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Rivista a distribuzione gratuita

RM

MAGAZINE

Mariela Garriga Cuban dream

GIANCARLO MAGALLI intervista esclusiva

SPORT ESTREMI

le nuove frontiere del volo

TESTACCIO

il cuore di Roma

FOTOGRAFIA

il Tevere visto da Franco Bianchi


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RM Magazine: edito da RM, Via Giunio Bazzoni 15, Roma 00195 Direttore responsabile: Federico Vespa Direttore editoriale: Rolando Frascaro Grafica e foto: Massimiliano Correa Redazione: Via Giunio Bazzoni 15, Roma 00195 Contatti: 3393064971; rmmagazinemese@gmail.com Marketing e pubblicità: 3393064971; rmmagazinemese@gmail.com Stampa: Graffietti, SS 71 Umbro Casentinese km.4,5 01027 Montefiascone (VT)

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Reg. stampa Tribunale di Roma 10/2016 del 21/01/2016 Hanno collaborato: Federico Vespa Roberto di Mario Rolando Frascaro Massimiliano Correa Bruno Lanzone Alessio Boccali Camilla Gullà Luigi Procopio Marco Tassello Alberto Pirisinu Anna Maria Ryhorczuk Franco Bianchi Alessandra Grassi Marcello De Negri Vicky Franco Maria Rosaria Rizzo Gianni Panto Pio Leone Silvana Krieg Claudio Salvatores

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L’Editoriale

Io penso positivo. Così cantava Jovanotti, l’amato rapper romano, qualche anno fa. E, di questi tempi questo inno mi sembra più adatto che mai. Non solo perché pensare in modo positivo aiuta a cambiare le cose, ma anche perché di positività se ci si guarda bene in giro, ce ne è veramente tanta. Nonostante tutto. Con la nostra rivista ci troviamo continuamente a girare la nostra città e ad incontrare persone che la vivono e qui creano arte, cultura e business. Non stiamo chiudendo gli occhi davanti alla realtà, i problemi, e non solo a Roma, sono tanti. Ma quello che vogliamo dire è che è c’è la possibilità di cambiare le cose e di fare molto di buono ancora. Un po’ di ottimismo insomma. Perché Roma continua ad essere la città più bella del mondo e i romani un popolo meraviglioso. Ricco di iniziative, di passione, di idee e di allegria. Roma è bella. Roma è grande, Roma offre tanto. Forse cominciare ad amare di più la nostra città, fare qualcosa per lei oltre a chiederle qualcosa, può essere la prima mossa per cambiare anche le nostre vite. La Primavera sta arrivando. Una nuova stagione. Proviamo a far si che sia una nuova stagione anche per tutti noi. Forza, e pensate positivo.

di Rolando Frascaro


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Blogger la coquette italienne

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27 Bee Gees il musical

Mariela Garriga Cuban dream

Street Art Pigneto

51 Sport estremi paracadutismo

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56 Galleria fotografica di Franco Bianchi

Testaccio il cuore di Roma

32 Giancarlo Magalli intervista esclusiva al presentatore romano

72 Indimenticabili Roma e Lazio

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80 Cucina sano e veloce!

Camilla's Secrets moda e tendenze


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Redazione di progetti offerta per appalti di servizi, di forniture, di lavori e di project Financing etc. Attività di ingegneria sul sistema edificio-impianti: sopralluoghi tecnici, diagnosi energetiche, diagnosi termografiche, indagini e diagnosi inquinamento acustico ed elettromagnetico, progettazioni preliminari, definitive ed esecutive, etc. Anagrafe e censimento del patrimonio immobiliare ed impiantistico Consulenza e supporto per la ricerca e l’ottenimento di finanziamenti Selezione, progettazione e fornitura di sistemi informativi per la gestione di patrimoni immobiliari Consulenza e realizzazione di Piani di Comunicazione e Marketing Consulenza per l’individuazione e predisposizione di strategie e soluzioni finalizzate all’esternalizzazione delle attività ed all’abbattimento dei costi di gestione dei servizi Consulenza per la reingegnerizzazione dei processi di acquisto e vendita.

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A cura di

Silvana Krieg

C'era una volta il Filmstudio….... così iniziano le fiabe e così inizia la storia dei cineclub romani. Nel lontano 1967, in un vicolo di Trastevere, si apriva una sala alternativa che fece da apripista ad altri cineclub e, in genere, all'associazionismo culturale romano. Era la prima volta infatti che si attuava il sistema del tesseramento, che poi sarebbe stato usato (ed abusato) per iniziative di ogni genere. Il Filmstudio era un locale decisamente alternativo, nel quale si potevano vedere pellicole che mai sarebbero entrate nella normale distribuzione. Da lì assistemmo ad una fioritura di molti altri piccoli (cineclub) locali con gli stessi intenti: programmare cinema di qualità, difficile da reperire nelle sale tradizionali. Allora si andava molto al cinema: erano di là da venire i VHS e i DVD, le multisale e il WEB. Il cinema era ancora un rito collettivo e specie la domenica le sale si riempivano con grande partecipazione popolare. La TV non agiva ancora da despota nelle case. L'Occhio l'Orecchio la Bocca, il Sadoul, il Politecnico, il Labirinto e L'Officina - tanto per citare i più noti – facevano a gara per organizzare rassegne, far conoscere i vecchi film che hanno fatto la storia del cinema, invitare registi che presentassero le proprie opere. All'epoca Roma non era la città sonnecchiosa che ci ritroviamo oggi; il '68 era appena passato e i suoi effetti dureranno ancora per tutti gli anni '70 e noi eravamo senz'altro più reattivi di oggi agli stimoli sociali e culturali. Arrivò poi il cosiddetto 'riflusso': dopo l'ubriacatura sessantottina, che aveva visto soprattutto i giovani vivere nelle piazze e condividere tutte le manifestazioni di protesta, ci si ritirò nel proprio 'privato', delusi dal fatto che la società non era cambiata nella direzione per la quale tante lotte erano state fatte.

Il virus di un cinema - altro, però, era ormai entrato in circolo e, nonostante qualche sala alternativa scomparve, altre se ne aprirono, perfino in periferia. Al Pigneto nel 1979 aprì il Grauco, quando il Pigneto era un quartiere che nessuno conosceva e deprivato di qualsiasi iniziativa. Il Grauco andrà avanti per 32 anni consecutivi fra grandi difficoltà economiche, ma non venne mai meno allo scopo che si era prefissato: quello di formare uno spettatore consapevole, a cominciare dal proiettare tutto in v.o. con sottotitoli. Altro Cineclub che ha fatto la storia della città è stato (senz'altro )L'Azzurro Scipioni, che ancora oggi va avanti e probabilmente è quello con la maggiore anzianità. Nel frattempo il Filmstudio era rimasto chiuso per più di 10 anni; fu poi riaperto, senza però conservare lo smalto degli anni '70. Oggi è di nuovo chiuso, ma speriamo di assistere ad un'altra riapertura. Dato che, però, anche se molto lentamente, qualcosa cambia, i romani hanno ora la possibilità di avere dell'ottimo cinema di qualità in luoghi istituzionali come la Casa del Cinema a Villa Borghese o la deliziosa Sala Trevi, la cui programmazione è in mano al Centro Sperimentale di Cinematografia. E questo qualcosa vorrà pur dire: evidentemente le piccole sale sperimentali hanno ben seminato. In

conclusione vorrei presentare i cineclub più giovani che operano a Roma: il Kino, il Detour, l'Apollo 11 e Alphaville. Il Kino, gestito da un gruppo di giovani cineasti, è nato sulle ceneri del Grauco al Pigneto: stesso locale, ma rammodernato dall'aggiunta di un Bistrot che funge intelligentemente da punto di aggregazione. Non distante è Alphaville, gestito da Patrizia Salvatori, una pioniera, che si è imposta in una zona di frontiera e che, con la sua piccola sala da 25 posti, restituisce una valenza culturale al Pigneto, dove ha sempre lavorato. Il Detour ha recentemente compiuto i suoi primi 20 anni e, oltre ad una pregiata programmazione, offre corsi di fotografia e di formazione nelle varie specializzazioni cinematografiche. Ma un elogio particolare voglio rivolgerlo all' Apollo 11 che, nella saletta storica di via Bixio, si è affermato e può contare ormai su un suo pubblico affezionato. Negli anni ha ampliato la sua programmazione ed è diventato la casa per antonomasia dei documentari, genere che ha ormai assunto dignità a tutti gli effetti. L'Apollo 11 arriva ormai a tre spettacoli al giorno, arricchiti molto spesso dalla presenza degli autori con i quali è possibile interloquire, scoprendo tanti aspetti interessanti del 'dietro le quinte', che fanno maggiormente apprezzare una forma di cinema che prima veniva considerata un prodotto quasi di ripiego.


A cura di Maria Rosaria Rizzo www.lacoquetteitalienne.com

Haute couture in black

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cco il primo outfit , nonchÊ il mio preferito, che ho scelto per l’Haute Couture week di Parigi. Amo i looks eleganti ed il lungo , quindi quale occasione migliore per indossare questo fantastico abito di Manoush ?! Ho apprezzato molto le sfilate di questi giorni, dove ormai ci si ritrova con altre fashion bloggers e giornalisti a condividere momenti emozionanti E adesso aspetto con ansia la Fashion Week Pret à Porter !

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’ eleganza di stagione fa rima con il grigio. Da sempre il grigio è sinonimo di raffinatezza e sobrietà e da sempre fa parte di quei colori-non-colori di cui non possiamo assolutamente farne a meno. Quest’inverno però, il grigio ha trionfato anche sulle passerelle della moda, imponendosi come tendenza dell’anno. Dal total grey al grigio dosato in abbinamenti calcolati, come nel mio outfit. Anche gli accessori e le borse più in voga si vestono di grigio. La borsa che indosso (realizzata a Venezia con amore da artigiani d’eccezione) alterna il grigio al bianco per un risultato molto sofisticato. La gonna “longuette”di lana, ritrova l’eleganza di una femminilità di un tempo, sdrammatizzata dagli stivaletti di tendenza.

Grey Romance


Romantic jewelry

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on questo articolo, posso finalmente inaugurare la sezione dedicata ad i gioielli ed i bijoux. I gioielli sono gli accessori più importanti che esistano. In primis, perché sono in grado di farci sentire subito più belle e poi perché sono in grado di valorizzare qualunque outfit. La scelta dei gioielli é

piuttosto personale, ma cerchero di proporvi di volta in volta le mie “scoperte” o i nuovi trends. In questo periodo dell’anno la mia scelta é ricaduta su una nuova collezione di gioielli di lusso, made in Paris, che esprime eleganza e femminilità, raffinatezza e romanticismo: Helene Boghossian. Nelle foto potrete vedere i gio-

ielli di Helene Boghossian che mi hanno conquistata: dalla collezione “entrelacs”, in cui cuori e diamanti si intrecciano in un abbraccio luminoso, al collier di topazio blu della collezione “gemmes” con la chiusura rigorosamente a forma di cuore! Una capsule collection di gioielli unici, da amare e da regalare.


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The perfect stay at the Peninsula Chicago

e state pianificando un viaggio nella mitica Windy City il luogo ideale dove soggiornare è senza dubbio il The Peninsula Chicago ! Il The Peninsula Chicago, situato nel cuore del più importante quartiere commerciale della città di Chicago , offre ogni confort, eleganza, tecnologia e garantisce ai propri clienti un accesso privilegiato ai luoghi emblematici della città. Se chiudo gli occhi e provo ad immaginare il giorno in cui sono arrivata al The Peninsula di Chicago mi sembra di rivivere un fantastico sogno. Vedo la grande insegna iconica di Giordano’s (il re della Chicago-style stufe pizza) e pochi metri più avanti il taxi si ferma di fronte ad un magnifico edificio: finalmente sono arrivata ! La Hall dell’hotel era magnifica, ed i dettagli in oro degli arredi erano perfettamente accostati a fiori e decorazioni giallo acceso. Ho preso quasi subito l’ascensore per salire in camera, più precisamente nella mia executive suite. Tutto era straordinario: grandi spazi, arredi lussuosi, una vista incredibile su Chicago da ogni finestra e la possibilità di comandare da una sorta di iPad qualunque

cosa (aprire una finestra, accendere la luce, ascoltare la musica,guardare la tv, ordinare qualcosa da mangiare in camera ecc). La prima cosa che ho fatto è stata un bagno caldo nella vasca da bagno con vista sulla Windy City , la seconda una nuotata in piscina, la terza un trattamento alla Spa. Il personale della Spa era davvero molto professionale e gentile e conservo ancora un bigliettino con tutti i loro suggerimenti e consigli per proteggere la pelle del mio viso. Ho pranzato da Pierrot Gourmet, uno dei ristoranti dell’hotel che si trova proprio accanto all’hotel e poi ho fatto un tour della città in auto per rendermi conto delle bellezze della Windy City e per scattare qualche memorabile fotografia. In serata ho preso un cocktail al The Bar dell’hotel e poi ho cenato al ristorante Shangai Terrace, dove ho potuto provare i piatti asiatici più deliziosi della mia vita! Il giorno dopo ho prenotato la colazione in camera (ah, quelle indimenticabili pancakes !), poi verso le 12h sono scesa nella Hall perché essendo domenica non volevo perdere l’occasione di testare il famoso ” Sunday Brunch” , dopodiché ho fat-

to un giro con la metro nel famoso “loop”, una passeggiata al Millenium Park per fare qualche foto incredibile al Cloud Gate, una piccola crociera sul fiume per fotografare i grattacieli maestosi di Chicago (come la Trump Tower) e un po’ di shopping da Macy’s. La sera, su raccomandazione dell’hotel, ho fatto un aperitivo indimenticabile da Gibson’s, un altro luogo emblematico della città da non perdere e ho terminato la serata da Maple & Ash, un ristorante e cocktail bar molto cool e chic. Anziché andare a dormire, nonostante la stanchezza, mi sono ritrovata poi all’ultimo piano dell’Osservatorio di Chicago, dove la vista della città è da togliere il fiato. Il terzo giorno , poco prima di partire, ho visitato l’ Art Institut di Chicago e le sue opere d’arte e di fotografia incredibili , inclusa l’ala progettata da Renzo Piano. Il momento di partire e di abbandonare la mia magnifica suite era arrivato forse troppo presto , ma ora so che la mia prossima volta a Chicago, sarà sicuramente ancora al The Peninsula Chicago e sarà almeno per una settimana!


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Mariela Garriga L'attrice e modella cubana si racconta sulle nostre pagine Intervista a cura di: Massimiliano

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Correa


Mariela Garriga, la splendida modella e attrice cubana, ci ha concesso un intervista esclusiva nella quale ci racconta del suo percorso artistico e dei suoi progetti futuri. Negli ultimi tempi, dopo aver sfilato per prestigiosi marchi di moda internazionali, il pubblico italiano l'ha potuta apprezzare anche come attrice nel film Miami Beach, diretto dal regista Carlo Vanzina. - Raccontaci di come sei arrivata da Cuba in Italia e come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della moda e dello spettacolo. - Sono arrivata in Italia con un contratto di lavoro come modella. Dopo il primo anno li, mi hanno consigliato di fare un corso di recitazione. Io sono molto timida quindi non avrei mai pensato di fare l’attrice, ma sono andata a un corso per curiosità e li ho capito che questo era quello che volevo fare per il resto della mia vita. - Los Angeles Roma e Milano come punti di riferimento dello star system in Italia. Cosa ti manca di più del tuo paese natale e cosa ami invece dell’Italia? - Di Cuba mi manca la mia famiglia,la musica, la energia positiva che hanno le persone nonostante le difficoltà. Amo dell' Italia, la sua storia, la sua architettura, i suoi paesaggi e certamente il cibo!!! - Sei arrivata al cinema dopo un lungo periodo di formazione. Quanto è faticoso prepararsi al lavoro di attrice ? - Non direi che è faticoso prepararsi per il lavoro di


attrice, è faticoso essere presa per un lavoro. C'è tanta competizione, tanto talento quindi le prove per vincere un progetto sono dure, per quello devi amare questo tipo di carriera. Una carriera fatta di tanti rifiuti e sacrifici. Ma se ti prepari bene e studi avrai dopo delle belle soddisfazioni.Una volta vinto il provino il resto è facile. Li cominci a creare il personaggio è a godere del tuo lavoro. - Il grande pubblico ti conosce sia per le serie tv (“L’ispettore Coliandro”, “Il giovane Montalbano”), sia per il cinema (“Miami Beach”, “Amici come noi”); qual è la differenza di girare per il piccolo e grande schermo? - Nel piccolo schermo, almeno per la mia esperienza, si ha più tempo quindi e’ tutto più tranquillo. Invece nel cinema abbiamo quei giorni per quelle location, e tante volte devi fare in fretta anche perché spesso non sono previsti giorni di recupero. Quindi ci muoviamo veloci ma sicuri che quello che stiamo facendo stia venendo bene.

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- Fra tutti gli artisti con cui hai lavorato, con chi ti sei trovata meglio? - È difficile rispondere a questa domanda, perché mi sono sempre trovata benissimo con tutti i miei colleghi. Quindi non voglio fare nomi. - Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri? - Tra qualche mese mi vedrete con Beppe Fiorello e PierFrancesco Favino in un nuovo film, regia di Alessandro Pondi. - Immagino che con tutti questi impegni tu abbia poco tempo libero… a cosa lo dedichi? - Quando non devo lavorare o studiare sto con mio marito. Sono molto casalinga e mi piace stare in famiglia o con gli amici più stretti. - Cuba ha una grande tradizione sportiva; quali sono gli sport che ami di più e quelli che pratichi? - Mi piace la pallavolo, il nuoto e il baseball. Ma quello che pratico e tutt'altro: arti marziali. - Un tuo pregio e un tuo difetto? - Un mio pregio, è quello di dedicarmi anima e corpo al mio lavoro....un mio difetto è che per via di ciò spesso divento molto pignola. Ringraziamo Mariela per la disponibilità e ovviamente le facciamo gli auguri di tutta la redazione per un 2017 pieno di successi personali e professionali.


