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I nottambuli(Nighthawks, 1942) di Edward Hopper
Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: n°258 del 17/10/2018 ANNO 7, n.9/10
“Amoglianimali” Bellezza
Da leggere (o rileggere)
Da vedere/ascoltare
Di tutto e niente
Il desco dei Gourmet
Il personaggio
Il tempo della Grande Mela
Comandacolore
Incursioni
In forma
In movimento
Lavori in corso
Primo piano
Salute
Scienza
Sessualità
Stile Over
Volontariato & Associazioni
Minnie Luongo
Marco Rossi
Alessandro Littara
Antonino Di Pietro
Mauro Cervia
Andrea Tomasini
Paola Emilia Cicerone
Flavia Caroppo
Marco Vittorio Ranzoni
Giovanni Paolo Magistri
Maria Teresa Ruta
Attilio Ortolani
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Classe 1951, laureata in Lettere moderne e giornalista scientifica, mi sono sempre occupata di medicina e salute preferibilmente coniugate col mondo del sociale. Collaboratrice ininterrotta del Corriere della Sera dal 1986 fino al 2016, ho introdotto sulle pagine del Corsera il Terzo settore, facendo conoscere le principali Associazioni di pazienti.Ho pubblicato più libri: il primo- “Pronto Help! Le pagine gialle della salute”- nel 1996 (FrancoAngeli ed.) con la prefazione di Rita Levi Montalcini e Fernando Aiuti. A questo ne sono seguiti diversi come coautrice tra cui “Vivere con il glaucoma”; “Sesso Sos, per amare informati”; “Intervista col disabile” (presentazione di Candido Cannavò e illustrazioni di Emilio Giannelli).
Autrice e conduttrice su RadioUno di un programma incentrato sul non profit a 360 gradi e titolare per 12 anni su Rtl.102.5 di “Spazio Volontariato”, sono stata Segretario generale di Unamsi (Unione Nazionale Medico-Scientifica di Informazione) e Direttore responsabile testata e sito “Buone Notizie”.
Fondatore e presidente di Creeds, Comunicatori Redattori ed Esperti del Sociale, dal 2018 sono direttore del magazine online Generazioneover60.
Quanto sopra dal punto di vista professionale. Personalmente, porto il nome della Fanciulla del West di Puccini (opera lirica incredibilmente a lieto fine), ma non mi spiace mi si associ alla storica fidanzata di Topolino, perché come Walt Disney penso “se puoi sognarlo puoi farlo”. Nel prossimo detesto la tirchieria in tutte le forme, la malafede e l’arroganza, mentre non potrei mai fare a meno di contornarmi di persone ironiche e autoironiche. Sono permalosa, umorale e cocciuta, ma anche leale e splendidamente composita. Da sempre e per sempre al primo posto pongo l’amicizia; amo i cani, il mare, il cinema, i libri, le serie Tv, i Beatles e tutto ciò che fa palpitare. E ridere. Anche e soprattutto a 60 anni suonati.





è presidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale e responsabile della Sezione di Sessuologia della S.I.M.P. Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Ha partecipato a numerose trasmissioni televisive e come esperto di sessuologia a numerosi programmi radiofonici. Per la carta stampata collabora a varie riviste.
è un’autorità nella chirurgia estetica genitale maschile grazie al suo lavoro pionieristico nella falloplastica, una tecnica che ha praticato fin dagli anni ‘90 e che ha continuamente modificato, migliorato e perfezionato durante la sua esperienza personale di migliaia di casi provenienti da tutto il mondo
PLASTICO presidente Fondatore dell’I.S.P.L.A.D. (International Society of PlasticRegenerative and Oncologic Dermatology), Fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, è anche direttore editoriale della rivista Journal of Plastic and Pathology Dermatology e direttore scientifico del mensile “Ok Salute e Benessere” e del sito www.ok-salute.it, nonché Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia (Facoltà di Medicina e Chirurgia).
è sicuramente il più conosciuto tra i medici veterinari italiani, autore di manuali di successo. Ha cominciato la professione sulle orme di suo padre e, diventato veterinario, ha “imparato a conoscere e ad amare gli animali e, soprattutto, ad amare di curare gli animali”. E’ fondatore e presidente della Onlus Amoglianimali, per aiutare quelli più sfortunati ospiti di canili e per sterilizzare gratis i randagi dove ce n’è più bisogno.
giornalista scientifico, dopo aver girovagato per il mondo inseguendo storie di virus e di persone, oscilla tra Roma e Spoleto, collaborando con quelle biblioteche e quei musei che gli permettono di realizzare qualche sogno. Lettore quasi onnivoro, sommelier, ama cucinare. Colleziona corrispondenze-carteggi che nel corso del tempo realizzano un dialogo a distanza, diluendo nella Storia le storie, in quanto “è molto curioso degli altri”.





classe 1957, medico mancato per pigrizia e giornalista per curiosità, ha scoperto che adora ascoltare e raccontare storie. Nel tempo libero, quando non guarda serie mediche su una vecchia televisione a tubo catodico, pratica Tai Chi Chuan e meditazione.
Per Generazione Over 60, ha scelto di collezionare ricordi e riflessioni in Stile Over.
Barese per nascita, milanese per professione e NewYorkese per adozione. Ha lavorato in TV (Studio Aperto, Italia 1), sulla carta stampata (Newton e Wired) e in radio (Numbers e Radio24). Ambasciatrice della cultura gastronomica italiana a New York, ha creato Dinner@Zia Flavia: cene gourmet, ricordi familiari, cultura e lezioni di vera cucina italiana. Tra i suoi ospiti ha avuto i cantanti Sting, Bruce Springsteen e Blondie
Milanese DOC, classe 1957, una laurea in Agraria nel cassetto. Per 35 anni nell’industria farmaceutica: vendite, marketing e infine comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista, fumatore di Toscano e motociclista della domenica e -da quando è in pensione- anche del lunedì. Guidava una Citroen 2CV gialla molto prima di James Bond.
COMANDACOLORE è uno Studio di Progettazione Architettonica e Interior Design nato dalla passione per il colore e la luce ad opera delle fondatrici Antonella Catarsini e Roberta D’Amico. Il concept di COMANDACOLORE è incentrato sul tema dell’abitare contemporaneo che richiede forme e linguaggi mirati a nuove e più versatili possibilità di uso degli spazi, tenendo sempre in considerazione la caratteristica sia funzionale che emozionale degli stessi.
MONICA SANSONE VIDEOMAKER
operatrice di ripresa e montatrice video, specializzata nel settore medico scientifico e molto attiva in ambito sociale.
-10
Generazione F
Crisi del settimo anno? Per noi di Generazione Over 60 é una festa! Editoriale di Minnie Luongo
-12Foto d’autore
Un cuore si trova sempre Di Francesco Bellesia
-14Salute
Ageismo: la discriminazione invisibile che colpisce l’età anagrafica Di Danilo Ruggeri
20Scienza
UGIS: una lunga storia pronta al futuro Di Minnie Luongo
-23MEDIcA
La leggerezza della solitudine Di Edoardo Rosati -

