Brain. Vite Violente - 01/2023

Page 1

Un omicidio al giorno e boom di reati minorili in Italia Anno IV | N. 1 | Gennaio 2023 Cosa accade (alla mente) quando si perde il lavoro Suicidi: in un anno quasi 600 casi e altrettanti tentativi Terapie per curare la depressione in gravidanza Con i contributi di Alberto Carrara, Andrea Fagiolini, Icaro Tuttle, Luca Pesenti, Armando Piccinni, Pietro Pietrini, Fiorenza Sarzanini
VITE VIOLENTE

La nostra società sempre più violenta e aggressiva Ma quanto c’entra il Covid?

La violenza ancora una volta mostra il lato peggiore dell’animo umano. Una guerra, estremamente pericolosa per le possibili implicazioni e sviluppi, si sta combattendo alle nostre porte. Ancora una volta sembra che la stupidità umana abbia preso il sopravvento sull’equilibrio ed il buon senso.

La gente comune si chiede perché accade tutto questo. In altre parole: cosa spinge certi uomini alla realizzazione di questi progetti?

All’inizio del XXI secolo ci stiamo trovando ad affrontare sfide che potrebbero sembrare eccezionali ed uniche, sfide che non sono esclusive né del nostro tempo né della nostra generazione e nemmeno della nostra specie.

Il terrorismo, il fanatismo religioso, le mire espansionistiche, la volontà di sopraffare, sono una prerogativa antica e purtroppo diffusa.

Gli esseri umani sono stati una specie violenta da sempre, i fossili lasciati dal Neanderthal, da cui noi siamo probabilmente discendenti, ne sono una delle dimostrazioni. E se non discendiamo dal Neanderthal la causa più verosimile è stata lo sterminio che l’Homo sapiens, il nostro sicuro progenitore, operò attraverso uno dei

primi genocidi della storia determinando appunto l’estinzione dei Neanderthal.

L’aggressività e la violenza compaiono precocemente nella vita ed esistono componenti neurali e ormonali dirette che indirizzano le manifestazioni comportamentali. I crimini d’altronde sono documentati in quasi tutte le società, da quelle moderne a quelle primitive. Ciononostante, è fuorviante affermare che abbiamo “geni responsabili dell’aggressività” - che peraltro ancora stati completamente identificati - dal momento che qualsiasi predisposizione genetica interagisce in modo complesso con infinite influenze ambientali.

Ecco perché diventa interessante comprendere come l’epoca della pandemia possa influenzare i nostri comportamenti violenti.

Le conseguenze sulla salute in generale, sull’economia, sulla società, sulle relazioni tra i popoli, sono state di una portata epocale. La nostra lotta portata avanti in più direzioni si svolge attualmente su due grandi fronti. Da una parte il rischio di una riaccensione dello stato pandemico con il ritorno a situazioni di blocco e chiusura; e dall’altra la valutazione delle conseguenze a lungo termine dell’infezione sia sull’organismo umano che sulla società. Esiste

Brain Gen 2023 3
EDITORIALE
di Armando Piccinni

una fioritura di studi che sta valutando le conseguenze dell’infezione da COVID-19 sul cervello e di riflesso sul comportamento.

Una delle dimensioni che ha destato maggiori preoccupazioni è quella proprio del diffuso incremento dell’aggressività.

La violenza nell’epoca del COVID, al di là delle forme e dei luoghi a cui siamo abituati, ha assunto nuovi volti: violenza nelle famiglie sulle donne e sui minori, violenza tra i giovani come nel caso delle baby gang, violenza nelle scuole, sui mezzi di trasporto come treni ed autobus, sui sanitari dei pronto soccorso degli ospedali, nei posti di lavoro, nelle manifestazioni di protesta. Esiste una forma strisciante di intolleranza e di aggressività, una forma di rabbia immotivata che si è estesa alla vita di tutti i giorni.

Esiste, dunque, una relazione tra questo incremento e l’epoca del COVID?

Un recente lavoro di revisione su 29 studi condotti in 63 Paesi e cinque lingue ha messo in evidenza che la patologia psichiatrica ha subito un incremento nel numero e nelle forme cliniche.

Si riscontra in tutto il mondo un’evidente difficoltà delle strutture di psichiatria a sostenere l’incremento del numero di utenti che riportano conseguenze comportamentali del COVID, in particolare di natura violenta. Si è cercato di capire quali siano gli elementi alla base di questa tendenza per tentare di prevenirne l’insorgenza.

La ricerca scientifica ha rivelato che l’empatia affettiva dei genitori, il benessere psicologico, le attività all’aperto con i bambini e la riduzione dei litigi tra i partner sono forti predittori di un basso rischio di maltrattamento infantile.

I comportamenti violenti nascerebbero invece da altri e diversi fattori che contribuiscono al loro manifestarsi. Scontri fisici e verbali tra i partner ad esempio determinano un aumento significativo della frequenza delle punizioni fisiche nei confronti dei bambini. E ancora le difficoltà economiche, l’incertezza per il futuro, la

paura di essere contagiati, il lavoro da casa, la didattica a distanza, il minor supporto da parte di altri caregiver, l’isolamento sociale sono importanti fattori di rischio per il manifestarsi di comportamernti violenti.

Questi, uniti ad un’atmosfera di tensione e preoccupazione e quindi ad un livello di stress cronico, sarebbero alla base del manifestarsi di disturbi della salute mentale. Sia per chi, pur predisposto, non ne era mai stato affetto in precedenza, sia per chi ha riportato l’aggravamento di vecchi disturbi o la ricaduta in nuovi episodi.

La pandemia di COVID-19 si è spesso associata inoltre a disturbi come la depressione e l’ansia. Parliamo di due patologie che nei genitori sono state associate a un aumento del rischio di maltrattamento e abbandono dei bambini.

Ma c’è di più. Spesso la pandemia ha creato anche ostacoli affinché venissero identificati e denunciati casi di violenza familiare: le difficoltà psicologiche, l’isolamento, le direttive di star chiusi in casa e la indisponibilità di scuole e servizi hanno indirettamente ridotto la possibilità di capire e rintracciare casi di maltrattamenti.

Il quadro descritto nell’ambito della famiglia e delle case è pressoché sovrapponibile al quadro più ampio che riscontriamo nell’ambito delle relazioni umane e della convivenza sociale.

In generale, abbiamo la rappresentazione di un’umanità che sopporta condizioni di stress che dopo tre anni sono divenute croniche. Purtroppo quando i livelli di allarme crescono, nell’uomo cresce proporzionalmente la paura. E i figli della paura sono la fuga e, nei casi più estremi, il comportamento aggressivo e violento. Purtroppo si tratta di un circolo vizioso dove la paura stessa dunque genera la violenza. E la violenza non fa altro che aumentare la paura. E quando questa si fa strada migliaia di anni di civiltà, di istruzione, di convivenza sociale, di norme, leggi, regole e precetti servono a poco. Appaiono cosi ancora attuali i versi di Salvatore Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”.

4 Brain Gen 2023
EDITORIALE

EDITORIALE

La nostra società sempre più violenta e aggressiva. Ma quanto c’entra il Covid? di Armando Piccinni

PRIMO PIANO L’epoca della violenza: in Italia un omicidio al giorno di Carmine Gazzanni Microviolenza e autolesionismo. I tratti di una società nichilista di Martina Gaudino

Il lavoro, fonte di benessere mentale e sociale di Valentina Formica

Brain

Anno IV | N. 1 | Gennaio 2023 Testata registrata al n. 6/2019 del Tribunale di Lucca Diffusione: www.fondazionebrf.org

Direttore responsabile: Armando Piccinni

Organo della Fondazione BRF Onlus via Berlinghieri, 15 55100 - Lucca

Brain Gen 2023 5
Un omicidio al giorno e boom di reati minorili in Italia Anno IV | N. 1 | Gennaio 2023 Cosa accade (alla mente) quando si perde il lavoro Suicidi: in un anno quasi 600 casi e altrettanti tentativi Terapie per curare la depressione in gravidanza Con contributi di Alberto Carrara, Andrea Fagiolini, Icaro Tuttle, Luca Pesenti, Armando Piccinni, Pietro Pietrini, Fiorenza Sarzanini
VITE VIOLENTE
3 8 12 16
SOMMARIO

23

FOCUS SUICIDI

Nel 2022 595 suicidi e 598 tentati di Chiara Andreotti

Quattro geni responsabili delle azioni suicidarie di Alessandro Righi

#PARLIAMONE

«Parlare della propria salute mentale è il primo passo per fare pace con le nostre ombre» di Chiara Andreotti

CONTRIBUTO

Curare la depressione durante la gravidanza di Cuomo, Barillà, Paoletti, Fagiolini

Nascita della Neuroetica (ottava parte) di Alberto Carrara

NEUROSCIENZE

Ecco come si attivano i neuroni della ricompensa di Alessia Vignoli

Ecco perché dobbiamo parlare di “neuro-Covid” di Chiara Andreotti

Individuato l’interruttore genetico delle abbuffate di Francesco Carta

Il nostro comportamento politico nasce dal disgusto di Valerio Rossi

Raggi x per studiare le malattie neurodegenerative di Alberto Volpi

FILM

Guillermo Del Toro rivisita la favola di Pinocchio di Chiara Andreotti

INTERVISTA Sarzanini: «racconto i disturbi alimentari perché so cosa significa ammalarsi» di Flavia Piccinni

LIBRI

Le abitudini ci condizionano Ma possiamo cambiarle di Flavia Piccinni

PODCAST Ogni crac finanziario è una piccola morte di Flavia Piccinni

TITOLI DI CODA Il sonno della ragione di Pietro Pietrini

6 Brain Gen 2023
34 37
16
24
39 40
20 28 32 38
49 50 48 44
42 44
VUOI RICEVERE "PROFESSIONE SANITÀ" OGNI MESE DIRETTAMENTE NELLA TUA MAIL? SCARICA SUBITO LA RIVISTA CON IL CODICE QR O VAI SUL SITO WWW.FONDAZIONEBRF.ORG VUOI RICEVERE “BRAIN” OGNI MESE DIRETTAMENTE NELLA TUA MAIL? SCARICA SUBITO LA RIVISTA CON IL CODICE QR O VAI SUL SITO WWW.FONDAZIONEBRF.ORG

L’EPOCA DELLA VIOLENZA IN ITALIA UN OMICIDIO AL GIORNO

Boom di reati compiuti dai minori dopo la pandemia di Carmine Gazzanni

8 Brain Gen 2023

Non c’è dubbio: quella che viviamo è l’epoca della violenza. Verbale, fisica, sociale, culturale. Spesso neanche ci facciamo caso, eppure noi per primi spesso siamo protagonisti e attori di una quota personale di violenza verbale che riversiamo su chi ci è vicino. Basta guardarci attorno per renderci conto che alle volte basta una sciocchezza per far “scattare” amici, familiari, conoscenti. E spesso questo “scatto” si traduce in forme di violenza più gravi, criminali e letali. I quotidiani ogni giorno sono pieni di casi di cronaca nera. E d’altronde sono i dati a dirlo chiaramente. A fine anno la Polizia di Stato ha illustrato gli ultimi dati aggiornati riferiti agli omicidi volontari. «L’esame degli elementi informativi acquisiti che permette di ricostruire la dinamica dell’evento, l’ambito in cui si è svolto il delitto e le eventuali relazioni di parentela o sentimentali che legavano i soggetti coinvolti - si legge nel report - consente l’elaborazione del seguente monitoraggio».

