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EDITORIALE

Neuroni senza sinapsi

RUBRICHE

Taccuino futile – Quando comunicare urge – Natalino Balasso La nottola di riserva – 10 anni di REM - R come Ricerca – Cristiano Vidali

STORIA DI COPERTINA

Andrea Segre. Un braccio dentro un lago, e da lì il mondo – intervista di Elena Cardillo

LUOGHI

Sfumatura mutevole. Appunti di un volo sulla costa veneta – Marco Barbujani

PERSONAGGI

Elvezio Brancaleoni Cavallaro. Un figlio del Polesine nei teatri di tutto il mondo – Nicla Sguotti

5 7 8

11 19 25

PALCOSCENICO

Danze furiose per tempi duri. La danza contemporanea diventa denuncia contro la violenza di genere – Roberta Paesante incontra Romina Zangirolami

PAROLE

Marco Munaro e il Ponte del Sale. Una passione grande e intensa per la poesia – Sandro Marchioro

STORIE

Soroptimist Rovigo. Dentro al Club, fuori dagli stereotipi – Paola Piccolo

PAROLE

Fantasmi. Tutti nella vita rischiamo di diventarlo – intervista di Daniela Rossi a Serenella Antoniazzi

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LUOGHI

CasaperCasa. Un viaggio tra città e pianura – intervista di Roberta Paesante a Sandro Abruzzese a cura di Monica Scarpari

SUONI

Tiziano Bedetti. La mia musica parla a tutti – intervista di Sandro Marchioro

SAPORI & SAPERI

Sua maestà el bisato (‘rosto). Sua maestà l’anguilla (arrosto) – Mario Bellettato

55 61 67

REDAZIONALE

“Musica e Poesia” “Musica e Pittura”. L’edizione 2019 è stata dedicata all’Europa – a cura della Fondazione Banca del Monte di Rovigo 72

LE STRISCE

di Herschel & Svarion

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Periodico culturale quadrimestrale pensato e scritto tra l’Adige e il Po Anno XI, n. 1 del 15 gennaio 2020 Autorizzazione del Tribunale di Rovigo n. 3/2010 del 23/2/2010 Direttore responsabile: Sandro Marchioro Editore: Apogeo Editore apogeoeditore.it - remweb.it editore@apogeoeditore.it Pubblicità e marketing: Massimiliano Battiston Impaginazione: Paolo Spinello REM è fatto da: Sandro Marchioro, Monica Scarpari, Paolo Spinello, Francesco Casoni, Cristiana Cobianco, Cristina Sartorello, Nicla Sguotti, Danilo Trombin, Vainer Tugnolo, Sara Milan, Barbara Pregnolato, Cristiano Vidali, Marco Barbujani, Mario Bellettato, Daniela Rossi, Elena Cardillo, Roberta Paesante, Paola Piccolo Stampa: Geca Industrie Grafiche - San Giuliano M. Il responsabile del trattamento dei dati raccolti in banche dati di uso redazionale è il direttore responsabile a cui, presso Paolo Spinello Diffusione Editoriale − Via Zandonai, 14 − 45011 Adria (RO) Tel. 347.2350644, ci si può rivolgere per i diritti previsti dal D.Lgs. 196/03. Iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione (ROC): n.19401 del 14/4/2010. Copyright: Tutti i diritti sono riser vati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in qualsiasi forma o rielaborata con l’uso di sistemi elettronici, o riprodotta, o diffusa, senza l’autorizzazione scritta dell’editore. Manoscritti e foto, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. La redazione si è curata di ottenere il copyright delle immagini pubblicate, nel caso in cui ciò non sia stato possibile l’editore è a disposizione degli aventi diritto per regolare eventuali spettanze. REM ringrazia gli autori per la collaborazione e la concessione di foto pubblicate in questo numero. Tali foto sono date in utilizzo gratuito per l’inserimento nella rivista. Tutti gli altri utilizzi sono interdetti, ai sensi della Legge 633/41 e successive modifiche, e ai sensi del Trattato Internazionale di Berna sul Diritto d’Autore. Numero chiuso in redazione il 22/12/2019. ISSN: 2038-3428 In copertina: Andrea Segre in una foto di Valeria Fioranti.



Editoriale

Neuroni senza sinapsi

I

n questo numero troverete un pezzo su Marco Munaro e Il ponte del sale, un poeta ed editore che da quasi due decenni lavora, ad altissimi livelli di qualità, per la diffusione della poesia. Questo genere letterario ha i suoi seguaci che amano i versi, leggono e comperano libri, si incontrano ai recital, dedicano tempo e attenzione ai testi di autori di oggi o del passato. Di preciso non si sa quanti siano. Ma azzardiamo che siano più o meno tanti quanti i lettori e gli appassionati degli antichi testi Vedici; né i lettori di romanzi, che non siano quelli di Fabio Volo, sono molti di più. Così come i frequentatori di film di qualità non sono una massa

ma un nucleo, e altrettanti coloro che deliziano le loro orecchie con il jazz o la musica classica anziché con l’ultimo fenomeno uscito da X Factor. La qualità, insomma, non è di massa. Non lo è mai stata né mai lo sarà. Che però la cultura di qualità non abbia un pubblico quantomeno largo dice almeno due cose interessanti. Primo: la scolarizzazione di massa è miseramente fallita. Secondo: l’informazione nel suo complesso è totalmente ostaggio della produzione di merce e ha ormai completamente abbandonato qualsiasi velleità educativa o formativa (di Ettore Bernabei si è spento ormai anche il ricordo, dopo che lui e i suoi collaboratori dell’epoca mai e poi mai sono stati un esempio). Inoltre si sta disegnando un fenomeno nuovo, secondo noi pericoloso. La cultura nel suo complesso non è più una rete di stimoli che, insieme, formano delle personalità capaci di intervenire sul reale per migliorarlo. Sempre più chi segue un versante della produzione culturale si comporta come un accolito che agisce dentro una dimensione spesso isolata da tutto il resto, senza connessione con tutto ciò che ha intorno; strano, in una civiltà in cui la connessione è uno degli aspetti essenziali del vivere quotidiano. Ma questo ci fa capire che la connessione a cui siamo sempre più abituati è fallace e torbida perché finge di immetterti continuamente nel flusso dell’esistenza, mentre ti immette in una simil vita che è essenzialmente rumore e che produce confusione e non, invece, sapere. Tutto ciò che

sappiamo (oltre ai nostri legami profondi con la realtà) nasce da una rete di collegamenti neuronali che ha impiegato i tempi lentissimi dell’evoluzione per organizzarsi. I collegamenti sono alla base della nostra capacità di capire il mondo e di mutarlo a nostro favore, insieme agli altri ma non a discapito degli altri: il sapere è lo sfondo ampio su cui costruiamo questa comprensione. Meno ampio è lo sfondo, meno profonda è la comprensione. Tutti coloro che operano nei diversi campi della cultura (e secondo le statistiche sono addirittura milioni) hanno un dovere non facile da praticare ma possibile: guardare oltre il proprio naso e divulgare facendo rete; cercando di realizzare la sola cosa che davvero può cambiare il mondo in meglio: educare.

EDITORIALE — 5



Taccuino futile di Natalino Balasso

Quando comunicare urge

V

orrei fare assieme a voi un’analisi del testo poetico di un cartello, che ho trovato esposto fuori da un bar; lo scritto, eseguito a mano con pennarello grosso, mi è sembrato pregno di figure retoriche. La lettera dell’affisso, esposto all’esterno, recita: il bar al lunedì è chiuso... se continui a venire e tirare la porta vegno fora e te saro

come un metro da murari.... insemenìo cronico...

Innanzitutto non è secondario l’uso dei puntini di sospensione, che in un caso abbondano, 4 al posto di 3, sicuramente per dar loro un significato diverso. La struttura è ad imbuto, parte da un’affermazione generica rivolta a molti per incanalarsi in una comunicazione privata rivolta ad una persona ben precisa. L’a ntic l im a x è p e r fet to. N ot a te come l a pr ima par te della frase sia in italiano, mentre la seconda in lingua madre. Il motivo è dettato dal fatto che nella prima parte vi sono informazioni generiche, che chiunque può leggere, poi, non subito, si scende

al livello personale; ecco che il dialetto, la lingua delle viscere, permette non solo uno sfogo maggiore, ma anche di comunicare con una persona ben precisa, che il poeta probabilmente conosce. Notate la similitudine tra il bar chiuso e il metro da muratori, che si chiude allo stesso modo. E, proprio come un metro da muratori, il poeta vuole chiudere, impacchettare, ripiegare sulle sue inutili membra il molestatore del lunedì; sempre lui, che arriva e “tira” la porta. Chiuso è il bar e richiuso sarai anche tu. La metafora del metro, che coi suoi componenti di legno e col suo rumore quando si richiude, ricorda la struttura di uno scheletro umano, ci fa pensare che probabilmente il testardo avventore è molto magro. “Continui a venire...” ecco la frase che la dice lunga sull ’insistenza e sulla caparbietà del forzatore di por te chiuse, sull ’abitudinarietà quasi, del suo errore. Forse qualche volta quella porta si è rotta, forse la serratura ha necessitato di un costoso intervento sider urgico a caus a dello scimunito cronico del lunedì. Qua però balza agli occhi un’altra immagine, quella del minotauro: il barista infatti non se ne va in giro il lunedì, ma è gobbo sul lavoro, dentro il labirinto fiscale del suo bar, immerso nel pantano dei debiti e dei lavori, tutti urgenti, da fare di lunedì. È in quell’angosciosa immersione che l’insemenito delle porte chiuse giunge ad aggiungere astio all’astio, angoscia all’angoscia. Se arriva, stavolta “vegno fora”, il ragno esce

dal centro della ragnatela. Il tristo lavoratore dei giorni liberi attende la sua preda, lo sa che sta per arrivare: essa è fortemente attratta dalle porte chiuse, è più forte di lei, deve per forza provare a tirare la porta, anche se è lunedì, anche se lo sa, c’è il cartello, lo sa che la porta è chiusa; ma codesto avventore appartiene alla setta del “nonsisamai”. Questa volta il barman ha deciso, lascerà la porta aperta a bella posta, per attirare il fesso nella sua tela; egli arriverà, è più for te di lui, arriverà e sarà già nella rete. E allora lo immaginiamo, questo barista-minotauro, colpire con uno schiaffone a mano aperta dall’alto e ripiegare su se stesso l’inguaribile rompiballe (probabilmente affetto dal morbo dell’insemenìo cronico), con un fragoroso rumore di ossa, proprio come un metro da murari a fine giornata, quando la sera, metro in tasca e sigaretta in bocca, essi si avviano verso un bar; ma siccome sono murari ma non scemi e oggi è lunedì, essi si avviano verso un bar manifestamente aperto.

RUBRICA — 7


La nottola di riserva di Cristiano Vidali

10 anni di REM R come Ricerca

Questa volta giochiamo in casa. Cristiano Vidali, artefice della rubrica che state leggendo, raccoglie la sfida di partire dalla nostra testata (REM, che sta per Ricerca, Esperienza, Memoria) per sviluppare in tre puntate un discorso sul valore e sul senso, oggi, dei tre termini di questo acronimo. Il taglio è quello a cui Cristiano ci ha abituati: un discorso filosofico che scava e analizza non senza suscitare interesse e sorpresa. Ne esce, lo vedrete di puntata in puntata, un discorso di enorme interesse sul valore della ricerca, dell’esperienza e della memoria nelle nostre vite; anzi, usando le sue stesse parole, “indizi concernenti l’esistenza umana nella sua essenza più propria”. Un antidoto contro la superficialità che contraddistingue il nostro tempo; una riflessione di cui tutti abbiamo un gran bisogno.

8 — RUBRICA

N

ella vita di tutti i giorni facciamo un amplissimo uso della parola ricerca: dall a r icerca in ambito scientifico alla ricerca degli occhiali sul proprio naso; dalla ricerca di soluzioni in una relazione faticosa alla ricerca dell’impossibile quiete nella carrozza di un treno affollato. Ma, come in ogni parola che abita la prosa del quotidiano, vi sono innumerevoli impliciti e significati latenti che uno sguardo più profondo può portare alla luce – e spesso, come in questo caso, ciò che è sottinteso non è una semplice curiosità, bensì indizi concernenti l’esistenza umana nella sua essenza più propria. Prestandovi un attimo attenzione, risulta facile notare come, quando si è alla ricerca di qualcosa, è indispensabile che non si abbia ciò che si va cercando: è impossibile, infatti, cercare ciò che si possiede già. La ricerca, quindi, presuppone la mancanza, ha al suo fondamento l’esser manchevole. Al contempo, tuttavia, vi sono infinite cose di cui si manca e che non si ricercano: strumenti per camminare sulle mani, cibi dall’assimilazione lentissima, trasporti che consentano di viaggiare a velocità ridotta per isolarsi dalla società più a lungo. Tutto questo manca, certo, ma non ne sentiamo la mancanza. La ricerca, dunque, implica un particolare rapporto di reciprocità con il suo oggetto: l’oggetto della ricerca è simultaneamente qualcosa che manca e che, tuttavia, in qualche modo è già in noi – come già suggeriva Platone nel Menone –,

al punto che intratteniamo con esso un coinvolgimento tale da sentircene deprivati. Questo genere di relazione è tutt’altro che episodica o eccezionale. A ben vedere, l’essere umano è sempre in qualche modo alla ricerca e lo è sotto ogni profilo: egli ricerca la dignità di cui un sistema sociale iniquo lo priva così come le chiavi di casa; ricerca sul dizionario una parola di cui non conosce il significato, come il ristorante più vicino su Google; ricerca la strada di casa, come il senso della propria esistenza. C’è di più: non solo l’uomo è costantemente coinvolto in inchieste nel mondo, ma diventa ciò che è in base a ciò che ricerca. Così, chi cerca instancabilmente il riconoscimento di una sola persona è innamorato; chi cerca l’origine della vita è un biologo, chi la persuasione retorica un sofista. Se a prima vista tutto ciò può sembrare quantomeno scontato, in re-


altà è facile notare come questi folti elenchi non sarebbero attribuibili a nessun altro animale o forma di vita che non fossero l’essere umano. Invero, un cane non cerca il senso dell’esistenza, ma nemmeno si mette realmente a cercare l’osso perso il giorno prima: è interessato dagli stimoli esterni immediati, da ciò che colpisce i suoi sensi al presente, ma non ha memoria cosciente e libera di ciò di cui il passato l’ha privato al punto da tornarvi alla ricerca. Neppure il fiore o i rami, nel loro protendersi verso il sole, ‘cercano’ propriamente la luce, anche se noi siamo soliti usare quest’espressione. Ciò che in questi casi accade è il reagire e corrispondere a un contesto ambientale attuale, non la ricerca deliberata di qualcosa di scelto o avvertito come assente. Per questo, l’animale come la pianta non sono definiti in modo specifico da ciò che cercano: il cane non è “quell’animale che cerca l’osso”. Solo l’essere umano, insomma, è afflitto nella sua essenza dalla mancanza e cerca costantemente ciò di cui è privo; solo l’uomo, potremmo dire, è l’animale ossessionato dal ricercare. Ebbene, a rendere incommensurabilmente differenti l’esperienza di ricerca dell’uomo e quella ingenuamente ascritta all’animale è il senso della temporalità attribuito all’esistenza e al mondo umani. L’essere umano vive sia il tempo in prima persona, quale tempo autobiografico della sua vita, sia un tempo collettivo sovraindividuale del quale è parte, il tempo della comunità, della storia

che precede la nascita e sopravvive alla morte del singolo. L’uomo vive immerso in questa temporalità come sua essenza più propria, come ciò che scandisce la sua esistenza, ciò in cui assume un’identità e conosce sé stesso. Nel regno della temporalità, l’uomo si sopreleva dalla schiavitù del presente, si scagiona dalla dipendenza dai soli stimoli immediati e dall’appagamento improrogabile per abbracciare una dimensione esistenziale più ampia, nella quale, solo, egli può autenticamente realizzarsi. La ricerca, in conclusione, avvince l’uomo allo spazio della temporalità collettiva, lo vota e orienta al futuro come dimensione della progettualità, della tensione verso ciò che ancora non ha, ma in qualche modo già intravede. Ma ciò che manca, è evidente, non sta da nessuna parte: non ci sono le idee per comprendere la contemporaneità nascoste in qualche luogo, non si trova la giustizia sociale sotterrata chissà dove, non c’è il senso dell’esistenza celato da qualche parte nel mondo. Ciò di cui l’uomo manca più intimamente non sono cose nascoste lontano: è la sua stessa manchevolezza intrinseca a porle come assenti; è l’uomo nelle sue contraddizioni a proiettare le proprie mancanze. L’equità non manca realmente, ma solo per un essere che ha bisogno di giustizia; l’amore non manca nel mondo, ma solo per una creatura che ha inesauribilmente bisogno di riconoscimento e cure infinite; il senso del tutto non manca in sé stesso, ma

solo per un vivente dall’inquietudine irrimediabile. Così, ciò che all’uomo manca è come l’orizzonte: nella sua incantevole distanza, spinge a raggiungerlo; ma, a ogni passo mosso in sua direzione, quello si allontana ancora e ancora, facendo della sua lontananza qualcosa di incolmabile. Parimenti la mancanza che angustia l’uomo è sempre qualcosa di sufficientemente vicino da essere visto, ma troppo lontano per essere raggiunto. La ricerca, allora, è motivata da una tensione infinita che accompagna l’essere umano per la sua intera esistenza – e che, per non farle perdere il senso di ogni suo sforzo, non deve esaurirsi mai.

