Rassegna Stampa Dolomiti UNESCO | Gennaio 2023

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R A S S E G N A S T A M P A

GENNAIO 2023

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2 PRINCIPALI
DALLA
GENNAIO: CRISI IDRICA E CLIMATICA ................................................................................................................................ 3 NOTIZIE DAI GHIACCIAI 9 NOTIZIE DALLA MARMOLADA ......................................................................................................................... 10 NUOVI BACINI PER INNEVAMENTO PROGRAMMATO: IL DIBATTITO ............................................................... 13 OLIMPIADI: GLI AGGIORNAMENTI 15 PARALIMPIADI: GLI AGGIORNAMENTI 23 COLLEGAMENTO TIRES – MALGA FROMMER ................................................................................................. 26 COLLEGAMENTO COMELICO – PUSTERIA 27 VINCOLI: IL CASO DI AURONZO DI CADORE E DEL COMELICO 29 PASSI DOLOMITICI: IL DIBATTITO.................................................................................................................... 32 VAL DI FUNES: DESTINAZIONE SLOW FOOD TRAVEL 32 NOTIZIE DAI CLUB ALPINI ITALINI 33 NOTIZIE DAL SOCCORSO ALPINO ................................................................................................................... 37 NOTIZIE DAI PARCHI 38 LE DOLOMITI IN TV 41
ARGOMENTI
RASSEGNA STAMPA DI

CRISI IDRICA E CLIMATICA

Corriere delle Alpi | 8 Gennaio 2023

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Altolà dell'Uncem su nuovi impianti da sci «Il clima cambia, stiamo buttando milioni»

Francesco Dal Mas BELLUNO

Via gli impianti sotto i 2 mila metri? Resterebbero ben poche piste sulle Dolomiti: il Sellaronda, la quota più alta della Marmolada, Misurina, il Faloria, il Lagazuoi, la Freccia del Cielo. Via da sotto quota 1500? Cancelleremmo circa metà dell'attuale rete del Dolomiti Superski, 1200 km di piste, che si fiondano dai 3262 metri della Marmolada ai 900 di Auronzo (base di Col Agudo). Domande assurde, dunque? Nient'affatto. A sollevarle è stata l'Uncem, l'Unione delle comunità montane, con il dibattito che ne è seguito. Appennini Non c'è neve sugli Appennini, manca anche da tante parti, sulle Alpi. Il problema è che non si può nemmeno programmarla, tanto alte sono le temperature. Ed ecco che numerose piste restano chiuse, pure sulle Dolomiti. Il ministro del Turismo, Daniela Santanché, ha convocato per mercoledì al Ministero i rappresentanti del settore. «Il governo è pronto e farà tutto quello che è necessario», anticipa la Santanché, anche perché «gli operatori nelle ultime due stagioni hanno sofferto moltissimo. Non li possiamo lasciare da soli». E già la stessa Santanché aggiunge: «Di fronte al cambiamento climatico dobbiamo pensare a nuovi pacchetti di offerte e di maggiori servizi. È evidente, quindi, che serve un intervento più complesso». E ancora: «dobbiamo immaginare come implementare e ampliare il pacchetto di attrazioni che la montagna può offrire oltre alle piste innevate».Uncem Ecco lo snodo che fa discutere molto anche le Dolomiti. «Mi sembra sia necessario aprire una riflessione sul futuro dello sci e in particolare dell'innevamento artificiale alla luce dei cambiamenti climatici. Seria e laica. Dobbiamo avere una sede chiara per farlo - specifica il presidente dell'Uncem, l'Unione delle comunità montane, Marco Bussone -, il Ministero del Turismo, insieme con il Ministero dell'Ambiente. Capire con scienziati ed esperti di climatologia quanto ha senso investire risorse economiche, statali e regionali, in innevamento artificiale o in nuovi impianti di risalita sotto certe quote altimetriche, in certe valli». Per Bussone, occorre valutare dove e come, oltre demagogia e facili luoghi comuni. Il dramma climatico che stiamo vivendo non lascia scampo. «E con il Governo, con le Commissioni parlamentari che hanno specifica competenza, è necessario un ragionamento. Fare come abbiamo sempre fatto, bene o male che fosse, su sport invernali, sci e innevamento programmato potrebbe non avere senso di futuro, imbrigliando montagna e turismo in una strategia del passato. Noi vogliamo stare nel futuro. Senza rischiare di sprecare milioni e milioni di euro per un investimento a perdere nel bel mezzo della tragedia climatica che ancora qualcuno nega». Replica di Caner La replica dalle Dolomiti non si fa attendere. Interviene lo stesso assessore regionale al turismo, Federico Caner. «Abbiamo tutti consapevolezza dei cambiamenti climatici e già da tempo la Regione Veneto contribuisce, attraverso bandi, al finanziamento parziale, cioè in compartecipazione, dei progetti che di volta in volta vengono presentati dalle società impiantistiche, non per promuovere l'impossibile, ma per destagionalizzare il turismo, dall'inverno all'estate, fino alle stagioni intermedie». Caner ricorda l'ultimo bando, ad esempio, che integra i fondi per gli impianti di collegamento estivo, in taluni casi in alternativa alle auto. «Per quanto riguarda lo sci, c'è da essere avvertiti. Non è vero che la neve manca dappertutto. E che dappertutto mancano le temperature per programmarla. Non si può generalizzare. Come - avverte l'assessore - non si può dire che in futuro bisognerà sostenere solo gli impianti dai duemila metri in su, perché proprio in queste settimane constatiamo che l'inversione termica sfavorisce le quote più alte». Attenzione, non sotto i 2.000, ma sotto i 1500 metri si collocano la parte più bassa degli impianti di Cortina, San Vito di Cadore, Auronzo, Padola, Falcade, Alleghe. I due nuovi collegamenti, tra Padola e Col Colesei e tra il Giau e il Civetta volerebbero per solo in parte sopra quota 1500. Ma sono dati di sicurezza che gli ambientalisti non salvano. «È dimostrato, in questi giorni, che neppure a duemila metri si riesce a far neve, con le temperature presenti - annota Gigi Casanova di Mountain Wilderness -. Quindi è tutto il sistema da ripensare». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 8 Gennaio 2023

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Grigoletto: «Dolomiti isola felice però bisogna ampliare l'offerta»

il quadro

«Per quanto riguarda le Dolomiti non abbiamo motivo di lamentarci. Siamo un'isola felice rispetto a gran parte dell'Italia e d'Europa. È vero, non si scia sull'Appennino, per cui è giusto intervenire. Con il grande afflusso durante le vacanze le nostre piste si sono consumate, speriamo in un po' di freddo e ovviamente nella neve». La reazione è di Marco Grigoletto, presidente dell'Anef. In Austria, in Svizzera, in Francia, in Germania, ci sono comprensori che hanno chiuso mentre altri, soprattutto a basse quote, che non hanno

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nemmeno aperto. Le piste da sci nordico, difficili da innevare artificialmente, sono chiuse oppure disponibili su un piccolo circuito in mezzo a prati verdi. Quasi annullata la stagione degli slittini e i percorsi nel bosco sono diventati ideali per passeggiare. Ma da qui a dire, come afferma Marco Bussone, presidente dell'Uncem, che è meglio ridimensionare lo sci, proprio no, insiste Grigoletto: «il riscaldamento globale provoca situazioni come questa, ma anche nevicate copiose e freddo intenso, come è avvenuto gli anni scorsi e accade negli Usa quest'inverno. Bene, se è necessario aprire un tavolo di dialogo è altresì abbastanza certo che un ragionamento va fatto su un arco temporale di almeno 25 anni. E in ogni caso se vogliamo trovare delle soluzioni forse si dovrebbe partire proprio dal settore che traina la montagna: se sparisse lo sci, si estinguerebbe la popolazione delle terre alte». Va detto anche che nel caso le temperature salissero e non vi fosse più la neve il problema maggiore non sarebbe certamente lo sci ma magari il mare che entra un chilometro dalla costa o la mancanza di acqua nelle falde acquifere che - osserva il presidente Anef, «contribuiamo peraltro proprio con il nostro settore a mantenere con la neve artificiale in mancanza di quella naturale». Le alternative? Non costruire più impianti? Razionalizzare sotto i 2 mila? «Credo che dovremo sviluppare tecnologie innovative per permettere dove sarà possibile il mantenimento del turismo invernale perché è l'unico sostenibile. Lo dico da esperto». La Coppa del Mondo di sci in questa stagione ha segnato diversi stop. Annullate per mancanza di neve la doppia tappa dedicata alle discipline veloci di Zermatt/Cervinia ed il parallelo di Lech, e cancellato il secondo speciale femminile a Zagabria, c'è attesa per vedere se le gare maschili di Adelboden in Svizzera saranno portate a termine. Sulla pista Chuenisbaergli c'è ottimismo anche perché per rallentare lo scioglimento della neve, tutta artificiale e portata con camion ed elicotteri, gli organizzatori hanno cosparso la pista con circa 500 chili di sale. «In tutta Europa abbiamo notato che la montagna e gli sport della neve sono stati riscoperti dopo la pandemia: «c'è tanta voglia di aria aperta», afferma Valeria Ghezzi, presidente nazionale di Anef, «ecco perchè stiamo lavorando alla destagionalizzazione, vogliamo ampliare i nostri orizzonti, stiamo già offrendo ciaspolate, passeggiante sulla neve con cani da slitta, tutto l'aspetto della gastronomia per chi non scia».

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Corriere delle Alpi | 9 Gennaio 2023

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Nostalgia della neve

Cristina Nadotti

Lo scorso inverno i paesaggi montani delle Alpi sono stati brulli, chiazzati dal marrone dell'erba secca invece che ammantati di bianco. La stagione sciistica del 2022-2023, sembrava avviata verso il successo, ma dall'Immacolata a oggi di neve se n'è sciolta parecchia e l'equilibrio negli ecosistemi montani è stato nuovamente turbato. Perché lo spiega Michele Freppaz, ecologo della neve e pedologo dell'Università di Torino. «La neve è una straordinaria sentinella ecologica» dice il professore «e svolge molteplici funzioni. Il manto bianco che la maggiore parte di noi apprezza per la bellezza paesaggistica, o per le attività sportive, in realtà ha un valore molto più alto di quello che gli attribuisce l'industria turistica». Le nevicate di inizio dicembre sono state almeno un buon segnale? «Difficile dirlo, l'innevamento è caratterizzato da una forte variabilità interannuale ed è comune che ci siano notevoli differenze tra un inverno e l'altro. Quello però che si sta osservando sulle Alpi, a quote intorno ai 1300-1500 metri, è ormai una riduzione costante della durata della neve al suolo e del suo spessore, con una maggiore frequenza di episodi di pioggia su neve nel corso dell'inverno. Racconto spesso un aneddoto a questo proposito: nel 1934 un famoso climatologo e glaciologo valdostano, Umberto Monterin, in un Manualetto di istruzioni scientifiche per alpinisti del CAI, chiedeva agli affiliati di segnalargli subito eventuali piogge osservate sopra ai 3500 metri in estate sulle Alpi. Questo perché, anche nei mesi estivi, precipitazioni non nevose a quelle altezze si consideravano un fatto davvero straordinario. In poco più di 90 anni, invece, vediamo la pioggia a quote elevate anche in inverno, per non parlare della primavera. Ciò comporta anche la maggiore frequenza di un particolare tipo di valanghe, dette da slittamento, originate dalla presenza di un film d'acqua che "lubrifica" il manto nevoso a contatto con il suolo. Sono valanghe con un elevato potere erosivo, in grado di accumulare ingenti quantità di suolo nelle aree d'accumulo». Perché serve la neve e non solo la pioggia? «Un inverno nevoso è un bene per tutti: l'emergenza idrica non è finita e neve in montagna significa pioggia in pianura ma anche una significativa risorsa idrica che verrà resa disponibile in primavera. Dobbiamo augurarci che il deficit idrico sia compensato da abbondanti nevicate, in grado di accumularsi gradualmente nel corso dell'inverno, senza eventi estremi purtroppo sempre più frequenti in relazione agli affetti del cambiamento climatico. Di neve ne servirebbe davvero tanta, perché poi le estati particolarmente calde con lo zero termico che si osserva a volte fino a 5mila metri di altezza rischiano di depauperare in fretta anche una buona riserva di neve». Quali sono i servizi ecosistemici che fornisce la neve? «Spesso ignoriamo che un manto nevoso di sufficiente spessore in montagna è un ottimo isolante termico, indispensabile per la vita del suolo e della vegetazione, che ne hanno bisogno per essere preservati e protetti dai rigori dell'inverno. La neve a terra ha poi la funzione di accumulare specie chimiche: se l'inquinamento non è elevato questo deposito di sostanze chimiche non va visto in senso negativo, perché nei primi giorni di disgelo significa avere a disposizione per la vita del suolo e delle piante una soluzione nutritiva molto concentrata, grazie a un fenomeno naturale noto come ionic pulse. È poi risaputo che la neve fornisce ingenti quantità d'acqua indispensabili ad esempio per la produzione di energia elettrica, con benefici anche per i territori di pianura localizzati a centinaia di chilometri dalle montagne». Si tratta di servizi che il cambio climatico ha alterato? «Sì, in maniera preoccupante. Intanto c'è un anticipo della fusione primaverile della neve, che altera i tempi in cui l'acqua diventa disponibile. In pratica,

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il momento in cui l'acqua arriva a valle sempre più spesso non è più in sincronia e compatibile con l'uso di questa risorsa. La riduzione dell'innevamento, così come l'anticipo della fusione primaverile, hanno poi un significativo effetto sulla vita dei ghiacciai, sempre meno alimentati e protetti dal manto nevoso». Tutte queste funzioni sembrano offuscate dall'importanza della neve come risorsa turistica. Rischiamo di non proteggere il manto nevoso in nome degli sport invernali? «La crisi climatica ci sta insegnando che i problemi vanno risolti con un approccio multidisciplinare, per cui vanno sentiti gli esperti di economia del turismo così come i climatologi, i nivologi, i pedologi e tutti quelli specialisti della montagna che vengono formati anche a livello universitario. L'industria dello sci è nata negli anni '50-'60, un periodo di boom economico e nel quale la neve cadeva copiosa, così sulle Alpi si sono costruiti impianti già a mille metri di altezza. Ora è un dato di fatto che alcune stazioni sono state costrette a chiudere e attualmente sono a rischio di innevamento insufficiente anche quelle intorno ai 1300-1500 metri. È indispensabile valutare la resilienza di queste aree a rischio e ripensare il loro utilizzo, superando la monocultura dello sci. Gli impianti di risalita sono prima di tutto mezzi di trasporto, in grado di aumentare la fruibilità della montagna anche nel periodo estivo. Di sicuro, e non è facile, bisogna agire e pensare ora a delle soluzioni, perché qualsiasi progettazione richiede tempo e capacità per gestire questa transizione. Servono strategie e tecniche, persone in grado di scriverle e attuarle, senza sottovalutare l'importanza di comunicare questa transizione alle persone che vivono in montagna. Non sarà un processo rapido, ma va avviato subito». La neve artificiale può rientrare tra queste strategie? «Lo stesso rapporto IPCC la definisce una tecnica adattativa, ma può funzionare solo se le condizioni ambientali sono tali da consentirne l'utilizzo: in altre parole, serve a poco produrre neve artificiale che fonde in un battibaleno, perché la temperatura è troppo alta. In più, vanno valutati il costo dell'energia e delle risorse impiegate in un rapporto costo-beneficio. Va chiarito che nella creazione di neve artificiale non vengono usati additivi chimici, quindi la qualità dell'acqua come risorsa non viene pregiudicata». tratto da Green&Blue© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 13 Gennaio 2023

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Studio Unipd su Nature «Mai così poca neve nelle nostre Alpi negli ultimi 600 anni»

LO STUDIO

Uno studio pubblicato su "Nature Climate Change", a prima firma di Marco Carrer dell'Università degli Studi di Padova, ha analizzato dati secondo i quali la durata dell'attuale copertura del manto nevoso delle Alpi è di 36 giorni più breve della media a lungo termine: un calo senza precedenti negli ultimi sei secoli. Per avere una più vasta comprensione dell'evoluzione del manto nevoso alpino il team di ricerca ha raccolto sezioni di alcuni arbusti ad elevata altitudine, e ne ha analizzato la larghezza degli anelli. «Le Alpi con il loro manto nevoso - concludono gli autori - rappresentano le "torri d'acqua per l'Europa" e svolgono un ruolo chiave sia nei sistemi ambientali naturali che per i settori socio-economici che ruotano attorno alla disponibilità di neve invernale. Una persistente riduzione della quantità di neve e della durata del manto nevoso probabilmente produrrà profondi effetti su questi sistemi con gravi ripercussioni a cascata sul benessere umano. Nel 2022 le Alpi meridionali hanno vissuto un eccezionale inverno senza neve, seguito da una estrema siccità estiva europea insieme all'improvviso crollo di luglio del ghiacciaio della Marmolada sulle Dolomiti, con il suo tragico bilancio di vittime. Rendersi conto che stiamo vivendo una riduzione senza precedenti della durata del manto nevoso negli ultimi sei secoli, dovrebbe sensibilizzare l'opinione pubblica sull'urgente necessità di sviluppare strategie di adattamento e di iniziare a pensare ad una riforma di alcuni dei settori socio-economici più sensibili».

Corriere delle Alpi | 14 Gennaio 2023

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E’ già allarme siccità

La siccità spaventa ancora il Veneto. Poca neve e falde ai minimi storici, l'ultimo bollettino dell'Anbi è allarmante perché preannuncia un inizio 2023 difficile dal punto di vista idrologico. In mancanza di precipitazioni significative tra gennaio e febbraio, la stagione irrigua partirà già in grave deficit idrico. E non è una buona notizia, soprattutto se si considerano i precedenti. previsioni fosche«Potrà sembrare un paradosso ma siamo ancora in siccità» commenta Andrea Crestani, direttore di Anbi Veneto, l'ente che raggruppa i consorzi. «Nella prima decade di dicembre c'erano state nevicate ma l'innalzamento delle temperature ha causato lo scioglimento veloce. Il serbatoio nivale è già in crisi, di riflesso la portata dei fiumi è scarsa e la pioggia di dicembre non è stata risolutiva. Le falde sono vicine allo zero percentile, anche perché il tempo di reazione è di almeno 90 giorni». Ciò che preoccupa l'Anbi è la campagna irrigua, che la scorsa estate è stata salvata quasi per miracolo e con molti sacrifici. «Ci apprestiamo a iniziare un'altra stagione in grossa difficoltà» continua Crestani. «Ai primi di marzo inizia la campagna agronomica, si preparano i terreni per le semine: partiremo con un anno siccitoso».Le falde acquifere a secco incideranno poco sul fabbisogno agricolo, ma l'impatto sull'idropotabile. « Sì, rischiamo la mancanza di approvvigionamento di acqua potabile», conferma Crestani. «I nostri indicatori sono tutti di allerta». la

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prospettivaMa nonostante tutto Anbi guarda avanti con fiducia, con la consapevolezza che le cose potranno migliorare, soprattutto in virtù del piano che la Regione si appresta a recepire. L'ente che coordina il lavoro dei consorzi, lo scorso mese di giugno, ha presentato il cosiddetto "Piano irrigazione 2030", che prevede l'utilizzo di 17 ex cave per trasformarle in altrettanti bacini di raccolta: 44 milioni di metri cubi invasati, per un investimento stimato di circa di 170 milioni. A Riese Pio X, in provincia di Treviso, c'è un esempio di riutilizzo di cava a bacino di laminazione e irriguo. L'opera è stata realizzata ed è gestita dal Consorzio di Bonifica Piave. In funzione dal 2012, ha una capacità di invaso di 500 mila metri cubi, è ricavata dall'ex cava di ghiaia Bergamin, opportunamente bonificata e adeguata. Raccoglie le piene del torrente Brenton al quale la cava è collegata tramite un canale di scolmo lungo 600 metri. Serve a evitare allagamenti nei vicini comuni di Riese Pio X e Castelfranco Veneto, ma anche nei comuni situati a valle, come Resana, e quelli dell'alta padovana quali Camposampiero e Loreggia.il piano monstre anbi-regioneIl piano è piaciuto alla Regione Veneto che l'ha addirittura ampliato. «La Regione lo sta confezionando per l'approvazione: ci sono 90 progetti per altrettanti siti, tra cave dismesse e bacini di pianura» rivela Crestani. «Sarà un investimento da 800 milioni di euro, a cui dovranno concorrere tre ministeri: Infrastrutture, Agricoltura e Ambiente. Su questi specchi d'acqua c'è poi la possibilità di investimento per oltre 100 milioni, per piazzare impianti fotovoltaici galleggianti». enrico ferro© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 15 Gennaio 2023

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Il permafrost si assottiglia, a rischio sentieri e pareti

ARABBA

«La maggiore criticità dovuta alla crisi climatica per i rifugi d'alta quota, oltre a quelle legate all'approvvigionamento idrico e al fabbisogno energetico, è quella relativa al cedimento del terreno sul quale è edificata la struttura, dovuta all'assottigliamento del permafrost. Questi cedimenti sono sempre più diffusi, anche per i sentieri, le pareti». L'allarme è di Luca Gibello, presidente dell'Associazione cantieri di alta quota.«Gibello fa riferimento soprattutto alle Alpi occidentali e alle quote più alte di quelle dei nostri rifugi - puntualizza Renato Frigo del Cai Veneto -. Ma i dati Arpav sul permafrost comunque ci preoccupano. Il Centro Valanghe di Arabba di Arpav ha una stazione meteorologica permanente sul gruppo montuoso del Sella al Piz Boè (2900 m) per lo studio di questo fenomeno. Attraverso un foro di circa 30 metri praticato sul terreno si analizza l'andamento della temperatura del suolo a diverse profondità». Le conclusioni? «Il permafrost - si legge in un rapporto dei giorni scorsi - è presente solo in alta quota e con l'innalzamento delle temperature dovute ai cambiamenti climatici va via via assottigliandosi creando problemi sia per l'approvvigionamento della risorsa idrica sia di dissesto idrogeologico». Lo strato attivo di permafrost del Piz Boè, ovvero la parte superiore di roccia che gela durante l'inverno e che fonde durante l'estate, è a circa 4 metri di profondità ma con temperature che sono variate negli ultimi anni. «Tendenzialmente e prudentemente si potrebbe indicare che i possibili crolli delle pareti rocciose dovuti alla diminuzione del permafrost, potrebbero essere più frequenti verso la fine dell'estate, quando i valori di temperatura della roccia saranno maggiori a causa del caldo estivo. La differenza tra le diverse annate in termini di temperature rilevate a diverse altezze è ben visibile in prossimità della superficie, per poi unificarsi ai 15 metri di profondità». I cedimenti più frequenti sulle alte quote dolomitiche sono i crolli di parti instabili di pareti, come avvenuto l'estate scorsa, o l'instabilità di alcuni sentieri che incrociano ruscelli ed i torrenti: li puoi trovare in secca ma all'improvviso, quando piove molto, raccolgono acqua in maniera micidiale, ed ecco i cedimenti di versante. fdm©

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L’Adige | 16 Gennaio 2023

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Mutamenti climatici e cime: a rischio l'energia del rifugio

UGO MERLO

A volte un'istantanea spiega meglio di un trattato anche concetti complessi. E l'istantanea che arriva dall'Adamello parla da sola: il lago Scuro si è abbassato di 18 metri. Diciotto. E le conseguenze si fanno sentire tutto intorno. Un esempio è quel che rischia di accadere al rifugio Città di Trento, ai 2449 metri del Mandron nel Gruppo dell'Adamello. Ristrutturato in due stagioni: 2021 e 2022 ed inaugurato nel settembre scorso, è uno dei rifugi della Sat fossil free. La struttura che si presenta dopo i lavori particolarmente accogliente e confortevole, gestita dalla famiglia di Carlo Galazzini, lassù da 44 anni, rischia di non essere più fossil free. Infatti, l'acqua che alimenta la turbina della centralina, che produce l'energia elettrica per il rifugio, potrebbe non funzionare, perchè, a causa delle poche precipitazioni negli ultimi due anni il livello del lago Scuro, da dove viene prelevata l'acqua, si è abbassato come detto di ben 18 metri. Il dramma dei cambiamenti climatici è stato affrontato anche dal congresso dei sentieri del Cai. «Dobbiamo cambiare il nostro approccio alla montagna, modificare le nostre abitudini e non portare il modello di vita della città in montagna». Sono queste le

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conclusioni del presidente del Club alpino italiano Antonio Montani, al congresso tenutosi ieri e sabato nella sede della Sat a Trento, dove si è parlato del passato presente e futuro dei sentieri e dei rifugi, due ambiti con molti tratti comuni. Una due giorni che ha messo in luce le problematiche delle strutture sentieri e rifugi, che se da un lato, si adeguano al progresso, con le comodità della digitalizzazione, dall'altro debbono fare i conti con il clima che cambia e questo ci impone di guardare e frequentare la montagna consapevoli di una ridefinizione dei servizi. I sentieri del Cai 112 mila chilometri censiti di cui il 25% validati nel catasto digitale, si possono percorrere con lo zaino più leggero, con le guide e le cartine geografiche a casa, ma con le mappe scaricate sul telefonino, come ha fatto Sara Bonfanti, intervenuta alla tavola rotonda conclusiva, che ha percorso da Muggia a Santa Teresa di Gallura tutto il sentiero Italia del Cai in 7 mesi da maggio a dicembre del 2022. La digitalizzazione ci aiuta e molto anche per quanto riguarda i rifugi, con le prenotazioni on line, ma anche nei rifugi, soprattutto quelli più alti, il cambiamento del clima sta comportando degli adattamenti ai quali dobbiamo essere preparati. «La nostra è l'era dei cambiamenti climatici - ha detto Montani - ed il Cai ha il compito di gestire questa fase con una campagna ecologica, in modo tale da rendere le nostre strutture non impattanti con l'ambiente. Anche in funzione della riduzione delle risorse idriche il Cai ha in programma la mappatura delle sorgenti d'acqua».In Trentino, come ha ricordato Iole Manica vice presidente della Società degli alpinisti tridentini, viene portata avanti, dalla più grande sezione del Cai, con la forza del volontariato la cultura della montagna, che vuole il rifugio luogo di condivisione e non di essere fruibile come un albergo di valle. Visione di esperienza romantica, l'andare nei rifugi e dormirvi come la concepisce Marco Albino Ferrari, giornalista, scrittore neo direttore editoriale del Cai. L'impegno del Cai oltre all'operatività delle sue commissioni, fra le quali quelle sentieri e rifugi, che hanno organizzato ottimamente, con il loro coordinatori - Alessio Piccioli per i sentieri ed il trentino Riccardo Giacomelli, rifugi - in collaborazione con la Sat il congresso, è quello di potenziare questi due settori e di far conoscere ai politici ed al governo il mondo della montagna, le sue problematiche ed esigenze. Su questo Montani, da pochi mesi insediatosi alla presidenza, sta lavorando e proporrà una legge quadro sulla montagna, coinvolgendo tutti i soggetti interessati, a partire dalle professioni della montagna. Il presidente ha anche annunciato il congresso del Cai numero 101, che si terrà a novembre. Ai lavori ha partecipato il direttore dei Euma, che raggruppa tutte le 33 associazioni europee l'austriaco Andreas Aschaber, con la prospettiva di una rete europea della montagna.

