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Anno III, n. 2/3 del 1 Dicembre 2012

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grandifiumi è openmuseums In questo numero: Natalino

Balasso Marina Bovolenta Iuliana Crudu Maria Chiara Fabian Gianpaolo Gasparetto Giovanna Gazzi Fiorella Libanoro Giolo Roberto Marangoni Erika Moretto Sofia Nicoli Lina Violetta Paramatti Bruna Giovanna Pineda Davide Antonio Pio Padre Giuseppe Puttinato Paolo Serafini Sergio Sottovia Chiara Tosini Danilo Trombin


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SOMMARIO EDITORIALE

Carta d'identità. ........................................................................................................ 7 RUBRICHE

Taccuino futile - Natalino Balasso.................................................................................. 9 Visti da lontano - Padre Giuseppe Puttinato.................................................................. 11 Flash & News - Sergio Sottovia................................................................................... 13 Visti da vicino - Iuliana Crudu..................................................................................... 15

Anno III, n. 2/3 del 1 Dicembre 2012

LE PAGINE DEL FAI

Direttore Responsabile: Sandro Marchioro

Il villaggio della solidarietà di Rosolina: Villaggio Norge................................ 16 STORIA DI COPERTINA

grandifiumi è openmuseums - Sandro Marchioro...................................................... 19 Le novità al Museo dei Grandi Fiumi - Sofia Nicoli................................................ 22 STORIE

Il mistero di Cecilia Monti - Bruna Giovanna Pineda.................................................. 24 LUOGHI

La Fondazione Ca’ Vendramin: ricerca e cultura nel cuore del Delta - Danilo Trombin............................................. 29 PAROLE

Gianfranco Scarpari: la scrittura come destino - Sandro Marchioro..................... 34 SUONI

Daniele Gottardo - Davide Antonio Pio....................................................................... 39 Monika: ostinatamente cantautrice - Erika Moretto................................................. 44 FORME

La Maison Goupil e l’Italia

- Paolo Serafini.............................................................. 48

IMMAGINI

Mattia Zoppellaro - Intervista di Monica Scarpari........................................................ 54 PERSONAGGI

Gaetano Samoggia - Gianpaolo Gasparetto ............................................................. 60 Agnese Baggio - Fiorella Libanoro Giolo..................................................................... 65 STORIE

“L’internamento libero” e la Shoah in Polesine - Maria Chiara Fabian.................. 69 Bontemponi & Simpatica Compagnia - Roberto Marangoni.................................... 76 Le mie avventure polesane - Lina Violetta Paramatti Furini.......................................... 78 PERSONAGGI

Pico, un grande umanista a Corbola - Marina Bovolenta........................................ 82 STRISCE

Autorizzazione del Tribunale di Rovigo n. 3/2010 del 23/02/2010

Editore: Apogeo Editore Coordinamento Editoriale: Cristiana Cobianco, Monica Scarpari, Paolo Spinello Grafica e Impaginazione: Michele Beltramini Stampa: Grafiche Nuova Tipografia - Corbola (Ro) Tel. 0426.45900 Blog e Social Network: Sabrina Donegà Il responsabile del trattamento dei dati raccolti in banche dati di uso redazionale è il direttore responsabile a cui, presso Apogeo Editore di Paolo Spinello - Corso Vittorio Emanuele II, 147 45011 ADRIA RO, Tel.0426 21500, Fax 0426 40899, ci si può rivolgere per i diritti previsti dal D.Lgs.196/03. Iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione (ROC) n.19401 del 14/04/2010 Copyright - Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in qualsiasi forma o rielaborata con l’uso di sistemi elettronici, o riprodotta, o diffusa, senza l’autorizzazione scritta dell’editore. Manoscritti e foto, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. La redazione si è curata di ottenere il copyright delle immagini pubblicate, nel caso in cui ciò non sia stato possibile l’editore è a disposizione degli aventi diritto per regolare eventuali spettanze. REM ringrazia gli autori per la collaborazione e la concessione di foto pubblicate in questo numero. Tali foto sono date in utilizzo GRATUITO per l’inserimento nella rivista. Tutti gli altri utilizzi sono interdetti, ai sensi della Legge 633/41 e successive modifiche, e ai sensi del Trattato Internazionale di Berna sul Diritto d’Autore. Numero chiuso in redazione il 21/11/12 ISSN 2038-3428 Il QR Code memorizza al suo interno indirizzi e URL facilmente raggiungibili con una semplice fotografia scattata dal proprio cellulare munito di apposito software. Ci trovi su:

Alice's pills - Giovanna Gazzi..................................................................................... 86 SAPORI E SAPERI

La gastronomia del Polesine ieri e oggi - classe IV B Ristorazione dell'Ist. Alberghiero "G. Cipriani" di Adria - Prof.ssa Natalia Previato.................................. 91 5

Foto di copertina: Logo del progetto "openmuseums" Foto della pagina accanto: Fenicotteri nel Delta del Po (Andrea Fantinati)


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EDITORIALE

Carta d'identità

S

otto la nostra testata scorre una frase: “Periodico culturale quadrimestrale pensato e scritto tra l’Adige e il Po”. Quando abbiamo deciso di varare questa rivista, ormai tre anni fa, ci eravamo posti il problema di far apparire o meno, in quello stesso spazio, la parola Polesine, o comunque qualcosa di analogo che facesse capire che il nostro lavoro voleva essere quello di raccontare una identità culturale, passata, recente o presente che fosse. Ci eravamo detti, allora, che le questioni di identità sono scivolose, spesso spurie, quasi sempre ambigue; ed avevamo preferito indicare uno spazio, più che un nome, per far capire quale fosse il nostro ambito di azione. Eravamo convinti, e lo siamo ancora, che in quelle terre comprese tra i due più emozionanti fiumi italiani si fossero sviluppate e continuassero a svilupparsi delle linee culturali comuni, degne di essere raccontate e difese e mantenute vitali: polle continuamente risorgenti e diffuse che danno un senso in più al nostro agire anche quando ci diciamo italiani, o europei o più complessivamente cittadini del mondo. Perchè anche se non crediamo fino in fondo nella retorica dell’identità o nel pericoloso pasticcio delle radici, vivere qui, in Polesine, crescere e vivere in questi paesaggi, essere gravitati dalle sue tante vicende storiche, secondo noi un senso ce l’ha. Piaccia o non piaccia, gli eventi stanno facendo scivolare la Provincia di Rovigo, come entità amministrativa, verso il nulla. Ma se la provincia sparisce (e non stiamo parlando del fatto che sia giusto o meno), cosa sarà del Polesine? Che senso avrà, tra 10, 15, 20 anni, dirsi polesani? Il succedersi delle generazioni dimenticherà, inesorabilmente, che questo territorio ha avuto una sua identità? Avessimo risposte precise non avremmo seminato tutte queste interrogative. In compenso abbiamo delle paure e delle convinzioni. La prima tra queste è molto semplice: la cultura polesana esiste, è robusta e bella e va difesa. Tra l’altro, in un momento in cui tutto si smaterializza noi lo facciamo ancora con un giornale di carta e, per quanto potremo, resisteremo. È una forma d’identità anche questa.

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di Luigi Giribuola

BICICLETTE E ACCESSORI

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Taccuino futile

Cadere da piccoli di Natalino Balasso

I

RUBRICA

lì, ricordo che gli dissi: “Sembra che o e mio fratello si cadeva speshai i vestiti nuovi”. Allo stesso modo so, da piccoli. Pur abitando caddi io, il giorno che mio fratello in campagna non si allevava mi convinse che il salto del fosso con nulla, eravamo perciò al sicuro da l’asta era uno sport che si sarebbe quelle che Meneghello definisce “le potuto praticare, con un po’ di espeperigliose cadute nei luamari”. Noi rienza. La cosa che non si era calconon si possedeva un luamaro. Si calato era che il centro limaccioso del deva però, e spesso, nei fossi delle fosso avrebbe trattenuto l’asta, che si campagne di Ca’ Venier. Una volta piantò di un metro buono nel fango; ci cadde lui andando in bicicletta, dopo circa un minuto la mia resiquando si tornava un giorno dalla stenza venne meno e pesca delle rane. Si cominciai a scivolare effettuava, questa penell’acqua in maniesca, con una canna ra poco spettacolare. improvvisata spacQuelle canne da pesca L’idea di sicurezza cando il ramo di un erano piuttosto rigide era relativa, mia cualbero a cui legavamo un pezzo di spae avevano la tendenza gina si tirò addosso la porta scardinata go e, al capo dello di infilarsi tra i raggi di un armadio, il mio spago e a modo di fratellino più piccolo esca, un pezzetto di della bicicletta si tirò addosso un telegno avvolto in un facendo leva levisore, che alla fine ciuffetto d’erba. Si fadei ‘60 stava ancora ceva saltellare l’esca su un mobile alto, lo sul pelo dell’acqua e stesso anno in cui io i tardi batraci abboccaddi da un basso terrazzino andancavano. In realtà mai ci saremmo nudo di testa sullo scalino. triti di rane; ci accontentavamo perEra quasi arrivato in cima alla gronciò di ributtarle nel fosso una volta daia mio fratello grande, quando la che le avevamo toccate con mano, il vigliacca non volle sapere di stare atche testimoniava il successo della petaccata al muro. Ricordo la sua facsca. Esse si rituffavano in mezzo alla cia stranita mentre guardava il cielo, verde pavarina andando probabilsdraiato sull’erba e io gli chiedevo mente a raccontare alle compagne retoricamente: “Ti sei fatto male?” di un avvenimento metafisico. Lui non respirava. Ci avevano inQuelle canne da pesca erano piutsegnato però che dalle cadute ci si tosto rigide e avevano la tendenza rialza senza lamentarsi, sapevamo di infilarsi tra i raggi della bicicletta che prima o poi si sarebbe tornati a facendo leva. Così successe a mio respirare. fratello che piombò lui e la canna e la bicicletta nel fosso. Quando risa-

“ “

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Michela Tombolato

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RUBRICA

Visti da lontano

In Sudan siamo in una stagione nuova, molto vivace anche se piena di incertezze di Padre Giuseppe Puttinato

C

ome vedo il Polesine alla luce delle mie esperienze maturate in Sudan nei miei cinquantatre anni di presenza in questo paese? Vedo qualcosa del Polesine durante le mie vacanze in Italia circa ogni due anni. Data l’età piuttosto avanzata (sono vicino a compiere ottant’anni), non mi spingo molto oltre il centro città di Adria e Rovigo, in Italia, e oltre il centro città di Khartoum, in Sudan. Il confronto, o meglio il contrasto, tra il centro di Adria e il centro di Khartoum negli ultimi 50 anni, è strabiliante. Quando arrivai a Khartoum, nel 1959, l’edificio

più alto del Collegio Comboni, dove tuttora risiedo, era di tre piani e dominava il centro città. Ora l’edificio più alto, sede della sezione universitaria del Collegio, è di quattro piani ed è circondato e letteralmente sepolto in mezzo a palazzi di dodici e più piani. Il centro storico di Adria, e penso di ogni altra città del Polesine, è rimasto pressapoco quello di cinquant’anni fa. Il discorso è diverso se andiamo alle periferie. A quella di Adria e di altre città del Polesine l’edilizia si è di certo considerevolmente sviluppata in anni recenti, mentre alla periferia di Khartoum – che neppure esisteva cinquant’anni fa – c’è tuttora lo spettacolo di migliaia di capanne di fango o anche di cartone. Non sono un esperto di politica. Come missionario straniero – anche se con cittadinanza sudanese, honoris causa – sono sempre stato super partes in Sudan e non molto al corrente sulla politica italiana. Non so se posso dire che in Polesine e in tutta Italia, riguardo alla politica, siamo in una stagione autunnale, se non addirittura invernale, mentre in Sudan – sebbene non sia arrivata la Primavera Araba – siamo in una stagione nuova, molto vivace anche se piena di incertezze, in seguito alla separazione delle regioni Sud del paese. Da quando sono venuto in Sudan, sono sempre stato nel campo dell’educazione, come insegnante nei primi vent’anni, come direttore di scuole per altri vent’anni, e come rettore del Comboni College of Science and Technology dal suo inizio nel 2001 ad oggi. Durante una mia recente vacanza a Baricetta, mio paese nativo, ho visitato un liceo o scuola secondaria di Adria – non ricordo il nome – e il Liceo “Celio” di Rovigo. Sono rimasto molto bene impressionato dell’interesse degli studenti per 11

i problemi dell’Africa e in particolare del Sudan. I problemi degli studenti sono gli stessi un po’ dappertutto; ma a Khartoum particolarmente forte è il problema finanziario per la gioventù sfollata proveniente dalle regioni in guerra del Darfur, del Sud Kordofan e della nuova Repubblica del Sud Sudan. Se posso mendicare per loro attraverso Rem, questo è l’indirizzo: C.c.p. 7453383, intestato a Fondazione Nigrizia Onlus, Vicolo Pozzo, 1 – 37129 Verona; causale: Comboni College ST, P. Puttinato. Religione e politica in Islam sono una cosa sola. In un paese come il Sudan, dove i Musulmani sono il 99% della popolazione, si può dire che la religione – parte essenziale del nazionalismo sudanese – è praticata da tutti. In Polesine, e nel resto d’Italia, dove religione e politica sono cose distinte, almeno in teoria, direi che la religione è tuttora più o meno praticata da buona parte della popolazione, ma è una religione quella polesana – e quella italiana in genere - direi piuttosto tradizionale, legata all’educazione familiare e senza profonde convinzioni. Nei miei soggiorni recenti in Italia, tuttavia, sono venuto a contatto con alcuni dei cosiddetti nuovi “movimenti” della Chiesa, dove ho potuto incontrare giovani e adulti veramente convinti nella loro religiosità. Ma nel gregge di Cristo che è la Chiesa c’è posto fortunatamente per le pecore forti e anche per quelle deboli. La mia visione complessiva del Polesine sarà un sogno ma è sicuramente anche una realtà: siamo gente che conosce e accetta le difficoltà della vita, gente che lavora sodo e ama la compagnia, gente che sa divertirsi e allo stesso tempo cerca sempre di migliorare se stessa e l’ambiente in cui vive.


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RUBRICA

Flash & News

La storia meravigliosa e tragica dei fratelli Ballarin di Sergio Sottovia

P

otremmo definirli “polesani d’adozione”. Quanti ricordi tra Adriese e Rovigo. Me ne ha parlato Romolo Camuffo il chioggiotto, poi gli adriesi Enrichetto Pellegrinelli e Umberto Rossi, portiere. Ma Aldo e Dino Ballarin, i fratelli Ballarin da Chioggia, sono entrati nella leggenda col Grande Torino e nel Cuore del Football italiano e mondiale. Basterebbe farvi vedere… ciò che mi hanno fatto vedere i loro familiari. Per questo voglio onorarli assieme, considerando che Aldo ha fatto da capofila per il portierino Dino, tant’è che

hanno giocato assieme nell’Adriese e nel Rovigo. Questo prima che Aldo bypassasse la Triestina e il Venezia (tempo di Guerra Mondiale), per “calamitare” Dino nel Grande Toro e… in cielo. Certo il campionissimo è stato Aldo Ballarin, che peraltro ha compiuto i suoi studi all’Istituto Tecnico di Rovigo, iniziando da calciatore nell’Adriese, grazie ad un “approccio” particolare: si fa notare giocando negli allenamenti, finché i dirigenti Levi e Bettinazzi lo provano e lo tesserano. È bravo Aldo, perciò il difensore classe 1921 é ingaggiato dal Rovigo 1939-40 di mister Bottacini, dove giocherà in serie C una decina di partite. Poi nel 1940-41 Aldo Ballarin é difensore inamovibile: 26 presenze e segna due gol. Perciò si merita il trasferimento alla Triestina, dove giocherà fino al 1944. Quindi “esplode” nel Grande Venezia di Valentino Mazzola e assieme esaltano la Storia del Grande Torino e la maglia azzurra. Infatti Aldo l’11 novembre 1945 esordisce nella Nazionale del Ct Pozzo. Ma é l’Italia sconfitta dalla guerra e ancora etichettata come fascista, così l’Europa e la Fifa la escludono dalle competizioni. E per Aldo Ballarin e l’Italia ci saranno solo partite amichevoli. In tutto 9 per Aldo, speciali quella con la neutrale Svizzera, poi quelle contro l’Ungheria, i “maestri” inglesi, il Portogallo e l’ultima contro la Spagna, un mese prima della tragedia di Superga, che affonda le sue radici nel match ItaliaPortogallo, giocata il 27 febbraio 1949. Quel giorno lo strapotere degli azzurri trionfò per 4 a 1. Ma quella partita cambiò il destino del Grande Toro. Infatti al termine del match il capitano portoghese Ferreira chiese a Valentino Mazzola di onorare il suo “addio” al calcio con un’amichevole tra Benfica e Torino. La storia raccon13

ta che Ferruccio Novo, il presidente del Toro, era contrario perché non voleva rischiare lo scudetto. Ma quando il Torino, pareggiando a San Siro vs l’Inter, divenne virtualmente campione d’Italia per la quinta volta consecutiva, allora il presidente Novo promise a Mazzola che… “la partita in Portogallo si farà”. Così il Grande Torino va a Lisbona per onorare l’addio di Ferreira, ma… sarà anche l’ultima trasferta. Infatti nel ritorno in aereo, il 4 maggio 1949, succede la tragedia. Non ci sarà più il Grande Toro, quello che era quasi la nazionale, visto che nell’incontro Italia-Ungheria dell'11 maggio 1947 erano ben 10 su 11 i giocatori “granata” in campo con la maglia azzurra. Quel giorno il destino... era previsto atterraggio all’aeroporto milanese della Malpensa, però il pilota optò per quello torinese di Caselle. C’era nebbia quel giorno, alle 5 del pomeriggio. Quel giorno la scarsa visibilità causa la tragedia: l’aereo si schianta sulle colline di Superga, ai piedi della Basilica. Toccherà a Vittorio Pozzo, già ct del Torino, due volte campione del mondo, 1934 e 1938, con la Nazionale, il riconoscimento più amaro, attraverso un anello, una penna, una cravatta, un oggetto personale identificativo che lui, Pozzo, poteva conoscere. E quel giorno il primo identificato é proprio Aldo Ballarin, ha ancora indosso la maglia numero 3. E su quell’aereo, morì anche suo fratello Dino, riserva di Bacigalupo. La storia, la vita, la leggenda del Grande Toro lascia un vuoto immenso. La statistica registra, per Aldo Ballarin, 205 presenze e 4 gol in serie A, 4 scudetti, 9 presenze in Nazionale. Ma purtroppo, da quel 4 maggio 1949, sul cielo di Superga, i fratelli Aldo e Dino Ballarin insieme ai Campioni del Grande Toro sono passati dalla storia alla leggenda.


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RUBRICA

Visti da vicino

Amo vivere qui, nonostante la nebbia di Iuliana Crudu

I

o sono Giulia per tutti quelli che mi conoscono, ma il mio vero nome è Iuliana ed ho origini rumene, provengo da una famiglia che mi ha cresciuta con un’educazione molto rigida, con tanti doveri e molto rispetto per le persone che si hanno davanti, sempre e comunque. Qui in Polesine ho trovato amore e amicizie, e così mi sono fermata, lavorando come cameriera per tanti anni. Sono arrivata in un giorno d’estate nel mese di giugno del 1997, diretta a Rosolina Mare, guardavo fuori dal finestrino della macchina e sapevo che mi sarebbe piaciuto, ma mai avrei pensato che mi sarei fermata cosi a lungo. Giovanissima in cerca di avventura, ero partita per una scommessa con una mia cara amica. Mi trovavo perciò lontana da casa, non sapendo nè parlare, nè capire

l’italiano in un paese dove l’integrazione non è facile. Ho imparato la lingua poi, un po' alla volta, guardando la pubblicità e leggendo molto e leggere è tuttora il mio passatempo preferito; ma il primo pensiero era sempre rivolto a casa in Romania, dove alla fine ho deciso di tornare soltanto in vacanza, perché un po' alla volta in questi anni ho portato la Romania a me: quasi tutta la mia famiglia vive adesso in Italia. Il dialetto, all’inizio pensavo: Mah! Un’altra lingua? Una lingua diversa dall’italiano… Decisamente sì, una lingua, il vostro dialetto, che mi ha permesso di comunicare con le persone più anziane, le quali mi hanno insegnato ad amare le tradizioni del posto. Adesso come bagaglio ho un mix di tradizioni tra il Polesine e il mio paese, la Romania (unico paese latino nell’Est Europa, che nasce grazie ai vostri avi). Amo vivere qui nonostante le cose negative che normalmente vengono attribuite a questo posto: la nebbia d’inverno, le caldissime umide estati, i tanti pregiudizi nei nostri confronti, il poco lavoro, al quale si aggiunge la dura realtà di questi tempi, la crisi Europea. E qui ho trovato amore e amicizie, ma anche tanta generosità come la qualità umana, persone con cultura e mentalità aperti, che raramente ho conosciuto anche tra i miei stessi connazionali. Ho imparato a conoscere questa terra girando un po’, ho visto anche Venezia che è una città meravigliosa ma dove non vorrei vivere e altre città del Veneto oltre a quelle polesane, ho assaggiato i tanti piatti locali che poi ho iniziato ad apprezzare; ho imparato persino a giocare a "bestia" con le carte regionali che non avevo mai visto prima, ora parlo addirittura 15

il dialetto adriese. ”Sato la fiòla de X la ga comprà na fèmena!” Ci sono rimasta malissimo all’inizio pensando al verbo comprare, poi mi hanno spiegato cosa la parola voleva intendere e mi sono fatta una bella risata... Ho tantissimi ricordi di casa mia, ma non è facile fare un confronto in breve tra due paesi. Ci sono due religioni diverse ad esempio: da noi ortodossa qui cattolica, ma sono sempre andata in chiesa anche qui ad accendere i lumini per i miei genitori; ecco forse qui c’è molta più libertà di pensiero rispetto al mio paese, cosa impossibile e proibita per noi al tempo del comunismo e un’impronta di questo è rimasta anche in me; poi lavorando per tanto tempo in locali come ristoranti e pizzerie ho conosciuto tantissima gente, ma come in ogni posto ce n’è di bella e di brutta, di piacevole e antipatica. Quattro anni fa ho deciso infine di rilevare un’attività mia, un negozio di Tabacchi in centro ad Adria, non senza fatica, viste le pretese degli istituti bancari che se non hai un appoggio nemmeno ci puoi provare. Ci sono riuscita, comunque, ed è un sacrificio che affronto tutt’oggi: solo chi gestisce una sua attività può capirmi… Al giorno d’oggi guardando indietro, posso ritenermi fortunata e soddisfatta di me e del mio percorso, soprattutto se osservo coloro che si trovano nella mia condizione e che, come me, hanno provato a costruirsi una vita lontano da casa senza purtroppo avere successo. In questi anni passati qui in Polesine non è sempre stato facile, anzi. Ma grazie al sostegno di alcuni amici italiani ho superato tutti i problemi che quotidianamente mi si presentavano davanti, trovando così in Polesine la mia realizzazione e la mia felicità che ora vivo insieme a un ragazzo meraviglioso.


