Rassegna Stampa Dolomiti UNESCO | Aprile 2022

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RASSEGNA STAMPA APRILE 2022

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PRINCIPALI ARGOMENTI DALLA RASSEGNA STAMPA DI APRILE: HOT SPOT: PROBLEMI E PROPOSTE DI GESTIONE DEI FLUSSI ........................................................................ 3 MONTAGNA SICURA .......................................................................................................................................... 8 IL TURISMO DEL BENESSERE E I SUOI IMPATTI SULL’AMBIENTE .................................................................. 10 CAMBIAMENTI CLIMATICI E SICCITA’ .............................................................................................................. 12 ELITURISMO ..................................................................................................................................................... 17 OLIMPIADI: GLI AGGIORNAMENTI.................................................................................................................... 18 MOBILITA’: IL DIBATTITO E LE PROPOSTE ...................................................................................................... 22 COLLEGAMENTO SALTARIA – MONTA PANA .................................................................................................. 28 COLLEGAMENTO CORTINA – ARABBA – CIVETTA .......................................................................................... 29 FUNIVIA DI TIRES: LA PROTESTA DEI PROTEZIONISTI .................................................................................... 30 NOTIZIE DAI RIFUGI.......................................................................................................................................... 32 NOTIZIE DAI PARCHI ........................................................................................................................................ 39 NOTIZIE DAL CLUB ALPINO ITALIANO ............................................................................................................. 41 BOLZANO FILM FESTIVAL BOZEN ................................................................................................................... 43 DOLOMITI ACCESSIBILI ................................................................................................................................... 45 MUSEI DELLE DOLOMITI .................................................................................................................................. 45 DOLOMITI MOUNTAIN SCHOOL........................................................................................................................ 46 LE DOLOMITI IN TV ........................................................................................................................................... 48

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HOT SPOT: PROBLEMI E PROPOSTE DI GESTIONE DEI FLUSSI Corriere del Trentino | 21 aprile 2022 p. 3, segue dalla prima Limiti ai turisti, gli albergatori ora frenano di Angelucci, Dongilli Bolzano ha aperto a forme di contingentamento, Trento è rimasto più cauto. Questo sul piano politico, nel dibattito aperto dall’incidente di Braies. Sul piano delle categorie invece gli albergatori sembrano concordi. L’«overtourism» è un problema di pochi. «Accessi ridotti inutili. Servono regole e istruzione Come? Social, app e scuole» Annalia Dongilli TRENTO Niente restrizioni o contingentamenti. Per il presidente degli albergatori trentini Gianni Battaiola non è questa la risposta corretta da dare all’indomani degli incidenti a raffica sul lago di Braies, attraversato da turisti che hanno rischiato di annegare sotto il fragile strato di ghiaccio. La via è quella della formazione e dell’informazione. Presidente, gli incidenti sul lago di Braies hanno aperto un dibattito sulla fruizione della montagna: meglio ridurre il numero di turisti in quota, come caldeggiato da Messner e dal Cai di Bolzano? «Io penso ci voglia il rispetto delle regole. Non credo che quanto accaduto a Braies e il contingentamento siano aspetti correlati». Beh, se si consente l’accesso soltanto a piedi secondo il presidente del Cai chi va in montagna solo per un selfie potrebbe desistere... «Io credo che un cartello ci fosse e che comunque una persona di media cultura potesse capire che non è cosa da fare. Per questo credo sia più questione di informazione ed educazione». Qualcuno ha detto che i cartelli non erano chiari. «Si può lavorare anche su questo, per una cartellonistica più chiara e diffusa. Considerato che negli ultimi anni molte persone si sono avvicinate alla montagna, anche per la questione pandemica, è chiaro che la platea di chi la affronta con inesperienza è cresciuta e vale dunque la pena spiegare le regole ai nostri ospiti. Abbiamo lavorato e lavoriamo per incrementare il lavoro della montagna e per allungare le stagioni, non avrebbe senso introdurre dei divieti e generare allarmismo. Certo è che anche allungare la stagione fa sì che la montagna venga fruita in periodi, come la primavera, in cui la stessa presenta qualche criticità in più che va dunque spiegata». E come presidente? Come fare formazione alla montagna? «Si può cominciare dalle scuole: un tempo i parchi nazionali, come quello dello Stelvio, andavano nelle classi a spiegare ai ragazzi cosa si fa in montagna e come ci si comporta. E poi si torna ancora alla questione del turismo professionale: si potrebbe stilare un vademecum per chi va in montagna, da distribuire negli uffici informazioni, attraverso le strutture recettive, sui social come tik tok ad esempio o anche avvalendosi di qualche influencer. Dobbiamo far appassionare le persone ed educarle in modo professionale, facendo formazione. Del resto non togliamo i coltelli dal mercato solo perché tagliano». Come albergatori siete pronti mi pare di capire a fare la vostra parte? «Certo, noi siamo inclusivi e accoglienti. Possiamo informare l’ospite quando prenota e magari provare, è ancora un’idea soltanto, a gestire e canalizzare i flussi attraverso la nuova app Mio Trentino: per evitare affollamento e code si potrebbero monitorare i luoghi più affollati in un determinato momento e consigliare all’ospite di conseguenza quelli più accessibili. Anche se sono convinto che i numeri un po’ si regoleranno da soli». Ma se un turista vuole andare a Braies difficile farlo desistere vista la notorietà raggiunta. «Beh è stata anche una scelta quella fatta su Braies. Non la giudico, sia chiaro; noi cerchiamo di targhetizzare il più possibile e promuovere tutto il territorio che ha un’offerta ampia. Ci sono talmente tanti spazi e possibilità. Lo spirito con cui si affrontano questi temi deve sempre essere propositivo». «Due o tre località hanno problemi di affollamento. Solo lì è giusto intervenire» Marco Angelucci BOLZANO Ragioniamo di come rendere il turismo più sostenibile ma non parliamo di numero chiuso. Helmuth Tauber è l’uomo di raccordo tra il turismo e la politica: gestore dell’albergo di famiglia a Velturno è l’uomo che l’Hgv ha piazzato in tutte le istituzioni strategiche: dalla

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Camera di commercio fino a Idm. Con l’obiettivo di far sentire la voce del turismo che «non può essere considerato la radice di tutti i mali». Tauber: gli incidenti di Braies hanno riacceso il dibattito sul turismo di massa in montagna. Secondo lei è giusto iniziare a parlare di limitazioni per il numero di turisti? «Non si può dire che in Alto Adige ci sono troppi turisti ovunque. Piuttosto ci sono alcuni hotspot che dobbiamo capire meglio come gestire. Il lago di Braies, le Odle. Poi dipende anche dal periodo: adesso c’è stata Pasqua e abbiamo avuto un picco. Poi la situazione si calmerà». Il punto è che con così tanti turisti ce ne sono molti che sono impreparati ad affrontare la montagna. Come si può intervenire? «Chi viene in vacanza deve anche mostrare responsabilità: per andare in montagna bisogna avere l’attrezzatura giusta, le scarpe giuste. In questa stagione anche guanti e una giacca adeguata altrimenti mi congelo. Se vado su un lago ghiacciato e tutti mi dicono che è vietato, poi non posso prendermela con altri. Purtroppo si cerca sempre un altro su cui scaricare le responsabilità: ma se mi ferisco tagliando l’insalata non posso prendermela con il ristorante che mi ha messo il coltello sul tavolo». Ma cosa si può fare di più in tema di educazione? «L’Alto Adige fa già tantissimo. Ogni consorzio offre uscite guidate quasi giornaliere con guide esperte, in ogni hotel ci sono mappe e depliant informativi. Il problema è che tantissimi vedono la foto di un lago o di una montagna e vogliono andarci. Ma se io non so nuotare non mi butto nel mare, lo stesso discorso vale per la montagna. Prima di andare bisogna informarsi». Ridurre gli accessi alle auto private potrebbe aiutare? «Ormai c’è un sistema di gestione abbastanza consolidato in molte località. Quando viene raggiunto un certo numero di auto si fermano le macchine all’inizio della valle. Ma il traffico non è un problema solo del turismo. Ci sono i pendolari, gli artigiani, i fornitori. Non si può incolpare il turismo di tutti i mali». Converrà che il turismo di massa mordi e fuggi però è un problema... «Questo certamente. Ed è proprio per questo che è in corso un confronto con l’assessorato per arrivare a sviluppare un nuovo sistema di turismo più sostenibile: il concetto dovrebbe essere pronto entro l’estate. Ma direi che il settore è già molto attento a questa tematica: abbiamo 10mila strutture la maggior parte sono piccole, con 30 o 40 stanze. Si utilizzano prodotti dell’agricoltura locale, energie rinnovabili. I problemi semmai sono altri» Quali? «Uno su tutti le seconde case che spesso vengono poi affittare su Air Bns. Su questo turismo non c’è alcun controllo. Gli alberghi offrono la guest card che consente di accedere al trasporto pubblico ed escursioni guidate. Chi arriva in appartamento non sappiamo come si muove: e le strutture sono cresciute tantissimo negli ultimi anni. Erano poche centinaia, oggi sono più di tremila».

Corriere del Trentino | 21 aprile 2022 p. 3 Braies, dopo gli incidenti giro di vite sui controlli Schuler schiera i forestali: «Ci assicureremo che il divieto di inoltrarsi sul ghiaccio sia rispettato» Alan Conti BOLZANO Al Lago di Braies è in vigore una specifica ordinanza comunale che vieta di camminare sulla superficie ghiacciata, eppure i cartelli sono tutti di pericolo ma non di obbligo. Triangolari e non tondi. Di fatto sottolineano come «l’eventuale accesso avvenga a proprio rischio» senza chiarire letteralmente che non è proprio possibile farlo anche assumendosene le responsabilità. Una differenza (come sostenuto nella lettera inviata da un turista lombardo al sindaco) che potrebbe aver contribuito a quanto accaduto a Pasqua e Pasquetta con decine di turisti a passeggiare sul fragile strato di ghiaccio che si è spezzato in 14 occasioni. Due gli elementi oggettivi: lo strato sottile del ghiaccio sul lago era visibile a occhio nudo e le persone che hanno deciso di incamminarsi oltre la riva sono state davvero tante. Molte con bambini piccoli come peraltro dimostra l’incidente della famiglia milanese con il piccolo di quattro mesi (sviluppi giudiziari a carico dei genitori sembrano improbabili, anche se sull’incidente è stato aperto un fascicolo). Il pericolo, dunque, non è stato percepito come tale. «Che dire — risponde con un filo di esasperazione il sindaco di Braies Friedrich Mittermair —. Si possono anche installare dei cartelli specifici di divieto, ma se uno poi li sposta ed entra lo stesso per ammirare il panorama dal centro del lago cambia poco. Persone che passeggiano con i tacchi e la gonna su una lastra di pochi centimetri devono capirlo anche da soli che il pericolo è consistente. Oltre a questo c’era un’ordinanza e pure un precedente recentissimo: è anche questione di essere informati». Ieri, comunque, il primo cittadino ha avuto una videoconferenza con i vertici della questura e delle forze dell’ordine ma nulla può essere rivelato. «Non sono autorizzato a riferire cosa ci siamo detti e quali decisioni abbiamo preso. Posso solo dire che spero in un disgelo veloce e definitivo». Potrebbe accadere ma il prossimo autunno o inverno ecco che il problema tornerà a galla. Come il ghiaccio. Si

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ragiona, dunque, sull’adozione di accessi a numero chiuso per tutto l’anno e non solo durante l’estate. Mittermair su questo tema, a differenza dell’assessore provinciale Arnold Schuler, è piuttosto freddo. «Abbiamo già adottato questa misura per la primavera e l’estate. Negli altri mesi dobbiamo anche pensare alle persone che hanno bisogno di accedere o passare per lavorare». Sul tema torna anche l’assessore alla protezione civile e al turismo Arnold Schuler, che esorta alla responsabilità personale sottolinea come «il Corpo forestale ora assicurerà che questo divieto venga rispettato e che le violazioni siano punite».

Corriere delle Alpi | 26 aprile 2022 p. 27, segue dalla prima Basta “overtourism” L'intervista Francesco Dal Mas Sulle Dolomiti come a Venezia. Con la prenotazione, almeno per i siti e i sentieri più frequentati. Dalle Tre Cime al Piz Boè, passando per il lago Sorapis, ma senza dimenticare i passi, dal Giau al Falzarego. Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, con sede a Cortina, non ha dubbi che Bisogna ripetere sul territorio l'esperienza in corso da qualche anno nella valle di Braies, dove la prenotazione è obbligatoria per salire al lago e, di conseguenza, anche per pranzare. Il 2 maggio se ne parlerà in una seduta del Cda della Fondazione a Trento. Si preannuncia una stagione d'alta montagna di ripartenza. Già l'anno scorso i rifugi alpini si sono trovati in difficoltà. Quali sono le precauzioni suggerite da Fondazione Dolomiti Unesco per un accesso sostenibile?«La scorsa estate abbiamo osservato un acutizzarsi dei fenomeni di "overtourism", ovvero di eccesso e congestionamento, in vari "hotspot" dell'area dolomitica. Questi fenomeni sono concentrati in alcune zone, e non rappresentano tutto il sistema delle Dolomiti, ma preoccupano perché comportano un impatto difficilmente sostenibile sul Patrimonio Mondiale Unesco».Addirittura. Siamo davvero a questo punto?«L'eccesso di flussi turistici pregiudica la qualità dell'esperienza di visita e, dagli studi che abbiamo commissionato, non comporta neppure un incremento proporzionale di redditività per le comunità locali perché generato da visitatori "mordi e fuggi". Il fenomeno si accompagna spesso a una scarsa conoscenza del contesto ambientale determinando notevoli problemi anche per la sicurezza».L'estate scorsa ci sono stati rifugi che hanno dovuto ricorrere alla quarta turnazione per i pranzi.«Appunto. Le difficoltà sperimentate da vari rifugi nel riuscire a garantire un servizio nei periodi di punta sono la punta dell'iceberg di questo fenomeno complesso. La Fondazione sta agendo su più livelli e con più soggetti: per collaborare e sensibilizzare».Restrizioni non ne potete introdurre?«Da sola la Fondazione non può fare nulla: serve lavorare insieme agli operatori turistici e lavorare insieme ai diversi territori. Le Dolomiti non sono un sistema chiuso e bisogna incentivare il confronto e la cooperazione. E poi bisogna sensibilizzare: i divieti e le restrizioni non sono sufficienti se non vi è una crescita culturale».Quindi non escludete divieti e restrizioni.«Ma non dipendono direttamente da noi. Cruciale è il ruolo della comunicazione e per questo stiamo lanciando una campagna sui canali social in collaborazione con i gestori dei rifugi delle aree cuore del Patrimonio per sollecitare una frequentazione più consapevole della montagna».Se Venezia ha deciso di introdurre la prenotazione obbligatoria, la Fondazione Dolomiti Unesco già da anni ha individuato possibili misure di contenimento degli accessi ai passi. Come e quando si procederà nell'implementazione? Su certi percorsi superaffollati è possibile arrivare al numero chiuso o quanto meno alla prenotazione? «Il paragone fra Venezia e le Dolomiti è molto calzante. Bisogna altresì riconoscere che le due realtà sono molto diverse. Venezia ha un sistema di accessi molto più semplice rispetto alle Dolomiti, così come risulta molto più semplice il coordinamento delle amministrazioni di riferimento. La Fondazione ha sempre favorito un approfondimento sul tema del contingentamento, tuttavia, non è un ente con poteri amministrativi e gestionali sul territorio dolomitico».Chi deve decidere eventuali prenotazioni, eventuali misure di contenimento, il numero chiuso?«Eventuali misure sono prerogativa delle Province e delle Regioni, secondo i rispettivi indirizzi normativi, mentre la Fondazione può svolgere un ruolo di coordinamento per l'armonizzazione delle politiche di gestione. Per quanto riguarda la regolamentazione del traffico sui passi, i poteri gestionali degli enti che fanno riferimento alla Fondazione (Province e Regioni) non sono comunque sufficienti a introdurre limitazioni».I passi dolomitici, quindi, resteranno aperti agli assalti ferragostani?«Sono in atto varie iniziative di studio e monitoraggio, così come sono aperti vari canali di dialogo con l'amministrazione statale per valutare come disciplinare e regolamentare la questione da un punto di vista giuridico. Il 2 maggio il Consiglio di amministrazione della Fondazione si incontrerà a Trento per fare il punto della situazione. Va detto, però, che l'introduzione di chiusure e restrizioni su strade di collegamento così importanti è soggetta a iter estremamente complessi, e presenta importanti difficoltà gestionali. Diverso è il caso di ambiti circoscritti e localizzati, dove amministrazioni locali, parchi e soggetti turistici possono ricercare soluzioni per ottimizzare gli accessi».Quindi sono le Province ed i Comuni che possono introdurre il numero chiuso?«La Valle di Braies, ad esempio, è raggiungibile solo mediante mezzi pubblici, a piedi, in bici o su presentazione di parcheggio o di un permesso di transito valido. È attivo un sistema di prenotazione che coinvolge anche i servizi di ristorazione. Non è semplice esportare questo sistema altrove, tuttavia la Fondazione può favorire uno scambio e una collaborazione per valorizzare queste buone pratiche anche su altri territori. Mi preme comunque ricordare che non tutto il territorio dolomitico soffre di questi fenomeni di sovraffollamento. Ci sono molte vallate dove il sistema turistico non è sufficiente a garantire

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prosperità al territorio, e l'assenza di servizi, la distanza dai luoghi di lavoro, le difficoltà infrastrutturali stanno incentivando fenomeni di spopolamento e abbandono».Lei fa capire che bisogna riequilibrare i flussi tra i territori dolomitici.«Proprio così. Il riconoscimento Unesco può favorire un maggior equilibrio dei flussi e orientare questi ambiti verso forme di sviluppo turistico alternativi. Molti progetti della Fondazione vanno in questa direzione: la creazione di supporti informativi per comprendere la geologia delle Dolomiti avviata con il progetto "Geotrail" ha lo scopo di suggerire nuovi itinerari e suscitare più attenzione e consapevolezza nei turisti, valorizzando ambienti meno noti e ricchi di valori ambientali. Anche i progetti avviati con i musei mirano alla promozione di valori che spesso vengono trascurati». --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 27 aprile 2022 p. 17 Escursionismo su prenotazione? Il modello Braies per le Tre Cime Francesco Dal Mas AURONZO Il numero chiuso, sulle Dolomiti, c'è già. Da anni la strada delle Tre Cime viene chiusa, all'ingresso vicino al lago Antorno, quando i parcheggi a monte, nei pressi del rifugio Auronzo, si riempiono di macchine (almeno 700). A valle gli automobilisti sono costretti ad attendere ore fino a che non si libera qualche posto. Anche l'estate scorse si sono formate lunghe code, con proteste al seguito. «Bene, noi abbiamo già affidato a un tecnico lo studio di un sistema di prenotazioni», annuncia il sindaco di Auronzo, Tatiana Pais becher, «sull'esempio di Braies».È la prima risposta a Mara Nemela, direttore della Fondazione Dolomiti Unesco, che in un'intervista a 'Il Corriere delle Alpi' ha sollecitato gli enti amministrativi di competenza a ricorrere a qualche forma di programmazione degli accessi ai siti o ai percorsi dove l'overturism, fa già sentire i suoi effetti negativi.Non solo a ferragosto ma anche in settembre e perfino a ottobre, l'anno scorso, è accaduto che i parcheggi alle Tre Cime segnassero il tutto esaurito fin dalle 9 del mattino. Immaginatevi cosa significa aspettare due o tre ore in coda. «Abbiamo dunque affidato a un esperto la progettazione di un sistema di prenotazione, da avviare la prossima estate, magari da luglio, quando c'è il pieno, anche se la strada verrà aperta ancora a maggio (l'ultima decade, probabilmente)», spiega Pais Becher. Tutto è già pronto. Anche il nuovo casello d'entrata è attrezzato per il servizio informatico. Ma c'è un problema. Il sistema per funzionare al meglio ha bisogno di collegarsi alla banda larga, che non esiste. Ci siamo pertanto rivolti a Open Fiber, che ci darà presto una risposta. Pare che la linea arrivi, al momento, fino all'incrocio tra la strada del passo Tre Croci e quella che sale da Auronzo. Si tratta di farla proseguire per Misurina (dove sono pronti ad allacciarsi anche gli alberghi e i ristoranti) e quindi verso le Tre Cime». Nell'attesa, ecco un'altra buona notizia. L'Enel interrerà nei prossimi mesi la linea elettrica dal lago Antorno fino a Malga Rin Bianco. E lo scavo sarà dimensionato per ospitare anche il collegamento in banda larga. Il modello che il sindaco Pais Becher vorrebbe concretizzare è quello della valle di Braies e che viene suggerito anche dalla direttrice Nemela. Dal 10 luglio al 10 settembre 2021, la valle di Braies è stata raggiungibile l'anno scorso - e l'esperienza si ripeterà quest'estate - solo mediante mezzi pubblici, a piedi, in bici o su presentazione di una prenotazione di parcheggio o di un permesso di transito valido. Ogni giorno dalle 9.30 alle 16. Per usufruire della navetta è richiesta, appunto, la prenotazione con pagamento online, dove si può prenotare anche il parcheggio, se si viaggia con l'auto privata, ed il ristorante. «Qualcosa di simile, per tutta l'area di Misurina, vorremmo realizzarla anche noi, magari dopo la sperimentazione per le Tre Cime», anticipa Pais Becher. «Evidentemente dobbiamo parlarne con gli operatori, ma li so favorevoli».Il prezzo del biglietto a Braies era di 5 a tratta per adulto (3 a bambino, gratis fino ai 6 anni), 10 andata+ritorno. Un'auto che sale al rifugio Auronzo paga un ticket di 24 euro, con alcune variazioni. Ma, attenzione, dall'Alta val Pusteria nell'estate del 2021 era possibile prenotare il passaggio in autobus non solo a Braies e a Prato Piazza, ma anche alle Tre Cime. Attraverso Misurina. Il tutto mediante una piattaforma.Dal pedaggio sulla strada della "Trinità" le casse di Auronzo introitano circa un milione e mezzo l'anno. «Al momento non è fattibile fermare le auto a valle e salire attraverso una navetta, sia perché », come spiegano in Comune, «non ci sono aree di sosta organizzate a Misurina, ma soprattutto perché rinunciare all'introito non è proponibile». --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 27 aprile 2022 p. 17 Ok ai numeri chiusi, «ma servono incentivi a chi soggiorna» Le reazioni

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Prenotare le Dolomiti come accadrà a Venezia? L'idea abbozzata da Mara Nemela, direttore della Fondazione Dolomiti Unesco, piace agli amministratori. E agli operatori turistici. Che, anzi, rilanciano: non basta la prenotazione, ma perché non accompagnarla con una card di servizi? Per incentivare il soggiorno e disincentivare il "mordi e fuggi'. «È evidente che per apprezzare la straordinaria bellezza delle Dolomiti sarà saggio qualificare l'offerta, considerata la voglia di montagna dopo i lockdown pandemici», spiega Leandro Grones, sindaco di Livinallongo. «La prenotazione dovrebbe essere fagocitata da una serie di opportunità, di servizi coordinati attraverso, appunto, una card: per l'albergo, il ristorante, il rifugio, l'impianto di risalita, la guida, lo spostamento in navetta, le visite culturali e scientifiche con accompagnamento». Il tutto implementato nel più vasto territorio, secondo Grones, anziché nei soli centri più blasonati, poiché tutto il territorio bellunese merita di essere conosciuto e visitato. A pensarla in questo modo non è solo il sindaco (che fa anche l'albergatore) di Arabba. «La sostenibilità non è solo una prospettiva per le Olimpiadi, ma anche una dimensione da praticare subito», ammette il primo cittadino ampezzano Giampietro Ghedina. «Ha ragione la direttrice Nemela quando afferma che per apprezzare la bellezza di determinati luoghi non bisogna essere stipati, in massa. Ne va della qualità della pratica turistica. Quindi ben venga una programmazione degli accessi, magari anche con alcuni servizi a pagamento. Il tutto, però, non può essere improvvisato ma va strutturato e organizzato, anche con le necessarie infrastrutture: i parcheggi anzitutto». Per Ghedina l'overtourism si pone soprattutto in specifici periodi dell'estate. Quindi le misure di contingentamento, essendo temporalmente limitate, dovrebbero essere anche semplici da realizzare. «L'importante è che tutti i soggetti del territorio siano coinvolti e si lascino coinvolgere». Potrebbe essere introdotta la prenotazione a Cortina, come a Venezia, almeno nei periodo di maggiore affollamento, quando in arrivo e in uscita si formano code d'auto senza limite? «È difficile», ammette Ghedina, «anche perché a Cortina come in altri centri è impraticabile il controllo. Dal lago di Braies alle Tre Cime, invece, gli ingressi sono più gestibili». Walter De Cassan, albergatore ad Andraz e presidente provinciale di Federalberghi, ammette anche lui che l'overtourism non fa il bene delle Dolomiti e neppure dell'accoglienza turistica. «La prenotazione? Potrebbe essere una soluzione, purché sia purificata da ogni possibile discriminazione. Bisogna anche riconoscere che da questa opportunità passa la soluzione più efficace al pendolarismo eccessivo che si risolve spesso nell'overtourism», sottolinea De Cassan. Secondo il presidente degli albergatori, una card efficace potrebbe risultare un ottimale accompagnamento della prenotazione stessa: «Dobbiamo ammetterlo, in taluni fine settimana d'agosto (ma non solo) è impossibile frequentare le nostre strade, tanto sono intasate. E corriamo il rischio di perdere anche i villeggianti stanziali». Prenotare vuol dire selezionare. Ed ecco un altro risultato:, «Con queste misure», aggiunge Grones, «si risolverebbe anche l'annoso problema dell'assalto estivo ai passi. Dopo anni di studio abbiamo infatti verificato che è impossibile introdurre il numero chiuso sulle strade che portano ai valichi. Le possibili alternative? Saranno studiate in un vertice della Fondazione, il 2 maggio, a Trento, perché qualcosa comunque bisogna pur fare». --Fdm© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere dell’Alto Adige | 28 aprile 2022 p. 2 Braies, tetto massimo di 5.000 auto: dall’estate pedaggio su prenotazione Alfreider lancia il piano provinciale per la mobilità: le strade serviranno ancora, ma raddoppieremo la ferrovia Di Chiara Currò Dossi BOLZANO «La pandemia ha portato una nuova sensibilità. Tutti ci siamo abituati a prenotare, e questa potrebbe essere una chance anche per la mobilità. Per i passi di montagna non siamo ancora pronti, ma da quest’estate partiremo con la strada che porta a Braies: sarà la prima accessibile solo su prenotazione». Da qui, anticipa Daniel Alfreider, assessore provinciale alla Mobilità, partirà la rivoluzione del traffico su strada, a tutela del territorio e della comunità che lo abita. A darne le dimensioni è il sindaco di Braies, Friedrich Mittermair: «Lo scorso anno siamo partiti con le prime limitazioni (con la valle chiusa alle macchine dalle 9.30 alle 16, ndr )— spiega —. Da quest’anno, ci sarà una sbarra che lascerà passare solo chi avrà acquistato il pedaggio. E non più di 5.000-5.500 macchine». Si parte dunque da Braies, al centro delle cronache anche la scorsa settimana, per l’assalto in massa dei turisti per Pasquetta, con 14 persone finite nelle acque gelate dopo essersi avventurate sul sottile strato di ghiaccio. Il problema del traffico che, in alta stagione, paralizza le strade, non si risolve certo da un giorno all’altro. «È impensabile — ragiona l’assessore — girare un interruttore, e da domani iniziare tutti a muoverci con mezzi a zero emissioni. Come è impensabile che arrivino delle direzioni dall’Europa che ci dicano come spostarci da domani. La questione riguarda tutti. È inutile arrabbiarsi se, arrivati in cima a passo Sella, non troviamo parcheggio: il problema vero, è che ci siamo arrivati in macchina». L’obiettivo di Alfreider ha un nome: Piano provinciale della mobilità e della logistica sostenibile (Ppms). «Si tratta di un quadro generale della mobilità in tutte le sue forme — spiega —. Un piano integrato, con l’obiettivo di investire in forme di mobilità sostenibile per evitare di utilizzare le strade. Il che non significa smettere di investire nelle Il primo passo per tracciare i contorni del Ppms sono stati gli incontri di marzo con le parti sociali, le associazioni ambientalistiche e gli enti locali. «Due settimane fa — afferma il direttore della Ripartizione mobilità, Martin Vallazza —, la giunta provinciale ha approvato la delibera che ne fissa gli obiettivi. E cioè la realizzazione di un “digital green corridor” lungo l’autostrada del Brennero (per renderla

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a zero emissioni, ndr ), il rafforzamento della mobilità pubblica, dell’intermodalità, della mobilità ciclopedonale, passando attraverso la digitalizzazione e la realizzazione di infrastrutture sicure e in grado di resistere ai cambiamenti climatici». Il prossimo passo inizia oggi: l’avvio di un ampio processo di partecipazione, in modo da coinvolgere cittadini e realtà locali nel piano provinciale attraverso la partecipazione a un sondaggio online per rilevare abitudini ed esigenze legate alla mobilità. Lo si potrà fare da oggi e fino al 22 maggio, all’indirizzo 2030.altoadigemobilita.info. Stefano Ciurnelli, coordinatore del piano, insiste sull’importanza della partecipazione nella fase di stesura del piano. «Quando si parla di mobilità — spiega — bisogna tener presente che sono molti i fabbisogni che si intrecciano. Con tre livelli territoriali: quello degli stakeholder, come A22, Rete ferroviaria italiana, comprensori e Comuni, quello dei cittadini e quello degli operatori economici. La sostenibilità è sia ambientale, sia economica, sia sociale: basta che manchi anche solo una di queste tre “gambe” che il sistema non regge». La mobilità di domani, chiosa Vallazza, «sarà sostenibile e in rete, sia in termini di procedimenti (digitali) che di accessibilità (europea)».