25-
Leone ascendente giornalista
Due donne- si chiamano Solitudine e Attesa- aspettano non si sa cosa
Di Luciano Ragno
-30-
Versi Di...versi
Beata solitudo?
Di Bruno Belletti
--32-
Di tutto e niente Solitudini
Di Andrea Tomasini
-34MEDIcA
Un caso clinico natalizio: Scrooge e la medicina dell’empatia
Di Edoardo Rosati
-37-
Dal nostro archivio
Le canzoni di Natale
Di Paola Emilia Cicerone

EDITORIALE
E siamo arrivati al settimo anno, considerato in genere una tappa difficile per una coppia, e per noi invece occasione di festeggiamento. Sono passati proprio sette anni da quando, l’11 dicembre 2018, presentavamo il primo numero di questo magazine ospiti della Fast (Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche), grazie al collega Alberto Pieri. In copertina, oltre all’immancabile candelina, trovate una foto in cui fra gli altri si riconoscono Giovanni Caprara, presidente UGIS (Unione Giornalisti Scientifici Italiani), che aveva firmato un bell’articolo su Paolo Nespoli, il quale l’anno precedente aveva realizzato la sua terza missione spaziale a 60 anni compiuti, e poi Paola Emila Cicerone (che già in quel primo numero dava vita alla sua intelligente e seguita rubrica intitolata “Stile Over”), il dottor Alessandro Littara, sempre disponibile per consigli medici rivolti ai maschietti… Al centro la sottoscritta, entusiasta ed eccitata per questa nuova avventura.
Da lì a poco sarebbe esploso il Covid e tante altre vicende che mai avremmo immaginato. Ma io quel pomeriggio ero lì, serena come poche volte, nonostante stessi per entrare in ospedale per un intervento. Sentivo l’affetto e la spirito di squadra di tanti amici e colleghi prestigiosi che subito si erano uniti a me in questa iniziativa: da Andrea Tomasini e il suo “Di tutto e niente”, al dermatologo italiano forse più conosciuto, Antonino Di Pietro, all’altrettanto noto e valente veterinario, il dottor Mauro Cervia, al sessuologo Marco Rossi, a Francesco Bellesia con le sue “Foto d’Autore”, a Marco Ranzoni, con il suo acume unito a rara ironia nella rubrica “Incursioni”, alla psicoterapeuta Rosa Mininno…. Chiedo scusa se mi è impossibile nominare tutti, compreso chi ha fatto solo un pezzo di strada assieme spiegandoci la disabilità: l’indimenticato amico fraterno Antonio Giuseppe Malafarina.
Tanti altri si sarebbero uniti a noi nel corso di questi anni, a partire da Flavia Caroppo, corrispondente da New York, per continuare con i “Versi di…versi” di Bruno Belletti, e con gli spunti di salute scritti da Danilo Ruggeri, laureato in medicina e giornalista scientifico.
Fino ad arrivare al botto recente: l’entrata in redazione del maestro Luciano Ragno con la rubrica “Leone ascendente giornalista” e “MEDIcA” (non lasciarsi fuorviare dal titolo…la medicina c’è ma da un punto di vista particolare) della penna insuperabile di Edoardo Rosati: due giornalisti per i quali bisogna srotolare un red carpet, almeno virtuale.
Impossibile non ringraziare qui l’insuperata matita di Attilio Ortolani (per tanti anni collega al “Corriere Salute” del Corriere della Sera) le cui vignette – pur essendo riduttivo chiamarle così- hanno sempre chiuso in bellezza il magazine con la pagina finale. Quando Attor (questa la sua sigla) è venuto a mancare,
ha continuato comunque a deliziarci con il suo umorismo grazie alla generosità della figlia Katja che ha seguitato a fornirci i disegni del papà.
Infine, un grazie enorme per la pazienza al nostro Walter, che ha reso possibile l’impaginazione di Generazione Over 60 anche quando i tempi erano più che ristretti.
Il mio grazie più sincero si estende, oltre a chi ho involontariamente dimenticato, a tutti gli amici, i lettori, i follower che ci seguono con costanza sui social. Senza dimenticare chi ci permette, materialmente, di continuare a impreziosire sempre maggiormente i contenuti della rivista.
Ecco perché tanti auguri a tutti per questi meravigliosi primi sette anni!




Sono nato ad Asti il 19 febbraio del 1950 ma da sempre vivo e lavoro a Milano. Dopo gli studi presso il liceo Artistico Beato Angelico ho iniziato a lavorare presso lo studio di mio padre Bruno, pubblicitario e pittore. Dopo qualche anno ho cominciato ad interessarmi di fotografia, che da quel momento è diventata la professione e la passione della mia vita.
Ho lavorato per la pubblicità e l’editoria ma contemporaneamente la mia attenzione si è concentrata sulla fotografia di ricerca, libera da vincoli e condizionamenti, quel genere di espressione artistica che oggi ha trovato la sua collocazione naturale nella fotografia denominata FineArt.
Un percorso parallelo che mi ha consentito di crescere e di sviluppare il mio lavoro, una sorta di vasi comunicanti che si sono alimentati tra di loro. Molte sono state le mostre allestite in questi anni e molte le manifestazioni alle quali ho partecipato con premi e riconoscimenti.
Continuo il mio percorso sempre con entusiasmo e determinazione… lascio comunque parlare le immagini presenti sul mio sito.
AGEISMO: LA DISCRIMINAZIONE INVISIBILE CHE COLPISCE L’ETÀ ANAGRAFICA
C’è un pregiudizio silenzioso che trasforma l’età in una barriera e isola gli Over in una nuova solitudine. La società che teme l’invecchiamento finisce per rimuovere la bellezza della continuità, dell’esperienza, della maturità creativa
Di Danilo Ruggeri – giornalista medico-scientifico
Introduzione

