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GenerazioneOver2025_2_4

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Aprile 2025

La rinascita è il tema del mese. Per tutti noi anche il compleanno può essere un momento di autentica rinascita.

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: n°258 del 17/10/2018 ANNO 7, n.2

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Le rubriche

EDITORIALE “Amoglianimali” Bellezza Da leggere (o rileggere) Da vedere/ascoltare Di tutto e niente Il desco dei Gourmet Il personaggio Il tempo della Grande Mela Comandacolore Incursioni In forma In movimento Lavori in corso Primo piano Salute Scienza Sessualità Stile Over Volontariato & Associazioni

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Generazione Over 60 DIRETTORE RESPONSABILE Minnie Luongo

I NOSTRI COLLABORATORI Marco Rossi Alessandro Littara Antonino Di Pietro Mauro Cervia Andrea Tomasini Paola Emilia Cicerone Flavia Caroppo Marco Vittorio Ranzoni Giovanni Paolo Magistri Maria Teresa Ruta

DISEGNI DI Attilio Ortolani Sito web: https://generazioneover60.com/ Email: generazioneover60@gmail.com Issuu: https://issuu.com/generazioneover60 Facebook: https://www.facebook.com/generazioneover60 Youtube: https://www.youtube.com/channel/generazioneover60

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Generazione Over 60 MINNIE LUONGO DIRETTORE RESPONSABILE

Foto Chiara Svilpo

Classe 1951, laureata in Lettere moderne e giornalista scientifica, mi sono sempre occupata di medicina e salute preferibilmente coniugate col mondo del sociale. Collaboratrice ininterrotta del Corriere della Sera dal 1986 fino al 2016, ho introdotto sulle pagine del Corsera il Terzo settore, facendo conoscere le principali Associazioni di pazienti.Ho pubblicato più libri: il primo- “Pronto Help! Le pagine gialle della salute”- nel 1996 (FrancoAngeli ed.) con la prefazione di Rita Levi Montalcini e Fernando Aiuti. A questo ne sono seguiti diversi come coautrice tra cui “Vivere con il glaucoma”; “Sesso Sos, per amare informati”; “Intervista col disabile” (presentazione di Candido Cannavò e illustrazioni di Emilio Giannelli).

Autrice e conduttrice su RadioUno di un programma incentrato sul non profit a 360 gradi e titolare per 12 anni su Rtl.102.5 di “Spazio Volontariato”, sono stata Segretario generale di Unamsi (Unione Nazionale Medico-Scientifica di Informazione) e Direttore responsabile testata e sito “Buone Notizie”. Fondatore e presidente di Creeds, Comunicatori Redattori ed Esperti del Sociale, dal 2018 sono direttore del magazine online Generazioneover60. Quanto sopra dal punto di vista professionale. Personalmente, porto il nome della Fanciulla del West di Puccini (opera lirica incredibilmente a lieto fine), ma non mi spiace mi si associ alla storica fidanzata di Topolino, perché come Walt Disney penso “se puoi sognarlo puoi farlo”. Nel prossimo detesto la tirchieria in tutte le forme, la malafede e l’arroganza, mentre non potrei mai fare a meno di contornarmi di persone ironiche e autoironiche. Sono permalosa, umorale e cocciuta, ma anche leale e splendidamente composita. Da sempre e per sempre al primo posto pongo l’amicizia; amo i cani, il mare, il cinema, i libri, le serie Tv, i Beatles e tutto ciò che fa palpitare. E ridere. Anche e soprattutto a 60 anni suonati.

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Chi siamo DOTTOR MARCO ROSSI SESSUOLOGO E PSICHIATRA

è presidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale e responsabile della Sezione di Sessuologia della S.I.M.P. Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Ha partecipato a numerose trasmissioni televisive e come esperto di sessuologia a numerosi programmi radiofonici. Per la carta stampata collabora a varie riviste.

DOTTOR ALESSANDRO LITTARA ANDROLOGO E CHIRURGO

è un’autorità nella chirurgia estetica genitale maschile grazie al suo lavoro pionieristico nella falloplastica, una tecnica che ha praticato fin dagli anni ‘90 e che ha continuamente modificato, migliorato e perfezionato durante la sua esperienza personale di migliaia di casi provenienti da tutto il mondo

PROFESSOR ANTONINO DI PIETRO DERMATOLOGO PLASTICO

presidente Fondatore dell’I.S.P.L.A.D. (International Society of PlasticRegenerative and Oncologic Dermatology), Fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, è anche direttore editoriale della rivista Journal of Plastic and Pathology Dermatology e direttore scientifico del mensile “Ok Salute e Benessere” e del sito www.ok-salute.it, nonché Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia (Facoltà di Medicina e Chirurgia).

DOTTOR MAURO CERVIA MEDICO VETERINARIO

è sicuramente il più conosciuto tra i medici veterinari italiani, autore di manuali di successo. Ha cominciato la professione sulle orme di suo padre e, diventato veterinario, ha “imparato a conoscere e ad amare gli animali e, soprattutto, ad amare di curare gli animali”. E’ fondatore e presidente della Onlus Amoglianimali, per aiutare quelli più sfortunati ospiti di canili e per sterilizzare gratis i randagi dove ce n’è più bisogno.

ANDREA TOMASINI GIORNALISTA SCIENTIFICO

giornalista scientifico, dopo aver girovagato per il mondo inseguendo storie di virus e di persone, oscilla tra Roma e Spoleto, collaborando con quelle biblioteche e quei musei che gli permettono di realizzare qualche sogno. Lettore quasi onnivoro, sommelier, ama cucinare. Colleziona corrispondenze-carteggi che nel corso del tempo realizzano un dialogo a distanza, diluendo nella Storia le storie, in quanto “è molto curioso degli altri”.

