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Gorizia News & Views Anno 2 - n. 7 Luglio/Agosto

NON FACCIAMO DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO

E’ L’ORA DEL PREMIO AMIDEI

SOMMARIO Pag. 2 Liubina Debeni, una vita tra fiori, erbe e ricettari Pag. 3 CIAOCOMESTAI: raccontare storie per abbattere muri

Pag. 11 Con Slavich (e Basaglia) all’ombra dei ciliegi giapponesi Pag. 12 Kusterle: la censura è sempre una delusione, è come se il mondo, anziché svilupparsi, avesse ingranato la retromarcia

Il Calcio come vettore di conoscenza reciproca: la squadra del Nazareno al Torneo Vizzari Pag. 4-5 La polvere della soffitta di Michelstaedter diventa arte SGUARDI SULLA CITTA’ 3 - Dalle suore di clausura di Pag. 13 piazza Sant’Antonio al monastero e alle rose della LETIZIA BATTAGLIA - L’amore, l’impegno e Castagnavizza, un tour “mistico” transfrontaliero il coraggio Pag. 6-7 Pag. 14 “Guerre e profughi”, folla all’inaugurazione della mostra “Pro Polis”, quando l’apicoltura può diventare un mestiere che illustra la storia del Nazareno Pag. 15 Pag. 8-9 Estate insieme 2018: gioco, divertimento e tanto altro Sessanta proiezioni e quindici eventi tra Parco Coronini ancora e Kinemax: una full immersion nel cinema con il 37mo E’ necessario investire sui giovani Premio Sergio Amidei Pag. 16 Pag. 10 Ricordo di Ettore Romoli, il fascino discreto del potere Democrazia, Costituzione e legge 180: l’ottimismo della pratica per migliorare sè stessi, superare i pregiudizi e tendere la mano all’altro

Ad agosto Gorizia News & Views si prende un mese di vacanza. Godetevi questo numero e ci rivediamo a settembre! 1


Liubina Debeni, una vita tra fiori, erbe e ricettari di Manuela Ghirardi

Liubina Debeni mi accoglie con una deliziosa crema di Come sei diventata una studiosa? Asimina triloba, il banano del Nord, da gustare assieme a Ho cominciato a pubblicare negli anni Novanta con UNIdei biscotti profumati in una grande ed elegante coppa da TRE, l’Università della Terza Età. Inizialmente mi sono frutta. Mi dona poi un barattolo di marmellata di more di occupata di chiese, palazzi e vie di Gorizia, come palazzo gelso bianche e nere che sono certa domattina mi garantirà Studeniz o la Chiesa del Sacro Cuore. Ero molto interessata un ottimo buongiorno. La sua casa è dotata di un piccolo alla storia locale e in seguito ho continuato per conto mio, studio pieno di libri su erbe, fiori e storia. La cucina emana dedicandomi anche a Villa Ceconi, nell’ex complesso delle una fragranza che per un attimo mi fa dimenticare l’interviOrsoline, per la rivista “Nuova iniziativa isontina”. In questa che desideravo farle. sto frangente ho notato che mancava un approfondimento Parliamo dei tuoi ricettari, delle erbe, dei fiori... Come sulla floricoltura goriziana. La mia è una famiglia di fiorai sono nate queste idee? e mi è rimasta la passione! Sono partita Alla base del primo ricettario c’è la voglia dall’Ottocento: le pubblicazioni italiane di fare qualcosa assieme agli amici che non avevano molto a che fare con noi, dato vengono a trovarci in campagna. Per tutto che all’epoca eravamo sotto l’impero auil 2010 ho fotografato i piatti che ci portastro-ungarico. Mi sono messa in contatto vano e poi ho raccolto questo materiale in con molte persone e ho trascorso anni a “Pane, sale e ... amicizia!”, uscito nel 2011. fare ricerche nell’archivio di Stato e nell’ufLa copertina è una bella natura morta ficio tavolare per scoprire dove si trovadipinta da un amico. Primi, salse, dessert: vano i vivai. In “Storia della floricoltura non sempre sono arrivata a fotografaindustriale e del vivaismo 1850-1918”, che re piatti interi ... Se vorrete sfogliarlo e sogno di riuscire completare per arrivare provare a cimentarvi con qualche ricetta ai giorni nostri, le foto sono spesso tratte capirete perchè! Vi consiglio di cominciare da libri piuttosto antichi. Mi sono occupacon la grappa alle tre erbe, che riscuota anche della vecchia linea tranviaria di te sempre grande successo. Ci vogliono Gorizia; mi sono appassionata di “Scuola due litri di grappa, 22 rametti di ruta, di e giardinieri del passato” e delle vicende finocchio selvatico e di melissa, 12 grani di un agronomo piemontese, trasferitosi di ginepro, 3 foglie di salvia, 2 rametti prima in Istria e poi nella nostra città, di di rosmarino e 800 grammi di zucchero. cui ho raccolto la storia in “Carlo Hugues Tutti questi ingredienti vanno messi in un e il suo interesse per i fiori”. Complessivaso di vetro che va chiuso e lasciato vamente ho redatto 13 libri, 44 monoLiubina Debeni all’ombra per trenta giorni. Ricordate grafie e tenuto svariate presentazioni di scuoterlo spesso. Quando la grappa sarà pronta fate un e conferenze. A volte ho dovuto rivolgermi a degli archivi brindisi in memoria del mio amico Edi, che ci ha fatto scoesteri per ottenere maggiori dettagli ma una delle bellezprire questa ricetta... La nostra campagna è sempre stata un ze dell’attività di ricerca è che consente di spaziare e fare luogo di scambio di interessi: è proprio da lì che è partita costantemente amicizia con nuove persone! la pratica dei fiori. Mi sono occupata di redarre tre libretti e un ciclo di conferenze con relative preparazioni per la ©RIPRODUZIONE RISERVATA sezione goriziana dell’A.N.D.O.S., l’Associazione Nazionale IL LIBRO DEL MESE Donne Operate al Seno: “Colori, profumi e segreti. Fiori ed erbe aromatiche in cucina”, “Bacche e frutti tra botanica, “Ragazze cattive” di Joyce Carol Oates erboristeria, gastronomia, pittura e poesia” e “Semi. Ricette gustose e benefiche per grandi e piccini”. Anche in questo Negli anni Cinquanta un gruppetcaso le foto di pietanze, cereali, legumi, spezie e via discorto di adolescenti si unisce in un rendo sono tutte originali. segreto legame di sorellanza per Raccontaci della tua collaborazione con Italia Nostra, combattere tutti coloro che repril’associazione nazionale per la tutela del patrimonio stomono il genere femminile: gli uorico, artistico e naturale della nazione. Di cosa ti occupi? mini, i capitalisti e a grandi linee Sono socia dal 1997 perchè tengo molto all’ambiente, ai gli adulti. Maddy Monkey diventa restauri, alla salvaguardia del nostro patrimonio artistico. ben presto la cronista ufficiale di Nel 2003 sono entrata nel direttivo della sezione di Gorizia. Foxfire, una scatenata gang tutta Le pubblicazioni erano partite già nel 1971 ma non erano al femminile capeggiata da Legs catalogate, perciò ho proposto di realizzare una biblioteca Sadovsky, carismatica tomboy che che le raccogliesse tutte e nell’arco degli anni vi ho aggiunto esercita un forte fascino su tutte anche altri materiali inerenti gli obbiettivi dell’associazione: le altre. Furti, pestaggi, vendette, abbiamo circa 1600 tra libri e periodici, disponibili anche folli corse in auto, alcool e spinelli sul sito. fanno da cornice ad invidie e geTra le molte altre cose, ti sei dedicata alle decorazioni losie, amore, tradimenti, fiducia, funerarie. Come mai un argomento così particolare? lealtà. Le ragazze non intuiscono Il volume “Il giardino della memoria. Significato dell’eleancora che per chi oltrepassa il limite però c’è un prezzo da mento vegetale nel culto dei morti e nelle opere funerarie pagare... del Goriziano” nasce perchè ho sentito la necessità di Uscito nel 1993, Ragazze cattive è perfetto per chi ama Huestendere la mia ricerca al significato dei fiori rappresentati bert Selby Jr. e Bukowski. Del 1996 la prima indimenticata nell’arte funeraria. Alcune tombe di cui ho parlato non ci versione cinematografica con l’allora enfant terrible Angelisono nemmeno più: sarebbe bello se, come accade in Slovena Jolie nei panni di Legs. Joyce Carol Oates si è cimentata nia, alcune parti delle tombe più vecchie venissero lasciate in vari generi ed è forse una delle autrici americane più a ricordare il passato. E’ un peccato che questo patrimonio prolifiche con oltre 700 racconti, 40 romanzi, molte opere vada perduto: l’arte funeraria è come un archivio visivo e ci di saggistica e poesia e numerosi articoli. (mg) insegna moltissimo sulla storia locale.

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CIAOCOMESTAI: raccontare storie per abbattere muri di Eleonora Sartori

Ciaocomestai: una frase semplice, che ricorda quasi un hashtag, è stata scelta come titolo per l’evento che si è tenuto lo scorso 22 giugno nel Centro Culturale Incontro della parrocchia di San Rocco a Gorizia, dedicato al delicato tema delle migrazioni. Un argomento di cui si parla tanto, e spesso anche a sproposito, ma che in questa circostanza è stato affrontato da un punto di vista insolito: quello dei diretti interessati, i migranti appunto, quello degli operatori dell’accoglienza e ultimo, ma non in importanza, quello dei musicisti che con il linguaggio universale delle note hanno sapientemente scandito la serata. “Ciao, come stai”? Proviamo a pensare a quanto spesso, quasi come un intercalare, pronunciamo questa frase. Quante volte ascoltiamo la risposta che ci viene data? Credo poche, perché siamo sempre molto, troppo concentrati su di noi, sui nostri problemi, sempre meno propensi a tendere la mano (o semplicemente l’orecchio)all’altro, chiunque esso sia. Ma cominciamo dal principio: l’associazione Libermente mesi fa ha dato il la, per rimanere in tema musicale, organizzando a Palmanova un incontro in cui si affrontava in modo insolito il tema migranti. Esso è stato raccolto da Giovanni Fierro che assieme alla cooperativa Aesontius e al consorzio Il Mosaico (che gestisce il Nazareno, struttura che ospita i migranti a Gorizia), hanno ritenuto quanto mai importante riappropriarsi di un’attività vecchia come il mondo: raccontare storie. Mi viene in mente Giovanni Rodari, il quale definì la fiaba il luogo di tutte le ipotesi: essa dà all’adulto le chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, al bambino un aiuto concreto per aiutarlo a conoscere il mondo. In un momento storico in cui si riaffacciano all’orizzonte ricordi di un passato che pensavamo morto e sepolto, si chiudono i porti, azione che ci riporta impietosamente al Medioevo in cui si alzavano i ponti levatoi per non far entrare il barbaro invasor, c’è bisogno di ritornare tutti un po’ bambini, riappropriarci dell’artificio narrativo per eccellenza, la storia, che può aiutarci a capire la realtà che ci circonda e di conseguenza avere meno paura. Lo si è fatto proprio in occasione di ciaocomestai, una piacevole serata, molto partecipata a dimostrazione che esiste una parte di cittadinanza che “resiste” ai pregiudizi alle paure, in cui alcuni dei migranti ospiti del Nazareno si sono raccontati, ma lo hanno fatto anche alcuni volontari presenti nel campo accoglienza, portando alcune positive testimonianze di muri abbattuti, paure superate. I migranti sono Saqib Rafique e Ismail Swati, entrambi pachistani membri della nostra redazione, che proprio in virtù di questo ruolo hanno potuto approfondire la conoscenza della città che li ospita e, a loro volta, farsi conoscere dalla colletticità, e Aziz Alizada, giovane afghano che si distingue all’intero della struttura di accoglienza per il desi-

