Brain. Numero di Dicembre 2022

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QUEI CATTIVI RAGAZZI Baby gang senza sogni desideri e futuro Anno III | N. 12 | Dicembre 2022 Violenza giovanile Intervista al Garante per l’infanzia Quando sotto l’albero di Natale troviamo ansia e stress Salute mentale grande assente nell’agenda politica Con i contributi di Alberto Carrara, Andrea Fagiolini, Carla Garlatti, Armando Piccinni, Antonello Veltri

Baby gang senza futuro, senza sogni e senza desideri

Il fenomeno della devianza minorile inte ressa ogni anno migliaia di giovani. I ra gazzi interessati da procedimenti penali avviati dall’Autorità Giudiziaria Mino rile e in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni sono circa 20.000 l’anno.

Le baby gang sono principalmente com poste da meno di 10 individui per la maggior parte italiani (74%), maschi (89%), nel 40% dei casi sono ragazzi di 15-17 anni. Compio no in particolare reati violenti, come risse, percosse e lesioni, atti di bullismo e minacce, disturbo della quiete pubblica e atti vanda lici. Diffondono video sulle vittime dei loro gesti e sulle coetanee che hanno concesso ai fidanzati in un momento di intimità. Grup pi più strutturati compiono furti, rapine e spaccio di stupefacenti. Le gang giovanili sono attive nella maggior parte delle regio ni italiane con una leggera prevalenza del Centro-Nord in particolare nei centri urbani medio-grandi.

È questo, in sintesi, un possibile identikit delle baby gang in Italia.

Ma esiste un motivo per cui tutto questo accade? Esiste la possibilità di individuare cause e ragioni che possano dare almeno un profilo di spiegazione?

Di certo la prima reazione è di sconcerto. Come possono dei giovanissimi appena usci ti dall’infanzia comportarsi in maniera così dura, cattiva, violenta, spietata? Perché av viene la scelta di aggregarsi con propri pari

di età per compiere atti delinquenziali o ad dirittura criminali?

Bisogna partire da un dato di fatto: que sti ragazzi sono nell’età dell’adolescenza, probabilmente l’età più complessa di tut ta l’esistenza dell’uomo. In questo periodo della vita esordiscono i disturbi psichiatrici maggiori. D’altronde il suicidio per gli ado lescenti è la seconda causa di morte. È que sta l’età dei comportamenti estremi, perico losi, del consumo di sostanze per il 50% dei ragazzi.

Gli adolescenti escono dalla famiglia e dalle certezze di sempre: i genitori, la casa dove sono nati per iniziare un viaggio verso l’ignoto con un compagno di viaggio ama to e odiato, la metamorfosi. Questa è la re sponsabile del cambiamento del corpo, della mente, del ruolo e della collocazione sociale.

Nessun adolescente ama le modificazioni che il suo corpo sta subendo in questa età della vita. Anzi, più facilmente lo odia, non lo riconosce, lo vede brutto pieno di difetti: di sicuro completamente diverso da quello che vorrebbe.

E i pensieri? Quali sono quelli giusti? Quali quelli sbagliati? Di sicuro è indispen sabile un nuovo assetto che per forza di cose deve essere lontano da quello che i genitori hanno finora consigliato ed esortato. L’ado lescente ha bisogno di affermare un nuovo modo di pensare, diverso da quello antiqua to e noioso dei genitori, un pensiero origi

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EDITORIALE
di Armando Piccinni

nale e moderno adeguato al proprio modo di vedere le cose e il mondo. Un sistema di pensiero innovativo e personale.

Il problema a questo punto è: come fare per metterlo in piedi? Esistono modelli a cui ricorrere, ispirarsi, uniformarsi? I genitori sono evitati e servono più spesso per com piere scelte per opposizione che per similitu dine. Il distacco tra genitori e figli è, a questo punto, in pieno svolgimento ed è come un secondo parto: doloroso e indispensabile alla nascita di un nuovo individuo adulto.

Senza il distacco non ci sarà progressione ed individuazione.

Nel rivolgersi al mondo per ricerca re riferimenti e soluzioni i ragazzi per una spontanea e antichissima inclinazione si ag gregano, si rivolgono ai loro pari e creano legami, complicità, comunione di intenti e di progetti. I compagni di pari età vivono gli stessi dubbi, problemi, dilemmi, paure. Con dividerli con loro significa capire ed essere capiti. Una strada verso l’ignoto si trova più facilmente se ci si mette insieme e si progre disce in un’unica falange, come facevano i soldati romani, che in combattimento assu mevano una formazione a cui erano stati for mati, dove la forza dei compagni diventava la propria forza e dove questa potenza molti plicata aumentava il coraggio e le energie che dovevano condurre alla vittoria sul nemico.

È quindi l’aggregazione, il continuo os servare ed essere osservati, studiarsi a vicen da per imitarsi e correggersi di continuo, la chiave della progressione.

Il gruppo che così si forma è omogeneo, compatto e robusto, quasi sempre stereoti pato nelle mode e nei modi.

È questo il momento della formazione anche dei legami affettivi. Una frase di un attore e regista americano, Gene Wilder, recita: «L’adolescenza è quell’età in cui i ra gazzi non sanno se continuare a picchiare le ragazze o cominciare a baciarle».

La progressione di questi processi è an che nei componenti delle baby gang ma con una finalità distruttiva e degenerativa. L’ag gregazione si coagula attorno alla violenza ed all’aggressività. L’empatia che è una del le caratteristiche degli adolescenti sembra scomparire. La capacità di mettersi al posto degli altri nella sofferenza e nel dolore viene sostituita dalla vocazione a far soffrire e ad infierire sugli altri con freddezza e determi nazione.

Nel processo di trasformazione qualco sa non ha funzionato ed ha determinato la deviazione aberrante nel cambiamento. Noi adulti dobbiamo sentire la responsabilità di queste aberrazioni. Come genitori, educato ri, insegnanti, politici, amministratori, edifi catori e regolatori della realtà sociale in cui viviamo.

Le nostre città, i nostri modelli di fami glia e di società, la nostra organizzazione del mondo dell’istruzione e del lavoro, i modelli di comportamento che noi stessi rappresen tiamo come persone stanno dando anche questi frutti.

L’attenzione ai giovani e soprattutto agli adolescenti, essere umani in equilibrio pre cario su una cerniera di passaggio, è davvero troppo scarsa e trascurata. L’adolescenza è l’età dei progetti, dei sogni e dei desideri.

In questo momento storico, e le baby gang sono un fenomeno in espansione pro prio in questo momento, i giovani hanno dif ficoltà a coltivare sogni e desideri. Desidera re e sognare serve a prepararsi al futuro con fatica, sacrificio, studio, applicazione, orga nizzazione per raggiungere e vivere la meta

Per farlo i giovani hanno bisogno di cer tezze, strade tracciate, percorsi verso cui di rigersi con la consapevolezza per intravedere alla fine del cammino la meta desiderata.

I nostri giovani, e più di tutti i baby gan gster, non vedono il futuro, non sognano. Si comportano come esseri “senza futuro” dove tutto quello che si può avere è il “tutto, qui e subito”, possibilmente con il minore sforzo possibile o meglio ancora senza nes suno sforzo. Danaro, ricchezza, potere, su bito, senza fatica. La catena alla base della distruttività è proprio questa.

L’uomo, e l’adolescente più che mai, ha bisogno di desiderare e sognare per sentirsi vivo e poter realizzare la sua volontà. I sogni ed i desideri sono le radici della pianta del la fatica e dell’applicazione su cui nascono i frutti delle realizzazioni e dei successi. Que sto dobbiamo insegnare con il nostro esem pio, con i mezzi di istruzione, di educazione, di organizzazione delle istituzioni, dei servizi ai nostri ragazzi.

Una sorta di educazione a “sognare e de siderare” per poter vedere il futuro e realiz zare la propria volontà. Mi viene in mente una frase di Pietro Mennea che sintetizza in pochissime parole questa idea: «La fatica non è mai sprecata: soffri ma sogni».

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EDITORIALE

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Baby gang senza sogni desideri e futuro Anno III | N. 12 | Dicembre 2022 Violenza giovanile Intervista al Garante per l’infanzia Quando sotto l’albero di Natale troviamo ansia e stress Salute mentale grande assente nell’agenda politica Con contributi di Alberto Carrara, Andrea Fagiolini, Carla Garlatti, Armando Piccinni, Antonello Veltri
Baby gang, senza futuro, senza ogni e senza desideri di
Piccinni
Baby gang
la mappa delle organizzazioni
dell’adesione
una banda
Valentina
non
di dormire
CATTIVI RAGAZZI
EDITORIALE
Armando
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d’Italia:
di Stefano Iannaccone Le basi psicologiche
ad
di
Formica Maladolescenza:
è tempo
di Mario Campanella
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Anno III | N. 12 | Dicembre 2022 Testata registrata al n. 6/2019 del Tribunale di Lucca Diffusione: www.fondazionebrf.org Direttore responsabile: Armando Piccinni Organo della Fondazione BRF Onlus via Berlinghieri, 15 55100 - Lucca

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Così proteggeremo i giovani dal rischio delle baby gang di Martina Gaudino

CONTRIBUTO

Le sostanze psichedeliche in psichiatria di A. Cuomo, A. Spiti, G. Barillà, A. Fagiolini

L’INTERVISTA Ansia da festività: perché il Natale tra parenti e amici può causare stress di Martina Gaudino

CONTRIBUTO Nascita della Neuroetica (settima parte) di Alberto Carrara

POLITICA

Psichiatria, la salute mentale sparita dall’agenda politica di Stefano Iannaccone

#PARLIAMONE Così Valeria è diventata Forsesonosoloio di Chiara Andreotti

NEUROSCIENZE Due uomini su 10 rinunciano al sesso per dolore psichico di Francesco Carta

Il nostro occhio “lavora” come un computer di Chiara Andreotti

Così i social portano alla depressione dei bambini di Alberto Volpi

Il viaggio all’interno del cervello di Chiara Andreotti

Alzheimer, scoperti due nuovi geni che aumentano il rischio di sviluppare la demenza di Alessandro Righi

Così stress e ansia cambiano il nostro shopping di Antonio Acerbis

FILM

The Menu, commedia e orrore in una cucina stellata di Chiara Andreotti

LIBRI

Alla scoperta dell’Italia con Andrea Caterini di Flavia Piccinni

PODCAST

La cronaca nera dal punto di vista degli investigatori di Flavia Piccinni

TITOLI DI CODA Se l’autore di reato è un malato psichiatrico di Pietro Pietrini

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8 Brain Dic 2022 BABY GANG D’ITALIA LA MAPPA DELLE ORGANIZZAZIONI Ecco chi sono i piccoli criminali e perché sono pericolosi di Stefano Iannaccone

Imperversano nelle città, dalla pe riferia fino ai quartieri più cen trali, compiendo atti criminali, piccoli o grandi che siano, e au mentando l’insicurezza dei cittadini. Spesso si tratta di “insospettabili”, figli della borghesia, che si rendono protagonisti di atti di bullismo a scuo la o in strada, oltre appunto a com mettere reati da malavitosi, come ag gressioni e rapine. In altre circostanze sono soggetti con alle spalle difficoltà famigliari o socioeconomiche. Un universo variegato e per questo com plesso da leggere. Fatto sta che le baby gang siano, oggi, un fenomeno in forte crescita, con le conseguenze che si leggono nelle cronache quoti diane. La questione deve essere af frontata a più livelli: politico, sociale e inevitabilmente personale, e psico logico, per arrivare a delle soluzioni efficaci, prima che il disagio possa ulteriormente dilagare. A certificare la crescita del problema è stata una recente ricerca realizzata da Tran scrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, insieme alle istituzioni e in particolare al servizio analisi crimi nale del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno e il dipartimento per la giustizia mino rile e di comunità del Ministero della Giustizia.