La coupè a guida rialzata C-HR sta per Coupé High Rider, coupé a guida rialzata, e basta uno sguardo per capire perché: le linee originali e sinuose sono “spalmate” su una carrozzeria lunga 436 cm dal tetto arcuato, con grandi ruote e passaruota bordati di nero. Costruita in Turchia sulla piattaforma modulare della nuova Prius, la Toyota C-HR ne eredita la meccanica, compreso il motore 1.8 a benzina che lavora in sinergia con uno elettrico nella versione ibrida da 122 CV. L’unico altro motore è il 1.2 turbo a iniezione diretta di benzina da 116 cavalli, in Italia abbinato solo al cambio automatico a variazione continua di rapporto e disponibile anche con trazione 4x4 (nel nostro paese è una scelta obbligata, se si vogliono le versioni più ricche come la Lounge che abbiamo guidato). Già nelle concessionarie, ha prezzi che partono da 25.700 euro (28.400 per la ibrida). Con i “tormentati” fari che si uniscono alla mascherina, i passaruota in bella evidenza e i fanali a forma di ala, che sembrano appena appoggiati alla carrozzeria, la Toyota C-HR fa di tutto per non essere banale. Sono “strane” persino le maniglie posteriori: mimetizzate nell’angolo alto della porta e disposte in orizzontale (una scelta non molto ergonomica). Il lunotto quasi orizzontale dà grinta alle forme, ma non permette di vedere molto di quello che avviene dietro la vettura. Inoltre, riduce la capienza del baule: appena 377 litri, che arrivano a soli 1160 abbassando il divano (alcune delle rivali arrivano ad oltre 500 con i cinque posti in uso, magari con anche l’apertura motorizzata del portellone, doppifondi e dispositivi per fermare il carico, tutte cose neppure previste nella Toyota). In compenso, l’andamento del tetto non compromette l’abitabilità: dietro, lo spazio sopra

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la testa e per le gambe è sufficiente anche per uno spilungone. Il taglio dei vetri, però, riduce di molto la luminosità: sul divano, sembra di essere in un bunker… Al posto di guida, rialzato ma non come su certe crossover, si apprezza la buona visibilità in avanti (i montanti sono sottili), ma le regolazioni del volante non sono generose: i più alti guidano con il volante fra le gambe. Al pari della carrozzeria, l’abitacolo della Toyota C-HR si presenta moderno e dalle forme originali: la plancia asimmetrica è dominata dallo schermo di 8’’, a sfioramento, che sembra emergere dalla fascia centrale. Curiosamente, il navigatore è di serie solo sulla Business e non sulle versioni più ricche: si paga 900 euro (1.100 quello più evoluto). Anche gli interni in pelle sono optional: 1.500 euro per la Style e 1.250 per l’Active, mentre la Lounge ha di serie quelli in cuoio e tessuto, con una trama a diamante ripetuta sui pannelli porta (belli da vedere e da toccare, in un riuscito mix di plastiche morbide e rigide ben lavorate con inserti azzurri). Molti i dettagli in plastica nera lucida (che, quando la luce batte sopra diretta rivelano essere tempestati di microscopici brillantini) e le finiture non deludono; sotto le linee “fantascientifiche”, i comandi e la loro disposizione si rivelano molto convenzionali, e per questo facili da individuare. Anche il cruscotto, illuminato di blu, è molto completo sebbene banale: due elementi a lancetta con, al centro, uno schermo multifuzione a colori, che ripete anche le indicazioni del navigatore e mostra le informazioni dell'impianto multimediale. Costoso (si paga 1.800 euro) ma ricco, il pacchetto Tech aggiunge fari e fanali a led, sistema di monito-


raggio dell’angolo cieco e dei veicoli che arrivano perpendicolarmente durante le “retro” e assistente di mantenimento della corsia. L'impianto hi-fi della specialista JBL non è regalato (800 euro), ma ha un bel suono. Se per l’Italia la casa stima che la maggioranza delle preferenze sarà per la ibrida, la 1.2 turbo non è una scelta di ripiego: il quattro cilindri è moderno (l’intercooler è raffreddato ad acqua e posto vicino alla testa per ridurre i ritardi di risposta), silenzioso

e spinge con regolarità. A dispetto della linea aggressiva, la Toyota C-HR è una crossover che fa del comfort la sua dote principale. Anche con i cerchi di 18’’ le sospensioni “incassano” con efficacia e il cambio a variazione continua di rapporto trasmette il moto alle ruote senza un sussulto. Quando però si insiste molto sul pedale destro, questa trasmissione fa sì che il motore salga rapidamente di giri senza che la velocità cresca di pari passo: un “effetto scooter” poco gradevole.

Sfruttando, invece, la coppia del motore ai bassi regimi (185 Nm disponibili fra 1500 e 4000 giri), la C-HR “scivola via” senza sforzo, grazie anche ai comandi leggeri, e in un apprezzabile silenzio (solo in autostrada emergono fruscii e rumore di rotolamento delle gomme). Non manca infine il selettore delle modalità di guida (Sport, Normal ed Eco), che modifica il peso dello sterzo, la risposta del pedale destro e la strategia del cambio; ma è in Normal che la C-HR dà il meglio di sé.


È nata in Italia la naked giapponese più innovativa della categoria. Il CB 1000 R non è certo l’ultima novità, quindi esteticamente la conoscete alla perfezione. Il restyling ha introdotto solo alcuni dettagli e migliorie come il bellissimo manubrio in lega leggera anodizzato, montato sui nuovi riser, decisamente più riusciti dei precedenti. La parte anteriore si impreziosisce poi di un faro dotato di 7 led che dona un aspetto ancora più aggressivo al frontale in combinazione col codino a punta, che fa del posteriore del CB1000R uno dei più riusciti degli ultimi anni. Invariato l’ottimo motore di 998cc e 4 cilindri di origine CBR: alimentazione a iniezione elettronica, raffreddamento a liquido, coperchio della testa e dell’alternatore in magnesio per un minor peso del motore e un sottile gusto “corse” neanche troppo celato. Il propulsore è incastonato in un moderno telaio in alluminio ottenuto per fusione gravitazionale. Proprio in questa realizzazione va ricercata la grande agilità della moto, ulteriormente supportata dal parco “ammortizzante” costituito da una forcella a steli rovesciati da 43 mm (interamente regolabile) e da un mono posteriore interconnesso

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con un monobraccio Pro-Arm. Al momento di frenare, potrete contare su due dischi anteriori da 310 mm su cui agiscono pinze (ad attacco radiale) a 4 pistoncini, e su un monodisco posteriore da 256 mm con pinza a due pistoncini (Honda prevede anche una versione equipaggiata col sistema C-ABS: le pinze, in questo caso, sono a 3 pistoncini). Le linee sinuose del CB imbrigliano un corpo ipertrofico e pronto al guizzo: un vero felino a due ruote Compatto, filante, solido, e con un’elevata sensazione di qualità percepita, il “felino” è davvero accogliente per il pilota… i comandi, la posizione delle pedane, le geometrie in sella, è tutto esattamente lì dove ti aspetti di trovarlo. La classica moto che ci sali su e ti sembra di conoscerla da sempre. Sensazione che si conferma anche in movimento, non appena tirati su i piedi sulle pedane. Le quote ciclistiche consentono di svicolare facilmente nel traffico, aiutati dalla vivacità “elastica” del 4 cilindri. Ad ogni ripartenza la naked Honda vi manderà in crisi: in prima, in seconda, e persino in terza… un colpo di reni e il CB viene su. Attenzione, non pensate che si tratti di un cavallo imbizzarrito. La moto rimane comunque “facile”


e gestibile in ogni situazione. Quelli ingestibili, tutt’al più, rischierete di essere voi… ma di certo arriverete in ufficio, ogni mattina, col sorriso sotto al casco! Inutile girarci attorno: è una naked! Quindi in autostrada e in tangenziale siate pronti a stendervi ben bene sul serbatoio. Il cupolino fa quel che può, ma superata la soglia fatidica dei 130 Km/h (che, guarda un po’, è anche la soglia fatidica di legge) la pressione aerodinamica si fa “importante”. Meglio godersi la velocità di crociera con andatura da passista, per altro godibilissima col motore che frulla tranquillo, in sesta, a metà scala e senza la ben che minima vibrazione fastidiosa. Lungo i percorsi tutte curve, e sui passi di montagna, non ce n’è per nessuno. Nelle mani giuste il CB1000R è una piegatrice indiavolata. La discesa è fulminea. Stacchi, butti giù la moto, la lasci correre veloce in percorrenza supportato da un comparto sospensioni irreprensibile (almeno su strada) e in uscita lasci che il motorone di derivazione Racing, fortissimo ai medi regimi, ti spari via dalle curve a colpi di bazooka. Nel misto stretto, caratterizzato da “esse” in rapida successione, potrete poi godervi tutta la bontà di un anteriore incredibilmente “svelto”, solidissimo e sorprendente nei repentini pif-paf. La sensazione di feeling invoglia ad osare,

determinando un vertiginoso innalzamento del livello d’adrenalina che, con la giusta dose di sale in zucca, potrete gustarvi in tutta sicurezza e tranquillità. Sul misto veloce il comportamento è più che soddisfacente, considerando le quote compatte e che si tratta di una naked. L’avantreno risulta ben caricato e la moto rimane “ferma” anche nei lunghi curvoni in appoggio affrontati con vivacità. Il tutto senza la necessità di grossi interventi di regolazione alle sospensioni. Il cambio, morbido, preciso, veloce negli innesti senza perdere un solo colpo… in una parola: perfetto! Il pacchetto completo formato da agilità, feeling, erogazione del motore ai medio/bassi e qualità ciclistica, fanno della nuda Honda uno dei mezzi più efficaci e appaganti sul mercato. E anche una delle naked 1000 più prestazionali, se non siete di quelli fissati con le velocità di punta. Tra le curve è una vera iena, una cattiva cliente per chiunque. Race replica in primis che rischiano di vedere umiliata, nel giro di qualche piega, tutta la costosa dotazione di elettronica a bordo. In città, poi, permette spostamenti rapidi lasciando che lo stress da traffico se lo sorbiscano gli altri. Acquistabile con poco più di 10.000 euro, il CB 1000 R è la quadratura del cerchio per chi cerca un mezzo affascinante, divertente ed efficacissimo su strada.

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Viaggio nella street art romana Seconda tappa:Pigneto Uno dei quartieri storici della Capitale, simbolo della romanità più verace, ma da sempre culla di mille culture differenti. Negli ultimi decenni il Pigneto si è colorato di tanti accenti diversi e, in contemporanea, si sono colorate anche le mura degli edifici più antichi del quartiere. Basta prendersi un pomeriggio di riposo e fare una passeggiata tra le tante stradine del Pigneto per capire perché questo pezzo di Roma attragga di continuo creativi, fotografi, artisti alla ricerca di ispirazione o di un semplice spazio per esprimersi. Ce n'è per tutti al Pigneto: dai locali dedicati alla musica, a quelli dove gustare un buon vino, ma, soprattutto, c'è tanto

spazio per la street art. Ovunque si posi lo sguardo si rimane attratti da disegni e forme super-colorati, che non sono mai fini a se stessi, ma che celano sempre un significato. E questi murales nascono ogni giorno, perché al Pigneto l'arte murale di strada è materia viva! È di recente creazione, ad esempio, la coppia di murali dedicati a quello che potremmo considerare “amore 2.0”. Due opere di fattura anonima nelle quali, attraverso la tecnica dello stencil, si racconta il declino del valore del sentimento per eccellenza all'interno della nostra società. Nel primo murale c'è un ragazzo che, inginocchiato, chiede alla propria donna

A cura di

Alessio Boccali di sposarlo donandole un “mi piace” su Facebook, nel secondo, invece, la poca intesa tra due ragazzi, nell'immagine abbracciati e apparentemente innamorati, viene esplicitata attraverso il segnale di una connessione Wi-Fi molto debole. Se però con queste due opere a Via del Pigneto l'amore sembra essere totalmente bistrattato, alla fine di Via Fanfulla da Lodi, poco prima di affacciarci sulla via Prenestina, lo storico quartiere romano riscopre la sua vena romantica. Qui, infatti, troviamo un murale bellissimo, che raffigura con la tecnica del chiaroscuro una coppia di innamorati seduta su di una panchina.


Sulla stessa via, all'altezza dell'intersezione con via del Pigneto, troviamo un museo a cielo aperto interamente dedicato a Pier Paolo Pasolini; in queste vie, che fecero da sfondo a molte scene del quotidiano di quei “ragazzi di vita”, che il geniale intellettuale raccontò nelle sue opere, sorgono infatti tre dei più bei omaggi a lui dedicati. Sulla facciata di un bed & breakfast all'inizio della via spicca “L'occhio di Pasolini” dipinto da MauPal, un'opera che risalta in maniera meravigliosa la preveggenza dello sguardo dell'intellettuale: nella pupilla di Pasolini, infatti, è dipinta chiaramente la penisola italiana per suggerire la capacità di aver saputo leggere in anticipo sui tempi la nostra società. Nella facciata parallela si trova l'omaggio a Pasolini di Mr. Klevra; un volto di Maria ragazzina che richiama subito alla men-

te l'iconico volto di Margherita Caruso, l'attrice giovanissima che interpretò la madre di Gesù nel capolavoro filmico “Il Vangelo secondo Matteo”. A pochi passi da queste opere c'è il volto di Pasolini

mascherato da eroe sotto il quale campeggia la scritta “IO SO” che Omino71 ha voluto dipingere per ricordare la famosa

lettera omonima che l'intellettuale scrisse sul “Corriere della Sera” il 14 novembre 1974: una denuncia sociale dalla potenza immensa, che purtroppo cadde nel dimenticatoio. Bene, il viaggio artistico all'interno del Pigneto è quasi terminato, eppure non posso abbassare neppure un attimo lo sguardo a terra che questo si frena perché attratto da un'altra opera. Si tratta di un disegno raffigurante in bianco su un muro arancio un planisfero, all'interno del quale c'è una scritta nera in corsivo che recita così “WE ARE ALL IMMIGRANTS AND REFUGEE”. Beh, non c'è molto da commentare. Basterà evidenziare ancora una volta quanto l'arte cerchi sempre di rimediare agli sbagli dell'uomo, di unire ciò che l'essere umano, per odio, stupidamente divide.

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RM

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La febbre del sabato sera Il 16 dicembre del 1977 esce nelle sale cinematografiche americane il film “Saturday night fever” per la regia di John Badham e l’interpretazione convincente di John Travolta (il 18 febbraio l’attore ha festeggiato il suo sessantaduesimo compleanno!) la cui carriera con questo ruolo da protagonista decolla. La sceneggiatura di Nick Cohn e Norman Wexler prende spunto da un’inchiesta giornalistica sulla cultura giovanile di quegli anni, soprattutto delle classi meno agiate quindi prevalentemente nelle comunità di italoamericani e portoricani. Il protagonista Tony Manero è un anonimo commesso in un negozio di vernici che nel fine settimana si trasforma nel re delle discoteche scatenandosi in pista al ritmo della musica dance di quegli anni. Questo tipo di musica dopo il successo del film si afferma, e da genere musicale fino a quel momento confinato nella cul-

tura underground delle comunità africane-americane e di quelle gay conquista tutti. La colonna sonora del film rimane per settimane nelle classifiche musicali di oltre 30 paesi, è il disco più venduto al mondo (dopo Thriller di Michael Jackson) e alcune delle canzoni del film sono considerate il simbolo della musica dance. "Stayin' Alive", "How Deep Is Your Love", "Night Fever" e "More Than A Woman" consegnano alla storia della musica il trio dei fratelli Gibb , Barry, Robin e Maurice più noti come Bee Gees. Proprio sulla musica (band dal vivo di otto elementi diretta da Massimo Carrieri) e sulla suggestione e l’influenza che aveva all’epoca sui teenagers americani, punta il nuovo rifacimento teatrale del film a 40 anni dalla sua uscita. Regista dello spettacolo è Claudio Insegno, gli interpreti : Giuseppe Verzicco nel ruolo di Tony Manero, al suo fianco Anna Fori (Stepha-

A cura di

AdF

nie Mangano) Giada D’Auria ( Annette) Luca Spadaro ( Bobby C), Gianluca Sticotti (DJ Monty), Giovanna D’Angi (Candy), Samuele Cavallo (Double J.), David Negletto (Gus), Francesco Lappano (Joey). Le scenografie sono a cura di Roberto e Andrea Comotti e le coreografie originali di Valeriano Longoni. Molto suggestivi i video di Francesca Del Cupolo ed Erika Dolci che ci trasportano a New York e le luci di Valerio Tiberi che restituiscono la tipica atmosfera disco, sound designer è Simone Della Scala e i costumi in perfetto stile anni settanta di Graziella Pera. Lo spettacolo ha debuttato lo scorso dicembre al Teatro Nuovo di Milano, è arrivato a Roma al teatro Olimpico (7-19 febbraio) che aveva già ospitato con successo il precedente lavoro del regista Claudio Insegno Jersey Boys, e sara in tour in altre città italiane fino al 30 aprile.


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Giovanni Boldini e le sue “Divine”


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marzo, è già il crepuscolo, la luce naturale cede il posto lentamente a quella artificiale dei lampioni. Saliamo la scalinata che precede l’accesso al museo e lì sulla facciata, in un indistinto e soffuso chiarore, incorniciate da archi bianchi, 6 figure femminili a grandezza naturale si offrono agli occhi dei visitatori : splendide, sfrontate, delicate, un universo femminile che l’artista Giovanni Boldini ha celebrato con la sua arte e che in un giorno così speciale per le donne si caricano di nuovi significati. Siamo infatti al Complesso del Vittoriano che dal 4 marzo al 16 luglio ospita la mostra antologica dedicata all’artista ferrarese con quasi 160 opere provenienti da 30 musei di tutto il mondo e da collezioni private nazionali e internazionali , la retrospettiva è organizzata e prodotta dal Gruppo Arthemisia, in collaborazione con Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale e AIAC (Associazione Italiana Arte e Cultura), ed è curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi. Nell’elegante e suggestivo allestimento è possibile ammirare alcuni tra i più importanti ritratti che hanno reso celebre l’artista estense come quello di Donna Franca Florio o quello del compositore Giuseppe Verdi. Giovanni Boldini nasce a Ferrara nel 1842, suo padre Antonio è un pittore specializzato in dipinti sacri, presto inizia a dedicarsi alla pittura realizzando copie dei grandi capolavori rinascimentali. Fondamentale per la sua formazione sarà il soggiorno a Firenze dove si trasferisce nel 1862 . Qui, infatti, entra in contatto con il gruppo dei Macchiaioli (Fattori, Martelli, Signorini) che rifuggivano lo stile accademico dell’arte e in contrasto con questo ritraevano soggetti umili (carretti, mercati, campi agricoli) quindi più veri, utilizzando una tecnica pittorica detta “a macchia”, accostando il colore in modo da creare forti contrasti e stendendolo con larghe e rapide pennellate per restituire sulla tela l’immediatezza e l’autenticità della realtà. In seguito dopo un breve soggiorno a Londra si trasferisce a Parigi (1871) nel quartiere di Montmartre, celebre ritrovo di artisti ed intellettuali la cui frequentazione si rivela determinante. Sono gli anni della Belle Epoque, anni di pace e di benessere, di spensieratezza e divertimento, dei café-chantant, delle feste e dei lussuosi ricevimenti. Protagoniste di questo mondo luccicante e sfarzoso sono le donne, le “divine” secondo l’appellativo che Boldini stesso usa per le signore dell’Alta Società che si trasformano sotto il suo sguardo in muse e modelle. I ritratti le mostrano belle, eleganti, conturbanti, sensuali talvolta in modi giudicati inopportuni per il periodo, come nel caso del ritratto della Baronessa Franca Florio immortalata in una posa così provocante da urtare la sensibilità del marito, il commendator Florio, il quale dopo aver commissionato il dipinto si rifiuta di pagarlo. Infatti abilmente, sfruttando anche la sua fama di seduttore (il conte Robert de Montesquiou lo definisce “Albero tentatore di tutte le Eve”) Boldini vince la loro resistenza e il loro imbarazzo mettendole nella condizione di rivelare l’essenza della loro femminilità, esaltandone lo charme e la capacità di seduzione. Scrive Tiziano Panconi nel catalogo della mostra “ era il solo capace di cancellare gli ineludibili effetti del tempo e, come in un gioco di specchi, di rigenerare la loro bellezza prima che sfiorisse per sempre, di coglierne le suggestioni erotiche, l’intelligenza e i profondi caratteri introspettivi e psicologici, di conservarne la freschezza giovanile, consegnando la loro immagine alla storia, all’eternità, al mito”.

