Rassegna Stampa Dolomiti UNESCO | Dicembre 2021

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RASSEGNA STAMPA DICEMBRE 2021


PRINCIPALI ARGOMENTI DALLA RASSEGNA STAMPA DI DICEMBRE:

OLIMPIADI 2026: GLI AGGIORNAMENTI ............................................................................................................. 3 PARALIMPIADI E DOLOMITI ACCESSBILI ........................................................................................................... 8 COLLEGAMENTO COMELICO – PUSTERIA......................................................................................................... 9 MOBILITA’ LUNGO LE STRADE SILVOPASTORALI........................................................................................... 11 FERROVIA DELL’AVISIO ................................................................................................................................... 13 WORKSHOP DOLOMITICI ................................................................................................................................. 13 NOTIZIE DAI RIFUGI.......................................................................................................................................... 14 NOTIZIE DAI PARCHI ........................................................................................................................................ 17 INTERVISTE ED EDITORIALI ............................................................................................................................. 19


OLIMPIADI 2026: GLI AGGIORNAMENTI Gazzettino | 1 Dicembre 2021 p. 2, edizione Treviso – Belluno Tempi contingentati per la pista da bob «Pronta per il 2025» CORTINA La nuova pista di bob di Cortina, per i Giochi olimpici e paralimpici invernali 2026, ricalcherà sostanzialmente la storica Eugenio Monti, ma avrà alcune modifiche. Costerà 61 milioni di euro, garantiti dalla Regione Veneto, ma con un importante sostegno del governo nazionale. Dovrà essere progettata entro un anno, costruita nei due successivi, in modo da averla a disposizione, pronta e collaudata, a inizio 2025, un anno prima delle discese olimpiche. Sono alcune delle conferme e novità, emerse nella riunione tecnica di lunedì, nel municipio ampezzano, convocata dalla Regione Veneto, presenti le componenti coinvolte nel progetto. FINALITÀ TURISTICHE Il sindaco Gianpietro Ghedina le ha comunicate, al termine del consiglio comunale di ieri: «Quello che abbiamo avuto lunedì è stato un incontro interlocutorio di allineamento, di tipo tecnico, vista anche la presenza di due federazioni sportive, una per il bob e lo skeleton, l'altra per lo slittino. Il nuovo tracciato sarà coerente con l'esistente, ma ci saranno alcune variazioni. Si devono ridurre le velocità dei mezzi, che non potranno superare 135 chilometri all'ora, per consentire di far scendere anche lo slittino e il bob femminile; in questo modo si terrà conto anche delle finalità turistiche dell'impianto. Altrimenti sul curvone di arrivo potrebbero esserci spinte eccessive, sino a 5G». All'incontro hanno partecipato, fra gli altri, Elisabetta Pellegrini capostruttura della Regione; Alessandra Grosso responsabile unica del procedimento; Anna Za per la Provincia di Belluno; alcuni componenti di Fondazione Milano Cortina 2026, che organizzerà i Giochi; Luigivalerio Sant'Andrea amministratore della società per le opere olimpiche e commissario per la pista di Cortina; Gianfranco Rezzadore presidente del bob club Cortina, con il suo vice; esponenti delle federazioni sportive del bob e dello slittino. IL COMMISSARIO In quanto ai tempi e ai costi, il sindaco Ghedina ha precisato: «Il cronoprogramma dell'intervento è già definito. Ora la Regione Veneto si sta occupando della fattibilità tecnica economica. Per la fine di gennaio 2022 questa fase dovrebbe essere completata e trasmessa alla società per le infrastrutture delle Olimpiadi Milano Cortina 2026, che è appena stata costituita. Se ne occuperà l'amministratore Luigivalerio Sant'Andrea, già commissario di governo per le opere dei Mondiali di sci alpino Cortina 2021, ora anche commissario per le opere olimpiche 2026. Egli seguirà il progetto preliminare e convocherà la conferenza di servizi. Poi la società delle infrastrutture olimpiche curerà progetto esecutivo, gare e realizzazione delle opere. La progettazione impegnerà il 2022; i lavori si faranno fra 2023 e 2024. Nei primi mesi del 2025 la pista dovrà essere disponibile, per collaudi e gare test». CHI PAGA In quanto ai costi sono emerse alcune novità: «L'attuale studio di fattibilità prevede una spesa di 61 milioni di euro, garantiti dalla Regione Veneto ha ricordato Ghedina ma il governo italiano ha già finanziato 24.5 milioni, in tre anni. Poiché l'intervento assume sempre più un interesse nazionale, stanzierà altre cifre nel bilancio di previsione 2022-2024, a coprire un'ulteriore parte dell'intervento, se non tutto». Da Roma sono infatti arrivati 500 mila euro per il progetto e 12 milioni l'anno, per i primi due anni dell'intervento. L'obiettivo è quello di avere un impianto nuovo, da utilizzare per le gare del febbraio 2026, ma che resti come importante lascito dell'evento, a garantire la ripresa di numerose attività sportive, sociali, turistiche e promozionali, che si sono improvvisamente interrotte nell'autunno 2008, con la chiusura della pista Eugenio Monti e la rinuncia ai Mondiali 2011, che erano già stati assegnati a Cortina. Marco Dibona

Corriere del Veneto | 2 Dicembre 2021 p. 10, edizione Treviso - Belluno Olimpiadi invernali, sì alla pista da bob: lavori l’anno prossimo, collaudo nel 2025 Dal municipio ampezzano sembrano uscire buone notizie per chi spera di veder realizzare la pista da bob per le Olimpiadi del 2026. Se di fatto, nei giorni scorsi, la notizia dello studio realizzato dalla Dba Pro di Santo Stefano, incaricata dalla Regione, in termini di realizzazione del nuovo impianto sembrava metterne in dubbio la possibilità in fatto di tempi di costruzione, una riunione tecnica assieme al commissario per le infrastrutture delle Olimpiadi Luigi Valerio Sant’Andrea sembra ridare fiducia e slancio. «Una riunione di tipo tecnico, quella con Sant’Andrea - ha fatto sapere Gianpietro Ghedina, sindaco di Cortina - che ci ha permesso di allinearci anche con le federazioni sportive di bob e skeleton. Sul punto ci saranno variazioni in termini di velocità dei mezzi che non potranno


superare i 135 chilometri orari per consentire anche le gare femmini-li». Definito pure il cronoprogramma: progettazione nel 2022, lavori nel 2023 e 2024, nel 2025 il collau-do. Una corsa contro il tempo, una nuova sfida per Cortina. (k.t.)

Corriere delle Alpi | 10 Dicembre 2021 p. 30 Europa Verde contesta i lavori alla pista da bob «Opera troppo costosa» CORTINA Il solo studio di fattibilità per la pista di bob di Cortina costa 89 mila euro. Una cifra che sollecita Cristina Guarda, consigliera regionale di Europa Verde, ad anticipare che la rifatta "Eugenio Monti" comporterà un investimento ben superiore ai 61 milioni di euro preventivati.Guarda ne ha parlato ieri on line dal consiglio regionale, mentre questa sera salirà a Cortina per trattarne insieme al Comitato Civico Cortina.«Durante l'iniziativa», ha anticipato Guarda, «verrà condiviso anche un documentario su questa pista da bob che rischia di trasformarsi in un incubo per la Regione e per i contribuenti». Un incubo non solo per l'eccessiva spesa ma anche perché l'impianto resterà una "cattedrale nel deserto", ingestibile dopo le Olimpiadi. Ma un incubo soprattutto per l'impatto ambientale, nonostante le rassicurazioni da parte anzitutto della Regione. «Dopo aver avuto accesso allo studio di fattibilità relativo alla pista da bob prevista a Cortina per le Olimpiadi invernali, un documento costato 89 mila euro», ha spiegato la consigliera, «mi è possibile raccontare, nel pieno esercizio del mio mandato di consigliere regionale, le criticità di un progetto che già suscita perplessità e contrarietà in molti cittadini e cittadine di Cortina».La sorpresa, circa i contenuti, è riservata per l'incontro di questa sera, nella casa delle Regole, con inizio alle 20.30. Sarà anche l'occasione - ha sempre anticipato Guarda - per raccogliere e raccontare le perplessità espresse da molti sulle tempistiche e i costi di realizzazione dell'opera, oltre che sulla sostenibilità finanziaria dei relativi costi di gestione di questa pista. --f.d.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 12 Dicembre 2021 p. 28 Guarda e la pista da bob: «Le criticità sono tante» Ghedina: «Andiamo avanti» CORTINA Lo studio di fattibilità che ha portato alla scelta di fare svolgere a Cortina le gare di bob, parabob, slittino e skeleton dei Giochi 2026, sulla riqualificata pista "Eugenio Monti", resta ancora riservato. Lo studio, che è negli uffici della Regione e del Comune, ha dimostrato, in sostanza, che vale la pena sistemare il tracciato di Cortina per un investimento di 61 milioni. Una scelta che, ovviamente, non è piaciuta a tutti. Ad ogni modo, ad anticipare alcuni dei contenuti dei documenti salirà a Cortina Cristina Guarda, consigliera regionale di Europa Verde. Venerdì 17 (alle 20.30, Casa delle Regole) è stato infatti organizzato un incontro intitolato "Pista da bob: facciamo chiarezza". L'appuntamento è promosso dal Comitato civico Cortina.«Durante la serata», anticipa Guarda, «verrà condiviso anche un mini documentario su questa pista da bob, che rischia di trasformarsi in un incubo per la Regione e per i contribuenti. Assieme al Comitato Civico di Cortina parlerò di ciò che la Regione avrebbe dovuto spiegare su questo progetto, ma che non ha ancora fatto. Analizzeremo le criticità legate ai tempi, ai costi e all'impatto economico, ambientale e sociale su Cortina e sulle sue attività; aspetti che ho appreso dopo aver avuto accesso al documento di valutazione di fattibilità della pista: costato peraltro ben 89 mila euro per un "investimento a perdere" da 61 milioni». «I cittadini di Cortina, così come tutti i veneti», conclude Guerra, «meritano di sapere, di avere chiarezza su ciò che li aspetta. Avrebbero dovuto essere coinvolti fin dal principio, perché calare dall'alto scelte che influiranno tanto sul loro territorio, su infrastrutture e attività, è un metodo politico sbagliato, specie se da Venezia decidono senza aver mai visto quei luoghi».L'incontro è organizzato proprio per fare chiarezza e sarà trasmesso in diretta sulle pagine Facebook di "Voci di Cortina" e di Cristina Guarda.«Era stato detto che il documento sarebbe stato reso pubblico», spiega in una nota il Comitato Civico, «ma, ad oggi, è ancora riservato. I dubbi sul progetto aumentano e abbiamo voluto organizzare un appuntamento per spiegare tutte le criticità».All'incontro è stato invitato anche il sindaco Gianpietro Ghedina. «Probabilmente non sarò presente», ammette, «in quanto sarò a Venezia proprio per una riunione tecnica con le Federazioni sul progetto del bob. Il documento di fattibilità verrà presentato dalla Regione nelle prossime settimane. Sarà una presentazione tecnica, basata su dati, e non politica e critica sul progetto. Il documento è un'analisi molto importante che sottolinea ancora una volta come la scelta di riqualificare la pista di Cortina sia la migliore. Noi andiamo avanti su questa strada tracciata da anni, da quando ci siamo candidati ai Giochi anche per avere le gare di bob, slittino e skeleton». --alessandra segafreddo© RIPRODUZIONE RISERVATA