OMICIDI E VIOLENZE DI GENERE

Un monitoraggio da cui emerge, ad esempio che nel periodo primo gennaio - 18 dicembre 2022 sono stati registrati 300 omicidi, con 119 vittime donne, di cui 97 uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 57 hanno trovato la morte per mano del partner/ ex partner. Parliamo, dunque, di quasi un omicidio volontario commesso ogni giorno che passa. E non a caso si nota, recita il report, «un aumento nell’andamento generale degli eventi, che da 287 passano a 300 (+5%), così come nel numero delle vittime di genere femminile, che da 114 diventano 119 (+4%)»

Una diminuzione si rileva, invece, per i delitti commessi in ambito familiare/affettivo, che da 141 scendono a

9 Brain Gen 2023
PRIMO PIANO

A fine anno la Polizia di Stato ha illustrato gli ultimi dati aggiornati riferiti agli omicidi volontari. «L’esame degli elementi informativi acquisiti che permette di ricostruire la dinamica dell’evento, l’ambito in cui si è svolto il delitto e le eventuali relazioni di parentela o sentimentali che legavano i soggetti coinvolti - si legge nel report - consente l’elaborazione del seguente monitoraggio».

133 (-6%), flessione che, in tale ambito, attiene anche al numero delle vittime di genere femminile, che passano da 98 a 97 (-1%). Rispetto allo stesso periodo del 2021 risulta in flessione sia il numero di omicidi commessi dal partner o ex partner, che da 72 scendono a 62 (-14%), sia le relative vittime donne, che passano da 65 a 57 (-12%).

Non solo. Anche se ci volessimo fermare all’ultima settimana monitorata dalla Polizia, i dati sono drammatici: nel periodo 12 – 18 dicembre 2022 risultano 7 omicidi, con 4 vittime di genere femminile, tutte uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 3 hanno trovato la morte per mano del partner.

I MINORENNI

In questo quadro non c’è però soltanto la violenza di genere. Il fatto che la violenza sia un fenomeno generalizzato è dimostrato anche da quanto accade nelle fasce più giovani della popolazione. Sono in crescita, infatti, secondo gli ultimi dati, anche le denunce a carico dei minorenni. Un allarme reale: le percentuali dei primi nove mesi del 2022 sono di +24% di reati contro il patrimonio (furto, rapina, estorsione, truffa, etc.) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, +21% di violenze sessuali. Nella distribuzione regionale dei minorenni presunti autori di reato il maggior numero di segnalazioni si registra in Lombardia (quasi il 19%), seguita da Emilia-Romagna (12%), Veneto, Piemonte e Toscana (8%), Sicilia (7%), Lazio (6%) e Campania (5% circa). Al di là dei dati, il segno e il carattere di differenza ed evoluzione nell’ultimo decennio, rispetto ai reati commessi dagli adolescenti sia da soli, sia in gruppo, è ora il carattere di crescente efferatezza, violenza gratuita e apparente insensatezza di alcune condotte. Anche in questo sono i casi di cronaca a parlare per tutti.

I MOVENTI

Sul mondo oscuro delle violenze si è concentrata anche l’Istat che pochi mesi fa ha realizzato un report relativo al 2021 soffermandosi anche sul tema dei moventi. E anche questo è decisamente interessante per il tema che questo numero di Brain vuole affrontare: nella maggior parte dei casi i motivi dell’efferatezza sono futili, a riprova che parliamo di un fenomeno vero e proprio e non si semplici casi sporadici. È l’Istat stesso a sottolineare ad esempio che i moventi rimangono indeterminati per il 16,8% delle vittime maschili e solo per il 3,4% di quelle femminili. Tra i moventi degli omicidi, il primo posto è occupato, come detto, da «lite, futili motivi, rancori personali» (45,9%),valore rilevante per le vittime di entrambi i sessi (47,3% per gli uomini e 43,7% per le donne). Al secondo posto figurano i «motivi passionali» (11,6% degli omicidi), con una netta distinzione per sesso (20,2% per le donne e solo 6,0% per gli uomini). Seguono i «motivi economici», inclusi gli omicidi a scopo di rapina (6,9% del totale) con un’incidenza maggiore tra le vittime maschili rispetto a quelle femminili (9,2% e 3,4%). Il restante 24,1% (29,4% donne e 20,7% uomini) è imputabile ad altri motivi.

Considerando le sole vittime straniere (58 nel 2021), la motivazione «lite, futili motivi, rancori personali» è più frequente rispetto all’intera popolazione (63,8%), seguita da quella passionale (13,8%), mentre i motivi economici rappresentano solo il 3,4% del totale degli omicidi di stranieri.

Il mezzo più utilizzato per l’omicidio è l’arma da taglio (che inevitabilmente è presente nelle case e quindi a portata di chiunque) con cui sono stati compiuti 119 dei 303 omicidi del 2021 (39,3% del totale), utilizzata in proporzione maggiore contro le donne (43,7% rispetto a 36,4% delle

10 Brain Gen 2023
PRIMO PIANO

vittime uomini). Diffuso è anche l’utilizzo delle armi da fuoco (30,0% dei casi) che invece caratterizza gli omicidi di uomini (35,9% contro 21,0%). Dei 38 omicidi, tutti di uomini, per i quali non è stato individuato un responsabile, oltre i tre quarti (76,3%) sono stati commessi con un’arma da fuoco. L’11,2% degli omicidi è invece stato effettuato con armi improprie o corpi contundenti, mentre il 4,3% è dovuto a lesioni o percosse. In questi due casi non si osservano particolari differenze di genere. Circa il 20% degli omicidi di donne è stato compiuto con altre modalità, come ad esempio l’asfissia, lo strangolamento, il soffocamento (12,0% per gli uomini).

IL CONFRONTO IN EUROPA

Non è finita qui. È possibile infatti guardare il fenomeno anche coinvolgendo l’intera Europa. Ed ecco allora che l’Italia - incredibilmente - non è certamente il Paese messo peggio. All’interno dell’Unione europea, quindi in un contesto di maggiore comparabilità, le Repubbliche baltiche (Lettonia, Lituania ed Estonia) presentano i più elevati tassi di omicidi nel 2020,

tra 4,88 e 2,78 omicidi per 100mila abitanti (valore medio Ue 0,89) mentre in Italia il valore è pari a 0,48 omicidi, più alto soltanto rispetto a quello del Lussemburgo (0,32 omicidi per 100mila abitanti).

Anche per gli omicidi di donne i valori italiani sono più bassi e pari a 0,38 omicidi per 100mila donne (0,66 la media europea). Rispetto a quelli degli uomini i tassi di omicidi di donne sono più elevati in Austria, Repubblica Ceca e Slovenia mentre in Germania, Ungheria, Slovacchia e Croazia sono pressoché uguali.

Guardando invece al nostro territorio e alla divisione regionale, l’incidenza degli omicidi volontari consumati nel 2021 è più alta nel Mezzogiorno e sotto la media nazionale sia nel Nord che nel Centro. Tra le regioni, la Valle d’Aosta ha il tasso più alto (1,62 omicidi per 100mila abitanti; due vittime), seguita dalla Sardegna, con poco più di un omicidio per 100mila abitanti. I valori più contenuti si registrano nella Provincia autonoma di Trento e in Basilicata (0,18 in entrambi i casi), e nel Friuli Venezia Giulia (0,17 omicidi per 100mila residenti).

Il fatto che la violenza sia un fenomeno generalizzato è dimostrato anche da quanto accade nelle fasce più giovani della popolazione. Sono in crescita, infatti, secondo gli ultimi dati, anche le denunce a carico dei minorenni.

11 Brain Gen 2023
PRIMO PIANO

MICROVIOLENZA

E AUTOLESIONISMO. I TRATTI DI UNA SOCIETÀ NICHILISTA

I più recenti fatti di cronaca ci lasciano pensare a un aumento della violenza nelle nostre città, ma forse non è questa l’epoca della violenza. Il professor Pesenti ci spiega perché

di Martina Gaudino

Omicidi, maltrattamenti, baby gang in azione, studenti aggressivi con i professori tra i banchi di scuola ma anche genitori che attaccano presidi e molto altro ancora. Sono queste le notizie che spesso leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani e che disegnano un quadro estremamente violento della società in cui viviamo aprendo grandi interrogativi: cosa stiamo sbagliando? Perché non impariamo dagli errori del passato? Cosa c’è che non va nelle giovani generazioni? Domande, queste, a cui sembra difficile rispondere soprattutto se, in un’ottica più grande, si pensa allo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina che ormai da quasi un anno infiamma la politica internazionale.

Eppure, nonostante la cronaca imponga un’immagine di un’epoca

ricca di violenza, non possiamo dire di star vivendo gli anni più drammatici, almeno non da tutti i punti di vista. Ne ha parlato a “Brain” il professore Luca Pesenti, associato di Sociologia presso l’Università Cattolica. «In maniera assoluta direi proprio di no, non viviamo in una società più violenta rispetto al passato. La coscienza storica dovrebbe avvertirci del fatto che dietro di noi abbiamo epoche drammatiche come gli anni 70, il fascismo, le guerre mondiali. Il 900 è stata l’epoca delle violenze».

Il professore ha evidenziato come «omicidi, violenza più efferata sono in realtà in calo negli ultimi decenni, l’omicidio volontario è sceso e in maniera anche significativa. È vero però che c’è un nuovo tipo di rapporto tra l’umanità e la violenza che da un lato nega radicalmente qualunque forma di conflitto». Pesenti ha spiegato

12 Brain Gen 2023
PRIMO PIANO

che viviamo oggi in un’epoca che «fa molta fatica a vivere il conflitto e questo si sviluppa in maniera evidente nei nuovi linguaggi che non devono ferire nessuno, nei comici che devono fare batture che non offendano nessuno».

Siamo, secondo il docente «in un’epoca in cui è importante evitare di ferirsi e dove ci sono anche dei tratti di novità. Da un lato c’è una microviolenza, soprattutto tra i ragazzi, che assume un significato nichilista, priva di senso e priva di obiettivo mentre la violenza degli anni 70 acquisiva una sua folle dignità nel processo ideologico cui si consegnava». Per Pesenti uno degli esempi più lampanti è quella della zona San Siro a Milano, la scena trap. «Che cos’è se non quella violenza nichilista già descritta in ‘Generazione Isis’ di Olivier Roy per leggere i processi dei giovani di

seconda e terza generazione». Non c’è nulla di religioso o ideologico, ha spiegato il professore il quale ritiene che sia come «una reazione quasi istintivo-violenta a una società che ha indicato il problema della performance: dove essere performativi a tutti i costi, anche senza senso».

L’esempio del docente nel corso dell’intervista a “Brain” è quello dei giovani runner che alle 7 del mattino e magari con una temperatura sotto zero escono di casa per andare a correre. «Quando vedo questi giovani mi domando ironicamente dove vanno, quella è una performance fine a sé stessa». Il secondo aspetto della scena trap è che «siamo dentro una illusione di una società che parla di un benessere economico per tutti ma che poi non è per tutti, per questo i giovani mettono in scena una protesta che paradossalmente è piena di

«In maniera assoluta direi proprio di no, non viviamo in una società più violenta rispetto al passato. La coscienza storica dovrebbe avvertirci del fatto che dietro di noi abbiamo epoche drammatiche come gli anni 70, il fascismo, le guerre mondiali. Il 900 è stata l’epoca delle violenze».