Corriere delle Alpi | 16 Gennaio 2023

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Dell'Agnola: «Uomo più pericoloso del clima La Marmolada? In quei giorni volevo andarci»

L'intervista

Gianluca De Rosa

La montagna e l'alpinismo sono la sua vita ma, oggi, Manrico Dell'Agnola predica prudenza. «I cambiamenti climatici hanno reso la montagna un po' più pericolosa, ma più pericolosa del clima è la mano dell'uomo che, rispetto al passato, vive e si approccia alla montagna in maniera molto diversa».Classe 1959, nato ad Agordo ma residente a Mel, Manrico Dell'Agnola ne ha viste di ogni tipo scalando le vette più importanti e conosciute del mondo. Imprese rese immortali grazie a una macchinetta fotografica, amica e fedele compagna di viaggio. La "prima volta" agli albori degli anni Ottanta. Sono datate 1981 le sue prime salite solitarie, lo stesso anno sale

El Capitan per la via del Nose e realizza parecchie altre prime italiane fra Yosemite e Colorado. Da allora ha collezionato migliaia di vie in tutto il mondo, ma il suo cuore battte per le Dolomiti. Dell'Agnola, quarant'anni e più di vita ad alta quota, quanto basta per dire che in questi anni tante, troppe cose sono cambiate.«Frane e valanghe ci sono sempre state, rappresentano una caratteristica fisica della montagna, un ambiente sempre in movimento. La differenza principale sta nel fatto che una volta non esistevano gli smartphone e dunque nessuno aveva l'opportunità di riprendere questi fenomeni in diretta per poi renderli pubblici. Le frane, almeno quelle di bassa quota, sono elementi fisiologici. Quelle che si registrano più in alto, invece, possono essere attribuite al citato cambiamento climatico. Il permafrost sta scomparendo e questo espone le nostre montagne al cedimento. La parete sud della Torre Venezia ai primi del Novecento era tutta grigia, adesso presenta strapiombi visibili a occhio nudo da valle. Le temperature più alte, di uno o due gradi ormai certificate, sono un dato di fatto ma mi sento di dire che a questi cambiamenti climatici si stanno dando troppe colpe. La mano dell'uomo resta a mio avviso la componente più pericolosa, più dei cambiamenti climatici».Com'è cambiato in questi anni l'approccio dell'uomo alla montagna?«Sono un alpinista, parlo principalmente per quello che è il mio mondo ma la fruizione della montagna si presenta in più modi. Mi sento di dire che oggi ci sono meno alpinisti e più arrampicatori. Anche l'escursionista è cambiato radicalmente. È cambiata la fruizione della montagna e sta cambiando sempre di più. Negli anni ottanta c'era molta più gente che andava in montagna a scalare. Ricordo che sul Civetta o le Tre Cime di Lavaredo tanto per citare due luoghi a me cari, si faceva la fila sin dall'alba per attaccare la parete. Questo oggi succede in minima parte e sempre negli stessi posti».Ci sembra di capire che oggi in montagna ci sia gente meno esperta.«L'esperienza un tempo era l'abc. Chi non conosceva a fondo la montagna, rischi compresi, non si avventurava. C'era rispetto. Oggi si parla spesso di assalto alla montagna, ma il problema a mio avviso non sta tanto nei numeri quanto nella distribuzione. Basti pensare a quello che avviene ogni estate al lago del Sorapis. E faccio un esempio. Sorapis preso d'assalto con lamentele quotidiane da parte di tutti rifugisti compresi. Poi, se uno volge lo sguardo alle vicine Marmarole, rischia di camminare anche

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per giorni senza incontrare qualcuno. Tre Cime e Tre Scarperi o Croda dei Toni presentano una situazione molto simile. La gente si concentra in determinati posti perché viene messa nelle condizioni di scegliere un posto rispetto ad un altro. E questo non è un bene».Cosa pensa delle "montagna comoda"? «Penso che le comodità in montagna devono esserci, principalmente per chi in montagna ci vive e lavora. I turisti vengono dopo. Non sono contrario alle strade, non sono favorevole al chiudere tutto come predica qualcuno. Bisogna favorire la comodità, al tempo stesso bisognerebbe rendere meno fruibili i posti più frequentati e favorire l'accesso in posti, altrettanto belli, dove non va nessuno solo perché meno accessibili. In Alto Adige hanno costruito le strade per raggiungere i masi, dalle nostre parti qualcuno vorrebbe che certi posti venissero raggiunti con i carretti trainati da cavalli. La modernità ha tanti aspetti positivi che vanno cuciti addosso prima di tutto agli abitanti della montagna e poi al turista. Il montanaro dal canto suo deve aprirsi alla modernità altrimenti si fa dura anche incentivare il turismo».Una valanga sul Nuvolau ha generato un incidente mortale. Cosa si può fare per limitare rischi e pericoli in presenza di neve? «Le valanghe storicamente hanno sempre fatto morti. Gli incidenti, anche mortali, sono aumentati perché negli ultimi anni è aumentata la gente che pratica lo scialpinismo. La neve è un elemento subdolo, molto più difficile da affrontare rispetto alla roccia, che tradisce meno. La neve non è intuibile, chi subisce incidenti in presenza di neve è quasi sempre un esperto. Non giudico nello specifico l'incidente del Nuvolau ma oggi serve seguire con maggiore attenzione le disposizioni di Arpav. In presenza di rischio alto e temperature elevate, la cosa migliore da fare è starsene a casa».Su quanto successo questa estate in Marmolada che idea ti sei fatto?«Lì c'era davvero poco da fare. È stato frutto del caso, era impossibile prevedere qualcosa del genere. Avevo pensato anch'io un'escursione in Marmolada in quei giorni lì. Volevo fare un giro sulla neve, avrei portato mia figlia e mio nipote senza nessun tentennamento. Non c'erano controindicazioni, è stato un evento eccezionale che sulle Dolomiti non era mai successo prima».Quali sono gli ingredienti, a tuo avviso, per salvaguardare la montagna?«Serve un deciso passo indietro. Rivolgersi al passato per ritrovare la sicurezza. Un tempo ci si poteva affidare solo ed esclusivamente alle proprie conoscenze. Prima di intraprendere una scalata bisognava avvertire le sensazioni migliori. C'era autogestione in tutto e per tutto, difficoltà comprese. Oggi c'è l'elisoccorso che se ti ritrovi in difficoltà risolve ogni problema. La mentalità è cambiata in peggio. Serve una maggiore consapevolezza della montagna, sia se si parla di alpinismo ma anche di arrampicata o escursionismo. La fruizione della montagna passa dalle proprie possibilità. Senza, ripeto, pensare a chiusure o limitazioni. La montagna va resa libera, è l'uomo a dover capire fin dove può spingersi. Questo succedeva tanti anni fa. Meno regole e più consapevolezza». © RIPRODUZIONE RISERVATA

L’Adige | 17 Gennaio 2023

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«I piccoli laghi alpini sono a rischio»

Fabio Peterlongo

La crisi climatica è in corso e la montagna continua a lanciare segnali di allarme: dopo un anno caldo e siccitoso senza precedenti, sono in particolare i piccoli bacini alpini a mostrare una preoccupante carenza d'acqua. È il caso del Lago Scuro sull'Adamello: il livello si è abbassato di 18 metri, mettendo in forse l'approvvigionamento energetico del vicino rifugio; le turbine potrebbero non trovare più acqua per generare elettricità. Ne abbiamo parlato con l'ingegnere ambientale Lorenzo Giovannini, ricercatore all'Università di Trento, il quale mette in guardia: «I piccoli bacini alpini sono quelli che mostrano le alterazioni più rapide ed estreme nel livello dell'acqua, perché si riempiono e si svuotano in maniera evidente sulla base delle precipitazioni e dello scioglimento nivale - ha evidenziato - Ma anche i laghi di grandi dimensioni ne risentono».A confermare quanto il 2022 sia stato un anno critico arrivano i dati di Meteo Trentino. Secondo l'analisi, le temperature sono state sensibilmente più alte e le precipitazioni più scarse della media in tutte le stazioni di rilevamento: Trento Laste ha registrato una temperatura media di 14,4°C contro una media negli anni precedenti di 12,2°C; precipitazioni di 727 mm contro 955 mm di media; 72 giorni di pioggia contro 85. A Castello Tesino: temperatura media di 10,4°C contro 8,9°C; precipitazioni 912,2 mm contro 1275 mm; 84 giorni di pioggia contro 105. A Lavarone: temperatura media di 9,4°C contro 7,4°C; precipitazioni 862,2 mm contro 1328,9 mm; 80 giorni di pioggia contro 103. A Malè: temperatura media di 10,6°C contro 9,9°C; precipitazioni 661 mm contro 901 mm; 76 giorni di pioggia contro 87. A Tione: temperatura media di 12,2°C contro 10,6°C; precipitazioni 837 mm contro 1246 mm; 83 giorni di pioggia contro 95. A Cavalese: temperatura media di 10,1°C contro 8,1°C; precipitazioni 667 mm contro 824 mm; 80 giorni di pioggia contro 91. A Rovereto: temperatura media di 15,1°C contro 12,8°C; precipitazioni 672 mm contro 989 mm; 68 giorni di pioggia contro 88. A Predazzo: temperatura media di 9,9°C contro 7,9°C; precipitazioni 805 mm contro 945 mm; 87 giorni di pioggia contro 95. Insomma, il caldo e la siccità sono stati presenti a tutte le quote: ed in alta quota la situazione è peggiorata dall'inversione termica, causata dall'aria calda che sale.Poche piogge, scarsa neve, alte temperature: combinazione critica per l'integrità delle riserve idriche, come conferma l'ingegnere Giovannini: «C'è una mezza buona notizia, non ci sono dati scientifici che confermano come vi saranno sempre meno piogge sull'arco alpino sul lungo periodo, la quantità media di precipitazioni potrebbe restare più o meno invariata - ha spiegato - Quello che sappiamo però con certezza è che l'acqua cadrà in maniera più rara e intensa, aumentando gli episodi estremi». Ma il grande problema è la temperatura: «I ghiacciai e i nevai cominciano a sciogliersi molto prima durante l'anno. Anziché in estate, lo scioglimento avviene già in primavera». Stiamo consumando le riserve contenute nella "banca" di preziosa acqua che la natura ha accumulato e conservato in alta montagna: «Assisteremo sempre

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più spesso alla "lotta" tra chi chiede l'acqua per uso agricolo e chi la chiede per l'idroelettrico. E di riserva ce n'è sempre meno, i ghiacciai andranno a scomparire», riflette Giovannini. Soluzioni facili non ce ne sono, con la parola d'ordine che ormai è passata dal "contrasto" ai cambiamenti climatici all'adattamento ad essi, come se avessimo già alzato bandiera bianca. Ma Giovannini insiste sulla necessità di perseguire la riduzione dell'emissione di gas serra: «È inevitabile doverci adattare perché alcuni cambiamenti climatici sono già avvenuti. Ma mitigare il nostro impatto ambientale rimane fondamentale, attraverso azioni di risparmio ed efficientamento energetico - sottolinea il ricercatore - L'Unione Europea è sulla buona strada, anche se la quota di inquinanti prodotti dai paesi emergenti cresce». Quella dell'efficienza energetica è la strada da percorrere anche in Trentino: «E bisognerà puntare sulle rinnovabili, come eolico e solare, perché difficilmente è ipotizzabile un'ulteriore espansione dell'idroelettrico, visto che gli invasi vengono già sfruttati».

NOTIZIE DAI GHIACCIAI

L’Adige | 8 Gennaio 2023

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Ghiacciai, ogni anno un record negativo

Nicola Maschio

Un punto di non ritorno per i ghiacciai trentini? Probabilmente. Ma la situazione, purtroppo, è simile in tutto il mondo. E gli esperti, dal canto loro, avvertono: «Gli inverni miti saranno la normalità, bisognerà abituarsi». Ad accendere i riflettori sullo scenario generale è il glaciologo del Muse - Museo delle Scienze di Trento, Christian Casarotto, che cerca di espandere il proprio ragionamento oltre i nostri confini: «Non si tratta di pensare ad un ghiacciaio specifico rispetto a un altro e nemmeno, sbagliando, confrontare solo un anno con quello prima: qui il problema è che ogni anno, da tempo, superiamo il record di temperature rispetto al precedente. Inutile chiedersi "E ora cosa facciamo?"».Dottor Casarotto, non si sono mai viste temperature così alte come in questo inizio 2023. Trend irreversibile? Diciamo che ogni anno stabiliamo un nuovo Guinness dei primati. Ma è solo la manifestazione di un fenomeno che va avanti da tempo e su cui noi scienziati, da ormai vent'anni, cerchiamo di porre l'attenzione. Purtroppo però non veniamo ascoltati, o quando lo fanno è troppo tardi. È triste pensare che da decenni segnaliamo questi cambiamenti eppure, nonostante modelli e calcoli matematici, ancora ci sia diffidenza. La politica, soprattutto, pensa nel breve termine, ma i ragionamenti dovrebbero essere più lungimiranti».E quali sono, ad oggi, gli effetti più evidenti di questi cambiamenti?«Due su tutti. Il primo riguarda le precipitazioni, che sono sempre più concentrate e irregolari: da tempo si registrano dei picchi tra fine gennaio e inizio febbraio e poi tra i mesi di aprile e maggio. Negli altri periodi, quando la pioggia viene a mancare per molto tempo può verificarsi la siccità nelle zone più a valle e questo ci porta al secondo punto: l'innalzamento della "quota neve". In sintesi, oggi piove dove una volta nevicava, per via delle temperature più elevate».Come incide tutto questo sui ghiacciai?«Facciamo un esempio e paragoniamoli ai nostri conti in banca. Abbiamo dei guadagni per via del lavoro che facciamo, ma anche delle spese e cerchiamo di mantenere il bilancio in equilibrio o meglio, in attivo se riusciamo. Ma con precipitazioni ridotte e neve sempre più ad alta quota, il guadagno per i ghiacciai è sempre di meno mentre le spese, soprattutto durante l'estate, sono sempre di più. Dagli anni '80 il trend di questo bilancio è quasi costantemente negativo, salvo alcune sporadiche eccezioni».In sintesi, abbiamo raggiunto un punto di non ritorno? Oppure potremmo rivedere i ghiacciai avanzare in futuro?«Noi sicuramente no, ma c'è qualche speranza per le generazioni che verranno alla fine di questo secolo. Ma il "ritorno al passato" può avvenire solo con azioni concrete: riduzione dei gas serra e adattamento alle reali possibilità del pianeta. Soprattutto, servono strategie a lungo termine. Certamente un indirizzo politico è necessario, ma allo stesso tempo ognuno di noi deve guardarsi allo specchio e fare la sua parte. Meno individualismo e più ragionamenti orientati al bene comune».Concretamente, quanta superficie ghiacciata stiamo perdendo negli anni?«In Trentino abbiamo circa 130 ghiacciai, un numero che paradossalmente è in aumento anche se non bisogna farsi ingannare: il numero cresce semplicemente perché quelli più grandi si frammentano in parti più piccole. I grossi ghiacciai da noi non esistono più, il più grande è quello della Lobbia, che nel 2015 misurava circa 5 chilometri quadrati. Ma un dato indicativo è questo: nell'ultimo secolo abbiamo perso il 70% della superficie ghiacciata».E le perturbazioni come quelle in arrivo? Possono dare il loro contributo positivo?«Parliamoci chiaro: una nevicata di 10-30 centimetri è una cosa ridicola. O meglio, meno male che nevica, perché parliamo dell'apporto di risorse idriche, ma se dovessimo giudicare la portata di queste precipitazioni sono purtroppo una quantità piccolissima rispetto alle reali necessità».

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L’Adige | 8 Gennaio 2023

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NOTIZIE DALLA MARMOLADA

L’Adige | 8 Gennaio 2023

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Marmolada Sul versante bellunese il nuovo impianto sarà pronto in un anno

BELLUNO

Un nuovo impianto di risalita, con cabine da dieci posti, sotto la Marmolada, pressoché pronto entro la fine di quest'anno e già operativo all'inizio del 2024.Siamo sul versante bellunese del passo Fedaia, al confine con il Trentino, e ad annunciare i passi avanti del progetto è il sindaco del comune di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin, citato venerdì dal "Corriere delle Alpi".Si tratta di una cabinovia che collegherà Malga Ciapela e Capanna Bill (nella foto), in sostanza la parte iniziale e quella verso le ultime rampe del Fedaia, per chi arriva dall'Agordino.Si tratta di un progetto che coinvolge enti pubblici e realtà private. Capofila infatti è la società Funivie Arabba che ha acquisito il controllo della Padon Marmolada Srl, con la collaborazione dell'amministrazione comunale di Rocca Pietore, della Provincia di Belluno e della Regione Veneto, la quale ha stanziato un importante contributo. Il costo dell'opera, destinata sia al turismo invernale sia alla stagione estiva, dovrebbe aggirarsi sui 10 milioni di euro. Nella zona di partenza, a Malga Ciapela, si trova la stazione dello storico impianto che in tre tronchi arriva in cima alla Marmolada. La stazione a monte del futuro impianto, a Capanna Bill, si trova invece nei pressi della seggiovia quadriposto che conduce velocemente, attraverso il passo Padon, al rifugio omonimo, e alle piste sul versante di Arabba/Porta Vescovo e da qui nelle altre vallate del Sellaronda. La nuova cabinovia partirà a breve distanza dalla stazione della funivia della Marmolada.Lo stesso sindaco De Bernardin spiega che il futuro impianto semplificherà la vita ai turisti che si spostano fra le piste dell'area: «Ora devi prendere la funivia, poi ridiscendere a Capanna Bill e prendere la seggiovia per approdare al Padon e tornare ad Arabba; o devi ridiscendere alla strada con sci e scarponi, salire sugli ski bus che, però, sono sempre pieni e andare a Capanna Bill. Quindi un turista che viene da Gardena, Badia o val di Fassa è costretto a fare la fila alla funivia che fatica a smistare il traffico degli sciatori».Il via libera alla nuova cabinovia era arrivato sei mesi fa nella conferenza dei servizi svoltasi nella sede della Provincia di Belluno. Ora i finanziamenti sono disponibili e dunque con la fine dell'inverno dovrebbero poter partire i lavori, che andranno a potenziare questo segmento che fa parte del circuito Dolomiti Superski.In vista il rilancio complessivo dell'area del Padon, si prevede anche l'ammodernamento delle attuali due seggiovie di collegamento sul versante di Porta Vescovo, delle relative piste e

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degli impianti di innevamento programmato. Annunciate nell'ambito del progetto anche altre opere in zona Malga Ciapela, come una struttura polifunzionale vicino alla pista da fondo e, per i bimbi, un asilo sulla neve. Z.S.

Corriere dell’Alto Adige | 12 Gennaio 2023

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«Crepacci, infiltrazioni ecco cosa provocò il crollo del ghiacciaio Ora serve prudenza»

Gli esperti: «Per il calore perdeva 7 centimetri al giorno»

Andrea Priante

Trento

Il 3 luglio dello scorso anno, quando un’enorme massa di ghiaccio e pietre si staccò dalla marmolada travolgendo alcune comitive di escursionisti e uccidendo undici persone, il ghiacciaio di Punta Rocca era un’entità fragile, pervasa da profonde crepe, sfiancata dal caldo e attraversata da fiumi d’acqua.

«Le temperature elevate registrate da metà giugno hanno indotto un’intensa fusione superficiale della neve residua, del nevato e del ghiaccio», col risultato che il ghiacciaio in quel periodo avrebbe registrato «una riduzione di circa sette centimetri al giorno». Per capire cos’è accaduto quella mattina di sei mesi fa, occorre partire da qui. Lo dice la perizia sulla base della quale la procura di Trento ha annunciato l’archiviazione dell’inchiesta sulla frana nella quale persero la vita 11 persone. La relazione 45 pagine che raccontano la genesi della tragedia dal punto di vista ingegneristico e scientifico è firmata dai professori Carlo Baroni (del dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Pisa) e Alberto Bellin (facoltà di Ingegneria dell’Università di Trento) con il contributo di altri tre docenti universitari e di un tecnico del Cnr. La perizia ricorda che il «gigante gelato» che abbraccia la marmolada è malato da molto tempo: «In poco più di trent’anni ha più che dimezzato la sua estensione (...) in soli 10 anni avrebbe perso oltre cinque metri di spessore medio e oltre 7,7 milioni di metri cubi di ghiaccio», come a dire 15 volte il volume del Duomo di Milano. Quella di Punta Rocca, dove si è verificato il distacco, è una porzione che (dal 2012) a causa di questi cambiamenti si è separata dal ghiacciaio principale. Anche lì si registra una condizione «di forte disequilibrio» scrivono gli esperti e questo perché la neve che dovrebbe perennemente coprire lo strato di ghiaccio, ormai scompare quasi del tutto sul finire dell’estate. Colpa dell’innalzamento delle temperature che sciolgono il manto. La scorsa estate, a Punta Rocca «la temperatura massima ha raggiunto i 10,7 gradi centigradi», e questo provocò la fusione della neve: si stima che, in 24 ore, su una superficie di 22mila metri quadrati (tale è l’estensione della massa ghiacciata a scavalco tra Veneto e Trentino) «si sarebbero prodotti oltre 32mila metri cubi d’acqua». Eppure la calura estiva in alta quota «non può essere invocata come unica causa del crollo» visto che la temperatura «ha raggiunto sì un valore elevato ma certamente non eccezionale», considerato che nel 2011 il termometro toccò addirittura i 14,2 gradi. A provocate il distacco di quei 6.480 metri cubi di materiale, secondo i periti, è stato un insieme di fattori. Il ghiacciaio in quei giorni era attraversato da «bédière» (veri e propri torrenti d’acqua) e negli strati più profondi erano presenti crepacci e fratture «che contribuiscono ad accrescere la disgregazione del ghiaccio e a facilitare l’infiltrazione delle acque di fusione». Ma se queste sono le condizioni di fragilità che hanno innescato il crollo, alla procura di Trento interessava soprattutto sapere se l’evento potesse essere previsto, anche per valutare eventuali profili di responsabilità. Alla base della decisione di archiviare l’inchiesta, c’è il fatto che entrambi i periti concordano: le temperature elevate erano sotto gli occhi di tutti ma nessuno poteva sapere che il ghiacciaio, al suo interno, presentava quelle profonde spaccature. «Ne consegue che sulla base delle conoscenze disponibili l’evento non era prevedibile (...) non è stato possibile identificare elementi che potessero, qualora osservati nei giorni precedenti, suggerire un elevato rischio di crollo imminente»».

La relazione si conclude con un avvertimento rivolto a tutti gli escursionisti, che sembra aprire all’ipotesi che in futuro il ghiacciaio possa perdere altri pezzi: «La dolorosa esperienza della marmolada scrivono i periti della procura suggerisce cautela nel frequentare questi ambienti, soprattutto nei mesi più caldi».

L’Adige | 13 Gennaio 2023

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l crollo provocato da caldo e acqua

Il filmato fatto da un drone qualche decina di ore prima del distacco è stato il punto di partenza della perizia sul crollo del seracco in Marmolada. Un filmato che mostrava sì la situazione di estrema difficoltà del ghiacciaio ma non testimoniava avvisaglie del disastro che sarebbe successo poco dopo. Un punto di partenza che ha portato alla conclusione che: «Sulla base delle conoscenze disponibili l'evento non era prevedibile» e poi «non è stato possibile identificare elementi che potessero, qualora osservati nei giorni precedenti, suggerire un elevato rischio di crollo imminente». Queste le conclusioni della maxi perizia sul disastro della Marmolada. 11 le persone che morirono in seguito al crollo del seracco: la trentina Liliana Bertoldi e poi Filippo Bari, Paolo Dani, Tommaso Carollo, i coniugi

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Davide Miotti ed Erica Campagnaro, i fidanzati Manuela Piran e Gianmarco Gallina, Nicolò Zavatta e i due turisti cechi Pavel Dana e Martin Ouda. E poi si sono stati i feriti che non potranno dimenticare facilmente quello che è successo a 3mila metri di quota: la perginese Laura Sartori e Davide Carnielli di Fornace e le altre sei persone che furono salvate dai soccorritori.Una tragedia senza colpevoli, questa la conclusione della perizia firmata dai professori Carlo Baroni, del dipartimento di Scienze della terra dell'Università di Pisa, e Alberto Bellin, della facoltà di ingegneria dell'Università di Trento, con il contributo di altri tre docenti universitari e di un ricercatore del Cnr che ha portato la procura di Trento a chiedere l'archiviazione del fascicolo che era stato aperto poche ore dopo il disastrato. Una perizia nella quale si evidenzia come i fattori che hanno portato al distacco sono stati molteplici. E la temperatura sopra la media di quel 3 luglio e dei giorni precedenti è solo una concausa. 45 pagine, decine di giga di allegati fra foto e filmati anche satellitari per cercare di capire cosa è successo quel giorno, per poter dire cosa ha provocato il distacco di 6.480 metri cubi di ghiaccio. CaldoE si parte dalla temperatura. Con il valore massimo registrato a Punta Rocca la scorsa estate che è stato di 10,7 gradi. Caldo per quelle altitudini ma non c'è stato il record. Che è del 2011 quando il termometro arrivò a toccare i 14,2 gradi. Ma comunquespiegano i periti - le temperature elevate registrate da metà giugno hanno indotto un'intesa fusione, superficiale della neve residua, del nevato e del ghiaccio. Trasformandosi in acqua. Ma la riduzione del ghiacciaio sia come estensione che come spessore, è una storia iniziata da tempo. In 10 anni sono cinque i metri di spessore medio che sono venuti meno come non ci sono più 7,7 milioni di metri cubi di ghiaccio. AcquaAltro fattore che ha influito è stata la presenza - importante - di acqua prodotta, come detto, dallo stesso scioglimento del ghiacciaio. Acqua che scorrendo sotto il ghiaccio ne diminuisce di fatto il coefficiente di attrito. Agendo quindi sulla "capacità" del ghiacciaio di restare ancorato alla roccia sulla quale si trova.Ammaloramento Il termine non è specifico e tecnico ma rende l'idea dello stato di salute della Marmolada, del suo ghiacciaio che nell'arco di un secolo ha visto più che dimezzate le sue dimensioni: nel 2013 misurava 190 ettari, mentre nel 1910 misurava 450 ettari. L'analisi del ghiaccio nella zona del distacco ha potuto far emergere lo stato di ammaloramento, di deterioramento in cui si trova. Una situazione che comporta una diminuzione della proprietà meccanica del ghiaccio e che è diventata visibile a causa del crollo.Quindi ora le cause sono ora conosciute ma dall'analisi è emerso che l'evento non poteva essere prevedibile. E al momento - spiega il professor Bellin - non ci sono elementi che possano aiutare ad avere un metodo che permetta di capire quando si potrebbe avere un altro crollo, di queste dimensioni. Perché quello del 3 luglio non è stato il primo evento in Marmolada. Sono diversi quelli che sono stati repertati. Ma nessuno aveva avuto conseguenze tragiche come quello della scorsa estate. Ora la parola passa al giudice che dovrà valutare la richiesta di archiviazione che è stata presentata dalla procura. Potrà avvallarla oppure chiedere un supplemento di indagine.