MONTAGNA SICURA Corriere delle Alpi | 12 aprile 2022 p. 17 Dotazioni d'obbligo da inizio anno Ma bisogna saperle utilizzare il vademecum «Dal primo gennaio di quest'anno è di fatto obbligatoria la dotazione dell'artva, della sonda e della pala non solo per chi pratica lo scialpinismo, ma pure per chi fa sci fuoripista o attività escursionistiche in particolari ambienti innevati, anche mediante le racchette da neve, laddove sussistano rischi di valanghe». Lo ricorda Rodolfo Selenati, a capo del Cnsas, il soccorso alpino regionale. Fino allo scorso anno la strumentazione era obbligatoria solo per gli scialpinisti. «E' una necessità data anche dall'autosoccorso, anche per il semplice ciaspolatore». Per il set si parte da 280/300 euro e, per la verità, il peso non è trascurabile. Chi fa escursioni saltuarie, può valutare la possibilità di affittare l'attrezzatura. Ma l'acquisto dà maggiori garanzie di confidenza con l'apparecchio.«Ovviamente questi strumenti non basta portarseli appresso, ma anche saperli usare - insiste Selenati -. E a questo riguardo ci sono i corsi del Cai, svolti da parecchie sezioni. Si tratta dei corsi di scialpinismo, con esperienze in campo. C'è infatti chi carica lo zaino della strumentazione, ma si dimentica, ad esempio, di accendere l'Artva in funzione trasmittente, non appena calza lo sci o le ciaspe. L'Artva (la sigla sta per Apparecchio Ricerca Travolti in VAlanga) dispone infatti di due modalità, entrambe legate alla capacità di mandare e ricevere segnali su una frequenza standard, che per l'Europa è 457kHz. La trasmittente permette di essere sempre individuabili, ad una distanza massima di qualche decina di metri. La ricevente permette invece di intercettare un segnale: è la funzione che va attivata nel momento in cui occorre cominciare a cercare qualcuno finito sotto la neve. È consigliabile indossarlo sotto lo strato esterno dei vestiti, vicino al busto, e non riposto in uno zaino perché la forza della neve potrebbe sfilare il sacco ed allontanarlo dal corpo anche di decine di metri, rendendo inutile la ricerca. Alcuni usano portare il ricetrasmettitore in tasca, ma questo si può fare - consiglia l'esperto - solo in una tasca con cerniera, idealmente fissata tramite il cordino del ricetrasmettitore a un anello interno. «I dati ci dicono che i tassi di sopravvivenza diminuiscono notevolmente dopo che si rimane sotto la neve per più di dieci minuti, quindi - afferma Selenati - è fondamentale essere veloci. Proprio per questo motivo bisogna imparare a conoscere l'Artva come i nostri computer o cellulari. E, dunque, è fondamentale sapere che questo strumento va mantenuto attivo in modalità di invio/trasmissione, fino a quando non è necessaria una ricerca». Nei moderni dispositivi basta osservare lo schermo per farsi un'idea da dove arriva il segnale: la direzione viene indicare da una freccia, con tanto di metri di distanza stimata. --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 20 aprile 2022 p. 28 Lago di Misurina, allarme rosso «Non si va sul ghiaccio in aprile» AURONZO

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Non solo Braies. Attenzione a dove mettete i piedi anche sul lago di Misurina. Il monito arriva dal soccorso alpino di Auronzo: il divieto di avventurarsi a piedi sulla superficie del lago ancora ricoperta di bianco è tassativo. Ma c'è come sempre chi se ne infischia beatamente.«È stato solo per puro caso se quanto successo a Braies non è sfociato in tragedia», rammenta Giuseppe Zandegiacomo Sampogna, storico capo del Soccorso alpino di Auronzo, «muoversi su un lago ghiacciato d'alta quota in un mese come gennaio non reca alcun pericolo anche se l'attenzione dev'essere ugualmente massima. Farlo di questi tempi non è solo imprudente. Si tratta di un vero e proprio azzardo al massimo grado. Un gesto che va condannato».Dopo i fatti di Braies, sul lago di Misurina è stato alzato ancora il livello di attenzione.«Misurina si presta a situazioni di quel tipo perché è molto frequentata dai turisti ed anche perché è uno dei laghi situati ad una quota dove la neve è ancora ben presente», prosegue Zandegiacomo Sampogna, «ma il problema naturalmente riguarda tutti i laghi, soprattutto se soggetti alle attenzioni dei turisti. È a loro che va rivolto l'invito, accorato, di evitare movimenti sulla superficie ghiacciata. Anche solo per scattare una fotografia. In questo periodo l'innalzamento delle temperature è repentino. Lo scioglimento del ghiaccio sfugge all'occhio inesperto. Perciò è bene evitare azzardi come quelli registrati a più riprese durante le festività pasquali a Braies».C'è un modo per capire se la coltre ghiacciata sotto i piedi potrebbe cedere da un momento all'altro?«Gli indizi si trovano a riva», risponde Zandegiacomo Sampogna, «ma bisogna saperli leggere. La parte più vicina alla terraferma è la prima a cedere perché più soggetta alle temperature in rialzo. Mettendo in maniera circospetta un primo piede sul ghiaccio si capisce subito la situazione. In caso anche solo di minima spaccatura l'unica cosa da fare è tornare indietro. Ci sono poi altri accorgimenti. Se lo strato di ghiaccio è sottile, ad esempio, mette in evidenza l'acqua sottostante. Ci sono casi in cui l'acqua si mischia al ghiaccio. Sono tutti segnali che quel ghiaccio è instabile. La parte ghiacciata nella parte centrale del lago è certo più solida, ma in caso di incidente i rischi sono altissimi. La temperatura dell'acqua vicina allo zero e l'impossibilità di muoversi agevolmente per via dell'abbigliamento ingombrante e delle scarpe diventano, insieme, una "zavorra" per un essere umano comunque non pronto a gestire una situazione del genere. In certi casi viene a mancare un appiglio perché il ghiaccio circostante continuerebbe a frantumarsi. Tutti elementi che, come successo a Braies, rischiano di mettere a repentaglio la vita umana, salvata stavolta solo dall'intervento tempestivo delle forze competenti». --Gianluca De Rosa© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Trentino | 20 aprile 2022 p. 2 «I turisti inesperti vanno guidati. Si faccia sistema, serve chiarezza» L’appello di Failoni: «Niente allarmismi». I rifugisti: «Poca preparazione nei nuovi escursionisti» TRENTO Non dovrebbero servire divieti per impedire di inoltrarsi su un lago ghiacciato mentre ci si gode un piacevole tepore primaverile. Eppure è evidente come il buonsenso a volte possa mancare, dato che nel weekend pasquale ben 14 persone hanno dovuto essere salvate dall’annegamento nelle gelide acque del lago di Braies, in Alto Adige. Nessuno si è fatto troppo male, ma quanto successo ha rilanciato il tema di frequentatori della montagna, spesso turisti, non del tutto consapevoli dei pericoli in cui potrebbero incappare. «Non penso sia corretto fare allarmismi, specie alle porte di una stagione turistica estiva che si annuncia finalmente normale. Tuttavia è anche vero che andare in montagna è diverso dal recarsi in spiaggia o visitare una città. Penso che tutto il sistema turismo trentino debba fare squadra per consigliare e aiutare i visitatori più inesperti, senza presunzione ma anche senza imbarazzi» afferma l’assessore al turismo Roberto Failoni. «Tra accompagnatori, guide alpine, la Sat, il Soccorso alpino in Trentino — prosegue — non mancano certo grandi esperti di montagna che da sempre si prodigano in appelli all’attenzione e alla consapevolezza dei propri limiti e capacità. In questi ultimi due anni poi il turismo montano gode di un nuovo appeal perché può offrire spazi aperti e libertà a chi viene da lockdown e restrizioni. Si può quindi immaginare che accoglieremo anche molti “novizi” che scelgono la montagna per la prima volta. A questi e a chiunque ne abbia bisogno il mondo del turismo deve all’unisono parlare chiaro e dire senza farsi problemi dove possono andare e anche dove non possono andare con le loro capacità, dove occorre fare attenzione, quale attrezzatura serve». Alcuni lamentano anche che forse i turisti in montagna sono proprio troppi, al di là del comportamento dei singoli. «Non è facile dopo due anni di pandemia dire che ci sono “troppi” visitatori — risponde Failoni — ma prima del Covid era un discorso molto attuale. La nostra strategia, insieme a Trentino marketing e alle Apt, è di allargare il più possibile le stagioni. Anziché avere dei periodi di pienone e altri con stanze libere, vogliamo distribuire il carico di turisti in maniera più uniforme su più mesi. Ne avrebbe vantaggio anche l’offerta turistica stessa, potendo garantire un territorio più godibile e meno affollato». Che in Trentino stia arrivando tanta gente che non è habitué della montagna lo ha notato anche Roberta Silva, gestrice del rifugio Roda de Vael sul Catinaccio e da dicembre scorso presidente dell’Associazione che riunisce la categoria. «L’anno scorso abbiamo assistito a un incremento notevole di nuovi escursionisti, i quali a volte scontavano poca preparazione e scarse informazioni. Questo li portava a scegliere mete non alla loro portata, a partire troppo tardi o con il maltempo in arrivo oppure senza l’attrezzatura necessaria» spiega Silva. «E in certi casi — aggiunge — hanno dovuto ricorrere all’aiuto del Soccorso alpino. Purtroppo non è facile gestirsi se non si ha alcuna esperienza. Per esempio un nuotatore può essere in ottima forma, ma scoprire che si stanca in fretta

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camminando in montagna». E proprio per questo ci sono i gestori dei rifugi, alla cui rivalutazione fa appello la presidente: «Purtroppo — sospira — il nostro ruolo negli anni ha perso valore agli occhi dei turisti, che guardano solo al lato dell’accoglienza e della ristorazione. Ma il gestore di un rifugio è prima di tutto un esperto conoscitore dei luoghi che lo circondano. Siamo gente che vive lì da anni con le nostre famiglie e siamo gli unici aggiornati in tempo reale su cosa succede intorno. Oggi ci si affida tanto ad internet, ma una guida scritta anche solo un anno prima rischia di essere obsoleta. Basta un forte temporale il giorno prima per stravolgere un sentiero o una ferrata». Quindi, conclude Silva, «il mio appello a chi vuole venire in montagna è di tornare alla forma mentis per cui al gestore si chiede sempre un consiglio sul percorso che si vuole affrontare, non solo quando si pernotta ma anche semplicemente quando si fa una tappa veloce prima di ripartire».

IL TURISMO DEL BENESSERE E I SUOI IMPATTI SULL’AMBIENTE Corriere dell’Alto Adige | 14 aprile 2022 p. 3, segue dalla prima Si moltiplicano i centri wellness E i depuratori non reggono più Da una parte, si vuole portare «Dubai» ovunque, in super wellness sulle Dolomiti. Dall’altra, si vuole vendere la tradizione. Quale modello allora? «Bisogna puntare a un utilizzo razionale dell’acqua» dice Stefano Fattor, assessore a Bolzano. I depuratori già non bastano.

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Corriere del Trentino | 24 aprile 2022 p. 2-3 Alberghi, la scalata delle stelle Spa e piscina per attirare clienti TRENTO Le immagini, proposte sui siti internet o rilanciate dal potente «passaparola» dei social, mostrano piscine che sembrano quasi sospese nel nulla, centri wellness moderni, ristoranti stellati. Visioni di hotel di montagna ristrutturati, rinnovati, ampliati, meta di un nuovo turismo che si fa largo anche sulle Dolomiti. Un turismo che ha anche obiettivi nuovi: la montagna, la natura, l’ambiente rimangono quasi sullo sfondo, «superati» nelle priorità del turista dalla qualità del servizio delle strutture ricettive. «Dalla meraviglia della natura, la ricerca del turista si sposta alla meraviglia dell’ospitalità» sintetizza Alberto Winterle, presidente dell’associazione architetti dell’arco alpino e direttore responsabile di Turrisbabel . Che a questa trasformazione — culturale, economica e architettonica — dedica l’ultimo numero della rivista della Fondazione Architettura Alto Adige, in stampa in questi giorni. «Una trasformazione che interessa in particolare l’Alto Adige» precisa Winterle. Con il Trentino che almeno per ora rimane alla finestra. Rallentato da condizioni diverse che interessano il quadro economico, l’attrattività. E la stessa clientela. Le tappe È infatti soprattutto la ricca clientela tedesca ad essere attratta da questa nuova tendenza del turismo. Che rappresenta l’ultimo tassello di una evoluzione che ha radici antiche. E che trova le prime espressioni già nell’Ottocento, con l’arrivo sulle Alpi di scienziati ed esploratori: rifugi e alberghi nelle valli e a ridosso delle montagne ospitavano quei pionieri che poi, tornati in città, narravano di panorami e vette incontaminate. Attirando nuovi turisti come oggi fanno gli influencer con una foto su Instagram. Ma non c’erano solo i piccoli alberghi: nel 1896, con l’apertura del primo tratto della strada tra Bolzano e Vigo di Fassa, venne inaugurato anche il Grand Hotel Carezza, con 450 posti e una serie di servizi — ambulatorio e parrucchiere — che già allora lo rendevano una struttura autonoma. E attrattiva per la clientela prestigiosa, come l’imperatrice Sissi. Il turismo oggi Dall’Ottocento il turismo si evoluto, si è trasformato. Attraversando fasi di crescita, dovendo affrontare crisi come quelle che stanno accompagnando il settore negli ultimi due anni, tra pandemia e guerra in Ucraina. «Ma cosa offriamo oggi al turista?» è la domanda che pone, fin dall’editoriale, il presidente degli architetti dell’arco alpino. «La tendenza, che sia positiva o negativa è da capire —

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sottolinea Winterle — è quella di proporre un’offerta turistica diversa rispetto al passato». Con caratteristiche «alte»: «Oggi molti turisti cercano un hotel con piscina, wellness, ristoranti stellati». Alberghi dove per una notte si possono spendere centinaia di euro. Ma dove un cliente trova tutto. A prescindere dall’ambiente in cui si trova: «La qualità del panorama, in questi casi, passa in secondo piano, il contesto diventa una variabile indipendente». In Alto Adige, questa tendenza è stata raccolta con decisione. E molti alberghi hanno avviato ristrutturazioni con investimenti ingenti per poter alzare il numero di stelle della propria struttura. Aumentando i volumi, ricavando spazi per servizi, sfruttando anche soluzioni architettoniche nuove. Gli esempi Nella rivista Turrisbabel , l’analisi si concentra su sei soluzioni di ampliamento di alberghi in Alto Adige. «Si tratta — precisa Winterle — di sei esempi positivi di strutture inserite in modo armonico nell’ambiente». Perché il rischio, in queste operazioni, è anche quello di scivolare nell’eccesso. Creando strutture troppo impattanti o, ancora, non rispettose dell’autenticità del contesto in cui sono collocate. «Le palme sull’arco alpino, cercando di imitare l’ambiente marittimo, o le ostriche nei rifugi non rispettano il luogo in cui ci si trova» spiega l’architetto. Che torna con lo sguardo sui sei hotel trattati nella rivista: esempi dislocati in varie zone della provincia che testimoniano, osserva Winterle, come «anche la qualità architettonica possa fare la differenza e diventare volano». «Abbiamo incontrato — spiega — i proprietari e i progettisti per capire i motivi delle scelte effettuate». Scoprendo subito un aspetto peculiare: «Tre su sei hanno fatto un concorso di progettazione, chiedendo a 3-5 progettisti di proporre una soluzione, per poi scegliere la più vicina alla loro visione». Con risultati diversi: in alcuni casi si è deciso di procedere a una ristrutturazione totale dell’edificio esistente, in altri ci si è mossi attorno al «cuore» storico, ampliando il contesto attorno. Lavorando magari a periodi alterni per non dover sacrificare le stagioni turistiche, tanto preziose in tempo di crisi come quella attuale. Le immagini riflettono quindi anche soluzioni differenti. «A volte — annota l’architetto — c’è la tendenza a introdurre elementi più di design che di architettura, che se spinti all’eccesso possono attirare attenzione e curiosità ma anche creare un “effetto Gardaland” che va evitato». Un altro elemento di quel rispetto per l’autenticità dei luoghi sui quali il direttore responsabile di Turrisbabel insiste. «Di questi temi — ricorda ancora Winterle — abbiamo discusso anche con il comitato per il paesaggio dell’Alto Adige». Confermando il trend: «L’80 per cento delle richieste di parere che il comitato riceve riguarda proprio la progettazione relativa alle strutture ricettive». Il caso del Trentino E se la provincia di Bolzano spinge con forza verso questa nuova tendenza del turismo, in Trentino il quadro è diverso. Almeno per ora. Gli ultimi dati, più che a un turismo a cinque stelle, ricordano le difficoltà delle strutture ricettive nel proseguire nella loro attività: a febbraio si era parlato di ben duecento alberghi in disuso nell’intera provincia, da San Martino di Castrozza fino a Predazzo, dalla val di Sole alla val di Non. Difficile, quindi, pensare a una riproposizione anche in Trentino del trend avviato in Alto Adige? «In primo luogo — analizza Winterle — va detto che l’Alto Adige riesce ad attirare un bacino di turisti, soprattutto dell’area tedesca, che sono disposti a spendere prezzi importanti, anche centinaia di euro per notte». Ma non solo: «La provincia di Bolzano ha comunque una attrattività diversa rispetto a quella trentina». Con gli stessi trentini che spesso decidono di passare le ferie nel vicino Alto Adige: «A Bolzano non succede il contrario, salvo forse per la zona del Garda». E poi c’è il fattore economico: «In Trentino ci sono realtà che soffrono un po’ di più. Nell’intera regione la conduzione degli alberghi è per lo più familiare. Ma in Trentino spesso i passaggi generazionali non consentono la programmazione di investimenti importanti come quelli che servono per arrivare a un albergo stellato». Tenendo conto di un aspetto: «Un intervento di questo tipo non può essere fatto al ribasso». Niente mezze misure, insomma: «O si offre un servizio completo, o l’investimento non funziona». Winterle però lascia uno spiraglio anche in Trentino: «Per alcuni casi, per alcune particolari realtà che riescono a garantire una qualità del luogo o della struttura originaria alte, ci può essere la possibilità di prospettare la creazione di strutture di questo tipo».

CAMBIAMENTI CLIMATICI E SICCITA’ Corriere delle Alpi | 8 aprile 2022 p. 18 Arpav e la siccità «Serve un aprile super piovoso» BELLUNO Ancora siccità, nonostante le ultime precipitazioni (e la neve che probabilmente ritornerà a giorni). «Considerato il deficit pluviometrico già accumulato dall'inizio dell'anno idrologico (-207 millimetri), per riequilibrare il bilancio già nel mese di aprile sarebbero necessari circa 300 mm, ossia più di tre volte la precipitazione media di aprile (che è pari a circa 94 mm, misurata nel periodo 1994-2021)». Cosi si esprime il rapporto Arpav sulla risorse idriche. Lo scorso marzo sono caduti solo 13 mm di acqua; la media degli ultimi 30 anni è di

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67 mm. Sulle Dolomiti non più di 4-5 mm sul Faloria a Cortina, a Col di Prà (Taibon Agordino) e a Cencenighe Agordino. Il deficit sul Piave è stato dell'89%. Nei sei mesi dall'inizio dell'anno idrologico (quindi dal 1° ottobre) sono caduti 313 mm ; la media del periodo 1994-2021 è stata di 520 mm.Poca pioggia, dunque, e pochissima neve. A fine marzo lo spessore del manto nevoso era di 43 cm e di 14 cm sulle Prealpi. Dopo 24 ore, segnate da precipitazioni, la neve fresca risultava di 50-80 cm a 2000 m, di 35 a 1600 m e di 1020 a 1200 m di quota. Nelle Prealpi, 30-40 cm oltre i 1600 metri (con locali punte di 50 cm) e di 0-5 cm a 1200 m di quota. Il 5 aprile, dopo le ulteriori nevicate, l'indice di spessore è risalito a valori normali: 79 cm nelle Dolomiti, 26 cm nelle Prealpi. Quali, dunque, le ricadute nei principali serbatoi del Piave? Positive, ma non troppo. Il volume totale a fine marzo era di 91,6 milioni di metri cubi, una decina in più rispetto alla fine di febbraio, pari al 55% del volume massimo invasabile, poco superiore alla media.L'andamento nel mese è stato abbastanza diversificato per i tre principali serbatoi del Piave: l'invaso di Pieve di Cadore ha avuto un andamento altalenante, fino a raggiungere il 44% del volume massimo invasabile (poco sotto la media storica del periodo, -20%); Santa Croce si è mantenuto piuttosto costante e a fine marzo si presenta alla metà (49%) del volume massimo; il Mis ha evidenziato una continua rapida e costante crescita fino ad arrivare all'83% del volume (assai sopra la media storica, +59%). Volume in continuo incremento anche nel serbatoio del Corlo (Brenta). In marzo, dunque, ancora prevalenti condizioni di magra invernale sulle sezioni montane del Piave, anche se alcune sezioni evidenziano un leggero incremento nell'ultima settimana del mese, attribuibile all'aumentata velocità dello scioglimento della neve dei versanti esposti a nord delle Dolomiti.Ma vediamo le portate: torrente Fiorentina a Sottorovei -41%, Padola a Santo Stefano -48%, Cordevole a Saviner -44%, Boite a Cancia -34%. Sul Piave a Ponte della Lasta (-32% sulla media storica) e Boite a Podestagno (-14%). Il volume defluito in questi primi sei mesi dell'anno idrologico lungo il Piave bellunese risulta, in sostanza, assai inferiore a quello medio storico dello stesso periodo: -26% sul Boite, -40% sul Padola a Santo Stefano, -40% sul Cordevole (Saviner), -41% sul Sonna, a Feltre. Ecco, perché, è davvero problematico riportare in equilibrio il bilancio pluviometrico. -Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’Adige | 12 aprile 2022 p. 10 Cambiamenti climatici, il contributo della ricerca Anche in Trentino gli impatti dei cambiamenti climatici sono evidenti da tempo - si pensi alla situazione dei nostri ghiacciai - sugli ecosistemi naturali, sul sistema produttivo, in particolare nei settori dell'agricoltura, della produzione energetica e del turismo. Questo e tanto altro, è emerso nel corso del workshop "Cambiamenti climatici: il contributo della ricerca in Trentino", organizzato dall'Appa e tenutosi ieri presso la sala conferenze del Muse, che ha visto i principali soggetti scientifici operativi in Trentino sulle tematiche legate al clima (Fem, Fbk, Muse, Hit e Università) presentare le proprie attività di ricerca ad un folto pubblico di colleghi e dipendenti delle strutture provinciali interessate.Durante la giornata si sono alternate presentazioni relative ai settori di ricerca più diversi: tra gli altri risorse idriche, pericoli naturali, suolo, ecosistemi terrestri e acquatici, agricoltura, foreste, sistema energetico, salute e benessere umano, turismo e paesaggio. Per affrontare la sfida posta dai cambiamenti climatici, la giunta provinciale ha approvato l'anno scorso il programma Trentino Clima 2021-2023, come atto di indirizzo verso la futura Strategia provinciale di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. «La Provincia di Trento sul cambiamento climatico può essere di esempio - ha sottolineato il vicepresidente della Provincia Mario Tonina - perché qui non si parte dall'anno zero. Questa giornata di lavoro rappresenta una tappa lungo un percorso che includerà anche il contributo di tutti gli altri attori del nostro territorio che svolgono importanti attività di monitoraggio e ricerca sul clima». Più in generale, questo percorso darà ampio spazio ad un confronto a tutto campo con i diversi soggetti sociali ed economici del territorio, in un processo partecipativo che Appa sta predisponendo anche in continuità con la Strategia provinciale per lo sviluppo sostenibile, il documento di programmazione più importante adottato dalla giunta provinciale in materia ambientale. «Nei prossimi mesi - ha proseguito Tonina - questo percorso ci consentirà di individuare gli elementi che caratterizzeranno la futura Strategia provinciale per i cambiamenti climatici, in maniera rigorosa dal punto di vista scientifico e tecnico e anche condivisa. Il tema del cambiamento climatico va affrontato con grande impegno e concretezza da chi oggi ha responsabilità di governo, perché è un tema da cui dipende il futuro delle giovani generazioni».

