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RASSEGNA STAMPA NOVEMBRE 2018

1 Rassegna Stampa – Novembre 2018


PRINCIPALI ARGOMENTI DEL MESE DI NOVEMBRE: SERRAI DI SOTTOGUDA: IL PROGETTO DI RICOSTRUZIONE ................................................................................................... 3 INTERVISTE ..................................................................................................................................................................................... 7 NOTIZIE DAI RIFUGI...................................................................................................................................................................... 13 NOTIZIE DAI PARCHI .................................................................................................................................................................... 23 FIEMMEITE: NUOVA SCOPERTA GEOLOGICA ........................................................................................................................... 27 MOBILITA’ ....................................................................................................................................................................................... 30 LEGGIMONTAGNA ........................................................................................................................................................................ 31 PATROCINI ..................................................................................................................................................................................... 31 EVENTI E PARTECIPAZIONI ......................................................................................................................................................... 34

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SERRAI DI SOTTOGUDA: IL PROGETTO DI RICOSTRUZIONE Corriere delle Alpi | 16 Novembre 2018

p. 2 segue dalla prima Serrai, un progetto da sei milioni I Serrai di Sottoguda potranno tornare a risplendere se si troveranno i sei milioni di euro che servono per il recupero del sito ai piedi della Marmolada. La Fondazione Dolomiti UNESCO metterà i duecentomila euro che servono per il progetto. Sono molte le questioni da valutare. Intanto continua la grande gara di solidarietà: decine di conti correnti sono stati aperti da enti e associazioni. Nell'inserto diamo conto di una buona parte di queste iniziative.

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Serrai, 6 milioni per tornare a brillare la Fondazione Unesco paga il progetto Gianni Santomaso ROCCA PIETORE Sei milioni di euro per riportare i Serrai di Sottoguda al loro splendore, la Fondazione Dolomiti Unesco paga la progettazione. L'esondazione del torrente Pettorina che si è mangiato la strada che attraversa il caratteristico canyon agordino è stato uno dei fatti che più ha colpito l'immaginario collettivo: la natura che si scaglia contro una delle sue bellezze. La questione ha coinvolto anche il consiglio di amministrazione della Fondazione Dolomiti Unesco, presieduto da Graziano Pizzimenti, che ha deliberato all'unanimità l'impegno per la progettazione del recupero dei Serrai di Sottoguda nel comune di Rocca Pietore. L'alluvione di fine ottobre ha sostanzialmente distrutto il tracciato stradale, ha reso inservibili ponti, muri d'argine, muri a retta e ha asportato tutto il materiale che formava il greto del torrente Pettorina. Per il ripristino dei quasi due chilometri del percorso, la Fondazione intende rispondere alla volontà del Comune di Rocca Pietore di promuovere, attraverso un concorso di idee, soluzioni innovative che tengano in considerazione l'ipotesi che eventi come quello di ottobre possano ripetersi. «Occorrerà intervenire sulla funzionalità idraulica dell'alveo e la messa in sicurezza idrogeologica progettando soluzioni che riducano al minimo l'impatto e che siano innovative dal punto di vista dell'adattamento ai cambiamenti climatici - spiega la Fondazione - servirà poi ripristinare un percorso accessibile a tutti, tenendo in considerazione anche i diversi tipi di disabilità, e fortemente integrato nel contesto paesaggistico della gola; infine dovremo valorizzare le peculiarità geologiche, geomorfologiche, paesaggistiche, storicodocumentali di una delle porte di accesso privilegiate al Patrimonio».Per fare tutto questo la Fondazione promuoverà un concorso di idee per sviluppare il progetto e ne pagherà la redazione (200 mila euro). L'intervento complessivo costerà circa 6 milioni di euro. «Vi contribuiranno gli enti che formano la Fondazione (Province autonome di Trento e Bolzano, di Belluno, di Udine, di Pordenone, Regione Veneto e Friuli Venezia Giulia), anche attraverso la messa a disposizione dei propri mezzi e servizi - dice Dolomiti Unesco - ci sarà anche il concorso (nella misura del 10-15%) di un crowdfunding che preveda la possibilità di essere riconosciuti tra i sostenitori della Fondazione o di essere inclusi in una lista di benemeriti ( "Amici del Patrimonio Dolomiti Unesco")». «Sono grato alla Fondazione - commenta il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin - di volersi fare carico della progettazione per il recupero di una risorsa irrinunciabile, conosciuta e apprezzata a livello internazionale».«A questa risorsa del nostro territorio - dice l'assessore regionale al turismo, Federico Caner - dobbiamo restituire l'incanto momentaneamente intaccato, ma guardando oltre al mero ripristino, promuovendo i Serrai a laboratorio per soluzioni innovative, dal punto di vista dell'accessibilità, della fruibilità e della tutela». Roberto Padrin, presidente della Provincia di Belluno, sottolinea «il forte segnale di condivisione, in un momento così difficile e delicato per il nostro territorio» che arriva dagli altri soci della Fondazione. «Gli eccezionali eventi meteorologici che hanno colpito le nostre valli - dice infine Marcella Morandini, direttore della Fondazione - hanno rafforzato la solidarietà: lavorare tutti insieme per il recupero di un luogo simbolo delle Dolomiti dimostra che il nostro Patrimonio Mondiale non ha confini». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Gazzettino | 16 Novembre 2018

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pp. 2-3 segue dalla prima L'Unesco ricostruirà i Serrai devastati La Fondazione ha già avviato il progetto di recupero: 6 milioni la spesa divisa tra gli enti aderenti Per Dolomiti Unesco è uno dei gioielli della montagna che la Fondazione difende e protegge per statuto. E come tale deve tornare a splendere, e richiamare il turismo perfetto, quello che davanti a tanta meraviglia della natura non può che rimanere a bocca aperta. Così la stessa Fondazione si è già attivata per recuperare il sito naturale di Sottoguda attraverso un progetto già concordato con gli enti soci (Province autonome di Trento e Bolzano, di Belluno, di Udine, Pordenone, Regione Veneto e Friuli Venezia Giulia) mettendo a disposizione un finanziamento di 6 milioni. Progetto che sboccerà da un concorso di idee per il ripristino dei 2 chilometri di percorso letteralmente annientati dalla forza della natura. E il sindaco di Rocca Pietore, De Bernardin, sottoscrive: «I Serrai costituiscono una risorsa irrinunciabile». Alle pagine II e III

Serrai, 2 km distrutti: “Il gioiello rinascerà” BELLUNO La Fondazione Unesco abbraccia i Serrai di Sottoguda, una delle perle delle Dolomiti. Dopo che l'alluvione si è portata via strada e angoli da foto ricordo, il Consiglio d'amministrazione ha deliberato, all'unanimità, l'impegno per la progettazione del loro recupero. «Gli eventi calamitosi di fine ottobre - commenta il presidente della Fondazione Graziano Pizzimenti - hanno sconvolto anche alcuni luoghi altamente simbolici del Patrimonio Dolomiti Unesco come i Serrai che rappresentano un'importante attrazione turistica e il cui recupero diventerà l'occasione per tutelarne il valore paesaggistico e geologico e per valorizzarne le qualità estetiche e scientifiche». I DANNI Acqua e vento hanno distrutto il tracciato stradale, ha reso inservibili ponti, muri d'argine, muri a retta e ha asportato tutto il materiale che formava il greto del torrente Pettorina. «Ripristinare i quasi 2 km del percorso - sottolinea Pizzimenti - è una necessità, in termini simbolici, economici e turistici. Ma in che modo? Come espresso dal Comune di Rocca Pietore c'è l'intenzione di promuovere soluzioni innovative attraverso un concorso di idee, che tengano in considerazione l'ipotesi che eventi come quello di ottobre possano ripetersi. Occorrerà quindi: intervenire sulla funzionalità idraulica dell'alveo e la messa in 5 Rassegna Stampa – Novembre 2018


sicurezza idrogeologica, progettando soluzioni che riducano al minimo l'impatto e che siano innovative dal punto di vista dell'adattamento ai cambiamenti climatici. Va ripristinato un percorso accessibile a tutti, tenendo in considerazione anche i diversi tipi di disabilità, che sia integrato nel contesto paesaggistico della gola. Si devono poi valorizzare le peculiarità geologiche, geomorfologiche, paesaggistiche, storico-documentali del sito». COSTI E FINANZIAMENTI «L'intervento complessivo - fa sapere la Fondazione - comporterà una spesa di circa 6 milioni di euro, di cui circa 200mila per la progettazione. Il costo dell'opera vedrà il contributo della Fondazione per la progettazione; il contributo degli enti che formano la Fondazione (Province di Belluno, Trento, Bolzano, Udine e Pordenone, Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia), anche attraverso la messa a disposizione dei propri mezzi e servizi; il concorso (nella misura del 10-15%) di un crowdfunding che preveda la possibilità essere riconosciuti tra i sostenitori della Fondazione o di essere inclusi in una lista di benemeriti (Amici del Patrimonio Dolomiti Unesco)». I COMMENTI «La mia comunità è provata duramente evidenzia il sindaco di Rocca Pietore Andrea De Bernardin Continuiamo a lavorare ogni giorno per tentare di tornare alla normalità, nessuno ha intenzione di mollare. I Serrai, in particolare, sono una risorsa irrinunciabile, conosciuta e apprezzata a livello internazionale: una vera eccellenza, che rimane tale anche dopo gli eventi del 29 ottobre, e che tornerà accessibile dopo un recupero che speriamo sia il più rapido possibile. È un segnale forte di unità. Sono grato alla Fondazione per aver accolto la nostra proposta di un concorso di idee e ancor più che intenda farsi carico della progettazione». «I Serrai sono un prezioso gioiello all'interno dello straordinario scrigno delle Dolomiti, un luogo di grande valore paesaggistico e di forte richiamo turistico - commenta l'assessore regionale al turismo Federico Caner - a questa risorsa del nostro territorio dobbiamo restituire l'incanto momentaneamente intaccato, ma guardando oltre al mero ripristino, promuovendo i Serrai a laboratorio per soluzioni innovative, dal punto di vista dell'accessibilità, della fruibilità e della tutela. Niente di meglio che a guidare questa stimolante impresa sia la Fondazione Dolomiti Unesco». «Un forte segnale di condivisione, in un momento così difficile e delicato per il nostro territorio, arriva grazie al sostegno degli altri soci della Fondazione che, all'unanimità, hanno deliberato a favore di questa proposta», è il commento del presidente della Provincia di Belluno Roberto Padrin. «Un'iniziativa che dimostra la capacità di fare rete all'interno della Fondazione - sottolinea infine il direttore della Fondazione stessa Marcella Morandini - Gli eccezionali eventi meteorologici che hanno colpito le nostre valli, hanno rafforzato la solidarietà: lavorare tutti insieme per il recupero di un luogo simbolo delle Dolomiti dimostra che il nostro Patrimonio Mondiale non ha confini». Dario Fontanive Corriere del Veneto | 16 Novembre 2018 p. 13 Maltempo, provincia martoriata Parte la riscossa all’emergenza A Longarone l’Anci Veneto e nazionale con Zaia e il capo della Protezione civile Serrai di Sottoguda devastati: il recupero dalla Fondazione Dolomiti Unesco Moreno Gioli «Possiamo dire che da oggi comincia il cammino del post-emergenza». Il presidente della Provincia di Belluno, Roberto Padrin, ha grandi aspettative. Oggi nella sala conferenze di Longarone Fiere l’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) incontra i sindaci bellunesi e i prefetti di Belluno, Treviso e Vicenza. Un convegno — al quale parteciperanno anche il presidente della Regione, Luca Zaia, l’assessore regionale all’Ambiente e alla Protezione civile, Gianpaolo Bottacin e i vertici nazionali della Protezione civile (il capo dipartimento nazionale Angelo Borrelli in testa) che sarà l’occasione per fare il punto della situazione e capire concretamente come agire per ricostruire ciò che la furia del vento e della pioggia ha distrutto. Ora che la prima emergenza è finita, è il momento, per i Comuni, di contare i danni e presentare le richieste di risarcimento. Rispettando scadenze e adempimenti burocratici. Un lavoro immane, che le amministrazioni civiche, specie se medio-piccole, difficilmente riusciranno a fare da sole. L’Anci ha deciso di venire in loro soccorso, inviando in Veneto e nel Bellunese in particolare sedici unità operative: funzionari e tecnici dal Veneto e da tutta Italia che seguiranno passo passo i Comuni nella ricognizione dei danni. «Oggi cercheremo di mettere a punto le modalità operative — spiega Padrin — sia per quanto riguarda il contributo dell’Anci, sia per quanto riguarda i contenuti del decreto della Protezione civile che permetterà di snellire al massimo la burocrazia». Intanto non si ferma la gara della solidarietà. Già oltre quota un milione di euro la somma donata da privati, enti, associazioni per la ricostruzione. Ma i conti correnti dedicati alle raccolte fondi sono proliferati in fretta, come i funghi di stagione, tanto da rendere inutili gli appelli a concentrare le donazioni sui conti correnti istituzionali. All’appello si unisce anche l’Anci, che invita a donare 6 Rassegna Stampa – Novembre 2018