RUBRICA — 9


10 — STORIA DI COPERTINA


Andrea Segre Un braccio dentro un lago, e da lì il mondo intervista di Elena Cardillo

Porto Marghera è un mastodonte che brulica di passato, un presente incerto e un futuro ancora più vago. Però è un territorio vivo che il regista ha scelto di guardare senza nostalgia o giudizio, lasciando sullo sfondo o addirittura fuori il passato ingombrante che, dice, finisce per diventare una trappola.

È

tra gli osser vatori più attenti, etnografico e poetico, del cinema italiano. A suo agio tra finzione e documentazione, Andrea Segre è l’autore di film che mostrano sempre la realtà, anche quando tratteggiano linee fantastiche sul mondo. Il suo ultimo lavoro, Il Pianeta in Mare, racconta Por to Marghera oggi. È stato presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, ha fatto il giro delle STORIA DI COPERTINA — 11


sale, ha mosso sguardi, riflessioni e il regista lo ha accompagnato nei cinema, nelle piazze, dentro i capannoni del Petrolchimico. Par tire da questo, che è un documentario di pura osservazione dove i lavoratori e gli spazi sono lasciati nella loro totale naturalezza, è come spianare la strada al racconto, a pezzi di territorio e alle persone che lo animano. Porto Marghera è un mastodonte che brulica di passato, un presente incerto e un futuro ancora più vago. Però è un territorio vivo che il regista ha scelto di guardare senza nostalgia o giudizio, lasciando sullo sfondo o addirittura fuori il passato ingombrante che, dice, finisce per diventare una trappola. Proprio quando la realtà viene vista 12 — STORIA DI COPERTINA

senza alcuna intenzione, se non quella di renderla evidente, dalle cose guardate zampillano riflessioni, passaggi, camminamenti che vale la pena seguire. Sembra una costante del suo modo di fare cinema. Perciò da Porto Marghera lo sguardo si sposta facilmente su territori più ampi, la laguna veneziana sì, e più in generale sul nostro stare al mondo. Il Pianeta in Mare racconta Porto Marghera oggi. Quali erano le aspettative entrandoci? La fortuna è che non sapevo esattamente cosa andare a trovare, perché conoscevo quei luoghi solo da fuor i, non avevo mai messo piede in un cantiere navale, in una

raffineria e in una realtà come la par te del Petrolchimico abbandonata. Il mio spazio di ignoranza era abbastanza ampio, quindi ero guidato da una sincera curiosità. Volevo incontrare persone la cui quotidianità è principalmente legata al lavoro industriale, in un mondo che sembra aver cancellato questa attività e che sembra non riconoscerne l’importanza. Anche perché ne ha paura, ha paura di tutte le ferite e i dolori che ci sono stati. Volevo incontrare le ferite, l ’ho fatto e le ferite mi hanno aiutato a capire quanto è difficile oggi incarnare la vita di una persona che fa una cosa che non è riconosciuta impor tante, pur essendolo. È molto bizzarra la trasformazione dell’essere umano che faceva il


lavoro da sfruttato, poi da protagonista di una grande evoluzione, poi da ammalato e oggi è scomparso. Que s ta evoluzione del r apporto esistenziale tra il lavoro e la vita, dentro una zona industriale, mi incuriosiva molto. Oggi essere lavoratore industriale, operaio specializzato, saldatore è una cosa che ti è capitata, ti dà da vivere ma non rivendichi con la tua esistenza. Ed è una condizione disorientante. Da una parte forse più libera, perché non appartieni a una categoria, dall’altra più incerta, perché non sai come rivendicarlo con te stesso. Che territorio è Porto Marghera? È un posto che è stato inventato,

progettato, plasmato dalla storia del Novecento e adesso nessuno ha idea di cosa farne, pur essendo ancora vivo. In realtà si potrebbe mettere in atto una grande nuova rivoluzione industriale, perché sull’ipotesi che quel luogo non servisse più si sono costruiti vari interessi di transizione, di chi fa finta che non serva, di chi utilizza quel luogo senza essere troppo ascoltato e controllato, di chi usa i vari interstizi che stanno dentro quella incertezza. Le realtà che provano a starci riescono a fare progetti più sensati. Ma in tutto questo c’è un grande disorientamento. Potenzialmente si potrebbe mettere le mani per incentivare il rapporto tra industria, ambiente e natura. Ci potrebbero essere tante sfide da cogliere in quel luogo. Non può

tornare ad essere un ambiente naturale, oltretutto l’industria oggi ci serve: alzi la mano chi non usa cose che escono dall’industria. Cerchiamo allora di farle in un modo nuovo, innovativo. A Porto Marghera lo si potrebbe fare ma non accade. E non so se qualcuno avrà mai il coraggio di farlo in questo malandato paese. I protagonisti di quel pianeta sono i lavoratori di oggi e quelli che lavoravano nella parte ora dismessa. Ho scelto di fare il film con Lucio e Nicoletta, due persone che non ci lavorano più, perché sono le ultime che hanno provato a protestare rispetto a quella perdita. Loro mi hanno insegnato quanto è stata sbagliata la direzione di attacco STORIA DI COPERTINA — 13


frontale al mondo della chimica. Un atteggiamento che è stato poi utilizzato dalle industrie chimiche per andarsene da lì e non prendersi le responsabilità. Mi interessava il loro presente, non il passato. Com’era la loro vita nel Petrolchimico, com’erano i lavoratori, non c’è nulla di tutto ciò nel film. Adoro la memoria, la ricostruzione, il tempo ma in questo momento è una grande trappola. Mettersi a parlare di com’era una volta, quando i lavoratori stavano tutti insieme, il movimento operaio… è una trappola di cui purtroppo bisogna liberarsi, altrimenti non si capisce cos’è l’oggi e cos’è il domani. Un freno al presente e al futuro… Cinquant’anni fa si lavorava diversamente in fabbrica, certo. È una realtà che è stata raccontata ed è importante, ma è un tema che lascio volentieri agli storici e mi auguro continuino a documentar lo. Ho incontrato tanti testimoni pronti a ricordare quella stagione, le ferite, i dolori, i sogni, tutte cose ferme lì che i protagonisti di quell’esperienza hanno voglia di dire e vivere. Però il film è un tentativo di scappare da questo. Lucio e Nicoletta arrivano in un posto che era il loro luogo di lavoro e che è stato svuotato. D’improvviso, scoprono che dentro ci sono ancora dei loro pezzi e capiscono che in realtà è stato svuotato in fretta e riconvertito in niente. Dunque, qualcuno ha fatto il furbo lì dentro. Questo mi interessa. La chiusura di gran parte del Petrolchimico si è affiancata ad una fuga di responsa14 — STORIA DI COPERTINA

bilità di molte aziende che dovevano chiudere, bonificare, riconvertire e dare ancora lavoro. Invece hanno chiuso, demolito e sono scappate. Os s er v ando chi l avor a oggi in quell’area si ha l’impressione che tutti siano di passaggio. Porto Marghera è un luogo di transito perché è in transito. È uno spazio in metamorfosi che non sa bene cosa farà. Sei in transito sia che tu sia bengalese o di Rovigo. Si respira un’aria che sembra dire: chissà se tutto questo ha senso e continuerà. Non c’è la stabilità né l’entusiasmo di un progetto. La Trattoria da Viola che vediamo nel film fa parte di questa realtà. Anche quello è un luogo di passaggio. Lo è perché è una trattoria per camionisti, però forse è l’unico posto dove Viola cerca di creare casa, un senso di comunità che da altre parti non si sente. Per questo nel film ha un ruolo antitetico. Viola tenta di dare un calore ad un luogo che non riesce a trasmettere calore, pur essendo molto potente e caldo. La sua fatica è quella di tentare di accogliere, coccolare mondi diversi in uno spazio che per tutti è sempre solo di passaggio. Sembra una trattoria di paese, dentro un posto che non è un paese. Come hanno reagito le persone a questo sguardo dentro Porto Marghera?

Molti, in modo spontaneo e comprensibile, hanno cominciato a ricordare quando c’era il partito, il sindacato… E io dicevo sì, ma nel film racconto altro. Soprattutto, però, le persone volevano capire come ho incontrato quelle vite, in che modo le ho raccontate, senza ricorrere all’intervista ma al rapporto diretto con la narrazione. Marghera Canale Nord, Io sono Li, Il Pianeta in Mare. Sono tutti lavori che sembrano documentare la laguna, dove qualcosa è cambiato nel tempo e qualche altra resiste al cambiamento. Non ho mai raccontato la laguna di per sé. Sono tutte storie che hanno un’ambientazione lagunare ma non sono un esperto del contesto lagunare. Da regista... Intendo dire che non mi interessa la laguna come luogo da investigare, ma come contesto estetico, geografico e umano in cui ambientare delle storie che hanno sempre di base il rapporto tra “qui” e “non qui”. I luoghi che ho raccontato hanno a che fare con un qui ben preciso, che però ospita spesso un altrove. Succede con Io sono Li, con i marinai della Kawkab e anche con alcuni lavoratori di Marghera. C’è sempre un’alterità che ha a che fare con la laguna ed è forse l’aspetto più interessante della storia di Venezia: un posto protetto, chiuso, che sembra un braccio dentro un lago e però ha


STORIA DI COPERTINA — 15


sempre avuto tantissimi rapporti con il mondo fuori. I documentari A sud di Lampedusa, Come un uomo sulla terra, Mare chiuso, fino ad arrivare al film L’ordine delle cose, raccontano i migranti, i loro viaggi, le terre d’Italia e d’Europa da raggiungere, dove poter stare. È davvero difficile scombinare l’ordine delle cose. Non sarebbe difficile se ci fosse qualcuno che avesse il coraggio di farlo. La politica è completamente in balia del flusso mediatico e politici che durano davvero tanto ce ne sono molto pochi. Per lo più vengono travolti, sconvolti dalle cose che accadono. Di per sé credo che ci siano dei modi abbastanza chiari per modificare l’ordine delle cose. Bisognerebbe solo avere il coraggio di farlo, non costerebbe neanche tanto. Serve una figura politica che non abbia il limite di dover ottenere il consenso il mese dopo, che sappia costruire un percorso più lungo. All’inizio decidere di far arrivare le persone in maniera regolare produce contrasto, fragilità e insicurezza. Però bisogna avere il coraggio di avviarlo questo percorso. Capisco che sia una cosa difficile da proporre, da fare no. Finzione e documentario sono due dimensioni narrative agevoli, quasi interscambiabili. Forse il documentario mi emoziona un po’ di più perché mi permette di avere dei rapporti incredibili, di 16 — STORIA DI COPERTINA

sorpresa, con le cose. La finzione mi dà potere creativo, strumenti per esprimere una parte che sembra più libera, quella di poter scrivere e immaginare. Continuo a farli entrambi perché mi sa che mi piacciono entrambi. Come regista ha un rapporto molto stretto con la produzione e la distribuzione dei suoi film. JoleFilm e ZaLab sono le due case con cui ha realizzato praticamente ogni lavoro. Però è difficile produrre e distribuire oggi. Dipende da cosa vuoi produrre. C’è un mercato molto grosso per alcuni tipi di film che però ha un meccanismo abbastanza maturo per produrre film d’autore. Dipende anche da che sfida metti in campo, rispetto ai temi che il mercato preferisce, o dalla tipologia di prodotto che vuoi tentare di realizzare. È un mercato che ha allargato tantissimo gli spazi di fruizione: la sala, il web, la televisione. Produce molte più cose, con meno fondi per ognuna, però continua ad essere una realtà che dà delle soddisfazioni. Non è impossibile fare film, è difficile farlo dentro un percorso in cui le tue urgenze sono prioritarie rispetto a quelle del mercato; questo lo paghi anche in termini di possibilità distributiva. Per esempio, mi è piaciuta tantissimo l’operazione che ha fatto Pietro Marcello con Martin Eden. È riuscito a capire quali sono gli spazi di mercato, portando dentro quegli spazi commerciali un suo percorso. Penso che questa sia una sfida im-


portante da poter cogliere. Mettersi contro il mercato di per sé è sbagliato. D’altra parte, accettare completamente quello che il consumo richiede, non è un buon percorso. E il cinema italiano in questo momento? C’è un cinema vivo e bello che sta al confine tra il reale, il film d’autore, di ricerca, poetico e ha fatto cose impor tanti. Negli ultimi anni c’è una generazione rilevante che va da Pietro Marcello a Jonas Carpignano, Alice Rohrwacher, e intorno tanti altri un po’ meno noti ma altrettanto importanti, Susanna Nicchiarelli, Laura Bispuri… Questo è un cinema molto vivace, ricco e coraggioso che sta creando uno scarto con la gene-

razione precedente, in molti casi appiattita dentro una logica di racconto un po’ stanco, tipo commedia urbana impegnata. Invece a me sembra che l’ultima generazione stia dando uno scatto alla sperimentazione visiva e al rapporto con le questioni esistenziali e sociali più interessanti. E racconta anche luoghi meno scontati. Poi, dall’altra parte, c’è la dimensione della commedia più commerciale.

A p. 11: Andrea Segre a Venezia 76 (Source Getty Images Europe) Alle pp. 12-13: fotogrammi da “Il pianeta in mare” (ZaLab) A p. 15: fotogrammi da “L’ordine delle cose” con Paolo Pierobon, Yusra Warsama e un gruppo di persone (credit foto Massimo Calabria Matarweh) A p. 16: fotogrammi da “I sogni del lago salato” (ZaLab)

Il prossimo film è in preparazione. La sceneggiatura è scritta. Non so quando sarà pronto. Prima o poi lo sarà. Parla di turismo e Venezia. Turismo, vita e Venezia.

Andrea Segre è nato in provincia di Venezia nel 1976. È regista di documentari e film di finzione. La sua attività cinematografica è strettamente legata alle case di produzione JoleFilm e ZaLab (di questa Segre è tra i soci fondatori), entrambe di Padova. Tra i suoi film premiati, in Italia e all’estero, ci sono Marghera Canale Nord (2003), Io sono Li (2011), La prima neve (2013). Negli ultimi anni ha realizzato: Come il peso dell’acqua (2014), I sogni del lago salato (2015), L’ordine delle cose (2017). Il Pianeta in Mare (2019) è il suo ultimo film. Porto Marghera, i lavoratori e l’umanità che ci abita. Le aree dismesse e, soprattutto, la vita e le attività del presente. Un viaggio dentro un lembo di terra che una volta era mare, modellato in modo indelebile sulla storia industriale del Novecento. Andrea Segre, oltre ad essere regista, è anche sceneggiatore del film con Gianfranco Bettin, scrittore e sociologo che ha con il territorio di Venezia, e in particolare di Marghera, un rapporto profondo.

STORIA DI COPERTINA — 17



Sfumatura mutevole Appunti di un volo sulla costa veneta di Marco Barbujani

D La laguna di Venezia è sempre più simile al mare più che a un’acqua di transizione; sembra quasi di veder riavvolgere il nastro a prima che si formasse la laguna.

i tutta la costa veneta, la laguna di Venezia e il delta del Po sono forse gli elementi più artificiali che si possano incontrare. Sono due anacronismi, perché erano destinati a diventare molto diversi da come appaiono oggi. Ma com’è possibile modificare in modo così pesante e impercettibile il litorale di un’intera regione? Per scoprirlo bisogna fare un passo indietro di qualche secolo.