derio di apprendere, non solo la lingua italiana ma anche la chitarra (se dimostrerà la stessa attidudine che ha dimostrato con la lingua itliana diventerà presto Eric Clapton!). Le storie dei migranti sono state raccontate anche attraverso la ricostruzione di Pericle Camuffo che ha raccolto le testimonianze di alcuni migranti anni fa ospiti in Madonnina. Don Paolo Zuttioni e Maria Vinti hanno portato il loro contributo di volontari, il primo come ex Direttore della Caritas, da sempre e sin dall’inizio in prima linea nella gestione dell’emergenza migranti a Gorizia, e la seconda come cittadina che non ha voluto mettere le testa sotto la sabbia: “Per me essere una buona cristiana significa darmi da fare per alleviare la sofferenza di queste persone”. Ad arricchire la serata, magistralmente diretta da Matteo Femia, la musica della pianista Cristina Cristancig e del cantautore Matteo Boscolo, che non ha bisogno di spiegazioni né di intermediazioni perché, come tutte le forme d’arte, arriva direttamente dove deve arrivare: al cuore. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il calcio come vettore di conoscenza reciproca: la squadra del Nazareno al Torneo Vizzari

La squadra del Nazareno. Foto per gentile concessione del Torneo Vizzari

Oltre al racconto, oltre alla musica, esiste un altro utilissimo vettore di conoscenza reciproca ed è rappresentato dallo sport, in questo caso il calcio. Spesso l’accoglienza, anche nei casi migliori, viene gestita in modo che si creino nelle città delle piccole comunità di migranti, che magari convivono serenamente con la popolazione locale, ma nulla di più. Invece è molto importante che queste persone comincino a frequentare i luoghi che frequentano i cittadini… I teatri, i cinema, le biblioteche… E perchè no, i campi sportivi, ma non solo come spettatori, anche come giocatori! E’ proprio quello che è accaduto a Gorizia, al Torneo di calcio a cinque Vizzari, che è ritornto ad allietare le serate estive dei goriziani dopo qualche anno di pausa forzata. Una squadra composta dagli ospiti del Nazareno e capitanata dal goriziano Giovanni Fierro (che non è solo un poeta, ma è stato anche un grande sportivo del panorama calcistico locale) si è regolarmente iscritta al torneo, senza grosse ambizioni, senza pretese, con il solo scopo di divertirsi in modo sano. Sì, perché il calcio è prima di tutto questo: una palestra di vita, un luogo in cui non esistono più differenze, un’occasione di puro e sano divertimento. (ElSa)

Aziz Alizada, Saqib Rafique, Eleonora Sartori e Ismail Swati

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SGUARDI SULLA CITTA’ 3 - Dalle suore di clausura di piazza Sant’Antonio al monastero e alle rose della Castagnavizza, un tour “mistico” transfrontaliero di Anna Cecchini Provate a fare un giochetto, se vi va: fingetevi turisti in visita a Gorizia e chiedete in giro dove sia il centro città. Sono certa che riceverete un’opinione diversa da ciascuno degli intervistati. Il “mio” centro, o meglio, il cuore della mia città sta fra due piazze contigue, Cavour e Sant’Antonio, e nelle loro immediate vicinanze. E’ un cuore medievale e asburgico, barocco e contemporaneo, che batte piano e che, per sentirlo respirare, occorrono buone orecchie e molta curiosità.

raccoglimento e del silenzio. L’ambiente è piacevolmente fresco e in penombra. Il bassorilievo sopra l’altare mostra anche a chi non è esperto di storia dell’arte una fattura delicata. Di scuola toscana quattrocentesca, viene addirittura attribuito a Leonardo, ma, se anche non fosse così, poco importa: l’atmosfera comunica pace e tranquillità. Se poi ci capitate durante una delle numerose funzioni che vi si celebrano, avrete il privilegio di ascoltare le voci delle suore, celate alla vista da una vetrata colorata, che cantano salmi o recitano il rosario.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta, da queste parti, per goE’ suor Madersi una lunga ria Amata, la serata estiva: si Badessa, che mi può passeggiaaccoglie dietro la re pigramente, grata del parlatoordinare un buon rio in un povino del Collio, meriggio afoso. magari accompaPenombra e un gnato da una tarlieve sentore di tina di prosciutto cera d’api. Sono locale, e lasciarsi solo in quattro, sedurre dalle le vestali della architetture di devozione, legate Palazzo Lantiealla severa regola ri, costruito nel di Santa Chiara, XIV secolo per anno Domini difendere l’en1253. Vivono trata sud-orienuna vita semtale della città e plice e operosa, Linea di confine provvisorio Italia Jugoslavia 1945 di Stan Dalone dal quale sono passati pregano incessantemenpersonaggi del calibro te, dalle 5 e trenta del di Goldoni, Metastasio, Lorenzo da Ponte e papa Pio VI. mattino alla tarda serata. Nelle pause si prendono cura Ciò che rimane del trecentesco chiostro del convento della casa e del giardino, entrambi impeccabili. Rispettano francescano e la sua fila di colonne candide chiude a sud la la regola del silenzio per tutta la giornata tranne nei dopo piazza. Se amate le linee rinascimentali soffermatevi sulla cena, quando la piccola comunità scioglie la rigida conselineare facciata del Palazzo degli Stati Provinciali che fu la gna e si possono scambiare opinioni, prendere decisioni e sede dei “Padri della patria goriziana”, l’assemblea che amconfrontarsi su questioni di fede. ministrò per sei secoli l’Antica Contea. Lasciatevi incantare dall’armonia di Palazzo Strassoldo, ultima dimora della Mi racconta qualcosa della sua vita precedente, suor Corte del re Carlo X, che oggi ospita un hotel di charme e Maria, che è entrata in convento piuttosto tardi, a 35 anni. una frequentata enoteca. Oggi piazza Sant’Antonio è inAssisteva i malati in ospedale, e poi i senzatetto. Aveva negabilmente il centro della movida goriziana, che indulge un fidanzato e una vita assolutamente “normale”, ma era nel piacevole rituale dell’aperitivo serale fino a notte fonda, sempre alla ricerca di qualcosa che la sua vita, pur dedianimando uno degli spazi di aggregazione più scenografici cata agli altri, non riusciva a darle. La “chiamata” arrivò della città. a Fatima, quando la sua venerazione per la Madonna le rivelò finalmente il suo destino. E’ a Gorizia da 18 anni, Ma se i portici della piazza straripano di giovani con il è una donna felice e lo dice con un sorriso che non lascia calice in mano e l’eccitazione serale giunge al culmine nei spazio a dubbi. Io guardo la grata che ci separa, ma lei mi fine settimana, proprio di fronte è custodito lo scrigno del previene. “Sembra che stiamo in prigione, vero? Ma con silenzio, della solitudine, del raccoglimento: il monastero una differenza: siamo noi ad avere la chiave”. Suor Maria di stretta osservanza delle suore Clarisse di clausura. Il usa parole potenti come mistero, grazia, chiamata, amocontrasto fra queste due realtà toglie il fiato, ancor prima re, con una naturalezza incantevole. Ogni tanto passa le di accedere al complesso sul lato destro di Palazzo Strasdita sul sottogola e vedo la sua mano sottile e un rosario soldo. Da un varco successivo si accede al cortile interno celeste. E’ riuscita a descrivere un modo di vivere rigido e dell’hotel Entourage, appena percorso dal brusio dei freanacronistico come una fonte di gioia senza limiti, il ritiro quentatori dell’enoteca, e un accesso sulla destra conduce dal mondo come un atto d’amore supremo. Lascio il moalla cappella dell’Adorazione. Il bianco è protagonista nastero per darle il tempo di prepararsi alla funzione del assoluto, sugli antichi muri dell’edificio e nei candidi rosai pomeriggio e fuori mi attende una luce di pesca e la piazza del curato giardino e, quando ci siamo lasciati definitivache si anima per l’aperitivo serale. mente alle spalle il chiacchiericcio mondano, spalancare il centenario portone della cappella conduce nel mondo del Ci vuole un po’ di tempo per riadattarsi al traffico e al 4


rumore, ai passi veloci e al chiacchiericcio dei lounge bar. La lenta salita al colle del Castello è quel che ci vuole per trattenere ancora un po’ la serenità di questo incontro. Che siano durante la calura estiva, nelle fioriture primaverili, quando esplode il foliage autunnale, o addirittura nel pieno dell’inverno, questa non è una passeggiata che lasci indifferenti. L’ambiente urbano curato e la vista che si guadagna sulla città ripagano ampiamente di un leggero fiatone. Andiamo in cerca di un altro santuario, adesso, ma stavolta non c’entrano ordini e congregazioni, ma solo l’opera della natura.

sopra Nova Gorica, la ferrovia Transalpina, col Sabotino, il Monte Santo e il San Gabriele a chiudere l’orizzonte. Il bosco dirada, compaiono gli ulivi e infine il monastero di Kostanjevica. Il percorso offre vedute inconsuete di questo “passage” in quota tra due mondi. Non è difficile trovare qualche ragazza distesa all’ombra degli ulivi con un libro in mano o una coppia abbracciata davanti al tramonto. S’incontrano piccole cappelle votive dipinte di celeste, curiosi tabernacoli pieni di foto e di scritte, quasi dei minuscoli retablos che custodiscono sincera gratitudine per una grazia ricevuta.