facendo riferimento al conto corrente aperto dalla Regione Veneto, per evitare di disperdere le forze. Intanto Poste italiane comunica che il servizio «Seguimi» sarà gratuito fino a maggio 2019 per cittadini e aziende di Mas di Sedico e Sospirolo che potranno così ricevere automaticamente la posta dal vecchio all’eventuale nuovo indirizzo. Si registrano anche gesti concreti e simbolici, come quello del maestro pasticciere Igino Massari che, su iniziativa dell’associazione «Ddolomiti-Custodi del gusto», ha creato una torta ad hoc, chiamata «La rinascita delle Dolomiti», la cui ricetta è disponibile online. Intanto sul terreno le cose piano piano tornano alla normalità. «Bim Gsp» annuncia che l’acqua è tornata potabile anche nei comuni di Alpago, Borca di Cadore, Cesiomaggiore, Cibiana di Cadore, Longarone, Feltre, Fonzaso, Pedavena, Perarolo, Pieve di Cadore, San Vito, San Gregorio nelle Alpi, Valle e Vodo. Così si può cominciare a pensare al futuro, a recuperare i simboli andati quasi perduti. Come i Serrai di Sottoguda, gravemente danneggiati dal maltempo di fine ottobre. Ieri il consiglio direttivo della Fondazione Unesco ha deliberato la realizzazione di un progetto di recupero dei due chilometri dello scenografico percorso. Un progetto da 6 milioni di euro, al quale parteciperanno, oltre alla Fondazione, anche i sette enti che la compongono: Province autonome di Trento e Bolzano, Provincie di Belluno, Udine e Pordenone, Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia. E anche lo sport aiuta la rinascita. Iniziano oggi a Belluno, nella Spes Arena riparata a tempo di record dall’amministrazione comunale, i campionati italiani under 23 di scherma. Alle gare, che si concluderanno domenica, parteciperà come delegata della Federazione italiana scherma la leggenda Valentina Vezzali, sei medaglie olimpiche e sedici mondiali.

INTERVISTE Trentino | 2 Novembre 2018

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p. 19 segue dalla prima Disastro maltempo Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli colpiti duramente Morandini (Fondazione Unesco): «Adattarci ai nuovi climi» di Luca Petermaier TRENTO «Il patrimonio ambientale è lacerato ma può contare, per risollevarsi, su un patrimonio umano che nelle difficoltà sa reagire e cooperare instancabilmente».È questo il messaggio di speranza che parte dalla Fondazione Dolomiti Unesco all'indomani del disastro ambientale che ha colpito le alpi, dal Trentino Alto Adige, al Veneto fino al Friuli Venezia Giulia. Territori violati, lacerati dalla forza della natura. Perle cancellate - forse per sempre - dalle mappe geografiche. Come la gola dei Serrai di Sottoguda o i boschi della Valle di San Lucano nel Bellunese. E mentre si torna alla normalità e parte la triste conta dei danni, l'incognita non è se si ricostruiranno sentieri e rifugi o se i boschi torneranno al loro antico splendore (perché questo è certo, conoscendo il 8 Rassegna Stampa – Novembre 2018


carattere indomito dei montanari) ma se questo territorio - potente e delicato allo stesso tempo - saprà resistere a lungo ai cambiamenti climatici in atto.Marcella Morandini, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco: con quale spirito sta seguendo le cronache di questi giorni?Sono, come tutti, profondamente colpita. È una devastazione trasversale. Dalle valli di Fiemme e Fassa al Cadore, dall'Alto Adige fino al Friuli. I danni economici sono enormi, ma ancora di più quelli ambientali. Ci sono zone penso ad esempio alle strade e ai sentieri verso il rifugio Berti nel Comelico Superiore - che sono stati spazzati via. Il 70% non esiste più. Oppure gli splendidi Serrai di Sottoguda cancellati dalle frane e che probabilmente non si ricostruiranno più.Il Veneto sembra aver subito i danni maggiori mentre Trentino e Alto Adige, ma anche Friuli, pur duramente colpiti paiono in condizioni meno drammatiche. Risulta anche a voi?In parte è così, anche se per un quadro più specifico ci vorranno ancora dei giorni.Che effetto può avere il fenomeno dello spopolamento delle terre dolomitiche su questi fenomeni naturali? Spopolamento che - per varie ragioni, spesso anche economiche - per fortuna colpisce più altre zone rispetto al Trentino...Mario Rigoni Stern diceva che quando anche l'ultimo montanaro se ne sarà andato le ortiche arriveranno presto in piazza San Marco. Ecco, questo monito è ancora attuale. Non è un caso che Trentino, Alto Adige e Valle d'Aosta, province e regioni autonome, siano le uniche zone alpine a non spopolarsi. Situazione climatiche così drammatiche sono, dunque, anche un insegnamento: se la montagna la sia abbandona allora poi viene giù tutto...Lo spopolamento è uno dei fenomeni che più minaccia le alpi e che può avere ripercussioni su larga scala, soprattutto ora che anche da noi il clima sta diventando sempre più monsonico. Se anziché i tetti di legno costruisci i rifugi con i tetti di lamiera è chiaro che le case si scoperchiano. Se ti prendi cura dei boschi, dei fiumi, dei canali, se fai manutenzione idrogeologica allora difficilmente verrai colto di sorpresa. Ma questo è un problema antico che come Fondazione Unesco ci sta molto a cuore. Poi, per fortuna, c'è quell'indomito spirito montanaro che in questi casi ti dà una marcia in più. Chi vive da sempre con un pendio sopra la testa che ti condiziona tutta la vita sa che, prima o poi, questi eventi possono capitare. Rimboccarsi le maniche e rialzarsi è nel dna delle genti dolomitiche.Dopo la conta dei danni bisogna ricostruire: da dove si parte?L'importante è fare squadra e remare tutti insieme nella stessa direzione. E non mi riferisco agli straordinari uomini della protezione civile, ma alla politica. Rialzarsi insieme e stare uniti è l'unico modo per farcela.In questo senso che ruolo può avere la Fondazione?La Fondazione è il luogo in cui le province dolomitiche si incontrano e si parlano, dunque un luogo di confronto e di sintesi. Nei prossimi giorni ci ritroveremo e sono certa che riusciremo a studiare forme di collaborazione reciproca che poi toccherà alla politica far attuare.Lei prima parlava di un clima che sta cambiando, anche in montagna, con eventi atmosferici sempre più intensi: come si coniuga la vita in quota e la sicurezza di fronte a questi fenomeni devastanti?Con la capacità di sviluppare una strategia di adattamento. Noi dobbiamo sperare che la politica affronti il tema del surriscaldamento terrestre, ma nel frattempo non possiamo stare fermi. Dobbiamo comprendere quali attività economiche rispondono meglio a questi cambiamenti climatici. Dobbiamo modificare le nostre abitudini, i nostri stili di vita, il modo di vivere la montagna e di costruire in montagna. È un processo lungo ma inevitabile. Darwin diceva che a sopravvivere non è il più forte, ma quello che si adatta meglio alla natura che lo circonda. Qui vale la stessa regola.©RIPRODUZIONE RISERVATA L'Adige | 14 Novembre 2018 p. 47 segue dalla prima Un paesaggio da ricostruire di ANNIBALE SALSA La catastrofe ambientale che si è abbattuta sull'area dolomitica nella sera del 29 ottobre 2018 ha impresso un duro colpo al contesto paesaggistico del Patrimonio Universale dei Monti Pallidi. Gli schianti di alberi secolari, soprattutto aghifoglie sempre verdi (abeti rossi, abeti bianchi), dall'apparato radicale piuttosto superficiale rispetto ai larici, hanno modificato profondamente quell'immagine di paesaggio complessivo e complesso delle Dolomiti che associa la fascia sommitale rocciosa (i Croz) alle pendici verdi dei boschi, dei prati e dei pascoli. Si tratta di una «unità paesaggistica» unitaria nella sua diversità che non può essere frantumata in tanti segmenti, se non dal punto di vista degli approfondimenti tecnici in chiave geologica, botanica, forestale, estetica. Sotto il profilo della percezione soggettiva - sia individuale che collettiva - di questo insieme, la montagna dolomitica costituisce un tutt'uno inscindibile la cui rappresentazione richiama alcuni concetti base della psicologia tedesca della percezione (Gestalt Psychologie), ossia di una «totalità strutturata» in forma unitaria. Tuttavia, in rapporto al recente evento catastrofico, vi sono anche da considerare gli aspetti tecnici di carattere forestale relativamente al governo ed alla gestione del bosco in una fase di re-inselvatichimento come l'attuale nelle aree geografiche poco curate. Fase che vede l'avanzata veloce della vegetazione pioniera arbustiva ed arborea, soprattutto in zone a forte spopolamento (Bellunese, Cadore, Friuli). Tali situazioni consiglierebbero di adottare pratiche forestali volte a favorire la crescita di boschi disetanei anziché coevi. Molti interventi di lettori su «l'Adige» lo hanno bene evidenziato. Tali fenomeni hanno avuto, tuttavia, conseguenze devastanti anche in territori dove la sensibilità e la cura del bosco è sicuramente elevata come in Trentino e nel Sudtirolo. Abbiamo provato grande amarezza e dolore alla vista di profonde ferite nelle zone ad elevato pregio ambientale e paesaggistico della foresta di 9 Rassegna Stampa – Novembre 2018