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Chi siamo PAOLA EMILIA CICERONE GIORNALISTA SCIENTIFICA

classe 1957, medico mancato per pigrizia e giornalista per curiosità, ha scoperto che adora ascoltare e raccontare storie. Nel tempo libero, quando non guarda serie mediche su una vecchia televisione a tubo catodico, pratica Tai Chi Chuan e meditazione. Per Generazione Over 60, ha scelto di collezionare ricordi e riflessioni in Stile Over.

FLAVIA CAROPPO GIORNALISTA E AMBASCIATRICE DELLA

CUCINA ITALIANA A NEW YORK Barese per nascita, milanese per professione e NewYorkese per adozione. Ha lavorato in TV (Studio Aperto, Italia 1), sulla carta stampata (Newton e Wired) e in radio (Numbers e Radio24). Ambasciatrice della cultura gastronomica italiana a New York, ha creato Dinner@Zia Flavia: cene gourmet, ricordi familiari, cultura e lezioni di vera cucina italiana. Tra i suoi ospiti ha avuto i cantanti Sting, Bruce Springsteen e Blondie

MARCO VITTORIO RANZONI GIORNALISTA

Milanese DOC, classe 1957, una laurea in Agraria nel cassetto. Per 35 anni nell’industria farmaceutica: vendite, marketing e infine comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista, fumatore di Toscano e motociclista della domenica e -da quando è in pensione- anche del lunedì. Guidava una Citroen 2CV gialla molto prima di James Bond.

COMANDACOLORE è uno Studio di Progettazione Architettonica e

Interior Design nato dalla passione per il colore e la luce ad opera delle fondatrici Antonella Catarsini e Roberta D’Amico. Il concept di COMANDACOLORE è incentrato sul tema dell’abitare contemporaneo che richiede forme e linguaggi mirati a nuove e più versatili possibilità di uso degli spazi, tenendo sempre in considerazione la caratteristica sia funzionale che emozionale degli stessi.

MONICA SANSONE VIDEOMAKER

operatrice di ripresa e montatrice video, specializzata nel settore medico scientifico e molto attiva in ambito sociale.

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Sommario -09Generazione F Ci vuole tempo. Per ogni rinascita. Editoriale di Minnie Luongo -12Di tutto e niente Rinascita Di Andrea Tomasini -13Da leggere (o rileggere) “La vita vince” A cura della Redazione 16Versi Di...versi Rinascere Di Bruno Belletti -18Il personaggio Francesco Acatullo. Rinascita di un pugile Di Alessandro Paola Schiavi

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Sommario -23Per ricordare I bambini di Lingfield Di Paola Emilia Cicerone -27Lavori in corso Tanti auguri, Maria Teresa! Di Minnie Luongo -29Benessere Il futuro della nutrizione A cura della Redazione -31Salute Laura Lanza, medico otorinolaringoiatra di Alessandro Paola Schiavi

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Generazione F CI VUOLE TEMPO. PER OGNI RINASCITA. EDITORIALE Come si può dedurre dal variopinto collage di copertina, ho sempre amato festeggiare i compleanni. Degli altri, ma soprattutto i miei. Perché ho sempre considerato il giorno in cui sono nata un modo (senza dubbio utopistico, come un po’ succede per il Capodanno) di poter dar vita ad una rinascita. E soprattutto nel caso dei numeri tondi, vedi i 50 ( invece di soffermarmi sul fatto che ero giunta al mezzo secolo) mi sembrava che quello zero non valesse niente e quindi mi alleggerisse… Insomma mi sentivo 5 anni, e la stessa cosa è stata per i 60, e poi perfino per i 70. Però, però… rileggendo oggi la celeberrima composizione della poetessa tedesca Elli Michler, mi sono resa conto che anche nei pochi minuti che dedico a scrivere queste righe il tempo corre e la clessidra si svuota. Quindi faccio mio l’augurio dell’autrice per avere a disposizione del tempo, sia per me sia per chi amo. E’ senz’altro il dono migliore per “rinascere”, qualsiasi accezione si dia a questo termine.

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Generazione F Ti auguro tempo Non ti auguro un dono qualsiasi, ti auguro soltanto quello che i più non hanno. Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa. Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri. Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre, ma tempo per essere contento. Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, ti auguro tempo perché te ne resti: tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull’orologio. Ti auguro tempo per guardare le stelle e tempo per crescere, per maturare. Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare. Non ha più senso rimandare. Ti auguro tempo per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono. Ti auguro tempo anche per perdonare. Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Elli Michler

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Generazione F

Perciò, buon tempo a tutti!

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Di tutto e niente RINASCITA Gestazione e travaglio del mio tempo Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico Certe volte mi trovo persuaso del fatto che rinascere sia prendere due volte la stessa fregatura. Poi respiro profondamente e, con tutto quello che c’è e che manca nella vita mia, faccio pace. Rinascere non è compiere metamorfosi . È tornare dopo un’assenza – sia il distacco sia il ritorno, che appaiono così nell’ordine delle cose configurandolo : a ben vedere un ordine più circolare che lineare . Un ciclo, nella cui rotazione si immagina di vedere o si decide di fissare snodi che segnano e contengono in sé la fine e, contiguo se non addirittura congruente, l’inizio .