LE PAGINE DEL FAI - FONDO AMBIENTE ITALIANO Asilo infantile di Villaggio Norge (foto tratta dal quotidiano "Il Gazzettino")

Il villaggio della solidarietà di Rosolina: Villaggio Norge di Chiara Tosini

I

l giorno 27 settembre 1953, alla presenza di innumerevoli autorità civili e religiose, italiane e straniere, fu inaugurato “Villaggio Norge”, complesso residenziale sorto sull’allora linea di confine tra il Comune di Rosolina e il Comune di Loreo per ospitare le famiglie colpite dall’alluvione del 1951; l’intitolazione fu scelta in segno di riconoscenza verso la Croce Rossa Norvegese che aveva finanziato la realizzazione delle strutture abitative composte da cento alloggi che, nell’intenzione dei costruttori, dovevano essere “solide come quelle in cui abitano i norvegesi”, ma costruite con un’attenzione particolare al “gusto italiano” (dalle parole del Presidente della C.R. Norvegese, sig. Erling Steen

riportate ne “Il Gazzettino” del 28 settembre 1953)1. Cinquanta delle cento case prefabbricate in legno erano composte da tre vani, le restanti cinquanta da quattro vani con accessori annessi; tutte erano dotate di servizi igienici, di impianti di illuminazione, di servizi idrici (v. foto d'interno tratta da “Il Gazzettino” del 27 settembre 1953). Le piante di ambedue i tipi erano costituite, come d’uso nel Nord Europa, da una grande stanza di soggiorno sulla quale si affacciavano tutti gli altri ambienti, “ma è da ritenersi che verrà trovato molto comodo in quanto la grande cucina-pranzo risulterà certamente gradita”. Gli ambienti furono ben disposti e il sistema di areazione ben studiato. Le finestre si presentavano 16

sviluppate in lunghezza e meno in altezza, diversamente da quanto capitava solitamente in Polesine, ma, dato che gli ambienti erano collocati a piano terra, si riteneva “assai più comodo avere l’interno un po’ fuori dalla vista dei passanti”. Agli alloggi era annessa una superficie di terreno destinata ad orto. I lavori di realizzazione di strade, fognature, acquedotto furono a carico del Governo Italiano che, tramite l’Ufficio del Genio Civile, stabilì quale località scegliere in modo da sfuggire al pericolo di altre alluvioni2. La progettazione del Villaggio fu opera dell’Ingegnere Dirigente del Genio Civile di Rovigo, Mario Sbrana, il quale diresse i lavori insieme al geom. Tristano Amadesi e all’assistente Sergio Gallian3.


REM

L’opera fu realizzata e perfezionata in tutti i dettagli, così che ne risultò un villaggio razionale, piacente, “dotato anche di tutti i moderni mezzi per una vita spiritualmente sana” in quanto venne deciso di completare il villaggio con la chiesa (mai realizzata!) e con la scuola ("Il Gazzettino", 26 settembre 1953). Il Governo norvegese inviò, inoltre, una grande casa prefabbricata in legno (foto della Casa Collettiva di proprietà del sig. Mauro Grandi), destinata a centro di riunioni pubbliche, teatro, dispensario medico (la struttura fu abbattuta, alla fine degli anni ‘90, a causa di problemi strutturali). La Croce Rossa Italiana provvide, nel frattempo, alla edificazione di una scuola elementare e di un asilo infantile completamente attrezzato con stanze arredate da tavolini, sedie, sussidi scolastici (v. foto pagina precedente, tratta da “Il Gazzettino” del 27 settembre 1953) e alla consegna dell’arredamento completo delle case con il generoso aiuto della Croce Rossa Svizzera, la quale fornì “parte del materiale lettereccio e batterie di cucina”. Le varie abitazioni furono attrezzate con mobili, utensili, stoviglie, biancheria e “dotate di una riserva di generi alimentari, in modo che le famiglie assegnatarie degli appartamenti stessi possono immediatamente iniziarvi la loro nuova vita...” (“Il Gazzettino”, 26 settembre 1953). La solidarietà nazionale ed internazionale verso la popolazione polesana colpita dall’alluvione fu estremamente importante e a ricordo di questi fondamentali contributi economici, nel 1953 fu inaugurata la stele marmorea ideata da Virgilio Milani4 collocata nella Piazza denominata della Croce Rossa. La stele riporta, nel lato nord, tre formelle con scene riconducibili ad

comm. Marino Ghezzo, delegato della CRI di Rovigo a Rosolina, insiema all'ispettrice delle infermiere volontarie CRI sorella Myrta Tesini mentre vanno in visita a Villaggio Norge. Foto inedita di proprietà del Sig. Mauro Grandi

L'on. Mario Longhena, Presidente della CRI in visita al Villaggio. Foto inedita di proprietà del Sig. Mauro Grandi

"Casa Collettiva di Villaggio Norge" 1967 (abbattutta alla fine degli anni '90). Foto inedita di proprietà del Sig. Mauro Grandi

Distribuzione dei primi arredamenti offerti dalla Croce Rossa Elvetica, alla presenza di varie autorità. Foto inedita di proprietà del Sig. Mauro Grandi

Interno delle case di Villaggio Norge da "Il Gazzettino"

Veduta dall'alto di villaggio Norge da "Il Gazzettino"

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LE PAGINE DEL FAI - FONDO AMBIENTE ITALIANO

episodi dell’alluvione, mentre, nel lato sud, sono riportate tre formelle a testimonianza degli interventi di solidarietà compiuti dalla Croce Rossa Norvegese, dallo Stato Italiano e dalla Croce Rossa Svizzera. Oltre al contributo della Croce Rossa, furono impegnate le forze armate italiane che collaborarono con quelle inglesi, americane e francesi. Da ricordare, infine, la collaborazione offerta dai barcaioli di Lecco, del Garda e dai pescatori di Chioggia5. La solidarietà nazionale in Polesine, infine, si concretizzò, tramite il contributo dell’Ufficio del Genio Civile di Rovigo quale Ente statale cui demandare la realizzazione di alloggi “semi-rurali”6, negli interventi urbanistici del Borgo San Luca di Bosaro realizzato con fondi provenienti dalla colletta organizzata tra i lettori de “Il Giornale dell’Emilia”, di Villaggio San Giusto di Porto Viro finanziato dalla città di Trieste, del Borgo Dolomiti di Adria7 promosso grazie alla donazione dell’Ente Regione Trentino Alto Adige, di Villaggio Papozze8 costruito dall’Amministrazione Aiuti Internazionali. I nomi dei nuovi insediamenti furono scelti dal commissario governativo on. Giuseppe Brusasca9. Desidero ringraziare per la collaborazione offertami il sig. Mauro Grandi, volontario del soccorso della Croce Rossa Italiana - Comitato Provinciale di Rovigo, la sig.ra Carla Fiocco, Presidente della Croce Rossa - Sezione Femminile di Rovigo e il dott. Ermenegildo Ghezzo nipote del comm. Marino Ghezzo delegato della CRI di Rovigo a Rosolina.

Sul web

www.fondoambiente.it

Monumento celebrativo di Virgilio Milani, lati nord e sud (foto di Chiara Tosini)

Note 1. Fu l’on. Mario Sbrana, Presidente della Croce Rossa Italiana, a comunicare nel febbraio del 1952 che la Croce Rossa Norvegese avrebbe messo a disposizione 50 case prefabbricate in legno. 2. Mario Sbrana, “Ricostruzione edilizia del Polesine”, Rovigo 30 settembre 1952 3. Mario Sbrana, “Ricostruzione edilizia del Polesine”, Rovigo 30 settembre 1952 4. Antonello Nave, “Virgilio Milani e la scultura del Novecento nel Polesine”, Minelliana, Rovigo, 2004 5. Pro Loco di Adria, “Numero unico 2011” 6. Mario Sbrana, “Ricostruzione edilizia del Polesine”, Rovigo 30 settembre 1952 7. Manuela Zorzi, “Abitare in Polesine. Caratteristiche architettoniche ed urbanistiche dei sistemi insediativi nella provincia rodigina”, ATER, Rovigo, 1999 8. Pro Loco di Adria, “Numero unico 2011” 9. Paolo Sorcinelli - Mihran Tchaprassian, “L’alluvione. Il Polesine e l’Italia nel 1951”, UTET, Torino 2011. L’on. Brusasca fu incaricato dal Governo del coordinamento della “ricostruzione del Polesine”. Si precisa che l’archivio Brusasca, conservato presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo, non è fruibile in quanto è in atto la digitalizzazione dei documenti. 18


STORIA DI COPERTINA

grandifiumi è openmuseums Nello splendido scenario del Museo dei Grandi Fiumi, un nuovo percorso espositivo dedicato al Rinascimento

di Sandro Marchioro

"Stand Up Balasso"

Amate i Poeti

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o sentono anche i musei che i tempi cambiano. Ma non è solo questa la chiave del progetto “OpenMuseums”, che di per sé ha un titolo lungo ed abbastanza trasparente: “Musei sloveni ed italiani in rete: valorizzazione ed innovazione tecnologica nei musei delle città dell’alto Adriatico”. L’insieme di iniziative sono finanziate dal programma europeo per la cooperazione transfrontaliera Italia – Slovenia 2007-2013, che finora ha dato buoni frutti in molti ambiti e che finirà il prossimo anno; è dentro 19


STORIA DI COPERTINA

Le aree territoriali coinvolte nel progetto "openmuseums" si estendono dall'Emilia Romagna, al Veneto, al Friuli Venezia Giulia fino ad alcune regioni slovene e comprendono un immenso patrimonio artistico e culturale. 20


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questo ricco calderone (che molti sperano abbia una continuazione anche oltre il 2013) che sono stati reperiti i 3.856.000.000 euro che sono serviti a far fiorire le diverse iniziative. Tre regioni coinvolte in Italia (Emilia Romagna, Veneto, Friuli) e tre in Slovenia (Obalno – Kraska, Goriska e Osrednjeslovenska). Le realtà museali coinvolte nelle diverse province sono 11, ciascuna delle quali ha ideato e realizzato un proprio progetto: Museo d’Arte della città di Ravenna, Museo del Castello Estense di Ferrara, Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, Museo di Torcello di Venezia, Musei Civici di Udine, Museo della Moda di Gorizia, Fondazione Aquileia, Museo e Gallerie di Lubiana, Museo del Mare di Pirano, Museo Regionale di Capodistria, Museo di Caporetto. Le storie di questi territori dialogano da sempre, ed il senso profondo di questo progetto è quello di far risaltare in chiave contemporanea questa fitta trama di scambi, aggiornando e rendendo maggiormente fruibili ed appetibili quegli straordinari contenuti che sono raccolti nelle sale di alcuni dei più importanti musei di quest’area. Alla base di questa azione c’è sostanzialmente questo: la coscienza di un patrimonio comune (pur nelle diversità) oggi poco conosciuto e tutto sommato sottoutilizzato; nella convinzione che oltre che a diffondere cultura, mettere in rete tutte queste risorse culturali significa anche fare una grande operazione di marketing territoriale per un’area vasta, oltre che realizzare delle sinergie che possono dare anche un qualche impulso a livello economico. In definitiva, il progetto si articola in 11 obiettivi da raggiungere, che vanno dal miglioramento delle tecniche di conservazione, produzione, gestione e valorizzazione delle realtà museali, all’introduzione di nuove tecnologie, alla diffusione e promozione, anche attraverso la ricerca di modelli e strategie innovative che contribuiscano ad incrementare la visibilità e l’appeal dei musei e delle località in cui questi si trovano; e ancora, creare nuove opportunità formative ed occupazionali, favorire lo scambio di esperienze, fare in modo che cultura e turismo dialoghino in maniera più proficua, realizzare una rete attiva che promuova ed esalti tutte le realtà. Un ruolo di primo piano, nella realizzazione del progetto nel nostro territorio, l’ha avuto la Provincia di Rovigo, che ha nello splendido scenario del Museo dei Grandi Fiumi il suo punto di forza. Qui è stato realizzato un nuovo percorso espositivo dedicato al Rinascimento, prevedendo anche nuove sezioni che illustreranno in maniera più completa la storia del Polesine (si veda, per i dettagli, l'approfondimento a pag. 22).

Sull’insieme del progetto, abbiamo chiesto a Laura Negri, assessore alla Cultura della Provincia di Rovigo, quale ruolo abbia avuto la Provincia e quali siano le attese: “Noi abbiamo avuto il ruolo di essere promotori di questo importante progetto europeo che è stato lanciato da Ferrara; essendo la Provincia l’Ente coordinatore dei musei di tutto il territorio noi ci siamo resi conto che il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo era il più adatto a partecipare al bando. Quindi ci siamo occupati del bando stesso elaborando un progetto ad hoc, che è stato accettato ed in seguito realizzato. In sostanza abbiamo avuto un ruolo di coordinamento e di fund raising. Adesso che è finalmente realizzato – dice Laura Negri – credo di poter dire che abbiamo colto un’importante occasione per completare il percorso contenuto nel Museo dei Grandi Fiumi, di sicuro uno dei più importanti del territorio, per dotarlo di metodi espositivi e di strumentazione innovativi; inoltre mi sembra che sia davvero importante essere riusciti, grazie a questo progetto, ad inserire questa nostra eccellenza in una rete più ampia di musei dell’alto Adriatico, cosa che di sicuro migliora la sua promozione all’interno ed all’esterno del nostro territorio, dando così la possibilità al museo ed alla nostra provincia di essere inserita in una ‘vetrina’ che può dare una grande visibilità, con tutto ciò che di positivo ne può conseguire. In definitiva, credo poi che la partecipazione al progetto permetta al territorio di acquisire anche tutta una serie di ‘buone pratichÈ che possono essere utilizzate anche in altri ambiti ed in altre occasioni”. Non potevamo (data l’attualità politica che sembra imporre l’accorpamento della Provincia di Rovigo) chiedere all’assessore Negri in quale modo, una volta che la Provincia non esisterà più, si potranno continuare a realizzare interventi di promozione del territorio oggi in buona parte realizzati da questo ente morente: “È una questione difficile da definire – dice l’assessore Negri – di certo il passaggio è molto delicato e rischioso per il nostro territorio. L’unica cosa che credo potremmo chiedere, una volta essendo costretti ad accettare il dato di fatto della sparizione della Provincia, è che almeno si riuscisse a gestire il passaggio, in modo da stabilire criteri precisi che aiutino ad evitare futuri squilibri nella gestione e nella valorizzazione delle risorse culturali del nostro territorio. Ma il futuro, oggi, è pieno di incognite: dovremo stare molto attenti ed agire tutti per raggiungere obiettivi precisi e condivisi”.

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STORIA DI COPERTINA

Le novità al Museo dei Grandi Fiumi di Sofia Nicoli

“L’architettura non è altro che l’ordine, la disposizione, la bella apparenza, la proporzione delle parti tra loro, la convenienza e la distribuzione”. Così Michelangelo Buonarroti enuncia, alla metà del ‘500, quelli che, identificati come i canoni rinascimentali, hanno costituito il punto di avvio del progetto di allestimento del nuovo settore che andrà a proseguire il percorso didatticoespositivo del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo. Ordine e selezione tematica strettissima sono stati, quindi, gli imperativi nello sviluppo di una idea progettuale per una esposizione museale di un periodo storico così ricco e complesso come il Rinascimento. La stesura del progetto è stata possibile grazie alla partecipazione della Provincia di Rovigo al Progetto Comunitario Openmuseums che, all’interno del Programma di Cooperazione Transfrontaliera ItaliaSlovenia, ha incentivato la valorizzazione e l’investimento nello sviluppo di undici realtà museali dell’Alto Adriatico. Lo sviluppo del progetto ha visto la collaborazione di vari professionisti, tra i quali la scrivente in qualità di progettista dell’allestimento, il dott. Raffaele Peretto come responsabile dei contenuti storici e didattici, ’arch. Roberto Argenti in qualità di responsabile per il progetto grafico, nonché del prof. Gabbris Ferrari che ha fornito suggerimenti scenografici all’idea progettuale, così da permettere l’elaborazione di un progetto di allestimento in continuità con quelli già redatti nelle sezioni precedentemente collocate all’interno del Museo. Il progetto di questo nuovo percorso espositivo si pone l’obiettivo di attraversare le tante espressioni proprie della cultura rinascimentale, sia riferite all’ambito europeo che locale, ponendo l’attenzione a quattro settori: la Stanza delle regole prospettiche; la Stanza delle carte geografiche; la Stanza di Xanto Avelli da Rovigo e l’ambiente che illustra il territorio polesano. All’inizio del percorso, il visitatore incontrerà uno spazio che suggerirà l’idea cardine della cultura rinascimentale, ovvero l’affermazione della centralità dell’uomo rispetto al mondo che lo circonda, espressa attraverso uno degli studi che hanno rivoluzionato la percezione visiva dello spazio dal ‘500 in poi: la prospettiva e

Le immagini di queste pagine: alcuni rendering della nuova sala rinascimentale del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo 22


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grande fervore culturale trovò nella lezione della classicità un punto di partenza fondamentale per la nuova arte. Entrando nel terzo ambiente, la Stanza di Xanto Avelli da Rovigo, il visitatore potrà conoscere l’artista rodigino, attraverso l’esposizione del piatto raffigurante “Ero e Leandro” e di immagini di opere ceramiche, nonché la valenza estetica e il ruolo simbolico di un arte, quella appunto della ceramica che, dietro l’uso di tematiche classiche, nascondeva espressioni di classe sociale, di ricchezza, di potere politico o religioso. A questo punto il visitatore raggiungerà l’ultimo ambiente, dedicato al territorio polesano, all’interno del quale alcuni pannelli descriveranno l’eredità architettonica cinquecentesca cittadina e le imprese ingegneristiche che ne hanno segnato la morfologia attuale (taglio di Porto Viro). Per ciò che riguarda il sistema di comunicazione del racconto narrato lungo il percorso espositivo, la scelta è stata quella di utilizzare testi stampati e video con immagini e testi in movimento i cui contenuti potessero esser facilmente modificabili o implementabili, pur non cedendo al fascino dell’uso di tecnologie di comunicazione di ultima generazione (touchscreen, tavoli interattivi, ecc.); si è concentrata l’attenzione sull’investimento economico di tecnologie avanzate di illuminazione, sia negli spazi allestiti che per l’illuminazione delle opere, al fine di assicurare un conseguente risparmio energetico nella gestione.

le sue applicazioni. Dopo la lunga stagione dell’arte gotica, gli artisti del primo Rinascimento italiano, ricchi della eccelsa lezione di Giotto, rifuggirono da ogni richiamo simbolico per indagare e riprodurre le forme della natura e della realtà oggettiva. Il punto nodale di questa indagine consistette nello studio delle regole che governano la percezione dello spazio, così come l’occhio umano lo vede. L’applicazione di tali regole, codificate con il nome di prospettiva, verrà riproposta nella prima Stanza, collocando il visitatore all’interno di una struttura scenografica che sembra quasi estrapolata da un testo di geometria descrittiva dell’epoca. Il percorso di visita proseguirà con la Stanza delle Carte Geografiche, dove verranno inserite carte e mappe dell’Italia Rinascimentale che, pur nella sua frammentata struttura territoriale, diede il via ad una nuova economia più aperta e favorevole allo sviluppo delle arti liberali. In questo contesto si inseriscono anche la carta dell’Europa e del “Nuovo Mondo” a testimonianza degli scambi commerciali ad ampio raggio e con essi la circolazione di maestranze, di manufatti, di prodotti della terra e naturalmente di nuove idee. Le grandi scoperte geografiche descritte in questa sala, attraverso la riproduzione di mappe di grande formato, contribuirono fortemente al diffondersi di una rinnovata visione del mondo, mentre uno spazio di sosta, posto al centro della sala, consentirà ai visitatori di apprezzarne appieno il valore. Il clima di 23


STORIE

Invisibili ma indispensabili: le donne che hanno fatto l’Italia

Il mistero di Cecilia Monti (1763-1819)

“La statura d’Amazzone, e l’aspetto; Occhi soavi; capigliera bruna; Florida guancia, e labbro tumidetto; E un sen, che vince nel candor la luna; Difficil core; e limpido intelletto, Che i tesori del ver tutti raduna..." di Bruna Giovanna Pineda

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attività politica avversa all’Impero austriaco. Cecilia Monti, nata a Fratta Polesine il 25 ottobre del 1763 da una famiglia di origine borghese, condusse una vita comunque molto originale e movimentata per una donna della sua epoca, di intensa attività sociale e politica, avendo vissuto diversi anni all’estero, sposata più volte e con più figli avuti anche al di fuori della vita coniugale. La sua sembra più la vita di un eroe romantico che quella di una dama veneta dell’Ottocento, forse anche perché, essendo la sua educazione per lo più avvenuta in Francia e in ambienti napoleonici, subì meno l’influenza dei giudizi moralistici e bigotti della nostra tradizione cattolica e patriarcale. Azzardando potremmo dire che Cecilia Monti sia stata fin da giovane pervasa da un sincero anelito di libertà.

iù volte abbiamo riscontrato come la storia spesso sia avara di figure femminili, non tanto per la loro scarsa partecipazione alla vita sociale o politica, ma in quanto ritenute dagli storici, guarda caso quasi sempre uomini, superflui accessori delle gesta maschili; ma d’innanzi alla Monti siamo di fronte ad una vera e propria cancellazione storica: Cecilia Monti D’Arnaud, benché sia stata da molti riconosciuta come la vera promotrice della carboneria in Polesine, è una figura ancora poco studiata e riconosciuta della nostra storia polesana. Difficile è oggi trovare su di lei notizie, e le poche certe sono spesso imprecise o contraddittorie: sta di fatto che benché fosse una nobile donna degna di attenzione, non fosse per il suo carattere del tutto originale per una dama del primo Ottocento, non è pervenuto a noi nemmeno alcun dipinto riconosciuto che la ritragga. Cerchiamo comunque di definire i tratti di questo misterioso personaggio femminile che ha così caratterizzato la nascita della carboneria in Polesine, analizzando le poche fonti scritte che testimoniano il suo attivismo vicino agli ambienti della massoneria prima e della carboneria poi. A questo scopo sono utilissime le trascrizioni degli interrogatori che la polizia austriaca fece in seguito al suo arresto, sospettata com’era di

Il ritorno di Cecilia Monti a Fratta Polesine e le origini della congiura polesana. Da varie fonti risulta che il primo ritorno nella terra natia da parte di Cecilia Monti risalga al 1815, anno in cui Napoleone fuggì dall’isola d’Elba per ritornare in Francia e in cui Gioacchino Murat decise autonomamente di risalire la penisola per attaccare l’esercito austriaco, dichiarando di voler rendere l’Italia 24


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indipendente. Confrontando le dichiarazioni fatte durante gli interrogatori dei vari sospettati della congiura, risulterebbero alcune affermazioni contrastanti: secondo Antonio Molin, avvocato di Cavarzere e indicato come corteggiatore della Monti, e Antonio Villa, riconosciuto come uno dei capi della Carboneria polesana, Cecilia Monti sarebbe tornata la prima volta a Fratta proprio nel 1815, per costituire un gruppo di appoggio all’azione di Murat. La stessa Monti invece dichiarò che in realtà la sua intenzione era quella di ostacolarne il passaggio, in quanto lo considerava traditore della causa napoleonica, in cui lei si riconosceva indefessa partigiana, versione quest’ultima poco credibile. Non è un caso invece che il focolaio del movimento indipendentista abbia origine sulla sponda sinistra del Po, come a Fratta, e da una donna intraprendente e di bell’aspetto quale era la Monti, appartenente ad una famiglia i cui membri avevano quasi tutti servito l’esercito napoleonico e con dirette relazioni con la Francia bonapartista.

militari durante il precedente regime napoleonico e quindi rimpiangevano a ragione i bei tempi andati. Le analogie tra la setta segreta della “Spilla nera” della Monti, ricca di mistero e riti esoterici, per molti aspetti molto simile a quelli dei carbonari, aventi la stessa origine d’ispirazione massonica, rafforzata dallo stesso ideale di libertà e di avversità contro gli austriaci, contribuì ancor più a far della nostra Cecilia Monti un vero polo catalizzatore della nascente carboneria polesana. 11 novembre 1818: il banchetto della congiura di san Martino. Dopo il fallimento dell’impresa di Murat, la nostra eroina sparì dalla scena polesana, forse per timore delle feroci ritorsioni che la polizia austriaca aveva nei confronti dei sostenitori dell’impresa dell’ex condottiero napoleonico, per ritornarvi poi all’alba del 1818 con il suo nuovo consorte il barone D’Arnaud, generale pensionato francese, con il pretesto di visitare e far conoscere i propri possedimenti di Fratta Polesine. Durante questo suo secondo soggiorno frattese, Cecilia riprese i suoi vecchi contatti e ricominciò a tessere le trame della nuova cospirazione. La sua incessante operosità sociale e politica, come di riflesso tutta l’attività carbonara polesana a lei legata, subì un brusco arresto dopo l’undici novembre dello stesso anno, quando Cecilia Monti decise di invitare a pranzo nella sua casa di Fratta, oggi villa Avezzù-Pignatelli, tutta una serie di personaggi di spicco della carboneria locale: Antonio Villa, Sebastiano Monti, Antonio Molin, don Marco Fortini e Angelo Gambato. Fu durante questa occasione che si brindò a Napoleone e all’Italia libera, ma la polizia austriaca, già informata da un delatore (sembra molto vicino a Cecilia, addirittura un parente), fece irruzione in villa, dichiarando in arresto tutti i commensali per sospettato tradimento all’imperatore d’Austria. Da quel momento in poi seguirono una serie di arresti, perquisizioni e interrogatori in tutto il Polesine che decretarono la fine della carboneria nel nostro territorio.

