REM-Anno X, n.1 del 15 giugno 2019 (Cesare Zavattini)

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EDITORIALE

Far brillare la polvere. Il ventesimo numero di REM

RUBRICHE

Taccuino futile – I servizi al tuo servizio - Natalino Balasso La nottola di riserva – Può la scienza essere superstiziosa? - Cristiano Vidali

STORIA DI COPERTINA

Cesare Zavattini. Uno scrittore da rileggere, nato sul Po, che ha fatto il giro del mondo - Guido Conti

SUONI

Nursery Cryme in Italy. Quando i Genesis hanno esordito in Polesine – Marco e Michele Barbujani

PAROLE

Lo spirito del Delta in una biblioteca ideale - Sandro Marchioro

PERSONAGGI

Sandro Tessarin. Il cantautore che non c’è - intervista di Cristiana Cobianco

STORIE

Un archivio di tesori e storie. La biblioteca del seminario vescovile di Rovigo - Francesco Casoni

ATTUALITÀ

L’universo a portata di mano. Il Gruppo Astrofili Polesani di Rovigo - a cura di Monica Scarpari

PAROLE

Dostoevskij, l’Italia e il paesaggio veneto - Vainer Tugnolo

FORME

Giorgio Mazzon. Artista del colore e maestro di bottega - Barbara Pregnolato

IMMAGINI

Barbara Marangon. Dal Polesine, luogo degli sguardi profondi, alla Francia - intervista di Alberto Gambato

SAPORI & SAPERI

Polastro in gradela o polastro s’ciavon - Mario Bellettato

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REDAZIONALE

Organi e organisti del Polesine. Un patrimonio musicale, storico e culturale - a cura della Fondazione Banca del Monte di Rovigo

LA VIGNETTA di Herschel & Svarion

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RICERCA E SPERIENZ A MEMORI A Periodico culturale quadrimestrale pensato e scritto tra l’Adige e il Po Anno X, n. 1 del 15 giugno 2019 Autorizzazione del Tribunale di Rovigo n. 3/2010 del 23/2/2010 Direttore responsabile: Sandro Marchioro Editore: Apogeo Editore apogeoeditore.it - remweb.it editore@apogeoeditore.it Pubblicità e marketing: Massimiliano Battiston Grafica e impaginazione: Tomas Massarenti REM è fatto da: Sandro Marchioro, Monica Scarpari, Paolo Spinello, Francesco Casoni, Cristiana Cobianco, Cristina Sartorello, Nicla Sguotti, Danilo Trombin, Vainer Tugnolo, Sara Milan, Barbara Pregnolato, Cristiano Vidali, Marco Barbujani, Mario Bellettato Stampa: Geca Industrie Grafiche - San Giuliano M. Il responsabile del trattamento dei dati raccolti in banche dati di uso redazionale è il direttore responsabile a cui, presso Paolo Spinello Diffusione Editoriale − Via Zandonai, 14 − 45011 Adria (RO) Tel. 347.2350644, ci si può rivolgere per i diritti previsti dal D.Lgs. 196/03. Iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione (ROC): n.19401 del 14/4/2010. Copyright: Tutti i diritti sono riser vati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in qualsiasi forma o rielaborata con l’uso di sistemi elettronici, o riprodotta, o diffusa, senza l’autorizzazione scritta dell’editore. Manoscritti e foto, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. La redazione si è curata di ottenere il copyright delle immagini pubblicate, nel caso in cui ciò non sia stato possibile l’editore è a disposizione degli aventi diritto per regolare eventuali spettanze. REM ringrazia gli autori per la collaborazione e la concessione di foto pubblicate in questo numero. Tali foto sono date in utilizzo gratuito per l’inserimento nella rivista. Tutti gli altri utilizzi sono interdetti, ai sensi della Legge 633/41 e successive modifiche, e ai sensi del Trattato Internazionale di Berna sul Diritto d’Autore. Numero chiuso in redazione il 15/5/2019. ISSN: 2038-3428 In copertina: Cesare Zavattini (Paolo Monti, servizio fotografico. Italia, 1982 - Biblioteca Europea di Informazione e Cultura).


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Editoriale

Far brillare la polvere Il ventesimo numero di REM

I

l numero di Rem che vi apprestate a sfogliare ha un significato particolare: è il ventesimo che portiamo in edicola dal 2010 e vorremmo, in qualche modo, festeggiare. Festeggiare che cosa? Beh, il fatto che siamo ancora qui, prima di tutto, in una stagione straordinariamente catastrofica per iniziative come queste: i giornali e le riviste, più che nascere, muoiono e i metodi e gli strumenti di comunicazione si trasformano e stanno dando vita ad un futuro non del tutto comprensibile. Di sicuro, chi nasce adesso da adulto si informerà in modo molto diverso da oggi. Come ciò accadrà è ancora tutto da definire. In mezzo, nel cuore

di questa grande trasformazione, ci stanno tutti coloro che, come noi, vorrebbero poter continuare a dire qualcosa e lo fanno con uno strumento (la stampa su carta) che non è detto sparisca del tutto ma che di sicuro dovrà fare uno sforzo enorme per mettersi al passo con i tempi: in termini diversi, che riguardano la realizzazione, la stampa, la promozione, la distribuzione e la vendita. Tutti questi settori vivono da almeno un quindicennio un mutamento tuttora in atto. Chi ha superato una certa età questi mutamenti li vede come una perdita; chi è sotto una cer ta età li vive senza porsi domande e senza nostalgie: emozioni e sensazioni che hanno accompagnato tutte le grandi trasformazioni e con le quali, voglia o non voglia, dobbiamo convivere.

Noi, con altre realtà informative più o meno piccole, stiamo dando il nostro contributo perché chi vive qui sappia che ci sono scrittori, musicisti, pittori, studiosi, storie, manifestazioni ed incontri che vale la pena far conoscere. Abbiamo cercato, in questi anni, di far brillare la polvere e continueremo a farlo. Festeggiamo il ventesimo numero con un sensibile rinnovamento grafico che indica una cosa molto semplice: la voglia di continuare migliorando e resistendo. Resistere, per noi, è molto meglio che sperare: perché mette in evidenza una volontà tenace di fare qualcosa, piuttosto che sedersi ed aspettare. Nel nostro piccolo, per il nostro territorio, siamo decisi a resistere.

L’idea di base che ha fatto nascere Rem continua, secondo noi, ad avere un suo valore: raccontare tutto ciò che si muove in ambito culturale in un territorio come quello del Polesine e dei suoi confini, considerato da sempre marginale da tutti i punti di vista, quindi anche da quello culturale. Il lavoro che abbiamo compiuto in questi dieci anni ha dimostrato, ci pare, che si tratta più di un pregiudizio che di una realtà: in Polesine ci sono molte realtà culturali (intendendo il termine cultura in maniera molto estesa) che meritano visibilità e di cui dobbiamo andare orgogliosi: ce ne sono tante quante ce ne sono in altri territori molto più conosciuti e promossi. EDITORIALE — 5


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Taccuino futile di Natalino Balasso

I servizi al tuo servizio

L’

uomo si avvicina al bancone del bar, sollecitato frettolosamente, chiede un caffè. Ci sono dei bar in cui sembra che se non fai la tua ordinazione in tempo, devi saltare un turno. Gli ser vono il caffé senza guardarlo negli occhi, dopo di che, dietro il bancone, è tutto un affaccendarsi a gettare tazzine nel lavello, ad asciugar cucchiaini con un clangere fastidiosissimo, a far partire lavatrici, asciugatrici, centrifughe, peggio che in un cantiere edile. Il rumore, in realtà, è quasi sovrastato dalle voci che giungono da una radio, che si suppone debba andar bene per tutti, sparate dall’impianto di diffusione del bar. Ci dev’essere un centro specializzato che si occupa dell’equalizzazione di tutti gli impianti audio dei bar; un centro in cui sono ammesse solo le frequenze medio basse, di modo che il suono non venga percepito dalle orecchie, ma da tutto il corpo che vibra all’ascolto.

L’uomo è sconcertato, ha l’impressione che gli abbiano fatto un favore a fargli un caffè, anche se l’ha pagato. L’uomo è ora in un negozio, dagli altoparlanti esce una musica equalizzata dal solito centro specializzato. Ne esce con indosso un paio di scarpe troppo strette (gli hanno detto che poi cedono), troppo chiare (gli hanno rivelato che è il colore che va di moda quest’anno), troppo scomode (gli hanno spiegato che la scarpa comoda fa il piede brutto).

Dopo avere tolto una multa dal tergicristalli, l’uomo constata che la sua macchina ha un problema e non va in moto, dunque chiama il centro di assistenza: Arriverà un carro attrezzi che porterà la macchina in un’autofficina convenzionata. «Ma è lontano da casa mia, io come ci torno a casa?» «Beh, noi assistiamo la macchina, non lei». L’uomo prende un taxi, nel quale ascolta una radio che si suppone vada bene per tutti. Arrivato a casa l’uomo si affretta ad accendere il computer, deve fare un pagamento online.

foto di Nicola Boschetti

meglio, quest’anno il sito è cambiato, è stato reso più efficiente. Sono 3 giorni che ci prova, se non paga in tempo gli arriverà una multa. Eppure deve pagare dei soldi, non sta chiedendo un favore. È sera, l’uomo ha mangiato cibo preconfezionato male e cucinato peggio. Accende la tv. Prima di vedere il film per cui ha pagato, viene costretto a osservare uno spot pubblicitario a volume molto più alto del normale, che dice: «Tu sei il centro del nostro mondo». L’uomo pensa che lo spot vada corretto, dovrebbe recitare più o meno così: «Tu sei il centro del nostro mondo, ma il nostro mondo non ti caga».

Tenta di entrare nel sito preposto allo scopo ma, dopo svariati tentativi, desiste. L’anno scorso funzionava RUBRICA — 7



La nottola di riserva di Cristiano Vidali

Può la scienza essere superstiziosa? Tutti noi, almeno implicitamente, riteniamo che la scienza sia esattamente l’opposto della superstizione: la prima ci mostrerebbe come davvero funziona il mondo, come in realtà stanno le cose; la seconda, invece, si baserebbe su un insieme di convinzioni irrazionali, frutto della mera ignoranza. Eppure, questa rassicurante suddivisione tra progresso illuminato da una parte e gatti neri dall’altra è molto meno scontata di quanto appaia. Per accorgerci del perché, possiamo riferirci al seguente aneddoto. Dante morì a Ravenna nel 1321, ma due secoli più tardi la sua salma, collocata in un sepolcro presso il tempio di San Pietro Maggiore, fu trafugata da alcuni frati francescani. La verità sul furto delle spoglie del poeta emerse solo in seguito: nel 1865, infatti, per accertarsi che le ossa ritrovate fossero effettivamente quelle del vate fiorentino, esse furono sottoposte all’esame degli esperti di una nuova disciplina in voga all’epoca. Si trattava della frenologia, una pseudoscienza affermatasi dagli inizi del secolo,

secondo la quale i tratti psichici e comportamentali di una persona – come il carattere, i vizi, le virtù, le capacità, etc. – sono riconducibili alle forme del suo cranio. I frenologi che esaminarono il cranio di Dante non ebbero dubbi: si trattava innegabilmente delle spoglie del sommo poeta poiché gli ossi zigomatici erano particolarmente pronunciati, il che rappresentava un inconfondibile segno di creatività, estro e fantasia. Nell’apprendere una simile vicenda, non possiamo che reagire con un sorriso di fronte all’ingenuità dei ravennati, i quali cedettero con tutta evidenza ad una credenza pienamente superstiziosa. Ma, se volessimo approfondire la nostra reazione, che cosa propriamente riteniamo superstizioso di questo racconto? Visto da vicino, risulta superstizioso il fatto che qualcosa come la personalità o i nostri pensieri – i quali non sono cose fisiche, non occupano alcuno spazio – venga ri(con)dotto alle fattezze di un cranio, che invece è un oggetto, e come tale ha un’estensione spaziale. Richiamandoci a Hegel, la paradossalità di questa idea potrebbe essere così espressa: il pensiero è un osso. Ebbene, dall ’alto dell ’or goglio scientifico odierno, forse che non facciamo esattamente la stessa cosa? Oggi, infatti, diciamo che nella corteccia cerebrale c’è un’area deputata al linguaggio, un’altra che articola il movimento; affermiamo con sicurezza che il cervello sente, che patisce; riteniamo che il pensiero sia tutto nelle sinapsi, e non certo nelle mani o nel cuore. A ben vedere, queste teorie fanno precisamente ciò per cui due secoli fa

si rimproverava alla frenologia di essere superstiziosa: ridurre qualcosa che non è un oggetto (come il linguaggio od il pensiero) a ciò che lo è. Potremmo dire provocatoriamente che tutto il progresso della neuroscienza nell’ultimo secolo non consiste affatto nell’aver cambiato visione del mondo, ma nell’aver spostato di pochi centimetri la sede dello spirito, nell’aver capito che il pensiero non è la scatola cranica ma ciò che sta al suo interno. Ma, se così fosse, se tutto ciò che siamo fosse già contenuto e determinato dal nostro cranio, che senso avrebbe la nostra vita? Queste considerazioni non devono, allora, indurci a svalutare o liquidare la scienza, bensì a osare guardare criticamente anche quelle che riteniamo essere delle ovvietà, sapendone affidare un ruolo adeguato – nel caso del sapere scientifico, quello di uno strumento e non di una visione del mondo.

RUBRICA — 9


Cesare Zavattini Uno scrittore da rileggere, nato sul Po, che ha fatto il giro del mondo di Guido Conti

Il realismo visionario padano, è un modo di scrivere e di pensare il mondo che nasce in pianura, ed è una tradizione che arriva da lontano, da certe pagine di Virgilio passando dall’Ariosto e dal Folengo, per arrivare a Zavattini. Questa tradizione letteraria ha innervato la letteratura sudamericana che ha fatto proprio questo nostro sguardo, questo modo di scrivere e raccontare storie.