LUOGHI — 19


distinzione tra terra e mare tende a essere proprio una sfumatura mutevole: una fascia di transizione di qualche chilometro fatta di lagune e scanni, isole che appaiono e scompaiono, acque che non sono dolci né salate. Inoltre, da almeno una decina di secoli, tra gli autori di questo scenario si è inserito in modo pesante anche l’uomo. La laguna

La costa del Veneto è una delle cose più difficili da disegnare in modo definitivo. Questo perché non c’è una scogliera ben definita, o un confine tra terra e acqua che rimanga nello stesso posto per due anni di fila. Al contrario, siamo di fronte a 20 — LUOGHI

una bassa pianura che sfuma nel mare, con pochissima pendenza e infinite forme possibili. E poi ci sono i fiumi: un’alluvione dopo l’altra, i loro sedimenti possono modificare quei luoghi di molto e in poco tempo. Perciò, per una costa così bassa, la

La città di Venezia è sorta su alcune isole a metà di questa striscia di transizione tra terra e mare, circondata da acque basse ma comunque utili a tenerla isolata. Negli anni però ci si è resi conto che, senza alcun intervento, la laguna sarebbe stata progressivamente interrata dai sedimenti dei fiumi e dal diffondersi dei canneti, in un generale avanzamento della costa. In uno scenario simile, alla lunga Venezia si sarebbe ritrovata in mezzo alla terraferma – come è successo agli ex-porti romani di Adria e Ravenna, oggi ben distanti dal mare. Proprio per impedire l’interramento della laguna sono stati tentati negli anni moltissimi interventi: ad esempio, tra il 1400 e il 1700 le foci di almeno cinque fiumi sono state letteralmente spostate fuori dalla laguna, o comunque allontanate da Venezia. Fino al XVI secolo il Brenta usciva in mare adagiandosi in laguna, con l’ultimo meandro che corrisponde al canale della Giudecca; in seguito è stato invece dirottato in un canale rettilineo che da Stra, poco


fuori Padova, lo porta a sfociare a Chioggia. Un destino simile a quello del Bacchiglione, che prima della diversione sfociava (forse) in località Conche. Tra il 1664 e il 1682 il Piave, nell’ultimo tratto, è stato deviato e fatto sfociare nei pressi di Cortellazzo, a nord della laguna. Nella sua vecchia foce è stata inserita invece la nuova bocca del Sile, che fino al 1682 entrava in laguna all’altezza di Portegrandi. Sono state spostate anche le foci di altri fiumi più piccoli, come il Muson e il Marzenego. Questo enorme lavoro ha fatto diminuire molto i sedimenti diretti verso le acque della laguna rispetto a una volta, impedendo che nel lungo periodo Venezia finisse circondata dalla terraferma. Sarebbe rimasta un arcipelago a forma di pesce ancora per un po’, quasi uguale a sei secoli fa. Tutto a posto, quindi? No, perché oggi la laguna sta correndo il pericolo opposto: sta diventando mare. Senza più fiumi a portare materiali, con l’Adriatico che si innalza, l’erosione e un lento abbassamento del fondale stanno scomparendo tutti gli ambienti delle acque basse come le barene, caratterizzate dall’alternarsi delle maree. Le “acque alte” sono sempre più numerose di quelle basse, e sono anche più alte, conseguenza soprattutto dello sprofondamento del fondale e dell’innalzamento del livello medio del mare. Secondo i dati del Comune di Venezia, dal 1872 ad oggi la marea ha superato 24 volte i 140 cm sul medio mare, di cui ben 12 (la metà) solo negli ultimi 10 anni. Insomma, la laguna di Venezia è sempre più

simile al mare più che a un’acqua di transizione; sembra quasi di veder riavvolgere il nastro a prima che si formasse la laguna.

Il delta L’altro gr ande protagonista del litorale è il delta del Po. Anche il Grande Fiume ha subìto un’imporLUOGHI — 21


tante deviazione per evitare l’interramento della laguna di Venezia: con il Taglio di Porto Viro del 1604, il corso principale del Po è stato reindirizzato verso sud-est, direzione in cui ha iniziato a costruire il delta attuale, e così ha abbandonato le vecchie ramificazioni rivolte verso la laguna. Ma il delta che vediamo è il risultato anche di un’altra grande modifica artificiale: senza la costante bonifica dell’acqua oggi sarebbe anche in gran parte sommerso. Se il suo giovane ventaglio si è originato in quattro secoli di deposito di materiale, adesso quella terraferma è tornata a essere perlopiù al di sotto del livello del mare, e la situazione è destinata a peggiorare. Questo è dovuto a diversi fattori: innanzitutto perché, a metà del ‘900, il territorio è sprofondato per le estrazioni di metano, che hanno fatto perdere fino a due metri di quota nei settori più orientali. 22 — LUOGHI

Un altro motivo è, paradossalmente, la stessa attività di bonifica: l’acqua di falda è controllata da una rete di pompe idrovore che ne mantengono il livello tendenzialmente più costante (e più basso) di quanto sarebbe senza inter venti. Tenere basso il livello della falda ha una conseguenza importante: il suolo prosciugato diminuisce di volume rispetto a quando è sommerso o comunque saturo di acqua, e anche questo negli anni ha abbassato il livello del terreno. Si potrebbe dire che più si bonifica e più ci sarebbe da bonificare. Ad abbassare il delta contribuirà in piccolissima parte anche il compattamento del suolo che, essendosi depositato di recente, si consolida perdendo in altezza circa uno o due millimetri l’anno. Non è certo questo a minacciare maggiormente la sicurezza idraulica (per dire, l’Adriatico si sta alzando di livello quasi tre volte più velocemente), ma è un’ulteriore forza in gioco. Dipendere for temente da opere idrauliche non toglie ov viamente il valore del delta e della laguna. Innanzitutto perché a livello europeo rimangono due rappresentanti di spicco degli ambienti umidi, sia come dimensione che per caratteristiche (per dimensione, per trovare dei paragoni bisogna andare alla foce del Danubio o del Rodano). Vi sono ancora presenti ambienti e specie inseriti nella Direttiva europea cosiddetta “Habitat” (92/43/CEE, che istituisce la rete Natura 2000), con molti di questi considerati prioritari. Anche tali presenze hanno contribuito,

nel 2015, al riconoscimento UNESCO del delta come MAB – Uomo e biodiversità (vedi REM n. 1/2016). Tuttavia non appare semplice la gestione futura di simili sistemi: ci sono diverse esigenze da soddisfare (a volte contrastanti), che passano dalla sicurezza degli abitanti alla conser vazione ambientale. Uno dei fattori-chiave sarà senz’altro la lungimiranza, la stessa suggerita da quelle storiche opere idrauliche, che erano pensate per il lunghissimo periodo (cioè non limitato a una o due legislature). La stessa visione deve accompagnare la gestione di simili sistemi vivi, che rispondono, reagiscono, si evolvono. Questi ambienti sono il risultato di tante scelte fatte nel corso di secoli (alcune condivisibili e altre meno), e perciò è come se gli avessimo lasciato una firma. Anche se non la si nota facilmente, è forse un altro motivo per apprezzare tali ambienti, che anche per questo motivo un po’ ci rappresentano. La conoscenza di questi sistemi e delle loro caratteristiche da parte di noi cittadini sarà un altro elemento importante per la vita futura del delta e della laguna. Ci permetterà di essere una società civile preparata, in grado non soltanto di interpretare le continue evoluzioni artificiali e naturali di questi ambienti, ma anche di capire quali possono essere gli effetti dei cambiamenti climatici in arrivo per la Pianura Padana e il suo litorale, e di comprendere se chi governa il territorio mette in atto politiche ambientali adeguate oppure no.


A p. 20: i tre principali fiumi allontanati dal l a l aguna p er scongiur ar e il naturale avanzamento della costa, che avrebbe interrato Venezia (le foci original i sono tr atteggiate). A p. 21: oggi il delta del Po va in un’altra direzione rispetto a quattro secoli fa, quando era rivolto verso la laguna di Venezia. A p. 22: sulla punta del delta, l’isola della Batteria è quasi interamente sommersa a causa della subsidenza, ma fino a pochi decenni fa era abitata e coltivata. In questa pagina: il fenomeno della subsidenza. In rosso le aree sotto il livello del mare, calcolate dal modello digitale delle elevazioni.

Per approfondire la storia e il destino della laguna di Venezia, il volume del prof. Luigi D’Alpaos “L’evoluzione mor fologica della laguna di Venezia attraverso la lettura di alcune mappe storiche e delle sue car te idrografiche” può essere letto e scaricato da qui: http://93 .62.201.235/maree/DOCUMENTI/D _ Al paos _ ICPSM _ L _ evoluzione _ mor fologica _ del l a _ l aguna _ di _Venezia _ 2010 .pdf I dati storici delle maree sono consultabili dal sito del Comune di Venezia: https://www.comune.venezia.it/it/content/grafici-e-statistiche Per saperne di più sulle opere idrauliche del delta del Po, il volume di Pietro Colombo e Lino Tosini “1950-2010 – 60 anni di bonifica nel delta del Po” è consultabile e scaricabile da qui: https://www.bonificadeltadelpo.it/02-header-menu/attivita-consorziali/pubblicazioni/ I prodotti cartografici usati sono elaborati da: Google Satellite per QGIS; Bing Road per QGIS; DEM europeo di Copernicus (UE, 2016).

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24 — IMMAGINI


Elvezio Brancaleoni Cavallaro Un figlio del Polesine nei teatri di tutto il mondo di Nicla Sguotti

Non si sa da dove sia scaturita la scintilla capace di suggerire a Pilar Lopez il felice epiteto di Josè El Camborio, alcuni sostengono che l’ispirazione sia giunta da una poesia di Federico Garcìa Lorca che narra la tragica storia di un gitano, Antonito El Camborio, ucciso sulle rive del Guadalquivir e poi adagiato dolcemente da un angelo su un cuscino illuminato da una lucerna rossa.

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a tradizione attribuisce all’Italia la caratteristica di annoverare nel suo popolo santi, poeti e navigatori. Chissà se tra qualche decennio il nostro Polesine saprà ancora meglio mettere in evidenza le sue potenzialità valorizzando i suoi tanti figli illustri che nei più diversi ambiti hanno brillato sui palcoscenici di tutto il mondo. Sono moltissimi infatti i “nativi polesani” che hanno trovato fortuna in terre lontane e tra essi occupa PERSONAGGI — 25


un posto di rilievo chi si è dedicato all’arte musicale, percorrendo con coraggio strade innovative ma prive di certezze che, passo dopo passo, gli hanno permesso di diventare un vero e proprio punto di riferimento. Tra i vari percorsi legati alla musica, quello della danza ha un fascino particolare, in essa si fondono il potere della melodia e il linguaggio simbolico che il corpo custodisce. A quest’arte meravigliosa dedicò la propria vita Elvezio Brancaleoni Cavallaro, figlio del Polesine e vincolato alle sue criticità che spinsero la famiglia d’origine a trasferirsi altrove. Elvezio nasce a Baruchella nel 1939 da Guerrino e Virginia Cavallaro, in Polesine vive pochi anni, ma il legame con la terra d’origine e l’affetto verso i conoscenti lì rimasti non vennero mai meno.

A p. 25: con Lucia Real davanti alla Scala di Milano durante la tournée in Italia del 1972. Qui sopra: El Camborio e Lucia Real con Miguel Berrocal, Rafael Alberti, Teresa Leon e il famoso chitarrista Manolo Sanlucar a Venezia nel 1972.

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Quando il nostro Paese entra in guerra, nel giugno 1940, i genitori di Elvezio, sopraffatti dalla crisi che investe anche il Polesine, decidono di trasferirsi a Bolzano. In questa città Elvezio muove i primi passi di danza e frequenta la scuola di Nina Balabanova, la quale riconosce le grandi doti che il ragazzo possiede. L’insegnante lo presenta alla Scuola di danza della Scala di Milano dove viene accolto e si trova a vivere uno dei periodi d’oro del teatro milanese, presso il quale si alternavano le più celebri stelle della lirica e del balletto. Sono gli anni della rivalità, fomentata dalla


stampa e dai rispettivi sostenitori, tra Maria Callas e Renata Tebaldi, un momento estremamente felice per il teatro milanese e, di riflesso, per l’Italia intera. Non si contano le stelle con cui il giovane ballerino polesano si trova a collaborare in quegli anni, ma per lui l’incontro fondamentale è quello con Léonide Massine. Il celebre coreografo, di origine russa e statunitense d’adozione, è per il protagonista di questo nostro racconto una figura fondamentale: sarà proprio Massine che condizionerà il successivo evolversi della carriera di Elvezio. Grazie a lui, inizia a scoprire il mondo del flamenco e quello per la danza spagnola è un vero colpo di fulmine. La passione sarà talmente forte da ridimensionare il percorso artistico fino a quel punto intrapreso con successo, tanto che da questo momento inizia una nuova fase della sua vita che ha come scenario la Spagna. Elvezio decide di lasciare l’Italia per Madrid, là il maestro Antonio Marìn gli rivela i più profondi segreti della tradizione del ballo spagnolo. Il legame con la terra iberica si fa sempre più forte, diviene per lui una seconda patria, e presto arriverà anche un nome d’arte a perfezionare la metamorfosi artistica. La simbiosi di Elvezio con il flamenco si fa completa e viene accolto nella compagnia della grande Pilar Lopez, autentica leggenda del ballo spagnolo nonché ispiratrice di musicisti e coreografi. Il suo talento gli fa guadagnare ruoli di prestigio all’interno della compagnia ed è la stessa Lopez a suggerire il nome

Qui sopra: nello studio di Antonio Marìn a Madrid nel 1960, ormai noto come “Josè El Camborio”. Tutte le immagini in bianco e nero sono tratte dal libro “Vita di Elvezio Brancaleoni in arte El Camborio” a cura di Paola Tognon edito da Silvana Editoriale e promosso dalla Provincia Autonoma di Bolzano nel 2003.

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d’arte che renderà completa la trasformazione di Elvezio Brancaleoni Cavallaro in un autentico ballerino di flamenco. Non si sa da dove sia scaturita la scintilla capace di suggerire a Pilar Lopez il felice epiteto di Josè El Camborio, alcuni sostengono che l’ispirazione sia giunta da una poesia di Federico Garcìa Lorca che narra la tragica storia di un gitano, Antonito El Camborio, ucciso sulle rive del Guadalquivir e poi adagiato dolcemente da un angelo su un cuscino illuminato da una lucerna rossa. Vi sono anche ricostruzioni più fantasiose sull’origine di questo nome d’arte, ma l’unica certezza rimane la volontà di dare all’artista una connotazione gitana, testimoniata dalla breve descrizione della sua insegnante, la quale lo definì “il gitano che senza essere gitano era 28 — PERSONAGGI

più gitano dei gitani”. Josè El Cambor io in un baleno diventa famoso in tutto il mondo come primo ballerino della compagnia della Lopez, con cui colleziona successi in America per poi tornare nel Vecchio Continente. La danza fa parte di ogni ambito della sua vita e nel 1967 Josè sposa la ballerina Lucia Real con la quale, ottenuto il consenso di Pilar Lopez, fonda una nuova compagnia di ballo: la “Ballet Español de Lucia de Real y El Camborio”. Nonostante l’avvio della nuova scuola di flamenco a Madrid, il girovagare per il mondo non si arresta, sono anni densi di impegni importanti, di ovazioni e consensi. Neppure la sua terra natia si dimentica di Elvezio, tanto che arrivano per lui dei riconoscimenti significativi dal presidente Sandro Pertini: prima gli viene conferito il

titolo di Cavaliere della Repubblica e poi quello di Grande Ufficiale. La carriera riporta nel Veneto Elvezio che lavora all’Arena di Verona e al Teatro Filarmonico, poi torna in Polesine per una breve esperienza al Teatro Sociale di Rovigo. Gli anni Novanta sono per El Camborio forieri di nuove ispirazioni artisticamente rilevanti, nel 1990 firma la coreografia e le danze per la messa in scena di Carmen al Filarmonico di Verona, con la regia di Jacques Karpò, ed è proprio questo suo lavoro bizetiano ad aprirgli orizzonti del tutto inaspettati. Tra il pubblico c’è Franco Zeffirelli, il quale neppure immagina che El Camborio sia un italiano e vede nella compagnia gitana un elemento fondamentale della Carmen che sta preparando per il suo esordio areniano. Così, nel 1995, i balli gitani di El


Camborio e della sua compagnia accendono l’Arena, dove la vicenda della celebre sigaraia si trasforma in un colorato turbine di sentimento e passioni, con la danza spagnola e folk che si mescolano al flamenco. Il successo è talmente grande che per cinque anni consecutivi questo allestimento di Zeffirelli, con le coreografie e le danze di El Camborio, è protagonista della stagione estiva veronese, come lo sarà negli anni a seguire. Il felice sodalizio si consolida e nel 2001 il grande regista affida al El Camborio il compito di creare le coreografie per la messa in scena di un’opera di Verdi, Il trovatore. Ne nasce uno dei lavori più amati fra quelli firmati da Zeffirelli per l’Arena, le sue scene continuano ad accogliere le più grandi stelle della lirica mondiale, tra cui Anna Netrebko che nel giugno 2019 ha debuttato a Verona vestendo i pan-

ni di Leonora in questo grandioso allestimento. La collaborazione con Zeffirelli prosegue con un’altra opera verdiana, La traviata, per il Teatro dell’Opera di Roma, che va in scena nel 2007 con Vittorio Grigolo nel ruolo di Alfredo Germont. I trionfi si susseguono, El Camborio è ormai all’apice della fama e chissà quali altre meraviglie ci avrebbe regalato se il destino gliene avesse dato il tempo. Colpito prima da un ictus, che mette improvvisamente fine alla sua carriera di ballerino, e poi da una grave malattia, si spegne nell’aprile del 2009 a Madrid. Dopo essersi tanto spostato, a passo di danza, da un continente all’altro, Elvezio Brancaleoni Cavallaro compie un ultimo viaggio che lo riporta proprio lì, dove tutto aveva avuto origine, in Polesine, a Giacciano con Baruchella, nel cui cimitero oggi riposa.