Corriere delle Alpi | 13 Gennaio 2023

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Marmolada, crollo imprevedibile «Perplesso e deluso dalla perizia»

padova

«L'evento non era prevedibile e non è stato possibile identificare elementi che potessero, qualora osservati nei giorni precedenti, suggerire un alto rischio di crollo imminente». È quanto emerge dalla perizia tecnica richiesta dalla Procura di Trento, in seguito del disastro che è costato la vita a undici alpinisti sulla Regina delle Dolomiti, lo scorso 3 luglio. La relazione di 45 pagine è firmata dai professori Carlo Baroni, del dipartimento di Scienze della terra dell'Università di Pisa, e Alberto Bellin, della facoltà di Ingegneria dell'Università di Trento, con il contributo di altri tre docenti universitari e di un ricercatore del Cnr. Monta, ancora una volta, la rabbia e la delusione dei parenti delle vittime. «Una simile conclusione mi lascia perplesso e deluso. Non mi rimane che fare un appello, agli scienziati e studiosi del settore, di studiare gli accertamenti dei consulenti tecnici della Procura al fine confermare o, eventualmente, confutare l'imprevedibilità del catastrofico evento del 3 luglio 2022», dice arrabbiato Luca Miotti, che perse il fratello Davide e la moglie di lui, Erica Campagnaro, nel crollo della calotta sommitale del ghiacciaio. «Non c'è un'unica causa del distacco del seracco glaciale avvenuto in Marmolada il 3 luglio scorso», ha spiegato il docente Alberto Bellin. «I crolli sono avvenuti anche in passato, quando l'effetto delle variazioni climatiche era molto meno marcato. Sicuramente l'incremento della temperatura non aiuta e c'è una situazione generale che è molto più critica rispetto al passato, ma è quasi impossibile individuare dei segnali premonitori del distacco. Forse sarà possibile nel tempo, con l'avanzare degli studi». Due le cause principali che sono state evidenziate da Bellin e da Baroni nella relazione. «La prima è la presenza significativa di acqua, che ha diminuito l'aderenza del ghiacciaio al fondo roccioso» spiega Bellin «la seconda è l'ammaloramento del ghiaccio, che ha visto un peggioramento delle proprie caratteristiche meccaniche: all'interno del corpo glaciale c'erano delle fratture, che però non erano visibili in superficie. Questo peggioramento l'abbiamo dedotto osservando le immagini che sono state prese dopo il crollo, non era visibile prima».Imprevedibilità è, quindi, una delle parole chiave. «Io spero che si apra dibattito a livello nazionale su come impedire alle famiglie di varcare la soglia dell'imprevedibilità e del rischio di morte», commenta ancora Miotti. «Sono anni che ci dicono che aumenta la temperatura e i fiumi d'acqua scorrono sotto la calotta. Perché questo non era segnalato da nessuna parte? Perché non è stato impedito l'accesso al ghiacciaio? È una questione di prevenzione. La Provincia di Trento si è preoccupata di farla?». enrico ferro© RIPRODUZIONE RISERVATA

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NUOVI BACINI PER INNEVAMENTO PROGRAMMATO: IL DIBATTITO

Corriere delle Alpi | 11 Gennaio 2023

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Ristori al centro-sud per la scarsa neve?

“Qui c’è necessità di bacini artificiali”

Francesco Dal Mas BELLUNO

Finalmente, da ieri, è arrivata la neve anche al Sud e sugli Appennini. È in ogni caso confermato il vertice di questa mattina a Roma tra il ministro del turismo Santanchè e gli operatori e pubblici amministratori dei comprensori sciistici che dall'Emilia Romagna al Molise sono rimasti al... verde. «Tifiamo per la neve e siamo solidali per i necessari ristori», interviene Marco Grigoletto, presidente regionale dell'Anef, «ma sarà opportuno che al tavolo romano venga affrontata, nel suo complesso, la problematicità di tutte le stazioni sciistiche, perché se sugli Appennini è mancata la neve, da noi, per esempio, non c'è acqua a sufficienza per programmarla».Ecco, il punto. Non c'è riserva nivale, le sorgenti sono a secco, mancano i bacini di recupero. Ce ne sono a Cortina, uno nuovo sul Pordoi. «Ne servirebbero una decina», conferma Grigoletto. «Un investimento almeno di 50 milioni di euro». Il Sistema Civetta si sta adoperando per costruirne uno da 100 mila metri cubi, in quota, sul Col dei Baldi. Se ne farà carico il Comune di Alleghe. La spesa sarà di 6 milioni e mezzo verrà compartecipata anche da Alleghe Funivie ed, eventualmente, da altri investitori. «Abbiamo in programma l'impianto per questa estate», fa sapere Sergio Pra, presidente della società, «in modo da averlo a disposizione per il prossimo inverno. Sia chiaro, però, che la riserva d'acqua potremmo utilizzarla noi per la neve programmata, come, nelle altre stagioni, sarà prevedibilmente usata là dove si verificheranno condizioni di siccità».Secondo gli impiantisti, ma anche i produttori agricoli e i gestori di allevamenti, di questi bacini bisognerebbe costruirne parecchi per valorizzare le quote più alte. Ne erano stati ipotizzati sei in regione e l'assessore al turismo Federico Caner fa sapere che «il prossimo bando metterà in conto fondi a sostegno delle strutture di innevamento».A parte l'incontro di oggi a Roma, Anef ha chiesto un successivo momento di confronto con il ministro Santanchè proprio su questo specifico tema «Nella montagna veneta diventa sempre più necessario disporre di bacini di innevamento per sopperire sia alla mancanza di acqua sia alle esigenze dei comprensori che necessitano di innevare le piste nel minor tempo possibile. Da una stima approssimativa sarebbero necessari una decina di bacini nella montagna bellunese», sottolinea Grigoletto. «Questi però hanno diverse problematiche che vanno affrontate, tra cui una legislazione adeguata che ne faciliti la realizzazione e l'alto costo di costruzione che incide enormemente sui bilanci delle società». Sono però molteplici gli utilizzi del lago artificiale: «Oltre a quello per l'innevamento ci sono quello turistico, quello di accumulo antincendio e di riserva d'acqua per le esigenze vallive».Proprio per questo gli impiantisti, pur nella volontà di investire in questo senso, si attendono dall'ente pubblico, come sottolinea Grigoletto, un aiuto sostanzioso che ricadrebbe su tutta l'area contigua al posizionamento del lago. Intanto per mancanza di neve, e a seguito delle previsioni meteo pessime, a Garmisch-Partenkirchen la Fis e il comitato organizzatore hanno deciso di cancellare la discesa e il gigante in programma nella località tedesca i prossimi 28 e 29 gennaio, sulla storica Kandahar. La Fis fa sapere che si lavora al recupero delle due gare cancellate. A Cortina, invece, è stata avviata la preparazione delle piste per la Coppa del mondo femminile. «Sono difficoltà sempre esistite», commenta Pra, «per quanto riguarda sia la mancanza di neve naturale , sia le temperature alte che impediscono di programmarla Che non si venga a dire, però, che lo sci ha la fine segnata. Il collegamento tra il Giau e il Civetta si sviluppa ben oltre i 1500 metri di quota e la neve è sempre stata garantita. Tanto più quando disporremo del grande bacino. I necrofori dello sci abbiano il coraggio di fare le loro previsioni balzane con le popolazioni che turisticamente vivono grazie a questa attività». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alto Adige | 12 Gennaio 2023

p. 17

Sos clima, Roda frena «Alpi ancora in salute»

ALIOSHA BONA

BOLZANO

Tornano i turisti, ma l'inverno è segnato dalla scarsità di neve. E se l'innevamento programmato salva l'avvio di stagione, il dibattito sul futuro del turismo in montagna è aperto. Flavio Roda, presidente della Fisi, ieri a Bolzano, smorza i timori, parlando di vero allarme solo per gli Appennini. È un bilancio parziale dal sapore agrodolce quello della stagione invernale. I turisti sono tornati, in certe mete più numerosi di prima. Il paragone con l'ultimo biennio, falcidiato dal Covid, sarebbe ingeneroso. Ma anche andando a ritroso, al 2019/2020, il segno positivo è tangibile: il Dolomiti Superski, per citare un esempio, registra un +4% sia per i passaggi agli impianti,

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che per i primi ingressi. I turisti sono tornati a calcare le piste, laddove è possibile farlo. Perché la situazione italiana presenta una spaccatura, una netta divisione tra l'arco alpino e gli Appennini. Il primo, dopo un periodo difficile e la chiusura di alcune piste, si è stabilizzato in questi giorni con nevicate di 10-20 cm sulle montagne altoatesine. Il secondo piange. Ammontano almeno a 50 milioni di euro i danni «diretti» delle attività legate alla montagna che le regioni coinvolte lamentano al tavolo organizzato dalla ministra Daniela Santanchè. Proprio sulle temperature è intervenuto ieri Flavio Roda, presidente della Fisi (Federazione italiana sport invernali). «Ciò che sta succedendo ora non è dato solo dal cambiamento climatico, sono dei periodi ricorrenti», così Roda invitato da Prowinter, la rassegna dedicata al mondo dello sci alla Fiera di Bolzano, «In certe stagioni c'è più neve, in altre meno. La storia ce lo insegna. Abbiamo delle stazioni che sono al limite come quote. E quando non hai le temperature per l'innevamento artificiale, diventa difficile anche solo fare delle gare in queste stazioni. Alcune stazioni pagano la quota e soffrono di questo problema, ma prima di stravolgere tutto bisogna vedere quali sono i passi per un futuro migliore». Al momento, secondo Roda, non esisterebbero soluzioni, oltre ai fondi e alla speranza di avere temperature in gradi di garantire il funzionamento degli impianti di innevamento artificiale programmato. Noleggiatori senza personaleNell'appuntamento espositivo di Prowinter in Fiera (gli stand saranno visitabili fino a stasera), i noleggiatori hanno espresso le proprie preoccupazioni. Un'indagine conferma la difficoltà di reperire il personale, come avviene in numerosi altri settori, quello della ristorazione su tutti come abbiamo raccontato in queste settimane. Anche nel settore del noleggio sportivo, permane la difficoltà di trovare personale qualificato: il 66% degli intervistati motiva i rifiuti da parte dei candidati con la scarsità dell'offerta (62%), l'indisponibilità nei week-end (49%) e lo scarso interesse verso il lavoro stagionale (36%). Le esigenze dei giovani spesso non vanno d'accordo con le richieste dei datori di lavoro. Ma non è una novità. Così come non lo sono le bollette. Il 59% dichiara una sensibile incidenza negativa sul business, ma fortunatamente solo il 12% definisce drammatica la situazione dei rincari. Al contrario, il 61% dei noleggiatori non crede che l'aumento dei prezzi dello skipass incida sulla presenza della clientela, e allo stesso modo anche le prenotazioni per Natale sembrano essere nella media per l'82% dei noleggi. Numeri confermati dall'afflusso durante le festività, soprattutto in Alto Adige e in generale su tutto l'arco alpino. L'analisi si conclude con uno sguardo al futuro: il 58% dei noleggi stima un fatturato per l'inverno 2022/23 in linea con la passata stagione; un 29% in calo e un 13% in aumento. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 12 Gennaio 2023

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«Bacini d'acqua per tutti»

Le Regioni bussano Santanchè apre la porta

Francesco Dal Mas CORTINA

I bacini d'acqua, sollecitati dagli impiantisti delle Dolomiti, vengono rilanciati, come proposta al Governo, da parte dell'assessore regionale al turismo Federico Caner e degli altri suoi colleghi delle Regioni italiane, per quanto riguarda le rispettive aree di montagna: «I bacini per l'innevamento artificiale, risultano fondamentali per assicurare la continuità e lo sviluppo del turismo invernale nelle località interessate. Ma questi bacini rivestono in generale quattro funzioni. Oltre all'innevamento delle piste da sci infatti sono importanti per il turismo estivo, quale valore aggiunto al paesaggio, per l'agricoltura e per la disponibilità di acqua negli interventi antincendio». Posizione raccolta dal ministro del turismo Daniela Santanché che, durante il tavolo "Appennino senza neve", specifica: «La neve prodotta artificialmente può essere restituita all'agricoltura: dopo mesi di siccità si crea anzi un circolo virtuoso. La politica deve avere una visione di lungo termine», ha aggiunto Santanché, spiegando che tuttavia «bisogna lavorare sulla destagionalizzazione dell'offerta turistica», puntando a diversificare le attività, dallo sci di fondo alle ciaspole, dal cicloturismo alle spa già presenti in molte stazioni». L'eco di queste dichiarazioni ha subito raggiunto le Dolomiti: «Quando poniamo la necessità di 10 bacini d'acqua in quota», ribadisce Marco Grigoletto, presidente degli impiantisti Anef, «non lo facciamo per un nostro esclusivo vantaggio, o per quello della comunità turistica, ma per tutta l'economia della montagna. E pure della pianura». «In effetti, la raccolta dell'acqua in alta montagna, in tempi come questi di siccità», conviene Michele Nenz di Coldiretti, «è quanto di più prezioso e vitale si possa immaginare. Basti ricordare che le riserve nivali sono sempre più ridotte. L'Arpav calcolava che tra ottobre e dicembre si sono ridotte del 20% sulle Dolomiti bellunesi».Ma torniamo al ministro del turismo. Anche perché tranquillizza gli operatori del settore dando assicurazioni sul futuro. Secondo Santanché infatti «ha senso continuare a promuovere le offerte turistiche sulla neve perché non crediamo di deturpare l'ambiente ma di aiutare il territorio evitando lo spopolamento. Non pensiamo», ha ulteriormente rassicurato, «che sia il momento di rinunciare alla neve, sarebbe devastante per le imprese che hanno investito», anche perché «l'aumento delle temperature non si può dire strutturale e l'innevamento cambia di anno in anno». Infine, dopo aver annunciato gli aiuti pensati per le attività dell'Appennino in crisi per la totale assenza di neve, annuncia: «Il tavolo resterà permanente: ora per gli Appennini, poi per la montagna. Sarà riconvocato entro tre settimane. Quando si mettono insieme le istituzioni bisogna lavorare come un sol uomo. Il turismo sta tenendo in piedi l'economia del Paese». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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OLIMPIADI: GLI AGGIORNAMENTI

Corriere delle Alpi | 8 Gennaio 2023

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Mire trentine per la sede del curling?

Zaia e Lorenzi: le gare restano a Cortina

CORTINA

Il "tormentone olimpico". Prima la pista da bob destinata a Innsbruck piuttosto che a Cesana, in Piemonte. Adesso il curling, scippato da Trento per compensare Baselga del pattinaggio che si trasferirebbe a Torino. Ma che cosa succede a Cortina?«Non mi risulta proprio niente», risponde, sereno, il presidente della Regione, Luca Zaia, colui che ha voluto la candidatura a Cortina e che difende strenuamente le gare assegnate. «Che succede?», si chiede il sindaco Gianluca Lorenzi, «solo che stiamo per concludere un ottimo inizio di stagione, tra l'altro con tanti stranieri, anche in arrivo. E che stiamo per partire con il centro per il curling, avendo già avviato il bando di gara». Quindi? «Se avessimo qualche preoccupazione per lo scippo, come si dice, di questa disciplina, non saremmo di certo così attivi», rassicura Lorenzi.Ancora poche ore e se ne saprà qualcosa di più. Proprio domani, infatti, il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti, ed il sindaco di Baselga, Alessandro Santuari, verificheranno, anzitutto con il Coni, i presupposti per dare copertura all'Ice Rink Piné, la pista di pattinaggio veloce di Baselga di Piné. Una spesa di 50 milioni, forse 60. Torino, si sa, ha offerto l'Oval del Lingotto. C'è chi sostiene che l'affare è concluso. Ma il presidente Fugatti non l'ha fatto ancora capire. Anche se a Trento, e soprattutto a Baselga, si è alla ricerca di possibili compensazioni. Il curling, ad esempio. Considerando anche il fatto che se Stefania Constantini è di Cortina, Amos Mosaner - si tratta della coppia olimpica reduce da continui successi - è trentino della Val Cembra. Il tema è delicatissimo. Mario Tonina, vicepresidente della Provincia di Trento, mette le mani avanti. «Non so niente, capirà... Se ne occupa il presidente Fugatti».Il presidente Zaia, dal canto suo, esclude che siano state rimesse in discussione le sedi delle competizioni. E afferma che in ogni caso Cortina non cederà ad alcuna delle assegnazioni già ricevute. Se la battaglia è stata strenua per la pista di bob, non lo sarà di meno per il curling. Al sindaco Lorenzi verrebbe voglia di ridere all'ipotesi dello scippo. «Come si può immaginare che noi possiamo rinunciare al curling quando il primo impianto che verrà consegnato a Cortina sarà il centro del curling, per svolgere tutte le attività preparatorie? Si tratta di un investimento del Comune. E poi c'è in programma la ristrutturazione dello stadio per ospitare gare olimpiche e paralimpiche con l'impianto nuovo ed ultramoderno di climatizzazione, i nuovi spogliatoi, altri servizi, la sistemazione del terzo piano. Il commissario Sant'Andrea è al lavoro con Simico". Un cantiere da almeno 6 milioni. Lorenzi fa sapere, in ogni caso, di non aver ricevuto nessuna info, né da Trento, tanto meno da Milano, su scenari differenti da quelli già concordati. Si sa, peraltro, che la petizione online lanciata per chiedere di mantenere le gare iridate all'Ice Rink ha raggiunto quota 1. 500 firme e si sta avviando verso le 2000. «Volete la verità? Ebbene», risponde il sindaco Lorenzi,«mai è balenata l'ipotesi di far disputare altrove le gare assegnate».Come no? E per la pista di bob allora? «Istituzionalmente non è mai stata presa in considerazione un'ipotesi alternativa a Cortina, questa è la sola verità. Il 18 gennaio ci sarà la conferenza di servizi decisoria e il progetto sarà sottoposto immediatamente alla valutazione della cittadinanza». Ma se domani Trento dovesse rinunciare al pattinaggio di Piné?

«Nell'eventualità vedremo che cosa deciderà il cda di Fondazione Milano Cortina 2026». A Cortina, però, c'è chi si è già dichiarato favorevole al coinvolgimento di Torino. «Ognuno è libero di pensarla come vuole...». Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 8 Gennaio 2023

p. 26

«Il villaggio? Più che la location è importante che lasci posti letto»

LA PROTESTA

«Non perdiamo le opportunità che l'Olimpiade ci mette a disposizione. Non ritorneranno...».Elio Zardini, albergatore, già reggente dell'Associazione di categoria di Cortina, lancia un appello accorato ad amministratori, politici, operatori turistici. Si dice preoccupato per l'eccessiva disarticolazione che trova rispetto agli scenari che i Giochi olimpici del 2026 stanno aprendo.Un esempio per tutti? Il villaggio olimpico. «Il tema non è solo quello della diversa location, spostata da Fiames a Campo. Il problema è dato dalla probabilità che di quei diversi milioni di investimento non resti alla fine nulla a Cortina: intendo in termini di posti letto per i collaboratori delle diverse attività».Zardini ricorda la lettera inviata alle istituzioni, ancora un anno fa, dalle più diverse categorie economiche perché a seguito di quell'investimento una quota del villaggio (5-600 posti letto) rimanesse permanente sul territorio. Proprio per aiutare a dare un alloggio a quanti a Cortina arrivano per lavorare.«Da quanto si legge risulta, invece, che neppure un modulo prefabbricato resterà

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in eredità. Come dunque affronteremo l'emergenza di posti letto?».Zardini cita i colleghi albergatori che si fanno carico dei loro dipendenti pendolari, che magari trovano alloggio a decine di chilometri di distanza, perfino in Cadore.«Impattano con le code al mattino presto, per cui arrivano spesso in ritardo. La sera non riescono a rincasare prima delle 21, sempre a causa degli intasamenti fra Acquabona e San Vito. Tutti eravamo convinti, come assicurato, che le opportunità date dal nuovo villaggio avrebbero consentito le auspicate soluzioni. Adesso veniamo a sapere che non è vero niente».L'allarme di Zardini è tanto più pesante, come lui stesso ammette, perché matura in giornate di viva soddisfazione per un bilancio di prima stagione che non potrebbe essere più rassicurante.«Cortina chiude le vacanze con numeri analoghi a quelli del 2019. E, proprio in questo fine settimana di ricambio, abbiamo modo di constatare che stanno arrivando sempre nuovi stranieri. Tra l'altro da ogni parte del mondo».Forse anche grazie alla neve e allo sci che sulle Dolomiti è possibile, altrove no.Un bilancio che rassicura sulla prospettiva, non solo quella fino a Pasqua, ma anche sulla preparazione alle Olimpiadi, che stanno facendo letteralmente da traino.«L'accoglienza alberghiera ha recuperato alla grande, ma ci sono altri settori che saranno segnati da nuove esigenze occupazionali. Si pensi al nuovo Codivilla, quando sarà pronto: dove troveranno sistemazione medici ed infermieri?».Accadrà come a Belluno, con i medici costretti a rinunciare perché non trovano alloggio. f.d.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA

Gazzettino | 8 Gennaio 2023

p. 3, edizione Belluno

Pista da bob, si decide: costerà almeno 85 milioni

CORTINA

La conferenza di servizi decisoria del 18 gennaio potrà rappresentare una svolta nell'iter per la ricostruzione della pista Eugenio Monti di Cortina d'Ampezzo, che dovrà ospitare le gare di bob, skeleton e slittino, ai Giochi olimpici e paralimpici invernali Milano Cortina 2026. Questa pista è forse l'opera più discussa dell'intera programmazione, verso il grande appuntamento sportivo, fra tre anni. In discussione ci sono i tempi, sempre più stretti, per realizzarla: il cantiere deve assolutamente partire quest'anno, per proseguire nel 2024 e avere l'impianto in funzione nei primi mesi del 2025, per le prove generali, a un anno dai Giochi. A primavera dovrebbe almeno cominciare la demolizione controllata e selettiva della pista attuale, con un progetto specifico, per un paio di milioni di euro di spesa. Proprio i costi sono oggetto di contrasti accesi, perché continuano a lievitare, ancora prima di vedere il progetto: gli anni passati, per ammodernare e riutilizzare il vecchio impianto, chiuso e in disuso dal 2008, si ipotizzava un costo di 14 milioni di euro. Per rifare la pista di parlò di una quarantina di milioni, poi di 61, quando era pronta a pagare la Regione Veneto; ora si è saliti a 85, ma è assai probabile che il costo finale sarà ancora più alto. Per un impianto da rifare interamente, ce n'è un altro soltanto da ammodernare.

STADIO OLIMPICO

È lo storico stadio Olimpico del ghiaccio, monumento dei VII Giochi invernali 1956, quando ospitò il torneo di hockey, il pattinaggio artistico, le cerimonie di apertura e chiusura. Più volte rimaneggiato, coperto una ventina di anni fa, per volontà del'allora sindaco Paolo Franceschi, oggi quello stadio ha bisogno di altri interventi, per accogliere i tornei di curling di Olimpiadi e Paralimpiadi 2026. Una base d'esperienza c'è, con i Mondiali di curling doppio misto 2009 e quelli maschili 2010, ma servono senz'altro nuovi lavori. Annesso all'Olimpico dovrà sorgere anche il nuovo centro federale del curling, per allenamenti e competizioni. Non è un'opera olimpica: se ne occuperà direttamente il comune. C'è un progetto che gira da anni, dal crollo della struttura ospitata nel piazzale della stazione, schiantata dalla neve nel 2014: da allora i giocatori ampezzani si allenano e gareggiano sotto un tendone di plastica, con molti limiti e difetti. Eppure da questa esperienza è sortita la stella più bella: la medaglia d'oro olimpica a Pechino 2022 di Stefania Constantini, nel doppio misto con Amos Mosaner, il ragazzo trentino di Cembra, la località che potrebbe scippare il curling a Cortina, se si dovesse dar credito alle voci che circolano periodicamente, del tutto rigettate dal sindaco ampezzano Gianluca Lorenzi, già atleta della nazionale italiana di curling, che ha come capogruppo consiliare Alessandro Zisa, atleta, allenatore, dirigente, commentatore televisivo del curling italiano. L'unica opera certa, sicura, collaudata, in vista dei Giochi 2026, è la rete di piste da sci e impianti di risalita, già utilizzati per i Campionati del mondo di sci alpino Cortina 2021. In particolare la pista Olympia delle Tofane, creata anch'essa per i Giochi 1956 e più volte ammodernata, è pronta per accogliere le gare di velocità, la discesa libera con lo spettacolare tuffo nel vuoto dallo Schuss di Pomedes, e poi il supergigante, oltre alle discipline più tecniche, gli slalom. Su quelle stesse piste e impianti ci saranno anche le Paralimpiadi, nel marzo 2026, una sfida che sta mettendo alla prova gli organizzatori di Fondazione Cortina, guidati dal presidente Stefano Longo. I giorni scorsi atleti di sci paralimpici si sono allenati alle Cinque Torri, sulla pista agonistica Lino Lacedelli, uno dei lasciti più importanti dei Mondiali, intitolata al grande scalatore, che conquistò il K2 il 31 luglio 1954, e che poi fu un illuminato imprenditore turistico.

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Corriere delle Alpi | 12 Gennaio 2023

p. 27

Torino sta scalpitando: il baricentro olimpico si sposta verso Milano

il punto Dunque, ci siamo. Il coinvolgimento di Torino nei Giochi del 2026 è una prospettiva in campo. L'ha confermata ieri a Milano il presidente del Coni Giovanni Malagò. E si sa che il Cio sarà senz'altro disponibile a valutare eventuali proposte di cambio di sedi di gara se queste arriveranno appunto dal Comitato olimpico nazionale. Stiamo parlando del pattinaggio velocità, che a Baselga di Piné, in Trentino, non potrebbe svolgersi perché lo stadio non è al coperto. Ieri, dunque, Malagò ha ammesso: «Ci sono molte ipotesi sul tavolo. Nelle prossime settimane ci sarà un incontro in cui si faranno tutte le valutazioni. Io rappresento il Comitato olimpico internazionale che è interessato a questa materia».Malagò, inoltre, ha continuato a battere sul tasto dei ritardi, sollecitando a recuperali, ma non solo per gli impianti sportivi, anche per le opere infrastrutturali di appoggio alle Olimpiadi. È quindi plausibile che fra qualche settimana tutto l'arco delle Alpi italiane si trovi coinvolto nel grande evento del 2026: dal Veneto al Piemonte, passando per il Trentino Alto Adige e la Lombardia, finanche il Friuli, magari con qualche sede di allenamento. Ma il problema non è solo quello di un'eventuale ridistribuzione delle gare, quanto dei fondamentali stessi della competizione iridata. Il Coni di Malagò aveva ipotizzato all'origine il tandem Mi-To. Le Dolomiti erano escluse. È stato Luca Zaia, presidente del Veneto, ad entrare nel gioco. E a giocare la partita convincendo anche Trento e Bolzano per essere appunto più convincente con Malagò. Il pattinaggio veloce si trasferirebbe da Piné all'Oval di Torino. È praticamente sicuro che Cortina, con l'ormai prossimo cantiere del Centro federale del curling, non si lascerà strappare questa disciplina dai trentini. Ma che cosa potrebbe accadere se il 18 ottobre la conferenza dei servizi decisoria sulla pista di bob non arrivasse alle conclusioni per le quali sta lavorando il commissario Luigi Valerio Sant'Andrea? Anzi, che cosa accadrà se il Tribunale amministrativo regionale oggi accoglierà la richiesta di sospensiva presentata da Italia Nostra per la demolizione di gran parte della pista Eugenio Monti? Pragelato, in Piemonte, che nel 2006 aveva speso più di 100 milioni per il suo impianto, non aspetta altro per offrirsi. Con un allargamento della base olimpica, quindi, Cortina rischia molto. E sarebbe evidente, a quel punto, che Le Olimpiadi troverebbero un nuovo equilibrio politico, spostato più su Milano-Torino che su Milano-Cortina. Con Milano, in ogni caso, sempre più baricentrica. La partita potrebbe avere delle ricadute anche sul piano economico, quello del finanziamento delle opere, più precisamente delle infrastrutture (nel Veneto è atteso ben più di un miliardo).A Cortina gli interrogativi si stanno trasformando, in questi giorni, in vera e propria preoccupazione. fdm© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere Trentino | 12 Gennaio 2023

p. 5

Olimpiadi, Malagò assicura

«A breve le valutazioni sul destino dell’Oval Piné»

Ma. Gio. TRENTO

In molti in questi giorni hanno atteso una sua presa di posizione. Magari dopo l’incontro virtuale a tre con il presidente della Provincia Maurizio Fugatti e il sindaco di Baselga di Piné Alessandro Santuari. Ma Giovanni Malagò non si è mai lasciato sfuggire una parola: sulla delicatissima questione della sede olimpica di Baselga di Piné messa in discussione dal Comune di Torino il numero uno del Coni non mai è intervenuto.