Paneveggio e di Cadino in Val di Fiemme o di Carezza in Val d'Ega: ferite imputabili alla straordinarietà dell'evento. Al di fuori di queste aree, sapientemente governate dalla Magnifica Comunità di Fiemme o dalla Regola Feudale di Predazzo e vocate alla pecceta, il fenomeno della «monocoltura da coniferamento» ha dominato incontrastata in molti interventi di rimboschimento, soprattutto nel secolo scorso. È accaduto in tante parti d'Italia e non ha risparmiato neppure il Trentino (boschi di pino nero ma, anche, di abete rosso) su terreni non vocati a tali specie come, ad esempio, l'Altopiano di Brentonico-Monte Altissimo ed in altri territori della fascia periferica prealpina caratterizzati da climi temperato-umidi dove regnano le faggete o, nella fascia più bassa, le latifoglie termofile (carpini, frassini e roverelle). Anche il contesto paesaggistico, oltre a quello propriamente naturalistico, ne ha risentito in maniera negativa sotto l'aspetto estetico proprio a causa della presenza di boschi fragili, esposti a malattie da parassiti (si vedano i tanti pini neri infestati dalla processionaria), poco resilienti e più facilmente aggredibili da incendi, alluvioni e, ahimè, tempeste di vento. A proposito del vento - che in molte zone alpine i valligiani chiamano eufemisticamente «aria» - vorrei menzionare una curiosità di carattere etnografico. Nelle vecchie tradizioni di tutto l'arco alpino la figura dell'«uomo selvatico» - in Trentino il Salvanel ? possedeva un grande significato simbolico in quanto delimitava il confine fra selvaggità e domesticità, fra uomo e natura, oltre ad insegnare all'uomo l'arte della caseificazione o le proprietà curative delle erbe. Ebbene, una delle sue espressioni più ricorrenti era proprio la seguente: «Quando piove piove, quando nevica nevica, ma quando fa vento fa cattivo tempo!». Il vento è sempre stato il terrore dei montanari per le conseguenze nefaste sui raccolti, su abitazioni e fienili ma, soprattutto, sui boschi a rischio di schianto e di incendi. Quanto allo stress emotivo che la tempesta ha provocato stravolgendo un paesaggio socialmente condiviso - sia dagli insiders (residenti), sia dagli outsiders (turisti) - esso costituisce un trauma psicologico ed uno shock culturale di difficile elaborazione e ricucitura, un vero e proprio «lutto della perdita» in senso simbolico ed esistenziale. Come elaborare, allora, questo lutto collettivo della rinuncia ad un paesaggio che rappresenta, per le genti dolomitiche, l'orizzonte interiore della propria «Heimat»? Lo sforzo di ricostruzione di un territorio fragile come il nostro dovrà essere ripagato da una forte e partecipata fiducia in una rinascita, in un convincente rilancio della montagna che sia in grado di correggere gli errori del passato e di riportare al centro i valori della montanità. Di fronte al carattere spettrale di talune immagini di devastazione si è portati a temere che possa insinuarsi, fra le popolazioni, quella «angoscia territoriale da spaesamento» che inibisce la capacità di riconoscersi empaticamente in un territorio vissuto ed amato. In tal caso verrebbe anche compromessa la capacità di restituzione, da parte degli insider nei confronti degli outsider, di quel «bello da vedere» che si traduce automaticamente in «bello da pensare». Su tale equazione si fonda l'immaginario dolomitico ed il suo corollario di «valore unico ed eccezionale» che la comunità mondiale gli ha conferito attraverso il riconoscimento di Patrimonio dell'Umanità. Corriere delle Alpi | 27 Novembre 2018

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p. 12 Lasen: «Una foresta varia resiste di più agli eventi» Fabrizio Ruffini BELLUNO Un ecosistema scosso, una montagna da far rinascere, ma anche una grande opportunità per ripensare il nostro rapporto con la natura e la pianificazione che intendiamo mettere in atto per il suo e per il nostro futuro.I segni, profondi e forse mai visti in passato, lasciati dall'acqua e dal vento che si sono accaniti contro le nostre valli e i nostri monti tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre hanno una firma ben riconoscibile nei cambiamenti climatici che sempre più violentemente stanno segnando quest'epoca.Cesare Lasen, primo storico presidente del Parco Nazionale delle Dolomiti bellunesi, membro del comitato scientifico della Fondazione Dolomiti Unesco e uno fra i massimi esperti di botanica del nostro Paese, ci aiuta ad analizzare quanto successo in questa alluvione e a proporre qualche consiglio utile per trasformare una tragedia in una grande occasione per tornare a lavorare in sintonia con il territorio. Dottor Lasen, cosa è successo alla nostra provincia in quei giorni e quanto ha influito l'uomo sul disastro che ne è conseguito?«È stato sicuramente l'evento di questo tipo più importante mai avvenuto sulle Dolomiti. Due situazioni simili si sono verificate in Slovenia nel 2014 e nel 2017, oltre al ben più famoso uragano Lothar, che a fine 1999 creò danni paragonabili a quelli del Bellunese in varie zone d'Europa dalla costa atlantica francese fino in Baviera; all'epoca furono oltre 210 milioni i metri cubi di legname buttati a terra dalla tempesta. Mi sono confrontato con i colleghi climatologi e non ci sono grandi dubbi che solo i cambiamenti climatici in atto possano spiegare una tale tempesta sul nostro territorio, la responsabilità dell'uomo è enorme quindi». In un suo recente articolo, però, esclude che ci sia l'abbandono dei boschi da parte dell'uomo dietro a questo evento. «Attribuire le colpe all'avanzata del bosco è molto riduttivo. Per quanto riguarda la componente naturalistica e paesaggistica sicuramente l'incuria non fa bene né alla montagna abitata né alle sue vie di comunicazione, ma una foresta varia e spontanea, con alberi di età e tipologie diverse è molto più resistente rispetto a un'area dove sono state piantate piante simili e oltretutto nello stesso periodo». Meglio il disordine all'ordine? «In una situazione meno controllata e più naturale, la vegetazione resiste meglio al vento e alle intemperie, rispetto ad aree coltivate ad hoc e con una distribuzione omogenea degli alberi per età e specie. Bisogna ripensare anche i modelli selvicolturali, che non vuol dire tagliare di meno, ma farlo tenendo conto delle qualità degli alberi e cercando di organizzare meglio il taglio e la varietà delle piante. In Trentino da 1 milione e mezzo a 2 milioni di metri cubi di piante a terra, 80% riferibile ad aree coltivate artificialmente con piante di età simile e della stessa qualità. Inoltre di solito si tende a piantare abeti rossi perché rendono di più e quindi, economicamente, sono vantaggiosi, altre specie, come il faggio, da noi hanno resistito meglio». Dobbiamo ripensare il nostro sistema di sviluppo montano? «Mi chiedo se serva costruire nuovi impianti sciistici ora che la temperatura continua ad aumentare e c'è sempre meno neve a imbiancare le piste o portare ad ogni costo divertimenti e servizi tipici della pianura anche in quota. È un discorso che vale anche per le centraline lungo i corsi d'acqua: fiumi e torrenti sono già ampiamente sfruttati, costruire una nuova centralina vuol dire creare nuove strade ed edifici. Siamo sicuri che sia questa la strada giusta per il nostro territorio? E soprattutto non va dimenticato che se in provincia ci sono più di 130 richieste per nuovi impianti è perché si rincorrono gli incentivi sulle energie pulite come l'idroelettrico, in assenza di queste sovvenzioni non avremmo nessuno interessato a cementificare i nostri corsi d'acqua».Centraline a parte, tutto ciò non stride con il contrasto allo spopolamento della montagna? «Il superfluo non serve in montagna e non rispetta abbastanza l'ambiente circostante, chi vive in montagna questo lo sa. Essere favorevoli alla vita in montagna vuol dire portare i servizi per chi ci abita e permettere che possa vivere dignitosamente, ma non pretendere di rendere la montagna un ambiente urbano come una città della pianura, perché questo è sbagliato e, come abbiamo visto, controproducente». Cosa si dovrebbe fare ora secondo lei? «Serve un censimento completo delle varie situazioni in provincia. Va valutato versante per versante, perché è evidente che il legname di qualità che è stato schiantato debba essere recuperato, anche se non è detto che si debba rimuovere tutto e non è detto nemmeno che sia necessario ripiantare tutto; pensiamo ai pendii scoperti, in caso di neve abbondante non riuscirebbero a trattenere le precipitazioni, aumentando così il rischio slavine, mentre del materiale lasciato a terra potrebbe rallentare la discesa della neve. C'è però una controindicazione, il legname a terra potrebbe anche richiamare infestazioni di parassiti dannosi anche per le piante che in questo disastro sono rimaste in piedi. Per questo è necessario procedere caso per caso, mentre per quanto riguarda gli animali penso che si adatteranno, grandi e piccoli sanno far fronte a choc come questi». Una occasione quindi per conoscere meglio il territorio e prendersene cura a dovere? «Certamente, purtroppo non è escluso che eventi simili si ripetano, per questo possiamo e dobbiamo avviare un'azione di studio e monitoraggio: per capire quale fosse la situazione prima, verificare quella attuale e valutare quali azioni mettere in campo per gestire al meglio le future calamità e preservare il patrimonio esistente». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