Il quadro che emerge è, manco a dirlo, allarmante. Anche perché non c’è una reale contezza e conoscenza delle dimensioni del fenomeno. Lo studio prova a tappare questa prima falle e «fornire una prima mappatu ra delle gang giovanili in Italia, mo strandone le diverse caratteristiche e la presenza sul territorio», si legge fin dall’inizio del dossier. Insomma, occorre tracciare il perimetro esatto: per baby gang si intende un gruppo composto da meno di 10 individui, al di sotto dei 24 anni. Dai dati esamina ti emerge, in realtà, che in prevalenza

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A certificare la cre scita del problema è stata una recente ricerca realizzata da Transcrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, insieme alle istituzioni e in par ticolare al servizio analisi criminale del Dipartimento della pubblica sicu rezza del Ministero dell’Interno e il dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia.

si tratta di maschi con un’età compre sa fra i 15 e i 17 anni. Viene inoltre smentito il luogo comune degli stra nieri che si uniscono: «Nella maggior parte dei casi i membri delle gang sono italiani, mentre gruppi formati in maggioranza da stranieri o senza una nazionalità prevalente sono meno frequenti», sottolineano gli autori del dossier. Ma vanno anche esaminati al tri fattori come la composizione e la natura della banda, che può variare da organizzazioni senza una precisa struttura a gruppi che si ispirano a or ganizzazioni criminali o gang estere. Fin qui la disamina tecnica. Ci sono poi i numeri a raccontare la situazio ne. In cinque anni si sono triplicati gli articoli che parlano di baby gang: nel 2017 erano stati 612, nel 2022 si è ar rivati a 1.909. Il motivo della maggio re attenzione è legato alle attività per cui avvengono le denunce. La parte del leone, si fa per dire, è quella delle risse e delle aggressioni che addirittu ra nel 73 per cento dei casi sono ascri vibili alle bande giovanili. Inoltre, il 51 per cento degli atti di bullismo sono imputabili a questi gruppi, men tre il 50 per cento delle denunce per disturbo della quiete pubblica è rela tiva alle gang. A scendere poi ci sono gli atti di vandalismo, al 44 per cento. C’è una piccola porzione che è dedi ta ad attività criminali a tutto tondo, come furti e rapine in abitazioni (il 2 per cento del totale è commessa da queste bande di ragazzi), le estorsioni (9 per cento) e spaccio di stupefacen ti (21 per cento). Insomma, se qual cuno pensava ancora di derubricare la questione come una bravata deve evidentemente ricredersi. La diffu sione territoriale non conosce trop pa distinzione tra Nord e Sud. Anzi. Nelle regioni settentrionali il fenome no era già radicato, mentre in quelle meridionali viene segnalato in au mento rispetto al passato, soprattutto

in alcune zone, come Sicilia, Puglia, parte della Campania. Altrove, si di ceva, c’era già una presenza massic cia, specie nelle grandi metropoli. A Milano ci sono delle gang diventate note come la Z4 e Ripamonti 5. In particolare, la Z4 ha attirato l’atten zione mediatica per gli assalti realiz zati principalmente nei parchi e alle fermate degli autobus, teatro di rapi ne violente verso chiunque, non solo loro coetanei. Azioni criminali in pie na regola. A Roma, invece, le sigle più famose sono la Anundo gang, La17 e La18. Spesso alla banda si aggiungo no componenti, altri vanno via: resta il tratto distintivo della violenza. La furia delle gang giovanili non rispar mia nemmeno la provincia: a Lucca c’è la gang di Lucca, che si colloca in un preciso territorio, a Modena la Daisan 216, a Trieste la Gang del ka lashnikov. A Cosenza, addirittura, c’è l’identificazione con la malavita orga nizzata con “stm”, acronimo di “sia mo tutti mafiosi”. Questi sono i casi più clamorosi, più strutturati almeno nella narrazione mediatica. Altre de cine di gang esistono e quasi non lo sanno, perché agiscono senza averne la consapevolezza. E del resto dal punto di vista della legge, raramente - nel 5 per cento dei casi - vengono associati ad associazioni per delin quere. Nell’80 per cento delle vicen de denunciate non è stato nemmeno ipotizzato questo tipo di reato.

Al netto dell’iter giudiziario, il nodo resta e sembra essersi aggravato con le ondate di Covid. «Il lockdown ha sicuramente influito sull’aspetto psicologico e sociale dei nostri ra gazzi. Sono stati limitati nei rapporti sociali e questo, ha contribuito a cre arli sui social, prendendo come rife rimento gli influencer del momento più in voga», ha osservato Giuliana Guadagnini, esperta in psicologia giuridica, parlando di episodi ricon

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ducibili a baby gang nel veronese. Ci sono, però, delle dinamiche sociali che non sono solo connesse all’emer genza sanitaria. Esempi? «La crisi economica e i rincari sostenuti dalle famiglie». Mentre la psicoterapeuta, Elena Falda, che collabora con varie istituzioni, ha sottolineato, in un’in tervista rilasciata a Rimini today, altri aspetti relativi «È una parte di rabbia che deve essere incanalata per aiutarli a crescere altrimenti diventa distrutti va e questi sono i risultati». E da qui è stato denunciato il problema della visibilità che ottengono certe azioni: «A mio parere, inoltre, se i social non esistessero non ci sarebbe questo tipo di problema». Nella ricerca di Tran scrime viene spiegato inoltre che «di versi casi riportati evidenziano anche come alcuni giovani, spesso italiani, scelgano di fare parte di gang o aggre

gazioni più o meno occasionali poiché annoiati, privi di stimoli o incapaci di relazionarsi con i propri pari».

E allora come se ne esce? La ri sposta non può essere univoca. In nanzitutto, non può bastare la sola azione repressiva, interpretando la vicenda come una piaga relativa alla sicurezza. Gli esperti tengono a riba dire che occorrono «interventi siner gici fra le diverse istituzioni, mirati allo sviluppo di percorsi di educazio ne alla legalità e alla partecipazione attiva nella società civile». Il ruolo della famiglia e della scuola è centra le per sviluppare interventi mirati «a risolvere o attenuare le problemati che specifiche di queste istituzioni o di particolari contesti socioeconomi ci». Un mix di fattori che può aiutare a limitare una piaga che resta diffici le da estirpare.

In cinque anni si sono triplicati gli articoli che parlano di baby gang: nel 2017 erano stati 612, nel 2022 si è arrivati a 1.909. Il motivo della mag giore attenzione è legato alle attività per cui avvengono le denunce.

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ADESIONE AD UNA BANDA

LE BASI PSICOLOGICHE

Fattori di rischio individuali, familiari e ambientali di Valentina Formica

Il fenomeno della violenza giova nile rappresenta un serio proble ma, che comporta enormi costi sociali e monetari.

Negli ultimi anni, il fenomeno delle baby gang ha ricevuto una cre scente attenzione da parte dei media, sottolineandone le conseguenze disa strose sullo sviluppo degli adolescen ti e sulla sicurezza della comunità.

Di solito le bande sono composte da giovani tra i 14 e i 17 anni, uniti dalla ricerca di un senso di appartenenza, che si rendono responsabili di reati quali risse, percosse, lesioni, atti di bullismo, disturbo della quiete pub blica e atti vandalici. Meno frequenti e di solito commessi da gruppi più strutturati lo spaccio di stupefacenti o furti e rapine. I dati di prevalenza relativi alle gang sono impressionan ti; un’ampia indagine condotta in 30 Paesi europei, che ha coinvolto oltre 40.000 adolescenti, ha identificato il 4,4% di questi come membro di gruppi giovanili devianti.

Negli ultimi anni, in Italia è stata data molta enfasi ai crimini e alla vio lenza commessi dalle bande giovanili. Secondo gli uffici di servizio sociale

per i minori e le questure, in Italia il numero delle gang è aumentato negli ultimi cinque anni. Nonostante l’al larme sociale, nel nostro paese sono stati condotti pochissimi studi volti a indagare il fenomeno.

È importante capire perché i gio vani si avvicinino alle gang e come interrompere questo processo. In let teratura sono stati identificati i prin cipali fattori di rischio, solitamente raggruppati in tre domini: individua li/psicologici, familiari, sociali. Se condo l’approccio socio-ecologico i fattori psicologici, familiari, sociali e di apprendimento interagiscono e si influenzano reciprocamente nell’arco della vita dell’individuo, contribuen do allo sviluppo dei comportamenti delinquenziali.

Fattori individuali/psicologici: Gli individui che mettono in atto comportamenti devianti tendono a sottrarsi alla responsabilità e alle conseguenze dei loro atti, cercando di superare la discrepanza tra il loro comportamento e le norme sociali interiorizzate, attraverso processi di razionalizzazione cognitiva che ne gano o minimizzano la gravità dei

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comportamenti o li giustificano in qualche modo. Uno studio condotto su un campione di adolescenti degli Stati Uniti e dei Paesi Bassi ha rilevato che i membri delle baby gang otten gono punteggi significativamente più alti negli item di disimpegno morale rispetto ai giovani non appartenenti alle gang. Con disimpegno morale ci si riferisce alla capacità che gli indivi dui hanno di distanziarsi dai loro cri teri morali, per legittimare il proprio comportamento immorale o aggres sivo, riuscendo così a mantenere un senso di integrità. Questo, insieme ad altri studi, sottolinea il ruolo dei mec canismi di autogiustificazione e di neutralizzazione dei comportamenti devianti nel favorire l’ingresso in una gang. Rimane poco chiaro se il ricor so a meccanismi di disimpegno mo rale preceda l’ingresso in una banda o se sia l’appartenenza ad una di esse a contribuire allo sviluppo di strate gie cognitive di neutralizzazione della

devianza. È ragionevole ipotizzare che meccanismi cognitivi preesisten ti, come la tendenza a minimizzare le conseguenze di un comportamento deviante e la tendenza a percepire il mondo come un luogo ostile e minac cioso, trovino un terreno fertile nella frequentazione di bande. Il mondo delle bande, infatti, esaspera il con flitto tra gruppo e gruppo, in base al quale gli “altri” sono visti come peri colosi; di conseguenza, i sentimenti di colpa quando si attaccano altri grup pi sono minimizzati in nome dell’i dentità, dell’onore e della sicurezza del proprio. Per quanto riguarda gli aspetti psicologici, alcuni costrut ti collegati all’appartenenza a una banda sono: impulsività, ricerca del rischio, bassa autostima e bassa fidu cia in sé stessi. Questi mostrano una relazione significativa con la delin quenza, il comportamento antisociale e l’aggressività, elementi caratteristici di una gang.

Di solito le bande sono composte da giovani tra i 14 e i 17 anni, uniti dalla ricerca di un senso di appartenenza, che si rendono responsabili di reati quali risse, percosse, lesioni, atti di bullismo, disturbo della quiete pubblica e atti vandalici.

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È ragionevole ipotizzare che meccanismi cogni tivi preesistenti, come la tendenza a minimizzare le conseguenze di un comportamento deviante e la ten denza a percepire il mondo come un luogo ostile e mi naccioso, trovino un terreno fertile nella frequentazio ne di bande.

Fattori familiari: Un gran nume ro di studi si è concentrato sul ruolo dell’ambiente familiare nello svilup po di questo fenomeno. Un’ampia gamma di fattori di rischio familiari, quali la struttura della famiglia, lo svantaggio socioeconomico, la convi venza con entrambi i genitori biologi ci o adottivi, la mancanza di controllo e supervisione, il rifiuto percepito dai ragazzi da parte dei familiari sono stati identificati come possibili pro motori della devianza giovanile. Gli adolescenti rifiutati dai genitori po trebbero essere attratti dalle bande perché in esse troverebbero una sorta di surrogato di famiglia, che soddi sfa i loro bisogni emotivi e fornisce il supporto che non è disponibile nella famiglia d’origine. Inoltre, il senso di appartenenza dato dalla gang soddi sferebbe il bisogno di legami sociali e di sopravvivenza. Altri fattori familia ri, quali il coinvolgimento di membri della famiglia in atti illegali, fornisce ai giovani un ambiente che rafforza i comportamenti delinquenziali.

Fattori sociali: una quantità cre scente di ricerche ha dimostrato l’associazione tra l’esposizione alla violenza nella comunità e lo svilup po di comportamenti delinquenziali. I giovani che crescono in quartieri violenti possono sviluppare una for ma di “adattamento patologico” alla violenza. Questo a causa del ricorso a quei meccanismi di disimpegno mo rale precedentemente nominati, per neutralizzare i sentimenti negativi de rivanti dall’impatto con l’esperienza di violenza. Inoltre, secondo la teoria dell’apprendimento sociale, l’esposi zione cronica a modelli violenti rende i giovani più propensi ad apprendere schemi di comportamento aggressivo percepiti come adattivi e, nel tempo, influisce negativamente sulle capacità di autoregolazione. Inoltre, i compor tamenti disadattivi si mantengono se

rinforzati positivamente (ad esempio, approvazione degli amici, guadagni finanziari). Alcuni studi hanno inol tre evidenziato come vivere in un quartiere percepito come insicuro influenzi il processo di ingresso in una banda. Gli adolescenti spesso riferiscono di unirsi a una gang per ricevere un senso di protezione e di guadagno economico che mancano nei quartieri ‘pericolosi’. Un fattore spesso menzionato e particolarmente rilevante negli ultimi anni è l’utiliz zo di social network, sia con fini co municativi tra i membri delle gang, sia per la diffusione in rete degli atti compiuti come atto di sfida o autoaf fermazione. L’uso di questi strumenti crea dei processi emulativi e favorisce meccanismi di reciproco sostegno e incoraggiamento tra membri del gruppo che portano alla derespon sabilizzazione per le azioni criminali compiute. Nell’ambito educativo, le scuole mal funzionanti, con alti livelli di vittimizzazione, un basso numero di insegnanti per numero di studen ti, una scarsa qualità accademica, un cattivo clima scolastico e un alto tasso di punizioni (sospensioni, espulsioni e rinvii al tribunale dei minori) pre sentano una percentuale maggiore di studenti che si uniscono a bande.

Come evidenziato, il fenomeno è complesso e fluido e non può essere affrontato solo in chiave repressiva. Sebbene siano devianti o potenzial mente pericolosi, questi giovani sono anche più vulnerabili e bisognosi di protezione. I politici, gli insegnanti, le forze dell’ordine e della giustizia minorile, gli specialisti della salute mentale e i genitori, dovrebbero met tere in atto sforzi di prevenzione e di intervento che si concentrano su più livelli, includendo sia i fattori indivi duali che quelli contestuali, mirando a rafforzare la cognizione morale de gli adolescenti.