La misteriosa società dello “spillone nero o épingle noire”. Secondo le dichiarazioni del Villa e della Monti stessa, Cecilia non avrebbe mai aderito alla Carboneria, bensì ad altre società segrete, ben più potenti e organizzate. Lo stesso Vogel, il commissario austriaco che condusse l’interrogatorio dopo il suo arresto, escluse in una lettera al Governatore Veneto la sua appartenenza alla carboneria, mentre è accreditata la convinzione che facesse parte della massoneria francese, chiamata ”società delle dame”. Felice Foresti, carbonaro contemporaneo alla Monti, e alcuni storici riportano che Cecilia invece fosse iscritta nonché promotrice della società della “Spilla nera” (épingle noire), associazione segreta francese, di origine femminile, il cui scopo era di divulgare gli ideali bonapartisti, trovando proseliti anche a Fratta e nel Polesine, soprattutto tra gli avversi al governo austriaco, che rimpiangevano i fasti del recente passato napoleonico. Le prime tracce di tale setta o di gruppi simili risalgono in Francia intorno al 1815, i cui membri si potevano per l’appunto riconoscere perché portavano sul petto una spilla nera rotonda, mentre nel gergo napoleonico “spilla nera” stava per pugnale. Il fine di questi gruppi segreti, molto diffusi in questo periodo, era quello di “liberare dal giogo dello straniero la Francia e il re” e non fu un caso quindi che tali ideali furono accolti con entusiasmo anche in Italia, soprattutto da coloro i quali avevano ricoperto cariche politiche o incarichi

La breve prigionia e gli interrogatori della polizia austriaca. Cecilia Monti D’Arnaud fu arrestata insieme al marito il 6 dicembre del 1818, e trasferita al carcere di Venezia, dove fu sottoposta ad un lungo interrogatorio presso la direzione generale di polizia dal 17 al 22 gennaio del 1819. La copia di tale importante documento, insieme a due lettere della stessa Monti riportate nel rapporto che il direttore della Polizia austriaca Vogel fece all’allora 25


STORIE

Rievocazione storica "Le giornate della Carboneria", Fratta Polesine

sorta di ammirazione “per una donna allevata nel gran mondo e per la sua franchezza”. Confrontando le varie dichiarazioni degli interrogati, la polizia investigativa austriaca riuscì a delineare un quadro più chiaro del ruolo che Cecilia Monti ebbe nel territorio polesano: pur non appartenendo alla carboneria, Cecilia aveva usato tutte le sue doti per poter entrare in contatto con i suoi membri, intercettando il malcontento dei cospiratori carbonari, con la sottintesa volontà di volerli coinvolgere a favore della sua causa bonapartista, a cui lei era fortemente legata, essendo anche sempre in contatto con la duchessa Maria Luigia di Parma e con altri bonapartisti francesi, che congiuravano contro la monarchia di Luigi XVIII, “esaltatissima partigiana del cessato Governo di Francia, ed ora in particolare di S.M. Maria Luigia e del Principe, suo figlio…”. A tale scopo la stessa Cecilia lusingava spesso i propri interlocutori promettendo come premio, dopo l’avvenuta rivoluzione, carriere militari e futuri incarichi pubblici e amministrativi di vario genere,

governatore del Veneto, costituisce un’importante testimonianza diretta della Monti stessa, dove si possono leggere i suoi rapporti con il Molin e gli altri sospettati, le trame della carboneria e la propria versione del brindisi patriottico avvenuto in casa sua a Fratta quel fatidico giorno di San Martino. Dall’analisi di questi atti emerge anche un più dettagliato ritratto di Cecilia “donna di statura ordinaria, corporatura complessa, dell’apparente età di 50 anni, capelli castani, occhi simili, bocca grande, naso medio. Vestita con abito di merinos ponsò, sciallo di lana a fiori, scarpe nere…”. Ma ancora più dettagliatamente da una nota che lo stesso capo della polizia scrisse al governatore: “Nell’ipotesi che siano vere tutte le dichiarazioni di questa donna indefinibile, d’una testa vulcanica e bizzarra, il cui carattere offre finora un misto curioso di religione e di scioltezza, di lealtà e di malizia, congiunte in una grande conoscenza del mondo, e ad uno spirito naturalmente coraggioso ed intraprendente…”; lo stesso Vogel non nasconde una 26


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anche per vantarsi della propria influenza e vicinanza alla famiglia napoleonica.

e nazionale, sia stata magicamente cancellata dalla nostra storia: tutt’ora sono pochissimi i documenti che ne riportano traccia e solo recentemente sono stati studiati gli incartamenti degli atti degli interrogatori austriaci. Purtroppo fino ad ora gli studi degli storici non le hanno ancora dato giustizia, e l’unica caratteristica che spesso emerge anche tra gli storici riguarda il suo carattere seduttivo e libertino, offuscando quasi del tutto il suo fondamentale contributo alla nascita della Carboneria polesana.

Il mistero della morte di Cecilia: la fine di un testimone scomodo. Nonostante le giustificazioni riportate durante questi interrogatori appaiano per lo più inverosimili e frutto di una mente appunto vulcanica, tanto da sostenere che la propria vicinanza alla carboneria fosse dettata in realtà dalla propria volontà di volerla contrastare e debellare, sebbene vi fossero agli atti anche documenti e lettere che aggravassero la sua posizione, e nonostante le sue dichiarazioni contrastassero con quelle dei suoi delatori, Cecilia Monti fu scarcerata nel giugno del 1819. Forse questa decisione fu presa per evitare un incidente diplomatico internazionale, visto l’importante grado militare del marito Barone D’Arnaud, ex generale in pensione, e non di secondaria importanza il legame affettivo che la stessa Monti manteneva con l’arciduca Francesco d’Austria, a quel tempo duca di Modena, relazione che viene anche riportata nel famoso rapporto di Vogel al governatore austriaco. Dopo un mese dal suo rilascio, il 13 luglio 1819 “in un pubblico albergo sulla statale che conduce a Milano” durante il viaggio che la doveva ricondurre in Francia, la sua seconda patria, Cecilia improvvisamente muore, secondo il Vogel a causa del suo forte indebolimento dovuto alla prigionia, ma vi è più di una voce che sostiene il sospetto che tale morte sia stata in qualche modo indotta, come ad esempio per avvelenamento. Sicuramente Cecilia fu per molti una figura tanto affascinante quanto scomoda: visto il suo passato di attivista indefessa, non vi è dubbio che fosse a conoscenza di parecchi segreti, che caduti in mani sbagliate avrebbero compromesso i piani e le vite di diverse persone. Non dimentichiamo inoltre che la polizia austriaca, visto i delicati rapporti diplomatici tra Francia e Austria, si era trovata impedita di eseguire un verdetto che di solito riservava agli accusati di alto tradimento: cioè la pena capitale. Di certo ad avallare questa ipotesi sta di fatto che quasi tutte le carte e i documenti che riguardavano Cecilia, così come gli stessi atti degli interrogatori, siano stati subito trasferiti in Austria, quasi a volerli nascondere ad occhi indiscreti. Il risultato comunque fu che questa donna, pur essendo stata il fulcro dell’attività sovversiva della carboneria polesana, pur avendo intrecciato relazioni con figure di importante rilievo della vita politica internazionale

Nella foto: il brindisi della "Congiura di San Martino"

Bibliografia Nicolò Biscaccia, “I carbonari del Polesine e la liberazione di Rovigo”, Minelliana, 1967, Rovigo Michele Rosi, “L’Italia odierna”, Casa editrice Torinese, 1922, Torino Alessandro Carlo Belletato, “Antonio Fortunato Oroboni e i Carbonari della Fratta”, Tipografia Bertoncello,1973, Cittadella (PD) Giampietro Berti e Franco della Peruta, “La nascita della nazione: la Carboneria… - Atti del XXVI Convegno di Studi storici Rovigo, Crespino, Fratta Polesine, 8-9-10 novembre 2002”, Minelliana, 2004, Rovigo Cristian Rossi, “Magistratura e giustizia penale nel Veneto della restaurazione (1813-1819)” , Tesi di laurea di Storia contemporanea dell’Università di Studi di Ca’ Foscari , Anno Accademico 2010-2011, Venezia 27


LUOGHI

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La Fondazione Ca’ Vendramin: ricerca e cultura nel cuore del Delta di Danilo Trombin

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uando si usa la metonimia Ca’ Vendramin, di solito si intende parlare di quel mirabile complesso archeologico-industriale che domina, come un guardiano severo, lo stradone che dalla Romea conduce a Ca’ Tiepolo. È un complesso che mi ha da sempre affascinato, durante le mie scorribande nel Delta, per la maestosa imponenza della sua struttura e per il profondo significato storico e sociale, oltre che per caratterizzare, con l’altezza della sua ciminiera, il paesaggio verticale che da lì in avanti apparirà agli occhi. 29


LUOGHI

Esterno e interno del Museo Regionale della Bonifica di Cà Vendramin

Adagiata placidamente da poco più di un secolo nel punto in cui gli alvei del Po di Gnocca e del Po di Goro si sfiorano timidamente, l’idrovora di Ca’ Vendramin fa sfoggio del proprio glorioso passato, proponendosi, tuttavia, come un ponte fondamentale e come punto di riferimento per lo sviluppo futuro del territorio. I locali che furono sede, fino alla fine degli anni ‘60 del ‘900, del più importante complesso idrovoro del Delta del Po, ospitano, infatti, il “Museo della Bonifica”, dove, accanto alla solennità dei macchinari, che un tempo erano deputati a mantenere asciutta l’Isola di Ariano e che oggi sono

dei giganti silenziosi e bonari, si può rivivere l’epopea d’oro, mitica e assieme tragica, del risanamento di un territorio da sempre in equilibrio precario tra le diverse forze della natura. Negli anni, quando mi sono trovato ad accompagnare i “foresti” a visitare questo luogo, l’aspetto più difficile da condividere è sempre stato rappresentato dal far capire che una delle principali peculiarità di questa terra è quella di soggiacere al livello del mare. Lo stupore degli occhi del visitatore di fronte alle dimensioni del complesso idrovoro e dei macchinari, aumenta via via che gli si racconta della funzione e del ruolo che questi hanno 30

assunto nel passato, come oggi. È proprio per incontrare le esigenze della divulgazione dei saperi empirici e scientifici che implicano la gestione del territorio, oltre che a proporre nuove soluzioni per il territorio, che nasce nel 2009 la Fondazione Ca’ Vendramin, che ha sede proprio al Museo Regionale della Bonifica. La Fondazione, i cui soci fondatori sono la Regione del Veneto, il Consorzio di bonifica Delta Po Adige, la Provincia di Rovigo e l’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po, infatti, è oggi una delle principali realtà del territorio volte a promuovere la ricerca sui delta, le lagune e le zone umide


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del Mediterraneo e di altri Paesi del mondo, e sui temi che riguardano la conoscenza delle zone umide e di tutti gli aspetti, idraulici, ambientali, economici e sociali ad esse connessi, tramite l’avviamento del “Laboratorio internazionale delta e lagune”. Grazie a questo strumento, la Fondazione coordina la ricerca interdisciplinare necessaria per la coesistenza dei molteplici aspetti e delle numerose criticità che interessano queste aree, offrendo contributi utili alla valorizzazione dei territori interessati. La Fondazione, infatti, si è dotata di un Comitato Scientifico che rappresenta il punto di riferimento per lo sviluppo

di tutte le attività culturali e scientifiche della Fondazione, come, ad esempio, il progetto per la Laguna di Hue in Vietnam, che, in accordo con la FAO, sta realizzando una serie di interventi finalizzati alla protezione ambientale e al miglioramento delle pratiche gestionali del sito in questione, ma riproponibili anche nel territorio veneto. Un altro degli obiettivi statutari della Fondazione Ca’ Vendramin, inoltre, è quello di sviluppare e di far conoscere il complesso dei manufatti idraulici storici ubicati nel territorio del Delta, adoperati per l’affrancamento delle aree deltizie dopo l’insediamento umano. Già nota ai più come conte31

nitore di mostre, concerti, convegni ed altre attività di carattere culturale, spesso di elevato spessore, l’Idrovora di Ca’ Vendramin diventa anche il fulcro del sistema museale del Delta del Po. Tramite il Museo Regionale della Bonifica, infatti, la Fondazione ha sviluppato il percorso delle antiche idrovore, ovvero ha recuperato alla fruizione turistica quattro antichi e pregevoli manufatti idraulici storici che in passato tenevano all’asciutto una vasta area del Comune di Porto Viro, in maniera da connetterli lungo un percorso che può essere praticato a piedi, in bicicletta, in macchina e lungo vie d’acqua: Idrovora Chiavica


LUOGHI

Emissaria, Idrovora Sadocca e annessi magazzino ed abitazione, Idrovora Chiavichetta, Idrovora Ca’ Giustinian ed annessa abitazione. Ma non si fermano certo qui le attività della Fondazione, che intende proporsi anche come ente formativo di primo piano nel panorama regionale e non solo, promuovendo corsi di formazione rivolti alle categorie produttive che operano nel territorio deltizio, in particolare molluschicoltori, con l’obiettivo di trasmettere le conoscenze di base sull’ambiente di allevamento dei molluschi, sulla biologia di questi, e soprattutto sulla sostenibilità e sugli aspetti economici che sono collegati a

tali pratiche. Inoltre, altri corsi formativi si rivolgono a studenti, ricercatori ed operatori del settore, e sono finalizzati alla divulgazione delle competenze inerenti le zone umide e quelle lagunari in particolare, in maniera da poter affrontare tutte quelle problematiche gestionali, ecologiche collegate alle complesse dinamiche che si instaurano all’interno delle lagune costiere. Questo e altri motivi fanno del complesso idrovoro di Ca’ Vendramin e della Fondazione e del Museo Regionale della Bonifica in esso ospitati, una delle realtà più vivaci ed interessanti disponibili sul territorio bassopolesano, e che certamente è in 32

grado di oltrepassare, per importanza e qualità della proposta, i confini strettamente amministrativi imposti. L’invito, quindi, è il seguente, per coloro i quali si trovano a percorrere la strada verso Ca’ Tiepolo: mettete la freccia verso l’idrovora, e prendetevi il tempo necessario. Sarete rapiti dalla bellezza della struttura, dal soffitto a cassettoni dipinti della sala-macchine, dall’imponenza delle caldaie e delle turbine. Vi avvicinerete a peculiarità che magari non conoscevate e ne uscirete senza dubbio arricchiti circa la conoscenza del territorio che vi circonda.


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posti: un monumenti semiequestri così com e ben ero ebb star alia d’It ze piaz Nelle atica. Ai la dedica Alla Repubblica democr centauro su un basamento recante cittadini né leoni né asini. ): simbolo to da busto, braccia, testa d’uomo Centauro (corpo di cavallo sormonta cui non si ’, di cittadini cavalieri di se stessi, itici pol i mal ‘ani di ra natu tra nos a dell ena a giro lie, some in groppa, sacchetti d’av addicono paraocchi, morsi e brig gravato in è nza dina pazienze. Lo status di citta d’orecchi, leonine voracità, asinine rilevanti tano por politici; di quelli politici questi tempi da disagi sociali e politica, ne rissimi organismi di partecipata azio responsabilità i partiti, che da necessa archie. Il o alterati in intollerabili voraci olig son si a atic ocr dem vita rale libe di ascoltata, sua indignazione invoca ed aiuta, se centauro ne è stanco e indignato. La una rifondazione etica della politica

Valdino Tombolato

LA ‘RIVOLTA’ DEL CENTAURO

collana “CULTURA E SOCIETÁ”, n. 1 APOGEO

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editore

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PAROLE

Gianfranco Scarpari: la scrittura come destino di Sandro Marchioro

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’avessi letto a vent’anni, forse Gianfranco Scarpari non mi sarebbe piaciuto. Vagavo, allora, tra il realismo magico dei sudamericani e la narrativa combinatoria di Calvino e di alcuni francesi di cui ricordo a malapena il nome. Ma il fatto è (per quanto ricordo del mio io di allora) che leggendo “I piccoli peccati” (Neri Pozza, 1995) o, meglio ancora, lo splendido “Valzer imperiale” (Perosini, 1998), sarei caduto nella trappola in cui lo stesso Scarpari è caduto nel momento in cui si è messo a fare il lavoro del narratore: quello di credersi un memorialista. L’avrei scambiato cioè per uno che racconta la storia della propria stirpe, mischiandola qua e là con gli eventi storici che entrano ed escono dalle pagine accompagnando o determinando vite che si sono poi spente, come capita a tutti noi. Non mi sarebbe piaciuto, Gianfranco Scarpari, e non l’avrei capito anche perchè allora non sapevo, non potevo sapere cosa fosse il senso della fine: che non è la paura della morte (quella la si ha anche a vent’anni), ma una cosa più complessa e devastante: il sentimento del fluire inesorabile delle nostre vite e di tutto ciò che sta loro intorno, lo spegnersi di tutto quello che pensavamo vivo e duraturo, l’accavallarsi incessante di storie che per un po’ si sovrappongono ad altre storie e poi le cancellano, inesorabilmente. Se non sei percorso da questo sentimento di Scarpari capisci poco, e capisci poco anche di Svevo, di Tomasi di Lampedusa, di Goffredo Parise e di tanti altri. Il cuore di tutta la narrativa di Scarpari credo sia questo: non le storie famigliari, non le memorie di una comunità, ma il senso del tempo che ti si sfarina tra le mani, e delle nostre esistenze che fluttuano in questo vapore, splendide nella loro precarietà, straordinarie nel compiersi del proprio desti35


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no. Intorno a questo nucleo c’è di tutto (come accade solo ai grandi scrittori); ma da qui si parte, sempre. E le storie famigliari che hanno occupato in ogni suo testo il banco di lavoro sono solo un pretesto per scatenare un’urgenza di scrittura; perchè è evidente che Scarpari non ci credeva fino in fondo al fatto di essere un narratore vero, con tutta la strumentazione tecnica, l’intuito, il piglio, il passo del narratore. Ha sempre bisogno del paravento della storia presa dal vero, anche se poi muore dalla voglia di farti capire che non ha semplicemente trascritto, ma ha narrato. Ci sono molte prove di questo aspetto della sua scrittura e della sua personalità. Ne basti una: la citazione di un motto del fulminante Karl Kraus in esergo a “Valzer imperiale”: “La deformazione della realtà nel racconto è il vero racconto della realtà”. Più chiaro di così. Non ho mai conosciuto Scarpari. Anche per questo motivo lo leggo come uno scrittore del Novecento e non come un personaggio piuttosto illustre di una importante cittadina polesana scomparso alcuni anni fa. Il dato locale non mi interessa. Anzi, lo credo nocivo per il destino di uno scrittore che merita di essere letto e riletto, discusso, studiato. Tenerlo stretto ad Adria non fa capire lo spessore della scrittura e dell’opera di quest’uomo da tutti descritto come raffinato, colto, appassionato. Vale di più, per capire meglio le sue pagine, ripensare all’ambiente in cui è cresciuto e che ha descritto mille volte con dovizia di particolari nelle sue pagine. Un ambiente culturalmente fecondo, entusiasmante, ricco. Forse decadente e un po’ decaduto, ma in quelle case borghesi si respirava cultura. Architetti, musicisti, pittori, scultori, un cugino scrittore (Toni Cibotto, che un ruolo di primo piano nella scrittura di Gianfranco si-

"Premio Settembrini", primo premio nel 2005 a Gianfranco Scarpari per "Una corsa nel tempo", ed. Perosini (2002)

Circolo Unione di Adria, presentazione del libro "Valzer Imperiale", ed. Perosini (1998)

curamente l’ha avuto, senza però influenzarne minimamente lo stile: mica facile sottrarsi al contagio dello stile del cugino famoso), librerie floride e poltrone comode e stanze silenziose e giardini ombrosi nei quali la lettura 36

nutre e diverte. E ancora quei libri e quei luoghi che custodiscono ricordi di sapori culturali diversi: dallo smalto opacizzato della finis austriae alla classicità greco romana, dalla potenza del pensiero poetante di Leopardi


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al roboante carduccianesimo fine ottocento. E molto altro ancora. Che meraviglia. Scarpari queste cose non le ha solo lette: le ha soprattutto respirate fin da bambino. Le sue pagine trasudano di questo humus: è evidente, lui alla letteratura ci arriva per pura induzione (e per induzione qui intendo proprio il concetto fisico, secondo il quale particolari caratteristiche di un corpo possono determinare alcune proprietà di un corpo ad esso vicino). Ma questo ambiente non è il centro della sua narrazione, anche se può apparire il contrario: perchè questo ambiente diventa, nelle sue pagine, non tanto uno sfondo, quanto un vero e proprio personaggio; che contribuisce insieme a tutti gli altri personaggi a spianarci davanti i temi che più spesso ritornano nei suoi libri: la malinconia dei ricordi, le speranze della giovinezza che pian piano ammutoliscono, la smagata sfiducia nella politica e il pericolo degli estremismi, la bellezza e la potenza della natura e il nostro impegno dissennato nel combatterla, la necessità delle amicizie, e tanto tanto altro ancora. Quanto ha da regalare ai suoi lettori Gianfranco Scarpari. Storie accattivanti e pensieri profondi di cui abbiamo bisogno, tanto più in un periodo lacerante (e terminale) come quello che stiamo vivendo. Ma non so quanto sia ancora letto questo importante scrittore. Temo pochissimo. Il Polesine non difende i suoi scrittori, li ricorda di tanto in tanto, distrattamente, li celebra talvolta in occasioni ufficiali ma poi li lascia lì a morire. È un peccato. “Una casa non muore del tutto se riusciamo a popolarla con i nostri ricordi”, scrive ad un certo punto di “Valzer imperiale” (a pag 109). Dovremmo popolare il ricordo di Gianfranco Scarpari di letture dei suoi splendidi libri. Quanto bene ci farebbe.