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Trentino | 30 Novembre 2018 p. 10 “Ecco cosa imparare dalla tempesta Vaia” Intervista a Renzo Motta docente di Silvicoltura all'Università di Torino di Mauro Fattor TRENTO Il disastro della Val di Fiemme. Lo scempio di Carezza. Questo è quello che abbiamo sotto gl' occhi, i paesaggi che c' erano e che non ci sono più. Passata l' emozione dobbiamo anche renderci conto che quello che è accaduto nei boschi delle Dolomiti è parte di qualcosa di più grande, di più esteso, che ha toccato quasi tutto l' arco alpino centro-orientale. A fare il punto della situazione è un accurato lavoro scientifico a più mani pubblicato da pochissimi giorni e che vede come coordinatore Renzo Motta, del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell' Università di Torino. L' abbiamo intervistato.Professore, facciamo un passo indietro. Cosa è accaduto tra il 28 e il 30 ottobre scorsi? «È accaduto che ampie zone delle Alpi orientali sono state interessate da venti che hanno superato i 200 km orari ed hanno provocato dei danni gravissimi alle foreste in particolare della Lombardia, del Veneto, del Friuli Venezia-Giulia e da voi, in Trentino-Alto Adige. L'evento, chiamato dai meteorologi "tempesta Vaia", ha provocato secondo le prime stime l'abbattimento di 6-8 milioni di metri cubi di legname ed è sicuramente il più importante disturbo da vento avvenuto recentemente in Italia, anche perché ha interessato foreste che, oltre ad essere tra le più belle e famose delle Alpi, fanno parte di un paesaggio che è un patrimonio culturale e naturalistico di valore inestimabile».Lei sostiene però che, per quanto grave, se allarghiamo il nostro orizzonte spazio-temporale, dobbiamo guardare a quanto accaduto con occhi un po' diversi. «Sì è così. Eventi di questo tipo, dati alla mano, non così rari e così lontani dalle nostre regioni. Il vento in Europa è il principale fattore di disturbo e agente di danno agli alberi (oltre il 50% del totale) con una media di due tempeste catastrofiche, come quella che ha colpito il Trentino-Alto Adige, ogni anno. In totale, il volume di bosco distrutto dal vento in Europa è di circa 38 milioni di metri cubi all'anno. In confronto, gli incendi sono responsabili del 16% dei danni subiti da boschi e foreste, cioè il vento fa tre volte i danni prodotti dalle fiamme. Il nord-est è stato interessato in tempi relativamente recenti , parliamo del 4 novembre del 1966, da un altro evento avente una magnitudo paragonabile alla tempesta Vaia. In quel caso furono atterrati solo in Trentino circa 700.000 metri cubi di legname, oltre a 1.300.000 metri cubi nella vicina Austria. Anche escludendo eventi più remoti, di cui pure si ricordano le conseguenze ancora oggi, negli ultimi 30 anni, un periodo relativamente ridotto se rapportato alle dinamiche forestali, in Europa si sono verificati almeno quattro fenomeni che hanno avuto un impatto molto superiore a quello che ha interessato le regioni del nord-est».Ma quali sono i fattori che influenzano il verificarsi di danni così importanti alla foresta da parte del vento? «I fattori possono essere divisi in 4 gruppi: condizioni meteorologiche, condizioni stazionali, topografia e struttura del popolamento forestale».Questi quattro fattori come si combinano e cosa determinano?«Dal punto di vista della struttura è evidente che ci sono popolamenti più facilmente interessati da schianti rispetto ad altri. In questo caso i fattori importanti sono l'altezza dell'albero, con le probabilità di schianto che aumentano in modo esponenziale con l'altezza della pianta; la specie, ovvero il tipo di apparato radicale, la forma della chioma e la resistenza meccanica del fusto; le condizioni fitosanitarie e la struttura verticale del popolamento. Questo perchè popolamenti puri, monostratificati e fitti sono più facilmente soggetti a schianto rispetto a popolamenti misti e pluristratificati. In Italia ci sono aree che storicamente, sia per fattori meteorologici, topografici e stazionali e sia per la struttura dei popolamenti forestali, sono particolarmente sensibili ai danni da vento. Tra queste sicuramente c'è la Valle di Fiemme, dove il problema della vulnerabilità delle estese foreste monostratificate di abete rosso è oggetto di discussione da anni».Il discorso sulla Val di Fiemme è chiaro. Gli schianti dell' ottobre scorso però hanno però interessato una grande varietà di categorie forestali, tipi strutturali e settori altitudinali. Si va dalle peccete montane pure ai boschi misti, foreste monostratificate e pluristratificate, coetanee e disetanee. Insomma, è venuto giù un po' di tutto.«Sì, ed era inevitabile. Quando il vento supera una certa soglia, i fattori strutturali come l' altezza dell'albero, la specie, il diametro, svolgono un ruolo marginale, in quanto le forze di resistenza della pianta sono di gran lunga inferiori a quelle esercitate dalla massa d'aria. Questa soglia è stata calcolata in circa 94-100 km orari per il singolo albero e può salire fino a circa 150 km orari per boschi particolarmente resistenti. Al di sotto di questi limiti la vulnerabilità degli alberi e dei boschi ai danni da vento può essere significativamente ridotta con una attenta gestione forestale mentre al di sopra della soglia i popolamenti forestali, indipendentemente dalla struttura e composizione, non sono in grado di resistere alla forza del vento».Qui la forza eravamo ben al di sopra di quelle soglie di velocità del vento...«Molto al di sopra. In generale possiamo dire che la magnitudo e la frequenza di eventi meteorologici di forte intensità sta cambiando a causa dei cambiamenti climatici. Nel caso di Vaia, l'attribuzione quantitativa di una relazione tra velocità del vento e cambiamenti climatici è difficile, ma il ruolo di un'estate molto più calda della media e il conseguente riscaldamento prolungato delle acque del Mediterraneo è un forte candidato a spiegare la particolare intensità dell'evento. Parallelamente, negli ultimi decenni è aumentata anche la vulnerabilità delle foreste europee agli schianti da vento e agli incendi, ma questo anche perchè è aumentata la superficie coperta da foreste, la biomassa per unità di superficie, l'età media e l'altezza media dei popolamenti forestali. Con l'aumento di frequenza e intensità dei disturbi, occorrerà 12 Rassegna Stampa – Novembre 2018


tenere in maggiore considerazione anche le interazioni che possono verificarsi tra diversi agenti: eventi severi come Vaia potrebbero avere, o avranno quasi certamente, altre conseguenze, come un' eplosione di bostrico tipografo, un coleottero tipico delle foreste di abete rosso in grado di fare enormi danni, o la diffusione di incendi boschivi. Gli schianti da vento sono comunque un fenomeno naturale e la maggior parte delle foreste danneggiate sono in grado, con i tempi delle dinamiche forestali, di rinnovarsi e di ricrescere». Sono tempi lunghi, molto lunghi. In alcuni casi, forse troppo. C'è modo di accelerare il processo di rinnovazione?«È evidente che in molte situazioni, sia per le funzioni ecosistemiche richieste e sia per la necessità di garantire sicurezza ed adeguata qualità della vita alle popolazioni locali, è necessario intervenire per ritornare, nel più breve tempo possibile, ad una copertura forestale adeguata. In questi ultimi decenni le Alpi, soprattutto nel versante nord, sono state interessate da diverse tempeste che hanno permesso di acquisire esperienze e dati quantitativi sulle modalità di ripristino. Ad esempio la tempesta Viviane del 1990 in Svizzera ha provocato danni maggiori di Vaia ed ha permesso di analizzare performance della rinnovazione artificiale e della rinnovazione naturale, modalità di rimozione del materiale schiantato, e impatto degli ungulati selvatici. Partendo da questa e da altre esperienze recenti, il recupero e la ricostituzione del bosco deve partire da un'analisi quantitativa e qualitativa delle aree interessate dalla presenza di schianti e prevedere una serie di priorità».Tradotto in pratica?«Tradotto in pratica significa che già a partire dalle fasi di sgombero del materiale schiantato è necessario tenere conto anche della funzionalità bio-ecologica del bosco e della sua complessità, elemento indispensabile per garantire maggiore resistenza e resilienza ai popolamenti forestali. Sotto questo aspetto è opportuno favorire, dove possibile, i processi di rinnovazione naturale. Va anche tenuto presente che il recupero di legname dopo eventi come questo può, in assenza di precauzioni, provocare danni ambientali come è stato ampiamente discusso e dimostrato in questi ultimi decenni. Gli schianti da vento, come molti disturbi naturali, provocano dei danni economici e sono degli importanti fattori di rischio per la popolazione ma, dal punto di vista ecologico, rappresentano un nuovo inizio ed una nuova opportunità per l'ecosistema».È sempre così. In linea generale ogni crisi rappresenta anche un'opportunità. Solo per l' ecosistema o anche per noi?«Le due cose sono inscindibili. Un evento come quello dell' ottobre scorso è un'occasione anche per l'uomo. Superata la fase di emergenza, che in questo momento è prioritaria rispetto a ogni altra considerazione, Vaia fornirà l'occasione per adeguare strutture e gestione forestale agli scenari di cambiamento climatico. Infatti, se da un lato dobbiamo riconoscere che con venti che superano i 200 km orari o con lunghi periodi di siccità e temperature elevate è praticamente impossibile evitare danni ai boschi, è però nostra responsabilità lavorare per aumentare la resistenza e la resilienza dei popolamenti forestali a disturbi di minore intensità che, a causa del cambiamento climatico, aumenteranno di frequenza nei prossimi decenni».Val di Fiemme e foresta di Carezza hanno colpito l' immaginario di tutti. Cosa si deve cambiare nella gestione forestale?«Occorre trovare un maggiore equilibrio tra produzione di legname di qualità e resilienza nei confronti dei disturbi, ad esempio con una maggiore attenzione alla rinnovazione naturale e a popolamenti misti, che è la linea che da anni segue la Provincia di Trento».Vaia farò crollare il mercato del legname?«Vaia avrà conseguenze importanti su scala regionale e sul breve periodo che possono essere mitigate da una attenta politica, ma non avrà conseguenze sul mercato continentale in quanto la mole di schianti precedenti all'arrivo della tempesta sulle Alpi, aveva già portato sul mercato europeo oltre 51 milioni di metri cubi di legname».

NOTIZIE DAI RIFUGI Corriere delle Alpi | 6 Novembre 2018 p. 8 Strada per il Dal Piaz collassata ma i volontari liberano il sentiero «La parte del sentiero è stata risolta, il problema è la strada, impraticabile a causa degli alberi caduti». È un cuore diviso a metà quello di Erika De Bortoli, che gestisce il rifugio Dal Piaz insieme al marito Mirco Gorza. «L'aspetto positivo è che riapriremo le porte nei prossimi fine settimana, grazie ai tanti amici, tutti volontari, che ci hanno dato una mano a liberare il sentiero per arrivare a piedi. Ma senza strada non credo che riaprirei nella prossima stagione».L'auto serve ai gestori per il rifornimento di generi alimentari e portare via i rifiuti. Ricorrere all'elicottero per l'approvvigionamento è impensabile per i costi e «anche volendo non avremmo lo spazio per stoccare una grande quantità di alimenti».Non è un problema facilmente risolvibile, perché su una strada stretta come quella che conduce al Dal Piaz (larga poco più di 2 metri), non si arriva con i mezzi grandi a sufficienza per rimuovere i tronchi. Un'ipotesi è quella di realizzare una strada alternativa ed è l'idea che il Cai (proprietario del rifugio), i gestori del Dal Piaz e il Comune di Sovramonte (la strada è nel suo territorio) presenteranno al Parco delle Dolomiti (l'ente che deve dare il permesso) in un incontro fissato domani, al quale è stato invitato anche l'Ufficio territoriale per la biodiversità. «Porteremo

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la proposta di un nuovo percorso», dice il presidente del Cai di Feltre Ennio De Simoi, che sarebbe più corto di circa 1 chilometro ed eliminerebbe anche la zona che oggi ha sensori per il rischio di movimento roccia. In più, senza strada non si potrebbero nemmeno portare le mucche in malga».Intanto, almeno a piedi, il rifugio Dal Piaz, simbolo della montagna feltrina, è tornato raggiungibile grazie al lavoro di ventotto volontari che sabato scorso hanno ripulito il sentiero dalle piante cadute a causa del vento che lo ostruivano. «Ne abbiamo tolte una trentina, di medie e grandi dimensioni», racconta Stefano Zannini, responsabile della sentieristica del Cai che insieme a un gruppo di amici e appassionati di montagna con motoseghe e anche un trattore col verricello hanno completato in una giornata un lavoro che sembrava di giorni.«Il tratto più critico - spiega - è stato quello da Passo Croce d'Aune alla finestra sul Dal Piaz, cioè il punto a circa 1.400 metri di quota in cui il sentiero devia sulla destra e vedi per la prima volta il rifugio davanti a te. È stato impegnativo sia fisicamente che tecnicamente perché alcune piante erano veramente grosse, ma è stato un eccellente esempio di come chiunque può dare una mano ed è stata un'esperienza molto apprezzata da tutti i partecipanti». A questo intervento hanno preso parte uomini e donne di tutte le età, un gruppo molto variegato di persone che si sono aggregate quando i gestori hanno chiesto aiuto. Sul sentiero di circa 4,5 km, il tratto interessato è di circa 2 km. Al rifugio ci sono generi alimentari che sarebbero andati a male se la struttura fosse rimasta irraggiungibile, con un problema di igiene per la montagna oltre che a una perdita di denaro per i gestori. Lo sottolinea Stefano Zannini: «La possibilità di lavorare significa la possibilità di mandare avanti la famiglia». Inoltre, c'erano animali rimasti isolati, che dovevano essere recuperati e portati a valle per ricominciare ad alimentarli. «L'idea era di essere in dieci, invece alla fine ci siamo trovati quasi in trenta».Li ringrazia Erika De Bortoli: «Abbiamo visto che abbiamo tanti amici. Il problema è la strada, con centinaia di piante sradicate e tratti in cui ce ne sono trenta-quaranta una sopra l'altra. In più, quando gli alberi si rovesciano, tirano giù una fetta di terreno che è metà strada. Se la situazione rimane questa, non credo che terrò duro ancora». --SCO Corriere delle Alpi | 6 Novembre 2018

