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Anno VI, n. 2/3 del 1 Dicembre 2015 | Euro

2,50

‘900 Attraverso il

Intervista a Laura Gavioli

In questo numero: Natalino Balasso | Marco Barbujani | Massimiliano Battiston | Mario Bellettato Emy Bernecoli | Paola Crepaldi | Maria Chiara Fabian | Aurora Favero | Ilaria Gabrieli | Sergio Garbato Alex Grotto | Ronnj Grotto | Sameh Salama | Barbara Spaggiari | Maurizio Spano | Matteo Tosin


REM Foto di Angelo De Poli

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SOMMARIO

EDITORIALE

PPP............................................................................................................................................... 7 RUBRICHE

Taccuino futile - Natalino Balasso .................................................................................................. 9 Visti da lontano - Ronnj Grotto..................................................................................................... 11 Opzione musica - Emy Bernecoli................................................................................................. 13 Visti da vicino - Sameh Salama.................................................................................................... 15 STORIA DI COPERTINA

Attraverso il ‘900 - Intervista a Laura Gavioli di Vainer Tugnolo....................................................... 16

Anno VI, n. 2/3 del 1 Dicembre 2015 Autorizzazione del Tribunale di Rovigo n. 3/2010 del 23/02/2010 Direttore Responsabile: Sandro Marchioro Editore: Apogeo Editore

ATTUALITÀ

REM è fatto da: Sandro Marchioro, Monica Scarpari, Paolo Spinello e Michele Beltramini

STORIE

Un nuovo tassello per la ricezione europea di Luigi Groto - Barbara Spaggiari....................... 27

e da: Cristiana Cobianco, Martina Fusaro, Alberto Gambato, Nicla Sguotti, Danilo Trombin, Vainer Tugnolo

LUOGHI

Grafica e Impaginazione: Marta Moretto

2005-2015 Dieci anni dell’Associazione Culturale “I Druidi” - Alex Grotto............................ 23

Perché ricordare Bosgattia? - Marco Barbujani........................................................................... 31 Peter Pan e l’isola che non c’è - Danilo Trombin......................................................................... 35

Stampa: Grafiche Nuova Tipografia - Corbola (RO) Tel. 0426.45900

Atlante, qui ed ora, dentro e fuori - AA.VV............................................................................... 45

Il responsabile del trattamento dei dati raccolti in banche dati di uso redazionale è il direttore responsabile a cui, presso Paolo Spinello Diffusione Editoriale Via Zandonai, 14 - 45011 Adria (RO) Tel. 347 2350644, ci si può rivolgere per i diritti previsti dal D.Lgs.196/03.

IMMAGINI

Iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione (ROC) n.19401 del 14/04/2010.

PAROLE

…Siamo qui solo di passaggio – Maria Chiara Fabian............................................................... 40 PALCOSCENICO

DeltaMorphosis - Un progetto di Angelo De Poli - Intervista di Monica Scarpari......................... 50 COLORE

La Ricerca, lo Stordimento e l’Insoluto: la pittura di Daniele Totaro - Intervista di Cristiana Cobianco........................................................ 55 SUONI

Daniele Roccato, dove danzano le Muse - Intervista di Maurizio Spano...................................... 60 The real deal - Monica Scarpari................................................................................................... 65 PERSONAGGI

Adoniran Barbosa, il talento e la passione - Nicla Sguotti........................................................ 69 SAPORI & SAPERI

Mangiare nel Delta del Po - Mario Bellettato............................................................................... 78 STRISCE

Piccoli problemi di rete - Matteo Tosin......................................................................................... 82 RITRATTI

La smorfia nella piazza - Sergio Garbato.................................................................................... 86 5

Copyright - Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in qualsiasi forma o rielaborata con l’uso di sistemi elettronici, o riprodotta, o diffusa, senza l’autorizzazione scritta dell’editore. Manoscritti e foto, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. La redazione si è curata di ottenere il copyright delle immagini pubblicate, nel caso in cui ciò non sia stato possibile l’editore è a disposizione degli aventi diritto per regolare eventuali spettanze. REM ringrazia gli autori per la collaborazione e la concessione di foto pubblicate in questo numero. Tali foto sono date in utilizzo gratuito per l’inserimento nella rivista. Tutti gli altri utilizzi sono interdetti, ai sensi della Legge 633/41 e successive modifiche, e ai sensi del Trattato Internazionale di Berna sul Diritto d’Autore. Numero chiuso in redazione il 10/11/15. ISSN 2038-3428

www.remweb.it In copertina: Giuseppe Zigaina, "Uomini del Po", 1951, olio su tavola, in "il Po del '900", Grafis 1995.


EDITORIALE

C

PPP

’era da aspettarselo che per il quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini accadesse di tutto: che ne parlasse il più raffinato critico letterario e che lo sbrodolasse Fabio Fazio, che se ne ripubblicassero scritti scelti e se ne mandasse in edicola un po’ di tutto un tanto al chilo, come sta facendo il Corriere della Sera accompagnando l’iniziativa con un promo in tv fornito di frasetta messianica tirata fuori per fare effetto e per vendere, mica per far capire Pasolini. Niente di scandaloso. Non ci si scandalizza più di nulla, ormai. E lo scandalo non serve a nulla.

Del resto, niente di più pasoliniano nel rendere omologante Pasolini. Ma è tipico della cultura che non entra nella vita, che resta qualcosa di distante dalla pratica quotidiana, che viene celebrata e mistificata dalle miserrime ed esauste élite culturali di oggi (i giornali, le tv, gli intellettuali, i gruppi: cioè, quel che ne resta), confinare la pratica di un autore, di uno scrittore, di un artista in un anniversario; dibattere, azzuffarsi, riempire pagine e palinsesti per qualche giorno o settimana e poi il nulla fino al prossimo anniversario. È la cultura che non serve a niente, che promuove slogan, lacerti, fuochi d’artificio, ma che non cambia mai nulla, che non incide sulle vite, che non prospetta un cambiamento, che non prevede e nemmeno immagina la fatica ed insieme la bellezza dell’impegno e della pratica quotidiana. Celebriamo Pasolini evitando di citare a sproposito una sola riga della sua immensa, vastissima, magmatica e per molti versi sanamente contraddittoria opera, che consigliamo a tutti di centellinare con calma e passione per tutti i giorni che verranno. Ma soprattutto ci permettiamo di celebrare Pasolini continuando a fare quello che abbiamo sempre fatto, offrendo anche in questo numero ai nostri lettori uno spaccato quanto più fedele di quanto si muove, a livello culturale, nel nostro territorio, cioè la cultura dal basso, non quella fatta dai grandi potentati del sapere, ma quasi sempre fatta dalla “gente” di cui parla Pasolini, come si sente nello slogan del Corriere che sta andando in tv in questi giorni. Che non ci piace per niente. Mentre ci piace molto la nostra gente che fa cultura.

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RUBRICA

Taccuino futile

Foto di Nicola Boschetti

Asini di Natalino Balasso

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hi non capisce la sua scrittura è... Forza ragazzi, datemi un po’ di attenzione, Simone, stai seduto! Allora, chi non capisce la sua scrittura è... Il vociare della classe diventa subito chiasso, ciascuno parla in una direzione diversa, qualcuno ride, qualcuno compie atti di violenza gratuita. La piccola donna accanto alla cattedra rimane impettita, porta occhiali affumicati e un foulard sotto la giacca del “tailleur” color cattedra. - Bambini! Adesso mi sto arrabbiando. L’aula si zittisce in un lampo. Come facesse quell’esserino dalle lunghe gonne e dalle scarpe nere a tenere in scacco una trentina di bambinetti già più alti di lei, non è spiegabile in natura, ma a questo punto la concentrazione è massima. - Allora, cos’è chi non capisce la sua scrittura?

- È un asino di natura! capisce la... la... A parlare è Pierluigi, rubicondo divo- Propria! ratore d’insaccati provenienti dall’aliL’unisono del corpo discente è da mentari di suo padre. coro dell’armata rossa. - Bravo, Pierluigi, chi non capisce la - Oh! E ci voleva tanto? Chi non casua scrittura è un asino di natura. E mi pisce la propria scrittura è un asino sembra che di asini qui ce ne siano di natura! parecchi. - Ma così non va bene. Una salva di ih-oh, accompagna l’af- Perché non va bene, Giovanni? fermazione dell’esserino. - Perché non suona. - Ma era un’altra la cosa che vi volevo - Non dire castronerie! La sintassi non dire, chi non capisce la sua scrittura deve suonare, deve essere giusta! è un asino di natura... la sua di chi? - La sua! Eppure, a distanza di Era Giovanni che avedecenni, devo ammetva parlato; ammirato tere che è stato quello da tutta la classe, Gioil momento in cui ho Giovanni aveva un vanni aveva un coragcapito che la lingua coraggio che gli gio che gli era riconoche usiamo, prima di era riconosciuto come sciuto come esclusivo: tutto, suona. Che il noesclusivo: non aveva non aveva paura della stro parlare è come una paura della propria canzone: prima arriva propria ignoranza. ignoranza - Ho capito, la sua, Giola musica e subito dopo vanni, ma la sua di chi? le parole. Giovanni era Se io dico Maria Rosa un asino di natura, ma sale sulla sua bicicletta, aveva capito qualcosa dico bene, ma qui bisogna affermare che quell’austera docente, nella sua che quello che non capisce è anche impalcatura di regolette non poteva lo stesso che scrive. Forza bambini, capire: la lingua è una cosa viva, è stiamo facendo i possessivi, allora, un animale che si trasforma e che, chi mi dice cosa è meglio scrivere? a volte, si accomoda nelle posizio- La sua di lui. - Simone, ragiona! Rani sbagliate perché ci sta meglio. E giona prima di parlare! La sua di lui è una cosa sbagliata, spesso, diventa sbagliatissimo, calcio di rigore, espulregola. Aveva capito che, anche se sione, fallo laterale! bisognerebbe dire: “Sarebbe stato Una risata grassa e generale accommeglio se io avessi fatto”, talvolta pagna la goffa metafora calcistica. suona molto meglio dire: “Era meglio - Abbiamo appena finito di scrivere che facevo”. La lingua suona tante una frase, è ancora scritta alla lamusiche, il rock duro della protesta, il vagna, lo vedete, asini di natura? jazz morbido del languore, il folk del Bastava copiare! Non siete capaci motto popolare, il metal dell’indignaneanche di copiare. Cosa c’è scritto zione. E sono tutte giuste, perché non qui? “Chi ama la propria patria è un ci sono mai prima le regole: prima patriota”. Allora io non dirò chi non abbiamo imparato a parlare, poi ci capisce la sua scrittura, ma chi non siamo inventati le regole.

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RUBRICA

Visti da lontano

La Svezia è un mondo lontano, dove tutto o quasi funziona come dovrebbe di Ronnj Grotto

S

barco a Stoccolma il 2 agosto, carico di maglioni di lana, perché alcune persone ben informate mi avevano detto che “lassù fa freddo anche d’estate!” Per le seguenti due settimane la temperatura sfiorerà i 30 gradi di giorno, costringendomi a comprare delle magliette e un telo da mare. Non sarà l’unica occasione in cui i miei cliché verranno sfatati. La Svezia è un mondo lontano, dove tutto o quasi funziona come dovrebbe. Io ci arrivo nel 2004, con il famoso progetto Erasmus, ancora poco sviluppato ai tempi, tanto da costringermi a scegliere una capitale scandinava per parlare un po’ d’inglese, dato che la mia università non ha alcun contatto con il Regno Unito o l’Irlanda. La gente non è fredda, anzi estremamente gentile e,

sebbene io fossi convinto della tanto decantata accoglienza degli Italiani, non ho mai visto nessuno in Italia cominciare ad aiutare un turista in difficoltà prima ancora che questi chieda aiuto. Invece in Svezia succede e di frequente! Il freddo arriva presto, verso fine agosto, quando io ancora balbetto solo qualche parola d’inglese, ma già dopo poche settimane comincio a respirare un’aria cosmopolita, agli antipodi di quella respirata nel mio tradizionalissimo Polesine: gli studenti arrivano letteralmente da tutto il mondo e mi ritrovo in gruppi di lavoro con persone dai cinque continenti, scambiando appunti con una ragazza malese e studiando assieme ad un ragazzo del Tagikistan. Verso dicembre arriva il buio, ma se ne va anche il mito della notte perenne, dato che a Stoccolma ci sono cinque ore di sole durante il giorno: poche sì, ma non troppo lontane dalle otto ore di luce che regala Adria nello stesso periodo. A gennaio, con la neve che ricopre come un manto bianco la gotica Stoccolma, mi accorgo di cosa significa pagare le tasse e ricevere in cambio dei servizi: una signora, non contenta dei puntualissimi mezzi di trasporto (banchine riscaldate, sale d’aspetto con muri trasformati in piccole serre verticali, ecc.) chiama il servizio clienti perché l’autobus è arrivato con cinque minuti di ritardo. Le giornate primaverili passano veloci e, quasi senza accorgermene, sono di nuovo a Torino, impegnato a finire la mia tesi e desideroso di ripartire per nuove avventure internazionali. Mi ritrovo così, pochi mesi dopo, in Francia, vicino Nizza, dove la mia avventura durerà per ben nove anni. Il lavoro è bello e ben pagato, ma i luccichii della Costa Azzurra non mi abbagliano per molto e, dopo una prima flebile infatuazio11

ne, comincio a vedere cosa c’è sotto le paillette. Un mondo basato principalmente sul denaro, dove ogni interazione umana è ridotta all’osso, un territorio soffocato dalla speculazione edilizia, con palazzacci di cemento sorti ovunque e strade piccole che si intasano per il gran numero di turisti d’estate e sono spesso chiuse d’inverno, quando il mare si riprende quello che l’uomo gli ha rubato. Cosi la mente vola spesso al luogo natio, dove le persone contano ancora per quello che sanno offrire, sognando campagne verdi, paesi a misura d’uomo, e un mare fatto di ampie spiagge contornate da una macchia mediterranea in lunghi tratti ancora intatta. La mia malinconia per Adria e il bassopolesine è legata principalmente alla famiglia, gli amici, ma anche ad una serie di tradizioni che ti fanno sentire parte del territorio. Tra quelle culinarie citerei di sicuro la Bisola, la Esse Adriese, la ciabatta, il pan biscotto e il salame da gustare con una buona ombra o con uno spritz. Tra quelle del territorio di sicuro un posto speciale lo occupano “la vecia” dalle cui ceneri inizia l’anno nuovo e il torneo delle uova sode in Piazza Castello a Pasqua. La qualità della vita è un altro punto forte della Città Etrusca: le strade pianeggianti battono sicuramente le più quotate colline nizzarde quando si tratta di fare un rilassante giro in bici, ma mi mancano anche le passeggiate immerse nel verde di Artessura, una mobilità in auto ancora libera dal traffico delle grandi città e un rapporto con i negozianti diretto e onesto. Infine anche il cielo non è lo stesso dappertutto: l’inquinamento luminoso dei grandi centri urbani oscura ormai le stelle sia d’estate che d’inverno. Stelle che brillano ancora luminose sopra le nostre belle campagne.


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COMUNE DI ADRIA

RASSEGNA CINEMATOGRAFICA - 2015/2016

RUGGITI DALLA LAGUNA ottobre

Di G. Muccino. Con Russell Crowe Drammatico 116 min. USA - ITA 2015

2-3-4 è ARRIVATA MIA FIGLIA

novembre

1 5 fILM

Di A. Muylaert. Con Regina Casé Drammatico 110 min. Brasile 2015

9-10-11 PER AMOR VOSTRO

novembre

Di G. M. Gaudino. Con Valeria Golino Drammatico, 110 min. Italia 2015

16-17-18 SPY

novembre

Di P.Feig. Con Melissa McCarthy Commedia, 120 min. USA 2015

23-24-25 THE TRIBE

novembre

Di Myroslav Slaboshpytskkiy Thriller, 130 min. Ucraina - 2014

30-1-2 SONG ‘E NAPULE

dicembre

Dei Manetti Bros Commedia, 114 min. Italia - 2014

7-8-9 MUSTANG

dicembre

Di Deniz Gamze Ergüven Drammatico 100 min. Turchia 2015

11-12-13 DOVE ERAVAMO RIMASTI gennaio

Di J. Demme. Con Meryl Streep, Kevin Kline Drammatico, Musicale, 100 min. USA 2015

18-19-20 NON ESSERE CATTIVO gennaio

Di C. Caligari. Con L. Marinelli, A. Borghi Drammatico, 100 min. Italia 2015

25-27-28 TAXI TEHERAN gennaio

Di Jafar Panahi Commedia, Drammatico, 82 min. Iran 2015

1-2-3 DHEPAAN - UNA NUOVA VITA

febbraio

Di Jacques Audiard Thriller, 109 min. Francia 2015

8-9-10 SICARIO

febbraio

Di D. Villeneuve. Con Benicio Del Toro Thriller, 121 min. USA 2015

15-16-17 MARGUERITE febbraio

Di Xavier Giannoli. Con Catherine Frot Drammatico, 127 min. Francia 2015

22-23-24 UN MONDO FRAGILE febbraio

Di César Augusto Acevedo. Drammatico, 97 min. Colombia 2015

14-15 TUTTO PUò ACCADERE A BROADWAY

dicembre

Di P. Bogdanovich. Con J. Aniston, O. Wilson Commedia, 93 min. USA 2014 MARTEDì 15 POMERIGGIO/SERA

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GIOVEDì 28 SERA

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grafica: riccardo turcato comunicazione creativa

26-27-28 PADRI E FIGLIE


RUBRICA

Opzione musica

ERA

NA LM

RIA 61

ALI ORE

La metà oscura

grafica: riccardo turcato comunicazione creativa

di Emy Bernecoli

C

osa sarebbe senza musica la scena dell’albero di arance nel film L’Illusionista? Cosa sarebbero le scene di terrore e brivido in La Finestra Segreta? E il The Truman Show nel momento della tempesta? E gli sguardi inquieti delle protagoniste in Diario di uno scandalo? Probabilmente sarebbero tutti come il traffico di New York senza il Taxi di Philip Glass: semplicemente non sarebbero la stessa cosa. Il compositore statunitense è celebre alla maggior parte del pubblico per le sue emozionanti colonne sonore, ma

per vivere ha dovuto fare per moltissimo tempo il tassista. Per rimanere negli States, anche Charles Ives non visse di sola musica. Nonostante il Premio Pulitzer nel 1947, vinto con una delle sue composizioni, fu per tutta la vita un rinomato assicuratore (Ives and Myrick), innovatore del settore e pioniere nel campo degli investimenti immobiliari. Durante gli studi a Yale aveva già capito che le sue idee musicali erano avanti di trent’anni rispetto al gusto corrente e che non gli avrebbero mai dato abbastanza per vivere. Compose e suonò sempre per diletto considerandoli entrambi hobby di altissimo livello. ‘’Non volevo vedere i miei figli affamati a causa delle mie dissonanze musicali’’, diceva. La sua genialità emerse in egual misura tra le polizze assicurative e in mezzo ai pentagrammi, anche se la sua musica venne riconosciuta soltanto dopo la sua morte. Antonin Dvorák autore della celebre Sinfonia Dal Nuovo Mondo faceva il macellaio nella bottega di famiglia. Può essere anche che Stanley Kubrick quando scelse le musiche per il suo film Arancia Meccanica, sapesse che le musiche di Edward Elgar (Pump and Circumstance) odorassero di follia, dato che egli durante la sua vita, diresse per molti anni la banda del manicomio di Worcester in Inghilterra. Nella Venezia del barocco un Antonio Lucio Vivaldi, nato in gravi condizioni di salute, venne indirizzato dalla madre alla vita ecclesiastica. Ecco perché le Quattro Stagioni profumano di incenso. Frederick Delius fu un caso ancora diverso. Nato nella seconda metà dell’ 800 in un’Inghilterra in piena espansione economica, venne destinato dal13

la famiglia alla carriera commerciale. Per tentare di dissuaderlo dal suo desiderio di studiare musica, lo mandarono addirittura in Florida a piantare arance. Inutile dire che il tentativo fu vano. I postulati della teoria della relatività vibrano di armonie mozartiane. Einstein era solito dire che musica e fisica ‘’nascono dalla stessa fonte e sono complementari l’una all’altra …’’. Quando si trovava in difficoltà su un ragionamento, prendeva il violino e suonava fino a che, a detta della sorella, esclamava: ‘’ Ecco, ora ci sono!’’ E il violino ritorna al cinema con Charlie Chaplin. Il grande regista oltre a imbracciare lo strumento curiosamente a rovescio, componeva e curava le musiche dei suoi film. Nel 1971 ricevette l’Oscar per la migliore colonna sonora del film Luci della Ribalta (1952), con un ritardo di quasi vent’anni a causa della censura maccartista. Tutti queste grandi personalità sono la prova che è possibile non rinunciare ai sogni, avendo la capacità di farli convivere con le necessità della vita.