Prossimi a inizio stagione (rami ancora nudi, ma con le gemme). Foto dell’Autore

Sovrapposizioni. Occorrerebbe fasarsi, aderire alle fasi del ciclo e allinearsi. Invece mi accade che prima il bianco delle pratoline, poi il fucsia dei fiori dell’albero di Giuda – fiori che aderiscono direttamente al tronco, che ardire- e poi il verde esultante che affiora ovunque: tutto ciò mi appare sfacciato perché mi anticipa e mi obbliga a correre per stare nella durata, per abitare nel ciclo. L’inizio mi appare sempre sfacciato e troppo precoce rispetto al mio stato d’animo. Poi cedo . Tornano i colori e torna la luce . Le giornate si dilatano e io ho più possibilità di perder tempo, indugiando nell’illusione che il tempo si stia allungando dandomi più spazio…

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Da leggere (o rileggere) “LA VITA VINCE” I Lukonauti, il primo libro di Isabella Maria Streicher ( Vitrend edizioni euro 16, pag 224) A cura della Redazione

Il numero di Generazioneover60 dedicato alla rinascita ci è sembrato il posto giusto per parlare di un libro che nasce da una vicenda drammatica, ma è prima di tutto una storia di amicizia e di bellezza, un vero e proprio inno alla vita . L’autrice, tedesca di origine, racconta in italiano gli ultimi mesi del marito Luca, un celebre liutaio colpito da un tumore al cervello che non gli ha lasciato scampo . Ma parla soprattutto di

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Da leggere (o rileggere) vita, la vita che c’è anche nei momenti più drammatici con la gioia di un incontro, di un biscotto speciale o di una musica . E soprattutto quella del dopo, che l’autrice scopre ed esplora dopo aver perduto – o forse, direbbe lei, aver visto passare in un’altra dimensione- un compagno che le ha dato tantissimo ma che in qualche modo forse le ha reso impossibile essere se stessa fino in fondo. Il risultato è un libro che è anche, come scrive nella prefazione Paola Emilia Cicerone, “un percorso terapeutico che rievoca una vicenda drammatica e un lutto, eppure è capace di dare gioia, di raccontare la morte non come la fine di tutto ma come passaggio”. E’ la storia di Isabella, ma anche una storia corale in cui ci sono le famiglie, la sua e quella di Luca, e i figli Maria e Nicolò, informati fin dall’inizio della drammaticità della situazione e costretti a crescere in fretta in una vicenda più grande di loro. Ma soprattutto ci sono gli amici, sgomenti ma pronti a rispondere quando Isabella, che è abituata a cavarsela da sola, lancia una richiesta di aiuto. I Lukonauti nascono così, dal nome del gruppo Whatsapp creato per tenere tutti informati e coordinare visite e aiuti. E subito diventano “la tribù di Luca”. E’ una suora africana, infermiera nell’ospedale dove Luca è ricoverato, a rispondere a Isabella che si scusa con lei per l’andirivieni di amici che potrebbe disturbare la routine del reparto, di non preoccuparsi: “nel mio paese”, ricorda suor Melanie, “quando qualcuno sta male viene tutta la tribù”. Ed è solo un esempio, tra i tanti citati nel libro, di come la sensibilità, l’attenzione al paziente – e alla sua famiglia – facciano la differenza anche quando apparentemente c’è poco da fare. Nei mesi di malattia i Lukonauti aiutano in tutti i modi possibili, con cibi appetitosi che offrono un momento di conforto alla famiglia e al malato, musica, consigli e soprattutto presenza: molti non si conoscono tra loro, ma attraverso Luca e Isabella si scoprono comunità. Capace di offrire momenti di leggerezza ma anche di agire quando necessario, e di dare conforto nei momenti dolorosi. Tutta la prima parte del libro è un alternarsi di dramma e momenti di bellezza: “Ha smesso di piovere, sta sorgendo una giornata limpida e tutt’a un tratto vedo”: è la frase, scritta nelle fasi drammatiche della malattia, che Isabella ha scelto di riportare nell’incipit del volume. “Vedo tutto questo mondo qui fuori nella sua bellezza, i colori mi sembrano più vivaci e nitidi, la pioggia ha lavato tutto e ora miriadi di goccioline brillano dappertutto. Forse sarà la giornata più triste della mia vita, ma in questo momento tutto mio non sono triste, non lo so spiegare. Ma mi sembra incredibilmente bello il fatto di essere viva, di vivere in questo mondo”. E anche il rito solenne del funerale di Luca, con la musica e gli uccellini origami preparati dai compagni del figlio Nicolò, si conclude con un aperitivo collettivo che è un enorme abbraccio a Isabella e alla sua famiglia, ma anche un modo per celebrare la vita . E i Lukonauti – alcuni dei quali hanno contribuito al libro con testimonianze che rendono la storia più ricca e sfaccettata – restano accanto alla famiglia anche nei mesi e negli anni raccontati nella seconda parte del libro: un viaggio esistenziale in cui Isabella, i suoi figli e quanti sono loro vicini scoprono, e fanno scoprire a chi legge, che i momenti dolorosi non cancellano la speranza e la gioia che possono venire da un nuovo lavoro, da un viaggio o dal profumo della primavera.