A cura di

Vicky Franco

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A cura di

Pio Leone

LE BOTTIGLIE DELL'AMMIRAGLIO “La sindrome ansioso-depressiva in ambiente artico”; relatore Prof. ABC; sabato 18:00. Impossibile eludere quell’invito! Il sabato era ormai compromesso. Arrivai a conferenza appena iniziata ma forse non avevo perso granché! Dopo quasi un’ora, quando stavo ormai per scivolare sotto la sedia, è intervenuta a salvarmi “una breve pausa. Ma solo dieci minuti!” annunciata dall’oratore e ben accolta da tutti. Nell’atrio il mio amico P… (altra vittima!) si avvicinò: “ti presento….”; era in

compagnia di un uomo non più di mezza età, fisico normale, aspetto normale; una persona normale ma mi aveva incu-

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riosito il titolo con cui mi era stato presentato: non Dottor, non Professor, ma Ammiraglio. Durante i soliti convenevoli appresi che era in pensione da qualche anno e che, finalmente, poteva coltivare i suoi hobbies tra i quali, disse, la realizzazione di navi in bottiglia. Un passatempo non comune, pensai; la curiosità mi spinse a chiedergli se dopo la conferenza era disponibile a darmi maggiori dettagli in merito; accettò di buon grado. Quando gli effetti ansio-depressivi cominciavano ineludibilmente a manifestarsi nella sala, ben lontana dal circolo polare, un fragoroso applauso decretò l’agognata fine della conferenza! Mi congratulai calorosamente con il conferenziere ed uscii. Nell’atrio l’Ammiraglio mi aspettava e, sorridendo, propose un caffè nel bar accanto. Gli chiesi di parlarmi delle navi in bottiglia; mi spiegò che aveva iniziato negli anni settanta, quando il modellismo era in voga, soprattutto l’emergente “plastimodellismo”; lui aveva cercato un “modellismo alternativo” e, con un salto nel passato, aveva optato per le navi in bottiglia. Modelli in bottiglia venivano realizzati nell’ottocento da marinai che, a bordo dei velieri, dovevano occupare

i momenti liberi durante lunghe navigazioni e lunghe assenze da casa. A volte lo facevano come ex-voto. No, no, sorrise: la bottiglia non viene aperta sul fondo e poi richiusa: la nave viene completata fuori della bottiglia con gli alberi incernierati sulla coper-

ta; viene quindi infilata nella bottiglia e poi, tramite fili, si sollevano gli alberi e, come per magia, tutto va a posto! I fili, poi, vengono incollati tagliandone la parte superflua. Oggi è stata messa a punto una tecnica diversa da quella tradizionale ma lui (l’Ammiraglio) restava fedele alla prima. La prima nave la realizzò nel 1974; senza riferimenti ad una nave realmente esisti-


ta ma “tanto per provare”: un brigantino in una bottiglia di Antiquary (21 anni di invecchiamento; una specialità). Realizzò subito che in quel tipo di modellismo non è possibile rispettare le proporzio-

ni di scala perché alberi e pennoni non possono essere ridotti oltre determinate dimensioni; per le stesse ragioni molti dettagli dovevano essere omessi; insomma doveva prevalere il “colpo d’occhio”. Quel primo modello campeggia ancora a casa sua ormai con le vele di carta sco-

lorite dal tempo. Quattro anni più tardi, dopo altri modelli semplici, volle cimentarsi con qualcosa di più impegnativo e pensò (ovviamente, dico io) all’Amerigo Vespucci. Cercando la più ampia fedeltà possibile, realizzò la nave, orgoglio della Marina Militare, in un bottiglione da cinque litri: questa nave meritava più spazio, mi disse! E aggiunse: pensi che dal collo della bottiglia uscivano 53 fili, accuratamente etichettati. Ciascuno aveva una precisa funzione. Successivamente incarichi sempre più impegnativi hanno relegato ai margini questa attività che ha ripreso andando in pensione. Allora ha realizzato la goletta “America” che nel 1854, nella regata del periplo dell’isola di Wight vinse la “coppa delle 100 ghinee”, da quel momento chiamata “coppa America” e mai più tornata in Gran Bretagna; il modello è stato realizzato in una bottiglia di Jack Daniel’s; sullo sfondo i “Needles”, i fa-

raglioni davanti all’isola di Wight, e il faro. Poi la nave “Stella Polare”, il veliero con il quale il duca degli Abruzzi, Ammiraglio “esploratore e alpinista”, partì nel 1899 verso il Polo Nord, raggiungendo la latitudine Nord più avanzata dell’epoca. Questo modello, su un mare di ghiaccio, è stato posizionato in una bottiglia di…aceto Ponti: poco nobile ma giusta per l’occasione. A seguire “Luna Rossa”, vincitrice nel 2000 della Louis Vuitton Cup, che regatta con America One, lo sfidante del momento; questi due modelli sono in una bottiglia di Vecchia Romagna, per via degli alberi molto alti, mi ha spiegato. Da tempo pensava a “le tre caravelle con lo scafo costituito da veri gusci di noci”; mi spiega: quando si parla di quella marineria, si dice sempre “ma come riuscivano a fare quelle traversate con dei gusci di noci?”. Per questa re-

alizzazione ci è voluta una bottiglia di olio da mezzo litro; ha il collo leggermente più largo delle altre bottiglie! Dopo aver visto il film “in the heart of the sea”, decide di realizzare il modello della baleniera Essex, affondata da una balena nel 1820, evento che, più tardi, ispirò il libro “Moby Dick”; precisa che nel film la Essex è un due alberi ma in realtà era un tri-alberi. La realizzazione, in una bottiglia di cristallo, è in pratica un diorama con tanto di “balena bianca” e barca con remi in procinto di essere attaccata. Ed ora Ammiraglio cosa ha in cantiere? Mi rispose “un amico ha un Grand Soleil; per ora sto…preparando la bottiglia: Pampero Aniversario”. E ammiccò

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Giancarlo Magalli

A cura di

Anna Maria Ryhorczuk

Un presentatore di successo amato da tutte le generazioni Questo mese abbiamo avuto occasione di intervistare Giancarlo Magalli, presentatore del programma “I Fatti Vostri” in diretta su Rai 2. G.M. nasce a Roma il 5 Luglio 1947. E’ stato capo animatore del primo villaggio turistico italiano e volontario per sette anni nella Polizia municipale di Roma. E’ conduttore televisivo, autore, attore e doppiatore, ma soprattutto uomo a cui piace cimentarsi in nuove sfide con grande spirito di iniziativa. Sarà forse per questo che piace a tutte le generazioni! Anche a quelle più giovani… - Giancarlo, sei apprezzato sia in Piazza di “I Fatti Vostri” che in Web… - Si?! Faccio le cose con entusiasmo, è forse questo che piace! Mi diverto e faccio divertire, senza manie di protagonismo…sia in televisione che in web. - Rimaniamo in tema divertimento. Raccontami di The Pills. - Beh…io non gli conoscevo. Mi hanno contattato loro. Mi piaceva l’idea di lavorare con i giovani e ho accettato. Il clima in cui abbiamo lavorato tutti insieme mi è piaciuto molto… E’ incredibile quante cose si possono fare, e bene soprattutto, quando si ha spirito di iniziativa e voglia di fare. Hanno girato quel corto a costo zero ed il risultato è stato davvero notevole. - Ed il tuo personaggio “Giancarlo Magalli”? - Mi è piaciuto cimentarmi nel ruolo di me stesso. Fa sempre piacere avere riscontri positivi sulla propria persona; se il pubblico poi è anche giovane è ancora più gratificante. - Il pubblico è stato abituato a vederti cimentato in ruoli comici. In piazza però tratti spesso argomenti di attualità; talvolta anche cronaca… - Si. In Piazza trattiamo argomenti di attualità. Le noti-


zie ogni giorno cambiano…io cerco di capire e far capire i fatti, senza farmi coinvolgere troppo però… trovo fittizio tanto pathos, ecco! - Nel programma avete come ospiti amici affezionati; tra questi quali sono i tuoi preferiti? - Beh sicuramente Fiordaliso è una tra questi. Con lei posso scherzare… è una donna capace di grande autoironia. Mi fa sempre piacere averla come ospite in Piazza. - E Pippo Baudo? - Avrei sempre voluto condurre un programma dove si riportavano alla memoria “i grandi”…e quest’anno ne ho avuto la possibilità. Pippo è un collega oltre che amico. Assieme abbiamo intrattenuto il pubblico per molto tempo e in diverse occasioni… - Parliamo di “grandi”, del cinema ora… hai avuto occasione di lavorare al fianco di Totò… - Si, in realtà il mio era un piccolo ruolo di assistente. Totò era già ceco…ricordo che si faceva spiegare nel dettaglio dove erano situati i vari oggetti della scenografia; poi si iniziava a girare e lui si muoveva e recitava come se non avesse ostacoli, quelli della vista intendo.

- Tuo padre è stato direttore di produzione cinematografico. Tu invece sei stato autore, oltre che conduttore televisivo… - Si. Ho avuto la fortuna di lavorare in tutte le sfere del mondo dello spettacolo. Nel cinema, come nel teatro sono stato sia autore che attore… così allo stesso modo nel mondo della televisione.

- E le tue figlie? - Beh la mia figlia più grande, Manuela, ha conseguito uno stage a la Mediaset; era anche brava! Alla fine però ha rinunciato e adesso lavora nello studio di famiglia della madre. - Rimpianti? - Mi dispiace solo che non si possa divertire al lavoro come mi diverto io. Però è felice e quindi lo sono anche io. - E la più piccola? - La piccola invece, Michela, lavora come doppiatrice. Mi è capitato di lavorare assieme a lei. - Anche tu hai avuto a che fare con il mondo del doppiaggio… - Si! Questa è l’unica “sfera” del mondo dello spettacolo dove ho avuto a che fare con l’aspetto esecutivo. Non ho avuto mai occasione di cimentarmi nel back stage invece…la stesura di un copione ad esempio. Ho doppiato Filottete nella versione italiana del film di animazione Hercules. Inizialmente l’opinione pubblica era stata scettica… ma alla fine il film vinse il premio per la migliore edizione internazionale e le critiche diventarono elogi.


Il grosso cane nero del benzinaio - La scienza non e’ una cosa che tutti possono maneggiare -

A cura di

Eros Rozza

Il grosso cane nero del benzinaio è una razza di cane che ho scoperto io. Poi dopo mi sono accorto che c’era un errore ma ormai l’avevo battezzata a quella maniera e quindi passerò alla storia come lo scopritore del grosso cane nero del benzinaio quando in realtà il nome più corretto sarebbe “Il grosso cane nero del gasauto” ma è andata così ed è troppo tardi per potervi porre rimedio o poter porvi rimedio il che è lo stesso. I gasauto sono quei distributori di gas per auto da qui gasauto: dove “gas” sta per combustibile e “auto” per il mezzo che poi lo utilizza come propellente - che si trovano in zone semiperiferiche delle metropoli e comunque in luoghi che sembrano non-luoghi e allora cosa sembrano? Lì il tempo si è fermato. Potremmo essere nel 1974 - mio padre allora aveva una Fiat 124 di un verde irriproducibile, a gas - oppure oggi. Spesso sono aperti fino a tardi orari. Un gabbiotto illuminato al neon, un’insegna al neon, la pompa del gas molto illuminata. Di neon. Vorrei ricordare che il gpl - gas di petrolio liquefatto - viene conservato liquido per ragioni di spazio ma è una roba pericolosa e non bisogna fumare durante il rifornimento. Anche dopo perché fa male ma non è questa la sede. Un addetto alla mescita del gas, che oggi come oggi è spesso straniero, baltico mi verrebbe da dire ma non me ne intendo e poi non è il punto saliente e poi è forse solo un po’ sbiadito da tutto quel neon e dall’inalazione inevitabile del gas. Lì vive il grosso cane nero (del gasauto) che è un cane di dimensioni mediograndi, di età tra i 7 e I2 anni, molto sovrappeso, non è detto che sia nero ma sarebbe meglio. Sporco e amichevole rimane sdraiato da qualche parte indifferente a qualsiasi cosa accada, ai rumori, alle luci (al neon), al tempo atmosferico e all’altro, quello che definisce il trascorrere degli eventi. Si tratta di uno straordinario adattamento perché già un cane non ha molto da fare ma lì non c’è nulla e se non la si prende con un po’ di filosofia si rischia di impazzire. E allora è capace solo di alzarsi - ogni tanto - e andare a salutare l’avventore di turno. Un saluto sobrio, come si confà a questa razza, ma sincero. Un’annusata e un fugace scodinzolìo e poi via a tornare a dormire che la giornata è ancora lunga. Non esiste dimorfismo sessuale.

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A cura di Alessandra Grassi www.consigliperlacasa.com

Il colore dell’anno: verde come la speranza La casa del 2017 si veste di verde o, meglio, di greenery! E’ questa infatti la tonalità dell’anno in corso secondo Pantone, azienda leader nella grafica e nella catalogazione dei colori, l’unica in grado di dettare legge in tutto il mondo in fatto di

tendenze cromatiche: un verde brillante, fresco ed energico, che tanto ricorda la vitalità del sempre affascinante e misterioso risveglio della natura in primavera. Ebbene sì, dopo un 2016 che ha visto il prevalere del rosa e dell’azzurro, declinati in versione pastello polverosa, colori sicuramente rassicuranti perché capaci di infondere serenità e tranquillità secondo un modello intimistico di concepire la casa quale nido in cui rifugiarsi e proteggersi dalle avversità del mondo esterno, la scelta opposta di un colore così brioso e sbarazzino, come il verde greenery, fa marcatamente trapelare una rinnovata voglia di reazione, di positività e di ottimismo. Un monito di incoraggiamento e un messaggio di fiducia e di speranza in un futuro migliore rispetto al particolare momento che stiamo vivendo. Insomma, il 2017 sembra essere finalmente l’anno della rinascita e del rinnovamento, alme-

no in fatto di colori. Un modo semplice per ricaricarsi e ricevere una sferzata di energia per affrontare i mille impegni quotidiani a partire dalle mura domestiche. Una tendenza che, come ha spiegato al New York Times Leatrice Eiseman, direttore esecutivo del Pantone Color Institute, è affiorata dapprima nelle passerelle delle più grandi maison di moda come Gucci, Balenciaga e Prada, per poi approdare al mondo del design e dell’arredamento. Perché, come sempre, moda e design vanno di pari passo influenzandosi vicendevolmente: due mondi apparentemente così diversi ma di fatto così vicini capaci come nessun altro di interpretare attentamente e introspettivamente gli umori del momento e il sentire comune. Insomma, dalle premesse fatte avrete capito che il greenery sembra proprio essere il colore perfetto non solo per dare un tocco di brio e vivacità sotto il profilo estetico ma anche per ricaricarvi e ricevere una sferzata di energia positiva secondo quelli che sono anche i dettami della cromoterapia. E allora, perché non sfruttare questi benefici effetti inserendo un tocco di greenery nella vostra casa, nuova o vecchia che sia? Tranquilli, capisco le vostre perplessità: so benissimo che il greenery è una tonalità di verde non facile da abbinare. Tuttavia, con alcuni accorgimenti, vi assicu-


ro che può essere introdotta in qualsiasi contesto, sia interno che esterno, qualunque sia lo stile della vostra casa, da quello classico a quello metropolitano. Come fare? Ecco i miei consigli! Se siete “giovani” spiriti liberi, eccentrici, amanti di case originali e fortemente personalizzate che non passino inosservate, il greenery è sicuramente un colore che può fare al caso vostro. Ugualmente se siete amanti della natura e avete l’intento di ricreare in casa un vostro spazio vitale ed estremamente naturale. A chi si riconosce in una di queste categorie, suggerisco di abbinare il greenery a colori ugualmente di carattere come l’arancio (un abbinamento capace di infondere grande energia) o il turchese (un accostamento che trovo perfetto in un contesto marino), ma anche a tonalità metalliche e iridescenti. Siete più tradizionalisti? Nessun problema! Il greenery può essere perfettamente integrato anche in contesti classici più sobri e seriosi. In tal caso, tuttavia, va abbinato a colori neutri e naturali come il tortora, il beige o il grigio, o a colori tenui come il melone o il verde oliva, in modo da smorzarne un po' il suo carattere invasivo e il suo dirompente impatto estetico. Mentre, per una casa importante e di rappresentanza, magari arredata con mobili antichi, il miglior abbinamento è a mio avviso con il color oro. E per le pareti? Per chi ama sperimenta-

re e osare, il greenery può essere usato anche per imbiancare le mura di casa: in tal caso, tuttavia, meglio riservare questo colore alla camera da letto, al bagno o alla cameretta dei bimbi, maschi o femmine che siano, ovvero utilizzarlo solo per alcune pareti o dettagli architettonici in abbinamento a colori neutri e chiari per tutte le altre. A questo punto immagino che vi stiate

chiedendo cosa ne penso io e se lo consiglierei o meno a chi mi richiedesse un consiglio in merito. A mio avviso il greenery si sposa al meglio con contesti moderni o metropolitani e con ambienti che vedono la predominanza di colori raffinati ed eleganti come il bianco, il nero e il grigio in tutte le sue sfumature, per dare sì un tocco di forte personalità ma con sobria discrezione. Un colore che, proprio per il suo carattere dirompente, ritengo più adatto limitare ai complementi di arredo, come divani, poltroncine, sedie e quant'altro o ai tessuti, come cuscini, tende o anche una semplice tovaglia o un copriletto, per ravvivare magari una stanza un po' troppo piatta e anonima (le foto degli interni sono di Vasco). Un luogo della casa in cui dare libero spazio al greenery? Sicuramente gli esterni: da un giardino rigoglioso in centro città ad una terrazza metropolitana che necessita di essere ricondotta alla natura o con questa amalgamata (di Nardi gli arredi esterni presenti nella foto). Insomma, come sempre, in medio stat virtus: ben vengano colori dal forte impatto estetico come il greenery. L’importante è non esagerare!