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p. 9 Rifugi di alta montagna distrutti dal forte vento BELLUNO Il rifugio Venezia, ai piedi del monte Pelmo, dopo l'uragano ha conservato solo un terzo del tetto. Siamo ben oltre i 2000 metri. Le folate a 170 chilometri l'ora hanno sollevato le lamiere di un'intera falda e della metà dell'altra. Sono rimaste in evidenza le tavole, che non rileverebbero problemi. Il rifugio, come è noto agli escursionisti, è uno tra i più frequentati delle Dolomiti. Sul Col Visentin, il rifugio 5° Artiglieria alpina è l'immagine della distruzione. In provincia non esiste un'altra struttura più esposta ai venti di questa. E purtroppo le conseguenze si vedono; ha subito infatti danni ingenti. Gravemente danneggiate le vetrate, divelte parti del tetto, rovinati gli esterni. A quanto risulta al presidente regionale del Cai, Francesco Carrer, non ci sarebbero altre strutture, fra le quaranta gestite in Veneto, che presentano analoghi problemi.Ma basta salire a Sappada per trovare il Calvi, che si trova proprio sotto il Peralba, con il tetto completamente distrutto; in questo caso sono intervenuti gli uomini del soccorso alpino a ripararlo.Il Cai di Auronzo ha già compiuto una ricognizione in elicottero per riscontrare le eventuali sofferenze dei rifugi del posto. «All'Auronzo, al Locatelli, al Carducci, al Pian di Cengia, al Lacedelli non abbiamo visto particolari danni», riferisce Max Casagrande, dirigente del Cai auronzano. «C'è la neve e questa potrebbe aver nascosto qualche ferita. Ma distruzioni pesanti non ne abbiamo riscontrate».Invece è saltata parte della copertura della cappella alpina che si trova a pochi metri dal rifugio Locatelli. «Dall'elicottero - prosegue Casagrande - abbiamo avuto modo di dare un'occhiata ai sentieri di alta montagna e ci è parso di capire che anche su questo versante non ci sarebbero problematiche particolari. Qualche smottamento ovviamente c'è puntualizza il dirigente del Cai auronzano - ma a queste altezze non ci sono alberi, quindi nemmeno schianti. Di tutt'altro tenore la situazione più a valle». «In effetti - conferma il presidente Carrer - abbiamo già avuto modo di constatare che i percorsi fra i boschi sono per buona parte impraticabili, sia a causa degli alberi caduti, ma soprattutto per i numerosi cedimenti dei versanti». I sentieri del Cai sulla montagna veneta hanno una lunghezza complessiva di 4 mila chilometri. «È evidente - interviene ancora il presidente - che prima della prossima stagione estiva dovremo perlustrare, passo dopo passo, tutta questa rete e, dalle prime stime, abbiamo calcolato che ci vorrà almeno un anno di tempo per disboscare e per recuperare i percorsi franati». «Subito dopo la pioggia di questi giorni voleremo in quota per approfondire la situazione - dice Francesco Carrer - soprattutto lungo i sentieri più trafficati, in modo da programmare un lavoro che ci veda pronti a scattare non appena sparirà la neve. Ci muniremo di pale, picconi e motoseghe».Ma ecco un altro problema: «Bisogna vedere cosa fare dei tronchi che taglieremo. Dovremo decidere se lasciarli sul posto, oppure portarli via. Ma in questo caso l'operazione sarà molto costosa». Il presidente Carrer pone anche un altro problema: se rifugi e bivacchi si sono salvati, le teleferiche invece no. Tante sono state danneggiate dalla caduta delle piante. Quelle, ad esempio, che consentono i rifornimenti al rifugio Scarpa e al rifugio Galassi. È difficile, in questo caso, che i lavori di riparazione possano avvenire prima della neve e quindi bisognerà aspettare la tarda primavera prossima. «È un vero dramma - ammette Carrer - perché eravamo usciti da un'ottima stagione di ripresa dell'escursionismo e della frequentazione d'alta montagna». Ultimamente è aumentato il numero di persone che, a piedi o in bicicletta, scelgono di salire in quota a godersi la natura e il panorama e adesso c'è il rischio che alcuni territori dolomitici vengano esclusi dal turismo naturalistico, comprendente anche il cicloturismo. La nuova e bellissima pista ciclabile lungo la valle d'Ansiei è tutta una rovina. Le piste della val Visdende sono finite sotto gli alberi. --F.D.M. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Alto Adige | 8 Novembre 2018 p. 18 segue dalla prima La grande sfida del 2019: risistemare i sentieri di Davide Pasquali BOLZANO Per ora, specie in val d'Ega e in val Badia, si lavora per aprire impianti di risalita e piste da sci, ma intanto le associazioni alpinistiche cominciano a mobilitarsi. Il Cai del Triveneto ha diramato una nota urgente: stop alle escursioni nelle aree colpite dal maltempo, niente gite sociali, ciaspolate invernali da ripensare. E intanto, grande è la preoccupazione per la prossima stagione estiva, tanto che il Cai nazionale ha lanciato una sottoscrizione per rimettere in sesto i sentieri dissestati del Nord Est.Piogge, vento, frane e smottamenti hanno provocato gravissimi danni ai sentieri, ai rifugi e all'ambiente naturale, con l'abbattimento di milioni di metri cubi di foreste. Per questo il Cai ha aperto una raccolta fondi, denominata "Aiutiamo le Montagne di Nord Est", i cui proventi saranno destinati al ripristino della rete sentieristica e dei rifugi in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino e Alto Adige. Vista l'urgenza immediata di risorse finanziarie, il Cai ha stanziato una somma di 50.000 euro, a titolo di anticipo su quanto sarà raccolto, che consenta di affrontare le priorità. «La manutenzione dei sentieri e delle strutture di accoglienza costituisce una 15 Rassegna Stampa – Novembre 2018


vocazione primaria del nostro Club», spiega il presidente generale Vincenzo Torti. «Intendiamo, dunque, manifestare concretamente la nostra vicinanza e la nostra assistenza alle aree colpite attraverso la promozione della ripresa della frequentazione, ferma restando la sicurezza delle persone, sostenendo così le attività delle popolazioni colpite».La somma raccolta sarà destinata ai gruppi regionali di Veneto e Friuli Venezia Giulia e a quelli provinciali di Trentino e Alto Adige che individueranno, d'intesa con il comitato direttivo centrale, le priorità e gli interventi specifici per rendere nuovamente fruibile un'area dall'eccezionale valore naturalistico e paesaggistico ai soci e a tutti gli appassionati di montagna.Qui di seguito gli estremi della sottoscrizione avviata dal Club alpino italiano. Conto corrente: "Aiutiamo le Montagne di Nord Est"; istituto bancario: Banca Popolare di Sondrio; Iban: IT76 Y 05696 01620 000010401X43. Corriere delle Alpi | 11 Novembre 2018 p. 18 Alberi schiantati e tracciati franati incognita sul futuro della sentieristica Gianni Santomaso AGORDINO Immaginiamo di partire da Belluno e andare a Roma senza sapere se la strada è aperta, se il fondo è integro, se la segnaletica è presente, ma con la ragionevole sensazione che in moltissimi tratti non si passi e che davanti a numerosissimi bivi non si sappia che direzione prendere.Ecco, con una ventina di chilometri in meno, la situazione che vivono oggi i volontari delle tre sezioni Cai della vallata agordina è questa. La rete dei sentieri è lunga 590 chilometri. E parliamo soltanto di quelli Cai.«Ah - dice Diego Grones, presidente del Cai di Livinallongo - due giorni fa sono andato da Liviné verso Prade e il Col di Lana e per fare 100 metri ci ho impiegato mezz'ora. È un disastro, dove è bosco è tutto distrutto».Vero è che non tutto è bosco, che molti sentieri sono in zone di alta montagna dove gli alberi non ci sono, che il vento ha risparmiato qualche area e si è accanito di più su altre. Ma che l'alluvione abbia cancellato e interrotto una buona parte dei percorsi battuti d'estate da tanti escursionisti italiani e stranieri è più che una ipotesi. E che abbia divelto la segnaletica che preveniva tanti soccorsi pure. «Il 20 novembre - spiega Dario Dell'Osbel, vicepresidente della Sezione agordina del Cai - riuniremo la nostra commissione sentieri. Ci troviamo sempre a novembre, ma quest'anno all'ordinario si unirà lo straordinario. Ho chiesto ai responsabili delle singole zone di monitorare o di recuperare notizie da terzi, perché al momento non abbiamo un quadro preciso. Di certo i danni sono un po' dappertutto, anche se a macchia di leopardo». La Sezione agordina del Cai (150 anni di storia) cura la manutenzione di 350 chilometri di sentieri da Gosaldo a Cencenighe con l'aiuto di altri sodalizi. Un lavoro già di per sé enorme in una situazione normale.«Il sentiero 720 che, a Gosaldo, da Prà de Forca va verso Malga Cavalera e il Bivacco Menegazzi - fa degli esempi Dell'Osbel - è pieno di schianti e il 765, che da Taibon sale per la Besausega al Bivacco Bedin sulle Pale di San Lucano, è stato colpito sia dall'incendio che dall'alluvione».Si è già lavorato per liberare le vie che portano al rifugio Scarpa e al rifugio Carestiato dove però occorre rimuovere anche i mille metri cubi di materiale franati sulla Val de Vie. Rifugi che apriranno durante la stagione invernale e che devono quindi essere raggiungibili.Ma il grosso problema sarà per l'estate. «In ballo - dice Grones - c'è una buona fetta di turismo. La stagione invernale è importantissima, ma anche quella estiva lo è e senza sentieri il rischio è di vederla in parte compromessa».Nei prossimi giorni con altri soci tenterà un sopralluogo in alcuni punti dei 130 chilometri di rete sentieristica, ma l'inverno è alle porte e intervenire adesso è impensabile. Anzi, il presidente regionale del Cai, Francesco Carrer, lo sconsiglia. «Tanti chiamano per sapere cosa possono fare - dice Gabriella Bellenzier, presidente della Sezione di Caprile, 110 chilometri di sentieri - ma Carrer ha scritto alle tre sezioni agordine e ci ha detto di star fermi: niente ispezioni, niente tagli. In primavera andremo a vedere e a quel punto più che di soldi (il Cai nazionale ha già annunciato 50 mila euro, ndr) avremo bisogno di tante braccia esperte». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Trentino | 16 Novembre 2018 p. 22 Rifugi Sat, nel 2018 superati i 55 mila pernottamenti TRENTO La stagione 2018 dei 33 rifugi Sat chiude in positivo, con 55.154 pernottamenti. Una tendenza peraltro in crescita negli ultimi tre anni, durante i quali i pernottamenti hanno sempre superato quota 50.000. Le rilevazioni SAT riferiscono che il 70% delle presenze si concentra nell'area dolomitica dove sono presenti 14 rifugi, il 18,6% sui ghiacciai dove si contano 8 rifugi e l'11% in 16 Rassegna Stampa – Novembre 2018