A p. 28: una rappresentazione di Carmen in Arena nel 1995. Regia di Franco Zeffirelli, coreografie de El Camborio. Qui sopra: una rappresentazione del Trovatore in Arena nel giugno 2019.

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30 — SUONI


Danze furiose per tempi duri La danza contemporanea diventa denuncia contro la violenza di genere Roberta Paesante incontra Romina Zangirolami

Una vera e propria esperienza sensoriale, in grado di attirare lo spettatore sul palco, coinvolgerlo nel lento, difficile e graduale percorso di acquisita consapevolezza e liberazione delle protagoniste, fino a farlo diventare esso stesso attore responsabile di quel percorso.

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on capita spesso che l’offerta artistica e culturale sappia coniugare l’estetica e la bellezza, nelle sue tante declinazioni, con temi sociali, soprattutto se attualissimi, delicati, complessi, quali quello della violenza di genere, tristemente noto. L’operazione rischia infatti di risultare squilibrata da un lato o dall’altro, deludendo le aspettative dello spettatore che ama la bellezza ma non disdegna una riflessione che PALCOSCENICO — 31


Come nel libro della nota psicanalista, anche sul palco si dà vita ad un viaggio introspettivo, alla ricerca della parte più vera e autentica di sé e di una rinnovata consapevolezza, un viaggio reso corale dalla presenza delle danzatrici e dall’intrecciarsi delle loro vite, ma anche dal forte coinvolgimento emotivo dello spettatore. La per formance infatti costituisce una vera e propria esperienza sensoriale, in grado di attirare lo spettatore sul palco, coinvolgerlo nel lento, difficile e graduale percorso di acquisita consapevolezza e liberazione delle protagoniste, fino a farlo diventare esso stesso attore responsabile di quel percorso. L’effetto sonoro, in particolare, avvolge lo spettatore e lo proietta fin dall’apertura del sipario nella realtà della vittima: con il gocciolio iniziale, un vero e proprio stillicidio, lungo e penoso, o con il silenzio successivo, interminabile, scandito solo dai passi delle artiste, dal fruscio dei loro corpi sul palco.

magari lo accompagni nei giorni successivi. Così non è invece per lo spettacolo di danza contemporanea “Tempi duri richiedono danze furiose”, ideato e realizzato da Cantieri Cul32 — PALCOSCENICO

turali Creativi, regia e coreografie di Romina Zangirolami, in scena con Simona A rgentier i e Mar ta Tabacco, con l’allestimento scenico di Miranda Greggio, ed ispirato al libro Donne che corrono con i lupi di Clarissa Pinkola Estés.

Stillicidio e silenzio: parole ben note alle v it time, re se in que s to modo compr ensibil i e p alpabili anche per lo spet tatore. Ruolo determinante anche per il crescendo di emozioni, per lo più sgradevoli, che lo spettacolo suscita: ansia, paura, vergogna, rabbia, insicurezza, stupore, che spingono lo spettatore ad interrogarsi, lo tormentano, lo obbligano alla riflessione. Un crescendo di emozioni che lungo il viaggio guidato


dalle danzatrici sfocia infine in un senso di autenticità, di consapevolezza, di ritrovata leggerezza. Una esperienza disturbante e significativa. Disturbante l’omologazione dei primi abiti delle artiste in scena, incolori e informi, divise moderne per moderne schiave. Disturbante la graduale e silenziosa aggressione perpetrata verso la protagonista che, dopo aver scoperto il suo corpo, la sua libertà, la sua autonomia, da esprimere con la danza, viene letteralmente coperta di oggetti, che la vestono, la limitano, la legano, le bloccano le braccia, il capo, le gambe, le impediscono di parlare e, infine, di respirare. Disturbante ma illuminante la stessa scelta, per null a casuale, degli oggetti, trasformati in armi quotidiane di giogo e di controllo: una bella giacca, una rosa rossa, uno spazzolone e un secchio, un palloncino... Disturbante la docilità ingenua con cui la protagonista accetta gli oggetti, dal primo all’ultimo, senza ribellioni, senza domande, senza rabbia, come se non avesse altra scelta, tentando disperatamente di rimanere fedele a se stessa, di non perdere la sua danza, anzi sforzandosi di mantenere l’equilibrio anche quando evidentemente non c’è più. Disturbante la lunga attesa prima che finalmente si liberi: semplicemente lasciando andare, lasciando cadere, lasciando che il corpo si liberi da tutti quei legacci. Lasciando, infine, che anche il palloncino voli via. Per riprendere a respirare, a cantare, a essere se stessa. Con ritrovata leggerezza. PALCOSCENICO — 33


Perché uno spettacolo di danza contemporanea su un tema così difficile, delicato, come la violenza di genere? Come coreografa, e danzatrice, credo sia il veicolo con il quale posso esprimermi pienamente, e senza censure. La danza contemporanea mi ha donato il linguaggio del movimento, e attraverso questo, tento di smuovere gli animi umani. Aggiungo, che nessuna forma d’arte dovrebbe esimersi dal denunciare, soprattutto in questo periodo storico, soprusi, ingiustizie, violenze. Da sempre l’arte è anche denuncia… Lo spettacolo è “corale”, tre danzatrici che sul palco intrecciano i loro percorsi: quanto è importante la condivisione in un percorso di rinascita? Noi donne abbiamo bisogno di imparare a gestire ed esprimere la nostra giusta collera, di tracciare e far rispettare i nostri confini attraverso la “sorellanza”, un’arma pacifica ma di una potenza sconfinata. La performance emoziona, non lascia indifferenti. Quali le sensazioni e le reazioni che si vogliono suscitare nello spettatore? In scena tre diversi corpi, tre anime, tre vite bloccate a un bivio, confuse, che non si sentono mai abbastanza brave, preparate o creative, lunatiche, ma sempre trasparenti. Un messaggio, questo, che le rende assolutamente uguali a tutte le donne 34 — PALCOSCENICO


di questo periodo storico ed è quasi impossibile, come spettatore, non riconoscersi in almeno una di esse. Determinante per il coinvolgimento dello spettatore anche la scenografia, sobria, essenziale… Perché grazie alla nuova e preziosa collaborazione con l’artista Miranda Greggio (creatrice e curatrice dell’allestimento scenico), lo spettacolo arriva a raggiungere un concept estremamente contemporaneo: una poetica centrata sul contrasto di uno spazio temporale in continuo cambiamento, ma ancorato a forti legami ancestrali.

Lo spettacolo “Tempi duri richiedono danze furiose” rientra nell’ambito del progetto “T.A.C.I. – Teatro, Arte, Cultura, Inclusione contro la violenza sulle donne”, promosso da AUSER Regionale Veneto e finanziato dalla Regione del Veneto, con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Il progetto ha l’obiettivo di sensibilizzare le comunità educandole a riconoscere il problema della violenza di genere, in particolare nella terza età, e “dando voce” alle donne che hanno conosciuto violenza e possessività, ma anche a quante hanno reagito, attraverso la disobbedienza, ad un sistema sociale che non permetteva loro di vivere liberamente la propria esistenza.

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Marco Munaro e il Ponte del Sale Una passione grande e intensa per la poesia di Sandro Marchioro

Scorrere il catalogo di questa casa editrice è una gioia continua: una realtà culturale piccola per dimensioni ma davvero grande per scelte editoriali, che da Rovigo è stata capace di irradiare in tutta Italia il suo messaggio.

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lielo diceva sempre Andrea Zanzotto: “A Milano… devi andare a Milano”. Adesso che l’ho conosciuto, e che da qualche giorno sto sopra il suo lavoro di poeta e di editore di poesia, me lo chiedo anch’io: chissà cosa sarebbe stato di Marco Munaro e del suo lavoro sulla e con la poesia se invece di ostinarsi a vivere (e desiderarlo fortemente) in provincia avesse ascoltato il più grande dei suoi maestri, Zanzotto, e avesse dePAROLE — 37


ciso di andare a vivere in una grande città; me lo chiedo non per snobbare la provincia, che amo profondamente, ma perché è indubbio che per chi fa il lavoro di Munaro una grande città in genere offre più occasioni: e la possibilità di entrare in un circuito che, se lo meriti (e Munaro davvero lo merita), ti potrebbe permettere di raggiungere una visibilità che una piccola città di provincia difficilmente ti permette di raggiugere. Ma è questione dolente, questa, e ragionarci sopra ci porta ad una catena di pensieri che deraglia, adesso, dal racconto che dobbiamo fare: una storia bella, di un uomo che condivide con un gruppo di amici una passione grande e intensa: quella per la poesia; e questo piccolo gruppo non si accontenta di coltivarla in proprio, 38 — PAROLE

questa passione, ma vuole condividerla, diffonderla, farne partecipi altri creando serate, invitando poeti lontani, mettendo insieme energie. Nasce così Il Ponte del Sale, che oggi molti conoscono come editore raffinatissimo di poesia, con un catalogo tutto concentrato sulla qualità. Ma Il Ponte del Sale non è solo un editore, anzi, inizialmente, nel 2003, nasce come associazione che si prefigge lo scopo di diffondere la poesia con eventi, reading, presentazioni, spettacoli e, di conseguenza, anche pubblicando libri. In quel 2003, a fondare l’Associazione sono alcuni poeti veneti (oltre al nostro Munaro, Luciano Cecchinel, Stefano Strazzabosco), i quali si rendono conto che gli spazi della poesia si stanno restringendo, che il mondo editoriale

mette in secondo piano la produzione in versi, che in genere nel mondo dell’informazione (giornali e tv) la poesia è sempre meno rappresentata: contro questa tendenza nasce Il Ponte del Sale, come un tentativo di recuperare spazi e pubblico alla poesia e di contrastare il declino non della poesia in sé (il cui bisogno e la cui produzione continua a essere intensa e presente anche nel nostro tempo) ma la sua rappresentazione e la sua diffusione. Pur nella dimensione almeno veneta dell’associazione, il suo motore, la sua anima, è sempre stata qui in Polesine: è sempre stata Marco Munaro. Che viene da esperienze di formazione importanti, che hanno determinato la sua storia di poeta e di editore. “Ho avuto la fortuna di avere dei


grandi maestri - ci racconta – ho frequentato l’università a Bologna e qui ho incontrato Ezio Raimondi ed Alfonso Traina, due fonti inesauribili per la letteratura italiana e per quella latina, due figure di riferimento per intere generazioni di studenti. Con Raimondi mi sono laureato producendo una tesi sulla poesia di Andrea Zanzotto. Avrei potuto rimanere all’università ed intraprendere la carriera accademica con lo stesso Raimondi; sarebbe stata sicuramente un’esperienza esaltante con un maestro così, ma l’accademia non faceva per me. Il percorso che ho fatto mi ha invece portato all’insegnamento, tra l’altro proprio nella Pieve di Soligo che era la terra/patria di Andrea Zanzotto, che ho conosciuto, con il quale ho collaborato e che è stato l’altro faro della mia esperienza culturale, ma anche, certamente, umana”. A Pieve di Soligo Munaro entra in contatto diretto non solo con il mondo poetico e con il processo creativo di Zanzotto, ma anche con un mondo letterario che, pur essendo Pieve di Soligo un paesino delle colline trevigiane, gira intorno ad un Zanzotto che in quegli anni è considerato dalla critica e dall’informazione culturale una delle figure più importanti e complesse della poesia mondiale. “È facile immaginare quali e quanti stimoli ho potuto vivere in quel periodo meraviglioso. Stimoli e contatti con un ambiente culturale vasto quanto il mondo della poesia di allora, che vedeva Zanzotto come un punto di riferimento. È indubbio non solo che lì a Pieve di Soligo ho

imparato tantissimo, ma anche che quella fase della mia vita è stata fondamentale per quanto ho costruito dopo, sia in ambito poetico che editoriale. E poi i contatti con Luciano Caniato, Luciano Cecchinel e altri della cerchia di Zanzotto sarebbero diventati indispensabili per la nascita del Ponte del Sale. Ed anche per la mia esperienza di poeta, visto che fu proprio Luciano Caniato, nativo di Pontecchio Polesine ma trasferitosi fin da piccolo nel trevigiano, a pubblicare il mio primo volumetto di poesie. C’è stata poi la seconda figura “paterna” (dal punto di vista culturale e formativo): quella di Bino Rebellato, figura oggi purtroppo poco conosciuta, ma che nel Novecento, anche lui dalla provincia veneta, da Cittadella, ha sviluppato

una esperienza di editore di poesia e di poeta (pur nascosto dietro e dentro la poesia degli altri) che ebbe una vasta risonanza a livello nazionale. Frequentarlo e collaborare con lui, morto nel 2004, l’anno dopo la fondazione de Il Ponte del Sale, per me è stato determinante”. Da segnalare assolutamente: nel 2016 Il Ponte del Sale ha pubblicato l’intera opera poetica di Bino Rebellato: In nessun posto e da per tutto. Poesie 1929/2004. Il libro è curato proprio da Marco Munaro, che oltre ad una preziosa e bellissima introduzione, annota e commenta ogni testo di Rebellato. Anche questa, una assoluta preziosità. Ma torniamo a quel 2003 nel quale

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nasce l’associazione Il Ponte del Sale, che fin da subito si dà da fare per portare la poesia fuori dai cenacoli ed in mezzo alla gente organizzando rassegne e manifestazioni che, pur avendo come fulcro Rovigo e la sua provincia, riescono ad avere un’eco ben più ampia. Ricordiamone alcune, dalle prime alle più recenti: Omaggio a Rimbaud per i 150 anni dalla nascita (2004): mostra, letture, rime e visioni in Pescheria Nuova a Rovigo; In un gorgo di fedeltà, mostra e conversazioni poetiche (2006) Pescheria Nuova, Rovigo; Verso il Solstizio d’estate: feste di poesia, musica e arte in Polesine (2007-2013), in collaborazione con la Provincia di Rovigo; CittàPoesia: 40 poeti in città e la poesia nelle vetrine del centro in occasione della giornata mondiale 40 — PAROLE

della poesia, in collaborazione con la Provincia di Rovigo (2014). Da non dimenticare la bellissima esperienza (non solo divulgativa ma anche educativa), de La Bella Scola, che consiste nella lettura dell’Inferno (dal 2003 al 2005) e del Purgatorio (dal 2009 al 2014) di Dante letto da poeti, in collaborazione con il Teatro del Lemming di Rovigo e con diverse scuole superiori di Padova e Rovigo. La casa editrice (come dicevamo all’inizio: di grande raffinatezza e cura editoriale) nasce come conseguenza di questa attività di promozione del messaggio poetico. Racconta ancora Munaro: “Abbiamo cominciato con una collana, tuttora attiva, che abbiamo chiamato ‘La porta delle lingue’, nella quale fin dall’inizio abbiamo fatto entrare

esperienze poetiche da tutta Italia, con nomi importanti e con la caratteristica di dare spazio anche ad espressioni linguistiche diverse dall’italiano: siamo partiti con un testo di Roberta Dapunt in ladino, ed abbiamo proseguito con altri nomi straordinari: Franco Loi, Anna Maria Farabbi, Amedeo Giacomini. Una collana che invece lascia spazio ad esperienze poetiche straniere di grande livello è ‘Il labirinto del mondo’; qui abbiamo pubblicato, ad esempio, Zbigniew Herbert, poeta polacco considerato, in patria e non solo, uno dei più grandi autori del Novecento; o, ancora, Miloš Crnjaski, anch’esso tra i nomi più noti e importanti della letteratura serba e non solo. Altre collane ospitano nomi fondamentali della letteratura mon-


diale: cito solo, come esempio, i due premi Nobel Octavio Paz e Seamus Heaney; di quest’ultimo abbiamo pubblicato la versione italiana della traduzione del VI libro dell’Eneide: una vera preziosità editoriale.” Al di là di quello che racconta Marco Munaro (che pur non nascondendo l’orgoglio è comunque sobrio e modesto nonostante la preziosità di quanto ha costruito), scorrere il catalogo di questa casa editrice è una gioia continua: una realtà culturale piccola per dimensioni ma davvero grande per scelte editoriali, che da Rovigo è stata capace di irradiare in tutta Italia il suo messaggio. Non poteva mancare un lavoro intenso dedicato al Polesine: “Una nostra collana nata nel 2016 – continua Munaro – si chiama ‘L’Arca del Po-

lesine’: qui facciamo confluire tutte quelle esperienze poetiche nate nel nostro territorio: abbiamo pubblicato Gino Piva, Giorgio Mazzon; nel 2020 pubblicheremo un libro davvero importante: le poesie di Eugenio Ferdinando Palmieri, una figura molto importante, che con la nostra pubblicazione vorremmo contribuire a far conoscere meglio: ce ne sarebbe un gran bisogno”.

mesi del prossimo anno uscirà il suo nuovo volume di poesie, già ci prenotiamo uno spazio adeguato per parlarne con completezza e con l’ampiezza che questa nuova esperienza poetica (di cui per adesso non sveliamo nulla) merita. Appuntamento a tra qualche mese, quindi: i cultori di poesia, e anche quelli che non lo sono, avranno bellezze nuove da ammirare.

