indistinguibile da quello di una trazione posteriore, vista la sproporzione nella distribuzione dei cavalli fra i due assali (più di 500 dietro, una settantina davanti). Lo sterzo è sensazionalmente diretto: ruotandolo entro i 90° si può percorrere qualunque curva. Su strada, invece, la NSX sembra quasi una macchina “normale”, il montante anteriore è molto sottile, dunque la visibilità è buona (meno buona quella posteriore, ma c’è la telecamera). In modalità “Quiet”, non si dà nemmeno troppo nell’occhio: il motore a benzina s’avvia solo se necessario. La nuova NSX sarà venduta principalmente negli Stati Uniti – il 50% delle immatricolazioni è atteso lì – e per questo è disegnata, progettata e prodotta in America, a esclusione del gruppo propulsivo, che è nato in Giappone. 24


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V-Rod Night Rod A cura di

Marco Tassello

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a Harley-Davidson è davvero una famiglia allargata che negli ultimi anni sembra aver fatto accettare anche ai suoi estimatori più duri e puri la proposta più controversa, la V-Rod, presentata nel 2001. Il nuovo motore, il look e l'impostazione generale della moto non sono infatti stati digeriti da tutti i clienti, molto tradizionalisti al riguardo, ma lo scopo della H-D era quello di conquistare nuovi acquirenti, non interessati fino a quel momento alle moto americane. A conferma di questo e dimostrando di credere molto in questa moto che in Europa ha venduto moltissimo, la casa di Milwaukee ha sfornato diverse versioni della bicilindrica a liquido: la novità più appariscente è il pneumatico posteriore da 240 mm che equipaggia la V-Rod standard (la cui sigla è VRSCAW), la VRSCX (che monta anche un propulsore maggiorato, 1.250 cc contro i 1.130 dell'unità montata sulle altre versioni), e la Night Rod Special. Sulle Night Rod e Street Rod il pneumatico posteriore è invece da 180 per enfatizzare la maneggevolezza piuttosto che l'aspetto massiccio del retrotreno. L'inclinazione della forcella è davvero estrema: i 36° di inclinazione portano la ruota anteriore così in avanti che in sella si fa quasi fatica a capire dove finisca la moto. Il motore è

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il Revolution, V- twin di 60° da 1.130 cc, rafreddato a liquido, induzione a 4 valvole con doppio albero a camme in testa e montato su supporti elastici con un contralbero di bilanciamento. L'avviamento è facilitato anche dai decompressori automatici montati sulle camme di scarico. Il nome del motore parla chiaro: quando questo propulsore venne presentato fu davvero una rivoluzione per la casa di Milwaukee. Dell'architettura tipica dei motori Harley è rimasto solo il numero dei cilindri: spariti

carburatore, aste e bilanceri, serbatoio dell'olio sotto alla sella (il nuovo twin è a carter umido, mentre il V di 45° è a secco) e totalmente differenti il design e il rumore, quest'ultimo un vero copyright Harley. La progettazione venne fatta in collaborazione con Porsche Engineering, anche se da Milwaukee hanno sempre sottolineato quanto fosse americano il risultato ottenuto, ricordando anche l'aneddoto della sua genesi: il primo schizzo fu disegnato su una tovaglietta di carta di un ristorante italiano, nel 1995. Il telaio dop-

pia culla - realizzato in acciaio con tecnologia Hydroforming per evitare grinze sulle curvature dei tubi - corre sotto il finto serbatoio, dov'è posizionato l'air box. Il carburante è sistemato sotto la sella e il serbatoio è finalmente maggiorato a 18,9 litri. Sulla Special si percepisce subito la ridotta maneggevolezza, dovuta sostanzialmente alla grande impronta a terra del pneumatico posteriore che provoca l'effetto auto-raddrizzante durante la marcia. La soluzione? Impugnare solidamente il manubrio e mantenere, di braccia, la moto in piega: è uno stile di guida atipico, e per certi versi gratificante: ci si diverte un sacco a spalancare il gas a moto inclinata, chiudendo la traiettoria con il gioco d'acceleratore. In più il colpo d'occhio offerto è assolutamente gratificante: la Special la vista di tre quarti posteriore, dominata dal mostruoso pneumatico e dalla fuga dei silenziatori, rende l'idea di potenza e di accelerazioni brucianti. Bisogna riconoscere che i designer della Casa americana hanno saputo osare, realizzando una moto che dal punto di vista estetico è davvero unica. Si tratta di una moto scomoda? Sicuramente sì ma, si sa, per apparire bisogna saper soffrire! Il prezzo? 18.900 euro.


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FRANCO MANCA La pizza italiana che ha conquistato Londra

G

iuseppe Mascoli ci ha dato appuntamento alle 18:30 allo storico ristorante Franco Manca a Brixton - Londra, il primo della catena nata nel 2008 che oggi conta circa trenta ristoranti nel Regno Unito. Classe 1958, di Napoli, arriva a Londra nel 1998 lavorando come assistente universitario alla facoltà di economia della prestigiosa London School of Economycs. Come vedremo, le competenze di business sono state un fattore determinante nello sviluppo e nell’implementazione di un concept originale e di successo che ha combinato la qualità e la tradizione delle pizzerie nostrane con l’efficienza e i prezzi dei fast food. Giuseppe mi accoglie affabilmente e mi invita a sedermi a un tavolo in fondo alla sala. Il ristorante è diviso in due ali a lati di un vicolo che porta al popolare mercato

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di Brixton. Ognuna delle due ali ha una fila di tavoli esterni che lasciano libero giusto qualche metro di larghezza per i passanti. È un posto che ricorda i vicoli stretti e pieni di vita di Napoli, ma siamo in realtà a Londra sud. - Quali sono stati i suoi primi passi nel business? - “Il mio primo investimento è stato nel 1992. Ho aperto un club, diciamo un

bar-ristorante. Poi nel 2008 ho rilevato questa pizzeria a Brixton che era appartenuta al mio amico Franco e che era poi stato venduto ad un’altra società. Ciononostante, tutti continuavano a chiamarla ‘Pizzeria Franco’. Da qui, l’idea del nuovo brand ‘Franco Manca’, che si riferisce all’assenza del mio amico e che suona piuttosto bene.” - Cosa c’è dietro il successo di Franco Manca? - “In sintesi, un elevato rapporto qualità-prezzo che non si trova altrove.” - Come ha fatto a conciliare i prezzi bassi con la qualità? - “Essenzialmente, con la semplicità. Nel menù ci sono solo sei pizze. Se uno prova a fare un’offerta ampia che va dalla pizza agli spaghetti, all’aragosta, agli aran-


cini, il tutto di venta confuso per una serie di ragioni, la prima delle quali è quella di avere bisogno di più cuochi e persone che costano ed è più complicato controllare la qualità. Se, invece, c’è una piattaforma unica che funziona bene, il processo e i costi vengono ottimizzati con risultati migliori anche in termini di gestione della qualità. È il principio che stava dietro la Volkswagen, che ha prodotto solo la Golf per tanti anni, magari aggiungendo qualcosa ma il prodotto era essenzialmente uno, di qualità e a prezzi competitivi. Da Franco Manca i prezzi di una pizza vanno da poco più di quattro fino a sette sterline e trentacinque, una fascia di prezzo nettamente al di sotto delle altre pizzerie di Londra e paragonabile ai prezzi dei fast food. Venendo a mangiare una pizza da Franco Manca sai che spenderai in media non più di dieci sterline inclusi birra e caffè. Una sorta di ‘Slow fast food’”. (Questo, sebbene il servizio e i ristoranti siano simili a quelli delle normali pizzerie italiane.) - Per quanto riguarda il versante qualità? - Tutti gli ingredienti sono altamente selezionati. Noi utilizziamo il Chorizo Iberico, che è un prodotto pregiato e costoso. Il fatto è che ne usiamo poco perché è particolarmente saporito e quindi

la qualità si trasforma anche in un fattore di risparmio. In generale, abbiamo fatto una ricerca dalla A alla Z per fare in modo che arrivi un ottimo prodotto finale al cliente. Abbiamo anche insegnato ai nostri produttori locali come fare gli ingredienti: ho portato in UK un artigiano del Molise, che ha spiegato ai caseifici inglesi il nostro processo di produzione della mozzarella. Per quanto riguarda i salumi, me ne sono occupato io personalmente.

- Quanto è italiana la pizza di Franco Manca? - È una pizza napoletana, ma non è un’emulazione pedissequa di quella che trovi a Napoli. È impossibile riprodurre esattamente la formula di Napoli in un altro posto. E penso che non sarebbe neanche giusto. A parte Londra, io non porterei la pizza di Napoli nemmeno a Milano senza adattarla, perché ci sono altri valori e ingredienti che vanno valorizzati, non solamente un mercato locale con gusti differenti. - Chi sono i clienti di Franco Manca?

- “La clientela è molto mista. C’è gente di tutte le età e di tutte le categorie. Inglese e stranieri (inclusi Italiani). Di turisti ce ne sono di meno, ma tra questi molti Italiani. D’altronde la pizza piace a tutti. Nel 1950 Matilde Serao, firma celebre del Mattino di Napoli, scrisse di un cretino di Napoli che voleva portare la pizza napoletana a Roma e che è fallito perché, come tutti sanno, a Napoli c’è un gusto acquisito che non si trova altrove. Contrariamente alle perplessità della celebre editorialista, la pizza è diventata il prodotto più esportato del Made in Italy!” (Ridiamo tutti e due.) - Mai pensato di fare lo stesso business in Italia? - “Sì, lo farò ma per hobby. Ho una casa a Salina e sto pensando di aprire un Franco Manca da quelle parti. Ovviamente, il menù sarà diverso: togliamo la carne, che qui i clienti gradiscono sulla pizza, e mettiamo più capperi, acciughe e aglio. L’Italia è problematica, ma, al contrario di quanto molte gente pensa, il problema principale non è la burocrazia e la tassazione, ma l’evasione fiscale e il mancato rispetto delle regole. Nell’economia del nostro paese c’è un 25% di IVA evasa, che sale al 35% nel settore della ristorazione. Questo vuol dire che io che pago tutto subisco la concorrenza sleale degli evasori e il mio business non è sostenibile nel lungo periodo”. A volte, però, è difficile per un esercente italiano pagare tutte le tasse perché le pressione fiscale è molto alta nel nostro

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paese… “Se le pagassero tutti, le tasse non sarebbero così alte. Io oggi pago allo stato italiano più di centomila euro di Irpef all’anno e mi fa piacere. Anzi, sarei felice di pagarne di più per contribuire a servizi importanti come i Vigili del Fuoco e così via. La cosa che mi da fastidio è che devo pagare anche per un altro che evade. Questo non mi va bene” - Lei è arrivata nel 1989 a Londra. Com’era la situazione allora e come e’ cambiata nel tempo? - “Nell’89 c’era la crisi, quindi era un ottimo momento per investire. Pensi che quando ho aperto il mio primo business, quello che ha preceduto Franco Manca, mi hanno offerto i primi due anni di affitto gratis per farmi entrare. Oggi gli affitti di Londra sono molto alti, anzi,

assurdi. Se fossero solo alti, sarebbero ancora possibili … Non è un problema solo per i commercianti, ma prima di tutto per i Londinesi che spendono il 70% del loro reddito per l’affitto. Dall’altro lato si è sviluppata una rental income (introito degli affitti), una rendita parassitaria che danneggia il poter d’acquisto dei consumatori e frena un certo tipo di attività economica. Questo è sbagliato, non può andare avanti così.” - Cosa pensa del Brexit? - “Nessuno sa come andrà a finire. Per adesso un problema è l’inflazione causata dal calo della valuta. Con la Sterlina bassa, il vino che stiamo bevendo costa il 20% in più. Chiaramente, questo va a scapito del business, per lo meno di quei business che importano dall’estero. Al di là delle conseguenze, che appunto nessuno ancora può prevedere, io ho visto dietro il Brexit un forte sentimento anti europeo, che trovo sbagliato. Allo stesso tempo, ci sono anche problemi reali come il continuo afflusso dall’estero di forza lavoro a basso costo che tiene i salari bassi a scapito dei cosiddetti blue-collars (colletti blu o operai). I quali, differenza che in passato, dispongono anche di minori asset finanziari come, per esempio, la casa. Quando sono arrivato nel Regno Unito, più del 65% degli inglesi avevano la casa di proprietà, mentre oggi quel livello è calato sotto il 50%. Quindi, commercialmente, penso il Brexit sia negativo, ma bisogna anche capire perché le cose avvengono, e riconoscere che ci sono state delle ragioni comprensibili che hanno portato la gente a votare a favore dell’uscita dall’Unione Europea.” - Nel 2015 il brand Franco Manca e gli allora dieci ristoranti delle catena sono stati venduti a una società inglese, Fulham Shore, per circa 27 milioni di sterline. Mi spiega cosa ha comportato questo per il business and per il ruolo che lei ricopre nella compagnia? - “Franco Manca è diventato una società

per azioni nel 2015. Sono state date ai soci originari varie opzioni, inclusa quella di vendere una parte consistente del pacchetto azionario. Oggi siamo in cinque ad avere ancora pacchetti azionari significativi, sebbene la maggior parte delle azioni sia sul mercato azionario, quindi il socio di maggioranza è il pubblico.” - Oggi Franco Manca conta circa 30 ristoranti, che si trovano quasi tutti a Londra. Quali sono i piani di sviluppo per il futuro? - “Apriremo una decina di nuovi ristoranti nel Regno Unito, più un ristorante a Salina, in Italia, nel 2017, e altri venticinque nell’anno successivo, sempre in Inghilterra. Quindi, arriviamo a quota


- Ha preferenze nella scelta delle location? - “Non mi piacciono i centri commerciali, ma non per motivi di business. Abbiamo un ristorante nel centro commerciale di Westfield e va anche bene. Il fatto è che c’è una parte di noi che è un pò “zombie” e quella parte ci porta nei centri commerciali.”

sessantacinque ristoranti entro in 2018. La prossima volta che torna non ci sarà più Pizza Express. E suppongo che non ne sentirà la mancanza.” - Confermo che non sentirò la mancanza di Pizza Express! Il business sembra crescere velocemente. - “E’ il segno di un business che funziona ma lo sviluppo della nostra catena di ristoranti procede alla velocità giusta. Una volta raggiunta una certa grandezza, diventa più facile anche a livello logistico. Quando sei già al settimo/ ottavo negozio e sei un brand affermato, le agenzie immobiliari ti accolgono a braccia aperte perché sei un cliente affidabile e crei business.”

A questo punto ringrazio il signor Mascoli e spengo il registratore. Lui offre una pizza a me e al fotografo. La mangiamo con la mezza bottiglia di Montepulciano d’Abruzzo rimasta dall’intervista. Giuseppe rimane con noi al tavolo

No, lasciala chiusa, fai così…’, il signor Mascoli parla al telefono dando istruzioni precise. ‘Stasera polenta?’, gli chiedo. ‘Sì’, una polenta di quelle vere. Ci vogliono 3/4 ore per prepararla’, risponde. Gli chiedo come mai passa ancora il giorno in pizzeria e lui mi dice quanto sia importante essere presente e non perdere il contatto col punto vendita e la clientela. “Continuo a fare i meeting con i manager della compagnia nei ristoranti, perché voglio che anche loro vedano il prodotto finale di Franco Manca coi loro occhi.’ Poi ci alziamo per scattare qualche foto e salutiamo il signor Mascoli, che torna nella sua casa a pochi metri dal ristorante. Idee, passione, accuratezza, dedizione e tempismo: almeno questi sono probabilmente ingredienti essenziali di qualsiasi storia di successo.

A cura di AlbertoPirisinu

e continuiamo a parlare un po’ di tutto. ‘Usiamo solo farina uno’ ‘Dovrebbe essere meglio delle farine zero, no?” chiedo. ‘Scherzi? Le farine raffinate sono veleno!’. Poi guarda la mia pizza e aggiunge ‘Quelli sono i capperi di Salina. Li vado a prendere io.’ Ci invita anche a provare l’olio piccante che ci hanno portato al tavolo. ‘I peperoncini sono giamaicani e la ricetta abruzzese - vacci piano con la quantità perché è molto forte. Si fanno friggere i peperoncini a temperature molto basse per circa trenta minuti in modo tale da farli seccare completamente. Poi si aggiunge l’ottanta per cento di olio nuovo e si aspetta per circa due settimane’. Il signor Mascoli la sa lunga in fatto di pizza e arte culinaria in generale, e si capisce che il suo business nasce da quella passione. Riaccendo il registratore, non sia mai mi dica qualche altra ricetta interessante. ‘Ciao Federica, puoi levare la polenta dal fuoco. Levala levala che adesso arrivo.

Foto: Philippe

Ambrosini

In foto il Dott. Giuseppe Mascoli fondatore e coproprietario della catena Franco Manca


ROMA SPOSA Per molte persone, la fatidica frase “il più bel giorno della mia vita” corrisponde a quello del proprio matrimonio. Ed è per questo che l’organizzazione di un evento così speciale richiede, spesso, lunghi preparativi e scelte attente su ogni dettaglio. Nell’ottica di soddisfare a pieno le esigenze dei promessi sposi si pone ormai da anni al centro del panorama fieristico specializzato l’evento che è stato realizzato dal 19 al 23 di Gennaio nei padiglioni della nuova Fiera capitolina: Roma Sposa. La manifestazione, che come ogni sua edizione, ha registrato il tutto esaurito, ha proposto ai suoi visitatori tutte le nuove tendenze, ma anche le soluzioni più classiche, per chi sta per pronunciare il fatidico si. C’ è letteralmente l’imbarazzo della scelta. Dal noleggio di autovetture d’ epoca ai bolidi da 300 chilometri orari, location da sogno e viaggi paradisiaci. E poi ancora Dj o quartetti d’archi per accompagnare il pranzo di nozze in cui proporre dalle portate più ricercate e provenienti dai quattro angoli del pianeta ai tipici piatti della tradizione italiana. Ma, non poteva essere altrimenti, a farla da padrone sono gli abiti. Presenti alla fiera alcuni fra i principali atelier di moda specializzata d’Italia. Neo spose trasognate gli ammirano mentre sfilano in passarella durante le sfilate che si sono succedute per tutto il corso della manifestazione. Ampio spazio comunque anche ai vestiti da uomo, tra eleganza e curiose novità. Roma Sposa, un appuntamento da non perdere per chi vuole che il proprio matrimonio sia il giorno più bello!