10 — STORIA DI COPERTINA

“I

l banale non esiste” amava dire Cesare Zavattini. Se si guarda il mondo in questo modo tutto diventa interessante, ogni cosa diventa importante, ogni aspetto della vita è meraviglioso. Straordinario nel senso etimologico della parola, cioè fuori dall’ordinario. Cesare Zavattini, attraverso la sua scrittura e le sue opere c’insegna questo, a guardare il mondo da un’angolazione diversa. E per parafrasare il titolo


del suo primo romanzo, c’è bisogno di parlare tanto di lui. Cesare Zavattini nasce a Luzzara, Reggio Emilia, il 20 settembre 1902 e muore a Roma il 13 ottobre 1989. E le date sono importanti perché per alcuni storici il Novecento finisce proprio con l’anno della caduta del muro di Berlino. Za è stato giornalista, scrittore, sceneggiatore di fumetti e di cinema, inventore di giornali, teorico di cinema, polemista, pittore, poeta, autore di teatro e regista. Soprattutto è stato un umorista. Qual è il suo segreto? Zavattini è un luzzarese, un uomo del Po, un uomo che ha respirato la nebbia e i miasmi del grande fiume che attraversa questa pianura da Torino fino al delta. Fa reagire gli umori profondi di questa terra con le tensioni delle grandi avanguardie europee che attraversano il Novecento, usando nuovi strumenti di comunicazione. La rivoluzione tecnologica con le nuove macchine di stampa per i giornali, la radio, la televisione e soprattutto il cinema, offrivano nuove opportunità per esprimersi in una maniera originale e diversa rispetto al passato. Primogenito di cinque figli, i genitori gestivano a Luzzara un caffè-albergo di loro proprietà. Si trasferisce prima a Bergamo, ad Alatri per poi approdare a Parma nel 1921 dove si iscrive a Giurisprudenza, e nel frattempo fa l ’istitutore presso il Convitto Maria Luigia di Parma dove avrà come allievi Attilio Bertolucci, Pietro Bianchi e soprattutto

Giovannino Guareschi. Parma è la città dove impara il giornalismo sul campo, è redattore alla “Gazzetta di Parma” e scopre la sua vocazione alla scrittura, alla letteratura. E già rivela il suo genio come giornalista, pubblicando in prima pagina le foto dei bambini belli di Parma e poi come scrittore, collaborando anche per i giornali e i numeri unici satirici: ho raccolto i suoi pezzi giovanili nel volume Cesare Zavattini, Dite la vostra, Guanda, Parma 2002. Sono anni di formazione importanti. La sera del 15 marzo del 1927 al cinema Orfeo di Parma, i suoi allievi Pietro Bianchi e Attilio Bertolucci portano il proprio istitutore e amico a vedere il film La febbre dell’oro di Chaplin ed è una folgorazione: Zavattini capisce che il cinema non è una forma degradata del teatro ma un vero e proprio strumento d’arte, moderno, capace di far ridere e piangere un pubblico sempre più vasto. Nel 1929 svolge il servizio militare a Firenze dove entra in contatto con gli ambienti della rivista letteraria “Solaria” e dopo la morte del padre si trasferisce a Milano con tutta la famiglia in precarie condizioni economiche: qui troverà un posto come correttore di bozze presso Rizzoli. Nel 1931 esce da un giovanissimo editore, Valentino Bompiani, il suo primo romanzo Parliamo tanto di me, che costruisce mettendo insieme i raccontini pubblicati sui giornali, è un grande successo. Tutti parlano di questo viaggio nell’aldilà da parte di un umorista che racconta storielle

umoristiche all’inferno, in purgatorio e in paradiso. È il libro dell’anno, un “romanzo” che sconvolge tutte le carte letterarie di quel periodo: peccato che non venga mai citato nelle storie della letteratura italiana e non venga mai letto a scuola. Rizzoli, dopo il successo del romanzo, promuove Zavattini a redattore dei suoi settimanali illustrati. Su “Cinema illustrazione” Za scrive quasi duecento pezzi inventati sul cinema a Hollywood, ricreando il mito del cinema americano. Scrive novelle, raccontini, matura e sperimenta nuove scritture. Nel 1934 pubblica su “Quadrivio” Buoni per un giorno il suo secondo soggetto (il film si chiamerà Darò un milione), quasi un trattamento, che gli apre le porte come autore di soggetti per il cinema e poi come sceneggiatore. Sempre da Rizzoli, come editore, pubblica giovani scrittori come Carlo Bernari, con Tre operai, Vittorio Metz e Giovanni Mosca rivelando uno straordinario fiuto editoriale. Dopo essere stato licenziato da Rizzoli perché si era iscritto al sindacato giornalisti, viene assunto il giorno dopo da Mondadori come direttore editoriale di tutte le sue pubblicazioni, occupandosi tra l’altro anche della Walt Disney. A par tire dal 1936 dà vita a Saturno contro la Terra (1936-1937), primo fumetto italiano di fantascienza, i cui episodi varcano ben presto i confini nazionali. Seguono poi fumetti a contenuto STORIA DI COPERTINA — 11


un giovanissimo Bruno Munari. Personaggi di genio da cui imparerà, per esempio, a lavorare creativamente sulle fotografie che diventano sempre più importanti nel mondo della comunicazione moderna.

sociale come Zorro della metropoli (1937-1938), La primula rossa del Risorgimento (1938-1939) e La compagnia dei sette (1938; 1946) Nel 1937 esce sempre da Bompiani il suo secondo libro I poveri sono matti (1937), che diventa un altro caso editoriale, un libro di rivoluzioni narrative, ricco di novità formali. Un libro che racconta la scissione dell’io, che apre nuovi aspetti d’indagine rispetto alle maschere di Pirandello, in quel periodo all’apice della fama dopo la vittoria del Nobel per la letteratura. Zavattini è un autore che non crede più nel romanzo tradizionale, borghese, lavora invece sulle forme delle scritture, sulla scia di quella rivoluzione che fu il futurismo e il surrealismo, sempre e 12 — STORIA DI COPERTINA

comunque in contatto con le grandi correnti di pensiero europee, grazie alla collaborazione con gli Almanacchi Bompiani, a cui lavora spesso come redattore, che sono laboratori di arte, di scrittura e fotografia all’avanguardia. Milano, pur nel periodo più buio e oppressivo del fascismo, è una città attiva intellettualmente, aperta all’Europa e al mondo, dove affluiscono giovani architetti, designer, pittori, artisti, scrittori da ogni parte d’Italia. Zavattini a Milano, grazie al lavoro prima alla Rizzoli e poi come direttore editoriale alla Mondadori dal 1 giugno del 1936, è un vero collettore di amicizie, idee, progetti. Diventa un punto di riferimento per molti giovani, aiuta e collabora con artisti e pubblicitari come Erberto Carboni, Dino Villani e

Come direttore di Mondadori progetta “Il giornale delle meraviglie” (1937-1939). Sempre nel ‘37 assume la direzione del quindicinale “Le Grandi Firme” per trasformarlo con successo in un settimanale moderno e spregiudicato, soppresso dalla censura fascista nel 1938. Un giornale che farà epoca. Vara poi un altro periodico “Il Milione” e nel maggio del 1938 assume la direzione, con Achille Campanile, del settimanale umoristico “Il Settebello”. Progetta “Il Bertoldo” per Rizzoli e collabora a settimanali umoristici come “Marc’Aurelio”. La sua creatività sarà sempre frenetica, lavorando contemporaneamente su più tavoli. L’inaugurazione di Cinecittà, con la censura dei film americani in Italia, le necessità della nuova industria cinematografica di prodotti nuovi, e soprattutto l’arrivo della guerra, spingono Zavattini a spostarsi verso Roma, iniziando così un’altra fase della sua vita, con i soggetti e la scrittura per il cinema. Zavattini scrittore pubblica il suo terzo libro durante la guerra, Io sono il diavolo (1941) dove il raccontino assume una sua dignità, chiudendo di fatto una stagione letteraria.


Parma, 1925. Guareschi e Zavattini al collegio Maria Luigia (Foto archivio Guareschi). STORIA DI COPERTINA — 13


Copertina del settimanale umoristico “Il Settebello” 14 — STORIA DI COPERTINA


In piena guerra Zavattini pubblica la favola di Totò il buono (1943) che diventerà poi un film Miracolo a Milano (1951), un capolavoro che segnerà l’immaginario di scrittori e registi di un’intera generazione, anche in America. A Roma un regista argentino e un giovane cronista vanno al cinema a vedere il film e ne rimangono folgorati. Quando escono dalla sala il mondo gli appare diverso, la storia di questa vecchietta che trova un bambino sotto un cavolo e lo alleva come suo e lo chiamerà Totò, figura cristologica che esaudisce i desideri dei poveri contro la violenza dei ricchi, cambia lo sguardo. Uno dei due spettatori d’eccezione, che ha velleità letterarie, capisce da quel film, uscito in pieno realismo, che le storie della nonna avrebbe potuto raccontarle in un modo diverso. Il giovane scrittore si chiamava Gabriel García Márquez. E tutto questo Márquez lo racconta nella sua biografia autorizzata scritta da Gerald Martin, Vita di Gabriel García Márquez, Mondadori, dove Zavattini viene riconosciuto come il genio dello scrittore colombiano. “Zavattini: il mio genio” dichiara. Il realismo visionario padano, è un modo di scrivere e di pensare il mondo che nasce in pianura, ed è una tradizione che arriva da lontano, da certe pagine di Virgilio passando dall’Ariosto e dal Folengo, per arrivare a Zavattini. Questa tradizione letteraria ha innervato la letteratura sudamericana che ha fatto proprio questo nostro sguardo, questo modo di scrivere e raccontare storie. Il realismo magico sudamericano ha le sue

origini in Emilia e in particolar modo in Zavattini. Quando nel finale della favola Totò inforca la scopa e vola “Verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buon giorno” Zavattini si rifà alle tradizioni della favola della sua terra, come quando, sporco di cera, vola verso l’aldilà nel suo primo romanzo Parliamo tanto di me. Sporcarsi il volto di cera per poi volare nell’altro mondo, per parlare con i morti, lo si ritrova nei ricettari delle streghe. In pianura, lungo il Po, non c’è confine tra l’aldilà è l’aldiquà, e Zavattini lo dichiara anche nel filmato che si può vedere su Youtube, dove, tornato nel cimitero di Luzzara ormai vecchio, parla del mondo dei morti e dei vivi, come se la morte fosse solo un dislocamento (https://www.youtube.com/watch?v=uOmSaacpiM0). Guareschi nel terzo racconto che introduce la prima raccolta di racconti Don Camillo, Mondo piccolo del 1948 parla dei morti che dialogano con i vivi, come se fossero più vivi dei vivi. La pianura, c’insegnano questi scrittori, è un mondo dove l’aldilà e l’aldiquà si compenetrano, creando una dimensione che ha affascinato scrittori di altre parti del mondo. Questo è uno dei tanti, possibili approfondimenti che la narrativa di Zavattini c’invita a fare; il suo umorismo, così diverso da quello di Guareschi o di Malerba, ha un fondamento etico, capace di scavare nella realtà alla ricerca della verità ultima dell’uomo contemporaneo, per questo il suo modo di raccontare

ha fatto il giro del mondo. Così Zavattini farà i conti con il fascismo, vent’anni dopo la fine della guerra, in un libro come La Notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini (1976); raccoglierà materiali dispersi e rubriche pubblicate sui giornali in Straparole (1967), distruggerà il libro e farà una specie di apocalissi narrativa nel Non libro più disco (1970) capace di mescolare le tecnologie e inventare i nuovi prodotti editoriali con dischi e cd allegati ai libri, fino a diventare un teorico del cinema con i tre libri del 1979: Diario cinematografico, Neorealismo ecc. e Basta coi soggetti. E nella sua complessa creatività non bisogna dimenticare il libro Un paese (1955) con le fotografie di Paul Strand, un libro innovativo, dove Luzzara e la sua gente diventano protagonisti di un capolavoro in cui Zavattini scrive testi straordinari, dando voce alla gente comune. Un libro che non solo nella versione americana influenzerà generazioni di fotografi e scrittori. La passione per la scrittura lo porta negli anni a confrontarsi anche con la poesia; nel 1967 pubblica un ritratto in versi liberi del grande pittore naïf Antonio Ligabue mentre nel 1973 dà alle stampe il libro di poesie in dialetto, Stricarm’ in d’na parola (Stringermi in una parola) definito da Pasolini un «libro bello in assoluto». Un libro dove l’affondo verso le origini della propria terra coincide con la lingua madre, la lingua dell’anima, il dialetto luzzarese. STORIA DI COPERTINA — 15


La creatività zavattiniana si esprime poi anche nelle vesti di autore teatrale: nel 1959 scrive la commedia Come nasce un soggetto cinematografico, messa in scena al teatro “La Fenice” di Venezia. Con Vittorio De Sica instaura un fecondo sodalizio professionale che porta sugli schermi capolavori del neorealismo cinematografico come Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951) e Umberto D. (1952). L’avventura cinematografica di Zavattini si chiude nel 1982 con La veritàaaa, la prima ed unica opera in cui Zavattini figura, oltre che soggettista e sceneggiatore, anche come regista e attore. Firma, scrive soggetti e sceneggiature, collaborando con oltre 130 film, tra cui ricordo Bellissima di Luchino Visconti, Roma ore 11 di Giuseppe De Santis (1952) e Prima comunione di Alessandro Blasetti (1950). Nel cinema teorizza il pedinamento di un uomo, che darà vita ad un capolavoro come Umberto D. prefigurando un programma come il Grande fratello televisivo. Tra i molteplici riconoscimenti conseguiti, oltre ai due premi Oscar speciali nel 1947 e nel 1949 per Sciuscià e Ladri di Biciclette si segnalano nel 1955 il Premio mondiale per la Pace e nel 1977 il “Writers Guild of America Medaillon”, premio dell’Associazione Scrittori di cinema americani, un’onorificenza concessa in precedenza solo a Charlie Chaplin.

16 — STORIA DI COPERTINA

Bisogna tornare a leggere Zavattini non solo per capire la nostra anima ma perché questo autore, spesso relegato tra gli scrittori di cinema e come sceneggiatore nella storia della letteratura italiana, è uno scrittore che ha saputo cogliere e vivere le contraddizioni di una modernità sempre più opprimente e seducente, un genio e un protagonista della nostra cultura moderna, che ha ancora molto da dirci e da insegnarci. Un uomo e un artista di pace, che ha regalato al mondo poesia, idee e progetti che sono ancora oggi possibili punti di partenza per una riflessione sull’uomo e la sua ultima, insondabile verità.