Abbiamo parlato poco di Marco Munaro poeta. I motivi sono due: qui lo spazio è poco e l’esperienza di Munaro come editore è talmente preziosa e importante che non si poteva sintetizzare di più. Soprattutto, l’esperienza di Marco come poeta è così rilevante che merita uno spazio ben maggiore; e visto che nei primi

A p. 38: con Bojan Z., Massimo Rizzante e Paolo Fresu al teatro Ballarin di Lendinara. A p. 39: Marco Munaro a CittàPoesia. A p. 40: con Giorgio Mazzon, Stefano Strazzabosco e Gabbris Ferrari.

L’Associazione per la Poesia Il Ponte del Sale è nata ed opera a Rovigo dal 2003. Promuove pubblicazioni, incontri, letture, mostre. Porta la poesia come presenza viva attraverso le voci poetiche più significative della contemporaneità, senza limitazioni di lingue e culture. Costruisce occasioni di ascolto della poesia, in tutta la sua forza di matrice delle arti e custode dei saperi. Condivide con gli altri un patrimonio di bellezza che allude ad una forma alta di humanitas. SAPERE AGERE LOQUI. L’attività editoriale è documentata in un catalogo in cui sono presentate le otto collane e gli oltre cento libri pubblicati. Gli autori provengono da varie parti d’Italia e del mondo. Tra gli ultimi libri pubblicati figurano opere inedite dei premi Nobel Octavio Paz e Seamus Heaney. ilpontedelsale.blogspot.it

PAROLE — 41


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Soroptimist Rovigo Dentro al Club, fuori dagli stereotipi di Paola Piccolo

“Rinnovarsi in spirito di dignità, trasformando il servizio in testimonianza di civiltà e di cultura”. Su queste solide basi il Soroptimist continua a lavorare e pianificare la sua attività per perseguire i propri obiettivi.

I

l 2019 è stato per il Club Soroptimist di Rovigo l’anno del quarantesimo anniversario: il 22 settembre 1979 un gruppo di donne, socialmente attive in Polesine, ha fondato il Club con lo scopo di essere al servizio di tutte le donne e della società, per svilupparne il potenziale individuale e collettivo e per migliorarne le condizioni di vita. Soroptimist, dal latino sorores optimae, trova la sua migliore traduSTORIE — 43


zione ne “il meglio per le donne”, ma come ogni cosa che si sviluppa adeguandosi ai tempi anche questo significato si attualizza cercando oggi “il meglio” per le fasce deboli e per tutelare i “diritti di genere”. Questa evoluzione si era già proiettata 40 anni fa, quando la presidente nazionale Clotilde Spanio, nel corso della cerimonia di inaugurazione, affermò: “Non è corretto oggi considerare il Soroptimist un’associazione di élite, bensì il fulcro vivificante di operosità al servizio di tutti”. La prima “opera” concreta verso la comunità da parte del neonato gruppo rodigino è stato così il dono di un reattometro per lo screening uditivo neonatale all’Ospedale Civile della città. L’attività del club si è costru44 — STORIE

ita fino ad oggi su fondamenta che tengono in considerazione il focus che esorta a “rinnovarsi in spirito di dignità, trasformando il servizio in testimonianza di civiltà e di cultura”. Su queste solide basi il Soroptimist continua a lavorare e pianificare la sua attività per perseguire i propri obiettivi. Proprio per sottolineare questo profondo legame tra passato e avvenire, in occasione del quarantesimo anniversario celebrato nella città di Rovigo, le socie hanno pensato di aprire alla cittadinanza la prima par te della loro assemblea, con il convegno intitolato “Le radici del futuro”. Grazie al contributo delle autorità e delle relatrici invitate, il 21 settembre scorso nella Sala degli Arazzi

dell’Accademia dei Concordi si sono ricordate le origini del club, per poter progettare un futuro concreto nel segno dell’avanzamento delle donne nella realtà del Polesine. Durante il momento conviviale al Salone del Grano sono stati riassunti i “service” realizzati dal club rodigino, attraverso i quali è stata tradotta in gesti concreti la mission del Soroptimist. Tra gli obiettivi perseguiti e raggiunti con successo dal club rodigino c’è sicuramente la diffusione del concetto di Medicina di Genere, dove con “genere” si definiscono le categorie uomo e donna, condizionate da fattori ambientali, socio-culturali ed economici diversi. Una pioniera di questa ricerca è stata la dottoressa Bernardi, già primario di Nefrologia


a Rovigo e socia fondatrice del Club Soroptimist, che all’Università di Padova, in qualità di prima sede della cattedra di Medicina di Genere, ha iniziato a studiare, 10 anni orsono, la diversità dell’efficacia delle terapie mediche a seconda del genere sessuale. Oggi il diritto di ogni persona, sia uomo che donna, di aver garantita la migliore cura, rafforzando il concetto di “personalizzazione delle terapie” fa parte del Piano Sanitario Nazionale, grazie all’articolo 3 della Legge 3/2018, approvato in Conferenza Stato-Regioni lo scorso 30 maggio. È indubbio che anche in Italia le istituzioni si muovano su questa tematica, ma tante sono ancora le resistenze culturali e scientifiche che spingono il Club Soroptimist ad agire in prima linea per diffondere il

messaggio di sensibilizzazione nella società. Un’altra attività voluta e realizzata dal Soroptimist è l’aula di ascolto protetta, creata dalle socie del Club presso i locali della Questura di Rovigo. Le socie qualificate del Soroptimist (avvocati, ingegneri, architetti) sono state chiamate a concretizzare questa attività di servizio pianificata e diffusa a livello nazionale, e tutte le aderenti all’associazione, con cacciavite e chiave a stella, ma soprattutto con il cuore in mano, hanno allestito quest’aula in maniera adeguata, per poter accogliere minori o donne vittime di violenza, che in tal modo vengono sottratti alla pubblica udienza ed al confronto diretto con la parte abusante. L’aula è attrezzata con telecamere e parete a specchio, perché in

questi casi la mimica e la gestualità sono spesso molto più significative di qualsiasi parola e perché ciò esclude la necessità di ripetere l’audizione nel corso nel processo. Il Club Soroptimist si è poi impegnato nella diffusione del concetto di STEM, acronimo di Science, Technology, Engineering and Mathematics. Si è infatti dimostrato che pur troppo esistono meccanismi, originati da antichi retaggi mentali, che fanno sì che ben poche ragazze, in fase di scelta del corso di studio, scelgano dei percorsi scientifici. Ma perché ciò av viene? Il club si dedica ad infondere fra le giovanissime l’interesse per le carriere STEM come ulteriore e maggiore possibilità di lavoro, indipendenteSTORIE — 45


mente dal genere di appartenenza. Per questo motivo, dal 2009, il club propone una collaborazione con le scuole superiori per passare “Dagli Stereotipi allo Stem”, per accrescere la coscienza critica sull’immagine femminile e per diffondere la consapevolezza di una concreta possibilità di lavoro in ambito scientifico. Vivida e recente dimostrazione di grande successo professionale è la dottoressa Mia Tosi, intervenuta al convegno “Le Radici del Futuro”, che grazie alla sua brillante carriera come ricercatrice in Fisica presso l’Università degli Studi di Padova, nonché membro della collaborazione CMS che ha scoperto il Bosone di Higgs, è di esempio alle nostre r agazze af finché si av vicinino a ruoli che storicamente sono stati ricoperti quasi soltanto da uomini. Questi e molti altri sono gli impegni che rendono il Soroptimist una 46 — STORIE

effettiva associazione di servizio, in cui le socie, grazie alle loro competenze professionali, promuovono la circolazione delle idee generando dibattiti, per migliorare la società attraverso il ruolo attivo della donna al suo interno. L’ultimo impegno di carattere editoriale, presentato in occasione del quarantennale, è stata la realizzazione del “Catalogo” delle “Donne polesane letterate illustri” che, come ha sottolineato nella prefazione il presidente dell’Accademia dei Concordi Giovanni Boniolo, hanno avuto vite tra loro molto diverse ma che sempre sono state protagoniste per il loro impegno culturale e politico. Tra coloro che sono elencate nel libro vogliamo ricordare Issicratea Monti, Cristina Roccati, Felicita Baseggio ed Erminia Fuà Fusinato. Donne vissute in un’altra epoca e

che con le tante ricordate in questa raccolta, grazie ai loro studi, al loro impegno e agli scritti che hanno lasciato, si sono distinte in campo letterario e scientifico. Tra loro anche due illustri socie del club, Danila Dicati Zambon, farmacista e scrittrice polesana, oltre che socia fondatrice del Soroptimist International Club di Rovigo e Nerina Marini Pento, insegnante polesana autrice del libro “Donne nel Polesine tra ‘800 e ‘900”. Il catalogo è disponibile presso la Biblioteca dell’Accademia dei Concordi a Rovigo. Al Club rodigino del Soroptimist va riconosciuto un attivo ed importante ruolo nella nostra società ed è importante che la sua attività prosegua grazie ai sapienti consigli delle socie storiche, alla magistrale attività delle attuali socie attive, ma che anche


nelle giovani ragazze rodigine e del Polesine si inneschi l’interesse per questo tipo di attività volontaria, realizzata da donne ma a favore non solo delle donne ma nei confronti di chiunque sia riconosciuto come “debole” all’interno della nostra attuale società. Sorores (e non solo) optimae, sempre! A p . 4 3: 2 2 s e t te m b r e 197 9, l a scintillante serata della fondazione del Club. A p. 44: il momento solenne dell’accensione delle candele. A p. 45: il Convegno “Le Radici del Futuro” e a p. 46: due immagini della Conviviale del quarantennale nel Salone del Grano (foto di Loris Slaviero). In questa pagina: il Catalogo delle Donne polesane letterate illustri.

LE PRE SIDENTI DEL SOROPTIMIST CLUB ROVIGO 1979-1981 Matilde Borellini Ricchieri 1981-1983 Annalena Scutari Mottaran 1983-1985 Anna Maria Bernardi 1985-1987 Maria Rosa Burioli Bonandini 1987-1989 Carla Rambaldi Diolaiti 1989-1991 Natalina Zagni 1991-1993 Mara Bellettato Dallemulle 1993-1995 Annalena Scutari Mottaran 1995-1997 Leda Bonaguro Rizzo 1997-1999 Maria Grazia Selvi Goffrè 1999-2001 Joelle Annibalini Pieracci 2001-2003 Claudia Cappato Pizzardo 2003-2005 Margherita Bellè Gennaro 20052007 Anna Maria Bernardi Misiano 2007-2009 Francesca Fasiol Tonizzo 2009-2011 Emma Zorzato Culatti 2011-2013 Anna Paola Bordin Zen 2013-2015 Gianna Pola Pascucci 2015-2017 Francesca Marucco Basaglia 2017-2019 Tecla Pati Faggiano 2019- Marilena Moscardin Biasion. dal sito soroptimistrovigo40.it

STORIE — 47


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Fantasmi Tutti nella vita rischiamo di diventarlo intervista di Daniela Rossi a Serenella Antoniazzi

“Cambiare significa mettere in discussione ciò che fino a quel momento sei stata e che non accetti più di essere. L’impeto della battaglia distoglie lo sguardo dalle conseguenze che il tuo cambiamento causa in chi ti è vicino e la vera sfida comincia in quel momento”.

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sistono persone che scivolano invisibili lungo le pieghe della vita senza che nessuno si soffermi a guardarle, esistono persone che a causa delle loro difficoltà vengono relegate ai margini perché considerate scomode o ingombranti, esistono persone imbarazzanti per le loro famiglie che finiscono per essere abbandonate. Tutte queste persone sono destinate a diventare fantasmi.

PAROLE — 49


Sono le vite invisibili dei protagonisti del nuovo libro di Serenella Antoniazzi, sono quelle anime fragili che dopo essere state chiuse tra le mura agghiaccianti di un manicomio o in una stanza fredda di un orfanotrofio arrivano in una casa di riposo, quella di Eraclea, dove incontreranno Agnese Montagner, un’infermiera appassionata del suo lavoro, che riuscirà con la sua presenza e le sue cure a restituire loro la dignità perduta. Serenella, durante una cena di Natale, ascolta le storie che Agnese racconta con grande afflato e intuisce che è giunto il momento di “fare memoria” e che l’unico modo per dare un senso a quelle vite dimenticate è renderle per sempre immortali attraverso la scrittura. Ecco che Fantasmi diventa una silloge in cui le storie di questi protagonisti vengono consegnate al lettore con grande discrezione e rispetto. È una scrittura sobria, essenziale, che non lambisce mai il confine del sentimentalismo paternalista o del buonismo tout court; le parole distintive del periodare dell’autrice sono sempre cariche di emozioni e sentimenti che si fanno pietas. Pagina dopo pagina ci accompagna sempre una rispettosa compassione e attenzione per gli ultimi che nasce dall’esperienza personale di Serenella Antoniazzi, perché come essa stessa afferma: «nella vita tutti prima o poi ci sentiamo fantasmi o rischiamo di diventarlo». Dopo Io non voglio fallire è iniziato un 50 — PAROLE

nuovo capitolo della tua vita. Com’è la Serenella di oggi?

gliamo ma che ci possono cadere addosso in qualsiasi momento.

Apparentemente forte e determinata. La vita ci pone delle sfide che sembrano insostenibili e ingiustificate; il tuo vivere quotidiano si sgretola e le tue certezze vacillano, eppure sei sempre stata onesta, ponder ata, riflessiva. Che cosa hai sbagliato? Che cosa non va in te? Cambiare significa mettere in discussione ciò che fino a quel momento sei stata e che non accetti più di essere.

So cosa significa essere un fantasma, l’ho provato sulla mia pelle, eppure non ero né malata né sola e neppure diversa. I personaggi e le storie erano talmente attuali che mi sconcertava il fatto che in un quarto di secolo nulla fosse cambiato.

L’impeto della battaglia distoglie lo sguardo dalle conseguenze che il tuo cambiamento causa in chi ti è vicino e la vera sfida comincia in quel momento. La paura di perdere chi ami mette in crisi le poche certezze che hai e io non ho ancora imparato a difendermi dalla paura per tanto. La Serenella di oggi è in cammino e affronta un passo alla volta. A distanza di quattro anni torni alla scrittura con questo nuovo libro che hai voluto intitolare Fantasmi. Com’è nata l’idea di scrivere di un tema così delicato come quello delle vite di persone che spesso sono dimenticate, anche dai familiari più stretti? Ascoltando i racconti di Agnese mi sono resa conto che in quelle vite, apparentemente così diverse dalla mia, i sentimenti, il dolore, l’impotenza li sentivo nel cuore e nell’anima. La malattia, la solitudine, la diversità sono trappole che non sce-

Serenella, chi sono i fantasmi dei tuoi racconti e quale messaggio ci sussurrano con le loro storie? Sono uomini e donne che hanno vissuto all’interno dei manicomi e delle case di riposo negli ultimi cinquant’anni. Ci raccontano uno spaccato sociale ed economico che muta nello scorrere del tempo e non sempre in maniera positiva. Il benessere, la crescita, l’industrializzazione e la tecnologia creano comodità e stili di vita molto più agevoli, ma allo stesso tempo educano alle emozioni e all’empatia in maniera virtuale. La sofferenza non è solo dolore fisico: bullismo, violenza, guerre, stupro, droga, di quanto male siamo capaci? Fantasmi non è un racconto morboso, né vi sono scene di sangue e sbudellamenti, ma nonostante ciò mostra una realtà altrettanto macabra. Ciò che sussurrano i personaggi è: “Imparate a non abituarvi alla normalità del dolore e della sofferenza perché nel momento in cui vi apparterrà non avrete scampo”. Far finta di nulla non elimina il problema, lo accantona lasciandolo crescere indisturbato.


