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Il Settimanale di M.S.O.I. Torino


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MSOI Torino M.S.O.I. è un’associazione studentesca impegnata a promuovere la diffusione della cultura internazionalistica ed è diffuso a livello nazionale (Gorizia, Milano, Napoli, Roma e Torino). Nato nel 1949, il Movimento rappresenta la sezione giovanile ed universitaria della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (S.I.O.I.), persegue fini di formazione, ricerca e informazione nell’ambito dell’organizzazione e del diritto internazionale. M.S.O.I. è membro del World Forum of United Nations Associations Youth (WFUNA Youth), l’organo che rappresenta e coordina i movimenti giovanili delle Nazioni Unite. Ogni anno M.S.O.I. Torino organizza conferenze, tavole rotonde, workshop, seminari e viaggi studio volti a stimolare la discussione e lo scambio di idee nell’ambito della politica internazionale e del diritto. M.S.O.I. Torino costituisce perciò non solo un’opportunità unica per entrare in contatto con un ampio network di esperti, docenti e studenti, ma anche una straordinaria esperienza per condividere interessi e passioni e vivere l’università in maniera più attiva. Cecilia Nota, Segretario M.S.O.I. Torino

MSOI thePost MSOI thePost, il settimanale online di politica internazionale di M.S.O.I. Torino, si propone come un modulo d’informazione ideato, gestito ed al servizio degli studenti e offrire a chi è appassionato di affari internazionali e scrittura la possibilità di vedere pubblicati i propri articoli. La rivista nasce dalla volontà di creare una redazione appassionata dalla sfida dell’informazione, attenta ai principali temi dell’attualità. Aspiriamo ad avere come lettori coloro che credono che tutti i fatti debbano essere riportati senza filtri, eufemismi o sensazionalismi. La natura super partes del Movimento risulta riconoscibile nel mezzo di informazione che ne è l’espressione: MSOI thePost non è, infatti, un giornale affiliato ad una parte politica, espressione di una lobby o di un gruppo ristretto. Percorrere il solco tracciato da chi persegue un certo costume giornalistico di serietà e rigore, innovandolo con lo stile fresco di redattori giovani ed entusiasti, è la nostra ambizione. Jacopo Folco, Direttore MSOI thePost 2 • MSOI the Post

N u m e r o

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REDAZIONE Direttore Editoriale Jacopo Folco Direttore Responsabile Davide Tedesco Vice Direttori Giusto Amedeo Boccheni, Pilar d’Alò Caporedattori Giusto Amedeo Boccheni , Luca Bolzanin, Pilar d’Alò, Luca Imperatore, Pauline Rosa Capi Servizio Rebecca Barresi, Giusto Amedeo Boccheni, Luca Bolzanin, Lucky Dalena, Pierre Clement Mingozzi, Sarah Sabina Montaldo, Daniele Pennavaria, Leonardo Scanavino, Chiara Zaghi Media e Management Daniele Baldo, Guglielmo Fasana, Anna Filippucci, Vladimiro Labate, Jessica Prietto Editing Lorenzo Aprà, Adna Camdzic, Amandine Delclos Copertine Virginia Borla, Amandine Delclos Redattori Gaia Airulo, Erica Ambroggio, Elena Amici, Amedeo Amoretti, Andrea Bertazzoni, Micol Bertolino, Luca Bolzanin, Davide Bonapersona, Maria Francesca Bottura, Fabrizia Candido, Daniele Carli, Debora Cavallo, Emanuele Chieppa, Giuliana Cristauro, Andrea Daidone, Lucky Dalena, Alessandro Dalpasso, Federica De Lollis, Francesca Maria De Matteis, Ilaria di Donato,Tommaso Ellena, Guglielmo Fasana, Anna Filippucci, Alessandro Fornaroli, Corrado Fulgenzi, Francesca Galletto, Lorenzo Gilardetti, Lara Amelie Isai-Kopp, Luca Imperatore, Michelangelo Inverso, Vladimiro Labate, Giulia Marzinotto, Simone Massarenti, Rosalia Mazza, Davide Nina, Pierre Clement Mingozzi, Alberto Mirimin, Chiara Montano, Sveva Morgigni, Virginia Orsili, Daniele Pennavaria, Barbara Polin, Jessica Prieto, Luca Rebolino, Jean-Marie Reure, Valentina Rizzo, Giacomo Robasto, Clarissa Rossetti, Federica Sanna, Martina Santi, Martina Scarnato, Edoardo Schiesari, Jennifer Sguazzin, Stella Spatafora, Elisa Todesco, Francesco Tosco, Tiziano Traversa, Leonardo Veneziani, Alessio Vernetti, Elisa Zamuner. Vuoi entrare a far parte della redazione? Scrivi una mail a thepost@msoitorino.org!


EUROPA 7 Giorni in 300 Parole

BELGIO 16 maggio. Alla luce del recente involversi della relazione con gli Stati Uniti, riguardo l’accordo sul nucleare iraniano, il presidente della Commissione europea, Jean -Claude Juncker, ha sottolineato che saranno utilizzati a pieno “gli strumenti” per mettere al riparo le aziende europee dalle sanzioni statunitensi. FRANCIA 12 maggio. A Parigi, un terrorista ceceno, armato di coltello, ha ucciso un giovane passante e ferito altre 4 persone in pieno centro, prima di essere ucciso dalla polizia. L’attentato di matrice islamica è stato rivendicato dall’Isis. 11 maggio. Continuano le proteste, a Parigi, contro la riforma del presidente Emmanuel Macron sull’accesso all’università. Un centinaio di contestatori hanno occupato i locali della facoltà universitaria di Nanterre-Paris causando la sospensione degli esami. ITALIA 16 maggio. Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno annunciato l’ultima bozza relativa all’accordo di governo tra M56 e Lega. Prevista trattativa a oltranza per raggiungere un punto di incontro sulla figura del futuro Premier. Di Maio ha sottolineato che, se sarà necessario, lui e Salvini “resteranno fuori dalla squadra di governo”. REGNO UNITO 12 maggio. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si è recato a Londra, in visita ufficiale, per incontrare la premier Theresa May e la Regina Elisabetta II. Lo

REVISIONE REGOLAMENTO DI DUBLINO: VALUTARE VOTO MAGGIORANZA Avramopoulos: “È tempo che Consiglio UE trovi posizione comune”

Di Giulia Marzinotto

sulle migrazioni.

15 maggio: Dimitris Avramopoulos, commissario europeo per le Migrazioni, gli Affari Interni e la Cittadinanza, è stato chiaro: “L’orologio corre. È tempo che gli Stati membri si affrettino”.

Il monito a far presto è condiviso anche da Claude Moraes, presidente della commissione Affari Interni del Parlamento europeo, che ha sottolineato come in caso di mancanza dell’unanimità in seno al Consiglio UE sulla revisione di Dublino sia possibile percorrere strade alternative. “Il voto a maggioranza qualificata non resti un tabù” ha concluso l’europarlamentare, auspicando l’entrata nel vivo della discussione.

A Bruxelles la riunione del COREPER ha esaminato nuovamente la proposta relativa alla revisione del regolamento di Dublino, che definisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione  internazionale  presentata da un cittadino di un Paese  terzo o da un apolide. Tale revisione è stata presentata dall’attuale Presidenza bulgara, che da mesi si sta mobilitando al fine di arrivare a un’intesa entro la fine del giugno prossimo. Tale regolamento, pietra miliare del sistema comune d’asilo, attende ancora una volta di essere riformato efficacemente : “Il Parlamento europeo ha già espresso una posizione comune, ed è al fianco della Commissione. È arrivato il momento che anche i Paesi trovino un accordo”, ha sostenuto Avramopoulos, presente a un evento organizzato dal network europeo

Dello stesso avviso si è detto Milko Berner, viceministro dell’Interno bulgaro e detentore della presidenza del Consiglio UE: se non si arrivasse all’unanimità al Consiglio Europeo sulla riforma di Dublino occorrerebbe “prendere in seria considerazione la possibilità di un voto a maggioranza qualificata”. Nella speranza che gli Stati riescano a giungere a una posizione comune sulla revisione del Regolamento, Berner ha paragonato il negoziato su Dublino a una guerra di trincea: “Anche piccoli passi nella giusta direzione hanno grande valore” ha sottolineato il Viceministro bulgaro, dicendosi ottimista circa il successo della trattativa. MSOI the Post • 3


EUROPA scopo sarebbe stato quello di “avere discussioni importanti su temi di interesse comune”, come dichiarato da Downing Street.

CATALOGNA, QUIM TORRA ELETTO PRESIDENTE Evitato in extremis il ritorno alle urne

15 maggio. Centinaia di manifestanti, con esponenti della diaspora curda e oppositori turchi emigrati, hanno protestato nei pressi di Downing Street contro la visita del presidente Receep Tayyip Erdogan a Londra. 15 maggio. Theresa May ha annunciato l’intenzione di pubblicare, in vista di un summit programmato per il mese di giugno a Bruxelles, un libro bianco sulla Brexit, contenente le priorità per le future relazioni della Gran Bretagna con l’Unione europea.