Corriere delle Alpi | 15 aprile 2022 p. 9 Crestani (Anbi Veneto): «Agricoltura in pericolo, fare 10 serbatoi nelle ex cave» La proposta: «La Regione Veneto deve chiedere acqua in prestito al Trentino» Siccità ai massimi storici, irrigazioni a rischio stop

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«Bacini, ora o mai più» Di Enrico Ferro PADOVA I laghi sono mezzi vuoti, neve in montagna non ce n'è, i fiumi sono al minimo dei deflussi e le falde riportano percentili tra l'1 e il 2%. Del resto, non ha piovuto per oltre cento giorni. In questo contesto, il tasso di severità idrica rischia di passare da medio al massimo livello. «Se continua così le irrigazioni saranno impossibili. I tempi sono stretti, perché si dovrebbe cominciare il 16 aprile. Bisogna intervenire subito, l'agricoltura è a serio rischio», dice senza giri di parole Andrea Crestani, direttore di Anbi Veneto, che raggruppa dieci consorzi di bonifica delle varie province. Mercoledì si è riunito l'osservatorio per le crisi idriche, una cabina di regia in cui confluiscono autorità di bacino, Ministero delle Politiche agricole, Ministero dell'Ambiente, le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, le due province autonome di Trento e Bolzano e i consorzi di bonifica. «Le indicazioni che stiamo per mandare alla Regione sono chiare: in questa situazione serve una limitazione delle derivazioni irrigue. Non possiamo prelevare più del 25% dell'acqua che abbiamo attualmente», sintetizza Crestani. Ovviamente è stato fatto uno screening a livello regionale e il risultato è senza dubbio allarmante. I laghi del gruppo Piave (Santa Croce, Cadore e Mis), sono circa al 35% della capienza, e nemmeno i fiumi se la passano tanto bene. Il pericolo maggiore è rappresentato dall'intrusione del cuneo salino: sul Po ci sono 15 chilometri di avanzamento del mare lungo il fiume, sull'Adige è entrata in funzione la barriera anti sale ma la posta in palio è altissima perché potrebbero esserci ripercussioni persino sull'acqua potabile. «Dopo Pasqua avremo una riunione tecnica con gli assessori regionali ma qui bisogna subito correre ai ripari con misure immediate» mette in guardia il presidente dei consorzi di bonifica. «Bisogna chiedere al Trentino il rilascio di un ulteriore 25% di metri cubi di acqua, in modo che con il nostro 25% arriviamo al 50% e si può quanto meno partire». Nei bacini di raccolta in Trentino l'acqua c'è ed è a disposizione del settore idroelettrico e, appunto, delle irrigazioni nel settore dell'agricoltura. Ma andando a ritroso di 5 anni c'è un precedente che fa presagire nulla di buono. Nel 2017 il Veneto chiese al Trentino di aprire i rubinetti dei bacini montani, per dare una maggiore portata all'Adige che in foce era in forte sofferenza. Praticamente come oggi. Il Trentino dapprima rispose positivamente, ma dopo una settimana cambiò idea e disse che l'acqua era poca e che non si poteva regalare ad altri. La trattativa per il Veneto fu condotta dall'assessore Giampaolo Bottacin, che incassò quindi una sconfitta. «Quest'anno serve necessariamente che il Veneto trovi un accordo con il Trentino, sennò niente acqua», ribadisce Crestani. Poi però c'è una soluzione più a lungo termine, che potrebbe risolvere definitivamente il problema. «Perché non invasare l'acqua in eccesso e trattenerla? Nell'area Piave dopo la tragedia del Vajont non si è più fatto niente. Ora serve un piano di invasi con l'utilizzo delle cave dimesse. Se individuate nella media pianura potrebbero servire per l'irrigazione e anche per il fotovoltaico con pannelli galleggianti. Le cave ci sono ma sono ferme da 20 anni, alcune andrebbero bonificate. Alcune sono ancora dei privati. La Regione deve prendere in mano la questione. La Lombardia l'ha fatto e ha risolto così la situazione». Ci sono quindi dieci consorzi di bonifica al lavoro per individuare le aree più adatte, in cui si potrebbe operare subito. Una mappa è in fase di realizzazione e sarà poi consegnata alla Regione Veneto. «Ora stiamo individuando le cave che possono essere interessate». Tra Verona, Vicenza e Treviso ci sono dieci siti, ma qualcosa c'è anche a Rovigo. «I bacini già realizzati a Riese Pio X e Fonte, nel trevigiano, funzionano. Non è più tollerabile andare avanti così. L'acqua ce l'abbiamo, basta non disperderla quando scende» continua Andrea Crestani. «C'è un altro aspetto non indifferente: un intervento del genere sarebbe realizzato con una grossa quota di risorse ministeriali. Facciamolo, partiamo subito». Corriere del Trentino | 21 aprile 2022 p. 2 Acqua, il Trentino respinge le richieste «La cediamo solo su ordine del governo» Pioggia e neve mancano da mesi Con la primavera riparte l’agricoltura Il Veneto attacca: «Aprite i rubinetti» Trento risponde: «L’acqua non c’è» Luca Marsilli TRENTO L’assessore veneto Gianpaolo Bottacin invoca l’intervento del Ministero. Il suo corrispondente trentino Mario Tonina, di fatto, gli dà ragione. Perché al di là degli isterismi di parte e dei reciproci sospetti, bisogna fare i conti con la realtà. E la realtà è che l’acqua non c’è. Non almeno in misura paragonabile a quanta ce n’è stata negli ultimi 60 anni in questo periodo. Il Veneto chiede che Bolzano e Trento «aprano i rubinetti», facendo riferimento ai bacini idroelettrici delle nostre valli montane. La richiesta è di rilasci straordinari dai bacini per 20 metri cubi al secondo per ognuna delle due Province. Per avere un ordine di grandezza, la portata dell’Adige ieri al ponte di San Lorenzo, a Trento, era sugli 80 metri cubi. Ma nei bacini idroelettrici di Trentino e Alto Adige si stima sia presente oggi più o meno il 20 per cento dell’acqua che dovrebbero contenere. Usando la stessa metafora del Veneto, il rischio è che anche aprendolo, il rubinetto, non dia che qualche goccia.

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«Il problema è oggettivamente serio e complesso — diceva ieri l’assessore Mario Tonina — perché la crisi attuale è figlia di condizioni meteo eccezionali. Abbiamo avuto un inverno secco come non se ne ricordano, dopo un autunno altrettanto scarso di precipitazioni. Quindi la pioggia non ha riempito i bacini e ancora meno lo farà nelle prossime settimane la neve, perché anche in quota non ci sono accumuli significativi. Senza piogge importanti e persistenti, le dighe resteranno vuote. E il problema dell’assenza di neve condizionerà comunque tutta la prossima estate, perché è la neve a garantire le portate estive di fiumi e torrenti e alimentare le falde in profondità». Il Veneto ci accusa, fuori dai denti, di anteporre il nostro interesse a produrre energia elettrica al loro bisogno di irrigare i campi e alimentare gli acquedotti. E di non rispettare il «Codice ambiente», che stabilisce chiare priorità in caso di siccità: l’acqua va destinata in primo luogo agli usi potabili, poi all’agricoltura e da ultimo agli utilizzi industriali, idroelettrico incluso. Il concetto di Bottacin è che il Trentino non può fare quello che vuole con una risorsa che non è solo sua. Sbaglia? «Non sbaglia nella lettura della norma, ma sbaglia nell’immaginare che stiamo difendendo un «tesoro» di acqua che in realtà non esiste, e che l’Adige sia in secca perché noi vogliamo tenere tutta l’acqua per noi o per farne energia elettrica. Negli ultimi sei mesi di fatto la produzione idroelettrica è stata minima, proprio per carenza di acqua nei bacini. Dolomiti Energia ha dei contratti da osservare nei confronti di Terna: contratti che le impongono di rispondere con l’idroelettrico alle richieste di immettere energia nella rete nei momenti di maggiore necessità. Di fatto oggi solo questo fanno le nostre centrali. Non rispettare il contratto con Terna espone a penali molto importanti. Quindi il poco di acqua che ancora c’è, viene conservata per fare queste mini produzioni di punta. C’è una serie di confronti tecnici in corso. Con Terna, con Dolomiti Energia e tra Veneto e Trentino. Stiamo cercando di capire cosa effettivamente siamo in grado di dare. Ma che si possa arrivare ai 20 metri cubi che ci chiede il Veneto, penso sia da escludere». Ne fanno una questione di emergenza e chiedono l’intervento del Ministero. «Se sono veramente in emergenza, hanno ragione a farlo: è il modo corretto. Il Ministero dichiara lo stato di emergenza, dopo averne verificata la sussistenza, e la Protezione Civile nazionale emana un provvedimento che impone i rilasci eccezionali di acqua dai bacini idroelettrici. Hanno tutto il titolo per farlo. Ma ce l’hanno solo loro, appunto. Davanti a un provvedimento di quel genere, passano in secondo piano contratti e concessioni. E non avendo facoltà di scelta, non ci sono neppure penali. Ma a oggi non siamo a questa fase: c’è una regione, il Veneto, che ci ha chiesto di verificare la possibilità di aumentare i rilasci. Lo ha chiesto a noi come all’Alto Adige, che peraltro ha bacini molto più capienti dei nostri, in misura di 20 metri cubi al secondo per ogni provincia autonoma. Io per ora posso dire che salve le verifiche in corso, che potrebbero teoricamente anche smentire i presupposti che per ora stiamo dando per assodati, non siamo in condizione di erogare quei 20 metri cubi. Se poi interverrà la protezione civile imponendoci di farlo, non potremo che adeguarci: di fronte a una conclamata emergenza e a cause di forza maggiore, non si può che obbedire. Basta che nessuno si illuda che sia una misura risolutiva, perché se non comincia a piovere sul serio e anche in fretta, le misere scorte di oggi si esauriranno in fretta». La stima emersa dall’incontro tecnico di ieri sarebbe più o meno 10 giorni: a 20 metri cubi al secondo, a inizio maggio nei laghi artificiali non ci sarebbe più una goccia. Con problemi anche ambientali, perché non si tratta di serbatoi, ma di laghi, appunto. Tra l’altro oggi gli 80 metri cubi di acqua nell’Adige vengono in parte importante dagli stessi bacini idroelettrici, che con i deflussi minimi vitali obbligatori stanno mantenendo in vita torrenti e fiumi. Dighe vuote vorrebbe dire perdere dal reticolo idrico provinciale e dall’Adige, in cui tutti quei fiumi e torrenti finiscono per confluire, anche il poco di acqua che ora c’è.

L’ Adige | 22 aprile 2022 p. 16 Veneto a secco, problema comune E' il dilemma della coperta corta: il Veneto chiede al Trentino Alto Adige di aumentare la portata del fiume Adige di 20 metri cubi al secondo per fare fronte alla siccità in pianura, ma le dighe in montagna sono quasi vuote. Nei bacini delle centrali idroelettriche attualmente si trova infatti solo il 20% della quantità media di questo periodo dell'anno. A questo punto il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha inviato una lettera al presidente del Consiglio, Mario Draghi, e al capo dipartimento della Protezione Civile, Fabrizio Curcio, nella quale chiede di valutare la dichiarazione dello stato di emergenza "finalizzata ad ogni opportuna azione che possa definire le modalità di gestione sovraregionale della crisi idrica". Contemporaneamente, nel documento il governatore sollecita un adeguato sostegno economico per assicurare l'attuazione degli interventi urgentemente necessari per garantire la pubblica incolumità, il ripristino dei danni subiti dal patrimonio sia pubblico sia privato e le normali condizioni di vita della popolazione. Alla fine di marzo, infatti, nella regione le precipitazioni sono risultate inferiori del 58% agli apporti medi del periodo. Nel mese di aprile, la precipitazione media registrata è di 23 millimetri, a fronte di quella del periodo negli anni precedenti che è di 94 millimetri. L'assessore all'ambiente della Provincia di Bolzano Giuliano Vettorato mette in chiaro che «una mano certamente la daremo, ma anche da noi la siccità sta creando seri problemi, dopo un centinaio di giorni senza piogge intense». Con la portata richiesta dal Veneto i bacini idrici si svuoterebbero nel giro di una ventina di giorni. Vettorato invita perciò anche la popolazione a un utilizzo parsimonioso dell'acqua. L'assessore altoatesino alla protezione civile Arnold Schuler ricorda che il problema non è nuovo e che l'Adige in pianura garantisce

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acqua potabile a circa 200.000 persone. La carenza d'acqua ha anche i suoi effetti negativi sulla produzione elettrica, «un tema particolarmente sentito in questi giorni». Secondo Schuler, le misure da intraprendere vanno valutate attentamente e soprattutto va trovata una strategia a lungo termine, anche alla luce del cambiamento climatico. La vede così anche l'assessore trentino Mario Tonina. Nei bacini in montagna non giace nessun tesoretto, ribadisce. Un rilascio eccezionale di acqua dalle dighe - secondo lui potrebbe avvenire con un provvedimento della protezione civile nazionale in caso di stato di emergenza. Anche le precipitazioni attese tra domani e domenica in Trentino Alto Adige non basteranno a far risalire i livelli delle dighe. Non va meglio in Valle d'Aosta. «Sono iniziati i rilievi per valutare l'accumulo di acqua nella neve sulle dighe valdostane. Dalle prime osservazioni, si conferma quanto prevedibile: accumulo decisamente sotto la media, al limite del minimo storico», scrive Arpa Valle d'Aosta su Twitter. Nel marzo scorso era emerso che la quantità di acqua conservata sotto forma di neve sulle montagne valdostane era ai minimi assoluti del periodo 20002022 e di circa 40-50% inferiore alla media. Solo intense piogge possono alleviare la situazione.

Corriere delle Alpi | 22 aprile 2022 p. 10 L'autonomia idrica va ko Il Veneto in secca chiede aiuto al Governo Enrico Ferro Venezia Il Veneto trema per i fiumi in secca alla vigilia della stagione delle irrigazioni. L'agricoltura, comparto che lo scorso anno ha mosso 6 miliardi e mezzo, è a un passo dallo stallo. Allora la Regione chiede aiuto ai confinanti del Trentino, implorandoli di aprire i rubinetti dei bacini di raccolta montani. Ma l'autonomia idrica sembra proprio non funzionare ed è per questo che ieri il presidente Luca Zaia ha deciso di passare alle carte bollate, chiedendo aiuto a Roma. Con una lettera indirizzata al premier Mario Draghi e al capo dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio, ha chiesto ufficialmente di valutare la dichiarazione dello "stato di emergenza" per una "gestione sovraregionale della crisi idrica". La fotografia scattata nella Giornata della Terra, l'Earth Day che si celebra oggi, non è edificante. Anche la locomotiva d'Italia perde colpi sul fronte del clima. I livelli dei fiumi hanno percentuali da default: -76 % sul Bacchiglione a Montegalda (Vicenza), -74 % sul Brenta a Ca'Barzizza (Vicenza), -65 % sul Po a Pontelagoscuro (Ferrara) e -53 % sull'Adige a Boara Pisani (Padova). Proprio a Boara, a causa dell'inversione dei livelli, il mare ha cominciato ad avanzare sul letto del fiume. La risalita dell'acqua salata, detta cuneo salino, è un grande problema che viene accentuato dalla siccità: contamina le falde e nelle situazioni più gravi rende l'acqua inservibile sia per i rubinetti che per l'irrigazione dei terreni. Sul Po ci sono 15 chilometri di avanzamento del mare, sull'Adige è entrata in funzione la barriera anti sale ma è stata oltrepassata dalla piena marina. Ieri mattina c'è stato l'incontro tra la Regione, i rappresentanti dei consorzi di bonifica e delle associazioni di categoria. Doveva essere l'occasione per presentare l'ordinanza regionale con cui si disponeva il contingentamento dell'acqua, sia irrigua che potabile, con specificato perfino il divieto di lavare le auto. Ma il documento attualmente è in stand by. In termini pratici è più incisiva la richiesta dello "stato di emergenza". Colpa della Provincia autonoma di Trento, che ha fatto orecchie da mercante di fronte alle richieste del Veneto di regalare un po' della loro acqua. La situazione crea anche qualche imbarazzo politico, visto che Luca Zaia e Maurizio Fugatti sono entrambi esponenti della Lega. «Una mano certamente la daremo, ma anche da noi la siccità sta creando seri problemi, dopo un centinaio di giorni senza piogge intense», dice Giuliano Vettorato, l'assessore all'Ambiente della Provincia di Bolzano. «L'acqua deve essere garantita prima di tutto per un utilizzo umano, poi agricolo e solo infine energetico» puntualizza Federico Caner, assessore veneto all'Agricoltura, lasciando intendere che i confinanti non possono tenersi l'acqua per le centrali idroelettriche mentre a qualche decina di chilometri di distanza l'agricoltura va a rotoli. «Ora confidiamo che il Governo faccia pressione sull'autorità di bacino e che quest'ultima obblighi Trento a darci l'acqua che ci serve. Dal canto nostro però, lanciamo un appello: usate l'acqua con buon senso, in ogni situazione, anche quando siete sotto la doccia». È grande la preoccupazione dei consorzi di bonifica veneti, che fanno da collettore anche di tutte le ansie degli agricoltori. «Siamo in una situazione paradossale: anche se la Regione uscisse con un'ordinanza imponendo la riduzione del 50% delle irrigazioni, noi quel 50% non ce l'avremmo. Bene quindi deciso di posticipare l'ordinanza, per compiere un atto così forte dal punto di vista formale». Nella lettera inviata al Governo Zaia fa riferimento alla sofferenza idrica e sottolinea come, nel Veneto, la situazione sia tale che per un riequilibrio del deficit pluviometrico accumulato fino a marzo sarebbe necessaria una precipitazione equivalente a tre volte quella registrata nel mese successivo. Alla fine di marzo, infatti, nella regione le precipitazioni sono risultate inferiori del 58% agli apporti medi del periodo. Con la portata richiesta dal Veneto i bacini idrici trentini si svuoterebbero nel giro di una ventina di giorni. --© RIPRODUZIONE RISERVATA

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ELITURISMO Alto Adige | 29 aprile 2022 p. 34 Voli in elicottero sulle Dolomiti È scontro su controlli e sanzioni massimiliano bona GARDENA/BADIA/PUSTERIA I protezionisti del Dachverband tornano alla carica per chiedere nuove regole (e limitazioni) per i voli turistici in alta quota, soprattutto nell'area dolomitica. «Disturbano le persone e gli animali - tuona il presidente Klauspeter Dissinger - e fanno aumentare inutilmente i gas serra. L'utilità dei cinque siti di atterraggio permanente per gli elicotteri sopra i 1.600 metri deve essere chiarita e, se necessario, limitata ai servizi di salvataggio e di approvvigionamento». Sui prezzi e sul business legato ai voli in alta quota gli stessi protezionisti non sono peraltro così precisi. «Un volo turistico per le Tre Cime costa poco più di 1.000 euro mentre le Dolomiti si possono avere per poco meno di 1.500 euro», sottolinea il Dachverband. I prezzi per un volo turistico: si parte da 130 euro a persona per 15 minuti di volo.Molto dipende, in realtà, dalla scelta di affittare in esclusiva o meno un velivolo. Per un primo volo, da 15 minuti, si pagano 130 euro a persona mentre per affittare l'intero eclittero si spendono 650 euro. Per 30 minuti il costo è di 240 euro a persona (1.200 per il velivolo in esclusiva) mentre per il volo completo di 50 minuti sulle Dolomiti si spendono 360 euro a persona (1.800 per l'intero elicottero). Il volo più lungo consente di ammirare da vicino Lago di Braies, Tre Cime, Cristallo, Tofana, Marmolada e Catinaccio. Con gli altri voli si arriva (quasi) face to face con Puez Odle, Sassolungo, Sella e Sciliar. Molti turisti (ma anche tanti altoatesini) partono dall'elibase di Pontives (a una quota consentita) mentre nella stagione invernale si decolla anche da Passo Gardena e dal Rifugio Pralongià in Alta Badia ma anche da altri siti a richiesta. Dissinger: «Mancano i controlli».«Nelle zone al di sopra dei 1.600 metri è vietato per legge decollare, atterrare e sorvolare un'area ad un'altitudine inferiore ai 500 metri. Gli stessi divieti si applicano nei biotopi, nei parchi naturali e nei piani d'area sovracomunali, ma anche dove é esplicitamente previsto dai piani paesaggistici. In molti casi, i regolamenti non vengono rispettati perché manca il controllo e la relativa sanzione», commenta Dissinger, a fronte di diverse denunce. Il sindaco di Selva: «Molti meno eccessi rispetto al passato, sono dovuto intervenire poche volte». «Da quando non si può più atterrare sulla Marmolada - commenta il sindaco di Selva Gardena Roland Demetz - il fenomeno è sufficientemente regolamentato e non ho notizia di particolari eccessi a riguardo. Io stesso negli ultimi anni sono intervenuto solamente nella zona di Passo Gardena, per il resto le aziende impegnate nel settore sono rigorose e rispettose dell'ambiente». Mountain Wilderness critica per i voli al confine con il Veneto. L'associazione ha scritto anche una lettera (di garbata protesta) alla Fondazione Dolomiti Unesco per denunciare i continui episodi di utilizzo di elicotteri per scopi commerciali e turistici sopra le Tre Cime di Lavaredo, tra Auronzo e le Dolomiti di Sesto nel Comune di Dobbiaco.©RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere dell’Alto Adige | 29 aprile 2022 p. 3 La protesta del Dachverband Voli turistici in quota con gli elicotteri «Serve un giro di vite» BOLZANO Troppi voli turistici con elicotteri privati. A denunciarlo è la Federazione dei protezionisti sudtirolesi (Dachverband). Rumore e gas di scarico disturbano le persone e gli animali, oltre a far aumentare l’inquinamento. Chiesto l’intervento della Provincia, affinché «sostenibilità e il piano per il clima non siamo solo parole scritte sulla carta». Mille euro per sorvolare le Tre Cime. Mille e cinquecento per volteggiare su tutte le Dolomiti o per recarsi (andata e ritorno) in un rifugio. Sono i voli turistici privati in elicottero finiti nel mirino della federazione protezionisti sudtirolesi. «Per lo sviluppo turistico provinciale — sottolinea il presidente Klaus-Peter Dissinger — si parla di sostenibilità, ma questi voli sono proprio l’opposto». La federazione ricorda che nelle zone al di sopra dei 1.600 metri sul livello del mare, è vietato per legge decollare, atterrare e sorvolare a un’altitudine inferiore ai 500 metri. Gli stessi divieti si applicano nei biotopi, nei parchi naturali e dove esplicitamente previsto dai piani paesaggistici. «In molti casi, i regolamenti non vengono rispettati perché manca il controllo e, quindi, di una possibile multa», sottolinea Dissinger in base a numerose denunce che, in tal senso, sono arrivate alla federazione. I protezionisti ricordano che la legge proibisce anche che le persone siano trasportate in elicottero nelle zone montane e sciistiche per sciare o per altre attività sportive e

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ricreative. Nel caso di iniziative giustificate da interesse pubblico, i voli per lavoro e trasporto passeggeri sono possibili per un tempo limitati in deroga alla legge. Tuttavia, dal 2015, questi voli non devono più essere autorizzati, ma solo segnalati dall’operatore stesso. La federazione protezionisti sudtirolesi vede la revisione delle norme attualmente in vigore come «assolutamente necessaria». La regolamentazione dei voli in elicottero era nata come una misura per proteggere la natura e quindi anche per proteggere i residenti e i visitatori. Molte persone, specialmente i turisti, cercano pace e relax in montagna e non vogliono sentire rumori assordanti come quelle dei motori e delle pale. «L’utilità dei cinque siti di atterraggio permanente per gli elicotteri sopra i 1.600 metri deve essere chiarita e, se necessario, limitata ai servizi di salvataggio e di approvvigionamento — rimarca Dissinger —. In caso contrario il rischio è che continuino ad essere utilizzati anche per scopi turistici, soprattutto in assenza di controlli. La pace e la tranquillità della montagna non devono essere disturbate da offerte per vip». (c. s.)

Alto Adige | 30 aprile 2022 p. 34 «Seicentomila euro l'anno grazie ai voli turistici» L'INTERVISTA gabriel kostner pilota massimiliano bona ORTISEI Gabriel Kostner, 57 anni, è un pilota di lungo corso, tra i più noti in provincia, e assieme al fratello Marco è il titolare della Elikos, una delle ditte più importanti del settore in provincia. La presa di posizione dei protezionisti del Dachverband - che chiedono più controlli e sanzioni - lo ha stupito non poco. «Il nostro è un settore già iper-regolamentato: alle norme europee vanno sommate quelle provinciali e le indicazioni dei singoli Comuni. E poi c'è anche l'Enac. Appesantire ulteriormente il comparto sarebbe impossibile».Come Elikos avete mai ricevuto multe?Agli inizi, poi ci siamo rapidamente adeguati. Tra limiti di sorvolo, parchi e norme paesaggistiche le leggi a cui dobbiamo sottostare per esercitare la nostra professione sono parecchi. Ma lo facciamo serenamente perché teniamo al nostro lavoro.Ma le sanzioni a quanto ammontano?Dai 2 ai 6 mila euro. Non poco. Lei quante ore di volo ha all'attivo?Ho superato quota 15 mila e faccio questo mestiere da 32 anni.Quanto incidono i voli turistici sul fatturato di un'azienda di medie dimensioni come la vostra?Il nostro fatturato è attorno ai 3 milioni di euro e i voli turistici incidono più o meno il 20 per cento. Del resto, con 33 milioni di pernottamenti, è impensabile anche solo pensare di imporre agli ospiti ulteriori limiti e divieti. E i voli sulle Dolomiti sono oggettivamente richiesti.I protezionisti puntano il dito contro i cinque siti di "atterraggio permanente" per gli elicotteri sopra i 1.600 metri. Quali sono?Senales, Monte Spico (Speikboden), Plan de Corones, Passo Gardena e Seceda. Certo, sono stati previsti in zone turistiche dove c'è una richiesta. A una parte degli ospiti, che hanno a cuore l'ambiente dolomitico, piace anche vedere le nostre montagne da vicino. E lo stesso succede per altre attrazioni in tutto il mondo. Visto che i voli turistici rappresentano il 20 per cento del vostro fatturato quali sono gli altri servizi che fate con gli elicotteri in quota?Ci sono i classici trasferimenti verso destinazioni nazionali e internazionali. Grande rilievo hanno anche le riprese aeree: le Dolomiti sono anche una location unica per spot pubblicitari e produzioni televisive e cinematografiche.Siete richiesti anche per i trasporti in quota?Sì, fino a 1.400 chili. Ci occupiamo di montaggi di precisione, montaggio di funivie, tesatura cavi, trasporto di legname e calcestruzzo, rifornimenti ai rifugi, servizio antincendio, distacco artificiale di valanghe e protezione civile.©RIPRODUZIONE RISERVATA

OLIMPIADI: GLI AGGIORNAMENTI Gazzettino | 8 aprile 2022 p. 12, edizione Belluno La pista da bob cambia tracciato “Sarà più corto e sicuro” La nuova pista di bob di Cortina ricalcherà in buona parte lo storico tracciato Eugenio Monti, ma ci sarà una radicale modifica nel tratto finale e la curva d'arrivo sarà spostata. Il confronto definitivo sul tracciato è previsto lunedì 11 e martedì 12 aprile, con incontri e sopralluoghi fra le istituzioni coinvolte: «C'è la necessità di diminuire la velocità dei mezzi spiega il sindaco Gianpietro Ghedina per

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poter utilizzare in sicurezza l'impianto anche con bob femminile, slittino, skeleton e parabob. Per questo sarà accorciato l'ultimo rettifilo, con una variazione al tracciato, e la nuova curva d'arrivo sarà più in alto, a monte della palestra per l'arrampicata sportiva. Si interverrà marginalmente sul parco giochi. La pista sarà dunque un po' più corta e si allontanerà dai campi di tennis, che saranno pertanto salvaguardati. Lo sarebbero stati comunque, ma questo fuga definitivamente tutti i timori per quella struttura, che sono ormai superati. Si eviterà così di dover costruire una nuova curva d'arrivo, piuttosto impegnativa sotto il profilo ambientale». «Siamo nella fase di studio di fattibilità: nel progetto esecutivo saranno recepite queste modifiche, che abbiamo elaborato con la collaborazione del bob club Cortina», fa sapere il sindaco. IL CONFRONTO Lunedì e martedì saranno a Cortina tutti gli interlocutori che dovranno occuparsi di questo impianto sportivo: «Saranno due giornate importanti conferma Ghedina avremo sopralluoghi sul posto, ma soprattutto un confronto, per quanto riguarda lo studio di fattibilità della pista, con la presenza della Regione Veneto, con l'ingegner Elisabetta Pellegrini e la sua struttura, con Luigivalerio Sant'Andrea amministratore e commissario della società Infrastrutture olimpiche. L'impegno a realizzare la pista passerà dalla Regione Veneto al commissario Sant'Andrea. La firma dell'accordo è stata posta a Venezia qualche giorno fa; a Cortina, la prossima settimana, ci sarà il passaggio formale, tra la Regione e l'ente preposto a seguire il progetto. Ho chiesto anche l'intervento del bob club Cortina, con il presidente Gianfranco Rezzadore, con il tecnico Sebastiano Dabalà: non soltanto perché il sodalizio sarà il principale fruitore della pista, ma anche per la loro profonda conoscenza del tracciato». Questo passaggio di consegne rappresenta un momento di grande importanza. «È un ulteriore passo avanti, ma l'aspetto determinante è che l'ingegner Sant'Andrea è il commissario ad acta per questo intervento. Ciò ci rassicura sulle procedure e soprattutto sui tempi di realizzazione della nuova pista», aggiunge Ghedina. I FINANZIAMENTI Per la nuova pista è prevista una spesa di 61 milioni di euro, garantiti dal governo nazionale, che rientrano in una valutazione finanziaria più ampia: «Nel recente incontro che abbiamo avuto a Venezia è stata fatta una sintesi, sulle risorse che serviranno per tutte le opere sportive delle Olimpiadi. Sono stati trovati altri cinque milioni di euro perla ristrutturazione dello stadio Olimpico, che ospiterà il curling, un intervento tecnico per aerazione, illuminazione, spogliatoi. C'è quindi la totale copertura per bob, stadio e trampolino Italia, dove ci sarà la medal plaza, perle cerimonie di premiazione, di consegna delle medaglie. Il commissario Sant'Andrea ci ha spiegato che la situazione di crisi, derivante dalla guerra in Ucraina, porterà comunque a un aumento dei costi, che condizioneranno tutti gli interventi, soggetti a questo fenomeno, come sta accadendo in tutto il mondo». Marco Dibona