13 Brain Gen 2023
PRIMO PIANO

«Non dimentichiamo che veniamo da tre anni durissimi che hanno accentuato le ripercussioni psicologiche e psichiatriche e che hanno aumentato anche le forme di violenza contro se stessi, parlo di giovani che si fanno del male, si feriscono. Il suicido resta una delle principali cause di morte tra i giovani».

lusso», ha aggiunto ancora. Il professore Pesenti ha posto l’accento anche su un altro aspetto che, probabilmente, è la vera chiave di volta per leggere e decodificare la violenza del nostro tempo. «L’epoca che viviamo sembra più prepotente perché i mezzi di comunicazione hanno una potenza che prima non c’era, la comunicazione riempie le nostre vite infinitamente più del passato».

È vero, infatti, che oggi l’accesso praticamente illimitato a tutti i casi di cronaca, da quella iper-locale in cui si fa a botte in un bar fino all’omicidio più efferato, può dare l’impressione di essere stati catapultati in un modo criminale, molto più del passato. La verità è che fatti del genere accadevano in passato come ora ma il risalto mediatico era poco o quasi nullo. A proposito del recente caso di cronaca verificatosi a Fidene dove un uomo è arrivato armato in una riunione di condominio uccidendo quattro persone, il professore ha spiegato: «Il caso mi ha molto colpito. Quella è una tipica violenza nichilista, senza senso e senza significato che conosciamo bene negli Stati Uniti e che può arrivare anche in Italia. Questo

caso è emblematico perché avvenuto nel luogo di massimo conflitto in Italia: il condominio».

Pesenti ha voluto sottolineare come la pandemia abbia giocato un ruolo negativo in queste dinamiche: «Non dimentichiamo che veniamo da tre anni durissimi che hanno accentuato le ripercussioni psicologiche e psichiatriche e che hanno aumentato anche le forme di violenza contro se stessi, parlo di giovani che si fanno del male, si feriscono. Il suicido resta una delle principali cause di morte tra i giovani».

Il professore ha infine voluto analizzare un altro aspetto cui si pensa effettivamente molto poco e cioè la rimozione sociale della violenza stessa: «Dopo gli anni 70 con la violenza fuori controllo, questa è stata incanalata da qualche parte, per esempio nelle curve degli stadi. La violenza oggi è negata ma si dimentica che è una componente che fa parte dell’animo umano. Più la neghi socialmente più si rivolge contro se stessi. Amici psicologi e psichiatri mi raccontano che sta aumentando molto l’autolesionismo. I ragazzi percepiscono che fuori di loro c’è un mondo che li giudica».

14 Brain Gen 2023
PRIMO PIANO
stigma
Visita la pagina #Parliamone sul sito www.fondazionebrf.org per acquistare i gadget della campagna e sostenere la ricerca
Fumettisti contro lo
della malattia mentale
di Valentina Formica IL LAVORO, FONTE DI BENESSERE MENTALE E SOCIALE Cosa accade quando si perde il lavoro? L’inchiesta di Brain

La disoccupazione rappresenta un problema diffuso, tanto che in Italia il tasso di disoccupazione a Novembre 2022 è del 8,8%. La pandemia da COVID-19 ha influito su questo dato. Le chiusure che hanno interessato molte attività economiche durante la pandemia hanno avuto un impatto di vasta portata sul mercato del lavoro; la perdita di posti di lavoro e la diminuzione di ore lavorate all’inizio della pandemia è stata maggiore di quella registrata durante la crisi finanziaria globale del 2008-2010.

In Europa, dopo un quinquennio di crescita pressoché generalizzata, l’impatto della pandemia ha prodotto tra il 2019 e il 2020 un calo medio del tasso di occupazione pari a -1%. In Italia la variazione negativa è risultata un po’ più marcata (-1,2%) rispetto alla media continentale. L’impatto è stato maggiore su alcuni gruppi di lavoratori, ampliando ulteriormente i gap, di genere e generazionale, che già caratterizzavano negativamente il nostro Paese prima del Covid. Nel 2020 il tasso di occupazione maschile è infatti diminuito del -1,2%, a fronte di quello femminile, sceso del -2,2% e di quello giovanile, -9,2%. L’OCSE ha pubblicato un report che ha evidenziato come l’impatto economico e sociale della pandemia sia caratterizzato da una particolare ‘asimmetria generazionale’ che ha frenato fortemente i percorsi di emancipazione giovanile.

La perdita del lavoro è un evento fortemente stressante, in quanto questo rappresenta molto di più di un semplice strumento per il nostro sostentamento economico.

Da un punto di vista sociologico il lavoro è uno degli aspetti che costituiscono l’identità sociale di un individuo. Infatti, oltre alle caratteristiche di personalità, somatiche e

17 Brain Gen 2023
L’INCHIESTA

In Europa, dopo un quinquennio di crescita pressoché generalizzata, l’impatto della pandemia ha prodotto tra il 2019 e il 2020 un calo medio del tasso di occupazione pari a -1%. In Italia la variazione negativa è risultata un po’ più marcata (-1,2%) rispetto alla media continentale.

genetiche che contraddistinguono gli esseri umani come diversi gli uni dagli altri, la rappresentazione che si ha di sé passa anche attraverso i ruoli sociali che assumiamo nel corso della nostra vita. Quest’ultimo aspetto, quello sociale, risulta preponderante nel costruire la propria sicurezza e la propria autostima e da ciò ne consegue che la perdita del lavoro influisce sull’autostima e sulla sicurezza di base.

In particolare, in epoca giovanile la mancanza di un’occupazione frena la possibilità di emanciparsi e di creare un’identità personale distinta da quella della famiglia di origine. Senza lavoro la persona perde non solo la possibilità di fare progetti per il futuro, grazie alla sicurezza di un reddito, ma anche e soprattutto, il proprio ruolo sociale e la propria identità. Per questi motivi la perdita del lavoro va ad incidere sul benessere generale degli individui, modificandolo, con ripercussioni sulla salute fisica e psicologica. Questo evento spesso genera un insieme di sentimenti di smarrimento misti a rabbia e sconforto, che sono difficili da affrontare nell’immediato e che, se non ben gestiti, possono portare nel lungo termine a problematiche di interesse psicologico.

Molti studi presenti in letteratura hanno indagato gli effetti psicologici e i vissuti emotivi caratteristici degli individui che vivono questa condizione. Molto spesso le persone che perdono il lavoro avvertono:

- senso di fallimento e frustrazione;

- sentimenti di vuoto;

- sensazione di inadeguatezza e di inutilità;

- vissuti di sconfitta e di rassegnazione;

- peggioramento dell’autostima e aumento del senso di inferiorità; - sensazione di impotenza; - perdita della fiducia in sé stessi, ne-

gli altri, nella società e nel futuro; - vissuti emotivi di vergogna e senso di colpa; - sentimenti di rivalsa e di vendetta rispetto alla società; È ampiamente dimostrato che lo stato di inoccupazione comporti delle conseguenze profonde sulla vita delle persone in termini esistenziali. A riguardo, uno studio di Migliore ha analizzato nel dettaglio le conseguenze di questa condizione in termini di vissuto professionale, personale e sociale. A livello professionale l’individuo disoccupato va incontro ad una riduzione progressiva delle cono-

18 Brain Gen 2023 L’INCHIESTA

scenze e competenze, influenzando la conseguente possibilità di trovare altri lavori. In termini personali viene intaccata l’autostima con conseguente disagio psicologico e perdita della motivazione. Dal punto di vista sociale la persona va incontro ad una riduzione dei rapporti interpersonali, ciò mina l’identità e il ruolo sociale dell’individuo.

Gli studi presenti in letteratura evidenziano come gli individui disoccupati siano più vulnerabili e abbiano meno risorse, situazione che li predispone ad un’esacerbazione di vissuti emotivi negativi che possono

facilmente evolvere in disturbi psicopatologici conclamati, soprattutto se non riconosciuti e opportunamente trattati. I disturbi psichici più spesso riscontrati sono risultati essere l’ansia e gli attacchi di panico, i disturbi del sonno, gravi forme di somatizzazione, disturbi del funzionamento sociale, stress e, soprattutto, la depressione, individuata come il problema più diffuso in correlazione con la perdita del lavoro. Tali vissuti psicologici possono portare le persone a smettere di cercare lavoro, entrando in una condizione di scoraggiamento che rende ancora più difficile il reinserimento nel mondo del lavoro. In tale situazione molto probabilmente l’individuo si sente paralizzato dalla paura di subire ulteriori fallimenti e pertanto indietreggia di fronte alla sfida di trovare una nuova collocazione lavorativa.

Bensì sia fondamentale considerare il lavoro non semplicemente come strumento di sopravvivenza ma come una modalità in grado di assolvere a tutta una serie di funzioni di stampo psicologico come l’autoaffermazione, il riconoscimento e la gratificazione personale, la perdita del lavoro non deve rappresentare un’occasione di giudizio su sé stessi, e sul proprio valore come persone. Rappresenta un evento inscritto all’interno di uno specifico contesto, rapportato ad un mercato che cambia e che non riesce più a sostenere in maniera continuativa progetti e risorse o connesso ad esempio una situazione di emergenza e cambiamento generalizzato. È importante tenere in considerazione gli elementi contestuali che non dipendono dalla nostra volontà, ma allo stesso tempo mettere a fuoco ciò che è in nostro potere, cosa possiamo fare di nuovo e diverso per cambiare la situazione e renderla più proficua per noi stessi.

Gli studi presenti in letteratura evidenziano come gli individui disoccupati siano più vulnerabili e abbiano meno risorse, situazione che li predispone ad un’esacerbazione di vissuti emotivi negativi che possono facilmente evolvere in disturbi psicopatologici conclamati, soprattutto se non riconosciuti e opportunamente trattati.

19 Brain Gen 2023 L’INCHIESTA

NEL 2022 595 SUICIDI E 598 TENTATI

I dati dell’Osservatorio permanente istituito dalla Fondazione BRF di Chiara Andreotti

20 Brain Gen 2023

FOCUS SUICIDI

Sono 595 i suicidi e 598 i tentati suicidi dal primo gennaio al 31 dicembre 2022, secondo l’Osservatorio permanente istituito dalla Fondazione BRF. I dati ovviamente sono al ribasso dato che i ricercatori della Fondazione possono basarsi nel monitoraggio unicamente sulle notizie di cronaca, ma ben sottolineano come il fenomeno sia assolutamente drammatico e di stringente attualità.

Iniziato durante la prima ondata di Covid, il progetto dell’Osservatorio suicidi era nato con lo scopo di monitorare tutti quegli atti strettamente connessi agli effetti della pandemia: isolamento, paura del contagio, problemi economici causati dalle improvvise chiusure erano monitorati con attenzione dai ricercatori della Fondazione.

Successivamente, la Fondazione BRF ha deciso di mantenere attivo l’Osservatorio per sopperire alla mancanza di dati istituzionali aggiornati, considerando ad esempio che l’ultimo quadro Istat risale al 2018.

I tragici dati raccolti nell’ultimo anno dimostrano come una buona salute mentale sia di fondamentale importanza all’interno della nostra società: oltre 1200 le notizie che riportano suicidi e tentati suicidi all’interno del nostro Paese.

Non bisogna dimenticare un altro aspetto fondamentale: sono sempre di più i giovani e giovanissimi che ricorrono ad autolesionismo e talvolta scelgono di compiere atti estremi per le ragioni più disparate come lo sono una lite in famiglia, o un cattivo rapporto con i compagni di scuola.