A un certo punto della nostra vita qualcuno ci dice che “ormai è tardi”. Tardi per cambiare, per imparare, per creare.
Tardi perfino per sognare.
Eppure la storia continua a smentire questa voce stanca: Pablo Picasso dipingeva all’alba dei 90 anni con l’urgenza di un ventenne; Rita Levi Montalcini entrava in laboratorio quando altri avrebbero scelto il riposo; Toni Morrison scriveva ancora con l’intensità di chi vede ogni storia come la prima e l’ultima; Renzo Piano continua a progettare nuovi capolavori architettonici; Andrea Camilleri ha continuato a scrivere i suoi romanzi fino alla fine dei suoi giorni; Ennio Morricone ha composto colonne sonore e diretto concerti fino a oltre 90 anni.
Viviamo in un’epoca che celebra la giovinezza come unica stagione possibile del talento, mentre mette tra parentesi tutto ciò che viene dopo. È l’ ageism o ageismo tradotto in italiano, cioè il pregiudizio silenzioso che trasforma l’età in una barriera, un fenomeno che contribuisce a marginalizzare gli individui anziani in molteplici contesti. Nonostante la maggior parte delle persone senior mantenga buona salute e capacità, prevalgono stereotipi di fragilità e incompetenza che influenzano negativamente l’accesso alle opportunità e ai servizi, ivi compresi quelli sanitari. Ma se guardiamo davvero alla cultura, all’arte, alla letteratura, ci accorgiamo che la creatività ha un respiro più lungo della nostra idea di “vecchiaia”. Questo articolo è un invito a ribaltare lo sguardo, focalizzandoci in particolare sui risvolti socio-sanitari di questa interpretazione fortemente limitativa della cosiddetta terza età.
Il problema dell’ageismo

L’ageismo – la discriminazione basata sull’età anagrafica – è un termine coniato negli anni ’60 dal gerontologo Robert Butler per descrivere il “processo di discriminazione nei confronti degli individui anziani”
Con l’invecchiamento demografico globale, che prevede un aumento significativo della popolazione over 65 nei decenni a venire, diventa sempre più urgente comprendere e combattere l’ageismo per costruire una società più equa e inclusiva. Tale sfida coinvolge ambiti diversi, dalla rappresentazione mediatica al mondo del lavoro, fino alle pratiche sanitarie, come evidenziato nei casi di limitazioni nella prescrizione farmacologica basata esclusivamente sull’età, che rischiano di compromettere la qualità delle cure. Contrastare l’ageismo significa sia modificare atteggiamenti culturali che adottare politiche e pratiche basate su valutazioni personalizzate che rispettino la diversità delle condizioni individuali.
La Carta di Firenze Contro l’Ageismo
Il fenomeno sociale dell’ageismo è stato identificato dal Decennio delle Nazioni Unite per l’Invecchiamento Sano (2021–2030) come un ostacolo globale che limita le opportunità degli anziani di contribuire alla società e di condurre una vita appagante. Riconoscendo questa sfida, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha istituito la Campagna Globale per Combattere l’Ageismo.
In questo contesto cruciale, un gruppo internazionale di esperti di geriatria, capitanati dal professor Andrea Ungar, geriatra e cardiologo dell’Università di Firenze, ha elaborato la Carta di Firenze Contro l’Ageismo, un documento fondamentale che denuncia come l’ageismo sia pervasivo e dannoso all’interno dei sistemi sanitari, e propone azioni concrete per affrontare questa piaga e promuovere la longevità sana.
Nonostante la massiccia crescita del numero e della percentuale di persone anziane nella popolazione mondiale e l’aumento della prevalenza di multimorbilità e disabilità, l’assistenza agli anziani rimane insoddisfacente. Per centinaia di anni, l’approccio medico si è concentrato sulla diagnosi, gestione e cura di singole malattie. Il mantra “un paziente—un problema” (one patient—one problem) ha prevalso. Questo modello è in profondo conflitto con l’attuale profilo dei pazienti, che sono prevalentemente affetti da condizioni croniche multiple che influenzano negativamente la loro funzione fisica e cognitiva.
L’ageismo è una barriera sostanziale che impedisce di valorizzare e investire in un’assistenza socio-sanitaria che corrisponda alle nuove esigenze della popolazione che invecchia. L’ageismo non è solo istituzionale, ma può essere anche interiorizzato dagli anziani stessi (auto-ageismo), portandoli a credere che l’età avanzata sia un periodo di inevitabile declino. Questa convinzione può scoraggiare l’adozione di comportamenti salutari (come l’esercizio fisico o l’assunzione di farmaci prescritti) e limitare l’accesso alle cure, perché ritengono di non meritare pari accesso o di essere stigmatizzati.
La Carta di Firenze evidenzia diverse aree critiche in cui l’ageismo si manifesta, compromettendo la salute e il benessere degli anziani:
1. Ageismo Clinico e Cura Inappropriata
L’assistenza sanitaria si concentra sulla gestione di singole malattie utilizzando linee guida spesso basate su evidenze generate in adulti più giovani, con poche condizioni. Questo approccio può portare a un mis- o
overtreatment(trattamento inappropriato o eccessivo) e può non essere benefico o addirittura essere dannoso e gravoso per gli anziani. L’esclusivo focus sulla malattia può portare a polifarmacia, interventi potenzialmente rischiosi e ospedalizzazioni non necessarie, ignorando la funzione complessiva e le preferenze del paziente.
Un’altra manifestazione critica è l’esclusione ingiustificata e discriminatoria degli anziani, basata sull’età cronologica, da trattamenti potenzialmente salvavita, cure complesse o misure preventive (come lo screening mammografico), indipendentemente dalla loro capacità intrinseca o dalla gravità della condizione.
2. Ageismo nella Formazione e nella Ricerca
L’invecchiamento è ampiamente ignorato nei programmi educativi per i professionisti della salute e dell’assistenza sociale (Ageismo Formativo). La mancanza di opportunità di apprendimento sui processi di invecchiamento lascia inalterate le norme culturali negative, portando i lavoratori sanitari a essere impreparati a rispondere alle esigenze degli anziani.
Inoltre, i pazienti anziani, in particolare quelli con condizioni multiple e disabilità, sono spesso esclusi dagli studi clinici che testano l’efficacia e la sicurezza degli interventi. Ciò significa che la validazione dell’efficacia e della sicurezza dei trattamenti spesso non si applica agli anziani, specialmente a quelli con complessità clinica e sociale.
3. Ageismo Sistemico e Tecnologico
Le strutture sanitarie sono spesso progettate per mantenere i pazienti immobili e isolati, mancando di spazi specifici per facilitare la riabilitazione precoce, l’orientamento e la socializzazione. Ambienti inadeguati contribuiscono a un’alta incidenza di complicanze, come il delirio e la perdita acuta di funzione fisica e cognitiva. Infine, l’Ageismo si manifesta nelle tecnologie sanitarie attraverso preconcetti sulle capacità degli anziani di utilizzare le tecnologie digitali. Se non controllate, anche le tecnologie di intelligenza artificiale (AI) rischiano di esacerbare o introdurre nuove forme di ageismo, basandosi su dati provenienti da studi clinici che hanno escluso gli anziani o che ignorano risultati funzionali cruciali.
Le vie di uscita proposte
Per minimizzare l’impatto negativo dell’ageismo, la Carta di Firenze propone una serie di azioni immediate e a lungo termine che richiedono un investimento iniziale, ma che a lungo andare dovrebbero portare a risparmi sostanziali di risorse, evitando malattie non volute o cure inutili.
Educazione e Cambiamento Culturale: È essenziale l’educazione sull’invecchiamento e l’ageismo per la popolazione generale, al fine di smantellare i preconcetti esistenti e promuovere comportamenti salutari lungo tutto il corso della vita. A livello formativo, l’invecchiamento deve diventare parte integrante dei curricula per i professionisti sanitari e sociali.
Cura Centrata sulla Persona : Il focus della cura deve spostarsi dal semplice trattamento della malattia singola
al posticipare l’insorgenza di malattie, fragilità e disabilità . Le decisioni terapeutiche devono essere prese in collaborazione con il paziente ( shared decision-making ), tenendo conto delle comorbilità, della capacità funzionale, del supporto sociale e dell’ambiente di vita. Invece dell’età cronologica, sono l’età biologica, la funzione e gli obiettivi di salute individuali che devono guidare le scelte di trattamento. Integrazione e Coordinamento : È necessaria la creazione di reti di assistenza sanitaria e sociale integrate e coordinate per fornire assistenza più completa ed efficace La medicina geriatrica può svolgere un ruolo cardine nella supervisione di questo processo, favorendo l’integrazione tra cure acute, riabilitazione e servizi primari
Inclusione nella Ricerca e Tecnologia Age-Friendly : I pazienti anziani dovrebbero essere inclusi negli studi clinici. Inoltre, è cruciale coinvolgere gli anziani nella progettazione e nell’implementazione delle tecnologie sanitarie, inclusa l’intelligenza artificiale, per sviluppare strumenti age-friendly . I dati sui modelli di previsione clinica devono includere lo stato funzionale e le priorità di salute individuali come elementi standard nelle cartelle cliniche elettroniche.