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Roberto Di Mario Massimiliano Correa

A cura di Foto

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ELISIR AL SALONE MARGHERITA Negli storici e bellissimi ambienti del Salone Margherita sta andando in scena uno spettacolo di varietà originale e unico nel panorama artistico romano. E’ Elisir, show di e con Sior Mirkaccio Dettori ideatore e mattatore di un teatro, quello del varietà originale, che meriterebbe più spazio non solo sulla scena capitolina. Su palco si alternano quindici artisti fra cantanti, ballerine e musicisti oltre allo stesso Dettori. Anche il pubblico è chiamato ad una prova diversa, quella di immedesimarsi nello spettatore del cafè concerto di un tempo e quindi non solo assistere allo spettacolo ma sentirsi libero di viverlo in pieno sorseggiando un bicchiere di vino, applaudendo e incitando gli artisti proprio come accadeva in questi spettacoli ai primi del 900. Regine di “Elisir” , non poteva essere altrimenti, sono le donne. Le “sciantose”, prima di tutto, con la bravissima Adel Tirant, che ci ha colpito per la sua bravura e per la sua simpatia. E, ovviamente, le burlesquers : Candy Rose e Giuditta Sin. Quando la seduzione incontra l’arte. A fare da traino a tutto la show il già citato e vulcanico Mirkaccio Dettori. Ironiche e ricercate al punto giusto le sue musiche e esplosivo il suo talento. Elisir, uno spettacolo a cui auguriamo….lunga vita!

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Roberto Di Mario Massimiliano Correa

A cura di Foto

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DI O S COR ZIONE A M R O F

3921110090


Dello scorso anno ci sono due fatti che hanno attirato la mia attenzione. Il primo è la sconfitta di Hilary Clinton candidata alla Presidenza degli Stati Uniti . Il dato che mi ha colpito non è la disfatta in sé, ma il fatto che il 42% delle elettrici abbia votato per il candidato repubblicano, disattendendo tutte le previsioni e le aspettative di coloro che reclamavano il voto delle donne a favore di una donna. L’altro fatto è quello che ha visto protagonista la Presidente della Camera Laura

ora per fortuna viene rispolverata solo in modo ironico e consapevolmente divertente, ma che per anni è stato lo spettro di ogni donna arrivata alle soglie dei 30 anni senza essere sposata: ZITELLA. Dietro questa parola che già suona sinistramente stridula e irritante con questa zeta iniziale inutilmente ingentilita dalla doppia elle nel finale, si celava nell’immaginario collettivo una donna non bella, sfiorita, dal carattere impossibile che era naturalmente la causa della sua condizio-

COLPI BASSI A cura di

Boldrini che , in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ha pubblicato i nomi di chi l’ha insultata sul web e tra questi ci sono anche nomi

femminili. Donne che non votano altre donne, donne che insultano altre donne. Qualcuno per spiegare il fenomeno della penuria di voti femminili a favore della ex First Lady ha parlato di sessismo interiorizzato. Anche per le offese, evidentemente. Proviamo a capire perché. La maggior parte degli insulti risente di una visione maschilista. Se ci pensiamo un momento sempre le donne vengono etichettate o denigrate con un’ottica maschile. Le femministe, agli albori del movimento, lottarono per affermare molti diritti e anche per abolire dalla lingua italiana un’insopportabile parola che

AdF

ne di nubile. Ma attenzione non va bene nemmeno se sei giovane e carina, perché allora sei inevitabilmente trasformata in una “lolita”. A nulla ci consola il fatto che l’appellativo abbia una nobile origine letteraria, il capolavoro del romanziere russo Nabokov le cui intenzioni non erano certo quelle di celebrare un disgustoso, ripugnante, malato comportamento maschile, tuttavia il termine è passato impunemente a indicare un’adolescente precoce e maliziosa. Negli anni ottanta e novanta le donne compiono un incredibile balzo in avanti riguardo alla loro affermazione professionale, si afferma il mito della donna in carriera single (non zitella) o moglie e madre per scelta. Eppure…... SINGLE. Adesso la decisione di rimanere sole si concentra per i molti denigratori di professione non sull’ assenza di un uomo, ma sulla presenza di molti. MAMMA. Se sei minimamente presentabile e vagamente attraente sei bollata a tua

insaputa come una MILF. Ma il destino peggiore spetta alle donne che hanno superato gli “anta” a loro non si perdona il fatto di non sedersi a un tavolo a giocare a canasta con le amiche o sfornare deliziosi biscotti al cioccolato, a loro tocca il peggiore degli epiteti sono COUGAR, predatrici insaziabili. Penalizzate e condannate ad essere giudicate dal nostro modo di apparire, eternamente. Quelle il cui aspetto è curato ma non sexy si conquistano il marchio di suore e chiedo

scusa a tutte le donne la cui profonda e sincera vocazione le ha spinte ad abbracciare una professione meritevole, ma è solo per dovere di cronaca. Ecco se non evitiamo di sovrapporre al nostro sguardo quello dei nostri “cari” uomini difficilmente saremo complici e solidali tra di noi. Sarebbe meglio non insultare nessuno, ma se proprio vi scappa lasciateci il diritto di essere semplicemente S……ze!


MUSEO AUTO DELLA POLIZIA

intervista alla Dott.ssa Alessandra Pacifico Nel nostro viaggio alla scoperta dei luoghi della capitale, questo mese vi proponiamo la visita ad un museo unico nel suo genere e forse non molto noto ai romani ma che merita invece di essere conosciuto e apprezzato. Si tratta del Museo delle Auto della Polizia situato nella zona dell'ex Fiera di Roma e gestito in modo impeccabile dal personale del Corpo. RM Magazine lo ha visitato per voi e realizzato le foto che vedete nel servizio. La storia, il messaggio e l'idea del Museo è nata qualche anno fa e il suo ruolo in termini educativi è importantissimo. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Pacifico. - Quando e perché è nata l’idea di un Museo delle Auto della Polizia? - Il museo è stato inaugurato nel 2004 dal Capo della Polizia dell’epoca il prefetto De Gennaro. Nasce dall’idea di poter racchiudere in unica struttura le auto che hanno rappresentato dei momenti di svolta nell’ambito dell’attività degli uomini e delle donne della Polizia di Stato. Le vetture all’interno del Museo rappresentano il filo conduttore del lavoro della Polizia di Stato e della storia dell’Italia stessa. Al suo interno attraverso i mezzi esposti è possibile quindi fare un viaggio nel tempo dalla prima guerra mondiale fino ai giorni nostri imparando e osservando l’evoluzione del nostro paese. Un luogo che è momento di ricordo, di narrazione e di aggregazione per i nostri giovani e non solo. La memoria è un elemento fondamentale per l’essere umano e il museo si presta a questa funzione. - Quanti modelli sono custoditi al suo interno? - Il museo è motivo di orgoglio in quanto unico nel suo


genere. All’interno sono custoditi circa settanta modelli tra autoveicoli, motoveicoli e mezzi speciali. Il più antico è del 1929 ed apparteneva alla della Regia Questura di Firenze, fino ad arrivare ai mezzi utilizzati dalla Polizia di Stato nel recente passato. Possiamo ammirare auto di ogni epoca e …. colore. Visto che nel museo le auto sono divise anche cromaticamente, ricordando le 3 livree utilizzate in questi anni dalla Polizia di Stato: l’amaranto, il verde militare e quello che conosciamo oggi, blu e bianco. - Immaginiamo che ogni modello esposto racconti una storia. Quali sono le più interessanti che potete raccontare ai nostri lettori? - Le auto che sono custodite al museo son tutte funzionanti, marcianti e tenute in perfette condizioni. Fra tutte occorre sicuramente citare la mitica Ferrari 250

del Maresciallo Spatafora. L’auto è di proprietà privata ma è stata ceduta in comodato gratuito al Museo della Polizia. Fra tanti altri, un mezzo che voglio ricordare è quello che era in dotazione alla Polizia Femminile. Prima della Legge di Riforma del 1981 era presente sul territorio questo corpo il quale si occupava solo di reati particolari inerenti le donne e i minori, ancora una volta un mezzo della Polizia per raccontare un pezzo di storia italiana e di evoluzione sociale. E ancora la mitica “Pantera”, la prima vettura equipaggiata utilizzata dalla Polizia di Stato, e che deve il suo nome alla sua colorazione nera e ai fanali gialli, elementi che al buio ricordavano il temibile felino. - Oltre a ricevere visitatori spontanei avete altri progetti particolari? - All’ interno del museo riceviamo quasi

ogni giorno scolaresche di ogni ordine e grado provenienti prevalentemente da Roma e provincia ma anche da altre città limitrofe. Per le Scuole la visita al museo è completamente gratuita e inizia già con il viaggio fino al museo, in quanto i ragazzi sono accompagnati da scuola alla struttura direttamente da un bus della Polizia. Raccontando l’attività della Polizia attraverso i mezzi usati nel corso degli anni riusciamo a trasmettere a loro dei messaggi importanti di legalità. I nostri operatori utilizzano il linguaggio più adatto a seconda dell’età degli studenti a cui devono parlare, facendo si che il messaggio arrivi in modo semplice ma al tempo stesso in modo coinvolgente. La visione dei nostri mezzi è il modo per eliminare le barriere che spesso esistono tra istituzione e cittadini. I ragazzi, ma non solo, che visitano il museo sono


spinti dalla curiosità a porre domande al personale del museo, che è composto da poliziotti in servizio, e questo porta a parlare in modo più ampio del lavoro svolto dalla Polizia di Stato e di legalità in generale. Le vetture sono poi spesso utilizzate per tutti quelli eventi a cui partecipa la della Polizia di Stato e che possono essere occasione per parlare di legalità. - Faccia un ultimo invito ai lettori a visitare il museo. - L’anno scorso il museo ha registrato 12 mila presenze e quest’anno contiamo in una crescita. Situato in Via dell’Arcadia 20, alle spalle dell’Ex Fiera di Roma è aperto dal Lunedi al Sabato dalle 8 alle 14, ma è comunque

possibile visitarlo anche in giorni festivi o nel pomeriggio dei giorni feriali previo appuntamento. Il prezzo per l’accesso al

Vale anche la pena sottolineare che i proventi della vendita dei biglietti di accesso al Museo e dei gadget sono devoluti totalmente al Fondo di Assistenza per il personale della Polizia di Stato per il piano “Piano Marco Valerio” a favore dei figli dei dipendenti affetti da gravi patologie. Per informazioni e per prenotare le visite guidate è possibile contattare il numero telefonico 065141861 o scrivere all’indirizzo mail museoautopolizia@interno.it.

museo è di 3,00 Euro, mentre è gratuito per i Poliziotti in Servizio e i dipendenti del ministero dell’Interno.

A cura di Rolando Frascaro Foto: Massimiliano Correa


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A cura di Alessandra Grassi www.consigliperlacasa.com

Mix di stili per una casa fuori catalogo

N

on so voi ma se c’è una cosa che proprio non mi piace sono le case asettiche, quelle arredate da catalogo, fredde e impersonali, quelle che non lasciano trapelare nulla della personalità di chi ci vive e abita. Cosa che oggi capita, ahimè, troppo spesso di vedere. Perché sì, diciamocela tutta, affidarsi ad un rivenditore che propone in un sol blocco l’intero arredamento di casa è semplice: basta individuare la collezione che piace e il gioco è fatto. Apparente-

mente. Perché il risultato è esattamente l’opposto di quello che, secondo me, dovrebbe essere la casa: un luogo personale, tutto proprio, mai uguale a se stesso e, soprattutto, mai uguale ad un altro. Intendiamoci, non è una questione di scelta di uno stile o di un modello piuttosto che di un altro: ognuno ha i propri gusti sacrosanti e insindacabili. E’ piuttosto una questione di metodo: quello di non far sembrare la casa la brutta copia del catalogo Ikea o di chicchessia. Ma come fare?

Abbinare stile diversi, mescolare, osare. Non importa quali: classico, moderno, country, etnico o i tanto seguiti, negli ultimi tempi, stili nordico e vintage. Ciò che conta è saperlo fare nella giusta maniera: con sapienza e cura del dettaglio. Un modo, non solo per personalizzare la casa a propria immagine e somiglianza ma anche, per gli amanti delle tendenze, per renderla in linea con i nuovi diktat del vivere contemporaneo che vogliono lo spazio abitativo un luogo sempre più aperto a influenze, ispirazioni e culture diverse, come le ultime più importanti fiere del settore dell’arredamento ci hanno abbondantemente mostrato. Ma si fa presto a dire mix di stili, più difficile a farlo. Per creare un ambiente unico, accogliente e armonioso nel suo insieme, non basta inserire qua e là qualche complemento di arredo di foggia stilistica differente: la collocazione dei singoli oggetti va studiata nei minimi dettagli, senza lasciare il minimo spazio all’improvvisazione. L’errore più diffuso è quello di arredare senza una idea precisa del risultato che si desidera ottenere: oggetti disposti alla rinfusa, senza criterio e senza un preciso gusto estetico. Ma, soprattutto, senza una chiara e decisa connotazione stilistica. Al contrario, lo stile predominante di una casa, quale esso sia, deve risultare chiaramente e senza equivoci. Mai, quindi, ar-


redare a metà con un pò dell'uno e un pò dell'altro stile senza che emerga quale sia quello principale: l'impressione finale sarebbe quella di aver arredato a casaccio, un po' come capita. In particolare, in una casa moderna, qualche complemento di arredo classico o vintage può sicuramente contribuire a dare un tocco di classe e di personalità all'ambiente, specialmente se si tratta di oggetti e mobili di antiquariato autentici anche se non di particolare valore. L'importante è che si tratti di pochi pezzi, come una credenza antica da collocare in cucina o in soggiorno o un vecchio trumeau da inserire in camera da letto o nella zona studio in modo che la sua ribalta possa fungere da scrittoio o, comunque, da base di appoggio. Ma anche una vecchia pendola ottocentesca posizionata a metà parete o un tavolino vintage mille usi, preferibilmente rotondo, possono bastare a personalizzare e dare calore ad un contesto contemporaneo. Al contrario, in una casa classica, l’inserimento di qualche oggetto moderno di design, come un quadro o un tavolinetto in vetro dalle linee estremamente pulite e rigorose, una lampada o una poltrona minimal o, ancora, sedute ultra moderne imbottite in tessuto colorato da abbinare ad un prezioso tavolo antico, può contribuire certamente a rinnovarla e a conferirle un tocco di estro in più. Un altro errore piuttosto comune è quello di introdurre all’interno dello stesso ambiente più elementi stilistici diversi: classico, moderno, etnico e quant’altro. Quasi che la casa fosse

una sorta di museo o, peggio, il bugigattolo di un rigattiere in cui accumulare tutto ciò che capita tra le mani: dal souvenir raccattato in chissà quale mercatino durante un viaggio esotico alla lampada regalata da chi magari non ha neanche mai messo piede in casa nostra. Nulla di più sbagliato. Per non creare una accozzaglia senza senso, la contrapposizione va fatta preferibilmente solo tra due stili: basta scegliere quello predominante in base ai propri gusti e, a questo, abbinare elementi di arredo appartenenti ad un solo unico altro genere stilistico. Infine un ultimo consiglio: prestate molta attenzione alle linee e ai colori dei mobili e dei vari complementi di arredo. Per non sbagliare, infatti, è meglio che siano nettamente contrastanti rispetto al contesto e allo stile principale. Così, con un arredamento classico, e quindi, tendenzialmente morbido e tondeggiante, meglio optare per oggetti moderni con linee geometriche essenziali e rigorose. Al contrario, con un arredamento moderno, caratterizzato da linee minimal e toni neutri, il contrasto può essere creato con oggetti decorativi d’effetto e fortemente scenografici, come un quadro a soggetto bucolico e ultra colorato o un vecchio grande specchio con cornice importante e dorata. Insomma, per una casa tutta vostra, unica e personale, date libero sfogo alla fantasia e non abbiate paura di osare: mixate pure in piena libertà ma… fatelo con stile! Per altri consigli vi aspetto su www.consigliperlacasa.com.