Albert Einstein in concerto


ntano sulla incroci si prese vi o u n e a vi o n io», gli ni Settanta sfila uomo. «Sai Dar an n li u g e re tr se en es i m d orridore”, onsabilità que cosa ti no la vita del “c cipare. Qualun rendersi la resp sa p te i er ar d p av e, tr le n o at io e vu ez n n n ir o astava in la d Tre do sì semplice, b li di scegliere critti, anche ch g co is o i d tt va en tu ra d o b ie m am ch se si bile. Ma la sua strada, nizio tutto a alla quale pariva realizza ». Eppure all’i vita è una cors ai a ap «l m e, , i n ro rt io lo p ca i m d an a ca st n di un n dirà u atleta, forse u sempre, senza urali nella vita ro at ti n ar ve sì n n le u co , al re ti ai ta en vr en ev gno di div accada, do no, questi ondo, non li e correre. E il so asi di respirare nquistare il m e u p co q i ar d ce sc is so le o ed e p si ar im an indoss al fiume e dolore che tenza. nde amore o il pagna accanto m ca la el e della sua esis n in o at ag felicità del gra n p o le tt o o n n an va ta e riempir , lui, un gio essere umano ranno la sua vi ie b m ca e ch i tr Incon aveva previsti.

MAURIZIO SPANO NATO DI DOMENICA

questo che ti capisco! di amore, sempre. Di sappiamo mai quando lzò e mi venne vicino, trattenendo il respiro.

MAURIZIO SPANO NATO DI DOMENICA

Tre donne attraversano la vita del “corridore”, mentre gli anni Settanta sfilano via e nuovi incroci si presentano sulla sua strada, chiedendogli di scegliere la direzione, di prendersi la responsabilità di essere un uomo.

Maurizio Spano

«Sai Dario», gli dirà una di loro, «la vita è una corsa alla quale siamo tutti iscritti, anche chi non vuole partecipare. Qualunque cosa ti accada, dovrai allenarti sempre, senza stancarti mai».

NATO DI DOMENICA

Eppure all’inizio tutto sembrava così semplice, bastava indossare le scarpe e correre. E il sogno di diventare un vero atleta, forse un campione, appariva realizzabile.

Ma la felicità del grande amore o il dolore che impedisce quasi di respirare no, questi eventi, così naturali nella vita di un essere umano, lui, un giovanotto nato nella campagna accanto al fiume e ansioso di conquistare il mondo, non li aveva previsti. Incontri che cambieranno la sua vita e riempiranno le pagine della sua esistenza.

e 326 pagin 5x21 1 to a Form 2-2 8-99479-0 ISBN: 978-8

ISBN 978-88-99479-02-2

glesi”, n.3 Collana lle trote in e d a g fu e “La grand In copertina: t un atleta sde.i2011): Grand Bara Desert, Djibouti (8 dicembre www.p supera la linea d’arrivo durante la 29’ edizione della corsa annuale “Grand Bara 15K race”. (

)

27/10/15 12:12

«Da soli non ce la facciamo Dario, è per questo che ti capisco! Non ce la facciamo. Abbiamo bisogno di amore, sempre. Di quello giusto, va bene… e questo non sappiamo mai quando lo possiamo incontrare. Però…» poi si alzò e mi venne vicino, accarezzandomi i capelli. Io la guardai, trattenendo il respiro.


RUBRICA

Visti da vicino

Dall’Egitto al resto del mondo di Sameh Salama

S

ono nato in Egitto, ho studiato lingue straniere perché fin da piccolo desideravo viaggiare, scoprire, imparare da altre culture. Il mio lavoro è quello di interprete e traduttore nei tribunali, nei convegni di lavoro, nell’accompagnamento di persone che hanno bisogno di qualcuno che sappia tradurre non solo a parole, ma anche tramite la conoscenza esperta del concetto che viene trasferito. Sono nato e cresciuto al Cairo, ma mi considero “cittadino del mondo” proprio perché mi sono integrato attraverso la conoscenza delle lingue che rappresentano un ponte culturale. Ho viaggiato moltissimo, e sono

sempre pronto ad intraprendere nuove mete sia lavorative che personali. Le mie radici sono in Egitto, ma i miei germogli ora sono in Italia. Qui, in questo grande Stato dalle potenzialità così nascoste, sto tentando di abbattere il muro dell’incomprensione e della diffidenza. Ammetto, per onestà intellettuale, che non è stato tutto facile e che ancora adesso, dopo quindici anni, trovo persone che non accettano “stranieri” nel loro territorio. Conosco l’alterigia, la superbia, le umiliazioni, i tradimenti, i pregiudizi, l’emarginazione. Tutto questo però mi rende più forte e consapevole del mio valore morale e professionale. L’Italia è un paese controverso, fatto sia di grandi gesti sia di piccole azioni. Per riuscire ad avvicinarmi a questa mentalità, oltre alla conoscenza della lingua, ho voluto leggere la storia di questo Stato, perché il passato insegna a vivere nel presente pianificandone il futuro. Tutto il mondo sta vivendo una sorta di ritorno verso l’imbarbarimento di mille anni fa, quasi una forma di paura e avversione verso quelle culture che provengono dall’esterno: questa paura può essere superata solo attraverso la formazione, l’informazione, la vicinanza, l’accoglienza, la conoscenza dell’altro. Io penso che ognuno di noi possa servire da cerniera fra le varie culture portando, laddove esistono difficoltà, l’apprendimento dei diritti e dei doveri che ogni essere umano deve conoscere per vivere in questa società multietnica e multiculturale. So di potermi ritenere fortunato perché non sono scappato né da guerre né tantomeno dalla 15

fame; anzi è stata una mia scelta e non un obbligo. Per questa ragione cerco, al di là della mia professione di traduttore, di usare la mia capacità di mediatore culturale quand’è necessario per indirizzare i profughi che arrivano sfiniti dopo aver attraversato deserto, montagne, mare, e violenze inaudite. Gente che cerca una via di salvezza senza sapere se qui la potrà finalmente trovare. Offro tutto quello che so, quello che mio padre, la mia famiglia, e soprattutto la mia religione mi hanno insegnato: uguaglianza, pace, fraternità, solidarietà, accoglienza. Porto questo mio bagaglio culturale, fatto di esperienza e di lavoro sul campo, con la speranza che l’integrazione sia in un futuro prossimo, la più bella parola del mondo dopo il valore della pace. Mi piace anche scrivere poesie, perché scrivendo sogno un mondo migliore da lasciare ai figli e ai nipoti. A ragion veduta, se l’immaginazione si fermasse, anche la realtà diventerebbe ancora più dura da affrontare, e questo non è nei miei piani di vita. “Immagina un mondo migliore”, così cantava John Lennon. Io cerco di immaginarlo e costruirlo con tutta la mia volontà, la mia professionalità, i miei principi e valori irrevocabili. Concludo con il seguente versetto del Corano: “O uomini vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda [...]”.


STORIA DI COPERTINA

‘900

Attraverso il Intervista a Laura Gavioli

di Vainer Tugnolo

"La cultura è fondamentale per questo territorio. Chi non intuisce che quello che abbiamo davanti non è una maledizione ma un’opportunità, e tiene colpevolmente tutto fermo dentro fragili apparati burocratici di gestione, ritarda la conoscenza dei luoghi, la cultura e anche lo sviluppo"

L

'abitazione di Laura Gavioli non è solo un’abitazione. L’interno è anche raccolta d’arte e biblioteca, certamente officina per talenti. L’esterno è invece il profilo di una nave, ancorata ai margini della Laguna di Goro, che stenta a riprendere il largo. La mia casa-laboratorio è stata progettata negli anni settanta dall’architetto Bartolomeo Viscuso; da subito era nata in me l’idea di portare gli artisti, di farli lavorare qui.

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REM

Franco Farina diceva che avevo fatto una cosa come si usava a New York, e in effetti non era mai sorta in me l’idea che esistessero dei luoghi ‘dedicati’: dipende sempre e solo da cosa si vuole fare e da cosa si ha intenzione di dire. A Goro ci sono arrivata per ragioni personali, allora si parlava molto della valorizzazione del Delta, oggi, invece, non ne parla più nessuno. Negli anni ottanta, nel periodo in cui avevo ricoperto cariche amministrative presso il Comune, avevo cercato di dare vita a diversi progetti con questa precisa finalità. GLI ARTISTI Non si fa fatica a credere che la malìa di questa fucina per artisti abbia attirato presto intellettuali, scultori, incisori e grandi nomi della pittura del ‘900 italiano. Un luogo su misura per loro, nel bel mezzo del Delta, con un paesaggio da riscoprire, anzi da ritrovare, e da conservare... Fra i primi artisti che hanno iniziato a frequentare Il Laboratorio d’Arte Contemporanea vi è stato Tono Zancanaro che era quasi di casa: ne approfittava per venire a trovare Nives Gessi, partigiana ed ex deputata negli anni ’60, che qui teneva una barca. E poi Ernesto Treccani che giunse qui con i suoi dipinti, dopo essere stato clandestino intorno a Comacchio. Mi sono tanto occupata di Carolina Marisa Occari, nata a Stienta ma ferrarese d’adozione e allieva di Morandi che la voleva come assistente alla cattedra di Incisione all’Accademia di Bologna. Ero stata sua allieva al Liceo Scientifico e andavamo a stampare le sue incisioni molto poetiche sul torchio realizzato secondo gli insegnamenti del suo maestro. Da parte mia l’avevo molto spinta ad assecondare il suo talento. Negli anni, in Autunno, le spedivo direttamente a Ferrara per le sue composizioni le mele cotogne del mio albero, le zucche e i melograni. Quindi Marisa realizzava delle grandi incisioni in casa, di tema autunnale... per me erano le sue ‘intimità’, un capitolo fantastico della sua produzione.

Le foto di casa Gavioli sono di Barbara Munerato 17


STORIA DI COPERTINA

Dino Gavina, Laura Gavioli e G. Antonio Cibotto a Ca’ Cornera

Più tardi arrivò anche Mario Leoni, stampatore e incisore, amico dei grandi artisti del dopoguerra che si affidavano alla famosa stamperia San Leonardo, da lui fondata a Bologna… e poi Ennio Morlotti, e gli artisti del Naturalismo Padano come Pompilio Mandelli, di cui sono stata allieva all’Accademia, Ilario Rossi e Germano Sartelli. Poi la cosa è cresciuta e il Laboratorio è diventato un luogo di incontro in cui allestivamo le mostre per gli artisti e pubblicavamo delle piccole edizioni che raccoglievano le opere prodotte… con quello che si aveva.

Ennio Morlotti

Verrebbe da chiedersi quanto sia difficile entrare in sintonia con chi produce attraverso l’arte, quanto sia meglio rimanere spettatori o quanto invece si possa favorire, si possa agevolare, attraverso la critica e lo studio sul metodo, la crescita di un talento.

Quando gli portai a Milano la stampa che avevo prodotto per lui, più di 20 colori, prima di dirmi che nessuno aveva mai trattato così una sua opera, mi costrinse ad assistere alla sua indagine per quindici lunghissimi minuti, in assoluto silenzio: il suo responso fu una liberazione, ma non mi ero mai sentita così sotto esame…

Nel periodo in cui gli artisti mi incaricavano di realizzare delle opere di grafica ho sempre cercato di assecondare il loro talento senza tradire lo spirito che ciascuno di loro cercava di trasmettere… Mario Schifano, ad esempio, mi affidò il disegno a pastelli di un nudo femminile in un andamento a spirale: per lui avevo creato appositamente una pellicola per disegnare in serigrafia una quadrettatura da quaderno nel fondo… Ne uscì un lavoro bellissimo, destinato ad integrare la grande domanda di opere riguardanti la sua produzione. A quel tempo, era il 1983, arrivò al laboratorio il grande Mattia Moreni. Arrivava

Ennio Morlotti venne qui e utilizzò i pastelli sulla pellicola originale, senza fotoincisione: una vera serigrafia creata disegnando sopra le tavole di pellicola acetata che gli avevo preparato. Si divertì a creare delle rose dentro gli ovali, delle nature morte che lui amava moltissimo. Morlotti aveva un carattere molto chiuso, quasi criptico… 18


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la mattina con la sua Panda dalle Calbane Vecchie di Brisighella. Abbiamo realizzato su un grande foglio l’opera “Un’anguria che ne ha abbastanza dell’ammoniaca e dell’acetone dell’Anic, scoppia”. Per mostrare a fondo la tecnica al vulcanico artista avevamo riprodotto 80 fogli di “esperimenti di colore” che, alla fine, sono risultate stampe bellissime, tutte originali ed irripetibili, oggetto di una mostra che si tenne a Ravenna.

molto silente, lavorava, pensava: non fu mai una presenza appariscente, in linea con il suo temperamento… IL PO DEL ‘900: Arte, Cinema, Letteratura Il Po, la forza con cui il fiume si impadronisce, abbandona e poi si riprende i territori che attraversa, il Delta, le nebbie, le acque dolci e salate: è anche questo l’universo che Laura Gavioli, con la sua costante opera di ricerca, ha indagato e ha contribuito a decifrare.

ANDREA ZANZOTTO Fra i meriti che possiamo riconoscere a questi luoghi dove le forme si perdono e tutto torna ad essere inafferrabile e indefinito vi è anche quello di avere accolto un Poeta come Andrea Zanzotto. E possiamo sapere quanto sia stato difficile conoscendo la sua naturale ritrosia ad adagiarsi su luoghi e spazi poco familiari, ad uscire dal suo perimetro di certezze, quella sorta di irregolare quadrilatero che circonda Pieve di Soligo.

Il catalogo della mostra “Il Po del ‘900”, allestita nel 1995 al Castello di Mesola, era stato editato dall’Istituto dei Beni Culturali dell’Emilia Romagna presieduto da Ezio Raimondi. La lettura consente di cogliere immediatamente lo spirito di questo secolo e dell’enorme importanza che ha saputo rivestire nell’ambito della cultura italiana, cogliendo la cifra dell’indagine che pittori, scrittori e registi avevano condotto sull’anima nascosta del fiume e del suo complesso immaginario.

Io gli chiesi di scrivere qualcosa che accompagnasse dei lavori che Ernesto Treccani aveva creato proprio grazie alla visione di questi territori. Zanzotto e Treccani si conoscevano e si stimavano ed Ernesto era già stato qui diverse volte. Un giorno, in giro per la Sacca di Goro con Andrea Zanzotto la barca di Nives Gessi, aveva fissato delle immagini (paesaggi e figure) su cui voleva lavorare… Io chiesi a Zanzotto un testo che le accompagnasse e nacquero così le “Marine di qualche cosmo”, raccolte in una cartella introdotta da quel testo, allora inedito, uscito da un cassetto del grande poeta…

Castello Estense di Mesola: sono incaricata nel 1986. Vi era un progetto iniziale, pensato con Vittorio Sgarbi, di rivisitare i generi della pittura, sin da quando eravamo partiti con “Paesaggio senza territorio”, poi “La natura morta”, infine “Il ritratto”. “Il Po del ‘900” è invece Ernesto Treccani il risultato di un lavoro che ho condotto per tre anni con grandi specialisti come Renzo Renzi, G.A. Cibotto, Giovanni Negri e Italo Zannier che si è sviluppato sui binari dell’arte e della fotografia, del cinema e della letteratura. Ma qui tutto inizia con il Neorealismo che ha naturalmente coinvolto di più “la nuova arte”, il cinema…

Poi Andrea venne di persona per vedere da vicino questi luoghi: a bordo di una Renault 4 lo accompagnai in giro per il Delta e lui ne rimase molto affascinato; da qualche parte conservo ancora una bellissima foto che gli scattai alla foce del Po di Goro… La sua figura qui fu sempre

Sembra che tutti gli artisti che si sono misurati 19


STORIA DI COPERTINA

il Po è il Dio dei luoghi. Zavattini ha svelato una parte fondamentale di futuro della cultura di questo Paese. Consiglio la visione dei cortometraggi girati da Raffaele Andreassi, in particolare “Lo specchio, la tigre e la pianura”, 1959-1960, girato nei luoghi intorno a Guastalla dove Ligabue si era rifugiato.

nel corso del Novecento con il fiume, con il Delta, con l’ambiente padano, abbiano profondamente segnato, da una parte, la memorabile stagione del neorealismo e, dall’altra, abbiano invece prodotto quello sguardo visionario che abbiamo imparato a riconoscere. Come si conciliano questi che sono apparentemente due estremi, due opposti.

Italo Zannier, nell’introdurre la sezione di fotografia de “Il Po del ‘900”, dice che il Neorealismo è stato una stagione di ebbrezza culturale come mai è più accaduto di riconoscere in Italia.

Questo era effettivamente il mio proposito, questo è certamente l’aspetto che ancora non è stato abbastanza approfondito: il fiume e la cultura che lo riguarda sono la sintesi di questi due aspetti della realtà: quello che è visibile e controllabile dai nostri sensi e quello che va oltre… Michelangelo Antonioni lo si intuisce già nei primissimi documentari come “Gente del Po” di Antonioni, un lavoro molto visionario.

È sufficiente pensare alla bellezza dell’ultimo episodio di “Paisà” di Rossellini o al primo lavoro di Antonioni, di cui abbiamo parlato prima e che contiene già tutto: la rappresentazione della realtà nel lento incedere del barcone verso la foce con il suo carico di povera vita e lo straCarolina Marisa Occari niamento metafisico che l’autore esprime in modo magistrale col semplice atto di girare…

Io stessa ho trasformato la mia sensibilità: da persona razionale, abituata ad una costruzione dell’immagine, arrivata qui assisto invece alla disgregazione della forma, perché qui tutto è sfumato, è tutto indefinito. E l’ho colto benissimo frequentando gente sempre al di là della realtà, come Tono Zancanaro, ad esempio, il quale, senza dubbio, è stato uno dei più grandi disegnatori del Novecento italiano.

Secondo me gran parte del futuro delle attività culturali di una città come Ferrara non potrà che essere legato a Michelangelo Antonioni e a quello che ha rappresentato con la sua ricerca. Con la sistemazione già in atto di tutto l’archivio e le richieste di mostre sulla sua opera da parte di musei internazionali, la cultura padana del ‘900 può essere valorizzata: il patrimonio c’è, spero che si confermi e prevalga l’intuizione di chi ha sempre creduto in questa enorme potenzialità.

COSA RIMARRÀ – LA METAFISICA PADANA La dimensione del Delta, e la sua comprensione, si è rivelata all’interno di un percorso molto lento. Florestano Vancini diceva che negli anni Cinquanta in città nessuno sapeva nulla di quello che accadeva un chilometro fuori le mura.

Comunque la questione è generale e quello del Po è un argomento concreto. Ancora ci si può scontrare con l’indifferenza di chi non vuole ammettere che la cultura è fondamentale per questo territorio. Chi non intuisce che quello che abbiamo davanti non è una maledizione ma un’opportunità, e tiene colpevolmente tutto fermo dentro fragili apparati burocratici di gestione, ritarda la conoscenza dei luoghi, la cultura e anche lo sviluppo.

I registi sono stati molto intelligenti ad interpretare la questione di fondo: in principio è stato Zavattini naturalmente, il quale conosceva bene Ligabue e il suo mondo, dove 20


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Nessuna speranza?