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spressione artistica, intrattenimento, business, industria? Comunque la pensiate il cinema, dalla sua invenzione, ha cambiato il nostro modo di vedere e sentire la realtà. Influenza mode e comportamenti, istruisce, manipola, fomenta e … altera il nostro umore. L’idea a pensarci bene non è nuova. Se già, gli antichi Greci, avevano creato un rito collettivo di massa attorno alla rappresentazione di un dramma il cui obiettivo finale era l’alleggerimento dalle nevrosi umane attraverso il processo della catarsi che liberava l’anima dal peso opprimente delle passioni. Non sorprende allora che anche il cinema, insieme all’arte e alla musica possa essere utilizzato come terapia. L’intuizione si deve a uno psicoterapeuta statunitense Gary Salomon che, negli anni novanta, ha inventato il neologismo cinematherapy per descrivere la sua teoria secondo cui la visione di un film può agire effica-

a quel momento inesplorata. Il Dottor Movie, come viene scherzosamente chiamato Salomon, ha pubblicato anche il primo libro su questo argomento “The Motion Picture prescription” in cui è possibile trovare una lista di titoli per risolvere ogni tipo di malessere interiore. Senza avere la presunzione di sostituirmi agli esperti, ma solo in quanto essere umano che ha il suo catalogo di nevrosi, insicurezze, dubbi esistenziali, paure e angosce ho anch’io una lista personale di film per alleviarle. Per cominciare direi una pellicola scelta a caso tra quelle di Woody Allen, ma preferibilmente “Io ed Annie” o “Manhattan” perché ridere delle proprie inquietudini è essenziale e nessuno sa farlo meglio del regista newyorkése . Memorabile la scena in cui il protagonista fa un elenco delle cose per cui vale la pena

Cinematerapia….

ovvero “curarsi” con un film!

cemente nella riduzione di lievi patologie psicologiche. Immedesimarsi nella storia e nei personaggi permette di ridimensionare il problema da cui ci si sente afflitti e addirittura fornire una soluzione fino

vivere: Groucho Marx, il secondo movimento della sinfonia Jupiter di Mozart, Louis Armstrong, i film svedesi, l’educazione sentimentale di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra le mele e le pere di-

pinte da Cezanne... ecco sono sicura che già vi è venuta voglia di farvene una vostra! Poi “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, una medicina più indicata del Prozac per ritrovare fiducia in sé stessi, irresistibile il finale con tanto di fiocchi di neve , un inno alla generosità e alla solidarietà. Proseguiamo con “Sliding doors” ovvero come il caso o il destino può influenzare le nostre scelte, una lezione per gli indecisi e i dubbiosi che hanno paura di scegliere. Se credete che la vostra esistenza sia segnata sappiate che c’è sempre una seconda possibilità come ci ricorda con leggerezza il pluripremiato film di Silvio Soldini “Pane e Tulipani” in cui Rosalba, una casalinga trascurata dal marito e ignorata dai figli coglie al volo l’opportunità di prendersi una “pausa” che le cambierà la vita, dopo essere stata dimenticata all’autogrill di un’autostrada durante una gita. E per finire un capolavoro dell’animazione della Disney-Pixar “Inside out” perché in modo semplice e leggero insegna a bambini e adulti che provare emozioni è ciò dà significato alla nostra vita e privarsene non ci rende più felici.

A cura di Vicky

Franco


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Commedie, Trash, Poliziotteschi, Horror ed altri generi CULT dagli anni 70 a 90

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A cura di

B. Lanzone

IL CINICO L'INFAME IL VIOLENTO

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mberto Lenzi è stato senz’altro uno dei migliori registi del genere poliziesco (e non solo) e qui ne dà una ulteriore dimostrazione firmando una delle migliori pellicole del genere, dal ritmo incalzante e mozzafiato. Ancora una volta il commissario/icona è impersonificato da Maurizio Merli (che già era stato commissario per Lenzi in “Roma a mano armata” e “Napoli violenta”) e ritorna anche il “villain” per eccellenza Tomas Milian che, dopo aver vestito con enorme successo contro Merli i panni del Gobbo in “Roma a mano armata” (personaggio che poi sarà ripreso in seguito sempre da Milian e Lenzi in “La

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banda del gobbo”), arricchisce la galleria dei suoi indimenticabili caratteri dando vita ad un nuovo personaggio criminale, sadico e sanguinario: il Cinese. Le tensioni tra Milian e Merli sul set sono arcinote (erano nate durante le riprese del film precedente che li vedeva in coppia) ma il pubblico spingeva per vederli ancora insieme e quindi Lenzi, in fase di sceneggiatura con Gastaldi e Sacchetti, si inventa l’espediente di non farli mai incontrare per tutta la durata del film tranne che nella scena finale (sempre però girata prima con un attore e poi con l’altro e poi montata insieme con uso sapiente di campi e controcampi). 18

anni dopo Michael Mann farà la stessa cosa con Al Pacino e Robert De Niro in “Heat – La sfida”, anche se lì i due antagonisti avranno una scena finale nella quale reciteranno insieme dividendosi qualche inquadratura. Lenzi gira il film con il titolo “Insieme per una grande rapina” ed è con questo titolo che il film si avvia alla distribuzione (il trailer d’epoca riporta infatti


ancora il titolo originario) ma, all’ultimo momento, decide di cambiarlo con uno più incisivo e, furbescamente, visto che nel film ci sono 3 antagonisti, sceglie di omaggiare “Il buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone: il “cinico” è John Saxon (un malavitoso italo-americano), l’ “infame” è Maurizio Merli (infame dal punto di vista della criminalità in quanto ex commissario di polizia) e il “violento” è ovviamente Tomas Milian (agghiacciante e spietato). L’ ormai ex commissario di polizia Tanzi (Maurizio Merli) si è trasferito a Milano, dove lavora come correttore di bozze di romanzi gialli. Qualcuno però si ricorda ancora dei suoi trascorsi, nella fattispecie il pericoloso criminale Luigi Maietto, detto il Cinese (Tomas Milian), per il quale la testimonianza di Tanzi era stata decisiva ad un processo per farlo condannare all’ergastolo. Evaso dal carcere e rifugiatosi a Roma, il Cinese invia a Milano due suoi scagnozzi per far uccidere Tanzi ma, miracolosamente, costui scampa all’agguato all’interno del suo appartamento a causa di un contatto elettrico che fa spegnere le luci proprio nel momento cruciale e quindi se la cava con una ferita

alla spalla. Credendolo ormai morto, il Cinese si dedica ai suoi loschi affari ed entra in società con Frank Di Maggio (John Saxon), un imprenditore italo-americano che si occupa soprattutto di estorsioni ai danni dei commercianti e traffico di valuta e sogna il grande colpo. Incurante dei consigli del capo della polizia di Milano Astalli (Renzo

Palmer) che lo invita a rifugiarsi nella quiete della Svizzera per evitare ulteriori attentati, Tanzi sale invece su un treno per Roma e si mette sulle tracce del Cinese per la resa dei conti… Come negli altri 3 polizieschi di Lenzi poc’anzi citati anche stavolta la colonna

sonora è affidata al grande Franco Micalizzi: il suo funk potente e adrenalinico scandito da corpose sezioni di fiati colpisce ancora una volta nel segno e regala un’altra indimenticabile soundtrack formata dalle seguenti tracce: • Big Fight • L'ultima minaccia • Droga e paura • Senza via d'uscita • Dark Suspense • Pronti per l'agguato • Tensione notturna • Running To The Airport • A un passo dal pericolo • Deep Night • Caccia al cinese • Fiato sospeso • Autostrada della morte • Affanno Le riprese del film si svolsero a Milano

e a Roma. Durante le riprese di una sequenza d'azione, Maurizio Merli si fece male con la pistola dalla quale partì un colpo a salve. Durante un'altra sequenza, Merli ebbe un duro diverbio con l'attrice Gabriella Giorgelli e con Umberto Lenzi, in quanto la Giorgelli gli chiese se avesse tolto il caricatore dalla pistola, per realizzare la scena. Iniziò una movimentata discussione, in cui Merli tentò di sferrare un calcio alla Giorgelli, ma si mise in mezzo una parrucchiera, che ricevette il calcio. La Giorgelli fu più sfortunata nella sequenza in cui le viene gettato sulla faccia del vetriolo: le fu gettato infatti un liquido che doveva solo emettere del fumo, ma le procurò un'allergia che le bruciò veramente la pelle.

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foto-book www.foto-book.it

Questo mese lo spazio dedicato alla modella di RM è dedicato a Katiuscia Cavaliere. Gli scatti sono realizzati dal nostro fotografo Massimiliano Correa. - Ciao Katiuscia, sappiamo che sei Dottoressa in Scienze Politiche ed ora stai frequentando l'Accademia di Moda e Designer; parlaci di questa tua scelta. - Subito dopo aver portato a termine gli studi universitari e conseguito la laurea ho pensato molto cosa volessi essere realmente e concretamente nella vita e quello che avrei voluto realizzare, per questo ho deciso di riprendere in mano il mio sogno che avevo accantonato e dedicarmi totalmente al fashion system. E’ stata una scelta ben ponderata. Da settembre sto frequentando il corso E-Fashion presso l'accademia del lusso scuola di moda e designer.

Foto-Book il tuo book fotografico

Ogni mese sulle pagine di RM Magazine proponiamo l’estratto di un book fotografico realizzato appositamente per la rivista da foto-book. Se volete apparire in queste pagine potete contattare il sito www.foto-book.it o direttamente il fotografo a pierpandi@alice.it


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-Oltre a posare come modella sei molto attiva e seguita sui social; è un divertimento o una passione che si sta trasformando in lavoro? - L' avvento della tecnologia ha cambiato e pervaso le nostre vite ed abitudini, esistono nuovi modi di comunicare, oggi passa tutto attraverso internet e i social network ed è fondamentale saperne fare un uso corretto. Anche il ruolo della modella si è trasformato totalmente, oggi si lavora molto di più attraverso il web. Per quel che mi riguarda inizialmente mi divertivo a caricare le mie foto in maniera particolare su Instagram, successivamente ho capito che questo poteva diventare un business e mi sono detta perché non cogliere l’occasione e trasformare questa mia passione in un vero e proprio lavoro???


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- Quali sono i tuoi progetti futuri? - Continuerò a studiare, credetemi in questo mondo c'è tanto da sapere. Continuerò a lavorare come modella ma soprattutto vorrei ampliare il mio lavoro con brand sempre più importanti. A breve si parte con tante novità ma solo se mi seguirete potrete scoprirle. Vi do un suggerimento una di queste inizia per B. La tv non mi dispiace, un programma di moda oppure....

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- Come ti descrivi? - Sono molto determinata, quando mi metto in testa un' idea la porto avanti fino alla fine. Sono testarda, difficilmente cambio idea o torno sui miei passi, ho la testa dura. Sono anche istintiva, ragiono con il cuore e mi lascio guidare dalle mie emozioni alcune volte dovrei ragionare di più ma mi mostro per quella che sono nel bene e nel male, non indosso maschere.


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- Come ti immagini tra dieci anni? - Amo vivere la vita giorno per giorno, amo dare valore ad ogni singolo istante, non riesco a pensare al futuro perché vivo il presente. Secondo me in ogni momento la vita può riservarci delle sorprese, non è mai tardi per essere ciò che si vuole essere, basta solo iniziare. Se chiudo gli occhi mi immagino felice e serena perché domani sarò chi oggi ho scelto di essere.

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- Come occupi il tuo tempo libero? - In realtà ultimamente non ho molto tempo libero, mi sto concentrando molto sul lavoro, amo stare con le persone che danno qualità alla mia vita, che mi trasmettono positività. Quando riesco, purtroppo ultimante poco, ritorno nel mio amato paese di origine in Basilicata, Rotonda, dove vive la mia famiglia. Sono fiera ed orgogliosa delle mie radici.


DI O S COR ZIONE A M R O F

3921110090


V OLÿRE... CûE PÿSSIONE Intervista a cura di

Rolando Frascaro Questo mese RM Magazine ha intervistato uno dei maggiori esperti italiani di Paracadutismo: Alessandro di Giacomo. Con più di Seimila lancia all’attivo Alessandro è un punto di riferimento nella modalità. Con lui abbiamo scambiato quattro chiacchiere per imparare di più su questa fantastico sport e le emozioni che provoca…..e chissà che ad alcuni di voi non venga la curiosità di spiccare il primo salto!

- Alessandro, quando e come è iniziata la tua passione per il paracadutismo? - Mio papà era paracadutista militare, questa sua esperienza mi aveva sempre incuriosito, così nel 1983 ho fatto il corso di Paracadutismo e l’anno successivo sono entrato nei Carabinieri Paracadutisti. Dopo il servizio di leva ho continuato a far paracadutismo fino a d arrivare a diventare Istr. nel 1991.

- In realtà “paracadutismo” è un espressione un po’ generica. Puoi spiegarci di più sulle varie modalità che esistono di questa disciplina? - Il Paracadutismo Sportivo è una attività sportiva che racchiude varie discipline, riconosciute dall’ente Internazionale che si chiama FAI. Per cui si svolgono annualmente sia i Campionati Nazionali e Mondiali. Attualmente sono riconosciute le seguenti discipline:

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- Oggi si inizia questa fantastica disciplina sportiva in modo più semplice e sicuro con il corso di paracadutismo Accelerated Free Fall (AFF). Circa 8 ore di lezione teorica e poi attraverso 7 livelli assistiti da 1 o 2 Istruttori, che anche in 3 giorni, ti aiutano a volare in sicurezza da solo. Assistito direttamente da loro in caduta libera e poi via radio per la fase a vela aperta. Grazie all’utilizzo di un congegno elettronico di apertura del paracadute ausiliario. Altrimenti per un esperienza ricca di emozioni il lancio in Tandem senza nessuna visita medica, preparazione di 10 minuti e poi volo da 4200m con un imbragaggio che ti lega ad un istruttore - Emozioni al primo lancio? Sono molto diverse da quelle che provi oggi? - Il primo amore non si scorda mai!! Ma lancio dopo lancio si apprezzano sempre nuove emozioni, più ricche e profonde, ottenute con impegno e sacrificio come in tutti gli sport

• • •

Precisione in atterraggio ( il bersaglio è come una moneta da 2€!), Figure in caduta libera a 4 e 8 elementi, Swoop ( vengono analizzati i risultati degli atleti a paracadute aperto in prossimità del terreno in diverse modalità) Stile, che consiste in effettuare degli esercizi in caduta libera nel minor tempo possibile Tuta alare, in cui i partecipanti devono effettuare la miglior prestazione nella spazio tra i 3000m e i 2000m. Vengono analizzati i dati riguardanti: massima distanza, massimo tempo in volo e massima velocità. Questi dati sono forniti da uno strumento gps posto sul casco dell’atleta. Acrobatiche in Tuta alare in cui 2 atleti devono effettuare delle figu-

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re in coppia in volo Skysurf, lancio effettuato con una tavola tipo snowboard e realizzazione di alcune figure in volo. Freestyle, anche qui lo scopo è creare e dimostrare di saper fare delle evoluzioni in caduta libera, come in un balletto……ma a 200kmh!! Figure in caduta libera ma in posizione “seduta o a testa in giu “ a 4 elementi Formazione a paracadute aperto, per cui una squadra di 4 elementi fa delle prese in volo a rotazione tra di loro.

- Che dire! C’ è l’imbarazzo della scelta! Qual è il percorso per chi vuole avvicinarsi al paracadutismo?


- Hai effettuato più di 6000 lanci. Vuoi raccontarci qualche aneddoto particolare che ti è accaduto in questi anni “in volo”? - Ne potrei raccontare migliaia, tanti amici nuovi conosciuti, rapporto di reciproca stima e fiducia, di certo volare con la mia compagna nel corso AFF e i miei figli in tandem, sono momenti ricchi di emotività. Tanti lanci in posti meravigliosi , visti da una prospettiva, riservata solo a chi vola, come i lanci all’alba con atterraggio in spiaggia, piuttosto che al tramonto e brindare poi con quelli con cui poco prima hai condiviso il cielo. La competizione con i suoi momenti di tensione e gioia. A settembre 2016 abbiamo realizzato insieme a un bel gruppo di amici il primo record italiano di formazione in tuta alare a 17 elementi, un risultato frutto di dedizione e sacrifici ma senza prezzo!!! - Torniamo alle varie modalità: si sente parlare molto di Wingsuit, la famosa tuta alare. Soprattutto sulla sua spetta-

colarità e pericolosità. Puoi spiegarci meglio il meccanismo di questa specialità? - Questa particolare tuta ha delle membrane tra il busto del pilota e le braccia, un'altra tra le gambe. Più sono grandi più sono performanti e impegnative. Si può ottenere un interessante spostamento orizzontale anche di 3 km in un normale lancio insieme ad altri da 4000m, ma in gara le performance e le distanze sono ben superiori. Questo tipo di volo in spostamento ci avvicina in parte alla modalità di volo simile a quella degli aerei che volano in formazione. Se non fatto in modo cosciente, come tutte le discipline estreme può diventare pericoloso. - Rimanendo in ambito imprese estreme: cosa pensi del lancio dallo

spazio di Felix Baumgartner? - L’impresa di Felix Baumgartner è stata supportata dalle aziende di ricerca spaziale, anche se lo sponsor era Red Bull, un tale progetto ha costi intorno ai 100 milioni di dollari, c’ è bisogno di utilizzare una tuta spaziale, una capsula, palloni a gas, insomma quasi fantascienza. In quel lancio Baumgartner ha superato i 1300 kmh, velocità vertiginose, grandi rischi anche solo per le temperature raggiunte inferiori ai -70° nella prima fase e poi altissime dopo. Insomma complimenti a Felix per quello che ci ha fatto vedere e scoprire. - Ultimo invito ai nostri lettori: perché avvicinarsi al paracadutismo? - Perché è uno sport che regala emozioni uniche, ci fa scoprire le nostre potenzialità, ti fa rilassare facendoti dimenticare per qualche ora lo stress del quotidiano.. Quando si vola… si pensa ad altro!!!

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www.rocknread.it @Rocknread_it Rock’n’Read Rocknread.it

Sballati di libri e musica, per voi le nostre recensioni La Paranza dei Bambini - Roberto Saviano - Feltrinelli Ne La Paranza Dei Bambini, Roberto Saviano inventa una storia durissima che narra le vicende di ragazzini, 'pisciazzielli' come li chiama nel romanzo, alle prese con la scalata alle cosche del napoletano. Nicholas, in La Paranza dei Bambini, ha la sua banda con tutti i 'muccusielli' come lui, i suoi coetanei insomma, e in poco tempo inizia a trasformarsi in quello che ha in testa. Un boss spietato, disposto a tutto per la supremazia sulle 'piazze' di spaccio, sul racket e su molte altre attività disoneste. Passo dopo passo, si vive l'escalation di un adoloscente che da una pistola, un ferro vecchio comprato niente meno che

dai cinesi, passa a possedere la sua 'santabarbara', l'arsenale della banda, e un covo dove organizzare i piani criminali. Forte è la capacità di persuadere personaggi molto al di sopra di lui, capizona o addirittura capiclan, con la capacità di una parola ben detta o di un gesto assestato al punto giusto. Roberto Saviano conferma di essere un grandissimo autore di storie, uno scrittore, con una potentissima capacità espressiva ed emotiva. In La Paranza Dei Bambini, il lettore è tirato dentro alla storia e non potrà smettere di leggere fino a quando non ne uscirà, come i personaggi, colpito nel profondo, ma più cosciente di cosa regola vita e morte in quello che all'apparenza sembra un normalissimo vicolo di città, ma che invece nasconde sangue, violenza e tanta ricchezza sommersa.