Nelle lettere di Cesare Zavattini pubblicate su “Settebello”, ce n’è una in particolare, mai raccolta in volume, che è degna di attenzione. Si tratta di una risposta alla signora Maria Mazza in Rossini, dove Zavattini risponde alle accuse di aver scritto un pezzo per ingraziarsi un grosso personaggio. Pubblicato sul n. 282 del 30 marzo 1939, alla vigilia della seconda Guerra Mondiale, Zavattini riflette sull’ipocrisia, e come sempre si mette a nudo, alla ricerca di quella verità interiore drammatica e amara che l’umorismo non basta ad addolcire. Da notare la critica positiva di un attore comico come Totò che ha “stile, stile, stile” e per decenni snobbato dalla critica cinematografica e da lui stesso fatto diventare, in quegli anni, protagonista della sua favola intitolata appunto Totò il buono.

LETTERA A MARIA MAZZA IN ROSSINI Io scrivo a destra e a sinistra, ma ogni tanto qualcuno scrive anche a me. Una certa Maria Mazza in Rossini mi ha fatto sapere la settimana scorsa che io ho di recente difeso le canzonette per ingraziarmi un’altissima personalità. È vero, ogni nostro atto è determinato da interessi, alti o piccoli, capillari, sfrenati, incoscienti, meditatissimi. Cara signora, avete messo in dito sulla piaga. Volete che studiamo insieme un rimedio? Io mi do forti pugni sulla testa ogni sera, recito le preghiere come Totò nella farsa “La camera affittata a tre” (che interpretazione esatta, stile stile stile. Totò raggiunge il diapason, l’originalità: credetemi, una cosa che all’estero farebbe svenire dalla soddisfazione). Ma non basta. Siamo veramente spaventosi ipocriti. Ieri, per esempio, ho salutato trenta persone alle quali in cuor mio auguravo di diventare calvi. Oggi ho dettato molte lettere dicendo: spero di rivedervi presto. Bisogna reagire contro il dilagare della ipocrisia, baco del mondo; il mondo si screpola, escono i vermi. Lanciare il grido da un giornale umoristico è come intimare mani in alto con la bocca piena. Pazienza. Spero tuttavia che la cosa sia presa sul serio visto che porta l’avallo di una persona per bene, amante tra l’altro della musica classica. Voi siete in buona fede, signora, offendendomi così duramente, voi siete una brava donna perché avete firmato la lettera. C’è ancora un ramo di pesco nella foresta. Se io fossi direttore di un grande quotidiano pubblicherei, pieno di speranza, in prima pagina: La signora Maria Massa in Rossini inizia la lotta contro l’ipocrisia. Oggi sono ottimista per merito vostro. STORIA DI COPERTINA — 17


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Il titolo de “Il Resto del Carlino” del 6 aprile 1972

Nursery Cryme in Italy Quando i Genesis hanno esordito in Polesine di Marco e Michele Barbujani

Sarebbe bello se oggi, del (forse) centinaio di presenti al concerto di Adria, qualcuno dicesse “Io c’ero, e ho pure registrato!”. Non ci sarebbe da aspettarsi alcuna qualità audio eccezionale, considerando l’epoca, ma sarebbe comunque una traccia preziosa quanto improbabile, dato che portare con sé un registratore non era comune quanto lo è oggi avere con sè uno smartphone.

N

ella primavera del 1972 la band inglese dei Genesis è al terzo anno di attività, ma nel Regno Unito non ha ancora ottenuto un grande successo. A far decollare il gruppo è invece un veloce passaggio in Belgio e, soprattutto, un tour italiano la cui prima data si svolge ad Adria. Avete capito bene: la prima volta che i Genesis hanno suonato in Italia è stato proprio qui in Polesine.

SUONI — 19


I cinque Genesis nei primi mesi del 1972, il periodo in cui suonarono ad Adria

Negli anni seguenti, tuttavia, quel concerto è rimasto un ricordo sopito, trasformandosi quasi in una leggenda locale, perché in effetti non ne era quasi rimasta traccia. Poi finalmente, una decina di anni fa, la data è stata verificata grazie anche ai registri dell’hotel Stella d’Italia che contenevano i nomi dei cinque musicisti e del loro entourage. Da allora sono emersi altri particolari interessanti, e così abbiamo provato 20 — SUONI

a farci un’idea di quel tour (in particolare della data di Adria), unico per caratteristiche e fondamentale per la storia dei Genesis. La mattina del 6 aprile 1972 Tony Banks, Phil Collins, Peter Gabriel, Steve Hackett e Mike Rutherford arrivano ad Adria insieme a due tecnici e a Richard Macphail, il tour manager e amico storico, che sta supportando la band in un momento

di grande incertezza. È lo stesso Macphail a raccontare il clima di quelle esperienze, nella sua prefazione a I Genesis in Italia (Mino Profumo, Il Segno, 2015): Il primo concerto fu in un piccolo teatro della costa Est, ad Adria, di cui ho poche memorie (...) la nostra tipica giornata si apriva con l’arrivo nella hall verso le undici del mattino quando iniziava il set up. (...) Poco dopo mezzogiorno tutto era sistemato e pronto per il soundcheck.


I registri dell’hotel Stella d’Italia di Adria con i nomi dei cinque Genesis

Il testo dell’articolo de “Il Resto del Carlino” del 6 aprile 1972 contraddice il titolo dello stesso. Si comunica infatti che, a causa di “un incidente a Mago Zurlì”, suoneranno i Genesis.

(...) Dopo che il soundcheck era finito Maurizio [Salvadori, il promoter del tour in Italia] diceva “mangiare” oppure “time for lunch!” e dovunque fossimo c’era sempre un eccellente ristorante dietro l’angolo. (...) Venivamo dall’Inghilterra dei primi anni Settanta dove il cibo era autentica spazzatura. Qui invece mangiavamo pasti deliziosi, preparati con freschi ingredienti locali (chi ne aveva mai sentito parlare?) di incredibile qualità, senza contare naturalmente il vino! Verso le quindici e trenta eravamo perfettamente a posto e dopo aver mangiato e bevuto l’unica cosa da fare era tornare al nostro hotel per chiudere gli occhi e fare una bella siesta. Debitamente rinfrescati tornavamo poi sul luogo del concerto, pronti per lo spettacolo.

gnaliamo quello di Verona (9 aprile), Pavia (14) e Roma (18). Sarebbe bello se oggi, del (forse) centinaio di presenti al concerto di Adria, qualcuno dicesse “Io c’ero, e ho pure registrato!”. Non ci sarebbe da aspettarsi alcuna qualità audio eccezionale, considerando l’epoca, ma sarebbe comunque una tr accia preziosa quanto improbabile, dato che portare con sé un registratore non era comune quanto lo è oggi avere con sè uno smartphone. Le registrazioni amatoriali di quei concerti sono testimonianze importanti che da allora girano tra i fan (con una sola differenza: se prima lo scambio avveniva tra un incontro e la nascita di una nuova amicizia, ora succede più facilmente grazie a Internet).

Purtroppo non c’è ancora alcuna registrazione del concerto di Adria, ma è molto probabile che i Genesis suonino i brani del nuovo album Nursery Cryme, con un bis tratto invece da Trespass. La scaletta, che ipotizziamo, è in linea con i concerti registrati in quei giorni, di cui se-

Chi scrive di Genesis da anni (Profumo, Giammetti, ecc.) spiega perché all’inizio il pubblico italiano accorra ai concerti mentre quello britannico no: i brani più affini alla mitologia classica, l’enorme quantità di gruppi oltremanica rispetto a qui... Tutto plausibile; a noi viene in mente SUONI — 21


Steve Hackett al “Genesis Day “di Adria, 10 agosto 2012

anche un terzo motivo, che emerge dai concerti registrati in Italia: i racconti di Peter Gabriel. Le esibizioni si scostano dal disco in quanto, dati i lunghi tempi di accordatura delle chitarre a dodici corde, Gabriel intrattiene il pubblico introducendo i pezzi, cimentandosi in un timido italiano. Ecco quindi questo curioso frontman inglese, così alla mano, a raccontare il contesto della storia trattata nel brano, da quella di Cynthia ed Henry in The Musical Box alle mitologie di The Fountain Of Salmacis. Tutte cose che, nello stereo di 22 — SUONI

casa, sono solo un sogno. La recente conferma del concerto di Adria è stata celebrata, nell’agosto 2012, con il Genesis Day. L’iniziativa, organizzata dall’esperto di storia dei Genesis Roberto Paganin, ha riunito in città moltissime persone per una giornata dedicata al gruppo, alle testimonianze del concerto e, non da ultimo, all’incontro con il chitarrista dei Genesis Steve Hackett. Anti-divo sin da giovane, il musicista ha dato modo ai fan (e a chi quel giorno scopriva i Genesis) di entrare

nel vivo del ricordo, con una grandissima disponibilità a conversare o semplicemente a una stretta di mano e una foto insieme. Se è stato difficile trovare tracce di una band passata di qui quando era poco conosciuta, forse sarà più difficile smettere di parlare di questa esperienza. E non solo perché Mino Profumo e Mario Giammetti hanno poi potuto scrivere libri più accurati. Il concerto dimostra anche quale sia la differenza tra avere o meno un Teatro funzionante. E che il pubblico


radunato al Comunale con così poco preavviso non è certo quello di una città addormentata. Con il Genesis Day del 2012, infine, si sono incrociate le passioni di molti che erano giovani all’epoca del concerto, ma ne sono nate anche di nuove. Nel 2022 saranno trascorsi 50 anni. La data sembra quella, futura, vista in un film distopico di fine anni ‘80, ma ci piacerebbe che si pensasse

ad un altro incontro, per ascoltare nuove notizie da quei fortunati che sono cresciuti con questa musica e che ancora ci narrano la storia vista con i loro occhi, sempre con la stessa voglia di scoprire… I heard the old man tell his tale (Genesis, Seven Stones).

Potete leggere ovunque la storia dei Genesis; qui invece riportiamo alcune curiosità sul concerto di Adria. I Genesis avrebbero dovuto esordire al palasport di Belluno, mentre ad Adria era previsto uno spettacolo del Mago Zurlì. Un imprevisto ha invece fatto sì che il gruppo si sia esibito al Teatro Comunale al posto di Cino Tortorella. In quel tour i concerti dei Genesis erano aperti da un gruppo italiano, gli Odissea, e un loro membro racconta a Mino Profumo (ib.) di aver accompagnato Phil Collins in giro per Adria. A parte una piccola incongruenza (il mercato menzionato non avrebbe dovuto esserci di giovedì), può darsi davvero che i Genesis abbiano girato per la città, magari nel pomeriggio. Al teatro, dopo l’apertura degli Odissea, è probabile che i Genesis abbiano suonato questa scaletta: • “Happy The Man” (presentata da Peter Gabriel come “Felice l’uomo”) • “The Fountain Of Salmacis” (“La Fontana di Salmacis”) • “Twilight Alehouse” (“Vespero e taverna”) • “Rock Me Baby” (versione embrionale di “Can-Utility And The Coastliners”) • “The Musical Box” (“Il Carillon”) • “The Return Of The Giant Hogweed” (“Il ritorno dell’erba gigante”) • “The Knife” (bis, non introdotta) Durante il Genesis Day del 2012, parlando del concerto, Steve Hackett ha ricordato di essere rimasto sorpreso dalle dimensioni del palco del Teatro Comunale. La band in quel mese si esibiva soprattutto in palasport e club, perciò non sarebbe così strano se il teatro di Adria (che solitamente evoca altri generi di musica) fosse rimasto davvero nei ricordi del chitarrista SUONI — 23


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Lo spirito del Delta in una biblioteca ideale di Sandro Marchioro

Non aspettatevi un saggio di critica letteraria con un linguaggio faticoso o compilatorio o teoricamente ostico; niente affatto. Quello di Crivellari è piuttosto un racconto, una sequenza di storie godibilissime, scritte in un italiano pulito e bello.

C

he la letteratura non serva a nulla è un’idea persino condivisibile, purché indichi che chi costruisce cattedrali di parole in forma di romanzo o poesia non è disposto a condividere l’utilitarismo canceroso che è uno dei mali più gravi della nostra epoca. Poi coloro che la praticano e la amano sanno benissimo che la letteratura raccoglie un mondo e lo descrive, più e meglio di quanto facciano le scienze esatte o discipline PAROLE — 25


più pratiche. Non è però per fare teoria che ci abbandoniamo ad un attacco astratto e in fondo sciocchino, ma per parlare di un libro davvero bello e utile che Diego Crivellari ha pubblicato da Apogeo Editore e che ha un titolo molto impegnativo ed un sottotitolo candido e descrittivo: Scrittori e mito nel Delta del Po. Un dizionario letterario e sentimentale.

paesaggio, per le sue atmosfere, per le sue caratteristiche ambientali; eppure ci accorgiamo, leggendo il volume di Crivellari, che esiste una letteratura del Delta che di questo territorio ha raccontato pure le sue storie e il suo Spirito (lasciamoci andare anche alla maiuscola ed al corsivo per un termine così conoscitivamente delicato).

Crivellari usa un personale sillabario (Aironi, Braccianti, Città, Delta, Ecologia, Fanti, Giallo, Horror, Inferno, Leggenda, Mangiare, Nebbia, Orti, Palude, Questioni, Resistenza, Storia, Tragedia, Umanità, Valli, Zanzare) per mettere in fila e per organizzare a modo suo tutti quegli autori che al Delta hanno dedicato pagine in prosa o in verso. È un’operazione mai tentata prima e per questo tanto più importante. Di fatto ne esce una rassegna letteraria che ha al suo centro un territorio descritto più volte e amato per il suo

Dire che un territorio contiene anche una letteratura, oltre agli aspetti fisici, antropologici ed economici, è un’operazione importantissima perché serve a dare unità e coscienza a quel territorio; e da questa unità e coscienza questo territorio ne esce rafforzato, certamente non solo per questioni di carattere strettamente culturale, ma anche per tutto ciò che di materiale ne può derivare. In un’altra dimensione, le grandi città vivono e si vendono (che brutto termine: ma è così) anche perché possiedono una loro identità tessuta

In questa e in altre pagine alcuni titoli citati da Crivellari nel suo libro 26 — PAROLE

nella loro storia e nella loro letteratura: Firenze, Venezia, Trieste, sono quello che sono anche perché in loro si sono costruiti percorsi che hanno a che fare con la letteratura. Misconosciuto fino ad ora, questo aspetto caratterizza anche il nostro Delta del Po: ma sottolineiamolo, il Delta del Po fisico e geografico, non quello politico diviso in due regioni, che non ha alcun senso nella realtà se non in una radice storica che la letteratura, giustamente, non considera. Credo che anche le persone non appassionate tenacemente alla vita culturale sappiano che il Delta è stato spesso scenografia per capolavori del cinema, da Rossellini a Mazzacurati: è un dato diffuso e più volte studiato. Ma quanti, quando si parla di letteratura, vanno più in là di Gian Antonio Cibotto quando pensano a qualcuno che ha messo


“Il Delta è un grande crogiolo in cui tutto si fonde e si attualizza: perfino il mito, la leggenda sembra che stiano lì, a un passo da te”. Ermanno Rea, “Il Po si racconta”

Il libro di Diego Crivellari esce nella collana “I salici” dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. In copertina la riproduzione di una serigrafia di Mario Ferrarese dal titolo “Alle foci del Po”. La citazione da Ermanno Rea è riportata in quarta di copertina.