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Il tempo cambia velocemente le cose, occorre lavorare con i giovani, utilizzare nuovi linguaggi per diffondere i capolavori ambientali e poi portare le scolaresche a vedere dal vero l’ambiente, non a visitare diorami come quello installato di recente nel Castello di Mesola, già “delizia degli Estensi”, vale a dire luogo destinato alla cultura, secondo le intenzioni dei signori di Ferrara che l’avevano fatto edificare.

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" Laura Gavioli Ha studiato all'Università e all'Accademia di Belle Arti di Bologna. Dal 1970 al 1992 ha insegnato Discipline Pittoriche nei Licei Artistici e negli Istituti Statali d'Arte in diverse città, come Bologna e Treviso, da ultimo e per lungo tempo all'Istituto Statale d'Arte per il Mosaico di Ravenna, dove ha maturato un profondo interesse per il rapporto mosaico/arte contemporanea e i suoi possibili, vitali sviluppi nell'architettura, nel design, nell'urbanistica d'oggi.

Attraversato il giardino, il cancello è già aperto ed è quasi buio… Non farti illusioni, sai… ma continua a mostrare i bellissimi filmati del secondo ‘900 come io continuerò ad invitare gli artisti a venire...

Dalla fine degli anni '70 si è occupata di organizzazione della cultura e di politica culturale, soprattutto per quanto riguarda la valorizzazione dell'area del Delta del Po. Dal 1986 al 1995 è stata impegnata nella direzione artistica del Castello Estense di Mesola, dove ha promosso numerose attività espositive dedicate a Carolina Marisa Occari, Sergio Cicognani, Virgilio Guidi, Titina Maselli, Marino Marini e molti altri. Nel 1995 ha curato Il Po del '900: Arte Cinema Letteratura, in collaborazione con l'Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia Romagna e con il contributo di G.A. Cibotto, M. De Micheli, I. Zannier, A. Folli, R. Renzi ed altri. Ha realizzato inoltre numerose mostre presso Istituzioni Museali, in Italia e all'estero. Dal luglio 1999 cura le esposizioni d'arte presso il Granaio di Ca’ Cornera, in località di Porto Viro, dove si sono susseguite molte manifestazioni, tutte all'insegna della tematica padana. Dopo aver curato al Museo dei Grandi fiumi di Rovigo, nel 2001, Il Po in controluce, arte padana, alluvione e dintorni, dal 2002 ha iniziato una fruttuosa attività professionale nel Centro e soprattutto nel Sud Italia, approfondendo una vasta ricerca sul Realismo nell’Arte curando le mostre La bella pittura, Visionari, primitivi, eccentrici, Realidad-Arte spagnola della realtà, Verità e bellezza e L’enigma del vero.

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Laura Gavioli a Ca’ Cornera, foto di Barbara Munerato 21


ATTUALITÀ

2005 2015 Dieci anni

dell’Associazione Culturale

“I Druidi” di Alex Grotto foto di Erika Moretto

Questo fa la cultura promossa in un territorio: alleggerisce le esistenze arricchendole, aggiungendo cose, in un grande paradosso che non ha controindicazioni.

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a provincia, la campagna, il fiume, l’argilla, gli scorci frettolosi di un piccolo paese nel 2005 sono il brodo primordiale da cui strisciò fuori, mangiando terra bagnata e facendo forza sui gomiti e sulle ginocchia che scivolano nel fango, il primo nucleo dell’Associazione Culturale “I Druidi”. Per raccontare dieci anni di associazionismo culturale in Polesine è giusto pescare dall’immaginario dell’evoluzionismo darwiniano come quello delle copertine dei sussidiari scolastici: si parte strisciando fuori dall’acqua - quella

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ATTUALITÀ

del Po - in cui tutte le componenti chimiche e organiche diventano vita, si striscia fuori dall’acqua a piccole contrazioni muscolari per raggiungere terra -Loreo - e poi ci si trascina avanti finché ci si sente in grado di spingere forte sulle gambe per fare un movimento completamente goffo ed improvvisato, che possa assomigliare ad un vero primo e proprio passo in una certa direzione, quella della promozione culturale sul territorio.

se paragonati alla vastità del nostro territorio, in una dimensione intima come quella del giardino della biblioteca di Loreo, le Ex Carceri. Un microcosmo da esplorare, partendo dall’esotismo di una biblioteca straordinaria dal punto di vista architettonico e di contesto urbanistico: lì abbiamo deciso che i libri “dentro” non bastavano più, ci volevano libri anche “fuori”, nel giardino. E qualcuno che li leggesse davanti ad un pubblico, con della musica. E del buon cibo, perché l’esperienza deve intrattenere qualunque tipo di pubblico. Deve essere di spessore, ma non troppo. Deve essere vestita a festa, ma con le scarpe da ginnastica o gli stivali per andare nell’orto. È così che è nata la nostra costante: il festival culturale “Ora D’Aria”. Parte in piccolo e all’insegna della cultura indipendente, che è la crasi della più esplicativa ma meno nobile locuzione “non abbiamo un centesimo da

Ogni singolo sforzo compiuto dai Druidi per mettersi ritti sulla schiena nel panorama deltizio della promozione sociale e culturale ha richiesto tempo, dedizione e soprattutto gradualità costante che sono la pietra angolare del fare associazionismo - di qualunque genere - in Italia. Dieci anni fa abbiamo iniziato a coltivare il concetto di eventi culturali a misura di periferia rurale: microscopici

Proiezione di “Quando la pelle brucia” di Renato Dall’Ara a Porto Viro 24


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spendere, ma si possono fare cose grandiose ugualmente”. E in dieci anni di “Ora D’Aria” gli ospiti sono stati molti e gradualmente sempre più conosciuti: Don Gallo, Remo Remotti, Fulvio Ervas, Emidio Clementi, Riccardo Sinigallia, Federico Fiumani con i Diaframma, i Giardini di Mirò, gli Zu, Le Luci della Centrale Elettrica, Dente, Iosonouncane. Personaggi del mondo letterario, musicale, teatrale e cinematografico trainanti un pubblico sempre più trasversale: tutti ospitati tra il giardino delle Ex Carceri, aziende agrituristiche locali (da Ballo e a Palazzo Silimbani), o nel teatro del Centro Sociale di Loreo.

to attività associative continuative come i vari cineforum, proiezioni a ricorrenza mensile con varie tematiche ed ospiti del regno cinematografico indipendente, come un vero e proprio circolo del cinema come sottolineato dalla diretta affiliazione con la FICC (Federazione Italiana dei Circoli del Cinema), l’ente nazionale preposto alla coordinazione e promozione dell’operato regionale e locale dei Circoli del Cinema. L’esplorazione dell’universo culturale polesano è come uno di quei film catastrofisti con gli astronauti americani che partono dalla terra in tanti per poi atterrare a fine pellicola in pochi, solitamente uno solo, e se c’era un russo a bordo si è sacrificato per la causa finendo col vagare nello spazio: ecco, più o meno è il ciclo vitale di un’associazione culturale quando i soci fondatori diventano adulti, figliano o lavorano un sacco ed ecco quando il ricambio generazionale all’interno

Ad eventi a cadenza annuale come “Ora D’Aria” e l’”Indipendelta” (massima dilatazione del concetto di “facciamo un festival musicale grande come quelli delle città universitarie”) i Druidi hanno sempre accompagna-

“Ora d’Aria letteraria”: gli scrittori Giorgio Falco e Francesco Maino e il moderatore Stefano Spagnolo 25


ATTUALITÀ

del direttivo diventa vitale. Accade quindi un fenomeno mirabolante e cioè che alcuni di quelli avvicinatisi ai Druidi come spettatori ai primi festivalini di cinque anni prima decidano di diventare membri attivi unendosi partecipativamente all’Associazione e all’organizzazione degli eventi. Per noi trentenni non sarebbe infatti possibile far crescere la sostenibilità della cultura indipendente all’interno di un contesto come quello polesano senza avere l’obiettivo del ricambio generazionale, dell’intercettare e stimolare gli interessi e la voglia di vedere cose che hanno i più giovani, dell’educare il pubblico a immergersi nel substrato di teatro, letteratura, musica e cinema che vive e si sviluppa all’infuori dei circuiti commerciali seriali, far capire che cultura e creatività non hanno etichette, prezzo o numeri, ma si autodeterminano e sviluppano autonomamente nel momento in cui anche un solo nuovo spettatore si aggiunge al pubblico. Lì, nell’esatto momento in cui interessi e curiosità estranei al nostro vivere comune ci suggestionano anche per un solo istante possiamo dire di esserci salvati dalla noia, la noia putrescente che ci appesantisce e ci rende mutilati nelle emozioni. Questo fa la cultura promossa in un territorio: alleggerisce le esistenze arricchendole, aggiungendo cose, in un grande paradosso che non ha controindicazioni. Questo sognano di fare da dieci anni i Druidi di Loreo, come astronauti che puntano ad un pianeta che non potranno mai raggiungere, ma che sono intimamente convinti sia sempre più vicino.

“Ora d’Aria 2015”: Emidio Clementi in “Notturno americano”

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STORIE

Un nuovo tassello per la ricezione europea di

Luigi Groto di Barbara Spaggiari

Luigi Groto fu un modello indiscusso per i poeti manieristi e barocchi di Spagna e Portogallo

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'aspetto forse più sorprendente messo in luce dalla recente edizione delle Rime1 è la notevole diffusione che può vantare l’opera del Cieco d’Adria, in varie parti d’Europa, tra la fine del ’500 e gli inizi del ’700. La critica italiana ha continuato, fino a tempi recenti2, a rimproverargli un certo provincialismo, indissolubilmente legato alla sua statura locale. Eppure, Luigi Groto fu un modello indiscusso per i poeti manieristi e barocchi di Spagna e Portogallo (Lope de Vega, Góngora, Camões, per limitarsi ai grandi nomi), nonché per i drammaturgi francesi (fra tutti, Molière) e, in particolare, elisabettiani (Shakespeare e Ben Jonson). Le sue Orationi furono tradotte

1. Adria, Apogeo Editore, 2014. 2. Luigi Groto e il suo tempo. Atti del Convegno di Studi (Adria, 27-29 aprile 1984), Rovigo, Minelliana, 1987. 27


STORIE

e pubblicate più volte in francese3. Un breve trattato contro l’istituto del matrimonio, dello pseudo-Lyndorach4, fu ristampato in versione francese, poi inglese, infine tedesca, fino alla metà del ’700. Cambiando totalmente lingua e cultura, anche i due maggiori esponenti della Rinascenza cretese si ispirarono al teatro grotiano per comporre due classici della letteratura neo-greca, ancora oggetto di studi5. In questa rete di imitatori e/o traduttori del Groto, che si estende dalla penisola iberica alla Grecia, trova posto anche un oscuro letterato dalmata, Savino Gozze (Savko Gučetić Bendevišević), morto nel 1603. Di lui si sa ben poco, se non che apparteneva ad una famiglia patrizia6, la più ricca e potente fra quelle che da sempre governavano Ragusa (oggi Dubrovnik). La piccola repubblica, fiera della sua indipendenza7, godeva nel ’500 di un periodo di stabilità e di benessere mai forse raggiunto prima. Repubblica marinara a pieno titolo8, alleata di Ancona, con cui aveva aperto una via commerciale alternativa a quella veneziana, Ragusa costituiva al tempo stesso una porta d’accesso ai Balcani e, con la sottile striscia di territorio costiero che occupava, un baluardo del cattolicesimo contro l’impero ottomano che premeva ai suoi confini. Studi recenti di sociolinguistica hanno provato che, nel XVI secolo, il bilinguismo italo-slavo era ancora vivo, ma soltanto nelle fasce superiori della società. L’aristocrazia considerava l’italiano come lingua di cultura per eccellenza, accanto al latino;9 però la rivalutazione della parlata slava locale cominciava a farsi strada anche nella piccola repubblica dalmata. Gli intellettuali ragusei misero

Frontespizio della favola pastorale Calisto

3. Les Harangues de Louys Grotto aveugle d’Hadrie admirable en eloquence [...] par Barthelemy de Viette Lionnois. A Paris: chez Gilles Robinot, 1611. 4. Figura nella terza delle sue Lettere Famigliari, più volte edite a partire dal 1601. V. l’articolo ... REM 2014 5. La favola pastorale Calisto (1583) è all’origine della Panória, dramma composto fra il 1590 e il 1600 da Georgios Chortatsis; Lo Isach (1586), di argomento sacro, è invece tradotto a Creta fra 1586 e 1635 da un anonimo, che alcuni identificano con Vincenzo Cornaro, autore del celebre Erotókrito. 6. Per la cui storia vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Gozze. 7. Giorgio Gozzi, La libera e sovrana Repubblica di Ragusa 634-1814, Roma, Volpe Editore, 1981. 8. Giacomo Scotti, Ragusa, la quinta repubblica marinara, Trieste, LINT Edit., 2006; Robin Harris, Storia e vita di Ragusa, Treviso, Santi Quaranta, 2008. 9. Del resto, non bisogna dimenticare che l’italiano fu la lingua ufficiale della Repubblica di Ragusa dal 1492 fino agli inizi dell’800, quando passò sotto il dominio napoleonico. 28


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dunque alla prova il loro ‘volgare’, cioè il croato, per tradurre o imitare alcune opere di autori già accreditati nel panorama culturale dell’epoca. Di qui il nome, altiloquente, di ‘Rinascenza ragusea’10 per un capitolo che ora fa parte integrante della storia letteraria croata, e in cui Savino Gozze occupa, per la verità, una parte assai modesta. All’ «antico teatro slavo dei Ragusei», l’Appendini dedica un intero capitolo delle sue Notizie11, riservando al Gozze non più di due righe: «Amò meglio il Gozze di essere traduttore. Trasportò con eleganza in Illirico la Dalida di Lodovico Grotto, e l’Ariadna di Vincenzo Giusti»12 (I, 284). Già in precedenza, nello stesso volume, si era espresso con termini quasi identici: «scrisse molto, e non senza gusto ed eleganza. Ci resta di lui la traduzione di due tragedie Italiane, delle quali parlano l’Apostolo Zeno13, e Giusto Fontanini14, cioè dell’Ariadna di Vincenzo Giusti, e della Dalida di Lodovico Grotto, detto il Cieco d’Adria» (I, 233). L’eleganza e il gusto di cui parla l’Appendini mancano crudelmente nelle pagine del Gozze, tanto da chiedersi se il probo ecclesiastico abbia mai letto l’unico manoscritto che le tramanda. Di fatto, la gran parte della letteratura ragusea di quell’epoca, per il suo «carattere eminentemente aristocratico e salottiero» (Cronia)15, restò nei cassetti dei vari scrittori e non varcò le mura

Frontespizio della tragedia L'Adriana

10. Paragonabile, per intento autocelebrativo, all’etichetta di «Atene adriatica» che gli slavi attribuirono a Ragusa. 11. Francesco Maria Appendini, Notizie istorico-critiche sulle antichità, storia e letteratura de’ Ragusei, 2 vol., Ragusa, Martecchini, 1802-3. 12. Notaio friulano (1532-1619), il Giusti fu membro dell’Accademia degli Sventati di Udine, con il nome di Stanco. Fra il 1579 e il 1610 compose varie tragedie, che furono tutte stampate e rappresentate su scena. L’ultima fu appunto l’Arianna, ispirata al mito di Teseo (Udine, 1610). V. l’art. di F. Pignatti in DBI, vol. 57 (2001). 13. Compositore veneziano di libretti d’opera (1668-1750), scrisse anche delle Annotazioni alla Biblioteca del Fontanini (v. nota seguente), uscite postume nel 1753. Il Groto vi è citato tre volte, rispettivamente per le commedie L’Alteria, L’Emilia, Il Tesoro (I, 393-4), le pastorali Il Pentimento amoroso e La Calisto (I, 423) e una sola tragedia, La Dalida (I, 477). 14. Altro friulano, ecclesiastico di formazione e noto soprattutto per la sua polemica con il Muratori, Giusto Fontanini (16661736) fu autore fra l’altro della Biblioteca dell'eloquenza italiana (1726), in cui «ordinatamente sono disposte le opere stampate in nostra lingua volgare sopra le discipline e le materie principali». 15. Professore di serbo-croato a Padova, Arturo Cronia (1896-1967) è autore di due manuali, Il Cinquecento nella letteratura serbo-croata di Dalmazia (Padova, Tanocco, 1946) e Storia della letteratura serbo-croata (Milano, Nuova Accademia, 1956). In qualità di relatore, ha diretto la tesi di laurea di Liliana Turco, La Dalida di Savino Gozze (Savko Gučetić Bendevišević), discussa nell’a.a. 1952-53 e tuttora consultabile presso l’Istituto di Slavistica dell’università patavina (n° 28796. Collocaz. T. SC. 143). Ringrazio Antonio Lodo per avermi segnalato l’esistenza di questa tesi. 29


STORIE

della città16.

come il Gozze abbia potuto innestare, su questa scena finale dell’Adriana (la stessa riprodotta da Shakespeare in Romeo e Giulietta), un troncone che costituisce il quinto, ed ultimo atto, della Dalida. Lo scioglimento della tragedia annega nel sangue: il re Atrio attira con l’inganno Orionte e l’uccide insieme con i due figli; quindi offre in dono a Dalida un vassoio con le loro teste insanguinate. Invece di fuggire inorridita, o di cadere nella follia, Dalida trafigge il padre con un coltello e fa scempio del suo cadavere, prima di rivolgere contro di sé la lama ancora coperta del sangue paterno. La regina, conosciuti i fatti, si getta dalle mura del castello. La katastrophé si compie.

Gozze appartiene dunque al nucleo di letterati che, alla fine del Cinquecento, si cimentarono con l’Aminta del Tasso e l’Elettra di Sofocle (Slatarich)17, con il Pastor fido del Guarini e l’oscuro Atamante di Girolamo Zoppio (Lukarević). La sua Dalida, però, non è una semplice traduzione in croato della omonima tragedia grotiana; piuttosto, è l’esito di una non felice fusione fra due grandi successi del Cieco, la Dalida appunto, e l’Adriana18.

Curiosamente, è proprio l’Adriana a fornire la trama per i quattro atti iniziali, a cominciare dal luogo della tragedia, Adria. Dalida, figlia di re Atrio, s’innamora perdutamente del Prolisso, incerto, pieno di principe nemico, Oronte; dai loro incongruenze, il testo del Gozze incontri segreti nascono due bambini, occupa oltre 4000 versi scritti nel tenuti gelosamente nascosti. Quando tipico dodecasillabo a rima doppia l’ignaro re Atrio decide di dare Dalida (o «rimalmezzato»), che sarebbe poi in sposa a Latino, questa ricorre ad divenuto la forma poetica della poesia una speciale pozione fornitale da un nazionale croata. Nella sua esaltata mago, che simula lo stato di morte. ricerca dell’orrido e del macabro, il Una volta discesa nella tomba, mediocre tentativo del Gozze appare Oronte, informato dal mago stesso, finalmente più vicino all’Orbecche verrà a trarla in salvo. La nutrice, di Giraldi Cinzio,19 che non alle però, all’oscuro del piano, manda due tragedie grotiane cui si ispira in La più recente edizione de "Le Rime" per prima un messo ad Oronte per modo così grossolano. annunciargli la morte di Dalida. Quando il principe giunge davanti all’apparente cadavere Resta indiscutibile il dato storico, a ribadire la diffusione dell’amata, beve a sua volta un veleno. Fin qui, il disegno dell’opera del Groto lungo la direttrice adriatica che della Adriana è sostanzialmente rispettato. Ma Oronte non collega Venezia all’isola di Creta, passando per la costa muore. dalmata. E la conferma che, nell’Europa centro-orientale, il Cieco d’Adria era conosciuto essenzialmente, se non Una lacuna di circa 200 versi ci impedisce di sapere esclusivamente, come drammaturgo. 16. Gli inediti furono pubblicati verso la fine dell’Ottocento dall’Accademia Jugoslava di Zagabria (la Dalida del Gozze nel vol. XVI di Stari Pisci Hravatski, a c. di Pero Budmani), nell’ambito del c.d. ‘Risorgimento croato’, che accese una virulenta questione della lingua relativa a Ragusa, dove si scontravano rivendicazioni slave e irredentismo italiano. A distanza di vari decenni, la questione non è ancora risolta, come dimostra un recente scritto di Mirko Tomasović, «La letteratura croata prerisorgimentale vista dagli slavisti italiani» (2006), disponibile in rete. 17. Si badi bene, non a partire dall’originale greco ma attraverso il volgarizzamento italiano di Ludovico Dolce (1549). 18. La princeps è datata 1572 per la Dalida e 1578 per l’Adriana; l’ultima edizione, per entrambe, risale al 1626 (In Venezia: per il Spineda). Ebbero, rispettivamente, nove e otto ristampe 19. Da cui riprende anche il nome di Oronte. 30


LUOGHI

Perché ricordare Bosgattia?