Le Otto Montagne - Paolo Cognetti - Einaudi Le Otto Montagne, di Paolo Cognetti, rivela innanzitutto una leggenda nepalese che narra che al centro del mondo ci sia un monte altissimo denominato Sumeru, dove intorno si estendono otto montagne e otto mari. La leggenda dice che così è fatto l'intero mondo. Chi avrà imparato di più? Colui che ha fatto il giro delle otto montagne e degli otto mari oppure chi è arrivato in cima al monte Sumeru? Pietro nasce in una famiglia che ama le montagne, trasferita per esigenze di vita in città ma con il cuore sempre rivolto a quei luoghi. Suo padre, uomo introverso e taciturno, solo in montagna trova il vero senso della sua vita. Si trasforma, diventa una persona diversa. Cerca di trasferire al figlio questa passione ma Pietro, da bambino curioso e voglioso di imitare il padre, si trasforma

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in un adolescente, e poi in un uomo, ritroso, chiuso e sempre più lontano dai luoghi montanari. Pietro conosce Bruno che diventerà, pur nella diversità, il suo miglior amico. I due bambini, poi ragazzi e infine uomini vivranno vite opposte, esistenze lontane nelle scelte e negli ideali ma pur sempre saranno uniti da quel luogo magico e poetico ma anche duro e ostile. Paolo Cognetti riesce a tratteggiare in modo nitido i colori, i sapori, gli odori delle montagne e ne trasmette le emozioni e ce ne fa sentire le sfumature lasciando nel lettore la forte voglia di vivere almeno per una volta questa bellissima esperienza che è la vita sui monti.


A ciascuno i suoi santi - Franco Bernini – Chiaralettere Che c’entrano più di tremila barbecue con un romanzo sulla televisione ed i social network?... A ciascuno i suoi santi è un romanzo on the road. È la storia di due cinquantenni facenti parte dello star sistem totalmente in balìa dei dati Auditel e di tutto ciò che l’inseguimemto di questi può portare. Ma è anche la storia di una giovane ragazza drogata di social network ma tanto confusa ed incasinata nella vita reale. Bruno Brumori il famoso conduttore televisivo che parla di sé in terza persona e aspira a condurre Sanremo, insieme con l’amico fidato e storico braccio destro Pietro, si mette in viaggio per l’Italia a caccia di consensi tra chi ha in casa un meter, il rilevatore dati di ascolto per far impennare i dati Auditel della sua

trasmissione ormai in rapido declino e salvare il proprio destino. Bruno e Pietro presto si imbattono in Enrica, ventenne di provincia in contrasto con i genitori e totalmente immersa nella rete fuori della quale non è ancora né carne né pesce. Hanno a disposizione per risollevare le sorti delle loro vite cinque giorni. Solo cinque frenetici giorni. Due generazioni e mondi apparentemente distanti che si incontrano e che hanno più affinità di quanto non si sospetti. Incalzante nei ritmi ed a tratti inquietante A ciascuno i suoi santi ci fa da specchio e riflette un Paese con i suoi contemporanei e comuni punti deboli. Il like su Facebook, l’impennata dell’Auditel, l’esser riconosciuto per la strada, il numero di commenti nelle varie chat belli o brutti che siano... Un’avventura moderna e veloce con un finale totalmente inaspettato. Perché la VITA non è dentro la tv e neanche online. Ma noi quanto ci siamo dentro?

Il Nero nel Bianco - Andrea Paolucci – Lampi di Stampa Il Nero nel Bianco, di Andrea Paolucci, ha due storie, una che si svolge ai giorni nostri, l’altra che si dipana in un periodo grosso modo pari all’inizio degli anni 70. Due storie che procedono parallele, almeno inizialmente, per poi convergere e giungere ad unità, come due corde che, intrecciandosi, vanno a formare una robusta fune. La storia dei nostri giorni, improntata ad un pragmatismo e ad un disincanto figlio della nostra epoca, del post tutto. La storia del passato, segnata dall’idealismo e da una innocenza che, seppur minata dalla cupezza degli abusi della politica, del malaffare e e dei costumi, rende omaggio al candore di quegli anni. Da un lato, la ricerca dello “stare bene”, utilizzando tutti i mezzi che possano portare a tale stato, scomponendo la vita in tanti singoli “oggi” o “ora”; dall’altro, la ricerca della felicità, semplice, totalizzante, appagante, attraverso piccoli e grandi sacrifici nel nome di un progetto comune. Ne Il Nero nel Bianco emergono 4 protagonisti principali, due uomini e due donne: Ivan e Dario, amici molto legati anche se radicalmente diversi per natali, aspirazioni e attitudini; Bianca ed Elena, figure femminili che riescono a far fronte alle proprie paure e fragilità, in tempi e modi diversi. I quattro personaggi sono assolutamente connessi l’uno

con l’altro, secondo un disegno, anche sorprendente, che appare chiaro mano a mano che si affonda nella lettura. Emerge con forza anche un altro personaggio, quasi fosse una ghost track di un album rock, ed è la città di Roma. Una Roma a tutto tondo, caleidoscopica: dalle spiagge non lontane dall’Urbe, alle macchie di pini marittimi e di ulivi tutto intorno alla città, dalle periferie con i palazzoni impersonali al comfort dei quartieri bene, i locali notturni, le strade dissestate, il fiume Tevere che tutto osserva silente. Ma Roma, ne Il Nero nel Bianco, non solo come luogo fisico, ma come posto dello spirito, Roma come organo pulsante, abnorme e senziente, capace di custodire nel suo ventre torbidi segreti come anche frammenti di pura bellezza.

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GALLERIA FOTOGRAFICA Foto: Franco Bianchi

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Tevereil fiume di Roma


La nostra galleria fotografica per questo numero apre il suo spazio su Roma, scegliendo un protagonista della sua Storia di sempre: il fiume Tevere. Abbiamo incontrato il fotografo Franco Bianchi in occasione di una sua recente mostra (Imagines Tiberis), in uno spazio della capitale e abbiamo approfondito alcuni aspetti del suo lavoro.

- Quando ti sei avvicinato alla fotografia? - Verso la fine degli anni '60 frequentai per 3 anni una Scuola di Pittura. Quel mezzo espressivo richiedeva una pratica continua e costante per potersi esprimere ad un buon livello. L'attività lavorativa che svolgevo all'epoca e che richiedeva frequenti viaggi all'estero, non mi consentiva di dipingere con continuità . Fu così che lasciati i pennelli, presi la macchina fotografica con in mente i canoni della pittura .

- Franco, quando e perchè è nato il progetto "imagines tiberis"? - Il mio rapporto con il Tevere si era interrotto precedentemente per i lunghi periodi di permanenza all'estero. Da qualche anno sono tornato sulle rive del Tevere iscrivendomi alla Società Romana Nuoto, fondata nel 1889. E così ho ripreso a camminare sulle sue sponde, a fotografare le piene invernali, le arcate dei ponti, gli atleti canottieri dei circoli tiberini. Tutte

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queste foto, ora rappresentano un ritratto unico. Il ritratto del nostro nobile Tevere che ho deciso di mostrare alla città con il titolo in latino per richiamare l'antico legame con Roma. - Qual'è il legame tra il Tevere e la città? - Direi che è un legame indissolubile. Roma nascendo sul Tevere, nasce dal Tevere. Su un colle, poi Palatino, nei

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pressi di un guado acquitrinoso, alcuni avventurosi fondano la città che dominerà il mondo. Attraverso i secoli il legame tra la città e il Fiume sarà sempre più stretto, per i trasporti, lo sbocco al mare, le ville e i palazzi sulle sue rive. Poi la storia recente, con la costruzione dei muraglioni, ha deciso di isolarlo dalla città, interrompendo il millenario rapporto simbiotico.

- Roma una città tutta da fotografare. Ci sono altri posti della Capitale che ti piace immortalare? - Aspetti fotografici di Roma ai quali mi sono dedicato sono delle aree e i relativi edifici che per svariati motivi sono destinati a scomparire o a subire pesanti modifiche. Di quegli spazi mi interessava anche fotografare il senso del Tempo e del Silenzio che li circondavano. Questi luoghi


sono: l'ex Mattatoio di Testaccio, l'ex Sanatorio Forlanini, l'ex stabilimento Miralanza (ora teatro India), l'ex stabilimento Fiorucci (ora Maam). - Nella tua vita hai avuto la possibilità di viaggiare e vivere all'estero. Ci sono luoghi del mondo che hanno stimolato particolarmente la tua voglia di fotografare?

- Nei primi anni in cui cominciavo a vedere il mondo anche attraverso l'obiettivo, fui ammaliato dai luoghi in Perù. Tutti i suoi colori erano attraenti e “saturi”, per usare un termine tecnico. L'altro luogo che mi ha particolarmente stimolato è la città di NewYork che è un caleidoscopio di forme e colori. - Qual'è, secondo te, lo scopo principale

di un fotografo? - Domanda insidiosa, poiché ci sono varie tipologie di fotografi. Per quanto mi riguarda, nelle mie fotografie cerco di esprimere uno stato d'animo, una composizione grafica, un aspetto critico della società, ecc. Il soggetto fotografato diventa struttura portante di un messaggio o di un sentimento.

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IL MIO

O C I M A

T E P A cura di

Gianni Panto

Riflessioni sull'acquisto di un pappagallo

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uesto mese la rubrica "consigli a 4 zampe" tratterà un argomento che non ha niente a che vedere con le zampe.... infatti parliamo di "ali".... e più precisamente di pappagalli. Uno dei problemi principali del commercio dei pappagalli, è che la stragrande maggioranza dei commercianti consiglia molto male. Generalmente sono molto poco informati e questo può sfuggire a chi non ha esperienza e naturalmente tende a fidarsi del "professionista" che raramente da consigli disinteressati. Quello che purtroppo succede molto spesso è che un pappagallo viene acquistato senza rendersi conto di cosa significa conviverci, di quanto possa essere complesso, intelligente e problematico. Quando iniziano ad emergere i problemi, sono quasi sempre i pappagalli a rimet-

terci: o vengono trascurati e confinati perennemente in gabbia, o vengono ceduti a persone altrettanto disinformate, che a loro volta se ne liberano. Cercheremo di spiegarvi meglio cosa può significare avere ad esempio un'Ara in casa, e vi prego di leggere attentamente perchè vorrei che vi rendeste conto qual'è l'altra faccia della medaglia, quella di cui i commercianti e quasi tutti gli allevatori commerciali non fanno mai parola. Tra i seri professionisti ed allevatori, non ce ne sono che venderebbero un'Ara non svezzato a chi che non ha esperienza nè con i grandi pappagalli nò con lo svezzamento. La prima cosa da sapere è che i pappagalli, anche se allevati a mano, mantengono la loro natura selvatica. A differenza di altri animali domestici che hanno convissuto con l'uomo per millenni, i pappa-

galli vengono riprodotti in cattività solo da poche generazioni e non hanno sviluppato quei tratti che li possono caratterizzare come animali domestici. Inoltre, possono avere un'intelligenza molto complessa che li predispone a soffrire di problemi comportamentali, anche molto seri, quando le loro esigenze non vengono soddisfatte. Spesso non è facile capire i loro comportamenti e di cosa hanno bisogno, e per riuscirci meglio è essenziale fare riferimento al loro comportamento in natura. Lo svezzamento è un periodo molto delicato per tutti i pappagalli, sia fisicamente che psicologicamente. Per allevare a mano, occorre sia conoscere i pappagalli in generale, che avere un'esperienza specifica. Non lasciatevi tranquillizzare e convincere del contrario. Considerate che gli allevatori commerciali e i negozianti devono vendere per vivere, e che non si fanno scrupoli per cercare di concludere una vendita. Non si preoccupano affatto di quello che sarà il futuro dei pappagalli che vendono. A questo bisogna aggiungere che c'è un'ignoranza di base molto diffusa. Non è raro sentirsi dire "allevo pappagalli da 30 anni e so esattamente cosa devo fare" da persone che si rifiutano di accettare qualsiasi suggerimento e che in realtà fanno degli errori enormi. Succede che vi informano che ad esempio un pappagallo (Ara) è un pappagallo "flemmatico e calmo". Vi è mai capitato di vedere dei documentari con le Are in natura? Sono territoriali, in grado di volare ogni giorno per decine di chilometri per


andare a nutrirsi, le loro grida si possono sentire a chilometri di distanza, sono in grado di scavare dei grandi nidi nei tronchi degli alberi lunghi anche oltre un metro. Le coppie di pappagalli (es. Ara), quando devono nidificare, possono diventare molto aggressive cercando di impossessarsi dei nidi di altre specie e uccidendo i loro piccoli. La calma e la flemma non fanno parte della natura di nessun uccello. Quelli che si vedono, immobili nelle gabbie o sui trespoli, sono stati resi apatici da un cattivo mantenimento, e non stanno bene. Qualsiasi pappagallo in buona salute, in un ambiente che non lo intimorisce, nel quale si sente sicuro, in compagnia di persone con le quali ha creato dei legami, sarà attivo, vivace, spesso distruttivo e rumoroso. Questa è la loro natura. Un piccolo, se allevato e socializzato bene, sarà affettuoso con tutti. Ma non rimarrà sempre così. Diventando adulto cambierà e farà delle scelte. Potrebbe non gradire più chi lo ha allevato, preferendogli un'altra persona che sceglie come "compagno'. Potrebbe diventare territoriale e aggressivo, specialmente nel periodo riproduttivo che dura diversi mesi, difendendo i suoi spazi e la persona preferita dall'intrusione di chiunque altro. In assenza della sua persona preferita, potrebbe urlare incessantemente. Vorrei anche che poteste sentire le urla di un pappagallo in un ambiente chiuso, e rendervi conto del volume che possono raggiungere, che può essere insostenibile non solo per chi ci convive, ma anche per i vicini di casa. Dovrete poi soddisfare altri istinti naturali: i pappagalli, soprattutto quelli che hanno un grande becco sentono il bisogno di usarlo. In natura lo usano principalmente per nutrirsi di noci molto dure e per scavare i nidi. Come pensate che lo userà in casa? Vorrà mordere, sminuzzare, e distruggere tutto quello che lo attira: mobili, elettro-

domestici, fili elettrici, muri, infissi, porte, libri, tende, cellulari, ecc. Se vorrete tenere una finestra aperta, dovrà essere protetta da una rete molto resistente. Quella di una zanzariera possono bucarla in un attimo. Dovrà poter fare attività fisica e volare. Per darvi un'idea dello spazio di cui hanno bisogno per riuscire ad esercitare bene i muscoli, considerate che l'apertura alare media esempio di un'Ara ararauna è di circa 1.10 m. Partendo da fermi, con solo un paio di colpi d'ala possono coprire una distanza di 8-9 metri, perciò per tenersi in forma hanno bisogno di più spazio. Poi c'è lo spostamento d'aria, che nel caso di un'Ara può creare il caos. Se pensate di tenerlo sul trespolo per farlo stare più in contatto con la famiglia. Durante la fase dello svezzamento, il trespolo è la soluzione peggiore per un piccolo che ha da poco lasciato il nido o l'incubatrice. A quell'età hanno bisogno di sentirsi al sicuro, non esposti, e gli serve un riparo: una grande gabbia con una zona protetta. Da adulti, il trespolo va bene per sostare temporaneamente, non per starci sempre. Il tipico trespolo con due scodelle ed il piatto

sotto, consiste in un posatoio di non più di 70 cm di lunghezza. Nessun pappagallo, anche di taglia molto più piccola, dovrebbe esserci costretto per gran parte della giornata e tanto meno permanentemente. I pappagalli hanno bisogno di un contatto molto stretto con le persone con le quali hanno stabilito un legame. Pensate che al pappagallo basterà stare sul trespolo a guardarvi? Vorrà volarvi addosso, stare sulla spalla, sul braccio, sulle ginocchia. Sentirà il bisogno di condividere le vostre attività, mangiare dai vostri piatti, distruggere i libri o i giornali che state leggendo, staccare i tasti della tastiera del pc, ecc. Per quanto tempo sopporterete addosso il suo peso di circa 1 kg (per i grandi pappagalli), e i danni che possono fare le unghie ai vostri abiti e sulla pelle? Vorreste portarlo con voi quando andrete a vivere da soli. Quanto tempo potrete passare in casa con lui? I pappagalli sono uccelli molto gregari, per loro vivere in compagnia è una necessità. Se non potrete dedicarvi per gran parte della giornata, ne soffrirà molto. Pensate anche al futuro. I pappagalli possono vivere quanto l'uomo, siete disposti a questo impegno? Vi prego di non avere fretta e di non sottovalutare i consigli che vi sono stati dati e l'enorme impegno che richiede la convivenza in casa con un pappagallo, soprattutto di grande mole. Questo soprattutto nell'interesse di un piccolo che, come tutti, meriterebbe di vivere nelle migliori condizioni possibili.

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IL PET DEL MESE

POLLY

Il pet del mese è Polly, Giulia ci invia questa foto da Roma. Vuoi vedere la foto del tuo pet pubblicata nel prossimo numero di RM Magazine? scrivici a: rmmagazinemese@gmail.com


I WANT YOU

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A cura di

Alessio Boccali

MAS – Magazzini allo Statuto Breve cronaca dello storico locale che non ha resistito alla dura legge della concorrenza moderna I MAS, i magazzini allo Statuto da sempre simbolo di Piazza Vittorio, hanno (veramente) e definitivamente chiuso i battenti. Da anni si vociferava di questa possibile chiusura finché, all’inizio di gennaio di quest’anno, la vox populi ha avuto finalmente ragione. Nati nel primo Novecento come rivenditore di lusso con il nome di “Magazzini Castelnuovo”, da diversi anni i MAS avevano adottato una politica di vendita totalmente differente: scarsa qualità dei prodotti a prezzi più che convenienti. L’enorme edificio sito nel quartiere Esquilino si era trasformato, quindi, nel tempio dell’abbigliamento di stock e dei prodotti

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di bassa qualità venduti in quantità industriale. In accordo con questa nuova politica, le campagne pubblicitarie dei magazzini erano guidate da personaggi provenienti dal mondo del trash nostrano; su tutti, gli (in)dimenticabili spot del “Pierino” Alvaro Vitali e consorte. Insomma, la politica dei MAS consisteva nel colpire il popolo alla pancia, quella pancia sempre più vuota a causa della crisi degli ultimi 15-20 anni. Come si spiega allora questa chiusura? Basteranno due parole per farlo: ECCESSIVA CONCORRENZA. Una concorrenza che proviene da più fonti e che, invece di stimolare l’offerta ed animare

il mercato dei magazzini, li ha portati al fallimento. Già, perché nel 2017 non basta più lavorare duramente per resistere. Bisogna sapersi vendere e il mondo intorno ai MAS l’ha fatto meglio. Da anni, ad esempio, era ben noto lo stato di semi-abbandono dei magazzini: scarsa varietà di prodotti, locali poco accoglienti e macchinari (scale mobili, registratori di cassa, monitor…) non all’avanguardia; tutto ciò mentre intorno la piccola “China Town” dei negozietti di Piazza Vittorio cresceva e si dava da fare per offrire al pubblico un ventaglio di prodotti assai più variegato e al passo con i tempi. In


questa situazione, non c’è àncora di salvezza che possa salvare i MAS perché oltre alla varietà, i prodotti presenti nei negozietti di Piazza Vittorio hanno dalla loro anche l’economicità: ad una pari qualità le attività nei dintorni offrono un prezzo ancora più inferiore dei MAS. E non è finita qui. Sul fallimento dei Magazzini allo Statuto, che fino a qualche anno fa a Roma erano considerati quasi un istituzione, ha influito di certo l’enorme spinta globalizzante che ha portato nel nostro paese dei giganti dell’abbigliamento come H&M, Alcott, Bershka, Piazza Italia, GAP ecc. Queste major dell’outfit, infatti, hanno portato una vera e propria ventata di novità nel mondo dello shopping; novità alla quale una strategia di mercato tradizionale, come quella dei MAS, non poteva stare dietro. Le grandi catene hanno alzato l’asticella della qualità mantenendo però prodotti

e prezzi per tutte le tasche. Hanno poi instillato nella mente del consumatore l’idea di poter comprare prodotti nuovi per ogni stagione e ciò grazie alla varietà e alla convenienza dell’offerta proposta. I MAS, invece, finché hanno potuto, sono rimasti immobili e fedeli alla loro politica di vendita e alla loro offerta di prodotti. C’è poi un ultimo fattore concorrenziale da non sottovalutare: l’e-commerce, ovvero la compravendita di merci online. Sappiamo tutti, infatti, quanto il mondo di Internet abbia inciso sulle nostre abitudini; non fa eccezione l’acquisto di prodotti d’abbigliamento. La consuetudine di guardare i capi d’abbigliamento esposti nelle vetrine, entrare nei negozi, provarli e poi acquistarli, nell’epoca del web, è stata affiancata, soprattutto tra i consumatori più giovani, dall’esperienza virtuale. Con pochi click si sfogliano cataloghi di abbigliamento interi, si scelgono i pro-

dotti, si acquistano e, in caso di problemi, si possono cambiare a piacimento e senza alzarsi dal divano di casa. Inutile dire che la varietà dell’offerta proposta dal web è immensa; basti considerare che, potenzialmente, il consumatore 2.0 può acquistare da uno store italiano così come da uno che si trova in una qualsiasi altra parte del mondo. Appare quindi evidente quanto dietro alla chiusura dei MAS ci siano dei fattori ai quali difficilmente i magazzini avrebbero potuto porre rimedio. Non ci è dato sapere, però, se dietro alla caduta di quest’istituzione del commercio romano ci sia soltanto l’incapacità di adattarsi ad un mercato in continuo e rapido mutamento. Resta il fatto che vedere quelle mura e quelle serrande, parte della storia popolare di Roma, oggi completamente abbandonate al degrado cittadino, è un colpo al cuore per tutti i romani.

