Laconico Sota

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Direzione e cura Mauro Marzo Comitato scientifico Bruno Messina Luca Ortelli Antonio Tejedor Cabrera


05. Collana Figure Brevi saggi di carattere monografico su architetti e artisti del passato e del presente. Gli autori sono architetti impegnati nel progetto e nell'insegnamento del progetto. I saggi intrecciano corrispondenze tra architetti e artisti lontani nello spazio e nel tempo, narrano quelle “affinitĂ di spirito in relazione alle formeâ€? su cui Henri Focillon ha scritto pagine memorabili.


ISBN 978-88-6242-218-5 Prima edizione italiana febbraio 2017 © LetteraVentidue Edizioni © Alberto Campo Baeza Per le illustrazioni © Fundación Alejandro de la Sota pp. 10, 16, 18, 20, 23, 30, 32, 38, 39, 52 © Claudia Pirina: pp. 22 © José Hevia: pp. 42, 43 Come si sa la riproduzione, anche parziale, è vietata. L'editore si augura che avendo contenuto il costo del volume al minimo i lettori siano stimolati ad acquistare una copia del libro piuttosto che spendere una somma quasi analoga per fare delle fotocopie. Anche perché il formato tascabile della collana è un invito a portare sempre con sé qualcosa da leggere, mentre ci si sposta durante la giornata. Cosa piuttosto scomoda se si pensa a un plico di fotocopie. Nel caso in cui fosse stato commesso qualche errore o omissione riguardo ai copyrights delle illustrazioni saremo lieti di correggerlo nella prossima ristampa. Progetto grafico: Francesco Trovato Traduzione dallo spagnolo: Claudia Pirina Biografia, bibliografia e note a piè di pagina: a cura di Claudia Pirina Finito di stampare nel mese di aprile 2017 LetteraVentidue Edizioni S.r.l. Corso Umberto I, 106 96100 Siracusa, Italia Web: www.letteraventidue.com Facebook: LetteraVentidue Edizioni Twitter: @letteraventidue Instagram: letteraventidue_edizioni


Alberto Campo Baeza

Laconico

Sota


Indice ***

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Prologo 15

La Bellezza Calva 29

Il giorno che Mies visitò Sota 37

Il buono, se breve, è due volte buono 45

Laconico Sota 51

Sciogliere nodi 62

Bibliografia 65

Biografia


Prologo ***

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S

apevate che Cervantes scrisse il prologo del Don Quijote de la Mancha solo dopo aver terminato di scrivere la sua opera? Così faccio anch'io adesso con il prologo di questo libro su Alejandro de la Sota, che era anch'egli un po' donchisciotte. Spesse volte ho consigliato ai miei studenti di leggere il bellissimo prologo di Don Quijote de la Mancha, che, scritto al termine dell'opera, è costituito da due pagine ineffabili. E ho loro consigliato di utilizzarlo come ispirazione per iniziare la propria tesi di dottorato. E ora sono io che mi metto nelle mani di Cervantes. Scrissi il mio primo testo su Sota, con l'espressivo titolo La Bellezza Calva, nel 19901. Lo feci in occasione di una mostra sulla sua opera all'ETH di Zurigo2, durante il mio periodo di insegnamento in quella scuola. In quell'occasione parlai delle «sue idee pure, di una calva e incorruttibile bellezza». Nel 1996, per celebrare il maestro3, mi inventai un 1. A. Campo Baeza, La Belleza Calva. Sobre la Arquitectura de Alejandro de la Sota, in «El Pais», 3 marzo 1990, e «Arquitectos» n. 115, gennaio 1990. 2. Nel 1990 all'ETH di Zurigo si svolse una mostra antologica su Alejandro de la Sota. Nel 1987 la mostra fu esposta alla Harvard University Graduate School of Design a cura di Rafael Moneo (e Juan Navarro Baldeweg), che, in tale occasione, pubblicò un riassuntivo catalogo delle opere esposte e ne curò la prefazione. 3. A. Campo Baeza, El día que Mies visitó a Sota, in «ABC» del 16 febbraio 1996. Il testo venne pubblicato a due giorni di distanza dalla morte del maestro, e inserito nel testo AAVV, Conversaciones en torno a Alejandro de la Sota, Departamento de Proyectos de la Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Madrid, Madrid 1996, pp. 103-105. Quest'ultimo libro raccoglie gli interventi tenuti alla Escuela Técnica Superior de Arquitectura di Madrid durante i due giorni di commemorazione dedicati alla morte del maestro.