I

l 1955 segna il decimo anno della Tamisiana Repubblica di Bosgattia, nonché l’ultimo. Il prof. Luigi Salvini (1911-1957), slavista di fama mondiale che aveva ideato e fondato Bosgattia in riva al Po fuori Panarella, si sarebbe spento appena due anni più tardi. Per chiarirci, tamiso e bosgatto qui si riferiscono rispettivamente al setaccio, che rappresenta la rete da pesca, e al maiale, che simboleggia la preda più ambita

di Marco Barbujani foto di Michele Barbujani

Ricordi della vita a Bosgattia nel museo: utensili per la pesca, la pulizia personale, il trasporto dell’acqua, per cucinare 31


LUOGHI

Il nuovo corso del Po corre a sinistra, scavato dove sorgeva il Balotin; al centro del fiume resta un lembo relitto dell’isola A destra il vecchio ramo del grande fiume, sbarrato con un pennello, si appresta ad interrarsi

del Po: lo storione. Quest’anno, a 70 anni dalla sua nascita e a 60 dalla fine, in località Marcanta di Papozze è nato un museo dedicato a Bosgattia; è allestito in uno degli edifici di Corte Milana, la stupenda tenuta appartenuta al Maestro Nino Cattozzo e poi a sua figlia Matelda, moglie dello stesso Salvini.

ri naturalistici nella corte e nel bosco, le attività equestri e didattiche, la lavorazione dei prodotti locali e, da quest’anno, il museo di Bosgattia. Proprio l’istituzione di questo allestimento permanente dà occasione di chiedersi se la Repubblica del Tamiso, oltre alle testimonianze e alle fonti materiali, lasci in eredità ai polesani di oggi anche altro, e se ricordarne l’esperienza abbia ancora senso.

Il professore tornava alla villa ogni estate e sul Po, a poca distanza, aveva scoperto quel luogo dove poteva svagarsi con gli amici, alla fine di un anno di studi. Ogni estate Bosgattia riprendeva vita: di fatto era un campeggio in cui si viveva di caccia e pesca, in pace dalle preoccupazioni e dalle notizie del mondo esterno, che in quelle settimane venivano lasciate al di là degli argini. Oggi Corte Milana è di proprietà di Luca Serain, un imprenditore che negli ultimi anni ha cercato di recuperare e valorizzare la tenuta in molti modi. Parallelamente al restauro degli edifici e dell’oratorio di S. Giustina, nel tempo sono state sviluppate diverse possibilità ricreative, come gli itinera-

Che cosa rimane di Bosgattia oggi? La memoria relativa alla Repubblica non è molta. Il prof. Antonio Dimer Manzolli (già autore di un articolo su Bosgattia sul quarto numero di questa rivista) ha riportato a galla la sua storia a metà degli anni ’80, quando gran parte del basso Polesine l’aveva già dimenticata o non ne sapeva nulla, e spiega che senza iniziative mirate essa 32


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A chi veniva a trovarlo qui, a volte giungendo in Italia per la prima volta, Salvini ha scelto di mostrare il paesaggio della golena e dell’isola fluviale, e ha proposto un approccio in cui si giocava alla pari con la natura: a seconda di come andava una battuta di pesca, si poteva vincere (e in quel caso si cenava) ma anche perdere. La vita di Bosgattia poi era transitoria per definizione e a settembre, levate le tende, lì dell’uomo non c’era quasi più traccia, almeno non stabilmente, sicché l’uso delle risorse forse era tale da garantire la stessa attività anche negli anni a seguire. L’approccio che avevano i Bosgattesi con la natura - poco aggressivo, quasi “alla pari” e “pochi per volta” - rappresenta una via che, proprio qui in Polesine, ha funzionato. D’altronde, oggi la gestione di simili aree (semi)naturali punta già a tenere un impatto basso, per conciliarne l’accesso con la conservazione. E oggi, ancora più che nel dopoguerra, parte dei visitatori guarda con interesse a esperienze diverse dal solito - senza che comportino per forza il campeggio! - al punto che sono nati termini come ecoturismo, turismo lento ecc. La dieta a Bosgattia

verrebbe facilmente rimossa dalla memoria. Poi il Balotin, l’isolotto su cui veniva montato il campo, è stato dragato per la rettificazione del Po circa 40 anni fa e oggi ne resta solo un lembo, allungato a nord, tra Panarella e Sabbioni di Corbola.

La dieta a Bosgattia, poi, era fatta essenzialmente di piatti locali, preparati sul posto, spesso soltanto con quanto offerto dal Po e dai suoi boschi. Ma la conoscenza dei Bosgattesi - riguardo a pesci, uccelli, ricette ecc. - si applicava a ciò che riuscivano a trovare di giorno in giorno ed essi valorizzavano diverse risorse, condividendole anche con chi non le aveva mai viste.

Sembra che Bosgattia sia più che altro una curiosità, di cui far rivivere il ricordo è difficile, e forse lo è perché essa rappresenta una cosa passata, apparentemente priva di una ricaduta sul presente. Tuttavia può esserci un’eredità più legata al Polesine attuale, che va a costituire un lascito per le nuove generazioni. Essa sta nell’approccio con cui Luigi Salvini ha fatto vivere e apprezzare il territorio sia a chi veniva da lontano, sia a chi lo abitava già. È vero che a Bosgattia il professore semplicemente voleva trascorrere l’estate con gli amici; però in questa esperienza ci sono alcuni elementi che di fatto hanno consentito una buona fruizione del Polesine, in particolare del Delta.

Un approccio simile, accogliendo chi visita il Polesine, oggi svilupperebbe davvero tutte le potenzialità del luogo, anche promuovendo particolarità che fuori da qui non si trovano. Infine, poiché molti amici di Salvini arrivavano anche dall’estero, quel campeggio sul Po ha ospitato contatti tra realtà un po’ da tutta Europa. Sembra scontato, ma simili esperienze comportano un arricchimento - materiale e non - sia in chi viaggia sia in chi ospita; la cultura, individuale e collettiva, può crescere 33


LUOGHI

La Cappella di Corte Milana e, a destra, l’edificio che ospita il museo di Bosgattia

anche a partire da scambi di questo tipo. Perciò, territorio e prodotti a parte, dal ricordo di Bosgattia emerge un altro segnale, che riguarda noi polesani. Dovremmo renderci conto del nostro potenziale, imparare a collaborare per promuoverlo, comunicando poi tutte le possibilità della nostra terra a chi vuole conoscerla.

cosa anche sulla promozione di ciò che offre la nostra terra. Ricordare Bosgattia oggi ha senso anche per questo.

Seppure in modo a volte frammentario, molte piccole realtà si sono già sviluppate in questo senso, come il museo dell’Ocarina a Grillara - per dirne solo una. Lo stampo museale non è necessario, piuttosto le iniziative dovrebbero inserirsi in una rete di accoglienza ben coordinata, che coinvolga ognuno dei suoi attori, per mostrare a tutti le unicità dei nostri luoghi come ha fatto Salvini; si trattava sì di un altro contesto, ma Bosgattia può comunicare anche questo. Perciò le iniziative come il museo a Corte Milana non solo riportano alla memoria Luigi Salvini e il suo campeggio: sono utili perché quell’esperienza, tra le righe, dice qual-

Una teca nel museo di Bosgattia 34


LUOGHI

Peter Pan e l’isola che non c’è

Giuseppe ha 79 anni e sta in un casone di canna sull’isola che non c’è, senza rete elettrica nè idrica, ma con le reti da pesca e il suo cane Buck

di Danilo Trombin foto di Danilo Trombin

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'auto morde l'asfalto non per la fretta, ma per la mia perenne condizione di ritardatario, che mi rintraccia pure quando non ho programmi. Le foglie gialle dell'autunno si staccano dal parabrezza e volano via, a turbinare come faville impazzite contro la strada nera, a perdersi nel traffico che si dirada mentre si avvicina il Fiume.

un viaggio carico di aspettative, verso il cuore della terra, verso ciò che credo sia vero e reale.

Il mio viaggio, privo di accordi e senza orizzonti certi, è cominciato, lo spostamento della mia posizione sul globo terrestre sarà minimo, ma la prospettiva, la dimensione, la percezione, potrebbero subire modifiche irreversibili. È

Scendo dall'argine. Il deserto spoglio della campagna polesana è privo di ogni soluzione di riscatto e abbandonato al degrado e alla distruzione. Il muro verdeggiante che si innalza imprigiona il Po, privando

Salgo sull'argine. Il Po scorre imperterrito ad est, la corrente ingrossata dalle piogge dei giorni scorsi si fa schiuma, mentre il livello cresce e pulisce le sponde dalla nostra merda.

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LUOGHI

la riserva della biosfera delle discontinuità che sarebbero vitali.

quasi improvvisamente, si staglia contro il cielo terso, ed è un'oasi operosa e vivace.

Salgo sull'argine. Il sole diafano stempera la resistenza della perturbazione atlantica e riesce a trasformare il nastro limaccioso in un placido panta rei a tratti iridescenti.

Salgo sull'argine. Scendo dall'argine. Natale mi aspetta presso la sua cavana, che è il giardino nel quale è fondata la sua vita. Lo trovo impegnato ad alzare i suoi oggetti dentro la palafitta dal vago sapore orientale, perchè il Fiume aumenta di livello e tutto va sotto. Natale è la prima tappa del viaggio, è lui che mi deve traghettare verso la meta e guardandolo mi accorgo che ne è parte. Guidare la barca non è come spostarsi su una strada d'asfalto. I segnali che deve cogliere sono sul filo delle onde, in un

Scendo dall'argine. Le crepe arate in profondità si perdono all'orizzonte di una pianura inospitale. I villaggi si allontanano l'uno dall'altro, come punti in un piano sconfinato, di alberi nemmeno l'ombra. Pila appare 36


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refolo di vento, nelle maree. Lo sguardo spazia lontano, regge il timone e fissa un punto distante. Fissa Scano Boa, dove vado a incontrare la meta di questo viaggio, una meta fisica, un signore in carne ed ossa, l'ultimo abitante dell'isola, almeno fino a che non arriverò a fargli compagnia.

le sue reti. L'acqua nuova si è alzata troppo in riva, così per arrivare all'isola devo togliermi scarpe e calzini e bagnarmi. Un bel catino d'acqua preparato da Giuseppe per il forestiero che sbarca senza preavviso sulla sua isola mi aspetta. Intendiamoci subito: chi incontro non è un supereroe, e non è un santo eremita, o una figura romantica venuta a combattere o sfuggire un qualche demone. Giuseppe è un uomo che ha fatto una scelta, quella di una vita lontana dai clamori e da quasi tutti gli agi della vita moderna. Giuseppe rappresenta, per me, un pezzo importante di

Giuseppe ha 79 anni e sta in un casone di canna sull'isola che non c'è, senza rete elettrica né idrica, ma con le reti da pesca e il suo cane Buck. Mentre arriviamo, Giuseppe appare dalla sponda e inizia a urlare perché teme che, complice l'acqua alta, Natale passi con la barca sopra 37


LUOGHI

una memoria storica che serve a completare il mosaico di questa terra rarefatta ed evanescente, che svapora come acqua alle luci tiepide del sole autunnale.

diventava sempre più instabile e la scelta fu quella di emigrare”. Di quel periodo Giuseppe ricorda Enrico Mattei, che venne a Bonelli, e racconta: “A Mattei non interessava nulla della subsidenza, sapeva benissimo che qui stavamo sprofondando, ma lui insisteva a far pompare sempre più metano...”

Nato a Scardovari, inizia a lavorare da giovane nelle stazioni di pompaggio del metano. Nel 1961, quando le estrazioni vengono dichiarate illegali, suo padre decide di trasferirsi in Piemonte con la numerosa famiglia, in cerca di lavoro. “Qua non si sapeva come sarebbe andata a finire – dice – il Delta stava sprofondando a un ritmo vertiginoso, non c'era lavoro ma solo miseria, l'alternativa era andare a pescare, ma il territorio

In Piemonte, a Torino, Giuseppe lavora prima in una fabbrica di compensato, poi si trasferisce a Gattinara, nei pressi di Vercelli, a fare il meccanico in una miniera a cielo aperto dove si estraeva una pregiata argilla. Appena può, scappa da quei colli e ritorna nel Delta. 38


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All'inizio si accampa a Scano Boa in tenda, dove trascorre le ferie e tutti i momenti in cui può fuggire dal Piemonte. Più tardi eredita dai “Pomiti”, storica famiglia di pescatori, due casoni di canna. E quando matura la pensione non ci pensa due volte a trasferirsi. Nel suo casone, oggi ci vive per circa nove mesi all'anno, di solito da Pasqua a Natale, ma programmare non fa parte della sua dimensione, dice, prende ciò che viene, giorno dopo giorno. D'inverno ritorna a Gattinara, dove ha ancora fratelli e amici. La giornata a Scano Boa è fantastica e colma le aspettative del viaggio ben oltre le attese. Andiamo a pesca di anguille con le reti e non prendiamo nulla. Recuperiamo una rete spiaggiata e sepolta dalla sabbia, perché potrà servire. Giuseppe mi dice di chiedergli tutto ciò che mi passa per la testa, tanto lui, avvezzo alla solitudine, non sa parlare, ma la sua gentilezza antica è disarmante nel continuo tentativo di mettere a proprio agio un inaspettato visitatore invadente come me. Non c'è verso di consumare le provviste che ho portato, Giuseppe insiste affinché condividiamo il suo pranzo, le sardine fritte più buone del mondo. Sorprende la normalità con cui Giuseppe conduce la sua vita lontano da quelle comodità, spesso superflue, che noi consideriamo invece essenziali. La raccolta delle erbe e della frutta spontanee, dei piccoli relitti che il mare regala e che diventeranno prima o poi certamente utili, la giornata scandita dai ritmi della natura, dall'incedere del sole attraverso la volta celeste. L'accettare il fatto che è la natura che comanda, che le mareggiate fanno paura e che certe volte vengono a svegliarti in casa di notte. Che per quanto possa sembrare matrigna, in realtà la natura sostiene tutti e tutto, concedendo sempre di più di quello che sembra togliere. “Perché ha scelto di vivere qui, Giuseppe?” chiedo alla fine. “Perché non potrei vivere senza questa libertà e questo silenzio”.

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PAROLE

...Siamo qui solo di passaggio

La fatica di scrivere un libro. Come matura una ricerca e come si traduce in testo

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uando Luciano Bombarda1, una mattina di primavera, mentre si procedeva dalla sede della Provincia di Rovigo verso piazza Mazzini, mi parlò dell’internamento libero degli ebrei stranieri in Italia ed in particolare in Polesine, sulle prime non capii il significato di quanto mi diceva. Non era chiaro a me, che pur mi ero appassionata alla storia della persecuzione degli ebrei durante il Nazismo e che avevo letto il romanzo di Giorgio Bassani “Il giardino dei Finzi Contini”, “Se questo è un uomo” di Primo Levi, “Il Diario” di Anna Frank e assistito alla proiezione di innumerevoli film e documentari, cosa ci fosse di particolare in quello che Luciano mi stava dicendo.

di Maria Chiara Fabian

Con la sua puntigliosità e caparbietà, fermandosi più volte lungo la strada mentre parlava, mi spiegò in breve che da alcuni anni si dedicava ad una ricerca sistematica presso archivi e istituzioni, non riguardante ebrei italiani perseguitati ma gli “ebrei stranieri arrivati in Italia e da qui deportati”. Da quel mattino di aprile del 2005 ad oggi, molto tempo è trascorso. Negli anni seguenti con Luciano Bombarda e come membro dell’Associazione il Fiume, da lui fondata, ho collaborato a quella ricerca e vissuto momenti emozionanti e importanti che hanno influito sulla mia stessa vita. Oggi tutto quanto era stato raccolto ha preso forma in un libro, minuto ma denso di storie. 1. Luciano Bombarda nato a Badia Polesine nel 1957, commerciante, militante politico nelle file del PCI locale, fondatore dell’Associazione il Fiume nel 2004, fu tra i fondatori di Emergency Rovigo, grande tifoso di Rugby nonchè persona conosciuta in tutto il Polesine e non solo, per il suo impegno, la sua onestà e sensibilità.

Estica ormai adolescente all'arrivo in Israele (foto fornita all'Ass. Il Fiume da Estica Danon una delle protagoniste delle storie del libro) 40


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Il contenuto del libro, infatti, è l’insieme di tutti i dati raccolti sulle vicende di oltre un centinaio di ebrei stranieri di Germania, Austria, Yugoslavia e Cecoslovacchia in transito o rifugiatisi in Polesine per sfuggire al Nazismo negli anni dal 1941 al 1945. Queste vicende erano rimaste chiuse negli archivi e nelle memorie inascoltate.

Giornata della Memoria. Fin dagli anni ‘90 però una storiografia free lance, come la definisce lo storico Carlo Spartaco Capogreco, si dedicò a investigare il ruolo del Fascismo nella persecuzione antiebraica smontando piano piano “le idee peregrine sul Fascismo bonario e l’internamento villeggiatura”3 così che “molti italiani dovettero “rassegnarsi” a prendere atto che anche il nostro paese aveva avuto dei campi di concentramento” anche se “più propensi a sottolinearne i meriti (cioè quel che i campi italiani “non erano stati” rispetto ai Lager) che a comprenderne le specificità e il contesto storico”.