Conclusioni
Affrontare l’ageismo è un compito trasformativo. Come una società che decide di smantellare i muri invisibili della discriminazione, affrontare l’ageismo nell’assistenza sanitaria significa non solo garantire parità di accesso e dignità agli anziani, ma anche allineare i sistemi sanitari alla realtà demografica globale, che esige un’assistenza integrata, personalizzata e lungimirante.
Forse il vero pregiudizio dell’ageismo non è credere che gli anziani valgano meno, ma non riuscire a immaginare il futuro che potrebbero ancora costruire. La società che teme l’invecchiamento è la stessa che rimuove la bellezza della continuità, dell’esperienza, della maturità creativa. Eppure, ogni volta che un artista novantenne si rimette all’opera, ogni volta che una scienziata centenaria entra in laboratorio, ogni volta che uno scrittore ottantenne completa un nuovo romanzo, assistiamo alla stessa rivelazione: il tempo non è un muro, ma una frontiera da esplorare.
Riconoscere il valore delle età avanzate non significa solo rispettare chi ha più anni: significa immaginare una società più ampia, più complessa, più ricca. Una società in cui il talento non ha scadenza e in cui il domani appartiene davvero a tutti. Bisogna comprendere che la seconda parte dell’esistenza non è un epilogo, ma un nuovo inizio. E che le biografie più sorprendenti spesso iniziano proprio quando qualcuno, da fuori, ci ha già dato per “fuori tempo”.
Perché la domanda non è a che età si smette di essere rilevanti. La vera domanda è: quante storie stiamo perdendo perché continuiamo a guardare nella direzione sbagliata?
Un libro per raccontare i (quasi) 60 anni dell’Unione Giornalisti
Scientifici Italiani
Di Minnie Luongo – giornalista medico – scientifica

Nel 1966 nasceva Ugis. E nasceva dalla consapevolezza di un nuovo giornalismo, che avrebbe dovuto affrontare l’evoluzione sempre più impetuosa della scienza e della tecnologia. Questo volume è firmato ufficialmente, come si legge in copertina, da Giovanni Caprara (presidente Ugis ed editorialista scientifico del Corriere della Sera), Nadia Grillo (vicepresidente vicario Ugis) e Germano Bertin (Ceo e founder di EthosjobHuman Caring), ma in realtà riporta i contributi di ben 37 degli oltre 150 soci, oltre alle “memorie” di Paola De Paoli, presidente Ugis dal 1984 al 2011.

“Paola- scrive Giovanni Caprara- la storia di Ugis l’ha vissuta sin dai primi giorni condividendo con Giancarlo Masini l’idea e la voglia di materializzare un sogno. Ci sono riusciti, assieme a molti altri colleghi: e così l’Unione diventò un punto di riferimento importante per un Paese dove la scienza era vista più come un miracolo che come un mondo nel quale impegnarsi per crescere meglio. Il tempo è trascorso, le iniziative sono state e continuano a essere numerose, interessanti e preziose per il nostro lavoro. Il tempo, scorrendo, ci ha portato via amici che non dimentichiamo. Oggi, il nostro lavoro prosegue con impegno e ispirazione, mentre custodiamo nei nostri cuori il ricordo di Paola e della sua volontà di divulgare instancabilmente la conoscenza”.
La comunicazione corretta nell’informazione scientifica è una necessità che si realizza con una formazione mirata per tutti i giornalisti, non solo quelli scientifici, quando si trovano ad affrontare temi di scienza, tecnologia e salute.