PAROLE — 51


Le battaglie sociali sono diventate la tua ragione di vita. Con questo libro quale nuova impresa intendi intraprendere? Come questo libro può fare da volano per i tuoi progetti sociali? Mi accorgo di aver dato fino ad ora un messaggio catastrofico e molto duro, incutendo nel lettore il timore e la paura di leggere questo mio libro. In realtà, Agnese ci insegna ad avere fiducia nel prossimo, ad ascoltare e laddove non siamo certi di aver capito, chiedere. La vera sfida consiste nel cambiamento strutturale delle case di riposo permettendo alle persone un’autonomia assistita, creando contesti abitativi accessibili nella mobilità e nella gestione, forniti di servizi, spazi condivisi, integrazione, dialogo e collaborazione fra generazioni. 52 — PAROLE

Stare bene per sentirsi bene generando nuove opportunità di lavoro per i giovani. Non è da sottovalutare la riduzione delle spese sanitarie per l’assistenza agli anziani. In Italia il concetto di Social Housing viene spesso associato ad un complesso di case popolari per emarginati; fortunatamente, negli ultimi anni, alcune Amministrazioni lungimiranti hanno contribuito alla creazione di aree abitative pensate e realizzate con una visione di integrazione fra generazioni e forme di mutuo soccorso reciproco. La persona anziana può rappresentare una risorsa importante per la famiglia e i giovani hanno bisogno di radici per crescere forti e sani. La mia ragione di vita è riuscire nel mio piccolo ad evitare che altri debbano affrontare ciò che ho affron-

tato io, perché le mie vicende non sono state generate dal fato ma dal comportamento di altri uomini. Non possiamo sempre incolpare o delegare, dobbiamo essere fautori delle migliorie e dei cambiamenti. La vita è una staffetta ad ostacoli e se ognuno di noi ne percorre un breve tratto contribuirà ad accorciare le distanze. I nostri fantasmi non si cancellano con un colpo di spugna perché sono reali dentro il nostro cuore e nella nostra mente.


Serenella già da bambina gioca tra le mura del capannone costruito da suo padre, mattone su mattone; a sedici anni comincia a lavorare nell’azienda di famiglia, archiviando le aspirazioni personali; maggiorenne si ritrova con cinquanta milioni delle vecchie lire in cambiali, proprietaria a metà della ditta. L’impresa – una piccola azienda che si occupa della levigatura del legno – cresce progressivamente. Nel 2008 si avvertono i primi sentori della crisi, ma la ditta resiste: attinge ai risparmi, mantiene i posti di lavoro. Nel 2011 importanti commesse da parte di un grosso committente portano nuova linfa e fanno girare la produzione. Nel 2012 l’amara sorpresa: un’enorme mole di lavoro, già realizzata e consegnata, non viene pagata. Si innesca un meccanismo perverso di insoluti, posticipi, acrobazie bancarie. Dopo qualche mese Serenella, disperata, scrive a un quotidiano locale: cerca aiuto, l’appoggio di qualcuno, di enti, istituzioni, associazioni. La sua lettera è ripresa da “La Repubblica” e colpisce l’attenzione di un imprenditore che aveva appena vissuto un’esperienza analoga. Questi chiama Serenella, la conforta. Sarà lui a impedirle un gesto estremo quando lei scoprirà di essere creditrice di un’azienda improvvisamente fallita, che non la pagherà mai più. Oggi il “Fondo Serenella” (che porta il suo nome) ha come soggetti beneficiari le piccole e medie imprese in situazione di potenziale crisi di liquidità a causa di mancati pagamenti da parte delle imprese debitrici. Serenella Antoniazzi è autrice di “Io non voglio fallire. Un’imprenditrice in lotta per salvare la propria azienda” (Nuovadimensione, 2015). Il suo racconto “La crisi” è contenuto nell’antologia “Io sono il Nordest” (Apogeo Editore, 2016) curata da Francesca Visentin. È autrice della pièce teatrale “Rosso-Io non voglio fallire”. Cura la rubrica “Pensieri di donna” per la rivista di geopolitica “Atlantis Magazine”.

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Marina Bovolenta I BARCARI RACCONTANO I CAVALLANTI Uomini e mestieri del ‘900 alle radici della nostra memoria collettiva, un passato dimenticato di cui siamo eredi 100 pagine euro 15,00 isbn: 978-88-99479-54-1 Le Radici, 32 “Con i rimorchiatori a vapore cessa l’attiraglio animale. Così non vediamo più le cubie di cavalli per le vie alzaie trascinare lenti contro corrente le navi, non udiamo più l’incitamento che i conduttori, i cavallanti, davano colla voce ai loro cavalli, una monotona cantilena lunga ed incessante va là à à…, va via a…, va assieme e e…, e lieva a a…, e dai… che non terminava se non quando sulla sera si fermava il naviglio ed i cavalli sulla piarda uniti alla cordata mangiavano il fieno entro le corbe ed i conduttori avvolti in ampi mantelli si coricavano vicini alle loro bestie a riposare le arse fauci pel lungo gridare, e le gambe stanche per la lunga e sterposa via battuta...”

Gustavo Cristi, in “Storia del Comune di Ariano Polesine”.

Dopo l’alluvione del 1951, presso le osterie del paese, gli ultimi barcari di Corbola saldavano quello che ancora sopravviveva del loro antico mestiere con quello che volevano lasciare alla memoria collettiva: si raccontavano, trasformandolo nella loro epopea, un lavoro duro di viaggi, di esperienze commerciali e umane. Questo tra tossi da tabacco moro e l’intercalare dei giocatori di carte, sulle incerate umide dei tavolini in legno affumicato dalla stufa a carbone e dalla polvere del tempo. Ascoltavo da bambina queste storie all’osteria del nonno, poi ho continuato a sentirle per molti anni ancora durante i filò estivi: le serate erano un monologo nostalgico tra l’uomo di fiume e il suo passato, inesorabilmente fuori mercato col trascorrere del tempo. Da un filò estivo all’altro dei vecchi mestieri d’acqua del paese non è rimasta neppure l’ombra, perché i vecchi se ne sono andati tutti, perché i burchi non esistono più, perché le pigre bettoline di metallo, che hanno solcato il Po fino a poco tempo fa, già rimandavano l’immaginazione ad uno stile di vita d’oggi, piatto e non evocativo.

apogeoeditore.it 54 — PERSONAGGI


TCasaperCasa Un viaggio fra città e pianura intervista di Roberta Paesante a Sandro Abruzzese a cura di Monica Scarpari

“Se il viaggio si annida nella differenza, lo scarto è ovunque e la gradualità del Polesine o dell’est ferrarese spiega e svela al meglio. In questo, prima Simmel e Benjamin, poi Zavattini con la sua “qualsiasità”, e infine Celati, sono stati veri e propri maestri”.

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n libro dalla struttur a snella, composta di brevi capitoli autonomi, coerente con l’idea di un taccuino terapeutico. “Esercizi di scrittura” che diventano strumento per dare credibilità al cambio di temi, alle digressioni psicoanalitiche, alla decostruzione cronologica della storia. Questo è CasaperCasa di Sandro Abruzzese. Il protagonista, anche grazie al LUOGHI — 55


compagno di viaggio ucraino Giorgio Aggiustatutto, apprende e a sua volta restituisce al lettore un’immagine postmoderna della città, lontana dalla città perfetta che decanta l’amico letterato Filippo: intollerante, nevrotica, cattiva, orfana delle proprie radici culturali. Un diario di viaggio, fuori e dentro l’uomo: un peregrinare senza meta, ma anche un’incessante ricerca del senso della vita, in cui il protagonista proverà spesso una sensazione di sdoppiamento, l’essere in una dimensione estranea alla realtà. Tanti sono i riferimenti all’attualità che pongono interrogativi etici e politici (la dedica iniziale al pacifista ambientalista Langer, Giulio Regeni, l’immigrazione, Federico Aldrovandi): è importante che la scrittura svolga anche un ruolo civile? La scrittura che mi interessa parte sempre da una questione privata, dall’insopportabile della vita, dalla propria fragilità. Questo però la proietta inevitabilmente nel mondo degli altri, di cui non possiamo fare mai a meno. Così finisce per diventare un tramite intimo, qualcosa che ha a che fare con me e solo con me, ma anche con l’amare, e dunque di nuovo col mondo. Voglio dire che questo mi aiuta a comprendere, e comprendere è sempre andare in profondità, fino a radicarsi nella propria scoperta. Tutto questo avviene in maniera indiretta, perché la scrittura che mi interessa non ha ruoli né regole, non ha correnti 56 — LUOGHI


o sponsor. Per me è importante che la scrittura sia onesta. Il resto, se è all’altezza, verrà da sé. Il viaggio è fra i temi del libro, ma declinato in più versioni: movimento fisico verso un altrove e crescita personale verso un altro sé, è così? Giusto. La vita come viaggio continuo, spostarsi ovunque, in qualsiasi spazio, perché ovunque ci siano soglie e movimenti, c’è differenza. Ormai il mondo sconosciuto è quello vicino, che abbiamo intorno, e quindi mistero e scoperta non sono solo nell’esotico, ma ovunque intorno a noi. Il mondo ha continua necessità di essere svelato e decodificato. Se il viaggio si annida nella differenza, lo scarto è ovunque e la gradualità del Polesine o dell’est ferrarese spiega e svela al meglio. In questo, prima Simmel e Benjamin, poi Zavattini con la sua “qualsiasità”, e infine Celati, sono stati veri e propri maestri. Ed è chiaro che tutto questo, nel tempo, finisce per cambiarti e diventare un vero e proprio modo di stare alla vita. Il protagonista restituisce un’immagine di Ferrara, ma anche dei territori deltizi, inaspettatamente lontana da quella patinata delle riviste: Ferrara diviene “una città come un’altra”? Il Delta del Po è per me una lotta iconoclasta, lo stimolo a una produzione propria di immagini e di artigianato visivo e narrativo. Mi decolonizza dall’immaginario meLUOGHI — 57


diatico e, come dicevo all’inizio, è una questione privata perché non pretendo sia la realtà di tutti. Chi ci vive da sempre a sua volta produce ancora altri immaginari. Sulla città come un’altra, invece, ti rispondo che ogni luogo è un mondo, però è pur vero che si fa di tutto per trasformare il pianeta in un unico mondo senza più molteplice. Ho voluto per questo raccontare Ferrara con la categoria del molteplice e uno sguardo prospettico prismatico ed esterno oltre che interno. In una città coesistono tante città invisibili, e spesso non si incontrano. Ho provato a restituire questi sguardi. Ma è pur vero che i luoghi in qualche modo ci guardano: a volte, mi dico pensando a Callois, siamo attori e spettatori nelle medesime circostanze. Il Delta del Po e i suoi territori vengono descritti dall’amico Filippo come i soli in grado di fornire un senso di libertà, fuori dalle mura ferraresi, luoghi in cui terra, mare e cielo si incontrano e si placano, trovano conforto… Essere nel paesaggio deltizio a volte è una forma di protesta, altre possiede un fine riflessivo, può voler dire essere e sentirsi innocui, sottrarsi, almeno fino al prevalere di questo siderale vuoto, dell’odierno desiderio, strisciante e poi palese, di autorepressione che c’è in giro in questo paese. Però è anche una resa individuale ed esistenziale che ricorda a tratti L’Airone di Bassani. 58 — LUOGHI

È l’inseguire Celati o Cibotto, cercando però un proprio solco, ingaggiando una sorta di sfida. Tutto ciò è possibile perché nell’estremo limite della pianura qualcosa di dirompente dona alle cose un respiro diverso. Poi c’è l’aspetto sociale, il fatto che oggi vivere nei paesi, nei posti piccoli, distanti e poco popolati è diventato difficilissimo. Si osserva qualcosa al crepuscolo, di più sincero, che non riesce a nascondere l’invecchiamento della popolazione, i pochissimi nuovi nati, la distanza e lo spaesamento di chi, pur vivendo in un luogo, tutto sommato è diventato quasi completamente estraneo e autosufficiente rispetto a ciò che lo circonda nell’immediato. Ferrara e il Delta del Po godono entrambi del riconoscimento Unesco: può essere un ulteriore legame, non solo di vicinanza territoriale, ma anche culturale e funzionale fra queste terre? Ferrara ha un rapporto con la ruralità del tutto particolare. Vi è contiguità assoluta, oltre che geometria, varietà, che apre a un territorio altrettanto particolare come il Delta. Fa pensare a un’altra idea di vita, questo rapporto città-campagna. La stessa Ferrara porta alla mente sì il Rinascimento e la raffinatezza elitaria del periodo, tuttavia i quartieri più belli sono fatti di case basse e sembrano veri e propri paesi di contadini. Direi che oltre alla contiguità culturale e funzionale, sono spazi che, pensati in un certo modo,


con un piccolo aiuto istituzionale, sinergico, potrebbero fornire molte possibilità di libertà e autodeterminazione, fanno pensare a una vita più umana, a una vera e propria riconciliazione con l’ambiente circostante, che riguarda le vie d’acqua, i sentieri, la campagna, le lagune, la costa. Una curiosità, ma senza darti spunto. Atiscia? Atiscia sta bene, ma ormai è vecchio e anche lui ha messo radici ed è diventato più responsabile, purtroppo. Però nelle mattine di primavera, o col tepore dei giorni assolati verso l’estate di San Martino, ebbene, mi dicono che capita ancora si metta a saltare e correre all’intorno, nelle

terre rosse della Murgia brindisina, dove poi è emigrato. Oppure capita che, col muso controvento, tra ulivi secolari e forre calcaree, caparbiamente contorca il suo corpo striato e ormai a tratti canuto, nel tentativo di salti o catture improbabili, e di sconsiderati e sovrumani propositi, sempre delusi e disattesi. Tuttavia ci crede ancora alla sua libertà. Atiscia è stato poi, sotto il profilo letterario, quello che nel Cristo si è fermato a Eboli era il cane Barone per Carlo Levi: un compagno di viaggio in grado di ricordare che non bisogna essere mai distanti dalle persone e dalla vita. Che la vita è una continua oscillazione di campo, ambigua, ambivalente, e per questo tesa alla continua ricerca di punti di equilibrio sempre provvisori.

Insomma, Atiscia ricorda ad Alessandro o a Giorgio Aggiustatutto, i protagonisti del libro, che occorre sempre stare dentro e fuori al mondo, contemporaneamente.

A p. 55: traghetto sul fiume Reno. A p. 56: la stazione ferroviaria di Ferrara, le mura della città estense, Mezzano. A p. 57: la spiaggia del lido delle Nazioni, la sacca di Scardovari, il porto di Gorino. A p. 58: “Vendesi” a Bondeno, palazzoni nella zona Gad e una farmacia in via Mazzini a Ferrara.

Sandro Abruzzese è nato in Irpinia e dopo aver vissuto a Napoli e nel veronese attualmente risiede a Ferrara, dove insegna materie letterarie in un istituto d’istruzione superiore. Per i tipi di Manifestolibri ha pubblicato Mezzogiorno padano (2015), menzione speciale al Premio San Salvo. CasaperCasa (Rubbettino 2018), il suo secondo libro, è inserito nella collana Che ci faccio qui, diretta dall’antropologo Vito Teti. Si occupa di Questione nazionale sull’Osservatorio del Sud, suoi contributi sono apparsi su quotidiani e blog letterari tra i quali Doppiozero e Poetarum silva.

LUOGHI — 59


Massimo Ubertone L’ESTATE DELLO STORIONE Un caso per la zia Rosaria 296 pagine euro 15,00 isbn: 978-88-99479-58-9 èstra narrativa

«Ben arrivata collega, eravamo in pensiero». Mandò intorno uno sguardo circolare di intesa ai pochi avvocati presenti. «Ma alle belle signore bisogna sempre concedere un po’ di ritardo, non è vero colleghi?» «Buongiorno» rispose secca lei senza ricambiare il sorriso, e appoggiò pesantemente la sua borsa piena di carte sul tavolo. Se c’era una cosa che le dava sui nervi era proprio questo modo di parlarle che avevano tutti. Avvocati, giudici, cancellieri compresi. A nessuno veniva in mente di trattarla come un avvocato e basta.