Tra i più recenti casi ricordiamo il tredicenne campano, che si è ucciso in seguito ad atti di bullismo che alcuni coetanei mettevano in prati -

21 Brain Gen 2023

I tragici dati raccolti nell’ultimo anno dimostrano come una buona salute mentale sia di fondamentale importanza all’interno della nostra società: oltre 1200 le notizie che riportano suicidi e tentati suicidi all’interno del nostro Paese.

ca regolarmente: gli adolescenti in questione sono adesso in comunità e sono indagati per istigazione al suicidio.

Le due categorie più a rischio rimangono comunque i detenuti e le forze dell’ordine.

Da gennaio a dicembre 2022 si sono registrati oltre 80 suicidi all’interno delle carceri italiane: spesso le pessime condizioni e il sovraffollamento che i detenuti sono costretti ad affrontare incidono sulla salute mentale e la mancata attenzione porta a tentativi di suicidio che in molti casi sono stati portati in fondo.

L’associazione Antigone, che si occupa di questo fenomeno in particolare, ha definito il 2022 l’anno nero, in quanto i suicidi sono aumentati nonostante il numero dei detenuti sia diminuito rispetto agli anni passati.

Certamente non meno tragico il dato relativo alle forze dell’ordine: oltre 60 atti suicidari solo nell’ultimo anno.

Insomma, un progetto, quello dell’Osservatorio suicidi, che dimostra come sia necessaria una rieducazione all’ascolto e alla prevenzione in ogni ambito della società, prestando particolare attenzione alle scuole e alle carceri.

«Servono – conclude Armando Piccinni, presidente della Fondazione BRF – adeguate politiche di prevenzione del suicidio che coinvolgano tutti gli attori in gioco, dagli psicologi agli psichiatri, dagli insegnanti alle famiglie. Non bisogna dimenticare, peraltro, che il suicidio ha un’incidenza particolarmente grave tra i giovani. Nonostante l’impegno e l’azione di alcuni singoli parlamentari, a riguardo poco è stato fatto nel corso dell’attuale legislatura. L’auspicio è che le forze politiche impegnate in questi giorni nella campagna elettorale riusciranno, al di là delle promesse e dei proclami, ad affrontare concretamente la questione nella prossima legislatura».

22 Brain Gen 2023
FOCUS SUICIDI

QUATTRO GENI RESPONSABILI DELLE AZIONI SUICIDARIE

Lo studio della Duke Health sui veterani statunitensi

Sono stati scoperti quattro geni collegati a un incremento del rischio di sperimentare pensieri o azioni suicidarie. A identificarli gli scienziati della Duke Health e del Durham Veterans Affairs, che hanno pubblicato un articolo sul Journal of American Medical Association Psychiatry per rendere noti i risultati del proprio lavoro. Il team, guidato da Nathan Kimbrel e Allison Ashley-Koch, ha eseguito un’analisi dell’intero genoma sulla base delle informazioni relative a 633.778 veterani militari statunitensi.

Il 71,4 per cento del campione era di origine europea, il 19,1 per cento di discendenza africana, l’8,1 per cento era associato all’etnia ispanica e l’1,3 per cento proveniva da antenati asiatici. Solo il nove per cento dei campioni analizzati appartenevano a individui di genere femminile. Dalle cartelle cliniche, sono stati identificati 121.211 casi di azioni o pensieri suicidari. Grazie al sequenziamento del genoma prelevato da campioni di sangue, i ricercatori hanno rivelato numerosi geni presenti tra i partecipanti con casi documentati di comportamenti autolesivi, indipendentemente dall’etnia di provenienza.

Quattro i geni con i legami più forti, precedentemente associati a determinate

condizioni psichiatriche: ESR1, legato al disturbo da stress post-traumatico e alla depressione; DRD2, collegato a tentativi di suicidio, schizofrenia e disturbi dell’umore; DCC, correlato a molteplici condizioni psichiatriche; e TRAF3, accostato a comportamento antisociale e tendenza all’uso di sostanze stupefacenti.

I ricercatori hanno anche identificato altri nove geni di rischio specifici per la discendenza di origine. Sebbene saranno necessari ulteriori approfondimenti per esplorare la possibilità di sviluppare trattamenti specifici, questi risultati preliminari possono contribuire alla comprensione di come i fattori di rischio ereditari possano svolgere un ruolo nella formulazione di pensieri o azioni suicidarie.

«La componente genetica - osserva Kimbrel - costituisce una piccola percentuale del rischio di suicidio o azioni autolesive, che dipendono anche da altri fattori. Capire l’origine genetica delle azioni autolesive, però, è fondamentale per comprendere i percorsi biologici alla base del rischio di comportamenti suicidari. Il suicidio rappresenta la quarta principale causa di morte tra le persone di eta’ compresa tra 15 e 29 anni. Più riusciamo a individuarne le cause, meglio potremo prevenire queste tragiche perdite». (A. R.)

Brain Gen 2023 23 FOCUS SUICIDI

«PARLARE DELLA PROPRIA SALUTE MENTALE È IL PRIMO PASSO PER FARE PACE CON LE NOSTRE OMBRE»

Intervista alla fumettista Icaro Tuttle, new entry del progetto #Parliamone promosso dalla Fondazione BRF di Chiara Andreotti

«S

e avessi giocato meglio le mie carte, forse non avrei bisogno di una cura», scrive Ilaria, in arte Icaro Tuttle, che è entrata a far parte della campagna #Parliamone promossa dalla Fondazione BRF con lo scopo di abbattere lo stigma sulla salute mentale attraverso illustrazioni e grafiche per raccontare fragilità ed emozioni. Una passione che esiste da sempre per la scrittura e per le immagini: «Mi piaceva scrivere storie e ritagliare e incollare dei piccoli libri. Il disegno è arrivato dopo, al liceo, mi aiutava a concentrarmi durante le lunghissime lezioni di greco e di latino».

Come hai capito che sarebbe stato il tuo lavoro?

Penso di dovermi ancora convincere che questo sia il mio lavoro:

ho sempre respirato tanta sfiducia nelle carriere creative, soprattutto a scuola. Ho scelto di laurearmi in design e di non fare un’accademia di arte condizionata da questo modo di pensare, anche se forse alla fine torniamo sempre a quello che ci piace fare di più, e in ogni progetto universitario ho cercato di lavorare il più possibile con l’illustrazione. E proprio nel corso di uno di questi progetti ho iniziato a disegnare la bozza del mio primo libro, e davvero non mi aspettavo che venisse pubblicato. È davvero strano per me pensare che posso lavorare facendo quello che mi piace.

Cosa contraddistingue il tuo stile?

Credo di dover ancora trovare uno stile definito: per adesso mi piace fare tante cose diverse e sperimentare. Se dovessi trovare una connes-

24 Brain Gen 2023

sione tra tutti i progetti però, forse direi che in tutti c’è tanto della mia storia personale. Provo a disegnare ricordi e brutte sensazioni che in un momento riguardano solo me, e in quello dopo raccolgono anche tutti quelli che li vedono. È un modo per stare meno soli, e per far sentire meno soli gli altri.

Come nasce il tuo processo creativo?

Dipende dalle giornate: a volte ci sono eventi, anche piccoli, che mi dànno motivo di creare qualcosa, ed è tutto molto fluido, naturale; altre volte devo scavare un pochino per riuscire a stanare una sensazione che mi sta rendendo difficile proseguire la mia giornata, e appena l’ho disegnata, scritta, fatta vedere agli altri, sto un pochino meglio.

Quali sono i soggetti che prediligi?

Mi piacciono gli oggetti un po’ banali, gli utensili da cucina, i tavoli da esterno sporchi, le cassette della posta arrugginite. Disegno anche tante persone e moltissimi autoritratti. Di recente ho passato un mese in un paesino spopolato del Molise, e ne ho illustrato diversi posti e abitanti.

Quali sono le emozioni che ti ispirano maggiormente?

Tristezza, rabbia, sconforto sono quelle emozioni di cui voglio liberarmi spesso, e sono quelle che di solito si vedono nei miei disegni. A volte compaiono un po’ più timide anche tenerezza e speranza.

Qual è il tuo rapporto con la salute mentale?

Ho iniziato a non stare bene al

“Penso di dovermi ancora convincere che questo sia il mio lavoro: ho sempre respirato tanta sfiducia nelle carriere creative, soprattutto a scuola”.

25 Brain Gen 2023
Illustrazione di Icaro Tuttle

“Spesso le persone che ti stanno intorno ti dissuadono dall’iniziare un percorso di terapia perché fa loro troppo male rendersi conto che non stai bene, e che loro non possono aiutarti”.

liceo, ma è intorno al primo anno di pandemia che mi sono resa conto di aver bisogno di aiuto. Spesso le persone che ti stanno intorno ti dissuadono dall’iniziare un percorso di terapia perché fa loro troppo male rendersi conto che non stai bene, e che loro non possono aiutarti. È stato davvero faticoso cominciare a parlare di cose che avrei preferito seppellire e non dover più affrontare, e forse è ancora troppo presto per dire “sto meglio”, nonostante siano passati un paio d’anni. Anche la diagnosi di disturbo da stress post-traumatico mi ha aiutato a riconoscermi in qualcosa, ma allo stesso tempo mi fa spesso sentire distante dalle persone della mia età.

Di recente hai scritto “La cura. Storia di tutti i miei tagli”. Ci racconti

com’è nata questa storia?

Come ho accennato prima, è nato nel contesto di un progetto universitario intitolato “Il corpo non mente”. Uno dei nostri compiti era quello di trovare una parola su cui lavorare, che fosse connessa in modo personale al tema “cura”. Io scelsi la parola “taglio”, perché in quel periodo trovavo la cura di me, attraverso la terapia, molto difficile e faticosa. La “cura” per me era sempre stata quella di andare via, allontanarmi, tagliare da ciò che mi faceva stare male, e non avevo mai avuto l’occasione di affrontarlo, approfondirlo, di parlarne con qualcuno. La prima bozza del libro era in bianco e nero, colorata a mano con un evidenziatore giallo, poi cucita insieme da un filo dello stesso colore. Quando ho presentato il progetto alla casa editrice, Beccogiallo, che ci ha creduto un sacco, abbiamo deciso di aumentare le pagine e ragionare sui colori. Il libro è uscito a marzo di quest’anno, e da allora ho avuto l’occasione di portarlo in giro per fiere e presentazioni, è arrivato addirittura su Rai 1 grazie alla trasmissione ‘Oggi è un altro giorno’. Faccio ancora fatica a crederci.

Nel libro parli di un’ombra: è la stessa che troviamo nella tua illustrazione? Com’è convivere con lei?

Sì. Rappresenta tante cose, in senso più stretto le persone che mi hanno Illustrazione di Icaro Tuttle.

26 Brain Gen 2023

fatto del male e che non riesco a dimenticare, in generale tutti quei discorsi negativi che si originano quando subiamo del male gratuito e non riusciamo a spiegarcelo: forse me lo sono meritato, forse non sono una bella persona, forse sono stata io ad aver scatenato tutto questo, sono stata stupida, ingenua. Con la terapia sto imparando piano piano a gestirli, ma non è sempre facile, ci sono ancora giorni in cui non mi fanno alzare dal letto.

Cosa pensi riguardo ad un percorso di terapia?