Di Alessio Vernetti

SPAGNA 14 maggio. L’indipendentista Quim Torra sarà il nuovo presidente della Generalitat, l’autonomia regionale della Catalogna. Torra è stato eletto, su indicazione del presidente estromesso Carles Puigdemont, in esilio in attesa di estradizione a Berlino, a maggioranza semplice, 66 voti contro 65.

Si risolve così la travagliata formazione del Governo catalano, che perdura dalle elezioni dello scorso 21 dicembre: nonostante gli indipendentisti abbiano ottenuto la maggioranza (70 seggi su 135) al Parlament di Barcellona, uno dopo l’altro i tre candidati secessionisti alla Presidenza prima di Torra sono stati tutti arrestati.

UNGHERIA 15 maggio. Nuova stretta da parte del governo di supermaggioranza assoluta del premier sovranista, Viktor Orbán, contro le ONG umanitarie che assistono i migranti. L’Open society di George Soros ha annunciato che “chiuderà la sua sede di Budapest a fronte della situazione legale in Ungheria”, definita, in un suo comunicato, “sempre più repressiva”. A cura di Giuliana Cristauro 4 • MSOI the Post

Lunedì 14 maggio l’indipendentista Quim Torra è stato eletto Presidente della Generalitat catalana al secondo scrutinio, con 66 voti favorevoli, 65 contrari e 4 astenuti al Parlamento locale.

Il primo, l’ex presidente Carles Puigdemont, vide la propria nomina sfumare dopo che il Tribunal Constitucional sancì che non avrebbe potuto assumere la presidenza dal Belgio, dov’era scappato per sfuggire all’arresto. Successivamente, il Tribunal negò la scarcerazione all’indipendentista Jordi Sànchez, che rinunciò a sua volta alla candidatura a favore dell’ex portavoce del Governo catalano Jordi Turull. Al primo scrutinio, tenutosi il 22 marzo, Turull non ottenne la maggioranza assoluta, e poco prima del secondo scrutinio, in cui per l’investitura sarebbe bastata la maggioranza semplice, fu messo in custodia

cautelare per aver contribuito alla dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna. Intanto, però, si era avviato il countdown previsto dall’Articolo 67.3 dell’Estatuto catalano, per il quale se entro il 22 maggio non fosse stato eletto un Presidente, si sarebbe tornati alle urne. L’accordo in extremis sul nome di Torra, “delfino” di Puigdemont, ha evitato questo scenario per soli 8 giorni. Torra nel suo discorso di insediamento ha rilanciato la sfida nazionalista, impegnandosi a “costruire uno Stato catalano indipendente sotto forma di Repubblica” ribadendo che “il Presidente legittimo è Puigdemont” e ricordando i leader secessionisti imprigionati in Spagna o fuggiti all’estero. Lo stesso Puigdemont, che nel frattempo è stato arrestato e poi rilasciato in libertà condizionata in Germania, si è detto soddisfatto per la risoluzione dell’impasse. Il premier spagnolo Rajoy, sebbene si sia offerto al dialogo con Torra, non ha nascosto le preoccupazioni, dicendosi pronto a garantire “il rispetto della Legge e della Costituzione” e a coordinare, insieme a Sánchez e Rivera, rispettivamente leader del PSOE e di Ciudadanos, una “risposta costituzionale” all’elezione del nuovo Presidente indipendentista catalano.


NORD AMERICA 7 Giorni in 300 Parole

TRUMP CANCELLA IL PROGRAMMA DI RICERCA AMBIENTALE DELLA NASA

Ritirati i fondi per il monitoraggio sulle emissioni di gas serra

STATI UNITI 14 maggio. Inaugurata la nuova ambasciata americana a Gerusalemme, alla presenza del Premier israeliano e di Jared Kushner. Il presidente Trump, invece, ha consegnato un video preregistrato nel quale si dice “fiducioso per la pace tra israeliani e palestinesi”, nonostante le critiche mosse da alcuni degli alleati europei, dagli stati della Lega Araba e, naturalmente, dai palestinesi stessi. Durante l’evento si sono verificate numerose proteste seguite da violenti scontri con decine di morti ad appena 60 km dall’ambasciata. 15 maggio. John Bolton, nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale, ha affermato, in un’intervista alla CNN, “che ci sarebbe la possibilità che vengano imposte delle sanzioni commerciali nei confronti dei Paesi europei che continuano a fare affari con l’Iran”. “Penso che gli europei capiranno che è nel loro interesse seguirci”, ha chiosato Bolton, prima di aggiungere che le sanzioni statunitensi potranno far crollare l’economia dell’Iran: “Abbiamo visto che le condizioni economiche dell’Iran sono alquanto instabili, quindi gli effetti potrebbero essere drammatici”. 15 maggio. Al termine delle esercitazioni militari congiunte fra Stati Uniti e Corea del Sud, la Corea del Nord ha fatto sapere che la partecipazione del leader nordcoreano al summit di alto livello in programma per il mese di giugno è al momento sospe-

Di Luca Rebolino Il presidente statunitense Donald Trump ha nuovamente adottato una drastica decisione nel campo della protezione ambientale, continuando a smantellare l’eredità del suo predecessore. Infatti, non sono stati rinnovati i finanziamenti al Carbon Monitoring System, il programma di ricerca della NASA sul monitoraggio dei gas serra emessi nell’atmosfera. A riferire la notizia è l’autorevole rivista americana Science, che ha espresso notevoli preoccupazioni sul danno ambientale che una decisione politica di questa portata potrà arrecare. L’articolo citato si apre proprio con un’amara considerazione: “You can’t manage what you don’t measure”. Questo progetto, votato e approvato dal Congresso nel 2010, era stato concepito al fine di monitorare le emissioni di anidride carbonica e di metano da parte di tutti gli Stati attraverso un articolato sistema di rilevamenti satellitari e aerei. La NASA grazie a questo programma poteva elaborare modelli scientifici sui flussi delle emissioni, in maniera tale da organizzare e armonizzare le informazioni relative ai gas serra, su scala globale. Il costo del piano era di 10 mi-

lioni di dollari all’anno, cifra che nelle intenzioni del Presidente sarà stanziata per finanziare altri programmi di ricerca scientifica. Visto che il Congresso aveva già in passato bocciato provvedimenti di tagli alla ricerca della NASA, Trump ha fatto passare la misura con un cavillo tecnico. Infatti, non ha menzionato nella nuova riforma fiscale questo programma tra quelli da continuare a finanziare per il prossimo anno. La funzione di questo programma si stava rivelando cruciale proprio per l’applicazione degli Accordi di Parigi. Ora, in mancanza di questo strumento, la comunità internazionale sarà sostanzialmente impossibilitata a controllare l’operato dei governi aderenti agli accordi sulla protezione climatica. Sims Gallagher, direttore del Centro per le politiche internazionali per l’ambiente dell’Università di Tufts, ha espresso le sue preoccupazioni su questo tema: “Questa decisione mette a repentaglio anche i programmi di verifica sui tagli alle emissioni di gas serra di altri Paesi, così com’era stato deciso alla Conferenza sul clima di Parigi. Se non è possibile misurare la riduzione delle emissioni, come si può sapere se gli impegni presi dai vari Paesi vengono rispettati? Annullare il CMS è un grave errore”. MSOI the Post • 5


NORD AMERICA sa. Pyongyang ha infatti ritenuto “provocatorie” queste ultime dimostrazioni di forza bellica ed “è stato costretto, dunque, a malincuore, a sospendere i dialoghi con le controparti di Seoul”. 16 maggio. Con 10 voti favorevoli e 5 contrari la Commissione Intelligence del Senato ha approvato la nomina di Gina Haspel come direttrice della CIA. La decisione spetterà ora al Senato stesso che dovrà decidere se confermarla oppure rifiutare la nomina. La Haspel è, al momento, al centro di numerose polemiche riguardanti l’uso della tortura che, quando dirigeva un black site dell’Agenzia, avrebbe tollerato.

CANADA 16 maggio. Il Canada non è famoso per avere un esercito numeroso, ma vuole perlomeno essere all’avanguardia negli equipaggiamenti. Il Ministero della Difesa sta infatti cercando di reclutare diversi esperti che possano tenere corsi di formazione per i propri tecnici delle forze armate. L’obiettivo sarebbe quello di sviluppare e impiantare software nei veicoli in dotazione all’esercito in modo da renderli immuni, o almeno minimizzare i rischi, in caso di cyber attacchi. 17 maggio. Il presidente Trudeau, a seguito della morte di un dottore canadese nelle proteste a Gaza, ha condannato “l’eccessivo uso della forza” e ha chiesto che venga condotta un’investigazione seria ed indipendente sull’accaduto. A cura di Alessandro Dalpasso 6 • MSOI the Post

IL CASO ROBINSON

La morte di un giovane afroamericano riaccende il dibattito sulla violenza delle forze dell’ordine