Via Franconia, una stradina invero piuttosto sconosciuta e limitata a soli sei numeri civici, sale al colle del Castello da nord. Da Borgo Castello ci si arriva con una piacevole passeggiata giù per via del Colle e poi per Salita Monteverde, percorrendo via Giustiniani fin quasi al bivio con via Favetti. Se amate profondamente la natura, preparatevi a un’esperienza laicamente mistica e sconosciuta ai più. Guardatevi bene attorno, prima di salire, e, se osservate attentamente il bosco inselvatichito che copre il colle, li sentirete respirare.

Sedersi su una panchina del piazzale col respiro un po’ affrettato dà il sollievo di un orizzonte che si apre sul colle del Castello, sulla Valdirose sul Panovec, di cui questa collina è l’ultimo tratto di riserva forestale, e sulle due città gemelle senza più confini. La storia del secentesco monastero francescano e della chiesa della Madonna Annunziata è stata piuttosto burrascosa, fatta di ampliamenti, chiusure, riaperture, distruzioni e ricostruzioni, intrighi tra ordini sacerdotali, devastazioni e salvataggi della biblioteca, acquisti e vendite dell’organo, degli altari e delle campane. Sotto l’altare è posta la cripta, ultima dimora dei Borboni, riuniti quassù per volere di Maria Teresa Beatrice Gaetana, dopo il lungo esilio goriziano di Carlo X e della sua corte.

Sono una quindicina, grandi e venerabili, gli ultimi castagni centenari sopravvissuti in città. Fino a poco tempo fa era possibile attraversare quel bosco fitto di allori, acacie e rovi, camminare sotto le chiome gigantesche come dentro una cattedrale verde, pungersi i piedi con i ricci caduti e, in stagione, raccogliere i frutti che in passato erano un bene di prima necessità. E poi guardare a nord, verso l’ultima meta del nostro percorso, andare indietro di un centinaio d’anni almeno, quando i castagni coprivano queste colline, e capire finalmente il significato del toponimo, Kostanjevica.

Il monastero custodisce anche una biblioteca, proclamata monumento storico-culturale nel 1952, con oltre 10.000 volumi nelle lingue più svariate e una collezione di trenta incunaboli, di cui il più antico risale al 1476. Un altro reperto straordinario è la prima grammatica slovena scritta in latino da Adam Bohorič (1520-92), impreziosita dalla dedica dell’autore.

I proprietari di questa meravigliosa oasi verde hanno deciso di tornarci a vivere, la vecchia casa che la presidia è di nuovo animata e la tenuta recintata. L’accesso alla collina e al suo prezioso castagneto, territorio di caprioli, di tassi e del cuculo, che a maggio non dà tregua col suo canto incessante, è prerogativa esclusiva di pochi privilegiati. Ma da via Franconia, col naso all’insù nell’aria ferma della sera possiamo ancora sentirne l’alito profumato e indovinare l’ampiezza delle chiome.

Dal retro della chiesa si può accedere infine a un giardino straordinario e ammirare una collezione di rose bourbon tra le più vaste d’Europa, che nel mese di maggio è un’esperienza sensoriale fuori dal comune. Ma non aspettate questo mese per salire quassù: ogni stagione ha il suo fascino, anche se piove, perfino in una gelida notte di plenilunio. La discesa verso la Valdirose è nel verde dei frutteti e dei giardini. Verso sera qui tutti fanno sport. Un runner sale sbuffando e ansima “Dobro vecer”. “Dobro vecer” rispondo nella lingua dei miei vicini di casa. Edifici curati e tranquillità, qualcuno che porta a passo il cane. Di nuovo città, traffico e animazione. Attraverso i binari della ferrovia, la pista ciclabile e il vecchio valico di Rafut, testimone ormai innocuo di un brutale colpo di scure che spaccò in due la città, settant’anni fa. Si torna in Italia, si cambia città e si parla un’altra lingua, tutto nello spazio di poche centinaia di metri.

Da via Franconia a via Cappella son poche decine di metri e quando la strada accenna a salire e diventa acciottolata, ci prepariamo a lasciare la città. “Strada senza uscita”, diceva un cartello, fino a poco tempo fa. “Attenzione. Confine di stato” recitava quello successivo. E’ poco più di un anno che sono spariti questi testimoni arrugginiti del nostro recente passato, quando il confine tra Italia e Jugoslavia era presidiato giorno e notte dai graniciari. La strada, la città e il territorio italiano terminano qui. Sentiero, bosco fitto di alloro e fruscio di foglie. Pochi metri soltanto e si entra in Slovenia, un’altra città, un altro Paese, un’altra lingua. Camminiamo in bilico

Accade solo a Gorizia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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“Guerre e profughi”, folla all’inaugurazione della mostra che illustra la storia del Nazareno di Saqib Rafique e Ismail Swati Presenti molte autorità fra le quali il prefetto Massimo Marchesiello, il viceprefetto vicario Antonino Gulletta e l’assessore comunale al Welfare Silvana Romano, una bella e interessante mostra dal titolo “Guerre e profughi al Nazareno di Gorizia” è stata inaugurata il 20 giugno scorso al Nazareno di via Brigata Pavia, incentrata sulla storia e gli eventi legati alla struttura, dalla sua costruzione fino ai giorni nostri, evidenziando le caratteristiche del luogo di cura e ospitalità.

Dal 1931 al 1997 ha funzionato la Scuola infermieristica. Il 16 aprile 1931 il prefetto chiamò le suore chiedendo la disponibilità di alcune di esse per l’ospedale di Idria. Ha anche sostenuto il progetto di fondare un collegio per infermieri. Il Nazareno ebbe dunque la funzione di Ospedale Civile di Gorizia, Casa Generale del Noviziato delle Suore della Provvidenza e Collegio per Infermieri. Quest’ultimo, come detto, rimase attivo fino al 1997. Nel 2014 si è registrato un aumento straordinario degli arrivi di richiedenti asilo provenienti dalla rotta balcanica. La Caritas e la diocesi di Gorizia, che hanno subito affrontato l’emergenza umanitaria, nell’aprile 2014 hanno chiesto l’aiuto delle Suore della Provvidenza, che hanno aperto le porte del Nazareno. Poiché lo sforzo dei volontari non è stato sufficiente, nel settembre 2014 è stato coinvolto il Consorzio di cooperative sociali Il Mosaico, che ha assunto la gestione del Nazareno tramite una convenzione con la Prefettura.

L’esposizione rimarrà permanentemente all’interno dei locali del Nazareno per poter essere visitata dal pubblico. Il Nazareno, infatti, fin dal suo sorgere, è sempre stato un luogo importante e significativo per i goriziani e non solo: la sua funzione sociale di accoglienza e di soccorso nei diversi momenti drammatici del secolo scorso, è l’emblema di una città che, nella sua posizione di confine, ha realizzato la cura dei soldati e dei civili, a qualsiasi etnia appartenessero, italiani, tedeschi o slavi, gli stessi passando, da un giorno all’altro, da cittadini a profughi per lo spostarsi dei confini. Oggi questo luogo si è dovuto aprire ad un altro tipo di ospitalità, diventando punto di accoglienza dei richiedenti asilo provenienti dalla rotta balcanica.

La signora Emanuela Cosatti e il signor Bruno Repezza hanno reso possibile tutto questo attraverso il loro duro lavoro insieme ad altri volontari dell’associazione Buonavia in collaborazione con la Congregazione delle Suore della Provvidenza, proprietaria dei locali, e con il Consorzio Il Mosaico. La mostra si propone di essere il manifesto di un’identità che vuole incontrare ed essere incontrata.

La mostra consiste nell’esposizione di una storia ben documentata insieme ad una grande selezione di pannelli fotografici della struttura e dei dintorni. Di seguito una breve storia e alcuni aneddoti interessanti sul Nazareno che abbiamo imparato da questa mostra.

L’iniziativa è stata ben accolta dai goriziani in quanto all’inaugurazione era presente una vera folla. Anche i richiedenti asilo ospitati nella struttura si sono interessati a conoscere la storia del loro centro di accoglienza. Un coro musicale composto dai richiedenti asilo del Nazareno, sotto la supervisione del loro maestro, Antonio Colussi, ha cantato le storiche canzoni degli alpini per commemorare la prima guerra mondiale. Successivamente, gli studenti della scuola democratica del Nazareno hanno cantato anche alcune vecchie canzoni italiane, che la gente ha apprezzato e cantata insieme a loro. Questo evento ha anche offerto l’opportunità agli estranei di incontrare le persone che sono ospitate dal Nazareno venendo a conoscenza delle loro attività sociali e culturali.

Tutto iniziò nel 1902 quando la congregazione della Suore della Provvidenza decise di trasferire il Noviziato da Cormons a Gorizia. Il piano si materializzò in sei anni attraverso uno sforzo straordinario dell’organizzazione e della partecipazione pubblica: il 26 agosto 1908 fu completata a Gorizia la costruzione del “Nazareno”. La struttura servì come ospedale militare austro-ungarico nell’agosto del 1914. La Suore della Provvidenza del Nazareno fece sistemare i locali nell’ex Seminario di Gorizia e fornì assistenza infermieristica. Nel 1916-1917, il Nazareno passò sotto il possesso italiano. La madre generale, suor Elena Zuccolli, offrì il complesso come riparo e cura dei feriti dell’esercito, assegnando alcune suore per l’assistenza. A quei tempi, 9000 soldati stavano al Nazareno.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Dopo la disfatta di Caporetto (25 ottobre 1917), il Nazareno era stipato non più dai militari, ma dai rifugiati che dovevano essere sorvegliati. Anche dalle cronache di Suor Fausta sappiamo che dopo il ritiro degli italiani, il Nazareno, a parte qualche problema riguardante il tetto, era in buone condizioni e con l’aiuto di prigionieri russi e italiani, furono fatte le riparazioni più urgenti. Nel 1919 e in seguito Gorizia ridiventò italiana. Il 24 marzo 1920 la madre generale Elena Zuccolli firmò un contratto di affitto per 5 anni (che durò poi in realtà fino al 1959) con il Comune di Gorizia, in virtù del quale il Nazareno, per la maggior parte, divenne un ospedale e un rifugio. La struttura restaurata dopo i danni della guerra divenne in gran parte Ospedale Civile di Gorizia. Molti goriziani… meno giovani sono nati proprio lì, nel reparto maternità.

Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, atrio dell’ospedale, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, Wienerhaus di piazza Cesare Battisti, tabacchino Da Gerry di via Rastello, Ugg di via Rismondo. E’ consultabile on line all’indirizzo:

https://issuu.com/gorizianewsandviews Gorizia News & Views

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Sessanta proiezioni e quindici even una full immersion nel cinema co

di Vincenzo C

Lo spostamento del maxischermo al Parco Coronini sulla sinistra per chi entra nella splendida area verde, con il Castello sullo sfondo, a causa dei lavori di ristrutturazione ancora in atto. La proiezione di tre degli otto film in concorso al Kinemax, due dei quali in un orario decisamente insolito (alle 14) e l’altro in seconda serata. La proiezione di due pellicole fuori concorso, la prima delle quali, “Dogman” di Matteo Garrone (interpretato da Marcello Fonte, premiato come miglior attore a Cannes 2018), inaugurerà la rassegna mentre la seconda, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, la chiuderà alla presenza dei vincitori, dopo la consegna del Premio. Due sezioni tematiche inedite, i “Dialoghi sulla sceneggiatura” curati dal regista goriziano Matteo Oleotto, e le “Pagine di cinema”, con la presentazione di recenti pubblicazioni integrata dalla proiezione di filmati di assoluto valore storico, tra cui alcuni corti realizzati dai Cineguf (Gruppi universitari fascisti), alla fine degli anni Trenta. Saranno queste le novità di maggior rilievo della 37ma edizione del Premio internazionale alla migliore sceneggiatura “Sergio Amidei”, evento-clou dell’estate goriziana, che si terrà dal 12 al 18 luglio al Parco Coronini e al Palazzo del cinema di piazza Vittoria. Ancora una volta una kermesse low-cost, come ci tiene a precisare il direttore Giuseppe Longo, che nonostante debba far quadrare il bilancio della rassegna è riuscito ad allestire un cartellone di grande richiamo e fittissimo di avvenimenti. Il palinsesto proporrà, infatti quasi 60 proiezioni, oltre 15 eventi tra incontri e presentazioni di libri in 7 giorni di manifestazione. Addirittura, un’offerta ancor più ricca rispetto agli anni precedenti, che mira a confermare il trend positivo del numero di spettatori, attestatisi nelle ultime edizioni ben oltre quota diecimila presenze. Articolate attorni ai tre premi principali che scandiranno il programma – Miglior sceneggiatura, Opera d’autore e cultura cinematografica – la sezioni tematiche, curate da docenti, critici ed esperti di cinema, affronteranno il tema-cardine dell’edizione 2018, “La cultura dell’identità”, intesa come ricerca ragionata delle proprie radici ed esperienze con l’intento di rinvenirvi elementi di crescita personale, culturale e sociale. Il Premio alla miglior sceneggiatura vedrà in concorso 8 film (vedi box) selezionati dalla giuria composta da Massimo Gaudioso, Doriana Leondeff (che saranno presenti alla prima e all’ultima serata al Parco Coronini), Francesco Bruni, Marco Risi, Silvia D’Amico, Giovanna Ralli e la new entry Francesco Munzi. Il Premio all’Opera d’autore sarà attribuito al regista e scrittore napoletano sessantenne Mario Martone (vedi box). Si rinnoverà poi l’appuntamento con il Premio alla cultura cinematografica, che sarà assegnato quest’anno a Paolo

Mereghetti, per la sua lunga attività di critico cinematografico, capace di proseguire la tradizione dei maestri del giornalismo cinematografico e di confermare l’autorevolezza di questo mestiere. Oltre alle novità sopra citate, completano il panorama delle sezioni tematiche “Black Unchained: storie e generi del cinema afro-americano”, a cura di Andrea Mariani, nel ricordo di Martin Luther King, del quale ricorre il cinquantenario della morte, “Spazio Off ”, dedicato al nuovissimo cinema napoletano, a cura di Roy Menarini, “Scrittura seriale. Sentire e ascoltare”, a cura di Sara Martin, che proporrà, il 16 luglio alle 15, al Kinemax, il biopic dedicato al poeta della canzone italiana “Fabrizio de Andrè – Principe libero”, scritto dagli sceneggiatori Giordano Meacci e Francesca Serafini (vincitori del Premio Amidei 2016 con il film “Non essere cattivo”), che interverranno, dopo la proiezione del film, a una tavola rotonda su Faber intitolata “Sulle note attese”. E, ancora, “Racconti privati, memorie pubbliche: storie dal margine”, a cura di Diego Cavallotti, con la presentazione dei lavori più recenti di recupero e digitalizzazione ad opera dei Laboratori La camera ottica e Crea del Dams Gorizia, in collaborazione con fondi privati locali, e “Amidei Kids”, a cura di Martina Pizzamiglio, dedicato alle nuove generazioni di spettatori che si lega, in questa edizione, alla pubblicazione di Paolo Mereghetti “100 capolavori da far vedere ai vostri figli”. Come potrete accorgervi dai pieghevoli che saranno distribuiti a tutti gli spettatori, e come è stato sottolineato nel corso della presentazione del Premio Amidei (avvenuta per la prima volta non soltanto a beneficio della stampa, ma con una bella serata al Kinemax offerta a tutta la cittadinanza), i cinefili, ma anche chi vorrà trascorrere ore piacevoli nella suggestiva cornice del Parco Coronini, si potrà scegliere insomma tra una vasta quantità di film ed eventi, accuratamente selezionati dagli organizzatori con un plauso particolare, oltre che al già nominato direttore Giuseppe Longo, anche all’avvocato Francesco Donolato che ha raccolto il pesante testimone lasciato da Nereo Battello alla presidenza dell’associazione Sergio Amidei.

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nti tra Parco Coronini e Kinemax: on il 37mo Premio Sergio Amidei

Compagnone

I FILM IN CONCORSO Questi gli otto film in concorso al Premio Amidei. 1) L’ora più buia (Darkest hour), Gb 2017, sceneggiatura Anthony Mc Carten, regia Joe Wright. Venerdì 13 luglio, ore 21.35, Parco Coronini. 2) La casa sul mare (La villa), Francia 2017, sceneggiatura Robert Guediguian, Serge Valletti. Regia Robert Guediguian. Sabato 14 luglio, ore 21.15, Parco Coronini. 3) Nico, 1988, Italia/Belgio 2017, sceneggiatura e regia Susanna Nicchiarelli. Sabato 14 luglio, ore 23, Kinemax. 4) Come un gatto in tangenziale, Italia 2017, sceneggiatura Furio Andreotti, Giulia Calenda, Paola Cortellesi, Riccardo Milani. Regia: Riccardo Milani. Domenica 15 luglio, ore 21.15, Parco Coronini. 5) Easy-Un viaggio facile facile, Italia/Ucraina 2017, sceneggiatura e regia Andrea Magnani. Lunedì 16 luglio, ore 21.15, Parco Coronini.

MARIO MARTONE Al regista napoletano sarà consegnato, venerdì 13 luglio alle 21.15 al Parco Coronini, il Premio all’Opera d’autore. Martone, inoltre, incontrerà il pubblico nella sala 2 del Kinemax nello stesso giorno alle 18, per un dibattito con Mariapia Comand, Enrico Magrelli e Simone Dotto.

6) Loveless (Nelyubov), Russia/Francia/Germania/Belgio/Usa 2017, sceneggiatura Oleg Negin, Andrey Zvyagintsev, regia Andrey Zvyagintsev. Martedì 17 luglio, ore 14, Kinemax.

Sempre al Kinemax sarà in locandina una retrospettiva dei sui film più noti, e precisamente “La salita”, “L’amore molesto” e “Noi credevamo” (giovedì 12 luglio), “Teatro di guerra” e “Morte di un matematico napoletano” (venerdì 13 luglio), “Antonio Mastronunzio pittore sannita”, “La terra trema”, “Pastorale Cilentana” e “L’odore del sangue” (sabato 14 luglio), “Il giovane favoloso” (domenica 15 luglio).

7) L’insulto (L’insulte), Francia/Cipro/Belgio/Libano 2017, sceneggiatura Zlad Doueiri, Joelle Touma, regia Zlad Doueiri. Martedì 17 luglio, ore 21.35, Parco Coronini. 8) Chiamami col tuo nome (Call me by your name), Francia/Italia/Usa/Brasile 2017, sceneggiatura James Ivory, regia Luca Guadagnino. Mercoledì 18 luglio, ore 14, Kinemax.

Nella motivazione del premio, si fa riferimento alla “lunga e profonda relazione con l’arte cinematografica che Martone ha sempre messo in contatto con altre esprienze artistiche come il teatro e la musica, con una poliforme attività di creatore, scrittore, regista, cinefilo. Inoltre è stato uno dei pochi autori italiani ad aver interpretato il proprio ruolo anche come militanza intellettuale, con l’impegno teatrale, l’attenzione alla propria città, fino alla riflessione artistica sui grandi temi e personaggi civili della nostra storia, dal Risorgimento a Leopardi.

PROIEZIONI SPECIALI I tre usi del compasso, cortometraggio di Ivan Gergolet. Giovedì 12 luglio. ore 18, Parco Coronini. Dogman di Matteo Garrone (vm 14 anni). Giovedì 12 luglio, ore 21.15, Parco Coronini. Eccoli! di Stefano Ricci e Jacopo Quadri, con materiali filmati provenienti dal Fondo Federico Giorgio Osbat e Mediateca Ugo Casiraghi, in occasione dei 40 anni della legge Basaglia. Venerdì 13 luglio, ore 21.15, Parco Coronini. Silvia, cortometraggio di Alexander Edwards. Sabato 14 luglio, ore 21.15, Parco Coronini. Fuck You Immortality di Federico Scargiali, anteprima del trailer. Sabato 14 luglio, ore 23, Kinemax. Umberto D. di Vittorio De Sica, omaggio a Carlo Battisti, che fu direttore della Biblioteca Statale di Gorizia, nella sua unica prova attoriale. Martedì 17 luglio, ore 16.30, Kinemax.

Il Direttore del Kinemax Giuseppe Longo 9

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh, mercoledì 18 luglio, ore 21.15, Parco Coronini, alla presenza dei vincitori del Premio Amidei.