Corriere delle Alpi | 10 aprile 2022 p. 23 Protesta ambientalista: «Pista da 100 milioni» CORTINA La pista di bob costerà almeno cento milioni di euro. Lo sostengono le associazioni ambientaliste Ecoistituto del Veneto "Alex Langer", Gruppo promotore Parco del Cadore, Italia Nostra sezione di Belluno, Peraltrestrade Dolomiti, Mountain Wilderness Italia.«Quanto ai costi di costruzione e di esercizio post-Olimpiadi è ormai certo (considerata la crisi energetica mondiale) che questi aumenteranno. Pertanto, i 61 milioni già stanziati dallo Stato, a cui si aggiungerà un contributo di 500 mila euro a testa da parte della Provincia e del Comune, non saranno sufficienti: si dovranno aggiungere almeno 40 milioni di finanziamenti statali. Cento milioni di euro, se basteranno, spesi per un'opera la cui eredità e la cui gestione graveranno pesantemente sul piano ambientale ed economico (si parla di 400 mila euro annui di deficit)».A questo punto resta, affermano gli ambientalisti, solo una soluzione per evitare lo scempio ambientale nella conca e lo spreco di denaro pubblico: disputare le gare di bob, slittino e skeleton sulla pista di Innsbruck, sede della Coppa del mondo e dei recenti Campionati europei, con costi e tempi indicati come infinitamente inferiori. «Ci sono delle situazioni in cui bisogna avere il coraggio di ritornare sui propri passi: invitiamo i decisori politici a ragionarci sopra e a fare una scelta responsabile», concludono le associazioni. --fdm© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 12 aprile 2022 p. 17 «Olimpiadi sì, purché davvero sostenibili» Una "luce" guida il mandato bis di Frigo

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L'INTERVISTA Il Cai Veneto ha confermato Renato Frigo come proprio presidente regionale. E Frigo ha confermato le riserve verso le Olimpiadi, e la pista di bob in particolare. L'assemblea si è svolta a Valdagno: 557.778 gli iscritti in Veneto, distribuiti in 65 sezioni e 15 sottosezioni; 11.478 in provincia di Belluno, 18 sezioni. 140 delegati su 147 hanno ridato fiducia a Frigo.Presidente, è solo lei contrario ai Giochi olimpici?«Contrarietà no, ma perplessità sì. E da parte di quasi tutti. Non per l'evento in sè, ma per gli eccessi che questa manifestazione comporta. Non possiamo non sottolineare e fare nostre le posizioni del Cipra (la Confederazione che raccoglie un centinaio di associazioni in sette Stati, ndr) che otto anni fa, nel 2014, aveva già chiesto in modo esplicito ai Comuni e alle Regioni delle Alpi di rinunciare a future candidature».I motivi di questa perplessità?«Per pochi giorni di competizione, gli eventi richiedono infrastrutture che non sono né ecologicamente, né socialmente compatibili. Sarebbe necessario un drastico ripensamento, basato sull'uso di sedi decentrate già esistenti e sul rispetto sia di situazioni locali e sia dei limiti economici ed ecologici».Fa problema la pista di bob?«Si è sempre decantata la sostenibilità di queste Olimpiadi. Spendere 60 milioni, se bastano, per la pista di bob non ci sembra un approccio sostenibile. Si è sempre detto che il villaggio olimpico sarebbe stato mobile, adesso scopriamo che una parte resterà fissa. Perché non rigenerare ambienti esistenti come l'ex villaggio Eni di Borca? Noi non siamo contro le Olimpiadi, ci mancherebbe; ma, appunto, sugli eccessi infrastrutturali non siamo d'accordo». Don Luigi Ciotti, a margine di un recente convegno a Pieve, al quale ha partecipato anche lei, ha proposto che dalla Cortina olimpica arrivi, quasi come lascito, l'impegno a varare finalmente il Parco del Cadore.«È un'idea senz'altro condivisibile e da sostenere».In assemblea avete discusso criticamente anche sulla gestione della Fondazione Dolomiti Unesco che ha sede a Cortina...« Come Cai del Veneto abbiamo discusso a lungo sia al nostro interno e sia con le altre associazioni presenti all'interno del Card (Club Alpini Regione Dolomitica, ndr) se rinnovare l'adesione come soci sostenitori. Alla fine è prevalsa la voglia di continuare a costruire assieme, trovando nuovi spunti su una serie di attività comuni da mettere in cantiere. Si auspica che la Regione Veneto svolga un ruolo di maggiore spicco all'interno della Fondazione visto che ha il maggior territorio tutelato».L'anno scorso si è aperto un dibattito sull'apertura dei rifugi del Cai durante il periodo invernale. Pare che la prospettiva non vi entusiasmi.«Non vi è grande partecipazione nel sostenere questa proposta. Tante sono le limitazioni: al di sopra dei 1500 metri l'acqua rimane congelata per tutto l'inverno, i rifugi non sono attrezzati con il riscaldamento, spesso l'accesso non può avvenire in sicurezza per presenza di neve e ghiaccio».Spunta qualche polemica tra le sezioni Cai di montagna e quelle "cittadine", di pianura. Ne avete discusso in assemblea?«Sì. È stato ribadito che per il Cai Veneto, tutte le sezioni e tutti i soci sono sullo stesso piano. Il Cai è unico, non esistono sezioni di pianura e di montagna, né sezioni piccole, né grandi; tutte hanno pari dignità. E in tutte vi sono persone che si danno da fare per portare avanti il lavoro silenzioso del volontario. Un grande ringraziamento a tutti i presidenti e ai tutti i soci che si danno da fare per gli altri. Sicuramente alle sezioni di montagna va riconosciuta una peculiarità, una specificità, che come Cai Veneto da sempre viene riconosciuta e tenuta presente. Vi è intenzione di incentivare maggiormente gli scambi tra sezioni di diversa provenienza geografica nell'adozione di un sentiero, ai fini della gestione, della manutenzione». Proponete qualcosa di analogo anche per i Parchi dolomitici?«Nel corso dello scorso anno è stato perfezionato l'accordo con il Parco Dolomiti Bellunesi per la gestione dei sentieri alpini da parte delle sezioni con interessi nel Parco. È stato chiuso il protocollo d'intesa tra Parco e Cai nazionale per una serie di attività di reciproco interesse. Come Cai Veneto auspichiamo che il Parco nazionale Dolomiti Bellunesi, i Parchi regionali dei Colli Euganei e della Lessinia e delle Dolomiti Ampezzane siano "fatti propri" anche da chi vive in pianura. Quando un qualcosa diventa proprio lo si rispetta e quanto lo si frequenta si presta maggiore attenzione». --Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Alto Adige | 16 aprile 2022 p. 18 Olimpiadi, l'allarme dei protezionisti La GdF sorveglia i progetti Pnrr Bolzano Otto associazioni di protezione ambientale (Cai, Pro Natura, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness Italia, Touring club italiano e Wwf) esprimono forte preoccupazione per l'impatto ambientale che rischia di essere provocato dalle opere previste per le Olimpiadi invernali Milano Cortina del 2026. «La preoccupazione - spiegano - è aggravata sia dall'assenza di informazioni sulle modalità di progettazione e di realizzazione che dovrebbero essere rilasciate con urgenza dal Ministero delle infrastrutture e dal Ministero della transizione ecologica sia dalle procedure in corso che tendono nei fatti a eliminare la Valutazione ambientale strategica (Vas) per recuperare il dichiarato grave ritardo sulla tabella di marcia delle opere».Le associazioni proseguono: «Non è stata avviata una Vas nazionale e manca un percorso pubblico sulla questione Olimpiadi. La percezione è che, ad oggi, si punti al commissariamento straordinario degli interventi per recuperare l'evidente ritardo sulla tabella di marcia dei lavori, a scapito degli impatti ambientali che le opere in corso e in progetto avranno sui territori».Per questi motivi, le associazioni chiedono che siano redatti dal Ministero delle infrastrutture un Piano unitario e il relativo Rapporto ambientale riguardanti gli interventi essenziali, connessi e complementari alla

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realizzazione delle Olimpiadi del 2026 - anche di competenza delle Regioni e delle Province Autonome - da sottoporre a procedura di Vas nazionale e alla contestuale Valutazione di incidenza (Vinca) di competenza del Ministero per la transizione ecologica. «Chiediamo inoltre che la Vas nazionale non sia limitata alla realizzazione delle opere, ma estesa all'incidenza delle variazioni di uso del suolo e alle dinamiche del carico insediativo, sia temporaneo (per i Giochi) sia permanente, anche e soprattutto in relazione alla disponibilità e al consumo di risorse. Infine, ch sia data risposta alle richieste e alle osservazioni qui formulate entro la fine di questo mese di aprile».

Corriere delle Alpi | 16 aprile 2022 p. 30 Ambientalisti e Regione è botta e risposta sulle opere olimpiche CORTINA Il Cai ed altre sette associazioni (Pro Natura, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness Italia, Touring club italiano e Wwf) hanno espresso «forte preoccupazione per il grave impatto ambientale che rischia di essere provocato» dalla pista di bob, dal villaggio olimpico e da altre opere previste per il 2026.La Regione replica, attraverso i propri tecnici, che non c'è nessuna preoccupazione al riguardo e che, tanto meno, si deve temere l'operato del Commissario Sant'Andrea, che non ha il compito di bypassare nessuna norma di vincolo sull'ambiente.Le associazioni avevano preso posizione in mattinata dicendosi allarmate dall'assenza di informazioni sulle modalità di progettazione e di realizzazione che dovrebbero essere rilasciate con urgenza dai ministeri, « sia dalle procedure in corso che tendono nei fatti a eliminare la Valutazione ambientale strategica per recuperare il dichiarato grave ritardo sulla tabella di marcia delle opere».Le associazioni ricordano la lettera inviata l'anno scorso ai ministeri sulle garanzie ambientali ma "denunciano" di non aver ricevuto, dopo un anno, alcuna risposta «a quella lettera che chiedeva coerenza, trasparenza nelle informazioni sulle opere e un fattivo coinvolgimento. Una preoccupazione ancora più forte «per il deludente risultato del frettoloso incontro avuto il 15 febbraio con il vice ministro Alessandro Morelli, nel corso del quale era anche presente, ma non è intervenuto, l'amministratore delegato della Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026, Luigi Valerio Sant'Andrea». «La percezione è che, ad oggi, si punti al commissariamento straordinario degli interventi per recuperare l'evidente ritardo sulla tabella di marcia dei lavori, tutto ciò a scapito degli impatti ambientali che le opere in corso e in progetto avranno sui territori», hanno scritto. Per questo le associazioni ribadiscono la necessità che siano redatti dal ministero delle Infrastrutture, di concerto con il sottosegretariato allo Sport, «un Piano unitario e il relativo Rapporto ambientale da sottoporre a procedura di Vas nazionale e relativa contestuale Valutazione di incidenza (Vinca) di competenza del ministero per la Transizione ecologica».Chiedono inoltre che la Vas nazionale non venga limitata alla realizzazione delle opere ma estesa all'incidenza delle variazioni di uso del suolo e alle dinamiche del carico insediativo, sia temporaneo (per i Giochi) sia permanente. La Regione, in giornata, ha replicato ricordando che, a seguito dei ritardi, «è necessaria la nomina di un soggetto unico che conduca e approvi i procedimenti senza alcun indugio, raccordandosi con tutte le autorità competenti sul territorio: il Commissario straordinario».Peraltro la figura del Commissario «non permetterà di evitare alcun passaggio previsto dalla normativa, soprattutto in ambito ambientale o paesaggistico, come Vas, Via, Vinca, autorizzazione paesaggistica, qualora dovuta. Sono previste solo tempistiche più brevi per l'acquisizione dei pareri e nulla osta, o percorsi preferenziali». --Francesco dal mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Veneto | 16 aprile 2022 p. 10, edizione Treviso – Belluno Olimpiadi a Cortina, Cai e ambientalisti: opere pericolose Per le otto associazioni rischi dal commissariamento. I tecnici di Palazzo Balbi: appalti giganteschi, è necessario cortina d’ampezzo Olimpiadi, ambiente a rischio. Otto associazioni ambientaliste (Club alpino italiano, Pro Natura, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness Italia, Touring club italiano e Wwf) esprimono «forte preoccupazione per il grave impatto ambientale che rischia di essere provocato dalle opere previste per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina del 2026». Preoccupazione aggravata «dall’assenza d’informazioni sulle modalità di progettazione e di realizzazione e dalle procedure in corso che tendono a eliminare la Valutazione Ambientale Strategica (Vas, Ndr ) per recuperare il dichiarato grave ritardo sulla tabella di marcia delle opere».

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Dopo quasi un anno i ministeri non hanno ancora inviato risposte alla lettera che chiedeva coerenza, trasparenza nelle informazioni sulle opere e un fattivo coinvolgimento delle associazioni di protezione ambientale. «La percezione — scrivono — è che, ad oggi, si punti al commissariamento straordinario degli interventi per recuperare l’evidente ritardo sulla tabella di marcia dei lavori, tutto ciò a scapito degli impatti ambientali che le opere in corso e in progetto avranno sui territori». Di qui, tre richieste. In primo luogo, «che siano redatti un Piano unitario e il relativo Rapporto Ambientale riguardanti le opere e gli interventi essenziali da sottoporre a Vas nazionale. Poi, «che la Vas nazionale venga estesa all’incidenza delle variazioni di uso del suolo e alle dinamiche del carico insediativo, sia temporaneo sia permanente». Infine, «che venga data risposta alle richieste e alle osservazioni qui formulate entro la fine di aprile». Preoccupazioni a cui rispondono i tecnici della Regione. «Appalti così grandi necessitano di una struttura dedicata non presente in alcuno degli enti locali» si legge in una nota. Visti i ritardi accumulati «necessaria anche la nomina di un soggetto unico che conduca e approvi i procedimenti senza indugio, raccordandosi col territorio: il commissario straordinario». Una figura che «non permetterà di evitare alcun passaggio previsto dalla normativa, ma solo tempistiche più brevi». Infine «nell’incontro di lunedì (11 aprile, Ndr ) – concludono i tecnici – le associazioni hanno espresso soddisfazione per l’attenzione resa dalla Regione nel farli partecipi», tanto che lo stesso Zaia «ha chiesto un metodo di informazione aggiuntivo a quelli previsti, più immediato».

MOBILITA’: IL DIBATTITO E LE PROPOSTE L’Adige | 12 aprile 2022 p. 14 Mobilità, obiettivo ridurre le auto Creare una rete stradale e di trasporti più efficiente possibile con un duplice scopo: ridurre l'uso dell'auto privata per gli spostamenti in generale e quelli casa lavoro nello specifico e abbattere le emissioni in atmosfera. Questi gli obiettivi che la Provincia si è imposta e per centrarli si parte da uno strumento di pianificazione fondamentale: il piano provinciale della mobilità. Uno strumento che adesso non c'è - esistono al più i piani stralcio di zone determinate - e che serve, in sostanza per mettere in rete i diversi interventi, per avere un quadro d'insieme delle azioni, delle politiche e degli investimenti che si mettono in atto su questo fronte. La giunta provinciale nella seduta di venerdì scorso ha elaborato le linee strategiche per la realizzazione del piano, indicando stato dell'arte, obiettivi, e modalità di approvazione.Stato dell'arte. Per quanto riguarda la mobilità pubblica, il grosso è su gomma: 21 milioni di passeggeri nel 2019 si sono spostati con i mezzi extraurbani, 32 milioni con quelli urbani. La ferrovia ha numeri più ridotti: un milione sulla tratta Trento Bassano, 3 su quella Trento Mezzana. Quanto alla ciclabilità, sui 430 chilometri di piste ciclabili viaggiano tra l'altro anche i mezzi del bike sharing, implementati a 90 ciclo stazioni e mille stalli in provincia, su 17 comuni. Servizio, quello del bike Sharing, in espansione: a fronte dell'aumento del 50% dell'infrastruttura, si è assistito ad un aumento del 73% della distanza percorsa, dell'81% dei prelievi e del 41% degli utenti. Ma è la mobilità privata a restare prevalente: in Trentino - per dare un'idea - ci sono 676.614 vetture, 1,25 per abitante, e 64.903 motocicli.Trasporto su ferro. Il piano dovrà tenere conto dei protocolli d'intesa siglati con alcuni enti - Comuni, Rfi e ministero - e ribadire alcuni punti saldi della strategia della mobilità. Per quanto riguarda il trasporto su ferro, non si potrà prescindere dai progetti circa la circonvallazione ferroviaria di Trento e più in generale per il potenziamento del corridoio del Brennero. Naturalmente l'elettrificazione della linea della Valsugana, per cui Italferr ha presentato il progetto di fattibilità e sta progettando la linea Trento Borgo. Terminato questo passaggio si potranno cambiare i treni, con convogli elettrici o ibridi. Resta confermato il restyling della stazione di Trento, con il riordino dell'area esterna, e la riorganizzazione dei flussi di traffico e il recupero del fabbricato viaggiatori, così come il treno delle Dolomiti, che colleghi Trento, Belluno e Bolzano, per cui si aspetta a settimane il progetto di sostenibilità tecnico economica. Per quel che riguarda il basso Trentino due sono i progetti allo studio: la ferrovia Mori - Riva del Garda, per cui c'è il progetto di fattibilità, e la riapertura della stazione di Calliano, che a regime dovrebbe portare ad un collegamento su ferro Trento Rovereto ogni ora. E poi c'è, naturalmente, l'interporto, che sarà riqualificato e ampliato.Trasporto su gomma. Su questo tema molto ci si attende in Fiemme e Fassa dal Bus Rapid Transit per decongestionare il traffico in vista anche dell'appuntamento olimpico e poi si ragiona di un programma importante di rinnovamento della flotta di autobus sia urbani che extraurbani (l'età media dei primi è di 11,8 anni con il 30% di mezzi euro VI, quella dei secondi è di 11,2, con il 35% di mezzi euro VI). E poi ci sono le nuove strade: il collegamento tra l'altopiano di Pinè e con la sinistra Avisio per collegare le valli di Fiemme e Fassa, il raddoppio della Valsugana tra Castelnuovo e Grigno, la variante Campitello Canazei, la variante di Cles, la variante di Pinzolo e quella di Ponte Arche. Infine, restano

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in primo piano gli interventi sulla città di Trento: la sistemazione dei viadotti di Canova, l'allargamento della curva del Palloncino sulla Gardesana occidentale, il sottopasso a Spini, la rotatoria a Ravina.Ciclabili. Sul punto non si parte da zero: sui 443 chilometri di ciclabili ci sono 14 stazioni di misura: nel 2021 hanno registrato 2.500.000 passaggi, di cui 2 milioni di bici e 500 mila di pedoni. Gli investimenti previsti sono noti: il collegamento Trento Pergine, la ciclovia del Garda, il collegamento tra valle dell'Adige e val di Sole, il potenziamento della rete a Rovereto, e il potenziamento delle reti in alcune valli (Ledro, Chiese, Caldonazzo, Tesino, Sarca, Fiemme e Fassa). La sfida per il futuro è migliorare la sicurezza.Partecipazione. Il piano della mobilità è uno strumento che dovrà essere frutto del lavoro dei diversi servizi, ma poi andrà condiviso con la popolazione, attraverso un percorso di partecipazione, di massimo 120 giorni, tra pubblicità del piano, incontri per la discussione e apertura alle suggestioni dei cittadini.

Corriere del Veneto | 13 aprile 2022 p. 10, edizione Treviso – Belluno Treno delle Dolomiti al palo Il Comitato attacca la politica De Berti (Regione): «Stiamo elaborando il progetto di fattibilità con Rfi» Moreno Gioli Belluno A che punto è il Treno delle Dolomiti? La domanda è lecita, del grande progetto di trasporto pubblico, lanciato in pompa magna ormai quasi 5 anni fa (era il luglio 2017 quando a Belluno salì il presidente della Regione Zaia in persona a perorare l’idea) non si sa più nulla da un po’ di tempo. Che fine abbia fatto il treno, in quale cassetto sia finito il progetto se lo chiede anche i membri del Comitato «Treno delle Dolomiti». «A fine estate 2021 — riavvolge il nastro il comitato — la Provincia di Belluno aveva accolto la sfida lanciata dalla Regione: entro un anno arrivare a definire il tracciato finale per il treno». Come poi ricordano dal Comitato, il tracciato in realtà è stato definito dalla Regione stessa, che inizialmente aveva demandato ai sindaci del territorio il compito di mettersi attorno a un tavolo e decidere dove sarebbe dovuto passare il treno che da Calalzo dovrebbe raggiungere Cortina. Risultato? In Regione arrivarono non due, non tre, ma ben quattro proposte: il tracciato lungo la Val Boite, quello lungo la Val d’Ansiei (con passaggio per Auronzo) e un mix delle due. La quarta proposta venne dall’Agordino, con l’idea del treno che da Sedico risalisse la valle del Cordevole per poi raggiungere Cortina in galleria. Stante l’incapacità dei sindaci di mettersi d’accordo, quindi, la Regione alla fine ha deciso per tutti: il treno salirà lungo la Valboite, da Calalzo a Cortina. La strada più breve. Ma un braccio, sempre da Calalzo, arriverà fino ad Auronzo. Sistemato il tracciato, come stanno procedendo le cose? «Da parte nostra — risponde l’assessore regionale ai Trasporti, la veronese Elisa De Berti — sono in corso gli incontri con Rfi (Rete ferroviaria italiana) per sviluppare lo studio di fattibilità». E la Provincia? «Tutto tace dal consiglio provinciale svolto a Valle di Cadore, andato in scena sei mesi fa — lamenta il Comitato — dove si decise di portare avanti le verifiche sulla sostenibilità economica dell’opera». Per capire come farlo, spiega De Berti, la Provincia di Belluno, «sta coordinando un tavolo per lo sviluppo di un piano di mobilità integrata con lo scopo di spostare il traffico privato sui mezzi pubblici». Il nodo è assolutamente cruciale e altrettanto spinoso. Perché, secondo i calcoli del progettista incaricato, l’ingegner Helmut Moroder, la «Ferrovia delle Dolomiti» si potrà sostenere economicamente solo se verrà spostato dalla gomma alla rotaia almeno il 30% del traffico attuale. Tutt’altro che semplice. Insomma, il rischio concreto è di finire su un binario morto. Per cercare di smuovere le acque, il Comitato per il treno delle Dolomiti, dopo aver lamentato «la difficoltà che il nostro territorio ha quando si tratta di fare sintesi», lancia un appello: «La Provincia dev’essere orgogliosa di poter decidere su un progetto così importante, che segnerà il nostro territorio per decenni a venire e non aver timore di prendere decisioni impopolari. Il buon politico è colui che, soppesando le opzioni sul tavolo e valutandone la bontà, sceglie la migliore per il territorio nella sua interezza».

L’Adige | 14 aprile 2022 p. 33 Transdolomites cerca alleati nel turismo FIEMME E FASSA

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Transdolomites ha scritto a tutte le imprese turistiche che operano nelle Valli di Fiemme e Fassa. Le lettere sono state inviate in questi giorni, allo scopo - spiega il presidente Massimo Girardi - di creare la consapevolezza che il problema della mobilità nelle Valli dell'Avisio non è un problema di Transdolomites, ma una condizione di disagio che interessa i residenti e tutta l'economia turistica. Per l'associazione, che 16 anni propone l'attuazione di un collegamento ferroviario tra Trento e Penia (Canazei), «è il settore del turismo che deve rendersi conto che ci si trova ad un bivio» tra «restare ciò che si è, provvedendo a qualche minimale aggiustamento ma senza affrontare alla radice il tema trasporti» o «promuovere un nuovo modello di turismo più rispettoso del territorio dolomitico».La lettera agli operatori punta sul concetto che il problema della mobilità travalica i confini di una valle, perché i turisti vengono da lontano. Transdolomites elenca l'attività svolta in sedici anni e invita gli imprenditori ad aderire all'associazione «per avvicinarsi in modo più professionale al tema della mobilità, del turismo sostenibile e del rispetto dell'ambiente dolomitico ed alpino». «L'ingrediente che dobbiamo aggiungere in questo percorso è mettere in chiaro che il settore del turismo non può continuare a permettersi di approcciarsi ai suoi problemi in modo polverizzato. Valutare l'andamento della stagione turistica solo contando le auto parcheggiate davanti al proprio hotel fa parte del passato. Serve una leadership che sia cosciente del fatto che il turismo va accompagnato verso nuove modalità operative». Il futuro si gioca sui trasporti e, per Girardi, in Alto Adige si questo si sta puntango: «Star fermi nelle valli dell'Avisio significa invece essere messi progressivamente fuori mercato, con una ricaduta negativa che riguarderà l'immagine dell'intero Trentino».

Corriere del Trentino | 20 aprile 2022 p. 3 Da Messner al Cai «Fermare l’assalto alla montagna. Più limiti alle auto» Marco Angelucci, Chiara Currò Dossi BOLZANO «Io, da uomo di montagna che non sa nuotare, su un lago ghiacciato non camminerei nemmeno per sogno». Reinhold Messner, re degli Ottomila, non usa giri di parole per parlare di quanto accaduto a Braies: «Stupidità senza fine. Per fortuna non è morto nessuno». Ma, di base, c’è un problema nell’approcciarsi alla montagna, legato al fatto che, in Alto Adige, si arriva comodamente in macchina fino ai piedi delle pareti di roccia. La soluzione auspicata da Messner, così come da Carlo Alberto Zanella, presidente del Cai altoatesino, passa attraverso una limitazione del traffico. «Bisogna introdurre le fasce orarie — insiste Zanella — Vietare la circolazione delle macchine in montagna dalle 9 alle 15, per esempio. Per gli escursionisti, abituati a partire presto, non sarebbe un problema, mentre si eviterebbero i turisti che vanno in montagna solo per scattarsi il selfie al cartello col nome del passo. Di base, sono i turisti a doversi abituare alla montagna, non viceversa». Il presidente del Cai non si stupisce di quanto accaduto sulla superficie del lago di Braies. «Era logico che, prima o poi, sarebbe successo — commenta — Come, quest’estate, succederà che la gente si perderà in montagna, si troverà sorpresa dai temporali, chiamerà l’elicottero quando si sentirà stanca. Più che poco rispetto per la montagna, c’è poca coscienza: ci si sopravvaluta, e si sottovalutano i rischi. Io, se vedo le onde alte al mare, non entro in acqua». Il presidente del Cai s’è rassegnato a vederne di tutti i colori. «C’è anche chi, a Braies, pensa bene di farsi il bagno. Sente i primi 30 centimetri d’acqua scaldati dal calore del sole, e pensa di potersi tuffare. Ormai, tra pubblicità legata ai film propaganda Unesco, la montagna è presa d’assalto. I cartelli che avvisano del pericolo di cedimento del ghiaccio ci sono su tutti i laghi: a Braies, in vista di Pasqua, si doveva mettere qualcuno a controllare, magari i vigili del fuoco volontari». E una limitazione al traffico è imprescindibile anche per Messner: «Tutti cerchiamo montagne incontaminate e silenziose, ma nessuno sembra intenzionato a fare qualcosa di concreto. L’Alto Adige è una terra che vive di turismo: e i turisti non sono troppi, solo concentrati in pochi hotspot. Come le Tre cime di Lavaredo, o il lago di Braies. Per fortuna, il 99% di chi ci arriva, non lo fa per andare in montagna, tant’è che si ferma al lago. Salissero fino alla Croda del becco, di morti ce ne sarebbero a centinaia». La montagna, per Messner, è da intendersi in due sensi: «Da una parte, ci sono i comodi sentieri che arrivano alle malghe aperte per il pranzo. Dall’altra, i ghiacciai, i ghiaioni e le pareti. Chi non è alpinista, non si muova in questi ambienti». Secondo l’Alpenverein invece chiudere non è la soluzione. «L’unico modo per evitare simili incidenti è il senso di responsabilità del singolo» sottolinea il presidente Georg Simeoni che non vorrebbe vedere le Dolomiti transennate. «Non credo che il numero chiuso sia una soluzione perché non basta ad evitare l’arrivo di incoscienti. E non credo che sia giusto chiudere le montagne anche perché si rischia di fare peggio: in tanti vanno in montagna per sentirsi liberi e ci sarebbero sicuramente quelli che si lamentano perché cert posti sono chiusi. Poi se si mette uno steccato c’è sempre qualcuno che scavalca. L’unica soluzione — insiste Simeoni —è mostrarsi responsabili quando si è in un luogo che non si conosce. Evitare di mettersi in situazione di pericolo perché poi, come è successo a Braies, i soccorritori devono rischiare la vita per aiutare chi è in difficoltà». Intanto il ricordo di quei minuti sulla superficie ghiacciata è impresso nella mente dei soccorritori. Lo racconta, 48 ore dopo, l’infermiere Franz Gruber che era sul Pelikan 2 con il verricellista Alberto Betto e il pilota Nicola Siravo. «Dall’alto, abbiamo visto tre persone in

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acqua, in mezzo al lago, e un corpicino adagiato sulla superficie ghiacciata. Mi sono agganciato al verricello e calato giù. Per prima cosa ho preso il bambino e l’ho portato a riva. Non reagiva. Ho creduto fosse morto». E invece, nonostante la temperatura del corpicino fosse scesa fino a 27 gradi, grazie all’intervento tempestivo dei soccorritori e alla corsa all’ospedale di Innsbruck, il piccolo è fuori pericolo. Dopo di lui è toccato agli altri. «Poi siamo tornati sul lago — riprende Gruber —. Una alla volta, le abbiamo tirate fuori dall’acqua che, come mi hanno detto dopo, era a 4-5 gradi». Impossibile non sentire il gelo nelle ossa, nonostante l’adrenalina del momento. «È stato un lavoro di squadra complesso — continua l’infermiere —: pilota e verricellista dovevano calarmi in acqua fino all’altezza del collo, ma avendo cura che non finissi sotto con la testa, per consentirmi di legare una cinghia attorno al torace delle persone da recuperare. Poi ci sollevavano di un metro, e ci trascinavano fino a riva. Con la donna è stato più difficile: era quella messa peggio, non è riuscita ad aiutarmi a legarla». A complicare ulteriormente le cose, lo spessore del ghiaccio. «Bastava toccarlo perché si rompesse. Impossibile pensare di recuperare qualcuno come si fa di solito, strisciando sul ghiaccio di pancia».