Penso che la terapia sia davvero necessaria, anche per tutte quelle persone che pensano di non averne bisogno. Nel migliore dei casi ti aiuta a dare una prospettiva diversa alle cose, in tutti gli altri può darti degli strumenti per vivere davvero meglio con te stesso e con gli altri. Capisco anche la reticenza di molti che magari sono stati cresciuti con l’idea che chiedere aiuto sia da deboli, o che andare in terapia sia riservato solo a persone “malate”. Spesso poi non la si considera una priorità quando si è in famiglie che non possono permettersi di pagare un terapeuta, anche se ci sono molti sportelli d’ascolto o servizi online che ti vengono incontro da questo punto di vista. Credo che aiuterebbe moltissime persone (soprattutto giovani) se andare in terapia fosse normalizzato e reso più accessibile.

In che modo la salute mentale influisce sul tuo lavoro?

Ci sono giorni in cui mi va di parlarne e di fare forza, attraverso i disegni, alle persone che stanno attraversando periodi difficili. Ci sono giorni invece in cui penso che questo futuro non riservi altro che rabbia e sofferenza, ed è difficile dare un significato a quello che si sta facendo. Allora cerco di trovare un piccolo

posto tranquillo dove sopravvivere finché questa negatività non si rimpicciolisca e mi permetta di iniziare di nuovo a creare.

Ci sono nuovi progetti in cantiere?

Ci sono. In questo momento dovrei iniziare a lavorare con un’agenzia di illustrazione, e non vedo l’ora di mettermi in gioco con nuovi progetti. Nel frattempo, sto cominciando il secondo libro: è difficile perché le (mie) aspettative sono alte e vorrei davvero che fosse qualcosa di cui poter essere orgogliosa, e si sa che l’inizio è sempre la parte più difficile.

Dalle parole e dalle illustrazioni di Ilaria emerge un dolore che ancora non è scomparso, ma rimane latente per presentarsi all’improvviso, paralizzante e sconcertante.

E così con i colori accesi che si contrappongono ad una scena angosciante il messaggio è chiaro: “Non è colpa tua”.

Parlare della propria salute mentale è il primo passo per conoscersi, capirsi e fare pace con le ombre che ci opprimono.

Che sia attraverso un post su Instagram o qualsiasi altro mezzo di comunicazione è importante far sapere a tutti coloro che stanno attraversando un momento difficile che non sono soli, che c’è sempre un modo per uscire dal buio che sembra non lasciare scampo.

È proprio per questo che nasce la campagna #Parliamone: con il sostegno di artisti come Valeria anche una t-shirt può diventare una dimostrazione di sostegno, di vicinanza e comprensione, può diventare uno stimolo per iniziare a parlarne.

Visita il sito della Fondazione BRF (www.fondazionebrf.org) per saperne di più.

“Penso che la terapia sia davvero necessaria, anche per tutte quelle persone che pensano di non averne bisogno. Nel migliore dei casi ti aiuta a dare una prospettiva diversa alle cose, in tutti gli altri può darti degli strumenti per vivere davvero meglio con te stesso e con gli altri”.

27 Brain Gen 2023

CURARE LA DEPRESSIONE DURANTE LA GRAVIDANZA

Le terapie possono essere sia di natura farmacologica e non, come psicoeducazione, psicoterapia e terapia con la luce Università degli Studi di Siena

28 Brain Gen 2023
di Alessandro Cuomo, Giovanni Barillà, Samuela Paoletti, Andrea Fagiolini

Il Disturbo Depressivo Maggiore rappresenta la prima causa di disabilità al mondo ed è presente nelle donne con una prevalenza che è doppia rispetto a quella degli uomini. Nelle donne, il rischio di sviluppare una depressione diventa ancora più elevato in alcune fasi della vita, come il periodo immediatamente successivo al parto. Fino all’80% delle donne, possono presentare sintomi transitori di labilità emotiva, stanchezza e tristezza, subito dopo il parto. Di solito, tuttavia, si tratta di sintomi leggeri e transitori e in questi casi si parla di “baby blues” e di solito non è necessario alcun trattamento. In alcuni casi, tuttavia, i sintomi sono più severi o duraturi e si verificano veri e propri episodi di depressione post-partum.

Alcune donne, inoltre, sviluppano episodi di depressione conclamata durante la gravidanza, ancora prima del parto. Questi episodi di depressione impattano negativamente sulla salute della donna e del feto e portano a conseguenze negative come aumento del rischio di aborto spontaneo, basso peso alla nascita, parto pretermine, successivi problemi di sviluppo del nascituro, ecc. Nonostante l’elevata frequenza di questo disturbo, spesso la diagnosi è sottovalutata e può essere necessario del tempo prima che le donne vengano correttamente trattate.

Diverse sono le opzioni di trattamento, anche a seconda della gravità dei sintomi. Le terapie possono essere sia di natura farmacologica che non farmacologica, come psicoeducazione, psicoterapia e terapia con la luce (quest’ultima, soprattutto per le depressioni stagionali, ovvero quelle che peggiorano in inverno e migliorano in estate). Le evidenze più recenti in letteratura mostrano come i classici interventi farmacologici, ad esempio

29 Brain Gen 2023
CONTRIBUTO

Questi episodi di depressione impattano negativamente sulla salute della donna e del feto e portano a conseguenze negative come aumento del rischio di aborto spontaneo, basso peso alla nascita, parto pretermine, successivi problemi di sviluppo del nascituro, ecc.

con farmaci antidepressivi inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRIs), opportunamente prescritti, possano rappresentare un trattamento efficace e con un bilancio tra rischi e benefici che in molti casi è favorevole, anche se le percentuali di rischio sono diverse a seconda dello specifico farmaco, con alcune differenze anche tra farmaci appartenenti alla stessa classe. Nonostante in molti casi il rischio di malformazioni del feto o di complicazioni nei primi giorni di vita sia molto basso, questo rischio non è completamente assente.

È quindi sempre necessario valutare il bilancio tra i potenziali rischi e i potenziali benefici che derivano dalla cura della depressione. In molti casi, tale bilancio è favorevole all’uso dei farmaci, soprattutto quando la depressione sia severa e la psicoterapia non sia efficace. Nella scelta sulla migliore terapia è inoltre necessario valutare sempre se in passato sono stati presenti episodi maniacali, ovvero periodi con sintomi come euforia, agitazione, eccessiva agitazione, ridotto bisogno di sonno, eccetera. La presenza di episodi maniacali,

infatti, determina una diagnosi di disturbo bipolare, che controindica l’uso degli antidepressivi in monoterapia e richiede particolare cautela nella scelta di farmaci stabilizzatori, alcuni dei quali (ad esempio valproato o carbamazepina) hanno rischi elevati di indurre malformazioni, o antipsicotici (per i quali il rischio è di solito più basso). Recentemente, sono stati sviluppati anche nuovi trattamenti.

In America, ad esempio, è stato di recente approvato il Brexanolone, con un’indicazione specifica per la depressione post-partum. Nonostante non esistano trattamenti completamente privi di rischi, le conseguenze di una depressione non trattata sono quasi sempre superiori ai potenziali rischi di una terapia, soprattutto quando questa venga scelta in modo oculato e personalizzato, dopo aver accuratamente informato la paziente e il suo partner. Una diagnosi precoce, seguita immediatamente dal migliore trattamento possibile, rappresenta quindi un passo fondamentale per il benessere di queste pazienti e dei loro bambini.

30 Brain Gen 2023
CONTRIBUTO

NASCITA DELLA NEUROETICA (OTTAVA PARTE)

Etica delle neuroscienze e neuroscienze dell’etica

Un dialogano costante, come nel campo del libero arbitrio

di Alberto Carrara

Direttore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Docente di Neuroetica presso la Facoltà di Psicolofia dell’Università Europea di Roma, Membro della Pontificia Accademia per la Vita, Fellow dell’UNESCO Chair in Bioethics and Human Rights e Presidente dell’Istituto Internazionale di Neurobioetica.

Aseguito della conferenza di San Francisco nella quale venne definita la neuroetica quale parte della bioetica che si interessa di ciò che è lecito o meno rispetto al trattamento, al miglioramento e alle manipolazioni compiute sul cervello umano, la neuroscienziata e filosofa canadese Adina Roskies con il suo scritto Neuroethics for the New Millenium del luglio del 2002 strutturò la neuroetica in due ambiti: l’etica delle neuroscienze e le neuroscienze dell’etica.

Questo scritto, nello specifico un commento pubblicato sulla rivista Neuron 35 (pp. 21-23), inizia contestualizzando i numerosi eventi avvenuti nel 2002 e riguardanti quel settore di intersezione tra neuroscienze ed etica che si iniziò a chiamare neuroetica. La Roskies si propone di strutturare gli ambiti della neuroetica allo scopo di evidenziarne le differenze

rispetto alle classiche questioni di etica medica e bioetica.

L’etica delle neuroscienze comprende: le considerazioni etiche che emergono nel progettare e nel realizzare sperimentazioni e protocolli clinici in ambito neuroscientifico (etica della pratica), come pure la valutazione delle conseguenze etiche e sociali che i risultati di tali studi possono o potranno avere a livello delle strutture etiche, legali e sociali (conseguenze etiche delle neuroscienze). Gran parte delle questioni riguardanti l’etica della pratica possono considerarsi materia di bioetica speciale riguardante le scienze neurali, mentre le conseguenze etiche delle neuroscienze costituiscono una novità e un plusvalore della nascente neuroetica. All’interno delle questioni dell’etica della pratica che esulano dal campo della bioetica, la Roskies esplicita ad esempio lo sviluppo di linee guida per la partecipazione

32 Brain Gen 2023
CONTRIBUTO

a protocolli sperimentali con pazienti affetti da patologie psichiatriche o neurodegenerative che non sono perciò in grado di comprendere in pieno e di acconsentire ai protocolli clinici; chi deve vigilare affinché si compia il miglio interesse per un paziente vulnerabile che per il suo stato patologico non è in grado di intendere.

La seconda classificazione all’interno dell’etica delle neuroscienze, denominata “le conseguenze etiche delle neuroscienze”, comprendono esse stesse questioni nuove proprie della neuroetica che integrano i dati neuroscientifici con le questioni etiche e sociali. Ad esempio, gli sviluppi nel settore delle scienze neurali hanno la potenzialità di creare, ma anche di attenuare le disuguaglianze sociali, perciò le questioni di come configurare scelte sociali per il benessere degli individui in base ai dati neuroscientifici sarebbero questioni proprie di quest’ambito della neuroetica.

Il secondo ambito della neuroetica, le neuroscienze dell’etica, costituisce la nota caratteristica della stessa disciplina: ciò che le neuroscienze possono chiarire riguardo a concetti filosofici e teologici come quelli di intenzionalità, identità personale, coscienza, volontà

libera, eccetera. Oggi le neuroscienze integrano importanti dati che permettono di chiarire di più le dimensioni neurofisiologiche di tutte le attività dell’essere umano: da quelle basiche relative all’omeostasi, a quelle emotive, sino alle cognitive e volitive. In quest’ottica, la Roskies prevedeva nel 2002 un gran sviluppo di questo settore delle neuroscienze dell’etica.