PAROLE — 27


il Delta dentro a dei romanzi, a dei racconti o a delle poesie? La risposta viene da sé: pochissime anime belle. Questo libro di Crivellari quindi colma un gravissimo vuoto e fornisce uno strumento indispensabile a tutti quelli che questo territorio lo amano e lo vogliono amato: un repertorio che mancava e che può costituire un indispensabile punto di partenza per studi ed approfondimenti ulteriori, disponibili a rivelare ulteriori sorprese. L’elenco di autori (locali e non) che hanno usato gli strumenti della letteratura per raccontare questo territorio è molto vasto, curiosissimo e rivelatore, ed è un peccato che non si possa qui darne che un breve assaggio in ordine alfabetico, seguendo l’utilissima bibliografia che correda, nelle ultime pagine, il testo: Riccardo Bacchelli, Giorgio Bassani, Gianni Celati, il già citato Cibotto, Sergio Garbato, Corrado

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Govoni, Guido Piovene, Mario Soldati, Cesare Zavattini. Non aspettatevi un saggio di critica letteraria con un linguaggio faticoso o compilatorio o teoricamente ostico; niente affatto. Quello di Crivellari è piuttosto un racconto, una sequenza di storie godibilissime, scritte in un italiano pulito e bello (che mica è una cosa di tutti i giorni), che si fa leggere dav vero come fosse una sugosa raccolta di racconti, di quelli che divertendoti ti fanno imparare un sacco di cose e arrivi alla fine che neanche te ne accorgi e quando arrivi al termine un po’ ti dispiace e già quelle pagine ti mancano. Storie di scrittori, abbiamo detto, ma anche storie di scrittori che si relazionano ad un territorio un po’ matto e lunatico e non solo bellissimo; e ancora storie di relazioni tra uomini, storie curiose che non ti aspettavi accanto a storie che bisognava ricordare per costruire il tessuto di cui Crivellari dà un quadro d’insieme inedito; e poi

vere e proprie scoperte che arrivano stupendo e ammaliando: chi lo sapeva, ad esempio, che Loreo ha dato i natali a Dante Guardamagna, sceneggiatore di successi televisivi straordinari negli anni ’70: I miserabili, La coscienza di Zeno, Le mie prigioni e molto altro; ed autore di un romanzo inedito che Crivellari giura d’aver visto e che ti fa venir voglia di cercarlo e di pubblicarlo subito. E questo è solo uno dei tanti esempi della capacità di ammaliare e di incuriosire che hanno queste pagine. E a dispetto (o a conferma) di quanto dicevamo nelle prime righe, cioè che la letteratura non serve a nulla (forse) Crivellari non fa mancare uno spirito militante che parlando di letteratura (o, forse, attraverso la letteratura) affronta anche i problemi di questo territorio, problemi che sono di sempre e di oggi, ma che, in ogni caso, lo sguardo di Crivellari e dei suoi eroi raccontati in queste pagine rende limpidamente comprensibili.


Che questo libro sia bello e utile, quindi, dipende anche da questo: che comprenderlo meglio potrebbe, volendo, anche essere il primo passo per farci venir voglia di rimboccarci le maniche e di trovare soluzioni ai molti problemi che questo territorio, da tempo, pone. Non è un caso che l’autore abbia fatto politica in prima linea e continui con questo vizio. Però che differenza un politico che sa di letteratura e la pratica da uno che passa il tempo e fare grigliate e tagliare nastri. La letteratura non serve a niente: però…

Diego Crivellari è nato a Torino nel 1975. Ha studiato nelle università di Padova e Bologna. È stato consulente editoriale, amministratore pubblico e deputato della Repubblica. Attualmente vive a Rovigo ed è docente di ruolo nelle scuole superiori.

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Sandro Tessarin Il cantautore che non c’è

intervista di Cristiana Cobianco

Chitarrista classico di Porto Tolle, fa parte del gruppo degli Insirada fin dalle origini della band. Scrive canzoni che non registra dall’adolescenza. Le suona e le canta solo sottovoce per pubblico rilassato ma attento con cui condividere la tavola e un buon bicchiere di vino.

N

o n è f acil e p r e s ent ar e Sandro Tessarin (Tex per gli amici), se lui stesso si definisce il cantautore che non c’è. Di sicuro non c’è nei registri Siae per i diritti d’autore e dei suoi brani non ci sono ancora registrazioni e quelle che c’erano dai tempi del liceo sono anche andate perse. Ma il cantautore esiste ed è!

SUONI — 31


Perchè per lui quello che si “è” ha un posto privilegiato rispetto a ciò che si è fatto. Ha scritto la canzone “Curriculum vitae” con l’intento di dire quello che lo rappresenta senza mai descrivere ciò che ha fatto o fa. «Il fare» mi dice scherzando «andrà nella mia autobiografia». Nei suoi testi fotografa e racconta la nostra italianità tragicomica con 32 — SUONI

notevole arguzia ed eleganza. Una spruzzatina di dialetto qua e là e il tutto assume quella dimensione tessarinesca che lo contraddistingue. Io lo considero l’interprete musicale della mia generazione deltizia. Del sapore, calma e lentezza dei luoghi in cui ha vissuto, delle spiagge selvagge di Barricata e Boccasette, del paese dai lunghi orizzonti che è Porto Tolle e della simpatia della sua gente.

Mi dice «O sei un genio o un visionario o quello che fai nasce da ciò con cui hai vissuto. È un di più o una reinterpretazione... è una sintesi provando a metterci del mio. Io ho bevuto tutto il repertorio cantautorale italiano. Da parte materna De Andrè, Paolo Conte, De Gregori, Dalla etc.; Leonard Cohen, Bob Dylan e Neil Young sono tuttora la grande passione di mio papà, che conosce tutti i testi dei Beatles a memoria. Un popolare concittadino


portotollese, Arturo Piddi, tornava a casa dall’osteria e alla moglie che si lamentava perchè sapeva da vino rispondeva ...e da cossa goia da savere sa so sta in ostaria! Da cosa potevo sapere io!?». Con il suo gruppo storico, gli Insirada, si erano dati un anno per scrivere musiche e testi per un CD di canzoni inedite. Lui in tre mesi scrisse un intero disco, che però ancora non ha avuto pubblica ese-

cuzione, nel senso più tradizionale dell’espressione. Perchè, in realtà, succede poi che la voglia di condividere testo e musica abbia una necessità molto particolare per Tex, quella di trovarsi a tavola con gli amici per poterle cantare sottovoce. Ed è in una di queste serate che io per la prima volta, qualche anno fa, ho ascoltato i suoi testi e ne sono rimasta incantata.

«Per le mie canzoni occorre suonare e cantare molto piano. Il mio progetto musicale è di preparare un concerto sottovoce & friends. Le canzoni sono l’idea della semplicità più assoluta: voce e chitarra, per dare più importanza al testo che, nonostante l’ironia, richiede la giusta attenzione. Mi piace l’idea di cantarmele sottovoce, anche se non mi dispiacerebbe trovassero anche l’interpretazione di voci importanti».

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Per ascoltare le canzoni del “cantautore inesistente” l’ideale sarebbe quello di andare a trovarlo a casa o in una piccola osteria; tra amici lui è solito prendere la chitarra e raccontarsi a voce bassa... in una narrazione ironica di sè sempre in contatto con la situazione storica e collettiva in cui viviamo. Concerti da tavola che lasciano il gusto delle cene più genuine e gustose. Non è facile scrivere di un buon vino di ottima annata ancora non recensito da chi di vini se ne intende sul serio... Io non sono di certo un critico musicale, ma spero che queste poche parole possano servire a far conoscere un po’ di più un narratore musicale con cui ho assaggiato note e parole da consigliare a chi ancora non le ha incontrate.

Curriculum Vitae Le cose giuste che ho fatto / i guai che negli anni ho combinato / non cambiano la mia opinione / a proposito di me le strade che ho attraversato / le stelle e gli orizzonti che non ho toccato / dipingono un paesaggio di sogni e polvere. La solitudine mi ha fatto molta compagnia / quando mi annoio però / la saluto e vado via. A proposito di me / mi dico che son stato una canzone / vorrei volare come un aquilone / per passeggiare tra le nuvole. A proposito di me / vi dico che sono ogni mia bugia / ogni mio “tanto non è colpa mia” / ogni mio desiderio inutile l’affetto per la mia gente / il discrimine verso l’arrogante / spero si ricordi questo / a proposito di me. Certi giorni mi son piaciuto / molto spesso il tempo l’ho sprecato / qualche volta ho parlato troppo a proposito di me brutta abitudine darsi all’autobiografia / se il concetto di esperienza / si traduce in nostalgia ma a proposito di me / ci metto questa faccia per caparra / affido i miei racconti a una chitarra / mi piacciono le mani ruvide a proposito di me / ricerco per le strade l’allegria / negli occhi della gente la poesia / e credo ancora nelle favole a proposito di me / vi dico che se penso al mio passato / vedo quello che è giusto e che ho sbagliato ricordi come vuoti a rendere. E a proposito di me / vi dico che se penso al mio domani / mi vien da abbaiare come i cani / al passaggio lento delle nuvole.

” SUONI — 35


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Un archivio di tesori e storie La biblioteca del seminario vescovile di Rovigo di Francesco Casoni

A La biblioteca è un archivio vivo e vitale, una miniera in cui si scava incessantemente per riportare alla luce storie e vicende che ci riguardano.

veva soltanto quattordici anni Bruno Cappato, quando iniziò a trascorrere parte del suo tempo a fianco di don Aldo Balduin, a catalogare l’immenso tesoro della biblioteca del seminario vescovile di Rovigo. Probabilmente non si rendeva conto di curare un archivio bibliografico quasi unico al mondo. Né, tantomeno, che un giorno di quella biblioteca sarebbe diventato il direttore.

STORIE — 37


La biblioteca del seminario è un archivio di preziosi tesori, custoditi nelle ampie stanze del complesso di via Sichirollo. Contiene qualcosa come 140.000 volumi, dal Quattrocento ad oggi, decine di migliaia di libri provenienti da collezioni di tutte le epoche. Don Br uno Cappato, dopo aver guidato il periodico diocesano La Settimana per oltre quarant’anni, di recente è diventato direttore della biblioteca. Svolge questa attività assieme agli addetti alla catalogazione e al prestito e, soprattutto, con Adriano Mazzetti, studioso, docente, scrittore, già direttore dell’Accademia dei Concordi. Con la biblioteca don Bruno ha una frequentazione di vecchia data: «Ho lavorato alla biblioteca già in seminario, e già allora mi occupavo della catalogazione, che avveniva in formato cartaceo». Il vecchio archivio è di per sé un cimelio prezioso quanto i libri che censisce. Schede accuratissime, che raccolgono non solo i titoli ma anche i dati anagrafici di autori e traduttori, e consentono di trovare i libri con ricerche diverse, un po’ come avviene oggi con i database informatici. «C’erano solo tre biblioteche al mondo che realizzavano le schede in questo modo, molto laborioso poiché presupponeva che i libri venissero letti prima di essere catalogati - racconta Adriano Mazzetti -. Oltre a noi, la Biblioteca Vaticana e quella del Congresso di Washington, 38 — STORIE

che poi hanno smesso. Di fatto, fino al 1990, siamo stati l’unica biblioteca del pianeta a mantenere questo metodo. Poi siamo passati al Sistema bibliotecario provinciale». Oggi, attraverso la rete delle biblioteche polesane, sono accessibili circa 50 mila opere delle 140 mila conservate in via Sichirollo. Un tesoro che si arricchisce di anno in anno di migliaia di nuovi volumi. Ci sono molte collezioni, come quella del filosofo Armando Rigobello, settemila libri donati dopo la sua mor te. E ci sono le centinaia di “cinquecentine” che la biblioteca ha censito in un catalogo realizzato con metodo rigoroso, un lavoro durato anni: «Non solo la descrizione del libro, ma una ricerca anagrafica sui possessori, oltre che sugli autori», racconta Mazzetti. Qui sono conservati anche decine di incunaboli del Quattrocento, preziosi “pionieri” della stampa a caratteri mobili. «Sono i libri bambini, i primi libri della storia», racconta don Bruno. Tra i tesori della biblioteca, un dizionario inglese appartenuto al sovrano Enrico VIII e una prima edizione de L’Orlando Furioso, di cui esistono appena 13 copie al mondo, così preziosa da essere oggi custodita in una cassetta di sicurezza in banca. La specializzazione di questa biblioteca rodigina è naturalmente nelle opere di teologia, filosofia, spiritualità e storia della Chiesa, ma c’è anche tanto materiale sulla

storia locale del Polesine. «Invece di comprare di tutto, cerchiamo di aggiornarci su questi filoni», spiega Mazzetti. La storia della biblioteca inizia verso la fine del Settecento, quando il seminario si trasferisce dall’antica sede vicino al Duomo in un nuovo edificio, nell’attuale via Sichirollo, che oggi ospita l’Archivio di Stato. È una vera e propria “rivoluzione” del seminario, voluta dal vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti, che non si limitò a farne edificare le mura ma creò un luogo di studi ad ampio raggio, con una biblioteca vera e propria. L’ex monaco benedettino, proveniente da una famiglia altolocata di Padova, finanzia l’opera mettendo all’asta una tabacchiera d’oro avuta in dono dai familiari. Contribuirà anche con un lascito di ben settemila libri. Negli anni Sessanta del secolo scorso la biblioteca viene trasferita assieme al seminario in viale Tre Martiri, presso quella che oggi è la cittadella sanitaria. Lì viene realizzato il castello librario, ma la collocazione non si rivelerà felice: pochi anni dopo, ai seminaristi subentrano gli allievi della scuola per Finanzieri e il seminario viene spostato nell’ex collegio Angelo Custode, ancora in via Sichirollo. Così la biblioteca perde gradualmente il contatto con il pubblico. Una svolta av viene a metà degli anni Duemila, con il restauro dell’ex complesso dell’Angelo Custode, che