Corriere del Trentino | 20 aprile 2022 p. 3 «Pericoli segnalati, ma a volte manca il buonsenso» Cainelli (Soccorso alpino): «Bisogna avere consapevolezza delle proprie capacità» TRENTO Walter Cainelli è presidente del Soccorso alpino e speleologico trentino dal dicembre 2020 e proprio il mese scorso è stato riconfermato per un secondo mandato alla guida della squadra dei soccorritori della provincia. Presidente, cosa ne pensa di quanto avvenuto al lago di Braies? «È palese come ci sia stata neanche una sottovalutazione, ma proprio una non considerazione del rischio. Tante persone non si rendono conto dei rischi che si corrono in ambienti particolari come quelli montani, pensano sia tutto semplice e sicuro. E quindi spesso li trovi su un lago ghiacciato mentre fuori si sfiorano i 20 gradi. È sintomatico come questi incidenti capitino quasi sempre quando arrivano i turisti». È preoccupato che questi casi si intensifichino ora che sta per ripartire la stagione estiva? «La principale preoccupazione riguarda la quantità di gente in sé. Se si tratta di persone che la montagna la conoscono e la rispettano, non ci sono molti problemi. Se invece parliamo di chi questa conoscenza e questo rispetto non li ha, allora sì che ci sono problemi. Ma il punto principale è l’approccio sbagliato». Quale appello farebbe ai visitatori in arrivo, specie se non abituati all’ambiente della montagna? «Avere consapevolezza dei propri limiti, prima di tutto. E poi sapere quali sono i materiali da usare per il percorso scelto e, se non li si possiede, saperli scegliere nel modo corretto. Ancora: per tutte queste cose rivolgersi sempre per ogni dubbio ai professionisti della montagna, siamo lì apposta per questo. Informarsi sempre, anche su internet per uno sguardo preliminare. Sapere che la montagna cambia, un percorso affrontato l’estate non sarà la stessa cosa se viene ripercorso durante l’inverno, magari cono la neve e il ghiaccio. E soprattutto è fondamentale sapersi arrendere, sapere quando rinunciare alla meta anziché insistere e mettersi in pericolo». È d’accordo nel far pagare il Soccorso alpino quando è palese la negligenza del richiedente aiuto? «Specifichiamo, noi siamo volontari e quindi non veniamo pagati in nessun caso. Mettere a carico i costi dell’intervento nel senso di carburante dell’elicottero ed altro è invece già prassi se si valuta che non c’è stata un’adeguata considerazione dei rischi». Negli ultimi anni la situazione è peggiorata? «Il cambiamento è stato la facilità di accesso alle vette. Pensiamo solo alle bici elettriche. Una volta a certe altitudini arrivavi solo se ti allenavi per un sacco di tempo, prendendo coscienza dell’ambiente e dei tuoi limiti. Ora chiunque senza sforzo arriva in bici a quote di altitudine alte, per poi trovarsi a non sapere controllare in discesa il proprio mezzo, che pesa qualche decina di chilogrammi. E quindi dover chiamare il Soccorso alpino». Cosa si potrebbe fare per evitare situazioni di questo tipo? «Purtroppo oltre che affidarsi al buonsenso del singolo non c’è molto. Si mettono divieti, si avvisa dei pericoli, si chiudono i sentieri. Per poi vedere tutto questo ignorato, come a Braies e come l’ultima valanga sul Tonale, causata da uno sciatore fuori pista nonostante il divieto. Fa anche rabbia, perché non si mette in pericolo solo sé stessi, ma anche i soccorritori. Un soccorso su un lago ghiacciato non è uno scherzo, devi calarti con l’elicottero nell’acqua ghiacciata, oppure pensiamo a quando dobbiamo recuperare escursionisti sotto un temporale estivo tra i fulmini. È profondamente sbagliato mettere altre persone a rischio a causa della propria incoscienza».

Corriere del Trentino | 27 aprile 2022 p. 6, segue dalla prima

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«Passi a numero chiuso, basta con le chiacchiere» La Fondazione Dolomiti Unesco lunedì si riunirà a Trento e all’ordine del giorno un tema: la possibilità di introdurre il numero chiuso per regolamentare il flusso sui passi. «Ne parleremo per avviare il confronto con i territori», annuncia il presidente Mario Tonina. Il prossimo 2 maggio si riunirà a Trento il consiglio di amministrazione della Fondazione Dolomiti Unesco e all’ordine del giorno ci sarà la definizione della chiusura dei passi dolomitici: «Si farà il punto della situazione», spiega l’assessore provinciale Mario Tonina, che in quella sede sarà presente nel suo ruolo di presidente del’ente. «Parleremo di questo — conferma — anche perché è l’unico punto all’ordine del giorno, e saranno presenti gli assessori competenti delle Province di Trento, di Bolzano e della Regione Veneto». E che cosa vi direte? «Fino ad ora si è detto molto ma si è fatto poco. È tempo di aprire un dibattito serio, oltre le chiacchiere e le solite proposte di monitoraggio e analisi dei flussi. Dopo due anni di pandemia abbiamo visto tutti quali sono i flussi, sia la scorsa estate che nell’ultima stagione invernale. La gente ha voglia di evadere, le presenze turistiche sono notevoli. E cosa facciamo? Lasciamo passare tutti o vogliamo tutelare questi luoghi prevedendo anche soluzioni diverse dalle attuali? Questo è il tema». E allora, che cosa farete? Il modello a cui ispirarsi è quello di Venezia a numero chiuso come sembra proporre la direttrice della Fondazione Unesco Mara Nemela? «Decisioni di questo tipo non le impone la Fondazione, che ha un mero ruolo di regia. È necessario trovare l’accordo dei territori e delle categorie economiche. Lunedì prossimo, nella riunione del cda, inizieremo da qui, dal confronto con i rappresentanti dei territori, con gli assessori delle tre realtà maggiormente coinvolte, e capiremo cosa davvero si voglia fare per risolvere il problema». Diceva del ruolo della Fondazione Unesco che lei presiede, che è solo di indirizzo. Ma che cos’altro può fare per arrivare all’obiettivo di diminuire la congestione turistica? «Ho dato mia disponibilità come presidente per stare al fianco dei territori, anche per condividere un percorso, anche soprattutto per veicolarlo a livello romano. Se c’è il nostro appoggio sulle scelte a proposito di mobilità e flussi turistici è tutt’altra cosa. Insomma, se abbiamo avuto questo importante riconoscimento internazionale dobbiamo anche lavorare per garantire il futuro delle nostre montagne, e lo possiamo fare solo dentro un quadro condiviso. Noi la nostra parte, come Fondazione, siamo disposti a farla fino in fondo». Ma non è facile trovare la quadra. Spesso le divergenze con il Veneto sono sembrate inconciliabili. «Sono due modi di vedere la montagna in modo diverso, è vero. Ma quando prendi decisione devi anche trovare i giusti equilibri, le giuste compensazioni. Se però in passato non è mai decollato il controllo dell’afflusso turistico è anche perché si sono opposte le categorie economiche dei diversi ambiti. È però arrivato il tempo di interrogarsi e guardare un po’ più in là, verso il futuro, cercando di capire assieme cosa sarà di questi territori tra cinque, dieci, vent’anni se non adottiamo presto dei provvedimenti. Stiamo parlando di eccellenze uniche che tutti vogliono visitare, ma nel modo giusto, con una preparazione adeguata, anche dal punto di vista culturale». In che senso? «Non è che ti puoi improvvisare quando vai in montagna: abbiamo visto gente arrivare sui passi con gli infradito. Dobbiamo coinvolgere tutti, turisti, istituzioni ma anche operatori economici, per spingere sulla cultura della montagna, che sia sostenibile innanzitutto». Gli operatori economici guardano però al business.«E fanno bene, ma operatori economici non sono solo i rifugisti ma anche gli allevatori che sfalciano, che portano al pascolo il bestiame. È un sistema che deve essere sostenibile, questo sì, ma che deve essere anche tutelato perché svolge un prezioso presidio di un territorio bello ma fragile, quello delle nostre montagne». Quindi, come si riuscirà a risolvere il problema? «Confrontandosi tra territori, consapevoli che una soluzione va trovata. In montagna non è come essere al mare, questo dev’essere chiaro a tutti».

Corriere del Trentino | 27 aprile 2022 p. 6 «La crescita coincide anche con meno persone e meno traffico» Daniele Cassaghi «A quali persone vogliamo presentare il nostro territorio?», si chiede l’assessora al Paesaggio e responsabile per l’Unesco dell’Alto Adige Maria Hochgruber Kuenzer. E aggiunge: «A quelle che vogliono davvero visitare la natura e il paesaggio per qualche giorno o a quelle che rimangono qui solo qualche ora?». All’indomani degli incidenti di Braies, a tenere banco è ancora il dibattito sul controllo degli accessi alle Dolomiti. L’assessora però non si sbilancia: «Non posso dire se sono favorevole a introdurlo o contraria. Occorre aspettare il Cda della Fondazione Dolomiti Unesco previsto per lunedì mattina». Sarà in quel momento infatti che l’assessore

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provinciale altoatesino Daniel Alfreider presenterà un progetto per contrastare l’eccessiva ondata di turisti, con i problemi che si porta dietro in termini di sicurezza e tutela del paesaggio. Alla riunione sarà presente anche Mario Tonina, che della Fondazione è il presidente. «Per me è molto importante discutere insieme sulla direzione in cui andare - continua Hochgruber Kuenzer - sarà necessario affrontare il tema a tutto tondo: dal punto di vista della mobilità, del turismo, del paesaggio». Lunedì sul tavolo ci saranno anche le ricadute di questo provvedimento. La decisione di limitare gli ingressi ha generato più di una perplessità tra gli albergatori. Ma questo non è il solo punto da affrontare nell’agenda altoatesina sulla gestione del territorio: «Nel 2026 ci saranno le Olimpiadi e saranno un’esperienza nuova. Non possiamo iniziare a pensarci nel 2025», riflette ancora l’assessora. Un’occasione di ulteriore sviluppo economico anche per l’Alto Adige? «A volte la crescita coincide con un “po’ di meno”: meno persone, meno turismo, meno traffico », conclude Hochgruber Kuenzer. L’attenzione sul Cda di settimana prossima è stata ravvivata da Mara Nemela, la direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, in un’intervista uscita il 26 aprile. La dirigente ha sottolineato la necessità di estendere «l’esperienza di Braies» anche ad altri luoghi simbolo delle Dolomiti. Tradotto: permettere l’accesso a posti come le Tre Cime, Giau, Piz Boè, il lago di Sorapis e Falzarego solo su prenotazione a un numero chiuso di persone. Il dibattito sul numero chiuso è tornato alla ribalta subito dopo gli incidenti sul lago di Braies. Durante il finesettimana a cavallo di Pasqua i soccorsi sono dovuti intervenire per tirare fuori dalle acque gelide 14 persone, tra cui un bambino di quattro mesi. In ogni caso si tratta di una violazione dei divieti, che impongono di non attraversare il lago ghiacciato. E questo vale a maggior ragione durante il disgelo di aprile, quando la lastra è molto sottile. Le campagne pubblicitarie del passato hanno reso le Dolomiti un luogo molto gettonato, anche da chi insegue solo il tipo di turismo «mordi e fuggi». E oltre ai problemi di traffico e tutela del paesaggio, si tratta spesso di persone impreparate ad affrontare i rischi della montagna. Corriere del Trentino | 27 aprile 2022 p. 6, segue dalla prima «Passi a numero chiuso, basta con le chiacchiere» La Fondazione Dolomiti Unesco lunedì si riunirà a Trento e all’ordine del giorno un tema: la possibilità di introdurre il numero chiuso per regolamentare il flusso sui passi. «Ne parleremo per avviare il confronto con i territori», annuncia il presidente Mario Tonina. Il prossimo 2 maggio si riunirà a Trento il consiglio di amministrazione della Fondazione Dolomiti Unesco e all’ordine del giorno ci sarà la definizione della chiusura dei passi dolomitici: «Si farà il punto della situazione», spiega l’assessore provinciale Mario Tonina, che in quella sede sarà presente nel suo ruolo di presidente del’ente. «Parleremo di questo — conferma — anche perché è l’unico punto all’ordine del giorno, e saranno presenti gli assessori competenti delle Province di Trento, di Bolzano e della Regione Veneto». E che cosa vi direte? «Fino ad ora si è detto molto ma si è fatto poco. È tempo di aprire un dibattito serio, oltre le chiacchiere e le solite proposte di monitoraggio e analisi dei flussi. Dopo due anni di pandemia abbiamo visto tutti quali sono i flussi, sia la scorsa estate che nell’ultima stagione invernale. La gente ha voglia di evadere, le presenze turistiche sono notevoli. E cosa facciamo? Lasciamo passare tutti o vogliamo tutelare questi luoghi prevedendo anche soluzioni diverse dalle attuali? Questo è il tema». E allora, che cosa farete? Il modello a cui ispirarsi è quello di Venezia a numero chiuso come sembra proporre la direttrice della Fondazione Unesco Mara Nemela? «Decisioni di questo tipo non le impone la Fondazione, che ha un mero ruolo di regia. È necessario trovare l’accordo dei territori e delle categorie economiche. Lunedì prossimo, nella riunione del cda, inizieremo da qui, dal confronto con i rappresentanti dei territori, con gli assessori delle tre realtà maggiormente coinvolte, e capiremo cosa davvero si voglia fare per risolvere il problema». Diceva del ruolo della Fondazione Unesco che lei presiede, che è solo di indirizzo. Ma che cos’altro può fare per arrivare all’obiettivo di diminuire la congestione turistica? «Ho dato mia disponibilità come presidente per stare al fianco dei territori, anche per condividere un percorso, anche soprattutto per veicolarlo a livello romano. Se c’è il nostro appoggio sulle scelte a proposito di mobilità e flussi turistici è tutt’altra cosa. Insomma, se abbiamo avuto questo importante riconoscimento internazionale dobbiamo anche lavorare per garantire il futuro delle nostre montagne, e lo possiamo fare solo dentro un quadro condiviso. Noi la nostra parte, come Fondazione, siamo disposti a farla fino in fondo». Ma non è facile trovare la quadra. Spesso le divergenze con il Veneto sono sembrate inconciliabili. «Sono due modi di vedere la montagna in modo diverso, è vero. Ma quando prendi decisione devi anche trovare i giusti equilibri, le giuste compensazioni. Se però in passato non è mai decollato il controllo dell’afflusso turistico è anche perché si sono opposte le categorie economiche dei diversi ambiti. È però arrivato il tempo di interrogarsi e guardare un po’ più in là, verso il futuro, cercando di capire assieme cosa sarà di questi territori tra cinque, dieci, vent’anni se non adottiamo presto dei provvedimenti. Stiamo parlando di eccellenze uniche che tutti vogliono visitare, ma nel modo giusto, con una preparazione adeguata, anche dal punto di vista culturale».

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In che senso? «Non è che ti puoi improvvisare quando vai in montagna: abbiamo visto gente arrivare sui passi con gli infradito. Dobbiamo coinvolgere tutti, turisti, istituzioni ma anche operatori economici, per spingere sulla cultura della montagna, che sia sostenibile innanzitutto». Gli operatori economici guardano però al business.«E fanno bene, ma operatori economici non sono solo i rifugisti ma anche gli allevatori che sfalciano, che portano al pascolo il bestiame. È un sistema che deve essere sostenibile, questo sì, ma che deve essere anche tutelato perché svolge un prezioso presidio di un territorio bello ma fragile, quello delle nostre montagne». Quindi, come si riuscirà a risolvere il problema? «Confrontandosi tra territori, consapevoli che una soluzione va trovata. In montagna non è come essere al mare, questo dev’essere chiaro a tutti».

Corriere del Trentino | 27 aprile 2022 p. 6 «La crescita coincide anche con meno persone e meno traffico» Daniele Cassaghi «A quali persone vogliamo presentare il nostro territorio?», si chiede l’assessora al Paesaggio e responsabile per l’Unesco dell’Alto Adige Maria Hochgruber Kuenzer. E aggiunge: «A quelle che vogliono davvero visitare la natura e il paesaggio per qualche giorno o a quelle che rimangono qui solo qualche ora?». All’indomani degli incidenti di Braies, a tenere banco è ancora il dibattito sul controllo degli accessi alle Dolomiti. L’assessora però non si sbilancia: «Non posso dire se sono favorevole a introdurlo o contraria. Occorre aspettare il Cda della Fondazione Dolomiti Unesco previsto per lunedì mattina». Sarà in quel momento infatti che l’assessore provinciale altoatesino Daniel Alfreider presenterà un progetto per contrastare l’eccessiva ondata di turisti, con i problemi che si porta dietro in termini di sicurezza e tutela del paesaggio. Alla riunione sarà presente anche Mario Tonina, che della Fondazione è il presidente. «Per me è molto importante discutere insieme sulla direzione in cui andare - continua Hochgruber Kuenzer - sarà necessario affrontare il tema a tutto tondo: dal punto di vista della mobilità, del turismo, del paesaggio». Lunedì sul tavolo ci saranno anche le ricadute di questo provvedimento. La decisione di limitare gli ingressi ha generato più di una perplessità tra gli albergatori. Ma questo non è il solo punto da affrontare nell’agenda altoatesina sulla gestione del territorio: «Nel 2026 ci saranno le Olimpiadi e saranno un’esperienza nuova. Non possiamo iniziare a pensarci nel 2025», riflette ancora l’assessora. Un’occasione di ulteriore sviluppo economico anche per l’Alto Adige? «A volte la crescita coincide con un “po’ di meno”: meno persone, meno turismo, meno traffico », conclude Hochgruber Kuenzer. L’attenzione sul Cda di settimana prossima è stata ravvivata da Mara Nemela, la direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, in un’intervista uscita il 26 aprile. La dirigente ha sottolineato la necessità di estendere «l’esperienza di Braies» anche ad altri luoghi simbolo delle Dolomiti. Tradotto: permettere l’accesso a posti come le Tre Cime, Giau, Piz Boè, il lago di Sorapis e Falzarego solo su prenotazione a un numero chiuso di persone. Il dibattito sul numero chiuso è tornato alla ribalta subito dopo gli incidenti sul lago di Braies. Durante il finesettimana a cavallo di Pasqua i soccorsi sono dovuti intervenire per tirare fuori dalle acque gelide 14 persone, tra cui un bambino di quattro mesi. In ogni caso si tratta di una violazione dei divieti, che impongono di non attraversare il lago ghiacciato. E questo vale a maggior ragione durante il disgelo di aprile, quando la lastra è molto sottile. Le campagne pubblicitarie del passato hanno reso le Dolomiti un luogo molto gettonato, anche da chi insegue solo il tipo di turismo «mordi e fuggi». E oltre ai problemi di traffico e tutela del paesaggio, si tratta spesso di persone impreparate ad affrontare i rischi della montagna.

COLLEGAMENTO SALTARIA – MONTA PANA Alto Adige | 1 aprile 2022 p. 34 Dal sondaggio il 79% di «no» all'impianto Saltria-Monte Pana Santa cristina Il gruppo ambientalista "Nosc Cunfin" ha proposto ai cittadini della Val Gardena un sondaggio online sul progettato collegamento turistico da Saltria al Monte Pana, nel territorio comunale di Santa Cristina, e il sondaggio, riferisce il gruppo, ha espresso un risultato

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"chiaramente contrario a qualsiasi nuovo collegamento con funivia o cremagliera. Dei 1.403 partecipanti, 1.109 hanno votato contro una nuova connessione, ovvero circa il 79% dei partecipanti". Il sondaggio era stato distribuito principalmente tramite WhatsApp, Facebook, Instagram, la community messenger Kastelruth, il gruppo Nosc Cunfin e la sezione Avs Sciliar. "La partecipazione commentano i membri di Nosc Cunfin - è stata molta alta e i partecipanti hanno accompagnato il loro voto con argomentazioni e osservazioni personali, in modo che l'indagine potesse rilevare una chiara valutazione".Oltre alla domanda "Nuovo collegamento da Saltria al Monte Pana: sì o no?", il gruppo Nosc Cunfin ha proposto ai cittadini "le informazioni più importanti sul progetto corredate da rappresentazioni grafiche. Nel giugno 2017 - ricordano gli ambientalisti - la Col Raiser srl ha presentato uno studio di fattibilità per la realizzazione di un collegamento a cremagliera o funivia attraverso l'area di Confin dal Monte Pana a Saltria per collegare i due grandi comprensori sciistici e sostituire l'attuale collegamento assicurato con bus navetta. Lo studio di fattibilità è stato respinto dagli organi competenti dello Stato nel febbraio 2018 sulla base delle necessità da un lato di creare un gruppo di lavoro con rappresentanti delle comunità direttamente interessate e dall'altro di coinvolgere la popolazione, cosa che non è ancora avvenuta"."Da quarant'anni continuano i membri di Nosc Cunfin - gli ambientalisti lottano per preservare e mantenere come è oggi il territorio nell'area del Monte Pana: un gioiello naturale di interesse pubblico, un'area di tutela delle acque con sorgenti di acqua potabile che servono Ortisei, un luogo tranquillo con una flora e una fauna protette e degne di tutela, un impressionante monumento naturale. E il nostro gruppo, con quasi 800 sostenitori, continua a chiedere una soluzione chiara e duratura per la salvaguardia dell'area sotto il gruppo del Sassolungo"."Il gran numero di partecipanti a questo sondaggio e l'alta percentuale dei no a nuovi impianti di collegamento dovrebbero essere segnali per chi prende le decisioni - conclude il gruppo Nosc Cunfin - Segnali che è tempo di tenere maggiormente in considerazione le opinioni dei cittadini e di valutare sotto ogni aspetto i progetti su larga scala in aree incontaminate".Il gruppo ambientalista aveva anche incontrato a inizio anno Maria Hochgruber Kuenzer, assessora allo Sviluppo del territorio e al Paesaggio della Provincia, riassumendo in una nota la vicenda riguardante l'area tra Ortisei e Santa Cristina: "Nonostante alcune zone siano state poste sotto protezione come, ad esempio la zona delle sorgenti, nonostante diverse risoluzioni dei Comuni di Ortisei e Santa Cristina contrari a un nuovo collegamento funiviario tra Monte Pana e Saltria, nonostante ripetute campagne di sensibilizzazione a favore della conservazione dei suoli ai piedi del Sassolungo, nonostante la raccolta di firme consegnate nelle mani prima di Silvius Magnago e dopo, nel 2020 (ben 2.900 firme) in quelle dell'attuale presidente della giunta provinciale Arno Kompatscher, nonostante le richieste degli ambientalisti di dichiarare la zona ai piedi del Sassolungo Patrimonio naturale dell'Unesco o Parco naturale, i terreni in questione non sono ancora al sicuro dai pericoli della speculazione edilizia".

COLLEGAMENTO CORTINA – ARABBA – CIVETTA Gazzettino | 3 aprile 2022 p. 2, edizione Belluno Legambiente mette nel mirino gli impianti dismessi BELLUNO In occasione della Giornata nazionale del Paesaggio, Legambiente ha presentato Nevediversa 2022, un dossier con «i dati aggiornati del turismo invernale nell'era dei cambiamenti climatici». Un lavoro con il quale l'associazione ambientalista evidenzia come in Italia ci sia una sovrabbondanza di impianti, ma senza neve. In particolare si punta il dito contro «i 150 nuovi progetti che minacciano i siti protetti da Rete Natura 2000, i 234 impianti dismessi (54 in più rispetto all'edizione 2021), le 135 strutture dal futuro incerto e i 149 casi di accanimento terapeutico». Nella presentazione del dossier, Legambiente evidenzia come dall'indagine emerga un quadro problematico, con numerose proposte di impiantistica a quote molto basse, in contesti dove la neve sarà sempre più rara e gli inverni sempre più brevi, con il rischio concreto che, i buoni intendimenti delle direttive europee per la tutela di aree di grande pregio naturalistico e la loro estensione dall'attuale 22% al 30%, vengano clamorosamente disattesi. A complicare il tutto i sarebbe l'arrivo imminente dei fondi europei previsti dal Pnrr: «Da tempo auspicati ma che, in un clima di poca chiarezza e di insufficiente controllo, possono trasformarsi in un facile volano per la realizzazione di progettazioni molto impattanti». «È necessario indirizzare in modo corretto i fondi del Pnrr ha commentato vanda bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente in modo da trasformare le nostre montagne da meri luoghi di consumo in sedi di elaborazioni innovative e sostenibili. Questo è possibile solo con progetti e riforme che mettono al primo posto l'ambiente, orientate a una maggior qualità ecologica, oltre che alla ricostituzione e valorizzazione del capitale naturale, base indispensabile per il benessere e per una durevole crescita economica. In questo quadro, sarebbe davvero importante, per un cambio di paradigma, che parte dei fondi venga destinata alla demolizione e la rinaturazione e il ripristino dei luoghi,

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incrementando le esperienze di recupero, riuso o smantellamento, che, come fotografa l'edizione 2022 del report, sono ancora minime in Italia». COSA SUCCEDE DA NOI Il report analizza la situazione nell'intero territorio nazionale. Alcune criticità riguardano anche la montagna bellunese. È il caso del progetto di cui si parla da tempo che porterebbe a collegare le aree sciistiche di Cortina, Ski Civetta e Arabba o della realizzazione di una struttura da bob ex novo prevista proprio in vista delle Olimpiadi di Milano Cortina. Altro problema sono gli impianti dismessi e abbandonati, come la seggiovia e l'ovovia a Staunies a Cortina, dismessi nel 2016, sottolinea Legambiente.

FUNIVIA DI TIRES: LA PROTESTA DEI PROTEZIONISTI Alto Adige | 28 aprile 2022 p. 19 Contributi alla funivia di Tires I protezionisti: «Annullateli» Di Davide Pasquali BOLZANO «Una grave carenza di trasparenza nell'assegnazione di immense somme di fondi pubblici, che ora devono essere revocate». È l'attacco di Alpenverein, Cai Alto Adige, Dachverband, Heimatpflegeverband e Mountain Wilderness riguardo al nuovo contestato collegamento funiviario fra San Cipriano e Carezza. La nuova funivia di collegamento fra Tires e malga Frommer, ricordano le associazioni in una nota, è entrata in funzione il 10 febbraio senza il certificato di agibilità; per questo motivo il 18 marzo il Comune di Tires ha ordinato ''l'immediata sospensione dell'esercizio della funivia a San Cipriano". Successivamente l'assessora Maria Hochgruber Kuenzer, in risposta a un'interrogazione presentata in consiglio provinciale, la 17 del 14 aprile, ha comunicato che esistono difformità tra l'opera realizzata e il progetto presentato. Nella stessa risposta l'assessora ha dichiarato che l'amministrazione provinciale non ha ancora verificato la consistenza di queste difformità; mentre l'assessore Daniel Alfreider ha dichiarato che "la Tierser Seilbahn Ag non ha ancora presentato una domanda di liquidazione del contributo, ma solo una domanda di liquidazione di un anticipo sul contributo concesso". Lo stesso Alfreider però, rispondendo a un'interrogazione precedente (la 145 del 5 aprile), aveva dichiarato che gli 11,3 milioni di euro erano già stati liquidati alla società. «Di fronte a questa confusione in merito a come la giunta provinciale ha stanziato 11,3 milioni di soldi pubblici e al controllo di come questi siano stati correttamente spesi», le associazioni ambientaliste e alpinistiche della provincia hanno presentato una richiesta di accesso agli atti per fare chiarezza, secondo il decreto legislativo 33/2013 che regola la trasparenza delle pubbliche amministrazioni. confronto, approfondimento e dibattito su argomenti utili a suggerire possibili scelte di sviluppo del comprensorio comeliano». Inoltre, ai sensi della legge provinciale 17/1993, hanno presentato istanza di accesso alle pratiche edilizie presso i Comuni interessati. Le associazioni ora esprimono il loro «totale disappunto davanti all'impiego di una quantità immensa di soldi pubblici, in un contesto di totale mancanza di trasparenza» e «auspicano che l'amministrazione pubblica, sia a livello comunale che provinciale, sappia essere esempio di trasparenza, chiarendo quanto accaduto, condannando le difformità e annullando il contributo». I soldi pubblici, concludono, «devono essere utilizzati in contesti di totale trasparenza e correttezza». L'assessore Alfreider, insieme col direttore della ripartizione Mobilità Martin Vallazza, chiarisce che finora è stato pagato un anticipo di poco superiore al milione di euro, mentre il saldo è sospeso in attesa che si chiariscano le questioni urbanistiche riguardo alle stazioni a valle e a monte. «Una volta chiarite le problematiche urbanistiche, che non hanno a che vedere con l'impianto funiviario, si procederà a saldare».