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M

ario Brega, (Florestano Brega, 5 marzo 1923 – 23 luglio 1994), è stato un attore impegnato in ruoli diversi: è ricordato infatti prevalentemente prima per le sue interpretazioni drammatiche sotto la regia di Sergio Leone e poi, in ruoli comici, di Carlo Verdone. Di estrazione popolare, figlio di Primo Brega, falegname ed ex atleta olimpico, esordisce nel cinema come comprimario e caratterista, avvalendosi della sua corporatura imponente e dell'aspetto burbero, girando quattro, cinque film all’anno. Rimane per lungo tempo soltanto una comparsa, venendo sempre doppiato e con paghe basse. Nonostante ciò il suo volto comincia a poco a poco ad essere conosciuto e Mario diventa una persona affidabile, uno sempre disponibile che accetta i ruoli e le indicazioni dei registi senza lamentarsi e senza fare questioni. Intanto a Cinecittà si sta inseguendo un nuovo filone, sulla scia dei grandi film western americani. E’ la nascita degli spaghetti western e Mario Brega viene chiamato da un regista che segnerà un punto di svolta nella sua carriera: Sergio Leone. Nella prima fase della sua carriera si ricorda la partecipazione al film La marcia su Roma (1962) di Dino Risi, in cui interpreta il ruolo del truce fascista Marcacci,

detto il Mitraglia, ed il piccolo ma cupo ruolo di ergastolano in Detenuto in attesa di giudizio (1971) con Alberto Sordi. Appassionato di boxe, interpreta un piccolo ruolo di manager nell'episodio La nobile arte del film grottesco I mostri (1963) di Dino Risi. Con Sergio Leone recita nei ruoli di Chico in Per un pugno di dollari (1964), di El Niño in Per qualche dollaro in più (1965) e del caporale dell'esercito nordista Wallace in Il buono, il brutto, il cattivo (1966). In Per un pugno di dollari e in Buffalo Bill, l'eroe del Far West recita con lo pseudonimo di Richard Stuyvesant. In quest'ultimo, una scena di uno scontro a pugni con l'attore Gordon Scott, degenera in un vero pestaggio da parte di Brega in quanto più volte colpito dall'americano con eccessivo realismo. Recita anche il ruolo di uno dei due gangster che vanno alla ricerca di Noodles (Robert De Niro) nel teatro cinese, all'inizio di C'era una volta in America. Dopo un fortuito incontro in casa di Sergio Leone, fu scelto da Carlo Verdone per recitare in alcuni ruoli tipici

del romano, dove il suo innato umorismo romanesco ha regalato frasi che sono diventate celebri. E' uno di quegli attori che dicono una, due battute in tutto il film, ma che diventano le battute più ripetute dalla gente, diventano parte del tessuto culturale degli italiani, sempre alla ricerca di eroi semplici, veri. Tornando all'episodio citato precedentemente con Gordon Scott, è proprio Verdone che dalla sua pagina facebook racconta cosa accadde veramente e come nacque una delle più celebri scene del cinema italiano: quella in cui Brega «chiede» a Verdone - suo probabile futuro genero - se abbia intenzioni serie riguardo il matrimonio con la figlia, mimando a gesti e «slang» romanesco

Mario Brega sta mano po' esse fero o esse piuma..... oggi è stata piuma...... A cura di Marco

Tassello


quel che gli accadrebbe se la prendesse in giro.... L’attore e regista romano, nel suo racconto, ricorda che la storia fu questa: mi sembra che Brega in uno di questi film interpretasse un centurione romano, Gordon Scott un Maciste; i due dovevano, da copione, affrontarsi e lottare, ed erano seguiti da un maestro d’armi al fine di imitare lo scontro, senza però farsi male. Ma la sera Brega si ritrovò sull’avambraccio tre grossi lividi, e tra sé penso : «Oh... Ma facesse sur serio ‘sto str...?». La mattina dopo andò nella roulotte di Gordon Scott e facendogli vedere i lividi gli disse : «Oh! Ma stai a fa’ sur serio o te sei sbajato?». Gordon Scott lo cacciò via non capendo l’italiano. Brega ci ripensò e urlò: «Ah infame! Scenni che te gonfio! Ah infamone!», Gordon Scott, una montagna di muscoli col capello a ciuffo ribelle, si fece tradurre gli insulti di Brega e uscì indiavolato per menargli. Stabilirono che il tutto doveva avvenire come

in un duello: due cazzotti Gordon Scott e due cazzotti Mario Brega. Al via Gordon Scott tirò un cazzotto che Brega schivò, al secondo cazzotto Brega fu colpito in bocca, ma non cadde. Sputò per terra e gli disse: «A cornuto! Manco er sangue m’hai fatto uscì... In guardia!». Stando al racconto di Brega, centrò Scott sul naso al primo colpo: «Boooom! Je diedi ‘n cazzotto ar naso! Gli sfondai er setto nasale e gli frantumai le mucose!!! E me cadde a braccia larghe in dietro come Gesù Cristo, je urlai: arzete cornuto! Arzeteeee !!!!! Nun s ‘e’ arzato... è rimasto lì pe’ terra come ‘n accattone. Ho guardato l’agente americano e gli ho det-

to: viettelo a raccoje». «Poi Brega concludeva quel ricordo sempre allo stesso modo: «‘o sapete mo’ che fa’ Gordon Scott? ... E’ tornato a fa’ er benzinaro in America». Oggi pronunciando il suo nome si pensa subito a quell’omone con la barba bianca e gli occhi profondi dietro le grandi lenti, alla sua romanità verace, alla sua collera facile e, soprattutto, alle sue indimenticabili battute. Ne citiamo qui una decina essendo consapevoli di trascurarne molte altre che sono comunque rimaste nell'immaginario collettivo: 1. “A me fascio? Io fascio? A zoccolè, io mica so’ comunista così, sa’! So’ comunista così!” (Un sacco bello, 1980) 2. “Don Alfio è qui perché te voleva conosce mejo, perché è un grosso studioso di morale, un grosso filosofo… Aho, è un omo de Chiesa co’ du cosi così!” (Un sacco bello, 1980) 3. “J’ho dato un destro ‘n bocca, m’è cascato a terra come Gesù Cristo. J’ho rotto er setto nasale, j’ho frantumato le mucose, e je dicevo «Arzete, a cornuto arzete!»” (Borotalco, 1982). 4. “Ma ‘n padre po avè un fijo così, senza ‘na casa, senza ‘na famijia, co ‘e pezze ar culo, ai semafori a chiede l’elemosina?!” (Un sacco bello,

1980). 5. “Sta mano po esse fero o po esse piuma: oggi è stata ‘na piuma” (Bianco, rosso e Verdone, 1981). 6. “A Se’, ma come cazzo parli?” (Borotalco, 1982). 7. “Senti ‘sto prosciutto, t’ho detto è dorce… è ‘n zucchero!” (Borotalco, 1982). 8. “Come la famo, cor pizzico o senza pizzico?” (Bianco, rosso e Verdone, 1981). 9. “A signo’, me chiamano Er Principe” (Bianco, rosso e Verdone, 1981). 10. “Sta a pija ‘n giro a mi fija ‘sto fijo de ‘na mignotta! Se lo pijo, lo sfonno tutto!” (Borotalco, 1982). A Roma Mario è una specie di leggenda, e proprio per questo Er Piotta, noto rapper romanesco, lo citò in un suo tormentone estivo, consegnandolo di fatto alla storia iconografica del trash. Si narra di quando in un noto ristorante romano, insoddisfatto del servizio, Mario si alzò in piedi gridando “Aho! Volemo magnà…VOLEMO MAGNAAA’!”, e lì non c’era nessun regista a dare il ciak. Un grande attore a trecentosessanta gradi che ha lasciato un vuoto immenso andandosene il 23 luglio del 1994 .....

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Commedie, Trash, Poliziotteschi, Horror ed altri generi CULT dagli anni 70 a 90

ZOMBI Zombi (Dawn of the Dead) è un film del 1978, diretto da George A. Romero. È la seconda pellicola horror della serie sui morti viventi del regista. In Italia il film è stato distribuito con un titolo che non ha nulla a che fare con l'originale Dawn of the dead (tradotto "L'alba dei morti"). Si viene quindi a perdere il senso dei titoli della trilogia originale che dovevano rendere l'idea di un'invasione di morti viventi di portata sempre maggiore: la notte (Night of the Living Dead), l'alba (Dawn of the Dead,) e il giorno (Day of the Dead), ai quali si è aggiunta la terra con l'ultimo capitolo del primo ciclo di Romero, realizzato diversi anni dopo (Land of the Dead). Il film, le cui riprese sono durate circa quattro mesi fra la fine del 1977 e l'inizio del 1978, è stato prodotto con un budget relativamente limitato di 1,5 milioni di dollari. Il film è stato girato nel Monroeville Mall di Monroeville, Pennsylvania USA, e fu possibile fare le riprese solamente quando il centro commerciale chiudeva, approssimativamente fra le 10:00 di sera e le 8:00 del mattino. Il ruolo del regista italiano Dario Argento come co-produttore della pellicola è stato molto incisivo. Oltre ad aver materialmente ospitato Romero in Italia a Roma, dove sono state scritte molte pagine della sceneggiatura, ha contribuito alla colonna sonora, ha curato il montaggio e la distribuzione della versione europea del film.

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T L

U C

A cura di

B. Lanzone

"...quando non ci sarà più posto all'inferno i morti cammineranno sulla Terra..."

Nella sceneggiatura originale Romero aveva pensato a un finale diverso e molto più tragico, in cui i due sopravvissuti si uccidevano piuttosto che continuare a fuggire: uno si sparava alla testa mentre l'altro si affacciava dall'abitacolo dell'elicottero alzando la testa fino a tranciarsela

tra le pale del velivolo. La scena doveva poi essere completata dall'inquadratura delle pale dell'elicottero che andavano fermandosi a causa della fine della benzina. Sebbene questa scena non appaia in nessuna edizione speciale in DVD, in

un'intervista l'attore Ken Foree afferma di ricordare di averla girata. In realtà vennero solo provate alcune riprese e realizzate delle foto di scena. Le versioni italiane posteriori al 1990 sono sottoposte a censura in alcune scene che in precedenza venivano mostrate anche nei passaggi televisivi (frequenti negli anni '80), in particolare la scena in cui un uomo strappa a morsi la spalla della moglie. Sono state accorciate anche la scena delle pale dell'elicottero che tagliano lo scalpo allo zombi (scena non inserita nella versione cinematografica italiana) e quella dei due zombi bambini che vengono uccisi a fucilate dopo aver aggredito Peter. In particolare, il taglio di queste ultime due ha determinato uno stravolgimento che rende poco comprensibili anche le scene circostanti, quando Roger entra in una stazione di servizio abbandonata alla ricerca di benzina per l'elicottero. La trama del film è la seguente: gli Stati Uniti d'America sono devastati da un misterioso fenomeno che resuscita le persone decedute di recente, tramutandole in zombi affamati di carne umana. Nonostante i tentativi dell'esercito e delle forze dell'ordine di contenere i morti viventi, la società sta crollando e i sopravvissuti sono sull'orlo del caos. Le metropoli sono ormai preda della crescente orda di morti viventi. Presso lo studio televisivo WGON a Philadelphia regna la confusione; durante la terza settimana dell'inva-


sione il controllore del traffico Stephen Andrews e Jane Parker pianificano di rubare l'elicottero della stazione per sfuggire agli zombi prima che sia troppo tardi. Nel frattempo il poliziotto Roger DiMarco e la sua squadra SWAT assalgono un condominio dove i residenti, poveri e superstiziosi, stanno violando la legge marziale che li obbliga a consegnare i loro morti agli uomini della Guardia nazionale. Durante l'assalto, Roger conosce Peter Washington, membro di un'altra squadra SWAT, e i due diventano amici. Roger, che è amico di Stephen, dice a Peter che loro due e la Parker stanno per andarsene in elicottero e lo invita a venire con loro. Stephen, Jane, Roger e Peter partono così sul far della sera. Il mattino dopo il gruppo è costretto ad atterrare in stazione di rifornimento dove Stephen e Jane vengono attaccati da due zombi e Peter viene attaccato da due bambini infetti che è costretto a eliminare. I protagonisti saranno costretti ad atterrare sul tetto di un gigantesco centro commerciale a causa della scarsità di carburante. Il gruppo comincia a considerare l'idea di rimanere nel centro commerciale per riprendere fiato e Peter propone di chiudere le entrate con dei camion e di costruire un finto muro all'entrata del loro rifugio, temendo che oltre agli zombi, possano essere attaccati da degli sciacalli. Dopo aver chiuso le porte, i quattro distruggono gli zombi rimasti all'interno, chiudendo infine i corpi nei congelatori. Per un certo periodo i quattro conducono uno stile di vita edonistico, grazie alle risorse del supermercato a loro disposizione, ma col passare del tempo si scopre che Jane è incinta di quattro mesi. Peter propone di abortire il bambino, ma questa proposta

è respinta. Gli uomini considerano così l'idea di andarsene, ma Stephen, vedendo ora il centro commerciale come una sorta di regno e un rifugio perfetto per stare al riparo, si oppone al piano. Ciononostante, insegna a Jane come operare l'elicottero in caso di emergenza. Le condizioni di Roger (morso da uno zombi) si aggravano sempre di più col passare del tempo: Jane cerca di curarlo meglio che può ma non riesce ottenere alcun risultato. Peter ammette infine di avere visto molte persone morse dagli zombi e che nessuno è resistito per più di tre giorni. Roger, prossimo alla fine, rifiuta di volersi trasformare in uno zombi, e chiede a Peter di sparagli quando arriverà il momento. Peter acconsente e appena Roger si trasforma gli spara alla testa, per poi seppellirlo nel giardino del centro commerciale. A peggiorare le cose, le trasmissioni si interrompono: la civiltà umana è completamente collassata. Una gang di sciacalli motociclisti giunge al supermercato e pianifica di irrompere sul far della sera. Durante il giorno, i tre ricevono una chiamata dagli sciacalli dalla loro radio antenna: affermano di essere in tre e di voler fare conoscenza. Jane è sul punto di rispondere, ma viene bloccata da Peter, che non casca nel tranello. Comprendendo il pericolo, Stephen e Peter chiudono tutte le saracinesche e si preparano ad affrontare i motociclisti. Scesa la notte, Peter e Stephen osserva-

no dal tetto una cinquantina di veicoli e motociclette avanzare verso di loro. Peter suppone che, per essere diventati così numerosi, devono essere sopravvissuti saccheggiando qualunque cosa trovassero. La gang di teppisti riesce a irrompere nell'edificio permettendo anche agli zombi di entrare. Peter e Stephen pianificano un attacco a sorpresa dai condotti d'aria. Durante lo scontro, Stephen viene ferito alla spalla e cade nella cabina dell'ascensore, per poi venire assalito dai morti viventi. Alcuni motociclisti, tra cui il folle Blades, vengono fucilati da Peter, mentre gli altri fuggono dopo aver rubato la merce del supermercato. I feriti finiscono per essere squartati e divorati dagli zombi. Stephen, divenuto uno zombi, guida gli altri nel nascondiglio, dove viene eliminato da Peter, mentre Jane scappa sul tetto. Rimasto solo, Peter contempla il suicidio, ma quando arrivano gli zombi ha un ripensamento e li combatte per raggiungere Jane e fuggire con lei sull'elicottero. Il carburante scarseggia, così li attende un incerto destino nell'alba dei morti viventi. Nei titoli di testa appare un riferimento a Dario Argento in qualità di curatore della musica insieme ai Goblin. A lui si deve la scelta del gruppo dei Goblin per la realizzazione della colonna sonora originale. Lo stesso Romero per la successiva distribuzione statunitense del 1979 ha inserito alcuni pezzi dei Goblin in scene precedentemente realizzate con suoni più minimalisti. Il film è stato presentato in anteprima mondiale a Torino il 1º settembre 1978 per volontà di Dario Argento che ha anche presieduto la proiezione.

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Mi è piaciuto moltissimo A cura di Rolando

A

volte mi capita di sentirmi in imbarazzo. Capita con gli amici, il più delle volte, ma può capitare anche con dei colleghi e, più raramente, con perfetti sconosciuti. Recentemente mi capita con una frequenza allarmante. Mi capita quando si parla di grandi successi, di opere bellissime: film, spettacoli teatrali e musicali, canzoni. Siamo al lavoro in pausa pranza e ,a un certo punto, qualcuno dice (è solo un esempio ma potete considerarlo piuttosto vicino alla realtà) “Avete visto che bello il nuovo film di Tizio e che bravo Caio”! Lo dice molto entusiasta con gli occhi sbarrati, un sorriso larghissimo e il trancio di pizza che stava mangiando a mezz’ aria. Si guarda intorno, cerca approvazione fra i colleghi, così contento che la mozzarella gli cola sulla mano senza che se ne accorga e a

temperatura altissima. Dovrebbe ustionarsi, ma niente. Troppo entusiasmo, troppa gioia. E succede quello che temo. Tutti sono d’accordo. Fanno si con la testa dicono che l’hanno già visto tre volte che secondo loro ci sarà la seconda parte, che non vedono l’ora, che oddio hai visto quando lui fa questo e lei gli dice quello. Si ricordano le battute, le scene, i vestiti. Hanno cercato su internet i dettagli di quando è stato girato il film, sanno le curiosità, gli aneddoti. E io ho stima dei miei colleghi, li ritengo tutti piuttosto intelligenti e colti. Ma non è questa la cosa peggiore, né quella imbarazzante. Normalmente ho già letto qualcosa in giro sul film in questione e tutti i critici concordano, spesso con frasi di difficile comprensione per essere sinceri, ma da cui traspare, senza apparente ombra di dubbio, che il film sia un capolavoro. Ma non è neanche questa la cosa peggiore. No, neanche quella imbarazzante. La cosa che ha queste due caratteristiche è un'altra : è che a me il film ha fatto schifo. Non l’ho capito. Prima di tutto. Non è che non abbia capito la trama. Quella magari si (ma non sempre). Non ho capito qual era il messaggio, cosa voleva dire, perché è stato girato così. Non ho trovato i dialoghi arguti né divertenti , gli attori poi. Terribili.