crea nuovi spazi per la redazione de La Settimana, per gli studi di Radio Kolbe e finalmente anche per la biblioteca, che vi viene trasferita nel 2008, per opera non solo di don Bruno, ma soprattutto di don Bernardino Merlo, che muore prima di poter prendere in mano il progetto. Percorrendo gli ampi e luminosi corridoi, si incappa anche in una stanza arredata con mobili austeri: è l’inestimabile archivio della diocesi, che conser va documenti interessanti e utili, come i certificati di battesimo. «In questi anni è molto richiesto, ad esempio, dai discendenti di polesani emigrati in Brasile, per poter ottenere la doppia cittadinanza», racconta don Bruno. Ma tutta la biblioteca è un archivio vivo e vitale, una miniera in cui si scava incessantemente per riportare alla luce storie e vicende che ci riguardano. «Cerchiamo di creare qualcosa di vivo per il territorio, ad esempio coinvolgendo le scuole e i ragazzi racconta don Bruno - Noi abbiamo una cosa unica: possiamo far vedere ai ragazzi il percorso della parola, dalle pergamene e dai primi scritti amanuensi fino alla stampa, e infine alla radio e ai nuovi strumenti di comunicazione». Scavando nella miniera di storie, si incontrano vicende sorprendenti. Quest’anno, ad esempio, alcuni studenti del liceo classico “Celio” hanno ricostruito le interessanti viSTORIE — 39


cende della comunità trentina a Rovigo, il cui esponente più celebre fu don Antonio Rossaro, direttore de La Settimana, divenuto celebre dopo la Grande Guerra per l’ideazione della “campana della pace” di Rovereto. «È questo il tesoro della biblioteca del seminario», dice don Bruno. «Conser va una memoria fatta di innumerevoli storie, da cui è possibile leggere e rileggere la Storia da punti di vista spesso sorprendenti». Sono venute alla luce, ad esempio, le lettere di circa 300 preti e seminaristi mandati al fronte durante la Prima guerra mondiale e un diario di prigionia in Ungheria. In questa biblioteca è nata anche la biografia di don Costante Businaro, parroco di Polesella, che partecipò alla spedizione dei Mille assieme a Garibaldi e che durante la disastrosa alluvione del 1882 trasformò la chiesa in una grande casa per la popolazione sfollata. Qui sono custoditi i libri di monsignor Giacomo Sichirollo, che non solo leggeva anche Marx ed Engels, ma annotava critiche e riflessioni sulle loro opere. E ci sono anche curiosità, come una serie di pubblicazioni sulla storia delle ferrovie italiane, con un’ampia documentazione fotografica, che sono state protagoniste di una mostra a Verona. I corridoi della biblioteca e la redazione de La Settimana, infine, ospitano anche alcune delle 180 opere lasciate in eredità alla curia da don 40 — STORIE


Alfredo Pavan: dipinti di Bruno Guidi, Ugo Boccato, Tono Zancanaro e di molti altri. Creare una simile biblioteca, oggi aperta al pubblico nella giornata del mercoledì, ha richiesto organizzazione, la realizzazione di un enorme castello librario, la climatizzazione delle sale e la sistemazione degli spazi, perché non collassassero sotto il peso dell’enorme mole di materiale. Un importante contributo è venuto dalla Fondazione Cariparo, ma il futuro è sempre appeso ad un filo. «In molti oggi decantano la cultura, ma per sostenerla occorrono investimenti - conclude don Bruno -. Senza personale e senza strumentazioni adeguate la cultura alla fine si perde, finisce tra le ragnatele».

don Bruno Cappato. A destra Adriano Mazzetti STORIE — 41


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L’universo a portata di mano Il Gruppo Astrofili Polesani di Rovigo a cura di Monica Scarpari

Il Gruppo Astrofili Polesani è attivo in tutta la provincia di Rovigo ed è molto apprezzato per le numerose attività di divulgazione e ricerca scientifica. Migliaia di persone partecipano ogni anno alle iniziative dell’Associazione

I

l Gruppo Astrofili Polesani è nato nel 1982 su iniziativa del prof. Enzo Bellettato. Potremmo dire che è partito già con la marcia giusta, dal momento che fra i fondatori, oltre a Mariangela Baratella, Marco Barella e Vanni Bazzan, c’era l’allora sedicenne Roberto Ragazzoni, oggi tra i massimi esperti mondiali di ottica adattiva e ovviamente socio onorario e direttore scientifico del gruppo rodigino. Roberto Ragazzoni, inoltre, è anche direttore ATTUALITÀ — 43


dell’Osservatorio “La Specola” di Padova che fa parte dell’ente I.N.A.F.

Il nuovo strumento scientifico acquistato grazie al contributo di Fondazione Cariparo

Il Gruppo Astrofili Polesani ha anche l’onore di contare tra i soci onorari astronomi di caratura internazionale: Laura Ferrarese, Paolo Turri, Giuseppe Bertin, Pierluigi Silvestrin, Massimo Meneghetti, Mattia Negrello, Mia Tosi, Lisa Milani, Livia Savioli, Stefano Furini, Ruben Farinelli e Federico Montoncello. Alcuni sempre disponibili con generosità e passione, altri un po’ meno a causa di motivi di lavoro, trovandosi all’estero e dall’altra parte del mondo. ll Polesine, a livello astronomico, è ben rappresentato nel mondo grazie a questi professionisti e soci del G.A.P. La divulgazione e la didattica assorbono molte delle energie ma rappresentano senza dubbio il modo migliore per portare cultura alla città di Rovigo. Ogni anno, assieme al liceo scientifico “Paleocapa” di Rovigo, il G.A.P. tiene cicli di conferenze di alta Astronomia, invitando relatori e scienziati di fama internazionale che portano sapere e aggiornamenti delle loro ricerche scientifiche, aprendo una nuova frontiera nell’ambito della divulgazione scientifica. Ogni settimana l’Associazione propone con entrata libera l’apertura dell’osser vatorio astronomico “Vanni Bazzan” di Sant’Apollinare e in quell’occasione gli esperti del gruppo descrivono l’universo e permettono di visionare i corpi celesti

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sul telescopio principale, acquistato nel 2012. Migliaia di persone partecipano ogni anno a queste iniziative e a quelle che il gruppo decide di realizzare nel corso di manifestazioni fieristiche di alto livello nel territorio regionale. Nel 2012 alcuni soci del gruppo (Gianpaolo Guarese, Luca Boaretto, Giorgio Cosco e Mattia Negrello) sono stati coinvolti in una ricerca internazionale dell’Agenzia Spaziale Europea, e grazie a Mattia Negrello hanno avuto la possibilità di analizzare alcuni dati del telescopio spaziale Planck. Successivamente sono stati pubblicati come co-autori nella rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”, una tra le più importanti al mondo. Ciò è stato possibile grazie all’uso di un database della NASA (NED) sotto stretto insegnamento di Negrello. Nel 2015 il G.A.P. ha ottenuto un significativo contributo dalla Fondazione Cariparo per l’acquisto di un radiotelescopio poi installato nel 2016: si tratta di uno “Spyder 230”, il quarto in Italia e il ventesimo in tutto il mondo. Oltre all ’astronomia classica, il gruppo monitora anche fenomeni anomali in atmosfera, grazie alla professionalità del 45° GRU gestito dal socio Jerry Ercolini, apprezzato in tutto il territorio nazionale per le sue ricerche. Il gr uppo non dispone soltanto dell’osservatorio astronomico ma


anche di un planetario civico, situato nella frazione di Roverdicrè; qui esperti della didattica celeste come Sara Surico, Giorgio Cavallarin, Enzo Bellettato e Alberto Parri gestiscono in maniera semplice e impeccabile la volta celeste, i miti e le costellazioni, grazie all’uso del planetario meccanico che riproduce in cupola un finto ma realistico cielo. Il planetario è molto apprezzato in campo scolastico e la struttura viene usata per i corsi di Astronomia base e di altri livelli, ma anche per laboratori per i soci, visitatori e altre iniziative. Nel planetario è collocata anche una ricca sala geologica, che oltre ad ospitare preziosi minerali e fossili racchiude anche un meteorite che risulta essere tra i più antichi ritrovati in Italia, con un’età stimata di 4,5 miliardi di anni. Questo meteorite, ritrovato durante una passeggiata in montagna dal socio Alberto Parri, è stato anche oggetto di tesi di laurea da parte della geologa Alice Mattiuz, da tempo amica del gruppo. Grazie a Sara Surico il planetario spesso collabora con l’associazione “Pop Out” per eventi culturali che portano l’astronomia a bambini e famiglie e che si svolgono nel centro di Rovigo. Nel 2018 il socio fondatore Enzo Bellettato è stato insignito di un premio dall’associazione P.L.A.N.I.T. dei planetari italiani. Tra osservatorio astronomico e planetario il G.A.P.

Il radiotelescopio e, sopra, la sua cupola ATTUALITÀ — 45


offre una bella vetrina scientifica alla città di Rovigo. Le attività del gruppo, rappresentate dalle manutenzioni degli strumenti scientifici e dagli aggiornamenti degli strumenti sono spesso auto finanziate dai soci grazie alle offerte libere dei visitatori e, quando è possibile, anche da contributi della Fondazione Cariparo.

In queste pagine alcuni soci del G.A.P.

Attualmente il Gruppo Astrofili Polesani è attivo in tutta la provincia di Rovigo ed è molto apprezzato per le numerose attività di divulgazione e ricerca scientifica. Spesso viene chiamato anche al di fuori della regione dove collabora con altre realtà associative. ll gruppo, grazie al socio Mario Campion, svolge anche attività di ricerca sulla forza di gravità, anche se l’attività di ricerca scientifica recentemente più assidua riguarda il monitoraggio del sole, grazie all’attività di Marco Barella, Jerry Ercolini e Giorgio Albarello e il monitoraggio radio effettuato da Jerry Ercolini. Altre attività di ricerca scientifica in altri campi, di caratura anche internazionale, richiedono l’acquisizione di alcuni strumenti scientifici di non facile reperimento anche a causa dei costi da sostenere e di problemi organizzativi. Ogni anno il G.A.P. ricorda in una serata di musica jazz il compianto presidente e amico Giorgio Cosco, mancato nel 2014 a causa di una malattia. È un’occasione per ricordare anche altri preziosi soci scomparsi di recente come Angelo Corbo, Ma-

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riangela Bellettato, Piero Cuccolo e Renzo Rizzato. Da qualche anno, l’osservatorio astronomico rientra nel piano regionale contro l’inquinamento luminoso e a breve verrà installato nella struttura di Sant’Apol-

linare uno strumento di rilevazione dati di luminosità in collaborazione con l’ARPAV.

Il direttivo del G.A.P. MARCO BARELLA – presidente LUCA BOARETTO – vice presidente ENZO BELLETTATO – consigliere SARA SURICO – consigliere GIORGIO CAVALLARIN – consigliere e tesoriere Sito internet – www.astrofilipolesani.net Pagina facebook – Gruppo Astrofili Polesani Pagina facebook del planetario – Planetario civico Rovigo ATTUALITÀ — 47


A bordo delle motonavi e delle piccole imbarcazioni della famiglia Cacciatori potrete ammirare da un punto di vista privilegiato un insieme di ecosistemi ricchi di fascino, colori ed emozioni. Per scoprire a pieno il Parco sono indispensabili il birdwatching sul Po di Maistra e l'escursione tra le lagune ed i canneti che circondano Scano Boa, l'isola dove risiede il genius loci del Delta, mentre l'apogeo della visitazione slow è il bike&boat, l'escursione più completa per vivere un territorio privo di un confine tra terra e acqua.

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Dostoevskij, l’Italia e il paesaggio veneto di Vainer Tugnolo

F. Mikhailovich Dostoevskij (1821-1881)

Rimane irrisolto il mistero, connesso alla difficoltà nello spiegarne l’origine, del perché l’influenza di certi scrittori, e di certi filosofi, diventi così forte da superare, e talvolta offuscare, quella di altri protagonisti della nostra storia e della nostra cultura.