Democrazia, Costituzione e legge 180: l’ottimismo della pratica per migliorare sè stessi, superare i pregiudizi e tendere la mano all’altro di Eleonora Sartori Democrazia, Costituzione e “legge Basaglia”: c’è un potenin quanto parte della vita di ciascuno di noi, spaventano. tissimo collante ideale tra il sistema democratico sancito Qualcun altro, collocato in alto, cancella, nega il “diverso”, dalla nostra carta costituzionale e la “rivoluzione” attuata colpevole di segnalare un’altra via, un altro modo di vivere, dalla legge 180 ed è secondo me la soggettività dell’indiviche potrebbe mettere a repentaglio lo status quo. duo. Perché la teoria Basagliana è attualissima e soprattutto Ognuno di noi ha facoltà di esprimere, attraverso il voto, i estendibile al di fuori dell’ambito della salute mentale? propri rappresentanti (o almeno così dovrebbe essere), così Proprio perché non riguarda solo i “matti”, ma tutti coloro come ognuno di noi dovrebbe poter esprimere liberamente che si allontanano da una via maestra tracciata dai presunti la propria identità, declinata nelle sue innumerevoli sfaccet“normali”. tature: inclinazioni, competenze, talenti… Che a loro volta Di esempi ne abbiamo a bizzeffe: gli omosessuali sono gedovrebbero essere riconosciuti e valorizzati. neralmente tollerati (già l’aggettivo indica l’esistenza di una Questo argomento lo scorso 15 giugno è stato al centro di gerarchia di poteri: chi tollera, appunto, in una posizione di una tavola rotonda al Mulino Novacco in occasione della forza e chi è tollerato, in una posizione di debolezza), purtradizionale festa “Su lis stradis dai vecios Molars”, organizchè non avanzino troppe richieste; le donne apparentemenzata dalla cooperativa sociale la Cisile di San Vito al Torre, te godono degli stessi diritti degli uomini, ma si trovano a con il patrocinio del Comune di Aiello del Friuli. barcamenarsi in una società in cui i ritmi di vita sono decliProviamo a calare questa riflessione nel complesso panoranati al maschile, tanto che si trovano costrette a decidere: ma del disagio mentale: esso è un mamme o professioniste, tutte buco nero, risucchia tutto ciò che Non so cosa sia la follia, può essere tutto o niente. e due non si può; gli immigrati c’è di altro. Oppure, se vogliamo E’ una condizione umana. In noi la follia esiste ed è rubano il lavoro, destabilizzano paragonarlo a una figura retorica, presente come lo è la ragione, e una società per dirsi una società già traballante, per è una sineddoche: la definizione civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la loro non c’è posto e se, cercando parziale di “matto” ha la meglio follia. Invece questa società accetta la follia come di venire, muoiono in mare non su tutto il resto; in presenza di parte della ragione, la fa diventare ragione attraver- è un problema nostro perché non malattia, si cessa di essere madre/ so una scienza che si incarica di eliminarla, di far li abbiamo invitati. Del resto, se padre, moglie/marito, professiodiventare razionale l’irrazionale, trasformando il non esistessero queste giustificanista… Si è “solo matti”. zoni che produciamo come una folle in malato. Ci separano settant’anni dalla sorta di anticorpo, come potremCostituzione che ha sancito all’armo sopportare che degli innoFranco Basaglia ticolo 1 che l’Italia è una Repubcenti muoiano in mare? Come blica democratica fondata sul potremmo continuare a guardarci lavoro, meno di due dal non riuscito tentativo di metterla allo specchio? in discussione. Perché la maggior parte dei cittadini italiani La lista è ancora lunghissima: carcerati, rom… si è resa conto che ad essa non manca nulla, il suo testo Tutte queste esistenze sono complesse e non possono essere è quanto mai attuale e assolutamente completo. Altro dimescolate in un unico grande calderone, ma un comune scorso è la realizzazione di quanto essa stabilisce, a partire denominatore ce l’hanno: rappresentano l’imprevedibile, proprio dal suo incipit: il lavoro. divergono da un percorso tracciato da chissà chi, sono la Se manca il lavoro manca la possibilità di realizzare appienota stonata, la macchia di colore, coloro che hanno prima no quella soggettività sopracitata. Chi non ha i mezzi di di tutto una colpa: disturbare la quieta mediocrità e rimetsussistenza non ha la facoltà di esprimersi soggettivamente. tere in moto il pensiero critico sul quale, ahimè, spesso la Il lavoro è una chimera per chi si discosta da una presunquotidianità ha la meglio perché a n c h e n o i a b b i a m o ta “normalità”. Se la società ti espelle una volta, magari i n o s t r i p r o b l e m i. rinchiudendoti in manicomio, sarà in grado di riaccoEd è proprio da qui che bisogna ripartire, dal pensiero criglierti? La risposta è un perentorio no, perché l’esperienza tico, arma di cui ciascuno di noi può disporre se lo vuole: manicomiale è proprio la negazione della tua soggettività e anche le teorie più illuminanti e le leggi migliori nulla posperchè, in tua assenza, la società non è cambiata e come ti sono se ogni individuo non lavora su sè stesso, proprio sulla ha internato una volta lo farà la seconda. sua soggettività con tutte le sue zone d’ombra, con un’azioDi questo Basaglia parlava quaranta anni fa, i manicomi ne costante di messa in discussione, di approfondimento, non ci sono più ma le persone con disagio psichico arrandi conoscenza, di avvicinamento all’altro. Non si può più cano in una società che corre veloce, su un binario asettico delegare, procrastinare, abdicare alle proprie responsabilità, chiamato “efficienza”. Tutti sono schiavi della performance aspettare che sia sempre qualcun altro a cominciare, come e se per qualsiasi ragione qualcuno non sta al passo o si la teroria dello spettatore vorrebbe. ribella a questo schema, la società dei giusti, dei belli e dei Di fronte alle ingiustizie, di fronte al pessimismo della normali comincia a guardarlo di sottecchi. Magari per un ragione si può vincere solo con l’ottimismo della pratica. Io po’ lo tollera pure, ma inesorabile arriva quel momento per pratica intendo quella sfida quotidiana tra il dentro il in cui risulta evidente che egli è fuori, tra l’oggettività e la soggetdisfunzionale al sistema e quindi tività, tra l’istituzione e la società, va eliminato, rinchiuso, allontache ci porta verso l’altro, a tessere nato giusto un po’ più in là. In relazioni a cercare di capire la modo da non dare fastidio, da complessità dell’umana esistenza. non essere visto. Che ci stimola a porci un unico Questo accade per due ragioni, grande obiettivo, nel marasma di una proviene da dentro, una obiettivi inutili che scandiscono da fuori, la prima è colposa, la la nostra quotidianità: morire seconda dolosa perché decisa a migliori di come si è nati. tavolino: si allontana l’anormalità, la miseria, il dolore perché, ©RIPRODUZIONE RISERVATA Tavola rotonda ad Aiello

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Con Slavich (e Basaglia) all’ombra dei ciliegi giapponesi di Vincenzo Compagnone E’ una sera di marzo del 1962 quando il giovane medico Antonio Slavich, esule fiumano, classe 1935, viene depositato da un taxi davanti al cancello dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, a due passi dal confine con la Jugoslavia. Lo ha chiamato il neodirettore Franco Basaglia, suo “maestro” nel reparto psichiatrico della clinica neurologica padovana del professor Belloni, che solo pochi mesi prima, nel novembre 1961, aveva vinto il concorso indetto dalla Provincia per sostituire Antonio Canor, morto improvvisamente in un incidente stradale vicino a Gradisca. Basaglia aveva chiesto al suo unico allievo, che stava trascorrendo un periodo di apprendistato nell’ospedale tedesco di Wurzburg, di collaborare con lui per avere almeno un alleato in quell’ambiente immobile e squallido, per lo più ostile, dove però sin dall’inizio lo psichiatra veneziano aveva fatto capire le sue intenzioni. Come quando, seguendo un rito consolidato, l’ispettore capo Michele Pecorari gli aveva sottoposto il registro delle misure di contenzione disposte dai medici nei confronti dei malati per la firma di autorizzazione, e Basaglia aveva risposto in dialetto, dopo un attimo di silenzio, “E mi no firmo!”. Comincia così, in “All’ombra dei ciliegi giapponesi”, un bellissimo libro postumo che si legge tutto d’un fiato come se fosse un romanzo (Slavich, che dopo Gorizia lavorò a Parma con Basaglia per poi dirigere gli ospedali psichiatrici di Ferrara e Genova-Quarto, è morto a Bolzano nel 2008) la narrazione di quei primi mesi e anni in cui prende avvio il lento e progressivo smantellamento dell’istituzione manicomiale. “Slavich, e pochi mesi prima Basaglia – spiega Franco Perazza, ex direttore del Csm e ora coordinatore dei progetti di recupero e valorizzazione del parco di via Vittorio Veneto, che ha incontrato il figlio dello psichiatra Carlo, cui si deve l’assemblaggio dello scritto con la trascrizione di numerose registrazioni, nonché la vedova Emma Maccà, vicentina, che fu farmacista a Villa San Giusto – si erano trovati di fronte a una massa informe di 600 reclusi, privati di ogni dignità, legati ai letti oppure agli alberi del giardino. Un mondo di sofferenza, violenza e annientamento di cui bisognava passo dopo passo scardinare le logiche, a forza di piccole conquiste quotidiane, senza avere neanche ben chiaro all’inizio dove si voleva arrivare ma lasciandosi guidare da un obiettivo ben preciso: prendersi cura degli internati, relazionarsi con loro facendosi raccontare la storia di ognuno, migliorarne la qualità della vita”. E in effetti, ogni azione che scalfisce quel mondo cristallizzato di degrado, sembra già una piccola riforma. All’arrivo a Gorizia nel manicomio prestavano servizio come primario il dottor Vittorio Alì, burbero e ancorato a metodi vecchio stampo, affiancato, nientemeno, da un dentista e da un dermatologo: il dottor Giuseppe Vrtovec, capostipite di una rinomata famiglia di dentisti, e il dottor Antonio Gobbo, noto “camminatore” che facilmente s’incontrava per le vie cittadine. Ma pian piano, intorno a Basaglia e a Slavich, vediamo aggregarsi il gruppo storico degli operatori che