Fino a ieri. Quando, dopo aver commentato un dossier di Aci Lombardia (secondo il quale con questo ritmo nel 2026 sarebbero pronte solo undici opere sulle 46 previste per le Olimpiadi Milano-Cortina), incalzato sulla possibilità di allargare il raggio dei Giochi a Torino, ha concesso qualche dichiarazione. Spostando però la palla in avanti. «Ho letto tante cose ha detto Malagò ci sono varie ipotesi sul tavolo e nei prossimi giorni o settimane ci sarà un incontro nel quale si faranno tutte le valutazioni». A chi vuole spingere sull’acceleratore, il presidente del Coni ha risposto invitando alla calma: «Abbiate pazienza qualche giorno, io rappresento il Coni che è costantemente informato e interessato a questa materia». Ma sulle infrastrutture Malagò ha ammesso: «Bisogna fare presto». Ad attendere la decisione sul futuro dell’Oval Piné è l’intera comunità dell’altopiano (oltre duemila le firme raccolte online dalla petizione lanciata in questi giorni), che due mesi fa ha visto approvare dal consiglio di Baselga il progetto preliminare del nuovo stadio del ghiaccio. Ma l’attenzione è alta anche a Torino: in Piemonte, dalle dichiarazioni di queste ore, in molti danno ormai per fatta la partita olimpica del ghiaccio.

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Corriere del Veneto | 13 Gennaio 2023

p. 5, edizione Treviso-Belluno

Il ministro: «Eliporto a Cortina. E vicino l’aeroporto»

Santanchè loda la Conca e pensa alle Olimpiadi ‘26. L’ipotesi del vero scalo a Dobbiaco

Aeroporto a Cortina, il ministro del Turismo, Daniela Santanché, ritorna su un tema rilanciato poche settimane fa, correggendo il tiro ma incappando su obiezioni tecniche piuttosto nette da parte di Fabrizio Carbonera, presidente della società «Cortina Airport» e progettista di una nuova idea di rilancio della vecchia pista di Fiames. L’esponente di governo, che nella conca ampezzana è di casa, intervenendo ieri in una trasmissione di Radio 24, ha detto di avere avuto «una riunione con il sindaco e con gli assessori competenti. Quello che si può fare ha riferito Santanché sono di sicuro un eliporto e un aeroporto verticale. Sull’aeroporto non desisto, magari non a Cortina ma vicino, perché oggi per essere competitivi con un certo tipo di turismo dobbiamo essere all’altezza delle sfide in vista delle Olimpiadi del 2026». Tutti argomenti che sono stati però smontati a stretto giro da Carbonera, peraltro pilota esperto, come diversi altri componenti della sua società. «Cominciamo con l’aeroporto verticale, dello anche vertiporto. La tecnologia è ancora alle fasi sperimentali, le macchine finora costruite possono far volare al massimo due persone alla volta spiega e l’impatto acustico è peggiore rispetto a quello già fastidioso di un elicottero. Senza contare i limiti che l’aria rarefatta dei 1.200 metri di Cortina porrebbero ad un suo corretto funzionamento. In ogni caso per il 2026 non avremo velivoli sicuri ed efficienti».

Per quanto riguarda l’eliporto, Carbonera è certo che, per i costi richiesti dai veicoli, ci sarebbe una perdita economica assicurata e comunque trasformare l’attuale elisuperficie in eliporto (passaggio necessario per gestire il volume di traffico necessario) comporterebbe una serie di costosi adeguamenti. «Sotto il profilo della sostenibilità industriale dell’operazione prosegue l’esperto non rimane che la soluzione di un aeroporto. Le nostre stime ci dicono che l’investimento, all’incirca una ventina di milioni, sarebbe ammortizzato in 5-7 anni e, a regime, la struttura potrebbe servire circa 45 mila viaggiatori l’anno. Con i modelli di aereo previsti, Viking 400 e Be 1900, e con una capienza al 65% dei 19 posti disponibili, il costo da Milano a Cortina sarebbe di 42 euro per passeggero». E se Santanché pensa a Dobbiaco (Bolzano) come soluzione alternativa, da Carbonera arriva ancora un pollice verso. «Per riqualificare quello scalo bisognerebbe ampliarlo sbancando un pezzo di montagna, deviando una strada statale e una linea ferroviaria internazionale e sacrificare un museo, un poligono di tiro e tre agriturismo. Oltre a rifare la pista conclude con un manto a otto strati».

L’Adige | 17 Gennaio 2023

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Olimpiadi 2026, Salvini apre a Torino

marica vigano'

Il "piano B" portato ieri dal ministro Salvini al tavolo della cabina di regia di Milano Cortina 2026 ha il sapore della resa: Baselga di Piné pare sempre più vicina all'addio, con Torino che non tace le ambizioni e dichiara di "essere a disposizione" per ospitare le gare di pattinaggio di velocità. Non c'è alcuna certezza, forse la decisione è già stata presa, manca comunque la comunicazione ufficiale. Le parole del ministro sembrano precedere l'ammainabandiera trentino sul progetto di ospitare una delle specialità dell'olimpiade invernale, e sull'intervento milionario per sistemare l'Ice Rink Piné, che al di là dell'appuntamento con i cinque cerchi necessità di un ammodernamento. «Ma non c'è nulla di nuovo - precisa il presidente della giunta Maurizio Fugatti - Il fatto che il Piemonte abbia dato la propria disponibilità lo sapevamo da qualche settimana. Come abbiamo detto nei giorni scorsi, si valutano le proposte che ci vengono fatte. Credo che a stretto giro di posta si potrà decidere se queste proposte siano sostenibili o meno. Altrimenti si continuerà sulla nostra strada». Il Trentino non molla la presa, pur tenendo conto dell'aumento dei costi per la copertura della pista: sul piatto della bilancia c'è l'assegnazione di una sede delle Olimpiadi, ma c'è anche lo sviluppo - in primis sportivo - di Baselga di Piné e dell'Altopiano. Quando il presidente Fugatti parla di "proposte" intende i ristori che dovranno arrivare al nostro territorio qualora le gare si dovessero tenere in Piemonte, investimenti che riguardano lo sport e non solo. «In merito a Torino come sede del pattinaggio di velocità, si tratta di un'eventualità che tiene conto della forte crescita della spesa. L'aumento dei costi c'è ed è un dato oggettivo. Vediamo se questo è proporzionale alle proposte che ci farà il Coni». Il punto è che c'è una comunità, quella pinetana, che ancora ci crede: ha investito sul progetto olimpico ed è pronta ad investire ancora. «È chiaro che la contropartita sportiva deve essere importante, su questo non c'è dubbio. Non si tratta solo delle Olimpiadi e stop. Deve essere garantito a Piné un futuro anche, ma non solo, sportivo. In questo momento non viene messo in dubbio l'intervento sull'impianto per il pattinaggio ma la copertura, che costa in maniera spropositata». Cosa si augura Fugatti? «La miglior scelta per territorio, tenendo conto della rilevanza sportiva dell'evento, della sostenibilità e dell'importanza delle risorse economiche, perché l'aumento dei costi porta a cifre su cui corretto porsi delle domande». Il progetto di

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massima, presentato il 7 novembre scorso al consiglio comunale di Baselga di Piné, indicava nel quadro economico un investimento di 50 milioni e mezzo di euro per copertura e riqualificazione dell'Oval, di cui 40.233.967 euro per lavori e 10.266.032 per somme a disposizione. Altri 9,5 milioni sono poi previsti per le opere integrative funzionali all'evento, soldi che bisognerà reperire da qui al 2026. Nei giorni scorsi era intervenuta anche Confesercenti del Trentino: «Per lo stadio del ghiaccio si è partiti con un investimento di 35 milioni di euro per arrivare a 50 milioni e, nelle ultime settimane, a 80 milioni - ha detto il presidente Mauro Paissan - Non esiste un amministratore di buon senso che può avvallare un progetto da 80 milioni per un palazzetto del ghiaccio». Cifre per certi aspetti astronomiche, contando che - come evidenziano i tecnici - per sistemare senza copertura l'ormai quarantenne pista esterna e il ventenne palazzetto basterebbero "solo" 15 milioni. «Avere un "piano B" è fondamentale» ha detto ieri il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, aprendo di fatto le porte al Piemonte: «Ho incontrato la settimana scorsa il presidente della Regione Cirio e il sindaco di Torino Lo Russo: loro sono a disposizione».La prossima riunione della cabina di regia per le Olimpiadi Milano-Cortina sarà il 27 febbraio a Venezia, ma la decisione è imminente: è attesa a giorni in Trentino la chiamata di Giovanni Malagò, presidente Coni, nonché presidente della fondazione Milano-Cortina e membro del Cio.

Alto Adige | 17 Gennaio 2023

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Olimpiadi, Alfreider punta sulla ferrovia

Attraverso la creazione di nuove infrastrutture, la Provincia intende rinnovare la mobilità in val Pusteria in previsione delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.Secondo l'assessore provinciale alla mobilità Daniel Alfreider, che ha rappresentato l'Alto Adige nella riunione della cabina di regia di ieri a Milano, «l'obiettivo più importante è quello di realizzare progetti che migliorino a lungo termine la mobilità e la qualità della vita in val Pusteria e che possano garantire un valore aggiunto all'intero territorio». L'attenzione si concentra sulle ferrovie e sul miglioramento dei collegamenti transfrontalieri, «ma grazie alle Olimpiadi anche l'infrastruttura stradale potrà essere ulteriormente sviluppata in collaborazione con i Comuni», dichiara Alfreider.L'assessore torna sui progetti più importanti: «Il primo è l'anello ferroviario di sette chilometri della val di Riga. Questo progetto aumenterà l'importanza della mobilità ferroviaria nel lungo periodo, perché i tempi di percorrenza tra la val Pusteria e Bolzano e Bressanone si ridurranno».Inoltre, la statale della val Pusteria sarà resa più sicura e migliorata in diversi tratti, anche in corrispondenza di incroci trafficati. Sono previsti, tra l'altro, un nuovo collegamento con la stazione ferroviaria di Dobbiaco, un miglioramento del collegamento tra San Cassiano e Cortina e la costruzione di una circonvallazione di oltre tre chilometri a Perca.Le Olimpiadi invernali si allontanano sempre più dal Trentino, invece. È bastata una frase del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, pronunciata al termine della cabina di regia, ad accreditare Torino con il suo Oval Lingotto come sede delle gare di pattinaggio, a scapito di Piné: «Sapere che c'è la disponibilità di un altro territorio a essere della partita mi tranquillizza. L'eventualità di un'Olimpiade dell'intero arco alpino penso possa essere un'opportunità», ha detto Salvini. Per realizzare la copertura dell'Ice Rink di Piné invece servirebbero 60 milioni di euro.

Corriere delle Alpi | 17 Gennaio 2023

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Villaggio a Campo, levata di scudi «Nessuno qui da noi lo vuole»

CORTINAIl villaggio olimpico a Campo ancora nell'occhio del ciclone: non lo vogliono gli abitanti della frazione di Cortina che si trova nella piana percorsa dal Boite, verso sud, nella zona dei quattro campeggi. Ieri sera si sono dati appuntamento in tanti, almeno una quarantina, per un primo incontro informale propedeutico a dare l'avvio alla costituzione di un comitato per opporsi al progetto.In origine, all'interno del dossier, il villaggio era stato previsto a Fiames, nei pressi dell'aeroporto, ma recentemente c'è stato un cambio di rotta e la scelta è caduta sulla piana di Campo.«Abbiamo deciso di indire questa prima riunione allo scopo poi di organizzarci meglio e avere altre adesioni per il nostro comitato e portare avanti la battaglia sul villaggio olimpico. Qui nessuno lo vuole, e la grande presenza in questa occasione, organizzata solo con il passaparola, ne è la dimostrazione», dice soddisfatto Claudio Michielli, tra i promotori dell'incontro. Tutti arrabbiati per «decisioni che ci vengono calate dall'alto, a nostra insaputa». La riunione è stata ospitata al campeggio Dolomiti, che, assieme al campeggio Cortina, era stato coinvolto nella riqualificazione con un'offerta da parte del commissario straordinario Sant'Andrea di acquisizione dell'area per fare il villaggio. Offerta che però non ha convinto i proprietari dei campeggi. Da qui la decisione di Simico di utilizzare il prato antistante ai campeggi.«La piana di Campo è un prato integro, perfetto: perché portare qui il villaggio olimpico? Non era previsto a Fiames nel dossier? Perché questo cambio di rotta? Fare qui il villaggio significa andare incontro a cantieri che nemmeno immaginiamo. Non si tratta di un lavoro da poco», si è spiegato ieri sera, «ci saranno da fare scavi per gli scarichi fognari, la rete elettrica, la fibra, una piastra, plinti in cemento, allargare strade. Dicono poi che le strutture

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sono dei prefabbricati che verranno rimossi subito dopo i Giochi, ma chi ce lo assicura? Ci sono gli alberghi che spingono da tempo affinché rimanga qualcosa sul territorio come foresterie per i loro dipendenti, come possiamo stare tranquilli? Se dovesse restare questo villaggio sarebbe un enorme danno ambientale, viene distrutto un contorno naturale, scombussolato il substrato sociale di Campo». Altra motivazione emersa è la questione degli espropri.«Non capisco perché devono venire su terreni che poi sono in mano a decine di privati con il rischio di esproprio invece che intervenire su aree pubbliche e riqualificarle, vista la grossa somma a disposizione (sono stati stanziati quasi 50 milioni di euro, ndr). C'era la proposta dell'ex Polveriera a Cimabanche: perché non riqualificare quell'area, ad esempio, lasciando poi qualcosa sul territorio? Come al solito, i cittadini non sono stati interpellati. Si fa la candidatura, si cambiano le carte in tavola, e tutto avviene sulle nostre teste. A noi non viene chiesto niente. Formiamo questo comitato e da lì prenderemo le decisioni sulle prossime mosse. In ogni caso vigliamo opporci. La gente qui è tutta contraria». Marina Menardi©

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Corriere delle Alpi | 18 Gennaio 2023

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Il Veneto prova a stoppare Torino: «Valutiamo alternative più vicine»

IL CASO

«Prima di coinvolgere Torino o il Piemonte nei Giochi del 2026, è evidente che i presidenti Zaia e Fontana verificheranno se in queste due regioni esisteranno alternative per il pattinaggio veloce a cui Trento sembra voler rinunciare». Chiaro il messaggio del sindaco di Cortina, Gianluca Lorenzi e dell'assessore Stefano Ghezze, ieri a Milano per la firma dal notaio del nuovo statuto della Fondazione Milano Cortina che riduce da 26 a 14 membri il consiglio di amministrazione del Comitato organizzatore dei Giochi Olimpici e Paralimpici. Lorenzi, mentre ne parla, non dà l'idea di un auspicio, ma di un dato di fatto. E cioè che proprio questa sia l'intenzione di Zaia. «Il Veneto non manca di strutture adattabili, se non si vogliono spendere 100 milioni per dare copertura allo stadio di Piné». Altolà veneto a Salvini È stato il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, ad ufficializzare l'ipotesi Piemonte; a tanti ha dato l'impressione di scavalcare sia il trentino Fugatti che il veneto Zaia, quasi volesse trasferire il baricentro politico delle Olimpiadi su Milano-Torino. Il sindaco di Cortina lancia un assist a Zaia per rilanciare la centralità del Veneto. E Zaia lo fa. «Il Veneto ha in campo numerosi interventi - ha detto ieri a Milano -: s'è parlato anche di arrivare in tempi brevi a definire un piano operativo per l'adeguamento dell'Arena di Verona all'accessibilità per le persone diversamente abili. Si tratta di un tema che reputo prioritario: queste saranno, le Olimpiadi dove tutti potranno assistere agli eventi, limitando al massimo ogni barriera. Ci si può arrivare con un'attenta progettazione e trovando soluzioni per conciliare tutela monumentale e tecnologie, per favorire l'accesso di tutti» . Il presidente, dunque, ha rimesso in sicurezza anche Verona (chiusura delle Olimpiadi e apertura delle Paralimpiadi), casomai qualcuno pensasse di traslocare. Tiro con l'arco Il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti, sempre iri a Milano ha fatto intendere che per l'altopiano di Baselga l'alternativa c'è: il tiro con l'arco, seppur non disciplina olimpica invernale. Cortina, dunque, può stare tranquilla; nessun scippo del curling. «Venerdì prossimo il presidente del Coni, Giovanni Malagò, sarà in Trentino insieme al presidente della Federazione ghiaccio Andrea Gios e al numero uno della Federazione Italiana di tiro con l'arco Mario Scarzella, per formulare una proposta sportiva al Trentino e a Baselga di Piné. Proposta che verrà poi valutata per le decisioni future», ha precisato Fugatti, a argine della riunione nella capitale lombarda. Il nuovo cda Si riduce, dunque, da 26 a 14 membri il consiglio di amministrazione del Comitato organizzatore. La componente sportiva, rappresentata da sette membri nominati d'intesa dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano e dal Comitato Italiano Paralimpico, ha confermato i consiglieri di diritto, nonché le atlete che hanno preso parte a recenti edizioni dei Giochi Olimpici e Paralimpici. Ciascun ente della componente territoriale ha indicato un suo consigliere. Giovanni Malagò è stato designato alla presidenza della fondazione, mentre Andrea Varnier è l'amministratore delegato di nomina governativa. Luca Pancalli ha la designazione alla vicepresidenza della fondazione. In rappresentanza del Cio ci sono Ivo Ferriani e Federica Pellegrini; Carlo Mornati è segretario Generale Coni, mentre Anna de la Forest de Divonne è atleta Olimpica e Francesca Porcellato è atleta Paralimpica. Per il comune di Milano c'è Christian Malangone, Andrea Giovanardi rappresenta Cortina, Sergio Schena la Regione Lombardia, Antonella Lillo il Veneto, Tito Giovannini la Provincia Autonoma di Trento ed Erwin Hinteregger la Provincia Autonoma di Bolzano. Un articolato confronto Il nuovo consiglio è stato nominato dopo la modifica che adegua lo Statuto della Fondazione Milano Cortina 2026 al decreto legge 115 del 2022. La riunione si è svolta nella sede della Fondazione e ha permesso «un articolato confronto sui principali aspetti del progetto a tre anni dall'inizio dei Giochi, anche alla luce del lavoro realizzato sinora», come si legge in una nota a conclusione dei lavori. «La discussione si è svolta nel segno di una rinnovata sintonia su obiettivi comuni che coinvolgono, insieme, il mondo dello sport, i territori e l'Italia intera». Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gazzettino | 19 Gennaio 2023

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Bob, la pista si farà «Via ai lavori a luglio pronta per il 2024»

Con il mese di febbraio a Cortina aprirà il cantiere per la demolizione controllata e differenziata della vecchia pista di bob Eugenio Monti, a Ronco, chiusa dal 2008 e in degrado. I lavori sono già appaltati. Nel frattempo, venerdì 27 gennaio le amministrazioni coinvolte nel progetto di costruzione del nuovo impianto, per le Olimpiadi invernali 2026, dovranno presentare i loro pareri. Tutto questo per appaltare la ricostruzione, che dovrà iniziare per l'estate, presumibilmente a luglio. Tutto ciò è stato confermato ieri da Luigivalerio Sant'Andrea, commissario di governo per le opere olimpiche e amministratore delegato della Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026, che ha presieduto la conferenza di servizi decisoria sul progetto sliding centre e riqualificazione della pista Eugenio Monti.

LE IPOTESI TRAMONTATE

Il commissario ha spiegato chiaramente che la pista si farà a Cortina d'Ampezzo, e si farà presto. Non sono percorribili le altre strade ipotizzate, che spingevano a cercare un impianto già esistente, in Italia o all'estero. Non si andrà dunque in Austria, a Igls, presso Innsbruck, anche perché quell'impianto ha bisogno di importanti interventi per una cinquantina di milioni di euro. Non è più utilizzabile l'impianto di Cesana, in Piemonte, costruito per Torino 2006. Non si andrà in Germania, dove l'impianto di Koenigssee è stato gravemente danneggiato da una frana, nel luglio 2021. Altre strutture non sono disponibili, a distanze ragionevoli: «Ad oggi, non risulta percorribile l'ipotesi di un immediato utilizzo, senza sostanziali interventi di riqualificazione, degli impianti sportivi oggetto d'indagine, in quanto non sono in possesso dei requisiti minimi previsti dalle federazioni internazionali per lo svolgimento delle gare olimpiche», ha detto Sant'Andrea.

LA GIORNATA

Sono intervenuti amministrazioni ed enti locali interessati alla realizzazione dell'opera. «Oggi è una giornata molto importante conferma Sant'Andrea tutte le amministrazioni sono potute intervenire nel dettaglio, sui riscontri del progetto definitivo, che abbiamo presentato, ai fini del perfezionamento dell'iter di autorizzazione. L'interlocuzione con tutte le amministrazioni è stata particolarmente favorevole. L'approfondimento del progetto è stato molto zelante, da parte del gruppo di progettazione. La mandataria, che è capogruppo, è la stessa Società infrastrutture Milano Cortina, con contributi esterni per attività specialistiche. La genesi è coordinata dai territori».

I TEMPI

«La prossima settimana procederemo ad acquisire gli ultimi pareri favorevoli - ha proseguito il commissario di governo -, oppure con prescrizioni, per procedere quindi con il decreto che autorizza la realizzazione dell'opera. Abbiamo già appaltato l'intervento del primo lotto, lo strip out, la demolizione controllata della vecchia pista. L'inizio dei lavori di costruzione dell'impianto entro luglio di quest'anno. Nel dicembre 2024 dovremo consegnare il campo gara, per il test event, le gare che anticiperanno di un anno i Giochi».

IL MEMORIALE

Sant'Andrea replica infine a chi contesta l'impianto: «Riteniamo ci siano tutte le condizioni per un intervento con tutti i requisiti previsti, di sostenibilità economica, sociale e ambientale, richiesti per un'opera così importante. Abbiamo introdotto un aspetto culturale: l'area di Ronco sarà integrata con un memoriale, che ricorderà i riti e i miti di Cortina, degli ultimi cento anni, legando le Olimpiadi 1956 e 2026».

Marco Dibona

L’Adige

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| 22 Gennaio 2023

Tutti vogliono il pattinaggio

Matteo Lunelli

Il pattinaggio tirato per la giacchetta. Ora che l'addio a Baselga di Piné è ufficiale, con il relativo strascico di polemiche, è iniziata la partita per la ri-assegnazione delle gare olimpiche. In prima fila c'è ovviamente Torino, che ha già messo ufficialmente in campo la propria candidatura: «Confermiamo la nostra totale disponibilità a metterci a disposizione del Paese», hanno dichiarato ancora venerdì sera il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio (Forza Italia) e il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (Pd). E se dovesse arrivare l'assegnazione, ecco che quelle invernali del 2026 diventerebbero le Olimpiadi più "diffuse" della storia: Torino e Anterselva (o Cortina) distano infatti più di 500 chilometri. Ma oltre al Piemonte anche Veneto e Lombardia sono in campo: in queste ore sono in corso una serie di ricognizioni e sopralluoghi su strutture potenzialmente idonee, a scopo ricognitivo. Poi i governatori Luca Zaia (Lega) e Attilio Fontana (Lega) riferiranno a Coni e Fondazione Milano Cortina che dovranno decidere. In ballo ci sono alcune strutture (capannoni) nella zona di Verona e Milano, ma anche l'area Fiera di Longarone. Il paese in provincia di Belluno conta 5.037 abitanti, curiosamente poco meno di Baselga di Pinè che arriva a 5.114. Venerdì sera a Cortina, durante la cena di gala per la coppa del mondo, il presidente Giovanni Malagò, reduce dall'incontro di Baselga, ha incontrato anche il sindaco di Longarone Roberto Padrin,

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con il quale avrebbe parlato anche dell'ipotesi Oval nella zona Fiera del paese. D'altra parte anche Malagò lo ha detto chiaramente: «L'ipotesi addio Baselga e gare a Torino non è automatica». Nel frattempo, come accennato, gli strascichi delle decisioni ufficializzate venerdì a Baselga non si fermano. Ci sono le reazioni politiche (vedi articolo a lato) e quelle dei cittadini: sui social, nelle pagine dell'altopiano ma anche - ad esempio - nei commenti su quelle dell'Adige sono centinaia di commenti, all'insegna di delusione e sensazione di presa in giro). La decisione politica. Una scelta e una decisione totalmente politica: la contrarietà del Cio (documento di ottobre 2022) non era comunque vincolante e, anzi, la politica avrebbe potuto tranquillamente portare avanti la decisione di costruire l'Oval. In tal senso gli incontri di novembre a Baselga e i documenti di giunta di dicembre dimostrano che la decisione era quella. Poi il clamoroso e repentino passo indietro, senza che fossero sopraggiunte novità particolari. Avanti con il bob: 93 milioni.Dal Veneto nel frattempo arrivano notizie sulla tanto discussa pista per il bob a Cortina: il progetto va avanti, le gare saranno lì anche se i costi sono nel frattempo lievitati a circa 93 milioni di euro. L'architetto del progetto. L'architetto Alessandro Zoppini, il più affermato progettista mondiale per impianti come quello dell'Oval, era in Trentino il 7 novembre scorso, per illustrare quello che - fino a venerdì - era il progetto definitivo, approvato e finanziato. E che ora, evidentemente, è destinato a essere cestinato. «Non entro nel merito delle decisioni. Però da professionista dico che il nostro compito l'abbiamo fatto, presentando un progetto nel rispetto delle indicazioni avute, ovvero diminuire i costi di gestione e nel rispetto dell'assunto che la politica aveva deciso di spendere 50 milioni. Quindi abbiamo presentato un Oval con 40 milioni di costo di costruzione e 10 milioni dei cosiddetti oneri accessori (Iva, espropri ecc...). Grazie a una struttura aerata non ci sarebbero stati costi in più rispetto a quelli attuali, o comunque cifre minime. E si trattava di un impianto di qualità. Abbiamo fatto ciò che ci era stato chiesto. I tempi? Se ci avessero dato l'incarico a inizio gennaio avremmo consegnato il lavoro in tempo». Tutti vogliono il pattinaggio.Con Veneto e Lombardia scese ufficialmente in campo per ospitare il pattinaggio in strutture ancora da individuare, e per le quali in ogni caso bisognerà mano al portafoglio (Quanto? Gli esperti dicono che almeno 20 o 30 milioni vanno messi in preventivo per un impianto, seppur "temporaneo"), anche il Torino e Piemonte non mollano. «Le Olimpiadi sono un evento unico e proprio per questo siamo pronti a essere di supporto fin da subito. Torino e il Piemonte possono far rispettare i tempi, contenere i costi e ridurre l'impatto ambientale di nuovi impianti», dicono Cirio e Lo Russo.