Corriere delle Alpi | 16 Dicembre 2021 p. 34 Eventi culturali per le Olimpiadi Patto tra Ministero e Fondazione 2026 Francesco Gottardi Cortina Immagini, suoni e territorio. Prende forma il profilo promozionale di Milano Cortina 2026. I cinque cerchi olimpici in cinque punti programmatici: «Sarà un processo di larga partecipazione», ha spiegato ieri a Venezia Vincenzo Novari, Ceo della Fondazione Milano Cortina 2026, assieme al governatore Zaia e al presidente del Coni, Malagò, dopo la firma del protocollo d'intesa con il ministro della Cultura Dario Franceschini .«La prima sfida è l'inno dei Giochi olimpici invernali: una grande gara che ha abbracciato i Conservatori nazionali insieme alle bande di paese, quindi l'anima alta e popolare dell'Italia. Sotto la direzione artistica del maestro Peppe Vessicchio, nel 2022 verranno selezionati due brani e poi presentati al pubblico, a cui spetterà la decisione definitiva», ha spiegato. Così com'era avvenuto per la scelta dell'emblema ufficiale.Il secondo progetto è lo Short film contest, «dedicato ai cortometraggi a tema sport e montagna: sarà patrocinato dal ministero della Cultura e ogni anno gli autori delle migliori proposte saranno ospiti di alcune serate speciali che si terranno a Roma». Quindi, ha continuato Novari, «la locandina ufficiale: sarà il risultato di un "poster contest" internazionale che attraverso una campagna social dedicata presenterà 226 artisti - 126 italiani e 100 stranieri, uno per ogni paese partecipante ai Giochi - che si giocheranno l'idea vincente. Il bando sarà attivo dal 2022 al 2024». Verrà anche allestita una mostra con i migliori progetti in esposizione.Numero quattro: Open theaters, l'iniziativa dedicata alle compagnie teatrali del nostro paese. Anche in questo caso è previsto un processo di selezione «dei migliori spettacoli che abbiano sport e terre alte al centro del racconto. Le proposte scelte saranno poi messe in scena, a cura della Fondazione Milano Cortina 2026, per tutto il territorio attorno ai Giochi. E dunque faranno parte dei contenuti itineranti dell'evento». Ci sarà anche l'offerta museale flessibile: sempre nella giornata di ieri, il ministro Dario Franceschini ha annunciato che in vista delle Olimpiadi saranno previsti accessi gratuiti o agevolati.«Ma la parte più ambiziosa e il cuore del nostro progetto culturale», ha concluso Novari, «sarà il Programma Heritage: un ente creato appositamente dalla Fondazione, che attraverso una commissione di esperti e direttori artistici patrocinerà le proposte più meritevoli nel campo dello sport, dei suoi valori e del suo racconto. Anche grazie a contributi economici da parte del ministero della Cultura: verrà stanziato un budget e questo garantirà fermento culturale in qualsiasi tipo di disciplina, ciò che fece la fortuna delle precedenti edizioni».L'obiettivo è alzare ulteriormente l'asticella: «Ai Giochi di Londra, ad esempio, ci sono stati più di 10 mila progetti che all'epoca ricevettero il patrocinio del Comitato organizzatore. Il regolamento sarà definito nel corso di questi mesi ed è il cuore di tutto il nostro programma: avremo 3 miliardi di spettatori, 200 broadcaster, 3.500 giornalisti». Numeri da Olimpiadi.«Grazie alla sinergia tra l'offerta culturale e quella sportiva dei Giochi», ha commentato Franceschini, «si avrà un'occasione in più per scoprire le bellezze dei territori coinvolti». -© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Veneto | 19 Dicembre 2021 p. 15, edizione Treviso – Belluno Effetto-Giochi sugli impianti da sci Oggi debutta la seggiovia a Ra Valles cortina d’ampezzo Le Olimpiadi invernali del 2026 Milano-Cortina portano nuovi impianti per lo sci o il restyling degli attuali. Stamattina altra inaugurazione con la nuova seggiovia quadriposto — già realizzata nel 2020, ma ferma a causa della pandemia — detta «Bus Tofana» che giunge ai 2.470 metri di quota di Ra Valles. Seguirà l’affissione di una targa per i 50 anni della «Freccia nel Cielo». Intanto la nuova cabinovia che collegherà, dal prossimo 24 dicembre, i due versanti della vallata di Cortina, mettendo in comunicazione le Tofane con il comprensorio delle Cinque Torri-Passo Falzarego si chiama «Cortina Skyline». Un’opera attesa da dieci anni che si è poi inserita nel Piano infrastrutturale delle opere per i Mondiali di Sci del 2021. Sempre in ottica di rinnovamenti degli impianti, a sostegno della crescita della montagna veneta, l’assessore regionale al Turismo Federico Caner ha evidenziato le ultime decisioni del consiglio regionale. «Finanzieremo altri due impianti di risalita con 8 milioni di euro — spiega Caner — per la realizzazione della nuova cabinovia ad agganciamento automatico GD10, per il collegamento “CortinaSocrapes”, proposto dall’azienda “Dolomiti Rete Srl”. E daremo un contributo per l’acquisto e l’installazione della nuova funivia bifune del tipo speciale Funifor-Valgrandestaunies che verrà realizzata dall’azienda Faloria Spa».


Se in vetta fiocca l’entusiasmo c’è chi più a valle, per il progetto della nuova pista di bob ampezzana, solleva preoccupazioni: è il caso della consigliera regionale Cristina Guarda di «Europa Verde» e del Comitato Civico Cortina, che l’ha invitata per un sopralluogo sulla vecchia pista «Eugenio Monti» dando vita venerdì sera a un incontro pubblico. Precisa la Guarda: «I cittadini sono preoccupati perché non sanno nulla del progetto. Io accedendo alle carte l’ho potuto condividere. Preoccupano i tempi che vedono già un ritardo per la consegna dello studio di fattibilità e le perdite annuali che sono sottostimate. Da progetto inoltre, la pista andrebbe a tagliare parte del parco giochi e dei campi da tennis». E sul punto si fa sentire anche Andrea Mantegazza, amministratore unico del Tennis Country Club di Cortina. «Siamo anche noi sportivi — chiarisce — Non ci opponiamo alla pista e non vogliamo fare la guerra a un’altra disciplina, purché non si sacrifichi un impianto sportivo come il nostro in continua crescita. Si trovi spazio e modo per la convivenza».

Gazzettino | 21 Dicembre 2021 p. 11, edizione Belluno Pista da bob, oggi la presentazione del nuovo studio La pista di bob Eugenio Monti è la prima urgenza, in vista dei Giochi invernali Milano Cortina 2026. C'è la necessità di completare l'iter burocratico, progettuale e delle autorizzazioni, nel corso del 2022, per avviare i lavori nel 2023 e completarli in 2 anni, così da avere l'impianto pronto a fine 2024 e poter organizzare gare che siano prove generali per l'evento di febbraio 2026. Di questa situazione parlerà oggi Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, in un incontro convocato alle 12 a Palazzo Balbi, per presentare lo studio di fattibilità, che è stato condotto per scegliere come e dove svolgere le gare di bob, slittino e skeleton dei Giochi olimpici 2026. Assieme a Zaia interverrà Ivo Ferriani, in passato pilota di bob, poi dirigente sportivo, oggi presidente della Federazione internazionale di bob e skeleton, oltre che membro del Comitato olimpico internazionale (Cio). L'urgenza di attivarsi per rifare la pista Eugenio Monti è stata espressa sabato da alcuni degli intervenuti alla presentazione della nuova cabinovia Cortina Skyline. «Fra breve saremo a Pechino per le Olimpiadi 2022; alla fine ci sarà consegnata la bandiera del Cio e a quel punto avremo, a tutti gli effetti, onore e onere di organizzare i prossimi Giochi 2026 ha spiegato Giovanni Malagò, presidente del Coni nel dossier della candidatura abbiamo scritto che il 90 per cento delle opere necessarie per la disputa delle gare è già esistente, grazie all'allargamento territoriale». Saranno infatti coinvolte le Regioni Lombardia e Veneto e le province di Bolzano e Trento. «Ma dall'assegnazione, avvenuta nel giugno 2019, a questo mese di dicembre, sono trascorsi due anni e mezzo ha puntualizzato Malagò ci siamo mangiati la dote: adesso dobbiamo correre, per realizzare quella parte piccola di opere necessarie per le gare. Il Cio mi chiede periodicamente a che punto siamo, cosa sta accadendo. Io rispondo che a Cortina vedo grande fermento, entusiasmo, desiderio di fare». Sul ritardo accumulato interviene Roberto Padrin, presidente confermato della Provincia di Belluno: «Per la pista di bob di Cortina dobbiamo sicuramente velocizzare i tempi. Dicono sempre che fra qualche settimana ci sarà l'ufficialità dell'incarico, dato al commissario di governo Luigivalerio Sant'Andrea, per guidare l'Agenzia che avrà il compito di garantire una semplificazione burocratica delle autorizzazioni. Ora i tempi cominciano davvero a stringersi. Mi associo alle parole del presidente Malagò, con grande preoccupazione. Queste opere non possono avere ritardi, perché ci saranno i test preolimpici nel 2025. La scadenza dei Giochi è tassativa, va rispettata. È ora di trovare il modo di far partire questo intervento». Il comitato civico Cortina ha organizzato un incontro pubblico, sulla pista di Ronco, con l'intervento di Cristina Guarda, consigliera regionale di Europa Verde, che ha ripercorso le tappe dell'intervento regionale, per realizzare quest'opera, sino all'impegno di 61 milioni di euro. Dalle tre opzioni iniziali ne è stata scelta una: rifare la pista esistente, per accogliere le gare a Cortina, senza spostarle a Innsbruck, come proponeva lo stesso Cio. «Ora siamo in grande ritardo ha spiegato Guarda da 40 mesi a disposizione per i lavori siamo passati a 19 e questo non dà margini di sicurezza». Nell'incontro cortinese la consigliera di opposizione ha lamentato la carenza di informazione su questo intervento e ha auspicato una rapida presentazione dello studio di fattibilità. Quello che farà oggi il presidente Zaia. Marco Dibona

Corriere delle Alpi | 22 Dicembre 2021 p. 30 Pista da bob, al governo il conto da 60 milioni CORTINA La pista da bob, skeleton e slittino «è irrinunciabile» per Cortina. Ma quanto costa? 61 milioni, secondo l'ultimo progetto. Più la gestione successiva, 400/500 mila euro l'anno per 20 anni. L'altra notte, nel dibattito sulla manovra economica, il ministro Daniele Franco ha autorizzato un emendamento che prevede la copertura di una parte delle spese di realizzazione.«La somma sarà finanziata da fondi