Presentazione del libro "Le Ville Venete", ed. Newton Compton (1980) Gianfranco Scarpari con il cugino Gian Antonio Cibotto

Biografia Gianfranco Scarpari di Prà Alto nacque ad Adria nel 1924 e nella stessa città polesana è morto nel 2008. Appartenente ad una famiglia di origini trentine e di antiche tradizioni nobiliari è cresciuto in un ambiente familiare culturalmente molto stimolante: il padre, Giambattista Scarpari, era un architetto famoso ben oltre i confini polesani, la madre era laureata in lettere ed appassionata lettrice: sta tutta qui l’origine delle sue due passioni (la progettazione e la scrittura) che avrebbero percorso tutta la sua vita professionale. Ad Adria ha frequentato il liceo classico, dove ha avuto modo di avere come insegnante di Lettere Tommaso Di Salvo, importante letterato e filologo, autore anche di un commento alla Divina Commedia molto conosciuto. Seguendo le orme paterne, dopo il liceo ha frequentato la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova. Dopo la laurea, ha seguito la strada professionale aperta dal padre, ma da subito ha cominciato a dimostrare interesse e notevole versatilità nella scrittura, iniziando più tardi a collaborare con "Il Gazzettino" con articoli in cui raccontava alcuni aspetti della cultura locale ed occupandosi in particolare della storia dell’architettura veneta e polesana. Dalla collaborazione con il quotidiano nacque una frequentazione assidua con la scrittura che lo portò, anche su influenza di Gian Antonio Cibotto, suo cugino, a pubblicare i suoi primi libri. Ecco di seguito una sintetica bibliografia. Le Ville Venete, Newton Compton, 1980 La casa rustica in Polesine, Marsilio, 1980 Vivere nel Delta, Arti Grafiche Bolzonella, 1980 Il Delta del Po: natura e civiltà, Signum, 1983 La casa là, Morganti, 1993 I piccoli peccati, Neri Pozza, 1995 Valzer imperiale (Kaiserwalzer), Perosini, 1998 Gli alberi della memoria, Marsilio, 2000 Gli anni della cornacchia, Perosini, 2002 Una corsa nel tempo, Perosini, 2002 37


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Daniele Gottardo Un genio, visto da vicino, è normale. A proposito di Daniele Gottardo, plettro e sregolatezza

di Davide Antonio Pio

foto di Marco Manocchio

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dvd) ha avuto un’accoglienza fantastica: dagli acquirenti, da chi lo ha venduto e dalla stampa. I boss di Hudson Music, distributore internazionale del dvd (per l’Italia il distributore è la casa editrice Volontè & Co n.d.r.) in occasione della Fiera internazionale di Francoforte (Musik Messe) hanno speso litri di parole colme di complimenti per l’artista e per la produzione. Daniele non si spaventa delle grandi platee, dei repertori a lui sconosciuti, non è in soggezione se suona con un artista più famoso (anche se davanti al suo pubblico, come è accaduto con Richie Kotzen), guarda con sufficienza chi si improvvisa artista e alcune volte si dichiara “ammiratore” di musicisti mediocri: adora andarne a vedere le esibizioni, mostrando un entusiasmo e un’ironia comprensibili solo a lui. Suoi fans eccellenti non mancano, tra questi c’è un’icona della chitarra elettrica: Steve Vai. Ricordo un incontro, a Rimini, con la star californiana, in cui mi disse: “La sera, prima di andare a dormire, vado a vedere se Daniele ha messo qualche nuovo video su youtube”. Il cd “Frenzy of Ecstasy”, distribuito in digitale dallo stesso Vai, ha compiuto un piccolo miracolo, venendo distribuito nelle edicole di tutta Italia: 4000 copie. Per un periodo ho

o conosciuto Daniele Gottardo in un bar di Rovigo, quasi dieci anni fa. Disegnava una freccia, con lo zucchero di una bustina ridotta in brandelli. Ridurre in brandelli (“to shred”) è il verbo inglese usato dagli appassionati di chitarra per definire un modo di suonare virtuoso, tecnicamente estremo. Parlava, in quel bar, del manuale di armonia di Arnold Schoenberg, delle sinfonie, di quanto il blues gli facesse ribrezzo e aveva occhi di zolfo nel raccontare come (accoppiando colori e note) avesse scritto il suo primo brano per un possibile cd di chitarra solista. Aveva vent’anni. Insegnava in piccole scuole di musica, suonava in qualsiasi gruppo lo chiamasse a suonare, beveva tè freddo. Nel 2008 e 2009 ha partecipato con successo alla competizione Guitar Idol, a Londra. Un trionfo. Centinaia di video di suoi ammiratori affollano internet. Da ogni parte del mondo. Nel 2010 ho prodotto un suo dvd didattico, pensato per essere competitivo con il mercato internazionale. A distanza di due anni, vedo quel vagito imprenditoriale come un investimento discutibile ma, allo stesso tempo, come un prezioso ed ambizioso contributo alla didattica, non solo Italiana. “Superfingering” (questo il titolo del

foto di Lorenzo Franco

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seguito le corrispondenze professionali di Daniele: tra le richieste di seminari, offerte di sponsorizzazioni ed endorsements trovavo spesso mail indispettite di direttori di scuole alle quali negli anni Daniele aveva elemosinato mezze risposte dopodichè era sparito, immerso nella torre d’avorio del suo genio. Fatto sta che rispondendo ai messaggi, diventavo responsabile di misteriose precedenti eterne attese, conclusesi a volte con un nervoso (ma ahimè ragionevole) cambio di programma da parte delle scuole. Ma cosa rende Daniele Gottardo tanto speciale? Come far spiegare a delle nude parole quello che il mistico fluido della musica versa nelle sue mani quando è il momento di esibirsi o di comporre? Non si può: “Poche cose sono lontane dall’arte quanto la Critica”, per dirla con Rilke. Si può però mettere in evidenza la sopracitata tecnica impeccabile dell’artista (si ascolti la sua famosa “Scarecrow ‘s dance”), la ricchezza di tessuti armonici (“Marrakech Market”), la scelta di sonorità aspre e difficilmente ascoltate prima (si pensi alle dissonanze proprie della Russia sinfonica trasposte dal Nostro su distortissime chitarre elettriche). Una colonna portante della sua fama è però l’odio. Alcuni musicisti odiano i colleghi e

con questo rigurgito d’anima riversano su altri i propri limiti. Daniele non odia e non invidia. Proprio perché, di limiti, non ne ha. Ma esiste una corrente, solo italiana, di arrabbiati sostenitori della “buona musica” (come se ne esistessero una buona ed una cattiva) che si strappano i capelli (pochi e lunghi, nel caso dei rocker), sprecano parole e addirittura video per comunicare il loro sconcerto per un mondo intero di chitarristi che si inginocchia di fronte a Daniele. Nessuna legge li obbliga ad ascoltare la musica che apprezzano, anzi: vogliono farci sapere che soffrono per i suoi riconoscimenti, aumentando così la visibilità dell’artista. Quanto al presente di Daniele, so che sta lavorando a un progetto discografico molto ampio (quasi sicuramente si tratta di un cofanetto con più di un cd al suo interno), in cui sarà finalmente espressa la sua grande dote compositiva su brani di lunga durata, ci saranno archi, fiati, percussioni classiche e ovviamente non mancheranno il rock e l’elettronica. Questa la prima pagina nella storia di un arciere di Apollo, le cui frecce (di zucchero o di crome) sono tutte destinate a fare centro: oggi, fra dieci, trenta o trecento anni.

foto di Lorenzo Franco

foto di Lorenzo Franco

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ure ottyboy Signat o distorsore "G ing su pp il Ta e e uc m od tion For Extre n Electrix pr or ve ist D m Pie, iu a or an l Germ , composit to della Mam Model - Specia ane chitarrista inoltre prodot o ov . rd de gi 83 ta ve ll’ ot un le ne G è ie le go o an D rd – Danie nato a Rovi Techniques”. Daniele Gotta bucker bridge bum um ante italiano tzen, al “H gn o Ko o se e im in su hi pr tc il o ed Ri e su re e, izza il ckups anch arrangiato me Greg How il jazz, Nel 2010 real n. Le sue n musicisti co si concentrano ature Model”. nur, Lee Pearso ve gn A do Si a Ha suonato co ” tm sy A sta d o, ol Ec rz sy” è rn of Sa sta A y , Ec dy nz sy of Ru re nk , y vi “F an nz strumentale no Igor Stra antico. “Fre Guthrie Gov m so ro i al sti o/ ic igital rri sic D us ita as m da cl ch enze stile d digitale akov ed i nu-metal e lo principali influ v, Rimksy Kors e ale in downloa eve ar do di St on on Lia di su m n ly a lo to io a el at na ci liv N A in distribuito a Schoenberg, msteen. Com della Favored al le M in ta a o ie gi un us di gw e, cl ne in dr Yn visio ian e sy“ viene rra del pa Nations, la di Charlie Christ xe rrenzy of Ecsta sito dalla chita A ita “F rio sti ch di cu rri a x in su ita bo ni ch la el an gi è zata per Vai. Un Jew all’età di 14 che ancora og ista specializ primo suo seconcaster rossa, Music il suo copie della riv e m 2011 esce il 00 el ga 40 N Fender Strato ay . Pl 11 la a r 20 g pe in io pp na za oncept for ta iz en C l al G d de g Advance Magazine di rin ra preferita. Re sato sulla propria tecnica ge fin la er are up ia iz ba ttico “S iele in etodo di suon do video dida video didattico Nel 2004 Dan oluzionario m ”. riv e G trao a os IN xi ov m PP le nu e A A il “T en p vi ato rra, dove cantante po ectric Guitar” ita El la ch 8 dita, intitol n la co ia a og ist ol od a di turn ta una met sua esperienz opr rte è pa , ia de rd pren all’avangua fino al 2008 ic e us foto di Dian Marini live, om ti m er tre nc Es co i dotto da a numeros Volonté & ettacoli teledistribuito da convegni, sp ro ste estigiosa l’e pr al e lla né da Co. e visivi e tour aro C ic in Euroada, Hudson Mus (Malaysia, Can izzera). su YouTuce Sv di e pa/ Usa.In zia, Slovenia di to concorso, namen be un proprio Inizia l’inseg so iata la es pr em pr ca e dove vien chitarra elettri ie m rpretazione accade migliore inte prestigiose al tu at go, song re ; ne di Guitar Sb musicali italia IM bum. La M al l’ o al su a l gn da tratta mente inse di grandi te di tu le sti In giuria si avva Modern Music rusicam ve a di en da sc ; lla llo esperti de Alex Storne cui il e i tra ar , in le sem le internaziona si anni tiene ed il pa er ci ck rte Be pa n e so grande Ja masterclass ark M l o va an sti eric nti fe produttore am ai più importa più no rte pa il ci tto rte tu pa Varney. Vi chitarristici in 42 da ui co (A orrent di 640 conc ritorio italiano del e br io at em rn ov te N In nazioni. A stic Guitar osu a r ta invitato a, Gui 2011 viene nal a Sarzan la al oam M rd o ste an re ad Am na Festival a Fior l de a , pe Milano e euro manifestazion denese, Meet t Ye d ea D Se ot G N SH on Becker as “J Guitar Day, n co e si esibisc uitar, Fecond Hand G Festival” dove ionale e Guthrie Gom az co rn te le In na l io stiva ube , Eddie ello internaz uT la liv to Yo a ot ti su ndh. Daniele M lu no , o i Ek de rre m grandi no delle Chita , Mattias IA ni. Il suo vi ro du ei ro nur te ei Lo on “R inuazioM ko so Ki l, or m, stiva del conc a sorta di cont van, Stu Ham Lang Jazz Fe è stato ispiratore condo CD, un ed è se estrale ” o ch no te su or ila en il ù m M pi do ra di sta terminan una versione “Come sei ve vi” al MEET a lle m A ” i 06 sy nn nali di 20 sta l va to Ec io stda of di G llabora monie po ne di “Frenzy terpretazione sso. Daniele co e sinfonici, ar go ste ch endorar vi an è o lle ti te A nd en en tta da m m tra ia con arrang Magazine, Daniele attual stato premiato xe a. A tic ia ta a pian on za m m am liz ro ar M rdo specia zati sull’ rs Italy, derivazione ta con la rivista e concetti avan ey Amplificato :// le av am tp ta Pe “J ht r en e k: pe um es lin str gl re er in a to con il sito ference. Hyp ser/dimostra menti di tecnic Re ra vi bo / ca di lla om e o co .c x nc be Electri al 2008 ww.youtu rristico a fia ckups, Eleven cromatica. D legottardo; w suo stile chita / o ie il :/ rz an tp te tra ht /d us al ill om o; ca .c ve rd sifi do an. Si clas anielegotta ww.facebook ov /d w trackcentral” G om ie .c hr r ce ut pe G pa le ys ww.m calibro di rnaziona gottyboy; w chitarristi del concorso inte sts/gottardo/ ic Show a ions.com/arti Idol” 2008, il us r at ta M l-n l ui ita na “G ig io .d al at w rn w w posto on Inte tosi alla Lond per la migliochitarristi, tenu vince il premio 09 e20 El ” la ol Id no r uita sso an Londra. Al “G ard”. Nello ste il “Steve Vai Aw re tecnica ed 42


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Monika: ostinatamente cantautrice intervista di Erika Moretto foto di Omar Barbierato

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Le pareti della casa di Monica Bonafè sono da sempre pregne di musica, fin da piccolissima. Complice il padre batterista che le tramanda i geni artistici. - Il primo disco che regalai a mio padre vent'anni fa al suo compleanno fu di De Gregori, erano gli anni '90. Sempre in quel periodo vidi grazie ai miei un concerto dei Pink Floyd in tv. Poi un giorno, per caso, presi in mano una chitarra. L'unico scopo di quell'oggetto, misterioso fino a quel momento, era occupare un angolo della mia casa, nient'altro. Durante le ore di musica alle elementari appresi qualche nota. Sicuramente avrai avuto voti altissimi in questa materia, no? Affatto. Inizialmente riuscii a prendere la sufficienza poi rimediai con un sei. Intanto crescevo e arrivai ad esprimere il desiderio di seguire lezioni private per imparare a padroneggiarla come sentivo di poter fare. Facendo un salto temporale a questi ultimi anni, dove ti esibisci prevalentemente? Nel territorio polesano prima di tutto, ma anche un po' più in là. Ho partecipato per cinque edizioni consecutive al Festival Buskers di Ferrara. Esperienza molto forte per me dal punto di vista artistico, per il contatto con altre

culture e per la sensibilità degli artisti che vi partecipano. Pensi che il nostro territorio valorizzi l'arte, nel tuo caso la musica? Sicuramente il territorio in cui vivo e mi esibisco, per lunghi anni è stato "usato" senza essere valorizzato nel giusto modo, e questo ha contribuito a determinarne una rara e incontaminata bellezza. Proprio per questo è associato al Mississippi dove è nato il Blues. Lo stesso scenario, anche se in misura minore, ha stimolato gli artisti polesani anche se non ha contribuito a dar loro molta fama. A quali autori fai riferimento per la tua formazione? Sono cresciuta con i Pink Floyd, Jethro Tull, Deep Purple, Leonard Cohen, Mike Oldfield. Per una scelta personale faccio riferimento ai cantautori degli anni ‘70 italiani e stranieri, più o meno conosciuti, come De André, Bob Dylan, Guccini, Kuzminac, Tori Amos. Ho trovato interessanti le contaminazioni con altri generi quali il Folk e il Blues. Oltre ad interpretare le canzoni dei grandi artisti che hai citato suoni anche qualcosa di tuo? Ho scritto qualche canzone, anche se sono sempre molto restia a proporle al pubblico. Credo nel "Vox populi vox Dei", per cui, quando suono in un locale

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per accompagnare una serata, trovo sia più semplice essere apprezzati con brani conosciuti. Solo di recente ho inserito nella scaletta brani miei alternati a pezzi più famosi reinterpretati a modo mio. Come vedi il futuro del cantautore? In questa società dove domina la copia illegale dei cd e il download da internet, il De André di domani cesserà di esistere. Il cantautore, per definizione, dovrebbe cantare le problematiche della società in cui vive. Nel turbine della realtà di oggi però, non conta fare un discorso articolato. Piuttosto si dà importanza all'immediatezza, allo spazio temporale in cui si vive. Si privilegia la velocità con cui si pubblicano dischi, nuovi prodotti da mettere sul mercato, tracce fulminee alla radio, invece che approfondire lo spessore delle argomentazioni godendo del tempo che si meritano. Di cosa parli nelle tue canzoni? Parlo di ciò che mi colpisce del contesto in cui vivo in ogni sua dimensione. Senza tante pretese, considero i miei testi difficili e scomodi. Parlo della violenza sulla donna e della sua intrinseca debolezza. Della sua lotta per raggiungere un equilibrio rispetto all'uomo, che però non potrà mai avere la sua stessa visione dei valori della vita.


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FORME

Eugenio De Blaas, Pulcinella in convento - Olio su tela, collezione privata

La Maison Goupil e l’Italia Il successo degli italiani a Parigi negli anni dell’impressionismo Rovigo Palazzo Roverella 22 febbraio 23 giugno 2013 di Paolo Serafini

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a mostra "Il successo degli Italiani a Parigi negli anni dell’Impressionismo" si propone di presentare, per la prima volta insieme, le opere degli artisti italiani della seconda metà dell’Ottocento, che lavorarono per la famosa Galleria Goupil di Parigi. Una Galleria, che annoverava tra le sue fila pittori di diversa provenienza e formazione, francesi, italiani, spagnoli, ungheresi, una scuderia, come venne chiamata, ma direi meglio una scuola vera e propria di artisti, che uniti da un comune progetto e sentimento, dipinsero scene di vita quotidiana e di genere, ambientate in eleganti interni o in ombrosi giardini, scene in costume, pompeiano o settecentesco, vedute urbane e paesaggi animati, che divennero immediata48


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Vittorio Corcos, Le istitutrici ai Campi Elisi - Olio su tela, Carpi, collezione Palazzo Foresti

Giuseppe De Nittis, La pioggia di cenere - Olio su tela, Firenze, Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti

mente popolari e apprezzate da collezionisti, critici e mercanti, creando ed alimentando un gusto collezionistico di respiro europeo ed internazionale, i cui effetti proseguiranno ben oltre gli inizi del Novecento. Grazie allo studio e all’analisi degli inventari, dei registri e delle fonti documentali, conservati nel Museo Goupil di Bordeaux e al Getty Research Institute di Los Angeles, la Mostra permetterà di ricostruire l’esatta consistenza delle opere degli artisti italiani, che lavorarono per la Galleria, e fermerà l’attenzione su tutti gli elementi utili a ricostruire il contesto storico, artistico e sociale, che permise il formarsi di questo nuovo gusto borghese, la nascita, la fortuna e lo sviluppo della Galleria e della carriera artistica dei suoi protagonisti, con particolare attenzione al percorso cronologico, alle numerose partecipazioni ai Salon parigini, al condizionamento del pubblico e della critica. Fondata da Adolphe Goupil nel 1829 insieme al mercante tedesco Henry Ritner, la Maison Goupil iniziò la sua attività trattando esclusivamente incisioni e litografie tratte da capolavori d’arte antica e da opere contemporanee selezionate al Salon parigino. Dagli anni ‘40 dell’800 l’attività della Galleria si ampliò con l’apertura delle sedi di Londra (1841) e New York (1845), e dal 1846 la Maison iniziò l’attività di vendita di opere d’arte originali. È con gli anni ‘60, grazie all’apertura di una nuova sede a L’Aja in società con il mercante olandese Vincent Van Gogh, zio del pittore (1861) e di altre a Berlino, Vienna (1865), Bruxelles (1866), che la galleria divenne un punto di riferimento per collezionisti e mercanti. La presenza degli artisti italiani, che si recarono a Parigi e iniziarono a la49

vorare per la Galleria risale agli inizi degli anni ‘70, quando il successo nella compravendita di opere d’arte fece ampliare gli spazi espositivi e di vendita della Maison a Parigi: l’intero palazzo di rue Chaptal 9, e altri spazi espositivi di fronte all’Opera, affiancarono la originaria sede di Boulevard Montmartre, permettendo agli artisti di avere spazi prestigiosi dove poter esporre le proprie opere. Il percorso espositivo della Mostra si apre con Giuseppe De Nittis, che visita Parigi per la prima volta nel 1867, e diviene immediatamente figura molto significativa per l’ambiente artistico italiano a Parigi, un vero caposcuola ed apripista, non solo per la assoluta qualità delle opere realizzate in Francia, ma anche per la capacità di creare e mantenere una fitta rete di rapporti, relazioni, committenze, che permetteranno a molti altri artisti italiani di arrivare a Parigi ed inserirsi in maniera efficace nel tessuto artistico e collezionistico della capitale francese. In Mostra potremo ammirare alcuni dei grandi capolavori dipinti per Goupil, che comprò le prime opere del pittore nel 1870, e con il quale ebbe un contratto di esclusiva dal 1872 al 1874, quali "Una fattoria nei pressi di Barletta", fino ad oggi non identificato e la cui identificazione è stata possibile proprio grazie allo studio degli archivi, Les touristes descendeants du Vesuve, oggi in collezione privata, menzionato da Goupil in una lettera a De Nittis del 2 ottobre 1872, La strada da Napoli a Brindisi, inviato al Salon di Parigi nel 1872, che riscosse un grande consenso di pubblico, che verrano esposti insieme alle incisioni tratte da Goupil. E ancora il meraviglioso "Che freddo!", ceduto dalla Galleria nel 1874 a Mr Blair, il luminoso ed elegantissimo "Il foro di Pompei", che Goupil restituì all’artista nel 1875, en-


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trambi in raccolte private. Alla fine degli anni 60 è a Parigi anche Alberto Pasini, rappresentato in Mostra da una preziosa raccolta di opere dipinte per la Galleria francese, che espose al Salon nel 1867 la monumentale tela raffigurante "La carovana dello Scià di Persia", e che dipingerà per la Maison Goupil numerose e preziose scene di vita quotidiana di ambientazione orientale, in interni animati, davanti a ricchi palazzi o dentro lussureggianti giardini. La Mostra prosegue con le opere di Giovanni Boldini, protagonista di primo piano nella storia della Galleria e della comunità artistica parigina, il cui nome è presente nei registri Goupil dal 1872 e che realizza per la Maison alcuni dei suoi più straordinari capolavori quali, solo per citare alcuni dipinti che saranno esposti, "Strada maestra a Combs la Ville" del Philadelphia Museum of Art, "Promenade solitaire", "Indolence" e "Confidences", di collezioni private, e alcuni ritratti di grande formato, su tutti "Martha Regnier", che verrà esposto insieme alla fotoincisione che ne trasse Goupil. Sempre nel 1872 Francesco Paolo Michetti partecipa al Salon con due pregevoli opere. Il mercante Reutlinger, acerrimo concorrente della nostra Galleria lo mette sotto contratto, ma la Maison Goupil riesce ugualmente ad acquistare i piccoli dipinti e a trarne delle pregevoli incisioni. La produzione del grande artista abruzzese sarà continuamente contesa tra le due gallerie, e in Mostra avremo opere altamente rappresentative quali l’"Innocence" del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, o "Le due pastorelle" e "Ritorno dai campi", di collezione privata. Anche Raffaello Sorbi è a contratto con Goupil dal 1872, e realizzerà per la Maison deliziose animate scene di interni pompeiani,