Di Leonardo Veneziani Keveen Robinson, ventiduenne afroamericano del distretto di Jefferson Parish, in Louisiana, giovedì scorso era stato inseguito in auto e poi a piedi da una pattuglia della polizia locale, trovando la morte alla fine dell’inseguimento. Keeven, secondo la ricostruzione, era fermo a un distributore di benzina quando, all’improvviso, si è accorto di essere inseguito da alcuni poliziotti, entrambi caucasici, che, successivamente, hanno affermato che Keeven era stato segnalato come spacciatore di droga. Dopo essere stato inseguito Keeven è stato ammanettato e la polizia ha affermato che, subito dopo, ha cominciato a non respirare, e che quindi hanno proceduto al massaggio cardiaco e alla respirazione bocca a bocca per rianimare il ragazzo. È stato successivamente trasportato all’ospedale, dove successivamente è morto per a insufficienza respiratori . Lo sceriffo Lopinto ha dichiarato alla stampa di non essere a conoscenza se i due poliziotti abbiano o meno preso per il collo il ragazzo, ma che comunque l’incidente è stato una fatalità, e che pertanto sarà portata avanti un’indagine interna per accertare le dinamiche e se vi sono state

responsabilità dei poliziotti inseguitori. In ogni caso, sul luogo non erano presenti telecamere di sorveglianza. Poche ore dopo l’autopsia sul corpo del giovane, moltissime persone sono scese in piazza per protestare contro quello che è stato definito l’ennesimo caso di abuso e di razzismo da parte delle forze dell’ordine. Le persone che protestavano, circa 250 secondo la polizia, recavano in mano cartelli con scritte come “Giustizia per Keeven”, “Troppo è troppo” e “Basta violenza della polizia”. Il medico legale della Louisiana, Gerry Cvitanovich, incaricato di accertare le cause del decesso, ha certificato la morte di Keeven Robinson per soffocamento, affermando che potrebbe trattarsi di un omicidio. Le ferite riportate sul corpo del giovane, difatti, sarebbero “congruenti con la morte per asfissia da compressione”, ma esami completi, con analisi tossicologiche, richiederanno ancora settimane. La famiglia Robinson ha chiesto pertanto giustizia, chiedendo ai medici e ai tecnici di fare chiarezza il prima possibile sulle cause del decesso del giovane afroamericano. Il padre, Steve Jackson, ha chiesto la verità, mentre la nonna del giovane ha dichiarato di volere che “i ragazzi di colore siano liberi di camminare per strada”.


MEDIO ORIENTE 7 Giorni in 300 Parole IRAN 17 maggio. Numerosi cittadini iraniani si sono riuniti, nella città di Teheran, per protestare davanti all’ex edificio dell’ambasciata statunitense in segno di solidarietà verso i palestinesi che sono stati uccisi nei recenti scontri avvenuti nella striscia di Gaza

NUOVI SCONTRI ISRAELE-PALESTINA: UNA BATTAGLIA LUNGA 70 ANNI Tel Aviv festeggia l’anniversario della proclamazione dello Stato d’Israele, la Palestina insorge

Di Maria Francesca Bottura

IRAQ 16 maggio. Il leader sciita Muqtada al Sadr ha, inaspettatamente, vinto le elezioni parlamentari in Iraq, ottenendo più seggi di qualsiasi altro partito nel Paese. LIBANO 16 maggio. L’organizzatore del gay pride di Beirut, considerato a tutti gli effetti il primo gay pride del mondo arabo, é stato arrestato e rilasciato solo a condizione di firmare un documento in cui dichiara di annullare le celebrazioni. Anche lo scorso anno l’evento aveva subito delle modifiche a causa di preoccupazioni sulla sicurezza. PALESTINA/ISRAELE 15 maggio. La decisione del presidente Trump di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme è stata resa effettiva. Durante una cerimonia, nella la quale sono stati protagonisti Ivanka Trump e Benjamin Netanyahu, é stata,

Correva l’anno 1948 quando venne proclamato lo Stato di Israele, avvenimento cui seguirono numerosi conflitti che perdurano ancora oggi. A distanza di 70 anni, quell’evento viene visto dai cittadini palestinesi come una catastrofe, “Nakba” per l’appunto, mentre dall’altra parte della Striscia di Gaza gli israeliani festeggiano l’evento, accompagnato dall’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Lo scorso dicembre il presidente americano Donald J. Trump aveva infatti comunicato che gli Stati Uniti avrebbero spostato la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, considerata da molti la vera capitale dello Stato di Israele. Una scelta, quella del presidente Trump, che pare abbia contribuito allo scatenarsi di scontri sanguinosi al confine con la Palestina, sulla Striscia di Gaza, dove i due Paesi, già dal 30 marzo scorso, hanno iniziato un botta e risposta a base di gas lacrimogeni e linciaggi. Una scelta criticata da molti, soprattutto dalla Turchia e da altri paesi europei tra cui il Regno Unito, ma appoggiata dall’Arabia Saudita, uno degli attuali leader nello scenario medio-orientale.

Secondo l’ambasciatrice USA presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, non ci sarebbe una connessione tra l’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme e le proteste, ciò nonostante non tutti siano d’accordo. Secondo il portavoce della Casa Bianca, l’inaugurazione della nuova sede diplomatica sarebbe solo un pretesto utilizzato da Hamas per spingere alla rivolta. Una situazione che sta diventando sempre più critica. Secondo quanto riportato dall’agenzia locale MAAN, il tentativo da parte di alcuni cittadini palestinesi di oltrepassare la barriera, che li tiene separati da Israele, avrebbe scatenato la risposta delle forze armate attraverso gas lacrimogeni. “La Marcia del Ritorno”, così è stata definita la protesta che dal 30 marzo scorso, tutti i venerdì, si palesa sulla striscia di Gaza per manifestare contro lo Stato israeliano e che ha avuto il suo apice il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata USA. Il numero dei feriti palestinesi è destinato ad aumentare e, secondo quanto riportato da Amnesty International, il sistema sanitario a Gaza sembra essere prossimo al collasso. MSOI the Post • 7


MEDIO ORIENTE dunque, inaugurata la nuova sede a Gaza. Lo stesso giorno, circa 60 palestinesi sono stati uccisi negli scontri fra l’esercito israeliano e i manifestanti della “Marcia per il Ritorno”, in occasione della Nakba.

L’IRAQ AL VOTO

Vince la coalizione di Muqtada al-Sadr, grande sconfitta per Teheran e Washington

Di Martina Scarnato

16 maggio. Il governo del Sudafrica, Paese promotore di politiche di pace, ha ritirato il proprio ambasciatore dallo Stato di Israele come segno di protesta per le decisioni prese dal governo Statunitense ed Israeliano in merito allo spostamento dell’ambasciata e per le numerose violenze avvenute contro il popolo palestinese. TURCHIA 17 maggio. Crescono le tensioni fra Turchia e Stati Uniti in seguito alla condanna a 32 mesi di reclusione del banchiere turco Mehmet Hakan Atilla, accusato di aver aiutato l’Iran a eludere le sanzioni imposte dal governo statunitense. Hakan era stato arrestato a New York nel marzo del 2017. A cura di Lucky Dalena

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Sabato 12 maggio l’Iraq si è recato alle urne con il fine di rinnovare i 329 membri del Consiglio dei rappresentanti. Si è trattato delle prime elezioni dopo la completa liberazione dei territori prima occupati da Daesh, annunciata nel dicembre 2017. In tutto si sono presentati 6.990 candidati, iscritti in 87 liste divise in tre fronti diversi, quello sciita, che rappresenta la maggioranza, quello sunnita e quello curdo. L’affluenza alle urne, tuttavia, è risultata piuttosto bassa, intorno al 44,52%. Contro ogni pronostico, il vincitore è risultato essere il leader sciita radicale Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione al-Sairoon (ovvero “I Manifestanti”) che avrebbe ottenuto più di 1,3 milioni di voti, tradotti in circa 54 seggi in parlamento. La coalizione è formata dal movimento sadrista, di matrice confessionale, e il Partito Comunista Iracheno, notoriamente di matrice laica. Nonostante ciò, le differenze tra le due fazioni verrebbero superate dal carattere nazionalista comune ad entrambe. Infatti, se da una parte il Partito Comunista Iracheno mira a superare le differenze confessionali al fine di esaltare la nazione irachena nel suo insieme, dall’altra al-Sadr si è sempre dichiarato apertamente contrario

alle ingerenze statunitensi e iraniane sul territorio. Inoltre, sia i comunisti sia i sadristi si occupano di fornire servizi di base alla popolazione di Baghdad. Muqtada al-Sadr ha dunque saputo sfruttare la sua nota opposizione a qualunque ingerenza esterna, unendola ad un programma politico definibile “populista”, basato principalmente sulla lotta alla corruzione interna e l’eliminazione del settarismo delle forze politiche. Una grande sconfitta dunque per Teheran e Washington, nonostante avessero esercitato pressioni più o meno evidenti sulla scena politica irachena, anche attraverso la presenza di milizie. Per entrambi i Paesi l’Iraq rappresenta ancora oggi un’area di enorme importanza geostrategica, soprattutto per Teheran, che, dopo l’annullamento dell’accordo sul nucleare voluto da Trump, mira a consolidare la sua influenza nei territori vicini. In ogni caso Al-Sadr, non avendo ottenuto la maggioranza, dovrà necessariamente negoziare con altre coalizioni, come quella del premier uscente Al-Abadi, di orientamento filostatunitense. Tuttavia il processo di negoziazione potrebbe durare circa tre mesi. Il futuro dell’Iraq appare quindi ancora una volta più che mai incerto.