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MALADOLESCENZA NON È TEMPO DI DORMIRE

Nel 2014, insieme a Maria Rita Parsi, pubblicammo per Piemme il libro Ma ladolescenza, replicato quattro anni dopo da Generazione H, che raccontava il mondo frasta gliato e complesso degli adolescenti italiani, divisi tra spericolatezze, sin drome di Hikikomori e disagi di ogni genere.

A distanza di anni lo spaccato adolescenziale è un tumulto irrefre nabile, una vera e propria emergenza nazionale sulla quale è auspicabi le che il Governo investa in risorse strategiche.

Prevalgono le baby gang, feno meno longitudinale che interessa grandi e piccole città, vissute come una sorta di perversa moda che oc cupa quartieri e territori, candidan dosi ad occupare pezzi di sovranità pubblica per molto tempo esclusivo appannaggio, almeno nelle realtà meridionali, della criminalità orga nizzata.

Nella mia stessa, piccola realtà urbana, quella di Cosenza Rende che ospita centomila abitanti, esistono

queste bande giovanili, quasi sempre comprese in un range di età fra i 13 e i 17 anni,che vandalizzano, fanno piccole azioni illegali e sì atteggiano a veri e propri clan.

Nel capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta in America, si assiste all’evoluzione della banda di Nood les e dei suoi sodali, che attraversa l’infanzia giungendo alla maturazio ne adulta di mafia conclamata.

Quanto questo pericolo possa farsi strada nelle nostre città, anche in quelle del nord in cui il crimine ha assunto una sorta di omogeneità cul turale, è presto detto.

Ma non è solo il pur importante e possibile travaso verso la criminalità delle baby gang che deve far preoc cupare ma la stessa dimensione so ciologica dell’avanzata sistemica di gruppi organizzati che sì identificano con nomi, simboli e identità confuse.

Già Piaget, Winnicott, Anna Freud avevano sottolineato il rischio insito nell’età dì transizione dì coin volgimento in attività geneticamente devianti,che nei decenni hanno as sunto forme assai diverse.

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I segnali che arrivano dalla realtà che ci circonda (film compresi) di Mario Campanella

Il periodo post ideologico sus seguente agli anni della contesta zione,che impegnavano le nuove generazioni in attività di costruzio ne politica,al netto della tragedia terroristica, ha lasciato il posto a un nichilismo diffuso e imperante che non assegna significato né all’etica , né al rispetto, né a valori condivisi, religiosi o politici,che siano includen ti e civili. Lo sì è visto negli anni della violenza negli stadi che sì caratteriz zavano per vere guerre tra contrade del tutto indipendenti dalle questioni agonistiche o sportive.

Le baby gang non hanno un’ar ticolazione finalistica. Possono di struggere le vetrine di un negozio, imbrattare le strade o bullizzare e usare violenza su un coetaneo ritenu to fragile (per orientamento sessuale, disabilità etc) senza sapere o chieder si il perché. Anche l’uso diversificato di simboli storici nefasti, dalla sva stica alla stella a cinque punte, non discende da convinzioni politiche o ideologiche ma dalla semplice e tote mistica adesione a una contrapposi zione al potere definito.

La sessualità è vissuta con bulimia esibizionistica e sempre in modalità avversiva alla “norma”. C’è da sotto lineare che le baby gang hanno una connotazione ibrida,con appartenen za quasi equilibrata tra i sessi, che non conosce prevaricazioni di sesso ma uniformità di schieramento .

Anche qui il ricorso alla grande letteratura e al grande cinema è di aiuto. Dall’analisi dèi fratelli Kara mazov con il delirio di Ivan, magi stralmente raccontata da Antonio Semerari, sino ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick, si avverano pro fezie di esistenzialismo violento e afi nalistico che sembrano destinati ad aumentare.

Spesso questi ragazzi provengo no da famiglie agiate, smentendo

l’equazione del tutto sbagliata tra proletariato e aggressività giova nile e del resto basterebbe citare l’orrore del Circeo, 47 anni fa, per capire come i ceti sociali più ab bienti producano spesso distorsioni educative e pedagogiche in grado di fare emergere condizioni aberranti o borderline.

Anche nel rapporto con la scuola si assiste a un’alterazione tra le figure educative e gli alunni. Si moltiplica no casi di aggressione ai docenti, dì utilizzo dei social come amplificatori dì attività di bullismo.

Il quadro complessivo dell’ado lescenza inquieta risente certamente anche delle conseguenze post covid.

Esso necessita di una svolta nell’approccio generale con la pro mozione di studi qualificati dì rile vazione e monitoraggio e l’offerta dì strumenti di risoluzione che tengano conto delle comunità e delle figu re sociali come l’associazionismo,la Chiesa, le famiglie.

Lasciare correre osservando sa rebbe un atto di voyeurismo imper donabile. Non è tempo di dormire.

Nel capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta in America, si assiste all’evoluzione della banda di Noodles e dei suoi sodali, che attraversa l’in fanzia giungendo alla maturazione adulta di mafia conclamata.

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Scena tratta dal film “C’era una volta in America” (1984) di Sergio Leone.

COSÌ PROTEGGEREMO

I GIOVANI DAL RISCHIO DELLE BABY GANG

Intervista a Carla Garlatti, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza

Le bande giovanili, o baby gang, sono una realtà in au mento in Italia. È quanto emerge dalla mappatura na zionale “Le gang giovanili in Italia elaborata da Transcrime, il centro di ricerca interuniversitario sulla crimi nalità transnazionale delle università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Alma Mater Studiorum di Bologna e dell’università degli Studi di Perugia. Lo studio, che si basa su dati rilevati con il supporto del Servizio analisi criminale della direzione centrale della Polizia criminale del diparti mento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno, ha esaminato un orizzonte ampio di fenomeni con tribuendo a comprenderne la com plessità.

Come riferisce il ministero dell’Interno nello studio pubblica to lo scorso ottobre, l’identikit delle baby gang restituisce in media la fo tografia di gruppi diffusi in tutte le regioni, con una leggera prevalenza nel Centro-Nord. Composti da circa

dieci ragazzi, tra i 15 e i 17 anni, spes so italiani, senza un’organizzazione strutturata né la distinzione di com piti all’interno, compiono azioni vio lente, spesso senza moventi specifici. Vittima delle aggressioni di queste bande sono spesso coetanei.

Cosa fare dunque per arginare il fenomeno? Ne ha parlato a Brain l’Autorità garante per l’infanzia e l’a dolescenza Carla Garlatti.

Quali sono, ad oggi, le strategie in favore dei minori?

Sono due le strategie fondamen tali: una adottata nel marzo dello scorso anno dalla Commissione eu ropea e una seconda varata dal Con siglio d’Europa lo scorso febbraio. La prima Strategia dell’Ue sui diritti dell’infanzia si articola in sei aree te matiche dedicate alla partecipazione dei minorenni, all’inclusione e all’e ducazione, al contrasto della violen za, al digitale, alla giustizia “a misura di bambino”, alla dimensione digitale e al rafforzamento dell’Ue in termini di protezione dei minorenni, anche

18 Brain Dic 2022
PRIMO PIANO
di Martina Gaudino

durante crisi e conflitti. La nuova Strategia sui diritti dell’infanzia del Consiglio d’Europa invece ha quali obiettivi: una vita senza violenza; pari opportunità e inclusione sociale per tutti; l’accesso di tutti i minorenni alle tecnologie e al loro utilizzo sicuro; una giustizia adatta alle necessità del le persone di minore età; dare voce a ogni minore; i diritti nelle situazioni di crisi o emergenza. Si tratta di due documenti che rappresentano un im portante punto di riferimento per sol lecitare e orientare l’azione di Gover no e Parlamento. A tal proposito ho appena inviato una nota al Presidente del Consiglio Gior gia Meloni nella quale ho evidenzia to cinque emergen ze. Ve ne sono altre, ma ho individuato i punti che a mio parere sono più ur genti e per i quali ho formulato una serie di proposte concrete: si tratta di povertà minorile, dispersione scolastica, salute mentale, ambiente digitale e partecipazione.

Ci sono nuovi progetti in campo per allontanare dal rischio di violenza, di associarsi in baby gang?

Attenzione a parlare di baby gang: non sempre si tratta di “gang” in sen so tecnico - spesso sono minorenni che agiscono in gruppo - e, anzi, eti chettare così i ragazzi, rischia di sti molare fenomeni di identificazione, emulazione e compiacimento. Per la Giornata mondiale dell’infanzia di quest’anno ho proprio scelto di richiamare l’attenzione sul sistema penale minorile, con l’intento an che di porre l’accento sulle vittime minorenni e non solo sugli autori di

reato. Nell’occasione ho presentato a Governo e Parlamento una serie di proposte concrete. Ho chiesto in nanzitutto un maggiore investimento nella prevenzione perché occorre ra gionare sul lungo periodo, guardare al futuro. Non esistono soluzioni immediate per problemi complessi e multifattoriali come il disagio giova nile, occorre invece fare investimenti a lungo termine, con la consapevo lezza che si tratta di percorsi lunghi e mai a costo zero. Per questo ho sollecitato le istituzioni a offri re ai ragazzi spazi di aggregazione che possano essere at trattivi rispetto alla strada dell’illegalità, in particolare in pe riferia e in contesti di marginalità e di coinvolgere i giovani nel recupero e nelle scelte per la destina zione e la gestione di questi spazi. Un ruolo fondamentale va riconosciuto alla scuola, che deve offrire le competenze utili a costruire un percorso di vita e a collocarsi po sitivamente nella società. Tra le altre proposte che ho avanzato: introdur re sanzioni penali a misura di mino renne, diverse da quelle degli adulti, considerare l’istituto della giustizia riparativa come la principale risposta al reato e aprire sportelli dedicati alle vittime di minore età. Infine, ho sot tolineato la necessità di un maggiore investimento in termini di educazione alla legalità e al rispetto delle regole.

Può in qualche modo il Covid aver inciso sul disagio sociale prova to dai minori?

La pandemia non è la causa prin cipale del disagio ma certamente ha accelerato e aggravato alcune emer

Come riferisce il ministero dell’In terno nello studio pubblicato lo scorso ottobre, l’i dentikit delle baby gang restituisce in media la fotografia di gruppi diffusi in tutte le regioni, con una leggera prevalenza nel Centro-Nord.

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PRIMO PIANO
Carla Garlatti.

Un ruolo importante può essere svolto dai patti educativi di comunità, indicati dal Ministero dell’istruzione come modello per garantire la ripresa delle attività scolastiche dopo il Covid.

genze già esistenti. Allo stesso tem po però ha dato impulso a riflessioni più approfondite e strutturate e ha valorizzato l’importanza del lavoro di rete. Resta il fatto che l’emergen za ha avuto un impatto negativo sul benessere psicologico di bambini e adolescenti, ha influenzato in modo sfavorevole la loro salute mentale e ha determinato un incremento dei disturbi dell’umore e del comporta mento oltre che un aumento di soli tudine e ritiro sociale. La diffusione del Covid-19 ha obbligato bambini e ragazzi ad affrontare una nuova realtà, caratterizzata da un maggiore senso di paura e di incertezza rispetto al futuro, dall’imposizione di restri zioni e dalla riduzione della socialità. I ragazzi si sono sentiti dimenticati,

non ascoltati e spesso hanno sfogato il senso di rabbia e frustrazione pro vato con comportamenti aggressivi e violenti. Ne sono un chiaro esempio i numerosi episodi di risse organizza te da giovanissimi attraverso i social in diverse zone del nostro Paese. Il disagio va indagato sotto molti pro fili. L’Autorità ha avviato dal giugno 2021 in collaborazione con l’Istitu to superiore di sanità e il Ministero dell’istruzione su “Pandemia, neuro sviluppo e salute mentale di bambini e ragazzi”: durerà complessivamente tre anni; i primi risultati sono stati pubblicati a maggio scorso. In sintesi: se non si interviene in fretta i proble mi del neurosviluppo e della salute mentale di bambini e ragazzi manife statisi durante la pandemia rischiano di diventare cronici e diffondersi su larga scala.

Qual è la rete di servizi che può aiutare scuole e famiglie a evitare che il fenomeno dilaghi?

Un ruolo importante può essere svolto dai patti educativi di comunità, indicati dal Ministero dell’istruzione come modello per garantire la ripresa delle attività scolastiche dopo il Co vid. Si tratta di uno strumento che consente di mettere in rete la scuola con il territorio nel quale operano i diversi soggetti pubblici e privati che concorrono a supportare il processo di apprendimento e formazione di bambini e ragazzi. Uno strumento che ha lo scopo di combattere e fronteg giare la povertà educativa per cercare di dare a tutti le stesse opportunità attraverso un lavoro in sinergia tra pubblico e privato, scuola, enti locali e Terzo settore. A mio parere sareb be opportuno che questo strumento entrasse in una norma primaria na zionale che individui i patti educativi di comunità come livello essenziale di prestazione, in modo da mettere tutti i soggetti sullo stesso piano.