Frascaro

Mi ingozzo di pizza. Tengo lo sguardo basso, fingo di stare al cellulare. Divoro il mio trancio di margherita con cipolle. Mi metto nelle condizioni che nessuno mi possa interpellare. Ma poi, per motivi che fuggono alla mia comprensione c’ è sempre qualcuno che mi porge la fatidica domanda “E tu ? Lo hai visto?”. In questi casi, cari miei, bisogna avere carattere, capire che è il momento di tirare fuori la propria indignazione di fronte a questa cultura dell’applauso di massa davanti alle grandi opere delle multinazionali che trattano la cultura come fosse un prodotto da vendere e trovano un pubblico ormai anestetizzato e alla ricerca che altri decidano per lui e gli indichino subdolamente cosa apprezzare. Per questo, butto giù l’ultimo pezzo di margherita, alzo lo sguardo fiero e dico. “Si, e mi è piaciuto moltissimo”.

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Laura Contardi musical.... che passione!

Foto: Massimiliano

- Laura, ti abbiamo visto recentemente nello spettacolo “Elisir” in scena al salone Margherita, ma la tua esperienza viene da lontano. Raccontaci di più del tuo percorso. - Ho iniziato studiando danza, il primo amore, all' età di 11 anni. Poi successivamente ho arricchito il mio bagaglio artistico diplomandomi presso la SDM - Scuola del Musical a Milano dove ho potuto studiare canto e recitazione, due discipline che amo in maniera particolare. Esibirmi in teatro in spettacoli come La Divina Commedia , Vacanze Romane, C'è qualcosa in Te con Enrico Montesano e partecipare nel corpo di ballo per le riprese di spot per Tim, Martini e Campari, mi ha fatto viaggiare e conoscere luoghi e persone diverse. Vivere della propria passione credo si possa considerare un immenso privilegio.

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Correa


- Al teatro Brancaccio hai partecipato allo spettacolo “E se il tempo fosse un gambero?” con le musiche del maestro Armando Trovajoli. Che emozioni si provano a ballare sulle note di un artista di quel calibro? - E’ stato un onore. L’ammirazione che provo per artisti con capacità creative così grandi è indescrivibile. - Durante la tua carriera hai avuto modi di lavorare con alcuni grandi registi tra i quali il premio Oscar Paolo Sorrentino. Come è stata l’esperienza di con questi grandi nomi? - Quello del corto commerciale della Campari è stata davvero un' esperienza speciale. Ore ed ore passate sul set, poi ti fermi a riflettere un attimo. C'è un premio Oscar come Paolo Sorrentino che ti sta dirigendo e non puoi far altro che sorridere e goderti ogni istante. - La tua passione principale è il ballo e il musical. Cosa ami di più di quest’ultimo? - Il Musical mi permette di esprimermi a 360 gradi e di interpretare più personaggi e storie. Probabilmente se avessi solo danzato mi sarei sentita incompleta e non sarei stata così felice.

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- Canto, ballo e recitazione. Hai studiato e ti sei preparata in tutti questi campi. Cosa pensi della tv? - Prediligo sicuramente il Teatro, ma non voglio additare la televisione come una forma di espressione artistica meno nobile. Credo che come ogni cosa, debba essere filtrata sia dalla prospettiva del telespettatore che dell' artista. Si può scegliere! - Teatro,cinema e tanto impegno….nel poco tempo libero che ti rimane che cosa ti piace fare? - Mi piace riempire il mio tempo libero! Mi alleno e adoro insegnare Pilates, amo andare al cinema e chiacchierare con gli amici...mi rigenero facendo passeggiate possibilmente immersa nella natura. - Vivi a Roma da qualche anno, ma sei originaria della provincia di Cremona. Qual’ è il tuo rapporto con la nostra città? - La mia città Natale è Chieve. E' dove sono cresciuta. La considero la Casa con la C maiuscola con la quale sento una forte connessione perchè racchiude il mio amore più grande: la famiglia e gli affetti. Roma è diventata il nucleo della mia vita. Incasinata,caotica ma piena d' arte, storia e possibilità. La mia prossima avventura lavorativa "Turandot il Musical " con Lorella Cuccarini sarà proprio qui!


Salone Margherita Costruito nel 1898 dai fratelli Marino, imprenditori napoletani nell’ambito dello spettacolo e dell’intrattenimento, il Salone Margherita si chiamava in principio Teatro delle Varietà. Il nome scelto dai due investitori partenopei voleva chiaramente indicare il tipo di spettacolo per il quale la struttura era stata concepita. Già dal 1890 i fratelli Marino avevano aperto a Napoli un teatro ispirato ai famosi cafè-chantant parigini, che in terra d’oltralpe stavano riscuotendo un enorme successo. Gli spettacoli che si tenevano al loro interno erano composti da numeri di intrattenimento “vario” : dalle cantanti, le famose Chanteuse, italianizzate in sciantose, a spettacoli di ballo, brevi interpretazioni teatrali, numeri di magia e operette. Durante la messa in scena era poi consentito bere e mangiare, a differenza dei teatri tradizionali. Il Teatro delle Varietà aperto a Roma, e che cambiò nome in brevissimo tempo in Salone Margherita in onore alla Regina, ottenne in breve un grande successo. Oltre all’ottima qualità degli spettacoli che vi si tenevano la struttura era anche uno splendido esempio di architettura Liberty, con ventrate magnificamente dipinte. Vi si esibirono artisti di altissimo livello. Fra tutti occorre citarne alcuni: Ettore Petrolini, considerato il re dell’avanspettacolo, Leopoldo Fregoli il trasformista più famoso della storia, La Bella Otero sciantosa acclamata in tutto il mondo e Filippo Tommaso Marinetti che vi rappresentò uno spettacolo futurista nel 1921. Sinonimo a Roma di comicità e punto di riferimento del genere, il Salone Margherita perse in modo graduale tale ruolo e, partire dal dopoguerra, conobbe un lento ma inesorabile declino fino ad essere trasformato in una sala cinematografica. Fortunatamente negli anni 70 venne ristrutturato e riportato al suo utilizzo originale. Oggi la sua programmazione è varia e vi si può assistere, immergendosi in un atmosfera da primi del 900, da spettacoli di burlesque a show di tango passando per rappresentazioni comiche e satiriche. A cura di: Rolando

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Sballati di libri e musica, per voi le nostre recensioni

Io sono Kurt - Paolo Restuccia – Fazi Editore Andrea Brighi aveva il compito di portare una valigia piena di soldi illeciti nella Svizzera dei conti segreti. Denaro che quel geniaccio del male del cognato aveva racimolato loscamente nel Blue Flash, il locale familiare, dove anche la moglie Rita ha una quota. Decide di fare una sosta prima della Svizzera, in quella Trieste che ha abbandonato vent’anni prima, senza troppi fronzoli, ma con molti dubbi che nel tempo non si sono sopiti e oggi chiedono risposte. Brighi decide di passare la notte nella Pensione Ghega, dove

vent’anni prima, quando tutti lo chiamavano Kurt, aveva fatto l’amore con Anna. Una donna ambigua, attratta da lui, ma anche, in maniera opposta, dal suo amico/nemico Stefano Zanchi, il Diavolo Biondo, con il quale in gioventù ha condiviso la passione per la musica e l’attività nella Radio Punto Nord. E’ stato proprio lo scontro tra le sue attese e la realtà che in gioventù ha decretato la dipartita triestina. Restuccia crea una storia particolare a tinte noir, scabrosa ma anche divertente, che viaggia nell’animo della gioventù degli anni Novanta e nei quarantenni di oggi tratteggiando con delicatezza un bilancio tra quello che era il mondo di ieri e quello che è diventato oggi.

La fine della storia - Luis Sepulveda - Ugo Guanda Editore «Stavo andando a un appuntamento che non avevo cercato né voluto, e ci stavo andando perché non si sfugge alla propria ombra. Non importa dove stiamo andando, l'ombra di ciò che abbiamo fatto e siamo stati ci perseguita con la tenacia di una maledizione.» La fine della storia narra le vicende di Juan Belmonte ex guerrigliero cileno che nella vita ha combattutto molte battaglie. Prima tra tutte quella al fianco del Presidente Salvador Allende contro il regime di Pinochet. Ora si è ritagliato uno spicchio di tranquillità e vive da anni in una casa sul mare insieme alla compagna che mai è riuscita a riprendersi dalle torture subite a Villa Grimaldi, luogo di orrori durante il colpo di stato. Belmonte da il senso di essere un buon mix tra Don Chisciotte della Mancia e Ethan Hunt di Mission Impossible. Ma è un uomo che

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non vuole più combattere, è stanco e non ha motivazioni valide per rimettersi in gioco. I servizi segreti russi gli chiedono di sventare un piano di un gruppo di cosacchi nostalgici che vogliono liberare dal carcere il torturatore Miguel Krassnoff. Solo lui, con le sue capacità e la sua preparazione, può fermare la liberazione dell’ex ufficiale dell’esercito cileno al servizio di Pinochet condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità. La fine della storia ci racconta vicende avvenute nello spazio e nel tempo, attraversa il ‘900 per condurci curiosi alla resa dei conti della storia di Juan Belmonte che deciderà di tornare operativo per una buona causa. La sua causa.


Triste America - Michel Floquet - Neri Pozza Editore Triste America di Michel Floquet è un ritratto doloroso e duro dell'America, sogno dell'immaginario di molti di noi, ma Paese in realtà fatto di un castello di illusioni che l'autore sapientemente e soprattutto dati alla mano riesce pagina per pagina a distruggere. Descrivendone le principali contraddizioni, Michel Floquet tratta tutti i principali argomenti americani: la ricchezza che è appannaggio di pochi (i più ricchi negli Stati Uniti sono solo l'0,1 percento della popolazione), i privilegi a partire dall'istruzione, costosissima e culla delle disuguaglianze e che rende assolutamente privo di significato e senza alcun valore la promessa del "Sogno Americano". Michel Floquet in Triste America lo descrive così: "il sogno americano è solo uno slogan privo di senso". Le guerre, tante, quelle in cui gli americani, che

si rinventano paladini della giustizia e del mondo, combattono in Paesi lontani e quelle alle origini della loro civiltà, che hanno visto distruggere intere popolazioni pre-esistenti. Gli indiani, per esempio. La violenza, quella quotidiana, quella comune, che fa armare i normali cittadini, sulla base di un principio costituzionale (più di trecento milioni sono gli esemplari di armi in circolazione, undicimila morti in media all'anno!), è un tema dibattuto ma che non trova mai soluzione, ma solo pubblicità alle solite lobby oligarchiche. In Triste America poi c'è la politica, spiegata in tutti i suoi più complicati passaggi, il grande flop del tanto celebrato Presidente Obama. Il fallimento del suo progetto è l'incompiutezza delle sue riforme, fino all'ultimo profetico capitolo dedicato a Donald Trump. Non si può pensare di conoscere bene gli Stati Uniti senza aver prima letto Triste America, un dissacrante libro, che rende tutto vero tramite accurate storie riportate, analisi e documenti citati, statistiche e testimonianze e fa apparire questo Paese come "un impero in avaria", "incapace di reinventarsi".

Orfani bianchi - Antonio Manzini - Chiarelettere Editore Mirta Mitea ha 34 anni e un figlio dodicenne (Ilie) affidato alla anziana mamma nel lontano villaggio moldavo di Logofteni. Mirta lavora come badante accompagnando verso la fine dei loro giorni le mamme/nonne di cui non ci vogliamo più prender cura. Quando la signora Olivia, che si ostina a rimanere in vita, viene messa in un ospizio con sommo sollievo dei rispettivi figli, Mirta perde lavoro e dove dormire. Aiutata da un paio di connazionali anch’essi in Italia riesce con immensa fatica a trovare un lavoro a chiamata per fare le pulizie nei condomini. Tutto dolcemente e tristemente accompagnato dai tanti messaggi che manda al figlio e alla mamma lontani e pieni di problemi pratici da risolvere. D’un tratto il figlio resta solo e l’unica soluzione che il mondo propone a Mirta è mettere il suo amato cucciolo in un internat. Un orfanotrofio, nonostante lui non sia orfano. Questo sono gli Orfani bianchi, i bambini negli internat abbandonati da genitori che non possono prendersene cura perché per sopravvivere devono badare ad altri che non gli competono e da cui non riceveranno amore ne mai un “grazie”. Orfani bianchi è la storia di Mirta, di Ilie, dei nostri anziani percepiti come peso e lasciati nelle mani di badanti straniere che abbandonano le loro famiglie, i loro affetti, la loro anima ed il cuore nei Paesi natali per badare a ciò di cui noi vorremmo disfarci. È la storia dell’indifferenza, dell’empatia esaurita di questo

occidente che corre senza una direzione. O forse è solo la storia di un brandello di famiglia che faceva meglio a non sperare ne pretendere nulla dalla vita perché ancora fa troppa differenza dove casualmente nasci, se vivi o muori. Durante tutta la lettura di Orfani Bianchi siamo gli occhi ed il cuore di Mirta Mitea, questa la grande capacità dell’autore, e viviamo sulla nostra pelle questo stralcio di vita assurda. Vita contemporanea in cui non vorremmo essere la protagonista ma neanche una delle anziane tantomeno uno dei figli delle anziane. Le vogliamo così bene che ciò che le accade ci compete. E questo vale tutto.

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GALLERIA FOTOGRAFICA Foto: Eleonora Costi www.instagram.com/ell__n www.facebook.com/ell.costi www.eleonora.costi.com

Luoghi abbandonati

Quando senti l’odore ci si rende conto di essere arrivati. Deve essere il legno, sempre il legno, che dai soffitti pericolosi fino ai pavimenti sconnessi, è inzuppato dalla pioggia, e che a questo punto è il padrone di tutti gli spazi. E il buio ti travolge sempre, quel maledetto buio, che non ti consente di vedere nessun panorama, nessuna vista . Chiudete gli occhi e riprovate le sensazioni delle cerimonie e della danza, di masse di persone e sacerdoti, medici e persone malate o più semplicemente uomini e donne. Deve essere il silenzio, sempre lo stesso, che allevia il passo e stringe il respiro. Mi-

Discoteca abbandonata in Toscana

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naccioso, assoluto e preoccupante, ti fa paura anche quando la natura o gli animali producono un qualsiasi suono. I sentimenti danno vita alle passioni: Prima i luoghi abbandonati mi hanno toccato, poi , mi hanno spinto a guardarli come una immagine, per evitare i ricordi si dissolvessero nel tempo. L’ Urbex, esplorazione urbana, mi ha emozionato, le loro regole sono riassunte completamente nel suo motto "non prendere niente tranne che le fotografie, non lasciare nulla tranne che le impronte". E 'così che inizia "Abbandonato H. Ell", un progetto che racconta attraver-

so la fotografia luoghi abbandonati. Ho viaggiato per tutta l'Italia alla ricerca di luoghi pieni di storie e di vita vissuta al loro interno, lasciti al dimenticatoio e alla potenza della polvere: da case, ancora arredate con grandi camere riccamente dipinte a ex ospedali psichiatrici, da chiese a scuole a monasteri di confine. Un progetto fotografico che spero provochi , attraverso le mie immagini, emozioni mozzafiato, stupore e disagio a chi le guarda e preservi queste meraviglie. Questo è l'unico modo per infondere nuova vita in questi luoghi.


Hotel 5 stelle abbandonato

Villa in Lombardia

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Monastero vandalizzato Villa in Piemonte


Villa in Lombardia Castello di Sammezano


IL PET DEL MESE

PACO

Il pet del mese è Paco, Silvia e Massimo ci inviano questa foto da Roma. Vuoi vedere la foto del tuo pet pubblicata nel prossimo numero di RM Magazine? scrivici a: rmmagazinemese@gmail.com

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A cura di Luigi Procopio gigipro84@yahoo.it