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Da leggere (o rileggere)

Isabella Maria Streicher Così, seguiamo l’autrice nelle esperienze lavorative, dall’incontro con i suoi piccoli alunni – che le fa dire, di fronte a certe drammatiche vicende familiari, che bisogna comunque essere grati di avere una famiglia relativamente normale, affetti, solidità – alle esperienze come sommelier che raccontano la sua passione per il vino ma soprattutto per la “gente del vino”, le loro storie e la loro vita. E poi ci sono le amicizie, il Tai Chi Chuan, una delle grandi passioni di Isabella, i viaggi con i figli e anche l’amore, come è giusto che sia nella vita di una giovane donna: una storia che comincia e poi si conclude con qualche rimpianto e molto affetto. E in mezzo a tutto questo c’è lei, Isabella: non a caso nel libro ci sono due capitoli intitolati Io e un altro dedicato a un Inventario che è soprattutto un percorso esistenziale, la ricerca e la scoperta di se stessi . E’ proprio questo che dà al libro una marcia in più, ricordandoci che non dobbiamo aver paura di scoprire, anche nei momenti più duri, le cose belle . E per chi legge, la storia raccontata da Isabella è un invito a non lasciar passare i momenti felici della vita senza apprezzarli fino in fondo .

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Versi Di...versi RINASCERE Di Bruno Belletti – autore

Foglie cadenti, l’inverno le avvolge nel sole più spento.

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Versi Di...versi Giacigli di neve, a custodire i semi impazienti. Germogliano fiori e tiepido ascende l’abbraccio di nuove stagioni. Rinasce ogni giorno il fluire di sogni e di viaggi. Oggi il mattino è l’arcobaleno del mio ritrovarmi.

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Il personaggio FRANCESCO ACATULLO. RINASCITA DI UN PUGILE Quando l’ossessione vince sul talento Di Alessandro Paola Schiavi – giornalista e direttore artistico teatrale

Il pugilato ha i suoi lati oscuri come ogni professione, aspetti di un’arte che possono stravolgere una carriera anche promettente. Lo sa bene Francesco Acatullo, nato a Caivano(Napoli) nel 1988, che nel 2015 ha sfiorato il titolo di campione italiano dei “super leggeri”, vivendo una grande fama. Oggi si racconta in esclusiva, proprio nel fiore di una rinascita che gli sta regalando nuove soddisfazioni personali. Francesco, ormai da anni sei nel mondo del pugilato professionistico. Quanto è stato importante per te raggiungere questo obiettivo? “Sono esattamente 12 anni che sono un pugile professionista. Raggiungere questo obiettivo per me è stato

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Il personaggio tanto, ma ha richiesto altrettanto impegno e costanza, dopo sei anni di pugilato dilettantistico, sotto la guida del maestro Livio Lucarno nella storica palestra boxe Voghera di via Marsala dove è cresciuto Giovanni Parisi. Con la canottiera ASD Boxe Voghera ben 57 match con il caschetto. Diciamo una discreta carriera dilettantistica. Così nel gennaio 2013 io e il maestro Luciano Bernini decidiamo di passare tra i professionisti, cioè togliere la canottiera e il caschetto e allenarsi da professionista. Il che significa allenarsi moltissimo”.

È risaputo che mente e corpo per fare grandi risultati devono viaggiare assieme. Come prepari la mente e il corpo in questo percorso? “Per raggiungere questo obiettivo ho fatto parecchie scelte e tantissime rinunce. Avevo solo 25 anni, che per un ragazzo giovane significa lasciare le compagnie e le uscite in amicizia e, soprattutto, abbandonare la vita “balorda”. Ma questo non è risultato difficile: essendomi ripromesso di passare tra i professionisti sapevo a che cosa andavo incontro. Iniziarono incontri senza caschetto e, invece di tre riprese, si passò a sei. Dopo 10 match da professionista, dove avevo incontrato dei buoni pugili, arrivò il mio primo match titolato sulle distanze delle 10 riprese, dove in palio c’era il titolo italiano dei pesi super leggeri che apparteneva al campione Andrea Scarpa. Gli allenamenti dovevano essere più lunghi; quindi mattina presto footing 10 km, poi andavo a lavorare come parrucchiere. Alle 20 di sera in palestra con il mio maestro a fare il secondo allenamento. Sessioni di

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Il personaggio sparring con altri pugili; un giorno sedute di addestramento tecnico al sacco, mentre altri giorni potenzialmente ed esplosività”. L’inizio ufficiale della tua carriera a livello nazionale.

“Il 24 gennaio 2015 il mio primo match titolato, trasmesso su Italia 1. Perdo ai punti dopo 10 round pesanti ma scendo dal ring da guerriero a testa alta.” E poi che succede? “Inizia così la mia sbandata e …mi perdo. Mi monto la testa, inizio a frequentare brutte compagnie, feste, baldorie, fiumi di alcol, night, oltre a conquistare un bel po’ di ragazze, solo per via del nome e per via del personaggio che ero diventato. Mi viene proposto di combattere di nuovo per il titolo italiano ma dei pesi leggeri, e lo facciamo a Voghera il 3 luglio 2015 con un pugile molto esperto di 36 anni, Pasquale Di Silvio. Il fatto di combattere a Voghera mi dà carica ma nello stesso tempo mi induce a pensare di avere già il titolo in mano. Così lascio il lavoro da parrucchiere da Jean Luis David e mi dedico solo al pugilato. Per due mesi mi preparo bene ma, dopo l’allenamento, ho sempre l’abitudine di fare serate. Insomma, ero già convinto di essere il campione italiano solo perché combattevo a Voghera e, giovane di