20 Brain Dic 2022
PRIMO PIANO
stigma
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Fumettisti contro lo
della malattia mentale
22 Brain Dic 2022
SOSTANZE PSICHEDELICHE IN PSICHIATRIA Possibili benefici per la salute mentale derivanti dal loro uso in un contesto clinico
degli Studi di Siena, UOC Psichiatria Universitaria
di A. Cuomo, A. Spiti, G. Barillà, A. Fagiolini LE
Università

CONTRIBUTO

Negli ultimi anni è emer so un crescente interesse sull’utilizzo di composti psichedelici come po tenziali trattamenti per problemi psichiatrici. Sebbene sia vero che alcune ricerche scientifiche sug geriscano possibili benefici per la salute mentale derivanti dall’uso di sostanze psichedeliche in un con testo clinico, ci sono anche degli aspetti negativi. Nel campo della psichiatria, ciò comporta tipica mente il “microdosing” ovvero la somministrazione di quantità molto piccole della sostanza psichedelica. Questo ha lo scopo di produrre be nefici senza causare un “bad trip” o innescare intensi effetti allucinatori. Un avvertimento molto importante del microdosaggio di sostanze psi chedeliche è che i farmaci vengano somministrati da un professionista della salute mentale qualificato in un ambiente clinico, a volte affian cato da altri professionisti medici, quali gli anestesisti. Tra le sostanze più studiate vi sono Ketamina, Psi locibina e MDMA.

Ketamina

Sviluppata più di mezzo secolo fa, la ketamina è un anestetico. Questa sostanza può avere effetti allucino geni ed è stata usata talvolta come droga ricreativa con il sopranno me di “Special K”. Numerosi stu di ed esperienze cliniche indicano gli effetti positivi della ketamina sul disturbo depressivo maggiore. I risultati di uno studio del 2013 sull’American Journal of Psychiatry hanno mostrato che nelle persone con depressione resistente al tratta mento, la ketamina ha innescato ra pidamente effetti antidepressivi. Un miglioramento significativo dei sin tomi depressivi tra le persone che assumono ketamina è stato notato

23 Brain Dic 2022

Sebbene le ricer che attuali stiano dando risultati promettenti, non ci sono ancora infor mazioni sufficienti per sapere in che modo il microdo saggio di sostanze psichedeliche in un contesto clinico influenzerà il cervello a lungo termine.

anche in una revisione del 2017 in Mental Health Clinician. Dal 2019 è stato approvato in Europa il trat tamento con S-Ketamina (enantio mero levogiro della Ketamina) per la Depressione Resistente al tratta mento. Tra gli svantaggi la ketamina può causare stati dissociativi vissuti negativamente, ipertensione, cefa lea, vertigini e nausea.

Psilocibina

Avete mai sentito parlare di “funghi magici?” Queste sostanze naturali contengono un composto psicoattivo chiamato psilocibina che può alterare pensieri e perce zioni causando allucinazioni visive e uditive a dosi elevate. Uno stu dio del 2021 su JAMA Psychiatry che ha coinvolto 24 persone con disturbo depressivo maggiore ha rilevato che la psicoterapia assisti ta da psilocibina produceva “effetti antidepressivi ampi, rapidi e pro lungati”. Altre ricerche del 2021 sul New England Journal of Medicine su persone con depressione da mo derata a grave hanno mostrato che il trattamento con psilocibina era altrettanto efficace rispetto a trat tamento con un antidepressivo co mune (escitalopram). Tuttavia, se utilizzata a dosaggi incongrui ed in setting non controllati, alcune per sone possono sperimentare reazioni negative, come ansia, attacchi di pa nico, paranoia, sentimenti di paura e depressione, nausea e intorpidi mento del corpo.

MDMA

La 3,4-metilendiossimetanfe tamina (MDMA) è una sostanza chimica che altera l’umore produ cendo una più intensa percezione sensoriale e sentimenti di vicinanza affettiva agli altri. Uno studio clini co di fase 3 randomizzato, in dop

pio cieco, controllato con placebo del 2021 apparso su Nature Medici ne ha esaminato l’impatto della psi coterapia assistita dall’MDMA sugli individui affetti da grave disturbo da stress post-traumatico. Dopo il trattamento, il 67% dei partecipan ti non soddisfaceva più i criteri dia gnostici per PTSD. Tra gli svantaggi correlati all’utilizzo abbiamo visio ne offuscata, nausea, denti stretti, nausea, sudorazione e brividi sono alcuni degli effetti indesiderati dell’assunzione di MDMA.

Sebbene le ricerche attuali stiano dando risultati promettenti, non ci sono ancora informazioni sufficienti per sapere in che modo il microdo saggio di sostanze psichedeliche in un contesto clinico influenzerà il cer vello a lungo termine. Sono necessa rie ulteriori indagini sull’uso delle sostanze psichedeliche come tratta mento psichiatrico per comprendere il loro impatto duraturo sulla salute del cervello e per stabilire quanto si ano veramente sicure.

24 Brain Dic 2022
CONTRIBUTO
26 Brain Dic 2022
PERCHÉ IL NATALE TRA PARENTI E AMICI PUÒ CAUSARE STRESS
Ansia da festività, ecco i campanelli d’allarme a cui stare attenti

Un modello eccessivamente perfetto di Natale, segna to da una famiglia felice e riunita intorno a tavole con ogni ben di Dio, potrebbe es sere causa di stress soprattutto per i più giovani. Il modello proposto dai media, infatti, che vuole gior nate speciali a tutti i costi, può far sentire inadeguato chi invece con duce un tenore di vita meno agiato o, semplicemente, chi desidera non festeggiare. Un problema da non sot tovalutare e che può avere effetti im portanti sulla psiche dei soggetti più fragili. Non è scontato, nelle lunghe giornate festive, imbattersi in parenti dalle mille domande, in coppie felici mentre si è single o, ancora, in neo genitori che parlano solo del nuovo arrivato quando magari non si riesce ad avere un figlio.

Le occasioni di sconforto possono essere numerose e spesso non si han no gli strumenti adeguati ad affron tare il tutto nella maniera più giusta. È importante ascoltare i “campanelli d’allarme” che il nostro cervello ci invia: si desidera stare soli? Si ritiene di non avere troppo denaro da spen dere in regali per tutti? Si preferisce bere da soli? Possono, questi, essere segnali preludio di qualcosa che sta per fare capolino nel nostro essere. Come affrontare al meglio il disagio delle feste per fare in modo che non si trasformino in una tortura? Ne abbiamo parlato con il dottor Anto nello Veltri, Dirigente Medico Psi chiatra di Medicina Preventiva del Lavoro presso l’Azienda Ospedalie ro-Universitaria Pisana.

Che relazione esiste tra la salu te mentale e l’obbligo di dover tra scorrere le festività con i parenti, gli amici?

Personalmente, credo che sia solo uno dei tanti fattori in grado di con tribuire al disagio psicologico che

27 Brain Dic 2022
L’INTERVISTA

Le occasioni di sconforto possono essere numerose e spesso non si hanno gli stru menti adeguati ad affrontare il tutto nella maniera più giusta. È impor tante ascoltare i “campanelli d’allar me” che il nostro cervello ci invia: si desidera stare soli?

Si ritiene di non avere troppo de naro da spendere in regali per tutti? Si preferisce bere da soli?

può caratterizzare questo periodo dell’anno. È vero che alcuni individui riferiscono di temere il Natale a cau sa dell’obbligo implicito di dover in contrare familiari, amici e conoscenti che, invece, preferirebbero evitare e non frequentare. Il problema secon do me risiede, non tanto nel dover trascorrere le festività in famiglia o con gli amici, quanto nell’enfasi che i media pongono su relazioni sociali e familiari ideali che molti desiderano ma non possiedono. In pratica, l’im magine del Natale felice in famiglia ampiamente diffusa e pubblicizzata dai media si scontra con le realtà fa miliari e sociali complesse e proble matiche che alcuni individui vivono.

Ciò diventa uno stimolo, soprattutto in personalità con tendenza al vitti mismo e all’autocommiserazione, a rimuginare sull’inadeguatezza della propria vita confrontata con quella di altre persone che sembrano avere di più e fare di più.

In che modo si manifesta il di sagio?

I primi segnali di disagio sono i vissuti di tristezza, rabbia, frustra zione e insoddisfazione associati a disturbi del sonno e ad un genera le incremento dei livelli di ansia, di ruminazione ideativa e di tensione emotiva. Purtroppo, negli individui predisposti spesso si configurano dei veri e propri episodi depressivi complicati da sintomi somatici e, talora, dall’abuso di alcool. Una ri cerca scientifica di qualche anno fa, pubblicata su Innovations in Clinical Neuroscience, parla di “Christmas effect” e attesta che effettivamen te in prossimità del Natale l’umore generale peggiori e che il numero di decessi alcool-correlati aumenti.

Ci sono fasce d’età particolarmente predisposte all’insorgere di queste manifestazioni?

Le fasce di età più fragili sono

senza dubbio gli adolescenti, i giova nissimi e gli anziani. Gli adolescenti e i giovani sono i più colpiti dalla crisi sociale del nostro tempo. Sono sem pre più spesso confusi e disorientati. La società in cui vivono sembra non aver bisogno di loro e non consente loro di fare progetti a lungo termine. La realizzazione familiare e lavorati va sembra sempre di più un’utopia. Per queste ragioni vivono ancora più intensamente il contrasto con il modello di Natale pubblicizzato dai

28 Brain Dic 2022
L’INTERVISTA

media. Per molti anziani, invece, il Natale è un’occasione di nostalgia e solitudine perché hanno subito la perdita di persone care o semplice mente perché i nuclei familiari at tuali rispetto a quelli di 30-40 anni fa sono sempre più disuniti e isolati.

Quali sono gli altri eventi di que sto tipo che possono causare una sofferenza mentale?

Restando in tema, un’altra fonte di disagio psicologico non trascura bile in questo periodo è l’eccessiva

commercializzazione della festa con un’attenzione esasperata verso i re gali e una pressione generale verso gli acquisti. Molti non riescono a sostenere economicamente questo tenore di vita imposto dall’esterno e sviluppano dolorosi sentimenti di inadeguatezza e fallimento. Altri in dividui, invece, finiscono per spen dere oltre le loro possibilità incor rendo in debiti crescenti. Esiste poi un fattore biologico che può nuocere alla salute mentale nel periodo natali zio. Il clima invernale ma soprattutto la riduzione della durata dell’espo sizione alla luce solare aumentano l’incidenza del cosiddetto disturbo affettivo stagionale (SAD). Si tratta di un disturbo caratterizzato da fasi depressive, anche gravi, in autunno e in inverno che si risolvono con l’av vento della stagione primaverile.

Qualche consiglio per affrontare l’ansia.

Qualora sintomi quali tristezza, ansia, ruminazione del pensiero, insonnia, somatizzazioni, aumento dell’uso di alcolici, causino un disa gio significativo o ostacolino il fun zionamento della persona nella vita di tutti i giorni, il consiglio è senza dubbio quello di consultare un pro fessionista qualificato (psichiatra, psicologo) affinché possa effettuare una corretta diagnosi e, se necessa rio, impostare un trattamento speci fico. Inoltre, tra i suggerimenti per vivere al meglio il Natale e ridurre lo stress da festività sicuramente può essere importante decidere in anticipo un limite personale per le spese e per il numero di eventi so ciali a cui partecipare. È utile poi non accettare alcuna definizione ideale di Natale che i media cercano di imporre, abbassare le aspettative generali, mantenersi attivi e impe gnati in modo da ridurre la tenden za a rimuginare.

“Qualora sintomi quali tristezza, ansia, ruminazio ne del pensiero, insonnia, somatiz zazioni, aumento dell’uso di alcolici, causino un disagio significativo o ostacolino il fun zionamento della persona nella vita di tutti i giorni, il consiglio è senza dubbio quello di consultare un professionista qualificato”.

29 Brain Dic 2022
L’INTERVISTA

NASCITA DELLA NEUROETICA (SETTIMA PARTE)

Il modello filosofico di stampo computazionale elaborato da Patricia Smith Churchland

di Alberto Carrara

Direttore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Do cente di Neuroetica presso la Facoltà di Psicolofia dell’Università Europea di Roma, Membro della Pontificia Accademia per la Vita, Fellow dell’UNESCO Chair in Bioethics and Human Rights e Presidente dell’Istituto Internazionale di Neurobioetica.

Se gli anni Settanta e Ottanta ve dono configurarsi un modello di neuroetica di stampo medico-cli nico, seppur con due visioni anti tetiche sul rapporto mente-corpo (Pon tius e Cranford), negli anni Novanta il neologismo fa il suo ingresso in ambito filosofico.

Si deve soprattutto alla filosofa americana Patricia Smith Churchland, classe 1943, il merito di aver diffuso in ambito filosofico il termine neuroetica collocando le relative questioni all’in terno di una cornice denominata “neu rofilosofia”, antitetica alla filosofia delle neuroscienze.

La filosofia delle neuroscienze, es sendo un settore della filosofia della scienza, si occupa di questioni filosofi che implicate nella ricerca neuroscienti fica. Come afferma Alberto Gaiani:

«Anzi, è la filosofia di una scienza particolare: quella che si occupa dei processi neurali, per l’appunto. Quan

do si fa filosofia delle neuroscienze si è portati a esaminare lo statuto, il metodo, lo scopo del lavoro del neuroscienziato. In una certa misura, si intende dare uno spessore filosofico alla ricerca neuro scientifica o, più prosaicamente, offrire a essa un punto di vista critico, nel senso di una capacità di osservare criticamente il lavoro che si sta svolgendo. Il grande progresso tecnologico permette di os servare fenomeni fino ad ora sconosciu ti e di raccogliere una grande quantità di dati empirici. Ma esistono ‘fenomeni mentali’? Ha senso parlare di ‘fenome ni’ e di ‘mentale’ in questo contesto? E che cos’è un dato empirico? Che fun zione svolge nell’ambito delle nostre spiegazioni scientifiche? E ancora: che cos’è una spiegazione scientifica? Che cos’è una teoria scientifica? Si potrebbe continuare a lungo, moltiplicando gli interrogativi e scendendo sempre più nel dettaglio, ma il punto è chiaro. Si parla di ‘filosofia delle neuroscienze’ nel

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CONTRIBUTO

senso di un genitivo oggettivo: è una ri flessione critica e teorica sui presupposti filosofici e sulle implicazioni filosofiche della ricerca neuroscientifica» (Ridu zionismo e neuroscienze: il dibattito fi losofico recente, Etica & Politica, XVI, 2014, 2, p. 49).