Con Giovanni Caprara, presidente UGIS (Unione Giornalisti Scientifici Italiani)
Oggi è fondamentale comunicare con consapevolezza la scienza in continua e rapida evoluzione. In un certo modo, oggi possiamo concludere che occorre essere tutti giornalisti scientifici.
Grazie alla nostra tecnologia Smartagger NFC, il libro si arricchisce di contenuti extra consultabili in un attimo. Nessuna app, nessuna complicazione: il contenuto multimediale si apre subito.
La lettura diventa esperienza.
La divulgazione diventa accessibile.
La scienza arriva ovunque e siamo felici di aver supportato UGIS nella sua mission.
Info libro sul sito web Ethosjob – Human Caring: https://lnkd.in/d5x2EKkh

Conclusione, o meglio concetto base da cui partire: la scienza e la tecnologia non sono semplici curiosità, ma prospettive che vanno raccontate con responsabilità per aprire l’umanità al futuro.

Di Edoardo Rosati – giornalista medico- scientifico

C’è solitudine e solitudine . E quella che Jirō Taniguchi (1947-2017) disegna nel suo manga L’uomo che cammina è una solitudine che non ferisce, ma rigenera .
Questa graphic novel giapponese è praticamente priva di trama apparente : non illustra imprese epocali, non costruisce chissà quali tensioni narrative, non cerca stupefacenti colpi di scena . Procede come il suo protagonista : a passo lento, con un’attenzione quasi calligrafica per i dettagli minimi della vita quotidiana Ed è proprio in questa lentezza che Taniguchi compone un piccolo manifesto sulla solitudine come spazio vitale. Non come vuoto .
Il protagonista ─ un uomo senza nome, storia pregressa e scopi dichiarati ─ non è triste, non fugge, non insegue alcunché di speciale. Cammina , semplicemente . Attraversa quartieri residenziali ordinari, osserva adolescenti che corrono, si ferma davanti a un albero in fiore, si addentra in un vicolo angusto solo perché gli va, si adagia su un manto di foglie per il puro gusto di farlo. Non c’è alcun dramma da risolvere né un futuro cui puntare: solo il presente, nella sua forma più pura e distillata. La sua solitudine non è una mancanza: è una presenza piena. Una condizione che non isola, ma riconnette: ai rumori sommessi di una città tranquilla, agli oggetti ordinari, alle tracce del passaggio degli altri, persino alle variazioni del tempo atmosferico. Non accade nulla, eppure succede tutto, nel modo più silenzioso e discreto possibile.
È una forma di isolamento che rassicura, che non fa male né paura, perché non nasce dall’abbandono ma da una scelta consapevole di disponibilità verso il mondo . L’uomo che cammina non scappa dalla vita . La attraversa . La ascolta . Le concede spazio . E in questo movimento lento, quasi rituale, Taniguchi suggerisce un insegnamento semplice e radicale: che la solitudine, se abitata con coscienza, può diventare un luogo di riconciliazione.

Ed è quasi inevitabile leggere oggi quest’opera (che, per la cronaca, risale al 1990) con una consapevolezza nuova e più tagliente.
Viviamo in un’epoca che parla sempre più spesso di solitudine come “epidemia silenziosa”. Secondo un recente rapporto dell’OMS, una persona su sei al mondo ne soffre, e questa condizione pesa sulla salute più del fumo o dell’obesità, seminando ogni anno centinaia di migliaia di decessi. Colpisce soprattutto i giovani, i più vulnerabili, chi vive ai margini. È una solitudine, questa sì, che spezza, che scava cicatrici profonde, che erode la capacità di apprendere, lavorare, vivere con pienezza: aumenta il rischio di ictus e malattie cardiache, accelera il declino cognitivo, raddoppia le probabilità di scivolare nella depressione e negli stati ansiosi. Una piaga reale, scomoda, che interroga la nostra società e che richiede risposte collettive, non solo intime. Ma il miracolo discreto del manga è proprio questo: mostrare che un’altra solitudine è possibile. Una “informata”, attiva, nobile. Una che anziché restringere asfitticamente gli orizzonti, li dilata, regalando momenti in cui l’io ritrova equilibrio e respiro.
Il tratto limpido e disciplinato di Taniguchi rafforza questa dimensione contemplativa: le tavole, dal segno magistralmente delicato, sono pressoché prive di parole, invitando il lettore a lasciarsi condurre in un tempo che scorre diversamente. Ogni vignetta è una finestra accesa su ciò che di norma ignoriamo: il ritmo del vento, la geometria di un marciapiede, la consistenza dell’ombra di un albero, persino il rumore dei propri passi. È un manga che insegna a “vedere” il quotidiano come un territorio spirituale. Di più: L’uomo che cammina sembra praticare, pagina dopo pagina, una forma di “medicina gentile” . Camminando, il protagonista si regala una dimensione che tonifica il corpo e distende la mente: il battito cardiaco si armonizza, la respirazione si amplifica, l’attenzione si radica nel presente. È una passeggiata che non guarisce nel senso clinico del termine, ma avvicina all’equilibrio, alla lucidità, alla serenità. Il fumetto, in fondo, parla proprio di questo: della necessità di ritrovare uno spazio psichico, un tempo non produttivo ma vitale. In cui è possibile ascoltarsi e ascoltare.
Taniguchi, sia ben chiaro, non glorifica la solitudine ─ sarebbe ingenuo e fuorviante farlo ─ ma la riabilita La restituisce nella sua versione più cortese e necessaria: come un habitat in cui l’io smette di affannarsi e torna a respirare.
In un’epoca iperconnessa, in cui la solitudine è vissuta come una minaccia, Taniguchi ci ricorda che il silenzio può essere un farmaco, se assunto nella dose giusta. Un eccesso di isolamento può diventare tossico; una piccola quantità di solitudine, invece, sa disintossicare. E nel passo calmo del suo protagonista, il manga ci sussurra una verità semplice e potente: anche la lentezza ─ in un mondo che corre ─ può diventare una carezza che consola.
DUE DONNE- SI CHIAMANO SOLITUDINE E ATTESA- ASPETTANO NON SI SA COSA
… mentre in casa c’è solo la compagnia del silenzio
Di Luciano Ragno – giornalista

Inizio con la storia di due signore Non hanno un volto e neppure una voce Impalpabili Eppure esistono . Amano comparire soprattutto la sera, quando in casa è accesa solo una luce : quella azzurrina del televisore che colora il silenzio Vestono l’abito della malinconia
Una si chiama Solitudine e l’altra Attesa .
Siedono in salotto accanto a un signore (ma anche una signora) che riposa sul divano . E’ solo, in attesa di uno squillo, sognando un toc toc alla porta . Magari di chi abita nel palazzo . Ma lo squillo non arriva . E il toc toc rimane una speranza . Il signore spegne la Tv e, malinconico, va in camera da letto L’attende un amico, il sonno Qualche
volta si fa aspettare e allora compaiono i ricordi, chissà perché mai uno che faccia addormentare sereno . Le due signore siedono in poltrona, pronte per la sera dopo .
E’ una delle tre persone, quella oltre i 75, anni che dichiara di essere solo e, per di più, non ha nessuno cui riferirsi in caso di bisogno . Più una lei che un lui . Ma la sofferenza è la stessa . Scrivendo sulla sindrome dell’oggi, la solitudine, ho bisogno della testimonianza di chi vive senza nessuno accanto . Ricordo di aver conosciuto al parco un signore che mi disse : “ Vivo con me stesso” .