Giovanni Boldini, Promenade solitaire - Olio su tela, collezione privata 50


REM

Giovanni Boldini, Ritratto di Martha Regnier - Olio su tela, collezione privata

Antonio Mancini, La couturiére - Olio su tela, collezione privata

collezione privata, così come scene in costume, molto apprezzate e richieste dal collezionismo americano. Per Antonio Mancini il contratto con Goupil risale al 1875, e nei pochi anni in cui il pittore resterà legato alla Galleria francese, alla quale spesso invierà i quadri da Napoli, realizzerà alcuni dei suoi massimi capolavori, che potremo ammirare in Mostra, quali "Il piccolo scolaro" del Museo d’Orsay a Parigi o i dipinti della serie dei Saltimbanchi, quali i "Due musici", di collezione privata, o il meraviglioso "Saltimbanco" del Philadelphia Museum of Art. Negli anni Settanta dell’Ottocento, a seguito di eventi storici di notevole importanza, un nuovo contesto di relazioni politiche, economiche, culturali, sociali, porterà alla nascita di un nuovo gusto collezionistico, grazie ad una nuova interpretazione della scena di vita quotidiana e di genere, caratterizzata da opere di piccolo formato, di grande effetto e di grande qualità pittorica, estremamente piacevoli e di facile comprensione, che immediatamente divennero modello da seguire ed imitare. I pittori italiani ricordati nei registri della Maison Goupil sono circa cento, e la Mostra presenterà un gran numero di opere realizzate per la Galleria francese, al fine di comprendere il ruolo fondamentale giocato dalla Maison e dagli artisti italiani nel diffondere un modello di composizione di successo internazionale, che influenzerà il gusto collezionistico di un’intera generazione, spesso con interventi diretti dello stesso Goupil, che raccomandava agli artisti cosa fare o non fare per rendere i loro dipinti più appetibili per il pubblico. Numerosi sono gli artisti napoletani e meridionali, che grazie all’aiuto e al supporto di De Nittis, trovano la via del successo a Parigi e lavorano 51

alacremente per Goupil. In Mostra vedremo opere importanti dipinte per la Galleria francese da Edoardo Dalbono, Rubens Santoro, Alceste Campriani, autore di opere raffinate e luminosissime, quali Il foro di Pompei e La visita elettorale, entrambe di collezione privata e identificate in occasione di questa Mostra grazie ai preziosi timbri della Maison ancora presenti sul retro. E ancora Domenico Morelli, del quale in Mostra avremo il meraviglioso "La figlia di Jairo", opera molto amata da Goupil, non più vista dalla Biennale veneziana del 1928, Edoardo Tofano con il capolavoro "Enfin... seuls", di collezione privata e non più esposto dagli anni ‘50, il dipinto italiano più famoso di Goupil, vera e propria icona della Galleria, che ne trasse numerose incisioni e fotoincisioni, e Giacomo Di Chirico, del quale verrà esposto per la prima volta al pubblico (dal lontanissimo 1877!) il meraviglioso "Sposalizio in Basilicata", acquistato da Goupil alla Promotrice di Napoli di quell’anno e proveniente dal Messico. Moltissimi ancora saranno gli artisti italiani presenti in mostra con opere dipinte per Goupil, quali Vittorio Matteo Corcos, che arriva a Parigi nel 1880 e appare nei registri Goupil dal 1884 con opere di forte impegno quali "Le istitutrici ai Campi Elisi", di raccolta privata, o Teofilo Patini, con "La lezione d’equitazione" del Museo Borgogna di Vercelli, così lontano dalla sua produzione più conosciuta. Nel 1884 il fondatore della Maison Goupil, Adolphe, si ritira e subentrano Leon Bossoud e il genero Renè Valadon. I registri di Goupil e della Bossoud & Valdon dal 1846 al 1919 conservati al Getty Research Institute documentano la presenza di più di 31.000 opere, e registrano la presenza di un centinaio circa di artisti italia-


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ni che lavorarono per la Galleria, sia vendendo i diritti di riproduzione, sia firmando contratti di esclusiva con la casa di vendite parigina. Per completezza del percorso espositivo, la Mostra presenterà in conclusione una selezione di stampe, fotografie, incisioni di dipinti che la Maison Goupil non acquistò direttamente ma dei quali acquistò i diritti di riproduzione. Alcune di queste incisioni verranno per la prima volta esposte accanto alle opere, come nel caso del "Cesare Borgia a Capua" di Domenico Morelli, capolavoro da poco ritrovato ed esposto solo una volta in occasione delle celebrazioni morelliane, che la Galleria francese non poté acquisire perché di proprietà del Conte Tasca d’Almerita, ma del quale volle i diritti di riproduzione. La storia della pittura italiana dell’Ottocento è, in massima parte, ancora da studiare e da scrivere. Ogni momento storico non è mai tessuto in maniera uniforme, anzi sono sempre contemporaneamente presenti in campo istanze differenti in lotta per il possesso del futuro. Il gusto collezionistico formato, promosso e diffuso dalla Galleria Goupil, la sua attenzione agli artisti italiani, il successo di mercato delle loro opere, è una delle tante forze in campo in contesa con gli Impressionisti a Parigi. Negli stessi anni, nello stesso luogo. Rendere conto della complessità delle varie posizioni artistiche e di quanto ogni momento storico sia articolato e complesso è compito della storia dell’arte. Una mostra è sempre una grande occasione, di confronto, di approfondimento, di ricerca, è il luogo opportuno per ripensare elementi di valutazione formatisi negli anni senza approfondimenti, correggere, ampliare, modificare le consuete categorie di pensiero e di giudizio.

Edoardo Tofano, Enfin… seuls! - Olio su tela, collezione privata 52


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Giulio Andreotti

Martina Topley Bird

Francesco Cossiga

Patti Smith

Mattia Zoppellaro Dal politico alla rockstar passando dai senzatetto: il fotografo onnivoro di volti intervista di Monica Scarpari

M

Sei nato con la passione per la fotografia, è un’eredità familiare o è accaduto qualcosa nella tua vita di casuale che ti ha fatto avvicinare a quest’arte? Quale lavoro ti ha aperto la strada a livello professionale che hai già raggiunto così giovane? Ho sempre avuto la passione per le immagini. Inizialmente, mi iscrissi a una scuola di cinematografia, ma mi accorsi che, essendo più istintivo che razionale, non mi adattavo alla pianificazione richiesta dal cinema. Il passaggio alla fotografia è avvenuto per caso, tra il ‘96 e il ‘97. Ero a Londra per scrivere la sceneggiatura di un cortometraggio per l’esame finale (che non diedi mai) della scuola di cinema, quando trovai una macchina fotografica analogica, abbandonata sul sedile di un autobus. Iniziai a scattare, continuando così per tutto il resto del mio soggiorno londinese. Tornato a Milano mi iscrissi allo IED, e una volta terminato il corso entrai a far parte di Fabrica. Il mio percorso lavorativo fa parte della mia storia personale. Dalla metà degli anni ‘90 ho iniziato a scattare, per curiosità, diletto e studio, alle feste techno

attia Zoppellaro è un giovane fotografo nato a Rovigo nel 1977. Ha studiato allo IED e ha iniziato a lavorare presso Fabrica, (Benetton’s Communication Research Centre). Ora vive tra Londra e Milano e scatta principalmente per riviste musicali, icone come Patty Smith, Depeche Mode, Nick Cave, Lou Reed. Fotografa per Mojo, NME, Velvet e Rolling Stone. Ma è anche bravo a raccontare storie. I suoi progetti (i rifugiati del Kosovo, i senzatetto di Hackney, i detenuti nelle carceri di massima sicurezza del NordEst italiano, gli anziani negli ospizi, i ragazzi ai Rave Party di tutta Europa) sono stati pubblicati su Sunday Times Magazine, El Pais Semanal, D, Max, Io Donna, Vanity Fair, GQ, Les Inrockuptibles. Questo per dire che uno dei migliori ritrattisti legati al mondo della musica e non solo, è italiano ed è polesano. Incontro Mattia in un bar di Rovigo di domenica pomeriggio, è tanto alto quanto disponibile, sorridente e alla mano. Ha un’espressione intelligente, quasi saggia, nonostante la giovane età, un viso dolcissimo e, si capisce, che ama la gente. 54


REM

illegali. Ho portato avanti il progetto per anni, fino al 2004, tra Londra, Spagna, Germania, Austria, Francia, ecc. I miei soggetti erano persone tatuate, con piercing e capigliature estreme, non ancora molto di moda, una sorta di cyberpunk, a quel tempo. Il tuo sito si divide in quattro sezioni. Rock, People, Fashion, Stories. I tuoi scatti più famosi sono legati al mondo della musica e dei concerti. Ma fai anche editoriali, ritrattistica, fashion, reportage. In quale settore ti senti più te stesso? In quale si esprime meglio la tua personalità? Non c’è un settore che preferisco, amo la personalità estetica della gente, dal politico, alla rockstar passando per i senza tetto. Sono anche contrario agli schemi, fotografare creandosi un genere, sempre con le stesse caratteristiche di luce, inquadratura ecc., lo trovo limitativo. La fotografia non è come la pittura. Più che creare è rubare, e un ladro deve essere pronto ad improvvisare... tra fotografo e soggetto c’è un’interazione in movimento, continua e imprevedibile. Sei andato a Londra a caccia di fortuna o avevi un aggancio? Immagino che tu ti ci sia trasferito per le maggiori possibilità lavorative, nel campo musicale, in quanto è la patria di certa musica ed è sede di molte testate specialistiche. Ma non hai mai pensato di tornare in Italia? Io lavoro anche in Italia, a Milano. Quando mi trasferii a Londra ero incerto anche tra Parigi e New York, ma mi trovavo lì per Fabrica, ne approfittai per portare i miei book in giro. Le mie foto piacquero ad alcuni giornali. Fu così che iniziai a lavorare dal 2003. Torno spesso in Italia e amo fotografare l’italianità… mi appartiene. Anzi da quando vivo in Inghilterra trovo il nostro paese ancor più stimolante come soggetto. Come, dove e quando fotografi le tue “vittime”? Nel backstage, in studio, per strada? Il contesto lo scegli tu o ti è richiesto? Cosa ti è davvero necessario per fotografare al meglio? Che caratteristiche di un viso o di un’ambientazione stuzzicano di più il tuo istinto “fotografereccio”? L’ambientazione dipende dal soggetto e dal committente, più è famoso, meno libertà di scelta si ha riguardo alla location. Non amo fotografare in studio anche se lo sto riscoprendo per la neutralità che esalta il soggetto. Preferisco fotografare le persone a casa, nell’ambiente dove vivono, poiché mi parla più di loro e mi regala ulteriori spunti. Quando affronto un lavoro di questo genere cerco sempre di avere la mente libera dal punto di vista creativo (a meno che non ci siano specifiche ri-

Lou Reed

Mario Balottelli 55


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Dario Argento 56


REM

chieste editoriali). Per me non c’è una formula, lavorare deve essere stimolante, deve crearsi una sorta di tesi/ antitesi tra fotografo e fotografato. Purtroppo di questi tempi, non si può azzardare con l’originalità, perché i giornali tendono ad andare sul sicuro, ad avere richieste ben precise valutando il prodotto che con più probabilità farà vendere. Dubito che tutti i lettori di REM leggano riviste di musica, però certi nomi fanno rizzare le antenne, elencaci un po’ di personaggi da te fotografati giusto per far sapere chi sei. Nella sezione People ho visto Andreotti in versione divo e Cossiga che faceva sberleffi e mi è venuta una domanda: Chi ti divertirebbe davvero fotografare e perché? Un po’ di nomi? Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Lou Reed, Patti Smith, Mario Balotelli, Depeche Mode, Vasco Rossi, Noel Gallagher, Franz Ferdinand, Johnny Rotten, Lily Allen, Elio Germano, David Gilmour, Pete Doherty, Vinicio Capossela, Paul Weller, Phil Collins, Jack White, Dario Argento, Rocco Siffredi, Lapo Elkann, Zdenek Zeman, Emma Marcegaglia, Giorgio Armani, Vittorio Sgarbi, Subsonica, Iggy Pop, Bill Callahan… Non ho mai pensato di votarlo ma… vorrei fotografare Silvio Berlusconi, non per il politico, ma per la popstar che c’é in lui. Nel ritratto, a livello di segno, si lavora con la percezione che l’opinione pubblica ha di quella persona, quindi fotografare l’ex-premier offrirebbe svariate opportunità di operare in quel senso. Mi piacciono le persone famose proprio per il loro impatto con il pubblico. Ogni popstar porta con sé i propri cliché, e giocare ad accompagnarli o a sovvertirli mi diverte molto. Un’icona pop è tale per la sua universalità, per avere una vita mediatica che scorre parallelamente e poi trovo che Berlusconi abbia una faccia molto eloquente… Il rovescio della medaglia è che con certi soggetti c’è poca libertà d’espressione, in quanto c’è spesso un assistente che controlla gli scatti e a propria discrezione li fa cancellare. Passione per le “tribù metropolitane”, o gruppi di persone che fanno la stessa cosa e si trovano nello stesso luogo. Detenuti in carcere, ragazzi ai rave, anziani all’ospizio, preti, senzatetto di Hackney. Da dove nasce quest’interesse per questo genere di soggetto? Mi vengono in mente alcune parole che accomunano ogni tipo di gruppo: appartenenza, credo, emulazione. C’entra qualcosa? Mi piace fotografare le “tribù”, ma non mi piace definirle così. Tutti abbiamo la nostra unicità, la nostra individualità, è paradossale, forse lievemente alienante, conformarsi a un gruppo, e questo mi affascina. Individualismo e gruppo sono due poli opposti. Le “tribù” metropolitane

sono una forma di espressione nata nel dopoguerra, perciò relativamente giovane. Ho cercato di fotografare i carcerati della Casa Circondariale “Due Palazzi” nel modo inverso, come persone costrette a vivere in un unico ambiente, a fare forzatamente “gruppo”, ho cercato di estrapolare la loro individualità ritraendoli nelle loro rispettive celle, piccolissimi spazi personalizzati fino a farli diventare le loro “case”. Questo mio lavoro però ha molti limiti, essendo uno dei primi. Il genere umano è ciò che ti affascina di più e stimola la tua creatività. Non ha importanza l’età, l’estrazione sociale, l’estetica, il livello intellettuale. Hai raccontato anche storie “forti”, trasmettendo emozioni, mettendoci dentro perciò un po’ di te. Nei tuoi scatti le persone sono sempre protagoniste. Perché? Cos’hanno questi umani che non trovi altrove? Cosa ti manca e che storie desidereresti raccontare? Mi piace il genere umano forse perché anch’io sono umano. Sono affascinato da tutto quello che l’uomo é e fa. Preferisco visitare una città artificiale in ogni minima parte piuttosto che immergermi nella natura. Mi affascinano le culture e le diversità, le azioni umane, ciò che gli individui creano e mi piace fotografarli. Il motivo per cui li preferisco alla natura è per la maggiore libertà di espressione, adoro la casualità che é una parte integrante del medium fotografico, due foto di una stessa persona non saranno mai uguali (a meno che non sia morta). Per il resto ho diversi progetti, ma preferisco non parlarne. Posso dire che, a meno che non siano lavori commissionati, riesco a progettare e realizzare le mie idee, poi propongo ciò che ne risulta. Ad esempio: la gente alla metropolitana di Milano, le donne attempate sulla spiaggia e altri di cui hai parlato tu prima menzionando le tribù. Devo dire che l’innamoramento per il tuo modo di fotografare mi è nato d’istinto. Sarà l’autenticità delle tue immagini da reportage, una realtà mai troppo filtrata, a volte volutamente calcata della società contemporanea. Le tue immagini sono vive, dirette, in movimento. Mi è venuto da chiedermi cosa deve trasmettere la fotografia per essere sul mercato? Cosa si è perso e cosa ha guadagnato con l’avvento del web? Come si diventa un bravo fotografo? Chi fotografa deve far venire voglia di fotografare, io mi auguro di stimolare questo, di trasmettere il desiderio. Non saprei risponderti diversamente essendo uno che ama fotografare. Con l’avvento del digitale si è guadagnato in quantità. Premetto che non sono un amante del digitale, ci sono passato dalla fotografia analogica solo 57


IMMAGINI

David Gilmour

Poul Weller 58


REM

Depeche Mode

rugbisti di Rovigo, i pescatori di Chioggia, un lavoro sui preti. La serie sui pescatori di Chioggia è stata esposta ad una mostra collettiva a Londra. Sto lavorando a un progetto, ma preferisco non parlarne, sono paranoico su queste cose, scusa... Ma dai! Non sapevo che avessi già dedicato dei progetti sul territorio, potresti fare anche una personale qui allora, per noi di REM.

tre anni fa, forse sono un po’ di parte. Paradossalmente credo si perda più tempo adesso: la scelta tra migliaia di scatti, le correzioni, ecc. Ora mentre si fotografa, ogni 3-4 scatti si controllano le immagini e spesso vuole farlo anche il soggetto, questo crea disturbo, influenza la scena. Riguardo alla manipolazione digitale credo si debba parlare di etica professionale. Se uno lavora in pubblicità, ben vengano i ritocchi, ma per il reportage, il giornalismo vero, l’immagine non deve essere snaturata. La scuola e l’apprendistato per me sono relativamente importanti. La vera scuola potrebbe essere guardare tante fotografie di tutti i generi, la curiosità per le immagini e per la loro costruzione, interrogarsi su come un’immagine sia stata scattata, e sul perché stimoli una determinata emozione. Una specie di percorso a ritroso per capire la tecnica. E poi passione, passione e sicuramente una buona dose di fortuna. Una “tribù” polesana da fotografare, quale potrebbe essere secondo te? Ho fatto diverse cose su questo territorio ad esempio: i

Chiudiamo così l’intervista. L’importante è che tu stia facendo qualcosa, non voglio sapere cosa, mi basta sapere che è sul nostro Polesine. Così, senza nessuna definizione, ha il sapore di una promessa. Un consiglio personale a chi ha letto questo articolo: guardatevi il sito di Mattia Zoppellaro.

Sul web 59

www.mattia-z.com


PERSONAGGI

Gaetano Samoggia Uno scultore di belle maniere nel Delta del Po

di Gianpaolo Gasparetto

Gaetano Samoggia tra le sculture dei due leoni, oggi in piazzetta San Nicola ad Adria (immagine g.c. dalla Biblioteca Comunale di Adria)

N

ell’indagine condotta per ricostruire la figura del Samoggia si sono incontrate difficoltà oggettive di diverso ordine e natura. Il caso del nostro scultore dimostra come sia sufficiente rivolgere l’attenzione a ritroso di soli sessant’anni per incontrare personalità artistiche di grande qualità, oggi trascurate. Sicuramente questa dimenticanza è determinata anche da un fenomeno sociale generalizzato di indifferenza per le sculture negli spazi pubblici, come lo scrittore austriaco Robert Musil sottolineò: “La cosa più strana dei monumenti è che non li notiamo affatto”. Le opere più significative di Gaetano Samoggia nel Delta, che sono monumenti pubblici destinati a dare forma materiale alla memoria di avvenimenti, nel corso degli ultimi due secoli hanno subito l’affronto di un annullamento parziale o totale della loro iniziale funzione educativa e celebrativa. D’altro canto, la presenza visiva quotidiana della scultura monumentale di tipo commemorativo e il ricordo di un linguaggio o di una simbologia poco accessibili determinano una fruizione sempre più passiva da parte del pubblico. Occorre ricordare anche che la scultura del primo Novecento nella Storia dell’Arte ha subito forti preclusioni 60


REM

Gaetano Samoggia, "Battesimo di Gesù" Adria, Chiesa Cattedrale di San Giovanni

Gaetano Samoggia, "Monumento ai caduti della prima guerra mondiale", (1927) Porto Viro, loc. Contarina

in quanto utilizzata dal sistema politico degli anni Venti e Trenta causando una emarginazione degli autori ammirati e famosi in quell’epoca. Mario De Micheli (1914–2004) critico d’arte italiano, storico delle avanguardie del ‘900, a tal proposito scriveva: “La storia della scultura italiana tra Ottocento e Novecento vive in uno stato di flagrante ingiustizia. È come se, di punto in bianco, tale storia si fosse interrotta; come se oltre le soglie del Novecento, cominciasse ex novo una vicenda senza premessa alcuna. (…) Riappropriarci, quindi, dello scultore Gaetano Samoggia e del suo valore artistico è come aggiungere un tassello importante, non solo alla nostra storia culturale polesana ma anche a quella nazionale. Egli è stato un mirabile autore di morbidissimi bassorilievi e solide e sincere sculture. Le figure sono rappresentate lontano da comode semplificazioni sintetiche. Le sue “Vittorie alate”

e le sue maestose aquile dispensano chiaramente gloria agli eroi. È possibile inoltre distinguere una linea più legata alla tradizione naturalistica con precise ascendenze romantiche. Gran parte dei suoi fregi a stucco sono da leggere in una chiave di immaginosa fantasia compositiva. Le sue sculture, mai banali, sempre rappresentate con eleganza o in pose dolcemente suadenti, fanno emergere una prorompente e profonda conoscenza dell’anatomia. Gaetano Samoggia nasce a Montechiaro di Bologna il 30 gennaio 1870 (ma alcuni testi riportano 1869). Rivela ben presto una spiccata attitudine per l’arte. Completa la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti della sua città, nel settore della decorazione e della scultura. Presto si segnalerà nel capoluogo emiliano per decorazioni di chiese e palazzi, oltre che per alcuni monumenti funebri alla Certosa. Fu amico e collaboratore di Arturo Rubbia61


PERSONAGGI

Gaetano Samoggia, "Bozzetto per la decorazione del Teatro del Littorio di Adria" Collezione privata

Gaetano Samoggia, "Motivo decorativo del Teatro del Littorio di Adria" (1935) Adria, Teatro Comunale (già Teatro del Littorio)

ni, geniale storico ed animatore della vita artistica bolognese. Sappiamo della sua partecipazione alla quinta “Esposizione Internazionale di Venezia” dell’anno 1903, con opere a rilievo dai motivi floreali. La sua fama varcò i confini e fu chiamato a decorare saloni e teatri in Francia e a Montecarlo. Negli anni Venti incontrò l’architetto adriese Giambattista Scarpari, entrambi insegnanti nella “Scuola di Arti Industriali” a Bologna. La versatilità dimostrata dal Samoggia in imprese artistiche di buon livello, spinse Scarpari ad indicare il collega a vari committenti. Tra i lavori realizzati per il Polesine, il primo ad essere inaugurato fu, nel giugno del 1927, il bronzeo monumento ai Caduti di Contarina, oggi Porto Viro. Seguirono, nel 1931 le sculture in bronzo della chiesa di San Nicola da Tolentino ad Adria, monumento ai Caduti della prima guerra mondiale; nel 1935 lo stucco ornamentale sopra il

Gaetano Samoggia, "Coppia (Allegoria)" Collezione privata

boccascena del Teatro Comunale di Adria (già teatro del Littorio), i fregi in stucco del Circolo dell’Unione di Adria sempre presso il Teatro Comunale, i fregi in stucco della villa Nichetti a Rivà di Ariano nel Polesine; nel 1940 la scultura in marmo di figura femminile al centro della fontana nei giardini Scarpari di Adria; nel 1943 l’Angelo reggi-candelabro in bronzo nella chiesa Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo di Adria, bassorilievi con i quattro Evangelisti e la scena del battesimo di Gesù nella chiesa di San Giovanni ad Adria. Le frequenti occasioni di lavoro ad Adria e dintorni portarono il Samoggia ad instaurare con l’architetto Scarpari e la sua famiglia un rapporto di intensa amicizia, evidenziata anche con piccole sculture dall’indiscusso valore artistico; in particolare il ritratto dell’allora giovane Gianfranco Scarpari, figlio dell’amico architetto Gianfranco, che diverrà un insigne ingegnere e 62


REM

Gaetano Samoggia, "Testa di ragazza" Collezione privata

Gaetano Samoggia, "Ritratto di Gianfranco Scarpari" Collezione privata

uno scrittore di talento e custodirà gelosamente il ricordo dello scultore per sfociare poi in testimonianze letterarie piene di memorie dell’uomo Samoggia: ”Tutta la sua vita fu un ricamo di finezza e di bontà, fu il più bel bassorilievo che le sue mani inquiete riuscirono a creare intessendolo di episodi gentili e di figure trepidanti nell’aria come l’immagine di un ideale che la materia ci impedisce di raggiungere sebbene la nostra anima vi aneli con forza quasi disperata”. Sempre dalle preziose tracce lasciateci dall’indimenticabile Gianfranco Scarpari, non possiamo non cogliere una sorta di inappagato struggimento all’ingiustificato oblio dell’artista Samoggia: “Io vorrei che un giorno gli fosse resa giustizia. Che la comprensione di coloro che verranno, compensasse l’opera silenziosa di quest’uomo che ha avuto soltanto la felicità della sua arte”. Per realizzare quanto sopra auspicato da Gianfran-

co Scarpari, sempre attento a valorizzare il Delta del Po e le sue potenzialità, alcuni suggerimenti potrebbero essere questi: - In primis coinvolgere le scuole, con un progetto atto ad approfondire il valore dello scultore nel territorio. - Organizzare con Associazioni e/o Circoli dei percorsi segnalati, per la scoperta e la godibilità dei siti del Samoggia. - Produrre del materiale illustrativo e informativo da distribuire attraverso gli uffici turistici. - Realizzare una mostra nelle due città di Porto Viro ed Adria con il coinvolgimento di Club fotografici e Associazioni per la salvaguardia di beni artistici. È forte il desiderio che queste proposte possano incontrare un’adesione concreta tra quanti considerano l’arte la rivelazione dell’uomo. 63


Disponibile presso la Libreria Apogeo (0426.21500) e prenotabile online su www.apogeoeditoreadria.it

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L’OROLOGIO DEL TEMPO collana “ANELITI”, Terza Serie, n. 3

APOGEO

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editore

Adria, Corte Guazzo

“Dove viv iam indisturba o noi girano ti folletti e gnomi”.