Bisinello, 14 luglio 1964: la giovane moglie del fornaio del paese viene trovata morta nella sua casa. Potrebbe trattarsi di un incidente domestico, ma i genitori sospettano del marito della ragazza, che non hanno mai visto di buon occhio perché si comporta in modo strano e soprattutto perché viene dalla Sicilia. Del caso si occupano Rosaria Puglisi e il nipote Totò. Lei è la prima donna avvocato della provincia di Rovigo, lui un impresario di pompe funebri per necessità e investigatore per vocazione. Per scoprire se c’è davvero un assassino e per dargli un nome i due non esiteranno a cacciarsi in situazioni pericolose e al limite della legalità. Sullo sfondo si intrecciano vicende di corna e di vero amore in un paesino sulle rive del Po popolato da personaggi divertenti e bizzarri. Una realtà arcaica e piena di pregiudizi dove Rosaria, bella, spregiudicata e agguerrita paladina dei diritti delle donne, porta una ventata di irriverente modernità: l’anticipo di un ‘68 ancora di là da venire.

apogeoeditore.it 60 — FORME


Tiziano Bedetti La mia musica parla a tutti intervista di Sandro Marchioro

Il successo è arrivato da un po’: l’esperienza è diventata internazionale; i riconoscimenti fioccano; ma lui rimane il gentiluomo di sempre, legato alla sua terra e disponibile ad accogliere stimoli e proposte; anche quella di una intervista lunga e complessa di cui subito vi diamo conto.

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opo un po’ che lo conosci l ’idea ti viene immediata: Tiziano Bedetti è stato strappato ad un altro secolo (molto probabilmente l’Ottocento) ad un altro ambiente (forse i circoli aristocratici austroungarici) ad un’altra sensibilità (quasi certamente quella romantica) ed è stato sparato qui da noi, nel nostro tempo caotico e un po’ schizzato, senza avere il tempo di abituarsi. I modi, la gentilezza squisita, il ragionare paSUONI — 61


cato, il fantasticare fluido stridono con tutto quello che c’è intorno. Eppure la sua musica no: è pienamente del suo tempo, perfettamente in linea con ciò che tutti stiamo vivendo: solo che è una musica sapiente, di un conoscitore profondissimo di tutto ciò che c’è stato e che c’è, di un compositore che ama profondamente quello che fa e che si diverte a mischiare ed impastare senza mai tralasciare una personalità spiccata ed intensa, che attraverso la musica vuole dire con forza qualcosa sulla società in cui vive. Il successo è arrivato da un po’: l’esperienza è diventata internazionale; i riconoscimenti fioccano; ma lui rimane il gentiluomo di sempre, legato alla sua terra e disponibile ad accogliere stimoli e proposte; anche quella di una intervista lunga e complessa di cui subito vi diamo conto. La tua, più che una professione, sembra proprio una vocazione. Come e dove è nata questa grande passione per la musica? La passione della musica è nata quasi per gioco; ricordo che da bambino mi erano stati regalati degli strumenti come un flauto recorder, una piccola chitarra e un xilofono di metallo. Ascoltando i dischi di vinile, senza conoscere la musica, cercavo di seguirli istintivamente. Ero molto incuriosito dal pianofor te di mia madre che aveva studiato musica e solfeggio al vecchio Istituto Buzzolla. Così iniziai ad avere le prime lezioni di musica e successivamente frequentai insegnanti privati. 62 — SUONI

Quale è stata la tua formazione e dove è avvenuta? La mia formazione è av venuta al Conservatorio di Adria, ottenendo il diploma di Pianoforte, Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e il Biennio Specialistico di Secondo Livello. Ho avuto inoltre la fortuna di conoscere e perfezionarmi con i più grandi didatti e compositori italiani quali Bruno Coltro, Bruno Bettinelli, Azio Corghi, frequentando le loro lezioni. Con il M° Azio Corghi mi sono diplomato all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma e all’Accademia Chigiana di Siena e alla Civica Scuola di Musica “C. Abbado” di Milano. La tradizione musicale adriese ha avuto un ruolo nella tua formazione? Sicuramente. In famiglia c’era la passione per la musica, mio nonno Serse suonava nell’Orchestra della Stagione Lirica diretta dal giovane Nello Santi mentre mio zio Luigi Segantin è stato tra i fondatori dell’Orchestra d’Archi “Nino Cattozzo” ed instancabile animatore della vita musicale adriese di un tempo. I nonni dalla parte di mia madre avevano una certa passione amatoriale, un tempo tutti conoscevano e cantavano le melodie più celebri dell’Opera o seguivano il Teatro. La frequentazione sin da bambino dei Concerti della Società Buzzolla è stata la prima occasione di poter conoscere dal vivo il grande repertorio musicale solistico e cameristico ed

incontrare gli interpreti che tenevano i concerti, trattandosi anche di un anello di congiunzione con i vecchi appassionati di musica che narravano molti aneddoti del passato con enfasi, restituendo una certa aura mitica. Come definiresti la tua musica? La mia musica ha un significato sociale, vuole comunicare e parlare a tutti ed è alla ricerca di un linguaggio comune che si rinnova attraverso influssi e suggestioni eterogenei anche attraverso le danze di oggi. Se all’epoca di Bach la Corrente, la Sarabanda, il Minuetto erano i ritmi popolari che andavano per la maggiore e all’epoca di Chopin erano invece il Valzer e la Mazurka mentre, nel ‘900, il Ragtime, il Fox Trot, il Tango, oggi la musica è cambiata e la disco, il techno, il reggae insieme ad altre danze metropolitane o caraibiche fanno parte dell’immaginario collettivo odierno. Carl Orff diceva che la musica si rinnova attraverso la danza. La mia musica non è un museo sonoro, né ricalca cliché, si rinnova decontestualizzando ed elidendo molteplici suggestioni provenienti anche dal mondo attuale parlando con un linguaggio vivente. Quali sono i tuoi riferimenti musicali fondamentali e perché lo sono? Sicuramente dai classici ho appreso “lezioni” sulla forma e il contrappunto: Bach, Mozart, Beethoven, da Bellini e Donizetti, la melodia e il belcanto italiano; da


Mahler, Stravinsky e Schnittke la rielaborazione di materiali storici provenienti da ambiti eterogenei; da Rimsky-Korsakov, Respighi e Ravel l’orchestrazione; il ritmo dal folklore industriale odierno e da una serie innumerevole di autori che sarebbe difficile citare... Tu spazi tra varie forme musicali. In quale ti trovi più a tuo agio? Sicuramente mi trovo molto a mio agio nella musica strumentale, cameristica, dove le forme possono essere “classiche” o seguire una propria costruzione. A volte, scrivere per organici ridotti è come realizzare uno studio preparatorio per organici più vasti. Ho interesse per il balletto e anche naturalmente per l’opera. La contaminazione tra generi è importante nella tua musica? È fondamentale perché fa par te del mio concetto di linguaggio. Sol amente che al posto di fare coll ages ed appiccic are di ver si materiali che molto spesso non stanno insieme, gli stili vengono decontestualizzati e assimilati con tecniche dedotte dai classici. Anche la musica di Haydn, Mozart, Beethoven, Brahms, Dvorak è in un certo senso “contaminata” da quello che i compositori ascoltavano in quel momento nelle feste di paese, nei locali dove si suonava quello che “andava di più” al momento: non è difficile rendersi conto di questo e risalire alle fonti, basta vedere

le loro partiture sotto angolazioni diverse. Nel sito a te dedicato sono riportati alcuni giudizi di esperti e critici sulla tua opera. Mi hanno particolarmente colpito quello del grande poeta Mario Luzi (del quale tu hai musicato un testo), e quello di Cristina Mazzavillani Muti (che è la moglie di Riccardo Muti); quest’ultima dice che “la tua musica è vera, colta, intensa e molto ben identificabile nella tua particolare natura esistenziale”. Perché la tua natura esistenziale è particolare? Sicur amente nell a mia music a traspare un’attenzione alla problematicità della società di oggi, della realtà umana e della sua limitatezza e la necessità di ricerca di un chiarimento in noi stessi. Anche un’opera artistica porta il riflesso del nostro momento storico con le sue inquietudini, l’innegabile frammentazione nel processo della globalizzazione, il vivere in una società con la sua instabilità e il mettersi in gioco costantemente. Tutto questo porta l’artista ad interrogarsi e ricercare delle certezze. Tu ormai hai un’esperienza internazionale. Questa esperienza ti permette di fare un confronto e di dare un giudizio sulle istituzioni musicali italiane? Molto spesso dimentichiamo che siamo stati noi italiani ad esportare la nostra scuola musicale e l’idea di Conservatorio nel mondo, pensiamo SUONI — 63


che Giuseppe Sarti è stato incaricato di fondare un Conservatorio su modello italiano in Russia dalla zarina Caterina II o che Luigi Cherubini è stato il fondatore del Conservatorio di Musica di Parigi. Haydn, Mozart, Beethoven hanno appreso dall a scuol a italiana; se non vi fossero stati prima i vari Porpora, Cambini, Sammartini, Lucchesi, forse non ascolteremmo oggi in concerto una Sinfonia Rullo di Timpani, una Jupiter o una Missa Solemnis; ov viamente con Haydn, Mozart e Beethoven parliamo di geni musicali assoluti che oltre ad apprendere il linguaggio del proprio tempo, lo hanno sviluppato in maniera originale ed unica e ci hanno regalato dei capolavori immortali. La situazione oggi è che si sta perdendo la bussola e il senso e la vera natura della scuola italiana che riassunta in un concetto è “apprendere dall’esempio del proprio Maestro”. Il volere equiparare il Conservatorio all’Università inserendo molte più materie di prima comporta una frammentazione. Si parla di “trienni”, “bienni”, “idoneità”, “crediti”, “piani di studio”, “equipollenze” ma il fatto è che se la scuola non è più una vera bottega dove si trasmette un mestiere agli studenti, nessuno saprà questo mestiere e l’artigianato più autentico andrà perdendosi. Inoltre, anche se per fortuna continuano ad esserci insegnanti molto bravi in Italia, ritengo sarebbero necessari maggiori investimenti sulla ricerca e produzione e sulle strutture: gran parte delle sedi dei Conservatori italiani sono fatiscenti 64 — SUONI


e con una strumentazione e risorse non adeguate. All’estero, dal punto di vista dei mezzi, lo Stato insieme ai privati investe maggiormente sulla qualità delle Istituzioni e sulla ricerca. Come mai uno che vuole approfondirsi con uno specialista dei “partimenti” della scuola napoletana e dello stile “galante” deve andare oggi a finire alla Northwestern University negli USA? Tu insegni nei conservatori da molti anni: i giovani si avvicinano alla musica con la stessa passione, tenacia e costanza che avevi tu agli esordi? Numericamente forse oggi ci sono più giovani che si avvicinano alla musica. A volte, mi capita di incontrare giovani con una grande passione per la musica, molti sono assidui, altri meno. Il problema di oggi forse è la continuità, la volontà di proseguire e non fermarsi. Forse una volta c’erano meno distrazioni e si era più concentrati su quello che si faceva; ricordo che tra i miei compagni di classe c’erano degli “accaniti” con un vero culto per le partiture e i cd che “consumavano” a forza di leggere ed ascoltare. Avere delle partiture d’orchestra era costoso e iniziare a costruirsi un po’ alla volta una propria biblioteca e scaffale di cd era una soddisfazione grande. Oggi internet e i telefonini, da un certo punto di vista, hanno messo a disposizione tutto il repertorio in tempo reale e si può scaricare qualsiasi partitura o registrazione audio con un colpo di click. Forse avere troppe informazioni disponibili ha

abbassato la soglia di concentrazione nei ragazzi. In America, nelle scuole della Silicon Valley, sono tornate di moda carta e penna, e si inizia a vedere come l’utilizzo solo del computer possa portare il rischio di “formattare la mente” dei giovani in un certo modo, perdendo quello che è il processo di costruzione di uno “spazio mentale”.

raggiunto un successo, non vanno oltre la novità iniziale, si insegue chi è stato pubblicato dalle grandi case editrici o sponsorizzato per ragioni che, molto spesso, risultano incomprensibili. Ma non tutto è oro quello che luccica.

Oltre a Tiziano Bedetti, quale altro compositore italiano vivente potrebbe essere interessante ascoltare?

Sto lavorando a nuovi lavori cameristici e ad un nuovo balletto che nel 2020, a Washington negli Stati Uniti, verrà coreografato dal Dance Conser vator y e dalla Metropolitan Philharmonic Association. Mi sono state commissionate composizioni da diversi interpreti russi come Olesya Kravchenko e Natalia Zhukova. Sarò prossimamente al Conservatorio Ciaikovsky di Mosca dove eseguiranno il mio “Labirinto Veneziano”, in una manifestazione promossa dal Ministero della Cultura della Federazione Russa. Per me essere stato invitato è un grande onore ed è il massimo riconoscimento che può avere un compositore. Sarò anche al Museo S. Rachmaninov dove verranno eseguite mie composizioni cameristiche dal Classica Plus. Tra pochi giorni, anche il Duo Gaqi eseguirà delle mie musiche presso l’Istituto di Cultura di Bucarest in Romania.

Ci sono compositori praticamente sconosciuti in Italia e non solo italiani: ad esempio, Rodion Shchedrin o Efrem Podgaits considerati i più grandi compositori russi viventi o Jeef Manookian, compositore di origine armena che vive in Argentina, l’americano Carson Cooman, più o meno della mia età che ha un catalogo di seicento numeri d’opus, quanto Mozart! Ci sono tanti compositori italiani che meriterebbero maggiori spazi, la lista sarebbe molto lunga, non vorrei fare un torto a qualcuno citandone alcuni e dimenticandone degli altri, faccio solo un nome del passato più recente, Renzo Rossellini... Ma ci sono tanti giovani o meno giovani che gridano giustizia… Del resto, ci sono compositori in varie parti del mondo che andrebbero eseguiti; secondo me da parte delle Istituzioni, Festival e Teatri manca il coraggio e la volontà di aggiornarsi sul mondo che ci sta attorno. Il fatto è che si punta tanto su nomi già noti che molto spesso,

Quali sono i tuoi programmi per il futuro? A cosa stai lavorando?

A p. 63: Tiziano Bedetti a Mosca nella Casa Museo “Sviatoslav Richter” e nei pressi di San Basilio. A p. 64: nella sua casa e al teatro La Fenice con il quartetto Aires. SUONI — 65


Ricky Bizzarro FIERA 188 pagine euro 15,00 isbn: 978-88-99479-53-4 èstra narrativa

«I volti di Fiera rappresentano vite che scorrono raccontando se stesse, e anche un tempo e un luogo che continuano a vivere nella memoria di chi li ha attraversati. Solo lì e da nessun’altra parte. Io sono un frammento di quel tempo e di quel luogo, una vita che scorre, una voce che racconta perchè deve raccontare»

Fiera è un piccolo mondo antico che non esiste più. Una frase, questa, in cui i verbi sembrano contraddirsi, anche se in realtà sono ben coniugati. Fiera c’è ma non esiste, non in questi tempi almeno e per cercare di comprendere quest’antitesi è necessario tenere conto di una distinzione fondamentale: il quartiere periferico della città di Treviso identificato con il nome “Fiera” è solo lo sfondo, o meglio ancora, il palcoscenico su cui si muove la Fiera raccontata in questo libro, fatta di personaggi dalla natura straordinaria, le cui gesta vivono ancora oggi nella memoria e nelle storie – che spesso assumono tratti mitologici – raccontate a tarda notte nelle osterie o a qualche angolo di strada da quelli che c’erano. Fiera è stata un’enclave di umanità varia e resistente compattata da un inspiegabile e assoluto senso di appartenenza che ancora oggi ne caratterizza i sopravvissuti: Mi son da Fiera!, ecco il vanto, l’onorificenza, l’attestato, l’autocertificazione, che conferma l’indissolubile e misterioso legame con il luogo.

apogeoeditore.it 66 — LE STRISCE DI HERSCHEL E SVARION


Sua maestà el bisato (´rosto) Sua Maestà l’anguilla (arrosto) Sua Maestà l’anguilla (arrosto) di Mario Bellettato

Conservo il ricordo indelebile dei casoni di valle, dove si arrostivano pazientemente le anguille appena pescate. Eviscerate con una pratica un po’ crudele mentre ancora si contorcevano e tagliate rapidamente “a moréi” finivano sulla griglia, dapprima sulla zona con le braci più calde per dare colore, per proseguire a temperatura più bassa dove “el valexàn” aveva sapientemente diradato i tizzoni.