Dopo la Guerra bisognava ricominciare a vivere e ciascuno aveva le sue urgenze: ricostruire le vite e le famiglie, ricostituire un tessuto economico o dare un nuovo assetto politico ai Paesi usciti dalla più catastrofica delle guerre conosciute dall’umanità. Quest’ultimo motivo rappresentò in Italia un aspetto chiave nella narrazione e nello studio della storia degli anni In questo nuovo corso del Fascismo. Per dirla culturale, la notizia cain breve, la paura del suale sulla presenza di La copertina del libro “…Siamo qui solo di passaggio” Comunismo, così vicino una famiglia di ebrei (progetto grafico di Roberto Balestracci) e pressante, determinò stranieri a Ficarolo, di il recupero di molti funcui si ricordavano bene zionari ed apparati governativi che avevano servito il alcuni abitanti del piccolo paese, mise Luciano sulle tracFascismo e si preferì tacere su molte vicende per favorire ce di tutti gli ebrei che, secondo un elenco della Prefettura la cosiddetta “riconciliazione nazionale”. Ecco perché lo erano transitati dal Polesine. Con l’amica Alberta Bezzan studio delle vicende della Shoah2 venne intrapreso solo e il supporto scientifico del CDEC4 di Milano, ne nacque a partire dagli anni ’60 e ’70 del secolo scorso e apuna ricerca che se parzialmente era stata condotta da profondito nei decenni successivi fino ad esplodere negli alcuni studiosi locali come Gianni Sparapan, Carlo Garultimi anni, a seguito della legge 211/2000 che istituì la bellini, Daniele Spadon, Roberto Costa, Simona Bianchi2. termine ebraico che indica “distruzione” che un po’ alla volta sostituì la parola olocausto, legata più all’idea di un sacrificio dovuto a Dio, ma che poco aveva a che fare con la spietata logica sterminatoria delle minoranze perseguita dai tedeschi e dai governi fascisti europei loro alleati. 3. questa e le successive citazioni virgolettate sono tratte dal saggio introduttivo di C.Spartaco Capogreco al libro di Maria Eisenstein, “L’internata numero 6 “, ed Mimesis, Milano-Udine, 2014. 4. CDEC Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea fondato a Milano per raccogliere tutte i dati possibili sulla persecuzione degli ebrei in Italia. 41


PAROLE

della famiglia rimasti nascosti in fondo a un cassetto per 60 anni! A quella scoperta seguì un lavoro da vero e proprio investigatore che lo condusse fino a Rosetta Cappellozza, anziana signora (parente dell’attuale sindaco di Costa Antonio Bombonato), alla quale Luciano si presentò suonando il campanello speranzoso. L’anziana signora, dapprima sospettosa verso l’uomo alto e scuro di pelle che pensava fosse il solito piazzista, quando questi le chiese se “sapeva niente di un bambino ebreo nascosto a Costa”, gli rispose subito “Chi, Manni?”. Da quel momento Luciano ricostruì, grazie a Rosetta e poi a Lino Giuriola (la cui famiglia aveva avuto il piccolo in affidamento dal Podestà), gli ultimi tragici mesi di Manfred Buchaster

La famiglia Buchaster con Paula Falek, Jakob Buchaster ed il piccolo Manfred, probabilmente a Lipsia prima della fuga verso l’Italia (foto fornita all'Ass. Il Fiume dalla famiglia Buchaster)

ni o altri, tuttavia Luciano Bombarda “venditore di calce e cemento” (come si autodefiniva) ebbe il merito di approfondire storicamente, sistematizzare ed arricchire di testimonianze e documenti originali. Fu lui, con alcuni collaboratori, ad entrare nell’archivio della Casa Circondariale di Rovigo e accedere ai registri di immatricolazione dove trovò i dati relativi a tutti gli ebrei incarcerati dopo l’8 settembre e poi inviati a Fossoli e da lì ad Auschwitz. Sempre Luciano raccolse le testimonianze di molti anziani dei venti Paesi che in Polesine accolsero gli internati in arrivo su disposizione del Ministero dell’Interno e del Prefetto. Un giorno poi, volendo approfondire la storia della famiglia Buchaster internata a Costa di Rovigo, con l’ausilio di Graziella Chieregato, la responsabile dell’anagrafe, fece la scoperta più straordinaria: una busta con i quattro passaporti originali

Il bozzetto della testa di Manni che Rosetta Cappellozza aveva tratteggiato nel 1944, come riporta la data sulla destra in alto. Il ritratto è rimasto sulla credenza assieme alle altre foto della famiglia fino al giorno in cui Luciano Bombarda ha portato alla luce la storia del Buchaster (foto dell'Ass. Il Fiume)

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e della sua famiglia di ebrei polacchi, che trovò in Italia un tragico destino e la morte ad Auschwitz.

sociazione e continuare a spenderci, senza secondi fini, per la conoscenza, la giustizia e la divulgazione della storia e da questo proposito è nato il libro “Siamo qui solo di passaggio…”

Da Rosetta ebbe il ritratto che la stessa aveva fatto di “Manni”, il bambino di sei anni che le girava per casa, finchè nell’estate del 1944 una pattuglia di tedeschi non lo strappò a forza alla vicina Teresa Giuriola e lo portò ad una sorte tuttora ignota.

La fatica di scriverlo è stata affiancata dalla fatica di pubblicarlo perchè i fondi non sono venuti da prestigiose istituzioni ma da un piccolo contributo della Regione Veneto destinato agli archivi della Resistenza (L.R.29/2010), che ha favorito la collaborazione con l’ANPI di Stienta e Rovigo. Il resto del finanziamento è stato raccolto da una rete fitta di amici (tra i più importanti il Comune di Costa di Rovigo e la Clinica Odontoiatrica Biscaro-Poggio di Adria), animati dall’idea di fondo della partecipazione dal basso alla produzione della cultura, che hanno contribuito ciascuno secondo le proprie possibilità.

Successivamente Luciano, con appassionati collaboratori, fu una “macchina da guerra”, ebbe contatti con le maggiori autorità italiane e internazionali che si occupavano di storia della Shoah e raccolse le testimonianze dei sopravvissuti all’internamento in Polesine, che scovò e raggiunse in meravigliosi incontri tra Israele, Stati Uniti e Olanda.

Lavoro enorme, che giustificò la partecipazione dell’Associazione “Il Fiume” al progetIl titolo, per ultimo, è una frase Luciano con Sandy Speier Klein, to Europeo “Forget us not” che uno dei giovani internati, figlia del secondo matrimonio di Paula Falek, sulla memoria condivisa di Werner Schloss, scrisse in un in una delle sue visite nel Polesine (foto di Samuel Klein) Italia, Grecia e Polonia. Avebiglietto diretto agli amici di vamo concordato che quel laFiesso Umbertiano per inforvoro andava messo a disposimarli della partenza verso “… zione di tutti, ipotizzando diverse soluzioni, ma una sera il paese natio”, la Germania che fu una tappa del viagdi dicembre, fredda e nebbiosa, come quelle che solo il gio che li condusse ad Auschwitz. Polesine può vantare, Luciano decise che questo mondo era troppo pesante per lui e cercò la pace di un animo Ci è sembrato un titolo significativo che rappresenta la troppo sensibile nelle acque del Po. storia di allora, quella di oggi e anche l’ultimo messaggio che Luciano ha lasciato a tutti noi. A questo punto a noi del “Fiume” non restava che o smarrirci nel dolore oppure accettare il pesante fardello e terminare il lavoro che Luciano aveva condotto e ci aveva consegnato in numerosissime cartelline piene di fotocopie, numeri di telefono, articoli di giornale, foto recenti e d’epoca. Abbiamo deciso di continuare l’attività dell’As43


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Atlante dentro e fuori PALCOSCENICO

, qui ed ora,

foto di Marco Accossato

di Massimiliano Battiston Ilaria Gabrieli Aurora Favero Paola Crepaldi

Il mondo è tutto fra le pareti del teatro, all’interno del cerchio di luce in cui ci muoviamo 45

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ntriamo in teatro e ciò che fino a poco fa ha fatto parte della nostra giornata inizia a dissolversi. Horacio come sempre ci accoglie con il suo sorriso e i suoi


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abbracci. Lo spazio ci aspetta. Ci cambiamo, iniziamo a camminare, corriamo, ci sdraiamo, saltiamo, ci fermiamo. Varchiamo quella soglia che ci conduce in quel luogo-non luogo, dove incontriamo quel Noi che è lì ad aspettarci, che non ci delude mai, e che forse alcune volte siamo stati noi a deludere. Ci incontriamo abbandonandoci alla riscoperta del respiro, del corpo e di ogni suo movimento, delle emozioni. Le parole escono sulle note del testo che ognu-

no di noi porta con sé, parole che si mescolano, vibrano, urlano, piangono, ridono, tacciono. Nove corpi che si muovono nello spazio grigio del Teatro Julio Cortazar. Il grigiore ogni volta si colora delle nostre voci, delle vesti colorate, degli stracci e delle carabattole che disseminiamo nel parterre, e che trasformiamo nella materia viva delle nostre rappresentazioni-improvvisazioni. Durante le sessioni di Atlante non 46

ha senso parlare di trama, di tempo, di inizio e di fine. Atlante è qui ed ora, dentro e fuori. Il mondo è tutto fra le pareti del teatro, all’interno del cerchio di luce in cui ci muoviamo. Atlante sono i canti, le litanie, i cortei attorno ad un immaginario falò di stracci. Atlante è la distruzione e la rinascita, la penitenza e la riconciliazione con se stessi e con il cosmo. Atlante è un’opportunità. È il riconoscersi ancora autentici, lo svestire i panni dell’adulto ragionevole per


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indugiare nella capricciosa e mutevole dimensione primaria. Atlante può essere la guerra, la fratellanza, l’amore e la sensualità. Tutto comincia nel 2006, quando Paola e Massimiliano per primi decidono di andare a scoprire la realtà della compagnia Teatro Nucleo a Pontelagoscuro. L’incontro con lo spazio fisico del teatro dove da anni si svolgono le attività, i murales esterni che raccontano la storia degli

spettacoli, ma soprattutto con lui, Horacio Czertok, direttore della compagnia: tutto ci ha convinto a buttarci nell’avventura. Nel laboratorio di Horacio per anni abbiamo lavorato sul corpo, sul respiro, sulla voce, sperimentando la sua rielaborazione del “Metodo Stanislavskij” e delle tecniche di Grotowski. Il lavoro continua da dieci anni e si affina ancora oggi ad ogni incontro. Un’esperienza che si è consolidata nel laboratorio di improvvisazione permanente deno47

minato Atlante, finalizzato ad una ricerca sempre più profonda dentro noi stessi e non alla creazione di uno spettacolo nel senso tradizionale del termine. Ogni incontro di Atlante dura circa un paio d’ore durante le quali viviamo un’esperienza di volta in volta diversa, ma che sempre ci lascia la sensazione di ritrovarsi a casa dopo essere stati lontani per tanto tempo. Ad un certo punto ci siamo chiesti se


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quello che stavamo facendo potesse essere condiviso con un pubblico: sì, ma... quale pubblico? Insieme ad Horacio si è deciso di aprire il nostro lavoro a chiunque desideri condividere quello che possiamo definire un viaggio in un luogo e in un tempo che esiste solo in quel momento, perché avviene nel qui e ora. Testimoni, più che spettatori. Negli ultimi due anni grazie al lavoro di Horacio abbiamo condiviso la nostra esperienza tra Oporto, Amsterdam e Parigi, con la speranza di partecipare ad altri scambi Europei che ci permettano di portare il nostro lavoro di ricerca teatrale anche in altre realtà.

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Teatro Nucleo È stato fondato nel 1974 a Buenos Aires da Horacio Czertok e Cora Herrendorf e si è stabilito a Ferrara nel 1978. Successivamente il Comune della città estense ha assegnato in convenzione alla “Cooperativa Teatro Nucleo” la struttura destinata a diventare la sede attuale del gruppo teatrale. Dopo i lavori di ristrutturazione, l’immobile è stato inaugurato nel 2005 e denominato TEATRO JULIO CORTAZAR, in omaggio al grande scrittore argentino e alle radici del gruppo. Teatro Nucleo è presente, oltre che nel panorama teatrale internazionale, anche in una miriade di iniziative, laboratori, progetti pedagogici, portando la pratica del teatro nei luoghi della sofferenza come gli ospedali psichiatrici, le carceri, le comunità terapeutiche, i quartieri e le comunità disagiate. Info: www.teatronucleo.org

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ebbe essere ati Uniti. Potr St li eg n ra vo la la ama . Anche Paolo qualche anno re a d sa e o ch sp e ili b b o eb mancanza nditore di m a e che lo vorr aventa. Questa italiano, un ve ente che lo am g sp n u lli lo è te e i in ta ar e ie rr u la q Fe el in ob nità e la Paolo impegnativa lo na donna molt per le opportu sì u a , co ye am ta ra e vi G i ch n d se co ta ica, un pae felice, vive fare i conti. iare una scel dianamente a orto con l’Amer dea di abbracc ti p o p l’i u a ra q m o o a, tt su er re el id st d es e la d lo specchio nza con cui è co qualche modo crisia e la viole o p l’i er p a di certezze è in zz appre re, ma che non libertà che off

Mario Bellettato

IL SOGNATORE

e 196 pagin 5x21 Formato 1 9-8 8-98608-8 ISBN: 978-8

lesi”, n.2 Collana e trote ing ll e d a g fu e “La grand e.it www.psd

Da lì sopra Manhattan sembrava una città costruita dalla natura, si inseriva perfettamente nella baia come una sorta di bosco di cemento, avevo la sensazione che fosse sempre esistita, un promontorio di guglie a picco sul mare, dove gli abitanti avevano deciso di nidificare come uccelli marini. I vetri dei grattacieli riflettevano ancora gli ultimi raggi della luce calda del tramonto, mentre un buio rassicurante prendeva gradualmente possesso della città partendo dal basso, come inchiostro scuro versato da un dio misericordioso. Mi augurai che la Continental Airlines avesse cura del mio amore.


IMMAGINI

DeltaMorphosis

Un progetto di Angelo De Poli

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l progetto DeltaMorphosis di Angelo De Poli nasce nell’ottobre 2013 da una congiunzione di esperienze e di idee. Il Delta del Po è un luogo che negli anni Angelo ha spesso frequentato, ammirato e ritratto fotograficamente, grazie all’amicizia di un esperto naturalista e guida naturalistica, Emiliano Verza, che ha saputo fargli apprezzare le bellezze di questo gioiello ambientale. In concomitanza, la collaborazione fotografica con Veronica Marabese, talentuosa ballerina di danza classica di Rovigo, ha richiamato la sua attenzione sulla dinamicità e la potenza creatrice della forma, “la morfogenesi” dell’arte delle danzatrici.

Intervista di Monica Scarpari foto di Angelo De Poli 50


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Perché un altro progetto fotografico che riguarda il Delta del Po?

prima ancora che razionale. L’esperienza della “bellezza” come leva di una nuova assimilazione dei luoghi...

Dalla mia esperienza quello che ho osservato è che chi frequenta il Delta è quasi unicamente un pubblico di nicchia, per lo più appassionati o tecnici del settore. Gli stessi abitanti di Rovigo spesso non hanno mai respirato la bellezza di questi luoghi, notando inoltre che il ritratto tipico del Delta, sia di rappresentazione paesaggistica, sia di osservazione naturalistica non è in grado di dare appieno il senso di armonia e di incanto che si prova vivendo concretamente il luogo. Per questo motivo, a mio parere, non si è motivati ad esplorarlo; la mia intenzione, con questo progetto, è quindi di creare un ritratto del Delta differente, capace di attirare l’attenzione, esaltarne l’eleganza e l’armonia, ma soprattutto cercare di radicare nell’osservatore il senso di un “topos”, luogo comune nella mente, cui fare riferimento con intelligenza emotiva

Come semplice esempio, per citare un film recente, penso a quanto “La Grande Bellezza” del regista Sorrentino abbia esaltato le suggestioni estetiche di una città come Roma attraverso un racconto. Anche New York, per fare un altro esempio, è diventata nel senso comune un luogo utopico solo grazie al cinema, pur avendo evidenti limiti estetici e logistici. In questo progetto è la danza, sublime forma armonica dell’essere umano, ad esaltare e ad amplificare il fascino e l’armonia della natura e dei luoghi: lo spettatore, sedotto dalla prima, percepisce la forza attrattiva della seconda, immergendosi in una identificazione unica e peculiare da ricercare e riconoscere una volta in loco. Golene, spiagge naturali, barene, valli private,

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1. le ballerine entrano in contatto con il territorio del Delta, in diversi luoghi caratteristici. A questa sezione appartengono tutti gli scatti che ritraggono le danzatrici in “esplorazione” dell’ambiente, spettatrici curiose, ma ancora piuttosto distaccate; 2. l’immersione nella natura porta ai primi cambiamenti nei movimenti: le ballerine iniziano a imitare la fauna locale. In questi scatti le pose delle ragazze derivano dall’osservazione e dallo studio degli atteggiamenti degli uccelli (qui l’aiuto di Emiliano è fondamentale);

ma anche archeologia industriale e civile costituiscono la scena della danza, arte della forma. Lo scatto fotografico permette di fissare l’attimo di una potenza creatrice di forma, come la natura e la storia che la ospita. Perché il nome DeltaMorphosis? In questo nome si condensa la struttura propriamente artistica del progetto, articolato in quattro fasi successive: contatto, imitazione, mutazione, integrazione. Le fotografie quindi sono distinte nelle relative sezioni: 52


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3. è la fase di DeltaMorphosis vera e propria: la trasformazione da ballerine a ballerine-uccelli. La resa sarà evidente tramite un trucco artistico (curato da Chiara Samiolo ed Elena Milan), ispirato ai colori dei volatili caratteristici del nostro territorio. La metamorfosi però non è solo apparente, è completa: le movenze animali e l’eleganza classica si uniscono generando una nuova specie.

zione. In queste ultime foto si dà anche compresenza di danzatrici e animali tipici, come falchi, gabbiani, rapaci notturni. Un rapporto di metamorfosi uomo-natura dal punto di vista di un naturalista? Il naturalista percorre la strada maestra per conoscere l’insita potenza del “dare forma”, del formarsi della natura: un dare ed acquisire propri anche dell’arte umana. Qui l’amenità del Delta si fonde con una più ampia armonia, quella del corpo femminile nella danza, una delle sue massime potenzialità espressive. Il Delta, fusione di

4. l’ultima sezione, infine, prevede il ritorno alla natura delle creature, ballerine-uccelli perfettamente adattate all’ambiente Delta, che diventa la loro casa, vissuto in accordo con le stesse specie da cui hanno tratto ispira-

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le foto ad una descrizione scientifico-naturalistica dell’ambiente, della flora e della fauna e anche approfondirne alcuni aspetti con nuovi scatti, anche nella prospettiva sociale e civile del nostro Polesine. Il progetto è realizzato in completa autonomia e al momento non ha alcun finanziamento né sponsorizzazione, vi partecipano: • • • • • • •

Angelo De Poli: fotografo, ideatore Veronica Marabese: ballerina, ideatrice Emiliano Verza e Lorenzo Zanella: consulenza Roberta Andreoli: consulenza e assistenza Chiara Samiolo: ballerina, truccatrice Elena Milan: truccatrice, modella Anna Perazzolo, Elisa Bacco, Gaia Valentini, Arianna Bettio: ballerine

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Angelo De Poli È nato nel 1977 e vive a Rovigo. Fotografo per passione, ha realizzato diversi libri di reportage di viaggio e alcune mostre in ambito musicale e

paesaggi, forze della natura, colori contrastanti e spietate pulsioni di forze che demoliscono e costruiscono in continuazione un ambiente profondamente dinamico, viene da noi percepito come un grande e palpitante organismo all’interno del quale vogliamo trovare la nostra collocazione. Il meccanismo della natura passa quindi attraverso l’emozione e la percezione artistica.

sociale. Negli ultimi tempi si occupa di progetti fotografici a medio e lungo termine in ambito sociale, avvalorando la fotografia come significativo e utile strumento di comunicazione.

Il progetto, i prossimi passi...

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Pur essendo giunti ad un prodotto già finito, non mancano progetti per altre estensioni. Intendiamo cioè avvicinare 54


COLORE

La Ricerca, lo Stordimento e l’Insoluto: la pittura di

Daniele Totaro

di Cristiana Cobianco

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rano mesi che vedevo passare sulla sua pagina facebook immagini di quadri misteriosi ed emozionanti. Guardavo, e tavola dopo tavola aumentava il desiderio di saperne di più. Prima di partire per un viaggio rompo gli indugi e contatto l’autore fissando l’appuntamento. Dopo qualche giorno, assieme ad un’amica, entro nello studio-dimora del pittore Daniele Totaro, a Rovigo.

“Femminile”, acrilico su tavola, 2007. Nasce principalmente dall’abbandono ai colori ed alle linee. Si creano delle specie di vortici in cui ci si vuol perdere. In genere mi stordisco di impressioni e di domande, senza risposta ovviamente... ne è venuto fuori un quadro con un volto femminile a cui in fondo vorrei sempre chiedere qualcosa, vicina anche se non guarda mai negli occhi, che non ha risposte da dare se non silenti. Sotto dei riferimenti all’anatomia, a stati embrionali, alla nascita e al decadimento, la nascita di figure e idee tra le linee. A sinistra alcune ossa diventano un uccello. Una contraddizione che è parte dello stordimento e dell’insoluto

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Daniele ci accoglie in un pomeriggio di settembre, con il suo sguardo malinconico ma irrequieto... Parliamo un po’. Ci racconta la sua storia e poi ci presenta i suoi dipinti un po’ alla volta, accomodandoli sul divano come persone di famiglia, fino a riempirlo. “Questo è finito, secondo me...” è una frase che noto e che ricorre nel disporre e commentare i quadri ancora non appesi alle pareti. È come se gran parte delle tavole fossero ancora lì a lanciare messaggi e anche a quelle finite venisse lasciata la porta aperta per un ulteriore crescita. Parliamo delle tecniche utilizzate e ci dice che la scelta dell’acrilico è funzionale a questo dialogo. L’acrilico, usato spesso con tenui velature, permette anche coperture, cambi di rotta, correzioni a seconda di quello che le linee e i colori già stesi ritornano. Esiste una corrispondenza sentimentale lunga tra Daniele e le sue opere, che nascono d’istinto e poi pian piano ospitano figure, temi, paesaggi onirici che spesso celano temi filosofici importanti. I suoi quadri sono vivi, si ha l’impressione, mentre ce li presenta, di fare la conoscenza di compagni di viaggio o di coinquilini.

ci mostra il suo portfolio e restiamo spiazzate dalla tecnica e dalla bellezza dei suoi disegni. Un illustratore assolutamente eclettico, capace di adeguarsi alle esigenze del mercato a tal punto da riuscire a “farsi spacciare” per diversi illustratori presso lo stesso importante cliente (“lavoravo in un importante agenzia, ci racconta divertito, e lasciavo che i titolari facessero credere che alle mie variazioni di stile corrispondesse l’alternarsi di altrettanti illustratori… almeno sei!”). Anni dopo, importanti vicende personali e una scelta precisa di libertà espressiva, l’hanno portato distante da quel mondo per farlo approdare alla pittura.