In un movimento di pensiero op posto, Patricia S. Churchland nel 1986 pubblica il volume Neurophilosophy. Towards a Unified Science of the Mind/ Brain (MIT Press, Cambridge) descri vendo un programma riduzionista per ciò che concerne il rapporto mente-cor po il cui orizzonte è la visione computa zionale. Il successivo lavoro The Com putational Brain del 1992 ne corrobora la prospettiva. Così: «La neurofilosofia consiste in una mossa contraria, per così dire. Invece di scavare nei fondamenti si sondano gli esiti. Le ricerche in quest’ambito metto no alla prova le concezioni della filosofia ‘tradizionale’ – si passi il termine – attra verso le più recenti scoperte neuroscien tifiche. E quindi ci si trova a interrogarsi su che cosa siano e che significato ab biano concetti come ‘coscienza’, ‘emo zione’, ‘desiderio’, ‘felicità’, ‘empatia’, ‘azione morale’, ‘cognizione morale’ e molti altri» (Riduzionismo e neuro scienze: il dibattito filosofico recente, Etica & Politica, XVI, 2014, 2, p. 49).

Nel manoscritto Our brains, our selves: reflections on neuroethical que stions del 1991 la Churchland discute le emergenti questioni neuroetiche riguardanti l’identità soggettiva, cioè il sé (Self), e il suo legame/rapporto col cervello secondo una concezione del mentale di stampo eliminativistico, anche detta materialismo eliminativo. Tale prospettiva si centra sull’afferma zione radicale in base a cui la nostra comprensione ordinaria della mente, basata sul senso comune, è profonda mente sbagliata e che alcuni o tutti gli stati mentali postulati dal senso comu ne non esistono realmente e non svol

gono nessun ruolo in una scienza della mente matura. Nel volume Brain-Wise: Studies in Neurophilosophy, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts del 2002, la filosofa americana si esprime in questi termini:

«È il cervello, anziché una sostan za non fisica, che sente, pensa e decide. Non esiste un’anima che s’innamora. Certamente noi continuiamo a innamo rarci, e la passione è così reale come lo è stata sempre. La differenza è che ades so noi sappiamo che questi importanti sentimenti sono eventi che accadono nel cervello fisico» (introduzione al vo lume).

Il modello neuroetico di stampo filosofico sviluppato da Patricia Smi th Chrurchland propone una forma mentis neurocentrica che, intendendo il rapporto mente-cervello alla stregua dell’analogia software-hardware com putazionale, antropomorfizza il cervello perdendo la prospettiva del rapporto interdipendente con tutto il resto della corporeità. Non è il cervello che rap presenta il suo mondo, sia interno che esterno, ma è quest’essere umano con creto nella sua integrazione organica come un tutto unificato il soggetto che sente, percepisce, si rappresenta, pensa, vuole, ama, desidera e sceglie.

Nuovamente, dal confronto con gli autori analizzati in precedenza, questo modello filosofico di neuroetica che “svaluta” i contemporanei sviluppi di una neurologia che radica a 360 gradi in tutta la corporeità (Embodied ed Em bedded Neurology) non sarà adeguato tanto a dare soluzioni alle questioni etiche in ambito neuroscientifico e neu ro-tecnologico che beneficino i pazienti, come a prevedere e prevenire eventuali pseudo-sperimentazioni dannose per le persone stesse.

Come verrà esposto nei prossimi mesi questa prospettiva filosofica non è l’unica possibile all’interno della neu roetica.

Si deve soprattutto alla filosofa ameri cana Patricia Smith Churchland, classe 1943, il merito di aver diffuso in ambito filosofico il termine neuroe tica collocando le relative questioni all’interno di una cornice denomina ta “neurofilosofia”, antitetica alla filosofia delle neuroscienze.

31 Brain Dic 2022
CONTRIBUTO

PSICHIATRIA, LA SALUTE MENTALE SPARITA DALL’AGENDA POLITICA

Il tema della salute mentale è spa rito, al momento, dall’orizzonte della politica. In questo inizio di legislatura, infatti, non si registra alcuna attività in tal senso, nonostan te le buone intenzioni manifestate in campagna elettorale: tra i documenti consultabili in Parlamento non risul tano proposte di legge che abbiano almeno l’intento di puntare l’atten zione sulla psichiatria nel suo com plesso. Certo, nessuno immaginava che ci potessero essere chissà quali iniziative in poche settimane, dato che deputati e senatori si sono inse diati a metà ottobre. E in cima all’a genda, come è noto, ci sono le misure economiche da affrontare per scon giurare l’eventuale recessione.

Non è un mistero, insomma, che la nuova legislatura sia iniziata con l’urgenza di scrivere, discutere e ap provare la Legge di Bilancio. Ma, paradossalmente, è proprio in questo punto che si innesca il cortocircuito: nella manovra del governo manca una visione, e anche un sostegno eco

nomico concreto sul dossier. L’analisi delle occorrenze lessicali aiuta a com piere una lettura precisa: nella ma novra, la locuzione “salute mentale” non è mai praticamente contemplata, così come le parole “psicologia” e “psichiatria”. Una ricerca vana che conferma una tendenza: sono finite totalmente ai margini del dibattito pubblico o quantomeno dell’attualità politica.

Dunque, interventi come il cosid detto bonus psicologo sono rimasti lettera morta, la tipica “una tantum” per lanciare un segnale, prezioso, ma senza dare un seguito strutturale così come auspicato anche dall’allora de putato del Pd, Filippo Sensi, ideatore dell’iniziativa. È stato tra quelli che più ha voluto il finanziamento della misu ra e ha spinto affinché fosse emanato il decreto attuativo, fondamentale per disegnare il perimetro di azione. E dire che i fari mediatici intorno a quel provvedimento erano stati utili a rac contare un fenomeno su cui la politica continua a essere distratta.

32 Brain Dic 2022
POLITICA
Ma dalla guerra al caro bollette, i disagi potrebbero aumentare di Stefano Iannaccone

Insomma, le questioni sul tavolo non mancano. Anzi. Su tutte spicca il dovere, forse anche morale prima che sociale, di tutelare i più giovani dopo le ondate di Covid-19, che hanno co stretto alle chiusure e quindi alla ri duzione degli spazi di socializzazione. Come è stato raccontato il dilagare di atti violenti è anche connesso ai lock down che hanno caratterizzato gli ul timi anni. Per questo l’argomento non può essere esclusivamente affidato ai tecnici, alla psichiatria come semplice lavoro, ma necessita di un supporto della politica, nella fattispecie di un legislatore capace di incrociare i vari aspetti. E mettere sul tavolo proget ti e risorse. Peraltro, ci sono ulteriori fattori ad aggravare il contesto sociale su cui possono svilupparsi problemi di salute mentale, tale da determinare una sorta di “pandemia”. Il conflitto in Ucraina non è così lontano, ben ché le armi facciano sentire i propri sinistri rumori lontano dal territorio italiano. Gli effetti sono sotto gli oc chi di tutti: i rincari delle bollette e

l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità impattano sulla qualità del la vita di persone che fino a qualche anno fa si trovavano in una condizio ne economica di relativa serenità.

Nella scorsa legislatura, c’è sta to chi come Cristian Romaniello, ex deputato del Movimento 5 Stelle poi passato con Europa Verde, si è battuto sui temi della salute mentale, puntan do una importante parte dell’attività parlamentare sulla prevenzione del suicidio, altro tema tabù nella politica, ma anche nella società. Uno dei pas saggi più importanti è stata l’appro vazione all’unanimità di una mozione che impegnava il governo a intrapren dere delle azioni legislative per miglio rare le politiche sul tema. Oggi non c’è ancora chi ha raccolto l’eredità di Romaniello. E le prossime settimane sono decisive in tal senso per com prendere se, nel corso del dibattito in Parlamento sulla Legge di Bilancio, ci possano essere degli emendamenti che garantiscono degli interventi che guar dino alla salute mentale.

Non è un mistero che la nuova legi slatura sia iniziata con l’urgenza di scrivere, discutere e approvare la Leg ge di Bilancio. Ma, paradossalmente, è proprio in questo punto che si inne sca il cortocircuito: nella manovra del governo manca una visione, e anche un sostegno economico concre to sul dossier.

33 Brain Dic 2022
POLITICA

#PARLIAMONE, COSÌ VALERIA È DIVENTATA FORSESONOSOLOIO

Intervista alla vignettista: “La salute mentale su ogni aspetto della mia vita, anche sul disegno” di Chiara Andreotti

Può capitare, nei momen ti bui, di percepire i nostri pensieri, le nostre paure e fragilità come solo nostre, come se fossimo gli unici al mondo a provare quel dolore. E allora pensia mo “forse sto sbagliando qualcosa, forse sono solo io”. In quel momen to l’alienazione che proviamo ci in duce a pensare di essere soli di fron te al dolore, senza una via d’uscita.

Ed è proprio con questo spirito che Valeria, poco più che ventenne, crea la sua pagina su Instagram che oggi conta oltre 100.000 followers.

Come è nata “Forse sono solo io”?

Credo fortemente nel destino, da sempre. Credo anche molto nel le persone, sono loro a ispirarmi la maggior parte delle volte. Nel 2019 mi trovavo in un bar a Milano, con una delle persone più importan ti della mia vita. Le stavo facendo leggere il mio diario, un quadernet to dove letteralmente buttavo giù i miei pensieri, le domande che avevo

in mente. Mi ha consigliato di condi viderli con la gente, per potermi sen tire capita e per potermi confrontare con gli altri su pensieri che alla fine dei conti, facciamo tutti.

Abbiamo aperto la pagina insie me il giorno stesso, sedute a quel bar mentre pioveva, e il nome è venuto in mente a lei! Ho continuato poi, giorno dopo giorno, a fotografare i pensieri che scrivevo su carta così com’erano, scritti storti e con le can cellature.

Come nasce il tuo processo crea tivo e come scegli le foto che diven tano i soggetti dei tuoi post?

La creatività per me non ha re gole o standard, nasce tutto casual mente la maggior parte delle volte, ma forse non così tanto come credo. Spesso chiedo alle persone di condi videre immagini o video della loro vita, di un’esperienza, una passione o un ricordo, e da lì penso a cosa mi trasmette quell’immagine o a cosa mi fa pensare. Capita tantissime vol

34 Brain Dic 2022

te che chi mi manda l’immagine poi si ritrovi tantissimo in quello che ci scrivo sopra ed è sempre sorpren dente e coinvolgente per me. Altre volte uso delle foto scattate da me, altre trovo direttamente online o sui social dei temi importanti rappre sentati da immagini significative, al tre ancora mi rifaccio a immagini di grandi artisti, attori, quadri, ritratti, qualsiasi cosa. Mi piacerebbe molto in futuro creare qualcosa in formato fisico e non solo digitale, chissà … sarebbe stupendo!

Quali sono i soggetti che predi ligi?

Adoro guardami intorno, ovun que, ogni volta che cammino per strada, che vedo un film o vado a una mostra, quando sono al parco o perfino al supermercato, tutto può

essere un soggetto interessante, sia nella quotidianità che nelle occasio ni speciali. Mi diverto a fotografare palazzi, paesaggi, persone, momen ti semplici, ma anche condividere esperienze con gli altri pubblican do video di quello che faccio, cosa faccio per sentirmi viva, divertirmi, riflettere, sfogarmi. Per rispondere alla domanda in modo chiaro: il sog getto può essere qualsiasi cosa.

Che rapporto hai con i tuoi followers?

Il rapporto con chi segue la pa gina è la cosa di cui vado più fiera in assoluto da sempre, è il motivo principale per cui tengo così tanto a questo progetto e il motivo che ren de spontanea, genuina e bella ogni interazione che avviene all’interno della community. Fosse per me, non

“Spesso chiedo alle persone di condividere immagini o video della loro vita, di un’esperienza, una passione o un ricordo, e da lì penso a cosa mi trasmette quell’im magine o a cosa mi fa pensare”.

35 Brain Dic 2022
Illustrazione di Valeria.

“Adoro guardami intorno, ovunque, ogni volta che cammino per stra da, che vedo un film o vado a una mostra, quando sono al parco o perfino al super mercato, tutto può essere un soggetto interessante, sia nella quotidianità che nelle occasioni speciali”.

abitassimo tutti in città differenti, organizzerei delle uscite in gruppo ogni settimana. In alcuni periodi molto difficili della mia vita i rappor ti che ho creato grazie alla pagina mi hanno aiutata, confortata, mi hanno fatta sentire capita. Abbiamo sem pre parlato in sincerità, senza filtri, anche di argomenti difficili e fonda mentali come la salute mentale. Ho scritto proprio grazie a questa espe rienza la mia tesi di laurea su come si possa instaurare empatia attraver so i social network, in base a come decidiamo di comunicare e come ci approcciamo agli altri online.