zona prealpina. In crescita anche la tendenza al prolungamento della stagione con 10 rifugi che aprono i battenti prima del 1° giugno mentre il periodo di apertura sarebbe dal 20 giugno al 20 settembre. Inoltre 4 rifugi (quelli in prossimità degli impianti di risalita) rimangono sempre aperti, 3 strutture sono aperte nel periodo primaverile, 9 aprono tutti i weekend, 16 hanno chiuso dopo il 30 settembre e 17 esercizi hanno optato per periodi di apertura estesi. I dati sono emersi durante il tradizionale incontro della Sat con i gestori.Per quanto concerne i danni dovuti al maltempo gli unici tre rifugi ad aver subito qualche danno sono il rifugio San Pietro, dove è volata via qualche tegola, si è rotto un pannello fotovoltaico e intorno sono caduti parecchi alberi; l'Altissimo dove è stata danneggiata la bussola di ingresso e il Sette Selle, che ha dovuto rifare la canna fumaria della cucina. La parte consistente dei lavori in corso riguarda il rifugio Boè dove l'edificio di ampliamento nelle parti strutturali è quasi terminata, mentre serviranno altri due anni per il risanamento della parte vecchia del rifugio e i rifugi Peller, Cevedale, Tosa, Val di Fumo e Bivacco Costanzi. Nei giorni scorsi è infine stato presentato alla Commissione Rifugi il progetto del rifugio Tonini, distrutto dall'incendio del 2016: progetto redatto dall'architetto Riccardo Giacomelli, che ora dovrà passare il vaglio del Consiglio centrale Sat. Corriere delle Alpi | 18 Novembre 2018

p. 16 Rifugi, teleferiche, bivacchi: lungo il conto dei danni BELLUNO Per il Club alpino non ci sono soltanto i sentieri da recuperare, ma anche i rifugi, le teleferiche, i bivacchi. È quanto hanno certificato i dirigenti Cai ieri a Vittorio Veneto. Sono sei i rifugi alpini che hanno i tetti "bombardati". Le situazioni più gravi sono quelle dei rifugi Venezia e Scarpa. Tre strutture sono prive di corrente elettrica e non possono avvalersi neppure del generatore. Tra queste c'è il "Città di Fiume", che di conseguenza non potrà riaprire quest'inverno. La maggior parte delle teleferiche, indispensabili per l'approvvigionamento, risultano danneggiate e, con l'arrivo imminente della neve, potranno essere sistemate solo a primavera inoltrata. Quanto ai lavori di ristrutturazione, è evidente che l'allarme del Cai - come spiega il presidente Francesco Carrer - riguarda proprio il fatto che con la neve non sarà possibile alcun intervento. Ma più delicato ancora è il problema dell'acqua. Le condutture sono in stato precario. I pozzi sono carichi di sassi, pezzi d'albero, fango. E neppure su questa rete si potrà operare in presenza della neve.I dirigenti del Cai di Cortina hanno manifestato tutta la loro preoccupazione, perché fra i 350 km di rete a disposizione, il 90 per cento ha dei problemi di frane, smottamenti, di passerelle divelte; soltanto il 10% dei percorsi verso i 2 mila metri e sopra questa quota sono rimasti indenni dal maltempo, anche se taluni risultano erosi dall'acqua. Ben 13 sono le strade forestali che conducono ad altrettanti rifugi che sono da sistemare: ad oggi risultano impercorribili. E quindi più di una dozzina di rifugi privi della possibilità di essere riforniti. Ecco perché al convegno interregionale è stata rilanciata la raccolta fondi "Aiutiamo le Montagne di Nordest", aperta dal Cai nazionale, che ha già versato 50.000 euro.

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Ma è evidente che dovrà intervenire pure la Regione perché i danni ammontano ad alcuni milioni. Da parte del Club alpino è in corso una sensibilizzazione dei Parlamentari amici della montagna per creare un fondo nella legge di bilancio appositamente dedicato alla sentieristica e alle strutture in quota, per rendere più veloce la sistemazione e la ripresa della frequentazione turistica.Il presidente generale Vincenzo Torti ha ribadito l'indicazione di non intraprendere escursioni nelle zone colpite dal maltempo in questo primo periodo: «Non è il momento, gli escursionisti metterebbero a repentaglio la propria sicurezza e quella altrui. Avanti tutta, invece, con il volontariato per il ripristino dei sentieri. Abbiamo richieste provenienti da tutta Italia da parte di nostri soci che, volontariamente, si sono messi a disposizione per risistemare la rete - ha sottolineato Tronti -. I nostri volontari saranno coordinati da una cabina di regia a cura della Struttura operativa sentieri e cartografia e della Commissione centrale escursionismo». --Francesco Dal Mas Corriere delle Alpi | 18 Novembre 2018

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p. 17 Cai: meno burocrazia, siamo in emergenza Francesco Dal Mas BELLUNO Anche 8 autorizzazioni per tagliare gli alberi e rimettere in sicurezza un sentiero. È accaduto al Cai di Vittorio Veneto, che in questi giorni ha liberato dagli schianti la salita al rifugio Semenza in Cansiglio. Il 50 per cento della rete sentieristica di montagna è bloccata dalle piante a terra.Il Cai ha chiamato alla mobilitazione i suoi volontari (decine di migliaia solo in Veneto, dove i soci sono più di 55 mila). Ma i carabinieri Forestali di Belluno, quelli della Biodiversità, hanno diffidato il Cai di Feltre dal proseguire col taglio degli alberi caduti lungo la strada del rifugio Dal Piaz.«I carabinieri hanno visto dai social che stavamo "disboscando" la strada per renderla praticabile e ci hanno intimato di fermarci perché gli alberi sono di proprietà del Demanio e quindi stavamo procurando un danno erariale» ha spiegato il presidente del Cai di Feltre, De Simoi. Oltretutto i tronchi venivano segati sotto i 4 metri, che è il minimo consono alla vendita. Ieri, a Vittorio Veneto, c'era l'annuale convegno dei presidenti e delegati delle sezioni del Veneto e del Friuli e proprio questo è stato l'argomento centrale. «In una situazione di emergenza, va compresa la disponibilità dei volontari che prima dell'arrivo della neve, a metà della prossima settimana, con grande generosità si sono messi al lavoro per ripulire le piste forestali ed i sentieri», spiega Francesco Carrer, presidente regionale. «È vero, anche in condizioni di emergenza come questa, bisogna chiedere tutte le autorizzazioni. Ma la burocrazia deve essere solidale, capire in quali condizioni ci muoviamo. E il Cai, si sa, ha dalla Regione il compito della manutenzione ordinaria». A chiedere comprensione alle istituzioni è anche il presidente nazionale Vincenzo Torti, applaudendo alle migliaia di associati che si sono messi a disposizione dal Trevigiano fino alla Basilicata. «Questo slancio non va mortificato, ma semmai sostenuto perché l'escursionismo rappresenta non solo una passione popolare, ma anche un importante fattore economico» ha detto. Giorgio Salvador, presidente della sezione Cai di Vittorio Veneto, ha spiegato di aver dovuto chiedere 8 autorizzazioni per rimettere in sicurezza il percorso della teleferica e del vicino sentiero che dal Cansiglio sale ai 2020 metri del Rifugio Semenza. Numerose piante erano crollate sui cavi, travolgendo anche un traliccio.«Grazie ad un'impresa e a un gruppo di volontari - spiega Salvador -, sono stati liberati gli accessi al nostro rifugio e soprattutto liberate le funi della teleferica travolte da un intero bosco. Rimane ancora da sistemare la cavalletta, ma il più è fatto». «Noi ci siamo rimasti male - ammette il presidente Carrer - perché gli interventi, a Feltre come altrove, li consideriamo nel contesto di quella solidarietà ambientale e sociale che in questi giorni ha visto i paesi e le valli colpite ritornare rapidamente ad assumere il volto di sempre. Se quest'opera di bonifica non la facciamo adesso, dobbiamo poi aspettare che si sciolga la neve, magari con ulteriori disastri, quindi perderemmo la stagione estiva».Carrer assicura, fra l'altro, che ad intervenire sui sentieri sono soccorritori esperti ed attrezzati, consapevoli delle regole della sicurezza che devono rispettare. «Quindi, ai volontari organizzati dal Cai di Feltre, che hanno messo in sicurezza già una decina di sentieri, e a quelli a disposizione delle altre sezioni, va solo il nostro applauso». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Munari: «Non c'era urgenza e non ci avevano avvisato» «Non c'era alcuna urgenza di aprire i sentieri. Se non ci sono persone isolate o animali in difficoltà, sono operazioni da pianificare». A spiegare cosa è accaduto con i volontari del Cai di Feltre, è il comandante provinciale dei carabinieri forestali, settore biodiversità, colonnello Gianfranco Munari. «I volontari del Cai svolgono un lavoro prezioso, ma che deve essere organizzato per non provocare danni ulteriori al territorio. In questo caso hanno tagliato una cinquantina di piante schiantate, su terreno demaniale, per aprire un sentiero, senza considerare che quegli alberi avevano un certo significato dal punto di vista economico. Sono state ridotte in pezzi di un metro, un metro e mezzo, il che significa che ora sono inutilizzabili». Per un loro utilizzo in ambito edile, per esempio, i tronchi devono essere divisi in pezzi da almeno 4 metri, quattro metri e mezzo.«Non c'è nessuna volontà di impedire la cura del territorio, ma bisogna valutare le attività in base alle priorità. Sarebbe stato sufficiente aspettare un po', senza farsi prendere dall'ansia». Il Cai, inoltre, non aveva informato i carabinieri forestali dell'attività in programma, continua Munari: «Altrimenti avremmo detto subito di non andare a tagliare».Anche perché, prosegue, «l'acqua ha creato condizioni di instabilità su molti sentieri. Ha scavato buche profonde anche un metro e bisogna considerare anche la sicurezza di chi va a fare certe attività». Ma non sarebbe un rischio, per il legname, tardare nella rimozione? «Non è un problema, le piante hanno ancora parte dell'apparato radicale attivo. Intervenire subito o a gennaio non cambierebbe nulla», aggiunge Munari. «Non siamo più in una fase di emergenza. Siamo a novembre, non c'è urgenza di liberare i sentieri per gli escursionisti». Il Cai si occupa della cura dei sentieri, anche rimuovendo le piante che cadono e li ostruiscono tutto l'anno, «ma un conto e parlare di un albero, un conto è questa situazione. Ci ripromettiamo di rimettere in ordine i sentieri», conclude il colonnello Munari, «ma bisogna capire come intervenire per valorizzare il legname». --Alessia Forzin

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Messaggero Veneto | 20 Novembre 2018 p. 26 edizione Pordenone Prima neve, Rifugio Pordenone ancora isolato Sigfrido Cescut Mentre a Cimolais ieri sono caduti i primi fiocchi di neve, prosegue la conta dei danni dell'ondata di maltempo che ha colpito il Fvg negli ultimi giorni di ottobre.Diversi appassionati della montagna hanno risalito in auto la Valcellina, fino a Cimolais, costatando come il torrente Cimoliana abbia interrotto, inghiottito, larghi tratti della carrareccia che, con un percorso di 13 chilometri, collega il paese al Rifugio Pordenone, a 1.249 metri di quota. Le condizioni della strada sterrata sono tali da aver indotto il sindaco Davide Protti a emettere un'ordinanza per vietare di percorrerla anche a piedi, dopo che la stessa, una settimana prima, come ogni anno, era stata interdetta al transito degli autoveicoli.Marika Freschi e il marito Ivan, che, da maggio a settembre, gestiscono il rifugio Pordenone, usando alcuni percorsi alternativi fra i boschi, dopo il fortunale di lunedì 29 ottobre, hanno raggiunto a piedi il "Pordenone", per fortuna, privo di danni. «Con la strada principale - afferma Marika Freschi - in ampi tratti cancellata, sono stati sconvolti i percorsi di tutti i sentieri che portano in quota, alle cime e ai vari bivacchi. Adesso si va incontro all'inverno che interrompe ogni attività in val Cimnoliana. Rifugi, casere, stavoli e bivacchi comunque sarebbero rimasti chiusi. Il problema - osserva Freschi - sarà di far ripartire la stagione turistica e l'economia della valle con la primavera prossima. La strada della val Cimoliana è indispensabile per tutte le attività legate agli alpeggi, come al turismo e alle escursioni. Gli stessi sentieri che portano alle cime dolomitiche, patrimonio Unesco dell'umanità, come il Campanile di val Montanaia, si possono raggiungere solo percorrendo la strada della val Cimoliana che andrà ripristinata al più presto».«Stimati i danni sui 4.500 km di sentieri presenti in regione - afferma Antonio Zambon, già presidente Cai - le varie sezioni, assieme agli operatori del Parco delle Dolomiti Friulane, procederanno al ripristino della sentieristica, sconvolta dagli eventi atmosferici». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Corriere delle Alpi | 21 Novembre 2018