Lo cerco, lo trovo proprio al parco. E’ seduto su una panchina leggendo il giornale:, “Il Messaggero”, il quotidiano della mia vita, e già questo mi fa simpatia. Quattro chiacchiere: politica, traffico, lui la Roma, io la Juve. Parlo della mia famiglia e lui: “Fortunato lei, io, come già le dissi, vivo da solo, non ho nessuno, sono vedovo, non ho figli né parenti”. Gli chiedo: “ Lei conosce le signore Solitudine e Attesa?”.
Subito di risposta : “ Le conosco ma non le avrei volute conoscere . Non le avevo mai viste in casa quando ero giovane e i miei nonni avevano gli anni che io ho adesso Vivevamo tutti insieme, ci tenevamo compagnia . Il problema di uno diventava di tutti, figli e nipoti” .
Caro amico, già i figli Ora se ne vanno
“ Io non ne ho ma so bene che se ne vanno perché la vita lo chiede . Costruiscono una famiglia . E la famiglia chiede autonomia E poi questo ritmo convulso della Società che non dà tempo neppure di andare a tenere compagnia a un padre o una madre soli… Attimi, poche chiacchiere . Tutto è fretta . Ho letto che sta nascendo perfino l’intimità a distanza” .
Come scorre la giornata di uno solo?
“ La mattina se ne va abbastanza bene . Una sosta all’edicola per il quotidiano o il settimanale che racconta le storie degli altri . Due chiacchiere al negozio all’angolo (il supermarket è lontano e quel carrello spinto a fatica, quasi vuoto, racconterebbe a tutti che a tavola c’è solo una sedia) Anche il pomeriggio scorre via . Un breve riposo in poltrona, la tv che racconta la vita, da un po’ di tempo solo disgrazie E poi, se il tempo lo consente, una passeggiata qui al parco Il dramma è al rientro La porta si chiude alle spalle e in salotto, già in attesa, le due signore” .
Lei non ha una persona che l’aiuta? Penso a una badante

“Certamente, non potrei farne a meno La mia è straniera Il problema è stato all’inizio perché ci comprendevamo a cenni . Poi lei ha imparato l’italiano e almeno un paio di volte la settimana in casa ci sono due voci . Resta la sofferenza della porta cha la signora chiude quando va via . E resta la solitudine” .
Ringrazio e saluto . Riprendo a scrivere .
Resta “l’oltre badante”, la casa di riposo. L’antisolitudine per chi sa adattarsi e trovare simpatie e conforto negli altri, vivendo una realtà che non avrebbe mai voluto vivere. Ma sa accettare. Chi non ci riesce vive la solitudine fra tanti. Diventa chiusura, al limite è sofferenza.
Quella che ho descritto è la solitudine- dai diversi volti- degli anziani, figlia della Società di oggi. Ma la Società non se accorge e non fa molto di istituzionale per combatterla. E allora c’è il fai da te dell’aggregazione: il Centro Anziani. “ Dai vieni, si chiacchiera, si racconta. E poi si viaggia perché spesso saliamo sul pullman e andiamo a vedere luoghi interessanti; la prossima tappa sarà Assisi. Dai, vieni”. Ma anche la vacanza d’estate tutti insieme.
E’ una realtà che si registra più in piccole località che nella grande città dove la distanza è nemica dell’aggregazione. Distante quel “tutti insieme”. C’è l’autobus, ma è sempre affollato e poi la strada a piedi, faticoso… Sarà per un’altra volta. Mi viene in mente che questa Società ha dimenticato

le “pomeridiane”, quegli spettacoli che andavano in scena il pomeriggio. Un gesto di cortesia a chi voleva distrarsi e aveva difficoltà ad uscire per andare a teatro la sera.
E poi c’è chi trova una soluzione a quello che dovrebbe essere promosso “Patrimonio dell’Umanità”, ovvero il burraco. Il più grande antidoto alla solitudine. Nasce con il passaparola. In quattro intorno al tavolo. E’ per lei e per lui. Nessuno ci pensa ma è anche una medicina, uno di quegli integratori che aiutano il cervello a non cadere in letargo, l’equivalente delle parole crociate, solo che si vive in gruppo.
Ma la Società non è solo distratta davanti all’anziano solo. Sa essere crudele. Non gli è amica costringendolo a vivere con difficoltà economiche al limite della sopravvivenza. E a chiedere disperatamente aiuto quando è malato: l’ospedale lontano e quando lo si raggiunge attendere giorni nel pronto soccorso quel posto letto. Ma questo è un tema che non posso chiudere in poche righe. Ne parlerò, prometto.
Chiudo qui il mio viaggio- anch’io sono un anziano, fortunatamente non solo- nella solitudine, permettendomi, con umiltà, di dare un consiglio a chi, giovane, mi legge: crearsi per tempo gli strumenti per vivere il tempo dell’Over. Penso a un hobby ma anche a un animale. Quel cane che ti obbliga alla passeggiata al mattino e che, contemporaneamente, fa sentire la presenza di qualcuno in casa. Così come il gatto che sul divano attende una carezza.
E poi i due segreti da coltivare quando i capelli bianchi non hanno ancora fatto la loro comparsa. Il primo: amicizie, quelle che resistono agli anni e alle intemperie della vita. Il secondo: abituarsi a pensare che dopo una vita convulsa, fatta di vittorie e sconfitte, dolori e gioie, sofferenze e piacere, la solitudine è anche vivere finalmente in compagnia di se stessi e finalmente conoscersi.
L’ha detto anche il grande regista Bernardo Bertolucci: “La solitudine può essere una tremenda condanna ma anche una meravigliosa conquista”.
L’enigma della solitudine indagato tramite la poesia
Di Bruno Belletti – autore

Senza frastuoni, ghiaccio in calda coperta, specchio silente, tra maschere vuote, girovagando smarriti e poi fare i conti con varie occasioni disperse in rinunce.
Essere soli anche in piazze gremite, senza il respiro profondo che dà nome e tormenti a ombre e a coni di luce.
Ritorno a uno sguardo che vibra gemendo: vite negate, vite sepolte, batticuori fluttuanti, tirando il carro su strade d’autunno.
Dire o tacere per proteggere il recesso?
Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico
Non riesco con certezza a venire a capo di una cosa. Immaginiamo un accusato, una persona ingiustamente additata e considerabile “il responsabile”. Immaginiamo che questa persona però si sia voluta prendere tutte le colpe – anche quelle più pesanti, che non erano le sue- perché mancavano le parole per dire le cose come stavano E immaginiamo ancora che sia stanco, tanto stanco di come le cose vanno e per questo sia preda di dubbi – che faccio come se fossero i miei perché sono io che ne sto narrando.