F

ëdor Dostoevskij, è opinione comune, è uno degli scrittori russi che ha avuto maggiore influenza sulla cultura europea e occidentale. E questo vale naturalmente anche per il nostro Paese, a partire dall’affermazione di Maksim Gorkij il quale si rallegrava della diffusione dell’opera di Dostoevskij in Occidente: “Il talento velenoso di questo scrittore avrebbe agito in modo distruttivo PAROLE — 49


sull’equilibrio spirituale del borghese europeo”. Fra gli scrittori italiani per cui il grande letterato russo può essere considerato un vero e proprio maestro c’è sicuramente Alberto Moravia. La cosa principale che Moravia riteneva di avere imparato da Dostoevskij è il fatto che lo scrittore russo avesse in qualche modo scoperto che la psicologia non è tale in senso stretto, ma è cultura nel senso più vero. Dostoevskij scopre che non sono le passioni che formano la nostra psicologia ma le idee e, appunto, la cultura e i suoi archetipi: e questo, secondo l’autore de Il conformista, lo ricongiunge a Jung. S econdo Mor av ia l ’alienazione dell’uomo moderno è una forma di sdoppiamento: gli uomini sono una cosa ma in realtà ne fanno un’altra. Sono una cosa nella società e ne sono un’altra nella realtà: ciò vuol dire che la società chiede all’uomo qualcosa che non lo riguarda, gli chiede ciò che non è. Poiché questo è uno dei grandi temi sviluppati da Dostoevskij, lo scrittore de I demoni “va recuperato in senso sociale, politico e religioso”. Ecco perché nel libro di saggi L’uomo come fine Moravia considera Dostoevskij come il padre del romanzo ideologico: “I fatti della cultura diventano componenti della psicologia 50 — PAROLE

culturale” e i personaggi agiscono proprio mossi da questa componente. Questo vale, naturalmente, anche per una delle figure più importanti create dalla fantasia di Dostoevskij, probabilmente uno dei personaggi più noti dell’intera letteratura mondiale: Rodion Romanovič Raskolnikov, il protagonista di Delitto e castigo. Anche per Cesare De Michelis non va seguita l’interpretazione psicologica del romanzo: per lui Raskolnikov è innanzitutto “un uomo di idee, il suo delitto nasce dalle idee e non dalla psicologia: la parte sadiana contrapposta a quella illuminista di Schiller e di Kant”. Raskolnikov e il suo pensiero hanno avuto un impatto dirompente anche nel cinema italiano, in particolare in quello degli esordi, compresso e psicanalitico, di Marco Bellocchio. In un paesaggio sigillato, quasi inespugnabile, come quello delle colline piacentine, un luogo, come aveva osser vato Gianni Celati, che non aveva nulla a che vedere col resto della pianura emiliana e padana, si intrecciano le vicende de I pugni in tasca. Raskolnikov – osserva Bellocchio è “un povero studente, un solitario che sta spesso solo chiuso nella sua piccola stanza, una specie di canile al buio, che ha deciso di non studiare più: un uomo che a poco a poco […] si rifugia nei suoi deliri,

nei suoi pensieri […] non agendo, stando solo, esagerando nella chiusura rispetto al mondo, però continuando a seguire un progetto che è assolutamente delirante, folle, di un assassinio; […] questa ossessione lo porterà poi a compiere un delitto che confesserà a Sonia, la prostituta che, in qualche modo, guardandolo, anche con interesse, con innocenza, gli fa prendere coscienza dell’orrore della sua scelta”. Per Marco Bellocchio la confessione di Raskolnikov a Sonia è qualcosa di misteriosamente liber atorio: “Raskolnikov non ha ammazzato per derubare, i soldi non hanno alcuna importanza, ma per dimostrare a se stesso che non era un pidocchio, che era in grado di osare, così come Napoleone non avrebbe esitato a schiacciare migliaia di persone in nome di un’idea… prima di rendersi conto, però, che il suo gesto non servirà a nulla e, anzi, lo porterà ad una disperazione ancora maggiore”. Bellocchio porta il racconto di Dostoevskij fino alle radici della tragedia classica, a Oreste che uccide la madre e viene perseguitato dalle Erinni, ma soprattutto lo porta dentro di sé e all’interno del lavoro che iniziò a consacrarlo come regista. Quando il protagonista de I pugni in tasca ucciderà la madre, e poi il fratello, “questa liberazione – racconta Bellocchio – non gli dà nulla, solo una potenza apparente, continuerà a restare nella sua casetta familiare dove diventa padrone di quella re-


altà, ma senza avere il coraggio di uscire per andare verso il mondo... il fantasma si ripresenta ancora più ossessivo”.

in un appartamento sperduto nella Valle Padana, ozia e non fa nulla, e vive delle rendite gestite dal fratello maggiore.

La confessione alla sorella del protagonista de I pugni in tasca corre su un filo analogo a quello di Raskolnikov in Delitto e castigo.

“Eppure – lo stesso Bellocchio ammette – ci sono certi movimenti dell’animo, certe passioni, che stabiliscono delle comunanze: c’è una traduzione di Delitto e castigo in cui, durante la confessione a Sonia, Raskolnikov usa due volte il verbo arrabbiarsi (ecco una bella parola, si legge), e quella rabbia sciaguratamente potente che poi diventerà azione è proprio quella parola ricorrente, a proposito de I pugni in tasca, che poi in qualche modo ritornerà, prima come una rabbia gioiosa e poi come un flusso estremamente feroce, nel 1968 e negli anni successivi”.

La distanza fra San Pietroburgo, la grande città dove Raskolnikov consuma la sua vita in una dolorosa penombra, e il mondo esitante e appartato di Bellocchio, appare naturalmente abissale: da una parte un uomo coraggioso, seppur nel suo delirio, che risponde delle sue scelte e delle sue miserie, che non vuole niente da nessuno, dall’altra il protagonista de I pugni in tasca che vive

I fatti materiali erano totalmente diversi ma, aggiunge ancora Bellocchio, “nella trasformazione artistica c’era qualcosa che stabiliva una comunanza, da una parte, e anche il riconoscimento, dall’altra, dell’influenza che l’opera di Dostoevskij, e in particolare Delitto e castigo, ebbero sul mio film”. Completamente diverso l’approccio, a proposito dello scrittore russo e della potenza dichiarata del riconoscibile influsso sulla cultura del suo tempo e degli anni successivi, è quello di Guido Piovene, scrittore vicentino che ha lasciato un’impronta sul Novecento della nostra letteratura e del nostro territorio, ma scrittore così esigente, secondo Franco Cordelli, da essere quasi del

PAROLE — 51


tutto dimenticato, da qualche parte “depositato nella memoria in un qualche malo modo, o con una certa condiscendenza”. Piovene è stato uno scrittore, come e più di quanto ci abbia lasciato il suo Viaggio in Italia, in cui la chiave interpretativa del paesaggio è stata fra le più efficaci, da leggere tuttavia in connessione ad una misura interiore, priva di una visione semplicemente ritrattistica.

“I pugni in tasca” (1965) di Marco Bellocchio

È nel suo romanzo Le stelle fredde, premio Strega nel 1970, che Piovene mette in scena addirittura un incontro con un Dostoevskij redivivo, tornato in un piccolo paesino veneto a raccontare come stiano effettivamente le cose nell’aldilà. Definito talora come un giallo metafisico, talaltra come un romanzo filosofico, comunque come un testo complicato tutto teso a dimostrare il tramonto della cultura umanista, Le stelle fredde colloca la figura di Dostoevskij al centro di un paesaggio doloroso, veneto, spiritualizzato fino al limite estremo.

Guido Piovene con Arnoldo Mondadori 52 — PAROLE

Racconta Piovene: “Dostoevskij nel mio romanzo, e il romanzo stesso, non mi sono del tutto chiari, in fondo erano dei simboli connaturati. Avevo bisogno di un personaggio che tornasse dall’aldilà: perché Dostoevskij? Perché inserirlo nel paesaggio veneto mi seduceva molto e poi perché è stato un grande amore della mia giovinezza e l’ho voluto riprendere con un sentimento di


venerazione/dissacrazione, tanto da fargli dire il contrario di quello che avrebbe detto…”. Rimane irrisolto il mistero, connesso alla difficoltà nello spiegarne l’origine, del perché l’influenza di certi scrittori, e di certi filosofi, diventi così forte da superare, e talvolta offuscare, quella di altri protagonisti della nostra storia e della nostra cultura. Sarà come spiega ancora Guido Piovene: uno scrittore come Dostoevskij, “oltre all’influenza diretta, ha quella indiretta, e si è introdotto in un tal numero di cose che penetra nel sangue della letteratura mondiale, diventa una specie di enzima... molti scrittori gli sono debitori anche senza averlo letto”. Più realisticamente, con una chiarezza quasi spietata, una società come quella europea del Novecento non poteva che trovare in Dostoevskij e nelle parole che seguono di Alberto Moravia l’esatta spiegazione del proprio spirito più profondo: “La grande novità di Dostoevskij, che quando ho scritto Gli indifferenti in Italia era praticamente sconosciuto, sta nel passaggio dal rapporto fra lo scrittore e la società al rapporto fra lo scrittore e il personaggio; il personaggio di Dostoevskij non è in contrapposizione o in competizione con la società, l’accento è sull’esistenza, non sul fatto sociale. Così, anche in Delitto e castigo, la società è un pretesto, e il romanzo è tutto un dibattito fra Raskolnikov e se stesso”.

Alberto Moravia con Gina Lollobrigida

PAROLE — 53


Saveria Chemotti A CHE PUNTO È IL GIORNO 196 pagine euro 15,00 isbn: 978-88-99479-43-5 La grande fuga delle trote inglesi, n.10

«A volte penso di essere nata podalica e di aver cominciato subito a correre a perdifiato. Con gli occhi chiusi. Senza guardare dove stavo andando. Quando li ho aperti era troppo tardi. Nel posto dove ero arrivata avevano cancellato l’orizzonte. Così ho preso carta e penna per disegnarlo. A modo mio». [s.c.]

Questa raccolta di racconti abbraccia un decennio di scritture brevi, tessere inedite che compongono un mosaico stravagante di giorni diversi, tra ieri e oggi. Sulle pagine, tra le righe, permane il riverbero di occhi che trasudano desideri, sogni, rimorsi, nostalgia, scoppi di risa, moti di pianto, perfino smorfie, ma che, soprattutto, riflettono su un percorso che rievoca variegate situazioni o esperienze nella vita di una donna. Così, tra dolore e ironia, realtà e immaginazione, Viola, Laura, Miriam, Enrica, Caterina, Daniela, Francesca, Marta, Fausta, Serena, e le altre protagoniste di queste pagine, provano a raccontarsi, scommettendo sulla loro versatile personalità.

apogeoeditore.it 54 — PERSONAGGI


Giorgio Mazzon Artista del colore e maestro di bottega di Barbara Pregnolato

G Un artista che ha vissuto con l’arte e per l’arte tutta la sua vita fino all’ultimo istante.

iorgio Mazzon, pur non essendo mai stato un uomo da palcoscenico, è stato uno dei maggiori animatori della scena artistica polesana, fino alla sua prematura scomparsa avvenuta nell’estate del 2017, seguendo di poco tempo l’amico Gabbris Ferrari, con cui ha condiviso molte esperienze e con cui collaborò assiduamente. Già attivo dalla fine degli anni ’60 FORME — 55


con la par tecipazione a mostre collettive, si formò da autodidatta, dimostrando sin da bambino un forte interesse per l’arte, tanto che a sette anni, con un gruzzolo di spiccioli ricevuti dalla nonna, acquistò le prime tempere per dipingere le valli da pesca di Rosolina, dove era nato. Nelle acque dell’Adige e dell’Adriatico trovò un’altra delle sue fonti d’ispirazione: i legni e gli oggetti che il mare restituisce, piuttosto che i sassi raccolti sulle dighe alla foce del fiume; entrambi sono stati materia prima da cui estrapolare o comporre opere. L’arte per Mazzon era uno stato di necessità con cui ha travolto ogni cosa e ogni persona che ha incrociato sulla sua strada o che lui stesso ha ricercato. Un primo inizio fu sicuramente l’opportunità che gli diedero le fornaci di Murano, dove per un periodo disegnò lampadari per La Murrina e dove conobbe Egidio Costantini, fondatore de “La fucina degli Angeli”, galleria d’arte che realizzava opere in vetro di Murano con i maggiori artisti al mondo (Picasso, Ernst, Arp, Braque, Calder, Le Corbusier, etc.). In questo ambiente, ricco di stimoli, intravide delle possibilità e delle aperture nel mondo dell’arte che alimentarono la sua ricerca, che proseguì in Polesine frequentando e collaborando con alcuni noti artisti: in primis Gianpaolo Berto, successivamente Nato Frascà e dal 1997 Gabbris Ferrari, da cui nacquero forti amicizie e sodalizi che lo hanno 56 — FORME


accompagnato per il resto della sua vita. Nella sua poliedrica carriera, Mazzon è stato sempre mosso da una grande creatività, associata a un forte dinamismo e a un carattere sornione e affabulatore, che gli hanno permesso di non smettere mai di sperimentare nuove tecniche e forme espressive. La sua cifra stilistica fu inizialmente legata alle influenze giovanili che su di lui esercitarono Picasso e Pollock, tanto da valergli nel paese natio il nomignolo di Picasso. A Rosolina, dove sempre visse, insediò negli anni ’80 con la moglie Fiorenza il suo primo e fortunato laboratorio di ceramica,

“Il barattolo”. Da lì uscirono oggetti ceramici in serie mai banali, frutto di una ricerca sia formale che concettuale; modellando la creta, egli esprimeva nelle tre dimensioni quanto dipingeva nelle tele. Attratto dai miti e dai personaggi storici della Commedia dell’Arte, piuttosto che dal teatro, fu pittore, scultore della ceramica e del legno e di ogni altro materiale si potesse intagliare e assemblare, fu designer, artista del vetro e fotografo: un artista a tutto tondo e un maestro di bottega che non si negava a nessuna esperienza. Gianpaolo Ber to gli trasmise la libertà dell’arte contemporanea e

dalla sua frequentazione Mazzon apprese a liberarsi dagli schemi della raffigurazione tradizionale del reale; durante una mostra del maestro adriese vi fu l’incontro con Nato Frascà, grande artista romano, fondatore del Gruppo 1 con Santoro, Uncini, Biggi, Pace, Carrino. Fra i due artisti nacque un rapporto di collaborazione e amicizia che li portò a lunghe frequentazioni e a consolidare una stima reciproca, sancita fra le pagine del catalogo della mostra personale di Mazzon, organizzata nel 2006 al castello della Mesola e presentata dal grande amico Gabbris Ferrari. Il sodalizio artistico con quest’ultiFORME — 57


ma luce è un lavoro che Mazzon aveva ideato nel 2014, quando propose a Munaro di consegnare alcune sue fotografie del Delta del Po a diversi amici affinchè ciascuno le accompagnasse con alcune righe ispirate dai paesaggi che hanno costellato la sua vita: acque calme e placide, salmastre, gelide e piatte della laguna di Caleri, delle foci dei grandi fiumi polesani e delle sue valli da pesca, ma anche campi coltivati del Polesine. Un paesaggio intimo, per questo desolato e invernale, dove il colore è appiattito e desaturato dalla nebbia e dalla brina, descritto con fotografie inedite selezionate dall’artista, il quale immortala nelle immagini del territorio alcune strutture realizzate in laguna dai pescatori, che in un certo senso ricordano i guerrieri, realizzati assemblando legni e pezzi di metallo trovati sulla spiaggia e ai margini della laguna. mo, nato quando il noto scenografo e regista teatrale si ristabilì a Rovigo, fu un’altra folgorazione e uno scambio che li accompagnò sino alla fine a condividere ogni esperienza nella nuova casa-laboratorio: una vera e propria fucina d’arte e di cultura, dove Mazzon e la moglie, con estrema generosità, accoglievano tutti e offrivano spazio agli amici artisti che qui avevano sempre a disposizione una camera dove rimanere e un laboratorio per lavorare. Memorabili furono le numerose edizioni del Teatro sull’erba organizzato con Gabbris e molti amici fra artisti, danzatori, attori, poeti che mettevano in scena spettacoli di una poesia unica, o il Teatro dei burattini con 58 — FORME

Bepi Molin e le letture organizzate da Letizia Piva; spesso queste serate si trasformavano in vere e proprie prove generali, in cui gli artisti creavano nell’atelier di Giorgio Mazzon spettacoli messi poi in scena nei teatri di Rovigo e del Veneto. Fra le opere più significative di Mazzon vanno evidenziate le numerose installazioni della serie dei guerrieri, veri e propri totem di ispirazione arcaico-tribale esposti a Ravenna nel 2012 con grande successo e recentemente, nel 2018, al Teatro Sociale di Rovigo per la mostra e il catalogo realizzati in suo onore grazie all’amico Marco Munaro della casa editrice Il Ponte del Sale. In calmissi-


Questo progetto ha costituito il più recente omaggio che tanti amici artisti hanno voluto restituire in una raccolta postuma, celebrata a Rovigo e successivamente a Rosolina nel 2018, ad un artista generoso che tanto ha dato all’arte e al Polesine. Giorgio Mazzon è stato un artista che ha vissuto con l’arte e per l’arte tutta la sua vita fino all’ultimo istante, senza mai risparmiarsi, consegnando alcuni disegni all’amica Letizia Piva per Sherazad e realizzando quattro sculture per Nell’Inferno le donne, sino a congedarsi con un ultimo bozzetto e un dipinto mai completato ispirato alla poesia di Garcia Lorca Alle cinque della sera. Osservando la produzione artistica di Giorgio Mazzon emergono in ogni tela, disegno o installazione cui abbia dato forma le sue grandi capacità creative e in qualche modo è possibile rinvenire una sorta di necessità di fare, di far vibrare il colore, la luce e la materia, esprimendo la propria vibrazione interiore per la vita e il desiderio di appropriarsi del mondo attraverso l’arte. Si ringrazia, per la preziosa testimonianza e la pubblicazione delle opere, la moglie Fiorenza.