Corriere dell’Alto Adige | 28 aprile 2022 p. 2 Tires, la Provincia sospende i pagamenti «Poca trasparenza» Le associazioni: accesso alle pratiche negato

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BOLZANO «Una quantità immensa di soldi pubblici, in un contesto di totale mancanza di trasparenza». Cai, Alpenverein, Dachverband, Heimatpflegeverband e Mountain Wilderness tornano alla carica sul collegamento Tires-malga Frommer. Un impianto di risalita con tanto di cabine «cabrio» inaugurato a febbraio, per il quale la società Funivia Tires Spa s’è aggiudicata 11,3 milioni di euro di contributi dalla Provincia. Ma che avrebbe delle «difformità tra l’opera realizzata e il progetto presentato», denunciano le associazioni che riferiscono di aver «presentato istanza di accesso alle pratiche edilizie presso i Comuni interessati. Ma la società, interpellata dal Comune, si è opposta al rilascio dei documenti richiesti». Un contenzioso aperto, tra la società e i Comuni, tanto che, in attesa di chiarimenti, la Provincia, che ha già liquidato 1,5 milioni di anticipo, ha sospeso il pagamento della somma rimanente. Sono le stesse associazioni a ripercorrere le tappe. «La nuova funivia è entrata in funzione il 10 febbraio senza il certificato di agibilità. Per questo motivo, il 18 marzo, il Comune di Tires ha ordinato ‘‘l’immediata sospensione dell’esercizio” a San Cipriano. Successivamente, l’assessora Maria Hochgruber Kuenzer ha comunicato, in risposta a un’interrogazione presentata in consiglio provinciale, che esistono difformità tra l’opera realizzata e il progetto presentato». Rispondendo a un’altra interrogazione, l’assessore Daniel Alfreider «aveva dichiarato che 11,3 milioni di euro sono già stati liquidati alla società». Di fronte a questa «confusione» in merito a come siano stati spesi questi soldi pubblici, le associazioni a hanno presentato una richiesta di accesso agli atti, con l’obiettivo di fare chiarezza, presentando istanza di accesso alle pratiche edilizie presso i Comuni interessati. Ma qui è arrivato il «niet» della società, interpellata dall’amministrazione comunale. Di qui il disappunto degli ambientalisti che «auspicano che l’amministrazione pubblica, sia a livello comunale che provinciale, sappia essere esempio di trasparenza, chiarendo quanto accaduto, condannando le difformità e annullando il contributo». Chiamato in causa, Alfreider tira dritto. «Sul tema sono già stato più che chiaro — replica —. Per quest’opera, la società ha fatto regolarmente richiesta di contributo. Abbiamo ritenuto molto importante questo investimento, e così abbiamo concesso il contributo. Che, però, non è ancora stato liquidato: finora, abbiamo versato solo l’anticipo da 1,5 milioni di euro. Confermiamo l’interesse pubblico del collegamento e la nostra volontà di finanziarlo». Sul tema interviene anche Martin Vallazza, direttore della Ripartizione mobilità della Provincia: «Il motivo per cui il resto degli 11,3 milioni di euro di contributi non è ancora stato versato — spiega — è che abbiamo deciso di sospendere il pagamento per sei mesi, in attesa che si chiariscano alcune questioni urbanistiche sulle stazioni a monte e a valle». Vallazza non scende nei dettagli, sostenendo che la questione sia tra i Comuni e la società. «Come Ufficio funivie — spiega — siamo responsabili per il collaudo della funivia e per gli aspetti tecnici. Da quel punto di vista, tutto è regolare, tant’è che il collaudo è stato fatto e l’impianto è potuto entrare in funzione regolarmente». strade. Sarebbe assurdo dire basta, quando c’è tutta la circolazione di Bolzano città da rifare. L’obiettivo è migliorare la qualità di vita di chi abita dei comuni attraversati dalle arterie del traffico principali». Come Chienes, dove, nell’ambito delle opere che saranno realizzate in vista dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina del 2026, verrà realizzata una circonvallazione. Un investimento da 63,5 milioni di euro. «Siamo convinti che, con una pianificazione chiara, riusciremo a raddoppiare la capacità ferroviaria — riprende Alfreider —. E che, quando realizzeremo il ponte ferroviario in val di Riga, opera da 220 milioni di euro, con la possibilità di collegare Bolzano e Brunico in un’ora, con corse ogni mezz’ora, nessuno percorrerà più questa tratta in macchina».

Corriere dell’Alto Adige | 30 aprile 2022 p. 4 Tires, gli ambientalisti chiedono l’accesso agli atti Funivia ancora nel mirino di Cai e Avs. Replica di Eisath: lavoro per risolvere il problema BOLZANO Le associazioni ambientaliste e alpinistiche dell’Alto Adige hanno presentato una richiesta di accesso agli atti per fare chiarezza sul contributo di 11,3 milioni di euro stanziato dalla Provincia di Bolzano per la nuova funivia di collegamento tra Tires e Malga Frommer. Le associazioni spiegano di aver presentato anche istanza di accesso alle pratiche edilizie presso i Comuni interessati, «ma la società Tierser Seilbahn si è opposta al rilascio dei documenti richiesti». In una nota congiunta, Alpenverein Südtirol, Cai Alto Adige, Dachverband fur Natur und Umweltschutz, Heimatpflegeverband Sudtirol, Mountain Wilderness ricordano che l’impianto «è entrato in funzione il 10 febbraio 2022 senza il certificato di agibilità e per questo motivo il 18 marzo il Comune di Tires ha ordinato la sospensione dell’esercizio della funivia». La nota conclude auspicando che «l’amministrazione pubblica annulli il contributo: i soldi pubblici devono essere utilizzati in contesti di totale trasparenza e correttezza». L’amministratore delegato della società Carezza Dolomites, Florian Eisath, commenta: «Prendo atto di questa richiesta di accesso agli atti da parte delle associazioni ambientaliste, ma non capisco quale sia il vero obiettivo di questa loro iniziativa». Eisath si trova anche a dover risolvere i problemi della mancata agibilità delle stazioni della funivia, e della sospensione del pagamento dei contributi

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da parte della Provincia, in attesa di chiarimenti proprio sull’iter costruttivo. «Stiamo lavorando per risolvere la situazione — afferma Eisath — In questo periodo la funivia sarebbe ferma in ogni caso, visto che siamo fuori stagione».

NOTIZIE DAI RIFUGI Corriere delle Alpi | 4 aprile 2022 p. 14 Estate thriller per i rifugi senz'acqua né personale «Serve professionalità» PEDAVENA I rifugisti si ripensano per l'estate. Dopo due stagioni a singhiozzo, causa la pandemia, in quota dovrebbe ritornare il pieno: delle presenze e, quindi, dell'attività. I 90 rifugi della provincia di Belluno, del Cai o privati, ed i 150 del Veneto, sono pronti? «Noi sì, il contesto purtroppo no - risponde Mario Fiorentini, gestore del "Città di Fiume", e presidente dell'Agrav, l'associazione regionale dei settori -. Anzitutto mancherà l'acqua. E, probabilmente, mancherà anche il personale. Con l'aggiunta che quello recuperabile non avrà competenze per operare in un ambiente di montagna». Andiamo con ordine. La prima neve di primavera vede a Ra Valles circa un metro di neve, 135 sui Monti Alti Ornella, 110 sopra Alleghe, a Col dei Baldi, ma pochi centimetri in valle. «Ed è tutta neve che al primo sole scomparirà. Il fatto è che non piove nelle quantità attese dall'autunno - precisa Fiorentini - e che con le scarse precipitazioni di neve, le sorgenti e le falde andranno presto all'esaurimento».Formentini ricorda che già l'anno scorso, ed anche quello precedente, alcuni rifugi hanno dovuto anticipare la chiusura perché all'asciutto, pur avendo razionato l'acqua tutta l'estate.Il Rifugio Scarpa, sulle montagne di Frassenè, ha dovuto interrompere le aperture perché al secco. «La neve appena caduta non è sufficiente a ridarci la risorsa idrica di cui abbiamo bisogno. Quindi l'estate prossima l'avremo dura».Domani, a Pedavena, l'Agrav farà il punto della situazione in una giornata di lavori che proseguirà per tutta la giornata, al termine di un corso di formazione che si è articolato in tre date in cui i gestori si sono chiesti come essere operatori turistici d'alta quota. Durante il workshop del mattino (la sede è la birreria), i gestori, accompagnati dagli esperti di Etifor getteranno le basi per la costruzione di una "Carta dei servizi per i rifugi alpini del Veneto". Carta che presuppone una maggiore professionalità dei collaboratori, che sono almeno cinquecento in Veneto. «Non troviamo cuochi, camerieri, persone tutto fare - conferma Fiorentini - e quando le troviamo ignorano che operare in un rifugio è tutto diverso rispetto al ristorante o all'albergo. Ci vuole un supplemento di formazione specifica».Se gestisci un rifugio che dista quattro ore di cammino dal fondovalle - esemplifica il presidente di Agrav - è evidente che devi saperti arrangiare. «Tuttavia la vera competenza risiede nella capacità di gestire le situazioni di crisi, gli imprevisti, non necessariamente nella capacità di risolvere direttamente il problema dal punto di vista tecnico. Non bisogna improvvisarsi tuttologi ma saper gestire la transizione tra quando si presenta il problema e quando le condizioni consentono di risolverlo definitivamente. Per questo è importante la formazione ma lo è altrettanto l'esperienza, come in tutti i lavori: la scuola, i corsi di formazione, ti possono fornire le chiavi, saperle utilizzare richiede pratica».Il cameriere non può non essere anche guida escursionistica, saper indirizzare, quanto meno conoscere l'ambiente in cui opera. Non può non saper informare sul meteo, sui pericoli che la montagna presenta. Al cameriere o al barista si chiedono consigli per l'alimentazione, come alleggerire i dolori muscolari. Invece accade che chi sale per la prima volta a lavorare in rifugio non sa che le priorità cambiano improvvisamente e richiedono una risposta non da parte del singolo ma di tutta la squadra. --Francesco Dal Mas© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 4 aprile 2022 p. 15 Rifugi da rigenerare tra comfort e tradizioni «Ma non possono diventare alberghi» il dibattito Il bivacco Fanton, quel cannocchiale posizionato a forcella Marmarole farà scuola o no? Il Cai di Padova non se l'è sentita di uscire dal tradizionale col nuovo Cosi sull'Antelao, franato nel 2014. E il Cai di Conegliano ha sì concesso l'ampliamento del Torrani, il nido d'aquila ai 3 mila metri del Civetta, ma dando continuità architettonica al rifugio esistente, creatura di Attilio Tissi (1933). Il mondo

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dell'alpinismo si sta interrogando da qualche tempo sulla rigenerazione delle strutture di accoglienza in quota, in particolare sulle nuove edificazioni, sulla loro integrazione con il fragile ambiente circostante, sui materiali da usare, su come si uniscono esigenze funzionali e attenzione alla sostenibilità. Nel vicino Trentino sono stati posti in agenda quattro incontri, il primo a fine mese, perché la Sat, i gestori dei rifugi, l'Ordine degli Architetti si chiariscano le idee. «Noi del Cai Veneto volevamo organizzare qualcosa di simile ancora l'estate scorsa - informa Francesco Abbruscato, residente della Commissione Rifugi -, ma la pandemia ce l'ha impedito. Lo faremo presto perché i nostri rifugi hanno in media più di 50 anni ed abbisognano di una riqualificazione. Ma anche le ristrutturazioni devono avere dei criteri e, a mio avviso, non possono che testimoniare il tempo in cui sono concepite. Personalmente (sono architetto) mi piace l'innovazione del Fanton, mi rendo conto, tuttavia, che c'è una cultura identitaria da rispettare. A volte si tratta di trovare il giusto equilibrio. Ecco, mi pare forse troppo semplicistico limitarci a rispettare l'esistente».Il Fanton, si sa, è stato in parte contestato per la sua forma che taglia con la storia architettonica dell'alta montagna. L'architetto Tatiana Grespan ha trovato una formula davvero indovinata per l'ampliamento del bivacco invernale al Galassi: ha montato sul vecchio impianto una struttura prefabbricata in legno Xlam completamente rivestito in lamiera aggraffata, per cui la neve che all'esterno sale per diversi metri non crea problemi. «A volte i problemi s'impongono anche solo ad installare dei panelli fotovoltaici, ancorchè indispensabili, o a posizionare vasche per l'acqua. C'è chi contesta perché troppo impattanti» rivela Mario Fiorentini, coordinatore dei Rifugisti di Agrav. Mario Tonin, presidente della Fodazione Dolomiti Unesco, non ha dubbi. «Da come progettiamo un rifugio o un suo ampliamento, si capisce dove vogliamo andare, quale futuro immaginiamo per il turismo montano e per la frequentazione dell'alta quota, tanto più se le aree interessate sono state riconosciute Patrimonio Mondiale - afferma -. I gestori stessi, con cui collaboriamo da anni, non smettono di interrogarsi su come conciliare le esigenze funzionali al senso del limite. Un limite che la pressione turistica tende a spingere sempre un po' più in là ma che la natura stessa dei luoghi e lo scopo delle strutture impongono di rispettare».Quello che è certo - assicura Abbruscato - non vogliamo trasformare i rifugi in alberghi, almeno i nostri 37 del Cai. «Il massimo del comfort è improponibile, quindi camere con la vasca da bagno proprio no. Forse qualcuna con la doccia. Ma si sa che l'acqua disponibile è così poca che in certi ambienti dobbiamo chiudere il doppio bagno». Al Torrani, il rifugio più alto delle Dolomiti, fino ad oggi non ha un alloggio, o meglio una camera per il gestore, costretto a dormire insieme agli ospiti; ne disporrà col prossimo ampliamento. «Il nostro rifugio - fa sapere Marco Bergamo, che gestisce lo Scarpa - ha 112 anni, immaginarsi se non aveva bisogno di una ristrutturazione radicale. Abbiamo messo mano, grazie alla sezione del cai di Agordo, al Bim e ad altri che ci hanno aiutato, all'adeguamento dell'impianto termico, di quello idraulico, alle sorgenti e condotte, la coibentazione. Somme ingentissime, senza contributi regionali o nazionali, che sarebbero indispensabili».Ma, secondo Bergamo, sarebbe il tempo di provvedere ad una rigenerazione radicale di questi ambienti, ricorrendo anche all'innovazione. Ed ecco che al Galassi, rifugio autogestito del Cai di Mestre, non solo si è provveduto ad attivare l'impianto fotovoltaico, ma anche ad un nuovo sistema di smaltimento dei reflui dei bagni: è stata installata una coclea che permette di separare i materiali solidi che vengono gettati impropriamente nel water e che. Pertanto, vengono portati a valle.Al rifugio Auronzo ci sono stati, sfidando con tutte le prudenze anche la pandemia, importanti lavori di ammodernamento ai piani ed è stata organizzata una terrazza esterna, con trenta posti a sedere. «Abbiamo un rifugio ancora più funzionale e accogliente» sospira di sollievo il presidente del Cai di Auronzo, Stefano Muzzi. Ma lassù, ai piedi delle Tre Cime, arriva la strada. «In molti rifugi si sale solo a piedi - ricorda Fiorentini - quindi per il trasporto si usa l'elicottero, molto costoso. E appunto i costi di ogni intervento sono a volte 10 volte superiori a quelli di pianura». In questi ultimi anni, le opere più frequenti (e costose) sono state e ancora sono quelle dell'efficientamento energetico. «Ma anche per questi lavori sottolinea i coordinatore dei rifugisti - bisognerebbe trovare percorsi condivisi». Da qui la necessità di un coordinamento. «Spesso ci troviamo a chiedere interventi indispensabili per evitare di chiudere la struttura per l'intera stagione - dice Roberta Silva, collega di Fiorentini per il Trentino - sapere di operare nella giusta direzione ridurrebbe le variabili che possono tenere l'attività bloccata per mesi, privando la montagna di presidi indispensabili». --Francesco Dal Mas © RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 7 aprile 2022 p. 23 Birra Dolomiti e rifugi patto di collaborazione con i gestori veneti PEDAVENA La birra prodotta nello stabilimento di Pedavena sale in vetta con l'obiettivo di promuovere i rifugi del Veneto e i prodotti locali. È stata avviata infatti una collaborazione tra Birra Dolomiti e l'Associazione dei gestori dei rifugi alpini del Veneto (Agrav), che vede anche la partecipazione del consorzio Dolomiti Prealpi per sostenere lo sviluppo e il radicamento dell'Associazione e fare squadra nella valorizzazione di un territorio dalle grandi potenzialità. Birra Dolomiti punta dunque a qualificarsi sempre più come la birra della montagna.Le ricette di questo prodotto realizzato a Pedavena sono realizzate con l'utilizzo di cereali cento per cento italiani e una selezione dei migliori luppoli europei.Tra gli ingredienti è presente anche malto da orzo delle Dolomiti, materia prima risultato di un progetto di filiera integrata nato nel 2006. E Birra Dolomiti sarà di casa in quei rifugi dietro i quali ci sono un pezzo di storia ed identità del territorio.La collaborazione prevede il supporto nella comunicazione dei rifugi attraverso le informazioni più utili per raggiungerli,

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ma anche nell'organizzazione e nella promozione degli eventi per valorizzare questi luoghi.L'Agrav si dice «lieta della partnership con Birra Dolomiti per la comunione di intenti e perché servirà al rafforzamento della posizione dell'associazione all'interno del mondo dei rifugi veneti ed accrescerà la visibilità degli stessi». --Sco© RIPRODUZIONE RISERVATA

Gazzettino | 8 aprile 2022 p. 3, edizione Belluno

Corriere delle Alpi | 14 aprile 2022 p. 23 Il cadorino Da Rin scelto per il "Dal Piaz" De Simoi: «Persona capace e appassionata» cai di feltre

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Si apre un nuovo capitolo nella storia del rifugio Dal Piaz, che cambia gestione dopo nove anni. La sezione Cai di Feltre, proprietaria dell'immobile, dopo una selezione in varie fasi delle candidature pervenute ha affidato la struttura a Giorgio Da Rin, un cadorino che vive in montagna e di montagna. Gestore di rifugio alpino in estate, boscaiolo in inverno, con precedenti esperienze in disgaggi e lavori di teleferica. Assieme alla sua compagna, nell'alto Tarvisiano ha gestito per diversi anni un rifugio del Cai, riuscendo a rilanciarlo e a sviluppare la sua frequentazione.«Non è stata una decisione facile quella del consiglio direttivo della sezione, dovendo scegliere tra qualificate candidature di diverso profilo ed esperienza», commenta il presidente Ennio De Simoi. «Alla fine hanno prevalso due elementi: la gestione in proprio della cucina da parte di Da Rin e l'esperienza diretta in molteplici attività manuali», spiega. «La gestione della cucina è stato un elemento importante di valutazione in un contesto economico come quello attuale dove è già molto difficile trovare un cuoco in strutture di fondo valle, figuriamoci in un rifugio alpino».Altro elemento di valutazione ricercato dal Cai è «l'individuazione di una persona capace di arrangiarsi in proprio in diversi lavori, in un ambiente non facile come è il vivere e l'operare in un rifugio, lontani come si è dal pronto intervento di un qualsiasi professionista o artigiano», prosegue Ennio De Simoi.«Ulteriore aspetto che ha fatto propendere per Da Rin è stata la sua esperienza di impiego oculato della risorsa acqua, con l'uso di stoviglie compostabili e la conseguente riduzione di acqua e detersivi».Negli ultimi giorni Giorgio Da Rin si è recato più volte al rifugio, ha contattato operatori locali dimostrandosi attento a tessere relazioni con la gente del posto, convinto nell'impiegare prodotti del territorio.«Salendo al Dal Piaz si è reso conto che sulle Vette c'è già una discreta frequentazione di escursionisti, tanto da volere aprire il rifugio già da maggio», dice il presidente del Cai di Feltre. «In questo suo desiderio la sezione si sta oltremodo impegnando con un investimento di oltre 20 mila euro in nuove attrezzature di cucina».I frequentatori delle Vette Feltrine saranno informati su apertura e iniziative varie previste in rifugio seguendo i canali social verso i quali il Da Rin ha dimostrato conoscenza e dimestichezza. Infine una bella notizia, come dice il presidente del Cai di Feltre, in merito al crescente numero di prenotazioni che arrivano da tutto il mondo: «Segno di crescente interesse e aumentata conoscenza che questo territorio sta acquisendo a livello globale. D'altronde siamo stati, assieme a Belluno, i primi al mondo ad aprire due alte vie, l'Alta Via 1 e l'Alta Via 2». --Raffaele Scottini© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 14 aprile 2022 p. 23 «Sono entusiasta Spero di aprire per metà maggio» «Mi ha entusiasmato l'orizzonte ampio del rifugio Dal Piaz». È questo l'aspetto che ha attratto di più il nuovo gestore Giorgio Da Rin: «Per sette anni ho gestito un altro rifugio in un posto meraviglioso nelle Alpi Giulie, che però si trova proprio sotto pareti rocciose di 600-700 metri e avevo voglia di un nuovo orizzonte e di scoprire nuovi posti. Questa è una nuova avventura che comincia, con nuove zone da esplorare e nuovi clienti da accontentare. Questo mi ha stimolato più che altro. Ringrazio la sezione del Cai di Feltre per la fiducia». Giorgio Da Rin vorrebbe aprire il rifugio dalla seconda domenica di maggio: «Vediamo se ci riusciamo, perché ci sono un po' di aspetti tecnici da sistemare», commenta. «Mi aspetto di entrare in sintonia con il posto», dice ancora il nuovo gestore del Dal Piaz. «Quando sei in sintonia con un posto, puoi dare la massima accoglienza a tutte le persone cha passano di là. Anche far parte di un Parco nazionale non è una cosa da poco, è stimolante», aggiunge. «Non vedo l'ora di conoscere anche il presidente del Parco e i sindaci per cercare di avere un buon rapporto con tutti e una collaborazione che si proficua per tutti». Sco

Corriere del Trentino | 15 aprile 2022 p. 2 Rifugi, ricerca a ostacoli «Disponibilità ridotte» Silva: «I giovani ci sono ma non per tutta la stagione» TRENTO Qualcuno si muove attraverso il classico passaparola, altri sfruttano la diffusione dei social media, pubblicando annunci sulla propria pagina. Ma il punto di partenza è lo stesso: «Siamo tutti nella stessa barca, trovare personale per l’estate è davvero difficile» spiega Sandro Magnoni, presidente della commissione rifugi della Sat. «I problemi ci sono, facciamo fatica» conferma anche Roberta Silva, alla guida dell’associazione rifugi del Trentino. L’avvio della stagione calda si avvicina anche per le strutture in montagna: per quelle gestite dalla Società degli alpinisti tridentini l’apertura tradizionale è fissata a fine giugno. Ma molti rifugi, soprattutto quelli collocati a quote meno impegnative o quelli non gestiti dal sodalizio, spesso anticipano questa data. Magari con aperture solo nel fine settimana. O magari con qualche iniziativa specifica. E la garanzia di poter contare su uno staff preparato e motivato rimane fondamentale, ancora di più in montagna, dove l’ambiente non

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offre tutte le comodità della città e del fondovalle. E dove è necessario far fronte ad eventuali problemi anche fuori dai normali orari. «Il rifugio — osserva Magnoni — è una struttura particolare, lavorarci non è come fare la stagione altrove». E per questo, la motivazione diventa spesso la leva sul quale fare affidamento: «Chi è appassionato di montagna riuscirà più facilmente ad affrontare i mesi in quota». Che significano settimane lontani dalla città e da gran parte delle comodità. Ma che allo stesso tempo regalano panorami che, in valle, difficilmente possono essere replicati. In queste settimane, in Rete, le strutture che pubblicizzano i loro annunci sono tante. Si va dal cameriere al tuttofare, dal cuoco al lavapiatti (lo staff di cucina è il più ricercato e il più difficile da trovare). Al rifugio Pertini, in val di Fassa, ad esempio, si cercano un cuoco (o una cuoca), un cameriere, un portatore-tuttofare e un lavapiatti. Offrendo vitto e alloggi in rifugio, oltre a un appartamento in paese. Al rifugio malga Ritorto, a Pinzolo, la ricerca è di un cuoco e di un aiuto cuoco. Mentre al rifugio Roda De Vael la ricerca — pubblicizzata qualche settimana fa sulla pagina Facebook — è per due cameriere di sala e camere e un lavapiatti. «Trovare personale, oggi, non è la cosa più semplice» ammette Roberta Silva, rifugista proprio del Roda de Vael. La cui riflessione si intreccia con quella di Magnoni: «Lavorare in un rifugio è un’esperienza particolare. È vero che ci sono strutture vicine al paese, ma spesso vuol dire trascorrere mesi in quota». E i giovani «spesso preferiscono essere più liberi, poter uscire la sera». In realtà, spiega Silva, i giovani non mancano: studenti, universitari, «dai 16 anni in su». «Ma spesso — prosegue la rifugista — sono disponibili solo a luglio e agosto. O solo per un periodo durante l’estate. La nostra stagione, però, dura da giugno fino all’autunno. Speriamo che alla fine vada tutto bene come sempre». Corriere delle Alpi | 23 aprile 2022 p. 33 Il decano Fiorentini «Le nuove tecnologie hanno il mestiere di rifugista» Il personaggio Gianluca De Rosa Professione? No, vocazione. Quella del rifugista è una missione. Decidere di ritrovarsi, un giorno, a gestire un rifugio di montagna è una spinta mossa dal cuore e non dal portafogli. Una scelta di vita, fatta di sacrifici e rinunce. E non basta "svegliarsi presto per godersi l'alba ad alta quota" a rimettere in pari la bilancia. «Non esiste un percorso di preparazione all'attività di rifugista», spiega Mario Fiorentini, rifugista "con i capelli bianchi" e rappresentante del settore in qualità di presidente di Agrav, associazione che raccoglie i gestori dei rifugi alpini veneti: «Non si diventa rifugisti per caso o spinti da motivazioni di natura economica. Non è un lavoro come un altro, sfugge alle dinamiche quotidiane. Rappresenta un percorso, lo stesso che gli escursionisti sono tenuti a fare per raggiungere le alte quote. E quando l'escursionista raggiunge la meta, rappresentata dal rifugio, il suo gestore dev'essere bravo a coglierne la gratificazione». «Il rifugista», sottolinea Fiorentini, «deve essere bravo a trasmettere il legame col territorio. Questo si fa solo se si è realmente collegati al contesto. L'escursionista capisce subito chi ha di fronte e questo è un dettaglio che alla lunga determina l'appeal o meno del rifugio e, di conseguenza, del suo rifugista».Sulle Dolomiti bellunesi esistono diversi tipi di rifugi: significa che ci sono anche diverse tipologie di rifugisti?«Sono le circostanze a determinare la differenza tra un rifugio e l'altro. Un rifugio alpino lontano da strade carrabili, sentieri silvopastorali o impianti di risalita vanta una clientela ben definita. Le comodità spingono il rifugista a doversi trovare una propria strada. Sembra un paradosso, ma in questo contesto le comodità rappresentano, per il rifugista, una potenziale difficoltà. I rifugi che, per caratteristiche, vantano presenze importanti sia d'inverno che d'estate, sono chiamati a cambiare pelle continuamente pur di riuscire a soddisfare le richieste sempre crescenti dei clienti. Chi raggiunge un rifugio d'alta quota dopo aver percorso ore ed ore lungo un sentiero, cercherà poche e semplici cose mettendo di fatto il rifugista nelle condizioni di fare il suo "vero" lavoro. Sono queste le condizioni che determinano le caratteristiche del rifugio e il più delle volte non dipende dal fatto che la struttura sia bella o meno. Nel rifugio si cerca l'accoglienza e in questo contesto diventa fondamentale il lavoro del rifugista. Ad alta quota la bellezza architettonica non interessa così come alcuni servizi che, invece, diventano fondamentali quanto più comodo da raggiungere è il rifugio».Come è cambiato il lavoro di rifugista nel tempo? «Oggi bisogna essere davvero preparati. Non ci si può improvvisare, come invece avveniva un tempo quando le caratteristiche più richieste erano quelle di esperti di montagna. Un tempo i rifugisti erano guide alpine o esperti alpinisti. Si interveniva se un escursionista si perdeva o si ritrovava in difficoltà lungo i sentieri, perché non avevano altri a cui chiedere aiuto. La tecnologia ha cambiato tutto. Il resto lo hanno fatto le richieste sempre più crescenti dei clienti che hanno portato il rifugista a frequentare corsi specifici volti a migliorare l'accoglienza, soprattutto a tavola. Un tempo il cliente mangiava quello che trovava, oggi alcuni rifugisti fanno concorrenza ai più quotati ristoranti stellati di città. Nei rifugi di una volta non esistevano le camere con bagno. Si prestava attenzione ad altro, l'accoglienza in primis, il legame rifugista-escursionista per passare al panorama circostante. Oggi tutto questo è rimasto, ma il fruitore non disdegna il bagno in camera e una buona proposta culinaria».Quanto è redditizio il lavoro di rifugista?«Anche in questo caso il distinguo è d'obbligo ma di base chi sceglie di fare il rifugista come detto non lo fa per motivi economici. Anche perché il gioco, in questo caso, non vale la candela. I rifugi aperti tutto l'anno riescono a far vivere anche intere famiglie. L'attrazione dei soldi, però, non porta al risultato. Basti pensare a quelle centinaia di persone che si