80 pagine con illustrazioni in b/n, prefazione della Dott.ssa Barbara Girotto, introduzione di Antonio Sambo, Capo Progetto A.T.I. Salute Mentale Euro 5,00 ISBN: 978-88-88786-90-2


PERSONAGGI

Agnese alpinista, aprĂŹ una via sulle Dolomiti che porta il suo nome

Agnese Baggio Dare un senso alla propria vita di Fiorella Libanoro Giolo 65


PERSONAGGI

S

e qualcosa improvvisamente mi fa ricordare Agnese, un libro, un paesaggio singolare, un quadro, un’ amicizia comune, mi accorgo che sto sorridendo. Perché Agnese Baggio ha sempre “vissuto nell’alba”, come diceva padre Balducci, suo grande amico. Non vogliamo enfatizzare la sua persona, ma ci sembra doveroso riconoscere l’eccezionalità della sua personalità, perché la sua ricchezza interiore ha arricchito anche noi, dato che non la tratteneva per sé, ma la spargeva a piene mani. Certo ha disturbato qualcuno che preferisce la morta gora dello status quo, certo ha inquietato altri, con tutti i suoi interrogativi sulla vita, su l’Uno, sulla società, sulla chiesa. Era chiaro che la sua anima vegliava in continua ricerca per “Vivere da vivi” come ha intitolato un suo libro. E Adria ha goduto in molte cose della generosità di Agnese che, in silenzio, soccorreva e consolava. Una adriese doc, qualche tempo fa, mi fermò per strada per dirmi: “Fate tante belle iniziative con il Centro Studi Agnese Baggio, ma non ricordate mai tutto il bene e le attenzioni che ha distribuito. Io e la mia famiglia siamo fieri di essere stati aiutati da lei in molte circostanze e queste cose bisogna che si sappiano”. Ma forse Agnese non sarebbe d’accordo. Di nobile famiglia piemontese, era nata a Castelletto Monferrato il 28 agosto 1912 dal conte Emilio Figarolo di Gropello e da Agnese Treherne, seconda di tre fratelli; quest’anno, quindi, è il centenario della nascita. Aveva fatto della nostra città la sua seconda patria. A Padova diceva di abitare “dalla parte di Adria”, poiché Via Forcellini è a sud del centro. Poco tempo dopo la sua venuta ad Adria, pensò di offrire

Agnese e il suo impegno educativo, con le prime Capo scout dell’Associazione Guide Italiane di Adria, Carla Mazzetto e Nicolina Nicolini

una opportunità educativa alle ragazze adriesi, a partire da sua figlia, pensando a quanto era stata importante per la sua adolescenza avere incontrato il guidismo (lo scoutismo femminile) nel collegio dove studiava al Poggio Imperiale di Firenze, grazie ad una intelligente e aperta direttrice, in un tempo in cui il fascismo aveva azzerato tutte le associazioni. Molti le suggerivano di ripensarci, troppo impegno anche di denaro, troppa fatica fisica, troppa novità nel quieto mondo provinciale. Agnese, alpinista provetta, abituata al rischio e al coraggio, diceva “voglio piantare una vetta nella grande pianura che altrimenti ti entra 66

nel sangue e appiattisce tutto”. Come era suo stile ascoltò ogni consiglio, su alcuni rifletté, su altri rise, poi decise di testa sua. E nacquero per prime le Coccinelle dell’Associazione Guide Italiane, la branca delle più piccole nello scautismo femminile, il cui ambiente fantastico, nel quale si svolgevano le attività pedagogiche, le era del tutto congeniale: il bosco, la vita all’aperto, il mondo simbolico. Scrisse per loro delle fiabe bellissime. E le bimbe, le ragazze, le giovani donne adriesi capirono bene il messaggio nuovo e affascinante e con entusiasmo accettarono la sua proposta, che nel 1956 poteva anche sembrare


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provocatoria. Queste adolescenti di tutti gli ambienti sociali, che se ne andavano libere per i monti, sotto fragili tende, provvedendo da sole a se stesse, felici della loro autonomia! Furono centinaia, per una quindicina d’anni, fino al suo trasferimento familiare a Padova nel 1973. Mi disse una sua Coccinella, ormai donna adulta oggi: “Se ripenso a quel periodo della mia vita, mi rivedo in un mondo incantato, affascinante, nel verde e nel silenzio dei prati, insieme a personaggi meravigliosi”. In questa attività educativa emergeva tutto il suo sapere: la profonda religiosità trasmessa non era mai la semplice partecipazione a riti, rispettabili, ma sganciati dalla quotidianità. Ci diceva che avere Fede è come gettare un arco fra noi e l’Eterno, è camminare su quell’arco verso un Mistero d’Amore che dall’Eterno ci viene incontro. Al Campo estivo dei Liberi Orizzonti, che Agnese aveva particolarmente

curato in prima persona, ci suggeriva, tornate nel quotidiano, di vivere ogni nostro giorno con spirito di gioco fatto di slancio, di entusiasmo, di speranza e con stile fatto di lealtà, di disciplina, di ordine. C’era un motto che esprimeva molto bene il suo modo di vivere: “Non dobbiamo temere di distaccarci dalla riva e navigare in alto mare”. Nel programma del Campo scriveva: “ Ho in mente delle parole bellissime sentite chissà dove… Abbiamo bisogno di creature che sappiano gettare la loro vita nell’avventura più rischiosa di ogni altra: l’avventura di Dio”. All’inizio della sua attività scout Agnese lavorò con Nicolina Nicolini, Carla Mazzetto, Anna Ravazzolo, Pupa Vignaga come giovani Capi. In seguito, un giorno molto importante della mia vita, mi invitò un pomeriggio a casa sua. Volle sapere di che cosa mi occupavo, del mio impegno nell’Azione Cattolica e, alla fine, mi arrivò la proposta

Agnese mamma, con la figlia Giovannella 67

di entrare a far parte del gruppetto nato da poco. Aspettavo, cercavo, desideravo da sempre fare scoutismo e dissi decisamente di sì. Fu l’inizio di una amicizia profonda, dove lei era la maestra ed io l’allieva, assetata di capire e vivere. In seguito, per tutta la durata della sua permanenza ad Adria, ci incontravamo quasi ogni giorno, nel suo salottino a preparare programmi di attività per le guide soprattutto e a chiacchierare su libri o su brani che stava scrivendo. Durante il Concilio Vaticano II e nel post-Concilio era presa dalla novità delle splendide encicliche e delle tematiche emergenti, come quella sulla donna. Ricordo che le piaceva molto la frase, che avevo trovato in un testo di Piper, di un antico autore carolingio: “con la mano della speranza teniamo Cristo. Lo teniamo e siamo tenuti.” Perché Agnese era la donna della speranza. E sprazzi della sua spiritualità, della sua ricerca, della sua capacità di cercare un senso in tutti gli aspetti della vita li troviamo nei suoi numerosi libri, nei profondi articoli che ha scritto sulla rivista “il Gallo” di Genova, diretta dall’amico Carlo Carrozzo. Ma Agnese non ha operato solo nello scoutismo. Era donna di molteplici interessi, di grande curiosità intellettuale ed esistenziale. Ha praticato con competenza l’alpinismo, si è diplomata in scultura all’Accademia delle Belle Arti di Firenze, ha esposto alla Biennale di Venezia. Ma ha anche fatto la crocerossina durante la seconda guerra mondiale. Sempre con determinazione e capacità di intessere relazioni forti con le persone che incontrava sul suo cammino. Adria dovrebbe pensare di ricordare per sempre la luminosa figura di Agnese.


LA RADIO DI ROVIGO www.deltaradio.it


STORIE

“L’internamento libero” e la Shoah in Polesine La storia di Esther Danon Ayalon, una Anna Frank a lieto fine Esther a Zagabria

di Maria Chiara Fabian

Il presente articolo è una parte della ricerca più ampia che l'Associazione Il Fiume di Stienta sta conducendo sull'Internamento Libero in Polesine dal 1941 al 1945. Le ricerche, non ancora completate, riguardano 20 comuni di tutta la Provincia di Rovigo

“Cari fratello e sorella, so che sarete molto sorpresi quando vi porteranno la mia bambina. Credete e sapete quanto soffro e quanto sono disperata per fare un gesto così. Non ho avuto tempo per pensarci, noi ci stanno portando nei campi in Polonia e per fortuna Dio mi ha aiutato a trovare un bravo uomo che mi ha giurato che la mia bambina la porterà da voi. Ecco ve la sto mandando e sarà la volontà di Dio se voi sarete i suoi genitori. Abbiatene cura. Non posso dire altro, Dio vi ripagherà. Non so come è la legge lì però abbiamo sentito da tanta gente che conosciamo che non ci sono problemi né difficoltà, così mi avete scritto anche voi, che il popolo italiano è brava gente, di cultura e umanità, e sono sicura che anche la mia bambina troverà un posto lì. Non arrabbiatevi se non vi ho scritto niente prima, ma non ho potuto perché è successo tutto troppo in fretta, ma penso che tutto questo non è così importante tra un fratello e una sorella. Noi stiamo andando e Dio sa se mai torneremo. Perché non si sa se si torna vivi da dove ci stanno portando. Curate la mia bambina e pensate qualche volta anche a me. I miei pensieri saranno sempre con voi e con la mia bambina, Dio vi benedica, come anche tutto il popolo italiano che ha salvato voi e la mia bambina. Non riesco più a scrivere perché non vedo più niente dalle lacrime. Vi abbraccio tutti e vi bacia vostra sorella”. 69


STORIE

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a lettera con cui inizia questa storia è stata scritta da Sarina Hasson, una giovane madre ebrea jugoslava che, nella Zagabria del 1942, occupata dai nazisti, tenta un gesto disperato per salvare la figlia Esther. Prima di essere catturata, affida la bambina dodicenne ad un “passeur” che la porterà in Italia, a Trieste e poi a Rovigo, dove il fratello Ido e la sorella Tinca, con le rispettive famiglie, erano costretti ad “internamento libero”. Proprio questo accostamento fra “internamento”, termine usato per ogni forma di domicilio coatto o invio in campi di concentramento, e l’aggettivo “libero”, traccia il filo che collega Esther Danon Ayalon, del kibbutz Merhavia in Galilea, alla provincia di Rovigo e alla cittadina di Costa di Rovigo. All’”internamento libero”, sorta di domicilio coatto, si trovavano i cittadini ebrei stranieri giunti in Italia per fuggire in paesi liberi dal nazifascismo, dopo l’entrata in guerra. A gestire e tenere sotto controllo questa “popolazione fluttuante” lavoravano Uffici Ministeriali, Prefetture, comandi dei Carabinieri, Podestà e funzionari dei Comuni, che produssero una mole di carte e documenti utilissimi per tracciare una parte della storia dell’Italia nella II Guerra Mondiale (Fig. 1). Anche in Polesine, a partire dal 1941, una serie di elenchi della Prefettura testimoniano l’arrivo di oltre 120 persone di nazionalità tedesca, polacca, austriaca e soprattutto ex-jugoslava. Se pensiamo alla dimensione dei paesi della provincia di Rovigo, molti dei quali ancor oggi conservano le stesse case e piazze, capiamo come questi arrivi abbiano creato curiosità, sfociata spesso in amicizia e in legami durati nel tempo. Tutti gli arrivi erano registrati e le

Fig. 1 - Elenco degli ebrei redatto dal Comune di Costa di Rovigo nel 1943, nessuna traccia di Esther tra i nomi di zii e cugini

famiglie ricoverate in alloggi di fortuna o in locande, erano controllate in tutti i loro spostamenti limitati, peraltro, alle necessità più elementari, comprare il cibo o la legna per la stufa, raggiungere il capoluogo per qualche visita specialistica, mentre il 70

resto del tempo era per l’attesa. Attesa che finisse la guerra, attesa di un visto per poter lasciare l’Italia, attesa di vedere cosa sarebbe successo al regime fascista, ma con le orecchie e gli occhi aperti per fiutare l’aria come lupi abituati da generazioni a fuggire.


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Fig. 2 - La cartolina postale inviata dagli Hendell ai Mevorach a Costa di Rovigo . La cartolina è tra i documenti conservati dalla famiglia Mevorach e pubblicata nel libro di memorie della dott.ssa Anna Laura Geschmay Mevorach, moglie di Isacco Iki Mevorach, “Dalla Schwaebische Alb alla Laguna Veneta. Un brulicare di ricordi”, è il libro in cui vengono narrate le vicende personali della famiglia Geschmay, costretta a lasciare la Germania per Venezia, a causa delle persecuzioni naziste nel 1936, e nel quale è presente la vicenda di Pontemanco

Esther viene portata a Rovigo da una signora sconosciuta e lasciata ad una famiglia di ebrei Jugoslavi, gli Hendel, che scrivono una cartolina a Costa di Rovigo (distanze e mezzi del tempo non sono paragonabili all’attuale realtà) pregando gli zii di andare a prendere la bambina, chiedendo che si faccia presto perché loro stessi non hanno posto a sufficienza, né mezzi e soprattutto la bambina “piange incessantemente” (Fig. 2). Lo zio Ido Hasson porta la bambina nella casa di Costa di Rovigo dove vive, da un anno, con la moglie Sida Lausch e la figlia Blanka, di poco più grande della cugina, e dove vivevano anche i parenti della famiglia Mevorach, Israel con la moglie Tinka Hasson (sorella di Ido e Sarina) e il figlio Isacco. La zia Sida non è la mamma e di questo Esther soffre, sentendosi vittima, discriminata rispetto alla cugina cui vanno tutte le attenzioni. Nell’età della crescita che trasforma in adolescenti, la cosa è ancor più dura, se sommata alla condizione

difficile di sfollati. Ad Esther toccano i lavori domestici e qualche momento libero in cui frequentare le coetanee che vanno a scuola di cucito a casa della madre del giovane Mario Rossi, adolescente che studia pianoforte e fa innamorare le ragazzine di Costa. Passa così un anno nel quale, per una svista clamorosa, o per la connivenza della popolazione e delle autorità di Costa, Esther non viene registrata e sfugge alla tragica contabilità dello stato fascista, rimanendo innominata e nascosta durante i frequenti controlli dei Carabinieri. Da quella contabilità rimane fuori e quindi quasi un fantasma nella confusione di popoli e lingue creata dalla guerra. Un fantasma di carne e sangue che cresce imparando l’italiano dalle coetanee e vivendo piccoli drammi quotidiani, come quando la zia la costringe ad andare dal barbiere di Costa a tagliare i capelli che teneva raccolti in due lunghe trecce bionde. Il barbiere taglia, ma le lacrime della ragazzina lo inteneriscono, e di 71

nascosto dalla zia, mette in mano alla piccola jugoslava una delle trecce, che Esther tiene sempre con sé, per tutti i travagliati spostamenti della sua fuga e mostrerà ad un pubblico stupito e commosso al suo ritorno a Costa, a gennaio del 2008, per la “Giornata delle Memoria”. Siamo, però, ancora a Costa nel ‘43, e alla data dell’8 settembre, quando, firmando l’armistizio con gli alleati, l’Italia volta le spalle alla Germania e determina i destini della nazione oltre che delle migliaia di ebrei stranieri internati nelle provincie italiane, da nord a sud. Nella confusione generale, ciascuno è chiamato a decidere la propria sorte. C’è chi decide di scappare, c’è chi sceglie di restare e ad attendere gli eventi, scelte che determineranno la vita o la morte dei protagonisti ma difficile, a priori, capire quale sarà quella giusta. Gli Hasson e i Mevorach hanno intrecciato rapporti con la popolazione, lo stesso Maresciallo dei Carabinieri di Costa avverte le famiglie che si preparano arresti1


STORIE

Fig. 3 - La classe elementare a Zagabria nel 1941 ca., Esther è la bambina al centro della seconda fila e Gavriel il primo da destra nella stessa fila

e quindi non rimane che scappare ancora una volta! Grazie a contatti con l’antifascismo, le due famiglie vengono condotte a Pontemanco frazione di Carrara San Giorgio (oggi comune di Due Carrare), e in questo borgo ai piedi dei Colli Euganei, comunità di agricoltori, artigiani e molitori, molti dei quali vicini alla resistenza e partigiani, le sette persone vengono accolte e nascoste senza esitazione. Inizia un’altro anno di passione e travagli per adulti ed adolescenti tra i quali Estica (il diminutivo di Esther con cui veniva chiamata in casa), costretti a rimanere chiusi un una soffitta di due stanze a casa del mugnaio Bertin. La famiglia Bertin grazie all’attività

del mulino, riusciva a ricavare una quantità di provviste sufficiente a sfamare gli ebrei nascosti, ma toccava anche provvedere ai bisogni fisici, alla fornitura delle medicine e a quanto necessario per consentire la vita quotidiana. Una parola di troppo, un rumore insolito, un nemico nascosto, avrebbero potuto decretare la sorte, non solo degli “stranieri” ma anche delle famiglie del paese coinvolte in questo gioco pericoloso, oltre alla famiglia Bertin. Solo pochi sanno e frequentano la casa in cui, di notte tutti raggiungono il piano terra per mangiare e passare il tempo nella cucina, i ragazzi Iki (Isacco), Blanka ed Estica, fanno “filò” con alcuni coetanei tra cui Isidoro Brunazzo, 72

partigiano, e finchè i grandi trepidano e cercano vie d’uscita, i giovani provano a vivere la loro adolescenza. Uno scaffale pieno di bottiglie nasconde la porta che chiude la soffitta rendendo invisibile le due camere con un’unica finestra verso il cortile interno, come nell’alloggio di Anna Frank, ma con la fortuna di essere in Italia. Dal dicembre 1943 ad aprile 1945 le sette persone (4 gli Hasson e 3 i Mevorach) rimangono nascoste partecipando alle vicende esterne attraverso i racconti dei componenti della famiglia Bertin, e del farmacista del paese che forniscono le cure a Isacco Mevorach ammalatosi di pleurite e del prete, don Luigi Brunazzo che frequentava di nascosto


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Fig. 4 - Esther con la sua famiglia al kibbutz Merhavia, in Galilea negli anni '60

le famiglie. Molti sanno ma nessuno denuncia ed ecco che il mito “italiani brava gente”, più che essere una caratteristica attribuibile allo Stato, è invece, il modo di comportarsi della parte più umile della popolazione e assolve dalle colpe il corpo e non la testa del Paese (Fig. 3).

Estica arriva in Italia bambina e al momento della liberazione ha sedici anni! Si è trasformata in un’adolescente che nel vortice della follia europea ha perso tutto quel che aveva, la famiglia. Sofferenze e umiliazioni l’hanno cresciuta, ma anche straordinari rapporti umani 73

nati con le persone che la circondano e consolidati dalla condizione di reclusa e invisibile. Gli ultimi giorni dell’aprile del 45’ rischiano di essere fatali per chi è riuscito a sopravvivere a tante traversie, i tedeschi sono in ritirata e nella disperazione compiono gesti estremi in alcuni casi, ma a volte capiscono che anche per loro è il momento di salvare la pelle più che di dare ordini ed è quel che succede a Pontemanco. Un plotone di tedeschi in ritirata, sotto la minaccia di incendiare le case rastrella tutte le persone radunandole sulla piazza del paese , tra questi gli ebrei pallidi di carnagione per la reclusione forzata, rispetto agli altri abbronzati per il lavoro all’aperto, vengono scambiati per partigiani. Urla, comandi, uomini divisi dalle donne e un plotone di esecuzione, ma nessuno che denuncia gli ebrei. All’ultimo, dopo che il parroco di Carrara San Giorgio Don Gaetano Torresin si è gettato implorante tra i tedeschi, il comandante sospende l’esecuzione, chiede abiti civili in cambio della salvezza e scappa con i suoi uomini lasciando liberi gli ostaggi. Scene che si ripetono in tutti i paesi del Nord Italia, e descritte così anche dagli altri ebrei che erano riusciti a nascondersi ed evitare la cattura e l’invio ai campi di morte nazisti. Molti dei 137 ebrei italiani e stranieri contenuti negli elenchi trovati nell’Archivio di Stato di Rovigo, si sono salvati, ma molti sono stati catturati e condotti al campo di transito di Fossoli (Modena) e poi deportati ad Auschwitz, rientrando nella contabilità della macchina di messa a morte nazista grazie alla complicità dell’apparato Repubblichino. La “Shoah” dunque è passata anche per il Polesine con il suo carico di dolore e responsabilità.