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Alejandro de la Sota all'interno della palestra del Colegio Maravillas.


viaggio di Mies van der Rohe a Madrid, durante il quale – perché no! – Mies visitava ed elogiava la Palestra del Colegio Maravillas. Nonostante sia stato molto criticato, tutti mantengono impresse nella propria memoria quelle immagini totalmente inventate ma indimenticabili. Scrissi il terzo testo in occasione di una conferenza su Sota tenuta alla Columbia University di New York nel 20064 intitolata Il buono, se breve, è due volte buono, durante la quale parlai della logica, della precisione e della certezza del maestro. Laconico Sota è il testo che ho scritto in esclusiva per questo libro, che ne assume il titolo. E Sciogliere nodi – titolo che prendo in prestito da Josep Llinás –, anch'esso scritto per questo libro, completa adeguatamente l'insieme dei precedenti testi. Dopo aver scritto tutti questi testi sul maestro in differenti momenti della mia vita, oggi, dalla prospettiva del tempo5, nello scrivere questa introduzione ho pensato immediatamente al prologo che scrisse Cervantes. Magari somigliassi in qualcosa a Cervantes! Così Cervantes dà inizio al suo testo: «Sfaccendato lettore, potrai credermi senza che te ne faccia giura4. A. Campo Baeza, Lo bueno si breve, dos veces bueno = What is Good. If Brief. Is Twice as Good, in Spain on Spain: debates sobre la arquitectura contemporánea = debates on contemporary architecture, Symposium, Columbia University USA, 11 febbraio 2006, Rueda, Madrid 2006, pp. 78-81. 5. L'autore scrive desde la atalaya del tiempo. La parola atalaya indica la torre di avvistamento. L'accostamento con la parola tempo è inventanto dall'autore e non di utilizzo comune. Nella lingua spagnola si trova desde su atalaya che si può tradurre con "dall'alto della sua posizione".

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Il giorno che Mies visitò Sota

Sulla Palestra Maravillas a Madrid di Alejandro de la Sota

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A

ccadde nella torrida estate nel 1965. Il giorno precedente, Mies van der Rohe aveva infinitamente apprezzato quell'architettura ideale che è il palazzo di cristallo della Casa de Campo di Madrid di Asís Cabrero. E con il paesaggio dorato della cornice madrilena ancora impresso nella retina, l'avevamo portato a cenare al “Salvador”. Per il toro e per il pesce. Lì il maestro si gustò fino in fondo una splendida orata al forno accompagnandola, senza rispetto di alcuna regola, con un Vega Sicilia, vendemmia del '53, difficilmente superabile. Questo viaggio in Spagna dell'estate del '65, che successivamente avremmo mitizzato nei ricordi, si stava rivelando davvero sorprendente. Proprio a lui che ormai riteneva che nessuna architettura contemporanea che non fosse la sua, potesse avere la capacità di emozionarlo, e che nessun vino che non fosse il suo rosso Riesling, potesse raggiungere tale livello. Quella mattina, passammo a prenderlo tardi all'hotel Suecia, verso le undici, corrispondenti alle nove dell'ora solare, quando già il sole era abbastanza alto. Senza quasi proferir parola, a colpo sicuro, lo portammo alla Palestra del Maravillas di Alejandro de la Sota. Entrammo con la macchina dal retro, dalla via Guadalquivir. Passammo direttamente, perché Sabine, con teutonica efficacia, aveva già parlato con i frati e organizzato tutto. Attraversammo – Mies impassibile – i pietosi orrori dell'antico edificio, giungendo infine alla palestra. Mies van der Rohe si immerse in un sonoro silenzio. Noi ci eclissammo e restammo nell'ombra, spettatori 29


Madrid, Palestra del Colegio Maravillas, schizzo di sezione, 1961.