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Testaccio, il cuore di Roma.

“Sui primi tempi, i due non si allontanavano troppo da via Bodoni. Le loro colonne d’Ercole erano da una parte il Lungotevere, poi le pendici dell’Aventino, e più in là Porta S. Paolo ..” Ecco con le parole di Elsa Morante tratte dal romanzo “La Storia”, i confini del ventesimo rione di Roma : Testaccio. Il nome, come è noto, deriva dal Monte dei cocci formatosi per l’ accumulo di milioni di anfore il cui termine latino è appunto “testae”. Non è certo per caso che la celebre scrittrice abbia ambientato parte del suo romanzo in questo luogo, dove lei stessa era nata e vi

aveva trascorso i primi anni della sua vita e oggi all’esterno dello stabile in cui aveva abitato , in via Amerigo Vespucci 41, c’è una targa che lo ricorda. E’ per queste vie che si avventurano il piccolo Useppe e Bella, “Forse ancora oggi qualche abitante del quartiere Testaccio ricorda di aver visto passare quella coppia: un cane grosso e un ragazzino piccolo, sempre soli e inseparabili. In certi punti di importanza speciale, per esempio a Piazza dell’Em-

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porio […] oppure a Monte Testaccio”. E’ il 1947, Testaccio ha già subito una serie di interventi architettonici che ne hanno delineato la fisionomia. Nei piani dell’amministrazione capitolina, infatti, l’area è destinata alla realizzazione di un quartiere ad abitazione intensiva per dare ospitalità agli operai, alle loro famiglie e a stabilimenti industriali. Qui nel 1891 viene inaugurato il mattatoio, opera dell’architetto Gioacchino Ersoch, attivo fino al 1975. Il primo nucleo di case popolari si deve all’architetto Giulio Magni tra Via Manuzio , Via Bodoni e Lungotevere Testaccio. Blocchi residenziali a quattro piani con cortili interni concepiti per dare spazio e favorire la vita associativa e il gioco per bambini e ragazzi. Quadrio Pirani e Giovanni Bellucci sono gli autori del progetto di completamento di due isolati (1911-1917) tra Piazza S. Maria Liberatrice, Via Romolo Gessi, via Bianchi e via Vespucci con palazzi destinati all’edilizia abitativa popolare su commissione dell’Istituto Romano Case Popolari. Nei propositi dei due architetti la volontà di realizzare delle case resistenti (mattone con inserti di travertino),

con spazi razionali senza però trascurare l’estetica (bellissime le facciate in laterizio rosso), particolare attenzione viene data infatti ai dettagli e alle decorazioni, frutto probabilmente anche delle idee socialiste di Pirani per cui l’aggettivo popolare era sinonimo di dignitoso. Per chi si avvicina al quartiere da Trastevere percorrendo ponte Sublicio non può sfuggire il bellissimo complesso di edifici opera di Carlo Broggi. La struttura, nota anche con il soprannome di Cremlino (per aver ospitato negli anni molti funzionari del PCI), è uno splendido esempio di barocchetto


romano. Fin qui le case. Ma i testaccini ? Chi sono? Abbiamo già parlato di Elsa Morante, ma qui hanno abitato anche altri personaggi famosi. Su Piazza S. Maria Liberatrice al numero 18 un’altra targa ricorda il luogo dove è nata la cantante Gabriella Ferri straordinaria interprete della canzone popolare romana. Anche il cinema ha i suoi testaccini : Giovanna Ralli e Giuliano Gemma che proprio qui , prima di affermarsi come attore, comincia a dedicarsi allo sport, alla ginnastica attrezzistica e poi al pugilato che si praticava nella storica palestra del Mattatoio dove il preparatore Giulio Proietti allenava i futuri campioni, tra cui il fratello Roberto che ha conquistato il titolo europeo in un incontro che gli appassionati ricorderanno. Lo sport è un’altra faccia del quartiere. Lo storico Campo Testaccio sorgeva tra via Zabaglia e Via Caio Cestio. Costruito nel 1929 dall’ingegnere Carlo Sensi, padre di Franco, ha ospitato le partite della A.S.Roma fino al 1940-41, 161 incontri (103 vittorie, 32 pareggi e 26 sconfitte), inutile dire che il rione è ancora oggi il cuore del tifo giallorosso. Delle origini popolari e proletarie di Testaccio se ne ha prova nel saggio di Domenico Orano (medico, filantropo e consigliere comunale) Come vive il popolo a Roma:

saggio demografico sul quartiere testaccio (1912) in cui si documenta dettagliatamente la situazione degli abitanti della zona piuttosto miserevoli. Oriano si impegna nella riqualificazione del quartiere promuovendo una serie di interventi a livello sociale: “Ricreatorio popolare di Testaccio”, “Comitato per il miglioramento economico e sociale del quartiere”(1905), “Comitato delle refezioni scolastiche nelle scuole di Testaccio” , Biblioteca popolare del Rione, il ricreatorio femminile “Anita Garibaldi”, il cinematografo educativo, l’ambulatorio, la costruzione di una scuola pubblica in Via Galvani (1907) del lavatoio pubblico (1909). E’ il primo a intuire e immaginare la futura trasformazione, effettivamente avvenuta, in quartiere

borghese. Oggi il quartiere ospita attività commerciali e professionali, è il punto di riferimento della vita notturna della capitale, eppure …. gli anziani seduti sulle panchine in una giornata di sole, il chiacchiericcio scomposto dei capannelli di gente sulle piazze, il rumore, al crepuscolo, degli zoccoli dei cavalli delle botticelle che rientrano nei depositi, le grida dei bambini, il suono delle campane della chiesa, il giallo e il rosso sbiadito delle facciate dei palazzi, le persiane verdi, le urla dei tifosi ai gol della Roma, i fuochi d’artificio della festa patronale, il brusio del mercato, i suoi odori, la gente che si saluta .. no testaccio non ha perso la sua anima.

A cura di

Vicky Franco

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Camilla’s Secrets

A cura di Camilla Gullà (www.camillassecrets.com)

Un abito di Floreiza

Fashion ma accessibile, ecco le parole chiave che hanno ispirato Tommaso Baroncelli, mente creativa del brand Floreiza. Curato nel dettaglio ed estremamente trendy, si adatta perfettamente ad un’occasione più casual o ad una più formale, se abbinato ad una decolletè come in questo caso. Il concetto “Made in Italy” viene riscritto da Floreiza: qualità si, ma a prezzi abbordabili.

Il 28 gennaio 1992 nasce a Milano Camilla Gullà. Un sottile filo invisibile la lega al capoluogo lombardo e centro mondiale della moda e dove i suoi interessi in materia la riconducono abitualmente. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Firenze, città dove scappa a rifugiarsi ogni volta che può. Nel capoluogo toscano frequenta l’Istituto Sacro Cuore e coltiva le sue passioni: la danza classica, il pianoforte e l’amore per le lingue straniere. Attualmente frequenta l’università cattolica del Sacro Cuore a Milano, presso la facoltà di legge e dall’aprile 2011 si occupa del suo blog “Camilla’s Secrets”. Nato dalle aspirazioni di un’ adolescente sognatrice che si racconta parlando di moda e non solo nel tempo è cresciuto e si è evoluto proprio come la sua autrice. E’ sfogliandone le pagine che traspare la crescita e il cambiamento di una ragazza che diventa donna. Camilla ha saputo sfruttare la sua innata tendenza a fondere le sue passioni in una dimensione più ampia e profonda, collaborando in questi anni con importanti brands e autorevoli riviste di tendenza: un meraviglioso e originale connubio tra moda e mondo che ci circonda. Fanno da imperativo il buon gusto e l’eleganza, uniti ad una semplicità che non é mai banale.


Camilla’s Secrets The woman in red Come nel “La Signora in Rosso” di Gene Wilder, cammino per le strade di Firenze con il mio abito rosso firmato Hanita. La calda e confortevole cappa mi ripara dal freddo, donando stile al mio outfit e riprendendo i toni del vestito. Non è casuale la scelta del rosso nel film sopra citato del 1984. Il rosso è il colore della passione, del dinamismo, della vitalità…e abbinato al nero enfatizza, a mio giudizio, ancor più, tali sue proprietà. La particolare lavorazione del tessuto dona importanza all’abito e la cintura con il dettaglio floreale lo rende particolare e accattivante.


10 cose da sapere su Wolverine

A marzo arriva al cinema “Logan”, terza e ultima pellicola dedicata a Wolverine, il famoso X-Men dagli istinti felini. Ecco una lista di cose da sapere, prima di entrare in sala:

1. La prima avventura di Logan. Wolverine fa il suo esordio nel mondo dei comics sul fumetto dell'incredibile Hulk. Il mostruoso gigante verde stava facendo un giro per il Canada, quando all'improvviso, deve affrontare un tipetto in tuta gialla e blu con delle lame sui polsi, che non molto tempo dopo ritroveremo sulle pagine degli X-Men, dove il professor Xavier sta reclutando un nuovo gruppo di mutanti per una missione di soccorso.

2. Gli artigli di Logan. Quando gli autori hanno creato Wolverine non avevano lonta-

namente pensato a degli artigli retrattili: quelli che sfoggia nella sua prima apparizione non sono altro che dei guanti con delle lame attaccate sopra! Tempo dopo, sulle pagine degli X-Men viene spiegato che in realtà, sono delle ossa ricoperte di metallo che fuoriescono dalle sue mani.

3. La nazionalità di Logan. Gli Stati Uniti d'America detengono il primato per aver dato i natali al più grande numero di supereroi: Batman, Spider-Man, Lanterna Verde e Iron Man, solo per citarne alcuni, sono tutti quanti nati e cresciuti negli U.S.A. Wolverine, invece, è Canadese ed è particolarmente fiero di esserlo! A differenza dei suoi educati e pacifici concittadini però, lui ha un atteggiamento scontroso e aggresivo.

4. Logan è il “migliore in quello che fa” Wolverine è il migliore in quello che fa, anche se quello che sa fare bene potrebbe non piacerti!Infatti è uno degli uomini più letali del pianeta, anche grazie ai suoi poteri mutanti come: il fattore accelerato di guarigione, i sensi ipersviluppati, gli istinti animali, le ossa ricoperte di adamantio indistruttibile e sei lame affilatissime che gli escono dai dorsi delle mani!


il padre, può guarire da qualsiasi ferita, possiede sensi ipersviluppati e dei comodi artigli retrattili. Purtroppo, a differenza del genitore, è un gran bastardo e dopo una lunga serie di scontri il nostro mutante preferito è costretto a ucciderlo annegandolo

5. Chi è Logan? Il suo vero nome è James Howlett ed è nato verso la fine del XIX secolo da una famiglia benestante in un paesino vicino ad Alberta, in Canada. Il suo vero padre è Thomas Logan, il custode della tenuta in cui è cresciuto, dal quale poi prenderà il nome che userà per gran parte della vita

9. Logan vs Spock.

6. Anche Logan è un Avenger! Forviati dai film, molti pensano che Wolverine sia solamente un X-Men, ma nei comics non è così! A dispetto della sua fama di “lupo solitario”, l'eroe è stato il membro di una lunga lista di gruppi di supereroi, tra i quali spiccano: gli Alpha Flight, i Fantastici Quattro, i Difensori, gli X-Force e come anticipato nel titolo, i famosi Avenger.

7. Logan R.I.P. Nei fumetti Wolverine è morto! E si trova in questa triste condizione da più di un anno ormai. La sua eredità è stata presa da Laura Kinney, la giovane mutante che non a caso possiede il fattore di guarigione accelerato, ossa d'adamantio e il canonico set di artigli affilatissimi! In realtà lei è il suo clone, è nata in un laboratorio dove cercavano di creare l'assassina perfetta, ma Laura voleva di più dalla vita: fugge e si unisce agli X-Men.

8. Papà Logan. Se pensate di voler fare gli auguri a Wolverine per la sua partenità, vi consiglio di cambiare idea. Il figlio si chiama Daken e come

Quando in un improbabile viaggio interstellatre gli X-Men s'imbattono nell'equipaggio dell'astronave Enterprise, Wolverine viene messo fuori gioco dalla famigerata presa vulcaniana del signor Spock, l'ufficiale scientifico e braccio destro del mitico capitano Kirk!

10. Anche il fattore di guarigione di Logan hai suoi limiti. Wolverine è sopravvissuto a praticamente qualsiasi tipo di ferita o trauma, è stato, ad esempio, letteralmenete strappato in due dalla furia di Hulk ed è anche bruciato vivo al fuoco di un'esplosione nucleare. Ma anche il suo potere mutante ha dei limiti: esiste un'antica arma dei samurai che può ucciderlo, si chiama la spada Muramasa e ha la capacità di bloccare l'abilità di guarigione. Inoltre, come dimostrato dalla morte di Daken, Logan potrebbe anche morire annegato.

www.c4comic.it A cura di Marcello De Negri

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GLI INDIMENTICABILI - A.S. ROMA

Aldair

A

ldair iniziò a giocare a calcio nella sua cittadina d'origine: trasferitosi a Rio, fece un provino per il Vasco da Gama, ma fu scartato; notato da Juarez, ex giocatore del Flamengo, mentre disputava una partita tra amici, entrò nelle giovanili del Flamengo. Nel 1985 giocò qualche gara non ufficiale con la prima squadra, ma fu nel 1986 che trovò maggior spazio, e fu utilizzato come titolare: scese in campo per 23 volte nel campionato nazionale brasiliano, e segnò un gol; vinse inoltre il Campionato Carioca, ovvero il torneo dello Stato di Rio. Nel 1987 il Flamengo vinse il titolo nazionale, e Aldair presenziò in sette occasioni; nel 1988 disputò 24 partite, con 2 reti. Nel 1989 passò al Benfica di Lisbona, in Portogallo, giungendo così in Europa: alla sua prima esperienza fuori dal Brasile giocò 21 partite da titolare (più una da subentrato), segnando 5 gol. In tale occasione arrivò a giocare la finale di Coppa dei Campioni, disputata il 23 maggio allo stadio Prater di Vienna poi persa per 1-0

contro il Milan. Nelle tredici stagioni trascorse nelle file della Roma - acquistato nel 1990 dal presidente giallorosso Dino Viola per 6 miliardi di lire, Aldair, oltre a vincere una Coppa Italia nella stagione 1990-1991, un campionato di Serie A nel 20002001 e una Supercoppa italiana nel 2001, diventa uno dei simboli della compagine capitolina e capitano della stessa, prima di cedere la fascia a Francesco Totti. Soprannominato Pluto dai tifosi della Roma, Aldair resta nella capitale per tredici stagioni, imponendosi come uno dei difensori più forti del mondo; grazie alla sua eleganza ed alla sua classe diventa la colonna portante della difesa romanista e della nazionale brasiliana per più di un decennio. Nella sua prima stagione con la squadra capitolina vince una Coppa Italia; negli anni '90 si guadagna la fascia di capitano, alla quale rinuncerà nella stagione 1998-99 per cederla all'allora talento emergente Francesco Totti. La stagione 2002-2003 è la sua ultima con la maglia della Roma. Al termine della stagione, per festeggiare la sua lunga

militanza con i giallorossi capitolini, la sera del 2 giugno 2003 viene organizzato l'Aldair Day, con un incontro di calcio tra Roma e Nazionale brasiliana nel quale Aldair gioca il primo tempo con il Brasile e il secondo con la maglia della Roma. La società giallorossa, in suo onore, decide di non assegnare più la maglia numero 6. La maglia non viene più assegnata per dieci anni, fino all'inizio della stagione 2013-2014, quando torna ad essere assegnata, anche per scelta del giocatore stesso. Il 20 settembre 2012 è stato tra i primi 11 giocatori ad essere inserito nella hall of fame ufficiale dell'AS Roma. Nella stagione 2003-2004 accettò la proposta del Genoa e giocò in Serie B, nonostante avesse ricevuto offerte anche da squadre della Serie A, per non dover giocare contro i giallorossi. Disputò con i genoani 17 gare di campionato, mettendo a segno una rete. Nel 2007, a 41 anni e dopo anni di inattività, Aldair torna a giocare a calcio con la squadra sammarinese del Murata in vista della partecipazione ai preliminari di Champions League conquistata dalla squadra di Massimo Agostini. Successivamente si avvicina ad un nuovo sport di origine brasiliana, il footvolley. Il 22 giugno 2015 diventa collaboratore per il mercato del Chieti per la stagione 2015/2016.