RUSSIA E BALCANI 7 Giorni in 300 Parole ARMENIA 14 maggio. Dopo il cambio del governo a Yerevan, una delle principali responsabilità, che il nuovo gabinetto si è assunto, sarebbe quella di realizzare un rimpatrio di massa di cittadini armeni dall’estero. Secondo le statistiche demografiche, all’inizio del 2016, l’Armenia avrebbe toccato il record minimo di popolazione residente nel Paese, con meno di 3 milioni di persone. Il primo ministro armeno, Pashinyan, crede nella nuova “linfa vitale che il Paese ha ottenuto vincendo la rivoluzione”.

BULGARIA 16 maggio. Centinaia di cittadini bulgari hanno partecipato alla commemorazione delle vittime del genocidio armeno, avvenuto nel territorio dell’impero ottomano tra il 1915 e il 1922. La Bulgaria è tra i numerosi Paesi e Istituzioni internazionali che hanno riconosciuto gli eventi di quel tempo come “genocidio”. Tale gesto, tuttavia, ha comportato per Sofia un deterioramento delle relazioni con Ankara, la quale nega, ancora oggi, lo sterminio di massa. 17 maggio. Iniziato a Sofia il summit Unione Europea-Balcani con l’obiettivo di portare avanti il processo di integrazione europea nella penisola balcanica. I partecipanti dovranno tentare, inoltre, di dirimere le

CORRUZIONE AZERBAIJAN IN SENO AL CONSIGLIO D’EUROPA L’indagine conferma i sospetti della condotta corruttiva e invita a sanzionare i colpevoli

Di Ilaria Di Donato Dopo dieci mesi di inchiesta condotta da un team di esperti viene diffuso il rapporto contenente le conclusioni sul cosiddetto “Caviargate”, scandalo che coinvolge alcuni funzionari dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Risulta incontestabile, a valle delle oltre 200 pagine di relazione, che tali membri abbiano ricevuto in dono caviale e soggiorni in hotel lussuosi in cambio di favori al governo di Baku. Il report cita i casi di due esponenti politici noti nell’ambito della “diplomazia del caviale”: Luca Volonté e Pedro Agramunt. Il primo, attualmente sotto processo in Italia con l’accusa di corruzione, avrebbe ricevuto donazioni dall’Azerbaijan per oltre due milioni di euro, offrendo come contropartita un’attività di lobbying volta a persuadere i membri del proprio gruppo politico h affinc é votassero a beneficio del Paese asiatico in un rapporto sulla situazione dei diritti umani in terra azera. La risoluzione, in effetti, venne bocciata in seno all’Assemblea di Strasburgo, con 125 voti contrati e solo 79 favorevoli. Quanto al senatore spagnolo, Agramunt ha sempre rifiutato le accuse di corruzione, ad-

ducendo di essere vittima di un ricatto da parte di un parlamentare ucraino che millantava di essere in possesso di sue foto con delle prostitute. Tuttavia, le conclusioni emergenti dall’inchiesta confermano che Agramunt ha avuto un “ruolo determinante” nell’orientare le decisioni favorevoli all’Azerbaijan. A seguito della pubblicazione del rapporto, Michele Nicoletti, presidente dell’Assemblea, ha invitato “i Parlamentari coinvolti a sospendere le loro attività, mentre una commissione esaminerà la loro situazione caso per caso”. È necessario, ad avviso dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, disporre sanzioni e misure idonee a punire i responsabili di tali operati corruttivi.

Inoltre, il gruppo di lavoro che ha svolto l’indagine ha altresì evidenziato diff coltà nel condurre le inchieste necessarie alla redazione del report. Limiti temporali e operativi avrebbero infatti vincolato la Commissione a svolgere le proprie ricerche solo attraverso le testimonianze di coloro i quali si mostrassero disponibili alla cooperazione, limitando di fatto gli strumenti di indagine a favore degli esperti chiamati a far luce sulla vicenda. MSOI the Post • 9


RUSSIA E BALCANI controversie che, negli ultimi tempi, hanno caratterizzato i rapporti fra i singoli Stati balcanici, soprattutto fra Serbia e Kosovo. RUSSIA 14 maggio. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha inaugurato il ponte che collegherà la Crimea alla Russia meridionale. Si tratta dell’opera edilizia più lunga d’Europa, grazie ai suoi 19 chilometri sullo stretto di Kerch. Il ponte, sul quale hanno già cominciato a sfrecciare numerosi veicoli sventolanti bandiere russe, è stato duramente criticato soprattutto negli Stati Uniti, dove è stato definito un ennesimo “atto di propaganda”. 15 maggio. La Duma sta valutato la possibilità di introdurre il reato di osservanza delle sanzioni comminate nei confronti della Federazione Russa. A sostituire il pacchetto di contro-sanzioni, in risposta ai provvedimenti varati di recente dagli Stati Uniti, sarebbe proprio questa proposta di legge. Nel testo si parla di “punire chi rispetta le sanzioni con la reclusione fino a quattro anni o con multe fino a 600mila rubli”, più di 8.000 euro. SERBIA 15 maggio. Il presidente serbo, Aleksandar Vučić, ha dichiarato alla stampa che “la Repubblica del Kosovo sta ostacolando la Serbia nel suo percorso di integrazione”. Il Capo dello Stato ha tacciato Prishtina di “favoreggiamenti nei confronti della popolazione schipetara”, cosa che non darebbe spazio alla creazione della “Comunità delle municipalità a maggioranza di popolazione serba”. A cura di Andrea Bertazzoni

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TENSIONE POLITICA TRA SERBIA E CROAZIA Provocazioni e scontri diplomatici

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia Serbia e Croazia sono da sempre sul punto di uno scontro diplomatico. A inizio maggio ha avuto luogo l’ennesima provocazione tra i due Paesi balcanici. Questa volta, il casus belli è stata la commemorazione di Jasenovac, un campo di concentramento a sud est di Zagabria dove, durante la seconda guerra mondiale, vennero uccisi centinaia di migliaia di serbi. Prima della commemorazione, il ministro della Difesa serbo Aleksander Vulin ha rivendicato il diritto a recarsi in Croazia quando e come vuole. Ha sostenuto che solamente il comandante supremo delle forze armate serbe, ovvero il presidente Aleksander Vucic, può dare il permesso di visitare la Croazia, non le autorità di Zagabria. Questa decisione di Vulin è stata percepita dalla Croazia come una provocazione intesa a minacciare la loro sovranità nazionale. Dopo la dichiarazione, c’è stato un intenso scambio tra i due governi. Il Ministero degli Esteri croato ha dichiarato che la presenza di Vulin non è gradita in Croazia. Vulin ha risposto accusando la Croazia di non voler far chiarezza sul proprio passato fascista, non ammettendo i crimini commessi nel lager di Jasenovac.

Qualche settimana prima il leader ultranazionalista serbo, Vojislav Seselj, aveva calpestato la bandiera croata e offeso apertamente il capo del Parlamento croato, inducendolo a interrompere la visita e ufficial in Serbia A gennaio Vucic aveva portato a termine una visita ufficiale in Croazia dove avena incontrato le minoranze serbe che vivono nel paese. Durante un incontro bilaterale aveva ribadito che il ruolo della Serbia in Croazia è quello di mantenere pace e stabilità e di tentare di migliorare i rapporti tra i due paesi. Una delle ragioni delle tensioni tra Croazia e Serbia sono le operazioni per rendere più moderne le forze armate. Questa vicenda si situa in un momento delicato delle vicende legate alla guerra dell’ex Jugoslavia. Il 23 aprile l’United Nations Mechanism for International Criminal Tribunals (MICT), ha iniziato i colloqui per il processo d’appello rispetto alla sentenza di Karadzic. Questi due elementi non fanno che inasprire la già difficile situazione in corso. Per i due Paesi balcanici scambiarsi provocazioni sembra essenziale per mantenere la credibilità di fronte ai propri elettorati, e, al tempo stesso, per sembrare garanti del processo di pace e riconciliazione agli occhi dell’Unione Europea.


ORIENTE 7 Giorni in 300 Parole CINA 14 maggio. Svolta riguardo alla battaglia sui dazi. USA e Pechino proseguono le trattative di accordo che permetta a Zte, colosso della telefonia cinese, di tornare a produrre a pieno regime. Le sanzioni americane che vietano all’azienda di acquistare componenti sul suolo statunitense hanno causato perdite ingenti di posti di lavoro. L’accordo prevede la “riabilitazione” di Zte in cambio della cancellazione dei dazi presenti sui prodotti agricoli americani. COREA DEL NORD 15 maggio. A rischio l’atteso incontro tra Trump e Kim Jongun. La Corea del Nord potrebbe fare un passo indietro e non partecipare al summit previsto per il mese di giugno. La causa di questo improvviso cambio di rotta sarebbe l’attuale svolgimento di un’esercitazione militare congiunta tra USA e Seul. 17 maggio. Il presidente Trump ha fatto sapere che, per ora, gli Stati Uniti “non hanno ricevuto alcun accenno alla possibilità che Pyongyang rifiuti di partecipare al summit”.