Senti mai il bisogno di staccare dai social?

Il mio rapporto con i social è complicato per una serie di moti vi: dal 2019 passo molto tempo sui

social, all’inizio solo per passione e divertimento oltre che per con fronto. Una volta laureata ho avuto la possibilità di intraprendere uno stage come social media manager in un magazine di eventi culturali, mu sicali, di intrattenimento, e passando quasi tutta la giornata sui social per lavoro, oltre che per mio interes se nel tempo libero, sono arrivata ad avere bisogno di staccare. Come ogni cosa, quando ne si abusa, non va mai bene. Ripensandoci, durante la pandemia e nello specifico duran te le quarantene, Instagram era uno dei miei posti sicuri, dove potermi confrontare con le persone e impa rare cose nuove. Lo è ancora, ma ho potuto toccare con mano cosa signi fica professionalmente star dietro ai tempi ferratissimi del mondo del la comunicazione e dei social, e ho visto sotto un altro punto di vista il lavoro che ho sempre pensato di vo ler fare. Forse lo è, ma non in questa modalità: preferisco di gran lunga quella di Forsesonosoloio.

Quali sono le emozioni che ti ispirano maggiormente?

Ho aperto Forsesonosoloio per buttare su carta (e poi in digitale) le emozioni che non so gestire, quelle di cui mi pento e quelle di cui sono fiera, le emozioni che condividiamo e proviamo tutti, quelle di cui ci ver gogniamo, parlando di come cam biano e ci trasformano ogni giorno. Le cose che reputo le più speciali mai scritte sono legate alla tristezza, ma anche alla gioia, alla rabbia, alla paura. Le emozioni fanno parte di tutto quello che creo e condivido, ispirano quello che scrivo, le doman de che mi pongo, i comportamenti che ho e le scelte che faccio. Sono un pochino empatica, sì.

Ti senti stimolata anche da quelle che comunemente sono ritenute emozioni negative?

36 Brain Dic 2022
Illustrazione di Valeria.

Se per emozioni negative inten dete rabbia, tristezza, paura, come dicevo nella risposta precedente, sono stimolanti tanto quanto quelle positive, se non di più. Gli artisti di qualsiasi arte e ambito danno il me glio di loro quando soffrono, e per assurdo i contenuti più condivisi e che ricevono più interazioni sono quelli dove si esprime tristezza. Nel le difficoltà però, ci capiamo meglio.

Qual è il tuo rapporto con la salute mentale?

La salute mentale è per me in as soluto la cosa più importante, insie me alla salute fisica. Nella mia espe rienza, salute mentale e fisica sono talmente interconnesse che mi è ca pitato di non stare bene fisicamente per lunghi periodi e scoprire che era tutta una questione psicologica, di stress, ansia, troppi pensieri. La pan demia mi ha decisamente cambiata, come tutti noi credo, ma la cosa po sitiva che ha scatenato in me è farmi capire quanto stessi trascurando me stessa e la mia salute mentale. Mi ha insegnato quanto è importante ascol tarsi, chiedere aiuto, confronto, dire un no in più o magari un sì in più. In somma, pensare un po’ meno a tutto quello che c’è da fare e da decidere e pensare di più a noi stessi.

Cosa pensi riguardo ad un percorso di terapia?

Ho seguito per due periodi della mia vita un percorso di terapia, ed è la prima cosa che consiglio a chiun que mi dica che non sta bene con se stesso, con gli altri. La prima volta è stata durante i primi anni del liceo, dove mi sentivo schiacciata dalla scuola e non affrontavo nel modo giusto (per me) le cose. Mi ha inse gnato tantissimo, e mi ha aiutata ad affrontare meglio il liceo, l’universi tà dopo, e anche il primo lavoro. La seconda volta è recente, la consape volezza di non aver ancora trovato il

mio equilibrio e la mia strada, insie me al non saper sempre gestire le mie emozioni e i miei pensieri, mi hanno spinta a tornare in terapia. Come esi ste un dottore da cui andiamo se il nostro corpo sta male, è fondamen tale prenderci cura della nostra men te, proprio perché condiziona tutto il resto.

In che modo la salute mentale influisce sul tuo lavoro?

La salute mentale, come dice vo prima, influisce su tutto, su ogni aspetto della mia vita: il rapporto con me stessa, quello con gli altri, la sfera lavorativa, familiare, affettiva, la mia stessa creatività. Quando non sto bene psicologicamente, si capisce subito, e spesso quando succede è come se vedessi le cose con un filtro grigio, negativo, stufo. Mi arrabbio o infastidisco, mi stresso per nulla, mi convinco di non essere in grado di fare delle cose o creo problemi dove non ci sono, faccio fatica a scrivere, a rispondere agli altri, a stare dietro a questo mondo che sembra sempre correre. La terapia aiuta a gestire tut to questo.

Che sia attraverso un post su Instagram o qualsiasi altro mezzo di comunicazione è importante far sapere a tutti coloro che stanno attraversando un momento difficile che non sono soli, che c’è sempre un modo per uscire dal buio che sembra non lasciare scampo.

È proprio per questo che nasce la campagna #Parliamone: con il sostegno di artisti come Valeria anche una t-shirt può diventare una dimo strazione di sostegno, di vicinanza e comprensione, può diventare uno stimolo per iniziare a parlarne.

Visita il sito della Fondazione BRF (www.fondazionebrf.org) per saperne di più.

“La salute men tale è per me in assoluto la cosa più importante, insieme alla salute fisica. Nella mia esperienza, salute mentale e fisica sono talmente interconnesse che mi è capitato di non stare bene fisicamente per lunghi periodi e scoprire che era tutta una questio ne psicologica, di stress, ansia, troppi pensieri”.

37 Brain Dic 2022

DUE UOMINI SU 10 RINUNCIANO AL SESSO PER DOLORE PSICHICO

38 Brain Dic 2022
Cos’è la “sindrome del lenzuolo”
di Francesco Carta

«Stasera non me la sento»: sembra una scusa per non fare sesso pretta mente femminile, ma, invece, può essere il segnale di un do lore fisico o psichico associato all’at tività sessuale, che colpisce anche gli uomini, di cui però si parla poco perché i maschi tendono a masche rare questa sofferenza e sono restii a consultare lo specialista.

A sollevare per la prima volta il velo in cui è avvolta la sofferenza maschile, sono gli esperti della So cietà Italiana di Andrologia (SIA) nella terza edizione del Congresso Natura, Ambiente, Alimentazione e Uomo (NAU). Secondo gli specialisti la «sindrome del lenzuolo» colpisce 4 milioni di uomini che, in due casi su 10, rinunciano al sesso per dolore fisico e psichico.

L’obiettivo degli andrologi SIA è dunque quello di proporre un cambio di paradigma nella cultura del dolore a cui troppo spesso si dà una valenza esclusivamente femminile.

«Il dolore causato da un proble ma andrologico può avere un impatto ingente sul benessere sessuale, indivi duale e di coppia - spiega Alessandro Palmieri, presidente SIA e docente di Urologia all’università Federico II di Napoli -. Sebbene sia gli uomini che le donne considerino un’appa gante attività sessuale essenziale per il mantenimento della relazione, gli uomini tendono però a enfatizzare l’importanza del sesso come emblema di mascolinità e di successo. Proprio per la rilevanza attribuita all’attività sessuale - precisa Palmieri - tendono a sottacere il dolore che alla fine li por ta a evitare il rapporto sessuale vero e proprio, avviando un circolo vizioso dannoso per la coppia e per l’uomo stesso».

«Negli ultimi anni la sofferenza maschile è aumentata notevolmente

39 Brain Dic 2022
NEUROSCIENZE

A sollevare per la prima volta il velo in cui è avvolta la sofferenza maschi le, sono gli esperti della Società Italiana di Andro logia (SIA) nella terza edizione del Congresso Natura, Ambiente, Alimen tazione e Uomo (NAU). Secondo gli specialisti la «sindrome del lenzuolo» colpisce 4 milioni di uomini che, in due casi su 10, rinunciano al sesso per dolore fisico e psichico.

- dice Ciro Basile Fasolo, presidente del congresso NAU e autore del li bro Homo Patiens dedicato al dolore nell’uomo - Recenti dati epidemiolo gici hanno evidenziato come un ma schio su tre sia affetto da patologie uro-andrologiche che possono inte ressare l’intero arco della vita: dall’a dolescenza fino all’età avanzata. Il riconoscimento tempestivo di alcuni sintomi permette di trattare patologie quali l’ipogonadismo, la disfunzione erettile, l’eiaculazione precoce, l’in fertilità, le patologie prostatiche su base infiammatoria o infettiva, che non di rado possono essere sottova lutate o addirittura misconosciute».

«Va poi tenuta in considerazione la bidirezionalità della correlazione tra dolore fisico e dolore psichico - ag giunge Palmieri - Infatti il dolore cor poreo come nel caso della sindrome pelvica, della prostatite cronica o del cancro alla prostata, può innescare uno stato ansioso in grado di aggrava re l’impatto della patologia sulla sfera sessuale». Le prostatiti rappresentano oggi una delle patologie più frequen ti, in particolare, la prostatite cronica

o sindrome del dolore pelvico croni co interessa il 10-15% della popola zione maschile e può insorgere negli uomini di qualunque età.

«Ci sono diversi tipi di trattamen to che consentono di gestire questa patologia - spiega Palmieri - come ad esempio le onde d’urto, ovvero onde acustiche ad alta intensità che si tra smettono attraverso la pelle nell’area interessata dove diminuiscono il do lore e accelerano la guarigione. Il pro blema, dunque, non è la mancanza di trattamenti, ma la reticenza degli uo mini a chiedere aiuto al medico. Mol to spesso la diagnosi arriva in ritardo, causando agli uomini più sofferenza, anche psicologica, che può essere in vece evitata». Un discorso simile vale anche per la disfunzione erettile, che interessa oltre 3 milioni di uomini in Italia e l’eiaculazione precoce.

«A scoraggiare gli uomini è am mettere il dolore psichico causato da questi problemi - evidenzia Palmieri -. Il paziente prova imbarazzo anche a parlarne con lo stesso specialista. Si isola nella sua sofferenza e fa gran fatica a chiedere aiuto. Moltissimi pazienti sono giovani - spiega il pre sidente SIA - ma arrivano a consul tare uno specialista solo dopo aver superato i 30 anni. È fondamentale una diagnosi tempestiva e precisa per aiutare il paziente nella ricerca della terapia più appropriata». La scoperta di nuovi trattamenti, infatti, consente allo specialista di prescrivere al pa ziente terapie personalizzate.

«L’innovazione terapeutica, con nessa all’integrazione nutraceutica, e l’approccio multidisciplinare che può prevedere anche il coinvolgimento dello psicoterapeuta - conclude Ba sile Fasolo - impongono allo speciali sta di aggiornarsi continuamente e di cambiare il proprio modo di pensare e di approcciarsi alla cura della salute maschile».

40 Brain Dic 2022
NEUROSCIENZE

IL NOSTRO OCCHIO “LAVORA”

COME UN COMPUTER

Ecco i risultati di uno studio del Cnr di Pisa

Quando concentriamo la nostra attenzione su qualcosa, il nostro occhio inquadra un soggetto spe cifico. Allo stesso tempo riesce a percepire senza che noi ce ne rendiamo conto tutto un insieme di dettagli che cap ta dall’ambiente circostante. Comunemente diciamo “guardare con la coda dell’occhio”, “vedere di sfuggita”.

Questo fenomeno viene chiamato in gergo tecnico “vista periferica”: ciò significa che questa nostra vista non garanti sce la stessa risoluzione della cosiddetta “visione centrale”.

Per chiarire: se leg gendo un testo i nostri occhi si concentrano su una sola parola questa risulterà perfettamente leggibile mentre le lettere vicine saranno meno di stinguibili.

Allora com’è possibile che il nostro cervello comprenda comunque anche il resto delle lettere?

Ciò che è emerso da un recente studio condotto dall’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa in collaborazione con l’Università di Firenze è che in questi casi il nostro occhio agisce come un computer.

«I processi che danno vita alla visione,

quelli che ci permettono di leggere, ricono scere i volti, gli oggetti, i colori, spesso sono visti come meccanismi passivi, che fanno sempre lo stesso lavoro, come delle teleca mere impostate su parametri fissi; tuttavia in presenza di informazioni poco affidabi li questo non è efficiente», dichiara Guido Marco Cicchini, autore dello studio.

Per portare avanti lo studio i ricercatori si sono avvalsi del sistema di “crowding”, traducibile come “affollamento”.

«Si è potuto osserva re che se l’ovale era dise gnato in maniera molto sottile, quasi una retta, la risposta dipendeva uni camente dall’oggetto. Se gli ovali invece avevano una forma tendente alla circonferenza, e quindi il loro orientamento non era ben definito, la risposta incorporava le immagini a latere dell’ovale d’interes se», spiegano i ricercatori del CNR.

È risultato quindi che i soggetti tende vano a ricostruire l’immagine riempiendo i vuoti con segnali affidabili e lasciando indie tro quelli più incerti.

