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Origine «In Sicilia dove, più che altrove, è dominante il sentimento tragico dell’avvicendarsi delle cose, l’attività del costruire finisce per coincidere con l’attività stessa del restaurare. V’è qui, nella vita delle pietre, alcunché di ciclico. Cavate alla luce a formare edifici equilibrati, ritornano alla terra a costituire il disordine di un universo frammentario, che è promessa di futuri equilibri»1. Siracusa e i monti Iblei: uno scenario mitico e solenne cui corrisponde una condizione di perenne trasformazione del paesaggio, in un’organica commistione di natura e artificio. Siracusa è una città che si è fondata ed è cresciuta nel tempo attraverso operazioni di sottrazione dalle profondità di materia inerte del suolo, diventata poi materia partecipe della costruzione di una realtà strutturante l’ambiente fisico, luogo della vita di un’antica comunità. L’architettura degli Iblei nasce, infatti, come sequenza verticale di dedotte cavità sotterranee e di spazi costruiti in elevazione, in una fusione della roccia, tra sovrapposizioni di significati stereotomici e tettonici. Nel disegno di questi complessi organismi architettonici, l’astrazione della linea di sezione appare quanto mai complicata. 7


Esplorazione Sempre a Siracusa, ad esempio, l’originario impianto periptero del tempio di Athena è trasformato in basilicale a tre navate attraverso un’inversione del significato tipologico e di relazioni tra edificio e città, determinato dalla chiusura degli intercolunni del peristilio e dalla ritmata apertura delle pareti della cella. Come sostiene Carlos Marti Aris: «Questa trasformazione si realizza senza apportare la minima modificazione alla traccia generale dell’edificio […]. L’edificio sembra di conseguenza scaturire dalla sovrapposizione concettuale di due strutture elementari che si fondono tra di loro in un’amalgama, che lascia comunque intravedere la composizione delle parti. Lo sviluppo presenta in questo caso gli attributi di un velo cui gli strati successivi modificano il materiale preesistente senza distruggerlo o coprirlo del tutto»6. Analogamente, anche se a scala differente, ad Evora, in Portogallo, un confine permeabile, scandito da una sequenza di alternanze vuoto-pieno, è trasformato in recinto senza soluzioni di continuità con l’occupazione dei vuoti: nella città dell’Alentejo fondata 17


tempio è oggi impiegata come sala convegni. Ciò che suscita stupore in questo palinsesto costituito dal tempio e dalle sue successive trasformazioni è il notevole scarto dimensionale tra le parti originarie e originali: la misura monumentale del tempio si rende evidente nel confronto tra spazio degli intercolunni e le occupazioni edificatorie delle epoche seguenti. Il vuoto di intervallo e di interstizio diventa edificio. Procedendo in questo nostro immaginario vagabondaggio romano, raggiungiamo piazza della Repubblica, luogo dell’originaria esedra delle Terme di Diocleziano. Lo spazio dell’esedra ci appare immenso. La sensazione è rafforzata dalla grandezza degli edifici porticati che ne ispessiscono il perimetro e che precedono la moderna via Nazionale. Volgendo lo sguardo verso le rovine delle terme, il complesso ci appare stranamente minuto rispetto alla scala dello spazio ad esso giustapposto. Ma l’incanto è dietro il nuovo portale d’ingresso all’aula centrale delle terme: si abbandona alle nostre spalle la città e si entra in uno spazio che ora si dimostra sorprendentemente imponente. L’aula basilicale centrale delle Terme di Diocleziano, preceduta dal tepidarium e dai resti del calidarium, è visibile come risultato di una sensibile trasformazione ad opera di Michelangelo, cui succede più tardi il Vanvitelli che innalza la quota originaria del pavimento e aggiunge alcune colonne in mattoni imitanti il granito. 25


L’abside rimanente delle rovine del calidarium è trasformato in ingresso della chiesa, mentre la sala centrale diventa un’aula basilicale, attraverso interventi calibrati che mantengono i caratteri spaziali e materici dell’antica rovina. Il nuovo arco trionfale e il profondo abside della chiesa ri-utilizzano, chiudendoli, alcuni degli ambienti della natatio. La ragione funzionale originaria è mantenuta nella sua intelligibilità formale, la sala termale diventa la chiesa di Santa Maria degli Angeli. Funzioni agli antipodi, dunque, in un’identica forma. Parlando di «tensione degli elementi urbani», Aldo Rossi7 parla dei destini comuni degli anfiteatri romani di Arles e Nimes, in Francia, che per il loro carattere morfo-tipologico, ben si prestavano a trasformarsi in fortificazioni. Protezioni necessarie in un periodo in cui il declino demografico e le insidie delle invasioni costringevano le popolazioni urbane a raccogliere la vita della civitas entro recinti sicuri. I perimetri permeabili degli stadi divennero quindi mura impenetrabili, all’interno delle quali furono realizzati borghi. Nonostante questa radicale ri-significazione funzionale, nonostante la scala dimensionale di queste grandi fabbriche, gli uomini hanno potuto sovvertire nel corso del tempo le ragioni stesse per cui gli stadi erano stati congegnati, pur mantenendone sostanzialmente integre le principali caratteristiche formali d’impianto. 28


«La vicenda di queste città è straordinaria: essa ci induce anche ad alcune considerazioni sulla dimensione e dimostra che la qualità di alcuni fatti è più forte della loro dimensione. L’anfiteatro ha una forma precisa e inequivocabile è anche la sua funzione; esso non è pensato come un contenitore indifferente, al contrario è estremamente precisato nelle sue strutture, nella sua architettura, nella sua forma. Ma una vicenda esterna, uno dei momenti più drammatici della storia dell’umanità, ne capovolge la funzione, un teatro diventa una città. Questo teatro-città è altresì una fortezza; racchiude e difende tutta la città»8.

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Architettura realtà del divenire  
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