costituirà l’equipe goriziana prima, per poi diffondere la riforma in altre regioni italiane: dall’elettroencefalografista Leopoldo Tesi a Maria Pia Bombonato, da Agostino Pirella a Domenico Casagrande (che assunsero la direzione dell’Opp quando Basaglia se ne andò nel 1969, per l’impossibilità di aprire strutture sul territorio ma anche perché scosso dal caso-Miklus e dai contrasti con Giovanni Jervis) da Giovanni Jervis, appunto, alla moglie psicologa Letizia Comba, da Lucio Schittar alla stessa Franca Ongaro Basaglia, valore aggiunto dell’equipe con il suo contributo anche al libro-manifesto sessantottino “L’istituzione negata”. Si ripercorrono i momenti dell’apertura dei cancelli (che, inizialmente, gli stessi malati andavano meccanicamente a richiudere), la nascita di quella “comunità terapeutica” che rendeva unico l’esperimento goriziano, le assemblee di reparto e tutto ciò che diventava il cuore e l’anima di un movimento destinato a sconvolgere il mondo, figuriamoci il tran tran della piccola Gorizia. Eppure la rivoluzione basagliana fu appoggiata, per almeno una decina d’anni, da amministratori illuminati che ne capirono l’importanza ma anche il prestigio che ne derivava: dall’assessore provinciale Luigi Marchesini, al suo successore Giuseppe Pecorari, allo stesso, equilibrato, presidente Chientaroli, all’avvocato Cesare Devetag che, da primo assessore alla sanità della Regione Friuli-Venezia Giulia, istituita nel 1963, si entusiasmò al progetto. “Colpisce – rileva Franco Perazza – la consapevolezza di quel gruppo di medici di doversi impegnare in una missione, con una dedizione totale, un vero radicalismo etico, e la necessità di mantenere sempre alto il livello della tensione. E si capisce che senza Gorizia non avrebbe poi potuto esserci Trieste, dove Basaglia portò a compimento dal 1971 in poi la sua rivoluzione, né la legge 180”. Dalle pagine del libro escono tante figure che ebbero ruoli particolari. Ne citeremo alcune: Mario Furlan detto Furio, caporedattore del Picchio, il giornale dell’Opp e anima del club Aiutiamoci a guarire. L’infermiere Francesco Valentinsig, direttore della Corale Seghizzi, che praticava la musicoterapia con i Carmina Burana di Orff. L’infermiere-capo Eraldo Fruttini, umbro, latin lover osannato dalle colleghe. Il paziente-pittore Velio Tofful, che, all’ombra dei ciliegi giapponesi che costeggiavano i vialetti, dipingeva una delle due gemelle di cui si era innamorato (e il “Ritratto di gemella”, Tintal su carta da pacchi, campeggiò fino al 1969 nello studio di Basaglia e lì rimase, finchè Slavich con un blitz negli anni 80 venne a riprenderselo per portarlo a Ferrara prima e Genova poi, dove nel 2000 Franca Ongaro, in visita al vecchio amico, lo vide e si commosse. Questo quadro fu testimone muto anche della scrittura del libro, nella casa di Bolzano: “Un libro – conclude Perazza – che tutti dovrebbero leggere, perché nella sua semplicità straccia pagine di dotte dissertazioni su quello che, per Gorizia, rappresentò Basaglia”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Kusterle: la censura è sempre una delusione, è come se il mondo, anziché svilupparsi, avesse ingranato la retromarcia di Eliana Mogorovich Le sue non sono solamente fotografie. Quando osserva una forma della natura, Roberto Kusterle comincia a trasfigurarla in una composizione che unisce lo scatto a pittura e scultura portando alla creazione di qualcosa di assolutamente originale. Vero stakanovista della ricerca e della sperimentazione in lavori che cercano l’impatto emotivo, persino straniante con il pubblico («Mi hanno spesso accusato di essere inquietante»), Kusterle è stato recentemente al centro di tre importanti eventi. Dall’11 maggio al 17 giugno alla Galleria Pilonova di Aidussina e dal 20 maggio fino al 15 luglio alla Galleria Spazzapan di Gradisca d’Isonzo è infatti impegnato in DKV, acronimo che nasconde i cognomi dei tre protagonisti della collettiva: Franco Dugo, lo stesso Kusterle e Giorgio Valvassori. La mostra, nata dal sodalizio fra i due musei ospitanti, è un omaggio a tre autori che nel corso della propria carriera hanno mantenuto un rapporto di continuità con la galleria Pilonova continuando nel contempo a rinsaldare i rapporti con il proprio territorio. Venerdì 8 giugno, inoltre, nelle sale della galleria StudioFaganel di via XXIV Maggio si è tenuta la presentazione di “Corpus ligneum”, ultima pubblicazione realizzata e curata dallo stesso autore che da circa otto anni si autoproduce un catalogo in cui raccoglie le ultime opere, presentate in un testo introduttivo di Francesca Alfano Miglietti. «Corpus ligneum – precisa - è diviso in cinque capitoli: si parte dal corpo che si interseca con il legno per giungere a una simbiosi totale che vede i corpi umani trasformarsi in legni bruciati e, viceversa, i tronchi essere interpretati come busti umani, attraversati da fasci di nervi e ramificazioni che fingono le ossa». Abbiamo chiesto all’artista come nascono questi lavori. “Parto sempre – rimarca Roberto Kusterle - dall’osservazione della natura, ma poi tutto si risolve in un esercizio di riflessione, in un continuo tormentarsi su come sviluppare dei particolari. Mi piace giocare con le tonalità tenui: nel mio lavoro non ho mai sentito il colore, nemmeno quando ho esordito nella pittura che poi ho abbandonato per la fotografia a cui ho abbinato, dal 2009, la conoscenza di photoshop. Le mie sono immagini senza tempo: non inserisco mai elementi di contemporaneità e tutto avviene sulla figura, una figura che ha sempre gli occhi chiusi per evitare la seduzione, il richiamo che sullo spettatore potrebbe inevitabilmente avere uno sguardo. Voglio invece che chi osserva si concentri sulla composizione dell’immagine, cogliendone i particolari che la costruiscono ma anche analizzando le texture che spesso impreziosiscono i corpi, che siano strati di argilla o allusioni ai tessuti come nei lavori a cui mi sto dedicando adesso”. Cosa vuoi raggiungere con le tue opere, obiettivamente piuttosto stranianti? “Personalmente cerco sempre di trovare una soluzione al groviglio di idee che ho in mente e che, a un certo punto, devo stoppare. Finisco così per creare dei mondi che non esistono ma sono simil-veri perchè risultato dell’unione di tante realtà combinate e trasformate in funzione di un equilibrio. Rispetto a chi osserva, il mio obiettivo è trasmettere un’emozione, anche quelle che si cercano di evitare”. Cosa pensi delle censure che ultimamente hanno investito l’arte isontina (dal no a una delle installazioni della mostra organizzata da Koiné al divieto di esporre

“Forza Itaglia” di Mariano Mazzelli nella sala Antiche Mura di Monfalcone, ndr)? “È sempre una delusione: l’arte non è mai volgarità ma volontà di esprimere pensieri attuali attraverso forme artistiche. Se le idee diventano visibili, se si concretizzano grazie alla mediazione degli autori, fanno più paura: e purtroppo il mondo sembra non si stia sviluppando ma abbia ingranato la retromarcia”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Roberto Kusterle

La polvere della soffitta di Michelstaedter diventa arte Il Premio Sergio Amidei, al quale il nostro giornale ha dedicato in questo numero la copertina e il paginone interno, ha confermato la sua collaborazione con lo StudioFaganel di viale 24 maggio che, per questa edizione, propone la mostra “Grigio in grigio” di Maria Elisabetta Novello. Per Novello il grigio è un colore tanto familiare quanto eloquente. Lo ritroviamo nelle sue opere realizzate utilizzando prevalentemente cenere e polvere, materie prime essenziali e non separate dal pensiero dell’artista, che sfrutta le loro caratteristiche per raccontare la labilità e la bellezza dell’esistenza. Particelle infinitesimali che derivano da qualcosa che non esiste più possono essere riunite a formare qualcosa di nuovo e diverso. Le potenziali identità sono molteplici come una gamma di grigi. Nei lavori di Novello – vetri, specchi, carte, teche, che ricompongono, fissano e conservano polvere e cenere – proprietà della materia e poetica sono in sintonia. Tra le varie opere l’artista presenta una serie dal titolo Sopralluoghi. Nell’intento di instaurare una relazione con la città che la ospita, Novello ha individuato un sito, dove ha compiuto un vero e proprio rilievo di polvere, cenere e di quant’altro il tempo ha sedimentato. Per l’esposizione a Gorizia questo luogo è stato la soffitta del palazzo Paternolli di piazza Vittoria, ritrovo del filosofo e poeta Carlo Michaelstaedter e dei suoi amici Nino Paternolli ed Enrico Mreule. Il transito dell’artista in questo spazio è solo un momento di un ciclo in cui il tempo continuerà a scorrere e le cose continueranno a depositarsi. Resteranno i lavori di Novello a sostenere che l’arte esiste nonostante la precarietà del mondo. La mostra sarà inaugurata allo StudioFaganel domenica 15 luglio alle 19.30. Il progetto grafico è di Andrea Occhipinti, le referenze fotografiche e video di Alessandro Ruzzier. (vi.co.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA 12


LETIZIA BATTAGLIA - L’amore, l’impegno e il coraggio di Felice Cirulli

Molto spesso, parlando di grandi fotografi, la mente vola verso i soliti nomi altisonanti: Capa, Bresson, McCurry, Erwitt, ecc. Molto spesso ci si dimentica che anche il nostro paese ha sfornato grandissime personalità nell’ambito della fotografia. Letizia Battaglia è stata ed è tuttora uno di questi grandi nomi. Nomen omen: dolcezza e pervicacia. Letizia è una donna che nel suo nome e nel suo cognome incarna esattamente la sua essenza e la sua storia di donna e di fotografa. Non ha mai voluto essere definita un’artista e desidera che le sue fotografie siano “strumenti” e non opere. Strumenti di lotta e di denuncia contro la mafia che ha condannato la sua Palermo e la sua Sicilia ad una guerra civile in perenne svolgimento, senza soluzione di continuità. In lei, nella reporter di cronaca nera, è emersa fin da subito una compassionevole attenzione ed un forte rispetto verso le vittime che era costretta a registrare nei sui scatti per la carta stampata. “Ho lavorato per L’Ora di Palermo dal 1974 al 1991. A ogni delitto ero obbligata a correre sul posto e a scattare, ma non avrei voluto. Mi veniva da vomitare, continuavo a sentire l’odore del sangue dappertutto, anche a casa mia. Mi costava molto dolore. Non ero una fotografa che documentava un conflitto estraneo. Ero nella mia isola, in mezzo a una guerra civile”. Nata nel 1935, ha vissuto la sua infanzia e la sua giovinezza spesso lontano dalla sua Sicilia. Avrebbe potuto vivere la sua vita lontana da Palermo, ma la sua città l’ha attratta a sé come una calamita. Dapprima giornalista, si è poi avvicinata alla fotografia in età non più giovanissima, nel 1974 in virtù del senso di appartenenza alla sua terra, rispondendo all’istinto che la invitava ad interpretare ed incarnare la lotta contro il male rappresentato dalla mafia. Donna in un mondo maschile e maschilista ha dovuto sgomitare per affermare il suo “mestiere”. La necessità di documentare i frequenti delitti di mafia è stata vissuta come una disperata passione: “Ho bisogno di essere vista, anche di essere sputata in faccia, ma io devo far vedere che sto facendo la foto…”. Il suo è stato l’approccio coraggioso di chi ha voluto utilizzare gli scatti come arma mediatica contro il male. Ha saputo accettare ed esorcizzare la paura con la sua voglia di documentare, di raccontare e di denunciare. Non ha fotografato solo la Palermo dei morti ammazzati, ma anche la Palermo dei quartieri degradati, delle periferie abbandonate, delle sue contraddizioni, della 13