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Il personaggio 27 anni, avevo davanti a me un pugile “vecchio” di 36 anni. Salgo sul ring, combatto come un guerriero, ma alla fine del settimo round su un gancio destro al mento vado giù. Mi alzo a fatica, Di Silvio mi attacca e il mio maestro giustamente tira la spugna. Inizia così il mio declino ed entro in depressione. Mentre mi concedevo le solite serate, mi rendevo conto che non avevo intorno persone che mi volevano bene ma erano solo una sorta di avvoltoi. Restai presto solo, senza lavoro e senza soldi”. Caivano-Voghera, andata e ritorno. “A dicembre del 2015 dopo un lungo periodo di solitudine, decisi di lasciare Voghera. Volevo sparire, mi sentivo un uomo finito e fallito a soli 27 anni, solo perché avevo perso un match importante davanti alla mia città di adozione, dove ero arrivato dopo la separazione dei miei genitori e dove viveva mio padre con la seconda moglie. Quindi nel 2015 ritorno a casa per le feste natalizie per rimanere con mia madre a Caivano, il paese nativo dei miei nonni e genitori, dove avevo imparato ad essere uno scugnizzo. Nasce così il tuo soprannome “la tigre di Caivano”? “Il nome della tigre di Caivano mi venne dato da un compagno di palestra di boxe: un caro amico, Federico Nicolaci. Perché ero venuto qui a Voghera da solo senza niente, con la classica valigia di cartone, solo con la voglia di essere diverso da tutti i miei coetanei di Caivano. Dal 2005 al 2015 la mia carriera era stata un continuo alti e bassi e ogni tanto a Caivano accettavo qualche match solo per mantenermi e guadagnare un po’ di denaro”. Dal declino alla rinascita. “Decisi di ritornare a Voghera nel 2020. Salgo sul ring per essere un guerriero, la tigre di Caivano, non più un pugile per guadagnare soldi e così nel 2023 ho ripreso di nuovo ad allenarmi nella mia storica palestra e sono di nuovo sotto la guida protetta del mio maestro Luciano Bernini. Siamo arrivati a batterci per il titolo italiano dei pesi leggeri ad aprile 2024 e aspettiamo di batterci ancora per qualche match importante. Per ora ho 16 incontri vinti, 10 sconfitte e 4 pari. Ora non sono più un ragazzo giovane che fa serate, ma un uomo maturo che lavora duramente e si allena per diventare un campione importante e rimanere nella storia del pugilato non solo vogherese ma italiano. Ho un lavoro fisso come barbiere e da due anni ho una compagna, Jleen, che mi ama per quello che sono e per quello che faccio”. Che consigli ti senti di dare ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera? “Ai ragazzi che entrano nel mondo della boxe dico: affiancatevi al vostro primo maestro, non cambiate tante

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Il personaggio palestre e circondatevi della gente che vi ama per quello che siete e non per quello che possedete. E soprattutto conducete una vita sana. Amate una solo ragazza, tenetevi stretto un lavoro solido e rispettate i vostri genitori, così come non dimenticate mai il primo insegnante di boxe né la prima palestra. E ancora: non girate nei locali per mettervi in mostra. Solo umiltà e costanza tutti i giorni, perché l’ossessione può battere il talento. Fate sacrifici e lavorate sodo; amate la famiglia e, se siete credenti, affidatevi a lui”.

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Per ricordare I BAMBINI DI LINGFIELD Una storia vera di cura e di rinascita Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

E’ stato un caso che mi ha fatto incontrare, proprio alla vigilia delle celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della Liberazione, questo romanzo di Titti Marrone- Se solo il mio cuore fosse pietra, Universale Economica Feltrinelli 2025 pag. 237, € 11- dedicato allo straordinario esperimento pedagogico creato per aiutare i bambini usciti dai lager a ritrovare una parvenza di normalità. Avevo letto da poco l’ultimo, bellissimo romanzo di Marrone, Primammore, sempre pubblicato da Feltrinelli, in cui una tragica vicenda di cronaca fa da spunto per le vicende personali dell’autrice e della sua generazione.

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Per ricordare

Titti Marrone, autrice del libro “Se solo il mio cuore fosse pietra” Quando poi mi sono imbattuta nell’edizione economica di Se solo il mio cuore fosse pietra, non ho resistito. E ho fatto bene: mi sento di usare per questo libro un’espressione cara ai miei genitori, che ho sempre trovato un po’ eccessiva: “E un libro importante”. Lo è davvero, perché racconta la storia dei bambini di Lingfield, un gruppo di 25 tra bambini bambine e ragazzi sfuggiti all’Olocausto che nel 1945 furono accolti in una grande villa inglese trasformata in centro di accoglienza da un’équipe di psicoanaliste e pedagogiste guidate da Alice Goldberger, con il supporto e la collaborazione di Anna Freud, la figlia del fondatore della psicoanalisi. Obiettivo del progetto: prendersi cura di loro aiutandoli, per quanto possibile, a superare i traumi vissuti nei lager, nell’abbandono o nell’isolamento dei nascondigli escogitati per salvarsi.