Giorgio Genovesi e la città del cane

Reportage Cinofilo: I Guru della cinofilia moderna

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uesto progetto nasce dalla necessità di comprendere il comportamento animale, nello specifico del cane. Per fare questo ho deciso di fare il giro dei più rinomati centri cinofili con a capo dei "guru" della cinofilia per capire come la pensano e i metodi da loro applicati. Il primo centro che ho avuto il piacere di visitare è un accogliente, rifinito ma sopratutto in piena espansione con a capo Giorgio Genovesi. - Chi è Giorgio Genovesi? - "Sono un rompiscatole Cinofilo. Ho un'

idea della cinofilia che penso sia giusta e che mi ha portato in 40 anni di carriera a partecipare e vincere vari campionati mondiali, a essere Responsabile SAS del settore addestramento presso la Regione Lazio dal 1992 al 1996 ma soprattutto a tenere in piedi la mia attività da ben 28 anni, avendo tutti i permessi in regola, con un grosso ritorno sia per quello che riguarda l'addestramento ma sopratutto per quello che concerne i corsi che dirigo personalmente per Addestratori E.N.C.I." - Parliamo del progetto "Città del Cane",

di cosa si tratta? - "Questo è un progetto molto ambizioso, in collaborazione con Roma Capitale, regione Lazio e Protezione Civile, perché significa andare a coprire tutti gli ambiti e le discipline che riguardano il cane, sia per il cliente privato che con l'ausilio di tecnici giovani e preparati, avrà a disposizione tutte le discipline sportive e sociali (addestramento, utilità e difesa, caccia in tana, ricerca su macerie etc..) per poter far esprimere al meglio il proprio cane in base alle sue attitudini, ma anche per l'attività di insegnamento per i futuri tecnici.Vorrei , infatti, che que-


sto diventasse un Ateneo dove c'è spazio per tutti quelli che vogliono lavorare in questo ambito. Qui si potranno acquisire le giuste competenze per qualsiasi disciplina: addestratore, Dog sitter, handler, figurante per cani da utilità e difesa, responsabili di pensione fino al tolettatore. E in più sto studiando il primo Dog Parking privato dove si potrà portare il proprio cane e lasciarlo libero in estrema sicurezza. Questo è quello che intendo per Città del Cane." - In cosa sono cambiati i cani di oggi rispetto a 50/60 anni fa? - "Non è il cane a essere cambiato ma quello che io ho capito di lui in questi 40 anni di lavoro. Non so dire da quanto tempo siano cambiati. Quello che è sicuro è che in un certo qual modo sono evoluti a livello comportamentale. Si sono adattati al nostro modo di vivere cambiando degli schemi tramandati nel DNA, Comportamenti Primari Elementari, sono cambiati gli stimoli chiave di alcuni Istinti, le attribuzioni delle Qualità Naturali, le evoluzioni degli istinti. Dopo aver capito queste cose e tramite l'osservazione del Cane, è più facile capire e trovare la soluzione dei vari problemi comportamentali con cui il cliente privato si trova a combattere giornalmente. - Sempre più spesso sentiamo parlare di aggressioni da parte di cani, cosa

sta succedendo? - "Non possiamo dare la colpa all'utente privato perché sarebbe troppo semplice. Sicuramente la poca conoscenza, l'umanizzazione, il non capire determinati comportamenti incide molto in questi casi, ma la colpa va ricercata in chi non informa, in chi non mette in condizione le persone

di capire come ci si comporta e di cosa oggi un cane ha bisogno. L'idea che un cane viva bene in giardino, o chi compra le traversine, per evitare i bisogni per casa, che costano più dei pannolini per neonati, per non parlare della pettorina che si rompe una volta al mese piuttosto che un collare che non si rompe mai. Tutto questo frutto e' di un martellamento

costante da parte di chi ha interessi più alti. Ed è proprio per questo che è nata la "Città del Cane", per informare in modo corretto e dare così la possibilità all'utente privato di scegliere consapevolmente come comportarsi." - Che cosa significa addestrare un cane? - "Questo è un argomento a cui tengo molto. Per me addestrare significa intanto educare il conduttore alla conoscenza della psicologia canina insegnandogli il linguaggio per comunicare con il proprio cane. Aiutare poi il cane nello sviluppo comportamentale relativo ai rapporti sociali di branco e non, salvaguardando l'equilibrio psichico tramite gli esercizi di obbedienza che voglio specificare essere un mezzo e non il fine. Non mi interessa insegnare al cane il seduto ma lo faccio dal momento in cui quel seduto, ad esempio, mi serve per far calmare quel cane e farlo ragionare. Allora quel comando mi è utile per arrivare a far capire delle cose al cane in questione. Quindi il discorso è usare gli esercizi per equilibrare i suoi comportamenti e ancor più importante il rapporto con il proprietario. Il fine ultimo dell'addestramento è quindi l'equilibrio e il controllo, intesi come reciproca fiducia e rispetto, del Cane libero per integrarlo in modo corretto nel contesto umano. Vorrei aggiungere che secondo me tutti i cani andrebbero addestrati per un motivo semplice: " perché vanno capiti!".


- In che modo ragiona il Cane? - "È molto più semplice di quello che si pensi. Spesso si tende ad attribuire ai cani dei ragionamenti complessi, deduttivi, che non è assolutamente in grado di fare e che sono puramente umani. Per dare un idea un bambino riesce a fare questo tipo di ragionamenti dopo circa 3 anni di vita. Come si può quindi attribuirli a un cane? O addirittura a un cucciolo? Faccio un esempio: torno a casa, apro la porta e trovo il divano distrutto, giro la testa ed il mio cane si è nascosto sotto il tavolo con la coda tra le zampe e un aria colpevole. In questo caso spesso si pensa che il cane sappia di aver fatto un danno, e di conseguenza immagina che il padrone si arrabbierà quindi si va a nascondere. Questo dal punto di vista dell'utente privato. Da quello del Cane succede questo: vedo il mio amato padrone arrivare, sono felicissimo e scodinzolando mi avvicino alla porta, la porta si apre, sono pronto a fare le feste ma.. il volto del padrone cambia perché ha visto il divano, riconosco il viso arrabbiato che ho abbinato alla punizione e mi vado a nascon-

dere sotto il tavolo. Mettiamo in chiaro dei punti, il cane ragiona solo al presente, quindi non si ricorda del divano ma impara le espressioni del volto e il linguaggio non verbale e si comporta di conseguenza, non deduce, non intuisce, non capisce il bene o il male, non prova la "mancanza" di qualcuno." - Nella scelta di un cane quali sono gli aspetti che bisogna valutare? - "Intanto dividerei i cani per ceppi ( lupoidi, molossoidi, terrier, segugi, bracchi, levrieroidi, bassettoidi). Ogni ceppo ha il suo modo di porsi. Da un molossoide mi aspetto un determinato tipo di comportamento mentre da un terrier me ne aspetto un altro, fermo restando che poi c'è il singolo soggetto. Nella scelta di un cane io mi chiederei quindi qual'è, per la mia situazione e per quel-

lo che mi aspetto, il ceppo più idoneo. E qui si continua con la cattiva informazione dove ad esempio i rottweiler vengono proposti come cani adatti ai bambini, quando sono cani da guardia, o i Jack Russell come cani da compagnia, quando invece sono cani da caccia in tana. Poi andrei a valutare le caratteristiche caratteriali, QUALITÀ NATURALI, specifiche della razza in questione e trasmesse nel DNA." - Collare o pettorina? - "Non c' è uno strumento giusto o sbagliato a priori, l'importante è saperlo usare nel giusto modo e nel momento corretto. Io personalmente uso la pettorina per alcune discipline ( utilità e difesa o ricerca), ma uso il collare per quello che riguarda ad esempio l'ubbidienza. Ma più che quello che penso io bisognerebbe chiedersi: qual'è il giusto strumento per lavorare il cane in questione? Fatta la giusta valutazione caratteriale/comportamentale saprò benissimo cosa usare in quel caso specifico." Consigli importanti e da seguire per chi vuole il benessere del proprio animale!

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I WANT YOU

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True Stories quando l'amore corre sul web A cura di Vicky

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arà capitato anche a voi. Incontrare una coppia e domandare loro come si sono conosciuti. Una curiosità incontrollabile, qualche volta premiata da risposte incredibili , molto spesso da versioni banali e prevedibili, raramente da racconti deludenti. Mi è successo anche di recente e la replica per nulla imbarazzata e anche un po’ sfrontata è stata: su internet. Ora, certo, sono a conoscenza dell’esistenza di numerosi siti di incontri che offrono la possibilità a single di ogni età di incontrarsi dopo aver scandagliato decine e decine di profili. Eppure …. Mentre ascolto la risposta cercando di assumere un’espressione naturale per non nascondere la mia indubbia delusione, mi viene in mente un episodio della mia serie preferita (eh sì, ne sono vittima anch’io) nella quale il protagonista presenta agli amici la sua nuova fidanzata , conosciuta on line, e preventivamente si accorda con lei per raccontare una storia verosimile sul loro incontro evitando la cruda verità. Post- verità anche in questo caso, ovvero non reale, ma plausibile. La serie in questione è How I met your mother , 120 puntate durante le quali un padre decide di raccontare ai propri figli la storia dell’incontro con la

loro madre in un crescendo di “suspence” che tiene agganciati figli e spettatori in attesa di sapere come il destino ha scelto di incrociare le vite di due persone fino a quell’istante sconosciute. E’ evidente che nessuno vorrebbe sentirsi rispondere “SU INTERNET”. Allora suggerisco alle coppie in questione di elargire a amici, conoscenti e familiari dieci plausibili storie di incontri, ispirate tra l’altro dai miei 10 film preferiti ( nove in verità!) e vi sfido a riconoscerli. 1. Incontro intellettuale: Nella Ville lumiére , al mercato delle pulci in cerca di antichità comprando un disco di Cole Porter. Rivedersi casualmente sere dopo su un ponte sotto la pioggia. 2. Incontro magico: Il giorno di Natale in un grande magazzino cercando di acquistare l’ultimo paio di guanti, sfuggito all’assalto dei compratori dell’ultima ora. Perdersi di vista e rivedersi a distanza di anni dopo essersi cercati disperatamente. 3. Incontro sorprendente: in aereo dimenticando la paura di volare per discutere con il vicino ruvido, ma affascinante. 4. Incontro avventuroso: scambiando

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Franco

la vostra casa con quella di un’altra, vi imbattete nella persona dei vostri sogni. Incontro disorientante : bussate ubriachi alla porta della casa di vostra sorella e trovate l’anima gemella. Incontro illegale: Prima vi sposate per ottenere il permesso di soggiorno, poi vi innamorate mentre cercate di convincere l’ufficio immigrazione della validità del vostro matrimonio. Incontro amichevole: durante un lungo viaggio in macchina, conoscenti, poi amici, poi amanti. Incontro classico: al matrimonio di amici comuni, anzi a quattro matrimoni e …. un funerale. Incontro scolastico : alla gita dei vostri figli che voi, in clamoroso ritardo, riuscite a fargli perdere. Incontro romantico: A Firenze soggiornando nello stesso albergo.

Se non li avete riconosciuti sono: Midnight in Paris (1), Serendipity(2), French kiss(3), L’amore non va in vacanza (4 e 5), Green card (6),Harry ti presento Sally (7), 4 matrimoni e un funerale (8), Un giorno per caso (9), Camera con vista (10)

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Viaggio nella street art romana Prima tappa:Tor Marancia Dal maestro Banksy alle strade di Roma. Negli ultimi anni la street art pittorica ha iniziato a colorare le strade della Capitale, tanto che la nostra città sembra essere sempre di più un museo a cielo aperto. Tonnellate e tonnellate di cemento che hanno invaso i nostri quartieri negli ultimi vent'anni sono ora decorati, abbelliti da vere e proprie opere d'arte. Uno dei tanti esempi di questa vera e propria opera di riqualificazione urbana ci viene fornito dal quartiere storico di Tor Marancia. Qui, grazie al progetto di arte pubblica "Big City Life", le undici palazzine del comprensorio di via di Tor Marancia, 63 sono state spogliate del grigiore tipico delle costruzioni destinate alle borgate e colorate da murales. Un progetto artistico ideato da 999Contemporary e sostenuto economicamente da Fondazione Roma-Arte-Musei, dall'Assessorato alla

Cultura, Creatività, Promozione artistica e Turismo di Roma Capitale e dall’azienda territoriale per l’edilizia residenziale di Roma (ATER) proprietaria degli immobili interessati. Venti artisti provenienti non solo dal nostro Paese, ma da ogni parte del mondo si sono ritrovati a Roma per dar vita a questa permanente esposizione a cielo aperto, un museo pubblico aperto a tutti e sul quale sono stati girati già numerosi documentari e scritti alcuni libri. Ventidue opere murali che hanno dell'incredibile e riempono di favola il Lotto 1 di Tor Marancia. Uno spazio dove non solo si rimane incantati dalla bellezza di questi murales, ma dove, soprattutto, si può riflettere; ciascun'opera, infatti, non è solo un semplice disegno, ma è arte viva che nasconde sempre un significato profondo. Il filippino Jerico, ad esempio, ci parla del rapporto di amore e

A cura di

Alessio Boccali

odio tra l'uomo e la natura dipingendo uno sfondo floreale e due mani che si toccano come nella "Creazione di Adamo" dipinta da Michelangelo Buonarroti, l'italiano Domenico Romeo difende la grandezza dell'anima umana con un imponente sole rosso decorato da idiomi, l'argentino Jaz ci suggerisce il rapporto drammatico che l'uomo ha con la memoria, e quindi con la storia, attraverso due figure di luchadores, i lottatori che da sempre fanno entusiasmare il pubblico sudamericano con le loro battaglie, qui raffigurati come l'uno (l'argentino) intento a portare sulle spalle l'altro (l'italiano), quasi a suggerire il bagaglio di cultura italiana che le popolazioni latine hanno nel tempo ereditato. E ancora, il francese Seth Globalpainter dipinge un bambino in piedi su di una scala disegnata da matite colorate per darci l'idea della necessità di


saper guardare al futuro senza mai dimenticare la parte più fanciullesca che è dentro di noi, ovvero un monito a non dimenticarsi mai della fantasi, oppure "Il welcome to Shanghai" del cinese Caratoes e "La madonna di Shanghai" dell'italiano Mr Klevra, che attraverso una figura divina, attinta dall'arte asiatica quella del primo e dall'arte cristiana quella del secondo, omaggiano la storia del quartiere, nato intorno agli anni ’30 in una zona soggetta a frequenti allagamenti e ad alta densità abitativa, per questo chiamato proprio Shanghai. Insomma, un vero e proprio spettacolo free entry quello che, grazie a questo progetto, la storica periferia di Tor Marancia può offrire al "pubblico"; una grande idea che ha permesso di ridare vita e colore ad una delle più grandi borgate romane. Di seguito l'elenco delle opere d'arte murali visibili al lotto 1 di Tor Marancia: • Alberonero (Italia) – “A Carlo Alberto, 93 Toni” • Best Ever (Gran Bretagna) – “The Piramid” • Caratoes (Cina) – “Welcome to Shanghai”

• Clemens Behr (Germania) – Senza Titolo • Domenico Romeo (Italia) – “Alme Sol Invictus” • Danilo Bucchi (Italia) – “Assolo” • Diamond (Italia) – “Hic sunt adamantes” • Gaia (USA) – “Spettacolo, Rinnovamento, Maturità” • Guido Van Helten (Austria) - “Ra” • Inti (Cile) – Senza Titolo • Jaz (Argentina) – “Il Peso della Storia” • Jerico (Filippine) – “Distanza Uomo-Natura” • Seth Globalpainter (Francia) – “Il Bambino Redentore” • Lek & Sowat (Francia-USA) – “Veni, vidi, vinci” • Matteo Basilé (Italia) – “Ordine e Disordine” • Moneyless (Italia) – “Il Vento” • Mr Klevra (Italia) – “Santa Maria di Shanghai” • Philippe Baudelocque (Francia) – “Humanity constellation” • Pantonio (Portogallo) – “Il Ponentino” • SatOne (Germania) – “Waterfall of Words” • Reka (Australia) – “Natura Morta • Vhils (Portogallo) – Senza Titolo


Camilla’s Secrets

A cura di Camilla Gullà (www.camillassecrets.com)

I wear Anna Rita N. Pallettes e dettaglio in seta, un vero abito da festa firmato dalla penna di Anna Rita Noviello, fashion designer e business woman che è dietro il brand Anna Rita N. Ricerca perenne del nuovo e salvaguardia del passato, ecco i caratteri fondamentali portati avanti del brand; gli abiti Anna Rita N sono abiti che esaltano la femminilità e l’eleganza di ogni donna, grazie al lavoro di ricerca e alla cura del dettaglio presenti in ogni capo. La donna Anna Rita N è proprio come Anna, versatile, contemporanea, dinamica e di grande classe, mai banale ma sempre all’avanguardia coi tempi. Dettaglio costante nella produzione è il made in Italy, distribuzione e vendita nei migliori stores del mondo ma sempre grande fedeltà a questo valore.

Il 28 gennaio 1992 nasce a Milano Camilla Gullà. Un sottile filo invisibile la lega al capoluogo lombardo e centro mondiale della moda e dove i suoi interessi in materia la riconducono abitualmente. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Firenze, città dove scappa a rifugiarsi ogni volta che può. Nel capoluogo toscano frequenta l’Istituto Sacro Cuore e coltiva le sue passioni: la danza classica, il pianoforte e l’amore per le lingue straniere. Attualmente frequenta l’università cattolica del Sacro Cuore a Milano, presso la facoltà di legge e dall’aprile 2011 si occupa del suo blog “Camilla’s Secrets”. Nato dalle aspirazioni di un’ adolescente sognatrice che si racconta parlando di moda e non solo nel tempo è cresciuto e si è evoluto proprio come la sua autrice. E’ sfogliandone le pagine che traspare la crescita e il cambiamento di una ragazza che diventa donna. Camilla ha saputo sfruttare la sua innata tendenza a fondere le sue passioni in una dimensione più ampia e profonda, collaborando in questi anni con importanti brands e autorevoli riviste di tendenza: un meraviglioso e originale connubio tra moda e mondo che ci circonda. Fanno da imperativo il buon gusto e l’eleganza, uniti ad una semplicità che non é mai banale.


Camilla’s Secrets At home with Hanky Panky I giorni di riposo sono l’occasione giusta per concedersi una pausa dal tram tram lavorativo e rilassarsi sul divano. La mia lingerie Hanky Panky è l’abbigliamento giusto per queste occasioni, comodo ma estremamente elegante. Hanky Panky nasce ben 35 anni fa, nel 1977 grazie alla mente creativa di Gale Epstein. Nel 2004 il Wall Street Journal lo descrive come un “lace butter” , “burro di pizzo”, e tutt’oggi credo che non ci sia una descrizione migliore. Il completo canottierina e culotte che indosso, con il suo pizzo raffinato è morbido proprio come il burro. Le varianti proposte sono ormai molteplici, dai body, alle lingerie e la gamma di colori è davvero vastissima. Posso assicurarvi che sono uno più bello dell’altro.