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sono candidate per la gestione del rifugio Nuvolau a Cortina. Basta poco all'occhio esperto per capire le reali intenzioni di chi si candida alla gestione di un rifugio. Non è un caso se la maggior parte di quelle domande sono state scartate». --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 23 aprile 2022 p. 33 È il gestore del "Città di Fiume": «Presidio e luogo di cultura» La storia Un tempo era malga Durona, situata su territorio di competenza dell'antica Regola di San Vito. Il tempo l'ha trasformata in un rifugio alpino, intitolato a chi quella struttura l'aveva nel frattempo rilevata e riqualificata: nasce con questi presupposti il rifugio Città di Fiume, di proprietà della sezione Cai di Fiume. Storia particolare ed al tempo stesso complessa, perché di fatto la sezione Cai di Fiume non ha una città di rappresentanza, come avviene per tutte le altre sezioni del Cai. La guerra ha trasformato Fiume in Rijeka, bella e accogliente città portuale non più italiana, ma croata. Eppure quella sezione ha continuato a vivere e operare sul territorio italiano. Ha mantenuto una sede a Padova, da dove muove le proprie fila direttamente dall'abitazione del suo presidente Mauro Stanflin. Detto della proprietà, inusuale per un rifugio di montagna, caso unico per quanto riguarda il territorio bellunese, dal 2006 il Città di Fiume è gestito da un "veterano" dell'alta quota, Mario Fiorentini, 62 anni, nativo di Conegliano e residente a Padova che 16 anni fa ha coronato il suo grande sogno. «Mi sono sempre occupato di verde, ma fin da ragazzo il mio sogno era quello di vivere in montagna e gestire un rifugio», spiega, «col tempo insieme a un gruppo di amici accomunati dalla passione per l'ambiente abbiamo fondato una cooperativa di educazione ambientale. Si chiama Arcanda ed oggi è l'ente che gestisce legalmente il rifugio Città di Fiume. Con gli amici che con me hanno fondato la cooperativa, in gioventù condividevamo l'esperienza universitaria a Padova». L'opportunità offerta dalla sezione Cai di Fiume ha fatto il resto. «Quando mi hanno assegnato la gestione del rifugio è stato un momento straordinario. È stato come andare sulla luna. Perché quel rifugio? Perché vantava le caratteristiche tipiche per mettere in pratica le nostre idee maturate in tempo di università. Non solo ricettività, ma presidio di montagna, aperto anche d'inverno. Luogo dove organizzare iniziative culturali ed eventi mirati alla conoscenza ed al rispetto della montagna. L'obiettivo è trasmettere i valori della montagna agli avventori. Il tempo ha premiato quella scelta».Inaugurato come rifugio nel 1964, il Città di Fiume si trova all'ombra del Pelmo, su territorio di Borca ma di fatto più vicino a Selva. «Cosa farò da grande? Intanto devo stare attento all'anagrafe, anche se non esiste per un rifugista un'età per andare in pensione», conclude Fiorentini. «Almo Giambisi, storico gestore del rifugio Antermoia, ha deciso di lasciare a 82 anni. Se penso a lui, ho ancora vent'anni di lavoro davanti. Scherzi a parte, fin quando le motivazioni reggono sarò qui, ma diventa importante, già ora, avere persone al fianco a cui riuscire a trasmettere la passione per la montagna e per la vita di rifugista». --DIERRE© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere del Trentino | 24 aprile 2022 p. 3 Rifugi e bivacchi da ripensare Sat ed esperti dettano la linea TRENTO L’argomento, soprattutto in Trentino, spesso provoca scintille. L’ultimo esempio è quello del rifugio Tonini, sull’altopiano di Pinè, distrutto da un furioso incendio nel 2016, sulla cui ricostruzione pesa un dibattito costellato di polemiche. Del resto, la progettazione di edifici in un ambiente fragile come l’alta quota è tema delicato, che deve tenere conto di fattori spesso inesistenti in ambienti urbanizzati. Per questo, l’Ordine degli architetti trentini e il Circolo trentino per l’architettura contemporanea, con la collaborazione della Fondazione Dolomiti Unesco, Trentino Marketing e associazione rifugi trentini, hanno organizzato un ciclo di conferenze che affronterà proprio la questione della progettazione in quota. «Il rifugio per le nostre montagne — sottolinea il presidente degli architetti Marco Giovanazzi — ha un grande valore. Progettarlo significa tenere insieme il suo valore simbolico, la gestione quotidiana e le questioni ambientali, ormai inderogabili. D’altra parte è necessario riaffermare una nostra specificità in materia: il Trentino ha una sua cultura del costruire in quota e non possiamo semplicemente guardare ad altri modelli e copiarli. L’Ordine degli architetti crede fermamente nel valore del progetto come sintesi delle tematiche in campo e propone a tutti di avviare un dialogo che vada oltre le polarizzazioni che troppo spesso si sono delineate».

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Una mano tesa al confronto raccolta in primis dai rifugisti. «Per noi gestori — conferma Roberta Silva, presidente dell’associazione rifugi — si tratta di un’occasione straordinaria. Da un lato condividiamo l’esigenza di discutere insieme sul modo migliore di inserire i rifugi nel fragile contesto ambientale che vogliamo custodire. Dall’altro c’è un’esigenza concreta, ovvero creare una sinergia più consapevole tra progettisti, costruttori, proprietari, gestori e istituzioni. Spesso ci troviamo a chiedere interventi indispensabili per evitare di chiudere la struttura per l’intera stagione; sapere di operare nella giusta direzione ridurrebbe le variabili che possono tenere l’attività bloccata per mesi, privando la montagna di un presidio indispensabile». Dialogo fondamentale anche secondo Anna Facchini, presidente della Sat. «Soprattutto in questi ultimi anni — spiega — è diventata ancora più evidente la necessità di coordinarsi tra proprietari, gestori, progettisti allorché si decida di avviare lavori consistenti di ristrutturazione, risanamento o ampliamento delle strutture alpine. È con questa consapevolezza sull’opportunità di una nuova modalità di interazione che dal 2021 abbiamo deliberato di ricorrere a concorsi di progettazione per specifici casi di risanamento o ristrutturazione dei rifugi». A indicare il quadro entro il quale muoversi è la Fondazione Unesco. «Quello del ripensamento dell’architettura in alta quota — osserva il presidente Mario Tonina — è un tema particolarmente importante per la fondazione». Che si inserisce, tra l’altro, nelle riflessioni avviate durante la giornata mondiale della Terra. «Per quanto ci riguarda — prosegue Tonina — va detto che abbiamo sempre trovato gestori collaborativi». Un elemento prezioso: «Sono gli stessi rifugisti a interrogarsi per primi su come conciliare le esigenze funzionali al senso del limite. Un limite che la pressione turistica tende a spingere sempre un po’ più in là ma che la natura stessa dei luoghi e lo scopo delle strutture impongono di rispettare». Ma come conciliare, invece, i poli di un dibattito ormai annoso, tra chi sostiene la necessità di seguire la tradizione e chi spinge verso l’innovazione anche nelle terre alte? «Un equilibrio — risponde Tonina — è possibile. E proprio il confronto tra i vari soggetti coinvolti, dai rifugisti agli architetti, fino agli esperti di turismo, può indicare la strada da seguire». Si partirà dunque venerdì 29 aprile, nella sede Sat, con una giornata introduttiva dedicata alla definizione dello stato dell’arte — a livello culturale, sociale ed economico — della progettazione dei rifugi alpini in Trentino. Venerdì 13 maggio, sempre nella sede della Sat, si entrerà nel dettaglio della progettazione vera e propria dei rifugi, portando anche i punti di vista di costruttori e rifugisti e analizzando alcune esperienze concrete. Mentre il 20 maggio, ancora nella sede di via Manci, l’attenzione sarà focalizzata invece sulla progettazione dei bivacchi. L’iniziativa si chiuderà con due giorni di laboratorio progettuale, il 4 e 5 giugno, che porterà i partecipanti al rifugio Gardeccia in val di Fassa.

Corriere del Trentino | 24 aprile 2022 p. 2-3 Rifugio Pedrotti, al via il concorso di progettazione per la ristrutturazione La ristrutturazione dell’ultimo piano del Rifugio Pedrotti alla Tosa, sul Brenta, sarà effettuata a seguito di un concorso di progettazione. Lo ha deciso la Sat, proprietaria della struttura. «Il Rifugio — specifica il sodalizio — nel corso degli anni è stato oggetto di singoli interventi di manutenzione ordinaria, tuttavia è ormai necessario un intervento più incisivo». E per effettuarlo, la Sat ha deciso di indire un concorso di progettazione in un’unica fase, «per arrivare a ottenere il miglior risultato in termini sia architettonici che ambientali». «Abbiamo pensato a un concorso — spiega la presidente Sat Anna Facchini — per ottenere da un lato una più ampia messa in concorrenza di idee e proposte progettuali, considerato il contesto paesaggistico particolare e di delicato equilibrio ambientale, e dall’altro la partecipazione di una più ampia collettività condividendo un percorso trasparente e visibile a tutti. L’auspicio è che questo sia solo il primo passo per una collaborazione allargata con gli ordini professionali». Le informazioni sono consultabili sul sito internet della Sat. Corriere delle Alpi | 26 aprile 2022 p. 27 Rifugio, l’obiettivo è coniugare sostenibilità e innovazione BELLUNO Un altro tema a cuore della Fondazione Dolomiti Unesco è quello dei rifugi. Tanti i corsi e le assemble organizzate con i gestori delle strutture delle terre alte per cercare di arrivare a un punto di incontro tra la necessità di un turismo sempre più sostenibile e le esigenze di chi vive e opera ad alta quota.«Per la nostra Fondazione», sottolinea la direttrice Mara Nemela, «il tema dei rifugi riveste un'importanza a dir poco cruciale. Negli anni questi presidi territoriali si sono trasformati da "accessorio", ovvero strutture di servizio al

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turista, in "meta", il vero obiettivo dell'escursionista. Il rifugio diventa così l'emblema di ciò che può rappresentare e offrire la montagna, la linea di frontiera su cui si gioca il fragile equilibrio fra una domanda di servizi e comfort sempre maggiori e un'offerta costituita da strutture che necessitano di interventi di ammodernamento, situate in un territorio sempre più vulnerabile, basti pensare al tema dell'approvvigionamento idrico».È ormai prossimo il corso di formazione sull'architettura dei rifugi e degli altri ambienti di montagna. Tante le preoccupazioni della Fondazione, per interventi che devono coniugare la sostenibilità ambientale con le nuove tecnologie e l'innovazione progettuale.«Gli interventi sui rifugi delineano lo scenario della frequentazione della montagna per il futuro, non si tratta solo di una questione di qualità architettonica o di scelta fra un linguaggio compositivo tradizionale o contemporaneo. Il corso di formazione che abbiamo promosso con l'Ordine degli Architetti di Trento e tanti altri partner nasce con l'auspicio di promuovere un dibattito e un approfondimento sul tema, che avrà dei momenti di esercitazione su casi reali. Non si tratterà di un esercizio teorico, non intendiamo parlare del "rifugio ideale" perché ogni rifugio è una realtà molto specifica».Il senso del limite, dunque, anche per i rifugi: «Non deve spaventare l'innovazione se ciò contribuisce a minimizzare gli impatti, deve invece preoccupare se la modernizzazione del rifugio risponde a una visione che ne snatura il ruolo e il significato. Il senso del limite costituisce le fondamenta e la cornice dell'esperienza della montagna, ed è in questo scenario che si opera quando si ristruttura un rifugio. Come Fondazione», conclude, «vogliamo avviare una riflessione insieme a progettisti, gestori e proprietari delle strutture, e il corso è il primo di una serie di iniziative che vorremmo esportare in altre zone delle Dolomiti». --Fdm© RIPRODUZIONE RISERVATA

NOTIZIE DAI PARCHI Corriere delle Alpi | 13 aprile 2022 p. 22 Il Regolamento del Parco vieta le gare: nubi nere sulla Pedavena-Croce d'Aune Laura Milano PEDAVENA Pedavena-Croce d'Aune a rischio: il Regolamento del Parco, diventato efficace da ottobre scorso dopo l'approvazione da parte del ministero della Transizione ecologica, vieta «lo svolgimento di manifestazioni od eventi sportivi motoristici di qualsiasi tipo e natura». Il Comune di Pedavena, dunque, si affida un legale per capire come interpretare il Regolamento e per avviare l'iter per modificarlo. L'obiettivo è quello di verificare «la possibilità di mantenere in vita la manifestazione».L'amministrazione Castellaz è uscita allo scoperto con una delibera di giunta, approvata giovedì scorso, che autorizza gli uffici ad assegnare l'incarico ad un legale per una consulenza sulla interpretazione del Regolamento del Parco. Nella delibera si sottolinea che negli anni passati, quando il Regolamento non era ancora diventato efficace, «sono rimasti in vigore i regolamenti provvisori e le norme di attuazione del Piano per il Parco».Dall'8 ottobre però, quando il Regolamento approvato dal ministero il 10 giugno 2021 è entrato a tutti gli effetti in vigore, è diventato operativo anche il divieto alle manifestazioni motoristiche. E tale è la Pedavena-Croce d'Aune. Una gara di velocità in salita di grande prestigio, «che ormai da molti anni costituisce un evento storico di richiamo per il Comune di Pedavena e per tutta la comunità», sottolinea l'amministrazione nella delibera. Una manifestazione che peraltro è ben più anziana del Parco: «risale agli anni Settanta (prima edizione nel 1971), età precedente alla istituzione del Parco delle Dolomiti Bellunesi istituito nel 1990».Che fare dunque? La giunta del sindaco Nicola Castellaz lo spiega nel provvedimento: «si profila la necessità di acquisire un parere legale di interpretazione dell'articolo del Regolamento ed avviare un procedimento mirato alla verifica della possibilità di mantenere in vita la manifestazione storica di cui sopra».Sotto la lente c'è soprattutto un articolo del Regolamento del Parco. «In particolare in tale articolo», dice il sindaco Nicola Castellaz, «compare una "ambiguità" nel concedere il nulla osta a gare motoristiche su strade che insistono all'interno del perimetro dell'area Parco. Tale nota interpretativa conterrà elementi a nostro avviso tangibili per garantire la continuità a manifestazioni, tra cui la Pedavena Croce d'Aune, che hanno un importante valore in termini turistici, economici e di visibilità verso l'esterno». La parola passa al legale, dunque. «L'iter non sarà certo facile», spiega Castellaz, «ma gli sforzi che stiamo mettendo da mesi in questo percorso sono tanti perché riteniamo importante mantenere viva una manifestazione che ha contraddistinto per oltre quarant'anni Pedavena e tutto il territorio feltrino». Acquisito il parere legale, questione di poche settimane, lo stesso sarà trasmesso all'ente Parco che a sua volta lo inoltrerà al ministero per la Transizione ecologica per il parere definitivo. --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 17 aprile 2022

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p. 15 Divieto di sorvolo e di nuove ferrate Le regole del Parco entrate in vigore Irene Aliprandi Belluno A fare notizia è stato il divieto di organizzare eventi motoristici, con il probabile annullamento della cronoscalata Pedavena-Croce d'Aune, ma l'articolo 29 comma 3 è solo un breve passaggio all'interno di un documento di 70 pagine. Il 7 ottobre dello scorso anno è entrato in vigore il regolamento del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, un lavoro che l'ente e la Comunità del Parco hanno realizzato nel lontano 2009, ma guai a pensare che l'area protetta sia responsabile di particolari ritardi, visto che quello bellunese è solo il terzo parco nazionale ad essersi dotato di un regolamento.Le norme in esso contenute sono in alcuni casi piuttosto stringenti, ma del tutto analoghe a quelle dettate dai regolamenti degli altri due parchi e non potrebbe essere diversamente, visto che ci sono delle linee di indirizzo ben precise a livello nazionale e che l'approvazione finale spetta al Ministero della Transizione Ecologica.Le curiosità, tuttavia, non mancano ed è bene che chi frequenta le aree del Parco le conosca per evitare di incorrere nelle sanzioni amministrative previste a carico dei trasgressori. In alcuni casi, oltre alla multa, si rischia anche di commettere reati con conseguenze ben più gravi.Dopo alcune norme di carattere generale, il regolamento si divide per ambiti esplorando tutte le possibili casistiche.spostamentiI mezzi a motore non sono banditi dal Parco che comprende anche strade trafficate e zone antropizzate, ma il regolamento pone limiti rilevanti. Il più importante riguarda le strade silvo pastorali, o strade bianche, dove da ottobre è vietato utilizzare mezzi a motore. Le eccezioni non mancano e coinvolgono i proprietari di immobili, i disabili e chi deve percorrerle per motivi di lavoro. L'autorizzazione va richiesta all'Ente che la rilascia e la rinnova alla scadenza. Lungo le silvo pastorali, così come sui sentieri, è invece concesso utilizzare le biciclette e andare a cavallo.Serve l'autorizzazione del direttore anche per usare le barche a motore, che in generale sono vietate a meno che non abbiano il motore elettrico. La navigazione è consentita solo sul lago del Mis, mentre lungo il Cordevole è permesso l'uso di kajak, canoe e gommoni. Il torrentismo invece è vietato, come il flyboardVietato anche il sorvolo del Parco, scelta che potrebbe risultare singolare, ma che si spiega con l'esigenza di non disturbare le aquile soprattutto nei periodi della nidificazione, ma non solo. Le deroghe sono possibili, sempre previa autorizzazione.FaunaOvviamente, essendo un Parco, la caccia è vietata così come l'introduzione di qualsiasi arma, ma è vietato anche attraversare il territorio del parco trasportando armi o animali abbattuti altrove, a meno che non si percorrano la 203 Agordina o la 473 di Croce d'Aune. Chi dovesse trovarne, però, può raccogliere palchi di cervi e caprioli. Inoltre è consentita l'eradicazione delle specie ittiche non autoctone. Ampio capito è dedicato alla monticazione, consentita solo in presenza del pastore, ma è obbligatorio proteggere gli animali al pascolo dai predatori, pena il mancato risarcimento dell'eventuale danno, previsto fino al 100% se tutte le disposizioni vengono rispettate.flora Il Parco delle Dolomiti Bellunesi si caratterizza soprattutto per la presenza di specie rare ed è vietato asportare o danneggiare qualsiasi tipo di pianta. È vietato anche introdurre specie non autoctone e chi ne detiene nelle pertinenze di immobili di proprietà dovrebbe attrezzarsi per evitarne la diffusione. Eppure il regolamento consente, almeno nelle fasce a minor protezione, il prelievo di legname (con autorizzazione e sotto la supervisione dell'ente) e il recupero degli alberi schiantati. È permessa anche la raccolta dei funghi, più o meno alle stesse condizioni vigenti fuori dal Parco, ma non dei tartufi.turismoIl campeggio, anche con i camper, è autorizzato ma solo nelle aree attrezzate. In caso di necessità ed emergenza, però, è consentito il bivacco anche nelle altre zone. Se la manutenzione dei sentieri e le migliorie per ragioni di sicurezza sono concesse al Cai, la realizzazione di nuove vie ferrate è vietata senza eccezioni. L'apertura di falesie da arrampicata, invece, è consentita ma solo sulle pareti rocciose che costeggiano le strade principali. Fotografare e girare video a scopo commerciale è permesso previo il pagamento di un canone e se viene utilizzato il logo del Parco si ottiene uno sconto del 10%. --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 17 aprile 2022 p. 15 Vigne: «Eccezioni concesse quando c'è una motivazione» le prospettive «Non c'è quasi nulla di diverso rispetto a prima che il regolamento entrasse in vigore». Ennio Vigne, presidente del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, spiega come si sviluppa un regolamento e precisa: «C'è una visione centrale, data dal Ministero che approva questi documenti e noi siamo perfettamente allineati con gli altri (pochi) Parchi che hanno già un regolamento. Alcuni aspetti che saltano all'occhio, come il divieto di sorvolo, c'erano già e vanno tutti nella direzione di evitare di disturbare la fauna selvatica. Molti divieti, in realtà, prevedono anche la possibilità di deroghe quando sono motivate e la necessità di ottenere l'autorizzazione per alcune azioni

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risponde alla necessità che l'ente sappia ciò che avviene all'interno del territorio che è sotto la sua tutela». È il caso ad esempio delle esercitazioni di Protezione civile, che non si possono fare senza il via libera dell'ente.«Per quanto riguarda le norme urbanistiche», prosegue Vigne, «queste si intrecciano con il Piano del Parco che è come un piano regolatore ed entra molto nel dettaglio anche dei materiali da utilizzare e delle caratteristiche degli edifici. Nel grande lavoro di aggiornamento del Piano che abbiamo voluto fare nei mesi scorsi per rendere più attuale e adeguato possibile un Piano che resterà in vigore per i prossimi dieci anni, ci sono state diverse aperture, recependo molte delle osservazioni ricevute».Uno degli aspetti più significativi riguarda la possibilità di ampliare le volumetrie degli edifici esistenti (pensando soprattutto ai rifugi).«Sono arrivate 59 osservazioni da tutti i portatori di interesse che abbiamo coinvolto», prosegue Vigne, «alcune puntuali, altre generali e quasi tutte sono state condivise. È stato un lavoro impegnativo ma la condivisione è essenziale nel rapporto tra il Parco e la comunità. Dopo l'estate si dovrebbe chiudere con il provvedimento regionale, ma siamo già pronti ad aprire anche un ragionamento sui confini. Oltre a Belluno, che ha già inserito nel Pat la possibilità di inserire la valle dell'Ardo, ci sono altri Comuni e realtà interessate all'ampliamento, ma è materia di cui parlare lontano dalle campagne elettorali». --© RIPRODUZIONE RISERVATA

NOTIZIE DAL CLUB ALPINO ITALIANO Alto Adige | 10 aprile 2022 p. 23 Il Cai: più soci per contare di più Bolzano «Abbiamo un grosso problema: agli altoatesini di lingua italiana, soprattutto a Bolzano, manca un po' il senso di appartenza, non si sentono coinvolti. L'Avs in città conta quasi 8000 soci su 100 mila abitanti, nonostante la popolazione di lingua tedesca costituisca la minoranza. Il Cai ne ha meno di 2.000. Un vero peccato, perché Bolzano io la considero una delle capitali della montagna. Viviamo in un posto meraviglioso. Più siamo, come soci Cai, più possiamo premere, più potere abbiamo nella difesa dell'ambiente. Per questo stiamo lavorando tanto per coinvolgere i giovani. La fascia che ci manca di più? Fra i 20 e i 40 anni». È il pensiero espresso dal presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella, in occasione dell'assemblea annuale delle 15 sezioni locali.Tema principe l'ambiente, oltre naturalmente alle questioni interne di gestione della complessa macchina Cai, messa un po' in crisi negli ultimi due anni dal calo di iscritti causa pandemia (niente corsi, gite, sono rimasti solo i soci storici). Iscritti che però ora sono in forte risalita, perché i due anni di lockdown e restrizioni hanno generato immensa voglia di stare all'aria aperta, tanto che probabilmente si salirà nei numeri rispetto ai livelli pre-pandemici. L'anno scorso i soci erano 5.879, la proiezione per il 2022 è di 7.548.«L'ambiente - così Zanella - ci sta molto a cuore. Il Cai nazionale lo ha posto come priorità». Su questo aspetto si sta lavorando molto bene, in perfetta sintonia con l'Avs - «abbiamo un bellissimo rapporto» - e le associazioni protezionistiche. «Però non siamo integralisti. Non siamo contro il progresso. Certe cose vanno fatte. Siamo anche d'accordo sugli interventi della Provincia nei rifugi. Magari qualche intervento, ma sono critiche a livello personale, poteva essere fatto in altro modo, sono scelte degli architetti... Ma per il resto stanno facendo cose egregie». Anche le strade, vanno fatte: «In Pusteria la variante di Perca, di Chienes, dovevano essere realizzate. L'entrata in Badia è bellissima. Così si inquina meno. I turisti sono la nostra ricchezza, dobbiamo sopportarli, però non bisogna esagerare». Per quanto riguarda lo sci, prosegue, «siamo arrivati al limite, idem d'estate. Stiamo viziando i turisti. Dovrebbero essere loro ad adeguarsi alla montagna, non viceversa. Abbiamo piste meravigliose, tenute magnificamente, basta così».A detta di Zanella, «dovremmo cominciare a costringere i turisti a cambiare il loro sistema. Nei parchi americani ci sono riusciti, nonostante si paghi per accedere». Si dovrebbe partire dai passi: «Chi cammina, sale parcheggia e va. Chi vuole girare su e giù tutto il giorno si ferma, dalle 10 alle 16. Non dico pedaggi, ma limitazioni sì». Non tutte però. Zanella è duro sulla nuova funivia di Tires: «Un'opera inutile. Hanno rovinato una valle che poteva portare a un boom ambientalista. Non serve a nessuno ed è stata costruita coi soldi della comunità». Ma si lavora troppo pure altrove: «A Klausberg, in alta val Aurina, sbancano prati per allargare piste. Mi sono giunte voci non so se vere - ma anche il nuovo rifugio Santner era solo una voce più volte smentita e poi sappiamo com'è andata a finire, un'altra vergogna - che si vorrebbe realizzare una funivia da Anterselva a passo Stalle coi fondi olimpici. Poi c'è Pian Confin, Monte Pana, zona bellissima, dove si vuole un collegamento con l'Alpe di Siusi, un trenino. Trovo questi collegamenti allucinanti. Poi c'è Merano 2000. Partono dal presupposto che i vecchi impianti vadano sostituiti. Ok, ma se poi li allunghi, costruisci baite, rifugi, fai concerti in quota. I turisti, lo so, mi fermo sempre a parlarci, vengono qui per godersi la tranquillità. Lo confermano tutti. Non sono un pazzo talebano».La Provincia? «Lavora bene - conclude Zanella - collabora anche nella manutenzione rifugi. Ci sono tante buone idee, ma purtroppo c'è sempre qualcuno

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che va a tirare la giacchetta, lobby che vanno a proporre e qualcuno, elettoralmente, vuole accontentarli. Alfreider ha buone idee, alcune varianti vanno fatte. Non tutto però: la Dobbiaco Cortina per esempio è una follia». DA.PA