dello Stato per circa 60 milioni, in attesa di ulteriori fondi della Regione (5 milioni?, ndr) e con un contributo del Comune e della Provincia», ha specificato ieri il presidente Luca Zaia, illustrando il progetto insieme al membro del Cio, Ivo Ferriani, presidente della Federazione internazionale di bob e skeleton. Ma quel mezzo milione che sarà da pagare ogni anno chi lo mette?La riqualificata "Eugenio Monti" sarà utilizzata per le attività federali delle tre specialità. Anzitutto per gli allenamenti. Ma sono solo 15 - è l'obiezione per Ferriani - gli atleti della nazionale di bob.«15 o 20, d'accordo; ma poi ci sono tutti i club. E quelli dello slittino sono numerosissimi», è stata la sua risposta. Poi ci sono le gare che portano indotto. Ferriani già assicura la Coppa del mondo del 2027 e, se Cortina avanza la candidatura, anche i Mondiali del 2028. «E poi il taxi bob», è l'idea dello stesso Zaia, «sia d'inverno che d'estate». Lo fa già Innsbruck a 50 euro a discesa con il bob a 2, a 70 euro con il bob a 4. Ma quanti vorranno provare quest'emozione? Ben 6500 gli ingressi l'anno ad Innsbruck? Un migliaio a Cortina, si prevede. «Saranno ben più numerosi col tempo», assicura un esperto del settore, l'ingegner Franco Gidoni, «e, in ogni caso, un servizio pubblico quando mai va a pareggio?».Servizio pubblico? Sì, perché quella di Cortina sarà anche una pista paralimpica. Anzi, proprio ieri Zaia ha chiesto al commissario Ferriani di inserisce il bob paralimpico tra le discipline dei Giochi 2026, tanto più che Verona accoglierà l'inaugurazione delle paralimpiadi. La risposta subito è stata positiva. Secondo Ferriani c'è da considerare, infine, l'indotto turistico e commerciale a 360 gradi, perché la pista sarà molto attrattiva. «Sarà una pista molto tecnica, sicura. Come Federazione controlleremo che tutto sia fatto al meglio, con dei costi contenuti, senza impatto, con poche emissioni di CO2 e una struttura accessibile a tutti. Creeremo un impianto nuovo, più naturale, più essenziale».I dubbi del Cio su questa pista? Acqua passata, perché la Regione ha fatto riconsiderare l'opera. Dba Group, ad esempio, ha riscontrato, nella sua consulenza, che il parco giochi era superfluo, anzi costoso. «Quindi», dice Zaia, «l'abbiamo tolto. E, pertanto, il Golf club avrà ancora più spazio».Quanto ai tempi, i ritardi di realizzazione sono chiari.«Ma c'è margine per concludere i lavori entro fine 2024», assicura Ferriani, «proprio per questo ci metto la faccia». --Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 22 Dicembre 2021 p. 30 Sostegno convinto da Roma «Pronti a stanziare altri fondi» CORTINA Se la notizia dal peso specifico maggiore è quella dell'okay del ministro bellunese Franco alla copertura dell'intera spesa (o quasi) della pista da bob, skeleton e slittino, c'è un altro dettaglio che merita certamente di non passare inosservato. Mentre ieri Zaia, a Palazzo Balbi, dava la notizia del via libera di Franco a 60 milioni, da Roma si veniva a sapere dell'endorsement di Mario Draghi ai Giochi del 2026. Il Governo - ha detto il premier - è «totalmente impegnato per rendere i Giochi di Milano Cortina 2026 un successo»; e, lodando la leadership del presidente del Coni Giovanni Malagò, Draghi ha aggiunto di essere disponibile ad ulteriori interventi, qualora fossero necessari. Ieri mattina, infatti, c'è stata una riunione da remoto tra lo stesso premier e il presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio), Thomas Bach. E proprio Bach ha ribadito, a proposito delle Olimpiadi Milano-Cortina, che questi saranno «i Giochi invernali di una nuova era».Ma, si sa, come ha ammesso lo stesso Malagò nei giorni scorsi a Cortina, a Roma arrivano spesso richieste del Cio per avere informazione sul rispetto del cronoprogramma. E Malagò, anche questo è risaputo, si è detto preoccupato per i ritardi.«La riqualificazione della pista è in effetti operazione complessa», ammette il presidente Luca Zaia, «si stima costerà 61 milioni di euro, cifra che comprende anche la demolizione e lo smaltimento dell'attuale e le opere di mitigazione. Si dovrà accelerare, per realizzarla in tempo utile, entro dicembre 2024, per poi poter procedere a tutte le operazioni di collaudo da parte delle Federazioni».Per questo, conferma Zaia, lo Stato ha già previsto la nomina di un commissario e di un subcommissario, che avranno il compito di monitorare costantemente l'iter realizzativo e avranno poteri acceleratori non tanto eliminando passaggi obbligatori previsti dalla normativa, ma piuttosto con riduzione dei tempi sui singoli passaggi amministrativi.Quindi, da parte del governatore, arriva la garanzia che ci sarà la massima attenzione ambientale.Il Comitato Civico Cortina, contrario alla nuova pista, ha promosso un sondaggio la scorsa estate, i cui risultati sono ben noti al presidente Zaia. Da qui l'incarico a Dba di riconsiderare lo studio progettuale che era stato predisposto. A quel sondaggio risposero 1. 216 persone: il 60 per cento ebbe a dire che l'impatto ambientale sarebbe troppo elevato e che gli atleti sono troppo pochi per giustificare l'investimento; il 70 per cento dichiarò anche di essere favorevole allo spostamento delle gare in una pista già funzionante. --f.d.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA


PARALIMPIADI E DOLOMITI ACCESSBILI Corriere delle Alpi | 12 Dicembre 2021 p. 28 Giù le barriere e più inclusione: il paese si prepara alle Paralimpiadi CORTINA «La disabilità è negli occhi di chi guarda»: con queste parole Andrea Vidotti ha presentato, in Conchiglia, in piazza Dibona, la neo costituita associazione "Cortina senza confini", che si pone come obiettivo l'organizzazione di eventi da qui ai Giochi del 2026 sul tema dell'inclusione in generale. Socie fondatrici sono Claudia Gottardo, avvocato di Jesolo; Roberta Alverà, presidente Assoalbergatori di Cortina; Elena Galli, di Unionfidi Veneto.«L'associazione è nata per accompagnare Cortina nel vivere in modo diverso e inclusivo il percorso che porta alle Paralimpiadi», hanno spiegato le tre socie fondatrici, «nello sport questo si sta già facendo, ma la tematica deve essere allargata verso altre realtà. Il nostro è un vero e proprio progetto di sensibilizzazione nel quale vorremmo coinvolgere le associazioni del territorio. Si tratta di un progetto trasversale che affronterà diverse tematiche nel corso di questi quattro anni: lo sport, il turismo, la formazione, la cultura della biomedica e la digitalizzazione, con l'obiettivo di dare un contributo concreto. È una sfida importante, sicuramente con la collaborazione di tutti la centreremo per il 2026».«L'inclusione è un tema importante per l'ospitalità», ha aggiunto Roberta Alverà, presidente dell'Assoalbergatori Cortina, «noi non siamo ancora pronti per organizzare eventi con atleti diversamente abili. In quest'ottica vogliamo prepararci anche come strutture alberghiere. Ci saranno dei finanziamenti su questo, ed è importante che ci siano progetti per riqualificare gli alberghi, così come per la formazione, e riuscire veramente ad avere una destinazione turistica che sia accessibile a tutti, ossia senza confini». Nel progetto è coinvolta anche l'università di architettura Iuav di Venezia, per la quale c'erano il professor Francesco Guerra e la professoressa Caterina Balletti.«La tecnologia può aiutare moltissimo le persone che hanno delle difficoltà. I nuovi sistemi di comunicazione possono essere utili anche per dare informazioni sui luoghi accessibili. Oggi siamo abituati a vivere sempre con lo smartphone in mano, questo strumento può essere sfruttato al meglio per far conoscere qual è la sensibilità dei luoghi», ha detto Balletti, «stiamo lavorando insieme a "Cortina senza confini", e prossimamente mi auguro col Comune, per iniziare a fare un'operazione di mappatura sul territorio su cosa e su quanto si è già fatto nell'ottica dell'inclusione. Un'operazione fondamentale per una qualsiasi forma di progettualità è quella di conoscere lo stato di fatto dell'accessibilità nelle varie attività di Cortina. Dopo riusciremo a proporre delle soluzioni per gli interventi, minimizzando i costi e massimizzando la possibilità di mobilità libera all'interno del comune». --Marina Menardi© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 12 Dicembre 2021 p. 28 Menardi, Pesce e Fantin sul palco gli sportivi che battono la disabilità i protagonisti Flavio Menardi, Moreno Pesce e Antonio Fantin sono i tre atleti che hanno partecipato alla presentazione di "Cortina senza confini". Menardi, atleta di casa, pratica il parabob e l'atletica. Per lui lo sport non è una novità. «Mi sono fatto male giocando ad hockey su ghiaccio quindi per me è naturale fare sport. Il bob non è sport paralimpico, quindi non gareggerò qui nel 2026, ma se ci sarà la pista sarà comunque emozionante per me correre in casa».Moreno Pesce è rimasto vittima di un incidente stradale in moto e ha perso una gamba. La sua passione è la montagna. «Dopo l'incidente ho scelto un mondo che non è di certo inclusivo, la montagna, e sono riuscito a raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi. Le mie ascensioni sono condivise con altre persone, con un team che mi guida e che mi accompagna e cerco sempre razionalmente di mettere l'obiettivo all'interno delle mie possibilità, per non mettere a rischio le persone che sono con me. Vado su e mi diverto, e finché mi diverto è tutto più semplice». Antonio Fantin è reduce dalle Olimpiadi di Tokyo dove ha raccolto ben quattro medaglie, che gli sono valse la nomina a commendatore da parte del presidente della Repubblica Mattarella. «È importante sapersi rialzare, perché abbiamo un presente e un futuro da costruire. Per me l'acqua è stata una difficoltà all'inizio, una forzatura per la mia riabilitazione; poi è diventata appunto l'opportunità di rendere concreti i miei sogni, come quello delle Olimpiadi di quest'anno, che possono essere i sogni di molti». --m.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA


COLLEGAMENTO COMELICO – PUSTERIA Alto Adige | 14 Dicembre 2021 p. 33 Padola - Monte Croce, presentato ricorso al Tar passo monte croce Depositato il ricorso contro il collegamento sciistico Padola - Passo Monte Croce Comelico e le associazioni firmatarie sono Italia Nostra, Lipu, Mountain Wilderness e Wwf. «Ancora una volta la tutela dell'ambiente viene calpestata dagli interessi economici. Le associazioni ambientaliste hanno impugnato dinanzi al Tar del Veneto le delibere del Comune di Comelico Superiore con cui sono state approvate le varianti relative ai predetti interventi progettuali della Regione Veneto, denunciando che il comune di Comelico Superiore ha inteso procedere con il collegamento sciistico nonostante l'impatto fortemente negativo sull'ambiente in alcune aree protette dalla rete Natura 2000 e patrimonio Unesco».

Corriere delle Alpi | 14 Dicembre 2021 p. 30 Collegamento sciistico, gli ambientalisti al Tar COMELICO SUPERIORE Un'altra mazzata per il Comelico. Dopo la chiusura della galleria, arriva il possibile stop al collegamento sciistico tra la Val Grande e l'alta Val Pusteria, specificatamente il passo Monte Croce Comelico. Le associazioni ambientaliste Italia Nostra, Mountain Wilderness, Lipu e Wwf hanno infatti impugnato dinanzi al Tar del Veneto le delibere del Comune di Comelico Superiore con cui sono state approvate le varianti relative agli studi progettuali ed i sottesi pareri (Vas, valutazione ambientale strategica, e Vinca, valutazione di incidenza) della Regione Veneto, denunciando che «il Comune di Comelico Superiore ha inteso procedere con il collegamento sciistico nonostante l'impatto fortemente negativo sull'ambiente in alcune aree protette dalla rete Natura 2000 e patrimonio Unesco». Le associazioni non fanno altro che rilanciare i contenuti dei due pareri delle Commissioni regionali. «Entrambi i pareri evidenziano che i collegamenti comportano importanti criticità ambientali, quali la frammentazione di habitat e specie, la perdita di biodiversità, il disturbo della quiete invernale e il forte sfruttamento delle risorse idriche».Ma, attenzione, «nonostante le forti incidenze negative sulla Val Grande, ampiamente argomentate nei pareri, e la dubbia efficacia delle misure di mitigazione proposte, l'intervento è stato approvato. Ancora una volta la tutela dell'ambiente viene calpestata dagli interessi economici», protestano gli ambientalisti.Ed ecco la loro reazione che questa volta potrebbe lasciare il segno. Il primo a reagire è stato, guarda caso, Alfredo Comis, presidente di quel Comitato popolare contro la galleria del Comelico che potrebbe farsi carico anche della mobilitazione per il collegamento.«Ritengo che la prima reazione debba essere l'immediata convocazione della Conferenza dei servizi affinché tutti i soggetti coinvolti dicano finalmente la loro sull'argomento. Non è possibile aspettare ulteriormente, perché qui c'è veramente il rischio che un'infrastruttura tanto attesa e sospirata resti sulla carta», afferma Comis.Daniele Zandonella, albergatore a Dosoledo, oltre che consigliere comunale a Santo Stefano, invoca la «mobilitazione popolare, a cominciare», afferma, «dall'assemblea aperta di lunedì prossimo sulla galleria. Per il senatore Luca De Carlo, di Fdi, «è una situazione imbarazzante: ad anni di distanza ed a progetto finanziato stiamo ancora a discutere?».Immediata controreplica degli ambientalisti. «Il fatto che per il collegamento sciistico siano già stati stanziati 26 milioni, provenienti dal fondo dei Comuni confinanti (con la Provincia autonoma di Bolzano) rende ancora più grave la situazione, perché consolida un modo di procedere secondo il quale prima si stanziano dei contributi pubblici e solo successivamente si fanno le verifiche ambientali, indispensabili ed obbligatorie, che dovrebbero al contrario esserne il presupposto». Oltre ai fondi di confine, interviene nel finanziamento anche la società "Tre Cime" dell'imprenditore Senfter. --francesco dal mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 14 Dicembre 2021 p. 30 «Territorio unico ancora conservato nella sua integrità»


Gli ambientalisti spiegano che hanno presentato il ricorso «nello spirito di salvaguardia di un territorio, unico al mondo, prezioso, perché ancora conservato nella sua integrità che gli ha conferito il riconoscimento Unesco». Questo è anche il significato delle aree Natura 2000, che la normativa europea consente di alterare solo per ragioni di sicurezza pubblica. «Ogni altra motivazione è in queste aree secondaria rispetto alla tutela dell'ambiente. I fondi stanziati potrebbero essere in parte investiti per creare lavoro con un turismo innovativo, che differenzi il Comelico dalle offerte turistiche delle aree circostanti, valorizzando lo stato di conservazione dei luoghi che altrove è invece stato distrutto; ed in parte spesi per servizi a favore della collettività, che contrastino realmente e nel lungo periodo lo spopolamento».