I ricercatori paragonano l’occhio ad un si stema di videosorveglianza che in presenza di inquadrature di pessima qualità le sostituisce con immagini meglio delineate. (C. A.)

Brain Dic 2022 41 NEUROSCIENZE

COSÌ I SOCIAL PORTANO ALLA DEPRESSIONE DEI BAMBINI

Una revisione della lettera tura scientifica, promossa dalla Società Italiana di Pe diatria (SIP) e di cui parla va pochi giorni fa La Stampa, ha ana lizzato 68 lavori scientifici condotti dal 2004 al 2022 con l’obiettivo di indagare i rischi correlati all’uso dei social media nella fascia di età under 18, in particolare nel pre e post Co vid -19, identificare precocemente i segnali di eventuali problematiche in crescita ed elaborare dei suggerimenti preventivi.

L’utilizzo marcato di queste piat taforme nell’età preadolescenziale e adolescenziale, un periodo così de licato per la formazione dell’identi tà individuale, può incidere su vari aspetti della personalità, influenzan do il comportamento oltre che l’auto stima. Infatti i social media non rap presentano solo un mezzo per sentirsi in contatto con gli altri, ma anche per essere apprezzati e validati dai pari.

I risultati della review hanno mes so in luce un nuovo fenomeno, defini to “depressione da social” in bambini e adolescenti, esacerbato dalla pan demia che, a causa dell’isolamento sociale, ha incrementato l’utilizzo di internet, smartphone e social media. In 19 studi, pari al 27% di quelli esa minati, è stata riscontrata un’associa zione significativa tra depressione e utilizzo dei social.

«Non è ancora chiaro se l’uso dei social porti a una maggiore depres sione o se questi sintomi depressivi inducano le persone a cercare di più i social media (il che potrebbe ali mentare un circolo vizioso). Quello che però emerge in maniera inequi vocabile dai lavori è che più tempo bambini e adolescenti trascorrono sui dispositivi digitali, più alti livelli di depressione vengono segnalati. E ciò avviene senza grandi distinzioni geografiche: dalla Svezia all’Egitto», spiega Rino Agostiniani, Consigliere

42 Brain Dic 2022
NEUROSCIENZE
Lo studio della Società Italiana di Pediatria

Nazionale SIP, a La Stampa.

«La depressione è collegata a un rapido aumento della comunicazione digitale e degli spazi virtuali che so stituiscono il contatto faccia a faccia con uso eccessivo dello smartphone e delle chat online. Bambini e ado lescenti navigano in internet per lo più da soli, consultando con assiduità i social media. Primi tra tutti, Insta gram, Tik-Tok e Youtube. Con inevi tabili conseguenze sulla loro vita: dal le interazioni sociali ed interpersonali al benessere fisico e psicosociale», sottolinea Elena Bozzola, Consigliere Nazionale SIP.

Di contro, «Il dialogo con gli ami ci e con le famiglie nonché l’attività fisica sono i migliori antidoti contro l’overdose da social media. Un’atti vità sportiva regolare, anche se lieve/ moderata, può addirittura alleviare la depressione in 6-12 settimane in chi ne è già colpito», asserisce Elena Boz zola.

Dallo studio della Società Italiana di Pediatria emergono altri problemi associati all’uso eccessivo dei social media: disturbi alimentari e cyberbul lismo, problemi psicologici, disturbi

del sonno, dipendenza, ansia, proble mi legati alla sfera sessuale, problemi comportamentali, distorsione della percezione del proprio corpo, ridotta attività fisica, grooming online (ade scamento di un adulto nei confronti del minore), problemi alla vista, cefa lea e carie dentali.

In particolare, preoccupa l’in fluenza dei social sui disturbi dell’a limentazione. Bambini e adolescenti sono esposti alla commercializzazione di cibi malsani, che possono favorire comportamenti alimentari non saluta ri. In un precedente rapporto, la SIP ha rilevato il fenomeno della “covibe sity”, ovvero l’aggravamento dei tassi di obesità in seguito al confinamento durante la pandemia da Covid -19. Oltre a sovrappeso e obesità, diver se forme di malnutrizione sono state esacerbate dalla pandemia (i disturbi dell’alimentazione sono cresciuti del 30%). Dall’altro canto, i social posso no rappresentare un fattore di rischio per la diffusione di messaggi pro-a noressia. Questi messaggi sono facil mente accessibili sulle piattaforme più usate dagli adolescenti (Snapchat, Twitter, Facebook, Pinterest).

L’utilizzo marcato di queste piat taforme nell’età preadolescenziale e adolescenziale, un periodo così delicato per la formazione dell’i dentità individua le, può incidere su vari aspetti della personalità, influenzando il comportamento oltre che l’auto stima.

43 Brain Dic 2022
NEUROSCIENZE

IL VIAGGIO ALL’INTERNO DEL CERVELLO UMANO

L’impresa titanica di Prada con “Human Brains”

Riusciremo mai a comprendere il cer vello in tutte le sue infinite sfaccetta ture? Fra i tanti studi e progetti che tentano l’impresa titanica c’è “Hu man Brains”.

La Fondazione Prada si è imbarcata in questo viaggio all’interno del cervello umano nel 2018 dando il via ad una serie di progetti con l’obiettivo di svelare i misteri più nascosti del cervello umano.

«Gli scienziati si pongono anche doman de di tipo etico, di tipo morale», spiega Mario Mainetti, cocuratore del progetto. «Ad esem pio nello sviluppo dell’intelligenza artificiale o nella possibilità di comprendere il funziona mento del cervello e poi poterlo controllare».

Nella prima fase del progetto chiamata “Culture and Consciousness”, lo studio del le neuroscienze ha incontrato altre discipline come filosofia, psicologia e antropologia per dialogare sul concetto di coscienza.

Sono seguite le “Conversazioni”, secondo capitolo di “Human Brains” in cui scienziati, filosofi e ricercatori a coppie analizzavano di versi argomenti legati alle neuroscienze e alle più recenti scoperte.

Il viaggio è continuato con un’immersiva esposizione a Venezia: gli spazi della Ca’ Cor ner della Regina, in occasione dell’apertura della Biennale, sono diventati un labirinto oscuro dove esplorare il cervello: i corridoi bui permettono un coinvolgimento totale attra versando le prime ipotesi provenienti dall’an tica Mesopotamia, le sensazionali scoperte di Leonardo Da Vinci e i più recenti studi sull’in

telligenza artificiale.

“It begins with an idea - Comincia con un’idea” è il sottotitolo per questa terza se zione del progetto creato per raccontare gli sviluppi e le scoperte ma anche gli errori e le incertezze, per dare una visione più ampia possibile sulle sicurezze e le incognite del no stro cervello.

La quarta fase “Preserving the brain” nasce invece come un forum sulle malattie neurodegenerative che coinvolgerà tra le più prestigiose università di neuroscienze a livello internazionale.

Un comitato scientifico e un direttivo d’ec cellenza quelli scelti dalla Fondazione Prada per portare avanti “Human Brains”.

Dalla nostra Italia alla Norvegia al Canada: tutti gli specialisti coinvolti hanno esperienze pluridecennali e studi che spaziano dall’or ganizzazione cerebrale del bilinguismo alla neurostimolazione non invasiva, alla sclerosi multipla.

Insomma le carte in tavola ci sono tutte per provare a spiegare l’incredibile potere della mente umana attraverso l’arte in tutte le sue derivazioni. (C. A.)

44 Brain Dic 2022 NEUROSCIENZE

ALZHEIMER, SCOPERTI NUOVI GENI RESPONSABILI DEL SUO SVILUPPO

Uno dei più ampi studi mai condotti sul tema, con un pizzico d’Italia

C’è anche un po’ d’Italia nello stu dio internazionale pubblicato su Nature Genetics che ha individua to due nuovi geni associati ad un maggior rischio di contrarre la malattia di Al zheimer. Nel dettaglio a partecipare sono stati Benedetta Nacmias e di Sandro Sorbi, docenti di Neurologia dell’Ateneo fiorentino.

Si tratta del più grande studio mondiale di sequenziamento dell’esoma, cioè la parte del genoma che fornisce le indicazioni per la rea lizzazione delle proteine: sono stati confrontati più di 32.000 genomi di pazienti con malattia di Alzheimer e di individui sani (campioni di con trollo). Al lavoro – coordinato dall’University Medical Center (UMC) di Amsterdam, dall’Isti tuto Pasteur di Lille, e dall’Università di Rouen Normandie – hanno partecipato dieci istituti di ricerca e atenei italiani, fra cui Firenze.

Dall’analisi dei dati i ricercatori hanno sco perto due nuovi geni (ATP8B4 e ABCA1) in cui rare mutazioni genetiche dannose portano a un aumento del rischio di malattia di Alzhei mer. Anche un altro gene, ADAM10, è stato individuato come possibile “gene Alzheimer”, ma l’analisi ha riguardato pochissimi casi con

questa tipologia e i ricercatori si ripromettono di confermare l’ipotesi attraverso lo studio di un campione più ampio di pazienti, confrontati con individui sani.

I nuovi geni identificati sono coinvolti nel mantenimento della salute del cervello e la loro compromissione genetica è indicativa di proces si patologici, come anche altri tre geni già asso ciati al rischio di Alzheimer (SORL1, ABCA7 e TREM2), ristudiati nell’attuale indagine. Il gene ATB8B4 è coinvolto nel trasporto dei fosfolipi di, principalmente nelle cellule immunitarie del cervello, e il gene ABCA1 mantiene livelli sani di colesterolo e fosfolipidi nelle cellule cerebrali ed è associato a livelli più bassi di proteina ami loide aggregata (alti livelli di questa proteina sono un segno distintivo della malattia di Al zheimer). ADAM10, infine, è anche coinvolto nell’elaborazione del precursore della proteina β-amiloide, ma in modo tale da impedire la for mazione della proteina β-amiloide.

I geni identificati rappresentano i mecca nismi molecolari maggiormente interessati nei malati di Alzheimer e forniscono obiettivi per la programmazione di possibili strategie terapeu tiche.Tenuto conto che il 60-80% del rischio di malattia di Alzheimer può essere spiegato da fattori genetici e che, in caso di esordio pre coce della malattia (prima dei 65 anni), questa percentuale arriva al 90%, la lotta a questa pa tologia potrebbe in prospettiva consistere, at traverso il genoma unico di ogni persona, nell’i dentificazione degli individui con un aumentato rischio di malattia di Alzheimer, prima che si manifestino i sintomi. (A. R.)

Brain Dic 2022 45 NEUROSCIENZE

COSÌ STRESS E ANSIA CAMBIANO LE ABITUDINI LEGATE ALLO SHOPPING

Dall’eco-ansia alla politica fino alla salute post-pandemia

Ansia, shopping e politica. Probabilmente qualcuno sarà sorpreso - o forse noma l’ansia che ormai da mesi proviamo per le vicende politiche (vedi la guerra in Ucraina) condizio nano anche la nostra spesa. Finanche la scelta dei brand. Inevitabile forse dato che viviamo nell’era dell’ansia.

A suggerirlo è la piattaforma di trend forecast Wgsn, che ha recen temente pubblicato un report dal titolo significativo: “The new age of anxiety”, “La nuova era dell’ansia”. I dati sembrano confermarlo. Secondo uno studio pubblicato sull’autorevole rivista medica The Lancet, tra il 2020 e il 2021 i disturbi di ansia sono au mentati, a livello globale, del 25%. Nel nostro Paese dal 2015 a oggi il consumo di ansiolitici è costantemen te cresciuto e si attesta ormai a 54 dosi

giornaliere per 1.000 abitanti. In par ticolare le benzodiazepine sono una delle categorie a maggiore spesa fra i farmaci a carico del paziente.

Ed ecco allora le domande inevita bili: da cosa deriva l’ansia? Quali sono le cause che provocano questo stato di allerta e malessere? Secondo la piatta forma ci sono quattro cause principali.

La prima ragione - manco a dirloè di ordine economico. La situazione di complessiva instabilità dell’econo mia, congiunta al costante aumento dei prezzi, favorisce l’insorgere di una sensazione di precarietà. I consu matori si scoprono fragili: temono di non riuscire a fare fronte alle spese e di dover attingere ai propri risparmi. Ciò li spinge a una maggiore oculatez za. Di fronte allo scaffale, valutano con attenzione il prezzo (non solo quello unitario ma anche quello al kg/litro)

46 Brain Dic 2022 NEUROSCIENZE
di Antonio Acerbis

e si orientano sulla proposta più con veniente. Allo stesso modo utilizzano, in una logica mix e match, vari canali, acquistando prodotti diversi in punti vendita diversi. Così fanno la scorta di detersivi al discount, comperano la frutta e la verdura al mercato sotto casa e si rivolgono ai drugstore per shampoo e affini.

La seconda causa probabilmente è la più inattesa: è legata alle tematiche ambientali, a partire dall’emergen za climatica. Questa eco-ansia - per usare la definizione di Wgsn – agisce sui consumatori in due direzioni. Da un lato li porta a ricalibrare i (piccoli e grandi) gesti quotidiani con l’obiet tivo di risparmiare le risorse naturali e/o proteggere il pianeta. Ecco, allora, che spengono le luci quando escono da una stanza, chiudono il rubinet to dell’acqua mentre lavano i denti o, ancora, lasciano l’auto in garage e optano per mezzi di trasporto poco/ meno inquinanti. Dall’altro lato li in dirizza verso i brand che si impegnano per l’ambiente a vario livello (dalla re alizzazione di pack ecosostenibili alla ridefinizione dei processi produttivi in ottica green).