Ci vuole più forza di carattere a dire qualcosa che gli altri non sanno, rivelando così il vero carattere dell’altro personaggio, obbligando con il suo racconto gli altri a una formulazione del giudizio dolorosa, perché a valle di anni e anni di errata percezione e accuse verso chi si considerava imputato e colpevole -scrollandosi di dosso anni e anni di amarezze… Oppure occorre più forza e carattere a non rivelare la verità e rinunciare allo ristabilimento del giusto: tacere perché i fatti finalmente raccontati potrebbero peggiorare lo stato delle cose sull’immediato, dare dolore a chi non si è mai interrogato e che magari soffre comunque per quello che crede sia accaduto, anche se sbaglia nel distribuire responsabilità e imputazioni?

Ristabilire il corretto stato delle cose temo non risarcirebbe delle sofferenze patite e inflitte abitando l’apparenza delle cose, dando per scontato un unico senso delle vicende. Non restituirebbe la dignità calpestata a chi ha scelto sinora di tacere, perché ormai forse è troppo tardi per tutti. Non indurrebbe la persona, che ha nascosto le cose che ha compiuto e la macchina del fango che ha montato, a una tardiva resipiscienza. Se non lo ha fatto lei da sola, lei che ora passa per la parte debole… Un escamotage narrativo potrebbe esser lasciare documentazione, “da aprirsi solo la mia morte”. Ma questa soluzione è così tardo 800centesca e – comunque in ogni caso tutti resterebbero soli, senza poter chiedere spiegazioni. Ammesso ve ne siano. Credo che l’unica sia risolversi a pensare a un’altra storia, senza colpi di scena post-mortem e meno impegnativa eticamente.

Perché “Canto di Natale” di Dickens può diventare un trattato di medicina umana
Di Edoardo Rosati – giornalista medico- scientifico

Sì, lo so. Mi accuserete di deformazione professionale, provenendo io dal giornalismo medico-scientifico, però, ecco: oggettivamente ho sempre visto Canto di Natale di Charles Dickens come una vera e propria case history da manuale . Una di quelle che farebbero alzare un sopracciglio a qualsiasi medico, strappandogli magari un commento del tipo : «Mmm… In effetti, qui c’è materiale interessante!». E ogni dicembre, quando risfoglio le pagine di quel gioiellino letterario, ho puntualmente la sensazione di seguire la progressione di un caso complicato, apparentemente senza speranza, e poi assistere a una guarigione che nulla ha di miracoloso, e proprio per questo è così straordinaria.
Ebenezer Scrooge, il paziente zero della più antica epidemia morale mai narrata, entra in scena con tutti i segni di una patologia avanzata: isolamento cronico, atrofia dell’empatia, tachicardia da profitto, allergia alle relazioni sociali. Le sue cellule hanno azzittito, uno a uno, tutti i recettori della gentilezza. Non prova affetto per nessuno, non lascia che qualcuno gli si avvicini davvero e tratta i rapporti umani come potenziali infezioni da cui tenersi alla larga con scrupolo maniacale. Un paziente critico, insomma, che si appalesa in triage con un inequivocabile codice rosso. È un corpo che cammina, ma un’anima che da tempo ha smesso di rispondere agli stimoli. Dickens lo osserva con l’occhio clinico (giustappunto!) di chi conosce bene la miseria dell’essere umano e sa che, dietro una certa sintomatologia, si nasconde una sofferenza più profonda di quanto appaia. Con lucidità quasi

diagnostica, ci mostra che questa “malattia” non è scaturita dal nulla, ma è frutto di traumi sedimentati, di abitudini tossiche, di una lunga esposizione a un ambiente emotivamente ostile. Scrooge non sa, o non vuole sapere, di essere malato. Come molti pazienti reali, non riconosce i segnali. «Sto bene così», afferma chi si abitua alla propria sofferenza.

E poi ─ come in ogni emergenza che si rispetti ─ arrivano loro: gli spiriti, un’équipe di specialisti un po’ eccentrici, ma straordinariamente efficaci. Tre figure che, in un ospedale, collocheremmo tra psicoterapeuti, cardiologi dell’anima e chirurghi del destino. Uno dopo l’altro, si avvicendano nella stanza di Scrooge e dischiudono fascicoli sanitari che l’anziano paziente non sapeva affatto di possedere: ferite infantili mai