STORIE

Una delle ultime cartoline che la mamma di Esther inviò alla figlia in Italia Cari miei! Mi stanno portando all'ignoto. Vi bacio e vi abbraccio tutti quanti. Amore mio, fai la brava (sentiti bene)! Ti bacio, Mamma

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Finiamo però la storia di Estica, la giovane che alla Liberazione ha di fronte a sé il vuoto. Non vuole restare con gli zii che tornano a Zagabria, in Jugoslavia lei non ha più nessuno da cercare, la madre e la nonna deportate, il padre morto nella guerra partigiana. In Italia si è trovata bene, ma non può viverci da sola, l’unica prospettiva è la Palestina dove forse ha qualche legame perchè, in una emigrazione al contrario, suo padre aveva lasciato Gerusalemme ed era tornato in Europa prima della guerra per stabilirsi a Zagabria. Sono vicende complesse quelle degli ebrei che hanno radici in ogni parte ma sono costretti a sradicarle continuamente, così la piccola Estica emigra in Palestina da Napoli con la “Wedgenwood” una delle tante navi che facevano la spola tra l’Europa e il porto di Haifa portandovi umanità derelitta. Al suo arrivo l’attende il campo di concentramento e smistamento di Atlit, da dove le organizzazioni ebraiche la inviano a Merhavia, uno dei kibbutz di fondazione nato come colonia di ebrei tedeschi emigrati a fine ‘800, e dove per un periodo vive la stessa Golda Meir2. A Merhavia, per i casi della vita, ritrova Gavriel Ayalon (Fig. 4), suo compagno di scuola a Zagabria e lo sposa. Dal matrimonio nascono tre figli, allevati secondo le regole del kibbutz, ai quali Estica e Gavriel nascondono la loro storia, cambiano lingua parlando l’ebraico studiato in Israele, riservando il croato ai piccoli litigi e alle cose che i figli non dovevano sapere. Come per tutta la generazione nata nel dopoguerra in Israele, i genitori proteggono i figli dal dolore chiudendo in un cassetto tutto un vissuto che uscirà fuori solo quando, dopo il processo Eichmann3, in tutta Israele e nel resto del mondo si


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comincia a temere che col passare del tempo, si sarebbe potuto dimenticare o sminuire quanto accaduto. Così Reuma, Ruby e Orly, i tre figli di Estica, riusciranno a ricostruire le vicende dei genitori grazie all’insistenza della nipote Gili che condurrà la nonna allo Yad Vashem4 per fare la sua testimonianza e in un viaggio a ritroso verso la Jugoslavia e verso Pontemanco nel 2001. Nel frattempo a Rovigo, l’interesse dell’Associazione Il Fiume per la Shoah e i suoi riflessi nel territorio del Polesine, avevano portato Luciano Bombarda e i suoi amici a setacciare gli archivi dei comuni della Provincia, ben 20, coinvolti in queste vicende mai indagate prima della pubblicazione degli studi sull’”internamento libero” condotti dagli storici Klaus Voigt, Carlo Spartaco Capogreco e Liliana Picciotto, del CDEC5, e da altri storici locali delle provincie del Nord e del Sud. A partire dall’elenco della Prefettura in Archivio di Stato a Rovigo, l’Associazione aveva cercato tracce di ogni famiglia intersecando dati e testimonianze e aggiungendo dettagli sempre più interessanti per il loro valore umano e documentale, recuperando sia dati e testimonianze delle persone registrate, sia, come nel caso di Estica Danon Ayalon, i casi di chi nemmeno compariva nei registri, ma visse comunque quella stagione. Raggiunta al telefono dopo una serie di contatti avviati grazie alla famiglia Mevorach, che aveva scelto di rimanere in Italia e ricostruire qui la propria esistenza, Estica tirò fuori, dopo 60 anni, non solo il suo italiano ancora buono, ma soprattutto fino all’ultima parte dei suoi ricordi condividendoli con chi, attraverso la ricerca, era diventato parte della sua storia e diventò successivamente parte della sua famiglia. La visita a Costa

di Rovigo del 2008, in cui fu accolta dal sindaco Antonio Bombonato nell’Auditorium dedicato a quel Mario Rossi, di cui si era innamorata da bambina sentendolo suonare, è stata l’inizio di un rapporto che ha portato Il Fiume in Israele nel 2009, al kibbutz Merhavia e nei luoghi in cui

vivono altri protagonisti della “shoah” in Polesine, persone che come la piccola Estica, sono stati le vittime degli sconvolgimenti del mondo che, a ciclo continuo ma in zone diverse, costringono ancor oggi l’umanità a migrazioni forzate e sofferte.

Esther con Luciano Bombarda e M.Chiara Fabian nella sua casa al kibbutz Merhavia, nel 2009

Note 1. Il 30 novembre del 1943, la Repubblica Sociale Italiana emana l’ordine di arresto per tutti gli ebrei italiani e stranieri presenti nel territorio controllato, nel frattempo i tedeschi scesi da nemici nella penisola avevano già iniziato le terribili rappresaglie e retate, come quella del 16 ottobre 1943 al ghetto di Roma. 2. Golda Meir fu primo Ministro dello stato di Israele dal 1969 al 1974, prima donna ad occupare una carica così importante definita da David Ben Gurion: “il miglior uomo al governo”. 3. Adolf Eichmann, ideatore della soluzione finale, verrà catturato in Argentina dal Mossad, il servizio segreto israeliano, condotto in Israele e sottoposto nel 1961 ad un sensazionale processo di grande portata mediatica. Per la prima volta i sopravvissuti ai campi testimoniarono in pubblico quanto subito. Ne seguì per tutti gli altri la convinzione che ogni storia andava raccontata e raccolta per essere conservata. 4. Si chiama così Il Museo dell’Olocausto fondato in Israele nel 1953, memoriale ufficiale delle vittime della Shoah che contiene moltissimo materiale documentale sulle persecuzioni di tutta l’Europa. 5. CDEC o Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea è l’istituto italiano che dal 1955 cura la ricerca e la documentazione della storia dell’antisemitismo e della persecuzione degli ebrei italiani e stranieri nel nostro paese, ha sede a Milano e grazie al lavoro di Liliana Picciotto ha dato alle stampe “Il libro della Memoria”, contenente l’elenco di tutti gli ebrei deportati dall’Italia. 75


STORIE

Bontemponi & Simpatica Compagnia Dal 1965 la storia del più longevo gruppo folkloristico del Polesine spesso presente tra i nostri emigrati

di Roberto Marangoni

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ondato nel 1965, i “Bontemponi & Simpatica Compagnia” sono il primo e più longevo gruppo folkloristico del Polesine. L’associazione, culturale e di volontariato, è nata a Bottrighe grazie ad alcuni amici appassionati del bel canto. Attraverso i propri componenti svolge da sempre un’intensa attività di ricerca etnografica, del Polesine e del Delta del Po in particolare, ricevendo anche consiglio e collaborazione dagli etnografi polesani Paolo Rigoni e Chiara Crepaldi, proponendo poi spettacoli definiti “varietà d’altri tempi”, con cante e ballate della più genuina tradizione locale. Cante fatte di spontaneità che raccontano le storie, le fatiche del lavoro e l’amore per la vita semplice e genuina del tempo passato, fatto di sacrifici e rinunce, dove però regnava quel vivere di sentimenti che oggi sembrano dimenticati. Il costume indossato dal gruppo rispecchia l’abbigliamento “da festa” in uso nella prima metà dell’800 nel territorio. Il filone di ricerca dell’associazione riguarda molto anche il dialetto, ancora ben conservato, vivo ed originale, proposto attraverso pronte e coinvolgenti battute. Inoltre vengono proposte le ballate che si tenevano nelle aie, nei momenti di ganzega, nelle feste di nozze e nelle sagre paesane. Oltre a fisarmoniche e chitarra, accompagnano l’esecuzione particolari e inusitati strumenti, creati con materiali poveri grazie all’ingegno delle antiche genti del posto, come il “liròn”, una sorta di contrabbasso costituito da un bidone di latta, manico da scopa e corde in nylon, lo “sbrega burassi”, particolare saliscendi in legno con piatti metallici, il “pegnatofono”, una pentola che alzando e abbassando il coperchio, tramite una leva, emette un suono, i “sculieri e martei” (grossi cucchiai e martelli in legno), strumenti che sono stati anche al centro di interesse di un quiz della nota trasmissione tv di Rai uno “L’Eredità”


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condotta da Carlo Conti. L’associazione aderisce all’Asac Veneto, l’Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali e a Venetnia, l’Associazione Veneta Gruppi di Tradizione Popolare. Partecipa ed è presente in spettacoli, manifestazioni e festival nazionali ed internazionali del folklore rappresentando, in più occasioni, non solo il Polesine, ma anche la regione del Veneto. Decine poi le presenze in Alto Adige, nella città di Bolzano, per il club “Rodigino” ed in varie città della cintura torinese per l’associazione “Polesani nel Mondo”. Da Settimo a Gassino Torinese, da Nichelino a Beinasco, da Chieri a Grugliasco, dove in quest’ultime città i “Bontemponi” hanno pure presenziato all’inaugurazione

di Via e Largo Polesine; in tutti questi luoghi gli spettacoli del sodalizio bottrighese continuano a conquistare il cuore degli emigrati che, loro malgrado, lasciarono la loro terra a seguito della tragica alluvione del 1951. Numerose poi le presenze radiofoniche e televisive, nazionali e locali. Recente l’affermazione su Rai uno, nel corso della trasmissione “Uno Mattina – estate week-end”, la diretta su Rai due nel corso di due puntate di “Mezzogiorno in famiglia”, condotta da Giancarlo Magalli e la partecipazione in collegamento con Radio Super Pop Show, importante network radiofonico ascoltato in tutto il sud del Brasile, dove vivono tanti veneti emigrati nelle Americhe. Dalle sue ricerche ha

Nelle foto: alcune premiazioni del Gruppo dei Bontemponi

prodotto tre cd per la casa discografica Daigo Music di Padova. Inoltre il gruppo ha partecipato in due scene del film “Avanti sempre, sempre avanti” del regista Ferdinando De Laurentis, lungometraggio sulla vita di suor Chiara Nanetti, prima santa polesana. È gemellato con il gruppo folk “l’Erbo” di Castiglione Torinese, con gli antichi mestieri della Pro loco di Correzzola (Pd), con la banda cittadina di Porto Viro (Ro) e con il coro della Comunità Montana dell’Oltrepo Pavese. Nel maggio 2009, grazie alla sensibilità dell’Amministrazione comunale di Adria, ha proposto ed ottenuto l’intitolazione della sala polivalente del paese alla memoria del fisarmonicista Loris Cominato, tra i fondatori e direttore del gruppo per oltre quarant’anni, scomparso il 2 dicembre 2008. L’attività culturale-musicale è alternata a svariate iniziative di solidarietà sociale in favore di associazioni per lo studio dei tumori e malattie genetiche, che ha il suo clou nel corso dell’annuale manifestazione: “Serata d’Onore”, giunta nel 2012 alla sua XXI edizione. Da dieci anni offre un proprio spettacolo ai ragazzi diversamente abili ospitati annualmente nell’Isola di Albarella, oltre a partecipare ad altre iniziative di solidarietà nel corso dell’anno.

Sul web

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www.bontemponi.it


STORIE

Le mie avventure polesane Il tempo, la distanza, la vita stessa scolorano i ricordi ma non li cancellano di Lina Violetta Paramatti Furini

Foto sotto il titolo: Anno scolastico 1955 - 56: la maestra Lina nominata per la classe II femminile

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l Polesine, territorio veneto compreso tra i corsi inferiori del Po e dell’Adige, si estende per circa 170 km. da Melara a Bonelli. Il nome con cui viene chiamata la provincia di Rovigo deriva dal latino “policinium”, che sta ad indicare una terra emersa dalle acque, formata durante i millenni dai detriti portati dal monte verso il mare. Terra pulsante di vita, che i polesani hanno imparato a ben governare. La gente parla idiomi diversi, vista la sua ubicazione tra le provincie di Verona, Mantova, Ferrara e Venezia. La mia carriera scolastica ebbe inizio proprio nel Polesine: una sede a Bonelli e una a Polesine Camerini, nel comune di Porto Tolle, sotto la direzione didattica dell’adriese dottor Primo Guarnieri. La distanza da casa per raggiungere l’edificio scolastico, il trasporto, i disagi affrontati li potrei definire: avventure polesane. Da Salara, il mio paese, noto per il Monastero di Santa Chiara, dovevo affrontare un viaggio faticoso, 78


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Con le colleghe Michelina e Tullia pronte per il turno pomeridiano

ma sono sempre stata aiutata dagli autisti delle corriere che mi davano volentieri una mano per portare borse e sporte con cibarie e materiale didattico. In quell’anno le tante iscrizioni portarono allo sdoppiamento delle classi e a me fu affidata una seconda di 28 bambine. Le ricordo ancora, attive ed ordinate, con il grembiule nero ed il colletto bianco, conservo ancora l’elenco con i loro nomi. Abitavamo sopra le aule scolastiche. Per entrare in classe, bastava scendere le scale e questo era un grande vantaggio. L’acqua per la pulizia ce la procuravamo nel fossato davanti alla scuola, men-

tre quella per cucinare ce la forniva una famiglia che precedentemente la faceva filtrare nella Pila. Il negozio in cui facevamo acquisti era quello della signora Renata, diventato ora “Locanda da Renata”. Era il tempo di “Lascia o raddoppia?”, con un giovane Mike Bongiorno. Si poteva vedere la televisione nell’osteria vicina. Qualche volta andavamo in canonica o, per richieste ed informazioni, nell’azienda Daccò. A Scardovari abitava una cara conoscente, la signora Lola Magri, ostetrica. Prestava servizio infermieristico anche a Bonelli, pedalando sulla sua bicicletta. Una sera, si avvi79

La maestra Lina oggi


STORIE

cinavano le feste natalizie, sentimmo bussare e Michelina, la mia collega, andata ad aprire, si trovò davanti un genitore con due capitoni. Gradimmo molto quel regalo. Io non conoscevo quella tradizione. E sotto Natale, mi tornavano in mente le mie scolare, Bonelli e la sua gente. Il tempo, la distanza, la vita stessa scolorano i ricordi ma non li cancellano. Molto diverso fu invece l’anno scolastico a Polesine Camerini: le iscrizioni furono fatte porta a porta. Poco dopo l’avvio delle lezioni ci fu l’alluvione, nel novembre del ’51 e il conseguente sfollamento. Io andai a Jesolo, nella colonia “Stella Maris”, gestita dalla P.O.A. di Treviso. Là eravamo sempre a contatto con i bambini, sia per il nostro orario di servizio, sia per le esigenze della Pontificia che ci ospitava. Il nostro lavoro di insegnanti (ne ricordo volentieri tre) procedeva di comune accordo, aiutate dalla Direttrice della colonia stessa e sotto la protezione attenta ed affettuosa del sacerdote che viveva vicino a noi. Insieme a lui organizzammo la Messa della Prima Comunione, cui parteciparono anche i parenti dei bambini venuti apposta dal Polesine. Finalmente, quando le condizioni lo permisero, tornammo nella nostra scuola a Polesine Camerini. Dino Padoan, un compagno di studi poi direttore didattico, una sera ci portò in osteria per lasciare il nostro appartamento ad una famiglia per la veglia ad un defunto. I lavori per la costruzione della Centrale fervevano e per qualche tempo mangiai in trattoria, con gli operai del cantiere. Il riso in bianco mi piaceva poco ed un giorno il mio vicino di tavola mangiò anche la mia porzione e chissà se potrà leggere questo racconto e lo ricorderà tra le vicende che oramai oggi, a tanti anni di distanza, fanno sorridere.

Santa Messa di Prima Comunione per i bambini alluvionati del Polesine ospiti della Colonia Stella Maris - della P.O.A. di Treviso. Alla destra la Direttrice con i parenti dei bambini arrivati da Porto Tolle

L'ingresso principale delle scuole oggi 80


TI N E V E , I R E I T GENTE, MES O T N E C E V O N L E N Á T I N U M DELLA CO

Disponibile presso la Libreria Apogeo (0426.21500) e prenotabile online su www.apogeoeditoreadria.it

Romano Beltramini SIORA ADRIA, ME CAVO EL CAPÈLO

collana “LE RADICI”, n. 13

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APOGEO

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editore

328 pagine a colori, foto di copertina di Sabrina Degrandis Euro 20,00

ISBN: 978-88-88786-83-4 Con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Adria


PERSONAGGI

Pico, un grande umanista a Corbola

di Marina Bovolenta

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ualche settimana fa. tra Corbola e Adria si è tenuto un incontro di studio con presentazione del libro di Sergio Poletti “Giovanni Pico della Mirandola a Corbola alla ricerca della Vita quieta”: a Corbola si è proceduto allo scoprimento di una lapide sulla facciata del municipio a memoria del soggiorno di Pico in paese, avvenuto oltre cinquecento anni fa e messo in luce da studi recenti, mentre presso il Museo Archeologico Nazionale di Adria si è tenuto un incontro pubblico con l’autore del libro, il dr. Sergio Poletti, mirandolese, e con il prof. Carlo Pedretti, docente di Storia dell’arte presso l’Università della California a Los Angeles, che ha presentato una relazione sul tema “La bellezza secondo Leonardo da Vinci e Pico della Mirandola”. Corbola, oggi 2.600 anime circa, non aveva alcun ricordo dell’ospitalità ultradecennale data a Pico nel quindicesimo secolo. Ero Sindaco diciotto anni fa quando ricevetti una lettera da Mirandola, precisamente dal coordinatore del ‘Convegno internazionale di studi su Giovanni Pico della Mirandola nel cinquecentesimo anniversario della morte; mi si chiedeva di controllare, tra i rilievi urbanistici e i sedimenti quattrocenteschi nella pianta urbana di Corbola, la presenza di una villa appartenuta a Pico. La richiesta era di quelle che fanno trasalire e meditare con stupore sulla storia nascosta nelle pietre, nella terra e nelle acque che

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REM

Particolare di una mappa con Corbola, che si trova in un affresco del 1579 della Galleria delle Carte Geografiche, Città del Vaticano

hanno sedimentato la vita del tuo paese, apparentemente monotona e quasi immutata nel tempo. Non avevo mai sentito prima nulla del genere, di così straordinario, pur essendo la storia di questi nostri paesi legata a quella molto più ricca e importante di Adria, al passaggio delle civiltà etrusca, greca, romana… Ho lasciato dormire la notizia finchè un collega appassionato di ricerche storiche, il prof. Paolo Rigoni, non mi passò la copia di un documento dell’archivio antico della città di Adria, la Busta 401 degli Annali

Pollicinensi di Francesco Antonio Bocchi, in cui si parlava del passaggio di proprietà di “alcune possessioni nelle Corbole Adriesi: il celebre Pico della Mirandola possessore ivi…” Non si era basata dunque su una vaga ipotesi la richiesta dal Convegno di studi di Mirandola, alla quale non avevo peraltro mai risposto, non certo per insensibilità ma perché al momento ero senza notizie ed incredula all’idea che lo splendore dell’Umanesimo avesse toccato Corbola, piccolo Comune oggi, uno dei 83

tanti d’Italia, ma anche in passato luogo con il solo pregio della tranquillità. Ma questo bastò per riflettere di tanto in tanto sul fatto che a Corbola aveva soggiornato per fugaci incontri amorosi anche lord Byron, che Goëthe nel “Viaggio in Italia (1786-1788)” descrive un viaggio da Venezia a Ferrara lungo il Po, passando per i nostri paesi su un’imbarcazione detta barcaccia o barca-corriera che veniva trainata da cavalli sulle alzaie del fiume; Corbola ai tempi della navigazione fluviale era conosciuta come porto


PERSONAGGI

Pico a Corbola sul Po con la donna amata (Disegno di Sergio Poletti)

accogliente e sicuro. Anche Pico della Mirandola allora poteva avere seguito un itinerario simile fermandosi a Corbola. L’ufficio tecnico comunale fu interessato alla ricerca della villa ma non si è trovata traccia di nulla in una terra in cui le alluvioni fino a un secolo fa erano eventi ricorrenti, che distruggevano i segni della storia passata. La meraviglia per la notizia di Pico a Corbola mi ha incentivato a mettermi a disposizione della ricerca appassionata del dr. Poletti sul passaggio in queste terre bassopolesane del suo ‘terzo figlio’, Pico, come egli mi disse un giorno per dare una ragione del suo desiderio di organizzare tutte le

notizie trovate a tale proposito nel libro “Giovanni Pico della Mirandola a Corbola alla ricerca della Vita quieta”. Questo progetto culturale tuttavia non sarebbe stato realizzabile senza la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, intervenuta con un finanziamento per la pubblicazione di quest’opera, che ha collocato in una suggestiva cornice storica un piccolo paese di contadini, di pescatori e di barcaioli: Giovanni Pico della Mirandola, passando da Palazzo Medici di Firenze in Via Larga, dove era precettore di Michelangelo, alle vie del Po, a Corbola, aveva eletto questa terra dell’oblio a prediletto luogo dell’ani84

ma. Di Sergio Poletti l’illustre prof. Pedretti ha detto in apertura della sua relazione ad Adria: “Non avevo ancora sentito Sergio Poletti parlare in pubblico, ma le sue pubblicazioni mi avevano sempre fatto pensare che lui scrivesse come parla. E ora vedo che avevo proprio ragione quando, nel presentare il suo precedente libro su Dante, dissi che lui sa come scrivere la storia per poterla leggere come cronaca. Non mi sorprende quindi che anche con questo suo nuovo libro sugli ultimi anni di Pico a Corbola gli si debba ancora una volta riconoscere l’ambito titolo di storico di provincia che operando al di fuori delle istituzioni sa pur sempre trasmettere nel modo più garbato e accattivante gli esiti sorprendenti delle sue ricerche. Questo gli viene spontaneo, ma sa bene che anche lo storico più rigoroso e ligio al documento può e deve essere un amabile affabulatore nella grande tradizione degli antichi citaredi e cantastorie. Ecco perché nei libri di Poletti c’è anche una dimensione poetica che è parte dell’affascinante incalzare del racconto.” Sergio Poletti, presentando il suo lavoro, afferma: “Giovanni fu un nobile, ma non era un condottiero come suo padre e tanti Pico. Lo chiamavano, a Firenze, l’uomo pulce, perché passava da un libro all’altro e da un paese all’altro. Qualcuno lo ricorda per la proverbiale memoria, ma egli divenne celebre per aver scritto il Manifesto dell’Umanesimo Rinascimentale in quella straordinaria Oratio sulla dignità dell’uomo, che creò nuovi canoni caratterizzando tutto il Rinascimento in ogni campo delle lettere e delle arti. Corbola fu uno dei suoi rifugi preferiti, il solo che incrementò in quasi tre lustri, accumulando in questo agro ferrarese, ora rodigino, ben cinque possessioni e una o più ville. Sapevamo di Corbola dopo aver let-


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to una biografia del nipote Gianfrancesco II, famoso umanista, che pubblicando una Vita di Giovanni Pico, dedicata a Lodovico il Moro, a soli due anni dalla scomparsa dello zio, già nel 1496, a Bologna, scrisse, tra l’altro…Giovanni elargì il danaro ricavato dalla vendita di un terzo di Mirandola (30 mila ducati), in parte ai poveri, in parte spese nell’acquisto di terreni per provvedere al mantenimento proprio e dei famigliari, facendo acquisti di terreni per molte migliaia di scudi d’oro in territorio di Ferrara e nominalmente a Corbola… Il 25 marzo 1483 (si legge in Calori Cesis, per una lettera che si trova a Modena), Pico scrive a Ercole I per venire in pos-

sesso a Corbola di terreno di proprietà dei frati di San Bartolomeo di Rovigo. E le proprietà diventano così tre. Il 7 dicembre 1492 Pico incrementa le possessioni a cinque, comprando dal segretario del duca di Ferrara due appezzamenti che in realtà appartenevano all’Ospedale Sant’Anna, come risulta nel contratto individuato dal Kristeller, filosofo e storico tedesco, presso l’archivio di Ferrara. La prova di tutto ciò in lettere e rogiti e soprattutto in atti testamentari. Pico morì avvelenato da due servi infedeli (ne aveva nove): Cristoforo e Martino da Casalmaggiore, a Firenze, il 17 novembre 1494. La presenza di Pico a Corbola è confermata in vari epistola-

ri, da diari d’epoca e annotazioni di amici celebri, in parte ospitati, come Ermolao Barbaro, Angelo Poliziano, Pietro Crinito, Agostino Nifo, Nicoletto Vernia degli Amosei (codice Ambrosiano), da Gianfrancesco II Pico e da Lodovico il Moro. La relazione tenuta dal prof. Pedretti “La bellezza in Leonardo e Pico” merita uno spazio tutto per sé, in quanto argomento del tutto nuovo, esplorato ed ‘azzardato’ proprio per l’occasione di questo incontro di studio da uno dei massimi esperti di Leonardo da Vinci: egli ha lanciato un’idea al mondo della cultura rinascimentale...