Le immagini: p. 56 “Guerrieri”, p. 57 “Accampamento lungo il fiume”, p. 58 “Scuro di luna” e, in basso, “Stregone”. Per le fotografie di questa pagina, tratte dal libro In calmissima luce, si ringrazia la Casa editrice Il Ponte del Sale. FORME — 59


Maurizio Romanato Maria Lodovica Mutterle UN IMPERATORE A ROVIGO (1819) Francesco I, il “buon padre” persecutore del Carbonari 516 pagine euro 15,00 isbn: 978-88-99479-45-9 Le Radici, n.31

“La provincia è ben disposta di umore e ha notevolmente aumentato la sua prosperità. La città di Rovigo, ai limiti dell’Impero, si è ripresa notevolmente da quando è diventata città reale e capoluogo di provincia. I cittadini e gli abitanti del Polesine, provincia dall’immensa fertilità, sono calmi e affettuosi e mostrano di aver guadagnato sotto il mio governo”.

Francesco I, l’Imperatore nato a Firenze, costretto a combattere per un ventennio Napoleone al quale ha sacrificato in sposa la figlia Maria Luisa, con il Congresso di Vienna ha consolidato l’egemonia austriaca sulla Penisola. Durante il viaggio in Italia nel 1819, diretto a Roma e Napoli per i colloqui con il Papa, il Sovrano visita per due volte la città di Rovigo. Partendo dagli appunti di Francesco I sui soggiorni rodigini, questo libro intreccia i giudizi e le impressioni dell’Imperatore con le cronache dell’epoca. Focalizza gli interessi dell’ospite e lo sforzo organizzativo e con documenti inediti fa luce sulle vicende dell’Imperial Regia Delegazione rodigina, dove in pochi mesi viene allontanato il conte Ferdinando di Porcia e il suo successore Carlo di Wüllerstorf è trovato morto a Gavello durante una battuta di caccia. Il Sovrano, accreditatosi come “buon padre” dei suoi sudditi e ben accolto in città, diventa persecutore dei Carbonari condannati a lunghe pene detentive allo Spielberg e a Lubiana. Terrorizzato dalle possibili rivoluzioni, in Francia la zia Maria Antonietta era stata decapitata, Francesco mostra il volto paranoico del potere.

apogeoeditore.it 60 — FORME


Barbara Marangon Dal Polesine, luogo degli sguardi profondi, alla Francia intervista di Alberto Gambato

D Cerco di mostrare la realtà come non la si percepisce a occhio nudo.

a qualche tempo volevo rendere maggiormente noto il percorso fotografico di Barbara Marangon, 35 anni, gavellese di origine, villadosana per contingenza, parigina per volontà di adozione; più o meno da quando, qualche anno fa, mi sono casualmente imbattuto in alcune sue immagini selezionate dallo spazio web di Vogue Talents. È l’unica casualità vera che ci riguarda, perché a Barbara sono legati i miei IMMAGINI — 61


primi tentativi dietro la macchina da presa, risalenti a poco meno di 20 anni or sono. Il tuo punto di partenza era stata la pittura. Come sei arrivata alla fotografia? Dobbiamo tornare indietro di 14 anni, al corso di laurea in Filosofia a Padova. Preparando un esame

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di estetica mi sono imbattuta in un libro di Walter Benjamin, “Breve storia della fotografia”, in cui il filosofo si avventurava a decifrare la fotografia surrealista, argomento poi centrale nella mia tesi di laurea, dove la definisco come difesa di un concetto radicale di libertà. Come sostiene Benjamin, è la “liberazione da ogni punto di vista”. Il fatto che le opere venissero costruite attraver-

so libera associazione di parole o di oggetti anche totalmente estranei tra loro mostra come non vi fosse un concetto prestabilito da cui partire, né uno a cui arrivare. I surrealisti costruivano architetture fatte di segni che, proprio come in un sogno, dovevano rimandare a qualcos’altro: oggetti, situazioni o realtà al di fuori e lontane dall’opera stessa.


A fotografare avevo iniziato in Erasmus a Parigi. Il fotografo rodigino Carlo Chiarion mi aveva dato consigli sull’attrezzatura e al ritorno mi sono rivolta allo studio Grandi di Rovigo. Prima mi sono formata sulla fotografia analogica, mentre in Francia la mia ricerca si è approfondita e ho iniziato a scattare quasi solo in bianco e nero, perché evitava la dispersione e mi aiutava a catturare meglio quel che vedevo. Ho deciso di tornare a Parigi con il mio attuale marito Nicola dopo la laurea, per il test di ingresso alla scuola biennale di fotografia Les Gobelins, dove ho approfondito sviluppo, stampa e poi fotografia digitale. La cosa bella di Les Gobelins è che non ti dà un’impronta, ti aiuta a formare uno sguardo sul tuo lavoro, per sviluppare una personalità artistica.

Che tipo di esperienza è stata quella di Les Gobelins? Ho approcciato l a fotogr afia di moda, mi sembrava un giusto compromesso tra economia e arte. Poi ho abbracciato il lato più narrativo e fatto molti ritratti, perché pensavo potessero essere un modo per relazionarmi con le persone, con il mondo nuovo che mi circondava in Francia, creando un rapporto e lasciando traccia di un incontro. Un’esperienza importante l’ho fatta nello studio Pinup (2011-2013), in una squadra di dieci assistenti di studio e vedevo di tutto: pubblicità, moda, ritratti di star. Qui gestivo lo spazio e le luci. In quel periodo ho iniziato a fare anche foto di moda. Un servizio di moda si tratta come una storia, anche se la storia spesso sono i vestiti. Allora cercavo modelli che avessero visi

non plastici, personaggi e location particolari, luoghi abbandonati e scenografie minimali. Volevo che la location stabilisse un rapporto col personaggio e potesse raccontare qualcosa. Usavo lo sfuocato, il mosso non mi importava perché sono convinta doni vita alla foto e tendevo a togliere più che a mettere. Lavoravo molto sulla luce, con quella naturale, sperimentando fonti non convenzionali come le torce e usavo pannelli di cartone per gestire le ombre. Sfruttavo la possibilità di usare lo studio gratis quando era libero. La mia lunga ricerca presso riviste e agenzie è stata infruttuosa, malgrado qualche interesse suscitato, tra cui quello del magazine settimanale di Le Monde. La motivazione del rifiuto era sempre la stessa: non hai ancora pubblicato. Ho anche accumulato esperienza e referenze IMMAGINI — 63


assistendo un fotografo di moda italiano, Paolo Roversi, piuttosto famoso a livello internazionale, che faceva anche ritratti; era il profilo idoneo per me. Dal 2013 al 2016 ho lavorato sul suo set, in ufficio e ho potuto occuparmi del suo leggendario archivio polaroid 20x25. Poi cos’è accaduto? Nel 2016 volevo una stabilità e ricominciare a “cercare” con la fotografia, così mi sono iscritta 64 — IMMAGINI

all’Università di Parigi VIII Saint Denis per diventare insegnante di Arts plastiques. Lavoro da un anno, prima alla scuola media di Igny mentre ora sono di ruolo a Arnouville. Qui ogni anno ci sono concorsi per il ruolo, aperti a tutti i cittadini UE; mio marito è italiano e insegna francese. Con le classi lavoriamo a una componente teorica all’interno della storia dell’arte e in pratica a un soggetto scelto da me, mentre la tecnica è decisa dai ragazzi e può spaziare dalla fotografia, al disegno,

al video con il tablet. Su cosa si focalizza attualmente la tua ricerca fotografica? Cerco di mostrare la realtà come non la si percepisce a occhio nudo. Lavoro sul rappor to tra micro e macro, uso sempre molto il bianco e nero perché è un modo per far perdere i punti di riferimento. Mi interessa la fase sperimentale e progettuale più del prodotto finito. La serie “Explorations” è una sorta


di diario di bordo che racconta viaggi in mondi immaginari. Attraverso giochi di inquadratura e punti di vista, la macchina sembra esaminare e documentare l’esistenza di luoghi sconosciuti e inesplorati. Materie e forme diverse stanno una accanto all’altra, per immergere lo spettatore in un viaggio spaesante. “Discrépances” invece presenta coppie incoerenti di cose e ombre. Malgrado l’incongruenza che emerge dall’accostamento degli elementi, tra essi si crea comunque un dialogo in cui uno rimanda sempre all’altro. Lo spettatore viene portato a riconsiderare i rapporti tra le cose e, in maniera quasi ludica, a ridefinirne la natura. Cos’hai portato con te dall’Italia e dai tuoi luoghi di origine? La semplicità, il lavorare con poco. Il Polesine, luogo della nostalgia, degli sguardi profondi, per me è una terra scarna e questa questione della semplicità è qui con me in Francia, dove in ambito fotografico, a tutti i livelli, mi trovo sempre a togliere (luci, flash, trucco, ecc.), mentre i miei colleghi spesso aggiungono.

www.barbaramarangon.com Le immagini: p. 61 “Pietro”, p. 62 “Explorations II” e, a fondo pagina, “Explorations I”. P. 63 “Explorations III”, p. 64 “Discrépances” e, qui accanto, “Nicola”. IMMAGINI — 65


Annalisa Boschini LE REGGITRICI Donne d’acqua, donne di fiume 180 pagine euro 15,00 isbn: 978-88-99479-46-6 èstra narrativa

Mi accompagnò alla barchetta a remi, era scalza. Sorrideva e il vento le scompigliava i lunghi capelli. Me la ricordo sulla sabbia, vicino all’acqua, con quello straccetto a fiori striminzito che davvero copriva ben poco di quella pelle eburnea. Da quel giorno, un’urgenza che non conoscevo né spiegavo, mi sussurrava di passare davanti all’isola Renaio, per vedere se Teresa camminasse sulla sabbia dell’isola. Teresa. L’artista Sermide dei Gonzaga, 1946

Gli odori e gli echi dei cantastorie ambulanti, di cronisti perduti nella pianura del Grande fiume, il musico Taiadela e il cieco Nadir. E poi i sussurri di Ligabue il pittore, di Guareschi, Bassani, Pederiali e Cibotto, di Guccini, come se si fossero dati la mano per aiutare chi scrive a saper raccontare la bassa più vera e rubiconda, ancora fumigante e nebbiosa, capace di vomitare i capannoni che le hanno costruito ovunque. Una bassa ampia e rissosa, da Suzzara a Lonigo, da Volano ai Colli Euganei, da Mirandola alle valli veronesi. Là dove sono passate grandi donne, dalla papessa Matilde di Canossa alla strega Rinulfa, da Lucrezia Borgia alla bionda Isabella d’Este, si muovono le reggitrici: femmine ribelli e appassionate, dolenti e caparbie, mentre il vecchio Po, bolso e paziente, infinito e spietato, generoso e profondo come i suoi gorghi, i suoi misteri, i suoi borghi e i suoi morti annegati procede lento verso il suo delta.

apogeoeditore.it 66 — ATTUALITÀ


Polastro in gradela o polastro s’ciavon di Mario Bellettato

A casa della nonna materna questo piatto era preparato da Erminietta, la governante, sulla griglia del camino di pietra d’Istria posto al centro di due grandi finestre affacciate sulla distesa di tetti rossastri del centro storico di Chioggia.