Gazzettino | 15 Dicembre 2021 p. 11, edizione Belluno Carosello sciistico con la Pusteria: «Il ricorso ambientalista non spaventa» COMELICO SUPERIORE Il ricorso al Tar delle associazioni ambientaliste Italia Nostra, Mountain Wilderness, LIPU e WWF non getta nel panico il Comune di Comelico Superiore. L'amministrazione presieduta dal sindaco Marco Staunovo Polacco, dopo aver ricevuto la notifica del ricorso, sta valutando in questi giorni a quale studio legale appoggiarsi per resister in giudizio. «Sono sei anni che gli ambientalisti ci fanno la guerra - dice il sindaco - e non ci ha stupito più di tanto questo ulteriore tentativo di opporsi al nostro progetto di collegamento tra le piste di Padola e quelle di Passo Monte Croce, per riuscire a entrare in circuito con gli impianti della zona di Sesto Pusteria e Versciaco. Sappiamo che le nostre ragioni sono state riconosciute in vari contesti, non ultimi i pareri favorevoli della Commissione regionale e quindi andiamo davanti ai giudici amministrativi per riaffermare la validità del percorso che abbiamo fatto in questi anni come pubblica amministrazione, senza dover prendere lezioni da chi ci accusa di procedere con il collegamento sciistico nonostante l'impatto fortemente negativo sull'ambiente in alcune aree protette dalla rete Natura 2000 e patrimonio Unesco». Il sindaco Staunovo Polacco ribatte agli ambientalisti che ciò che scrivono sullo «spirito di salvaguardia di un territorio, unico al mondo, prezioso, perché ancora conservato nella sua integrità che gli ha conferito il riconoscimento Unesco; un valore che abbiamo il dovere di preservare anche per le generazioni future», è proprio ciò che è stato fatto nei secoli dalla popolazione ladina che ha abitato questa valle e ne ha modellato il territorio per poter sopravvivere in condizioni di difficoltà climatica e ambientale. IL NODO SOPRINTENDENZA «Noi andiamo avanti con il nostro progetto - ribadisce il sindaco - e il ricorso al Tar degli ambientalisti percorre una strada diversa, che avrà il suo iter e, visto che non è stata chiesta la sospensiva, ci vorranno mesi o anni per arrivare ad un giudizio. Nel frattempo continuiamo l'interlocuzione con la Soprintendenza di Venezia per una valutazione sulla fattibilità della stazione d'arrivo sull'altura di Colesei». Dopo la nomina di ruolo del Soprintendente Fabrizio Magani, l'amministrazione comunale di Comelico Superiore si è attivata per invitarlo a prendere visione sul posto del progetto che interessa l'area di Valgrande, con la costruzione degli impianti di risalita verso Col dla Tenda, dove c'è la pista di Padola, e verso Colesei, dove dovrebbe sorgere la stazione di arrivo su cui c'è stata in passato una diversità di vedute tra il Comune e i precedenti Soprintendenti. «Il nuovo Soprintendente Magani - dice Marco Staunovo Polacco - ha potuto vedere di persona le località interessate agli interventi progettati e ci siamo accordati per incontrarci nei primi mesi del prossimo anno per proseguire il confronto e trovare una soluzione che sia rispondente il più possibile alle esigenze sia nostre che della Soprintendenza». IL NODO FONDI Resta l'incognita sulla disponibilità della società Drei Zinnen, presieduta dall'imprenditore Franz Senfter, di proseguire ancora per mesi nell'attesa di poter realizzare l'investimento già deliberato per le opere degli impianti e delle strutture connesse. «Abbiamo avuto un incontro di recente con la società Drei Zinnen -afferma il sindaco - e i dirigenti hanno ribadito la volontà di mantenere l'impegno ad investire in Comelico per collegare Padola con Monte Croce e Sesto. Con loro si è concordato che il progetto non deve essere valutato soltanto per il collegamento sciistico, ma anche per il turismo estivo, valorizzando i sentieri in quota e favorendo quel tipo di turista che privilegia le camminate a piedi o i percorsi in mountain bike rispetto allo shopping e lo struscio nei centri affollati delle località più famose». Lucio Eicher Clere

Corriere delle Alpi | 17 Dicembre 2021 p. 30 Confindustria va all'attacco degli ambientalisti


COMELICO SUPERIORE Duro attacco all'ambientalismo da parte di Confindustria. È ormai un caso nazionale la vicenda del mancato collegamento sciistico tra la Val Grande ed il passo Monte Croce Comelico. Il direttore di Confindustria Dolomiti, Andrea Ferrazzi, l'ha infatti portata all'attenzione dell'assemblea dell'Uncem.«Il ricorso di Italia Nostra, Lipu, Mountain Wilderness e Wwf contro le delibere del Comune di Comelico relative al progetto di collegamento sciistico tra Padola e Monte Croce Comelico, è puro accanimento», ha detto, «contro un territorio e contro le sue comunità, perpetrato da un ambientalismo radicale e fatalista, imbevuto di ideologia e di risentimento». Il direttore ha evidenziato che: «Purtroppo, questo, è un copione che si ripete e che rischia, ancora una volta, di rallentare un percorso di sviluppo sostenibile di cui il Comelico - come molte altre aree montane del Paese - ha una necessità urgente: parliamo di un progetto che ha avuto tutti i via libera tecnici necessari e che è sostenuto dalla stragrande maggioranza dei comeliani». Il docente di Harvard Steven Pinker definisce "verdismo" questo ambientalismo animato da un'ideologia quasi religiosa che ripudia la tecnologia e la crescita economica per fare ritorno a una vita più semplice e naturale. «Proprio questa ideologia trova un terreno culturale particolarmente fertile quando si parla di montagna, perché si intreccia e rafforza quella visione stereotipata e romantica che identifica le Terre Alte come luoghi di sacralità, naturalità, tradizione, purezza», ha aggiunto Ferrazzi. «Contro questi stereotipi è necessario attivarsi insieme. Perché la montagna può sopravvivere e conoscere una nuova fase di sviluppo solo se sapremo adottare un'interpretazione al positivo della montagna, vista come spazio dell'opportunità, ma sempre con un forte intreccio con i saperi, le competenze, i mercati, le innovazioni delle città». Se i territori di montagna vogliono essere attrattivi e competitivi, devono uscire dalla contrapposizione con gli spazi urbani e accogliere modernità e progresso. Vale a dire: innovazione tecnologica, impresa anche manifatturiera, infrastrutture, collegamenti. -- fdm© RIPRODUZIONE RISERVATA

MOBILITA’ LUNGO LE STRADE SILVOPASTORALI Corriere delle Alpi | 18 Dicembre 2021 p. 21 «Stop a quad e bici sulle silvopastorali» Il decreto fa paura ma decide la Regione Alessia Forzin Belluno Stop ai fuoristrada, su due e quattro ruote, sulle strade forestali e silvo-pastorali? Ha alimentato un acceso dibattito, ieri, l'entrata in vigore del decreto del 28 ottobre con il quale il governo vieta il transito di tutti i mezzi che non siano quelli destinati alla cura del bosco sulle strade sterrate. Una legge che ha sollevato tante preoccupazioni, con un tam-tam che correva online su siti e riviste specializzate, anche fra gli amanti delle mountain bike, perché si temeva che la norma impedisse anche alle biciclette di percorrere questo genere di viabilità, con tutte le ripercussioni del caso sul fronte del turismo. Ma in realtà resta in capo alle Regioni il compito di disciplinare le modalità di utilizzo, gestione e fruizione delle silvo-pastorali e delle strade forestali, "tenendo conto delle necessità correlate all'attività di gestione silvo-pastorale e alla tutela ambientale e paesaggistica", si legge all'articolo 2 del decreto. La Regione Veneto ha già disciplinato il transito su questo genere di viabilità con una legge che risale a quasi trent'anni fa (è la legge 14 del 31 marzo 1992), e vista la potestà lasciata dal governo con la nuova norma, di fatto nulla cambierà.IL DECRETO DEL GOVERNOAd alimentare le preoccupazioni nel mondo degli appassionati dell'off road è stata l'entrata in vigore, giovedì, del decreto del ministro delle politiche agricole, di concerto con il ministro della cultura e con quello della transizione ecologica, "Disposizioni per la definizione dei criteri minimi nazionali inerenti agli scopi, le tipologie e le caratteristiche tecnico-costruttive della viabilità forestale e silvo-pastorale, delle opere connesse alla gestione dei boschi e alla sistemazione idraulico forestale". Oltre a definire cosa si intenda per viabilità forestale e silvo-pastorale, indicando anche le dimensioni minime delle strade, la norma assimila alla definizione di bosco queste strade e recita: "Indipendentemente dal titolo di proprietà, la viabilità forestale e silvo-pastorale e le opere connesse sono vietate al transito ordinario".Stop quindi a tutti i mezzi, come quad, fuoristrada, ciclo-cross, anche le mountain bike, scrivevano ieri le riviste specializzate, perché sarebbe consentito solo il passaggio di trattori e macchinari per effettuare lavori nei boschi.LA PRECISAZIONEMa lo stesso articolo dice anche che a disciplinare la fruizione di questa viabilità restano le Regioni. È arrivata anche una nota del ministro Patuanelli a chiarirlo.LA LEGGE REGIONALELa Regione Veneto ha normato la fruizione delle silvopastorali con la legge 14/1992 e alcuni interventi normativi successivi. Prevede che siano i Comuni a individuare questo genere di strade, e a girare l'elenco alla Regione. Nelle strade silvopastorali è vietata la circolazione dei veicoli a motore, fatta eccezione per i mezzi impiegati nei lavori agricoli e forestali, di vigilanza e antincendio, di assistenza sanitaria e veterinaria, per i mezzi dei proprietari dei fondi, dei titolari di altri diritti reali, degli affittuari e dei locatari di immobili situati nel territorio servito della strada, dei mezzi di chi debba transitare per motivi professionali. Possono transitarvi i regolieri (anche con mezzi a motore) e i velocipedi. I Comuni individuano negli strumenti urbanistici