GLI INDIMENTICABILI - S.S. LAZIO

Giuseppe Pancaro

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resciuto nell'Acri, ha debuttato in Interregionale nel 1988 a 17 anni giocando tutto il campionato da titolare abbastanza modesto. Trasferitosi alle giovanili del Torino nel 1989, vi è rimasto per due stagioni, prima di essere mandato all'Avezzano in Serie C2. Acquistato dal Cagliari nel 1992, ha giocato solamente 10 partite nelle prime due stagioni, prima di imporsi come titolare. Durante l'esperienza cagliaritana debutta

in Coppa UEFA, siglando il gol del definitivo 3 a 2 nella semifinale d'andata giocata dai sardi contro l'Inter, pochi minuti dopo il suo ingresso in campo. Nel 1997 è passato alla Lazio con cui ha militato per 6 stagioni vincendo lo scu-

detto del 2000, due Coppe Italia (1998 e 2000), due Supercoppe italiane, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa UEFA del 1999· Si è trasferito nel 2003 al Milan vincendo subito la supercoppa europea contro il Porto giocando da titolare e il suo secondo scudetto personale e un'altra Supercoppa Italiana. Resta a Milano due stagioni. Dopo due anni al Milan si trasferisce alla Fiorentina dove resta una stagione collezionando 18 presenze. Chiude la sua carriera a 36 anni al termine del campionato 2006-07 giocato con la maglia del Torino. Il 12 luglio 2012 intraprende la sua prima esperienza da allenatore come vice di Dario Marcolin sulla panchina del Modena, terminando il rapporto con la società emiliana il 20 marzo 2013, all'indomani dell'esonero di Marcolin. Il 4 giugno 2014 viene ufficializzato il suo nuovo incarico come allenatore della Juve Stabia. Il 13 marzo 2015 viene esonerato con la squadra terza in classifica nel Girone C di Lega Pro, sostituito dal vice Marco

Savini. Il 16 luglio seguente diventa il nuovo allenatore del Catania, militante in Serie C, il primo campionato dopo lo scandalo delle partite comprate che ha travolto la società etnea l'anno precedente, partendo con 9 punti di pena lizzazione (poi diventati 10). Il 1º marzo 2016 viene esonerato e sostituito da Francesco Moriero, in seguito alla sconfitta contro la Casertana (0-1), con la squadra in zona play-out. Dal 23 giugno 2007 è sposato con l'ex letterina di Passaparola Vincenza Cacace, con la quale ha avuto due figli: Riccardo, nato nel dicembre 2005, e Virginia, nata nel gennaio 2009.


STORIE DI SPORT

A cura di Rolando Frascaro

Gilles Villenueve

Il suo nome era Gilles Villenueve. E, con un nome come questo, che suona come quello di un cavaliere medioevale, non poteva che essere fuori dal suo tempo quando guidava la sua monoposto. Diventava il suo destriero senza paura. La paura. Quella che qualsiasi uomo avrebbe provato con le mani sul volante di una vettura che corre a 300 chilometri orari sull’asfalto. Niente cambio al volante, niente sistemi di sicurezza, niente informazioni dai box in cuffia . Solo un uomo e un’ auto impazzita che morde le curve, un cavallo imbizzarrito da domare ad ogni rettilineo. Giro su giro. Quattro ruote, un volante e un uomo seduto su 200 litri di benzina. Il suo nome era Gilles Villenueve. Veniva dal Canada. Non quello delle cartoline e delle querce secolari, dei boschi verdi e dei laghi da sogno. Veniva dal Quebec. Dal freddo, dal vento. Niente rettilinei su cui sfrecciare li. E allora? Allora si inventa di correre sulle motoslitte. E’ bravo, vince tutte le gare. Passa alla formula Atlantic e poi, come per magia, alla formula uno. Il mago che lo porta nel grande circus, non è uno qualunque, si chiama Enzo Ferrari. Un principe. Il suo nome era Gilles Villenueve. Lo sguardo era timido, sembrava quello di un bambino che stava per farla grossa. E poi grossa, a dirla tutta, la faceva ad ogni gara. L’avevano soprannominato “L’aviatore” perché la sua guida spericolata aveva portato, a volte, ad incidenti spettacolari, a compiere “voli” coinvolgendo la sua vettura e anche quella dei colleghi. Niente paura, come i cavalieri il cui nome ricordava l’impavidità, la fierezza e la follia del compiere un impresa a tutti i costi. Anche quando sembra impossibile.

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Come quella volta in Canada, a casa sua. Gilles parte undicesimo. E’ davanti al suo pubblico e con la sua auto vuole fare una bella prestazione. La pioggia cade incessante. Gilles accelera all’uscita da ogni curva, supera un avversario poi un altro e un altro ancora. Diventa terzo. La pista corre veloce sotto la sua monoposto. Può vincere. Può farcela. Poi un sorpasso troppo aggressivo e l’alettone si piega, ostruisce quasi totalmente la visibilità. Il team dai box lo invita a rientrare. Ma il cavaliere sa come domare il suo cavallo, anche quando è bendato. Una curva poi un'altra. Un giro e un altro ancora. Villenueve arriva terzo senza vedere la pista. Guardando le tracce degli pneumatici lasciati dalle auto precedenti. Come un cacciatore che segue la preda. Come quella volta in Olanda. Un uscita di pista gli compromette completamente una ruota. E’ a terra, sgonfia, il cerchione penzoloni, come una zampa rotta. Un qualsiasi pilota si sarebbe fermato. Sarebbe sceso dalla sua monoposto, tolto il casco, lanciato i guanti per terra in un gesto di stizza. Ma lui non è un pilota qualsiasi. Il suo nome è Gilles Villenueve e quella volta in Olanda fa un giro di pista su tre ruote, come un uccello che riesce a volare con un ala sola. Arriva ai box. Dovrebbe essere sgridato come un bambino che l’ha fatta grossa. Invece ad aspettarlo c’ è Enzo Ferrari. Dovrebbe dirgli qualcosa, dovrebbe fare qualcosa. Punirlo. Ma Enzo Ferrari lo guarda silenzioso e gli mette una mano sulla spalla. Come un principe che nomina il suo cavaliere. Il suo nome era Gilles Villenueve, il cavaliere della formula uno.


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Whisky

il magico mondo dei torbati

Prima di entrare nel magico mondo degli whisky torbati è necessario spiegare cos'è la torba..... La torba è un deposito composto da resti vegetali sprofondati e impregnati d'acqua che, a causa dell'acidità dell'ambiente, non possono decomporsi interamente. Essa può includere molti altri tipi di materiale organico, come carcasse di insetti ed altri animali. La torba si accumula in suoli più o meno saturi d'acqua e in assenza di ossigeno. Rappresenta lo stadio iniziale della formazione del carbone: la sua carbonizzazione si è arrestata in seguito a grandi sconvolgimenti avvenuti verso la fine dell'era terziaria, all'inizio del quaternario, che hanno riportato i resti vegetali ancora in gran parte ricchi di idrogeno e ossigeno a contatto con l'aria. La torba è soffice e si

comprime facilmente. Se pressata, l'acqua contenuta all'interno fuoriesce. L'utilizzo che se ne fa nel whisky riguarda la fase finale di maltaggio, in cui l'orzo viene affumicato con fumo ottenuto dalla combustione della torba. Questo fumo impregna l'orzo e gli conferisce un gusto torbato appunto che sarà più o meno intenso nel whisky. Esaurita questa premessa doverosa vi segnalo i torbati più meritevoli. Provengono tutti – ovviamente – dall’isola scozzese di Islay. Fa parte delle Ebridi Interne: se guardate nella cartina la Scozia, sono le prime che trovate in basso a sinistra. Larga 40 chilometri e lunga 25, più che un’isola, Islay è una distilleria galleggiante. Le distillerie sono otto e da sole producono ogni anno 25 milioni di bottiglie. Lo stile dei whisky di Islay non c’entra nulla con quello dei single malt di Highland (la zona più ampia, uno dei più noti è l’Oban), Island (Talisker, Isle of Jura), Speyside (Macallan, Glenlivet, Glenfiddich), Lowlands (Glenkin-

chie) e Campbeltown (dove, una volta, si faceva uso eccome di torba. E qualcuno sta ricominciando. Si pensi al notevole Longrow). I whisky di Islay hanno sentori di alga e iodio, per via della vicinanza delle distillerie al mare. E poi c’è quel sentore affumicato. Tutti, ad Islay, affumicano – chi più e chi meno – chicchi di malto d’orzo bruciando la torba. L’isola ne è ricca. Ognuno ha i suoi gusti: c’è chi ama la torba accentuata, chi quella appena accennata. Nel mercato esistono decine di bottiglie particolari, figlie del gusto e della sensibilità dei selezionatori (Samaroli, Wilson & Morgan). Lagavulin. E' l’entry level dei torbati, anche attraverso la bottiglia “base” che si trova al supermercato. Poi la si abbandona, cercando whisky più eleganti. Ma resta sempre un bel bere. Caol Ila. E’ ritenuto da molti il più elegante tra i whisly “molto torbati”. Una sorta


di sontuosa via di mezzo tra il troppo e il poco. Ottimo! Laphroaig. Torbatissimo. O lo ami o lo detesti. La versione “base”, che si trova in ogni bar e supermercato, francamente non fa impazzire, ma salendo di livello – e avendo voglia di cercare – si trovano meraviglie. Durante il Proibizionismo era l’unico whisky non vietato, perché – per via della molta torba – i produttori potevano farlo passare come alcol medicinale. Ardbeg. Forse il più torbato di tutti. Persino più di Lagavulin e Laphroaig. Ha sofferto varie vicissitudini finanziarie. Fondata nel 1815 e ciclicamente in crisi, nel 1997 è stata acquistata dalla Glenmorangie. Ne esistono vari tipi, come lo Uigeadail, invecchiato nelle botti di Sherry, e il Corryvreckan. Chi ama la torba non può non amarlo, anche se i puristi lo ritengono ormai troppo “commerciale” e un po’ imbastardito rispetto agli inizi. Ileach. Bottiglia misteriosa, che ogni tanto incontrerete in qualche ristorante. Non è un blended malt: è proprio un Single Malt Peated di Islay. Solo che la distilleria non è dichiarata. Per forza: non esiste. O meglio, esiste, solo che non ci vogliono dire quale sia. Per un po’ si è pensato che l’Ileach Single Malt fosse un Lagavulin giovane (5 anni). Adesso che il Lagavulin non ha più botti da dare agli altri, il dubbio si ripropone: chi c’è dietro l’Ileach? Forse giovani partite di Laphroaig, forse

di Caol Ila. In ogni caso, è un bel bere. Port Ellen. Distilleria mirabile, però con un grande difetto: è fallita e ha chiuso nel 1983. Fino a pochi anni fa si trovavano ancora tante bottiglie, considerata la grande quantità di merce da smaltire, ma sta diventando sempre più raro. Se non altro, la sua Malthouse continua a fornire malto alle altre distillerie locali. Insieme a certe tipologie Ardbeg, e forse anche di più, il Port Ellen è uno dei Single Malt di Islay che meglio si presta all’invecchiamento. Uno spettacolo. Bowmore. Nata nel 1779, è la più antica distilleria di Islay. Oggi è anche una delle più moderne e turistiche. Ha molte varietà e molti gradi di invecchiamento. Kilchoman. L’ultima nata (2005) e la più artigianale. L’unica, ad Islay, a fare tutto da sola, dalla coltivazione dell’orzo all’imbottigliamento. Mai troppo torbata e sempre elegante, per quanto giovane mostra già potenzialità invidiabili. Bruichladdich. Nata a fine 800, chiusa e riaperta nel 2001 da un gruppo di appassionati. Dal 2012 appartiene alla multinazionale Rémy Cointreau. Qualche bottiglia – ne esistono tante, e molto diverse tra loro – saprà stupirvi non poco. Il whisky più torbato dell’azienda si chiama Octomore. Bunnahabhain. Impronunciabile e ritenuta la

meno rappresentativa dello stile di Islay. I suoi whisky sono i meno torbati dell’isola. Ogni tanto però escono delle bottiglie particolari, per esempio la Wilson & Morgan Heavy Peat 1997. Una sorta di “scarto” dell’azienda, che la reputava troppo torbata (appunto: heavy peat) per i suoi canoni. Ecco: ad averne di scarti così. Per quanto riguarda la tipologia blended, che sono i vecchi “vatted”, parola che non si può più usare. Non sono Single Malt e dunque non provengono da una singola distilleria. Si tratta di assemblaggi di diversi whisky messi insieme per produrre un gusto particolare. Attenzione a confonderli con i “blended whisky”, che mettono nel calderone anche i dozzinali “Whisky Grain” (vietati nei “blended malt”). Il Big Peat, allo stato attuale, è senz’altro uno dei più ispirati. Fatto con un ass e mbl a g g i o di Ardbeg, Bowmore, Caol Ila e Port Ellen, è senz’altro torbato ma senza minare l’eleganza e la complessità del prodotto. Smokey Joe. Molto più torbato del Big Peat. Una sorta di parossismo di torba concentrata, quindi non adatto a tutti. E’ davvero come sorseggiare il mare affumicato..... Non resta che mettersi alla ricerca della bottiglia più adatta al nostro gusto, e..... buone bevute!!!!

A cura di

B. Lanzone

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RM

MAGAZINE

per info e pubblicità : rmmagazinemese@gmail.com 3393064971 www.rmmagazine.it

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LO SGUARDO SULLA CAPITALE


Anna Maria Ryhorczuk

- 5 cl di rye o Canadian whiskey - 2 cl di vermut rosso - 1 ciliegia al Maraschino - Angostura, versatela nel ghiaccio prima degli altri ingredienti - ghiaccio - buccia di limone (opzionale) In un mixing glass mettete del ghiaccio, aggiungete una goccia di angostura e poi versate il rye whiskey assieme al vermouth rosso. Mescolate delicatamente finché le pareti del bicchiere non sono inumidite e quasi gelide. Mettete la ciliegina al maraschino nella coppetta e versate, avendo l’accortezza di filtrare con lo strainer. La scorzetta di limone è un suggerimento, non contemplato nella ricetta originale.

Whiskey prodotto dalla Distilleria Cooley, l’unica indipendente in Irlanda, situata a nord dell’isola. E’ l’unico whiskey irlandese a utilizzare la torba nel suo processo produttivo. Il colore e’ oro pallido con riflessi verdi; il gusto morbido regala note di malto, torba e affumicato con sentori di vaniglia. Gradaz. Alc. 40%.

DRINKING

A cura di

Birra belga che ha ottenuto per ultima (nel 1999) la denominazione di “authentic trappist”, portando cosi’ a 7 le birre Trappiste ufficiali. E’ prodotta dal 1852 dai monaci Benedettini dell’abbazia di Achel. Il gusto e’ leggermente speziato con note di luppolo fresco e lievito. Schiuma non molto abbondante e mediamente persistente. Gradazione 8%.


IN CUCINA CON RM MAGAZINE A cura di Claudio

Salvatores

Involtini di radicchio e noci Ingredienti: 200 grammi di ricotta di pecora 20 gr di noci 8 foglie di radicchio rosso lungo 2 cucchiai di olio extra-vergine d’oliva Passate le foglie di radicchio nel forno preriscaldato a 190° per circa 3 minuti. In una ciotola unite la ricotta, le noci sminuzzate, 2 cucchiai di olio. Aggiustate di sale e pepe. Riempite le foglie di radicchio con il composto, arrotolate, chiudete gli involtini aiutandovi con degli stuzzicadenti. Un antipasto leggero a base di verdura. La ricotta, come tutti i latticini, è un’ottima fonte di calcio (295 mg/100gr) e tra tutti i formaggi risulta essere uno dei più magri. Anche le noci contengono una discreta quantità di calcio (83 mg/100 gr), decisamente inferiore però a quella dei latticini con un contenuto di grassi e calorie ben più elevato di quello della ricotta.

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Aprire le capesante usando un coltello per far forza fra le due valve, quindi staccarle dal guscio, eliminare la parte filamentosa e la parte scura aiutandosi con una forbice. Lavare bene sotto acqua fresca corrente, con molta attenzione perchè spesso sono presenti residui di sabbia. Lavare bene anche i gusci, se sono molto sporchi utilizzare una paglietta. Asciugarli bene e tenerli da parte. Lavare il prezzemolo, selezionarne le foglie e tritarle finemente con la mezzaluna su un tagliere assieme all'aglio spellato e privato dell'anima interna. Mettere in una padella antiaderente l'olio, cospargerlo bene e unire il trito. Portare la padella su fuoco molto dolce e attendere che il trito cominci a sfrigolare, molto lentamente. Unire i molluschi, un pizzico di sale, una macinata di pepe e cuocere scoperto, a fiamma media, per 4-5 minuti al massimo. Girare le capesante un paio di volte durante la cottura e irrorare la superficie prelevando con un cucchiaino il sughettino sul fondo. Quando sono pronte rimettere i molluschi nelle conchiglie, irrorandole con il fondo di cottura. Spruzzare con il succo di limone appena spremuto e servire decorando con fettine di limone e foglioline di prezzemolo.

Capesante alla veneziana Ingredienti: 4 capesante 4 rametti di prezzemolo 1 spicchio di aglio 2 cucchiai di olio extravergine di oliva Sale Pepe nero macinato al momento Mezzo limone


The Burger FACTORY S e si volesse gustare un autentico hamburger in stile americano o italiano è obbligatorio visitare The Factory Burger. Secondo Tripadvisor, la nota app che recensisce locali in tutta Italia, The Factory Burger è il vincitore della TOP 10 NAZIONALE con il massimo del punteggio. Alessandro, il titolare del locale, ci spiega in una frase la filosofia del locale: “qualità senza compromessi”; infatti qui vengono serviti esclusivamente hamburger di manzo danese, manzo italiano, controfiletto e black angus texano nei tagli da 150, 220 e 300 grammi. Il locale è molto accogliente e curato nei minimi dettagli, sia nell’arredamento sia nel servizio, ed è Alessandro in persona che in caso di dubbio saprà consigliare il piatto giusto accompagnato dalla birra o dal vino ideale in relazione alla scelta, in-

fatti oltre alle numerose opzioni riguardo alle pietanze è altrettanto curato l’abbinamento enogastronomico. Passando ad una panoramica dei prodotti offerti, oltre ai classici Cheeseburger e Bacon Cheeseburger, sono assolutamente da segnalare il CAPRESE (con mozzarella di bufala, pomodoro e pesto), il JUMBO (lardo di patanegra e cicoria ripassata), il CHUCK (prosciutto crudo di Parma, bufala e funghi trifolati) e il MADDOG (speck, provola affumicata e melanzane fritte). Non possiamo dimenticare le rivisitazioni italiane dell’hamburger segnalando quindi il CARBONARO (zabaione di pecorino, doppio bacon e pepe) e il MATRICIANO (doppio bacon, peperoncino, provola affumicata, zabaione di pomodoro e pecorino). Interessante è anche riportare una serie

di commenti lasciati dai clienti sulla APP Tripadvisor:

- Sono stato recentemente da The Burger Factory , ed oltre all’ambiente carino e confortevole ho provato degli hamburger veramente fantastici soprattutto il Purple, di manzo danese con cipolla rossa caramellata, doppio cheddar e guanciale. Consiglio il cheesecake ai frutti di bosco. Prezzi adeguati alla qualità offerta.... ritornerò. - Il locale è piccolo gli Hamburger Enormi!! È veramente un piacere venire in questo locale. Il servizio è molto semplice e cortese ma soprattutto i piatti sono veramente di qualità! Abbiamo mangiato i migliori anelli di cipolle fritte di sempre (cipolle vere e non quegli anelli finti e perfettamente tondi ai quali ci hanno abi-


tuato...) e due fantastici hamburger! Manzo danese al 100% e ingredienti della massima qualità fanno di questi Hamburger dei piccoli capolavori di questo genere (e dei pasti “in se”). Molto buoni pure i dolci e originale la scelta delle birre. Insomma The Burger Factory è un indirizzo da tenere a mente per gli amanti del genere anche perché a fronte di una qualità veramente alta i prezzi sono onestissimi!!!

rei fare i complimenti al proprietario per aver gestito egregiamente una situazione di notevole sovrannumero di una prenotazione (da 8 a 13!!) con il locale pieno, facendo i salti mortali per accontentarci! Cosa aggiungere? Non rimane che andare a The Burger Factory e gustarsi la cena......