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p. 17 Bianchet e 7° Alpini irraggiungibili si studiano priorità e soluzioni Fabrizio Ruffini BELLUNO È quasi terminato il sopralluogo del Cai bellunese sui sentieri che portano ai rifugi Bianchet e 7° Alpini: la situazione resta critica soprattutto sui percorsi secondari, ma si programmeranno interventi per salvare la stagione estiva e tornare alla normalità. «Per quanto riguarda il Bianchet, la strada carrozzabile che porta al rifugio ha subito seri danni, sia per i tanti alberi caduti, che per alcuni smottamenti che hanno portato molto materiale sulla strada», spiega Sergio Chiappin, presidente della sezione bellunese del Cai. «Rimuovere tutto sarà un lavoraccio perché la strada principale ha risentito dei pesanti danni portati dal maltempo, ma anche i sentieri che portano al rifugio hanno subito danni ingenti», continua Chiappin, «anche lì gli alberi caduti sono tanti e ci aspetta un lavoro molto duro per liberare tutto. Soprattutto preoccupano le tubazioni dell'acquedotto, sulle quali sono cadute diverse piante. Le verifiche non sono ancora terminate, ma probabilmente ci saranno dei problemi da risolvere anche su quel fronte». Non mancano le buone notizie: «Fortunatamente pare che il rifugio non abbia subito danni di particolare importanza». Il rifugio, che non prevede un'apertura invernale, è una delle tappe dell'Alta via numero 1, dalla quale si transita in alternativa al percorso che porta al Settimo Alpini, anch'esso alle prese con la conta dei danni del maltempo. «Anche nel caso del 7° Alpini la struttura non ha subito danni particolari, le conseguenze dell'uragano si vedono sulla teleferica che serve a rifornirla». L'impianto, che parte ai piedi del Col di Roanza, alla fine della strada delle gallerie dell'acquedotto, è stata coinvolta dalla caduta di alcuni alberi: «Le piante si sono abbattute sulle funi della teleferica rendendola inutilizzabile». Anche in questo caso si interverrà in primavera, con la speranza di risolvere tutto prima dell'apertura stagionale: «Senza la teleferica non si può aprire il rifugio, ma ritengo che il danno non sia tale da preoccupare».I problemi più gravi restano quelli ai sentieri secondari che corrono nei pressi di queste strutture: «I percorsi maggiori, come il tratto di Alta via 1 che porta al rifugio sono abbastanza puliti e ci si può passare senza troppi problemi, mentre gli altri presentano una situazione davvero preoccupante. Stiamo terminando la ricognizione fotografica, una volta raccolto tutto il materiale dovremo stabilire le priorità d'intervento. Innanzitutto assicurare che l'Alta via sia percorribile al cento per cento senza rischi, poi capiremo quali altri sentieri è possibile riaprire o sostituire». Come visto in occasione di altri interventi, la solidarietà non manca: «Abbiamo ricevuto tante proposte d'aiuto da parte di altre sezioni del Cai, ma anche di privati cittadini e questo ci fa molto piacere. È un danno importante, soprattutto per il turismo, e dobbiamo fare in modo chedalla primavera la gente abbia la certezza di trovare agibili i nostri sentieri o si rischia che vada da altre parti. Faremo di tutto per permettere l'apertura della stagione estiva, fondamentale per far ripartire il territorio». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Corriere delle Alpi | 21 Novembre 2018 p. 24 Dal Piaz, festa dopo la tempesta pensando alla strada da riaprire Laura Milano SOVRAMONTE La festa dopo la tempesta al rifugio Dal Piaz. Quella di domenica scorsa, coincisa con il rinnovo delle tessere e con la consegna dei premi alla fedeltà, ha avuto un significato ancora più importante. Perché ha dato la misura di quanto i feltrini tengano al rifugio e di quanto vi siano affezionati, al punto da aiutare gli amici-gestori Erika De Bortoli e Mirco Gorza nell'approvvigionamento "zaino in spalla e gambe a terra", visto che la strada non è percorribile da mezzi a motore.«Noi abbiamo 185 tesserati e la festa di domenica ha registrato una grande adesione», spiega Erika De Bortoli. «Un'adesione che si è espressa anche quando si è trattato di lavorare sodo per liberare il sentiero. La massiccia presenza di volontari ha fatto sì che non si sia interrotta la nostra attività, che vorremo far andare avanti fin quando si può nei fine settimana. Quello che ci preoccupa invece è il prossimo anno, perché quando la stagione entrerà nel pieno gestire un rifugio senza strada per portare in auto le scorte non è cosa sostenibile. A piedi, come facciamo ora per l'approvvigionamento per il fine settimana di prodotti freschi, si farebbe poco o niente rispetto al flusso di escursionisti attesi. E i costi dell'elicottero sono troppo alti. Noi abbiamo presentato e consegnato un progettino di massima con le soluzioni che ci sembrano funzionali e compatibili per favorire la logistica e garantire comunque la stagione piena. Sappiamo del resto che spetta ai tecnici risolversi sulla questione».Chi conosce la montagna, come i gestori del rifugio Dal Piaz che si sono conquistati la fiducia e la simpatia della gente, sa bene che ripulire un sentiero è una cosa ma mettere mano ad una strada è ben altra cosa e prevede ben più forze e risorse finanziarie. Non bastano motoseghe in mano a una ventina di volontari, per quanto assennati e motivati. «È un bene che sia venuto fuori questo problema», dice il 21 Rassegna Stampa – Novembre 2018


sindaco Federico Dalla Torre, dopo la questione scoppiata attorno allo sgombero avviato dal Cai degli alberi caduti sui sentieri, «che ha visto una contrapposizione legislativa e ha mosso le acque anche rispetto a enti che finora non avevano avuto un ruolo attivo nella complessa questione». Il sindaco si era subito interessato alla strada, scrivendo all'ufficio Biodiversità, visto che la maggior parte dei terreni dove si sono sradicati e schiantati gli alberi sono di proprietà demaniale.E ieri, al tavolo operativo che si è riunito al Parco, ha chiesto si concordasse al più presto una decisione sulla strada, se mettere in sicurezza quella esistente oppure pensare a una variante. «Il Comune che rappresento ha dimostrato piena disponibilità rispetto a qualsiasi decisione che sarà intrapresa e si è lasciato con gli altri soggetti con una promessa: per la prossima stagione estiva, ci sarà almeno una strada boschiva che sia transitabile».Il Demanio si occuperà di liberare il materiale legnoso che invade la strada, mentre il Comune darà l'incarico a un professionista per un progetto sostenibile e funzionale, con la nomina di un perito assunto di concerto con il Parco e l'ufficio Biodiversità, conclude il sindaco Dalla Torre, «per decidere, sulla scorta delle valutazioni tecniche, se ripristinare e mantenere l'esistente o realizzare un percorso carrabile alternativo». Intanto a Cesiomaggiore sono già iniziati i lavori di ripristino della strada comunale di Val Canzoi, con l'escavatore a pieno ritmo. La dimensione della colata di detriti è spaventosa e dà la misura del flagello che si è abbattuto sulla valle. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Alto Adige | 24 Novembre 2018

p. 32 I rifugi promuovono l'ambiente convegno a Bressanone BRESSANONE Fare rete non è solo uno slogan. Quaranta rifugisti delle Dolomiti Patrimonio Mondiale si sono incontrati a Bressanone per un'esperienza di studio e confronto organizzata dalla Rete della formazione e della ricerca scientifica della Fondazione Dolomiti Unesco. Lo spirito che ha animato l'incontro formativo è stato orientato soprattutto alla necessità di lavorare in rete e di condividere buone pratiche, cercando il modo di sviluppare anche prodotti congiunti. Alcuni dei presenti alla due giorni gestiscono rifugi che hanno subito danni dall'alluvione del 29 ottobre, soprattutto in ordine all'accessibilità e alla percorribilità dei sentieri, che si punta comunque a ripristinare in tempo utile per la prossima stagione estiva. Nella sala "Adrian Egger" del Comune di Bressanone, dopo i saluti della responsabile dell'area Unesco della Trentino School of Management Gabriella De Fino e del direttore della Fondazione Dolomiti Unesco Marcella Morandini, si sono alternati diversi tecnici ed esperti, a cominciare dall'antropologo Annibale Salsa, membro del Comitato scientifico della Fondazione. E poi Ugo Morelli, dell'Università di Napoli, Elisabeth Berger, dell'Ufficio parchi della Provincia, Georg Simeoni, presidente Avs - Alpenverein Südtirol, Claudio Sartori, presidente del Cai dell'Alto Adige, Roberta Silva, gestrice del rifugio Roda di Vael, Corrado Morelli, geologo della Provincia, Marco Aime dell'Università di Genova, Giuseppe Ferrandi, della Fondazione Museo storico del Trentino. "Il senso di vivere in un Patrimonio Mondiale è anche questo: vivere in modo consapevole l'ambiente che ci circonda e il rapporto con gli altri - ha detto Morandini - Troppo spesso sentiamo parlare di atteggiamenti arroganti da parte di chi arriva in rifugio e pretende tutto e subito. Occorre invece pensare a un tipo di offerta che faccia comprendere al turista l'eccezionalità e l'unicità dell'esperienza che sta vivendo". "Ciò che deve caratterizzare l'attività di noi gestori è soprattutto l'autenticità - ha detto Stefanie Rogger, gestrice del Rifugio Pian di Cengia. Un riferimento alla situazione che stanno vivendo le popolazioni colpite dall'alluvione è arrivato dal 22 Rassegna Stampa – Novembre 2018


gestore del rifugio A. Berti al Vallon Popera Bruno Martini: "Dopo la tempesta ci sono problemi importanti soprattutto alla sentieristica e alcuni rifugi hanno avuto danni anche alle strutture, ma l'aiuto e la collaborazione di tutti, ci consentiranno di superare queste difficoltà". "La cooperazione tra rifugi, anche di province diverse è fondamentale - ha sottolineato Sandra Donini, gestrice del rifugio Tosa Pedrotti, sulle Dolomiti di Brenta - Fare rete è indispensabile e occorre sfruttare al meglio la considerazione che ci viene data da un organismo come l'Unesco".