Corriere delle Alpi | 24 Gennaio 2023

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Oval alla Fiera di Longarone

Zaia: «Non lo escludiamo»

Francesco Dal Mas LONGARONE

Sarà, dunque, qualche area verde, vicino alla Fiera di Longarone, la location dell'oval per il pattinaggio veloce a cui Baselga di Pinè ha rinunciato? «Non lo escludiamo, almeno a livello di ipotesi», risponde Luca Zaia, presidente del Veneto. «Tutto dipende dal fatto se il Governo finanzierà o meno questo impianto», precisa Zaia. Ovvero: se Torino offrirà l'oval al Lingotto senza pretendere chissà quali finanziamenti, è presumibile che la destinazione sarà quella.A Pinè la copertura dello stadio, richiesta dal Cio, comportava un investimento di 50 milioni, diventati poi 70 con gli ultimi aggiustamenti al progetto. «È evidente che in presenza di un finanziamento statale, il Veneto si farà avanti. E Longarone è appunto una delle ipotesi», conviene Zaia. Il quale per la verità rivela - a margine di una cerimonia inaugurale a Codognè, in provincia di Treviso - appena seppe delle difficoltà dei Trentini, «subito mi mossi per verificare se in Veneto c'era qualche struttura o qualche area da poter mettere a disposizione».Zaia si rivolse alla Fiera di Verona, a poche centinaia di metri da quell'Arena dove si svolgeranno le cerimonie di conclusione delle Olimpiadi e di inaugurazione delle Paralimpiadi. «La risposta che ho ricevuto è stata di grande interesse», ha spiegato il presidente, «ma anche di presa di coscienza che nell'area fieristica non ci sarebbe stato lo spazio necessario».Zaia spiega, infatti, che si tratta di costruire «un capannone così grande, senza colonne all'interno, da poter ospitare almeno 10 mila persone sugli spalti. La Fiera di Verona si sarebbe vista costretta a demolire un po' di padiglioni per riuscire ad accogliere una struttura così imponente. Adesso, dunque, stiamo cercando di capire quali altre soluzioni potremmo avere a disposizione». Longarone ha i titoli per candidarsi in quanto diventerà l'hub intermodale di Cortina, dove potranno parcheggiare 3 mila auto e dove 200 navette saliranno quotidianamente a Cortina per trasportare gli spettatori. «Il Veneto ha tutti i presupposti per fare una grande Olimpiade», insiste Zaia. «Lo abbiamo dimostrato con i Mondiali di sci e lo stiamo evidenziando con l'organizzazione delle Coppe del mondo. Posso garantire, anche a chi nutre qualche perplessità, che quando le opere saranno ultimate, si vedrà una Cortina del tutto cambiata. Anche la viabilità verrà radicalmente modificata».Zaia rinvia, per questo, al giorno 27, quando i terrà una nuova cabina di regia, in Veneto, relativamente alle infrastrutture. Quanto al tema delle code sull'Alemagna, Zaia annuncia che con le varianti «cambierà tutto». «In ogni caso si sappia che rispetto ai luoghi di grande frequentazione, le code, in giro per il mondo, ci sono un po' dappertutto». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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PARALIMPIADI: GLI AGGIORNAMENTI

Corriere delle Alpi | 10 Gennaio 2023

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Giochi olimpici senza barriere: il lungo cammino inizia da Cortina

CORTINA

Olimpiadi sostenibili? Sì, ma anche accessibili. Ossia inclusive. E non solo per gli atleti delle paralimpiadi. Anche per i visitatori, quelli portatori di disabilità, ma pure anziani, persone fragili. Tutti, infatti, hanno diritto di partecipare, a loro modo, ai Giochi. La montagna, si sa, è già di suo ostacolo. Come superarlo? Da domani, a Cortina, comincerà a riunirsi una speciale commissione di esperti per redigere uno studio, che si chiama appunto di accessibilità e inclusività, declinato - annuncia il presidente della Regione, Luca Zaiain relazione sia agli atleti e sia al pubblico, quindi per una trasversalità complessiva, che consenta la massima partecipazione e coinvolgimento. In altre parole, le carrozzine hanno diritto di raggiungere lo stadio del ghiaccio, la pista Olympia e le altre dello sci alpino femminile, quella di bob, e ovviamente il trampolino di Zuel, o meglio l'arena. Il gruppo di tecnici si incontrerà allo stadio del ghiaccio per prendere visione dei problemi, appunto tecnici, in modo da perfezionare anche il progetto allo studio. Poi completerà la prima giornata all'Alexander. Zaia stesso ha chiesto che al tavolo partecipino i rappresentanti della Fondazione Milano Cortina2026, della Fondazione Cortina, del Comune, della società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 e sua struttura commissariale. «La ricognizione», anticipa, «riguarderà non solo Cortina, con i suoi livelli di ospitalità, ma tutta la provincia di Belluno, e non solo». Ovvero, i turisti disabili che arriveranno in aereo a Tessera, quali opportunità avranno di trasporto fino a Cortina e nel resto delle Dolomiti? Giù dall'aereo, potranno salire comodamente sul treno (grazie al nuovo collegamento con la stazione di Mestre) e, sempre in ferrovia, arrivare fino a Ponte o a Longarone. Qui dovrebbero essere attesi da navette attrezzate per il trasporto in albergo, ovviamente anch'esso accessibile, e da qui fino ai campi di gara. L'ospitalità senza barriere (non solo architettoniche) sarà dunque verificata ad ampio raggio, almeno nel Bellunese. Il comitato organizzatore dei Giochi ha chiesto infatti a ogni ente ospitante gare di fare massima attenzione e di ispirare la propria azione alle due tematiche. «Ebbene, il Veneto ha risposto con estrema rapidità, mettendosi al lavoro per definire strategie e linee guida che possano essere prese a modello. Lo sport ci insegna a fare squadra, impegnandosi per un obiettivo comune: in questo caso quello di permettere a tutti di godere di un evento unico al mondo, in ugual misura», insiste il presidente Zaia. Lo studio, partendo dai principali eventi sportivi che si terranno a Cortina nella stagione 2022/2023, dovrà definire le linee guida ed i criteri attuativi rappresentanti le best practice applicabili nel contesto delle Olimpiadi 2026 finalizzate a promuovere l'inclusività rispetto alla partecipazione agli eventi ed alla quotidianità con particolare riferimento al tema dell'accessibilità, in modo che sia garantita a tutti la possibilità di fruire dei medesimi servizi e opportunità, eliminando eventuali ostacoli. Il cantiere ferroviario a Ponte (nuovi servizi in stazione) terrà conto di questo; così pure la ristrutturazione della stazione di Longarone ed il completamento di quella di Calalzo. Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 10 Gennaio 2023

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Gli albergatori in attesa dei bandi Alverà: «Ma non si parte da zero»

Le strutture

Il Comune di Cortina ha acquistato due carrozzine elettriche, a trazione 4x4, che possono essere noleggiate da disabili. Sono già state sperimentate sul sentiero che dal rifugio Auronzo porta alle Tre Cime di Lavaredo, quindi in forcella.«È solo uno degli esempi di come ci stiamo adoperando qui a Cortina», spiega la vicesindaca Roberta Alverà, «per diventare la capitale del turismo inclusivo e accessibile».Alverà, prima di impegnarsi nell'attività politico-amministrativa, era presidente dell'Assoalbergatori e in questa veste aveva partecipato alla costituzione di "Cortina senza confini", con Claudia Gottardo, avvocato di Jesolo, ed Elena Galli, di Unionfidi Veneto. Un'associazione nata per accompagnare Cortina nel vivere in modo diverso e inclusivo il percorso che porta alle Paralimpiadi, ma più in generale per promuovere l'accoglienza di visitatori diversamente abili.«L'Associazione si è messa a disposizione delle realtà che stanno promuovendo l'inclusività. Certo, partiamo dagli alberghi. E proprio per metterci alla prova in marzo, per un mese, alcune strutture ospiteranno una decina di giovani disabili e i loro accompagnatori per verificare ogni forma di accessibilità e di inclusione».Il problema non è solo quello delle barriere architettoniche, ma questo senz'altro è il principale. Gli alberghi sono 54 a Cortina.«Alcuni, soprattutto quelli in centro, non sono nelle condizioni di abbatterle, queste barriere. Hanno gli scalini di ingresso e non possono realizzare rampe per l'accesso delle carrozzine. Ma possono accogliere altre disabilità, i non vedenti o i sordomuti, attrezzandosi di conseguenza. Ci sono alberghi, a Cortina, che hanno ascensori e camere attrezzati del codice di lettura Brille».È già un passo avanti

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presentare una mappa dell'accoglienza in cui ciascun albergo specifica la sua capacità di accoglienza del disabile. Nel convegno del 16 dicembre dedicato a questi temi, la Regione ha assicurato che è imminente la pubblicazione di bandi per fondi specifici di adeguamento delle strutture.«So di colleghi albergatori che stanno perfezionando i loro progetti di intervento», assicura Alverà. Ma il problema riguarda anche altre attività, dai negozi alle sale pubbliche. Passando per i marciapiedi. E per i mezzi di trasporto. «In base allo studio che la Regione ha annunciato, ci attiveremo pure come Comune», assicura Alverà, «e non partiamo dall'anno zero. Cortina vanta la prima palestra per atleti disabili. Che, come si sa, ha preparato anche dei campioni». Intanto l'associazione "Cortina senza confini" ha coinvolto l'università Iuav di Venezia, dalla quale attende contributi ad esempio per l'utilizzo dello smartphone quale strumento che può aiutare quanto meno ad evitare le barriere.«Un ulteriore momento di approfondimento», conclude Alverà, «saranno i prossimi Campionati di sci per paralimpici che ci daranno l'opportunità di tirare le prime conclusioni operative degli studi in corso. E non solo per i disabili, ma anche per le persone anziane o fragili». f.d.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 10 Gennaio 2023

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E sulle piste delle Cinque Torri prove tecniche di accessibilità

LO STAGE

Prime prove di gare paralimpiche. La nazionale austriaca di sci alpino si è allenata nello scorso fine settimana sulle piste delle Cinque Torri. È stato un primo, significativo test in vista dell'organizzazione delle finali di Coppa del mondo di sci per atleti paralimpici che Fondazione Cortina ha in programma il prossimo 14-15-16-17 marzo.«Ci teniamo tantissimo al mondo paralimpico», ha detto il presidente della Fondazione, Stefano Longo, «ricordiamoci che qui, nel 2026, non si faranno solamente le Olimpiadi, ma anche, e per nodi dire soprattutto, le Paralimpiadi, con l'assegnazione della maggior parte delle medaglie. Per noi è un fatto culturale, sociale e sportivo molto importante. La scorsa settimana alle Cinque Torri, grazie al presidene del Consorzio Impianti a fune Marco Zardini, che ha un'attenzione speciale per il mondo paralimpico, abbiamo creato una via di accesso speciale per la risalita degli atleti in seggiovia, che è valsa per noi come importante prova tecnica in vista di marzo. Siamo confidenti su una buona riuscita per le finali. Avremo inoltre una prova di para snowboard cross il 3 e 4 febbraio, con due giornate dedicate alla Coppa del mondo sulla pista San Zan di Socrepes, che sarà poi il tracciato di gara delle Paralimpiadi. Ciò è possibile grazie anche all'aiuto e alla collaborazione con Fondazione Milano Cortina 2026. Quindici giorni fa era qui presente un gruppo di persone che lavorava al plan di arrivo a Rumerlo cercando di immedesimarsi sulla realtà dell'atleta paralimpico. Erano persone molto attente a cogliere anche la minima sfumatura in quell'ottica; qualche errore magari lo faremo», dice ancora Longo, «perché a Cortina non si sono mai organizzate gare per atleti diversamente abili, ma da qui poi potremo solo migliorare».Per quanto riguarda l'adeguamento delle infrastrutture alle gare dei para atleti, Cortina tutto sommato è abbastanza pronta.«La situazione che abbiamo trovato nelle strutture è tutto sommato migliore di quanto non si pensasse» continua Longo, «i servizi per i paralimpici sono simili a quelli per i normodotati. Gli standard minimi ci sono».«Ci sarà da lavorare sui parcheggi, anche alcuni rifugi non vanno ancora bene», aggiunge il direttore generale di Fondazione Cortina, Michele Di Gallo, «abbiamo dunque in programma di attrezzare un'area di ospitalità per i para atleti a Rumerlo, con i bagni e quant'altro. Anche piazza Dibona dovrà essere attrezzata. Per il momento stiamo cercano di trovare ciò che è usufruibile per i diversamente abili sul territorio, poi speriamo si acceleri sul resto». Anche per quanto riguarda le strutture alberghiere la situazione alla fine non sembra dunque essere così drammatica. «Il riscontro è stato per il momento positivo. Naturalmente si parla di alberghi a tre stelle, che rientrano nel budget delle gare. Su questi sta partendo un progetto di mappatura su iniziativa dell'Associazione Albergatori. Chi ancora non si è attrezzato, con un piccolo investimento può adeguare la propria struttura per l'accessibilità: si tratta tutto sommato di piccoli interventi».

Il Nuovo Trentino | 11 Gennaio 2023

p. 3, segue dalla prima

I cambiamenti climatici condannano lo sci di bassa quota. Il prof Zardi: sì alla Conferenza permanente

TRENTO

Una conferenza permanente sugli effetti dei cambiamanti climatici in Trentino, da tenersi in Trentino, con la regia della Provincia autonoma di Trento. La proposta viene dalle pagine di questo giornale. Dopo la risposta del presidente del Parco Adamello Brenta Walter Ferrazza c'è anche quella del noto climatologo Dino Zardi, docente di fisica dell'atmosfera. Con toni pacati ma fermi, invita tutti ad un atteggiamento responsabile: «Si deve partire dalla risorsa acqua: agire per tempo, creare sistemi di accumulo,ridurne l'uso nell'irrigazione irrigua, non investire in nuovi impianti di risalita diseconomici».Spiega che la Provincia sta già operando: «Da un anno lavora per una strategia di sviluppo sostenibile». Sottolinea l'importanza del coinvolgimento di ateneo, Fbk, Fem, Mus e ed Appa: sigle

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dietro le quali ci sono anche professionalità da valorizzare nell'ambito della tutela ambientale.Ma cosa si può fare in concreto? Studiare e investire sull'innovazione, dice il professore. Parla di contenimento dell'uso della risorsa acqua: un chiaro riferimento all'uso irriguo nell'agricoltura intensiva. E, come accennato, non manca la nota critica in materia di spese per il sistema neve. Hanno senso nuovi impianti di risalita in zone dove le temperature rischiano di salire costantemente? «Bisogna vedere come cambiano condizioni climatiche. È chiaro che se la temperatura media aumenta, ci potranno anche essere dei singoli episodi di nevicate, ma poi il manto nevoso è esposto al caldo. Se la gente pensa che sia il caso di buttare i soldi per nuovi impianti di risalita lo faccia»

Quando si parla di ambiente mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi non è mai una buona idea. Resta fuori il sedere e il sole scalda, tanto. Guai a metterla sotto la neve, ammesso che la neve attecchisca. Torniamo a parlare di aumento delle temperature e del Trentino di domani. Dalle pagine del nostro giornale abbiamo lanciato l'idea di una conferenza permanente sulla crisi climatica con regia della Provincia autonoma e , possibilmente, con il coinvolgimento delle migliori intelligenze che abbiamo sul territorio, magari comprendendo il vicino Alto Adige. Il presidente del Parco Adamello Brenta, Walter Ferrazza, ha risposto all'appello e ha fatto sapere che l'ente Parco è e sarà in prima fila. Che si debbano coinvolgere tutti i soggetti competenti e che si debba farlo in tempi rapidi ne è convinto anche il professor Dino Zardi, docente ordinario di fisica dell'atmosfera all'Università di Trento che, con toni pacati, invita tutti ad un atteggiamento responsabile: «Si deve partire dalla risorsa acqua: agire per tempo, creare sistemi di accumulo,ridurne l'uso nell'irrigazione irrigua, non investire in nuovi impianti di risalita diseconomici».Professor Zardi, nella conferenza permanente l'ateneo dovrebbe avere un ruolo di primo piano. Giusto?«Giusto e poi ci sono altri soggetti: Fbk, la Fondazione Mach, il Muse e l'Appa, ma ci tengo a dire che la Provincia già sta lavorando in questa direzione. Da un anno lavora per una strategia di sviluppo sostenibile».Di cosa si tratta?«La Provincia ha coinvolto vari soggetti - e fra questi un ruolo fondamentale ce l'ha l'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente (Appa) - per capire quali decisioni prendere in merito all'uso delle risorse. Poi verrà steso un documento che servirà alla Provincia per pianificare gli interventi in materia di energia e di ambiente. Il tutto con un occhio attento all'evoluzione del clima e ai cambiamenti che ci attendono. Poi ci sarà un confronto pubblico, una sorta di restituzione sul lavoro fatto».Sul giornale di ieri abbiamo parlato dell'agricoltura trentina che, in parte, dovrà aumentare di quota. Valuterete anche questo elemento?«Si valuteranno tutti i fattori. Verrà fatta una diagnosi, però serve impegno, servono risorse. La qualità dell'ambiente come la salute umana non è una cosa garantita. Ci vuole impegno costante. Ci vogliono risorse per puntare sulla ricerca e l'innovazione. La tecnologia ci aiuta. Bisogna crederci».Insomma lei dice che bisogna investire, metterci i soldi.«Bisogna fare una valutazione costi-benefici. Non ci sono solo i costi economici. Ci sono quelli ambientali. Cominciamo a capire dove possiamo essere parsimoniosi nell'uso dell'acqua. Mi vengono in mente certi sistemi di irrigazione per l'agricoltura. Dobbiamo capire come contenere quel dispendio di risorse. Ci vuole il coinvolgimento di tutti, a cominciare dai Consorzi irrigui e dai Bacini Montani».Dei consorzi ortofrutticoli come Melinda.«Certo, assolutamente».Quest'anno c'è meno neve rispetto al 2022. Il rischio è di trovarci senza acqua nella primavera-estate 2023. Lei come la vede?«Difficile fare previsioni. Credo che sia il caso di aspettare ancora un po'. L'inverno non è ancora finito. Lo scorso anno sono state scarse tutte le precipitazioni, ma nel 2020 ha nevicato fino a maggio. Non è solo un problema di acqua che cade o non cade. In sé, in media, negli ultimi decenni le precipitazioni sono state stazionarie. Il problema è dell'acqua che se ne va, che evapora per le temperature troppo elevate».E questo ci fa parlare della questione degli impianti di risalita nello sci.«Qui entriamo nell'ambito delle scelte politiche . Bisogna vedere come cambiano le temperature. È chiaro che se la temperatura media aumenta, ci potranno anche essere dei singoli episodi di nevicate, ma poi il manto nevoso è esposto al caldo».Sta dicendo che si deve smettere di investire in impianti di risalita, magari nelle zone ad altitudine minore?«Io non voglio entrare nel merito. I decisori fanno i decisori. Chi ha orecchie per intendere intenda».Sia un po' più esplicito.«È anche una questione economica. Se la gente pensa che sia il caso di buttare i soldi per nuovi impianti di risalita lo faccia». Come si esce da questa situazione di rischio ambientale?«Dalle difficoltà si esce in un solo modo: studiando e trovando soluzioni innovative. La task force già esiste».Torniamo ai soldi da investire.«Il Trentino si è distinto per gli investimenti in innovazione e ricerca. Da qualche anno ha perso questo primato». Da quanti anni?«Da qualche anno».

Corriere delle Alpi | 12 Gennaio 2023

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Disabili: sopralluogo agli impianti ampezzani

CORTINA

Da Verona o da Venezia come arrivare, da disabili, alla pista Olympia di Cortina? Oppure allo stadio del ghiaccio, alla pista di bob, o anche solo al trampolino di Zuel? E per chi è ospite già di Cortina, come muoversi in autonomia?Ieri la speciale commissione regionale istituita dal presidente Luca Zaia ha cominciato a verificare sul campo le diverse componenti di questa sfida. I tecnici della Regione, della Fondazione Milano Cortina, della Fondazione Cortina, della Società infrastrutture e del Comune hanno compiuto una prima ricognizione allo stadio del ghiaccio, poi sono stati alla pista Monti e quindi all'Olympia.Come si riferisce dalla Regione, hanno riscontrato le prime barriere architettoniche da rimuovere, ma anche quelle che sono le problematiche della mobilità per una persona diversamente abile, o anche solo anziana. Quindi i nodi da sciogliere non riguardano solo gli atleti paralimpici, ma anche il vasto pubblico di chi ha difficoltà motorie o manca di udito e di voce. È stata costituita una delegazione di esperti che seguirà la prossima Coppa del mondo di sci femminile per riscontrare sul campo, dagli alberghi alle piste, passando per la mobilità, quali sono i problemi

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da affrontare. Allo stesso modo saranno seguiti gli altri eventi sportivi. Il tema dei trasporti è probabilmente quello più complesso. Il disabile che arriva in carrozzina all'aeroporto di Tessera piuttosto che a quelli di Treviso e di Verona potrà contare soltanto sulla propria autonomia per farsi trasportare a Cortina? Ma, attenzione, ci sono anche le cerimonie di conclusione e di inaugurazione delle Paralimpiadi in Arena a Verona che devono essere disponibili alla più larga partecipazione.Ieri, dunque, il primo di tanti incontri futuri. «Ci siamo messi al lavoro per primi», commenta il presidente Luca Zaia, «per definire strategie e linee guida che possano essere prese a modello anche da altri. Quindi è un lavoro, quello iniziato, che vogliamo portare a termine a scadenza ravvicinata. Intendiamo essere un modello di accessibilità me di inclusività a 360 grado, non solo per gli atleti, ma per tutti». fdm©

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COLLEGAMENTO TIRES – MALGA FROMMER

Alto Adige | 18 Gennaio 2023

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Tires, funivia subito cancellata dal sito del trasporto pubblico

Bolzano

La nuova funivia privata di Tires diventa parte integrante del sistema di trasporto pubblico altoatesino, tanto da aver ricevuto un suo nuovo codice di linea? Fino a ieri sul sito web altoadigemobilità risultava proprio così, salvo che poi, a seguito di una durissima presa di posizione delle associazioni alpinistiche e protezionistiche altoatesine, la Provincia ha fatto marcia indietro.La nuova funivia, inaugurata a febbraio 2022, chiusa a marzo e riaperta alla vigilia di Natale dopo le note vicende legate alle irregolarità nelle fasi di costruzione, fino a ieri compariva sul sito provinciale della mobilità come linea 188: corsa singola da San Cipriano a Malga Frommer euro 12,50. Come chiarito al telefono dagli uffici turistici di Carezza Ski, sale senza pagare chi dispone di stagionale, Dolomiti Superski o giornaliero. Salire e scendere, per chi non scia, costa un po' meno di due corse singole: 22 euro. Il medesimo tragitto con il bus costa però solo 3,50 euro a corsa, sempre che non si possieda un abbonamento.Come chiarito ieri pomeriggio al nostro giornale dall'assessore provinciale Daniel Alfreider, «la funivia Tires-Frommer Alm su altodigemobilità appare erroneamente come linea 188. Un tempo si era pensato a una cooperazione, ma al momento non è stata attivata. Pertanto, ora si provvederà a correggere il portale e quindi la linea non apparirà più».La segnalazioneIeri mattina, una nota congiunta di Cai, Tutela ambiente montano, Avs, Heimatpflege, Dachverband e Mountain Wilderness riportava: «La funivia, gestita privatamente, viene riportata come un mezzo di trasporto pubblico, presumibilmente per giustificare i contributi del 75%. Ma una cosa deve essere chiara: gli impianti di risalita nelle aree sciistiche non sono mezzi di trasporto pubblico». Come chiariva Carlo Alberto Zanella, presidente del Cai Alto Adige, «la funivia Tires-Malga Frommer per quanto riguarda prezzo e risparmio di tempo, elementi fondamentali per un pubblico servizio, non corrisponde in alcun modo a un mezzo di trasporto pubblico». Il cittadino si trova a pagare la funivia doppiamente, «prima tramite contributo pubblico concesso, successivamente in forma di tariffa di trasporto elevata».Un contributo da 11,3 milioniLa funivia cabrio, così le associazioni, «è balzata agli onori della cronaca a causa di violazioni paesaggistiche e edilizie, successivamente sanate dalla Provincia».Gli ambientalisti erano critici sul fatto che la Provincia avesse assegnato un contributo pubblico di 11,3 milioni di euro, coprendo così i tre quarti dei costi dell'impianto: «I nuovi orari del trasporto pubblico provinciale sono in vigore da dicembre e includono anche la funivia, gestita da privati, questo significa che gli altoatesini possono utilizzare l'Alto Adige Pass per spostarsi da Tires a Malga Frommer al costo di 12,50 euro».La giunta, così la nota, «dovrebbe spiegare a tutti i contribuenti per quale motivo questa tratta del trasporto pubblico locale è così costosa, se confrontata con le altre funivie in provincia». In pratica, dopo aver pagato il 75% di questo impianto con soldi pubblici, «il cittadino si trova a dover pagare il costo del biglietto al prezzo stabilito dal gestore (come si legge nell'orario della linea 188 del trasporto provinciale), dimenticando il contributo ricevuto. Di fatto paghiamo due volte lo stesso impianto».La più cara di tutte?Un confronto con le tariffe delle altre funivie della rete pubblica provinciale e le corrispondenti tratte in bus mostra infatti come l'impianto da Tires a Malga Frommer sia molto più caro di tutti gli altri, ad esempio la funivia del Renon costa il doppio della corrispondente tratta in bus, quella di Tires invece costa tre volte e mezzo. Le funivie Vilpiano-Meltina e Postal-Verano costano ancor meno, esattamente come il bus, rispettivamente 4 e 6 euro. Inoltre chi usufruisce quotidianamente della funivia del Renon beneficia di una tariffa molto agevolata: i pendolari sono premiati dal sistema AltoAdigePass. «È difficile - si proseguivaimmaginare un pendolare fra Tires e Malga Frommer, ma qualora esistesse, potrebbe beneficiare di una riduzione tariffaria?» La durata del viaggio della nuova funivia di Tires poi è di 10 minuti, solamente 5 minuti più breve rispetto al bus. Utilizzando la funivia del Renon si risparmiano invece 18 minuti su 30, con quelle di Vilpiano-Meltina e Postal-Verano il risparmio di tempo è ancora più marcato: 4 minuti contro 78 per la prima e 8 minuti contro 90 per la seconda.StrategieLa giunta provinciale, così gli ambientalisti, «dovrebbe investire soldi pubblici dove l'utilità per i cittadini è maggiore». La funivia cabrio è invece stata inserita negli orari ufficiali, «nonostante non sia di fatto un mezzo di trasporto pubblico, perché il prezzo per una corsa è molto elevato».La strategia, agli ambientalisti, appare chiara: «La funivia deve essere classificata come mezzo di trasporto pubblico per giustificare, almeno in parte, i contributi pubblici concessi per la sua costruzione. Ma questa strategia è da condannare, perché gli impianti di risalita nei comprensori sciistici non sono

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un mezzo di trasporto pubblico, per almeno tre motivi rilevanti: collegano luoghi che solamente gli sciatori hanno necessità di raggiungere, gli orari di esercizio non corrispondono in alcun modo alle esigenze degli utenti e infine i prezzi non sono confrontabili con quelli del trasporto pubblico». Con tale strategia, questa la conclusione, «la politica fa un pessimo servizio al trasporto pubblico e alla sua sostenibilità, necessaria alla luce della crisi climatica». Allo stesso tempo, «i collegamenti funiviari gestiti privatamente, di cui spesso beneficiano solo pochi, ricevono sovvenzioni pubbliche anche fino al 90%. Questo è incompatibile con gli obiettivi climatici che la Provincia si è posta». Le associazioni ambientaliste e alpinistiche invitano la giunta a non sovvenzionare le funivie dei comprensori sciistici, «classificandole come trasporto pubblico in una mera operazione di green washing».La società funiviariaIn serata ieri è intervenuta anche la Funivia di Tires Spa, precisando in una nota che «contrariamente a quanto dichiarato dalle associazioni, la funivia non fa parte della rete di trasporto pubblico. Inoltre, non può essere utilizzata con l'AltoAdigePass». Nella App altoadigemobilità, «la funivia appare come un possibile collegamento». Tuttavia la società «non è in grado di spiegare come sia stata effettuata l'iscrizione. La registrazione non è mai stata richiesta nemmeno dalla Spa». Si precisa inoltre che «la variante al percorso di risanamento non è stata affrontata e approvata dal governo provinciale, ma dalla competente conferenza provinciale dei servizi e dai Comuni con regolare procedura amministrativa». DA.PA