Corriere delle Alpi | 14 aprile 2022 p. 19 Bici sui sentieri, servono regole precise Allarme del Cai: «C'è troppa anarchia» Francesco Dal Mas BELLUNO Troppa anarchia. Il popolo dell'escursionismo mette sotto accusa quello delle mountain bike e delle e-bike. E chiede un nuovo regolamento, da parte della Regione, ritenendo insufficiente quello esistente. O meglio, poco rispettato. Scendere dal monte Agudo in bicicletta, non lungo la pista, ma utilizzando il sentiero alpino; scoprire che vi sono degli alberi a terra; chiamare il soccorso alpino; protestare perché questo fa pagare la prestazione impropria. «È solo un esempio», annota il rieletto presidente regionale del Cai, Renato Frigo, «della condizione di anarchia in cui ci troviamo ad operare». Il Club alpino pretende che sui sentieri di alta montagna si possa salire e scendere a piedi senza la preoccupazione di essere investiti da un cicloscalatore. La Regione, ormai da anni, ha classificato gli itinerari praticabili, ma - hanno protestato i presidenti di sezione del Cai, nell'assemblea di sabato scorso - questi divieti non vengono rispettati.Che fare, dunque? Come vietare di trovarsi una e-bike nel giro ai piedi delle Tre Cime? Come salire sul monte Rite senza il timore che ti venga addosso un discesista sulle due ruote? «Proponiamo un confronto, quest'estate, fra tutte le parti in causa: noi del Cai, le associazioni di cicloturisti, i Comuni, la Provincia, la Regione e mettiamoci d'accordo su alcune linee condivise», propone Frigo. «Elaboriamo insieme una mappa di sentieri esclusivi per gli alpinisti, per l'escursionismo, per gli appassionati di Mtb e di Ebike. E si prevedano anche precise sanzioni». Ma c'è un'altra prospettiva che il Cai propone e che farà discutere: se ci saranno sentieri condivisi, partecipino anche le associazioni di mountain bike alla manutenzione dei percorsi condivisi. La manutenzione dei sentieri è, d'altro canto, sempre di più un problema. Soprattutto se sono lunghi poco meno di 5 mila chilometri e si sviluppano per lo più in quota e in ambiente talvolta "ostile".Ecco perché il Cai Veneto, insieme alle altre organizzazioni alpine del Nordest, ha deciso di insegnare ai ragazzi come usare il piccone e la pala, ovvero i due strumenti più utili per sistemare un percorso di montagna. È facile, infatti, fare più danni al particolare ambiente delle alte quote che ricavare qualcosa di utile all'escursionista. Dal 25 giugno al 1° luglio il Cai realizzerà un "Campo sentieri" al Passo Rolle, con 50 ragazzi e 20 accompagnatori di Veneto Friuli Venezia Giulia, e Trentino Alto Adige, insieme alla Sat e all'Alpeverein e in collaborazione con la Guardia di Finanza di Predazzo e la Fondazione Dolomiti Unesco di Cortina. «Per una settimana insegneremo a manutenere i percorsi di alta quota», spiega Frigo. «Spiegheremo ai ragazzi l'utilizzo di strumenti desueti quali piccone e badile, a costruire gradini, canalette per lo scolo dell'acqua, a segnare sentieri. I ragazzi, in questo modo, si prenderanno cura degli itinerari più diversi e, di conseguenza, dei contesti ambientali attraversati».Quest'inverno la neve non ha fatto i danni come nelle passate stagioni, quindi non ci saranno manutenzioni straordinarie da approntare. Basteranno probabilmente dei piccoli interventi superficiali. Ma, attenzione ci sono stati anni recenti in cui sono stati spesi fino a 168 mila euro per ripristinate i percorsi d'alta montagna: 65 mila euro nell'Unione montana Longaronese e zoldana, più di 26 mila euro per la Agordina, 20 mila euro in Val Boite. In questi casi intervengono anche imprese specializzate. --© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere delle Alpi | 14 aprile 2022 p. 19 Con la joëlette sui monti, nasce il primo corso per gli accompagnatori L'iniziativa A maggio il Cai organizzerà, in provincia di Belluno, il primo corso regionale per accompagnatori di joelette, una carrozzella da fuoristrada a ruota unica che permette la pratica di gite a persone con mobilità ridotta o in situazione di handicap. «Il Cai ha contribuito a organizzare i primi sentieri praticabili dai disabili in carrozzella, sono ormai una trentina», ricorda Renato Frigo, neoconfermato presidente regionale. «Vorremmo ora moltiplicare queste opportunità permettendo la frequentazione anche di percorsi meno comodi, quindi da farsi con carrozzine più maneggevoli, provviste di una sola ruota».La joëlette dispone soltanto di una ruota, con sospensione e freno. Sul davanti e sul dietro è munita di due bracci che vengono tenuti ciascuno da un accompagnatore. «Può circolare», spiega Frigo, «su tutti i sentieri, anche quelli inclinati e non proprio comodi. Certo, non devono essere stretti più di un metro e non avere scalini più alti di 40 o 50 cm».Il corso del Cai si svolgerà in quattro momenti, tre di teoria e un'intera giornata di pratica. Infatti

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l'accompagnamento non è facile. Non si tratta soltanto di spingere avanti una carrozzella: «Ci vogliono almeno tre persone», specifica il presidente del Cai, «meglio quattro, per trainare il mezzo con una fune, quando la comitiva affronta una salita».I bracci anteriori possono essere rigidi (e quindi sono consigliabili per i percorsi più impegnativi), oppure pieghevoli, in questo caso utili al trasporto impacchettato. Può essere fornita con i bracci anteriori rigidi, oppure pieghevoli. Questi ultimi sono meno ingombranti da trasportare e possono facilitare l'insediamento del passeggero; quelli rigidi, però, non avendo giunti sono più adatti per percorsi impegnativi. Frigo ricorda che l'escursionismo condiviso con disabili è molto diffuso in Francia, ma prende piede anche in Italia. Il corso suggerirà che l'itinerario da compiere sia preventivamente verificato per valutarne la difficoltà: «La joëlette», assicura il presidente Cai, «passerà facilmente ovunque passi una bici da montagna. Le difficoltà aumentano se vi sono ostacoli (rocce sporgenti, buche, alti gradini), specie su tratti in ripida salita. Per una giornata di cammino, su percorso privo di particolari difficoltà, è da prevedere al massimo un percorso di 10-12 km e 400 metri di dislivello».Le opportunità sulle nostre montagne sono parecchie. I sentieri alpini in Veneto sono 902 e si sviluppano per complessivi 600 chilometri. Il corso è rivolto in prima istanza ai soci del Cai che in Veneto sono 55.778 (dato del 2021). Stanno risalendo rispetto all'anno precedente, quando risultavano 54.700, mentre nel 2020 avevano raggiunto il tetto massimo di 56.340. In provincia di Belluno i tesserati sono 11.478, distribuiti in 18 sezioni. Per completare il quadro, il presidente Frigo ricorda che i rifugi del Cai sono 39 e mettono a disposizione 15.109 posti letto. Ben 1.688 i punti di ristoro, quelli esterni 900. 361 i posti letto di emergenza. --F.D.m.© RIPRODUZIONE RISERVATA

BOLZANO FILM FESTIVAL BOZEN Alto Adige | 10 aprile 2022 p. 8 The winner is "Märzengrund" fabio zamboni BOLZANO Ultima giornata di proiezioni - quella odierna - per la 35esima edizione del Bolzano Film Festival Bozen, che ieri sera ha celebrato il suo momento clou con la proclamazione dei film vincitori e con la premiazione nella sala grande del Capitol. Il Premio Provincia autonoma di Bolzano al miglior film è andato al lungometraggio "Märzengrund" di Adrian Goiginger. La giuria internazionale composta da Eleonore Daniel, Claudia Landsberger e Corrado Ravazzini ha motivato il premio sostenendo che si tratta di "Una storia toccante e umana che tutti possiamo capire nonostante sia dura e diversa. Dove tutti i protagonisti sono oppressi dalle aspettative della società. Un racconto dal linguaggio all'apparenza semplice, ma perfettamente efficace, che ci parla di sogni, incomprensioni famigliari, libertà, rimorsi e rimpianti, disillusioni".Il Premio Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano al miglior documentario è andato a "Menschenskind!" di Marina Belobrovaja. La giuria internazionale composta da Moritz Holfelder, Sven Ilger e Michela Occhipinti ha sottolinerato che "La cosa migliore che un documentario può fare è fare domande. E incoraggiare il pubblico a non smettere di pensare al film e ai temi che tratta. Marina Belobrovaja ci riesce in un modo che al cinema è raro: per 82 minuti la regista mette in discussione la sua maternità come genitore single . Ha avuto sua figlia Nelly con l'aiuto di un uomo che ha donato il suo sperma e così ha già avuto più di 60 figli".Il Premio del pubblico Città di Bolzano è andato invece a "Hinter den Schlagzeilen" di Daniel Andreas Sager. Il Premio Euregio YOUNG JURY (Tirolo, Alto Adige e Trentino) assegnato dalla giuria studenti, composta da: Mark Jakob Brugnara, Filippo Dalmonego, Nadine Gassner, Chiara Maria Haas, Sofia Incurvati, Josephine Kauschke, Allegra Longhin, Elena Schiberna, Ida Walder , con i tutor Arnold Schnötzinger e Maria Rita Lupi è andato a "Babai" di Visar Morina.Il film premiato rientrerà poi nel futuro programma scolastico KINO & SCHULE e sarà presentato in varie scuole di Bolzano, Innsbruck e Trento in presenza del/della regista, con la moderazione in sala fatta dei ragazzi stessi.Il FINAL TOUCH Cine Chromatix Italy Post-Production Prize è andato al progetto: Der Riss di Paul Ertl. TRUE COLOURS International Distribution è andato a "A Ma Kaya - Heimaten" di Brenda Akele Jorde La giuria della Fondazione Dolomiti UNESCO, composta da Roland Dellagiacoma, Ingrid Beikircher (Landesleitung AVS), Carlo Zanella (CAI-Alto Adige) ha assegnato il Premio Speciale dedicato alle Dolomiti UNESCO al film The Red House di Francesco Catarinolo. E infine il premio di Walther Park Bolzano -Bozen viene assegnato a The Red House di Francesco Catarinolo.Nella programmazione conclusiva, oggi, da non perdere "Lovely Boy" alle ore 20 al Capitol 1, gli ultimi film della rassegna sulla cinematografia di Kosovo e Albania alle 18 in sala 3, mentre il finale è affidato (ore 21, Capitol 2) al film "Spin Off" legato al Jazz festival Alto Adige. Se dunque è già il momento di archiviare questa rassegna - anche se contestualmente parte quella online che ripropone una decina di pellicole dal 10 aprile sul sito filmfestival.bz.it - in sede di bilancio va detto che Bolzano Film Festival Bozen si è confermato vetrina preziosa di una produzione legata a Italia, Svizzera, Austria e Germania in connessione con altri festival quali quello di Hof e Innsbruck, e che la maggior parte

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dei film in programma hanno rivelato un importante legame con i temi più attuali della società, i problemi, soprattutto, di questa società. E di questo momento storico in cui c'è davvero poca voglia di scherzare e tanta voglia di capire. Uno dei temi più diffusi è stato infatti quello della guerra, con "Hinterland" il nuovo film di Ruzowitzky ambientato durante il crollo dell'Impero austro-ungarico, e almeno tre della sezione su Kosovo e Albania: "Zgjoi" su un uomo sparito nella guerra del Kosovo, "Klithma" sul dramma delle violenze che in quella stessa guerra colpivano gli uomini oltre che le donne, e "Kolona" ambientato nel conflitto in Kosovo, 1999. Poi il tema dell'emigrazione, trattato nel film lussemburghese "Io sto bene" e in "The game". Quello della solitudine, con "Prinzessin" ma soprattutto con "I'll stand by you", documentario semplice ma efficace sul fenomeno dei suicidi in Lituania. E poi il tema più frequentato e forse più interessante, quello dei giovani e del loro futuro. Lo hanno trattato le pellicole germaniche "Märzengrund" di Adrian Goiginger e "Mein Sohn" di Lena Stahl, il visionario eppure verissimo docufilm "Atlantide" protagonisti i ragazzi di Venezia che scorrazzano coi loro barchini in laguna, quel "Lovely Boy" girato da Francesco Lettieri in Alto Adige, protagonista un astro nascente del rap, e infine "Futura", documentario firmato a sei mani da Pietro Marcello, Alice Rohrwacher e Francesco Munzi.

Alto Adige | 12 aprile 2022 p. 10 La missione di Robert Peroni vale il Premio Dolomiti UNESCO

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DOLOMITI ACCESSIBILI L’Adige | 10 aprile 2022 p. 30 La Val di Fassa "studia" il turismo per disabili VAL DI FASSA Un turismo accessibile a tutti, per consentire anche alle persone con disabilità di vivere a pieno la bellezze del territorio. È questo il progetto che, in questi giorni, vede coinvolta l'Università di Milano-Bicocca con l'importante supporto dell'Apt della Val di Fassa. Fino ad oggi sono in valle Lorenzo Canova, docente di "Design and Management of Tourism Systems", la collega Elena Viani, del corso di laurea triennale di "Scienza del turismo e comunità locale", con una ventina di studenti per l'esperienza didattica dal titolo "Ripensare un luogo partendo da chi non può viverlo". Tre giorni di approfondimenti, riflessioni e attività sul campo riguardo le declinazioni turistiche di: accoglienza, informazione e fruizione per persone con disabilità. «Il tema dell'accessibilità del territorio dal punto di vista turistico spiega Paolo Grigolli, direttore generale dell'Apt di Fassa - è interessante da indagare per approntare un'offerta rispondente alle necessità di ospiti, che rappresentano circa il 15% della popolazione, a cui vorremmo far vivere esperienze valoriali, non sempre possibili in molte località». Un'apertura della Val di Fassa, quindi, non solo a questo target che considera diversi tipi di disabilità motoria, visiva, uditiva, intellettiva, relazionale, comunicativa ed esigenze speciali temporanee - ma anche al mondo universitario. «Oltre ad alcune testimonianze sulla Val di Fassa che ho restituito all'Università di Napoli e allo Iulm, il laboratorio di tre giorni, con Canova, Viani e gli studenti della Bicocca, ci fornirà analisi e spunti significativi». Gli universitari, durante il soggiorno fassano, hanno modo di visitare strutture ricettive, itinerari, punti informativi ma anche di confrontarsi con operatori locali e partecipare a incontri (anche online) con esperti come Roberto Vitali, fondatore di "Village4all" impegnato da oltre venticinque anni nell'organizzazione di viaggi dedicati ai portatori di handicap, e Chiara Mazzel, sciatrice fassana paralimpica che ha preso parte ai recenti Giochi di Pechino. Certo, rendere accessibile una destinazione dolomitica appare una sfida nella sfida. «Lo è senz'altro - sostiene Grigolli - e intendiamo misurarci su una questione complessa sia per il territorio, sia per l'Apt stessa, alla luce di un'attenzione verso questa specifica ospitalità che arriva da più fronti». All'orizzonte, tra il resto, la possibilità per Apt di partecipare a un bando apposito, collegato a un'iniziativa ministeriale di finanziamento per il turismo accessibile in tutte le regioni e le province autonome d'Italia». L'inclusione è un tema qualificante, in ambito turistico, anche secondo Lorenzo Canova, che sottolinea la sua soddisfazione per l'attività in Fassa: «Ci siamo avvicinati al Trentino partendo dall'interessante pubblicazione che illustra gli interventi della legge sul turismo, di vent'anni fa, con cui il territorio ha affrontato, con coraggio, diverse sperimentazioni. Dopo alcuni approfondimenti nell'ambito di un laboratorio curato da Elena Viani, abbiamo organizzato, per la prima volta, un sopralluogo che non è solo didattico, ma anche progettuale. L'aspetto dell'inclusività, proposto dal territorio, ha reso quest'esperienza oltre che coerente rispetto ai nostri obiettivi, addirittura eccellente».

MUSEI DELLE DOLOMITI Corriere delle Alpi | 4 aprile 2022 p. 14 Le storie delle Dolomiti si fanno memoria sul web l'iniziativa Com'è la vita in pendenza? Sapete che esistono le case blockbau che possono essere smontate e ricostruite altrove in caso il terreno cominci a franare? E quante voci hanno le Dolomiti? Le voci della montagna sono i suoni del bosco, i versi degli animali, le lingue...Sapete che le donne hanno sempre avuto un ruolo centrale nelle Dolomiti? E via elencando le curiosità. Dopo tre anni di lavoro, 50 operatori museali coinvolti e oltre 2000 contenuti digitali raccolti e curati online, ecco il progetto 'Musei delle Dolomiti' promosso dalla Fondazione Dolomiti Unesco che ha portato alla creazione di 12 gallerie tematiche in italiano, inglese e tedesco che spaziano dalla natura alla geologia, dalla cultura dolomitica allo sport, dai fossili alle soluzioni abitative in pendenza fino al grande ruolo avuto dalle donne nei secoli. L'innovativa ideazione è made in Cortina. «Il digitale ha fatto di tante piccole collezioni una grande collezione condivisa, in cui ogni parte diventava più bella per la presenza delle altre - spiegano i coordinatori del progetto e fondatori

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di MuseoDolom.it Stefania Zardini Lacedelli e Giacomo Pompanin, già il loro cognome tradisce l'origine ampezzana -. Ma non solo; la natura partecipativa degli strumenti online ha rafforzato il legame tra le persone e musei, spingendo appassionati e utenti a condividere memorie di famiglia, ricordi e nuove interpretazioni. Il rapporto con il proprio patrimonio esce trasformato quando si ha la possibilità di raccontarlo. Dopo tre anni di attività in rete il legame tra persone e musei è più forte e la creatività e fiducia degli operatori culturali ne risulta arricchita». Tra le gallerie più innovative create in quest'ultimo anno è la raccolta Donne DoloMitiche - dedicata al lavoro, all'intraprendenza e al coraggio delle donne di montagna, colonna portante della famiglia e pioniere di innovazione - e Voci della montagna, la galleria che immerge il visitatore nei tanti patrimoni sonori delle Dolomiti: dai suoni dei boschi, degli animali e del lavoro passando per la ricchezza linguistica delle storie, delle filastrocche per i bambini e dei canti spontanei attorno al focolare. Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, spiega che il progetto 'Musei delle Dolomiti' ha il merito di unire le energie di più di 50 musei e istituzioni culturali. Grazie ad attività di formazione mirate, curatela digitale, e campagne online abilmente coordinate, questi musei hanno colto l'opportunità che il digitale offre ai territori per raccontare, riscoprire e promuovere il loro territorio. «Questo è Amore per il territorio con la A maiuscola» ha scritto, per esempio, l'Associazione Longarone Vajont, Attimi di Storia; ha permesso di «raccogliere patrimoni che altrimenti andrebbero persi» dicono dal Museo Albino Luciani; «è un archivio, ma non nel senso classico, ma in un nuovo senso di ricordo e trampolino di scoperta di nuovi posti, nuovi eventi, nuovi modi, nuove persone tutti interessantissimi»; fa eco il Museo dell'Orologeria di Pesariis. Ragioni che portano il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina a concludere: «Bisogna avvicinare sempre di più le comunità e i visitatori a questo museo virtuale». -- fdm © RIPRODUZIONE RISERVATA

La Usc di Ladins | 8 aprile 2022 p. 5

DOLOMITI MOUNTAIN SCHOOL Messaggero Veneto | 4 aprile 2022 p. 18, nazionale Nome nuovo ed evento per la scuola di paesaggio Dopo cinque edizioni, la "Summer Schoool Dolomiti Unesco", pur mantenendo inalterato lo scopo per il quale è stata fondata, cambia nome e formula. La nuova "Dolomiti Mountain School" che interesserà varie sedi e diversi periodi dell'anno, sarà presentata durante l'incontro "Dolomiti Patrimonio Mondiale, una scuola di paesaggio" che sarà ospitato venerdì 8, alle 16. 30, nella sala Pasolini dell'Università di Udine, a palazzo Garzolini di Toppo Wassermann, in via Gemona 92. L'evento, organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia in collaborazione con la Comunità montana della Carnia e l'Asca (l'associazione delle sezioni Cai di Carnia-Canal del

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Ferro-Val Canale), con la conduzione di Pierpaolo Zanchetta, coordinatore del Servizio biodiversità della Regione, vedrà la partecipazione di Roberto Pinton, magnifico rettore dell'Università, di Graziano Pizzimenti, assessore regionale alle Infrastrutture e territorio, e di Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco. Una lectio magistralis sul tema "Montagna: un paesaggio tra natura e cultura" sarà tenuta da Annibale Salsa, antropologo, presidente del Comitato scientifico di Accademia della montagna del Trentino e past-president nazionale del Club Alpino Italiano, mentre "Come sta cambiando la Scuola di paesaggio" è il titolo dell'intervento di Gianpaolo Carbonetto, giornalista e coordinatore della scuola, che parlerà dell'esperienza delle cinque edizioni della Summer School e della nuova formula della Scuola. L'ingresso all'evento è libero, nel rispetto delle normative vigenti in materia di limitazione dei contagi da Covid-19. --

L’ALTRA MONTAGNA Corriere delle Alpi | 6 aprile 2022 p. 29 Proclamati i vincitori: in estate al Lagazuoi l'esposizione dei lavori CORTINA Hanno un nome i vincitori della terza edizione del "Lagazuoi winning ideas mountain awards", il concorso curato da Lagazuoi Expo Dolomiti, il polo espositivo a 2.732 metri di quota. I progetti saranno esposti in estate. Per la categoria "Attrezzatura e abbigliamento di montagna" ha vinto Speedmachine by Nordica: il nuovo scarpone italiano che utilizza la tecnologia 3Force, con tre componendi di diversa densità, non solo per rivestimento e guscio ma anche per la scarpetta interna. Una menzione speciale alla start-up Apple Skin by One More che ha proposto abbigliamento in similpelle realizzata con gli scarti di lavorazione delle mele. Per la categoria "Turismo sostenibile di montagna" vincitori ex aequo i progetti "L'altra montagna - Le Dolomiti del silenzio" by Isoipse Impresa sociale e "Antagonisti" di GipsyBrewers. Il primo è incentrato sulle Dolomiti friulane e propone un percorso partecipativo che coinvolge le comunità locali; il secondo è opera di un gruppo di giovani che sta rivitalizzando un borgo di 200 persone nel Cuneese, Melle, portando lavoro e lottando contro lo spopolamento. La menzione speciale alla Ecotrix di Frieco Società Benefit che ha presentato un elettrodomestico intelligente per ridurre l'impatto ambientale dei rifiuti e per favorirne il riciclo. Per "Innovazione digitale e app di montagna" ha vinto "LagazYou, fai tua la montagna!" by BBS, un'app interattiva con realtà aumentata. Menzione a "Forest sharing" by BlueBiloba, una piattaforma che permette ai proprietari di piccole particelle di bosco di fare comunità offrendo la consulenza personalizzata di un team specialistico. Per "Produzioni enogastronomiche di montagna" ha vinto la masterclass "Alte imprese", scuola internazionale di formaggi della montagna, che sta formando la prossima generazione di malgari, casari e pastori. La menzione a "Drype by Drype", start-up di giovani ingegneri, designer e chimici che ha creato Drype: un drink solido, solubile e alcolico ottenuto polverizzando le bevande che compongono i cocktail più famosi. --a.s.

Messaggero Veneto | 30 aprile 2022 p. 51, edizione Pordenone "Cartoline sonore" per dare voce e suono a immagini suggestive dell'area dolomitica l'iniziativa Dieci "cartoline sonore", dieci immagini suggestive legate alle voci della gente, ai sussurri della natura e ai suoni caratteristici del territorio: è quanto sarà presentato nella sala convegni dell'albergo Dolomiti di Claut nel pomeriggio di oggi. "L'altra montagna. Le Dolomiti del silenzio" è il nome del progetto che presenta i prodotti realizzati insieme e grazie alle comunità di Claut e Forni di Sotto, a partire dai luoghi e dai racconti che gli abitanti hanno scelto di condividere durante la sua terza edizione. L'iniziativa vuole dare voce ai luoghi attraverso le storie di chi continua a viverli: la novità sta nel coinvolgimento attivo degli abitanti di Claut e Forni di Sotto, chiamati a scegliere in prima persona quali aspetti della propria terra mettere in luce, proponendo quindi un prodotto di comunicazione nuovo e in linea con un turismo sostenibile, integrato e rispettoso del contesto ambientale, sociale e culturale.«L'attività della Regione nell'ambito della Fondazione Dolomiti Unesco, con la collaborazione dell'università di Udine, è volta a coinvolgere le comunità locali nella gestione del Patrimonio mondiale attraverso forme inedite di valorizzazione e messa in rete di esperienze - ha spiegato il

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coordinatore del Servizio biodiversità regionale, Pierpaolo Zanchetta -. Siamo intenzionati a esportare questo progetto nato in Friuli per creare uno scambio con chi vive e lavora nelle vallate delle Dolomiti». Un'iniziativa che, secondo il professor Andrea Guaran dell'università di Udine, «è riuscita a far incontrare le esigenze della ricerca con i saperi e i desideri delle comunità. I risultati ottenuti vanno ben oltre i prodotti di comunicazione realizzati e vedono in primo piano la capacità degli abitanti di raccontarsi e di raccontare i loro luoghi in maniera autentica». --g.s.© RIPRODUZIONE RISERVATA

LE DOLOMITI IN TV Corriere delle Alpi | 9 aprile 2022 p. 31 Dopo Cortina, ecco San Vito: il cinepanettone cambia casa L'EVENTO Inizieranno il 30 maggio, a San Vito, le riprese di "Improvvisamente Natale", il film diretto da Francesco Patierno e prodotto da Notorious Pictures. Dopo Cortina, ora è San Vito ad essere stata scelta per ambientare una commedia family natalizia. Avrà per protagonista Diego Abatantuono nei panni di nonno Lorenzo; al suo fianco ci saranno volti noti del cinema italiano come Violante Placido, Lodo Guenzi (il cantante de "Lo Stato sociale"), Nino Frassica, Mago Forest (Michele Foresta), Antonio Catania, Anna Galiena, Gloria Guida e Luca Vecchi.Per tutto giugno, e sino al 2 luglio, il cast girerà le scene della commedia a San Vito.Saranno coinvolti lo chalet al lago di Mosigo e altri luoghi del paese dolomitico che per ora restano segreti. Ieri sono terminati i sopralluoghi.«Siamo orgogliosi che una produzione italiana di questo livello abbia scelto San Vito per ambientare il film dedicato al Natale e non solo», ha dichiarato il sindaco Emanuele Caruzzo, ieri sera in conferenza stampa durante la presentazione del progetto, «io non posso che ringraziare la produzione e la Veneto film commission. Turisticamente, ma non solo, essere la location di queste riprese è un grandissimo valore aggiunto per il paese».«Abbiamo scelto San Vito perché è un bellissimo luogo», ha rivelato Mario Mazzarotto, produttore esecutivo per Notorious Pictures di Guglielmo Marchetti, «e qui abbiamo avuto un'accoglienza davvero familiare. Questo per noi è un film molto importante con un cast altrettanto importante, allegro e frizzante e verrà girato nel cuore delle Dolomiti».Sarà l'ambiente infatti uno dei protagonisti delle vicende che ruotano attorno ad una coppia che intende separarsi e non sa come dirlo alla figlia di circa 10annni.Decide così di mandare la bambina in montagna dal nonno (Abatantuono) e da qui nasceranno varie situazioni sia comiche e sia sentimentali. Una storia per famiglie e non solo che vuole alleggerire il momento che si sta vivendo.«Qui a Sa Vito ci stiamo trovando benissimo», ha ammesso il regista Patierno, «e, da semi-veneto quale io sono, essendo mia madre originaria di Farra di Soligo, sono molto orgoglioso di poter essere qui con questa produzione. Gioco in casa, e questo è molto motivante. Qui non ci siamo capitati a caso, ma abbiamo scelto San Vito per un film che è curato nei minimi dettagli, dalla creazione del cast alla sceneggiatura. È un film pensato e studiato, dove l'ambiente è protagonista al pari degli attori. È un film sincero». A proporre alla Notorius Pictures di scegliere San Vito è stata anche la Veneto film commission.«Grazie a Floriano Buono e al nostro staff», ha evidenziato Jacopo Chessa, direttore di Veneto film commission, «oggi abbiamo presentato un progetto importante con una produzione italiana di qualità con cui abbiamo già lavorato. Noi abbiamo l'obiettivo di promuovere il territorio attraverso le immagini e di creare lavoro sul territorio: con questo film l'obiettivo sarà raggiunto».Soddisfatto anche l'assessore al Turismo di San Vito, Alfonso Sidro: «Questo film non potrà che portare crescita al nostro paese e quindi dico grazie a tutti per averci scelto». --alessandra segafreddo© RIPRODUZIONE RISERVATA

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