le aree da destinare alla pratica degli sport fuoristrada.«Non abbiamo intenzione di modificare questa legge, che disciplina il transito sulle strade silvopastorali», spiega l'assessore regionale Gianpaolo Bottacin. Né la Regione ha alcuna intenzione di vietare il transito su queste strade alle biciclette e al cicloturismo, settore di rilievo per l'economia di una larga porzione del territorio e sul quale Venezia sta investendo e lavorando da parecchi anni. --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 18 Dicembre 2021 p. 21 Provincia e Dmo contro i divieti: il cicloturismo per noi è strategico le reazioni Giù le mani dal cicloturismo. Provincia e Dmo stanno investendo energie e risorse in questo settore, strategico per lo sviluppo di un segmento importante del turismo, e pensare a delle limitazioni appare improponibile.«Non si vadano a mettere divieti per le mountain bike», afferma il presidente uscente (e ricandidato) della Provincia di Belluno, Roberto Padrin. «Ho saputo della norma entrata in vigore nei giorni scorsi, ma credo che prima di tutto sarà da fare un confronto con la Regione per capire se ci sarà qualche tipo di modifica. Penso che il settore del cicloturismo sia strategico, sono d'accordo che il transito sulle silvo-pastorali e le strade forestali vada disciplinato, ma non si impongano limitazioni eccessive». Non è questa l'intenzione della Regione, anche perché la legge del 1992 indica che sono i Comuni, eventualmente, a definire eventuali divieto di transito su questo genere di viabilità.La Dmo, per parte sua, non si allarma. «Credo che la Regione sia la prima a non voler porre limitazioni al cicloturismo», commenta infatti la responsabile marketing e comunicazione, Elisa Calcamuggi. «Ha investito molto negli ultimi anni in questo settore e sta continuando a farlo. Se resta in capo alle Regione la potestà di disciplinare il transito sulle strade silvopastorali, penso che al limite bisognerà parlarne con la Regione». QUAD E CROSSE che dire invece dei veicoli a motore? Quad e moto da cross devono essere banditi per tutelare l'ambiente o si possono trovare delle forme di convivenza? Secondo Calcamuggi la soluzione migliore è sempre trovare una mediazione e una soluzione che permetta anche agli appassionati dell'off road di potersi divertire. «C'è una fetta di turismo anche qui», riflette. «Certo, bisognerebbe magari individuare delle aree specifiche, per evitare che mezzi a motore passino dove ci sono pedoni e bici». Un ragionamento si può aprire, con serenità e senza preconcetti, per individuare la miglior soluzione possibile.GLI IMPIANTILe mountain bike rappresentano un segmento importante per il turismo estivo. Ne sanno qualcosa gli impiantisti, che hanno investito parecchi soldi per attrezzare seggiovie e cabinovie per portare le bici in quota. Le strade forestali, poi, spesso sono l'unica possibilità per accedere agli impianti o alle zone dov'è necessario fare manutenzioni. Per questo dal Dolomiti Superski arriva un avvertimento: «Non è concepibile vietare il transito su queste strade, in generale», dice Andy Varallo. «In montagna questa viabilità è fondamentale per tanti motivi, spesso è l'unica presente in alcune zone: deve essere utilizzabile». --A.F.© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 20 Dicembre 2021 p. 21 Le Regole dicono "no" alle bici sui sentieri Salta il Cortina Trophy CORTINA Brutte notizie per gli amanti della bicicletta: l'edizione 2022 della Cortina Trophy è stata cancellata. Dopo cinque edizioni, l'asd Cortina Experience ha reso nota la decisione, da rimandare alla mancata autorizzazione da parte delle Regole d'Ampezzo a percorrere in sella ad una mountain bike i sentieri di competenza territoriale.«La gara è sempre stata organizzata nel massimo rispetto del territorio, con grande impegno da parte dell'organizzazione nel ripristino e nell'accurata pulizia del tracciato, ma tutto questo non è stato reputato sufficiente per concedere le indispensabili autorizzazioni», si legge in una nota dei vertici dell'associazione specializzata in attività sportiva outdoor.Tutti ebbe inizio nel 2016 quando l'asd Cortina Experience organizzò il suo primo evento a due ruote, il Wilier Trophy Cortina che successivamente divenne Cortina Trophy. «Tutto questo purtroppo è finito, non ci sono più le condizioni per realizzare l'evento, di per sé già molto impegnativo», prosegue il sodalizio nella nota, «è venuta a mancare una delle condizioni primarie. Ringraziamo tutti coloro che in questi cinque anni si sono prodigati al nostro fianco, dall'amministrazione comunale di Cortina d'Ampezzo passando per la Seam e l'associazione albergatori senza dimenticare tutte le associazioni ed organizzazioni che operano sul territorio per il bene di Cortina e dei suoi grandi eventi, non solo sportivi».Detto della cancellazione della Cortina Trophy, gli organizzatori hanno fatto sapere che sono al lavoro per mettere in piedi un evento alternativo, sempre a due ruote e concentrato attorno alla pratica della mountain bike. «Si svolgerà il 23 luglio», annunciano, rimandando i dettagli al prossimo futuro. --dierre© RIPRODUZIONE RISERVATA


FERROVIA DELL’AVISIO L’Adige | 2 Dicembre 2021 p. 33 Ferrovia dell'Avisio, il Ministero c'è FIEMME E FASSA Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è pronto ad affiancare la Provincia e Transdolomites, in uno studio di fattibilità relativo alla Ferrovia delle Valli dell'Avisio. Una notizia importante, frutto dei contatti iniziati in estate tra la Segreteria del ministro Enrico Giovannini, la Struttura tecnica di missione dello stesso ministero e Transdolomites, in previsione del convegno sui trasporti ferroviari che Transdolomites aveva in agenda il 28 ottobre 2021. Successivamente all'evento tenuto al Muse. il contatto non si è esaurito e il 23 novembre nella sede della Struttura tecnica di missione del Ministero ha avuto luogo un incontro tra alcuni alti dirigenti e l'associazione, invitata a presentare l'idea di progetto della Ferrovia delle Valli dell'Avisio.Alla riunione ha partecipato Massimo Girardi, presidente di Transdolomites, l'ingegnere Giovanni Saccà che con il professore Francesco Rossi e l'architetto Thomas Demetz ha elaborato lo studio sulle ipotesi di percorso della ferrovia Avisio e Ferdinando Stanta, consulente esperto di Economia dei Trasporti. Sono stati presentati alcuni passaggi qualificanti degli studi trasportistici promossi nel solco dell'idea di progetto della Trento-Penia nonché il concetto nel quale si colloca la proposta: quello di proporre una infrastruttura ferroviaria provinciale di collegamento intervallivo in grado di connettere tra loro le principali realtà delle valli dell'Avisio e di migliorare l'accessibilità al corridoio del Brennero. «Un progetto che riteniamo sia di interesse provinciale, nazionale ed europeo - sintetizza il presidente Massimo Girardi - in quanto attingendo dalla ferrovia del Brennero, soprattutto in previsione dell'entrata in esercizio della Galleria di base del Brennero, più ferrovie di vallata interagiranno con il Corridoio Europeo, maggiore sarà il potenziale trasportistico che esso potrà esprimere».Girardi riferisce che «è emersa una piena convergenza tra gli obiettivi enunciati nella proposta Avisiana e gli obiettivi sui quali il governo punta con il percorso di transizione ecologica che nel nostro caso riguarda il tema dei trasporti e del turismo in un'area di alto pregio ambientale quali sono le Dolomiti».Piena sintonia anche con le linee guida dell'Unione Europea anche qui nel settore dei trasporti e del turismo. Non a caso con la celebrazione del 2021 Anno Europeo delle Ferrovie, l'Ue ha individuato il treno come mezzo di locomozione del futuro. «Quello che è emerso nel corso della discussione è che l'idea-progetto del treno dell'Avisio ha un interesse locale, oltre che di connessione al Brennero, quindi deve essere chiesto da parte della Provincia l'intervento del Governo. Si è prospettata la possibilità che il Ministero chieda a Rfi, nell'ambito del contratto di programma (accordo con cui lo Stato definisce e finanzia gli investimenti sulla rete), di fare lo studio di fattibilità del treno dell'Avisio. Si tratta di un'attività al di fuori del Pnrr per la quale si dovranno comunque trovare le risorse per finanziare lo studio di fattibilità. La Pat dovrebbe quindi formalizzare una richiesta al Governo per essere affiancata e supportata nello studio di fattibilità. Conclusioni che soddisfano Transdolomites e convergono con la positiva apertura del presidente Maurizio Fugatti, che il 5 agosto scorso ha incontrato Massimo Girardi palesando l'interesse a muoversi nella direzione dello studio di fattibilità

WORKSHOP DOLOMITICI Messaggero Veneto | 1 Dicembre 2021 p. 35, edizione Pordenone Vajont, la valle guarda al futuro «Diventi terra di progettazione» l'incontro Il luogo del disastro del Vajont diventa cantiere di rigenerazione: lo Spazio di Casso ha ospitato "Visioni, progetti, proiezioni dal Vajont", workshop organizzato da Dolomiti contemporanee. L'incontro-dibattito ha dato il via a una discussione sulla valorizzazione funzionale del paesaggio dolomitico e di alcune sue singolarità problematiche: siti critici come il Vajont, l'ex villaggio Eni di Corte di Cadore, il trampolino Italia di Cortina d'Ampezzo. Aree dalla storia peculiare che possono trasformarsi in risorse. Un evento che ha riunito curatori, artisti, ricercatori, architetti, progettisti, università, geologi e amministratori per discutere le possibilità progettuali offerte dalla valle dal Vajont e più in generale dalle Dolomiti. «Il workshop ha come cornice quelle che furono le scuole elementari, che oggi ospitano le mostre d'arte e le attività di Dolomiti contemporanee - ha spiegato il sindaco di Erto e Casso e presidente del Parco delle Dolomiti


friulane, Antonio Carrara -. Questo edificio è una dimostrazione tangibile del fatto che le comunità di Erto e di Casso non si fermano solo al ricordo della tragedia immane che le ha colpite, ma vogliono progettare il futuro di quest'area». «Sono contento del tema prescelto: per la Regione la rigenerazione urbana e delle aree interne è uno dei punti più importanti - ha commentato l'assessore regionale Graziano Pizzimenti -. Quella del Vajont è un'area con potenzialità enormi che devono essere sfruttate. I ragionamenti ora non si fermano più ai singoli paesi o alle borgate, ma si allargano ad abbracciare intere aree vaste».All'interno del workshop si sono avvicendati rappresentanti del territorio e progettisti, come ha raccontato Gianluca D'Incà Levis, curatore di Dolomiti Contemporanee e del Nuovo spazio di Casso. «Il focus è su cosa significhi progetto nell'area del Vajont, che non deve essere solo terra di commemorazione ma anche di progettazione - ha detto -. L'uomo ha il dovere di guardare avanti. Il progetto si muove attraverso le capacità dell'uomo e del suo spirito, quindi presentiamo progetti d'arte, di architettura e di paesaggio. Componenti che vanno integrate ai molti altri strumenti a disposizione per costruire assennatamente i nostri paesaggi».