“In azzurro”, acrilico su tavola, 2013. ...Mi son perso come piace a me nella ricerca degli azzurri e dei bruni. Le figure richiamano il concetto del riposo, dello specchiarsi nel sonno, la posizione fetale ricorda il tema gemelli, ma è più il simbolo di un viaggio o vortice mentale in cui ci si perde, forse un viaggio nella naturalezza del mare

Il percorso artistico di Daniele parte dalla professione di illustratore, 56

Essa diventa mano a mano una necessità: è di certo una ricerca interiore, spesso irregolare ed empirica, coerente principalmente con l’istinto al quale consente spesso di prendere il sopravvento.La rottura con l’illustrazione è definitiva, la libertà da schemi e da aspettative autoimposti per il compiacimento di chi osserva è essenziale. È una libertà che si percepisce e si comprende bene ad esempio in “Femminile” uno dei quadri più datati tra quelli che mi colpiscono, ma anche nei più recenti “In azzurro” e “Vento, terra e fuoco”. Un flusso di colore che piano piano gli fa intravedere percorsi e


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possibilità figurative, accostamenti di azzurri e verdi acqua a terre di Siena per raggiungere un effetto cromatico di assoluto equilibrio. I protagonisti della tavola non hanno peso, scorrono o galleggiano e ci si domanda se siano in fase di consolidamento o scioglimento. La conversazione tocca altre sponde e nascono dei parallelismi: come nella musica apprezza le composizioni che non si svelano al primo ascolto, così anche dai suoi quadri emergono personaggi nascosti tra le pennellate solo ad uno sguardo più attento. “Piazza Vuota” e “Tutto in un uno” rievocano spiriti, quelli della piazza e quelli dei nostri avi, che bisogna aver pazienza di far emergere, prendendosi il tempo di abituare l’occhio ad una confusione di segni solo apparente. Ciò che apparentemente è unico e silenzioso si popola di respiri che rendono queste tavole vive. Mi piace il suo coraggio di emanciparsi dai lavori precedenti, di non irrigidirsi in un modello per rendersi riconoscibile, limite che noto in molti artisti contemporanei emergenti. Le tavole, anche in questo, sono libere di ritornare anche ai ritratti tradizionali, in cui si percepiscono le frequentazioni di Egon Schiele, si rievocano schizzi del Picasso pre-cubista,

ma sempre in chiave originale. Negli abbinamenti di colore ritrovo Paul Klee e nelle fluttuazioni delle figure il respiro di Chagall. Nel dolore di alcune visioni, il dolore di Frida Kahlo e in certe sparizioni dei volti le sbavature di Francis Bacon. Le vivo come citazioni, esattamente come succede in un’improvvisazione jazz, quando si accenna ad un famoso standard per poi prendere il volo altrove. Ed è in volo che il protagonista di “Perso” ci guarda dall’alto nella sua crocifissione a un soffitto che forse non c’è, nell’inquietudine di creature che si stanno formando dal basso e che potrebbero divorarlo.

“Vento, terra e fuoco”, acrilico su tavola, 2012. Ha a che fare con l’immaginazione di un passato mitologico di regni africani, di re e sudditi eleganti, dimenticati da una storia che non prevede alcuno spazio per ciò che è così dissimile. Il loro ricordo rimane relegato a vaghe evocazioni. Il volto quasi illustrato della figura regale ha l’intento di richiamare lo sguardo su qualcosa che invece meriterebbe maggiore considerazione 57

E poi infine arrivano i ritratti, tra tutti mi colpisce “Ventoso autunnale”, la tecnica è quella dell’olio su tavola, usata meno frequentemente... assieme ai colori dell’autunno porta con sé la solitudine e la malinconia di un personaggio che sembra uscito da un libro di Primo Levi. L’introspezione che caratterizza le opere di Totaro si rivolge anche al committente quando il quadro nasce da una richiesta: spesso la richiesta parte dal desiderio di vedersi ritratti, nascono invece astrazioni e intrecci di simboli arbitrari dedotte da conversazioni, aperture reciproche. I “pregi e i difetti”


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“Piazza Vuota”, acrilico su tavola, 2008. Viene dall’impressione di una piazza veneta vuota - Rovigo ma non solo - di notte. Pensavo alle voci di migliaia di persone passate sotto quei portici e su quel “liston”, alle chiacchere tra amici e appena conoscenti, alle figure di persone morte, specie di alcuni matti di paese… Persone che hanno alla fine un rapporto simbiotico con le colonne, gli angoli dei muri che gli hanno visti passare mille volte, dormire, stramazzare, urlare “Tutto in uno”, olio su tela, 2008. Una massa di persone, che sono spiriti personali e spiriti dei nostri avi, vivono in noi, in ognuno di noi, confusi in un informe e indefinita massa. I più definiti siamo noi (tu - io) e abbiamo di fronte l’ignoto ed un orizzonte non definito, senza un dritto ed un rovescio. Noi, come chi ci ha generato, non sappiamo realmente cosa siamo. Siamo l’ennesimo tentativo di capire

vengono indagati (sebbene camuffati e nascosti) affinché già in partenza il quadro contenga “l’anima” di chi l’ha richiesto. Il quadro, insomma, nasce fin dall’inizio per separarsi dal suo autore. E qui torna il rapporto umano che il pittore ha con le sue tavole. Le committenze non si fermano alla pittura in senso classico, Daniele ha lavorato per il teatro con opere realizzate per diverse stagioni teatrali, spesso in collaborazione diretta con i registi e gli scenografi delle opere. Alcuni suoi

quadri sono stati commissionati per la creazione di tessuti. Ultimamente è parte di in un progetto che mira a trasferire la pittura su vecchi mobili dando loro una nuova anima. Riemergiamo dopo due ore passate in compagnia dell’artista e di tutti i suoi compagni di viaggio con la sensazione che Rovigo stia nascondendo un grande talento che è tempo di far vedere. 58

P.S. Nei giorni successivi all’incontro mantengo i contatti con Daniele per la scelta delle immagini che compariranno nelle pagine di Rem. Prendo nota delle didascalie che, a differenza di quanto inizialmente stabilito, lui acconsente di condividere con il lettore.


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“Perso”, acrilico su tavola, 2008. Nasce in un periodo di grossi cambiamenti, di distacchi, ed è il primo di “grande dimensione” elaborato con una certa tecnica. Esprime principalmente il distacco da alcune cose vissute nel periodo appena antecedente e la rinnovata o trovata voglia di lasciarsi andare ad un flusso interiore “Ventoso autunnale”, olio su tavola, 2008. La cosa che più mi piace quando scelgo la tecnica dell’olio su tavola è gestire il colore “in levare”. Il disegno torna in una forma calma e complessa, senza “segno” vero e proprio, composto inoltre di due-tre colori non omogeneamente mescolati sul pennello… così il vento, il freddo entrano nella figura, ne fanno parte

B I O G R A F I A Daniele Totaro

È nato a Castelmassa nel 1967. Rodigino di adozione, dopo studi scientifici si diploma come illustratore medico-scientifico presso l’ateneo bolognese. Nel capoluogo emiliano esercita per diversi anni la professione di illustratore, lavorando per importanti agenzie pubblicitarie e case editrici. Tornato a Rovigo, dove risiede, inizia a dedicarsi con maggiore intensità alla pittura ed alla ricerca del proprio stile pittorico. Qui la sua pittura si sposa con lavori per il teatro, trovando importante stimolo creativo, e una prima visibilità e riconoscimento al di fuori del settore illustrativo. 59


SUONI

2014, Auditorium Parco della Musica di Roma: con Virgilio Sieni, Garth Knox, Michele Rabbia

Daniele

Intervista di Maurizio Spano

Roccato,

N

el mio continuo attraversare lo specchio che divide fantasia e realtà, nell’equilibrio instabile che costringe l’artista a viaggiare sul margine che circonda la mente e la separa dal suo spirito, più di trent’anni fa ho avuto il privilegio di incontrare un ragazzo, allora sconosciuto, e condividere con lui poche note del mio modesto bagaglio

dove danzano

le M U S E

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musicale. All’epoca, Daniele Roccato era un adolescente all’inizio della sua avventura artistica. E adesso, quasi alla fine del 2015, chi è l’uomo di cui, sul “Corriere della Sera” del 14 marzo scorso, Massimo Marino scrive: “Roccato è interprete finissimo, esploratore di zone dell’intimità cui solo la musica dà accesso”? La domanda è scontata: oggi che significa essere un esploratore parlando di musica? Per quanto mi riguarda trovo sia l’unica condizione possibile. Vedo da un lato la conoscenza e dall’altro la scoperta. La prima prevede una sovrastruttura che contestualizzi ogni accadimento, che spieghi ogni cosa alla luce del tutto. La seconda, che può anche essere vissuta da chiunque come ascoltatore, rappresenta un’esperienza piena, profonda, un’avventura verso un irresistibile ignoto. Nella tua biografia ricorrono termini come avanguardia, creazione estemporanea, improvvisazione... io che non sono un addetto ai lavori, come traduco questi concetti? Si potrebbero tradurre con voglia di rischiare, insofferenza verso le convenzioni e un forte bisogno di instabilità, perché è nell’instabilità che danzano le Muse. Ci conosciamo da sempre. Agli inizi degli anni 2000 ho dipinto la copertina di un tuo cd... ecco, da pittore ti chiedo: traducendo in immagini la tua musica, che quadro si dovrebbe dipingere? È una domanda intrigante. Dovrebbe essere un’opera composita che contempli delle variabili, che preveda una serie di combinazioni in parte incontrollabili e che cambi con la sensibilità del fruitore. Un’opera polifonica. Forse una specie di Rotko semi-trasparente che lasci intravvedere un Klee in movimento... Un’opera irrealizzabile, credo. Forse è per questo che abito la musica: per i suoi infiniti possibili. Sei titolare della cattedra di contrabbasso presso il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma e cofondatore dell’ensemble di contrabbassi

2011, "Ritratti di poesia"

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SUONI

“Ludus Gravis” dove sei concertatore e solista, musica colta insomma... però hai portato il contrabbasso solista nello spazio pop con Lucio Dalla e Roberto Vecchioni, cercavi affinità o differenze? A questi aggiungo anche De Gregori. Fondamentalmente avevo una forte curiosità. Volevo vedere se il suono del mio contrabbasso, la mia Voce Intima, potesse essere fruibile in un contesto del genere. Era sicuramente divertente perché ero in buona parte emancipato dalla classica logica pop del basso d’accompagnamento. Mi occupavo principalmente di controcanti e soli virtuosistici. Suonavamo per decine di migliaia di persone negli stadi e nelle piazze. Oppure in tv, una volta per 8 milioni di telespettatori. Ho abbandonato perché ho capito che quel mondo aveva solo bisogno di un’altra novità da vendere e perché ho percepito chiaramente che la stragrande maggioranza di quel pubblico non ascolta. È lì per l’evento, per vedere la star e per tutta una serie di ragioni sociali e di orizzonti di senso precostituiti. È un pubblico che generalmente sa già quello che vuole e non è disposto a mettersi in discussione, non è disponibile al rischio. Ecco, semplicemente, ad un certo punto ho capito che non aveva senso provare a raccontare delle storie a chi non aveva la necessità di ascoltarle. Può quindi accadere che la musica che interpreti sia, a volte, molto diversa dalla tua musica? Oggi ho l’indubbia fortuna di eseguire solo mie musiche o composizioni che amo. Queste, prevedibilmente, pur essendo a volte molto diverse dalle mie per concezione, forma e struttura, in un modo o nell’altro influenzano sempre la mia musica. A livello didattico hai iniziato la tua avventura frequentando e diplomandoti presso il conservatorio “Buzzolla” di Adria. Adesso vivi a Roma e sei invitato dalle più importanti istituzioni concertistiche del mondo. Cos’è rimasto di quel tempo? Diventare cittadini del mondo, per un artista del tuo livello, cosa significa? 2015, Ludus Gravis al "Lux Aeterna Festival" di Amburgo

Ai tempi dei miei studi il Conservatorio di Adria, come 62


REM

È triste pensare che una tale eccellenza venga tranquillamente ignorata da chi dovrebbe invece valorizzare l’alto valore artistico e culturale delle persone che qui sono nate e ci rappresentano sulle scene italiane e internazionali. Pur tuttavia, mentre in un teatro o in tv ascolto Daniele suonare e osservo le sue mani scivolare mirabilmente sul contrabbasso, mi piace pensare che questa persona, con cui ho condiviso qualche frammento della mia vita, sia uno di quegli artisti capaci di farci percepire ciò che sta oltre il limite che i nostri sensi ci impongono.

molti altri in Italia, era un luogo estremamente stimolante. C’erano moltissimi studenti e sempre nuove occasioni per crescere. Il mio insegnante, Federico Garberoglio, non si limitava ad insegnare tecnica e interpretazione ma in classe leggeva molto. Cercava di trasmetterci una visione, che nel mio caso si è trasformata in una lucida follia che ha guidato tutte le mie scelte. Essere cittadino del mondo è per me una condizione naturale. Posseggo una forte predisposizione al nomadismo. Ma mi sento anche lontano da quell’inquietudine che ti fa viaggiare perché ti senti estraneo in ogni luogo. Io, fondamentalmente, mi sento a casa in ogni luogo. Al termine di questa chiacchierata non posso evitare una riflessione amara e, allo stesso tempo, colma del piacevole orgoglio dell’artista. L’ultimo concerto di Daniele Roccato ad Adria risale al 2001, dopo di che non è stato più invitato a suonare nella sua città natale.

2015, "L’angolo della poesia" a Pesaro 63


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Daniele Roccato È uno dei maggiori contrabbassisti del mondo. Con la sua ricerca e il suo lavoro compositivo ha contribuito in modo significativo ad espandere le possibilità espressive del contrabbasso e a proporlo in ambiti e contesti impensabili fino a pochi decenni fa. Ha suonato in molti dei festival e delle sale da concerto più prestigiose. Per lui hanno scritto alcuni dei compositori più importanti, fra i quali Gavin Bryars, Julio Estrada, Hans Werner Henze, Terry Riley, Stefano Scodanibbio e Sofia Gubaidulina. La grande compositrice russa nel 2013, ricevendo il Leone d›oro de “La Biennale di Venezia”, ha dichiarato: “Daniele Roccato è un genio… la sua interpretazione mi ha totalmente sconvolta. Non ho mai sentito un contrabbasso suonare in questo modo” (RAI RadioTre). Come compositore e performer ha firmato alcuni dei lavori più rappresentativi del coreografo e danzatore Virgilio Sieni, e, nel campo del teatro d›avanguardia, delle compagnie Socìetas Raffaello Sanzio e Teatro delle Albe. Registra per ECM, Wergo, Sony, Col Legno. www.danieleroccato.com

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SUONI

THE REAL DEAL Jazz, rullanti e lucine colorate:

piccolo viaggio nella musica di

Luca

Bertaglia Insieme ai "The Motor Tom" in un concerto al "Baby is all right", Brooklyn, N.Y. 2015 di Monica Scarpari

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e di chi se ne va dal paese natio per cercare fortuna all’estero si parla spesso in toni malinconici, oppure dipingendo il soggetto in questione come un avventuriero fortunato, questa volta vorrei raccontare di un giovane musicista attraverso un’ottica diversa. La storia di cui sto per parlare gira attorno a pochi concetti, ma chiari e squillanti: determinazione, talento, coraggio.

Adriese di nascita, classe 1991, Luca Bertaglia da due anni si è trasferito a New York per studiare musica, batteria in particolare, alla The Collective School of Music. Luca è nato e si è formato qui, con l’occhio allenato ai nostri campi piatti e l’orecchio accordato al ritmo dei cuculi estivi. Ha iniziato a studiare musica fin da piccolissimo, dagli anni 2000, quando si è iscritto alla Bottega della Musica con docente Enrico Beltrame, alla ProMusic 65


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Durante un recital alla "The Collective School of Music", maggio 2015

School con docente Tiziano Negrello e successivamente all’Accademia del suono, dove ha avuto per insegnante Christian Meyer (batterista di Elio e le Storie Tese); per finire, nel 2008 ha frequentato il summer camp We Love Jazz con i docenti Jimmy Cobb e Byron Landham. Per diverso tempo ha seguito le lezioni private di Iarin Munari (anche batterista di Roberto Vecchioni) con cui nel corso degli anni ha stretto una solida amicizia ed una bella collaborazione lavorativa, prendendo parte a diverse

esperienze concertistiche tra le quali al Teatro Estense a Ferrara e a Roma per il convegno Goodyear. L’amore per la batteria c’è da subito, da sempre. Dopo le interminabili ore pomeridiane passate a battere sulle pelli lise dai colpi delle bacchette, l’urgenza di studiare e di crescere scalcia al punto che l’interrogativo diventa quasi un imperativo: resto o parto per trovare qualcosa che qui non c’è? Per un ragazzo di vent’anni l’America 66


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Insieme ai "The Motor Tom" in un concerto al "The Trash Bar", Brooklyn, N.Y. 2015

è un miraggio che si polverizza in fretta se non hai alle spalle chi ti sostiene, non solo economicamente (ovvio), ma anche affettivamente: qualcuno che ti sproni a capire quello che vuoi e ad inseguirlo. “Se vuoi arrivare in alto, devi puntare in alto”. Così, dopo un primo viaggio esplorativo nella città e nella scuola che i suoi maestri gli avevano consigliato, Luca decide di sostenere l’esame di ammissione per poter studiare alla The Collective. Lo supera e nel gennaio 2014 viene ammesso al corso di studi

per drummers. Da allora sono passati quasi due anni. I corsi sono duri ma molto stimolanti; oltre alle lezioni frontali, con circa 5 o 6 allievi per docente, gli studenti prendono parte a concerti e spettacoli, i recital, dove possono suonare in gruppi eterogenei di diversi livelli e confrontarsi con docenti di altre discipline. La formazione di un musicista a New York non si esaurisce con il practice time scolastico: dalle 22 in poi la città si apre per farsi divorare… E allora un musicista ha davanti a sé uno 67


SUONI

Se gli si chiede come definirebbe il momento che sta vivendo alla The Collective, risponde chiaramente “the real deal”. Il grande affare, l’occasione della vita. E lo si può credere, che sia un’occasione unica. Meravigliosa. Pazzesca. Ma se marginalmente si può guardare a questa storia come ad un sogno fatto di lustrini e luci stroboscopiche, riflettendoci, quello che penso è che di sogno non si tratti affatto. Non si insegue un sogno da Crespino a New York. Per 6.663 chilometri, metro più metro meno, si insegue un obiettivo. Una ragione di vita, una motivazione forte, determinata e determinante. Se da un lato è un’opportunità magnifica, dall’altro non si può guardare a quest’esperienza con lo spirito di chi pensa all’America come la meta fashion dove andare in vacanza. Partire soli, senza la possibilità di tornare indietro e senza la percezione di ciò che troverai una volta arrivato, è anche e soprattutto un atto di coraggio. Eccome se vacilla se ci guardiamo attorno e ci rendiamo conto per un attimo di quanti agi, bellezza e affetto abbiamo qui. “Sentirsi solo a NY sembra impossibile, ma ci sono momenti in cui vieni messo duramente alla prova”, dice Luca. A questo punto mi viene da pensare che un ragazzo di vent’anni il sogno se lo è anche guadagnato. Perché i sogni non si avverano, se non te li vai a prendere.