COREA DEL SUD 16 maggio. Nonostante le voci di una possibile defezione nordcoreana all’incontro con gli Stati Uniti, è stato deciso che Seul farà da mediatore tra le due nazioni. Il presidente Moon

IL CRIMINE DI LESA MAESTÀ TAGLIA LA LINGUA ALLA CAMBOGIA

Con le elezioni a luglio, il governo stringe la morsa sull’opposizione

Di Gaia Airulo Secondo quanto riportato dalla polizia della provincia di Kampong Thom, il 13 maggio è avvenuto il primo arresto per crimine di lesa Maestà, volto a punire gli atti di offesa alla dignità del Regno di Cambogia. Entrata in vigore lo scorso febbraio, la legge rende perseguibile qualsiasi critica alla famiglia reale. I trasgressori rischiano da 1 a 5 anni di carcere e multe che vanno dai 500 ai 2.500 dollari. Il primo cittadino cambogiano arrestato per insulto alla monarchia è un maestro di scuola elementare; avrebbe pubblicato su Facebook commenti che accusano l’attuale re Norodom Sihamoni e altri due membri della famiglia reale di aver ordinato lo smantellamento del principale partito di opposizione, il Cambodia National Rescue Party (CNRP). Il partito era stato sciolto nel novembre 2017 dalla Corte Suprema e i suoi due leader, Sam Rainsy e Kem Sokha, erano stati l’uno costretto all’esilio e l’altro arrestato con l’accusa di complotto politico. La Cambogia è ufficialmente una monarchia parlamentare basata su un sistema multipartitico, ma dal lontano 1985 il potere è concentrato nelle mani del primo ministro Hun Sen, presidente del Cambodian People’s Party (CPP). Sebbene, dalla sua ascesa, il Paese sia stato

protagonista di uno sviluppo senza precedenti, le politiche repressive del Premier non sono passate inosservate alle organizzazioni non governative. Humans Right Watch descrive il regime di Sen come caratterizzato da violenza, persecuzioni politiche e corruzione. L’introduzione del crimine di lesa maestà si somma all’emendamento costituzionale e del Codice Penale approvati dall’Assemblea Nazionale nel febbraio 2018. Attraverso la modifica di cinque articoli della Costituzione è stata introdotta la possibilità di restringere il diritto di voto e limitata la libertà di associazione; mentre è stata esplicitata l’ostilità del Paese nell’accettare l’interferenza straniera nei propri affari interni. I segretari di Stato, inoltre, non saranno più nominati dall’assemblea nazionale, ma direttamente dal Decreto Regio. Il recente acquistato dell’ultimo giornale indipendente, il Phnom Penh Post, da parte di un uomo d’affari malese connesso alla figura del Premier cambogiano, mostra un intensificarsi della censura. Gli effetti del giro di vite alla libertà d’espressione potrebbero riversarsi sulle elezioni del luglio 2018, che fanno presumere un rinnovo del mandato di Hun Sen, ormai noto come il leader al potere da più tempo, secondo solo alla Regina d’Inghilterra. MSOI the Post • 11


ORIENTE collaborerà per fare da ponte tra le due diverse culture. INDIA. 14 maggio. Le elezioni nello Stato di Karnataka sono state un successo per il premier Modi. Negli ultimi tempi, l’opposizione aveva accusato Narendra Modi di aver perso credibilità e consenso. Queste elezioni hanno dimostrato come il Partito Popolare Indiano continui a rimanere in testa e come il Primo Ministro risulti essere ancora molto apprezzato dal popolo indiano, mantenendo la propria immagine di uomo forte ee affidabil . Il suo partito, il quale, ora, governa 21 Stati indiani, è pronto ad affrontare le elezioni del 2019.

MYANMAR 14 maggio. Nella nazione accusata della persecuzione dei Rohingya si sta consumando un altro atto di violenza contro alla minoranza cristiana del Kachin, Stato nel nord della Birmania. L’esercito di liberazione del Kachin e le forze armate governative stanno lottando senza tregua. Le vittime risulterebbero essere per la maggior parte civili; circa 7000 costretti a lasciare le abitazioni. Il 12 maggio sono morte altre 19 persone e i vescovi birmani hanno lanciato un appello alla comunità internazionale. A cura di Tiziano Traversa 12 • MSOI the Post

STORICA VITTORIA DELL’OPPOSIZIONE IN MALESIA Mohamad Mahathir, più anziano Primo Ministro del mondo, rieletto a 93 anni

Di Francesca Galletto Mercoledì 9 maggio la coalizione all’opposizione Pakatan Harapan ha trionfato alle elezioni generali malesi contro il Barisan Nasional, al governo da 61 anni, segnando così un inaspettato e storico capovolgimento politico. Il nuovo primo ministro Mahathir Mohamad non è un volto nuovo all’interno della politica malese, era già stato infatti capo di governo fino al 2003, guidando proprio il Barisan Nasional, contro il quale si è scontrato in questa ultima tornata elettorale. Ricordato per il significativo sviluppo economico che si verificò durante i 22 anni in cui guidò il Paese, ma anche per il carattere autoritario della sua amministrazione, Mahathir ha dichiarato più volte che consegnerà il potere al suo ex deputato in carcere, Anwar Ibrahim, non appena questi avrà ottenuto il perdono reale e un seggio in parlamento. Durante gli scontri preelettorali, Mahathir aveva inoltre promesso che, se avesse vinto, avrebbe riaperto le indagini riguardanti il 1Malaysia Development Berhad (1MBD), società di sviluppo strategico controllata dal governo malese, e di conseguenza sull’ormai exprimo ministro Najib, insieme ad altri funzionari. “Dobbiamo fare in modo che le indagini sulla corruzione siano

prioritarie, dobbiamo garantire che le camere del procuratore generale svolgano il loro compito secondo la legge”: queste le parole del nuovo Primo Ministro lunedì 14 maggio in conferenza stampa. Mahathir Mohamad era rientrato in politica alla guida del Pakatan Harapan per denunciare la corruzione e il mal governo del leader del Barisan Nasional e primo ministro Najib Razak. Le indagini sullo scorso governo sono infatti iniziate pochi giorni dopo la vittoria elettorale. Le autorità per l’immigrazione hanno vietato a Najib e sua moglie di lasciare il Paese, dopo che questi ultimi hanno annunciato la loro partenza per una vacanza in seguito alla sconfitta elettorale. Mahathir ha confermato di aver impedito all’ex Primo Ministro l’espatrio, aggiungendo che, come lui, molti altri funzionari saranno sottoposti allo stesso trattamento, allo scopo di prevenire possibili fastidi con l’estradizione. All’età di 93 anni, Mahathir è riuscito a capovolgere i risultati elettorali, soprattutto grazie al rispetto guadagnato tra la popolazione malese nel corso della sua carriera politica. Molti elettori hanno infatti dichiarato di aver votato per la prima volta l’opposizione, in virtù della considerazione e della fiducia riposte in Mahathir.


AFRICA 7 Giorni in 300 Parole

LA FALSA INTEGRITÀ RELIGIOSA Un attentato a una Moschea sciita infiamma il dibattito religioso in Sudafrica

Di Jessica Prieto BURUNDI 17 maggio. Si è tenuto un referendum sul controverso cambiamento costituzionale; se approvato, potrebbe mantenere al potere l’attuale presidente Pierre Nkurunziza fino al 2034. Oggi la Costituzione prevede un mandato di 5 anni, rinnovabile una sola volta; il nuovo emendamento comporterebbe, invece, un doppio mandato di 7 anni. Al potere dal 2005, Nkurunziza è stato rieletto per un terzo incarico nel 2015, violando, di fatto, gli attuali termini costituzionali.

Era da poco terminata la preghiera di mezzogiorno, quando tre uomini armati di pistole e coltelli hanno assalito la moschea dell’imam Hussein, a Durban, in Sudafrica. Secondo i media locali, dopo aver ucciso l’imam e ferito altre due persone, gli assalitori hanno dato fuoco al locale e sono scappati senza lasciare tracce.

La notizia di questo atto di violenza ha creato scompiglio nella società sudafricana e ha riportato all’ordine del giorno tensioni religiose che da tempo sembravano essere state superate. REPUBBLICA DEMOCRATICA Il Sudafrica infatti, rappresenta da anni uno dei pochi Paesi del DEL CONGO 11 maggio. L’UNICEF ha af- continente africano simbolo di fermato che sarebbero “circa integrità e pace religiosa. Per 400.000 i bambini nella provin- questo motivo, poche ore dopo cia di Kasai che rischiano di mo- l’attentato, il portavoce del rire a causa della malnutrizione Consiglio Giudiziario Islamico e della mancanza dei servizi es- Sudafricano ha espresso la sua senziali”. Il conflitto e l’escala- inquietudine, condannando tale tion di violenza degli ultimi mesi, avvenimento come “un atto infatti, non solo hanno impedi- deplorevole senza precedenti, che si spera sia l’ultimo” e to un’efficace distribuzione de gli aiuti umanitari, ma ha anche appellando tutta la popolazione costretto centinaia di migliaia alla calma e alla ragione, delle “ricerche di persone ad abbandonare le evitando personali di giustizia”. proprie case. 11 maggio. L’ebola torna a far parlare di sé. Un team di esperti provenienti dal Dipartimento statale della salute, dalla World