COLLEGAMENTO COMELICO – PUSTERIA

Corriere delle Alpi | 31 Gennaio 2023

p. 28

Via libera al collegamento sciistico

Il Comelico aggancia la Pusteria

COMELICO SUPERIORE

La gioia esplode come un tappo di bottiglia troppo a lungo trattenuto. È questo l'impatto dell'annuncio che il sindaco di Comelico Superiore, Marco Staunovo Polacco, invia di primo mattino: la Soprintendenza ha dato il via libera, il collegamento turistico e sciistico fra Comelico e Pusteria si farà. E sarà un progetto pilota. Ma cosa è successo? «Il 27 gennaio», spiega Staunovo, «è pervenuto al Comune il parere favorevole, con prescrizioni, della Soprintendenza sul progetto "Stacco", ovvero di strategia per l'accessibilità del sito Unesco e per uno sviluppo equilibrato del Comelico. Un progetto integrato per lo sviluppo turistico, culturale e socio-economico della zona». Come a dire che non si tratta solo di un paio di impianti di risalita e di un paio di nuove piste, ma di un «progetto costruito integrando ambiente, cultura, storia, sviluppo con una visione verso il futuro, inserendo anche elementi di studio riferibili alle peculiarità del sito Unesco e alla neutralizzazione delle emissioni di carbonio». La richiesta di parere era stata trasmessa, insieme al progetto, a metà dicembre 2022, dopo oltre un anno di lavoro per la rielaborazione del progetto in base a quanto emerso durante gli incontri a Roma presso la Direzione Paesaggio del Ministero, durante la fase finale della procedura di Vas e da ultimo in base alle intense interlocuzioni con la struttura ministeriale di Venezia, «che ha contribuito a migliorare significativamente la proposta», dice il sindaco, «facendolo diventare un progetto pilota». Nei prossimi giorni verranno approfonditi tutti gli aspetti relativi alle prescrizioni citate, in attesa del parere anche sugli aspetti monumentali del progetto stesso, che va ad interessare anche le rilevanze storiche della linea di confine tra Belluno e Alto Adige.Gli impianti di risalitaAll'interno del progetto si sviluppano in maniera integrata gli impianti di risalita in quota, le piste per la pratica dello sci alpino, la riqualificazione delle opere del vallo alpino, la messa in rete di tutti i luoghi di conservazione storico-culturale della Val Comelico, la razionalizzare degli accessi in quota, soprattutto nell'area Unesco ed altro ancora. «Da oggi», prosegue Staunovo Polacco, «parte la fase operativa del progetto, finalizzata a raggiungere l'obiettivo della attivazione di tutte le sue misure in maniera coordinata». I ringraziamentiLa soddisfazione emerge anche dal lungo elenco di ringraziamenti che esprimono tutta la gioia per un traguardo raggiunto "in cordata". «Ho il dovere», si legge in un comunicato, «di fare alcuni sinceri ringraziamenti: al presidente Dario Bond per la risolutezza con cui ha sostenuto il progetto durante il suo mandato alla guida dei fondi di confine. Ha interpretato il suo ruolo in maniera impeccabile e la nostra gente dovrà sempre essergli grata. Poi, sempre rimanendo agli stessi fondi, ringrazio l'onorevole Roger De Menech, che sempre ha sostenuto il progetto, accompagnandomi in molti uffici romani e appoggiando convintamente la nostra proposta. Ricordo poi il compianto onorevole Paolo Saviane, con il quale abbiamo condiviso forse i momenti più difficili di questo percorso. Un ringraziamento personale all'ex ministro D'Incà, che ha promosso le interlocuzioni con la Direzione Paesaggio di Roma, favorendo un dialogo che in quel momento sembrava compromesso. Poi all'assessore regionale Bottacin e ai suoi collaboratori che ci hanno aiutato durante il lungo iter della Vas. Ringrazio l'assessore Federico Caner che da sempre ha sostenuto il progetto, condividendone la strategia e promuovendone concretamente la sua finalizzazione».Una decisione di tutta la valle«Ringrazio i sindaci del Comelico, ricordando in particolare il presidente Ianese che ha condiviso spesso con me le preoccupazioni e i momenti difficili in questi otto anni. Comprendo in questo elenco anche i miei predecessori alla guida dell'Amministrazione di Comelico Superiore, per quanto fatto a favore del progetto iniziale. E tutti i sindaci della provincia di Belluno, che hanno votato favorevolmente alla proposta. Ricordo Pierluigi Svaluto che ha fatto in modo si aprisse un dialogo con la Fondazione Dolomiti Unesco».Grazie a Franz Senfter«E non dimentico il presidente Arno Kompatscher, con il quale

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abbiamo condiviso anche un accordo scritto di collaborazione, insieme al Comune di Sesto Pusteria, comprendendo ovviamente il supporto di Franz Senfter e della Drei Zinnen in questi anni di gestione degli impianti di Padola nella indeterminatezza del futuro. Un ringraziamento va fatto a tutti i professionisti che in questi anni si sono dedicati con passione al progetto, con capacità e spirito di sacrificio. Ed alla dottoressa Renata Codello che, da dirigente del segretariato regionale del ministero, ha contribuito in maniera determinante al dialogo tra Comune e Soprintendenza».Le persone e le Regole del ComelicoPoi Staunovo Polacco ricorda tutte le persone del Comelico che hanno avuto fiducia nell'azione amministrativa comunale e ringrazia le Regole di Comelico Superiore, che stanno contribuendo alla buona riuscita del progetto e con le quali si potranno gettare basi solide per il futuro delle nostre Terre. Una comunità coesa ha molte più armi che non una divisa. E ora cosa succede? «Ora si ricomincia a testa bassa a lavorare per portare a termine quanto iniziato. Si tratta di un grande progetto del valore complessivo di 50 milioni, sul quale si gioca il futuro della nostra terra, che darà lavoro e porterà turismo, in inverno ed in estate». Stefano Vietina©

Corriere delle Alpi | 31 Gennaio 2023

p. 28

Sci ai piedi da Padola a Sillian: l'Austria dista solo una cabinovia

prospettive

L'apertura verso l'Austria: sarà il primo comprensorio transfrontaliero quello del 3 Cime Dolomiti (3 Zinnen Dolomites), la società guidata da Franz Senfter: consentirà di mettere gli sci ai piedi a Padola e sciare fino a Sillian, in Austria. Entro la fine dell'anno si attende l'ok da parte del Tirolo Orientale, dopo quello già ottenuto sul versante altoatesino. Il progetto prevede la realizzazione di un nuovo impianto di risalita e relativa pista nel Comune di Sesto Pusteria. Il nuovo impianto, una cabinovia, partirà da Stiergarten (Orto del Toro) per arrivare ai 2.538 metri di quota, sul monte Hochgruben (Tovo Alto) dove si connetterà agli impianti che verranno realizzati sul versante austriaco. La nuova cabinovia si chiamerà Tre Cime II, avrà veicoli da 10 posti e potrà portare in quota 2.400 persone ogni ora. Contestualmente sarà realizzata una pista lunga 2.100 metri; l'investimento previsto ammonta a oltre 10 milioni.Nel frattempo la società impiantistica, in questi anni di attesa del collegamento con il Comelico di cui si parla dal 2011, ha proceduto a costanti lavori di aggiornamento degli impianti e delle piste, con investimenti per oltre 40 milioni. Nel 2019 è stata inaugurata una seggiovia a 8 posti (riscaldata) sul monte Elmo verso la cima del Gallo Cedrone (che sale dai 1.920 mt ai 2.225). Mentre il 4 dicembre 2020 è stata inaugurata la nuova cabinovia da 10 posti Helmjet Sexten, uno dei più moderni impianti di risalita d'Italia, che è andata a sostituire, dopo 40 anni di onorato servizio, la funivia monte Elmo di Sesto, per portare più rapidamente e senza tempi di attesa gli sciatori ed i turisti da Sesto al monte Elmo.Realizzati i due collegamenti con Comelico e Sillian (pronti si ipotizza per l'inizio della stagione 2024/2025), i chilometri di piste disponibili passeranno dagli attuali 115 a 160, tutti racchiusi in uno dei tratti più belli delle Dolomiti Unesco. Con il progetto di ampliamento, il 3 Cime Dolomiti diventerà dunque il primo, ed anche al momento l'unico, comprensorio del Dolomiti Superski a estendersi oltre i confini italiani, frutto della collaborazione con gli austriaci. s.v.©

Gazzettino | 31 Gennaio 2023

p. 13, edizione Belluno

Carosello verso Sesto: avanti tutta

Il collegamento impiantistico tra Padola e Passo Monte Croce si farà. La notizia, attesa da una ventina d'anni è arrivata in municipio di Comelico Superiore con il parere favorevole espresso dalla Soprintendenza al Paesaggio di Venezia. Per raggiungere l'obiettivo della realizzazione degli impianti che da Valgrande raggiungeranno il Monte Colesei e quindi scendere a Passo Monte Croce collegandosi quindi con il carosello di Sesto e Versciaco, l'amministrazione comunale di Comelico Superiore, in particolare il sindaco Marco Staunovo Polacco (nella foto), ha lavorato assiduamente in questi ultimi cinque anni per superare le difficoltà e le osservazioni che rinviavano da un anno all'altro le risposte che la gente di tutto il Comelico si attendeva per aprire una prospettiva di sviluppo turistico su cui hanno investito gli imprenditori della Pusteria, in particolare Franz Senfter e la sua società Drei Zinnen.

IL VIA LIBERA

L'approvazione del Progetto Stacco, cioè la Strategia per l'accessibilità al Sito Unesco e per lo sviluppo equilibrato del Comelico è il compromesso a cui sono giunti i funzionari veneziani, con i tecnici e gli amministratori comeliani. Un progetto che recepisce le istanze di quanti in Comelico e in Pusteria sollecitano da lustri il collegamento impiantistico che colleghi la partenza della seggiovia di Padola con Valgrande e da lì si inerpichi sulle pendici di Colesei con piste di rientro da Passo Monte Croce. Fatti gli opportuni interventi sulla collocazione della stazione di arrivo e valutati i possibili impatti ambientali, l'accordo tra Comune di Comelico Superiore e Soprintendenza porta ad allargare il valore dell'intervento ad altri aspetti del territorio, quali ad esempio la valorizzazione delle linea di

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confine tra l'ex Repubblica di Venezia e il vecchio Tirolo Asburgico, dove sono ancora visibili i cippi in pietra risalenti al 1753. Saranno poi riqualificate le opere del Vallo Alpino, un'opera risalente alla Prima Guerra mondiale, e anche la messa in rete di tutti i luoghi di conservazione storico-culturale del Comelico, seguendo la linea che unisce in quota i Comuni di Comelico Superiore con San Nicolò, San Pietro, Santo Stefano e Danta. Questa soluzione inserisce gli impianti di risalita in quota e le piste per la pratica dello sci alpino in un contesto di valorizzazione dell'ambiente che ha come corona il gruppo delle montagne dell'Aiarnola con quelle del Popera, per arrivare alla Croda Rossa di Sesto e gli aspetti storici e ambientali che potranno favorire nei mesi estivi i percorsi per le camminate di turisti e valliggiani in quota.

IL COMMENTO

Il sindaco Marco Staunovo Polacco esprime la sua soddisfazione per aver raggiunto un traguardo che ha perseguito per lunghi anni. «Il progetto -dice - è stato costruito integrando ambiente, cultura, storia, sviluppo, con una visione verso il futuro, inserendo anche elementi di studio riferibili alle peculiarità del sito Dolomiti Unesco e alla neutralizzazione delle emissioni di carbonio. Nei prossimi giorni verranno approfonditi tutti gli aspetti relativi alle prescrizioni stabilite dalla Soprintendenza, in attesa del parere anche sugli aspetti monumentali del progetto stesso. Il confronto lungo con gli uffici di Venezia ha contribuito a migliorare significativamente la proposta, facendola diventare un progetto pilota per il nostro territorio». Nei prossimi giorni quindi saranno esaminate le carte arrivate dalla Soprintendenza e sarà coinvolta la società Drei Zinnen, che è il partner per l'esecuzione dei lavori su cui sono stati investiti una quarantina di milioni di euro, la maggior parte dei quali provenienti dai Fondi per i Comuni di Confine e la parte privata con l'investimento già stabilito dalla società presieduta da Franz Senfter.

Lucio Eicher Clere

VINCOLI: IL CASO DI AURONZO DI CADORE E DEL COMELICO

Corriere delle Alpi | 11 Gennaio 2023

p. 30

I Vincoli in Consigli di Stato Vecellio grida al tradimento

AURONZO

«Non vogliamo pensare che il Consiglio di Stato darà ragione ai ricorrenti, le associazione ambientaliste; ma, se accadrà, Auronzo ed il Comelico diventeranno una riserva indiana».È la prima reazione del sindaco di Auronzo, Dario Vecellio, all'annuncio dell'udienza in Consiglio di Stato per il ricorso di appello presentato dalle sigle ambientaliste contro la sentenza del Tar che ha annullato i vincoli imposti dal Ministero in Comelico e, appunto, ad Auronzo.«Siamo già vincolati al 96%. Con un'eventuale stretta», sospira, «possiamo lasciare spazio... ai lupi».Il ricorso di Italia Nostra, Mountain Wilderness e Lipu Vecellio non se l'aspettava. Neppure i suoi colleghi del Comelico. «Semmai qualche timore lo nutrivamo nei confronti del Ministero, che è uscito sconfitto. Lo consideriamo, quindi, una specie di tradimento». In Comelico viene spiegato con la possibile reazione alla prospettiva che il progetto del collegamento sciistico con la val Pusteria vada avanti. Molto duro il commento dell'avvocato Bruno Barel che assiste il Comune di Auronzo e che sta preparando l'intervento in Consiglio di Stato. «Una delle più stridenti patologie della giustizia amministrativa contemporanea sta nel dilagare del contezioso fra enti pubblici, rispetto a quello dei privati contro l'esercizio del potere pubblico. Questa causa è emblematica: da una parte, i Comuni di Auronzo, Danta, San Pietro, San Nicolò Comelico, Santo Stefano, la Provincia, la Regione; dall'altra parte, il ministero della Cultura. Come se non bastasse, sono entrate in campo anche le associazioni Italia Nostra, Mountain Wilderness Italia e Lipu a fare il tifo per il Ministero».Questo all'origine. Il TAR Veneto ha risolto la questione in modo equo: l'area dolomitica è già supervincolata su circa il 96% del territorio, non è indispensabile e motivato che il vincolo passi al 100% e per di più diventi dettagliatissimo fino a svuotare di ogni ruolo e ogni minima autonomia gli enti locali nel governo del loro territorio.«Così facendo, il TAR Veneto aveva messo pace tra enti locali e Ministero, che infatti avevano ripreso a collaborare senza proseguire il contenzioso. Ma i tifosi sono scesi in campo da soli, per far proseguire il contenzioso a tutti i costi, impugnando la decisione del Tar Veneto e scavalcando così perfino il Ministero della Cultura», sottolinea Barel. Gli ambientalisti costringono gli enti pubblici che dal canto loro preferirebbero alla guerra legale una rinnovata collaborazione, a continuare una contesa giudiziaria. «Come se le genti del Comelico e di Auronzo non custodissero da sempre il loro territorio con amore non inferiore a quello di un Ministero. Non se ne sentiva davvero il bisogno». Con la sentenza dell'agosto scorso, il Tar del Veneto riconosceva che eventuali nuovi vincoli avrebbero compresso - per non dire annullato - le possibilità di sviluppo economico dell'area del Comelico. Infatti annullava, su ricorso della Regione e dei comuni interessati, il decreto n. 1676/2019 del 5 dicembre 2019, emesso dal Direttore generale della Direzione generale archeologia belle arti e paesaggio del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, che aveva ad oggetto la dichiarazione di notevole interesse pubblico dell'area alpina compresa tra il Comelico e la Val d'Ansiei, Comuni di Auronzo, Danta, Santo Stefano, San Pietro, San Nicolò di Comelico e Comelico Superiore. Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gazzettino | 15 Gennaio 2023

p. 11, edizione Belluno

Anche sui vincoli paesaggistici imposti dal Ministero per il Comelico, i Comuni si dividono

Nuovo fronte teso tra il Comune di Santo Stefano e gli altri enti territoriali. Dopo la galleria Comelico e la nuova casa di soggiorno, l'ultima divergenza riguarda la posizione da assumere sulla vicenda del ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste, che si sono rivolte al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Veneto, che ha annullato il decreto del 2019 del Ministero sui vincoli.

Da una parte quattro Comuni, che con fermezza e senza alcuna esitazione hanno deciso di resistere, dall'altra Santo Stefano, preso nella difficoltà del bilancio e, forse, da alcune posizioni nella maggioranza poco convinte sulla contrarietà ai vincoli.

LE TEMPISTICHE

Entro domani, lunedì, i Comuni dovranno inviare al proprio legale le controdeduzioni, con tanto di delibera delle giunte, poiché per venerdì 19 gennaio è fissata l'udienza del cautelare, con il collegio che deciderà sulla richiesta di sospensione del provvedimento impugnato, ammessa qualora si ritenga che sussista in capo al ricorrente un grave ed irreparabile pregiudizio, durante il tempo necessario a giungere alla decisione sul merito. L'eventuale ordinanza cautelare dovrà anche motivare in ordine ai profili che inducono ad una ragionevole previsione sull'esito dell'appello, con una valutazione sommaria circa l'ammissibilità e la fondatezza del ricorso stesso. Il provvedimento, tuttavia, non avrà natura interinale, cioè non avrà efficacia di giudicato tra le parti e non pregiudicherà un diverso esito al termine del giudizio di merito. All'esito giudiziario sui vincoli è strettamente connesso anche il collegamento sciistico interregionale, tra il Comelico e la Pusteria, considerato importantissimo volano turistico. Data la valenza della questione il capogruppo della minoranza consiliare di Santo Stefano, da giorni, evidenzia l'opportunità di convocare un consiglio comunale urgente per capire le motivazioni dei ricorrenti e le eventuali risposte dell'amministrazione comunale. Chiedo afferma Roger De Bernardin quale sia la posizione di quest'ultima sul ricorso fatto nei confronti della sentenza del Tar del Veneto sui vincoli ambientali della regione alpina Cadore, in particolare dell'area interna del Comelico e del Comune di Auronzo. L'avvocato Bruno Barel ha preso una precisa posizione, auspicando che la popolazione del Comelico sia informata in maniera adeguata ed ufficiale. Personalmente avrei voluto e dovuto, come consigliere, essere informato dalla maggioranza amministrativa. Per il capogruppo di R-esistere, il tema va affrontato in modo costruttivo, con un dibattito politico serio e senza pregiudizi culturali, assieme a tutti i soggetti che ritengono necessario avere una visione a lungo termine.

Corriere delle Alpi | 20 Gennaio 2023

p. 31

Vincoli, la beffa

Il ministero si unisce al ricorso degli ambientalisti

AURONZO

Non solo le associazioni ambientaliste, ma anche il ministero della Cultura ha fatto ricorso contro la sentenza del Tar dell'estate scorsa che non ingessava completamente di vincoli paesaggistici i Comuni di Auronzo e del Comelico, cioè Santo Stefano, San Pietro, San Nicolò Comelico, Comelico Superiore e Danta.Ieri, a Roma, appunto nella sede del Consiglio di Stato, doveva tenersi la prima udienza per decidere in particolare sulla richiesta di sospensiva della sentenza del tribunale amministrativo avanzata da Italia Nostra e da altre associazioni ambientaliste. Sorpresa per l'avvocato Bruno Barel, presentatosi nella capitale per conto del Comune di Auronzo.«Le associazioni hanno chiesto il rinvio della misura cautelare richiesta d'urgenza al merito, avendo probabilmente capito che non c'era spazio per una sospensione urgentissima della sentenza del Tar. E aspettano, pertanto, la decisione finale. Ma abbiamo scoperto», riferisce Barel, «che anche il ministero della Cultura e dei Beni ambientali ha fatto un suo ricorso d'appello». Un atto che ha sorpreso perché, come si sa, la Regione e la Provincia di Belluno, invece, si sono astenuti.«La mossa, all'ultimo momento, da parte del Ministero, ci ha colti di sorpresa», ammette il sindaco di Auronzo, Dario Vecellio Galeno, «perchè ritenevamo che fosse orientato a trovare un accordo direttamente con i Comuni interessati. È vero, qualche sospetto ci stava catturando, perché in 4 mesi da Roma non si erano fatti sentire. Ma, probabilmente, non ha voluto farsi scavalcare dagli ambientalisti».Il Ministero, si sa, attraverso la Soprintendenza aveva imposto il supplemento di vincoli che il Tar ha bocciato. Quindi era presumibile, per la verità, una sua reazione.«Questo sì, ma speravamo anche in una possibile mediazione» sospira il sindaco.Vecellio Galeno, come i suoi colleghi del Comelico, in queste ore tira comunque un sospiro di sollievo. E il motivo è presto detto. La nuova udienza, in Consiglio di Stato, è fissata al 15 giugno. Fino a quella data, dunque, varranno i vecchi vincoli. «Quelli fino al 96% del territorio», esplicita il sindaco di Auronzo, «anziché fino alla ingessatura totale, del 100%. È già qualcosa. Poi vedremo. Noi, comunque, continueremo a resistere».Intanto il Veneto Orientale e le Dolomiti possono contare su un nuovo Soprintendente, Vincenzo Tiné, spostato da Verona e Vicenza a Belluno, Treviso, Venezia e

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Padova. Il soprintendente Fabrizio Magani, che teneva questo ruolo, si occuperà d'ora in avanti di Venezia città, di Verona e Vicenza. Tiné di formazione è archeologo mentre Magani era storico dell'arte. A Belluno, però, si è interessati anche all'eventuale giro di funzionari. Il 15 giugno, dunque, si terrà la discussione unificata degli appelli delle associazioni e del Ministero. Senza la spada di Damocle, per Auronzo ed il Comelico, della sospensiva. La vicenda ha avuto inizio nel 2019 quando è stato emesso un decreto della direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio del ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo, attraverso il quale veniva dichiarata "di notevole interesse pubblico l'area alpina compresa tra il Comelico e la Val d'Ansiei, Comuni di Auronzo di Cadore, Danta di Cadore, Santo Stefano di Cadore, San Pietro di Cadore, San Nicolò di Comelico e Comelico Superiore". Un provvedimento che aveva portato a vincoli paesaggistici molto pesanti, che per alcuni avrebbero compromesso lo sviluppo dell'area rischiando di andare a favorire lo spopolamento della montagna. Così ammetteva anche il presidente della Provincia, Roberto Padrin, in sintonia con l'assessore regionale per la montagna, Giampaolo Bottacin. Da qui la decisione immediata di tre ricorsi che contestavano l'illegittimità del decreto sotto molteplici profili di violazione di legge ed eccesso di potere. Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE

RISERVATA

Corriere delle Alpi | 25 Gennaio 2023

p. 27

Le sigle ambientaliste: “Una protezione UNESCO che vada oltre le cime”

AURONZO

Una protezione Unesco ben più ampia di quella delle cime dolomitiche. La chiedono le associazioni Italia Nostra, Lipu, Mountain Wilderness, osservando che l'estensione della tutela paesaggistica, da parte del ministero della Cultura, «potrebbe essere un'opportunità per accedere a fondi nazionali ed europei, destinati alle aree tutelate».Ma soprattutto potrebbe essere «il primo passo per estendere il riconoscimento Unesco». Da qui l'invito alle Amministrazioni ad evitare contrapposizioni e ricorsi e, invece, a cogliere questa opportunità per costruire un futuro veramente sostenibile.Se l'area del Comelico e della val d'Ansiei rimarrà un'area meritevole di tutela in virtù dei preziosi paesaggi che conserva verrà stabilito già alla prossima udienza del Consiglio di Stato (fissata per il 15 giugno). È evidente che i sindaci del Comelico e di Auronzo si augurano che questo non accada. «Abbiamo già il 96% del territorio ingessato dai vincoli. Arrivare al 100% sarebbe troppo», spiega Dario Vecellio Galeno, sindaco di Auronzo. Tutto questo dopo che il 19 gennaio il Consiglio di Stato ha accolto la richiesta delle associazioni ambientaliste di fissare a data ravvicinata l'udienza pubblica di merito (15 giugno), considerata la complessità delle questioni trattate dalla sentenza del Tar del Veneto che, lo scorso mese di agosto, aveva invece annullato il decreto del ministero dei Beni culturali di dichiarazione di notevole interesse pubblico per l'area del Comelico e della valle dell'Ansiei. La decisione del Consiglio di Stato, scaturita dai due ricorsi in appello presentati dal ministero stesso, attraverso l'avvocatura dello Stato, e dalle associazioni Italia Nostra, Lipu e Mountain Wilderness, «mostra l'attenzione riposta dal giudice», sottolineano le stesse organizzazioni, «all'esigenza di avere certezza a breve sulle tutele paesaggistiche che avevano suscitato la reazione dei Comuni interessati, della Provincia di Belluno e della Regione Veneto, timorosi che il decreto ministeriale potesse limitare lo sviluppo dell'area e favorire lo spopolamento della montagna. All'udienza pubblica di merito si discuterà sia dell'atto di appello del ministero della Cultura e sia di quello delle associazioni ambientaliste, garantendo così un pieno contradditorio e affrontando i motivi che hanno portato alla presentazione degli appelli. f.d.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Veneto | 25 Gennaio 2023

p. 9, edizione Treviso – Belluno

Vincoli Comelico,a giugno il verdetto

è stata fissata per il 15 giugno l’udienza del Consiglio di Stato che dovrà decidere in merito ai vincoli paesaggistici sull’intera area del Comelico e della Val d’Ansiei. «Il Consiglio di Stato ha così accolto la nostra richiesta - spiegano le associazioni - di fissare a data ravvicinata l’udienza pubblica di merito, considerata la complessità delle questioni trattate dalla sentenza del Tar Veneto che ad agosto aveva annullato il decreto del ministero dei Beni Culturali di dichiarazione di notevole interesse pubblico per l’area del Comelico e della valle dell’Ansiei». La decisione nasce dai ricorsi presentati in appello dallo stesso ministero e da Italia Nostra, Lipu e Mountain Wilderness. «Le motivazioni che ci spingono a portare avanti questa azione è la convinzione che questa sia una duplice opportunità; un volano per un rilancio nuovo, veramente “green”, per turismo, sviluppo del territorio e della cultura». (m.g.)