Ancora al concerto di Brooklyn insieme ai "The Motor Tom"

scenario incredibile di prospettive uniche, dai concerti di band e musicisti famosi alle jam session in cui anche gli studenti possono chiedere di esibirsi con altri performer avendo davanti a sé un pubblico autentico. Una volta acclimatato al ritmo sincopato di street artists e jazz club, per Luca i progetti musicali iniziano a sbocciare: da qualche tempo è entrato a far parte dei The Motor Tom, una band giovanissima che ha appena fatto uscire il secondo album di pezzi inediti. Con loro Luca ha avuto la possibilità di suonare nei locali storici di Manhattan e Brooklyn, come ad esempio durante la serata di chiusura del mitico “Trash bar”, a Williamsburg. E poi molto altro: la prospettiva di creare un gruppo nuovo in cui Luca avrebbe il ruolo di band leader.

Insieme agli "Attika", vincitori del "Festival Show" di Verona, 2013 foto di Giovanni Toffoletti 68


PERSONAGGI

Adoniran Barbosa, il talento e la passione Radici cavarzerane per il maggior compositore di samba della scuola di San Paolo del Brasile

di Nicla Sguotti 69

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erdinando Rubinato e la moglie Emma lasciarono Cavarzere ai primi del Novecento, la loro storia è simile a quella di tanti altri polesani e veneti partiti per sempre dalla terra natia in cerca di fortuna oltreoceano. La destinazione del


PERSONAGGI

loro lungo viaggio era il Brasile, si stabilirono a Valinhos, nello stato di San Paolo, dove nel 1912 nacque João, loro figlio. Giovanni Rubinato, João in portoghese, il nome di un italo-brasiliano la cui vita avrebbe potuto essere uguale a quella di migliaia di emigrati italiani ma che divenne speciale grazie al talento, alla passione e all’originalità che questo grande personaggio seppe trasformare in musica, canto e teatro, fino ad essere oggi considerato il

maggior compositore di samba della scuola di San Paolo e tra i più grandi di tutto il Brasile. La sua vita non fu subito fatta di successi e trionfi ma di stenti e di duro lavoro, il giovane João fu costretto ad aumentarsi l’età di due anni perché in Brasile non si poteva essere assunti prima dei dodici anni e iniziò quindi a lavorare giovanissimo. A dieci anni ottenne il primo lavoro e fu costretto poi a cambiare spesso città per motivi 70

legati alla sussistenza. A ventidue anni arrivò a San Paolo e lì cominciò a farsi notare nell’ambiente musicale, partecipando a un programma radiofonico dove presentò il suo primo componimento intitolato “Filosofia”. Nel 1933 riuscì a ottenere un contratto per una trasmissione radiofonica settimanale, fu questo il momento in cui decise, come la maggior parte dei musicisti dell’epoca, di adottare un nome d’arte che velasse le radici italiane.


REM

Scelse lo strano nome di Adoniran, per ricordare un suo amico boemo, e come cognome Barbosa in omaggio a Luiz Barbosa, compositore idolo del giovane Rubinato. Da quel momento iniziarono i successi, nel 1934 vinse un concorso musicale promosso dal Comune di San Paolo e si sposò con la moglie Olga, dalla quale ebbe la unica figlia Maria Helena. Negli anni Quaranta conduce vari programmi radiofonici e nel 1945 debutta al cinema col film “Pifpaf”. Sono tuttavia

gli anni Cinquanta e Sessanta che lo consacrano come compositore amato dal grande pubblico. Il suo maggior successo risale al 1964 e si intitola “Trem das onze”, un brano che ha ottenuto e continua ad avere un successo enorme, al punto di aver dato il nome ad una via della capitale brasiliana e da essere stato assunto come inno della città di San Paolo. Dopo questo successo, che fu interpretato dai più famosi cantanti brasiliani, Barbosa diede vita al suo 71

più grande successo radiofonico “Charutinho”, partecipò alle prime telenovelas televisive e girò diverse pellicole per il cinema. I successi si susseguirono per lui uno dopo l’altro fino a culminare nel 1973 quando Adoniran incise il suo primo disco e si consacrò definitivamente tra i più celebri compositori di samba. Una fama talmente grande e viva, non solo in terra brasiliana, da ricevere il classico omaggio del sito google che, in occasione del


PERSONAGGI

Con la cantante brasiliana Elis Regina

suo centocinquesimo compleanno ufficiale, il 6 agosto di quest’anno, gli ha dedicato il proprio logo incentrato su “Trem das onze”. Un recente sondaggio, promosso in occasione dei quattrocentocinquant’anni dalla nascita della città di San Paolo, ha decretato questo brano il più rappresentativo della metropoli e dei suoi abitanti. Una canzone che anche in Italia ebbe notevole successo e che interpretata da Riccardo Del Turco divenne negli anni Settanta uno dei

suoi brani più conosciuti con il titolo di “Figlio unico”. Nonostante siano passati più di trent’anni dalla sua scomparsa, che avvenne nel novembre del 1982, Adoniran Barbosa è ancora oggi ritenuto l’unico autentico sambista di San Paolo. Il grande successo che il pubblico continua a tributargli è dovuto anche alla sua semplicità e alla capacità di raccontare, attraverso i brani, una San Paolo 72

diversa da quella tradizionale, fatta di lavoratori e di persone comuni che abitano nei quartieri popolari. Le sue canzoni descrivono una San Paolo in pieno boom economico che sta per trasformarsi in metropoli e proprio per questo Adoniran stenta a riconoscerla. La grande originalità dei personaggi ai quali ha dato vita, nei testi delle canzoni, al cinema e alla radio, sta proprio nell’aver interpretato al meglio gli abitanti della San Paolo meno nota, fatta di


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immigrati, soprattutto italiani, che vivevano una vita tutt’altro che facile. Molte sono le testimonianze dell’affetto della capitale brasiliana per Barbosa: un museo, una scuola, una piazza e una via dedicati a lui, insieme a molti locali pubblici che portano il suo nome. Anche nella sua terra d’origine oggi sono visibili i riconoscimenti a lui tributati: grazie a un patto di amicizia tra Cavarzere e Valinhos, si è consolidato, in occasione del centenario della nascita di Rubinato, il legame privilegiato tra le due città, prima con la visita di una delegazione di cavarzerani a Valinhos e San Paolo

e successivamente con l’arrivo in Veneto degli amici brasiliani. La storia di João Rubinato sembra uscita da uno dei suoi brani o dalle tante sceneggiature di cui fu protagonista ed è forse proprio questo il segreto del suo successo, la capacità di trasfigurare in ogni ambito della vita artistica la propria vicenda personale, velata di tristezza e nostalgia ma resa con la vitalità e la gioia di vivere insite nella terra brasiliana. Se alle spalle non avesse avuto una famiglia emigrante certamente questa preziosa alchimia non si sarebbe 73

concretizzata e non avremmo potuto ascoltare oggi i suoi brani, una vera e propria rivoluzione per la musica brasiliana. C’è indubbiamente anche un po’ di Cavarzere e di Polesine in tutto ciò, nelle canzoni di Barbosa rivive la storia dei tanti veneti costretti ad abbandonare la loro terra. Della maggior parte di essi si è persa ogni traccia, ma il successo ottenuto da Rubinato, uno di loro, li avrà di certo invitati a sperare che la felicità e la fortuna cercate lontano da casa potessero finalmente arrivare.


MESSAGGIO REDAZIONALE

LA FONDAZIONE BANCA DEL MONTE DI ROVIGO PER LA SCUOLA

I venti studenti finalisti 74


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L

'attenzione verso il mondo della scuola, della formazione e dell’educazione, è un impegno costante della Fondazione Banca del Monte di Rovigo. Nella scorsa primavera la Fondazione ha lanciato la prima edizione del concorso letterario "FONDAZIONE BANCA DEL MONTE DI ROVIGO PER LA SCUOLA" con lo scopo di promuovere la lettura e l’espressione personale dei giovani nel contesto scolastico. Rivolto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del territorio provinciale di Rovigo, la Fondazione ha invitato i giovani a partecipare al concorso con un racconto breve, inedito e a tema libero. L’adesione al concorso di ciascun allievo è avvenuta tramite gli istituti scolastici. I premi stabiliti dalla Fondazione sono stati di due ordini: buoni in acquisto libri ai primi tre classificati per gli scritti più meritevoli, secondo il giudizio della Giuria appositamente costituita, e riconoscimenti in denaro per gli istituti scolastici che partecipavano con il maggior numero di lavori. L’intento della Fondazione è stato, da una parte, premiare i singoli partecipanti quali migliori scrittori con l’incentivo alla lettura, dall’altra venire incontro alle necessità della scuola mettendo a disposizione rispettivamente somme in denaro, secondo la graduatoria di partecipazione. Alla scadenza del concorso, l’11 aprile 2015, sono pervenuti 123 elaborati dagli Istituti scolastici: Isti-

Bacchiega Michele

Ombrello Rosso

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Balducci Alessia

Come un palloncino

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Barella Alessandro

Grazie amico

Bolognese Sara

Paradossalmente semplice

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Bordin Marco

senza titolo

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Florindo Elena

Ultimi istanti di coscienza

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Fracassetto Alice

senza titolo

Liceo Scientifico Primo Levi di Badia Pol.

Marabese Jessica

Blu cobalto

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Munerati Alberto

L’una e un quarto

Panizzo Emma

Tutù e lacrime

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Pasello Eva

Anche i marziani

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Pierpaoli Valentina

L’ultima volta

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Renesto Enrico

La felicità in un amico a quattro zampe

I.S.S. Viola-Marchesini di Rovigo

Roncon Leonora

Nessuno torna due volte

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Rubiero Matteo

Le fiamme sulla terra

Sbrenna Giacomo

Alive, storia di una vita

Liceo Scientifico Primo Levi di Badia Pol.

Tavian Maria Adelaide

Cioccolata al latte

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Tescaro Sara

La ragazza senza testa

Toselli Lucrezia

Airbus della morte

Liceo Celio Roccati di Rovigo

Uncini Marco

senza titolo

Liceo Celio Roccati di Rovigo

tuto Professionale “Colombo” di Adria, Liceo Scientifico “Primo Levi – Balzan” di Badia Polesine, Istituto per Geometri “Bernini” di Rovigo, Istituto di Istruzione Superiore “De 75

I.S.S. Viola-Marchesini di Rovigo

I.S.S. Viola-Marchesini di Rovigo

I.S.S. Viola-Marchesini di Rovigo

Istituto Professionale Colombo di Adria

Amicis” di Rovigo, Istituto Agrario “Munerati” di Sant’Apollinare (Rovigo), Istituto Professionale “Marco Polo” di Rovigo, Istituto di Istruzione Superiore “Viola – Marchesini” di


MESSAGGIO REDAZIONALE

Rovigo, Liceo “Celio - Roccati” di Rovigo. La Giuria, composta da Sergio Garbato, presidente, Pier Luigi Bagatin, Gabriella Monesi, Natalia Periotto Gennari e Mattia Signorini, ha selezionato venti finalisti di seguito elencati in ordine alfabetico. I finalisti sono stati invitati alla cerimonia di premiazione che si è svolta il 9 maggio 2015 in Sala Oliva dell’Accademia dei Concordi, in quella occasione sono stati pronunciati i nomi dei vincitori. Il primo premio è stato assegnato a Airbus della morte di Lucrezia Toselli, studentessa della classe II C Scienze Umane del Liceo “Celio Roccati” di Rovigo, con la seguente motivazione: «L’autore parte, nel più classico dei modi, da un fatto di cronaca tanto reale quanto tragico, ma ponendo se stesso al centro della vicenda, nella doppia veste di protagonista e narratore. Il tutto grazie a una scrittura semplice ed esplicativa, che si gioca su immagini rapide e di straordinaria evidenza. È così che la cronaca diventa soggettiva, capace di esprimere un groviglio di sentimenti che rivelano la grandezza e la miseria dell’uomo, travalicando l’occasione e lo stesso fatto tragico. Il tutto nella breve misura di una pagina e mezza». Secondo classificato il racconto Le fiamme sulla terra di Matteo Rubiero, alunno della classe IV G Istituto Istruzione Superiore “Viola Marchesini” di Rovigo, con questa motivazione:

Lucrezia Toselli, I classificata, premiata da Sergio Garbato. 76


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Matteo Rubiero, II classificato e Alberto Munerati, III classificato

«Vale soprattutto l’atmosfera da incubo, un incubo che è chiaramente nella mente turbata del personaggio. Ci sono dei sottili rimandi a Stephen King e a Stanley Kubrick, che però non diventano mai invadenti. Il susseguirsi delle impressioni e delle paure è raccontato con una scrittura piana e quasi oggettiva, tale da definire una realtà che forse è solamente mentale. L’orrore risiede nella ripetizione e nella moltiplicazione di ciò che deve essere, invece, unico». La Giuria ha infine stabilito il terzo premio al racconto L’una e un quarto di Alberto Munerati della

classe IV G Istituto Istruzione Superiore “Viola - Marchesini” di Rovigo così motivando: «Una vicenda come tante, che paradossalmente si ridefinisce e arricchisce in un linguaggio estremamente crudo, che non teme la volgarità e che, per converso, scandisce un mondo fatto di miseria morale, in cui ogni anelito di autenticità viene frustrato e vanificato. I sentimenti finiscono per scivolare lungo la china del degrado, in cui niente si salva più: ogni forma di pietà viene bandita e il destino è segnato, inesorabilmente». 77

I lavori di tutti i venti finalisti saranno prossimamente raccolti in una pubblicazione a cura della Fondazione Banca del Monte di Rovigo che verrà distribuita ad ognuno con l’auspicio che tale azione possa essere di incoraggiamento a proseguire nella loro attività letteraria.


SAPORI & SAPERI

Mangiare nel

Delta del Po di Mario Bellettato

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n territorio piatto, fatto di spazi orizzontali senza confini apparenti, nel quale nebbie e foschie nascondono colori e contorni durante i lunghi mesi invernali, inaspettatamente offre una cucina tutt’altro che monocorde. Una sorta di nemesi ha prodotto un’offerta gastronomica ricca, con sapori decisi ed alcuni piatti geniali che esprimono quella straordinaria creatività italiana capace di miracoli pur utilizzando ingredienti poveri.

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Le influenze della cucina tipica veneta e di quella emiliano-romagnola sono evidenti, ma il polesine le coniuga e le fonde in modo originale. Di molte ricette tipiche esistono infinite varianti, ciascuna famiglia custodisce la propria con gelosia e orgoglio, ho scelto di celebrare un piatto “minore” perché le sue origini testimoniano un’attività che oggi è scomparsa, nella speranza che esso le sopravviva. Ad uno zio tornato a casa dopo una lunga e terribile prigionia sofferta durante la seconda guerra mondiale, commosso, affamato, ancora sulla soglia di casa, mia nonna chiese cosa desiderasse e lui rispose “un bel piato de sopa poverina calda…”. Anche una pietanza può aiutarci a ricomporre il mosaico di affetti ed abitudini che costituiscono la nostra identità. I sapori che amiamo affondano le radici nella nostra memoria emotiva e raramente sono frutto del caso. La passione, la dedizione e l’esperienza generano un patrimonio culturale che trova nel cibo una delle massime espressioni, ma che sarebbe estremamente riduttivo limitare alla gastronomia. Agricoltori, allevatori, pescatori, operai, braccianti e piccoli commercianti, le nostre genti, trascorrevano buona parte della giornata fuori casa, esposti alla durezza del clima, alla fatica e ai rischi di un lavoro che, quando c’era, bastava a malapena a garantire la sussistenza. Mogli, figlie, madri e nonne, se non erano direttamente impegnate a loro volta, costituivano un universo femminile costretto a confrontarsi con

poche risorse e grandi necessità. L’allevamento degli animali da cortile, la preparazione del cibo, la cura e la fabbricazione degli indumenti, i lavori domestici erano le preziose attività che contribuivano a garantire una vita dignitosa e, per quanto possibile, gradevole. I cibi tradizionali hanno uno spessore culturale inimitabile, questo è, al di là delle differenze nutrizionali, l’abisso che separa un hamburger del fast food da un piatto di polenta e baccalà. Certamente, cinquant’anni fa la vita non era idilliaca, ma la cultura contadina aveva in sé gli strumenti per affrontarla e per vivere in equilibrio con l’ambiente senza l’alienazione che inevitabilmente inurbamento e industrializzazione portano con sè. Negli anni più recenti abbiamo assistito ad un’estrema banalizzazione del rapporto tra l’uomo e il cibo. La bulimia da boom economico ci ha abituati a mangiare troppo, senza chiederci da dove venga quello che troviamo sul piatto, senza preoccuparci se si tratta di un prodotto di stagione e senza curarci se il sapore è effettivamente quello originale. Molte preparazioni sono state dimenticate perché richiedono tempo, operazioni complesse, ingredienti di difficile reperibilità e tecniche desuete e perché, purtroppo, il Polesine non ha saputo valorizzare né promuovere questo grande patrimonio. Eppure assaggiare una fetta di esse dolce inzuppata nel vin clinto, degustare un piatto di risi e fasòi duri o sgranocchiare una ròscana di pane biscotto accompagnata da qualche fetta di salame da tajo è un’esperienza che non ha nulla da invidiare a 79

quello che si prova assaporando una pizza verace o un piatto di trenette col pesto. Sono miracoli italiani, fatti di genialità e sacrificio e che per quanto miracolosi sono fortunatamente alla portata anche di noi peccatori. Nel recupero delle nostre pietanze tradizionali dovremmo ricercare anche un diverso atteggiamento con il cibo e con l’ambiente, che eviti gli sprechi, che assecondi le stagioni, che abbia rispetto per il territorio e gli animali, e non accetti l’ossessione della produttività ad ogni costo. Nella pagina successiva la ricetta della zuppa poverina.


SAPORI & SAPERI

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LA ZUPPA POVERINA (SOPA POVERINA) Deriva da un piatto in uso presso gli “scarriolanti”, manovali che lavoravano nel bacino del Po escavando la sabbia per la produzione dei laterizi. Sottoposti ad un caporalato feroce e mal equipaggiati, trascorrevano lunghe ore immersi fino alla cintola nell’acqua fredda a riempire carriole di sabbia tratta dal letto del fiume. La paga modestissima serviva per la sussistenza della famiglia, per lavorare duramente c’era bisogno di un pasto caldo, sostanzioso e corroborante, ma poco costoso. L’acqua del fiume era la soluzione, il pane raffermo e qualche uovo completavano gli ingredienti, di rado arricchiti con ciò che fortunosamente era disponibile: una crosta di formaggio, qualche patata o una cipolla. Aglio e pepe, pressoché obbligatori, contribuivano a dare senso di sazietà e sapore. In una pentola d’alluminio si mette a soffriggere l’aglio (due spicchi a persona), utilizzando un po’ di grasso. In origine era strutto, o una cotenna grassa di maiale, oggi lo possiamo sostituire con olio d’oliva, ma almeno un po’ di strutto è indispensabile per dare al soffritto la sua nota inconfondibile. L’aglio va fatto colorare a fuoco vivo, il leggero sentore di “bruciato” non stona e si stempera poi nel brodo. Tolto l’aglio si aggiunge acqua (200 cc. a persona), sale e una dose generosa di pepe, portando ad ebollizione. Nel frattempo in una terrina 81

di coccio si frantuma il pane biscotto (o il pane raffermo, ma il risultato è meno gradevole) in pezzi della dimensione di una noce, evitando di sbriciolarlo. Esiste un panificio a Rottanova, vicino a Cavarzere, dove si produce uno straordinario pane biscotto senza grassi, cotto con le braci di canna palustre: l’ideale per zuppe e caffelatte poiché conserva la sua gradevole consistenza vetrosa anche inumidito. Al pane spezzettato va aggiunto un uovo crudo a persona, grossolanamente sbattuto, mescolando poi il tutto vigorosamente, in modo che l’uovo colori il pane e si lasci assorbire. A piacere si può aggiungere un po’ di formaggio grattugiato, un grana padano poco invecchiato è quello più adatto, in origine non ci si poteva certo permettere parmigiano di qualità. A questo punto si versa il liquido bollente nella terrina e si attende qualche minuto prima di servire. Il risultato è eccellente: l’acqua insaporita dal soffritto e dal pepe cuoce l’uovo e inzuppa il pane che conserva la sua consistenza e risulta piacevolmente croccante, il formaggio piuttosto fresco si stempera con il calore e conferisce alla zuppa una nota di sapidità.