La tensione principale che è stata risvegliata da questo attentato è la secolare contrapposizione tra sunniti e sciiti. Se la moschea

dell’imam Hussein infatti, professava la confessione sciita, in Sudafrica la maggioranza della popolazione musulmana è invece sunnita. In molti, tuttavia, credono che questo gesto sia la manifestazione di tensioni che in realtà si sono a lungo nascoste dietro un velo di falsa integrità religiosa. Da tempo, infatti, sembra essere ricominciata una “caccia alle streghe” nei confronti dei fedeli sciiti, fomentata da scritti violenti come la “Lettre ouverte aux musulmans d’Afrique du Sud”: un testo diffuso da un’associazione battezzata “Risveglio dell’Islam”, in cui gli sciiti vengono definiti “nemici interiori”, seguaci di una falsa religione, che non ha nulla a che fare con il vero Islam. In parallelo a questi recenti sviluppi, peraltro, sembra che nel Paese si stia osservando un aumento di cellule estremiste jihadiste. Ciononostante, molte comunità religiose, come quella cattolica, continuano a promuovere un dialogo pacifico tra le diverse confessioni. Come testimoniano le loro ultime dichiarazioni “continueremo a pregare per la pace nel nostro Paese, una pace basata sul rispetto dei diritti di ogni essere umano”. MSOI the Post • 13


AFRICA Health Organization e da Medici Senza Frontiere, ha confermato che “sarebbe stato il virus dell’ebola a uccidere 2 persone nella provincia di Equateur”, nella parte nord-occidentale del Paese. Dall’inizio del mese di aprile, sarebbero stati 18, i casi di morti sospette per ebola e segnalati alle autorità. Nel frattempo, sono giunti nel Paese i primi vaccini sperimentali sviluppati dalla casa farmaceutica tedesca Merck.

SOMALIA 15 maggio. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato il proprio sostegno alla Missione dell’Unione africana in Somalia (AMISOM), estendendo i termini della missione almeno fino al mese di luglio. L’operazione è iniziata nel 2007 per agevolare il ritorno alla stabilità e alla pace nel Paese, in seguito allo scoppio della guerra civile nel 2006. SUDAFRICA 10 maggio. 3 uomini hanno attaccato una moschea a Verulam, cittadina a nord di Durban, nell’est del Paese. Il bilancio dell’assalto sarebbe di un imam ucciso e 2 fedeli gravemente feriti; la moschea è stata, inoltre, data alle fiamme e gli assalitori si sarebbero successivamente dati alla fuga. L’accaduto ha colpito fortemente la comunità musulmana. La polizia ha, inoltre, riferito che i motivi dell’assalto “non sarebbero ancora stati chiariti e, per tale ragione, è stata aperta un’indagine”. A cura di Valentina Rizzo 14 • MSOI the Post

BURUNDI: UN ATTACCO CHE GENERA RIFLESSIONI

La comunità in stato di shock, a pochi giorni dal referendum

Di Francesco Tosco Il Burundi, nella notte dell’11 maggio scorso, è stato scosso da un brutale attacco che ha colpito il villaggio di Ruhagarika, nel nord del Paese, portando alla morte di 26 persone ed al ferimento di altre 7. Il gruppo armato non identificato era composto da circa una ventina di uomini, che si sarebbero poi messi in fuga oltre il vicino confine con la Repubblica Democratica del Congo. Il giorno seguente il Ministro della Sicurezza ed il generale Alain-Guillaume Bunyonyi, seguiti dai principali esponenti dell’esercito e della polizia, si sono recati sul posto per esprimere il proprio cordoglio e per annunciare la collaborazione del proprio governo con quello della RDC nella cattura dei fuggitivi, definiti dallo stesso generale “terroristi”. Secondi le fonti ufficiali, il gruppo armato sarebbe entrato dal confine nord con la vicina Repubblica Congolese per un presunto regolamento di conti di natura privata. Peccato che i testimoni, presenti nel villaggio la notte dell’attacco, smentiscano in tutto o in parte molte delle dichiarazioni rese dalle autorità. Tanto per cominciare, i “terroristi” non sembravano provenire da oltre confine, ma al contrario, in mimetica

militare, parevano arrivare proprio dall’interno del Paese. Inoltre, il commando non avrebbe affatto agito in maniera indiscriminata. Gli assalitori si sarebbero invece diretti verso un obiettivo specifico: le famiglie di 3 esponenti delle forze di polizia legate al governo centrale. Uno di questi ha perso ben 12 familiari tra genitori, fratelli e parenti degli stessi. Infine, cosa ancora più strana è che, per l’intera durata dell’assalto, che si è protratto per 20 minuti, nessuno dei presidi militari nella zona abbia reagito, nonostante il più vicino fosse a poco più di 200 metri di distanza. Il governo, nonostante escluda la matrice politica di questo assalto, ha schierato l’esercito nella regione per scongiurare altri eventuali attacchi in vista del referendum costituzionale di giovedì 17 maggio. Il paese sarà chiamato alle urne per decidere un controverso cambiamento della Costituzione. Se l’emendamento dovesse passare il vaglio referendario, il mandato presidenziale si estenderebbe da 5 a 7 anni e verrebbe stabilito il limite di due mandati. L’emendamento prevede però anche l’azzeramento dei mandati svolti finora e potrebbe quindi consentire all’attuale presidente Pierre Nkurunziza di restare al potere fino al 2034.


AMERICA LATINA 7 Giorni in 300 Parole

LA CRISI ECONOMICA COLPISCE DI NUOVO L’ARGENTINA Macri vorrebbe chiedere un prestito al FMI, ma la popolazione protesta

BRASILE 12 maggio. Amnesty International è tornata a parlare del caso Marielle Franco, due mesi dopo il suo assassinio. Il direttore della sezione brasiliana dell’organizzazione, Jurema Werneck, ha dichiarato: “Dobbiamo continuare a mobilitarci per dimostrare alle autorità brasiliane che le persone, qui e in tutto il mondo, non si fermeranno finchè non sarà stata fatta giustizia”. La famiglia di Marielle si è espressa in modo ottimistico riguardo la serietà con la quale stanno procedendo le indagini e ha chiesto che si arrivi presto a delle risposte concrete.

Di Davide Mina e Francesca Chiara Lionetti Recentemente, il presidente argentino Mauricio Macri ha chiesto al FMI di aprire una trattativa sul debito ed evitare il crac attraverso la concessione di un credito stimato tra i 30 e i 50 miliardi di dollari. Si tratterebbe di un prestito “stand by”, stanziato ma utilizzato solo se la situazione dovesse precipitare. Eppure già ora l’Argentina sta attraversando ore difficili. Il 10 maggio la fiducia nella politica economica del Governo, che sembrava salvifica per un Paese con una storia economica piuttosto travagliata, ha subito una battuta d’arresto: il peso argentino è crollato rispetto al dollaro del 9% in un giorno, e così i rendimenti dei bond sono passati dal 27,25% al 40%. L’Esecutivo sta cercando di rassicurare il Paese e gli investitori esterni, ma la situazione sembra precipitare e non è chiaro quale sarà l’esito.

MESSICO 15 maggio. Alejandro Díaz de León, governatore della Banca del Messico, ha confermato l’attacco informatico avvenuto alla fine del mese di aprile nei confronti del sistema di pagamento interbancario (SPEI). Non è ancora chiara l’entità del danno ricevuto, ma alcuni giornali messicani stimano che la cifra si aggiri tra i 400 e gli 800 milioni di pesos, corrispondenti rispettivamente a circa 21 e 42 milioni di dollari. La politica economica sembrava il punto forte di Macri: 16 maggio. Margarita Zava- proprio la promessa di rilanciala, moglie dell’ex presidente del re l’economia nazionale gli perMessico, Felipe Calderón, ha an- mise, nel 2015, di essere eletto nunciato il suo ritiro dalla corsa alla Casa Rosada. La maggioalle elezioni presidenziali, le ranza ripose le proprie speranquali avranno luogo durante l’e- ze nella figura dell’ingegnere state. Zavala ha motivato questa civile e imprenditore, ex Presiscelta dicendo di aver rinunciato

dente del club di calcio Boca Junior, novello Presidente di PRO (Propuesta Repúblicana), ritenendo che un tiepido riformismo, condotto con la meticolosità ingegneristica e l’entusiasmo imprenditoriale, potesse portare a un miglioramento dei conti pubblici e della situazione economica generale. Gli strumenti privilegiati sono stati il ricorso a politiche neoliberiste e l’austerità. Ora, però, nel Paese si stanno alzando numerose voci di dissenso. La classe media argentina, in particolare, ricorda con precisione gli eventi che portarono al default del 2001 e ritiene il FMI uno dei colpevoli della vicenda. Così, il Presidente, per timore di vedere crollare i propri consensi, ha dichiarato che “bisogna tenere conto del fatto che si tratta di un Fondo Monetario molto diverso da quello che abbiamo conosciuto 20 anni fa” e che “la linea del sostegno finanziario è l’unico cammino che esiste per uscire dalla nostra situazione”. Ma a poco sono servite queste parole, e forse hanno allontanato ancora di più gli elettori. La Repubblica e il Giornale riportano che il 75% dei partecipanti ad un sondaggio avrebbe dichiarato di essere contrario alla misura proposta, il 18% accetterebbe l’iniziativa come “necessaria ma ingrata”, e solo MSOI the Post • 15


AMERICA LATINA alla candidatura “per un principio di congruenza e di onestà politica”; la donna, inoltre, aveva perso consenso e negli ultimi sondaggi si era posizionata all’ultimo posto rispetto agli altri 5 candidati. NICARAGUA 16 maggio. Il tavolo di dialogo, organizzato dalla Conferenza Episcopale del Nicaragua e presieduto dal cardinale Leopoldo Brenes, con l’obbiettivo di trovare un punto di incontro tra il presidente Ortega e alcuni leader degli studenti universitari, non ha avuto un buon inizio. In particolare, gli studenti, protagonisti delle recenti proteste avvenute nel Paese, chiedono la cessazione degli attacchi da parte della polizia nei confronti dei manifestanti; Ortega, invece, respinge con veemenza l’accusa relativa all’uso della violenza da parte degli agenti di pubblica sicurezza.