Queste due “ali” della neuroetica: l’etica delle neuroscienze e le neuroscienze dell’etica, dialogano mutuamente. Un esempio è il campo di ricerca sulle neuroscienze del libero arbitrio che permettono di ottenere dati che servono tanto nel settore delle conseguenze etiche delle neuroscienze, per comprendere meglio il grado di libertà di un soggetto psichiatrico o per utilizzare neurotecnologie per evidenziarne il malfunzionamento a questo livello. Le neuroscienze del libero arbitrio stanno chiarendo nell’ambito delle neuroscienze dell’etica, tutte quelle basi fisiologiche che predispongono il soggetto all’azione volontaria libera e che possono fungere da fattori condizionanti l’azione.

La bipartizione della Roskies mette in luce l’intrinseca natura duale della neuroetica.

Le neuroscienze del libero arbitrio stanno chiarendo nell’ambito delle neuroscienze dell’etica, tutte quelle basi fisiologiche che predispongono il soggetto all’azione volontaria libera e che possono fungere da fattori condizionanti l’azione.

33 Brain Gen 2023
CONTRIBUTO

ECCO COME SI ATTIVANO I NEURONI DELLA RICOMPENSA

Lo svela uno studio italiano pubblicato su Nature

34 Brain Gen 2023

Sono stati ribattezzati neuroni della ricompensa perché ad attivarli può essere un “premio” inatteso e gratificante, qualcosa che li “accende” stimolandoli a produrre dopamina, l’ormone della felicità. A far luce su come funzionano è uno studio italiano pubblicato su Nature Neuroscience, condotto da scienziati dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-In) delle sedi di Padova e Cagliari, in collaborazione con colleghi dell’Università Politecnica delle Marche e dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova. I ricercatori - spiega una nota - hanno scoperto un nuovo meccanismo di plasticità sinaptica controllato dagli astrociti (le principali cellule gliali del nostro cervello, quelle che insieme ai neuroni costituiscono il sistema nervoso), che modula l’attività dei neuroni dopaminergici dell’area tegmentale ventrale, una regione cerebrale localizzata nel mesencefalo.

Questi neuroni svolgono un ruolo fondamentale nell’attività locomotoria e in processi cognitivi come ricompensa e apprendimento, avversione, motivazione e attenzione. La loro attivazione - e il conseguente rilascio di dopamina - dipende dalle cosiddette sinapsi, il delicato meccanismo cerebrale che rende possibile la trasmissione di informazioni tra neuroni. Finora però non era noto se e come gli astrociti prendessero parte a questo meccanismo nell’area tegmentale ventrale e come potessero influenzare l’attività dei neuroni dopaminergici. Il nuovo lavoro ha chiarito appunto il ruolo chiave degli astrociti. Gli autori hanno infatti scoperto che queste cellule gliali interagiscono con i neuroni dopaminergici attraverso recettori presenti nella loro membrana, che rispondono ai neurotrasmettitori rilasciati dai neuroni, e che la loro attivazione si traduce in una modulazione della trasmissione sinaptica.

35 Brain Gen 2023
NEUROSCIENZE

A sollevare per la prima volta il velo in cui è avvolta la sofferenza maschile, sono gli esperti della Società Italiana di Andrologia (SIA) nella terza edizione del Congresso Natura, Ambiente, Alimentazione e Uomo (NAU). Secondo gli specialisti la «sindrome del lenzuolo» colpisce 4 milioni di uomini che, in due casi su 10, rinunciano al sesso per dolore fisico e psichico.

«Utilizzando un approccio multidisciplinare che ha incluso esperimenti di elettrofisiologia, calcium imaging, chemogenetica e microscopia elettronicaillustra a Giorgio Carmignoto del CnrIn, coordinatore dello studio - abbiamo scoperto che l’attivazione degli astrociti nell’area tegmentale ventrale, mediata da neuromodulatori neuronali quali endocannabinoidi e la stessa dopamina, induce un potenziamento a lungo termine della trasmissione sinaptica eccitatoria. Questa scoperta rende gli astrociti dell’area tegmentale ventrale bersagli di sostanze psicoattive e della stessa dopamina»

I ricercatori - riporta il Cnr - hanno effettuato lo studio su modelli di topo, notando che l’attivazione selettiva degli astrociti presenti nell’area tegmentale ventrale comporta un incremento dell’attività ‘fasica’ dei neuroni dopaminergici, che favorisce un’attività iper-locomotoria. Inoltre hanno rilevato che questa modulazione dei circuiti dopaminergici è presente nelle femmine già nelle prime fasi di sviluppo, mentre nei

maschi mostra una maturazione più ritardata. «Lo studio - continua Carmignoto - dimostra che gli astrociti, pur essendo cellule non neuronali, sono componenti attivi dei circuiti cerebrali e che solo attraverso una migliore comprensione delle reciproche interazioni tra neuroni e astrociti potremo capire i meccanismi che ne regolano il funzionamento e come i difetti di queste interazioni possano contribuire all’insorgere di diverse patologie del cervello, o perfino esserne la principale causa”».

La ricerca - si legge nella nota - apre nuove prospettive per la comprensione dei meccanismi modulatori presenti nei circuiti della ricompensa e nelle sue alterazioni, che potrebbero portare allo sviluppo di stati patologici associati a questi circuiti dopaminergici, come le dipendenze, i disturbi della motivazione e i disturbi psichiatrici con una forte componente motoria, come i disturbi da iperattività con deficit di attenzione.

«Il team ha dedicato lo studio al professor Tullio Pozzan, scomparso il 15 ottobre 2022, scienziato stimato in tutto il mondo per le sue ricerche sui meccanismi di segnalazione cellulari e sulla malattia di Alzheimer - lo ricorda Carmignoto - Professore ordinario dell’Università di Padova, Pozzan è stato anche direttore dell’Istituto di neuroscienze e del Dipartimento di scienze biomediche (Dsb) del Cnr, membro di numerose società scientifiche quali European Molecular Biology Organization (Embo), Accademia dei Lincei, National Academy of Sciences Usa, Royal Society of Canada e Foreign Member of the Royal Society of London.

Molecola della dopamina.

La sua scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile nella comunità scientifica e tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di condividere con lui un pezzo di vita non dimenticheranno il suo sorriso, la sua curiosità, l’ironia, l’entusiasmo e anche la leggerezza che è solo dei grandi uomini».

36 Brain Gen 2023
NEUROSCIENZE

ECCO PERCHÉ DOBBIAMO PARLARE DI

“NEURO-COVID”

Si rischia un invecchiamento cerebrale fino a 20 anni

Ormai sono oltre due anni che parliamo di Covid: non è più un’infezione sconosciuta, che colpisce brutalmente e lascia i pazienti in balia di sintomi familiari ma conseguenze ignote.

Ci sono stati studi e ricerche che hanno portato alla luce soluzioni, cure e scoperte. Tra le altre è emerso quello che oggi chiamiamo Long- Covid, ovvero una serie di sintomi che permangono anche dopo che il virus ha lasciato l’organismo.

I nuovi studi, portati avanti tra gli altri anche da Maria Mavrikaki del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, dimostrano come gli effetti del contagio siano riassumibili più genericamente in Neuro-Covid.

Si parlerebbe infatti di un invecchiamento cerebrale fino a 1020 anni. Una conseguenza che certamente non andrebbe a colpire tutti ma solamente i pazienti in cui l’infezione si è manifestata per un periodo di tempo prolungato.

Questa è quindi una grande incognita che si va ad aggiungere a tutti gli altri interrogativi che questa inaspettata pandemia ci sta presentando: avremo una po -

polazione sempre più colpita dal decadimento cognitivo?

Se durante i primi studi sul Long-Covid è emerso che erano più colpite le donne, che erano necessari da 1 a 4 mesi per smaltire gli effetti del contagio, si è parlato maggiormente di conseguenze psichiche come la cosiddetta “Brain Fog” ovvero l’annebbiamento e la confusione mentale che seguivano la guarigione dall’infezione, oggi le ricerche sulla Brain Fog diventano l’anello di congiunzione mancante per parlare di Neuro-Covid.

I ricercatori americani della California University diretti da Alexis Oddi, studiando appunto la Brain Fog, hanno appurato delle seppur lievi ma significative alterazioni cognitive.

A conferma di questa scoperta è stato portato avanti uno studio a campione: analizzando infatti diversi pazienti di varia età ed esposti al virus in maniera diversa o addirittura mai contagiati si evidenzia proprio questo: le alterazioni cerebrali nei soggetti anziani mai entrati in contatto col Covid coincidevano con quelle dei pazienti più giovani infettati però in maniera severa. (C. A.)

Brain Gen 2023 37 NEUROSCIENZE

INDIVIDUATO L’INTERRUTTORE GENETICO DELLE ABBUFFATE

Ecco il gene che induce a consumare grandi quantità di cibo

Un gruppo di ricercatori ha individuato l’interruttore genetico che scatena le abbuffate, inducendo a mangiare grandi quantità di cibi grassi e calorici. La scoperta, utile nella lotta a sovrappeso e obesità, è stata pubblicata su The Faseb Journal dai ricercatori dell’Osaka Metropolitan University guidati da Shigenobu Matsumura.

Il primo elemento che compone questo interruttore genetico è il gene CRTC1, già noto per il suo legame con l’obesità. Studi precedenti avevano infatti messo in evidenza che la sua disattivazione nei topi induce un aumento di peso.

Restava però da capire in quali cellule del cervello svolgesse la sua azione di freno anti-obesità, dal momento che il gene viene espresso da tutti i neuroni. Il gruppo di ricerca giapponese ha provato a mettere sotto la lente i neuroni che esprimono il recettore della melanocortina-4 (MC4R), dal momento che le mutazioni di questo gene causano obesità. Ipotizzando che fosse proprio MC4R il secondo componente mancante dell’interruttore genetico delle abbuffate, hanno creato dei topi che non esprimono CRTC1 nei neuroni con MC4R.

Quando gli animali sono stati nutriti con una dieta standard, non si sono rilevati cambiamenti significativi del peso corporeo. Quando invece gli stessi topi sono stati alimentati con una dieta ipercalorica e ricca di grassi, hanno cominciato ad abbuffarsi, diventando più obesi rispetto al gruppo di

controllo e sviluppando perfino il diabete. «Questo studio ha rivelato il ruolo svolto dal gene CRTC1 nel cervello e parte del meccanismo che ci impedisce di mangiare in eccesso cibi ipercalorici, grassi e zuccherati», commenta Shigenobu Matsumura. «Speriamo che questi risultati portino a una migliore comprensione di ciò che spinge le persone a mangiare troppo». (F. C.)

38 Brain Gen 2023 NEUROSCIENZE

IL NOSTRO COMPORTAMENTO POLITICO NASCE DAL DISGUSTO

Il legame tra questo sentimento e l’ideologia conservatrice

Negli ultimi decenni, molti studi in psicologia e scienze politiche si sono dedicati a identificare la personalità, i fattori motivazionali e cognitivi che distinguono ideologie politiche antitetiche. Un consistente corpo di ricerca in questo ambito si è concentrato sulle emozioni implicate nei comportamenti politici, come l’affiliazione a un determinato partito, la comunicazione politica (per esempio nelle campagne elettorali) e la scelta del voto. Molti ricercatori hanno indagato le implicazioni del disgusto rispetto ai comportamenti politici. Innanzitutto c’è da dire che il disgusto è una delle emozioni di base, quindi universalmente condivisa, che ha funzione adattiva e genera un comportamento di evitamento.