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PASSI DOLOMITICI: IL DIBATTITO

Alto Adige | 13 Gennaio 2023

p. 34, segue dalla prima

«Passi, dal 2024 un tetto alle auto»

massimiliano bona

SELVA

«Di acqua deve ancora scorrerne parecchia sotto i ponti ma sono convinto che dall'estate 2024 sarà finalmente possibile mettere un tetto al numero delle auto che circolano sui passi dolomitici»: a parlare è Roland Demetz, sindaco di Selva Gardena, che ritiene i tempi ormai maturi per passare dai buoni propositi - che ci sono ormai da oltre vent'anni - ai fatti concreti. Sindaco, nell'estate 2023 saremo punto e a capo? Non ci saranno novità sostanziali sui Passi dolomitici?No, per il 2023 non prevedo nulla di particolarmente impattante. Anche perché per partire quest'estate dovremmo già avere le idee chiare adesso.Cosa la fa ben sperare, invece, per il 2024?Sebbene io per primo capisca bene che l'annuncio del luglio scorso dell'accordo tra gli ex ministri per le Infrastrutture e la Digitalizzazione e l'assessore provinciale Alfreider rappresenti poco più di una dichiarazione d'intenti, si tratta comunque di un primo passo indispensabile.Su che basi?L'elemento chiave di quel colloquio è stata l'esperienza positiva del "Piano Braies", a partire dal potenziamento della mobilità sostenibile, passando per il sistema di prenotazione di parcheggi, biglietti degli autobus e ristoranti introdotto l'anno scorso, fino al sistema di accesso digitalizzato adottato la scorsa estate in Pusteria.Reputa la «app» adottata a Braies un modello convincente?I risultati, oggettivamente, sono stati buoni anche se in un contesto diverso dal Sella o dal Gardena ad esempio. Ma è un modello che si può tranquillamente replicare altrove. E poi c'è un altro aspetto interessante.Quale?L'adesione piena e convinta anche delle Province di Trento e Belluno e della Regione Veneto. Stiamo remando tutti nella stessa direzione. Il che, per un macrotema come questo, è davvero fondamentale. L'introduzione di una zona a basse emissioni ha lo scopo di orientare in modo ottimale i flussi di traffico sui Passi dolomitici. Certo, la gestione della mobilità deve essere migliorata in modo significativo con ulteriori misure come un sistema di guida ai parcheggi, l'ulteriore espansione del trasporto pubblico e la mobilità ciclabile.Ma lei già immagina quale possa essere un tetto "ragionevole" al numero delle auto in transito contemporaneamente sui Passi dolomitici?Posso dirle 10 mila, ma non è una cifra ragionata. Di sicuro il messaggio che daremo sarà finalmente chiaro.Si spieghi meglio...Non si tratta di una chiusura dei Passi dolomitici - come era stato auspicato da una quota parte di ambientalisti e politici locali - ma nemmeno di un'apertura senza limiti, criticata per il caos che si creava in quota a luglio e agosto e anche per le emissioni eccessive in un contesto comunque molto sensibile. A Passo Sella ci stanno più o meno 500 auto. Quando, in futuro, ci sarà un tetto massimo una volta finiti i posti in vetta non si potrà più salire...Sarà un po' come per i parcheggi che abbiamo nelle nostre città. Quando il contingente dei posti sarà esaurito si potrà entrare solamente quando qualcuno uscirà. La soglia limite non potrà più essere superata.Gli innovativi sistemi di prenotazione e di accesso digitale introdotti dal "Piano Braies" sono un modello pionieristico e potrebbero essere utilizzati per altre aree sensibili in Italia e forse anche per le zone a traffico limitato (Ztl) nelle città. Certo, contrariamente a quanto era stato ipotizzato a luglio 2022 potrebbe non essere immediata una gara d'appalto per il finanziamento di questi sistemi.©RIPRODUZIONE RISERVATA

VAL DI FUNES: DESTINAZIONE SLOW FOOD TRAVEL

Corriere dell’Alto Adige | 8 Gennaio 2023

p. 5

Funes, l’alternativa «Slow Food Travel» al turismo dello sci

Il ristoratore Messner: abbiamo avviato un nuovo modello ecologico e culturale, con le visite guidate dei masi

L. R. BOLZANO

Che a Funes non amassero il turismo mordi e fuggi lo si era capito benissimo tre anni fa, quando il contadino proprietario del prato su cui splende di luce propria la chiesetta di San Giovanni in Ranui, aveva dovuto ricorrere ai tornelli a pagamento per di limitare l’invasione di turisti asiatici intenzionati a farsi un selfie.

Una conferma era arrivata anche nel 2020 con il rifiuto di un collegamento funiviario con la Val Gardena: in consiglio comunale il progetto fu bocciato da una seppur risicata maggioranza (8 consiglieri contro i 7 favorevoli), resistendo alle sirene del turismo sciistico di massa, qui considerato un’arma a doppio taglio. Ora Funes si distingue ancora una volta diventando l’unica località in regione (ed

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una delle pochissime in Italia) certificata «Slow Food Travel»: si tratta di un progetto di Slow Food che propone percorsi turistici con l’obiettivo di «avvicinare i viaggiatori alla conservazione della biodiversità alimentare e alla conoscenza di culture, identità e gastronomie locali». Si tratta spiegano gli ideatori di un nuovo modello di viaggio fatto di incontri e scambi con agricoltori, casari e pastori che, insieme ai cuochi che cucinano i loro prodotti, si fanno narratori e guide dei loro territori. A Funes il responsabile «Slow Food Travel» è il cuoco Oskar Messner, che gestisce il locale ristorante «Pitzock», oltre ad essere un promotore della tutela della razza ovina autoctona delle «pecore con gli occhiali».

«Siamo stati inseriti in Slow Food Travel in maggio spiega Messner ed ora è chiaramente presto per fare un bilancio. Siamo solo agli inizi di questa iniziativa, che si basa sullo scambio di esperienze: i turisti che vengono a Funes possono partecipare ad esempio alle visite guidate delle nostre aziende agricole, conoscendo così il territorio. Noi stessi, allevatori e agricoltori, otteniamo un beneficio anche morale da questo scambio: se qualcuno dimostra di apprezzare il nostro lavoro nei masi, i nostri giovani si sentono realizzati e spinti a proseguire su questa strada, anziché desiderare di trasferirsi per intraprendere altri lavori ed abbandonando la valle. Quello che stiamo avviando è quindi un circolo virtuoso, basato sul rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali». Un modello di turismo «lento» (slow, in inglese) che potrebbe anche porsi come valida alternativa al turismo dello sci, sensibile al cambiamento climatico. «Il turista che apprezza il modello da noi proposto osserva Messner viene sia d’estate che d’inverno, per fare passeggiate, ma anche ciaspolate o slittate. Per lui poco conta se c’è tanta neve o meno, perché intende instaurare un rapporto vero con il territorio».

NOTIZIE DAI CLUB ALPINI ITALINI

Corriere delle Alpi | 8 Gennaio 2023

p. 18

Lavori su 4 mila chilometri di sentieri: i volontari Cai a servizio del territorio

il punto

Per la sicurezza degli escursionisti, i volontari del Cai hanno contribuito nel 2022 a mettere in sicurezza circa 4 mila km di sentieri in provincia. La metà grazie ai fondi del ministero del turismo. Dopo il primo intervento di maggio su un lungo tratto di 200 metri, che in parte era franato, del sentiero 501 (che conduce al Rifugio settimo Alpini) con sette giornate di lavoro e 280 ore complessive, nel mese di luglio i volontari della sezione di Belluno hanno completato la sistemazione dei sentieri nella zona della Schiara, Talvena e Monte Coro, con lo sfalcio di 21 km e la nuova segnatura dei percorsi. Ben 240 ore di impegno. È solo un esempio di come operano le sezioni Cai in provincia. Il solo Cai di Feltre ha in gestione ben 270 km di sentieri sulle Vette Feltrine, il Pizzocco e il Cimonega, la parte orientale del Massiccio del Grappa, Monti del Sole e una parte delle Prealpi Bellunesi e Trevigiane.Due bandi per manutenzioniNel 2022 il Club alpino italiano, grazie all'utilizzo dei fondi straordinari del ministero del Turismo (circa 600 mila euro assegnati tramite bandi), ha effettuato la manutenzione ordinaria e della segnaletica verticale e orizzontale di oltre 35 mila km di sentieri in tutta Italia, di cui 2.418 in Veneto. Buona parte di questi, circa 2 mila, nel Bellunese.Entrando nel dettaglio, 145 Sezioni di 19 regioni hanno fatto domanda per accedere al contributo per la manutenzione, già effettuata, di 32 mila km di sentieri. 19 Sezioni in Veneto«Vi hanno partecipato», specifica il presidente regionale del Cai Veneto Renato Frigo, «diciannove sezioni della nostra regione che hanno ottenuto un finanziamento di 23.877 euro, provvedendo alla manutenzione di ben 2.370 km di sentiero. La maggioranza degli interventi sono stati effettuati sulle Dolomiti. Anche perché i rifugi appartengono a sezioni di tutta la regione».Al contributo previsto invece dal bando relativo al Sentiero Italia CAI hanno fatto domanda 52 Sezioni di 17 regioni, per la manutenzione di 3.300 km del tracciato che attraversa tutta la dorsale appenninica e l'arco alpino. «In Veneto», precisa sempre Frigo, «ha partecipato solo una sezione, ricevendo 10.605 euro, per la manutenzione di 48 km di sentiero». Il presidente regionale precisa inoltre che i 2.418 km di itinerari rimessi in sicurezza o tabellati in tutta la regione sono solamente il dato relativo ai sentieri mantenuti attraverso i fondi ministeriali. Il doppio dei sentieri«Stimiamo che i chilometri totali che i nostri volontari mantengono ogni anno possano essere oltre il doppio», afferma Frigo.«Grazie al costante e straordinario impegno dei nostri volontari, abbiamo messo a valore i fondi straordinari stanziati dal ministero del Turismo a favore delle attività del Club alpino italiano», afferma il presidente generale Antonio Montani. «Unendo il nostro lavoro a questo contributo, l'associazione ha reso un servizio pubblico, a beneficio dell'intera comunità, che potrà anche grazie al nostro aiuto godere della rete sentieristica nazionale».Montani aggiunge che l'obiettivo del Club alpino italiano è stato quello di massimizzare l'impatto dei fondi per favorire lo sviluppo di attività di frequentazione sostenibile della montagna, nonché la creazione di microeconomie per coloro che vivono in queste realtà. «I sentieri sono un'infrastruttura leggera, stabile e, con un'adeguata manutenzione, duratura. Rappresentano pertanto il primo "strumento" con il quale promuovere la frequentazione lenta, curiosa e rispettosa delle nostre montagne».Il format online utilizzato per la richiesta del contributo ha rappresentato inoltre un test, perfettamente riuscito, sul funzionamento del Catasto nazionale dei sentieri che la Struttura operativa sentieri e cartografia del Cai sta ultimando.Altre associazioniOltre al Cai, contribuiscono alla manutenzione dei sentieri altre associazioni, le Unioni montane, i Comuni. In Valle del Biois l'Union ladina si è fatta capofila da tempo di un progetto di tabellazione. Veneto Agricoltura è intervenuto in estate per sistemare la sentieristica in Val Montina (Perarolo), sempre attraverso il Cai. Il Comune di Limana a ogni inizio estate provvede ad organizzare

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la pulizia e la sistemazione dei propri percorsi, con la protezione Civile, gli Alpini, altri gruppi di volontariato, dalla Pro Loco ai cacciatori.Impegni e RegoleCompiti spesso impegnativi, per cui il 30 ottobre scorso le Regole di Cortina hanno deciso di ridare al Demanio la gestione di cime, guglie, sentieri e torrenti, ovvero quei migliaia di ettari improduttivi situati ad alta quota e presi in affitto 30 anni fa, quando nacque il Parco delle Dolomiti Bellunesi, per garantire la sicurezza e l'accessibilità ai percorsi d'alta montagna e, soprattutto, impedire ogni tipo di speculazione. Al Lago d'Ajal e alle cascate di Fanes, è stato più facile arrivare la scorsa estate, e anche più sicuro: completati, infatti, gli interventi delle Guide alpine e delle Regole su due sentieri tra i più battuti della Conca. In autunno in Val Comelico sono invece intervenuti gli studenti delle scuole superiori del Polesine a dare una mano. I problemi sono sempre tantiIl cicloturismo è uno di questi. «Elaboriamo insieme una mappa dei sentieri riservati a escursionisti o biker», è l'invito di Frigo. «E sui tracciati condivisi, le associazioni delle due ruote devono aiutarci».

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L’Adige | 13 Gennaio 2023

p. 47, segue dalla prima

La Sat e il patrimonio dei sentieri

fabrizio torchio

L'«impiantare segnali, e rifugi alpini, toposcopi, istituire osservatori meteorologici alpini, riattare strade, sentieri, ecc.» - come si legge nello statuto del 1877 - rientra tra le finalità della Sat praticamente dalla sua fondazione. Nata nel 1872 come Società Alpina del Trentino, sciolta dalle autorità austriache e rifondata cinque anni dopo, da un secolo e mezzo la Società degli Alpinisti Tridentini promuove «la visita, lo studio e la illustrazione delle Alpi Tridentine». Soci, guide alpine e finanziatori sono i protagonisti principali di una lunga storia che, iniziata collocando i primi segnavia sui valichi delle Dolomiti di Fassa e del Brenta, si dipana attraverso la pubblicazione di carte e guide (la prima, di Ottone Brentari, del 1890-1902), una accurata pianificazione (il primo Piano regolatore dei sentieri e segnavia è del 1932), la numerazione dei sentieri a tre cifre, la graduale estensione all'intero Trentino di una rete percorribile a piedi che conta oggi circa 5.700 chilometri di sentieri, sentieri attrezzati (120) e vie ferrate (70): è il settanta per cento circa dell'intero patrimonio sentieristico trentino in capo a soggetti manutentori. Dietro le tabelle indicative bianco-rosse, quelle che ci segnalano la direzione sui sentieri, c'è un'organizzazione abbastanza complessa che, nel 2022, ha visto all'opera 1.060 volontari. Hanno lavorato gratuitamente per 2.700 giornate, ed altri 500 giorni di lavoro hanno visto all'opera professionisti appositamente incaricati.Da anni il catasto dei segnavia è informatizzato, i dati sul portale cartografico della Sat sono consultabili pubblicamente e questa complessa ramificazione di percorsi ha il suo perno organizzativo e operativo nella Commissione Sentieri. Ogni anno, per curare questa vasta rete di percorsi, anche a quote elevate, sono necessarie più di tremila giornate di lavoro in cui sono all'opera soci delle sezioni, componenti e collaboratori della Commissione, gestori dei rifugi. Un piccolo esercito di volontari ai quali si aggiungono - per le manutenzioni più complesse, come quelle delle attrezzature fisse - guide alpine e operatori specializzati. L'organizzazione si fonda su un ufficio sentieri e sull'adozione di precisi standard di manutenzione - frutto di test sui materiali e studi -, un meccanismo ben formato che ha portato, fra i tanti risultati, anche ad un progetto di adeguamento tecnico di tutti i sentieri attrezzati e delle vie ferrate.La storia dei sentieri Sat, che è anzitutto una storia di volontariato, è raccontata in una mostra - «La Sat in cammino sui sentieri da 150 anni»che, dalla sede di via Manci a Trento, diviene ora itinerante nel territorio provinciale. Nell'esposizione, però, la Commissione Sentieri guidata da Tarcisio Deflorian affronta anche l'attualità e il futuro della sua "mission". Nell'oggi e nel domani di quella che è una delle più estese e meglio gestite reti di sentieri delle Alpi, contano infatti anche i numeri dei frequentatori, e il valore e l'importanza economica dei sentieri. Dai risultati di un'indagine Ispat sulla spesa turistica del 2018 è emerso che l'85% degli ospiti di strutture alberghiere od extra-alberghiere ha effettuato escursioni o passeggiate, il che il 5% ha pernottato in un rifugio. Applicando la quota alla spesa turistica del 2019, si è stimato che il fatturato degli ospiti pernottanti potenzialmente collegato ai turisti che utilizzano i sentieri è stato di circa 1,4 miliardi di euro. E il volume dei transiti estivi sull'intera rete sentieristica trentina è stato calcolato in 2.800.000 unità. Sono dati rilevanti che permettono di quantificare il contributo del volontariato ad una delle "offerte" cardine del turismo estivo, e che potranno essere elaborati con maggiore precisione con un progetto di monitoraggio dei transiti sui sentieri Sat, in parte già avviato e che dovrebbe svilupparsi da quest'anno. Secondo uno studio del 2010, analizzando costi di manutenzioni dei sentieri, sopralluoghi e coordinamento, si era calcolato che, senza l'apporto della Sat, l'ente pubblico avrebbe dovuto sostenere una spesa di circa 920.000 euro, cifra più che doppia rispetto ai contributi pubblici destinati per quell'anno all'associazione alpinistica. Facendo la media delle giornate lavorative dedicate dalla Sat ai sentieri negli ultimi cinque anni, fra il 2015 e il 2020, circa 12.750, ossia l'85%, sono state effettuate da volontari, e per il rimanente da gestori di rifugi (2,5%) e da terzi incaricati (12,5%). Il ruolo chiave del volontariato emerge dunque con evidenza dai dati. E se negli ultimi trent'anni il numero dei volontari è fortunatamente cresciuto, sono aumentati anche il numero dei sentieri e le necessità di manutenerli, dinamiche in ragione delle quali è oggi doveroso mantenere, e possibilmente far crescere il valore più autentico dell'associazione, l'operato dei volontari. Non a caso, molte sezioni si sono attivate da tempo per coinvolgere i giovani, organizzando ad esempio "campi sentieri" per ragazzi con uscite di manutenzione ed escursioni, collaborazioni con le scuole e progetti di alternanza scuola-lavoro. Ecco qui il valore, ovvero quel «senso civico del prendersi cura del proprio territorio» che la Commissione Sentieri sottolinea nella mostra: «Un valore sociale - avvertono i componenti - da coltivare e sostenere».

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L’Adige | 15 Gennaio 2023

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Presenti 155 delegati da tutt'Italia per il Cai

UGO MERLO

Il futuro dei sentieri e dei rifugi delle Alpi e degli Appennini sarà sempre più digitale e con serie problematiche legate ai cambiamenti climatici. Se ne è parlato ieri ed i lavori si concluderanno oggi con una tavola rotonda, al congresso congiunto della commisione del Cai: sentieri e rifugi, svoltosi nella sede della Sat, con la partecipazione di 155 delegati provenienti da tutte le regioni italiane. La sede della società alpinistica trentina, che ha celebrato nel 2022 i suoi 150 anni non è stato scelto a caso. Infatti la Sat ed il territorio trentino sono un laboratorio d'avanguardia per quanto riguarda sentieri e rifugi. I numeri dei sentieri italiani: 112 mila sono i chilometri censiti in ambito Cai sul territorio italiano di cui 8000 in provincia di Trento, di cui 5700 accatastati e manutenzionati dai numerosi volontari della sezioni dalla Sat, il Club alpino italiano sta lavorando al catasto nazionale digitale. Un catasto che, come ci conferma Tarcisio Deflorian, storica guida della commissione sentieri satina, in provincia di Trento è già digitale. Ma c'è ancora tanto da fare, perché non tutti i sentieri della nostra provincia sono Sat e sarebbe utile, riuscire a fare rete anche con gli enti: comuni, parchi, Apt, Regole e Musei. Numerosi i contributi e relazioni sulle diverse realtà italiane, dei sentieri, che permettono di percorrere l'Italia con il ritmo lento dei passi. Per quanto riguarda i rifugi il Cai, sotto il cui stemma ce ne sono 311 custoditi, 249 bivacchi, 87 case sociali, 69 rifugi incustoditi e 13 punti di appoggio - 35 sono i rifugi della Sat in provincia di Trento - lavora per il miglioramento delle strutture, adeguandole alle nuove norme e alle necessità. I rifugi, presidio del territorio alpino, l'ultima baita, sono diventati negli anni meta dell'escursione e non più e non solo luogo di "rifugio" per le salite alle vette. Il Cai ha operato ed opera, come ci conferma l'ingegner Riccardo Giacomelli, noto progettista trentino che preside la Commissione centrale del Cai rifugi e opere alpine, su più fronti. Quello della progettazione delle strutture, quello dei bandi. Il 36% dei rifugi Cai è dotato di defibrillatore, uno strumento sanitario di grande utilità in un luogo dove il soccorso è legato a fattori ambientali. Inoltre i rifugi, negli ultimi anni, - il 2022 è stato il più scarso di precipitazioni - debbono fare i conti con il mutamento del clima. I ghiacciai ed i nevai si stanno esaurendo, le nevicate e le piogge sempre minori e per i rifugi il problema dell'acqua deve essere affrontato quanto prima. Sono stati fatti interventi per l'approvvigionamento idrico sul 24% della strutture del Cai. In provincia di Trento l'allarme sull'acqua è scattato da tempo ed in alcuni casi si è provveduto, con l'ampliamento delle riserve, nella speranza siano sufficienti. Anche per quanto riguarda i rifugi il Cai lavora sulla digitalizzazione, con il date base e la piattaforma per le prenotazioni. Questa mattina i lavori del congresso, sempre nella casa della Sat in via Manci, si concluderanno con la tavola rotonda alla quale parteciperà il presidente del Cai Antonio Montani.

Corriere delle Alpi | 15 Gennaio 2023

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In arrivo l'app per prenotare nei rifugi Saranno mappati i sentieri per disabili

Francesco Dal Mas BELLUNO

Dalla prossima stagione estiva, i rifugi si potranno prenotare su una piattaforma che comprenderà tutti quelli del Cai, con possibile (e auspicata) adesione anche degli altri. Altra novità per la tarda primavera: i sentieri accessibili ai diversamente abili verranno anch'essi mappati, quindi digitalizzati, e riporteranno ben descritte tutte le difficoltà, come pure le opportunità di frequentazione. Non solo, saranno tabellati con tutte le informazioni del caso. Di questo e d'altro ancora si sta parlando a Trento al primo congresso Cai nazionale su "Sentieri e cartografia" e "Rifugi e opere alpine", in programma fino a oggi, con 150 partecipanti da tutta Italia. Tra loro il presidente generale Antonio Montani. Oggi si discuterà con realtà esterne al dodalizio delle opportunità offerte dalla digitalizzazione per il turismo montano sostenibile. I numeri del caiIn totale il Cai e le sue sezioni possiedono in Italia 311 rifugi custoditi, 249 bivacchi, 87 capanne sociali, 69 rifugi non custoditi e 13 punti d'appoggio. Il numero medio di posti letto per ogni rifugio è di 46, 8. Sono 34 i rifugi del Cai Veneto. La rete sentieristica nazionale ammonta a 180 mila chilometri, quella Veneto a 4600 km, suddivisi fra 90 sentieri. Di questo patrimonio si fanno carico, in Veneto, 59. 600 soci del Cai, in aumento dell'8% tra il 2021 ed il 2022. La mappatura dei sentieriIl Cai sta concludendo il catasto sia nazionale che regionale dei sentieri. Per quello nazionale, a oggi i volontari hanno effettuato la ricognizione di circa 112mila km, in Veneto oltre 3 mila. L'impegno per il catasto sta permettendo inoltre di verificare l'attività dei volontari del Cai per la manutenzione. Con i dati odierni, si può affermare che essa viene effettuata su circa 80mila km di sentieri. Sulla montagna veneta si va oltre i 3500 km. Il Cai: la montagna cambia«Questo è un congresso che vede congiunte per la prima volta le strutture operative Cai dei sentieri e dei rifugi e che arriva a conclusione di una riorganizzazione degli organi», ha spiegato il presidente generale del Club alpino italiano, Antonio Montani, introducendo i lavori. «L'incontro non è soltanto un appuntamento per riflettere sulle singole compagini, ma ci porterà a fare ragionamenti più ampi per andare incontro a un approccio alla montagna che

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sta cambiando e dove per approccio, intendo non solo la sua frequentazione, ma come la vediamo e la intendiamo. Oggi, tra cambiamenti climatici in atto, nuovi frequentatori della montagna, nuove esigenze, ci troviamo con sentieri che necessitano di manutenzioni sempre più straordinarie e importanti, con rifugi che non sempre hanno un'adeguata attenzione per l'ambiente». Nelle rispettive relazioni, i presidenti delle due strutture operative, Alessio Piccioli ("Sentieri e cartografia") e Riccardo Giacomelli ("Rifugi e opere alpine"), si sono concentrati sui progetti finanziati con i fondi speciali del Ministero del Turismo: il catasto nazionale dei sentieri, il sistema di prenotazione unico e il database di tutti i rifugi di proprietà del sodalizio. Rifugi al passo con i tempi«Quanto, invece, ai rifugi, e ai bivacchi, Giacomelli ha invitato a monitorarli, perché le temperature più alte incidono negativamente sul permafrost, fino a poter creare qualche problema di stabilità. «Al di là di tutti questi aspetti, è indispensabile che l'accoglienza nei rifugi diventi sempre più "ordinata", lasciandosi alle spalle le stagioni dell'assalto disordinato, soprattutto alle mete più da social», sottolinea Renato Frigo, presidente del Cai Veneto. «Lo strumento della prenotazione è assai utile per la selezione. Come è indispensabile l'apertura al mondo della disabilità, con sentieri praticabili ma anche segnalati. La piattaforma, in questo senso, sarà il massimo della specificità dell'offerta, indicando proprio tutto ciò che si deve sapere».Il nostro impegno, anche come Cai Veneto», conclude Frigo, «è sostanzialmente quello di coniugare tradizione e innovazione. I nostri rifugi devono mantenere tutte le caratteristiche dell'alpinità, la frugalità per prima. L'innovazione sarà, ad esempio, sul piano dell'approvvigionamento energetico, dotando tutte le strutture di pannelli fotovoltaici». ©

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Corriere delle Alpi | 15 Gennaio 2023

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CAI e AGRAV obbiettivo sostenibilità. “In quota strutture più spartane”

l'analisi

Francesco Dal mas

Sarà ancora possibile ordinare le patatine fritte in un rifugio alpino d'alta quota? E pretendere uno spritz, a 2 mila metri, fra le rocce, come fossi comodamente seduti ad un bar di piazza Martiri a Belluno? Mario Fiorentini, che è presidente di Agrav, associazione veneta dei gestori, consiglia lui stesso di chiedere qualcos'altro di meno inquinante. È noto, infatti, che per la produzione di un chilo di patatine fritte si sprigionano circa 2,2 chili di gas serra. E quanto allo spritz, Renato Frigo, presidente del Cai, assicura: «Sì un bicchiere di acqua e vino, alla veneziana, com'era lo spitz storico, ma niente di più. Magari, invece, ci saranno i prodotti di valle, a km 0». Ripensando alla recente stagione estiva, che ha confermato il boom di escursionisti fiondati sulle terre più alte, imponendo tra l'altro una destagionalizzazione, il mondo alpino e il Cai in particolare stanno suggerendo una riflessione critica. E pure autocritica. Luca Gibello, presidente dell'associazione "Cantieri d'alta quota", vicina al Club alpino italiano, propone addirittura una sorta di decrescita per la gestione e frequentazione dei rifugi più alti. Le ragioni? L'instabilità di alcune vie di accesso dovute all'assottigliamento del permafrost, la scarsità d'acqua e il caro energia. «Potremmo tornare a ricoveri più spartani, dove si consuma meno energia e dove non si pretendono comfort da hotel, con i fruitori che danno una mano al gestore per ridurre gli impatti», suggerisce Gibello. «Il Cai lo sta ripetendo da tempo», conviene Frigo. «Non si può salire a 2-3 mila metri e pretendere di trovare un albergo. Il comfort dei 5 stelle non è la mission dei nostri rifugi alpini. E spero neppure di quelli privati, semmai qualche investitore ottenesse il permesso di costruirne, arrivando magari in elicottero».Il Cai, per la verità, sta ripensando i suoi rifugi. Di grandi camerate ne resteranno probabilmente poche; progressivamente saranno trasformate in stanze per due o tre posti letto («ma ci vogliono tanti soldi»). Gibello, per la verità, ha lanciato la provocazione di ben altri ridimensionamenti. «I rifugi potranno restare un presidio, però più piccolo. Anche dal punto di vista della gestione si potrebbe pensare a una sorta di decrescita. Si potrebbe tornare a ricoveri più spartani», è la sua idea, «dove si consuma meno energia e dove non si pretende di avere il wi-fi, la possibilità di ricaricare il telefono o altre comodità. Si potrebbe tornare alle radici, come del resto il Cai afferma da tempo. Forse è un concetto da applicare davvero, anche per i gestori. Questi ultimi possono obiettare che, così facendo, la clientela si lamenterebbe, ma vorrà dire che qualcuno non andrà più, che ci sarà una sorta di selezione». Meno gente? «Forse», interviene Fiorentini, «più distribuita. Tenere aperti i rifugi alpini alle quote più basse, oltre il 20 settembre, magari iniziando anche a maggio, ed allungare la stagione fino ad ottobre, novembre, è un tema di confronto. Ma l'organizzazione dell'ospitalità, in termini temporali, non può essere iniziativa del singolo rifugista, va coordinata». Il Cai, anche in Veneto, ha moltiplicato le iniziative di sensibilizzazione. «Dopo quanto accaduto sulla Marmolada, e in presenza della richiesta di taluni ambienti di tener chiuso il ghiacciaio piuttosto che la tal parete, noi del Cai con le guide alpine e il Soccorso alpino abbiamo pubblicato un manifesto per confermare che la montagna deve restare di libero accesso. Libero ma responsabile», sottolinea Frigo. Che cosa significa responsabilità in quota? «Informazione preventiva, la preparazione psicofisica, la dotazione di tutti gli strumenti necessari, ma», puntualizza Frigo, «per quanto riguarda la frequentazione dei rifugi, la sobrietà della domanda. Pensiamo solo al problema della carenza d'acqua: come possiamo pretendere la doccia, e magari la doccia calda e di starci sotto venti minuti?». Tanti rifornimenti avvengono oggi con l'elicottero: ma sarà mai possibile risparmiare qualche rotazione? «Certo», risponde Frigo, «nella misura in cui nei rifugi si imparerà ad accontentarsi di quello che c'è, altrimenti servirebbe un rifornimento in elicottero ogni tre giorni, oltre a frigoriferi