VENEZUELA 17 maggio. Secondo le testimonianze di alcuni attivisti, raccolte dal The Guardian, i detenuti della prigione politica El Helicoide, avrebbero preso il controllo della struttura per protestare contro le torture e gli abusi subiti da altri incarcerati. Roderick Navarro, uno degli attivisti in contatto con le persone all’interno dell’Helicoide, ha sostenuto che “i prigionieri stiano manifestando per ottenere maggiore rispetto dei diritti umani e per far sì che le violenze finiscano”. A cura di Elisa Zamuner 16 • MSOI the Post

il 2% considera la misura “adeguata”. L’esito del sondaggio non sorprende: l’Argentina ha esperienza di una tradizione di ostilità nei confronti del FMI, nata spontaneamente ma coltivata da alcune forze politiche. Quando nel settembre del 2004 Nestor Kirchner, l’ex presidente socialdemocratico e peronista, dichiarò: “Dico formalmente ‘Ciao!’ al FMI. L’Argentina ha pagato il suo debito”, in molti festeggiarono la notizia del rimborso del prestito manifestando in Plaza de Mayo, a Buenos Aires. Cristina Kirchner, moglie di Nestor e suo successore alla Presidenza, continuò la stessa linea politica nei confronti del FMI. E oggi, anche se Macri ha cerca di far passare il messaggio per cui si tratterebbe di una “mossa politica” diretta più che altro ai mercati internazionali, le forze di sinistra non hanno desistito, dichiarando che “l’accordo con il FMI non deve essere fatto alle spalle del popolo argentino” e promettendo manifestazioni in tutto il Paese a cui i partiti di opposizione, le associazioni di base e i sindacati hanno già aderito. I cittadini argentini sono preoccupati per le conseguenze che il ricorso al FMI provocherà. Due esempi delle misure adottate dal FMI sono dati dalla Spagna e dalla Grecia: aumento

dell’età pensionabile, diminuzione delle pensioni, riduzione del debito, aumento dei tassi d’interesse. Inoltre, la decisione di ricorrere all’aiuto del FMI è stata presa non solo senza tenere conto dell’opinione dei cittadini, ma anche ignorando tutte le altre forze politiche del Paese. Macri, infatti, ha preso la decisione assieme a un ristretto gruppo di Ministri, lasciando da parte figure come quella del direttore del Banco Central Federico Sturzenneger, che sono state informate una volta presa la decisione. L’Argentina si trova, dunque, di nuovo sull’orlo della crisi economica. Una crisi che segue quelle del 1982, del 1989 e del 2001, tanto che Francesco Davide Ragno, della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, parla di “crisi periodica”. Sempre secondo Ragno le analogie tra questa crisi e quella del 2001 sono da considerarsi “relativamente forzate, in quanto il contesto socioeconomico del Paese è completamente distinto”. La crisi attuale sembra meno drammatica di quella del 2001, in quanto questa è puramente economica, mentre quella precedente era presente su più livelli. Oggi, al contrario di allora, esiste una solida coalizione di Governo e una solida opposizione, motivo per cui una risposta politica alla crisi è più che possibile.


ECONOMIA BREXIT: IL TRASLOCO DELLE BANCHE NELL’EUROZONA Londra perde le sedi delle banche internazionali e migliaia di posti di lavoro

Di Francesca Maria De Matteis

migrazioni.

colossi bancari.

La Brexit era ancora un’ipotesi che ad alcuni sembrava irrealizzabile, quando alcuni dei principali esponenti delle associazioni bancarie britanniche hanno iniziato a esprimere le proprie preoccupazioni circa le conseguenze che tale manovra avrebbe causato nel settore. Nel 2017, le banche dichiaratesi pronte a lasciare Londra erano, infatti, già numerose: Goldman Sachs, HSBC, JP Morgan, UBS, Morgan Stanley, Barclays, Bank of America Merrill Lynch, Citigroup, Deutsche Bank e Royal Bank of Scotland (RBS).

La città più gettonata è Francoforte, che ha attirato l’attenzione di banche soprattutto svizzere e statunitensi. Tra queste, Goldman Sachs trasferirà almeno 400 persone entro giugno, UBS Limited - una volta portata a termine la fusione con UBS Europe - si sposterà con circa 200 persone e Credit Suisse distribuirà tra la nuova sede tedesca e una a Madrid 250 inverstment bankers. Si prevede un trasferimento di almeno 20 banche in Germania, che porterà alla creazione di almeno 5 mila nuovi posti di lavoro.

Il 14 luglio 2017, infatti, si riuniva al Ministero del Tesoro il Comitato Milano European Financial Hub, con l’obiettivo di facilitare le trattative e il processo di trasferimento delle banche nella città italiana, che il Ministero dell’Economia e delle Finanze teneva a definire come ‘piazza finanziaria europea’.

Dal 23 giugno 2016, quando la maggior parte dei cittadini britannici si è dichiarata favorevole all’uscita del Paese dall’Unione Europea, i confini di quelli che all’inizio erano timori hanno iniziato a delinearsi meglio, prospettando uno scenario non poi così allettante. Le banche che hanno annunciato il trasferimento di sedi e dipendenti nell’Eurozona sono già molte, e i principali centri finanziari e bancari europei hanno già da tempo iniziato a contendersi l’ambito ruolo di poli ricettivi di tali

Se la meta più ambita in Germania è Francoforte, i gestori di fondi sembrano essere attratti dal Lussemburgo. Al Principato hanno rivolto la loro attenzione anche alcune compagnie di assicurazione, le quali, però, sembrano essere complessivamente più attratte da Dublino, Parigi e Bruxelles. Le capitali europee sembrano, quindi, esercitare una forte attrazione verso le banche e le società finanziarie che stanno iniziando ad abbandonare la City. Rimaniamo fuori noi, che con Milano avevamo sperato nella possibilità di accogliere le sedi di alcuni dei principali

“Attrarre capitale finanziario e umano in Italia, rafforzando il dialogo diretto con i principali attori del mercato finanziario interessati a trasferirsi sulla piazza finanziaria di Milano anche a seguito della Brexit”. Si legge sul comunicato stampa n° 36 del 1° marzo scorso, a conclusione della missione del Milano European Financial Hub svoltosi a Londra il 26 e 27 febbraio 2018. Fabrizio Pagani, coordinatore del Comitato insieme ad Arabella Caporello, sottolinea, comunque, che l’atteggiamento dell’Europa nei confronti del nostro Paese sta cambiando, lasciando che una rinata fiducia prenda il posto della a diffidenz .

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ECONOMIA TANGO ARGENTINO Tempesta finanziaria sull’Argentina, Macri riporta il Paese al 2001

Di Michelangelo Inverso L’Argentina torna al centro delle attenzioni internazionali, riportando le lancette al default di inizio millennio. Nelle ultime settimane si sono susseguiti ben tre rialzi dei tassi di interesse sui bond a breve scadenza. La Banca Centrale dell’Argentina nel giro di una settimana, ha portato i tassi di interesse dal 27,25% al 40%, con un’iniezione di liquidità che ha già superato i 5 miliardi di dollari. Tale manovra dovrebbe servire a rendere più appetibili i titoli di Stato di Buenos Aires rispetto ad altri titoli esteri considerati più sicuri, attraverso l’aumento del premio agli investitori. Non solo. L’aumento dei tassi di interesse avrebbe anche l’obiettivo di rialzare il valore del Peso, ormai in caduta libera da inizio anno: -17% - e solo giovedì crollato dell’8,5%, il peggior movimento dal dicembre 2015. Difficile dire in questo momento quale sia la causa principale dell’ondata di panico sul mercato argentino, ma è possibile trovarne alcune nelle attuali contingenze nazionali e internazionali. In primo luogo, rileva il rialzo del dollaro, legato alla stretta monetaria della Federal Reserve, che sta provocando un rialzo dei tassi di interesse 18 • MSOI the Post