gente “deturpata” dalla miseria, dalla mancanza di opportunità e dai suoi perenni problemi. Ha inoltre raccontato la Palermo opulenta, dell’eccesso e dell’ostentazione. Eppure, la sua non è una fotografia estetica, secondo lei non si può fotografare la “bellezza” quando questa è sovrastata dalla sporcizia etica e reale, dalla puzza e dalle nefandezze di una società piena di contraddizioni e di disequità. Prima donna a vincere il Premio Eugene Smith, ha affermato la sua fama in ragione delle innumerevoli fotografie legate ai delitti di sangue. Ma Letizia ha saputo regalarci anche degli splendidi ritratti, soprattutto di bambini e di ragazze adolescenti, che attraverso i loro sguardi comunicano il dolore e lo splendore della loro terra, la loro innocenza ed i loro sogni. Ha saputo documentare lutti ma anche feste, miserie ma anche ricchezze. Tutto attraverso il suo rispettoso sguardo fotografico, la sua delicatezza, la sensibilità ed il rispetto verso i suoi soggetti. Dice: “Un bravo fotografo non registra solo quello che vede ma registra quello che ha dentro.” La sua è una fotografia quasi autobiografica, lei la definisce “di disperazione”. Una fotografia che incarna la rassegnazione della sua giovinezza e il suo grande impegno civile. Le sue immagini di cronaca si sono differenziate da quelle degli altri reporter non tanto per i pregi di carattere compositivo o tecnico quanto per l’utilizzo che di esse l’autrice ha voluto farne: una denuncia forte e decisa contro le mafie. Ma proprio i più brutali ed efferati delitti mafiosi, quello di Falcone e di Borsellino con le loro scorte, hanno segnato uno spartiacque. Ad un certo momento della sua vita è stata tentata fortemente di cancellare il suo lavoro pensando di bruciare tutto il suo archivio di negativi. La disperazione ed il dolore stavano avendo il sopravvento. Per fortuna ciò non è avvenuto e quindi possiamo ammirare le immagini scattate da una donna che ha saputo far passare attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica analogica, ed imprimere sulla pellicola, tutto il suo amore, tutto il suo impegno e tutto il suo coraggio. Oggi, all’età di 83 anni è fortemente impegnata nel progetto di realizzare a Palermo un “Centro Internazionale di Fotografia” con l’idea di regalare alla città un museo, una galleria ed una scuola di fotografia che funzioni da catalizzatore per i nuovi giovani talenti della città e della Sicilia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


“Pro Polis”, quando l’apicoltura può diventare un mestiere di Oliviero Re è un’ottima opportunità e inoltre ha un impatto ambientale virtuoso. La produzione del miele infatti negli ultimi trent’anni si è progressivamente ridotta, fino ad arrivare ad essere il 25% di quella degli anni ’80. I motivi sono noti nel settore: clima, impatto dei pesticidi, arrivo di insetti alieni nocivi e intensificarsi delle patologie endemiche. La scomparsa delle api avrebbe un impatto devastante sull’ecosistema e la sua biodiversità, venendo a mancare un importantissimo vettore impollinante. Perché non attivarsi quindi e cogliere due piccioni con una fava? In questa fase sperimentale però, il miele è destinato all’autoconsumo.

Il 2018 è un anno pieno di iniziative per il Nazareno, il Cas che ospita il maggior numero di migranti a Gorizia. Tra le varie iniziative si sta distinguendo per partecipazione ed entusiasmo Pro Polis, un programma sperimentale di apicoltura per richiedenti asilo. Il progetto nasce da spirito filantropico, e passione per queste piccole instancabili lavoratrici, di Alvise Riccato, un apicoltore locale. Il programma ha tre obbiettivi: offrire un possibilità formativa ai richiedenti asilo in modo da favorirne l’inserimento professionale autonomo, formare delle persone in grado di gestire un apiario nel rispetto della peculiarità delle api e dell’ecosistema e divulgare una cultura ambientale che oggigiorno stenta a decollare a livello globale.

“Questa iniziativa si pone al centro di quell’elenco di iniziative in cui si concretizza il senso di apertura dell’accoglienza degli ospiti del Nazareno nei confronti della realtà esterna. Tutto è stato finalizzato a costruire ed acquisire un bagaglio di esperienza e di attitudine tale da poter svolgere tale attività anche al di fuori di un contesto come quello del Nazareno, magari anche costituendo delle vere e proprie start-up” spiega Francesco Isoldi, direttore del centro.

L’addestramento teorico è iniziato durante la primavera con due mini-corsi teorici di 6 ore di introduzione all’apicoltura che hanno raccolto l’adesione di 15 partecipanti ciascuno. Attualmente il corso sta procedendo con l’addestramento sul campo e continuerà per tutta la stagione apistica, fino all’invernamento delle famiglie d’api che avverrà in ottobre. L’obiettivo è quello di assegnare ad ogni studente un’arnia entro l’inizio del prossimo anno, la quale diventerà il suo laboratorio personale dove poter imparare a gestire una famiglia d’api con la supervisione del referente. La continuazione del percorso formativo prevede anche la manutenzione e costruzione di arnie e melari, la produzione di altri prodotti dell’alveare (cera, polline, propoli) e la promozione di mieli locali come il tiglio goriziano.

La filosofia con cui viene gestita la struttura è infatti quella di accoglienza non meramente assistenziale ma diretta all’emancipazione ed a fornire ai richiedenti gli strumenti per rendersi autonomi ed affrontare il mondo esterno con un bagaglio di conoscenze in più, per un’integrazione realmente efficace. E la migliore ricetta per concretizzare questo sforzo è trasmettere le proprie passioni, energia e valori. Parlare con Alvise rammenta proprio questo: “In questo modo, vedo negli occhi e sento nelle parole delle persone, la meraviglia e lo stupore per la bellezza della vita in un alveare, dove tutti i membri collaborano attivamente, senza risparmiarsi, per il raggiungimento dell’obiettivo comune che è la sopravvivenza della propria famiglia, rispettando la gerarchia e la propria regina che nasce dall’uovo di un’ape qualsiasi ma che si trasforma nel leader del gruppo. E’ bello avere il privilegio d’imparare dalle api e raccontarlo ad altre persone sperando che s’innamorino a tal punto dell’apicoltura da farla diventare la loro nuova professione.” Non c’è da stupirsi quindi quando un suo alunno, assorto e affascinato dal processo di estrazione del miele dai favi, pronuncia quasi sottovoce le bellissime parole. “Guarda come Dio fa le cose ordinate. Siamo noi uomini che facciamo solo confusione.” Un pensiero che possiamo estendere tranquillamente a qualunque Dio ed a qualunque uomo.

Purtroppo, l’avvio dell’attività apistica necessità di investimenti economici che un richiedente asilo non è in grado di sostenere. Perciò Alvise ha deciso di mettere a disposizione gratuitamente le attrezzature riducendone così l’impatto dei costi di gestione per l’ente patrocinante. Alvise però pensa in grande. “Pro Polis è progettato per essere permanente, in modo da offrire un aiuto continuativo ad un numero crescente di persone, “non limitato cioè al periodo di permanenza al Nazareno. Contrariamente infatti a quanto la propaganda xenofoba urla ai quattro venti, i migranti non vengono in Italia per farsi mantenere e fare la bella vita. Se domandi loro “Perché sei venuto in Europa?” sentirai solo due risposte: “Sono fuggito” e “Lavoro”. Purtroppo il lavoro oggigiorno non è più un diritto ma un privilegio, e si stima che passeranno anni prima di tornare ai livelli occupazionali pre-crisi… politiche permettendo. Allora perché non crearlo il lavoro? L’attività apistica

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Estate insieme 2018: gioco, divertimento e tanto altro ancora di Stefania Panozzo Nella storia di Gorizia dal 1989 al 2015 generazioni di ragazzi dai 9 ai 14 anni hanno potuto giocare e divertirsi ogni estate al San Luigi. Il periodo dalla seconda metà di giugno alla prima metà di luglio era quello favorevole per insegnare ai più piccoli a crescere da buoni cristiani e onesti cittadini proprio come voleva don Bosco per i suoi ragazzi. Alla fine dell’estate del 2015 purtroppo è arrivata la notizia che a partire dal settembre di quell’anno il San Luigi sarebbe diventato una casa d’accoglienza per i minori stranieri non accompagnati. L’unica soluzione possibile per tenere in vita non solo l’Estate insieme, ma anche tutte le attività indirizzate ai giovani era quella di trasportarle nelle due parrocchie principali dell’Unita’ pastorale salesiana: San Giuseppe artigiano e Santi Vito e Modesto. Organizzando l’Estate insieme del 2016, gli animatori più grandi e il giovane salesiano che li seguiva hanno deciso che l’unico modo per continuare la tradizione era quello di sdoppiare la manifestazione: cioè un’unico centro estivo in due parrocchie diverse. Alcune cose rimangono comuni: la segreteria, l’equipe degli animatori delle superiori che durante l’anno si formano insieme, gli adulti che danno una mano. Altre sono sdoppiate come le attività e tutto ciò che riguarda quello che viene fatto nelle singole giornate. All’inizio sono state tante le perplessità riguardanti gli spazi e altri aspetti come l’assenza di un servizio mensa. Erano molti quelli che prevedevano un calo delle iscrizioni a causa di questi problemi, ma a quanto pare la voglia di fare il bene dei più piccoli è più forte di qualsiasi perplessità. Dal lunedì al venerdì, così, anche quest’anno circa 250 ragazzi dai 9 ai 14 anni si divertono e imparano a convivere tra di loro e con le persone più grandi. Non ci sono solo gli animatori che diventano il loro punto di riferimento, ma anche la Comunità animatori e i tre giovani salesiani ( Massimiliano, Marco e Don Paolo) che diventeranno sicuramente loro amici. La giornata tipo prevede tante cose: un momento di preghiera e riflessione all’inizio della giornata durante il quale i ragazzi prendono un impegno che si ripromettono di seguire e affidano la giornata al Signore. Alle 10 comincia l’ora di attività e poi c’è la ricreazione che chiude la prima parte della mattina. Dopo ricreazione è il momento dei grandi giochi o dei tornei durante il quale i ragazzi hanno la possibilità di cimentarsi in uno sport o di aiutare la propria squadra a vincere il grande gioco. Per chi non vuole giocare c’è la possibilità di sostenere la squadra facendo il tifo. Alla fine della mattinata c’è la preghiera del pranzo. Si può andare anche a pranzare a casa e tornare alle 14 mentre chi resta a pranzo ha due possibilità. Se è un ragazzo mangia il pranzo al sacco, se è un’animatore, invece, può usufruire di un pasto caldo. Dal momento che solo a San Giuseppe artigiano c’è la cucina, qualche animatore più grande si rende disponibile a trasportare le pentole in macchina fino a Piazzutta così anche gli animatori che fanno servizio ai ragazzi delle elementari hanno la possibilità di mangiare la pasta. Alle 14 comincia il pomeriggio che ha più o meno la stessa scansione della mattina. Le uniche modifiche sono le attività che devono essere diverse e i grandi giochi- tornei. Alle 16. 30 si conclude la giornata, ma prima c’e’ un momento in cui i ragazzi ripensano all’impegno che si sono presi all’inizio di essa. Tuttavia, l’organizzazione della giornata è un po’ elastica e può essere modificata a seconda delle esigenze. Il giorno in cui c’è l’incontro con gli altri centri estivi in Piazza Vittoria, la mattina è occupata totalmente dall’evento e al pomeriggio c’è l’ora di attività come ogni giorno (con la differenza che volendo si può fare quella che non è stata svolta alla mattina) e si svolgono solo i tornei dal momento che i