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Per ricordare

Anna Freud Una storia tremenda in cui l’autrice ci accompagna con delicatezza, come fa in Primammore, consentendo alle testimoni del dramma di esprimere per noi le emozioni che è impossibile non provare scorrendo queste pagine. Che raccontano con precisione documentaria la difficoltà di gestire bambini traumatizzati, diffidenti nei confronti degli adulti da cui si aspettano solo inganno e sofferenze. E incapaci, almeno all’inizio, di sentirsi a proprio agio nella situazione di normalità creata per loro con lettini confortevoli, giocattoli, cibo gustoso e abbondante preparato dalla cuoca infermiera Sophie, uno dei tanti personaggi indimenticabili di questo racconto. Così come è impossibile togliersi dalla mente i bambini del cucchiaio, i più piccoli, provenienti da Terezin e a lungo incapaci di allontanarsi gli uni dagli altri, rinunciando all’unica relazione umana che avevano conosciuto. Ma anche gli altri, che nonostante l’impegno di Alice e delle sue collaboratrici continuano a nascondere il pane, a temere che il cibo che è loro offerto sia avvelenato e a reagire con terrore alla vista di una doccia. Accantonando per un momento le emozioni, c’è da dire che questo libro, anche grazie ai dialoghi tra Alice e Anna Freud, è una testimonianza preziosa sulle origini della psicoanalisi infantile

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Per ricordare e, più in generale, delle conoscenze che oggi abbiamo sullo sviluppo della mente e sull’importanza della socialità. Ma è impossibile non ammirare la sensibilità e l’empatia con cui Goldberger e le sue aiutanti hanno saputo affrontare situazioni apparentemente ingestibili: dalla rabbia dei bambini, espressa spesso attraverso la violenza, alla drammaticità delle storie che piano piano sono emerse dai loro racconti, tra cui quelle di alcuni genitori ritrovati che non sono riusciti a riallacciare il rapporto con i figli. Una difficoltà che ha segnato anche i tentativi di adozione dei bambini rimasti soli, non sempre destinati a un esito positivo, anche per l’atteggiamento superficiale di quanti da queste creature così fragili si aspettavano solo gratitudine e sorrisi. Ma accanto a tutto questo ci sono i piccoli miracoli di normalità riconquistata che Alice Goldberger riferisce con commozione, i sorrisi, l’interesse per la musica o per la natura, l’atteggiamento protettivo di molti bambini nei confronti dei compagni più piccoli e la capacità di costruire – anche grazie al rapido apprendimento della lingua inglese come comune strumento di comunicazione – un gruppo coeso. A fare da filo conduttore alla storia c’è una vicenda che ci riguarda da vicino, già raccontata da Marrone nel saggio Meglio non sapere. Tre bambini nella Shoà (Feltrinelli 2023) : la storia di due bambine italiane accolte a Lingfield, Tatiana e Andra Bucci, e del loro cuginetto Sergio De Simone che avrebbe potuto essere uno dei piccoli ospiti ma non arrivò mai in Inghilterra perché fu vittima di orribili sperimentazioni in un lager e infine ucciso.

Tatiana e Andra Bucci con il cuginetto Sergio De Simone Il racconto ci accompagna per oltre un decennio, fino alla conclusione dell’esperienza di Lingfield, seguendo i piccoli ospiti, ormai giovani uomini e donne, nella lenta elaborazione di parte del trauma e poi nelle loro seconde vite, presso il nucleo familiare ritrovato dopo lunghe e prudenti ricerche, in famiglie adottive, o per molti in Palestina. Scopriamo così che molti di loro hanno scelto di cancellare il ricordo dell’esperienza di Lingfield assieme ai ricordi traumatici che inevitabilmente si portava dietro. Anche se nelle ultime pagine il gesto affettuoso di uno dei bambini ormai adulto nei confronti di Alice è un abbraccio che testimonia meglio delle parole l’importanza di questa esperienza non molto nota che il libro ci permette di conoscere.

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Lavori in corso TANTI AUGURI, MARIA TERESA! Anche il compleanno può essere un momento di rinascita Di Minnie Luongo – giornalista scientifica

Il 23 aprile la nostra testimonial Maria Teresa Ruta ha compiuto 65 anni . La nostra è un’amicizia che risale a molti anni fa : come direttore di Generazione over 60 la ‘scelsi’ per la sua professionalità, non solo per la sua simpatia . Ricordo ancora quando dovevo presentare un mio libro e lei(conosciuta tempo prima in un programma Tv) si presentò al Circolo della Stampa quasi più preparata dei relatori medici che sedevano al tavolo con noi . E poi una frequentazione costante, a conferma continua del suo spessore umano. Negli ultimi anni ci siamo perse un po’ di vista ma la mattina del suo compleanno le ho scritto un watsapp di auguri: solo 20 minuti dopo lei mi ha risposto con un vocale oltremodo affettuoso, contenta che mi fossi ricordata del suo compleanno. Una donna Over60 che ci rappresenta: sensibile, ironica, preparata e folle quel che è necessario. Grazie Maria Teresa e ancora tanti auguri. Da tutta la Redazione.

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Lavori in corso

“LAVORI IN CORSO” è il titolo scelto qualche anno fa da Maria Teresa Ruta per una rubrica che contenesse info e altro su di lei all’interno del magazine Generazione Over 60.

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Benessere IL FUTURO DELLA NUTRIZIONE Informazione promozionale A cura della Redazione

Alimentarsi correttamente aiuta a prevenire e curare molte malattie: è il messaggio che arriva dal 24° Congresso Nazionale ANSISA (Associazione Nazionale Specialisti in Scienza dell’Alimentazione) che si è svolto qualche settimana fa a Pavia con il tema Nutrire la Salute. “Oggi sappiamo che la nutrizione, insieme alla lifestyle medicine, ha un ruolo fondamentale nella prevenzione di una serie di malattie cronico-degenerative che costituiscono il 75% della mortalità mondiale, oltre che di coadiuvare il trattamento di numerose patologie, prima fra tutte l’obesità che è in forte crescita in tutte le fasce di età”, spiega la presidente ANSISA Prof.ssa Hellas Cena. Tra i temi affrontati durante il Congresso, un approfondimento è stato dedicato all’evoluzione delle linee guida nutrizionali, utilizzate dagli specialisti in tutto il mondo per mettere a punto indicazioni precise ed efficaci per i loro pazienti .