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Matteo Tosin


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RITRATTI

La smorfia nella piazza Taiadela da Ceneselli, straordinario comico e cantastorie morto sessantacinque anni fa di Sergio Garbato

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«N

egli splendori del silenzio e del riso c’è sempre un avvertimento sfumato, una impercettibile fluttuazione, che ricorda le onde del mare: il circo, con i trucchi e i salti pericolosi, le combinazioni all’infinito di cerchi e volteggi, le entrate dei clowns giocate come dei valzer, è al tempo stesso magico e classico» ha scritto una volta il grande poeta francese Léon-Paul Fargue ed è forse questo il migliore invito al circo, quello delle piazze e delle periferie, ma anche e soprattutto quello della memoria. E a proposito di memoria, quasi nessuno, ormai, ricorda la famiglia Zavatta, che del circo moderno fu l’anima. La famiglia era originaria di Pontecchio (e chi l’avrebbe mai detto!) e tutto comincia con Domenico, nato nel 1794, che, dopo avere acquistato una lesta cavallina in una fiera, iniziò con successo a insegnarle esercizi di ogni sorta, esibendosi poi nelle piazze di città e paesi. Ma il circo Zavatta risale al 1844, cinquant’anni più tardi, quando Antonio (nato anche lui a Pontecchio nel 1821), figlio di Domenico e acrobata al seguito della compagnia Chiarini, riesce a dare vita a un suo proprio circo, con acrobati e animali. E trent’anni dopo, tra il 1875 ed il 1890, i circhi Zavatta sono diventati tre, testimoniati in tournèe nel nord Italia e anche nell’Europa nord-orientale. Di generazione in generazione l’eredità circense si aggiorna e si affina, ma sempre in stretta connessione con le origini e nella pratica di continue e importanti collaborazioni con altri artisti. Tanto più che gli Zavatta si imparentano, nel tempo, con altri artisti circensi, così che se il loro nome sparisce dalle denominazioni delle compagnie, essi continuano a essere presenti a tutt’oggi. In qualche modo, ma senza forzare troppo i termini, al circo (e specialmente all’arte dei clown) si può riallacciare anche un artista straordinario come Dario Mantovani, che era nato il 15 agosto del 1904 a Ceneselli. Ma, se all’anagrafe era Dario Mantovani, tutti lo avevano chiamato, fin da subito, Taiadela, come suo padre e suo nonno prima. Con lui, però, quell’appellativo si era convertito in un autentico nome d’arte. Un’arte effimera e presto dispersa la

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RITRATTI

sua, perché Taiadela da Ceneselli era un comico e un cantastorie che si esibiva nelle piazze e nelle fiere per la gioia e il divertimento di un pubblico semplice, che rideva fino alle lacrime e dimenticava in fretta. Una storia, la sua, scritta sull’acqua, anche se qualcosa deve pure essere rimasto. La sua comicità un po’ stralunata e la sua verve erano figlie della saggezza popolare e agli inizi della carriera, si metteva dritto in piedi su una sedia con una fisarmonica e suonava e cantava, raccontava barzellette, recitava filastrocche strampalate, chiamava la gente per nome e la coinvolgeva in doppi sensi e battute salaci. «Bravo, Taiadela!», gridava il pubblico e lui continuava, non si sa bene come, a stare ritto sulla sedia traballante a squinternare la fisarmonica, come uno dei personaggi dei primi film di Fellini o di un racconto di Zavattini. Anzi, Zavattini l’aveva proprio conosciuto, qualche anno dopo, in piazza a Suzzara. «Bravo, Taiadela!» e via per mercati e sagre e fiere, in una smemorante geografia della bassa Padana, con le prime nebbie d’autunno sfilacciate sulle strade e gli acquitrini in agguato, gli argini del fiume a occultare l’orizzonte e le golene con gli alberi pieni di uccelli. Ma anche i tramonti violacei della tarda estate, con i colori accesi e le ombre dorate e certi temporaloni improvvisi con il vento che si portava via ogni cosa e la pioggia a dirotto che rimbalzava sul selciato. Una vita tutta all’aperto, la sua, spartita tra frasche e osterie di paese. Il fatto è che Taiadela aveva l’arte della smorfia e la mobilità suprema dell’espressione. Guardava sorridente dritto negli occhi il suo interlocutore e, senza che si capisse come, diventava improvvisamente strabico con le labbra che sporgevano nel ghigno dell’idiozia, ma subito lo sguardo diventava pensoso e lontano e la bocca appena dischiusa come succede a chi medita gravemente sui destini del

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Caricatura di Paolo Stoppa


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mondo. Per essere più vero si aiutava con cappelli e cappellini, che sulla sua testa mutavano forma per adeguarsi ad una infinita galleria di personaggi, che poi erano gente di tutti i giorni. Dapprima aveva fatto coppia con Nadir Bernini, un clarinettista impareggiabile che nascondeva la cecità dietro un paio di occhiali scuri. E si spostavano nella bassa a bordo di una rossa e fiammante Guzzi 500. Poi erano arrivati anche i due figli e perfino la moglie. Tutti in giro a bordo di una carovana, che era diventata casa e teatro viaggiante. Dal Polesine al mantovano e dal Veneto all’Emilia e via fino a Cremona e Asti. Eccoli in fondo a una piazza, fra le tende di un mercato o in mezzo ai teloni e alle giostre del luna park. Suonavano e cantavano, con Taiadela che snocciolava storielle irresistibili e barzellette nuove di zecca, facendo il verso alla retorica del regime, mentre la moglie passava fra il pubblico a vendere i fogli con i testi comici delle canzoni oppure, quando era tempo, i calendari. E c’era stata la guerra con il suo carico di sofferenze e di morte e poi la rinascita con una specie di circo con serraglio che coronava un sogno segreto. Ma il destino era già appostato dietro una curva, quando la grossa Buick targata Rovigo di Taiadela era finita fuori strada e l’ultimo cantastorie era morto sul colpo, a soli quarantasei anni, il 7 settembre 1950. Un destino non diverso da quello di Fred Buscaglione, che avrebbe incontrato la morte, giusto dieci anni dopo, nello stesso modo. Per ritrovarlo come era, Taiadela, in un mondo che non esiste più, c’è il bel libro, semplice e diretto, pieno di foto e leggerezza, che gli ha dedicato il figlio Dino.

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MESSAGGIO REDAZIONALE

BANCADRIA

GLI “APPUNTAMENTI” CHE FANNO CULTURA NEL TERRITORIO 90


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Il Sindaco Prando, Cecilia Barison ed il Presidente Vianello durante i saluti iniziali

È

diventata oramai tradizione la rassegna “Appuntamenti …in Corte”, che Bancadria-Credito Cooperativo del Delta organizza ogni anno nel periodo estivo in collaborazione con le Amministrazioni locali del suo territorio di com-

In questo modo, così come recita il “Progetto Cultura” della Banca, si mantiene l’attenzione alle piccole realtà del territorio e si investe in cultura, favorendo tutte quelle realtà artistiche, a volte quasi sconosciute, ma che però presentano uno spessore di qualità che il pubblico dimostra di apprezzare moltissimo.

La rassegna, che quest’anno ha superato le cinquemila presenze, si mantiene viva e migliora ad ogni edizione, nelle performance degli artisti e negli spettacoli, principalmente teatrali e musicali, che vedono spesso protagonisti Compagnie e gruppi locali.

Hanno condiviso la Rassegna 17 Municipalità del territorio di competenza della Banca (in ordine di calendario spettacoli): Lusia, Porto Tolle, Adria, Granze, Loreo, Rovigo, Badia Polesine, Cavarzere, Mesola, Taglio di Po, Monselice, Pettorazza Grimani e Porto Viro.

petenza.

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MESSAGGIO REDAZIONALE

La distribuzione al pubblico di cibi nostrani

Il numeroso pubblico presente

L’avvio di “Appuntamenti… in Corte” ha scelto quest’anno Lusia e la “Corte Barison”, teatro del primo appuntamento dell’edizione 2015. Dire che gli organizzatori locali hanno predisposto il tutto al meglio è poca cosa: sono stati eccellenti, centrando alla perfezione le attività di una “corte” del tempo ed offrendo ai tanti convenuti un pomeriggio dei tempi passati con un contorno reso familiare dalle tipicità di una vita di campagna. Gli animali da cortile hanno fatto la loro parte… così come i due somari, il maiale, senza dimenticare la cucina contadina con pasta e “fasoi”, “renga” e polenta, salame e pancetta alla brace, pane casereccio, salame nostrano, dolci della nonna, il tutto ambientato in uno scenario che riproponeva vecchi mezzi di locomozione e da lavoro. Da non dimenticare la commedia dialettale, che ha visto protagonista la compagnia “Brutti ma Buoni” con “Na casa sensa na dona…”, che ha meritato tantissimi applausi.

All’inizio il Sindaco Luca Prando ha portato i saluti ed i complimenti al Comitato di Cavazzana ed alla famiglia Barison che “hanno saputo così ben organizzare l’apertura di questa settima edizione di ’Appuntamenti… in Corte’”. Un concetto rimarcato anche dal Presidente di Bancadria Giovanni Vianello, che ha sottolineato la presenza delle tipicità culinarie del nostro territorio. Infine Cecilia Barison ha ringraziato tutti per le belle e confortanti parole che premiano un bel gruppo di volontari affiatati e con tante idee. A lei il Sindaco ha fatto dono del piatto in ceramica con la torre del paese. Presenti per Bancadria i Vice Presidenti Emilio Trevisan e Mosè Davì, i Consiglieri Paolo Mazzolin e Simone Meneghini, oltre al Vice Direttore Generale Umberto Perosa ed al Responsabile della locale filiale Marco Mazzetto con il vice Massimo Rigobello ed alcuni componenti il locale Comitato. A tutte le municipalità che sono intervenute un arrivederci alla prossima edizione 2016. 92


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BANCADRIA: “MAINARDI UN ARTISTA CHE SI DISTINGUE”

E

lvio Mainardi è ritornato recentemente nella sua Città natale, accogliendo l’invito-promessa che Bancadria gli aveva rivolto il 24 marzo scorso prima dell’inaugurazione della grande tela in Cattedrale, una sua opera alla cui presentazione non aveva potuto partecipare. Presso la Sala Cordella Mainardi ha esposto i bozzetti preparatori utilizzati per la tela dell’Ultima Cena, assieme a quadri dipinti molti anni fa, in omaggio a grandi artisti: da Bodini a Picasso, da Morandi a Chagall, da Dalì a De Chirico per finire con Lorenzo Viani. “Tutte opere strane”, ha sottolineato il critico Sergio Garbato, “per la pittura di Elvio Mainardi; un tentativo di compenetrazione di figure e soggetti e non di quella luce

di cui lui è il Maestro, che invece domina nella sua ultima imponente fatica artistica: la grande tela della Cattedrale di Adria”.

presenti sul territorio di competenza. Bancadria - ha detto - è attenta a premiare chi lo merita e la grande pittura di Mainardi si distingue”.

Nel corso della sobria cerimonia di carattere artistico organizzata da Bancadria, il Sindaco Massimo Barbujani non ha taciuto il desiderio ”di poter collocare nel palazzo Municipale un’opera del concittadino Mainardi”, il quale a sua volta non ha promesso ma nemmeno smentito la richiesta del Sindaco.

L’artista ha quindi salutato i presenti ringraziando tutti per la presenza e per l’attenzione ed in particolare il critico Sergio Garbato: “Una voce sacra che mi riempie di una gran voglia interiore nel dipingere”. Presenti il Consigliere delegato alla Cultura Mara Bellettato, l’ex Presidente del Consorzio di Bonifica Carlo Piombo (che al tempo aveva consentito a Mainardi di dipingere la grande parete dell’Amolara) ed Antonio Giolo, presidente dell’adriese “Fondazione Bocchi”.

Nel suo saluto, Giovanni Vianello, Presidente di Bancadria (presente con il Vice Presidente Emilio Trevisan, i Consiglieri Mauro Giuriolo e Riccardo Crestani) ha rimarcato che l’iniziativa rientra nel “progetto culturale della Banca che è quello di una vicinanza agli artisti locali

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Nella foto in Sala Cordella: da destra Sergio Garbato, Elvio Mainardi, Giovanni Vianello ed Emilio Trevisan


I COLLABORATORI DI QUESTO NUMERO Natalino Balasso è attore, comico e autore di teatro, cinema, televisione e libri. È nato a Porto Tolle nel 1960. Ha debuttato in teatro nel 1990, in televisione negli anni '90, nel cinema nel 2007 e pubblica libri dal 1993. È collaboratore di Rem fin dal primo numero. Marco Barbujani è nato ad Adria nel 1992 e studia Scienze Forestali all’Università di Padova. Autonomamente si occupa di ricerca, cartografia su GIS, comunicazione della scienza e consulenza nel settore agro-forestale. Massimiliano Battiston, Ilaria Gabrieli, Aurora Favero e Paola Crepaldi dal 2006 seguono un percorso di formazione teatrale presso il Teatro Nucleo di Pontelagoscuro sotto la guida di Horacio Czertok. Il gruppo, con Massimiliano, Ilaria, Aurora e Paola, coinvolge una decina di persone provenienti da realtà diverse dando vita ad Atlante, un progetto-laboratorio che a tutt'oggi continua in una costante ricerca e sperimentazione teatrale. Mario Bellettato è nato ad Adria nel 1956. Dopo gli studi classici e la laurea in giurisprudenza ha intrapreso una carriera manageriale che lo ha portato a lunghe permanenze all’estero. Ha lavorato come copywriter per alcune agenzie di pubblicità e si è occupato di formazione per l’Unione Europea. È attualmente responsabile commerciale di un’azienda del settore energie rinnovabili. Ha pubblicato quest’anno il romanzo “Il sognatore”. Emy Bernecoli, violinista adriese, si è diplomata con 110 e lode al Conservatorio di Musica di Adria e all’Accademia Nazionale

di S. Cecilia di Roma col massimo dei voti. Incide per la casa discografica internazionale Naxos le musiche degli autori italiani del ‘900 e pubblica le sue revisioni per le edizioni Suvini Zerboni di Milano e Ut Orpheus di Bologna. Negli ultimi due anni ha pubblicato alcuni preziosi inediti di Fiorenzo Carpi e Ottorino Respighi; i suoi dischi hanno suscitato gli entusiasmi della critica nazionale ed internazionale, ricevendo la Nomination agli ICMA 2014. www. emybernecoli.com

di Rovigo. Nel 2007 ha avuto il privilegio di partecipare in Sudan all’inaugurazione del Centro Cardiochirurgico “Salam” progettato e costruito da Emergency nel paese africano. Sergio Garbato, laureato in lingue e letterature straniere, ha insegnato nelle scuole superiori. È socio dell’Accademia dei Concordi. Collabora con articoli e saggi a riviste e periodici, cura programmi di sala e presentazioni di mostre d’arte. Da più di trent’anni è collaboratore de “Il Resto del Carlino” e per l'edizione di Rovigo si occupa quotidianamente della pagina dedicata alla cultura e agli spettacoli. Ha curato mostre ed esposizioni e pubblicato numerosi saggi su teatro, arte, musica, storia e alcuni volumi dedicati a Rovigo e al Polesine.

Maria Chiara Fabian è nata a Cavarzere nel 1961. Si è laureata in architettura a Venezia nel 1987 dopo un anno di specializzazione alla Scuola Politecnica Federale di Zurigo. Come architetto si occupa di progettazione edilizia oltre che degli spazi pubblici per la quale ha vinto il premio “La città per il verde” nel 2010. Da sempre coltiva l’interesse per la storia della Shoah e dell’ebraismo e come presidente dell’Associazione “Il Fiume” da anni collabora con le scuole per l’approfondimento di questi temi. Ha scritto per siti e giornali su temi legati alla memoria, alla politica e alla società. Nel luglio del 2015 ha pubblicato il libro ”…Siamo qui solo di passaggio. La persecuzione antiebraica in Polesine 1941-1945” frutto di dieci anni di ricerche archivistiche. Negli anni ’90 ha fondato e diretto l’Associazione Sportiva “Gordige Calcio Ragazze” di Cavarzere, che è una delle maggiori realtà sportive del territorio tra Adige e Po. È stata per dieci anni dirigente sportivo nella FIGC Regionale occupandosi di calcio femminile. Dopo esperienze in ambito politico amministrativo locale, dal 2004 ha preferito l’impegno come volontaria dell’associazione umanitaria Emergency nel gruppo

Alex Grotto, 29 anni di Adria, è un blogger che scrive di musica pesa su “Bastonate”, fa parte del direttivo dei “Druidi” curandone la direzione artistica dei concerti. Ronnj Grotto è nato ad Adria e ha studiato al liceo scientifico. A 19 anni è partito per Torino per frequentare il Politecnico trascorrendo poi un anno di studi Erasmus a Stoccolma. Da 10 anni si occupa di amministrazione di basi di dati in Francia, nei pressi di Nizza. Tra le sue passioni, oltre alla tecnologia, ci sono i viaggi, la storia, i balli latino americani e i film horror. Sameh Salama è nato in Egitto nel 1976 ed ha cittadinanza italiana. Lavora come Interprete e Traduttore Freelance di araboinglese-italiano. Compone poesie e le traduce in diverse lingue. Professore ordinario di Filologia Romanza, Barbara Spaggiari si 96

dedica attualmente alla ricerca nell’ambito della critica testuale e dell’edizione di testi. Fra i volumi più recenti, si ricordano Il «Testamentum» alchemico attribuito a Raimondo Lullo (ms. Corpus Christi College 244), [in collab. con M. Pereira], Firenze, SISMEL, 1999; C. Pessanha, Clepsidra. Intr. e trad., Torino, Einaudi, 2000; Fundamentos de crítica textual, [in collab. con M. Perugi], Rio de Janeiro, Lucerna, 2004; Obras de André Falcão de Resende, 2 vols., Lisboa, Colibri, 2009. Da alcuni anni lavora all’edizione e al commento di autori cinquecenteschi (Bernardo Tasso, Luigi Groto; Luís de Camões, Diogo Bernardes, André Falcão de Resende; i sonetti di Shakespeare). Ha curato l’edizione critica delle Rime di Luigi Groto (1541-1585), detto il Cieco di Adria, pubblicata da Apogeo Editore di Adria in due volumi dopo quattrocento anni dall’ultima stampa del 1610 (In Venetia, per Ambrogio Dei). Maurizio Spano è nato ad Adria nel 1960. Pittore e fotografo, allestisce importanti mostre personali in varie città italiane. Scrittore, ha pubblicato tre romanzi: “Francesca” del 2011, “La Signora dei Colori” del 2013 e “Nato di domenica” del 2015. Matteo Tosin è nato a Rovigo nel 1991 e si è sempre appassionato al disegno e all'animazione. Si è diplomato nel 2015 nel corso di fumetto della Scuola Internazionale di Comics a Padova. Alcuni dei suoi lavori sono stati esposti al "Lucca Comics and Games" del 2015 per la presentazione del libro "I Cavalieri del Nord".

Profile for Paolo Spinello

REM-Anno VI, n.2/3 del 1 dicembre 2015 (Attraverso il '900)  

REM-Anno VI, n.2/3 del 1 dicembre 2015 (Attraverso il '900)  

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