NOTIZIE DAI RIFUGI Gazzettino | 2 Dicembre 2021 p. 27, edizione Belluno Nato in rifugio: «Il Mulaz la mia vita» Ci sono degli incontri nella vita di ogni uomo che rimangono per sempre indelebili. Specialmente quando un bambino incontra una montagna. Ed è allora che questa montagna si ritaglia un piccolo posto nel cuore di questo bambino tanto da divenire una parte di esso. È stato così per Giorgio Adami. Oggi ha 76 anni, ma ricorda sempre con grande affetto e nostalgia quegli anni che trascorse ai piedi delle pareti del Focobon come gestore del Rifugio Giuseppe Volpi al Mulaz la struttura di proprietà del Cai di Venezia, posta a 2571 metri di altitudine nel comune di Falcade. LE RADICI «La gestione del vecchio rifugio - inizia a raccontare Adami - l'aveva mio bisnonno Agostino Murer che era anche guida alpina, molto conosciuta e richiesta specialmente nel settore delle Pale di San Martino. Il mio bisnonno si prendeva anche cura di mia mamma Rachele, che era rimasta orfana quando mia nonna appena la diede alla luce morì di Spagnola nel 1918». Inizia così, ancor prima di venire al mondo, il legame col Mulaz per Giorgio Adami. «Agostino si prese cura della sua nipote e ogni estate la portò con sé al Rifugio Mulaz, così mamma man mano che cresceva gli dava anche una mano nella conduzione - prosegue Giorgio -. Poi nel 1944 mio padre Silvio tornò dal fronte russo e con mia mamma decisero fare la stagione del 1945. Salirono nella buona stagione, assieme a mio bisnonno Agostino a gestire il rifugio e intanto nacqui io. La stagione del 1946 fu la prima stagione come gestori del Rifugio Mulaz di mio padre Silvio e di mamma Rachele e fu anche il mio primo incontro con sua maestà Il Focobon». LA GERLA Giorgio poi racconta la sua prima esperienza di salita, non proprio entusiasmante: «Avevo un anno e per trasportarmi mio padre ebbe la sciagurata idea di mettermi nella gerla in quanto ero più facile da trasportare. Salimmo in valle del Focobon e alla malga mio padre si fermò a fare scorta di burro che poi ripose con cura nella gerla sopra di me. Quando arrivò al rifugio si accorse che il burro si era completamente sciolto e io ero completamente imburrato». Ma da quel primo anno che Giorgio salì al Mulaz il suo attaccamento a quell'ambiente di alta montagna fu sempre maggiore e mentre lui cresceva le incombenze sue crescevano con l'età. L'INFANZIA E il racconto di Adami prosegue così: «Da bambino ricordo passavo spesso le estati a giocare da solo o magari qualche cliente mi prendeva per andare a fare un giro, poi man mano che crescevo papà Silvio, che era divenuto pure lui guida alpina, mi metteva sotto a fare piccoli e grandi lavori e così imparai piano piano a fare questo mestiere. Era ancora il tempo dei portatori: tutto veniva portato dal fondo valle a spalla o con il mulo. Fatiche colossali. Ricordo che quando si ampliò il rifugio nel 1956 si doveva trasportare tutto a mano. Ricordo che ad aiutarci erano venuti Vittorio Zus e Franco Manfroi. Mi ricordo che Franco faceva per tre volte al giorno dal fondo valle al rifugio con un sacco di cemento sulla schiena da cinquanta chili. Penso che quell'allenamento gli sia servito per diventare in seguito uno dei più forti atleti azzurri dello sci nordico di quegli anni». LA TERZA GENERAZIONE Nel 1970 Silvio passò la mano e la gestione passò a Giorgio e alla moglie Pia Crepaz che la proseguirono fino al 1994. «Furono anni molto belli - prosegue Giorgio -: al rifugio arrivarono tante persone tra cui molti alpinisti importanti sia valligiani che da fuori. Ricordo Armando Aste, Franco Solina e molti altri intenti a effettuare salite sul Focobon, erano gli anni d'oro dell'alpinismo in Dolomiti». I SOCCORSI «Molti furono anche gli incidenti in montagna e ovviamente il primo posto per cercare aiuto era il rifugio - continua a raccontare il rifugista - . E così ero spesso impegnato nell'indirizzare i soccorsi nei luoghi dell'incidente. Una volta, una comitiva di olandesi stava


scendendo dal Passo delle Farangole quanto il capo guida fu raggiunto alla testa da un masso che uno della comitiva gli aveva inconsapevolmente fatto patire dall'alto. Ricordo che mi portai sul posto e gli prestai i primi soccorsi. Fu quello uno dei primi soccorsi in cui intervenne un elicottero dell'Esercito, perché allora non c'era altro. Ricordo che era un vecchio elicottero che molto grande che stentava trovare lo spazio per atterrare, comunque in qualche maniera il ferito fu caricato e trasportato. Poi seppi che però, purtroppo, morì qualche giorno dopo». IL MUSEO Nel 1994 Giorgio Adami lasciò la gestione del Mulaz la moglie Pia si ammalò e poco dopo morì. Oggi Giorgio trascorre le giornate tra i ricordi dei suoi trascorsi tra quelle montagne incantate del Focobon e del Mulaz delle quali sono tappezzate le pareti della sua casa di Canale. Le immagini si alternano a quelle di tanti volti, di uomini e donne che con Giorgio hanno condiviso lo stesso amore per queste montagne: sono alle pareti, ma soprattutto nel cuore dello storico rifugista. Dario Fontanive

Corriere delle Alpi | 6 Dicembre 2021 p. 14 Il nodo del patrimonio edilizio Il Cai chiede via libera sui rifugi le proposte La relazione allegata all'aggiornamento del Piano del Parco elenca gli obiettivi del 2001, ciò che è stato realizzato e le proposte per il futuro. Importante la mole del lavoro fatto finora e vale la pena partire dalle possibili inclusioni di aree esterne. Una revisione dei confini causata di mappe su scala troppo grande c'è già stata, con un ampliamento di circa lo 0,9% della superficie, e per il futuro ci sono due prospettive: gli ampliamenti e la definizione di corridoi ecologici. Per fare qualche esempio, si pensa a: un raccordo con il Parco di Paneveggio; l'estensione del perimetro sud fin quasi alla strada pedemontana, a est fino all'Alemagna, a nord est con un corridoio fino al Parco delle Dolomiti Friulane, a nord fino al Maè e al passo Duran; l'inclusione di piccole frazioni a Rivamonte, Gosaldo, Sangron e infine l'inclusione dei principali corsi d'acqua fino al Piave. Il tutto ovviamente in accordo con i Comuni e le popolazioni locali. A breve termine si pensa all'inclusione nel Parco dei boschi della Valle di San Agapito, della forra dell'Ardo fino all'ex centralina, della gola del Desedan, della forra del Grisol, della forra del Maè, della prima parte della Val Clusa, della riserva naturale della Val Tovanella (attraverso un corridoio ecologico), di aree sommitali del monte Coppolo e dei principali biotopi esterni: il Vincheto di Celarda attraverso un corridoio ecologico lungo il Caorame, gli stagni di Sant'Eustachio, le Masiere e il lago di Vedana. Per quanto riguarda le infrastrutture, gli obiettivi del piano 2001 sono stati quasi interamente realizzati, andando anche oltre o rinunciando ad alcune previsioni che si rivelavano non strategiche. Per quanto riguarda le malghe sono stai investiti 2 milioni di euro che, insieme al lavoro fatto anche dai Comuni, hanno permesso di avere cinque malghe attive: Casera dei Boschi (Pedavena), Vette Grandi (Sovramonte), Erera (Cesiomaggiore), Pramper (Val di Zoldo) e Pian dei Fioch (Belluno). È stato di 330 mila euro l'investimento su rifugi e bivacchi in sintonia con il Cai e con i gestori. Tre i sentieri natura realizzati: Val Falcin, Val Canzoi e Val Pramper; cui si aggiungono i recuperi o miglioramenti di alcuni tracciati escursionistici importanti per raggiungere le strutture: il sentiero di accesso al rifugio Dal Piaz, al Pian de Fontana, alla malga Alvis, sul monte San Mauro, in Val Rui Fret, attorno al monte Pizzocco e tra la Val del Grisol e la Conca di Cajada. I sentieri tematici realizzati sono: i cadini del Brenton, i circhi delle Vette, le chiesette pedemontane, i covoli in val di Lamen, la montagna dimenticata (vie militari e di minatori) la via degli ospizi e la foresta (Cajada), oltre ad altre valorizzazioni. Infine i centri visitatori a Pedavena, a Belluno (ex Caserma dei Vigili del Fuoco) e le ex miniere di Valle Imperina. A questi si aggiungono le aree di sosta attrezzate e gli edifici per la fruizione turistica, come Candaten, la Casa al Frassen e l'Ostello Imperina, il giardino botanico in val del Mis, il Centro di educazione ambientale in Val Canzoi e il punto di osservazione della fauna a Salet.Per il futuro l'obiettivo è di migliorare la gestione delle strutture aumentandone la visibilità e completare alcuni interventi. Se ce ne saranno le risorse si pensa anche a un centro visitatori a Forno di Zoldo (ex scuole elementari), un punto informazioni a Gosaldo, il recupero delle gallerie di Valle Imperina e altri allestimenti. --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Trentino | 9 dicembre 2021 p. 6 «Rifugi, le tariffe vanno riviste È finita ormai l’era dei cameroni» Alimonta lascia la guida dell’associazione: «Con la Sat ci sia condivisione» Di Dafne Roat


TRENTO Ai piedi della Vedretta degli Sfulmini, uno degli scenari più affascianti e maestosi del Brenta, padre e figlio si guardarono negli occhi e dissero: «Ci vorrebbe un Rifugio quassù». Ezio Alimonta era insieme al papà Gilio, anche lui guida alpina. Ricorda ancora quel momento, era il 1968. Da allora sono trascorsi più di cinquant’anni ed è cambiato il mondo, ma anche il modo di vivere la montagna. Non è solo la tecnologia a segnare il passo del cambiamento, ma sono mutate le idee e le esigenze e, soprattutto, gli escursionisti. Lo storico fondatore del Rifugio Alimonta e presidente dell’Associazione Rifugi lo sa bene e nel giorno del saluto ai Rifugisti, per il passaggio del testimone al nuovo presidente, che sarà eletto nei prossimi giorni, ricorda uno dei temi caldi: le tariffe. «Vanno riviste, non è ammissibile che per dormire si faccia spendere 7 euro, considerate le spese che i Rifugi devono sostenere», afferma. Poi guarda alla Sat: «Vi siano proposte congiunte». Un impegno «a collaborare», che viene rimarcato anche dalla presidente della Società alpinisti tridentini, Anna Facchini: «Serve coordinazione e coordinamento. I gestori sono anche imprenditori e sui nuovi tariffari cercheremo di non avere voci differenti». Alimonta, nel suo discorso di saluto è tornato sul dibattito relativo alle tariffe. Servirebbe una revisione al rialzo o una riflessione più ampia sui costi dei Rifugi? «Per me è inammissibile che un escursionista fino ai 25 anni paghi solo sette euro per dormire, capisco un ragazzino che pesa sulle spalle delle famiglie, ma non un giovane. Vanno bene gli sconti a soci e associati, ma servono nuovi ragionamenti, così come deve esserci un bilanciamento con i gestori privati dei Rifugi, altrimenti non so come potranno restare in piedi. Anche i prezzi vanno ritoccati?» Si riferisce alle bevande? «Si, ma non solo. I Rifugi guadagnano poco con la somministrazione degli alimenti perché devono affrontare costi esorbitanti di trasporto. I rifornimenti vengono portati in quota, a oltre 2.000 metri, con la teleferica e con l’elicottero, i costi sono importanti. Poi ci sono le spese per l’elettricità. Le faccio un esempio: una birra acquistata nel Rifugio costa meno che in paese». Quindi bisogna alzare i prezzi? «Almeno eguagliarli a quelli dei bar e dei locali a valle. Inoltre se si vuole dare un futuro ai Rifugi bisogna cambiare mentalità». A cosa si riferisce? «Bisogna modernizzarsi, essere capace di rinnovarsi per stare al passo con i tempi». Cosa ne pensa del dibattito sull’architettura dei nuovi Rifugi? Sul nuovo progetto del Tonini, ad esempio, ci sono tante perplessità e in Svizzera si fanno addirittura concorsi di architettura alpina. Secondo lei promuovere questo nuovo tipo di design di montagna, più moderno e con volumi superiori rispetto a quelli dei Rifugi storici, è una forzatura o una sperimentazione positiva? «Credo che dal punto di vista architettonico possono restare come sono, ma gli interni vanno cambiati. La gente oggi ha altre esigenze e non possiamo restare indietro. Penso ai Rifugi dell’Alto Adige, le camere sono dotate di doccia e lavandino, sono servizi che i clienti cercano, non possiamo restare l’ultima ruota del carro. Anche la Sat ha capito che i cameroni non servono più a niente, ce lo ha insegnato anche il Covid.È finita l’era dei cameroni, servini stanze più piccole e bisogna modernizzarsi, altrimenti si va a morire. Quando ho costruito il Rifugio per venti clienti mi bastavano 30 litri di acqua calda, si facevano loro il tè e lo mettevano nelle borracce. Oggi me ne servono ottanta, perché vogliono trovare il té e caffè fatti, chiedono più servizi. Non non si può restare fermi a cinquant’anni fa». È cambiato il modo di vivere la montagna? «Assolutamente si, un tempo erano tutti arrampicatori, ora sono famiglie che vogliono fare l’escursione, che camminano. C’è molta più gente che va in montagna rispetto al passato, ma in modo diverso, si muovono senza capire cos’è un Rifugio, spesso conoscono poco anche le regole della montagna». Le restrizioni causate dalla pandemia hanno pesato molto anche sui bilanci dei Rifugi, come si è chiusa la stagione? Quali sono prospettive per il nuovo anno? «La stagione è andata bene, i Rifugi hanno lavorato molto, nonostante le restrizioni. Ma fare previsioni per il prossimo anno sarebbe un azzardo, cambiano le regole ogni dieci giorni, è difficile pensare al futuro».