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Benessere “In Italia le linee guida vengono definite in base alle caratteristiche della nostra popolazione e sono principalmente dedicate a individui sani, che vogliono salvaguardare la propria alimentazione attraverso una condotta il più possibile corretta, con una dieta equilibrata”, spiega Cena. Esistono però anche linee guida specifiche per pazienti affetti da patologie oncologiche, cardiovascolari, renali. Anche l’obesità è una vera e propria malattia e come tale richiede delle linee guida specifiche. Ma un’alimentazione equilibrata passa anche attraverso un’attenta modulazione del nostro microbiota, che si trasforma così in un efficace alleato per la salute. Il microbiota è un insieme di microrganismi – batteri, virus, funghi e altri – che vivono in diversi ambienti del nostro corpo. “In particolare, la comunità più vasta di questi microrganismi risiede nel nostro intestino, andando a costituire il microbiota intestinale. Oggi è considerato un vero e proprio organo, in grado di modulare tantissimi sistemi”, sottolinea la presidente ANSISA. “Pensiamo prima di tutto al cross-section talk, il costante scambio di informazioni fra intestino e cervello, che probabilmente è coinvolto anche nei meccanismi infiammatori che sono alla base delle patologie cronico-degenerative”. Un microbiota sano è caratterizzato da una vasta gamma di batteri diversi, ognuno con funzioni specifiche e complementari. La domanda è: come aiutare il microbiota a essere più sano? “In questo l’alimentazione gioca un ruolo fondamentale,” spiega Cena, “molti studi hanno dimostrato che bastano due settimane con un’alimentazione particolarmente ricca di prodotti di origine vegetale, in particolare di fibre che resistono alla digestione e arrivano intatte nell’ultimo tratto dell’intestino. Esistono in particolare alcune fibre – dette prebiotiche – che promuovono la crescita e l’attività di batteri benefici presenti nel tratto intestinale, favorendo quindi una condizione di eubiosi, l’equilibrio fra i vari ceppi batterici e la loro quantità. Quando questo non è sufficiente, abbiamo a disposizione latti fermentati con probiotici e anche alcuni cibi fermentati che possono veramente fare la differenza ed esserci di aiuto favorendo l’equilibrio della flora intestinale.”

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Salute LAURA LANZA, MEDICO OTORINOLARINGOIATRA Intervista alla vincitrice del premio “Donne che ce l’hanno fatta” di Alessandro Paola Schiavi – giornalista e direttore artistico teatrale La dottoressa Laura Lanza sembra non conoscere il significato della parola “riposo”. Impegnata in qualità di Direttore di struttura a Voghera e Vigevano, Consigliere dell’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e Presidente della Sezione Provinciale di Pavia dell’Associazione Italiana Donne Medico, trova anche il tempo di essere operativa nel mondo del volontariato in maniera fattiva, ruolo che però svolge in silenzio, senza troppi fasti. L’abbiamo incontrata in occasione del mese delle Donna in quanto recente vincitrice del Premio “Donne che ce l’hanno fatta”, ricevuto presso l’Università degli Studi di Pavia pochi mesi fa. –Dottoressa Lanza, una vita dedicata alla medicina, alla ricerca e alla condivisione. La sua figura, stimata da colleghi e presente in più realtà, come esempio della coniugazione fra colleghi e specialisti. Oggi il mondo del lavoro, in ogni campo, sembra trovare un freno su questa tematica del “condividere”. Come mai secondo lei? “Sono medico dal 1990 e questo ho sempre sognato di fare fin da quando, bambina, dall’età di 5 anni facevo le “punture alle bambole”. Nessuno nella mia famiglia faceva parte dell’ambito sanitario ma questo a me non importava e, pur trattandosi di una professione ancora prettamente maschile, ho voluto provarci. In famiglia mi è sempre stato insegnato un senso molto pratico della vita e forse per questo ho scelto subito una specialità chirurgica che mi consentisse di verificare immediatamente la “rimozione della malattia”. Le specialità chirurgiche, in particolare, per ottenere i risultati migliori, necessitano di un forte lavoro di squadra dove la tematica del condividere è un concetto basilare e questo è stato un insegnamento importante che ho trasportato anche al di fuori del mio ambito otorinolaringoiatrico, in tutti i ruoli che ho rivestito nell’ambito della professione medica a 360° ed anche poi nella mia vita privata. Oggi, per quanto riguarda l’attività professionale, si sentono spesso definire le persone come svogliate, ingrate, senza bisogno di mettersi alla prova e non impegnate a raggiungere alti standard lavorativi; in realtà anche i nuovi professionisti penso abbiano voglia e necessità di trovare un lavoro, ma è la mentalità ad es-