In generale, ci sono prove che collegano una maggiore sensibilità al disgusto con un più forte sostegno alle ideologie e agli atteggiamenti politicamente conservatori. Infatti, sembra che i conservatori tendano a essere più timorosi della minaccia o della perdita, ad avere un maggiore bisogno di chiusura, a essere più intolleranti all’ambiguità; invece, i liberali tendono ad essere più aperti alle nuove esperienze, ad accettare il cambiamento e ad essere meno dogmatici. La percezione della minaccia si configura come un fattore chiave nel determinare le scelte degli individui all’interno del continuum delle opinioni politiche, e la percezione della minaccia è la caratteristica adattiva del disgusto (ovvero quell’aspetto che evolutivamente ha consentito all’uomo di adattarsi all’ambiente e sopravvivere), che

porta la persona ad allontanarsi dallo stimolo che lo provoca.

L’esperienza del disgusto o la tendenza a essere più sensibili al disgusto, se considerata dalla prospettiva della gestione delle minacce, può portare gli individui a percepire il loro mondo sociale come più minaccioso o pericoloso . Questa visione del mondo può, a sua volta, motivare l’adozione di ideologie conservatrici che promuovono la sicurezza e il controllo. Infatti, si pensa che gli individui adottino ideologie politicamente conservatrici come mezzo per gestire la percezione della minaccia.

Inoltre, il disgusto può essere usato come strumento persuasivo nella pubblicità delle campagne elettorali e nella retorica politica, con risultati contrastanti. Infatti, le comunicazioni persuasive politiche sono spesso progettate per suscitare delle risposte emotive con il fine di modificare atteggiamenti o motivare il cambiamento del comportamento, e il disgusto può risultare utile come strategia per plasmare l’atteggiamento dell’opinione pubblica e influenzare il voto. Durante le campagne elettorali l’obiettivo può diventare quello di peggiorare l’immagine del candidato rivale, creando un’associazione tra il candidato avversario e i sentimenti di disgusto.

Tutto questo può quindi tradursi in un comportamento politico. Infatti, alcuni studi hanno riscontrato che la sensibilità al disgusto è correlata, e in alcuni casi predice, il comportamento del voto, quindi la scelta di un partito piuttosto che un altro. (V. R.)

Brain Gen 2023 39 NEUROSCIENZE

RAGGI X PER STUDIARE LE MALATTIE NEURODEGENERATIVE

La nanotecnologia al servizio delle neuroscienze

Una ricerca dell’Istituto di nanotecnologia (Nanotec) del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma condotta in collaborazione con il Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Genova e altre istituzioni di ricerca internazionali, ha dimostrato che la tomografia a contrasto di fase a raggi X è una tecnica efficace per indagare l’origine e l’evoluzione di patologie neurodegenerative come la sclerosi multipla, e individuare possibili biomarker precoci.

Tale tecnica offre una risoluzione spaziale e di contrasto molto elevata anche nei tessuti poco assorbenti, come il cervello o il midollo spinale, rivelando strutture tradizionalmente considerate “invisibili” ai raggi X: è in grado, infatti, di generare immagini tridimensionali del campione analizzato, permettendo una visualizzazione dalla singola cellula all’intero organo e favorendo lo studio dell’interazione

delle singole unità strutturali, tra loro e con l’ambiente circostante. Lo studio, guidato da Cnr-Nanotec e pubblicato su Communications Physics, ha coinvolto anche colleghidel Sincrotrone Soleil (Francia), e di Elettra - Sincrotrone Trieste: ha riguardato, in particolare, modelli murini affetti da encefalomielite autoimmune (che riproduce i meccanismi e gli effetti della sclerosi multipla) con l’obiettivo di indagare, attraverso la tomografia a contrasto di fase a raggi X (XPCT), l’evoluzione temporale del danno tissutale e dell’infiammazione in diversi organi, e cercare possibili biomarker precoci della malattia.

«La sclerosi multipla è una malattia demielinizzante infiammatoria che provoca un danno progressivo alle strutture del sistema nervoso centrale. La sua eziologia è ancora incerta, e le manifestazioni cliniche molto variabili: processi infiammatori che coinvolgono cellule del sistema immunitario

40 Brain Gen 2023
NEUROSCIENZE

e danni assonali e neuronali», spiega Alessia Cedola, primo ricercatore del Cnr-Nanotec e coordinatore del team che ha condotto lo studio. «Molti studi, nell’ultimo decennio, hanno riportato il coinvolgimento dell’asse intestino-cervello, sottolineando la possibilità che le alterazioni intestinali portino a disfunzioni cerebrali, e suggerendo che una variazione della permeabilità intestinale potrebbe essere la causa di questa e altre malattie neurodegenerative: il nostro studio si è perciò concentrato non solo sul sistema nervoso centrale, ma anche sull’intestino degli animali affetti da encefalomielite autoimmune. La tecnica XPCT ha consentito di identificare e monitorare, a diversi stadi pre-sintomatici della malattia, le alterazioni strutturali e cellulari in differenti distretti anatomici».

Il lavoro ha preso in esame diversi organi cervello, midollo spinale, nervo ottico e intestino descrivendo l’evoluzione dei danni: «I nostri risultati contribuiscono a gettare luce sullo sviluppo e la progressione della malattia, suggerendo che i primi segnali patologici della malattia siano da rintracciarsi nell’intestino e non nel sistema nervoso, come fino ad ora creduto», prosegue Francesca Palermo, ricercatrice del team Cnr-Nanotec. “È un risultato importante, di cui andiamo orgogliosi. Il nostro obiettivo è sviluppare questi studi in modo che possano trovare presto applicazione sull’uomo», conclude Giuseppe Gigli, direttore del Cnr-Nanotec e coordinatore del TecnoMed Puglia - Tecnopolo di nanotecnologia per la medicina di precisione pugliese.

Lo studio, guidato da Cnr-Nanotec e pubblicato su Communications Physics, ha coinvolto anche colleghidel Sincrotrone Soleil (Francia), e di Elettra - Sincrotrone Trieste: ha riguardato, in particolare, modelli murini affetti da encefalomielite autoimmune.

41 Brain Gen 2023
NEUROSCIENZE

GUILLERMO DEL TORO RIVISITA LA FAVOLA DI PINOCCHIO

Il burattino, animato dallo stop-motion, diventa curioso e non birichino, generoso e non disobbediente

È

la storia più vecchia del mondo: i bambini che dicono le bugie finiscono in un sacco di guai. Collodi lo raccontò alla fine del XIX secolo creando Le avventure di Pinocchio e da allora decine e decine di film e animazioni si sono susseguiti per raccontare questa parabola.

In un panorama che sembrerebbe quindi saturo di rivisitazioni si inserisce con maestria il regista messicano pluripremiato Guillermo Del Toro: un visionario Del Toro che ha creato negli anni mondi fantastici e atmosfere gotiche, portando alla vita le creature più disparate.

Non è da meno il suo Pinocchio, uscito per Netflix a fine 2022.

«È la rivisitazione di una storia che pensate di conoscere, ma non conoscete davvero», dice Del Toro, e dopo i primi minuti di pellicola risul-

ta evidente che è proprio così.

Dimenticate la colorata e allegra favola Disney e preparatevi ad entrare in un mondo oscuro che avevamo già assaporato con la versione di Pinocchio firmata da Matteo Garrone del 2019.

Del Toro racconta un padre spezzato, colpito dal lutto, che annebbiato dai fumi dell’alcol plasma la sua creatura, in una sequenza degna di Frankenstein, fatta di musiche di tensione e inquadrature quasi orrorifiche.

È un Pinocchio diverso, quello che Del Toro anima grazie alla tecnica della stop-motion: Pinocchio è curioso e non birichino, generoso e non disobbediente, combatte per quello in cui crede e impartisce lezioni di vita a tutti i personaggi che lo circondano.

Del Toro stupisce ancora ambientando la sua favola non nel solito e anonimo paesino, ma nell’Italia

42 Brain Gen 2023
FILM
di Chiara Andreotti

fascista, l’Italia che soffre per la guerra e che arruola i bambini: il paese dei balocchi diventa un campo di addestramento e Lucignolo non è più la voce che istiga Pinocchio ma il suo compagno in questa scuola tanto terrificante proprio perché reale.

Del Toro ha sempre raccontato storie che esprimessero le voci degli ultimi e dei diversi: «Il tema dell’emarginato è ciò che mi ha attratto di questa storia», spiega. «Mi identifico con le creature diverse, escluse, nella difficoltà di comprendere il mondo da solo, quando quello che ti spiegano non basta».

Una storia molto matura, dove il lieto fine ha un costo e la vita somiglia tanto alla vita vera, che non fa sconti a nessuno, dove nonostante i poteri sovrannaturali che governano quella realtà la morte, vera protagonista, è sempre in agguato.

Pinocchio regala una storia di cre-

scita inaspettata: non è un burattino che vuole diventare un bambino vero, ma un burattino che con la sua incredibile umanità e purezza tocca l’animo di tutti.

43 Brain Gen 2023
FILM

SARZANINI: «RACCONTO I DISTURBI ALIMENTARI PERCHÉ SO COSA SIGNIFICA AMMALARSI»

Anoressia, bulimia e paure degli adolescenti di oggi nel nuovo libro della giornalista del Corriere della Sera

Che cosa significa avere fame? E, ancora, cosa accade quando questa fame non è un bisogno di nutrimento, ma si interseca con delle necessità tanto profonde da risultare indefinibili?

Ormai da decenni è chiaro come la fame non sia legata esclusivamente al bisogno di nutrirsi. Ma intrecci il cuore, la mente, le ambizioni e le speranze. Ed è proprio questo il senso del bel libro di Fiorenza Sarzanini - vice direttrice del Corriere della Sera - “Affamati d’amore” (Solferino, pp.144) che racconta con straordinaria sensibilità e attenzione - attraverso incontri con bambini e adolescenti, specialisti e famigliari di

pazienti - il percorso complicato che intraprende chi soffre di disturbi d’alimentazione. Sarzanini conosce bene quello di cui scrive. “Ho avuto un disturbo alimentare a ventitré anni, nel momento più bello della mia vita. Ero contenta perché ero stata appena assunta al Messaggero e iniziavo a fare la giornalista, la mia famiglia era serena. Apparentemente non c’era niente che non funzionasse, ma qualcosa poi è accaduto. E per un anno sono entrata nell’ombra”.

È per questo che ha scelto di firmare un’inchiesta su questo tema?

Adesso che sono passati tanti anni, adesso che tante persone sono malate, ho pensato che fosse giusto

44 Brain Gen 2023
INTERVISTA

mettermi in gioco e raccontare la mia esperienza per dire che si più guarire, si può tornare ad avere una bella vita.

Mettersi in gioco per raccontare la propria storia, per dare voce alle storie degli altri. Questo è il lavoro del giornalista d’inchiesta. Come si entra nelle vite di chi ha tanto sofferto conoscendone le ferite?

Sono entrata nella vita di questi ragazzi e delle loro famiglie perché ero convinta che avessero bisogno di un aiuto. Durante la pandemia sono rimasti soli. Soli i malati e soli i familiari, i genitori. Conoscendo cosa si prova sia quando si è malati, sia quando i tuoi genitori cercano di aiutarti e non ci riescono, ho pensa-

to a un’inchiesta utile. Ho coinvolto medici e pazienti, andando a indagare i pericoli che riguardano i disturbi alimentari. È evidente che internet può essere molto utile, ma anche devastante. Sono numerosissimi i siti che invogliano le persone a diventare anoressiche, che esaltano la magrezza, che danno consigli su come non mangiare. Informare prima di tutto i genitori è fondamentale.