Il best of dei supereroi al cinema Il XXI secolo è l’era dei film sui supereroi! So benissimo che ci sono stati i due capostipiti dei cosiddetti “cinecomic” già nel secolo precedente, iniziando da Superman alla fine degli anni Settanta e proseguendo con Batman alla fine degli Ottanta ma il vero boom dei supereroi al cinema è partito con i mutanti X-Men proprio nell’anno 2000. In questa classifica mi sono posto la missione impossibile di scegliere solo 10 pellicole delle molte che abbiamo visto sul grande schermo. Compito arduo e difficile, perché non tutti i film dovrebbero essere catalogati semplicemente come “cinecomic”, allo stesso modo come non tutti i fumetti sui supereroi sono uguali tra loro. I generi e gli stili sono tanti e infatti gli eroi in calzamaglia sono stati protagonisti di: thriller, space-opera, action-movie, noir e commedie

10. Spider-Man

Utilizzare il più bel personaggio dei fumetti (parere di chi scrive ovviamente) e farci un film ben riuscito non dovrebbe essere un compito difficile. L’Uomo Ragno è un personaggio universale, nel quale quasi ognuno di noi vi si può identificare: non è ricco, anzi deve fare i salti mortali per arrivare alla fine del mese, ha subìto una buona dose di tragedie che gli hanno portato via prima i genitori e poi lo zio che lo aveva cresciuto sin da piccolo, è impacciato con le ragazze e non è popolare a scuola, ma è sempre di buon umore e ti fa fare un mucchio di risate sparando battute a raffica. Invece su più di 5 film che sono stati realizzati, solamente uno è degno di essere in questa classifica, ed è proprio uno dei primi, uscito nel 2002, che narra le origini di Spider-Man e del suo scontro contro la sua nemesi di sempre: Goblin, interpretato da un’ineguagliabile William DaFoe.

9. X-Men Giorni di un futuro passato

Il franchise dei film sugli X-Men ha avuto alti e bassi nel corso degli anni, anzi oserei direi più bassi che alti. Ma nell’oscurità del medioevo cinematografico di pellicole come “Wolverine – Le Origini” e “X-Men – L’era di Apocalisse”, brilla la luce di “X-Men: Giorni di un futuro passato”. La storia è ispirata alla famosa saga mutante omonima, nella quale l’autore immagina un futuro disastroso in cui le due razze, gli umani e i mutanti, non sono

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riuscite a convivere gli uni con gli altri e questi ultimi sono stati sterminati o reclusi in campi di concentramento. I nemici che hanno sconfitto la razza mutante sono le Sentinelle, degli essere artificiali con l’incredibile potere di adattarsi alle abilità mutanti e di soggiogarli. Protagonista assoluto è ancora una volta l’attore australiano Hugh Jackman, che in questa occasione ci regala una delle sue migliori interpretazioni dell’artigliato Wolverine.

8. Iron Man

Può un attore solo essere la scintilla dalla quale è partito il successo dell’universo cinematografico Marvel? Sì, se quell’uomo è Robert Downey Jr! Ovviamente la magia dei personaggi Marvel è alla base della popolarità che hanno avuto i film ma l’interpretazione di Tony Stark di Downey Jr. è riuscita a incantare non solo chi già conosceva i supereroi ma anche la maggioranza del pubblico che non ha mai stretto tra le mani un fumetto. Ora Iron Man è divenuto in pochi anni un personaggio pop e idolo dei bambini che non perdono occasione di mascherarsi con il costume, o meglio l’armatura, del loro eroe preferito.

7. Captain America: Civil War

Prendere una delle migliori storie apparse sulle pagine di un comic book e trasporla sul grande schermo non vuol dire automaticamente creare un buon film e in giro ce n’è tanta di spazzatura a dimostrarlo. Per nostra fortuna questo non è il caso del terzo capitolo di Capitan America, che è stato un innegabile successo. Vero e proprio evento del film è la comparsa di Spider-Man, che dopo anni di latitanza forzata, torna a casa presso i Marvel Studios. Per la prima volta vediamo anche al cinema eroe contro eroe. Non è “giusto contro sbagliato” o “il bene contro il male”, questa volta assistiamo allo scontro di due correnti di pensiero, cioè: i supereroi devono essere liberi di agire come vogliono o devono essere addestrati e controllati da un organo governativo? Capitan America, sentinella della libertà, non poteva che essere dalla parte della libera iniziativa, mentre Iron Man è convinto che per evitare disastri, i supereroi debbano essere preparati e diretti da un’autorità. Per questo motivo si sono venuti a formare due schieramenti di eroi che se le sono suonate di santa ragione. E Tu da che parte stai?


6. Deadpool

Vera e propria rivelazione dei cinecomic è stato: Deadpool! Un film che rompe tutti gli schemi fissati dalle precedenti pellicole sui supereroi. Ma d’altronde non poteva accadere altrimenti, visto che il fumetto stesso del “Mercenario chiacchierone” è ben diverso da quelli dei suoi “colleghi”. Deadpool è un eroe dei comics, che sa di essere in un fumetto! E spesso e volentieri si rivolge ai lettori che stringono tra le loro mai le pagine del comic book. Deadpool è il primo film sui supereroi uscito con il Rateing R, ovvero quel codice che permette la visione della pellicola solo alle persone maggiorenni. Qui in Italia non rispetta quasi nessuno questa regola, ma nel resto del mondo i genitori fanno molta attenzione a quello che vedono i propri figli e l’aver messo questa sigla precludeva una grandissima fetta di pubblico che non avrebbe pagato il biglietto d’ingresso al cinema. Nonostante questa “limitazione” Deadpool è stato un grande successo sia di pubblico che di critica

5. Superman

È un uccello? È un aereo? No, è Superman!” Se avessi scritto la classifica esclusivamente considerando il mio personale punto di vista emotivo, allora Superman sarebbe al primo posto. Immaginate un piccolo Marcello, che sono io, che indossa i magici colori rosso, blu e oro nella forma del costume di Superman nelle strade del suo paese dove si sta festeggiando il Carnevale e salta giù da ogni panchina e muretto con la speranza di spiccare il volo proprio come fa il suo eroe preferito. Superman è il manifesto di un’epoca e il compianto attore Christopher Reeve ha saputo rendere in carne e ossa un’icona della cultura popolare. Probabilmente questo è il primo film di una lunga schiera che può essere considerato un cinecomic.

4. Guardiani della Galassia

Intrattenimento allo stato puro, ecco cos’è i “Guardiani della Galassia”. La scommessa fatta dai Marvel Studios, scegliendo di realizzare un film con dei personaggi poco conosciuti anche tra gli stessi lettori di fumetti, è stata molto rischiosa. Ma come spesso accade, più alto è il rischio e più alta è la vincita. Il Film è uno space-opera sulla falsa riga di Star Wars ed è stato campione d’incassi in qualsiasi angolo del mondo abbiano un cinema.

di Alan Moore e Dave Gibbons, in cui si narrano le vicende di un’America che ha avuto una storia alternativa a quella che conosciamo: il presidente Nixon rimane al potere per molti più mandati di quanto sia normalmente concesso, gli americani vincono la guerra in Vietnam e la pace nella Guerra Fredda è molto lontana se non irraggiungibile. In questo stato di angoscia e avvilimento compare una nuova generazione di eroi mascherati, che possiedono tutti i difetti, i pregiudizi e le paure di un qualsiasi altro uomo normale. La pellicola diretta da Zack Snyder riporta fedelmente sul grande schermo questo eccezionale romanzo grafico, rispettando meticolosamente addirittura le inquadrature viste nel fumetto.

2. The Avengers

Se dovessi immaginare una trasposizione fedele di un comic dalla carta allo schermo, allora penserei immediatamente al film sui Vendicatori. Superpoteri, costumi sgargianti, scene d’azione spettacolari, sci-fi e cattivoni pronti a tutto pur di conquistare la Terra! Iron Man, Thor, Vedova Nera, Capitan America, Hulk, Nick Fury e Occhio di Falco contro un’armata di alieni appoggiati dal dio malvagio Loki. Il film “The Avengers” ha fissato nuovi standard di come dovrebbero essere raccontate sul grande schermo le avventure dei supereroi.

1. Batman: The Dark Knight

La trilogia Batmaniana dai fratelli Nolan, è quello che di meglio sia mai stato realizzato per il cinema con un supereroe come protagonista. Dei tre film ne devo scegliere solo uno da posizionare sul podio di questa classifica e penso che incontrerò il consenso dei lettori con “Batman – Il cavaliere oscuro”. Ogni supereroe si misura con le sfide portate dalla sua nemesi e qui Batman non solo affronta Joker, ma anche Due Facce, che sono la crème de la crème degli psicopatici assassini che potete trovare nelle pagine di un fumetto. Il film tocca tutti i temi cari alla mitologia batmaniana come la follia, l’eroismo, la tragedia e il sacrificio estremo. Un vero capolavoro di regia, sceneggiatura e recitazione, il tutto condito da azione adrenalinica e grandi effetti speciali.

3. Watchmen

Nei fumetti non ci sono solo storie di eroi senza macchia e senza paura, che alla fine salvano la bella ragazza in pericolo. Il primo ad aver messo in crisi questo postulato è stato Watchmen

www.c4comic.it A cura di Marcello De Negri

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GLI INDIMENTICABILI - A.S. ROMA Sebastiano Nela

S

pesso, quando leggiamo i giornali o ascoltiamo una telecronaca, sentiamo parlare di “lavoro oscuro” fatto da un calciatore. Una presenza che si vede poco, ma che nell’economia di una partita conta tantissimo. Tutti, quando pensiamo ad una grande squadra che ha vinto tanto, ci ricordiamo del numero, della giocata ad effetto, del colpo che lascia a bocca aperta. A distanza di anni, delle squadre vincenti ci ricordiamo dei Del Piero, dei Totti, dei Maradona, ci ricordiamo di Messi, Cristiano Ronaldo, del fenomeno Ronaldo e dello strapotere fisico di Weah. Ma il calcio si gioca in 11, e ogni campione ha sempre avuto bisogno di altri 10 compagni affiatati, di chi compensa la mancanza di mezzi tecnici con un cuore grande così, che recupera il pallone e serve la stella, sperando in un numero che vale un trofeo. Questo è il gregario, l’uomo silenzioso che da tutto senza chiedere niente, che lotta con la fierezza di un gladiatore e scarica il pallone con l’umiltà di un operaio. Gregario, dal latino, è “chi sta in mezzo al gregge”, ma questo non lo sminuisce: un pastore, senza il suo

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gregge, sarebbe un uomo solo in mezzo al nulla. “Picchia Sebino“, questo il coro che gli dedicavano i tifosi nella Roma negli anni ’80. Questa la storia di Sebastiano Nela, per tutti gli intenditori di calcio Sebino, una vita da centrocampista e terzino nella Roma di Falcao e Di Bartolomei. Sebino, mezzo ligure e mezzo sardo, ha cominciato nelle fila della sua squadra del cuore, il Genoa, prendendo 350.000 lire per ogni punto ottenuto in campionato: incantata dalle sue prestazioni in rossoblu rimase la Roma di Dino Viola, una delle più belle squadre nella storia dello stivale. Mai si sarebbe immaginato che avrebbe vinto lo Scudetto con la Roma proprio a Marassi, nella sua Genova. Portato in giallorosso da ventenne dopo aver giocato per tutta la carriera nel ruolo di centrocampista, mancino di piede, viene dirottato a fare il terzino destro da Liedholm: lui non gradisce ma ingoia il rospo e risponde sempre con grandissima professionalità. L’adattamento non è facile e prendere confidenza con un piede non suo richiede tempo, ma col passare dei mesi Sebino diviene un’icona nella capitale, guadagnandosi il famoso coro per la sua abnegazione in campo che ne fa uno degli idoli del tifo giallorosso. L’anno successivo la Roma vende il terzino sinistro Marangon ma ne prende un altro, Aldo Maldera: Nela viene confermato terzino destro. Il ruolo non è di suo gradimento, ma le sensazioni uniche: la Roma vince il secondo Scudetto della

sua storia con i gol di Pruzzo, le parate di Tancredi, la regia di Di Bartolomei e, ça va sans dire, le botte di Sebino Nela. Non solo ascesa e gioie, la carriera di Nela è stata anche difficile e non povera di delusioni: dalla mancata rimonta alla Juventus, la grandissima avversaria di quel periodo con una Lazio persa nei flutti della Serie B, sotto la guida di Eriksson nel 1986 alla finale di Coppa Campioni persa contro il Liverpool fino al brutto infortunio e alle incomprensioni con Boskov, che sono state uno dei motivi del suo addio alla Roma nel 1992. Il 10 maggio 1987 infatti Sebino, durante una partita persa 3-0 contro la Sampdoria (proprio contro i “suoi” rivali cittadini), si fa male al ginocchio: rottura del legamento crociato, che vuol dire 12 mesi esatti di stop e la perdita del posto in Nazionale come erede di Cabrini. La caratteristica migliore di Hulk, come lo chiamavano i tifosi della Roma, è sicuramente l’abnegazione, quella voglia di lottare contro tutto e tutti, nel calcio come nella vita: prima contro l’attacco di cuore che l’ha costretto a fare i test di idoneità agonistica ogni anno, poi il tumore che l’ha colpito al colon, operato nel 2012, dal quale si è completamente ristabilito. A lui Antonello Venditti, celebre cantautore tifoso della Roma, ha dedicato la canzone “Correndo correndo“, scritta nel 1987 quando il giocatore era infortunato al crociato. Fonte: www.contra-ataque.it


GLI INDIMENTICABILI - S.S. LAZIO Paolo Di Canio

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aolo Di Canio nasce a Roma il 9 luglio 1968. Trascorre l'infanzia nel quartiere romano del Quarticciolo, zona periferica e popolare di Roma, dove la maggior parte degli abitanti è di fede romanista. Fin da ragazzino Di Canio è ribelle ed anticonformista e lo dimostra scegliendo di tifare per la Lazio, nonostante in famiglia siano quasi tutti tiosi romanisti. All'età di 14 anni entra a far parte delle giovanili della Lazio. E' uno dei giocatori più promettenti del vivaio biancoceleste ma anche molto irrequieto e difficile da gestire sul campo. Il sabato pomeriggio gioca e di notte parte con gli "Irriducibili", uno dei gruppi ultrà più duri di tutto il tifo laziale, per trasferte in ogni angolo d'Italia. Nel 1986 vince il campionato primavera con la Lazio e la stagione successiva è ceduto in prestito alla Ternana. Al rientro da Terni è pronto per far parte della prima squadra della Lazio ma un infortunio al tendine lo tiene fuori per l'intera stagione 1987/1988. Finiti i malanni Paolo Di Canio si rilancia diventando titolare della Lazio neo promossa in Serie A. Debutta il 9 ottobre 1988 ed entra negli annali della storia laziale grazie alla rete decisiva nel derby con la Roma del 15 gennaio 1989. Nell'estate del 1990 la Lazio per fare cassa

- contro la volontà del giocatore - è costretta a cedere Di Canio. Passa alla Juventus dei vari Baggio, Hassler, Ravanelli e Vialli. Per Di Canio c'è poco spazio e non riesce a trovare un buon feeling con l'allenatore Trapattoni. Dopo aver vinto la Coppa Uefa (1993), litiga l'estate successiva con l'allenatore di Cusano Milanino e per questo viene ceduto in prestito al Napoli. Con gli eredi di Maradona, Di Canio ha la possibilità di giocare con continuità e sfogare il suo talento. Colleziona 26 presenze e 5 reti che lo portano ad essere eletto nella Squadra dell'Anno della Serie A. Nonostante la buona stagione non ne vuole sapere di tornare alla Juventus e viene ceduto al Milan. Totalizza con i rossoneri 37 presenze e 6 reti in due stagioni, dorate da uno scudetto (1996) e da una Supercoppa Europea. Di Canio arriva allo scontro fisico anche con Fabio Capello: nell'estate del 1996 emigra in Gran Bretagna, in Scozia, al Celtic Glasgow. In una sola stagione diventa un idolo del calcio scozzese fino ad essere votato giocatore dell'anno. Nell'estate del 1997 a seguito di contrasti con la dirigenza lascia la Scozia per trasferirsi in Inghilterra allo Sheffield Wednesday. Anche in Inghilterra viene votato giocatore dell'anno e insieme a Gianfranco Zola diventa alfiere del calcio italiano d'Oltremanica. Il 26 settembre 1998 accade un episodio incredibile. Di Canio protesta contro l'arbitro Paul Alcock e, spingendolo, lo manda a terra. Per questo gesto rimedia undici giornate di squalifica e i media inglesi così come l'opinione pubblica sono tutti contro di lui. Lo Sheffield scarica Di Canio per poche sterline al West Ham United nel gennaio

1999. Con la maglia della squadra londinese Paolo vive una seconda giovinezza. Ben presto diventa un idolo degli "hammers" e vince il titolo di capocannoniere nel 1999/2000. Sempre nel 2000 riceve dalla Fifa il premio "Fair play", per la correttezza e la sportività dimostrata sul campo. C'è episodio simbolo di questo successo: durante un'azione di attacco il portiere avversario è infortunato e giace per terra, Di Canio anzichè approfittare della situazione evita di segnare a porta vuota e ferma il gioco di sua iniziativa richiamando l'attenzione del direttore di gara. Nell'estate del 2003 passa al Charlton Athletic con un contratto annuale. E' il preludio di un ritorno alla Lazio che si concretizza nell'agosto del 2004. Alla presentazione sono presenti 5.000 tifosi laziali. Di Canio ha problemi anche con l'allenatore Caso e l'avvento di Giuseppe Papadopulo è un toccasana. Al derby del 6 gennaio 2005 Di Canio segna un gol sotto la Curva Sud come 16 anni prima, ma è una delle poche soddisfazioni in una stagione problematica per la Lazio e l'attaccante romano spesso fuori per infortuni e scelte tecniche. In totale realizza 24 presenze e 6 gol. In questo periodo la figura del "personaggio" Di Canio è sovente alla ribalta per il saluto romano che è solito rivolgere alla curva laziale. Squalificato per una giornata e punito con un'ammenda, per il bene della sua squadra e della società, Di Canio si è impegnato a non esibirsi più in gesti impropri. Al termine della stagione 2005-2006 la dirigenza della Lazio (nonostante la pressione del tifo organizzato), decide di non rinnovare il contratto al calciatore romano, il quale anziché appendere le scarpe al chiodo, firma un contratto annuale con la terza squadra della Capitale: la Cisco-Lodigiani in serie C2.