L’Adige | 18 Dicembre 2021 p. 13 I soci dell'associazione hanno scelto come guida una donna, che gestisce anche il Roda de Vael Si declina al femminile la nuova presidenza dei Rifugi del Trentino.È infatti Roberta Silva la nuova guida, scelta nel primo incontro del nuovo direttivo, eletto dai soci con l'Assemblea elettiva del 30 novembre scorso. Da questo primo confronto sono usciti i nominativi del nuovo presidente, del vice e dei consiglieri con delega dell'Associazione Gestori Rifugi del Trentino che saranno in carica per il prossimo triennio. La presidente sarà una donna: Roberta Silva, che gestisce il rifugio Roda di Vaèl, in Catinaccio, il suo vice sarà Raffaele Alimonta, dell'omonimo rifugio di famiglia in Brenta. La nuova squadra del Consiglio è forte di quattro giovani rifugisti sotto i quarant'anni ai quali viene affidata voglia di innovare e nuova visione.Per la neo presidente gli obiettivi del nuovo direttivo sono chiari:


«Creare ulteriore identificazione e consenso nell'Associazione Gestori Rifugi del Trentino, quindi allargare la base associativa, per avere una realtà associativa forte e numerosa. E far vedere che l'Associazione è attiva sia sul fronte dei rifugisti che nei confronti del pubblico degli utenti. Per questo verrà creato un canale Telegram dedicato ai Rifugi, un Whatsapp business, per riuscire a coinvolgere sui territori i gestori dei rifugi. Purtroppo - spiega ancora Silva - in questi due anni di pandemia è stato molto difficile gestire e coinvolgere gli associati. Un'azione di ascolto ed operativa saranno i primi passi concreti». L'Associazione si propone come la rappresentante di tutto il settore della montagna trentina. Quindi una squadra operativa nuova che avrà dei ruoli appena definiti. Jacopo Bernard del Rifugio Vallaccia in Val Monzoni si occuperà della comunicazione insieme a Virna Pierobon. Daniele Rosi, del Rifugio Passo Principe, sarà responsabile dei rapporti con la Provincia di Trento, in coordinamento con la presidente Silva e il vice Alimonta. Lorenzo Battisti del Rifugio Pertini si occuperà infine di curare i rapporti con gli associati con l'obiettivo di accrescere il numero degli stessi. Gli altri componenti del Direttivo sono Francesca Debertol del Rifugio Contrin e Mara Iagher del Rifugio Treviso, riconfermate rispetto al direttivo uscente al quale sono andati i ringraziamenti dei soci per il lavoro svolto in questi anni difficili.Una donna, che gestisce un rifugio, rappresenta dunque una grande novità alla presidenza dell'Associazione Gestori Rifugi del Trentino, che è federata con Asat dal 2008, come associazione dei proprietari e dei gestori di rifugio. «È una carica molto importante, della quale sono molto onorata ha dichiarato Roberta Silva - mi spaventa pur essendo stata per tre anni la vice di Ezio Alimonta che ringrazio ancora per il suo lungo impegno a favore dell'Associazione. La responsabilità ora di essere presidente in prima persona è tanta. Quello che mi preme veramente è che si crei un ottimo lavoro di squadra coinvolgente e proattivo per tutti. Solo così possiamo pensare di realizzare progetti nuovi e vedere l'evidenza dei risultati. Vogliamo essere la squadra di tutti e per tutti i Rifugi del Trentino». Guardando alla storia delle Dolomiti e delle montagne in generale, l'elezione di una presidente donna è il riconoscimento di uno storico impegno femminile nelle attività di ospitalità in alta montagna, con un'offerta di qualità riconosciuta e apprezzata dall'utenza.

NOTIZIE DAI PARCHI Gazzettino | 1 Dicembre 2021 p. 8, edizione Treviso – Belluno Parco, cantieri per 8 milioni: anche restyling di villa Binotto L'Ente Parco in piena attività: cantieri in provincia per 8 milioni di euro. Tra i più consistenti, la sistemazione della sede a Feltre, la caserma dei carabinieri di Longarone e il centro Rossi di Belluno. Nel corso della scorsa settimana si è tenuta la comunità del Parco la quale aveva quale punto principale all'ordine del giorno il bilancio. «Il bilancio 2022 spiega il presidente dell'Ente Parco, Ennio Vigne -, si caratterizza per alcuni aspetti. Quello più importante è il fatto che abbiamo circa 8 milioni di opere pubbliche in corso. Una cifra rilevante soprattutto per un Ente che non nasce per questo tipo di attività». IL LAVORO Proprio perché le opere non sono la mission primaria del Parco, gestire 8 milioni di cantieri non è per nulla facile, soprattutto se bisogna poi fare i conti con l'assenza del direttore (l'iter per la sua individuazione sta andando avanti) e la mancanza di due dipendenti, in quanto «siamo a 11 rispetto ai 13 previsti; la sostituzione possiamo farla solo con mobilità e non con concorso, e al momento nessuno si è presentato. Chiaramente il Parco è meno appetibile rispetto ad un comune», aggiunge Vigne. I cantieri in corso, come detto, sono tanti: la caserma dei carabinieri di Longarone, il centro Rossi a Belluno, il fabbricato in Valle Imperina, il cantiere in Valle del Mis, il cantiere della sede a Feltre e la ciclabile di Santa Giustina. «Per il prossimo anno stimiamo di avere un avanzo di amministrazione corposo, di 500mila euro, che ci consentirà di portare avanti tutte le altre iniziative» illustra ancora il presidente. RAPPORTO TRA ENTI Nel corso della presentazione del bilancio il presidente ha spiegato l'ottima collaborazione che c'è con tutti gli enti che collaborano con il Parco, il primis le sezioni Cai con le quali «apriremo un ragionamento nel 2022 in quanto, oltre alla convenzione già in essere, il prossimo anno avremo a disposizione 400mila euro di contributo ministeriale per la sistemazione della sentieristica. Con loro adesso cercheremo di capire come movimentarli», afferma Vigne. Inoltre, sempre sulla sentieristica, c'è un altro contributo preso nei mesi scorsi sul ripristino dei muretti a secco da gestire. Stretta anche la collaborazione con i comuni. Per quanto riguarda Cesiomaggiore, per esempio, «abbiamo finanziato una giornata ecologica in Val Canzoi che ci ha permesso di mettere in sicurezza La Santina ma anche l'accesso alla struttura Al Frassen; l'obiettivo è quello di dare in gestione la struttura con la prossima stagione estiva». Per quanto riguarda Pedavena «è in essere una progettazione per quanto riguarda tutta l'area di Pian D'Avena, che stiamo portando avanti con il comune e con le realtà del territorio». LA RICERCA La mission principale dell'Ente Parco è però la ricerca scientifica. «Abbiamo una convenzione con l'università di Pavia per quanto riguarda la flora spiega Vigne - e stiamo portando avanti l'attività sul lupo. Abbiamo fatto pochi giorni fa una riunione a Longarone,


secondo me molto importante e sentita. C'erano un centinaio di persone e il dibattito è stato interessante, con l'esposizione delle varie posizioni sulla tematica. Visti anche gli ultimi episodi accaduti (Pedavena e Feltre solo per ricordare gli ultimi attacchi), dobbiamo imparare che è importante cambiare le nostre abitudini, però la convivenza è sicuramente possibile. Basta vedere in Abruzzo». Altra mission del parco è quella della promozione del territorio, per questo il Parco sta stringendo collaborazioni sia con le realtà imprenditoriali del territorio sia anche con la Dmo. REGOLAMENTO DEL PARCO Nel frattempo sono stati aperti i termini per la presentazione delle osservazioni sul nuovo regolamento del Parco, approvato dal direttivo nell'agosto scorso. Chi volesse presentare delle osservazioni lo potrà fare via posta elettronica certificata all'indirizzo entepndb@postecert.it utilizzando l'apposito modulo entro il 24 gennaio 2022. Le osservazioni potranno essere molto pratiche. Un esempio? I Cai chiederanno di poter prevedere dei piccoli ampliamenti dei rifugi, magari per la realizzazione di servizi igienici anche per le persone con disabilità. Eleonora Scarton

Corriere delle Alpi | 6 Dicembre 2021 p. 14 Il Parco si aggiorna: revisione del piano Pronti ad allargarsi e allentare i vincoli Irene Aliprandi Belluno Il Piano del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi risale ormai al lontano 2001, ma in realtà il suo iter non si è mai concluso e formalmente non è mai entrato pienamente in vigore. Sembra incredibile e un po' lo è, ma il presidente Ennio Vigne ha deciso di cogliere questo ritardo come un'opportunità. Nasce così la fase di aggiornamento del piano, elaborata e adottata dal consiglio direttivo del Parco lo scorso agosto e ora sottoposta alle osservazioni di tutti i possibili interessati.l'incontro del 13 dicembreIl 25 novembre scorso è stato pubblicato nel sito web del Parco www.dolomitipark.it l'avviso per la consultazione pubblica dell'aggiornamento del Piano per il Parco ed entro il 24 gennaio 2022 chiunque potrà presentare le proprie osservazioni. Per illustrare questo importante passaggio e fornire indicazioni utili alla formulazione di eventuali osservazioni al Piano, l'Ente Parco ha organizzato un incontro pubblico rivolto a singoli e associazioni operanti sul territorio, lunedì 13 dicembre dalle 11 alle 13 nella sala conferenze di Villa Patt a Sedico. da ritardo a opportunità«La pianificazione non è un processo breve e i piani dei Parchi hanno una vita molto lunga», osserva il presidente Vigne. «Il fatto che l'iter formale non si sia chiuso va guardato in ottica positiva, perché prima che succeda possiamo aggiornarlo senza doverlo rifare e questo è un bene. Bisogna guardarla come un'opportunità per riscrivere ciò che non è più attuale. Perché molte cose sono cambiate in questi vent'anni». Giusto per fare un esempio di quanto gli enti superiori siano rilassati nell'analisi dei documenti prodotti dal Parco, basti pensare che il 7 ottobre è stato approvato il regolamento del Parco datato 2009. «Vogliamo inserirci nell'iter per capire se ci sono delle necessità diverse, in tutto il Parco o in alcune sue zone e come conviene aggiustare lo strumento di pianificazione» aggiunge Vigne, che ricorda i due pilastri di un Parco: la tutela e la promozione del territorio, un concetto, quest'ultimo, che è cresciuto nel tempo e oggi i Parchi non sono più delle isole inaccessibili, ma dei luoghi dove il dialogo con le comunità locali è la priorità e gli effetti benefici si possono ben misurare. un parco più grande«In un futuro molto prossimo potrebbero arrivare ulteriori novità importantissime. Si tratta di capire come potrà essere questo territorio tra 10 anni e adeguare ora lo strumento anticipando i tempi», insiste il presidente.Vigne cita, come esempio tra i più rilevanti, l'ipotesi che il corridoio dell'Ardo entri a far parte del Parco. Una strada già tracciata dal Comune di Belluno nel nuovo Pat, ma che diventerà realtà solo se la prossima amministrazione lo deciderà: «Le proposte di modifica dei confini del Parco spettano alle amministrazioni comunali. L'Ardo ha eccezionalità naturalistiche e scientifiche notevoli e meritevoli. Con l'inserimento nel Pat è possibile aprire il percorso affinché quella zona venga tutelata, ora le condizioni ci sono, ma è una scelta politica forte che non può essere presa da un'amministrazione a fine mandato, quindi attendiamo la prossima».un gradimento in crescitaLa discussione sull'ampliamento dei confini, che è già avvenuta anche in passato, potrebbe però non riguardare solo Belluno. Vigne non svela quale, ma sottolinea che perfino una riserva di caccia si è fatta avanti per chiedere di agganciare una porzione del territorio di competenza al Parco: «Con il passare degli anni e una gestione attenta ai bisogni della comunità locale, anche le contrapposizioni con i cacciatori si sono attenuate», osserva Vigne con un comprensibile orgoglio. Eventuali ampliamenti, però, andranno fatti con cura: «Non faremo più l'errore del passato, tracciando confini su mappe in scala 100 mila. In futuro i confini si disegneranno con i mappali».il territorio è cambiatoTra i cambiamenti di questi anni c'è anche il ritorno dei grandi predatori, prima di tutto il lupo che dimostra come il territorio sia cambiato in questi anni. «Con il ritorno del lupo non possiamo più permettere che le greggi stiano al pascolo incustodite. I pastori devono rimanere con le greggi, quindi è necessario dare loro un alloggio all'interno del Parco».il patrimonio immobiliareProprio il tema dell'edilizia nell'area protetta è uno dei più rilevanti nell'aggiornamento in corso. «All'interno del Parco il patrimonio immobiliare è notevole ma ci sono pochissime abitazioni di residenti», ricorda Vigne, «solo qualche decina. Al momento ogni aumento di volumetria è vietato e questo significa che non si può fare nemmeno un cappotto. Chi