Comune di Corbola

Il libro è in distribuzione presso la Libreria Apogeo di Adria 85


Strisce

di Giovanna Gazzi


SAPORI E SAPERI

La foto di questa pagina è di Cristina Finotto 90


REM

La gastronomia del Polesine ieri e oggi a cura della classe IV B Ristorazione dell'Ist. Alberghiero "G. Cipriani" di Adria - Prof.ssa Natalia Previato

La tradizione culinaria del Polesine ruota attorno alla pesca e all’agricoltura e porta ancora in tavola il carattere e i sapori inconfondibili di questa nostra terra.

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SAPORI E SAPERI

U

innumerevoli aspetti positivi ma solo qualche lustro fa era più che naturale servirsene. Di certo sarebbe stato impensabile avere i pomodori d’inverno nell’orto o il radicchio d’estate; dunque si seguiva la stagionalità del prodotto e soprattutto si piantava solo quello che sarebbe servito di più al sostentamento della famiglia. E così molto spazio era lasciato alle patate e ai fagioli, senza trascurare le erbe aromatiche per poter dare al piatto quel pizzico di sapore in più. L’orto nutriva la famiglia tutto l’anno, soprattutto di ciò che la dieta mediterranea ci raccomanda di mangiare in grandi quantità: la verdura. Quei prodotti avevano naturalmente bontà e genuinità, anche perché quasi non si conosceva l’esistenza dei concimi chimici. Ogni prodotto della terra veniva poi cucinato con particolare cura perché gli si dava valore. Ad esempio i fagioli cuocevano lentamente per ore e spesso erano accompagnati nel piatto dalla polenta fumante. Invece il pollame era usato per il brodo, un’altra grande fonte di sostentamento. Erano però le patate, cotte in qualsiasi maniera (anche sotto la cenere), le vere protagoniste della cucina e nulla, ancora una volta, veniva sprecato, neanche le loro bucce, usate come nutrimento per maiali e galline. Nelle “botteghe” il pane nero e la pinza onta erano messi in bella mostra e il loro profumo invitante

n modo particolare e gustoso per conoscere un territorio è farlo attraverso la sua cucina. Anche il Polesine racconta la sua cultura e le sue tradizioni grazie alle tipicità gastronomiche che ben lo rappresentano. Nel nostro territorio vi è un vero matrimonio tra acqua e terra. Non solo l’Adige e il Po, ma anche il Tartaro-Canalbianco e una miriade di canali e scoli intersecano, infatti, il Polesine. Un paesaggio che è il risultato di un lavoro millenario di bonifiche e di contenimento delle acque, di alluvioni e di ricostruzioni. Persino il delta del Po, così come lo vediamo oggi, è stato voluto dai veneziani che con il taglio di Porto Viro nel 1604, salvarono la loro laguna e acquisirono maggiori terreni da bonificare e coltivare. Oggi che il mondo ci spinge verso la globalizzazione e che ci sembra di correre freneticamente senza arrivare mai, abbiamo deciso di fare un passo indietro a quando era solo la campagna, con i suoi tempi e i suoi ritmi, a dettare l’agenda dei polesani. Di sicuro la vita cinquant’anni fa, in Polesine, si svolgeva lenta ed era semplice come del resto il cibo che abitualmente si gustava. Chi preparava da mangiare lo faceva con grande passione riuscendo a trasformare un piatto composto da ingredienti quasi banali, in una vera leccornìa. Attualmente si fa un gran parlare del KM 0 e dei suoi 92


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grande valore gastronomico sia DOP (Denominazione origine protetta) che IGP (Indicazione geografica protetta). Sono il Cefalo, la Cozza di Scardovari, la Vongola Verace, l’anguilla ma anche il Riso del delta del Po, la Zucca di Melara e l’insalata di Lusia. Essi testimoniano in maniera inequivocabile quanto le caratteristiche climatiche e ambientali si siano qui sapientemente mescolate. Il nostro è anche un territorio dalla forti tradizioni e che ha voluto mantenere inalterati nel tempo sia i metodi di produzione sia quelli di lavorazione artigianale del prodotto. Se infatti decidessimo di fare un viaggio gastronomico in Polesine spetterebbe al maiale una menzione particolare, da sempre considerato il vero e unico principe indiscusso della tavola invernale. Avere il maiale, qualche decennio fa, significava garantirsi, nei mesi freddi, un vero e proprio sostentamento in attesa che poi l’orto cominciasse a dare i suoi frutti. Un vecchio adagio recita, infatti, che “Chi no ga orto e chi no mazza porco, sta tuto un anno col colo storto”. Il maiale, secondo la tradizione, si trasformava in salsicce, salami e nelle famose “bondole polesane” che ancora si mangiano in occasione delle festività. I nostri sono sapori unici e preziosi. Se “mangiare bisogna”, come i nostri vecchi usavano dire, meglio farlo bene con quello che la nostra terra e il nostro mare generosi ci offrono da sempre.

si sentiva da lontano. Se volessimo ricreare un menu tipico di questo periodo dell’anno, probabilmente sarebbe stato così: Colazione: “caffélatte” e “pan biscotto tocià” (se in casa c’erano degli avanzi di polenta, questa veniva anche servita con dello zucchero in superficie). Spuntino di metà mattina: “pinza onta” o qualche fetta di salame accompagnata da un bicchiere di “Merlot” dell’anno prima (ovviamente prodotto in casa). I bambini invece mangiavano frutta di stagione, e quindi potevano scegliere tra fichi, uva, melograni e cachi. Pranzo: “maltagliati” (minestra con fagioli)/ “risi e zucca”/ “brodo di gallina” , “fasoi in potacin” (o “fasoi in tecia”)/ carne lessa (ottenuta dal bollito). Cena: per chi aveva del pollame, si mangiava il lesso del pranzo che diventava arrosto per la sera, con olio, aglio e rosmarino per insaporirlo un po’. Oppure, in alternativa, “sardèle impanate” (dette anche sarde dorate). Per chi non se lo poteva permettere, pan biscotto con brodo di gallina oppure con il solito caffèlatte. Dolci (solo quando si poteva): “miassa o smegiassa” (torta di zucca)/ “esse adriese”/ “tamplun” o “tampelun” (frittelle con farina di castagne). Naturalmente il lavoro in campagna era duro e quindi il menu di certo non guardava alle calorie e poi variava a seconda del luogo. Il Polesine, infatti, terra che termina nel mare stretta tra Adige e Po, offre molti prodotti tipici, tutti egualmente di

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BANCADRIA

PROGETTO RICICLO Una nuova iniziativa di BANCADRIA a sostegno dell’ambiente

Ambiente

dell'

Eroe a difesa 94


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a scelta “green” di Bancadr ia-Credito Cooperativo del Delta prosegue con la realizzazione di un nuovo progetto denominato “Progetto Riciclo”, che vede ancora una volta la stretta collaborazione con gli Istituti Comprensivi Scolastici presenti sul proprio territorio di competenza. Un coinvolgimento quindi rinnovato con il mondo della scuola quale soggetto primario in termine di formazione ed educazione ambientale. Una mentalità sensibile all’ambiente si crea partendo proprio dalla scuola dove sin dai primi anni si trasmettono attenzione e sensibilità verso i temi della sostenibilità ambientale. In questa nuova iniziativa, il-

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fiancato dal Consigliere Luciano Fantinati, responsabile del progetto, ha precisato che “da alcuni anni il Consiglio di Amministrazione ha deciso di intraprendere un nuovo corso nel segno dell’ambiente, come impegno di responsabilità sociale che per una Banca di Credito Cooperativo è uno dei principi guida statutari". La nuova iniziativa “Progetto Riciclo” sarà avviata a partire da gennaio 2013, con la consegna ai plessi del territorio di competenza di contenitori destinati alla raccolta differenziata, per arrivare alla fine dell’anno scolastico, in base al numero di svuotamenti dei contenitori, a redarre una graduatoria per individuare la scuola più “riciclona”. La

lustrata di recente presso lo spazio “Ambiente Territorio” ad Adria (il primo spazio bancario dove nascono i progetti in armonia con l’ambiente), sono coinvolti anche soggetti che della ecosostenibilità ne fanno un’attività lavorativa quotidiana, quali il Consorzio RSU, EcoAmbiente e Comieco, rappresentati dal Presidente RSU Pierluigi Tugnolo, che si è detto molto “interessato a collaborare con una Banca responsabile ed attenta alle tematiche ambientali”. Il mondo della scuola era rappresentato dagli Istituti Comprensivi di Adria 1 ed Adria 2 nelle persone di Laura Cassetta e Rosa Barzan rispettivamente. Il Presidente della Banca, Giovanni Vianello, af-

I contenitori che verranno distribuiti nelle scuole 95

scuola vincitrice sarà premiata dalla Banca durante una speciale cerimonia. Questa nuova iniziativa per l’ambiente precede la IIa edizione del Concorso di Disegno che tanto successo ha riscosso l’anno scorso con la partecipazione di ben 1600 alunni della scuola primaria, che hanno presentato interessanti e validi elaborati arrivando con la fantasia ad inventare “un eroe per l’ambiente”: “Capitan Spaventasmog”, che è diventato il logo dedicato all’ambiente per le iniziative che Bancadria intende lanciare per diffondere la cultura verde tra i ragazzi.


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REM / ANTICIPAZIONI

Nel prossimo numero della nostra rivista

Guido Conti e il grande fiume Po Quanti viaggi dentro questo viaggio: “Il grande fiume Po”, il librone di Guido Conti nelle librerie da settembre, ti fa percorrere tante strade, vedere tanti luoghi, visitare tante città che hanno tutte una cosa in comune: sono figlie del Po, devono a lui la loro esistenza e la loro essenza. Può sembrare un libro di viaggio, e in fondo lo è. Può sembrare un romanzo strambo: e in fondo lo è. Può sembrare una storia letteraria, culinaria, agraria: e in fondo lo è. Può sembrare talmente tante cose che alla fine non capisci più che libro sia, però capisci che sebbene quando arrivi a pagina trecento manchino ancora cento pagine alla fine ti viene da frenare, da rallentare la lettura per tenerlo ancora un po’ di più con te questa specie di enciclopedia del Po. Un’enciclopedia che non ha il tono gelido delle enciclopedie, ovviamente, ma tutto il calore delle mille storie che il grande fiume produce e contiene. Conti non pigia più di tanto sull’acceleratore della lingua letteraria: si tiene su un italiano piano, giornalistico (nel senso buono del termine) e nitido: non fa svolazzi lirici ma racconta talmente bene che anche quando scrive una ricetta non ti stacchi dalla pagina, perchè capisci che anche quella ricetta fa parte di una storia e, forse anche, di una mistica del Po. Potrà esistere davvero, poi, una mistica del Po? Ne parleremo nel prossimo numero. Intanto lasciateci finire in pace, con calma, le cento pagine che ci mancano.

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I COLLABORATORI DI QUESTO NUMERO Natalino Balasso è nato a Porto Tolle nel 1960. è autore e attore di teatro, cinema, radio e televisione, ha debuttato in teatro nel 1991, in televisione a fine anni novanta, in cinema nel 2007 e ha scritto alcuni libri di successo. Marina Bovolenta è nata a Corbola, dove vive tuttora; in questo paese ha ricoperto la carica di Sindaco dal 1990 al 1999 e dal 2004 a tutt’oggi. Dopo gli studi liceali presso il Liceo Bocchi di Adria, si è laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Padova. Ha insegnato Materie letterarie ed ha ricoperto poi l’incarico di Preside presso varie Scuole Medie e presso l’Istituto Tecnico per Ragionieri e Geometri di Adria. Attualmente in quiescenza, oltre che come sindaco è impegnata socialmente e politicamente in qualità di Presidente della Conferenza dei Sindaci dell’ULSS 19. Iuliana Crudu è nata in Romania, ha studiato all’ITIS, come perito meccanico (ma non ha mai operato in questo campo). Si è trasferita in Italia nel 1997, dove ha lavorato come cameriera per diversi anni. Ora gestisce una tabaccheria in centro ad Adria che lei stessa ha prelevato. Maria Chiara Fabian è nata a Cavarzere nel 1961, lo stesso giorno della costruzione del muro di Berlino. Si è laureata in architettura a Venezia con un anno di specializzazione all’ETH di Zurigo. È autrice di numerosi interventi di progettazione degli spazi pubblici. Ha coltivato interessi culturali sulla storia della “Shoah” e dell’ebraismo e con Luciano Bombarda, presidente dell’Associazione "Il Fiume" di Stienta, interviene nelle scuole per approfondimenti su questi temi. Come membro dell’Associazione sta svolgendo la ricerca sull’”Internamento libero in Polesine dal ‘41 al ‘45”. Cura i contenuti del sito dell’Associazione e di altri. Dal 1991 ha fondato e diretto l’Associazione Sportiva Gordige Calcio Ragazze che è cresciuta nel numero di atlete e collaboratori fino a diventare una delle maggiori realtà sportive del territorio tra Adige e Po. Dal 2004 é volontaria del gruppo Emergency di Rovigo. Nel 2007 ha avuto il privilegio di partecipare in Sudan all’inaugurazione del Centro Cardiochirurgico “Salam” progettato e costruito da Emergency nel paese africano. Gianpaolo Gasparetto è promotore e curatore di eventi culturali, fondatore dell’Associazione "Ca’ Cornera, dove il Po si fa cultura". Giovanna Gazzi vive in un paese nebbioso dell’Alto Polesine, a due passi dal Po. Diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Verona, ha iniziato a lavorare come illustratrice di libri scolastici e di varia per bambini, partecipando inoltre a vari concorsi per illustratori. Ha collaborato per cinque anni con il Comune di Verona in occasione della Mostra Internazionale d’illustrazione per l’infanzia di Sarmede e di eventi analoghi. Realizza laboratori di

e Paesaggisti della Provincia di Rovigo e svolge attività di libera professionista in proprio collaborando con diversi studi di architettura e interior design, tra i quali lo studio di architettura e paesaggio West 8 di Rotterdam, lo studio Associato Grassi di Milano, lo studio Power di Milano e lo studio TA di Padova di cui è membro associato, occupandosi di interior design, exibit, landscape design per committenti pubblici e privati. Lina Violetta Paramatti, diplomata all’Istituto Magistrale “Cristina Roccati” di Rovigo, ha seguito i bambini alluvionati dell’Alto Polesine nella “Colonia Amati” di Riccione, gestita dalla P.O.A. di Rovigo. Ha diretto un corso di scuola serale per adulti a Chiesa di Frassinelle. Ha insegnato a Bonelli di Porto Tolle. Ha raccolto per diversi anni “Piccole note, ricordi”, che sono stati inseriti nel Giornale della Biblioteca Comunale di Salara dove risiede. Sono sue alcune cronache delle Giornate Unitalsiane su “La Settimana”. Il periodico ”Ventaglio Novanta” ha pubblicato “L’Oratorio di Santa Lucia a Tontola di Ficarolo”. Annota, sempre volentieri, notizie, immagini, sensazioni ricevute dai viaggi che ama fare, che poi raccoglie per tenere vivi i bei ricordi. Bruna Giovanna Pineda è nata a Rovigo nel 1967. Da sempre attenta alle tematiche sociali, aderisce alla rete nazionale antirazzista e partecipa a varie iniziative contro le deportazioni dei migranti e contro i Cpt, oggi Cie. Aderisce al Social Forum Polesano e fonda con altri a Rovigo l’associazione Migro-diritti senza confini. Nel 2003 costituisce con altre donne un gruppo di auto-aiuto “Amiche per la pelle”, per venire in soccorso alle donne che vivono vicino a noi ma che vengono da lontano. Nel 2006 viene eletta Assessora alle Pari Opportunità e all’immigrazione del Comune di Rovigo. Durante il suo mandato istituisce il Centro Donna Interculturale, Il Centro Antiviolenza e avvia il progetto per la Casa Rifugio Mamma e Bambino a indirizzo segreto. Davide Antonio Pio è un compositore polistrumentista. Vive e lavora in Slovenia. Ha fondato la casa di produzione Estremomusic nel 2010, i cui progetti sono distribuiti in tutto il mondo. Ad agosto 2012 ha pubblicato il suo primo album come cantautore dal titolo: "Così". www.davideantoniopio.com Padre Giuseppe Puttinato è nato nel Comune di Ceregnano, parrocchia di Baricetta, nel 1933. Ha studiato nel Seminario diocesano di Rovigo dal 1946 al 1954. È entrato nel 1954 nell'Istituto Comboniano ed è stato ordinato sacerdote nel 1959; nel settembre dello stesso anno è partito per il Sudan, dove è rimasto, con brevi intervalli fuori del paese, fino ad oggi. Per 20 anni ha insegnato religione, storia e inglese, per altri 20 anni è stato direttore di scuole primarie e secondarie. Durante questo secondo periodo è stato per 6 anni rettore del Seminario diocesano di Khar-

pittura e illustrazione inerenti a progetti lettura con i bambini dai tre anni in su, oltre a corsi d’aggiornamento per insegnanti delle scuole materne ed elementari; svolge corsi di pittura annuali con ragazzi diversamente abili e si è occupata di formazione alla didattica dell’arte per operatori museali. Da qualche tempo collabora con una compagnia teatrale alla progettazione e realizzazione di scenografie e oggetti scenici. Attualmente, realizza illustrazioni per l’editoria varia e, con Chiara Raineri e Stefania Vianello nel gruppo TreMatite, ha esposto a Verona e in altre sedi percorsi d’immagini a tema e antologie di illustrazioni, e condiviso inoltre il progetto di decorazioni d’interni per un asilo nido concepito come struttura architettonica moderna. Fiorella Libanoro Giolo è attualmente presidente del Centro Studi “Agnese Baggio” nato nel 1989, con sede in Adria, un anno dopo la morte di Agnese, su suggerimento di padre Ernesto Balducci, “per ricordare e non disperdere il patrimonio di stimoli e di proposte trasmesso da Agnese”. Il Centro Studi cura attualmente, fra le varie iniziative pubbliche annuali, un Doposcuola Interculturale internazionale per minori di famiglie migranti, frequentanti la scuola dell’obbligo. Roberto Marangoni è nato e residente a Bottrighe, è impiegato nel settore commerciale. Da sempre appassionato di storia e tradizioni del Polesine, collabora attivamente con articoli e foto per i periodici La Piazza, Ventaglio Novanta, La Settimana, Musica Insieme e Ciao Porto Viro. Sempre per passione, collabora altresì quale speaker con Radio Diva e con alcune emittenti televisive locali. Ha promosso la nascita del circolo culturale che gestisce la biblioteca del suo paese, per dodici anni è stato segretario del coro “Eco del fiume” e per due mandati consigliere regionale Asac, l’associazione per lo sviluppo delle attività corali del Veneto. Donatore di sangue, iscritto Admo, socio fondatore della pro loco Bottrighe, è stato per molti anni presidente del gruppo folkloristico “Bontemponi & Simpatica Compagnia” e consigliere regionale di Venetnia, l’associazione veneta gruppi di tradizione popolare. Erika Moretto è nata nel 1984 ad Adria dove tutt'ora risiede. Segue corsi di pianoforte e viola, prima privatamente e poi al Conservatorio Buzzolla di Adria. Ha diverse esperienze come corista. È appassionata di poesia e di fotografia. Nel marzo 2012 si specializza in Biotecnologie medico-farmaceutiche all'Università di Ferrara. Fa parte dell'Associazione di volontariato Dottor Clown di Padova. Sofia Nicoli è laureata in Architettura presso lo IUAVenezia, dopo aver svolto parte degli studi alla Facultat Autonoma di Barcelona. Ha ottenuto la specializzazione post laurea con Master in Landscape Design organizzato dall’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Da Marzo 2005 è iscritta all’Ordine degli Architetti 98

toum. Negli ultimi 10 anni ha fondato e diretto in qualità di rettore il Comboni University College. Non si è mai dimenticato di essere prete, soprattutto alla domenica. Paolo Serafini è nato a Roma il 25 marzo 1968, è studioso della pittura italiana dell’Ottocento. Ha dedicato i suoi studi in particolare alla pittura veneta. Nel 2000 ha pubblicato il saggio "Nuovi contributi su Telemaco Signorini a Piagentina: La guardiana di porci, 1863" (in "Ricerche di Storia dell’Arte", n. 71), e nel 2001 ha partecipato al Convegno di Studi su "Venezia nell’età di Riccardo Selvatico", con un intervento sulle relazioni artistiche e d’amicizia tra le famiglie Nono e Selvatico. Ha curato la voce biografica Luigi Nono in "La pittura nel Veneto. L’Ottocento" (tomo II, Electa, Milano 2003) e i contributi per i pittori veneti nel catalogo "Pittura italiana dell’Ottocento nella Raccolta Gianandrea Rocco di Torrepadula" (Ed. Istituto Matteucci, Viareggio 2003). Nel 2005 ha collaborato al catalogo della mostra "Venezia prima della Biennale" (Modena, 19-27 febbraio - Tortona, 6-28 marzo) e ha pubblicato sull’inserto Ottocento del "Giornale dell’Arte", n. 243, un articolo su questioni di metodologia degli studi. Sergio Sottovia è nato a Crespino nel 1946. Pubblicista dal 1990, ha respirato l’aria sportiva dei campi di calcio, come giocatore dirigente della Fulgor Crespino. Benemerenza sportiva della Figc, del Coni e della Provincia di Rovigo, è stato cronista e cantastorie per il Resto del Carlino e per Areasport Rovigo. Tuttora collabora con Delta Radio e con alcune testate venete. Ha pubblicato la trilogia “Polesine gol” (circa 100 personaggi del calcio polesano) e la storia degli “Olimpionici & Gentlemen” nel libro edito per i “50 anni del Panathlon Rovigo”. Chiara Tosini è assunta a tempo indeterminato presso il Servizio Cultura della Provincia di Rovigo da dicembre 2002. È Capo Delegazione FAI (Fondo per l'Ambiente Italiano) di Rovigo da settembre 2007. Ha lavorato presso la Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi di Rovigo seguendo in particolare le attività didattiche. Ha accompagnato e accompagna gruppi in visite guidate alle mostre allestite a Palazzo Roverella a partire dal 2006 sino alla rassegna attuale dedicata al Divisionismo. È laurea-ta in Conservazione dei Beni Culturali, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Udine. È stata ed è relatrice in incontri sul tema delle reti museali e di storia dell'arte, in particolare polesana. Danilo Trombin vive ad Adria, dove è nato nel 1972. Lavora come tecnico faunista nel settore del monitoraggio e della ricerca, soprattutto nel territorio del Delta del Po. Oltre ad aver pubblicato numerosi articoli scientifici sull'avifauna e collaborato alla stesura di opere divulgative riguardanti fauna e flora del Delta del Po, ha scritto tre libri di poesie e un libro di narrativa.


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REM-Anno III, n.2/3 del 1 dicembre 2012 (grandifiumi è openmuseums)  
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