ragazzi hanno giocato tutta la mattina). In questi ultimi anni i ragazzi hanno avuto come compagni di strada personaggi come Indiana Jones e Ralph spacca tutto, per quest’anno sono stati chiamati a riflettere sulle proprie emozioni seguendo l’esempio dei personaggi del cartone animato “Inside out”. La scelta si sta rivelando azzeccata, perché le emozioni che proviamo fanno parte di noi e crescono con noi. Per tutti i ragazzi che nel corso degli anni hanno frequentato l’Estate insieme il mercoledì c’e’ la possibilità di andare in gita. Ci sono state tante destinazioni diverse, ma ce n’è una comune alle varie generazioni: l’Aquasplash di Lignano. Le gite sono occasioni di divertimento e per stare all’aria aperta facendo qualcosa di diverso che aiuta a spezzare almeno un po’ la routine giornaliera. Chi non va in gita, poi, approfitta per stare a casa un giorno e riposarsi un po’. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

E’ necessario investire sui giovani Un pastorello gridava al lupo, per divertimento, quando il lupo venne davvero nessuno, del paese, gli credette. Possiamo immaginare la fine che fece il pastorello e le sue “pecorelle”. Oggi molti politici gridano all’invasione, al nemico…al nazionalismo, sperando di ottenere un proprio vantaggio elettorale, ma con questo continuo allarmismo potrebbero far risvegliare il “lupo”, il mostro dell’Umanità: la guerra. L’Europa conosce molto bene le sue dure conseguenze. I conflitti, di solito, nascono per una scorretta comunicazione e interpretazione delle parole usate. Saper dialogare, mantenendo fermi i principi della Democrazia, dovrebbe essere il “libro sacro” di chi si assume il ruolo di governo. Quali sono, invece, i programmi di investimento sulle future generazioni? Questa è la domanda a cui dovremmo veramente rispondere. Il calo demografico, della popolazione Italiana ed Europea, necessita di una presa di posizione urgente, nei prossimi anni i costi sociali ed economici, dovuti all’invecchiamento di cittadini, diverranno esponenziali. Abbiamo, già, oggi bisogno di giovani preparati e consapevoli del loro tempo, anche per questo una corretta e necessaria gestione dell’immigrazione dove essere all’attenzione di tutti. La sostituzione demografica ha bisogno di obiettivi di lungo periodo e soprattutto di un clima di serena fiducia nel futuro. (re)

La top five della Libreria Voltapagina 1) “La splendente” di Cesare Sinatti 2) “Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città” di Khaled Khalifa 3) “L’occhio del faro” di Heine Bakkeid 4) “Ostracismo” di Veit Heinichen 5) “La banda dei cinque” di Enid Blyton 15


Ricordo di Ettore Romoli, il fascino discreto del potere di Vincenzo Compagnone

Ettore Romoli è stato senza ombra di dubbio uno degli uomini politici più potenti e influenti della storia di Gorizia. Il suo palmares, in tempi in cui l’alterazione del curriculum sembra diventato lo sport nazionale, parla chiaro: senatore, deputato, coordinatore regionale di Forza Italia (di cui era stato tra i fondatori a livello locale), e poi sindaco per due consiliature. Per finire con quella carica di presidente del consiglio regionale così fortemente voluta, a costo di mettere irreparabilmente a repentaglio la propria salute, e mantenuta per meno di un mese e due sole sedute nel palazzo triestino di via Oberdan. Un potere che, tuttavia, “Ettore Magno” ha esercitato sempre con stile e discrezione, intelligenza e sottile ironia: doti che stemperavano le diversità di vedute anche con gli avversari politici più distanti, al punto di guadagnarsi attestati di stima trasversali in virtù di un’autorevolezza e un savoir-faire riconosciuti da tutti. Certamente, aveva anche lui i suoi nemici, spesso – come si è visto con l’ignobile balletto di accuse attorno al suo letto d’ospedale in Terapia intensiva a Udine, per una meschina questione di poltrone - più all’interno della sua stessa area politica che fuori. Un fuoco amico, oltre che squallido, abbastanza singolare dato che prendeva di mira un uomo che, a 80 anni, era riuscito ad essere il recordman di preferenze alle Regionali in Forza Italia, facendo ancora una volta brillare, a Gorizia, la stella di un partito berlusconiano sempre più offuscata a livello nazionale dall’arrembante Lega del ministro della Paura Matteo Salvini, in perenne campagna elettorale sulla pelle dei migranti. Ma anche questo, in fondo, altro non era che una dimostrazione della sua autonomia e indipendenza di giudizio anche nei confronti di colleghi di partito, che non rinunciava a manifestare quando riteneva qualche scelta sbagliata (vedi, tanto per fare un esempio in chiave locale, la netta contrarietà alla riapertura della galleria Bombi decisa dal suo successore Rodolfo Ziberna). Con la sua faccia gommosa da caratterista che si apriva all’immancabile sorriso, Romoli era un fiorentino atipico: schivo, riservato al limite della timidezza, allergico ai lunghi discorsi e alle perdite di tempo. Fosse dipeso da lui, da sindaco avrebbe fatto due o tre consigli comunali all’anno e avrebbe governato col minimo sindacale di assessori: tanto, le decisioni erano comunque sua prerogativa e durante le sedute dell’assemblea civica, che teneva in pugno come un preside con i suoi scolaretti, alle interrogazioni replicava quasi sempre di persona, dimostrando di conoscere ogni situazione, dalle tematiche del Gect (la sua creatura più riuscita, a dispetto di chi poteva immaginare una scarsa propensione a collaborare con la Slovenia, anche in virtù di un passato da consigliere missino) al dissesto del marciapiede più periferico (l’arredo urbano era uno dei suoi chiodi fissi). Chi scrive, si era scontrato alcune volte con lui, in particolare su due questioni. Innanzitutto la sanità: ritenevo che Romoli non avesse mai prestato particolare attenzione alla salvaguardia di strutture e servizi goriziani, forse non era nelle sue corde o, chissà, su certi argomenti a prevalere era una sorta di fatalismo che talvolta sembrava attanagliarlo. E poi la difesa della redazione goriziana del Messaggero Veneto (del quale ero caposervizio), defunta nel 2012 con la perdita di posti di lavoro non perché le vendite andassero male o fossero calate, ma per mere logiche editoriali che consideravano comunque una diseconomia mantenere due testate, il Piccolo e il Messaggero appunto, in una piccola città come Gorizia. Quando, a fronte della chiusura della nostra sede di via Codelli, optai per un prepensionamento con 5 anni di anticipo conservando peraltro un contratto di collaborazione, Romoli fece un gesto che non mi aspettavo e che apprezzai moltissimo, soprattutto perché accompagnato da parole sentite, non di circostanza: consegnò, con una cerimonia in Sala Bianca, a me e al collega Tonino Barba del Piccolo, il sigillo della città, come riconoscimento per l’attività professionale svolta. “Guarda – gli dissi in quell’occasione – che sulla sanità continuerò, da collaboratore, a incalzarti”,

e lui aggrottò la fronte, col solito sorriso accompagnato da una smorfia di rassegnazione. Da allora in poi, peraltro, cominciai a vedere Romoli sotto una luce diversa: addolcito nel carattere, più disponibile al dialogo e alla battuta quando lo incontravo alla Conad a fare la spesa o a spasso con le nipotine (condizione che ci accomunava). Fuori dal Municipio e dalla sua bella casa di via Leopardi, che un amico comune definiva “il Vittoriale” e dove collezionava quadri di pregio e soldatini di piombo, mi sembrava talvolta una persona sola, come quando si aggirava in centro con l’orecchio incollato al cellulare (cosa che faceva imbestialire la sua impareggiabile portavoce e filtro col mondo esterno, Patrizia Artico). L’ultima immagine che ho di lui è quella di un uomo stanco, smagrito, tormentato dalla febbre in tutta la campagna elettorale: un “potente” diventato improvvisamente fragile (“Il medico dice che è colpa della sinusite…Mah”) ma che non rinunciava a lottare. Non volendo rassegnarsi, come diceva spesso, a fare il pensionato ai giardinetti, l’ultima battaglia, in ogni caso, l’ha vinta lo stesso: non tanto quella per la presidenza del consiglio regionale, né soprattutto quella contro la malattia, quanto quella per rimanere nel cuore della sua gente e di chi gli voleva bene: le migliaia di persone che, al funerale, gli hanno tributato applausi a profusione, non erano certo lì perché faceva troppo caldo per andare al mare. Su parecchie cose le nostre idee, caro Ettore, non collimavano, ma ora che non ci sei più come punto di riferimento in Regione, io, e tutti questi goriziani ci sentiamo comunque un po’ più soli. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Gorizia News & Views Non facciamo di tutta l'erba un fascio Reg. Trib. Gorizia n. 1/2017 dd 11/12/2017 mensile del Mosaico & APS Tutti Insieme sede Nazareno - Gorizia, via Brigata Pavia 25 gorizianewsandviews01@gmail.com DIRETTORE RESPONSABILE Vincenzo Compagnone REDAZIONE Eleonora Sartori (vice direttore) Ismail Swati Rafique Saqib Manuela Ghirardi Marta di Benedetto Federica Valenta Felice Cirulli Renato Elia Eliana Mogorovich Timothy Dissegna Anna Cecchini Stefania Panozzo Oliviero Re STAMPA Cooperativa Sociale Thiel Sede operativa Fiumicello: Via Libertà 11, 33050 Fiumicello (UD) CF e P.IVA 01023280314 N.Iscr. Albo Naz. Coop.: A133094

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July 2018  
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