L’

anguilla è per molti aspetti il pesce che meglio rappresenta il delta del Po: si adatta bene a vivere in habitat di diversa salinità, prospera anche in ambienti poco ospitali ed offre una carne ricca, sapida e praticamente priva di spine, salvo la lisca centrale. È una fonte preziosa di proteine, veniva allevata già da Greci e Romani e nel nostro delta veniva pescata con i metodi tradizionali, all’amo, con le reti (i tramaci), SAPORI & SAPERI — 67


con la negòssa in tel colauro (con il guadino nel canale di collegamento tra valli e laguna) o in modo meno ortodosso a palpéto, cioè al tatto nel fango, o addirittura, come si faceva soprattutto nel ferrarese, stendendo fogli di quotidiano cosparsi di cenere finissima lungo i percorsi abituali usati dalle anguille per passare da un canale all’altro o per attraversare gli argini. I nostri nonni avevano imparato che la cenere si impasta con il muco delle anguille (el lagàgno) e impedisce loro di strisciare. Gli spostamenti erano soprattutto notturni e al mattino si procedeva ad arrotolare le anguille annerite direttamente con i fogli di giornale-trappola. Durante il Ventennio i meno allineati con il regime provavano un sottile piacere nel far “baciare” all’anguilla le foto del re o di Mussolini che campeggiavano in prima pagina. Tradizionalmente il bisato è molto apprezzato in Veneto e in Emilia, ma per ragioni misteriose una percentuale rilevante della popolazione femminile autoctona, intendo gentil sesso stanziale polesano, non lo ama par ticol ar mente. E sistono spiegazioni di ver se per questo curioso fenomeno, alcune addirittura con qualche pretesa di rigore scientifico. Secondo alcuni le ragioni sarebbero legate all’iconografia tradizionale, il turpe bisato richiamerebbe il serpente cui la Madonna schiaccia il capo. Altri preferiscono un’interpretazione più schiettamente profana, che parte dall’innegabile somiglianza dell’anguilla con una 68 — SAPORI & SAPERI


parte anatomica maschile, elemento che con tutta probabilità ne ha decretato la denominazione dialettale transgender che dall’italiano anguilla passa a bisato, etimologicamente affine a bissa (serpe) ma ostinatamente maschile. Sia come sia, l’avversione al bisato (rigorosamente inteso come pesce) rappresenta una delle ragioni per cui molti mariti dubitano del quoziente intellettivo delle consorti. La popolarità di questo pesce è diminuita negli anni: per molti probabilmente evoca una frugalità che si preferisce dimenticare, altri a torto considerano l’anguilla un cibo da evitare, una pietanza “grassa” o “pesante”, definizioni che tradiscono opinioni dietetiche discutibili e criminalizzano ingiustamente piatti che rappresentano prelibatezze assolute. Giusto per dare un po’ d’informazione corretta, l’anguilla tra i pesci si piazza al secondo posto per contenuto di Omega 3, solo la sardina la supera, fornisce proteine nobili, vitamine A, E e buone quantità di calcio e magnesio: in una dieta bilanciata si può tranquillamente consumarla con una certa frequenza. Per capire quanta cultura rischiamo di perdere (oltre al sapore) se trascuriamo questo pesce, basta ricordare la ricchezza di vocaboli che, e parlo solo del dialetto veneto, definivano l’anguilla nelle diverse fasi del ciclo di vita o in relazione all’habitat di diffusione: Sièche, Cediòi, Siriòi, Buratèi, Scavezoni, Bixatte, Femenali, Passùi, Papalòni, Béchi.

SAPORI & SAPERI — 69


permette di conservare a lungo il pesce a temperatura ambiente e di prepararlo in modo analogo alle aringhe. A mio parere, tuttavia, la brace di legna è la soluzione migliore per cuocere l’anguilla: è, come si dice, la morte sua. Scegliete esemplari freschissimi (meglio se ancora vivi) di media grandezza: se sono troppo piccoli a fine cottura risulteranno troppo secchi (meglio friggerli in quel caso) e al contrario, se si tratta di capitoni, si rischia di cuocere troppo la parte esterna per evitare che l’interno rimanga parzialmente crudo. Private della testa ed eviscerate, operazioni tutto sommato semplici, le anguille vanno tagliate in segmenti lunghi 15-20 centimetri (i morèi de bisato) o, in alternativa, arrotolate a spirale e fermate con uno spiedo di metallo che le infilzi da parte a parte, in modo da poterle rigirare.

Le diverse pezzature dell’anguilla suggeriscono la modalità di cottura e la preparazione più adatte: gli esemplari piccoli si prestano alla frittura, interi se le dimensioni lo consentono, oppure tagliati ed annodati. La temperatura elevata dell’olio rende croccante la spina e li si può consumare senza diliscarli, come fossero acciughe o sardoni. Le anguille di maggiori dimensioni, i capitoni, tradizionalmente non vengono consumati freschi, ma inscatolati. Sono marinati in carpione dopo una lunga cottura allo spiedo che ne riduce la percentuale 70 — SAPORI & SAPERI

di grasso. Le ricette per il liquido di governo, la cosiddetta marinatura o carpione, variano molto ma in genere includono passata di pomodoro, alloro e una discreta quantità di aceto di vino. Popolare a Napoli, a Salerno e nel casertano e, a seguito dell’emigrazione, nelle zone dove siano presenti comunità di origine campana, il capitone marinato per i buongustai del sud è una portata irrinunciabile delle festività natalizie. Molto gradevole è anche l’anguilla affumicata, tradizione nordeuropea che di recente ha conosciuto qualche diffusione anche in Italia e che

Conservo il ricordo indelebile dei casoni di valle, dove si arrostivano pazientemente le anguille appena pescate. Eviscerate con una pratica un po’ crudele mentre ancora si contorcevano e tagliate rapidamente a moréi finivano sulla griglia, dapprima sulla zona con le braci più calde per dare colore, per proseguire a temperatura più bassa dove el valexàn aveva sapientemente diradato i tizzoni. A cottura ultimata, prima del consumo, l’anguilla veniva lasciata riposare qualche minuto su una tavola di legno, coperta con una fronda di alloro.


Il segreto della cottura consiste nel fare in modo che parte del grasso coli e parte soffrigga all’interno della carne donandole il suo inconfondibile sapore. La pelle deve staccarsi dalla polpa e risultare croccante, ma non bruciata, la carne deve rimanere morbida e cotta in modo uniforme. Se è vero che poche cose sono buone come un’anguilla arrosta a puntino è altrettanto vero che un’anguilla non completamente cotta è decisamente sgradevole. Durante la cottura è impor tante assicurarsi di evitare temperature troppo elevate, come tutti i pesci anche el bisato non ama il calore eccessivo che tende a conferire alla polpa un retrogusto amaro e che rende indigesti i grassi presenti. Nel dubbio è meglio una cottura un po’ più lunga a temperature inferiori, in ogni caso se vedete che il grasso cola e tende a sfrigolare il calore è sufficiente. Se siete tentati dalla perfezione per le braci usate legno di vite e aggiungete qualche ramo e qualche foglia di alloro. Fate attenzione ad utilizzare piatti di portata che conservino il calore, l’anguilla arrosto è gradevole calda o quantomeno tiepida, procuratevi uno di quei sottopiatti orientali con la candelina, valgono ampiamente i pochi euro del loro prezzo e li potrete usare anche per i bolliti o per lo zampone… mi ringrazierete.

sgarba e magari con l’aggiunta di un porro affettato. Di rigore il vino rosso corposo ma non invecchiato, un raboso o un merlot del veneto sono perfetti. Se volete un acco-

stamento meno comune scegliete un lambrusco secco di Castelvetro, bello acidulo, o anche un gutturnio (rigorosamente “fermo”) dei colli piacentini.

Servite il bisato con polenta bianca abbrustolita (o se preferite fritta in padella) e accompagnatelo con un’insalata di stagione condita con una vinaigrette ricca di aceto che SAPORI & SAPERI — 71


FONDAZIONE BANCA DEL MONTE DI ROVIGO 72 — REDAZIONALE

Musica e Poesia Musica e Pittura L’edizione 2019 è stata dedicata all’Europa


È

nata ventiquattro anni fa l’idea di accostare l’esecuzione di brani musicali alla conoscenza di opere pittoriche dando vita alla longeva rassegna “Musica e Pittura”. “Sottotitolata” La domenica ai Concordi - apparendo ideale concedersi, la domenica mattina, nella prestigiosa Sala Oliva dell’Accademia di Concordi, il piacere di un breve concerto abbinato all’approfondimento di artisti e quadri - l’iniziativa nel tempo è cresciuta e si è configurata come un’attesa e qualificata proposta culturale che la cittadinanza rodigina, e non solo rodigina, gradisce e partecipa. Ideatrici e promotrici dell’iniziativa sono tre autorevoli istituzioni radicate nel territorio e a cui il territorio sta a cuore, accomunate dalle medesime finalità di valorizzazione del patrimonio artistico. Conservatorio “Francesco Venezze” di Rovigo, Fondazione Banca del Monte di Rovigo e Accademia dei Concordi collaborano dalla prima edizione istituendo un sodalizio più che mai consolidato e proficuo. Tradizionalmente svolto nel periodo autunnale, il ciclo di incontri-concerto “Musica e Pittura” si è nel tempo arricchito ed ampliato con la rassegna “Musica e Poesia”, più giovane in termini di edizioni, “solo” undici. Quest’ultima iniziativa, precedentemente progr ammata in primavera, propone l’accostamento della lettura di poesie e testi in prosa alla musica eseguita dal vivo.

Dal 2014 le due rassegne sono unite in una unica iniziativa ispirata da un filo conduttore, sviluppando quindi un solo tema nelle diverse forme d’ar te, che i tre enti individuano concordemente per ogni singola edizione. Il programma della rassegna, ponderato e condiviso dagli organizzatori, sempre rinnovato, si propone di invitare a godere della bellezza prodotta ma anche di creare un momento per riflettere e ad approfondire le tematiche scelte. Fondazione, Conservatorio e Accademia promuovono la doppia rassegna con la finalità, soprattutto, di offrire un evento culturale di livello elevato, ma anche di mettere in risalto le eccellenze della città, in primis i talentuosi allievi e i professionisti del Conservatorio rodigino. Gli incontri, inoltre, coinvolgono diverse personalità cittadine che prestano le loro competenze, rispetto alla letteratura e alla storia dell’ar te, attraverso le relazioni esposte durante gli appuntamenti con il pubblico e approfondite sul volumetto distribuito gratuitamente a tutti i presenti. Oltre a contenere il programma di sala, il libretto pubblica inediti e interessanti testi e saggi sull’argomento, corredati da un apparato iconografico significativo. Per l’edizione 2019 di “Musica e Poesia-Musica e Pittura” gli enti promotori hanno individuato come tema conduttore l’Europa. Otto incontri REDAZIONALE — 73


si sono succeduti dal 6 ottobre al 1 dicembre in Sala Oliva dell’Accademia dei Concordi. La rassegna ha potuto contare sulla collaborazione di Natalia Periotto per quanto concerne la parte dedicata alla poesia, di Alessia Vedova per i testi dedicati alla pittura e di Giuseppe Fagnocchi per la sezione musicale. Parti che si compenetrano, in sintonia, espressione dello spirito della manifestazione e della collaborazione tra gli enti che la organizzano. Per “Musica e Poesia” l’argomento Europa è stato esposto nei quattro incontri dedicati seguendo altrettante linee guida individuate e presentate dalla professoressa Periotto: l’Europa vista come europeità, sia come una realtà storica sia come una realtà culturale “in quanto siamo europei ancora prima di esserne consapevoli”. Dal mito al libero arbitrio, dalla città alla nostalgia i concetti fondativi della civiltà, della riflessione e dell’identità europea, nonché del sentimento europeo sono stati indagati e rappresentati attraverso selezionati brani della letteratura e della poesia italiana ed europea proponendo autori da Eschilo a Giuseppe Ungaretti, da Osip Mandel’stam a Charles Baudelaire, da Walther von der Vogelweide a Virginia Woolf, da Friedrich Holderlin e John Donne a Franz Kafka e Martina Cvetaeva fino a Pier Paolo Pasolini. Il filo conduttore ha attraversato le domeniche con il costante accompagnamento dei versi di Dante, poeta europeo 74 — REDAZIONALE

portavoce di sentimenti ed esigenze non solo legate alla comunicazione verso l’altro ma all’interno, nell’anima, anche di chi viaggia, di chi va alla scoperta e all’avventura. Il tema dell’Europa nell’arte è stato sviluppato da Rober ta Reali e Cristina Elettra Ferrari, oltre che da Alessia Vedova. Grazie ai loro interventi prima di ogni concerto, la rassegna “Musica e Pittura” ha illustrato le caratteristiche salienti della produzione e dello stile di Giambattista Tiepolo, Canaletto, Rosalba Carriera e Giovanni Antonio Pellegrini, in relazione ai rapporti di questi grandi artisti con le più grandi città europee. I numerosi viaggi e la frequentazione di case reali e principati hanno dato grande fama a questi maestri e la loro opera ha influenzato il gusto delle corti europee. Mentre esercitavano la loro arte pittori e affrescatori provenienti dall’Italia si confrontavano con le committenze inglesi, francesi, spagnole e tedesche nell’Europa del XVIII secolo, a rappresentare la vitalità dello scambio culturale e di rapporti tra stati e a testimoniare, ieri come oggi, quanto l’arte e la bellezza travalichino ogni confine. Per quanto riguarda il corposo e valido programma musicale va dato atto al curatore, Giuseppe Fagnocchi, della maestria con cui ha saputo coordinare gli otto concerti di “Musica e Poesia-Musica e Pittura”, in sintonia con i singoli temi domenicali e non solo con l’argomento principale, rapportandosi la musica


con poesia, pittura e storia. Il filo conduttore dell’intera rassegna, l’Europa, dal punto di vista musicale è stato concepito come un viaggio inteso geograficamente ma anche nella memoria e proiettata nel futuro. Con questo presupposto i temi presentati sono andati dal primo Settecento al Romanticismo e alla Mitteleuropa. Sono stati gli studenti del Conservatorio e il loro talento i protagonisti dei concerti, in qualche caso con l’accompagnamento dei docenti. Molti di questi allievi sono già premiati in diversi concorsi nazionali ed europei e, si auspica, proiettati verso un futuro promettente. La rassegna “Musica e Poesia-Musica e Pittura” ha tra le finalità anche quella di dare spazio e di incoraggiare questi ragazzi e di sostenerli nel loro percorso formativo, mentre offrono a chi li ascolta il piacere di godere della musica con un repertorio vario e sempre ottimamente eseguito.

A p. 72: l a coper tina del libretto “Musica e Poesia-Musica e Pittura 2 019 ”. L’ i mma gi n e r a p p r e senta Europa in una cartina di Heinrich Bunting, Hannover (1581). In questa pagina: vaso di Assteas, cratere di ceramica italiota prodotto a Paestum intorno al 350-330 a.C.; sul lato principale è raffigurata la vicenda mitologica del ratto di Europa (ovvero del rapimento di Europa compiuto da Zeus in forma di toro).

La Fondazione Banca del Monte di Rovigo è presente nel tessuto polesano attraverso progetti ed interventi a favore della formazione e dell’educazione dei cittadini ed in particolare dei giovani, riservando particolare attenzione al mondo della scuola. In quest’ottica la Fondazione promuove la distribuzione della rivista REM Ricerca Esperienza Memoria presso tutte le biblioteche degli istituti scolastici secondari di primo e di secondo grado del territorio polesano, nella convinzione di offrire uno strumento di approfondimento e di consapevolezza identitaria. Allo stesso tempo, questa opera di diffusione a cura della Fondazione rappresenta un sostegno ad una rivista che valorizza il territorio e mette in luce la vivacità culturale del Polesine affrontando diversi aspetti e caratteristiche. Il pregio della rivista, oltre ai contenuti, va sicuramente riconosciuto anche per lo spazio riservato a molte firme giovani della provincia. Fondazione Banca del Monte di Rovigo

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N o v i tà e r i pro po ste

I NVERNO 2 0 1 9 / 2 020

Diego Crivellari

Ricky Bizzarro

SCRITTORI E MITO NEL DELTA DEL PO

FIERA

192 pagine euro 15.00 collana “I salici” dell’Accademia dei Concordi

Maurizio Romanato M. Ludovica Mutterle Un Imperatore a Rovigo (1819) 534 pagine euro 15.00 Nuova ed. rinnovata collana “Le Radici”

60 ANNI DI PANATHLON ROVIGO 1959-2019 Olimpici, azzurri e campioni

a cura di Sergio Sottovia, Ivan Malfatto, Raffaello Salvan 76 — LE STRISCE DI HERSCHEL E SVARION

192 pagine euro 15.00 collana “èstra” narrativa

Alfonso Malaguti SPAZIO E TEMPO IN GABBRIS 72 pagine euro 15.00 Impaginazione di Claudia Biasissi

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80 — LE STRISCE DI HERSCHEL E SVARION


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