La terza motivazione è connessa alla salute. La pandemia ha reso le persone drammaticamente consapevoli dell’im portanza della salute. E anche se ormai il Covid non è più così minaccioso, re sta la paura di stare male. Ecco perché quando si tratta di benessere le conside razioni di carattere prettamente econo mico vanno in secondo piano. Di fatto – secondo quanto rilevato da un’in dagine internazionale, condotta su un campione di 11 mila persone – l’80% dei consumatori intende, nel corso del prossimo anno, mantenere o aumenta re il budget destinato a health & fitness.

L’ultimo, ma non meno importan te, motivo di stress è di carattere poli tico. La guerra tra Russia e Ucraina in primis, ma anche la persistente tensio ne tra Usa e Cina e la minaccia della bomba atomica sono causa di grande preoccupazione. E qui l’ulteriore do manda: qual è l’impatto dell’ansia po litica sui consumi? L’effetto è soprat tutto sulla scelta dei brand. Le persone tendono, cioè, a privilegiare le marche che prendono una posizione rispetto alle tematiche sociali e politiche e si impegnano attivamente. Non male.

Da cosa deriva l’ansia? Quali sono le cause che provocano questo stato di allerta e malessere? Secon do la piattaforma ci sono quattro cause principali.

47 Brain Dic 2022
NEUROSCIENZE

THE MENU, COMMEDIA E ORRORE IN UNA CUCINA STELLATA

Un film a metà tra commedia grottesca e thriller che interroga su cosa sia la vera “cucina” che cerchiamo

Dodici commensali, un’iso la riservata, un ristorante esclusivo: queste sono le basi gettate da Mylod nella sua ultima pellicola.

The menu, classificato come hor ror, si identifica più nel thriller, anche se commedia del grottesco è la defini zione più adatta.

Un calcio d’inizio semplice: sull’i sola approdano i facoltosi clienti che sono disposti a spendere cifre esorbi tanti per una cena con l’unico scopo di appagare le loro più disparate aspi razioni.

Ci sono i giovani imprenditori de siderosi di farsi largo nell’Olimpo dei ricchi, la critica culinaria che per pri ma ha scoperto lo chef ritorna per as saggiare i suoi piatti dopo il successo, un’anziana coppia annoiata, un attore famoso con l’assistente al seguito che millanta una rete di conoscenze fasul

le, i fidanzati Tyler e Margot.

Ed è proprio Margot a fare da filtro per noi, noi siamo Margot: estranea a quell’ambiente fin troppo agiato e benestante, basita di fronte alla teatralità e all’ipocrisia che la cir condano.

Così, in un’atmosfera che ricorda a tratti “Dieci piccoli indiani”, inizia la cena: i piatti, che somigliano più ad opere d’arte, si susseguono, mentre le dinamiche tra commensali e cucina si evolvono.

La regia pulita, una fotografia avvolgente e un’impostazione pret tamente teatrale accompagnano una sceneggiatura sempre più incalzante e inquietante.

Intelligente la trovata di raccon tare in sovraimpressione i nomi delle portate con le descrizioni che man mano che la storia avanza diventano sempre più grottesche.

48 Brain Dic 2022
FILM
di Chiara Andreotti

The menu mette in scena una cucina che pare uscita da un programma tele visivo: la precisione e l’ordine dello staff riflette una coreo grafia studiata al mil limetro, sbeffeggian do tutti quei contest dove urla e insulti sono la norma.

Nonostante que sto velo di perfe zione, si respira lo stress a cui i cuochi sono sottoposti, una pressione portata al limite e incoraggiata dallo stesso chef che con poche e sussur rate parole riesce a mettere in crisi fino all’estremo.

È un ritratto cru do e senza sconti per nessuno quello che emerge dalla pel licola: una metafora di una borghesia apatica, disinteressata e saccente, che su piani diversi accusa commensali e staff in egual misura.

Tyler, interpretato da Nicholas Hoult (About a boy, Skins), è l’em blema dell’ipocrisia della società: to talmente incurante del destino che li attende, si mostra interessato più ad apparire un conoscitore delle più ri cercate tecniche culinarie che a segui re il percorso di degustazione; beve le parole dello chef come se fossero linfa vitale senza davvero provare a com prenderle.

Nonostante l’ottima performance di Hoult, sono Anya Taylor-Joy (Split, Emma) e Ralph Fiennes (Schindler’s list, Il paziente inglese) a brillare sullo schermo.

La Margot di Taylor-Joy è in trigante e misteriosa, l’unica che

riesce davvero a entrare in contatto con lo chef.

La vera star è Ralph Fiennes: la sua interpretazione dello chef Slowik è impeccabile. Un personaggio ca rismatico, che riesce a incantare e convincere gli ospiti non a mangiare, ma ad assaporare, li tiene incollati alle sedie con voce suadente: nono stante questi percepiscano il pericolo imminente non riescono a scappare, costretti dalla loro stessa inettitudine, bloccati dal magnetismo di Slowik.

Un menù fatto di ricercatezza, tec niche impossibili, nomi altisonanti e teorie insensate, dove non c’è spazio per l’amore che Slowik dichiara di mettere in tutte le preparazioni. Mai un sorriso in quella cucina asettica se non alla fine, come per ricordare a tutti, commensali, cuochi e spettatori, cosa sia la vera cucina, quella che cer chiamo davvero.

The menu, classifi cato come horror, si identifica più nel thriller, anche se commedia del grottesco è la definizione più adatta.

49 Brain Dic 2022
FILM

ALLA SCOPERTA DELL’ITALIA CON ANDREA CATERINI

Lo scrittore toscano Simone Innocenti in una storia da fine dell’anno

Raccontare l’Italia è, da sempre, una delle grandi ambizioni della narra tiva contemporanea. Raccontare le idiosincrasie del nostro Paese, i suoi cambiamenti, i personaggi che ne scandiscono il tem po e ne trasformano - spes so in modo transitorio - la storia, un’ossessione.

Meno praticata - per quanto con precedenti il lustri, che vanno da Pier Paolo Pasolini a Goffredo Parise - la scrittura che si va a invaghire dei luoghi, e che ne trasmette con vena antropologica e artistica, finanche filosofica, la na tura.

È questo il caso del bel libro di Andrea Cate rini - autore televisivo di programmi di territorio per la TV di Stato, critico letterario e scrittore con all’attivo romanzi di suc cesso - pubblicato da Val lecchi Editore “Ritorno in Italia” (pp. 147, €16). Il libro intreccia vari piani narrativi che si fondono in una scrit tura fluida, leggera alla memoria di Sergio Atzeni; convivono felicemente la storia per sonale dell’autore con la fratellanza dovuta

agli ideali che questo ritrova in luoghi e in storie, i frammenti d’Italia che è invitato a scoprire per lavoro e che lo portano a in terrogarsi sulla natura più profonda dell’es sere umano e delle sue tradizioni.

Il racconto è denso di riferimenti letterarisempre svelati con natu ralezza, quasi gli autori dei volumi che seguono sui set e durante i viaggi Caterini diventassero sin ceri compagni di avven tura e continuo spunto di riflessione. Si viaggia attraverso la Sardegna e la Toscana, l’Umbria e le Langhe, l’Etna e la Pu glia. Ed è proprio in Val le d’Itria che è ambienta ta una delle porzioni più toccanti del testo. È qui che Caterini si trova a fare i conti con se stesso e con il proprio passato - ricordando del proprio padre e dei rapporti di amicizia fondanti che hanno trasformato il suo destino. Ed è così che pagina dopo pagina Caterini rivela la composta profon dità che è il vero passo di questa piacevole e godibilissima lettura.

50 Brain Dic 2022
LIBRI
“Ritorno in Italia”
LIBRI
Andrea Caterini Vallecchi Editore 147 pagine, 16 euro di Flavia Piccinni

LA CRONACA NERA DAL PUNTO DI VISTA DEGLI INVESTIGATORI

Gialli e misteri nel podcast di Stefano Nazzi su Spotify

“Ci sono casi, nella cronaca, che anche a distanza di anni, an che quando sembrano risolti e non c’è più niente da fare, restano nella testa della gente e di un’intera città, e continuano a bruciare con le stes se domande di allora”. Diceva così Carlo Lucarelli, forse il più amato e celebre gial lista del nostro Paese. E sembra prendere spunto da questa considerazione il lavoro del giornalista Stefano Nazzi, esperto di cronaca nera che per il The Post ha creato un podcast interessante e dal taglio origina le - anche in considerazione del fatto che la cronaca nera, da sempre, è miniera inesau ribile per i media, ed è stata vivisezionata in tutti i suoi meandri.

Nazzi accompagna l’ascoltatore - mixan do insieme interviste originali, frammenti d’archivio e le sue precise ricostruzioni - nel cuore dei più grandi casi di cronaca italia ni. Da Annamaria Franzoni a Sarah Scazzi, passando per le Bestie di Satana ed Elisa Claps, ne esce fuori un quadro disarman te. Errori, false piste che divengono vere, media impertinenti e manipolatori sono i protagonisti della narrazione che sa sa pientemente alternare morbosità e dibattito pubblico, intercettazioni e interrogatori, suggestioni e prove scientifiche.

Le puntate - che vengono pubblicate gratuitamente su Spotify a ogni inizio del mese - tracciano con meticolosa precisione

“Indagini”

Stefano Nazzi Il Post Piattaforma: Spotify

i confini del delitto, e costruiscono intime riflessioni sul sistema della giustizia, della colpa e del riscatto sociale. Nazzi sa ben alimentare la curiosità dell’ascoltatore, cre ando un racconto che non incespica nella banalità, ma si nutre di dettagli spesso di menticati, insinuando con maestria il dub bio come nella puntata dedicata alla strage di Erba, dal cui ascolto si esce frastornati e inquieti. (F. P.)

Brain Dic 2022 51
LIBRI
PODCAST

Se l’autore di reato è un malato psichiatrico

Il recente caso di Roma, nel quale il pre sunto assassino delle tre donne vanta una lunga storia psichiatrica, ha drammatica mente riproposto la questione della ge stione dell’autore di reato affetto da disturbi mentali che possono influenzare il suo agire e che, in quanto tali, rappresentano elementi di pericolosità sociale.

Premesso che la malattia mentale non è sempre associata a manifestazioni di violenza auto od etero-dirette e che certamente non tutta la violenza è riconducibile alla malattia mentale, vi sono patologie che, per le loro ca ratteristiche psicopatologiche, possono favori re, se non addirittura causare, comportamenti antisociali. Accanto ai casi più tragici che as surgono agli onori della cronaca, quali quello dello psicotico delirante di persecuzione che nell’ottobre del 2019 uccise due poliziotti a Trieste, vi sono una miriade di reati “minori”, commessi da persone con condizioni psichia triche che compromettono la loro capacità di adeguatamente autodeterminarsi.

Per chi opera nell’ambito della psichiatria forense non è evenienza rara essere incaricato di valutare imputati a processo per reati violen ti che, in molti casi, sono stati sottoposti a pe rizia in uno o più precedenti procedimenti per la medesima tipologia di reato e sono già stati riconosciuti non imputabili per vizio di mente. In questi casi, dunque, la pericolosità sociale di natura psichiatrica – vale a dire la probabilità che l’individuo possa commettere nuovamente reati simili a causa della patologia che lo afflig ge – è documentata in atti.

Gravi disturbi della personalità, primo

fra tutti il Disturbo Borderline di Personalità, come pure il Disturbo Antisociale di Persona lità, da soli o, come frequentemente accade, in comorbidità con altri Disturbi mentali, quali i disturbi affettivi o i disturbi da abuso di alcol o di sostanze – sono molto spesso associati alla commissione di reati. Questi pazienti hanno una composita fenomenica psicopatologica, che comprende, tra gli altri aspetti, elevati livel li di impulsività, marcato discontrollo del com portamento, labilità emotiva, esagerato timore dell’abbandono reale o immaginario, incapa cità a gestire le relazioni interpersonali. Sono persone che possono abusare di alcol o di altre sostanze, spesso assunte per mitigare quel sen so di vuoto profondo che li affligge. In questi individui, la capacità di controllare il proprio comportamento, di rispettare le regole della società e i dettami della legge è gravemente e pervasivamente compromessa dalla patologia.

Non sbaglieremmo se dicessimo che per questi pazienti commettere un’infrazione è come il tossire per la persona con bronchite cro nica. Ne consegue che per questi casi, se la pena deve, come prevede l’art. 27 della Costituzione, tendere anche alla rieducazione dell’individuo, la risposta della società non può essere la mera detenzione in carcere, ma la vera e propria presa in carico dell’individuo in quanto paziente psi chiatrico. È necessario a questo fine rafforzare la rete territoriale di strutture preposte al tratta mento combinato – psicoterapeutico e psicofar macologico – e predisporre percorsi terapeutici e riabilitativi che possano incidere in maniera efficace sulla sottostante situazione clinica e sul disagio sociale sovente associato.

52 Brain Dic 2022
TITOLI DI CODA

Cure palliative in ospedale

UN DIRITTO DI TUTTI

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