Dal libro emerge un mondo spesso sommerso. Emerge soprattutto l’incapacità dei genitori di capire i problemi dei figli e forse anche il desiderio di non ammetterli a loro stessi. La famiglia sembra rotta, un meccanismo inceppato…

Molti ragazzi si sono ammalati

“Ho avuto un disturbo alimentare a ventitré anni, nel momento più bello della mia vita. Apparentemente non c’era niente che non funzionasse, ma qualcosa poi è accaduto”.

45 Brain Gen 2023
INTERVISTA
Fiorenza Sarzanini.

“Ho coinvolto medici e pazienti, andando a indagare i pericoli che riguardano i disturbi alimentari. È evidente che internet può essere molto utile, ma anche devastante”.

in pandemia proprio perché hanno preso coscienza delle tensioni familiari. Il fatto che tanti bambini piccoli tra i sette e gli otto anni abbiano sviluppato autolesionismo, secondo i medici deriva dal fatto che hanno vissuto le tensioni familiari e hanno cercato di trasformarsi in un problema alternativo per distogliere i genitori dalle loro liti. Questa è la cosa devastante per le famiglie e per i genitori. Anche per questo intendo il libro come un manuale per i genitori, che tratta soprattutto quello che il malato non vuole sentirsi dire. Io che sono stata malata lo so: se tu a un’anoressica dici quanto è magra, o le dici di mangiare è evidente che vai ad aumentare la sua ansia. Se a un vi-

goressico che va 5 ore in palestra dici “che ti importa, non fare ginnastica” non lo aiuterai certamente. Sono piccole cose, certo, ma per una persona che soffre diventano cose enormi.

Che i genitori si mettano anche al servizio dei propri figli è fondamentale per aiutarli a guarire. Oltre le famiglie, però c’è il Sistema Sanitario Nazionale che dovrebbe giocare un ruolo centrale. Cosa fa e cosa dovrebbe fare lo Stato secondo lei?

Il disturbo alimentare non è una malattia riconosciuta dal Servizio Sanitario Nazionale, quindi si dovrebbe partire da qui. Sarebbe poi necessario creare delle residenze specifiche. Per esempio, in Lazio non ci sono luoghi in cui i malati possano essere assistiti. Soprattutto, però, bisognerebbe partire dalle scuole e spiegare ai ragazzi cosa voglia dire ad esempio non mangiare o mangiare troppo. A questo proposito è fondamentale puntare l’attenzione sui danni atroci che può provocare il bullismo: molti ragazzi si sono ammalati perché vittime di bullismo. Hanno utilizzato il proprio corpo per chiedere aiuto, violando sia con atti di autolesionismo, sia riducendolo a uno scheletro o ad un involucro enorme.

In questo libro c’è molto di lei… Mi sono messa in gioco nel modo più sincero possibile. Avevo fatto un podcast durante la pandemia che aveva avuto successo e che raccontava la storia di questi ragazzi. Per rispondere alle famiglie che mi chiedevano aiuto ho deciso di andare avanti, e fare questo libro. Il pensiero che mi ha guidato è stato uno solo.

Quale?

Dire a questi ragazzi “Io non ti giudico. “Io ti capisco, io so cosa vuol dire”. E penso proprio che, quelli con cui ho parlato, l’abbiano capito.

46 Brain Gen 2023
INTERVISTA

Proteggi il loro futuro

La vaccinazione contro il papilloma virus è raccomandata e gratuita per le ragazze e i ragazzi a partire dagli 11 anni di età.

LE ABITUDINI CI CONDIZIONANO MA POSSIAMO CAMBIARLE

Il saggio di Duhigg che ci aiuta a togliere il pilota automatico

“L’

abitudine a cui non poniamo resistenza diventa necessità.” Diceva così Sant’Agostino oltre millecinquecento anni fa. Una constatazione che può sembrare scontata ma che negli ultimi anni, come hanno confermato decine di studi, ha mostrato il suo fondamento scientifico.

A raccontare i complessi percorsi che il nostro cervello compie è lo straordinario saggio - che ha venduto oltre un milione di copie - “La dittatura delle abitudini” (Tea, pp. 432). A firmarlo è il giornalista statunitense Charles Duhigg che crea, in modo semplice e divulgativo, un percorso nelle strategie che la nostra mente mette in atto per risparmiare energia attraverso “l’inserimento del pilota automatico”. Duhigg nota come il 40% delle decisioni che ogni giorno un essere umano compie siano prese in modo non ragionato, quasi inconscio, e accompagna il lettore tanto nei meandri delle non-scelte quanto in storie indicative, con protagonisti più o meno celebri, che hanno fatto della manipolazione delle abitudini il focus delle loro nuove esistenze. Incredibile il caso del campione olim-

pionico Michael Phelps, trasformatosi - grazie a un abile allenatore - da timido ossessivo in recordman mondiale, in grado di vincere una finale olimpica con gli occhialini pieni d’acqua (il segreto? concentrarsi sul percorso noto, allontanando il panico e non contemplando alternative). Altrettanto indicativa la strategia messa in atto da un generale americano in Iraq per sedare dei tumulti di piazza (eliminando i baracchini di cibo, fondamentali per i manifestanti durante le lunghe ore di sit-in), o i calcoli di marketing di un colosso USA capace di monitorare - attraverso l’analisi delle abitudini relative agli acquisti - le gravidanze delle sue clienti. Certamente il tema non è nuovo, ma l’analisi portata avanti - nonché il tono della scrittura, che si rivolge al lettore in modo diretto e accattivante - fonde molteplici discipline a cominciare da neurologia, psicologia e sociologia. Il risultato è un’analisi spietata delle abitudini e del loro potenziale utilizzo strategico, ma anche la certezza che queste non siano “un destino perché si possono sempre ignorare, cambiare, sostituire”. Come cominciare? Iniziando a riconoscerle.

48 Brain Gen 2023
LIBRI “La dittatura delle abitudini” Charles Duhigg
Corbaccio Editore 432 pagine, 19,50 euro LIBRI
di Flavia Piccinni

OGNI CRAC FINANZIARIO

È UNA PICCOLA MORTE

Pablo Trincia racconta l’impero di Tanzi e la fine di Parmalat

C’è stato un tempo in cui Calisto Tanzi era nell’Olimpo degli imprenditori italiani, osannato per la sua intraprendenza e il suo genio, che avevano trasformato la piccola azienda di famiglia in una multinazionale quotata in borsa. Poi, in una notte, tutto cambiò. Era il 27 dicembre di vent’anni fa quando uscì fuori di casa con le manette, colpevole di uno dei tracolli finanziari più clamorosi del nostro Paese. A raccontare le montagne russe di Tanzi - con voli verso le vette più alte, nel mondo della finanza come dello sport - arriva adesso Pablo Trincia, forse il più abile fra gli autori di podcast del nostro Paese, già distintosi per successi come “Veleno” incentrato sui diavoli della bassa modenese e “Il dito di Dio” focalizzato sul disastro della Costa Concordia. Con “Crac! La storia del caso Parmalat” - sei puntate, prodotte da Chora Media e disponibili su Audible -, Tricia accompagna adesso l’ascoltatore nel mondo dorato del parmigiano Tanzi, integerrimo e intraprendente, diviso fra la spregiudicatezza economica e l’attenzione per la famiglia (“all’una mangiavano sempre insieme, lui e i figli, a casa con la moglie” racconta una dipendente).

Per dare forma al complesso mosaico, Tricia ha intrecciato interviste a risparmiatori e poliziotti, autisti e benzinai (come quella di Collecchio, dove Tanzi ha sempre vissuto, che aveva aperto un conto alla famiglia). Ed è così che di testimonianza in ricostruzione prende forma la storia di un uomo complesso, che nel corso della sua carriera imprenditoriale ha avuto molteplici intuizioni - dall’utilizzo

“Crac!” Pablo Trincia Chora Media Piattaforma: Audible

del tetrapak alle potenzialità della pubblicità e delle sponsorizzazioni sportive - ma che non è stato in grado di arginare manie di grandezza e speculazioni, fino a danneggiare milioni di risparmiatori. Interessante l’analisi psicologica della caduta verso l’abisso di Tanzi - che ha avuto inizio con il tracollo di Odeon TV, un buco da oltre 250miliardi di lire - e il bozzetto del capitalismo clientelare all’italiana, capace di deflagrare in un dramma finanziario senza precedenti. (F. P.)

Brain Gen 2023 49
LIBRI
PODCAST

Il sonno della ragione

Come ogni anno, nei giorni che hanno preceduto la pausa per le Festività Natalizie e la fine dell’anno, abbiamo assistito alla maratona dei Ministri e dei Parlamentari per l’approvazione della legge di Bilancio. Discussioni che si protraggono per ore e ore, con decisioni e votazioni prese spesso a tarda notte, quando non addirittura al sorger del sole. Non è nostra intenzione, né potrebbe esserlo, entrare qui in valutazioni di merito o tantomeno in giudizi politici, anche perché l’abitudine è assolutamente trasversale, adottata dai Governi di ogni colore politico che si sono succeduti negli anni.

L’occasione, semmai, ci offre lo spunto per alcune considerazioni nell’ambito della psicologia comportamentale. Che rapporto esiste tra fatica e processi decisionali? Alcuni anni fa, ricercatori israeliani osservarono per alcuni mesi il lavoro di Giudici che dovevano decidere in merito alla concessione di benefici penitenziari, quali permessi lavorativi o misure alternative al carcere, ad autori di reati comuni. Lo studio mise in evidenza che, a parità di tutti gli altri fattori che potevano influenzare la decisione (tipologia di reato, pena residua, condotta del detenuto), la probabilità di ottenere una risposta favorevole all’istanza era massima all’inizio dei lavori e scendeva progressivamente nel corso della mattinata; tornava ad essere elevata al rientro dei Giudici

dalla pausa caffè, per poi ridursi nuovamente con il passar del tempo. Al rientro dal pranzo, si osservava lo stesso andamento, con una ancor più rapida caduta della probabilità di esito favorevole.

Gli scienziati spiegarono questo comportamento con il fenomeno che la letteratura anglosassone definisce ego depletion, un vero e proprio “sfinimento metabolico”, che in italiano potremmo chiamare deplezione dell’Io. Lo stato di ego depletion interferisce con la capacità di elaborare soluzioni più complesse, per cui si mantiene lo status quo, una scelta che non richiede energia decisionale.

Recenti ricerche hanno dimostrato che quando si trova in queste condizioni, l’individuo va incontro a episodi di “sonno locale”: seppur apparentemente sveglio, alcune aree del suo cervello – quelle che sono state impegnate più a lungo e quindi sono maggiormente affaticate - vanno in stato di sonno, seppur per brevi periodi. E in coincidenza con questi episodi di sonno locale è molto alta la probabilità di errore, prendere ad esempio la decisione sbagliata o non riuscire a controllare un impulso.

Pare proprio che il detto proverbiale di “dormirci sopra” quando siamo chiamati a scelte importanti trovi pieno sostegno dalle più recenti acquisizioni delle neuroscienze comportamentali.

50 Brain Gen 2023
TITOLI DI CODA
di Pietro Pietrini Professore Ordinario, Direttore del Molecular Mind Laboratory della Scuola IMT di Lucca

Cure palliative in ospedale

UN DIRITTO DI TUTTI

Vuoi rimanere sempre aggiornato sulle iniziative e gli eventi della Fondazione BRF Onlus? Iscriviti alla newsletter Vai su www.fondazionebrf.org
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.