privilegiati, segreti testimoni della storia. Il fragoroso silenzio del maestro dei maestri, era ritmato dallo scricchiolio dei suoi passi sulle assi di legno. Arrivò in fondo e si fermò, in piedi, appoggiandosi alla parete ovest. Alla sua destra, dall'alto, la luce inondava l'impressionante spazio. La luce del sole entrava copiosamente come solo avrebbe potuto fare lì e in quel momento. Con una tale intensità che le zone luminose erano più brillanti che mai, come nitide, mentre le ombre assumevano un'inusitata profondità. La leggera struttura di implacabile logica impressionò nell'intimo il grande architetto. Mies non poté, e neppure aveva motivo per farlo, celare la sua emozione. Sembrava che tutto quello che aveva preteso e raggiunto nella sua vita fosse lì riassunto. Come poteva qualcuno condividere il suo semplice segreto? Chi era quel David che osava colpire in tal modo il Golia dell'Architettura? È ovvio che colui che si era ostinatamente impegnato a dimostrare, riuscendo nel suo intento, il valore dello spazio continuo, dello spazio orizzontale sfiorato dalla luce orizzontale, aveva anche sperimentato la luce dall'alto. Come aveva ben appreso da Schinkel. E qui e ora, lo vedeva chiaro ed evidente. Chi era questo Sota che gli parlava a tu per tu? Non sapeva ancora, il maestro dei maestri che, come sostenuto da Kenneth Frampton, questo piccolo grande architetto, era il maestro spagnolo per eccellenza. E nemmeno poteva immaginare che, venticinque anni dopo, l'opera di questo architetto spagnolo sarebbe sta31


Sciogliere nodi

Sul Gobierno Civil di Tarragona di Alejandro de la Sota

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«Si pensa di aver ottenuto un insieme armonico grazie al trattamento dei vuoti, della luce, delle terrazze delle abitazioni che, senza perdere d'efficacia in quanto a luce e aria, risolvono plasticamente il problema di far perdere all'edificio quell'aria da casa popolare che, se realizzato diversamente, necessariamente avrebbe acquisito. Il progetto diede una risposta innovativa e, per questo, fu premiato al concorso di progettazione ufficialmente bandito e, successivamente, venne costruito. Ottenne inoltre una certa e comprovata influenza, e ancor oggi permane e conserva la sua fresca presenza». In modo tanto semplice lo stesso Sota descriveva il suo edificio, uno degli edifici che ha maggiormente influenzato l'architettura contemporanea spagnola, il Gobierno Civil di Tarragona. Josep Llinás, che collaborò in maniera diretta con Alejandro de la Sota alla ristrutturazione di questo edificio nel 1985, era solito descrivere lo spirito del maestro utilizzando il pensiero di quell'intellettuale che definiva la sua attività filosofica come sciogliere i nodi che la storia ha continuato ad accumulare nel linguaggio. Credo che questo modo di intendere l'architettura di Sota sia del tutto corretto: il continuo sciogliere nodi di Sota. E questo è proprio quello che realizzò con l'edificio del Gobierno Civil di Tarragona, sciogliere nodi, rendere sempre più chiara l'architettura. Continua a sembrare impensabile che, negli anni '50, in un periodo che portò numerosi architetti a occuparsi di architettura storicista, qualcuno osasse pro51


Tarragona, Gobierno Civil, schizzo del prospetto sulla piazza Imperial Tarraco, 1956-64.


porre un tal chiaro poema. E sembra proprio che il Gobierno Civil di Tarragona sia stato realizzato oggi. O ieri, o domani, tanto è timeless. Come può un architetto fare in modo che in una facciata non coincidano le verticali nel momento in cui compone le finestre? Ciò che oggi è all'ordine del giorno, in quel momento era impensabile. Alejandro de la Sota, nell'incipit del cospicuo prologo del libro che venne pubblicato da Pronaos nel 19891 sulla sua opera, raccontava: «Cominciai il mio primo corso con Antonio Flórez, che osservando una grande conchiglia da me disegnata nella lezione intitolata “frammenti”, affermò: “Molto bene...”, e aggiungendo soddisfatto, “sembra realizzato con la lingua”». Ovviamente, al di là di conoscere questo curioso aneddoto, possiamo affermare che proprio questo fu quello che Sota fece per tutta la vita: fare architettura con la lingua, con una lingua divina, aggiungerei. È chiaro che Sota pensava che l'Architettura fosse una questione di testa. Ho citato più volte come Cervantes nelle due meravigliose pagine del prologo del Don Quijote descrivesse come il suo libro fosse “prodotto dell'intelletto”, più che di un buon lavoro. Sota avrebbe potuto scrivere un prologo alla sua vita e alla sua architettura allo stesso modo. Come efficacemente descritto da José de la Sota – suo figlio: «Ogni cosa deve essere chiara in testa prima 1. Vedi in questo volume la nota 2 del capitolo "La Bellezza Calva".

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