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Salute sere cambiata notevolmente. Le nuove generazioni hanno idee molto chiare e vogliono lavorare in aziende dove sia prevista la conciliazione casa-lavoro e dove l’ambiente sia piacevole, ovvero desiderano una professione utile alle proprie necessità, ma che allo stesso tempo non comporti di concentrarsi solo su di essa con l’effetto di trascurare gli aspetti della propria vita personale, in quanto il mondo è sempre stato percepito come qualcosa di precario. Come dicevo all’inizio, la condivisione in un gruppo è fondamentale per ottenere i migliori risultati e per creare una qualità di vita migliore possibile ma la condivisione, appunto, viene oggi sottovalutata dai giovani, considerandola quasi scontata e non pensando di prenderla in considerazione come una competenza che invece deve essere costantemente allenata”. –Anche il territorio per lei è sempre stato ed è importante. A Voghera e Vigevano ricopre la qualifica di otorinolaringoiatria. È più difficile unire persone o realtà territoriali e di struttura? “Come dice bene, per me, da ospedaliera, il territorio è sempre stato molto importante poiché credo che la vicinanza ai medici di medicina generale e direttamente alla popolazione sia fondamentale: oggi l’informazione e la trasmissione della cultura medica specialistica, oltre che il far sentire la vicinanza dell’ospedale al territorio, sono molto apprezzate sia dai colleghi che dall’utenza perché ci dà modo di creare una sorta di fiducia nei medici ospedalieri della provincia, che quotidianamente lavorano in trincea cercando di fronteggiare al meglio tutte le problematiche che giungono in osservazione. Per quanto riguarda la sottoscritta, sono stata sicuramente molto avvantaggiata nella possibilità di fare formazione o organizzare convegni, seminari o incontri rivolti sia ai colleghi che alla popolazione, anche se spesso è davvero molto difficile unire persone o strutture di differente estrazione professionale allo scopo di fare rete, altra realtà attuale dalla quale non possiamo prescindere per portare avanti al meglio la professione. L’obiettivo comune deve essere quello di rendere meno rigida la distinzione tra ospedale e territorio creando team multidisciplinari che si confrontano e integrano. Per rendere attiva la collaborazione tra specialisti ospedalieri e medici territoriali sono essenziali sistemi di collegamento informatici e digitali che funzionino. La rete inoltre deve comprendere anche cure intermedie e cure palliative, che siano a disposizione dei medici di medicina generale per la gestione degli assistiti, senza dover transitare dal ricovero ospedaliero, non dimenticando l’infermiere di famiglia, che si affianca al medico nella presa in carico. In conclusione, unire persone è difficile ma creando una buona squadra è possibile unire realtà territoriali o

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Salute di struttura è ancora una grossa sfida ma sono fiduciosa che con tanto impegno e soprattutto le competenze adeguate potremo presto arrivare a farlo”. –Recentemente presso l’Università degli Studi di Pavia ha ricevuto dagli Stati Generali delle Donne la benemerenza “Donne che ce l’hanno fatta”. Come vede la figura della donna nel mondo del lavoro, nel mondo medico oggi rispetto a quando lei ha iniziato la sua carriera? “Ho cominciato la mia carriera presso la Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico San Matteo di Pavia dove ero praticamente sola, in un mondo di uomini. Scegliere la specializzazione in Otorinolaringoiatria nel 1991 fu per me “normale” ed anche la mia famiglia non fece molti tentativi di dissuasione da una scelta che probabilmente non mi avrebbe consentito di avere una vita privata soddisfacente, ben sapendo che non avrei cambiato idea. Ho affrontato quotidianamente sacrifici molteplici, aumentati ancor più quando ho iniziato a ricoprire il ruolo di Direttore di Struttura Ospedaliera: in Italia eravamo pochissime in Otorinolaringoiatria… Mi sono ritrovata a dover fare i conti con la burocrazia e con le strategie di spesa sanitaria, ad organizzare i turni di lavoro e soprattutto a rispondere alle necessità e ai quesiti dei pazienti che dovevano entrare in sala operatoria. Ho portato avanti anche le esigenze della vita privata affinché anche a casa tutto procedesse per il meglio, sacrificando a volte i rapporti con gli amici ed il tempo da dedicare a me stessa, eliminando piccole coccole personali che spesso ho dovuto rimandare. La mia vita senza l’ospedale non sarebbe però stata possibile ed anche se mi è capitato di non essere presente a volte per le persone che ho amato di più, sono sicura che queste hanno ben compreso il mio sentimento di forte dedizione verso una professione complessa ma comunque ricca di soddisfazioni. Allo stesso modo mi sono ritrovata praticamente sola nel 2006 come prima donna medico Consigliere dell’Ordine della Provincia di Pavia, essendo il resto del Consiglio composto esclusivamente da Colleghi di sesso maschile. Ma quanti passi sono stati compiuti: la percentuale di donne medico è aumentata nel tempo, dal 29% nel 1990, al 38% nel 2000 e al 46% nel 2015. Attualmente non ci sono più grossi pregiudizi ma l’importante carico di lavoro scoraggia le donne ad assumere ruoli apicali o ordinistici”–C’è un sogno che ha nel cassetto per il futuro? “Ho 62 anni e da sempre, come ho già detto, mi sono dedicata alla professione con dedizione e con grande spirito di sacrificio ottenendo risultati che inizialmente mai avrei immaginato. Attualmente il sogno che mi rimane e che in parte sto già realizzando in mezzo a mille difficoltà è quello di dedicare il maggior tempo possibile alla formazione dei miei collaboratori più giovani: dopo le incredibili difficoltà legate alla pandemia molti collaboratori hanno lasciato il reparto ed ho avuto l’opportunità di ricreare una nuova giovane bellissima squadra. Oggi sono assolutamente convinta che soltanto mettendo l’accento sui cambiamenti generazionali che sono fisiologici si possano formare squadre dove la condivisione, come dicevo all’inizio di questa intervista, sta alla base per raggiungere gli obiettivi richiesti”.

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