ha una casa nel Parco non può sfruttare i bonus per la ristrutturazione, l'efficientamento energetico e nemmeno l'antisismico. È necessario far sì che ogni caso si possa valutare singolarmente, aprendo la possibilità di interventi di riqualificazione». A chiederlo, con una delle osservazioni già arrivate, è il Cai, che ha lo stesso problema con i rifugi: «Le norme per i rifugi sono cambiate e gli edifici devono adeguarsi, ma questo comporta un aumento di volumetria. Se viene impedito il rifugio deve chiudere e per il Parco rappresenta una grave perdita», sottolinea il presidente.Vigne cita anche Pian d'Avena, che ha le potenzialità per diventare come Pian Falcina, o Candaten «che possiamo permetterci di completare». --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Veneto | 12 Dicembre 2021 p. 15, edizione Treviso – Belluno Piano del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi Area protetta allargata fino all’Ardo Belluno Il Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi aggiorna il suo Piano strategico. O meglio sarebbe dire lo completa. Perché pare incredibile ma l’iter di approvazione del Piano attuale, iniziato vent’anni fa esatti, non si è ancora ufficialmente concluso. Di fatto il Piano non è mai entrato completamente in vigore. Un’ordinaria storia di burocrazia pachidermica: basti pensare che, solo a inizio ottobre scorso, è stato approvato dal ministero il regolamento del Parco, datato 2009. Ora sembra finalmente giunto il momento buono. Il 25 novembre sul sito internet del Parco nazionale è stato diffuso l’avviso pubblico per la consultazione dell’aggiornamento del Piano e dei suoi documenti allegati (adottati dal consiglio direttivo lo scorso agosto). Chiunque potrà scaricarli, valutarli ed, entro il prossimo 24 gennaio, presentare le proprie osservazioni. Insomma, alla fine un ritardo potrebbe trasformarsi in un’opportunità. Così almeno la pensa il presidente dell’ente, Ennio Vigne, che ha recentemente affermato come questa sia la possibilità per aggiornare il Piano senza doverlo rifare da capo, eliminando ciò che non è più attuale e cogliendo i nuovi stimoli che arrivano dal territorio. Come, ad esempio, l’idea di allargare i confini dell’area protetta, accogliendo al suo interno il corridoio dell’asta del torrente Ardo, nel capoluogo, come già prevede il nuovo Pat (Piano di assetto territoriale, l’ex Prg) cittadino. La volontà è quella di coinvolgere il più possibile attori e portatori di interesse, attraverso un processo il più possibile partecipato. Ecco perché, per spiegare tutti i passaggi e fornire indicazioni utili alla formulazione delle osservazioni, il Parco ha organizzato un incontro pubblico. Appuntamento domani mattina, dalle 11 alle 13, nella sala conferenze di Villa Patt, a Sedico . (M.G.)

INTERVISTE ED EDITORIALI L’Adige | 21 Dicembre 2021 p. 39, segue dalla prima Autonomie alpine fra passato e futuro di Annibale Salsa Non so se la data scelta dall'amico Mauro Marcantoni per la pubblicazione sull'Adige (19 dicembre) dell'articolo dal titolo: «Dialogo immaginario sull'Autonomia» sia una fatale coincidenza. Certamente, le riflessioni di Marcantoni - che di autonomia trentina se ne intende - cade proprio nel giorno dell'anniversario della «Carta di Chivasso» (19 dicembre 1943). Si tratta di una data importante per la storia del pensiero autonomistico all'interno delle regioni alpine italiane: un primo tentativo di porre su nuove basi l'assetto istituzionale futuro dell'Italia dopo la caduta del fascismo (8 settembre 1943). Da un punto di vista storico, il tema delle autonomie si pone allorquando la nascita degli Stati nazionali moderni, fondati sull'equazione Stato-Nazione, tende ad assimilare in un unico e indivisibile Stato centralizzato secondo il modello giacobino - un popolo, un ordinamento, un territorio - i piccoli popoli che, negli ordinamenti di «Antico Regime», costituivano il variegato mosaico degli Stati territoriali alpini. Il problema del rapporto fra minoranze e maggioranze in chiave etnico-linguistica non si poneva affatto nei contesti politico-amministrativi pre-moderni. Ognuno parlava la propria lingua e, per comunicare, ricorreva a una lingua franca compresa da tutti. Le comunità di montagna si autogovernavano dal tardo medioevo (secoli XII-XIII-XIV) sulla base di prerogative e privilegi concessi dai Signori territoriali a compensazione per le condizioni estreme di vita e di lavoro richieste in presenza delle grandi trasformazioni agrarie. Queste


trasformazioni si possono riassumere in interventi radicali di esbosco, di de-cespugliamento, di spietramento, destinati a cambiare i paesaggi della montagna e a spingere ad altitudini sempre più elevate gli insediamenti stabili a seguito del riscaldamento climatico medievale. I privilegi riconosciuti ai dissodatori consistevano in quelle «libertà di dissodamento» colonico che in molte regioni alpine verranno a costituire il fondamento delle autonomie (Comunità walser e masi bavaro-tirolesi). In altri casi, sarà la conferma di antiche pratiche di autogoverno dei beni collettivi (pascoli e boschi) che le comunità degli «Antichi originari» («Regole», «Magnifiche Comunità», «Vicinie», «Consortèle», «Consorterie», «Patriziati») tramandavano da tempi lontanissimi - «ab immemorabili» - già in epoca pre-romana. In questo ambito vanno inquadrate le autonomie trentine, valdostane, ampezzane. A partire dal XVIII secolo gli Stati moderni, in primis la Francia e successivamente lo Stato Sabaudo (Vittorio Amedeo II) e l'Impero Asburgico (Giuseppe II), cercheranno di rafforzare il potere centrale a scapito delle autonomie territoriali. Anche il Trentino vedrà rifiutata, nel XIX secolo, la richiesta di autonomia nel quadro della Provincia del Tirolo. Il trionfo dei nazionalismi e degli sciovinismi, nati nell'Ottocento su basi democratiche ma trasformatisi nel successivo secolo XX in totalitarismi, segnerà la fine delle autonomie e il tentativo di assimilare i "popoli diversi" in un'unica compagine nazionale. L'affermarsi degli Stati nazionali porterà le antiche comunità ad auto-percepirsi «minoranze etnico-linguistiche» e ad assumere atteggiamenti conflittuali nei confronti del potere centrale. Questo atteggiamento, indotto dagli eventi, contribuirà a far passare nella pubblica opinione l'idea che il diritto all'autonomia debba riguardare soltanto i piccoli popoli che parlano una lingua diversa da quella nazionale. Ancora oggi molti italiani pensano che il Trentino, per il fatto di essere una Provincia italofona, non meriti il riconoscimento di uno Statuto Speciale che invece spetterebbe - seppur obtorto collo - alla Provincia di Bolzano o alla Valle d'Aosta. Nei dibattiti e nelle riflessioni di molti commentatori rimbalza spesso questa narrazione che trova, in un'opinione pubblica digiuna di queste cose, una conferma del tutto scontata, quasi ovvia. Troppo frequentemente, per carenza di documentazione storico-giuridica, ci si dimentica che le autonomie alpine trovano la loro giustificazione millenaria nella peculiarità dei territori. Quelle forme di autogoverno venivano accordate sulla base di motivazioni economiche e sociali, non etniche e linguistiche.Nella ricorrenza della «Carta di Chivasso», sottoscritta clandestinamente fra esponenti di spicco della comunità valdostana e di quella valdese a tre mesi dalla caduta del regime, riemerge un tema ancora oggi attuale nel dibattito fra regionalisti e federalisti. Nel documento si afferma testualmente: «Il federalismo rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l'avvento di una pace stabile e duratura. Un regime federale e repubblicano a base regionale e cantonale è l'unica garanzia contro un ritorno della dittatura». E ancora: «Alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrative autonome sul tipo cantonale. Ad esse dovrà comunque essere assicurato, quale che sia la loro entità numerica, almeno un posto nelle assemblee regionali e cantonali». Tema attualissimo anche in Trentino è quello degli accorpamenti fondiari necessari a contrastare la frammentazione dei fondi agricoli, pregiudizievole per l'agricoltura di montagna. Nel documento di Chivasso si sostiene la: «necessità di scambi e compensi di terreni e una legislazione adeguata della proprietà familiare agraria troppo frammentata» al fine di contrastare il fenomeno dello spopolamento. Altro punto fondamentale è la richiesta di una: «totale autonomia in materia scolastico-culturale, economico-agraria, lavori pubblici e ordine pubblico in ambito locale». In quel contesto particolare le tesi regionaliste dello storico valdostano Federico Chabod - fautore della nascita di una Regione autonoma a Statuto speciale (come sarà la Valle d'Aosta e il Trentino-Alto Adige relativamente al primo Statuto) - si confronteranno con quelle federaliste del padre dell'autonomia valdostana Émile Chanoux, fautore di uno Stato italiano su basi federali secondo il modello svizzero dei Cantoni (ossia Repubbliche autonome e non semplici Regioni). Nella Costituzione della Repubblica italiana (1 Gennaio 1948) il modello regionalista, più blando in fatto di autonomia rispetto a quello federale, avrà la sorte migliore. Tuttavia la primogenitura valdostana nel dibattito sulle autonomie alpine, dove il federalismo verrà contrapposto al regionalismo, trova una parziale conferma ancora oggi nelle funzioni accorpate di Presidente regionale e di Prefetto/Commissario di Governo che lo Statuto di quella Regione autonoma prevede, caso unico in Italia. Nell'anno 2030, secondo le previsioni di Mauro Marcantoni, qualche funzionario ministeriale (o qualche politico locale) se ne ricorderà? Annibale SalsaUniversità della Valle d'Aosta


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