rimarginate, tessuti cicatriziali intrisi di rimpianti, pezzi di cuore sofferenti di fronte alle possibilità perdute.
Il Passato è l’anamnesi che ogni paziente vorrebbe schivare, perché impone di rispolverare la più delicata delle fasi esistenziali : quella dell’infanzia e della giovinezza . Segnate, nel caso di Scrooge, dalla solitudine in collegio e dalla decisione della fidanzata di abbandonarlo (comprendendo che l’amore di Ebenezer per il denaro ha ormai soppiantato quello per lei). Il Presente è un monitor multiparametrico che mostra, senza pietà, quanto può essere vivo il mondo che ti ostini a ignorare. Scrooge scopre che cosa accade fuori dalla sua bolla sterile: famiglie che, pur avendo poco, riescono a scaldarsi di molto; persone che affrontano la povertà ma trovano comunque un modo per onorare il Natale con dignità; bambini fragili che vivono ogni giorno con una diagnosi sospesa tra speranza e paura. Il Presente sciorina davanti al paziente quell’immensa rete di connessioni umane di cui Scrooge si è sempre tenuto alla larga. È la parte della visita in cui il medico ti dice: «Guardi che sta succedendo al suo corpo, alla sua vita, mentre lei non sta osservando!». Il terzo specialista, il Futuro , è la prognosi in persona. Non parla, non consola, non edulcora. Certifica . E lo scenario ultimo potrebbe rivelarsi purtroppo infausto… Ora, non chiamereste questo articolato gioco di squadra, come nei migliori casi clinici, un intervento multidisciplinare d’urgenza?
A quel punto, Scrooge non può più ritrarsi e ricusare. Quella notte diventa una lunga sessione terapeutica che tenta di ricucire il tessuto necrotico della sua coscienza. Dickens ripartisce la somministrazione delle emozioni con precisione quasi farmacologica: prima una dose di richiamo nostalgico, poi la pressione crescente delle responsabilità, infine un’iniezione controllata di ansia.
E allora succede qualcosa. Quando Scrooge si risveglia, Dickens ci regala in pratica una delle scene clinicamente più commoventi della letteratura. È il paziente che riemerge dal tunnel della terapia intensiva e riscopre il mondo con occhi nuovi, come se fosse la prima volta. Sente di nuovo la temperatura confortante delle cose quotidiane e riconosce il valore di un gesto, di un sorriso, di un bambino che gioisce. La sua, per capirsi, è una risposta clinica completa .
E allora, sì, concedetemi l’occhiolino professionale: Canto di Natale somiglia davvero a un trattato di medicina umana . È la storia di una cura che Dickens ha somministrato al suo protagonista e, in fondo, a ciascuno di noi . Un iter terapeutico che non si basa sui medicinali, ma sulla capacità ─ tutta umana ─ di cambiare realmente . Un vaccino anti-indifferenza, un antibiotico contro il cinismo, un integratore di speranza . E ogni volta che rileggo questa novella, mi ritrovo a pensare che sì, forse non è poi soltanto deformazione professionale…
Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica
Per chi, come me, è cresciuto a Roma negli anni ’60, il suono del Natale è quello dolce delle zampogne, all’epoca suonate dai pastori abruzzesi che scendevano in città per guadagnare qualche soldo durante le feste . In quegli anni le decorazioni natalizie erano riservate a poche strade del centro, e le vetrine non si addobbavano come si fa oggi con un mese di anticipo: sapevamo che il Natale era in arrivo quando si sentiva per strada il suono delle zampogne che suonavano semplici melodie :

https://www.youtube.com/watch?v=-aSUFDGG-Sc
Anche per questo forse -d’altronde proprio l’italiana “Tu scendi dalle stelle”, composta nel 1754, è una delle più antiche e note melodie natalizie – per credenti e non l’idea del Natale è indissolubilmente legata a quella della musica : da quella sacra alla tradizione anglosassone dei Christmas Carol , ai nostri zampognari e a molto altro ancora. Perché la musica ha, come poco altro, il potere di evocare ricordi ed emozioni: ce lo ricorda anche “NOI. Non erano solo canzonette”, una bella mostra organizzata a Pesaro e dedicata a trent’anni di canzone italiana, che sarebbe bello poter visitare una volta superata l’emergenza ( la chiusura è stata prorogata al 10 gennaio, info www.mostranoi.it/ )
Non spaventi il salto logico: non stiamo parlando di un evento natalizio, ma volendo riflettere su musica, emozioni e ricordi può essere interessante ripercorrere trent’anni della nostra vita attraverso cento canzoni
italiane che toccano temi diversi , dal boom economico all’avvento del consumismo, alla contestazione e agli anni della disco music . Un percorso definito da due abbracci storici, quello di Domenico Modugno sul palco di Sanremo 1958 e quello di Paolo Rossi nella notte di Madrid, che nel 1982 laureò l’Italia campione del mondo. In mezzo c’è un’esposizione articolata in due sedi e quattordici aree tematiche che comprende i protagonisti della nostra musica dagli “urlatori” ai complessi, ai cantautori e a voci indimenticabili come quelle di Mina, Sergio Endrigo, Luigi Tenco, Patty Pravo, Lucio Battisti, Ornella Vanoni e molti altri.
Sono stati loro la colonna sonora – e non solo – di un paio di generazioni, se è vero come scrivono i curatori della mostra che “una canzone, non meno di un libro o di un dipinto, sa riflettere il momento storico in cui è stata immaginata, scritta e cantata” . “Nei grandi avvenimenti come in quelli di minor rilievo, la musica narra, descrive, talvolta preconizza e, infine, fissa nella memoria”, si legge ancora nel catalogo. Ed è per questo che in genere i nostri ricordi natalizi hanno una colonna sonora ben precisa . Devono averci pensato anche i molti cantanti italiani che si sono cimentati sul tema: tra loro ci sono insospettabili , autori sofisticati come Piero Ciampi o, in tempi più recenti, Morgan. Ma anche Francesco De Gregori con la sua dolcissima, malinconica “Natale”, una canzone dedicata al rimpianto per affetti lontani che confesso di non poter ascoltare senza versare qualche lacrima. Un’emozione simile a quella che mi coglie quando ascolto Do they know it’s Christmas , la canzone scritta da Bob Geldof e Midge Ure nel 1984 per raccogliere fondi contro la fame in Etiopia, e incisa dalle più popolari voci del momento unite sotto il nome collettivo di Band Aid . Un evento storico – della canzone sono state poi registrate altre versioni con gruppi diversi – che ancora oggi non può non commuovere.

https://youtu.be/bjQzJAKxTrE
Anche se per molti di noi, meno poeticamente, le canzoni natalizie sono legate alle pubblicità stagionali : per chi ha la mia età Il gospel Happy Days rievoca inevitabilmente lo spot dell’Asti Gancia , mentre Bauli ha stampato nella nostra memoria il ritornello “Baciamoci con Bauli”, sostituito in tempi più recenti da “A Natale puoi” . Senza dimenticare le belle pubblicità della Coca Cola col jingle “Vorrei cantare insieme a voi, in magica armonia ….” Certo, un pezzo su musica e Natale non sarebbe completo senza menzionare grandi successi internazionali, come la mitica White Christmas , Have Yourself a Merry Little Christmas (lo sapevate che la prima versione è stata incisa da Judy Garland? www.youtube.com/watch?v=MKG5X0QMSWA ) The most wonderful time of the year , naturalmente Jingle Bells e molte altre, inclusi brani pop come Last Christmas degli Wham o All I want for Christmas is you di Mariah Carey Ma ognuno di noi ha nell’angolo del suo cuore una musica o una strofa speciale . Per me è “C’è la luna sui tetti/e c’è la notte per strada/le ragazze ritornano in tram/ci scommetto che nevica/tra due giorni Natale/ci scommetto dal freddo che fa”.

https://youtu.be/KM2V4In0re0

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