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STORIE DI SPORT

A cura di Rolando Frascaro

Josef Polig

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lbertville, Francia meridionale, Febbraio 1992. E’ in corso la sedicesima edizione dei Giochi Olimpici Invernali. La pista è in condizioni perfette. Su, in cima alla discesa, c’ è un uomo con un paio di sci ai piedi. In questo momento, solo per il minuto che seguirà, ha milioni di occhi puntati addosso. Si chiama Josef Polig, quell’uomo. Non è uno sciatore famoso. Queste non sono le sue Olimpiadi. Queste sono le Olimpiadi di Alberto Tomba e Deborah Compagnoni. Gente che va in tv, che i paparazzi seguono in città mentre passeggiano per le vie del centro. Josef invece ha un negozio di generi alimentari con la sua famiglia a Vipiteno, provincia di Bolzano. Un comune di 6 mila persone, in un posto dove neanche si parla italiano. Niente uscite la sera, niente vita mondana. La tv, da quelle parti, si guarda e basta. Neve e noia. E ,allora, non ti resta che sciare. Lo fa fin da bambino Josef. Lo fa continuamente. Prova lo slalom dove bisogna essere veloci e reattivi . Ma lui non è veloce e reattivo. E’ quasi veloce e quasi reattivo, ma non abbastanza. Prova il super gigante e la discesa libera. Per essere tra i primi in queste specialità bisogna essere forti e coraggiosi. Ma lui non è abbastanza forte e coraggioso. Almeno così dicono gli allenatori. Allora non resta che la combinata. La disciplina per chi sa fare tutto e niente. Per chi non eccelle abbastanza e mischia le carte cercando un risultato. Una discesa libera, il primo giorno, e due manche di slalom il giorno dopo. Poi si sommano i punteggi acquisiti per distacco. Non si sommano neanche i tempi, in quegli anni. E’ un sistema complicato, gli spettatori non capiscono subito chi vince, guardano i monitor degli arrivi, salutano

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le telecamere. Tomba, non partecipa. La Compagnoni neanche. Gareggiano domani nello slalom e nel gigante. Chi arriva prima vince. Punto. Josef non ha mai vinto una gara in coppa del mondo. Nessuna. E’ arrivato quinto quest’anno, una volta. Poi niente. Sempre in combinata. Adesso è in cima al percorso. E’ pronto. Ha fatto una buona discesa e una buona prima manche di slalom. Come non ne aveva mai fatte prima. Qualcuno dei grandi favoriti è caduto, qualcuno non si è presentato. Il giudice di gara lo guarda, ancora un momento. Via. Josef si da una spinta. Giù per la discesa. Il vento freddo sulla faccia, le gambe che sembrano andare da sole. Vede l’arrivo. E tutti quei paletti rossi e blu disseminati sulla pista. Ognuno sembra ricordagli quei “non abbastanza” che ha sentito troppe volte. Mormorati. A bassa voce. Arriva al traguardo. Non festeggia. Non festeggia neanche il pubblico. E’ la combinata, devono scendere gli altri atleti, calcolare i distacchi, i punteggi. Niente braccia alzate. Niente sorrisi, niente urla alla telecamera, abbracci ai tifosi, alla fidanzata in prima fila. Ma, Josef non arriva semplicemente al traguardo. Arriva primo, è solo che non lo può sapere. Lo saprà più tardi. Sorriderà come non hai mai fatto prima, forse. E’ medaglia d’oro in combinata. Quando inizia la premiazione, i tifosi in parte sono andati già via, fa freddo sugli spalti ad Albertville. I cronisti inseguono Tomba e la Compagnoni, che iniziano gli ultimi allenamenti. Entrambi vinceranno l’oro domani. Josef mostra la sua medaglia al fotografo ufficiale. Fa il segno OK con il pollice. I capelli neri, gli occhi azzurri. Un giorno solo, ma che importa, se hai una medaglia d’oro al collo.


PER LO SPORT

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LA PADDLE MANIA INVADE ROMA A cura di Franca Mima

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita importante, sia in termini di praticanti che per numero di eventi organizzati e paesi coinvolti , di alcuni sport fino a qualche anno fa considerati minori. Fra tutti possiamo citare lo snowboard, visto per lungo tempo come una stravaganza sciistica e entrato ormai invece nella lista degli sport olimpici, massima concessione per una disciplina. Non siamo ancora a questi livelli ma, ormai da diverso tempo, si è diffusa in tutto il mondo, coinvolgendo in modo importante la nostra città, la riscoperta di uno sport di derivazione tennistica: il paddle. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Nirdaci, coordinatore del settore paddle che fa parte della Federazione Italiana Tennis. “Il gioco del Paddle nacque negli anni '70 in Messico, quando un noto cittadino della buona società decise di sfruttare lo spazio disponibile nella sua residenza per costruire un campo che consentisse di giocare a tennis” ci racconta il signor Nirdaci “Lo spazio a disposizione era tuttavia più piccolo di quello necessario per costruire un campo da tennis regolamentare, ed era per di più limitato in alcuni lati da strutture in muratura.

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Ecco perché, proprio al fine di riuscire a realizzare lo stesso, venne creata un'area di gioco limitata rispetto alle dimensioni di un campo di tennis, completamente circondata da una opportuna combinazione di pareti in cemento e rete metallica, che aveva il compito di impedire alla palla l'uscita dal campo di gioco. Questa combinazione particolare aveva l'indubbio vantaggio di creare un'area di gioco in cui la palla era sempre in movimento. Successivamente il Paddle si diffuse in Spagna e, durante gli anni '80, divenne un vero e proprio sport espandendosi anche in altri paesi: Argentina, Francia, USA, Brasile.” Pur avendo origine in Messico, è tuttavia in Spagna che il Paddle riuscì a trovare la sua vera risonanza e un’effettiva visibilità. Infatti, In un sofisticato Hotel della località turistica di Marbella, il principe Hohanlohe, affascinato dalla realizzazione del suo amico messicano, fece costruire un campo avente le stesse caratteristiche. In questo modo diversi ospiti dell’Hotel, provenienti da ogni parte del mondo, ebbero la possibilità di giocare e conoscere questo nuovo gioco”

- Quali sono le sue regole di base ? - Le regole sono basicamente quelle del tennis. La racchetta è una "pagaia" solida e forata tale da renderla più leggera, la cui lunghezza massima non supera i 45,50 cm, mentre le palle, secondo la consistenza e le dimensioni approvate dalla Federazione Internazionale, sono le stesse del tennis. Il paddle è particolarmente adatto come gioco di doppio, in un campo dalle dimensioni chiaramente inferiori a quelle del tennis (la lunghezza non supera i 20 m mentre la larghezza è pari a 10 m). E’ un gioco divertente e amichevole, che può essere praticato da persone di diversa età, sesso, condizioni tecniche e fisiche, e - componente non di poco conto - richiede un minimo di spesa. - Come ci tiene a sottolineare il signor Nidarci, quello del paddle non è una nascita, che invece è ben più lontana ma una vera e propria riscoperta. Il perché ce lo spiega subito lui stesso E’ una disciplina vantaggiosa per tutti gli sportivi: può essere un motivo di divertimento e può essere anche semplicemente un’occasione di incontro e di “ritrovo”; può diventare nello stesso tempo una valida attività motoria senza movimenti aggressivi per tenersi in forma; può essere un'attività praticata da tutta la famiglia; può essere gratificante in termini di risultati sportivi. Uno sport che può essere praticato da tutti quindi e che a Roma, come detto sta conoscendo un boom di popolarità se è vero che viene praticato in circa 80 circoli con un numero di tesserati che sfiora le 700 unità ma che, se si calcolano i semplici praticanti cresce in modo esponenziale. Adesso…. Non manca che provare!

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Artemisia Gentileschi

La sua arte in mostra a Palazzo Braschi


A cura di AdF

Dal novembre scorso e fino al 7 maggio, Palazzo Braschi ospita la mostra dedicata all’opera di una delle poche donne pittrici del XVII secolo, quell’Artemisia Lomi Gentileschi figlia dell’artista Orazio Gentileschi le cui sfortunate vicende private hanno rischiato di oscurare l’indubbio talento e la maestria che non pochi storici dell’arte le attribuiscono. Artemisia era non solo un’artista straordinaria, ma una donna forte, coraggiosa, determinata capace di imporre e affermare la sua bravura in un ambiente dominato dagli uomini, una femminista ante-litteram divenuta inconsapevolmente un esempio della ribellione femminile. I suoi quadri ritraggono soggetti religiosi, come era il costume dell’epoca: protagoniste sono spesso le donne (Cleopatra, Giuditta, Maddalena, Susanna) e i temi cupi e sanguinosi resi ancora più intensi e drammatici dall’uso superbo della luce alla maniera caravaggesca . Così cruenti che è legittimo pensare possano esserle stati ispirati dalle sue sciagurate vicende biografiche. Il quadro che la rappresenta più di ogni altro è Giuditta che decapita Oloferne, vi si riscontra la modernità e il punto di vista di una donna che, come ha fatto notare Emma Dante che ha raccontato in teatro la sua vicenda, “non neces-

sariamente è più delicato o più morbido”, e colpisce vedere nella testa decapitata di Oloferne la somiglianza con l’uomo che l’aveva oltraggiata. Artemisia nasce a Roma l’8 luglio del 1593, inizia i suoi primi passi come pittrice “a bottega” dal padre Orazio affermato e stimato pittore toscano, dato che allora non era permesso alle donne frequentare nessuna scuola. Ad un certo punto però si ritiene necessario per la sua crescita artistica l’affiancamento di altri pittori e l’amico paterno Agostino Tassi viene incaricato di istruirla nell’arte della prospettiva. Il 6 maggio del 1611 nella sua stessa casa Tassi abusa di lei, il padre invano invoca un matrimonio riparatore (ignorando il fatto che fosse già sposato) per scongiurare l’inevitabile onta che ne sarebbe derivata per sua figlia, ma dopo alcuni mesi di attesa ( durante i quali peraltro Tassi continua ad avere rapporti intimi con la giovane) lo denuncia al Sant’Uffizio. Ne segue un lungo processo che la segnerà profondamente durante il quale lei, la vittima, sarà sottoposta anche alla brutale tortura “dei sibilli” che avrebbe potuto compromettere la sua professione: con i polsi e le mani legati le attorcigliano delle corde tra le dita e successivamente un congegno girando, stringe le dita fino a strito-

Giuditta che decapita Oloferne (Napoli)

lare le falangi e a bloccare la circolazione del sangue. Il processo si conclude con la condanna, se pur lieve, di Agostino Tassi indotto a scegliere tra 5 anni di lavori forzati o l’esilio da Roma, ma per Artemisia una condanna peggiore: per sempre bollata come una donna di facili costumi. Anche allo scopo di allontanare le maldicenze sposa il pittore Pierantonio Stiattesi, e si trasferisce nel 1614 a Firenze dove sarà la prima donna ad essere ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno. Inizia poi una serie di spostamenti che la portano di nuovo a Roma, poi a Venezia, a Napoli , Londra dove raggiungerà il padre per lavorare con lui e infine di nuovo a Napoli dove muore nel 1653. Alla figura di Artemisia Gentileschi sono state dedicate pagine di letteratura, su tutte spicca la biografia romanzata “ARTEMISIA” di Anna Banti pubblicata nel 1947 che ha il merito di rivalutare la donna e l’artista elevandola a emblema dell’emancipazione femminile, mentre nel 1997 un’altra donna, la regista francese Agnès Merlet, ha girato il biopic “Artemisia Passione estrema” con Valentina Cervi nel ruolo dell’ artista romana offrendo una ricostruzione della vita dell’adolescente immediatamente prima e subito dopo il trauma della violenza.

Giuditta che decapita Oloferne (Firenze)

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Le ricette di Angerlis Casado

TOPDIET

Ingredienti torta: 1 vasetto di yogurt bianco Torta di Mele, 3 vasetti di farina 00 o integrale Cannella e 1/2 vasetto di zucchero di canna Crumble 1 vasetto d'olio 1 bustina di lievito per dolci 1 pizzico di sale 3 uova 4 mele sbucciate e tagliate a cubetti di 1,5cm 2 cucchiai di burro 2 cucchiai di zucchero 1 cucchiaio di cannella Crumble: 75g di burro freddo 80g di fiocchi di avena 65g di farina 00 90g di zucchero semolato Forno a 180°. Imburrare e rivestire di carta forno uno stampo a cerniera da 24 centimetri circa di diametro. In una padella far sciogliere il burro e subito aggiungere le mele, lo zucchero e farle cuocere per un paio di minuti a fiamma alta. Aggiungere la cannella e far raffreddare. Con una frusta, montare le uova con lo zucchero fino a quando diventano bianche e spumose. Unire il vasetto di yogurt continuando a mescolare, poi lavate il vasetto, asciugatelo perfettamente e utilizzatelo per misurare gli altri ingredienti. Unire l’olio a filo amalgamandolo perfettamente all’impasto. Infine aggiungere il sale, la farina setacciata col lievito e le mele precedentemente fatte in padella.Trasferire il composto nello stampo desiderato e proseguire con la preparazione del Crumble.Tagliare il burro freddo a cubetti e unirlo agli altri ingredienti lavorando con le punte delle dita fino a farlo diventare un composto sabbioso. Disporre il Crumble sopra tutta la superficie della torta. Far cuocere in forno per 40 minuti circa. Lasciare intiepidire la torta, sformatela su un piatto da portata e gustatela.

Ingredienti per 2 persone: 1/4 peperone rosso tagliato a pezzi grossi 1/4 peperone giallo tagliato a pezzi grossi 1 carota à la julienne 4 taccole tagliate a metà Spaghetti 1 petto di pollo tagliato a pezzi medi 3 cucchiai di salsa di soia light 2 cucchiai di accqua 200g di spaghetti integrali Prezzemolo a piacere 2 cucchiai d'olio Sale a piacere

orientali

Metere l'acqua della pasta a bollire. Nel frattempo arrostire i pezzi di peperoni e le taccole. In una padella antiaderente o wok, aggiungere il pollo e farlo rosolare da entrambi i lati. Buttare la pasta. Aggiungere le verdure precedentemente arrostite, la carota à la julienne, la salsa di soia, i due cucchiai d'acqua, e l'olio al pollo e far cuocere per un paio di minuti a fiamma medio/bassa con il coperchio. Togliere la pasta 1 minuto prima del tempo di cottura e saltelarla nel tutto affinchè si insaporisca con il sugo. Aggiungere sale e cospargere di prezzemolo a piacere.

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Anna Maria Ryhorczuk

Rum peruviano dal colore ambrato carico quasi mogano. All’olfatto si presenta lievemente alcolico; si viene poi circondati da dolci note di melassa e frutta esotica. Il gusto di fondo e’ ampio, lungo, con una sottile venatura di radice di liquerizia che si stempera poi sugli aromi del caffe’ e del cioccolato. Gradaz. Alc. 42%. •4,5 cl di rum •2 cl di succo di lime o limone •0,5 cl di sciroppo di zucchero Spremete il succo di un lime o limone e filtratelo. Mettete 3 cubetti in una coppetta da cocktail e quando è bella ghiacciata buttate il ghiaccio. Mettete del ghiaccio in uno shaker, versate il rum e il succo e correggete con un filo di sciroppo di zucchero. Scuotete a ritmo di salsa e versate nella coppetta, filtrando. Se volete guarnite con uno spicchio di lime o limone.

DRINKING

A cura di

Birra austriaca considerata la piu’ pregiata e rara al mondo dato che viene prodotta esclusivamente nel periodo natalizio (solo il 6 dicembre) ed in quantita’ ridotte. Matura 10 mesi e viene imbottigliata in tempo per le feste dell’anno successivo. Il gusto corposo ed alcolico, eccezionalmente maltato, ha un finale speziato. Colore scuro, gradazione 14%.


The Burger FACTORY S e si volesse gustare un autentico hamburger in stile americano o italiano è obbligatorio visitare The Factory Burger. Secondo Tripadvisor, la nota app che recensisce locali in tutta Italia, The Factory Burger è il vincitore della TOP 10 NAZIONALE con il massimo del punteggio. Alessandro, il titolare del locale, ci spiega in una frase la filosofia del locale: “qualità senza compromessi”; infatti qui vengono serviti esclusivamente hamburger di manzo danese, manzo italiano, controfiletto e black angus texano nei tagli da 150, 220 e 300 grammi. Il locale è molto accogliente e curato nei minimi dettagli, sia nell’arredamento sia nel servizio, ed è Alessandro in persona che in caso di dubbio saprà consigliare il piatto giusto accompagnato dalla birra o dal vino ideale in relazione alla scelta, in-

fatti oltre alle numerose opzioni riguardo alle pietanze è altrettanto curato l’abbinamento enogastronomico. Passando ad una panoramica dei prodotti offerti, oltre ai classici Cheeseburger e Bacon Cheeseburger, sono assolutamente da segnalare il CAPRESE (con mozzarella di bufala, pomodoro e pesto), il JUMBO (lardo di patanegra e cicoria ripassata), il CHUCK (prosciutto crudo di Parma, bufala e funghi trifolati) e il MADDOG (speck, provola affumicata e melanzane fritte). Non possiamo dimenticare le rivisitazioni italiane dell’hamburger segnalando quindi il CARBONARO (zabaione di pecorino, doppio bacon e pepe) e il MATRICIANO (doppio bacon, peperoncino, provola affumicata, zabaione di pomodoro e pecorino). Interessante è anche riportare una serie

di commenti lasciati dai clienti sulla APP Tripadvisor:

- Sono stato recentemente da The Burger Factory , ed oltre all’ambiente carino e confortevole ho provato degli hamburger veramente fantastici soprattutto il Purple, di manzo danese con cipolla rossa caramellata, doppio cheddar e guanciale. Consiglio il cheesecake ai frutti di bosco. Prezzi adeguati alla qualità offerta.... ritornerò. - Il locale è piccolo gli Hamburger Enormi!! È veramente un piacere venire in questo locale. Il servizio è molto semplice e cortese ma soprattutto i piatti sono veramente di qualità! Abbiamo mangiato i migliori anelli di cipolle fritte di sempre (cipolle vere e non quegli anelli finti e perfettamente tondi ai quali ci hanno abi-


tuato...) e due fantastici hamburger! Manzo danese al 100% e ingredienti della massima qualità fanno di questi Hamburger dei piccoli capolavori di questo genere (e dei pasti “in se”). Molto buoni pure i dolci e originale la scelta delle birre. Insomma The Burger Factory è un indirizzo da tenere a mente per gli amanti del genere anche perché a fronte di una qualità veramente alta i prezzi sono onestissimi!!!

rei fare i complimenti al proprietario per aver gestito egregiamente una situazione di notevole sovrannumero di una prenotazione (da 8 a 13!!) con il locale pieno, facendo i salti mortali per accontentarci! Cosa aggiungere? Non rimane che andare a The Burger Factory e gustarsi la cena......