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grandi, abbattitori di temperatura e quant'altro». E Frigo, sull'uso e abuso dell'elicottero, teme il ritorno dell'eliski. ©

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Alto Adige | 22 Gennaio 2023

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«Le ostriche a 2mila metri? Ok Non chiamateli però "rifugi"»

L'INTERVISTA CARLO ALBERTO ZANELLA

paolo campostrini

BOLZANO

«Ho saputo che in un rifugio hanno litigato...». E come mai? «Beh, sono arrivati in due e hanno chiesto del pesce. Anzi, una frittura. Il gestore gentilmente ha risposto che non si pescava lassù. Loro a dire che avevano sentito che invece sì e allora la discussione è degenerata». Ecco cosa può capitare a mostrare una montagna in cui si può tutto. Carlo Alberto Zanella, a sua volta, non è un purista della salita nuda e cruda, da coperta da campo per dormire su assi di legno. «No, anzi - dice il responsabile del CAI altoatesino - è bene che si attirino anche i neofiti, un pubblico nuovo. Ma c'è un limite». L'altro giorno, a proposito di limiti, un rifugio ha postato il menu: cruditè con ostriche, branzino in carpaccio, padellata di cozze, filetto di rombo e fritto di paranza. Sembrava Cracco. No, peggio: perché Cracco ogni tanto butta lì qualcosa di territoriale, magari una cotoletta alla milanese a Milano. E invece la tendenza è portare in quota di tutto. E, di conseguenza, tutti se lo aspettano. È da qui che nasce l'asimmetria sia turistica che culturale. Nei vostri rifugi invece?Sono sei. E sono confortevoli. Questo è il punto.Vale a dire?Che comodità, nel senso di maggiori agi rispetto ai vecchi tempi, non significa stravolgere il senso di stare in un rifugio.Un senso che si ritrova in cosa?Nel fatto di arrivarci e chiedere di dormire e di mangiare. Direi soprattutto di dormire. Sono luoghi di accoglienza. In cui si sa che non si sarà mai respinti.Mai, mai?«Mai. Se non c'è posto si può dormire per terra. Insomma, la questione non è se in montagna si possa mangiare o no del pesce. Anzi, sono contento, anche se parzialmente, se questo capita.Dunque qual è la questione?Che non li chiamino rifugi! Vanno bene i ristoranti in fondovalle, anche in quota, lontano dei paesi. Ma la conseguenza più brutta è che, fatta salva la libertà di impresa, la gente arriva e pretende. Chiede ovunque un menu che troverebbe a casa sua. Lo fa perché guarda sui social, vede le pubblicità, osserva chi posta una capasanta in quel tal rifugio.Dunque?"Non chiamatelo rifugio. Semplice no?.Ma molti in valle rispondono: è l'economia bellezza.Adiamoci piano. Innanzitutto perchè l'economia si fa col marketing e se qui non trovi più i piatti della tradizione e invece quelli che puoi trovare a Jesolo, vince Jesolo. E poi c'è un altro problema forse più importante.Ancora di più?In Alto Adige e anche in Trentino temo si sia giunti ad un punto di saturazione. In alcuni mesi sollecitare l'arrivo di più turisti può essere un boomerang. Nel senso che uno arriva in montagna contando di trovare quello che vede nelle pagine pubblicitarie, poi, invece dei prati solitari e dei sentieri liberi trova le file davanti ai rifugi diventati ristoranti che neanche a Roma. E allora si rischia di perderli, quei turisti in cerca di tranquillità.Ma, dicono, alcuni cercano proprio questo anche in montagna. Cioè lo stesso luna park che trovano in riviera.È possibile. Questa idea di coniugare pasti gourmet e sommelier con la montagna è iniziata in val Badia. All'inizio contando sulla sua realtà di un pubblico selezionato a causa dei prezzi. Poi la questione si è estesa. E adesso è arrivata a toccare anche l'ultima trincea, quella dei rifugi.Cosa chiedete?Chiarezza. E poi una condizione assicurata: nei rifugi si può dormire. Se non è possibile non è più un rifugio, è una mensa. Anche se gourmet.Ma come arrivano tutti quei prodotti?Spesso con l'elicottero.Non un mezzo molto sostenibile, anche vista l'immagine che si vuol dare del territorio...No, assolutamente. Ma non sempre si può trasportare in auto.Dicono anche che l'acqua stia scarseggiando.È così. A volte, anzi, sempre più spesso, la portano in questi locali sempre con l'elicottero.Accade ancora oggi?Probabilmente meno. Ma poco. Come rifornimenti il peggio è stato l'anno scorso. In sostanza non è bello neanche per la montagna avere questo profluvio di offerte anche culinarie fuori contesto. Si tratta di una pressione molto forte. Sui gestori, sui trasporti, sull'intero ambiente. Capisco il guadagno ma se si va oltre, come incentivazione del turismo e come compiacimento rispetto a chi vuole una montagna -luna park presa d'assalto, non ci saranno più strade neanche per arrivare a fondovalle. E allora sai che guadagno....©RIPRODUZIONE RISERVATA

NOTIZIE DAL SOCCORSO ALPINO

Corriere delle Alpi | 10 Gennaio 2023

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Nevicata modesta ma il Cnsas avverte: «Rischio valanghe rimandare le uscite»

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Francesco Dal Mas BELLUNO

Più che un appello, è un monito quello del Soccorso alpino. «Sì, la neve fresca è invitante, ma gli amici dello scialpinismo abbiano la responsabilità di aspettare qualche giorno, prima di andare in uscita. Il pericolo di valanghe è 3 marcato, su una scala di 5». Firmato Alex Barattin, delegato provinciale del Cnsas.«Nella notte tra domenica e lunedì, la prevista nevicata, ha portato 15 cm di neve fresca lungo la cresta di confine, 20-25 cm nel gruppo delle Tofane e nel medio basso Agordino e 10-15 sulla Marmolada. Il limite della neve pioggia è stato anche inferiore a 700 m di quota, con oscillazioni e neve umida anche oltre i 1200 metri», fa sapere Gianni Marigo, direttore Arpav di Arabba, facendo sintesi del bollettino. «Nelle Prealpi il limite neve è stato spesso oltre i 1500 m di quota con apporti di 5 cm a 1600 m dall'Alpago al Monte Grappa, 20-25 cm nelle Piccole Dolomiti».A Cortina la neve fresca ha raggiunto i 15 centimetri, per un totale al suolo di quasi 30 cm. La precipitazione è stata più consistente nei comprensori sciistici in quota, come Ra Valles, 25 centimetri, o Col dei Baldi (25 cm), sopra Alleghe. La società Veneto Strade consiglia per il transito sui passi ad elevata pendenza di avere al seguito le catene da neve, da montare sul veicolo in caso di necessità. A parte la chiusura per tutto il periodo invernale della Strada provinciale 33 di Sauris, in Cadore al confine con la provincia di Udine, tutte le strade in gestione risultano percorribili. La società mette in guardia anche dal vento forte.«E dal vento - afferma Barattin - devono guardarsi anche gli scialpinisti, perché rappresenta una delle situazioni a maggiore rischio».Il pericolo maggiore è rappresentato comunque dalle valanghe da slittamento lungo i pendii ripidi specie a fondo erboso nella fascia fra i 1000 e i 1600 m, per la neve fresca oltre i 1600 m che non è consolidata con la neve vecchia e per quella appunto ventata oltre il limite del bosco, quindi per i nuovi accumuli.Il tempo, come annuncia l'Arpav di Arabba, è in miglioramento da oggi, ma con forti venti in quota da nord- nordovest e temperature in temporaneo calo ma in ripresa già da mercoledì. «Queste non sono sicuramente le condizioni ideali per uscite da scialpinismo», mette le mani avanti Barattin. «Ed è consigliabile aspettare almeno la stabilizzazione a fine settimana».Domani era, infatti, è previsto un nuovo peggioramento con neve oltre i 1100-1400 m in Dolomiti e i 1200-1400 in Prealpi. «Il pericolo di valanghe continuerà ad essere 3-marcato oltre i 1900 m. Con il miglioramento del tempo saranno possibili valanghe spontanee lungo i percorsi abituali e i versanti ripidi alla base delle rocce», avverte il direttore Marigo, sulla scorta del bollettino. «Oltre il limite del bosco e nelle ampie radure saranno possibili distacchi provocati di valanghe a lastroni già con debole sovraccarico, dato dal singolo sciatore o escursionista con racchette da neve. Alle quote medie saranno da aspettarsi fessurazioni per valanghe da slittamento con pochi fenomeni in movimento». Alle quote inferiori del limite del bosco, il pericolo sarà 2-moderato. «E quando la neve si sarà stabilizzata, occorrerà comunque prestare attenzione alle zone dove ci sono bruschi cambiamenti di spessore della neve. Oltre che a quella ventata, conclude il delegato Cnsas. «Si raccomanda, in ogni caso, di avere al seguito e attive le attrezzature da autosoccorso (Artva, attiva, pala e sonda)».Ma gli impiantisti pensano già alle precipitazioni da metà della prossima settimana, che dovrebbero comportare da un minimo di un metro ad un massimo di un metro e mezzo di coltre bianca. Sono previsioni che si rincorrono nei social, ma che non vengono avvalorate dagli esperti Arpav di Arabba. «Oltre i tre giorni sono impossibili le previsioni con un minimo di attendibilità», affermano. © RIPRODUZIONE RISERVATA

NOTIZIE DAI PARCHI

Corriere delle Alpi | 27 Gennaio 2023

p. 21

Torrentismo nelle forre del Parco: “E’ un’occasione di sviluppo del territorio”

la proposta

Non vietare, ma regolamentare. È con questo spirito che l'Ente nazionale Guide canyoning, associazione professionale iscritta alle liste del ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha scritto al Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi chiedendo di riaprire le splendide forre al torrentismo. Disciplinando questa attività, che potrebbe garantire lo sviluppo di uno slow tourism e una valorizzazione delle eccellenze del territorio. Entro martedì, infatti, è possibile presentare osservazioni al Regolamento del Parco, entrato in vigore il 7 ottobre 2021, nell'ambito dell'iter per la modifica del documento. Del resto è stato lo stesso ministero della Transizione ecologica a invitare tutte le aree protette d'Italia a «valutare l'inserimento nel Regolamento o in specifici disciplinari opportune forme di regolamentazione di attività sportive quali river trekking, torrentismo, kayak e sport fluviali in generale», si legge nella nota inviata il 19 agosto 2022. Fra le forme di regolamentazione suggerite dal ministero ci sono prescrizioni relative all'utilizzo dei percorsi, modalità di fruizione (ad esempio gestione dei numeri di accesso e passaggi all'esterno dei corsi d'acqua nelle zone sito di riproduzione di specie faunistiche), prescrizioni relative all'eventuale interdizione temporanea di alcuni tratti fluviali o delle forre in funzione di specifiche esigenze ecologiche, individuazione dei tratti in cui non è proprio possibile praticare attività sportive. Il Mite invita a coinvolgere associazioni, categorie o enti, che potrebbero essere responsabili nel garantire la tutela dell'area protetta attraverso monitoraggi ambientali, rimozione dei rifiuti, accompagnamento di esperti per svolgere ricerche.Sulla scorta di questa nota ministeriale, si è mosso l'Ente nazionale Guide canyoning, che ha sede a Roma. Fra i soci c'è anche il bellunese Christian Da Canal, accompagnatore canyoning, che svolge attività in Valbelluna. «Nel Parco ci sono oltre venti forre di elevato valore, riconosciuto a livello internazionale»,

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spiega Da Canal. Sono quelle della Val Caorame, Val Soffia, Vai dei Forti, Val Pisson, Val Carpenada, Val dei Renzin, Val dei Burt, Val dei Rui Bianc, Val Costalonga, Val Nandrina, Val dal Colaz, Val de poi - Piscalor, Val de Vido, Val del Brenton, Val Montarezze, Val Fagrè, Val del Mus, Val de Piero, Ru da Molin, Val Vescova, Torrente Ardo e Val Desedan. Tutte in area Parco, quindi con divieto di effettuare canyoning.L'Engc ricorda che i percorsi presenti nel territorio del Parco sono «fra i più importanti e belli d'Europa per caratteristiche tecniche e unicità dell'ambiente» e il divieto di accedervi «rappresenta un'enorme perdita». Si tratta di «eccellenze da valorizzare». Da qui la proposta: modificare l'articolo 30 comma 4 del Regolamento del Parco, riaprendo l'accesso alle forre di interesse torrentistico «nel rispetto della tutela della natura e secondo eventuali prescrizioni che l'Ente Parco ritenga opportune». L'Engc chiede di essere parte attiva nella regolamentazione e si rende disponibile a partecipare a «progetti di monitoraggio, pulizia, sviluppo e conoscenza dell'ambiente canyon indirizzati a professionisti, enti di ricerca, università, personale del Parco e scuole». Infine l'Engc si rende disponibile a valutare lo stato degli ancoraggi e a presentare progetti di ripristino e ammodernamento laddove necessario. Riaprire il Parco al canyoning, «darebbe un'importante opportunità di sviluppo» per l'area protetta, conclude la lettera dell'associazione.

L’Adige | 28 Gennaio 2023

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«Parco Adamello Brenta, via i confini»

Fabrizio Torchio

Entro il 2030, i Paesi firmatari della Cop 15 di Montreal si sono impegnati a tutelare il 30% della biodiversità delle terre e il 30% dei mari, aiutando i Paesi in via di sviluppo a farlo con 30 miliardi di dollari annui di aiuti. Per rispettare l'accordo, trovato un mese fa alla Conferenza delle Nazioni Unite, anche l'Italia dovrà integrare sempre più i valori della biodiversità nei processi di produzione, finanziare azioni di conservazione e di ripristino, estendere a più ambiti il principio della sostenibilità. Varietà degli ambienti e clima si influenzano reciprocamente e in gioco, per tutti noi che viviamo una crisi climatica evidente, c'è il mantenimento di quegli ecosistemi di cui ci avvantaggiamo quotidianamente in molti modi. Anche sulle Alpi dove - gli esperti continuano a ripetercelo - gli ambienti di vita degli organismi sono particolarmente vulnerabili agli impatti dei cambiamenti del clima. Per alcune specie animali e vegetali, del resto, le migrazioni sono già in atto, in genere salendo di quota e verso nord. Fortunatamente, nelle Alpi le aree protette sono un migliaio, estese per più di 53mila chilometri quadrati, e la conservazione della natura e l'educazione alla sostenibilità, fra i loro scopi, sono ai primi posti. «Ma un Parco ha senso se va oltre i suoi confini - osserva Walter Ferrazza, il presidente del Parco naturale Adamello Brenta -, l'uomo deve imparare a gestire la natura in termini conservazionistici anche al di fuori dell'area protetta». Se il Parco è un laboratorio di sostenibilità, sarebbe quindi bene che le sue buone pratiche venissero estese all'intero Trentino. Con Ferrazza, sindaco di Bocenago oltre che presidente del più vasto parco provinciale - una laurea in ingegneria per l'ambiente e territorio - siamo partiti dalla operatività dell'ente, dagli interventi sull'ambiente, in questa intervista in cui egli argomenta la necessità di "far cadere", non in senso letterale, i confini dell'area protetta. Sulla base di convenzioni stipulate con gli enti proprietari (22 negli ultimi 5 anni), dal 2006 il Parco opera infatti come manutentore dei sentieri e del territorio al costo complessivo - comprensivo dei salari degli operai - di circa 900mila euro l'anno.Il Parco opera nella manutenzione del territorio: iniziamo da qui?È un aspetto importantissimo, perché mostra a residenti e turisti l'attività di conservazione che le aree protette devono svolgere. Risponde all'esigenza di conservazione e di promozione ed è un'attività sostenibile, come si vede nell'uso dei materiali, nella tipologia dei lavori, nell'impiego di mezzi elettrici, nell'attenzione agli spostamenti. In cinque anni sono state effettuate circa 6.000 giornate di lavoro e di manutenzione dei sentieri, per circa 100 chilometri di strade forestali e circa 300 chilometri di sentieri all'anno: gradini, parapetti, sbarrieramenti, sfalci, passerelle collaudate e collaudabili realizzate anche per conto terzi. Di fronte a questo, il turista porta con sè a casa un modus vivendi, e chiunque può approcciarsi all'ambiente in maniera sostenibile. Poi c'è l'accessibilità, un tema su cui ci piacerebbe lavorare anche con la Sat.Come i percorsi sbarrierati?Abbiamo reso accessibili a tutti i percorsi di Nudole - questo utilizzabile anche da non vedenti - di Amolacqua in Val Nambrone e del Lago Nambino da Patascoss, un sentiero che è molto apprezzato dai disabili e dalle famiglie. Gli elementi cardine sono la natura per tutti e il benessere della natura, ma l'obiettivo è quello di rendere tutti i servizi accessibili, in modo che anche un disabile possa muoversi autonomamente e in maniera sostenibile. Abbiamo iniziato a parlarne con l'Apt, con gli operatori del territorio, con la Provincia.La legge provinciale sui parchi è del 1998: andrebbe aggiornata per portare "oltre i confini" il loro approccio al territorio?No. Noi abbiamo il Parco e il Geoparco di 1.500 chilometri quadri che individua il territorio di tutti i comuni, quindi non è la norma a fare la differenza ma la necessità conservazionistica che deve fare agire concordemente con le amministrazioni locali: una gestione che, dentro e fuori l'area protetta, deve essere la stessa. È un processo evolutivo. L'educazione ambientale inoltre non deve riguardare sono i ragazzi, ma tutte le età, per avere la percezione di che cosa è la natura e di come va gestita. Un'ipocrisia dalla quale dobbiamo uscire è che l'uomo esca dalla natura. Difendere l'uomo significa difendere la natura, e difendere la natura è difendere l'uomo.In termini di educazione ambientale, manca la figura del guardaparco.La figura è stata annessa alla Forestale e non va bene: gli agenti forestali fanno ottimamente il loro dovere, ma non sono specializzati sull'area protetta. Si potrebbero formare degli agenti scelti che possano avere un rapporto con il turista, maggiore conoscenza delle norme dell'area protetta, un giornale di servizio che possa essere condiviso con il Parco stesso. L'impegno di questa amministrazione è quello di inserire delle figure che possano

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rappresentare il Parco anche dal punto di vista della educazione e della vigilanza.La sua visione di Parco?Ha cinque punti principali: l'uomo che è parte della natura, con tutti i riflessi sul paesaggio, sulla cultura identitaria e così via; l'impegno nella lotta ai cambiamenti climatici; una natura inclusiva, le buone pratiche. E devono cadere i confini del Parco in termini di percezione e di vita quotidiana. La strada da seguire è imparare a vivere come se tutti vivessimo nell'area protetta. Senza ipocrisie.

L’Adige | 28 Gennaio 2023

p. 16

Federparchi, ecco il Consiglio direttivo

Il presidente del Parco Naturale Adamello Brenta Walter Ferrazza è stato eletto nel Consiglio direttivo di Federparchi, nell'ambito del X° congresso nazionale della Federazione, svoltosi a Roma, alla presenza anche dei rappresentanti dei maggiori attori istituzionali del settore e del ministro dell'agricoltura Francesco Lollobrigida. Rieletto anche un altro trentino Marco Katzemberger, protagonista da anni delle attività del Parco anche come membro del Comitato di gestione, in particolare nel settore della certificazione CETS. «Due gli obiettivi per i quali vogliamo lavorare fin d'ora. - sottolinea il presidente Ferrazza - Innanzitutto, ridefinire l'identità dei parchi e delle aree protette, uscendo da un'ottica meramente contemplativa, spesso dominante anche a livello mediatico, e valorizzando il ruolo dell'uomo al loro interno. I Parchi sono certamente luoghi all'interno dei quali la natura, in ogni sua espressione, viene tutelata e valorizzata, ma sono anche laboratori attivi di convivenza uomo-ambiente. Coerentemente con questa visione, bisogna che i parchi assumano un ruolo sempre più strategico nella lotta al cambiamento climatico. Per farlo, Federparchi deve assumersi fino in fondo il compito di mettere in rete queste realtà e di fornire loro, di concerto anche con i decisori politici, supporto e servizi condivisi. Le aree protette vanno messe nella condizione di muoversi in maniera efficiente, concorde e sinergica, superando anche le diversità che le contraddistinguono, nell'interesse di tutto il Paese».I cambiamenti climatici fra le sfide che i parchi e le aree protette hanno di fronte a sé, quindi. Del resto, il tema stesso scelto per il X° congresso nazionale di Federparchi lo sottolineava: "I Parchi e l'Agenda 2030", questo il fulcro della due giorni svoltasi al Nazionale Spazio Eventi di Roma, e a cui hanno partecipato anche i rappresentanti di realtà come Coldiretti, Ispra, CIA-Agricoltori italiani, Federcaccia.Per Katzemberger, rieletto a sua volta nel Consiglio direttivo, «è necessario riconoscere e valorizzare l'importante patrimonio di energie, conoscenze, risorse organizzative ed economiche presente all'interno dei parchi italiani, in un'ottica collaborativa e favorendo la costruzione di una rete nazionale. Le aree protette vanno intese come ambienti naturali d'eccezione al cui interno sono presenti però anche i saperi e le competenze delle comunità locali, che devono confrontarsi con le dinamiche della globalizzazione traducendo in comportamenti concreti e coerenti con gli indirizzi internazionali i principi-guida della sostenibilità».Il vicepresidente della Provincia autonoma di Trento e assessore all'ambiente Mario Tonina si è complimentato con Ferrazza e Katzemberger, sottolineando come «la loro presenza all'interno del direttivo di Federparchi è molto importante anche al fine di portare in quella sede le istanze della montagna alpina», ha concluso.

L’Adige | 28 Gennaio 2023

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Trotter torna a casa è direttore del Parco

MANUELA CREPAZ

PRIMIERO

La decisione era già maturata e 13 sono stati i voti a favore di Cristiano Trotter, nominato ieri direttore del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino, in sostituzione di Vittorio Ducoli che dal primo aprile sarà in pensione. Ai 16 membri del comitato di gestione, la giunta dell'ente aveva presentato nei giorni scorsi una terna di papabili, anticipata dall'Adige dieci giorni fa che contemplava appunto Trotter, dipendente del Parco in aspettativa dal 2017 e attuale direttore del Parco Adamello Brenta, Luigi Gottardo, direttore dell'ufficio distrettuale forestale di Primiero e Marcello Scutari, direttore Aree protette della Provincia di Trento. A Primiero bocche cucite, ma si era ben capito dal presidente del Parco Adamello Brenta Walter Ferrazza che i giochi erano già stabiliti, tanto che aveva detto al giornale: «Siccome è così determinante oggi nella lotta alla conservazione della natura unire le forze, il fatto di avere una persona come Cristiano Trotter e poterla mettere a disposizione di un ente che, come il nostro, ogni giorno deve lottare per migliorare questo stato di cose, è una condivisione utile che fa solo piacere». Aveva pure aggiunto di non essere preoccupato per la sua sostituzione: «Fortunatamente, in Trentino ci sono persone altrettanto valide».Prima della votazione, il presidente Valerio Zanotti ha spiegato che tutti e tre i nominativi erano stati considerati dalla giunta altamente qualificati, lasciando al comitato la scelta, ottima in ogni caso. Solo Daniele Gubert, rappresentante delle associazioni protezionistiche, si è detto contrario a Trotter, auspicando una soluzione innovativa rispetto al passato preferendo una persona "neutrale" e non legata alla politica, ricordando che Trotter, durante il suo ruolo di direttore amministrativo al Parco, era contemporaneamente presidente del Comprensorio prima e della Comunità di Primiero poi: «È importante

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che non ci sia un collegamento troppo stretto con dinamiche importanti, ma non necessariamente aderenti ai fini istitutivi del Parco. Nel passato, ci sono stati cortocircuiti».Mentre Uberto Meneguz, rappresentante in seno al comitato del Comune di Primiero San Martino di Castrozza ribatteva che l'esternazione di Gubert era fuori luogo, Antonella Brunet, sua collega nella giunta del Parco, ha precisato: «Durante i colloqui abbiamo voluto valutare i candidati sotto tutti i punti di vista, perché riteniamo che un direttore non deve avere solo una conoscenza del territorio, ma anche una preparazione dal punto di vista organizzativo, per esempio sugli eventi da creare al Parco e sappiamo benissimo che una persona emergeva tra i tre, la preparazione era nettamente più alta; se avessimo dovuto dare dei voti, ci sarebbe stata disparità, quindi non si parla di scelte politiche, ma pratiche». A favore di Trotter si è espresso pure Livio Fabio Grisotto, espressione dei Cacciatori Trentini: «Trotter, come direttore amministrativo del Parco, ha dato dimostrazione di capacità e per l'associazione che rappresento è la persona più adatta». Giacomo Broch, rappresentante degli allevatori, ha sottolineato la valenza dei candidati, rimarcando però che «serve un direttore del fare, perché come allevatori abbiamo grossissime difficoltà. Per fortuna ci sono giovani che vogliono investire sul territorio e il Parco deve aprirsi a nuove opportunità, che non vuol dire stravolgere il sistema, ma considerare lo sviluppo zootecnico sostenibile». Per la cronaca, Trotter ha ricevuto 13 voti, Gottardo 2, Scutari 0 e c'è stata una scheda bianca.

LE DOLOMITI IN TV

Corriere delle Alpi | 7 Gennaio 2023

p. 29

"Jurassic World", un dinosauro con le Tre Cime sullo sfondo

LA CURIOSITà

Le Tre Cime di Lavaredo innevate fanno capolino in una scena del film "Jurassic World il dominio" per la sorpresa degli auronzani. Il lavoro, presentato in primavera ed in onda in questi giorni sui canali Sky dopo essere stato proiettato nelle sale cinematografiche di mezzo mondo, riguarda il "sesto atto" del mito Jurassic Park e, come peraltro anche spiegato nella trama, racconta dell'esistenza di un quartier generale italiano, situato tra le Dolomiti e denominato Biosyn, all'interno del quale si muovono dinosauri dalle dimensioni extralarge. Dall'immaginario alla realtà, il passo del regista Colin Trevorrow dev'essere stato breve visto che l'ambientazione, ad un certo punto del film, si concentra in un'area che vede le Tre Cime innevate sullo sfondo ed un specchio d'acqua all'interno del quale si muove indisturbato un enorme dinosauro. Si tratterà del sottostante lago Antorno? «Le inquadrature non lasciano dubbi», ha commentato Nicola Bombassei, consigliere comunale ad Auronzo delegato alle vicende di Misurina e Tre Cime, «le sagome delle Tre Cime e del lago Antorno si presentano inconfondibili. Le Dolomiti vengono esplicitamente nominate all'interno del film mentre i protagonisti sorvolano un gruppo di montagne a bordo di un aereo. Tra quelle montagne si scorge anche la sagoma inconfondibile del Pelmo». Difficile capire come e perché gli autori del sequel di "Jurassic World il regno distrutto" uscito nelle sale nel 2018, abbiano optato per inserire uno scorcio delle Dolomiti bellunesi nel film. «Nessuno di noi ne sapeva nulla», assicura Bombassei, «dubito che qualcuno sapesse di questa iniziativa prima di vederla nei cinema o in televisione. Resta però, insieme alla piacevole sorpresa, l'importanza di un riscontro tangibile anche in ottica di promozione turistica. Le Tre Cime sono sempre più conosciute ed ammirate in tutto il mondo. Lo stiamo riscontrando anche in questi primi giorni del nuovo anno in cui le presenze turistiche sono numerose».

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