- Serata veramente piacevole! Io e il mio ragazzo siamo stati a cena di mercoledì e siamo rimasti veramente sorpresi. Ambiente molto accogliente e riservato, ideale per una serata di coppia ma anche da passare in tranquillità con gli amici. Il cibo era veramente sublime: panini dagli ingredienti ricercati e di altissima qualità, come le patatine fritte ed i dolci fatti in casa! Il proprietario poi veramente gentile e disponibile. Lo consiglio vivamente, ne vale davvero la pena!! - Siamo stati a cena in mezzo alla settimana, accoglienza ottima, i Nuggets di pollo sono divini (ne avrei mangiati all’infinito), i panini sono belli carichi, ma al tempo stesso leggeri, digeribili e c’è davvero una buona scelta! Molto buone anche le patate fritte fresche, consigliato! - Veramente un posto in cui sentirsi a casa! Lo consiglio a tutti e la qualità è ottima! Il prezzo vale la qualità, personale gentile e molto disponibile. - Oltre all’eccezionale qualità dei prodotti e degli hamburger (l’ultima aggiunta al menù, il purple burger, è fenomenale) vor-

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Ditelo con i fiori recita un vecchio motto, a significare che quando le parole non bastano ad esprimere un sentimento ci vengono in aiuto steli, foglie e corolle che, è ovvio, possiedono intrinsecamente la qualità di sciogliere anche gli animi più freddi e distaccati. Mettete fiori nei vostri cannoni era negli anni settanta lo slogan del movimento pacifista “hippie” i cui adepti erano anche chiamati figli dei fiori. Chi non ha sfogliato i petali di una margherita in cerca del responso sull’affidabilità del proprio partner pronunciando la celebre frase M’ama non m’ama? I fiori sono dunque da sempre un complemento non inutile del vivere quotidiano e il modo di confezionarli e disporli è materia di insegnamento. In Giappone è un’arte antica che ha radici lontane e che è conosciuta con il nome di Ikebana, la cui traduzione letterale è “fiori viventi”. L’origine risale al VI sec. D.C. ed è inizialmente legata alla diffusione attraverso la Cina e la Corea del Buddismo che aveva tra le sue pratiche l’offerta di fiori alla divinità, riservata però esclusivamente a monaci, nobili e in un secondo momento ai samurai per i quali aveva il significato più meditativo che religioso. Il primo stile conosciuto è denominato RIKKA e si deve al monaco buddista Ono No Imoko e prevedeva delle composizioni piuttosto grandi ed elaborate, si passa poi a quello più minimalista detto Nageire del celebre maestro della cerimonia del tè Senko Rykiu e a quello detto SEIKA più facile da realizzare. Questo fa sì che con il passare degli anni l’arte dei fiori viventi si diffonda presso tutti gli strati della popolazione per trasformarsi in una materia fondamentale dell’educazione femmini-

le, requisito imprescindibile per mogli e madri, con loro si afferma lo stile Moribana caratterizzato da vasi bassi e poco profondi con fiori dai colori sgargianti. L’Ikebana si permea poi dei principi della filosofia Zen e diventa il mezzo attraverso il quale raggiungere la pace interiore e l’illuminazione. Esistono delle precise regole da seguire se ci si vuole avvicinare alla “via dei Fiori”. Per le composizioni non si utilizzano solamente i fiori, ma anche rami, piccoli sassi, foglie; i principi che regolano tutto sono: l’asimmetria che deve trasmettere la sensazione di movimento e dinamicità (contrariamente a quello che accade in occidente dove invece si preferisce regolarità e proporzione) , l’armonia degli elementi, tra di loro e con l’ambiente esterno e le stagioni, il ritmo e la semplicità, infatti ai nostri occhi queste composizioni potrebbero apparire scarne e “vuote”. L’impostazione della composizione floreale deve rispettare il simbolismo legato al numero tre . il ramo più lungo verticale rappresenta il cielo (Shin), quello mediano l’uomo (Soe) e quello orizzontale la terra (Hikae). La ricerca e il reperimento dei materiali ( rami, foglie, muschi, funghi, radici, spighe di grano e naturalmente fiori) è parte integrante del processo di realizzazione delle composizioni che sono fatte per durare un certo numero di giorni, ma ricordano nello stesso tempo la provvisorietà di tutte le cose, un concetto che non ha nulla di negativo anzi ci invita a riflettere e ci spinge a gioire del momento presente attraverso la contemplazione della bellezza della natura.

A cura di: AdF

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MA

P U E K

A cura di

Anna Maria Ryhorczuk

Naso troppo grande? i consigli per nasconderlo con il make-up Il make-up è il migliore strumento a tua disposizione per eliminare o minimizzare i piccoli difetti del viso. Se hai un naso troppo importante, ad esempio, puoi usare il trucco per farlo sembrare più piccolo. Il make-up può aiutarti a creare dei veri e propri “effetti ottici”, in grado di camuffare anche un naso molto appariscente, grosso e aquilino. Un maquillage ad hoc è il migliore amico delle donne. Il tuo naso arcuato e molto grande ha fatto sì che lo specchio sia diventato per te un nemico? Non ne puoi più delle battute taglienti di amici e parenti su quanto il tuo naso sia enorme? Hai un complesso sul tuo naso pronunciato e vuoi cercare di minimizzare il problema? Ecco come realizzare un trucco per far sembrare il tuo naso più piccolo e sottile. La prima cosa da fare per “snellire” il naso è creare un effetto ottico schiarendone molto i lati. Per farlo, ti basta un po' di cipria applicata nei punti giusti, che stenderai solo dopo una passata di terra color nocciola. La terra ti servirà per dare un'ombreggiatura scura, che creerai con il pennello e che poi verrà velata dalla cipria. Prendi la terra e crea delle linee, passando il pennello come se stessi disegnando una riga dritta dal naso fino alle guance. Fai la stessa cosa dalla punta del naso fino all'attaccatura delle sopracciglia, da entrambi i lati. Ora non ti resta che sfumare bene la terra ed applicare la cipria su tutto il viso, con particolare attenzione alle zone ai lati del naso. Così sei già a metà dell'opera, perché i lati del naso avranno un colore omogeneo con le guance (più pronunciate):

ciò donerà luminosità al tuo viso, snellendone la parte centrale, dove si trova il naso. Per completare il make-up per ridurre le dimensioni del naso, dovrai stendere un ombretto (il colore è a tua scelta, ma è meglio se scuro) sull'angolo interno dell'occhio, proprio accanto all'attaccatura del naso. In questo modo, l'attenzione sarà concentrata sugli occhi e il naso sembrerà meno importante. Puoi usare questo make-up tutti i giorni prima di uscire di casa: è pratico e veloce. Vedrai che man mano ci prenderai la mano ed il risultato sarà impeccabile. Ricordati solo di portare con te in borsa una piccola trousse per eventuali ritocchi last minute.

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A cura di

P

Anna Maria Ryhorczuk

Le 3 applicazioni del mese YAZIO

Eh sì, dopo grandi scorpacciate è arrivato il momento di tenere sottocchio le calorie. Grazie a quest'app, potrete monitorare l'attività fisica, contare le calorie e gestire il vostro calendario alimentare giorno per giorno. Passando poi alla versione Pro potrete usufruire di più di 100 diverse ricette salutari, liberarvi della pubblicità e sfruttare altre interessanti feature.

Rabbids Crazy Rush Rabbids Crazy Rush è un nuovo divertentissimo gioco android stile runner-game, dove lo scopo è quello di guidare il coniglio protagonista, attraverso semplici slide a schermo, che gli consentiranno di oltrepassare ostacoli e raccogliere le varie lattine sparse per il percorso. Le lattine da raccogliere serviranno per riempire di gas una mongolfiera diretta sulla luna. È un’idea fuori di testa, ma potrebbe anche funzionare, almeno per i protagonisti del gioco! Lungo il gioco dovremo scoprire centinaia di missioni casuali e divertenti, come far spiaccicare i Rabbids contro i muri o farli esplodere in cielo, sbloccare o potenziare i folli veicoli improvvisati, personalizzare i personaggi, ecc.

Tap Too Much Tap Too Much è una nuova app android che può aiutarvi a capire quanto usate il vostro telefono, e quindi se avete una dipendenza da smartphone, cosi da capire se è il caso di darvi una regolata. Infatti Tap Too Much non fa altro che registrare i tocchi sul display in un’intera giornata e mostrarveli sotto forma di cifre e istogrammi. Non include funzioni e opzioni speciali, crea solo dei report giornalieri.

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Il tuo ufficio nel centro di Roma Il fenomeno dei Business center è in continua crescita. Nato negli anni 70 negli Stati Uniti e poi diffusosi in Inghilterra, negli ultimi anni ha finalmente preso piede anche in Europa e in Italia. Il Day office nasce dal cambiamento della società nei confronti del modo di fare business dove le parole chiave sono sempre più gestione dei costi e flessibilità. Per capire meglio come funziona abbiamo fatto due chiac-

chiere con i proprietari dello Share! Business Center il Day office situato a Piazza Mazzini nel cuore della capitale. RM Magazine: Ciao! Allora spiegate esattamente ai nostri lettori che cos’ è un Business Center! ShareBC: Un business center è , in poche parole, un ufficio di dimensioni variabili dove sono presenti diverse

stanze completamente arredate e attrezzate. Le stanze possono essere utilizzate da società e liberi professionisti per un tempo variabile da mesi a poche ore senza nessun costo di alcun tipo a parte il tempo di utilizzo. RM Magazine: Quali sono i vantaggi di questo tipo di struttura? ShareBC: I vantaggi sono molteplici . Prima di tutto bisogna dire che la società o la persona che utilizza la stanza paga solo il tempo di utilizzo e che non ha vincoli contrattuali e quindi spese accessorie da pagare. Le stanze sono già comodamente arredate e non esistono caparre o costi aggiuntivi per telefonate, pulizie e linea internet. Facciamo un esempio: Sono un avvocato che due volte alla settimana devo incontrare dei clienti in una zona di Roma lontana dal mio studio. Il costo di un affitto di un ufficio per un tempo cosi limitato sarebbe molto oneroso. E allo stesso tempo non posso utilizzare il tavolino di un bar per incontrare i miei clienti. Benissimo. Il business center serve a questo. Posso affittare una stanza elegante con servizio di reception e tutte le comodità spendendo pochi euro al mese, solo per il tempo necessario. Comodo no? RM Magazine: Comodo anche per le giovani società che non vogliono affrontare costi inziali troppo alti! ShareBc: Esatto! Spesso dei giovani che hanno voglia di aprire una società devono affrontare costi inziali altissimi, soprattutto in una città come Roma, per quanto riguarda gli affitti. Caparre, contratti con compagnie telefoniche,


arredamento. Da noi possono trovare tutto questo già pronto! Senza vincoli di alcun tipo. E se pensano di usare l’ufficio solo per poche ore la settimana ancora meglio! Stabiliscono da noi la sede legale e pagano solo le ore che usano! RM Magazine: Quindi fornite anche altri servizi come la domiciliazione legale e postale oltre all’affitto degli uffici. Share Bc: Certo! La nostra società fornisce una linea completa di servizi a tutte le imprese e i liberi professionisti. Oltre al day office disponiamo di sale riunioni da 4 a 10 persone e sale meeting fino a 200 persone. Ma per i clienti più esigenti forniamo anche servizi ad hoc come studio di contratti e business plan oltre ad avere disponibile avvocato e commercialista in sede. Rm Magazine: Proprio per questa vostra efficienza e professionalità anche la nostra rivista ha deciso di stabilire la sede della sua redazione da voi! ShareBc: Grazie a voi per la fiducia e …successo!

Share! Business Center è la soluzione ideale per chi cerca la comodità di un ufficio nel centro di Roma e servizi completi a costi contenuti. Il nostro centro uffici è situato in via Giunio Bazzoni 15 a pochi metri da piazza Mazzini e vicinissimo alle fermate della metropolitana di Ottaviano e Lepanto . Per i professionisti, per le piccole e grandi aziende. Location di prestigio, uffici completamente arredati e tutto quello di cui si ha bisogno per ricevere i propri clienti in un ambiente elegante e con tutti comfort. In più un risparmio notevole sui costi di gestione. Puoi affittare il tuo ufficio per un ora, mezza giornata, settimane e mesi. Disponiamo inoltre di sale convegni e sale training che possono ospitare comodamente da 20 a 200 persone. Ma Share! Business center è molto di più. Oltre alla disponibilità di uffici arredati con connessione internet e chiamate illimitate nazionali verso tutti offriamo anche una vasta serie di servizi integrativi per semplificare e sostenere le attività di professionisti e imprese: business plan completi, studio di contratti, servizio di domiciliazione legale e postale e molto altro. Be cool! Share!

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Colonnato di Piazza S.Pietro

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l colonnato di Piazza San Pietro è uno dei simboli, insieme alla stessa Basilica, non solo della città di Roma ma dell’intera cristianità. E’ noto il suo intento simbolico: rappresentare l’ “abbraccio” della Chiesa Cattolica ai suoi fedeli, presenti nella piazza durante le cerimonie, fin dalla sua costruzione. Come tutti sanno, il creatore del famoso colonnato è Gian Lorenzo Bernini. L’artista lavorò a lungo al progetto e studiò varie soluzioni prima di arrivare a quella che ammiriamo oggi. I lavori di realizzazione del colonnato durarono undici anni, un tempo relativamente breve se si considera la grandiosità della costruzione. Iniziarono infatti nel 1656, su ordine del Papa in carica all’epoca Alessandro VII, e si protrassero fino al 1667. Il colonnato è composto da quattro file di colonne ed è stato concepito in modo che, osservandolo dai fuochi dell’ellisse, segnalati da due pietre poste sul pavimento della pizza, l’illusione ottica mostri un'unica fila. Alla loro sommità sono poste ben 162 statue di Santi fra i più importanti della storia della Chiesa. All’epoca in cui la Basilica e il Colonnato furono realizzati, non esisteva ancora Via della Conciliazione, realizzata solo a partire dal 1936, ma tale zona era occupata da un fitto dedalo di vie in mezzo a piccole costruzioni conosciute come Spina del Borgo. Non è difficile immaginare quindi l’incredibile impatto visivo nel ritrovarsi davanti uno spettacolo così maestoso dopo aver percorso un cammino angusto fra le case circostanti. La pizza metaforicamente abbracciata dal colonnato è oggi vero e proprio centro della cultura religiosa Cristiana e punto di contatto fra i suoi seguaci e il Pontefice. Folle di fedeli vi si radunano per le cerimonie più importanti della tradizione cattolica. Vale la pena citare un altro elemento interessante presente al centro della Piazza, un obelisco egiziano portato in Italia da Caligola nel 40 d.C. Per volere di Papa Sisto V fu innalzato nell’estate del 1586 e fu dato ordine di effettuare il procedimento in totale silenzio. Così fu, finché durante l’operazione, un marinaio genovese tale Benedetto Brasca, accortosi che le la struttura stava cedendo gridò “Acqua alle funi!” al fine di evitare la rottura delle corde che stavano cedendo sotto il peso dell’obelisco. Nonostante fosse venuto meno all’odine papale non fu comunque punito visto che il suo tempestivo intervento (e infrangimento delle regole!) si rivelò fondamentale per scongiurare il crollo della struttura! A cura di Rolando

Frascaro Foto: Massimiliano Correa


Palazzo dei Congressi

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l Palazzo dei Congressi di Roma, situato nel quartiere EUR di Roma ha una storia che si lega a doppio nodo con quella del zona della città che lo ospita. Nel 1942 infatti la Capitale avrebbe dovuto ospitare l’Esposizione Universale Romana, dal cui acronimo il quartiere prende il nome. Per questo motivo vengono emessi vari bandi di concorso per la realizzazione di varie opere volte alla costruzione di strutture utili all’ evento e alla sviluppo del quartiere. Il progetto per il centro congressuale viene vinto dall’architetto Adalberto Libera, autore a Roma anche del famoso Palazzo delle Poste di Via Marmorata fra l’Aventino e il quartiere di Testaccio e uno dei massimi interpreti del razionalismo. I lavori iniziano nel 1938, tempo più che sufficiente per il completamento prima dell’Esposizione. Purtroppo però l’Italia e il mondo intero in poco tempo vengono coinvolti nella seconda guerra mondiali e sia i progetti edilizi sia l’idea della manifestazione da realizzarsi a Roma vengono abbandonati. A guerra terminata però fortunatamente i lavori ricominciano e finalmente nel 1954 il Palazzo dei Congressi è pronto secondo il suo disegno originale. Già un anno dopo conosce un importante assegnazione logistica. Durante la sessione del Comitato Olimpico Internazionale, Roma viene infatti scelta come città per ospitare le Olimpiadi del 1960 e il Palazzo viene inserito come sede per vedervi realizzate le gare di scherma, dovuto ai suoi grandi spazi interni. Quell’edizione vide anche un certo successo della squadra italiana che trionfò nella modalità della spada. Tutt’ oggi il Palazzo dei Congressi è utilizzato per innumerevoli attività : mostre, convegni e manifestazioni di ogni tipo. In particolare vale la pena ricordare che tutti gli anni vi si svolge un interessantissima iniziativa ormai diventata punto di riferimento nel panorama culturale italiano: la fiera della piccola e media editoria, dove case editrici emergenti e nuovi scrittori hanno modo di presentare i propri lavori. Uno spazio sicuramente da riscoprire come tutto il quartiere EUR, una zona di Roma che guardava al futuro e alla modernità in tempi non felici per la nostra storia. A cura di Rolando

Frascaro Foto: Massimiliano Correa


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Testi: Andrea Giovalè Disegni: Andrea Canolintas

Andrea Canolintas , nato a Roma nel ‘94, cresce con la consapevolezza di non saper fare nulla, o quasi, vista la sua passione per il disegno, che lo accompagna prima al Liceo Artistico e poi all’Accademia di Belle arti di Roma e alla Scuola Romana dei Fumetti, dove inizia a pubblicare strisce satiriche per il settimanale Golem. Adesso sta pubblicando la tavola che vedete qui, domani chissà

CAMBI DI PROSPETTIVA

Andrea Giovalè, laureato in Scienze Politiche, è appassionato di narrazione fin da piccolo, quando è stato morso da un fumetto radioattivo. Frequenta il Master di sceneggiatura alla Scuola Romana dei Fumetti, scrive graphic novel, cortometraggi e spettacoli teatrali.


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Numero 10t  
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