- Serata veramente piacevole! Io e il mio ragazzo siamo stati a cena di mercoledì e siamo rimasti veramente sorpresi. Ambiente molto accogliente e riservato, ideale per una serata di coppia ma anche da passare in tranquillità con gli amici. Il cibo era veramente sublime: panini dagli ingredienti ricercati e di altissima qualità, come le patatine fritte ed i dolci fatti in casa! Il proprietario poi veramente gentile e disponibile. Lo consiglio vivamente, ne vale davvero la pena!! - Siamo stati a cena in mezzo alla settimana, accoglienza ottima, i Nuggets di pollo sono divini (ne avrei mangiati all’infinito), i panini sono belli carichi, ma al tempo stesso leggeri, digeribili e c’è davvero una buona scelta! Molto buone anche le patate fritte fresche, consigliato! - Veramente un posto in cui sentirsi a casa! Lo consiglio a tutti e la qualità è ottima! Il prezzo vale la qualità, personale gentile e molto disponibile. - Oltre all’eccezionale qualità dei prodotti e degli hamburger (l’ultima aggiunta al menù, il purple burger, è fenomenale) vor-

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Anna Maria Ryhorczuk

Consigli per un trucco impeccabile

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l trucco è uno strumento indispensabile per avere un'immagine ed un aspetto davvero impeccabili. Per molte donne, infatti, truccarsi è un elemento indispensabile di cui non si può fare proprio a meno. Creare un makeup impeccabile, senza sbavature ed imperfezioni, è davvero difficile. Ecco, quindi, alcuni suggerimenti per truccarsi in modo magistrale. Il primo step da seguire per ottenere un buon trucco, consiste nel realizzare una buona base. Innanzitutto è importante adoperare un'ottima crema viso ed utilizzare, poi, il giusto fondotinta. E' importantissimo scegliere le tonalità di prodotti cosmetici che più si intonano con il nostro incarnato a partire dal primer per il make-up, così come i correttori, divisi in diverse tonalità, ognuna con le proprie caratteristiche. Ad esempio, il rosa dona alla pelle una luce bellissima, il viola mi-

gliora il tono della cute e neutralizza il rossore del viso. Un'altra buona abitudine, per avere un makeup invidiabile consiste nel non utilizzare troppo fondotinta. Questo per evitare un effetto poco naturale e pesante. Se applicato eccessivamente, il fondotinta inizierà a rovinare il trucco. E' bene, inoltre, adoperarne piccole dosi soprattutto in estate quando, cioè il caldo è eccessivo ed il sole rischiano di scioglierlo. Per rendere liscia ed omogenea la superficie della pelle e nascondere i difetti, è necessaria quindi solo una piccola goccia di fondotinta. E' altresì importante evitare di applicare il fondotinta sotto ed intorno agli occhi. In questo modo eviteremo di accentuare il problema delle zampe di gallina e l'effetto macchie rosse. La matita per gli occhi è una scelta che richiede molta attenzione. Questo perchè

bisogna scegliere il colore che più si intona alla nostra pelle. Inoltre, dovete sapere che per ottenere l'effetto occhio grande è importante utilizzare una matita bianca nella parte inferiore dell'occhio. Il mascara è un altro elemento indispensabile per la buona riuscita del makeup. Esso, infatti, conferisce lunghezza e volume alle ciglia così come ne aumenta la resistenza. Esistono diverse tipologie di mascara: quello che dà alle ciglia lunghezza, volume e forza. Esistono alcuni tipi di mascara che contengono la vitamina E o la glicerina e fungono, quindi, da rinforzo efficace per le ciglia. Se il vostro rossetto solitamente si accumula nelle pieghe delle labbra, è il caso di utilizzare un primer labbra davvero speciale che renda il lipstick, successivamente applicato, omogeneo. Per concludere il nostro incredibile trucco, dobbiamo applicare il blush sulle guance. Questo prodotto, infatti, ci conferirà la giusta sfumatura finale in grado di ravvivare il colore delle nostre gote. Si tratta di una polvere dalle diverse tonalità che va abbinato al tipo di incarnato di ciascuna donna.


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A cura di

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Anna Maria Ryhorczuk

Le 3 applicazioni del mese TagNShare

TagNShare è una nuova app android che crea automaticamente gli hashtag per le immagini che vogliamo caricare su un social social network. Condividere le foto con gli hashtag giusti aiuterà ad aumentare la visibilità sui social network (Instagram, Facebook, Pinterest, Twitter). Principali Caratteristiche di TagNShare: – Hashtag per social: – Hashtag automatici – Condivisione sui social network – Copia automatica degli hashtag nella clipboard L’app TagNShare è in grado di riconoscere la presenza di persone, strutture, elementi particolari, condizioni meteorologiche, ecc.

InstaBook InstaBook è una nuova app android che permette in modo semplice di trovare i libri attraverso una citazione. Hai dimenticato il titolo di un libro? Non ne ricordi l’autore? Niente paura, ti basta solo una citazione e InstaBook cercherà per te tra migliaia di libri. Caratteristiche di InstaBook : puoi cercare un libro anche a partire dal titolo, dall’autore o semplicemente da una breve citazione: in pochi secondi, InstaBook ti offrirà i risultati della tua ricerca; se sei un po’ pigro, puoi anche effettuare una ricerca vocale ed aggiungere i libri che ami alla lista dei preferiti, così da poterli ritrovare nel modo più veloce possibile; instaBook offre anche sezioni dedicate ai best sellers ed ai libri freschi di stampa, con informazioni utili, come prezzo e modalità di acquisto.

Star Wars: Force Arena Nuovo gioco android ambientato nell’universo ideato da George Lucas, che andrà a prendere il posto del vecchio Star Wars: Uprising. E' una sorta di strategico portatile nel quale, però, oltre ad evocare le truppe sul campo di battaglia, potrete muovere direttamente uno dei tanti eroi che compongono il roster, tra cui spiccano Luke Skywalker, Darth Vader e Jyn Erso di Rogue One. Star Wars: Force Arena unisce un solido sistema di raccolta personaggi, potenziamenti avanzati e controlli intuitivi a battaglie PvP in tempo reale, per creare l’esperienza di gioco per mobile definitiva.

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Il tuo ufficio nel centro di Roma Il fenomeno dei Business center è in continua crescita. Nato negli anni 70 negli Stati Uniti e poi diffusosi in Inghilterra, negli ultimi anni ha finalmente preso piede anche in Europa e in Italia. Il Day office nasce dal cambiamento della società nei confronti del modo di fare business dove le parole chiave sono sempre più gestione dei costi e flessibilità. Per capire meglio come funziona abbiamo fatto due chiac-

chiere con i proprietari dello Share! Business Center il Day office situato a Piazza Mazzini nel cuore della capitale. RM Magazine: Ciao! Allora spiegate esattamente ai nostri lettori che cos’ è un Business Center! ShareBC: Un business center è , in poche parole, un ufficio di dimensioni variabili dove sono presenti diverse

stanze completamente arredate e attrezzate. Le stanze possono essere utilizzate da società e liberi professionisti per un tempo variabile da mesi a poche ore senza nessun costo di alcun tipo a parte il tempo di utilizzo. RM Magazine: Quali sono i vantaggi di questo tipo di struttura? ShareBC: I vantaggi sono molteplici . Prima di tutto bisogna dire che la società o la persona che utilizza la stanza paga solo il tempo di utilizzo e che non ha vincoli contrattuali e quindi spese accessorie da pagare. Le stanze sono già comodamente arredate e non esistono caparre o costi aggiuntivi per telefonate, pulizie e linea internet. Facciamo un esempio: Sono un avvocato che due volte alla settimana devo incontrare dei clienti in una zona di Roma lontana dal mio studio. Il costo di un affitto di un ufficio per un tempo cosi limitato sarebbe molto oneroso. E allo stesso tempo non posso utilizzare il tavolino di un bar per incontrare i miei clienti. Benissimo. Il business center serve a questo. Posso affittare una stanza elegante con servizio di reception e tutte le comodità spendendo pochi euro al mese, solo per il tempo necessario. Comodo no? RM Magazine: Comodo anche per le giovani società che non vogliono affrontare costi inziali troppo alti! ShareBc: Esatto! Spesso dei giovani che hanno voglia di aprire una società devono affrontare costi inziali altissimi, soprattutto in una città come Roma, per quanto riguarda gli affitti. Caparre, contratti con compagnie telefoniche,


arredamento. Da noi possono trovare tutto questo già pronto! Senza vincoli di alcun tipo. E se pensano di usare l’ufficio solo per poche ore la settimana ancora meglio! Stabiliscono da noi la sede legale e pagano solo le ore che usano! RM Magazine: Quindi fornite anche altri servizi come la domiciliazione legale e postale oltre all’affitto degli uffici. Share Bc: Certo! La nostra società fornisce una linea completa di servizi a tutte le imprese e i liberi professionisti. Oltre al day office disponiamo di sale riunioni da 4 a 10 persone e sale meeting fino a 200 persone. Ma per i clienti più esigenti forniamo anche servizi ad hoc come studio di contratti e business plan oltre ad avere disponibile avvocato e commercialista in sede. Rm Magazine: Proprio per questa vostra efficienza e professionalità anche la nostra rivista ha deciso di stabilire la sede della sua redazione da voi! ShareBc: Grazie a voi per la fiducia e …successo!

Share! Business Center è la soluzione ideale per chi cerca la comodità di un ufficio nel centro di Roma e servizi completi a costi contenuti. Il nostro centro uffici è situato in via Giunio Bazzoni 15 a pochi metri da piazza Mazzini e vicinissimo alle fermate della metropolitana di Ottaviano e Lepanto . Per i professionisti, per le piccole e grandi aziende. Location di prestigio, uffici completamente arredati e tutto quello di cui si ha bisogno per ricevere i propri clienti in un ambiente elegante e con tutti comfort. In più un risparmio notevole sui costi di gestione. Puoi affittare il tuo ufficio per un ora, mezza giornata, settimane e mesi. Disponiamo inoltre di sale convegni e sale training che possono ospitare comodamente da 20 a 200 persone. Ma Share! Business center è molto di più. Oltre alla disponibilità di uffici arredati con connessione internet e chiamate illimitate nazionali verso tutti offriamo anche una vasta serie di servizi integrativi per semplificare e sostenere le attività di professionisti e imprese: business plan completi, studio di contratti, servizio di domiciliazione legale e postale e molto altro. Be cool! Share!

Share! Business Center 0637513207 sharebcinfo@gmail.com


Ponte della Musica Armando Trovajoli

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ridosso delle strutture del Foro Italico sorge un ponte, con uno stile architettonico moderno e molto diverso rispetto a quelli romani a cui siamo abituati. Costruito da pochi anni, prima soltanto per un utilizzo pedonale e poi ampliato a quello dei mezzi pubblici ecologici, il ponte era in origine chiamato semplicemente “Ponte della Musica”. Il nome derivava dalla sua funzione di collegamento con l’Auditorium Parco della Musica, punto di riferimento da anni della cultura musicale romana. I lavori per la sua costruzione, nonostante un progetto prevedesse un ponte nello stesso punto già nel 1929, iniziano nel 2008 a seguito di un bando internazionale indetto dal Comune di Roma e vinto dallo studio inglese Buro Happold. Realizzato da imprese romane, la struttura viene completata nel 2011 e inaugurata il 31 Maggio dello stesso anno. Alla denominazione attuale viene aggiunto quello di Armando Trovajoli nel 2013 a seguito della scomparsa del grande compositore capitolino. Il suo nome è legato con un doppio filo alla storia della musica della nostra città, a quella del cinema e, soprattutto, alla commedia musicale. Iniziata la sua carriera come musicista e poi, all’inizio degli anni 50, come direttore d’orchestra per la RAI, Trovajoli dimostra subito una spiccata predilezione come compositore. Si cimenta prima con il cinema, incidendo diversi pezzi per colonne sonore. Uno in particolare, “El Negro Zumbon” per il film Anna del 1951, diventerà un hit che conoscerà successo in tutto il mondo. Trovajoli, la cui produzione in carriera sarà tutta di grande valore artistico, raggiungerà l’immaginario collettivo con una canzone che è entrata a pieno diritto nella cultura popolare romana e non solo. E’ il 1973 e la commedia musicale “Rugantino” fa il suo esordio. Il suo protagonista canta “Roma nun fa la stupida stasera” : la Città Eterna, lo ringrazierà per sempre di questo dolce ammonimento.

A cura della redazione Foto: Massimiliano

Correa


Palazzo di Giustizia

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el cuore del quartiere Prati, a due passi da piazza Navona si erge uno degli edifici di “recente” costruzione più maestosi della capitale: il Palazzo di Giustizia. Durante il periodo del Regno, il ministro Giuseppe Zanardelli cogitava da tempo un progetto per far si che tutti gli organi di giustizia venissero accorpati a Roma sotto un’ unica struttura. Nacque così l’idea di creare una costruzione adibita a tale scopo. Il 14 Marzo del 1889, sotto la direzione dell’architetto Guglielmo Calderini e la presenza del Re Umberto I di Savoia che compiva gli anni proprio quel giorno, venne posta con una cerimonia solenne la prima pietra. I lavori, si protrassero per ben 21 anni concludendosi quindi soltanto nel 1911 sotto il regno di Vittorio Emanuele III. Durante la realizzazione, si scoprì infatti, che il terreno su cui doveva basarsi l’edificio presentava caratteristiche di instabilità, essendo di tipo alluvionale. Lavori lunghi e complessi furono quindi realizzati per rafforzarne le fondamenta, aumentando di molto i tempi di termine dell’opera. Un episodio importante contraddistingue la costruzione del palazzo. Nel periodo degli scavi iniziali fu ritrovata una ricca area archeologica contraddistinta da innumerevoli sepolture e sarcofagi. Uno di questi meritò particolare attenzione. Identificato come appartenente ad una giovane donna, Crepereia Tryphaena, il suo corredo funebre presentava, oltre a preziosi monili e accessori in oro, una bambola di avorio con le giunture, gambe e braccia, snodabili. Un raro esempio di “giocattolo” di fattura elevatissima dell’impero romano ora custodito presso i Musei Capitolini. Oggi sede della Corte di Cassazione, il Palazzo di Giustizia è noto ai romani sotto un altro nome : “palazzaccio”. Tale nomignolo gli fu attribuito dopo la sua conclusione a causa di innumerevoli fattori. In primis le critiche che ricevette per la sua poca armoniosità, le eccessive decorazioni e la grandezza spropositata. In secondo luogo per gli innumerevoli scandali finanziari che accompagnarono la sua costruzione e che resero molto più elevati i costi di realizzazione rispetto a quelli preventivati a inizio lavori. Stando a quest’ultimo motivo, chissà quanti altri palazzacci abbiamo nella nostra città!

A cura della redazione Foto: Massimiliano

Correa


i d i c i m a Gli agazine RM M


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Testi: Gabriele Traversa Disegni: Christian Polito

Christian Polito, nato in Italia nel 1989, inizia a disegnare fin da piccolo; all’età di 22 anni decide di rinunciare alla sua vita sociale per diventare un disegnatore; attualmente studia disegno e tecnica del fumetto alla Scuola Romana dei Fumetti e pubblica strisce satiriche su una rivista online di nome Golem Informazione.

Gabriele Traversa, classe ‘90, nel 2014 frequenta un corso di sceneggiatura e nello stesso anno si iscrive alla Scuola Romana dei Fumetti. Nel 2015 realizza alcune strisce a fumetti per “Pupazzo Criminale”, web comedy di Lillo&Greg e comincia a collaborare col settimanale online Golem, per il quale scrive sceneggiature di strisce a fumetti a tema satirico.


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Arcom srl opera dal 2001 sul territorio nazionale per la progettazione e realizzazione di impianti tecnologici e per la vendita e assistenza di grandi impianti di ristorazione professionale (cottura, refrigerazione, lavaggio e preparazione) e della climatizzazione industriale. Arcom è il partner ideale per le aziende o gli Enti che mirino a un risultato certo nei tempi di consegna e garantito in termini di efficienza e durata. Arcom srl ha le seguenti abilitazioni ai sensi del DM 37/08: lettera A – B – D- E – F – G

Sede operativa: +39 06 6615 4208 Largo Ludovico Quaroni, 23 15 - 00163 Roma www.arcomsrl.com info@arcomsrl.com

Numero 9  
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