statunitensi, rendendo i titoli di Stato più interessanti e sicuri per i grandi investitori internazionali rispetto a quelli dei Paesi emergenti. Ad esempio, rispetto ai titoli della Turchia, che sta vivendo una congiuntura finanziaria piuttosto travagliata. Altra ragione che starebbe contribuendo a risvegliare le turbolenze su Buenos Aires è l’introduzione di una tassa del 5% sulle rendite finanziarie, che ha spinto i fondi speculativi a vendere molto rapidamente per uscire dal mercato argentino, innescando una reazione a catena. Le ragioni strutturali invece, come riportato da formiche. net, sarebbero riconducibili al liberista Mauricio Macri, il primo ministro in carica dal 2015, che avrebbe perso la scommessa alla base del suo progetto politico: sganciarsi dall’orbita brasiliana, la più grande economia del continente, accedendo ai mercati internazionali, sia finanziari sia commerciali. Macri ha, effettivamente, riavvicinato il Paese agli istituti finanziari globali, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), pagando tutti i debiti insoluti del 2001 e quindi riducendo le proprie risorse finanziarie liquide. Dall’altra, però, i trattati commerciali

internazionali, dal NAFTA a quello con l’UE si sono arenati. Buenos Aires è dunque rimasta ostaggio della recessione brasiliana, consumando i vantaggi del riavvicinamento agli investitori internazionali, che ora la tengono nuovamente sotto scacco. Il governo ha, infatti, chiesto e ottenuto un prestito da 30 miliardi di dollari dal FMI, proprio come accadde negli anni Novanta prima del default. Questo denaro servirebbe a finanziare la stabilizzazione dell’inflazione e fermare i rialzi di tassi di interesse sui titoli di Stato. Tuttavia, questa strategia agire contro la speculazione aumentando i tassi di interessi pagati agli investitori - è un’arma a doppio taglio. Come noto, infatti, quando nel 2001 l’Argentina fu costretta al default, una delle ragioni che lo resero necessario fu l’eccessivo tasso di interesse offerto agli investitori internazionali per i bond a breve scadenza e il debito col FMI soggetto a regole di rimborso troppo recessive. Gli ingredienti sono gli stessi del 2001. Vedremo se Macri si dimostrerà diverso dal suo predecessore, il liberista Carlos Menem, le cui riforme portarono alla bancarotta il Paese.


DIRITTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO GIUSTIZIA DI TRANSIZIONE E CRIMINI INTERNAZIONALI Quale futuro per la prevenzione delle atrocità di massa? L’Assemblea Generale è tornata sul tema

Di Pierre Clément Mingozzi Il Consiglio per i diritti umani, tramite la risoluzione n. 33-19, ha affidato al relatore speciale dell’Onu sulla Transitional Justice (Paolo de Greiff) e allo  Special Advisor  sulla prevenzione del genocidio (Adam Dieng) di preparare “a joint study on the contribution of transitional justice to the prevention of gross violations and abuses of human rights and serious violations of international humanitarian law, particularly to the prevention of genocide, war crimes, ethnic cleansing and crimes against humanity, and their recurrence.” In un clima internazionale caratterizzato da conflitti più o meno latenti, l’Assemblea Generale ha ritenuto necessario ritornare su una questione spesso trascurata -in quanto erroneamente considerata secondaria- nell’approccio alle crisi internazionali, ovvero il post conflict. È qui, infatti, che trova tradizionalmente posto la transitional justice. Tuttavia, come evidenzia lo studio congiunto preso in analisi (A/HRC/37/65), è una visione olistica che deve essere promossa rispetto ad una focalizzata soltanto sulla fase successiva al conflitto. Partendo dal presupposto, ormai quasi universalmente accettato, che la “criminal justice alone is an insufficient response

to atrocities”, il lavoro punta ed evidenziare quali settori debbano essere potenziati affinché questo obbiettivo possa essere raggiunto. Truth, justice, reparation and guarantees of non-recurrence: se è vero che questi sono i pilastri di una transitional justice efficace, bisogna ad ogni modo considerare che il più delle volte si dimostrano insufficienti ad affrontare la prevenzione delle atrocità. La prevention non è un concetto univoco. Infatti, come riportato dal Secretary-General nel suo rapporto annuale sulla responsabilità di proteggere (R2P), c’è distinzione tra la “structural prevention – seeking to reduce the vulnerability of societies to atrocities over an extended timeline – and operational prevention, aiming to avert specific threats of atrocities or to stop, or at least de-escalate, ongoing atrocities”. Fra queste, è la prima a dover essere incoraggiata e supportata, in quanto è l’unica a poter “strengthen a society’s resilience to atrocity crimes by removing core causes of grievances and building structures that contribute to halting atrocities”. Il ruolo che in quest’ambito può -e deve- giocare la società civile è fondamentale. Quest’ultima, se organised, knowledgeable, strong and

representative, ha i mezzi per poter prevenire l’avverarsi di crimini e atrocità di massa, tramite anche l’utilizzo, oggigiorno sempre maggiore, dei mass media e dei social networks. É un controllo orizzontale, diffuso e continuato a dover essere incentivato. Un altro importante elemento ad essere evidenziato nel report è l’importanza delle costituzioni, e principalmente la loro “expressive function”. Le costituzioni infatti, “do not merely mirror already shared values, they articulate a vision of values that a society aspires to. Hence, there is a ‘utopian,’ normative dimension to constitutions, which helps to explain their integrative and preventive potential”. Il futuro dovrà dunque essere caratterizzato da un insieme di azioni, possibilmente da portare avanti congiuntamente, affinché si possa realmente parlare di una cultura preventiva dei crimini internazionali. Per quanto le dimensioni compensatorie e punitive siano imprescindibili, è attraverso la mobilitazione di tutti gli attori in campo -Stati, società civile, Organizzazioni internazionali, Corti nazioni e non- che questa battaglia, forse, potrà essere vinta. MSOI the Post • 19


DIRITTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E LA SUA TUTELA MULTILIVELLO Fake news e responsabilità del gestore di un sito internet

Di Chiara Montano

cial media.

Venticinque anni fa, l’Assemblea Generale ONU ha proclamato la Giornata internazionale per la libertà di stampa. La data prescelta è stata il 3 maggio, in ricordo di una tavola rotonda dell’UNESCO, tenutasi in Namibia nel 1991, finalizzata a promuovere l’indipendenza e il pluralismo della stampa africana. In quell’occasione venne redatta la Dichiarazione di Windhoek, che richiama l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, tale diritto include la libertà di opinione senza interferenza e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere”.

Il principale problema sollevato dalla diffusione di notizie tramite il web riguarda la ricerca di un punto di equilibrio tra la tutela dei diritti della personalità e quella dei diritti alla libertà di espressione, nonché l’individuazione dei confini della responsabilità dei fornitori di servizi in rete, per gli scritti pubblicati da soggetti terzi. In particolare, rimane aperto l’interrogativo se e a quali condizioni il gestore di un sito internet possa essere ritenuto responsabile per i contenuti offensivi immessi in rete dagli utenti.

Anche la Costituzione italiana, all’art. 21, riconosce la libertà di stampa: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Oggi, uno dei pericoli maggiori per la libertà di espressione è rappresentato dalle fake news, ovvero notizie recanti informazioni false o distorte, diffuse con il deliberato intento di disinformare. Le fake news sono rese ancora più pericolose dalla facilità e dalla rapidità con cui possono essere divulgate, attraverso i più svariati mezzi di informazione, in particolare i so20 • MSOI the Post

La CEDU, con la sentenza Rolf Anders Daniel Pihl c. Svezia del 9 marzo 2017, ha stabilito che il gestore di un blog non può essere ritenuto responsabile per la pubblicazione di un commento diffamatorio da parte di un utente anonimo, ammesso che il commento non contenga espressioni che sfocino nell’incitamento all’odio e alla violenza e purché il gestore abbia provveduto tempestivamente alla rimozione del commento, in seguito alla segnalazione della persona offesa. La Corte europea definisce innanzitutto che cosa debba intendersi per “vita privata”, a norma dell’art. 8 della CEDU, ricordando che a tale concetto va ricondotta una serie di diritti della persona, inclusi i diritti all’onore e alla reputazione. Dunque, perché possa ritenersi violato l’art. 8 della CEDU, occor-

re che l’attacco alla reputazione raggiunga un certo livello di gravità e l’offesa sia idonea a pregiudicare il diritto alla vita privata. Perché questo accada, sembra necessario altresì che il commento offensivo contenga espressioni che incitino alla violenza e all’odio. Se la responsabilità per ogni eventuale commento offensivo postato venisse attribuita al gestore del sito internet, quest’ultimo potrebbe essere indotto a chiudere la sua attività, causando una perdita dal punto di vista della libertà di espressione in rete. In conclusione, sembra che si possa rilevare un filo rosso comune alle sentenze della CEDU in merito alla responsabilità dei fornitori di servizi in rete: va esclusa l’attribuzione automatica della responsabilità a questi soggetti per i commenti immessi dagli utenti, tuttavia i gestori potrebbero comunque essere ritenuti responsabili nel caso in cui non rimuovessero tempestivamente tali affermazioni, laddove esse incitassero all’odio e alla violenza. Ecco, dunque, che la giurisprudenza tenta di trovare un bilanciamento tra il diritto alla libertà di espressione in rete e il diritto alla vita privata, sancito dall’art. 8 della CEDU, al fine di tutelarli entrambi e contestualmente di evitare il chilling effect, che conseguirebbe alla chiusura dei siti internet in cui la libertà di espressione può essere manifestata.


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Msoi thePost Numero 105  
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