C

redo che i ricordi siano la nostra più grande ricchezza: da un lato influenzano il nostro modo di essere e le nostre relazioni, perché le esperienze ci plasmano, dall’altro costituiscono un patrimonio che resterà con noi per sempre e ci accompagnerà lungo tutta l’esistenza, senza bisogno di valigie, armadi e nemmeno di garage. Il vecchio proverbio yiddish dice che le cose davvero importanti sono gratuite e SAPORI & SAPERI — 67


personalmente, nel forziere di questo tesoro immateriale, accomuno persone, libri, musica, profumi, colori, paesaggi, amori, amici e, naturalmente… sapori! In questo numero propongo una ricetta molto antica, diffusa con le inevitabili varianti in tutta la zona costiera da Ravenna a Trieste, molto gradevole pur nella sua semplicità. A casa della nonna materna questo piatto era preparato da Erminietta, la governante, sulla griglia del camino di pietra d’Istria posto al centro di due grandi finestre affacciate sulla distesa di tetti rossastri del centro storico di Chioggia. L’appartamento era al quinto piano di un palazzo molto alto, da lì si vedevano anche la laguna e i campanili della chiesa di Sant’Andrea e del Duomo, rientravo a casa e indovinavo senza incertezze ciò che avrei mangiato a pranzo, i profumi di ciascun piatto erano inconfondibili. Il “polastro in gradela” si preparava anche all’aperto approfittando della bella stagione che la primavera portava con sè: in un angolo dell’orto, con la graticola in equilibrio precario su qualche mattone, o in barca, sul barbecue improvvisato con un vecchio fusto in metallo opportunamente sagomato per scongiurare che le “falive” causassero incendi, o

“Capo di Uscocchi” in Cesare Vecellio “Costumes anciens et modernes” (Habiti antichi et moderni di tutto il Mondo di Cesare Vecellio), Paris, Firmin Didot Frères Fils & Cie, M.DCCC.LIX (1859-60) 68 — SAPORI & SAPERI


magari sulla spiaggia, approfittando del legname fluitato e della scarsa sor veglianza sul pollaio della fattoria più vicina, come facevano, a detta dei veneziani, i proverbiali despogianegài s’ciavoni (lett. Dalmati che spogliano gli annegati dei loro averi), denominazione infamante che dimostra come la xenofobia abbia purtroppo radici profonde. Del resto l’offesa più terribile secondo il popolo di San Marco recita: To mare grega e to pare s’ciavòn che significa tua madre greca – cioè prostituta di basso rango – e tuo padre dalmata – cioè pirata. L’unico extracomunitario che godette di una certa considerazione ai tempi della Serenissima fu Otello, almeno secondo Shakespeare. Una precisazione preliminare riguarda il significato del termine “polàstro” che in origine indicava il pollo giovane disponibile nella tarda primavera, almeno sino a quando la vita degli animali seguiva il ciclo delle stagioni e non le campagne promozionali della grande distribuzione. Le caratteristiche degli animali giovani (con buona pace degli animalisti più convinti) li rendono adatti a preparazioni che con i soggetti adulti risulterebbero diverse e in genere meno gradevoli. A mio parere il pollo che nasce nella fattoria tradizionale, con molto spazio a disposizione, cibandosi sostanzialmente di mais e di quello che trova razzolando e senza subire i maltrattamenti e le terapie farmacologiche degli allevamenti industriali, se anche muore giovane vive felice sino

“La gallina padovana” in Ulisse Aldrovandi “De gallinis patavinis” (fine ‘500)

SAPORI & SAPERI — 69


a che non gli tirano il collo. Questa r icet ta si presta anche all’impiego di carni di agnello o di capretto, probabilmente la dizione s’ciavòna deriva da lontane origini dalmate: la tradizione culinaria dell’ex Jugoslavia fa largo uso di carni ovine, come quella dell’Italia centrale ed è probabile che la variante avicola sia un adattamento veneto successivo.

La ricetta Si prende un pollo giovane di cortile, se possibile ci si accerta che abbia avuto un’esistenza felice prima di morire e lo si seziona grossolanamente in 4 parti, lo si batte per appiattirlo e si marina per 3-4 ore nel vino bianco cui sia stato aggiunto limone, rosmarino e aglio. Trattandosi di pollo di cortile suggerisco di conservare le rigaglie con cui si prepara lo straordinario riso con fegatini e sedano, piatto principesco… ma non divaghiamo! Le ricette dalmate sono piuttosto sapide, anche oggi la cucina croata usa generosamente sale, pepe, aglio, paprica e rosmarino: per la marinatura regolatevi in base alle vostre preferenze, tenendo presente che dovrebbe risultare un piatto decisamente diverso dal petto di pollo saltato in padella proposto dai dietologi sadici e dalle compagne che tradiscono con il personal trainer: sotto il profilo calorico non è molto dissimile ma quanto a sapore, beh, non c’è paragone. Per chi 70 — SAPORI & SAPERI

vuole provare una versione ispirata alle origini propongo di usare una malvasia istriana per la marinatura, aggiungendo sei grossi spicchi d’aglio tritati, due bei rametti di rosmarino, il succo di due limoni e una generosa macinata di pepe. Terminata la marinatura lasciate asciugare il pollo sullo scolapasta e nel frattempo scaldate una padella nella quale avrete fatto stemperare un po’ di strutto. La padella dovrebbe essere la classica “fersura”, di ghisa spessa, quella che non va mai lavata con il detersivo ma solo strofinata con carta da cucina o con sabbia e cenere (un tempo si usava la carta xàla del macellaio) a patto che la si usi con frequenza e il velo di grasso superficiale non abbia tempo di irrancidire. In alternativa potete usare una padella di alluminio perché le versioni “antiaderenti” sono certo molto pratiche ma non permettono di saltare la carne nel modo corretto. Mettete il pollo nella padella e fatelo rosolare a fuoco vivo per qualche minuto, finché non avrà iniziato a prendere colore e non avrà perso i liquidi in eccesso (le nonne dicevano el gà da fare l’acqua…). Toglietelo dal fuoco e lasciatelo riposare, aspettate che sia tiepido e ungete molto accuratamente i pezzi di pollo con olio extravergine d’oliva, impanateli con una miscela di pangrattato cui avrete aggiunto un po’ di pepe e un pizzico di sale, metteteli sulla graticola rammentando che il pollo deve risultare completamente

cotto e servono circa 25 minuti per parte. Anche qui, se volete il vero sapore s’ciavòn, dovreste usare olio EVO della costa dalmata, ha un profumo particolare e quando le olive vengono frante i croati aggiungono una discreta quantità di foglie di olivo, che conferiscono una inconfondibile nota amara. Le graticole doppie funzionano perfettamente per questa preparazione: permettono di rigirare comodamente la carne e tendono a uniformare lo spessore delle diverse par ti, a vantaggio dell’uniformità di cottura, un elemento fondamentale con la carne dei volatili. Naturalmente parliamo di “brace”, ciò significa che le fiamme debbono essere ormai spente ma il calore deve rimanere piuttosto elevato e uniforme. L’obiettivo è ottenere un piatto saporito, non troppo secco e con la pelle del polastro perfettamente cotta e croccante. Una volta cotto ponetelo su di un piatto di portata e lasciatelo riposare 5 minuti prima di servirlo. Alcuni lo propongono con un intingolo di olio aglio e prezzemolo tritati, se preparate a la s’ciavona la carne ovina dovete allungare i tempi di marinatura (tutta la notte) e potete servirla con “ajivar”, la salsa di peperoni dolci e aglio che accompagna tutte le preparazioni alla griglia dell’altra sponda dell’Adriatico. I contorni ideali sono i piselli in umido o le patate novelle “saltate”, entrambe verdure primaverili, la tradizione suggerirebbe anche qualche fetta di polenta abbrustolita


e un quarto di cipolla cruda, da mordere direttamente secondo il gusto s’ciavòn. Accompagnate il piatto con un bianco di temperamento, un friulano, un sauvignon o, se siete fortunati, la mezza bottiglia di malvasia sopravvissuta alla marinatura. Approfittate della dabbenaggine dei commensali che scartano la pelle: è la parte migliore del piatto, ma è ritenuta “grassa” dai sushifagi. In caso foste sottoposti ad interrogatorio dal vostro medico, dal dietologo, dalla suocera o da vostra moglie negate o, meglio, avvaletevi della facoltà di non rispondere canticchiando sottovoce “Apelle, figlio d’Apollo, fece una palla…”.

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LA FONDAZIONE BANCA DEL MONTE DI ROVIGO

La conferenza in Accademia dei Concordi

Organi e organisti del Polesine Un patrimonio musicale, storico e culturale 72 — REDAZIONALE

N

e l l ’a u t u n n o d e l 2 0 18 , nell’intento di valorizzare il territorio polesano rendendo consapevoli i cittadini dei tesori di cui esso è disseminato, è stato realizzato un progetto dal titolo “Organi e organisti del Polesine”, promosso dalla Fondazione per lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale con il sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, che ha portato un notevole contributo alla


conoscenza del patrimonio di antichi organi a canne presenti in Polesine. La volontà delle due Fondazioni ha così permesso di sottolineare la rilevanza artistica e storica di organi antichi, che risultano cospicui e diffusi nella nostra provincia, resi ancora più preziosi dopo appropriati interventi di restauro e rassegne musicali meritevoli. Oltre che nei confronti degli strumenti il progetto ha attirato l’attenzione anche su compositori del passato e del presente, polesani per nascita o di adozione. Per divulgare e far apprezzare tale patrimonio le Fondazioni si sono avvalse della collaborazione del maestro Giovanni Feltrin, che ha coordinato il progetto. Feltrin è docente di Pratica organistica e Canto Gregoriano al Conservatorio “Francesco Venezze” di Rovigo dal 1991, dal 1990 è organista titolare della Cattedrale di Treviso. Vincitore di numerosi Concorsi Organistici Nazionali, si è esibito in molti paesi europei e ha alle spalle una discreta discografia, oltre che diverse partecipazioni a giurie e seminari in qualità di esper to. Il maestro Feltrin, conoscitore profondo di questi complessi ed affascinanti strumenti musicali, ha selezionato per l’occasione quattro significativi strumenti storici del territorio, prendendo in considerazione le diverse caratteristiche di ciascuno ma anche la rappresentatività geografica del territorio polesano: sono stati individuati quelli ospitati nelle

Giovanni Feltrin

chiese di Mardimago e Ficarolo, nel Duomo di Rovigo e nella Cattedrale di Adria. Dopo i necessari sopralluoghi, il maestro ha registrato alcuni brani che sono stati poi incisi sul CD musicale intitolato “Organi e organisti del Polesine”, che ha visto impegnati come esecutori, oltre allo stesso organista, il soprano Marina De Liso nonché, nell’inedito ruolo di narratore in una favola per voce recitante e organo, il maestro Giorgio Mazzucato. La produzione del CD fornisce uno strumento conoscitivo agile e al tempo stesso significativo. La sua particolarità, oltre che nel numero e nella varietà degli organi impiegati, sta nel fatto che alle sonorità degli strumenti affianca opere composte

Bianca Maria Furgeri REDAZIONALE — 73


Giovanni Feltrin, Marina De Liso e Giorgio Mazzucato

da autori antichi e moderni nati od operanti in Polesine, delineando un itinerario musicale che riassume quasi cinque secoli di storia organaria e organistica. Il disco rappresenta quindi una sorta di sintesi documentaria e un percorso di ascolto che ha il pregio di affiancare tra loro alcuni strumenti e compositori di spicco della storia organistica locale, in una prospettiva originale 74 — REDAZIONALE

e interessante. Inoltre, il CD è corredato da un libretto che descrive in modo sintetico e chiaro le caratteristiche di ciascun organo e introduce alla storia della tradizione culturale in Polesine rispetto al campo organario e delle influenze che hanno prodotto una così larga diffusione dello strumento soprattutto lungo l’asse est-ovest, in riferimento alle vie d’acqua.

Tra i compositori presenti figurano i rodigini Carlo Filago, che nel 1623 vinse il concorso per primo organista nella Basilica di S. Marco in Venezia sotto l’alto giudizio del maestro di cappella Claudio Monteverdi; Giacomo Rampini che a fine ‘700 divenne maestro di cappella della Cattedrale di Udine; Bianca Maria Furgeri, concittadina autrice contemporanea dei recenti “Tre quadri


musicali”, dei quali il disco offre la prima registrazione assoluta; e ancora Antonio Buzzolla, di cui porta il nome il Conservatorio di Adria, sua città natale. Il disco, insieme al progetto che ha portato alla sua produzione, è stato presentato a Rovigo in due momenti distinti. Lo scorso 20 novembre 2018, in Accademia dei Concordi, è stata tenuta una conferenza arricchita da ascolti musicali: Alberto Voltolina e Graziano Nicolasi, organisti della Cattedrale di Adria, si sono alternati nelle relazioni espositive sullo strumento, mentre Giovanni Feltrin ha guidato all’ascolto di alcuni estratti dal disco. Tutti gli interventi sono stati squisitamente interessanti e hanno introdotto nell’affascinante mondo strumentistico svelandone le molteplici riproduttività sonore e l’ampio spettro di tonalità. Molto curioso è stato anche l’excursus storico sul tipo di esecuzioni nel tempo, dapprima considerando l’organo come strumento solo per chiese e celebrazioni religiose, per poi far comprendere quanto sia invece uno strumento “laico” che si presta, grazie alle svariate sonorità e agli innumerevoli timbri, alle diverse rappresentazioni. Successivamente è stato proposto un concerto nel Tempio della Beata Vergine del Soccorso detta la Rotonda. Lo storico organo Callido, costruito nel 1767 e recentemente restaurato, è stato protagonista della serata del 24 novembre, esecutori il maestro Feltrin insieme a

Marina De Liso e Giorgio Mazzucato, con musiche di Carlo Filago, Giacomo Rampini e Johann Kuhnau.

Il CD è a disposizione presso la Fondazione Banca del Monte di Rovigo, fino ad esaurimento delle scorte, per chi ne fa richiesta a: segreteria@fondazionebancadelmonte.rovigo.it

L’organo nel Duomo di Rovigo

La Fondazione Banca del Monte di Rovigo è presente nel tessuto polesano attraverso progetti ed interventi a favore della formazione e dell’educazione dei cittadini ed in particolare dei giovani, riservando particolare attenzione al mondo della scuola. In quest’ottica la Fondazione promuove la distribuzione della rivista REM Ricerca Esperienza Memoria presso tutte le biblioteche degli istituti scolastici secondari di primo e di secondo grado del territorio polesano, nella convinzione di offrire uno strumento di approfondimento e di consapevolezza identitaria. Allo stesso tempo, questa opera di diffusione a cura della Fondazione rappresenta un sostegno ad una rivista che valorizza il territorio e mette in luce la vivacità culturale del Polesine affrontando diversi aspetti e caratteristiche. Il pregio della rivista, oltre ai contenuti, va sicuramente riconosciuto anche per lo spazio riservato a molte firme giovani della provincia. Fondazione Banca del Monte di Rovigo

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Diego Crivellari SCRITTORI E MITO NEL DELTA DEL PO Un dizionario letterario e sentimentale 192 pagine euro 15.00

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ALLA PACE PER STRADE DIVERSE La Grande Guerra in alcune città europee gemellate 216 pagine euro 15.00 collana “Quaderni della Fondazione Scolastica Carlo Bocchi”

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76 — ATTUALITÀ

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A CHE PUNTO È IL GIORNO 196 pagine euro 15.00

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Serenella Antoniazzi FANTASMI 164 pagine euro 15.00 collana “La grande fuga delle trote inglesi”

ATTUALITÀ — 77


78 — ATTUALITÀ


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