NOTIZIE DAI PARCHI Corriere del Veneto | 7 Novembre 2018 p. 13 L’alluvione ferma anche il Parco Rinviata la partita delle nomine Dolomiti senza vertice dal 2015. Ora salta la riunione che definisce la rosa Moreno Gioli BELLUNO Quel presidente non s’ha da fare. Sembra quasi una maledizione l’ormai infinita vicenda della nomina del nuovo presidente del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi. La carica è vacante da oltre tre anni, da quando è scaduto il mandato di Benedetto Fiori. Era il 15 luglio 2015. Da allora continue ridde di voci, indiscrezioni, ma nessun accordo sul nome del suo successore, che per legge va nominato dal ministro dell’ambiente in accordo con il presidente della Regione Veneto. Finalmente, con Governo e Regione dello stesso colore politico, i tempi sembravano maturi. Dieci giorni fa la riunione dei quindici sindaci dei comuni compresi nell’area del parco con i parlamentari D’Incà e Badole e il sottosegretario all’ambiente Vannia Gava pareva aver sbloccato la situazione. Questa settimana ci sarebbe dovuta essere la scrematura dei nomi per giungere ad una short list di due-tre nominativi da sottoporre al ministro. Invece l’eccezionale ondata di maltempo che ha sconvolto il Bellunese ha ancora una volta scombussolato i piani. Tutto rimandato, a quando - a tutt’oggi - non si sa. Certo le priorità al momento sono altre. Bisogna riaprire strade, ridare la corrente a chi ancora non ce l’ha, fare la conta dei danni ed intervenire nelle situazioni più urgenti. Il presidente del parco può aspettare. Ma per quanto? Finora l’ente ha funzionato grazie soprattutto all’impegno del vicepresidente Franco Zaetta, del direttore Antonio Andrich e dei funzionari. Ma ora che si apre la grande partita della ricostruzione, il Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi - l’unico parco nazionale in territorio veneto dovrebbe forse rivendicare un ruolo strategico. Per il quale però serviranno operatività e rappresentatività, oltre alle risorse. Prima di tutto per sistemare i danni che il maltempo ha causato anche nelle strutture dell’ente. «La nostra sede di Villa Binotto — spiega il vicepresidente Franco Zaetta — ha perso numerosi alberi del giardino. Alcuni, cadendo, hanno rovinato la scalinata d’ingresso e parte del tetto. L’area di ristoro di Candaten in pratica nonesiste più e anche a valle Imperina ci sono stati danneggiamenti importanti. Senza contare la devastazione nei sentieri». Zaetta ha ben chiaro il ruolo che un ente di questo livello ha all’interno di una provincia montana come quella bellunese: «Naturalmente non posso sapere quali saranno gli indirizzi che il nuovo presidente, quando sarà nominato, darà al parco, ma posso dire che questi accadimenti dovranno essere l’occasione per rivedere tutto il sistema di gestione del territorio. E non parlo solo del Parco delle Dolomiti bellunesi, ma di tutta la montagna. La tutela del territorio dovrebbe essere una priorità dell’intero sistema Italia». Il nuovo ministro dell’ambiente Sergio Costa ha recentemente affermato come i parchi naturali debbano essere un’opportunità di sviluppo su cui puntare: «Mi auguro che non siano le solite parole - afferma Zaetta - e che a queste seguano i fatti. in dieci anni le risorse a nostra disposizione sono state quasi dimezzate. In queste condizioni tutelare il territorio è sempre più difficile».

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Corriere delle Alpi | 17 Novembre 2018

p. 17 La comunità del Parco ha deciso ecco i tre candidati alla presidenza Alessia Forzin BELLUNO Presto il Parco Nazionale Dolomiti bellunesi avrà un presidente. La sedia è vuota da tre anni e mezzo, anche se l'attività dell'ente è sempre andata avanti grazie a Franco Zaetta, che l'ha condotta in qualità di vicepresidente. E proprio lui è uno dei candidati alla presidenza. Nella terna, approvata ieri dalla comunità del Parco, ci sono anche Fabio "Rufus" Bristot e Ennio Vigne. Tre nomi del territorio, caratteristica questa che è stata messa come presupposto fondamentale per la candidatura. Alla fine di ottobre c'era stato un confronto della comunità del Parco con il Sottosegretario di Stato al ministero dell'Ambiente, Vannia Gava. Erano stati i deputati bellunesi Federico D'Incà (Movimento 5 stelle) e Mirco Badole (Lega) a volere quell'incontro, per risolvere la situazione di stallo che dura dal 15 luglio 2015. Quel giorno è scaduto il mandato dell'ultimo presidente, Benedetto Fiori.Nel

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confronto a Villa Binotto di venti giorni fa era stato definito l'identikit del futuro presidente: una persona del territorio, dotata di esperienza, competenza e conoscenza della macchina amministrativa. I nomi sul piatto erano molti, allora (e tanti ne sono stati fatti in questi tre anni, con curriculum depositati al ministero ma che mai hanno superato la soglia degli uffici romani), e il presidente della Provincia e della comunità del Parco Roberto Padrin aveva indetto un incontro a porte chiude per il 5 novembre. Obiettivo: convergere su una rosa di tre nomi da sottoporre al ministro Costa. Spetta a lui, infatti, d'intesa con la Regione, nominare il nuovo presidente del Parco Nazionale Dolomiti bellunesi. L'alluvione e l'emergenza che è seguita hanno fatto slittare a ieri la decisione.La comunità del Parco si è riunita a Longarone, durante una pausa del convegno organizzato da Anci e Provincia per fare il punto sulla ricostruzione del territorio dopo l'alluvione. E dall'incontro è uscita da terna. Franco Zaetta è uno dei nomi che gira da sempre, nelle stanze dove vengono prese le decisioni. Assessore e vicesindaco a Pedavena fra il 1990 e il 1999, è stato sindaco di quel Comune dal '99 al 2009. Dal 2009 è consigliere comunale e dell'Unione montana Feltrina. Ha 70 anni. Da tre anni e mezzo guida il Parco, facendo le veci del presidente. È di area centrosinistra.Ennio Vigne di anni ne ha 57. È l'attuale sindaco di Santa Giustina, il suo mandato scade la prossima primavera e non potrà ricandidarsi perché ne ha già fatti due di seguito. È anche presidente di Uncem (l'Unione nazionale dei comuni, comunità ed enti montani) del Veneto. Amministratore di lungo corso, è di area centrodestra.Anche Fabio Rufus Bristot (area centrosinistra) frequenta i palazzi pubblici da anni. Cinquant'anni, è diventato consigliere comunale nel 1997, è stato assessore a Belluno dal 1999 al 2003, nuovamente consigliere dal 2005. Lo è tutt'ora. Dal 1998 ricopre ruoli di vertice all'interno del Soccorso alpino, di cui è stato presidente provinciale, presidente Veneto, consigliere nazionale e delegato di zona Dolomiti Bellunese. Ha contribuito a stendere (o steso in prima persona) numerose leggi e articoli legati all'attività del Cnsas.Ora la parola passa al ministro all'Ambiente Sergio Costa. Sarà lui a scegliere il nome (o i nomi) e a proporli alla Regione Veneto per trovare quell'intesa che manca da tre anni e dare al Parco un nuovo presidente. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI L'Adige | 20 Novembre 2018

p. 38 Da parcheggio a pascolo MADONNA DI CAMPIGLIO Sono partiti, dopo tre anni di progettazione e permessi, i lavori che trasformeranno l'ingresso di Vallesinella, punto di partenza per escursioni mozzafiato sui monti campigliani. Il grande parcheggio tornerà al naturale con un intervento che andrà a togliere i terrazzamenti sterrati dell'attuale parcheggio per rimodellare e rinverdire l'area di Malga Vallesinella Bassa. Rimarrà una corsia stradale che permetterà l'accesso alle teleferiche e agli edifici più a monte, ma per il resto la volontà del Parco Adamello Brenta che si è fatto promotore dell'iniziativa è quella di cambiare volto all'area. «Questo intervento - spiega il presidente dell'ente Joseph Masè - è stato unanimemente condiviso da tutti i soggetti interpellati e restituirà il fascino paesaggistico degno di un ambiente al cospetto delle nostre bellissime Dolomiti, Patrimonio Mondiale Unesco». In uno dei luoghi clou dell'escursionismo per famiglie, dove andranno a finire le automobili? Saranno creati 140 posti macchina nelle radure che, salendo da Campiglio, si trovano a destra della strada, in modo che siano 25 Rassegna Stampa – Novembre 2018


meglio mascherati dagli alberi e abbiano un impatto visivo migliore. Due piazzole diverse, collegate da un sentiero pedonale: alla prima si accede di fronte all'ingresso del rifugio Vallesinella, mentre più a valle un altro ingresso sarà in corrispondenza dell'incrocio tra la strada di rientro a Madonna di Campiglio e la strada forestale che scende al rifugio Cascate di mezzo. Le modifiche a parcheggi e viabilità consentiranno anche di sostituire le attuali navette del Parco con un trenino gommato, soluzione che già si applica sia in Val Genova che a Ritort. Non un dettaglio da poco se si pensa che le navette questa estate hanno trasportato qualcosa come 56 mila persone, mentre altre 12 mila sono entrate a Vallesinella. «Le dimensioni ridotte dei trenini - spiegano al Parco - lasciano spazio sulla carreggiata a mamme con passeggini, escursionisti o bikers, in secondo luogo permettono di contenere le emissioni dei gas di scarico evitando così disagi a chi sceglie di entrare in valle senza alcun mezzo motorizzato». Si è aggiudicata i lavori per 115.000 euro (più Iva) la ditta Agliardi snc di Carisolo, che aveva iniziato il cantiere a fine ottobre, per interromperlo causa maltempo e riprenderlo ora. La strada rimarrà chiusa per la durata dei lavori che è previsto finiscano in tempo per la stagione estiva. Trentino | 22 Novembre 2018 p. 42 Il parcheggio Vallesinella tornerà ad essere un prato di Stefano Marini STREMBO Il posteggio di Vallesinella tornerà ad essere un prato adibito a pascolo. I lavori sono partiti a fine ottobre e se li è aggiudicati la ditta Agliardi di Carisolo per 115 mila euro. Lo scopo è il recupero alla naturalità di un'area di grande pregio paesaggistico sita nel cuore del Parco Adamello Brenta con tanto di spettacolare vista sulle Dolomiti. I posteggi comunque non spariranno. Saranno solo spostati e "nascosti" nel bosco e avvicinati al rifugio Vallesinella.Per venire a capo del complesso iter burocraticoamministrativo necessario a dare il via ai lavori ci sono voluti poco meno di 3 anni. La pratica approvata mira al recupero paesaggistico senza però rinunciare ai parcheggi. Il progetto si compone di 2 diversi interventi. Per prima cosa verranno eliminati i terrazzamenti sterrati e le aiuole di delimitazione che compongono l'attuale parcheggio, sostituiti da erba in modo da riportare l'area all'aspetto di quella che un tempo era Malga Vallesinella Bassa. Allo stesso tempo però i posti auto non spariranno, ma saranno mimetizzati fra le radure a destra della strada, già posizionate al piano. I 2 siti così ricavati potranno ospitare fino a 140 automobili e quello più in alto sorgerà proprio di fronte al rifugio Vallesinella stesso. Il materiale di scavo che sarà ricavato da queste operazioni verrà in gran parte spostato da un sito all'altro. Oltre a spostare e nascondere i posteggi verrà anche prolungato di 35 metri circa il "sentiero dell'orso" che sale a monte del rifugio.Recupero naturalistico o mero maquillage? Il presidente dell'ente parco, Joseph Masè non ha dubbi e afferma: «Questo intervento è stato unanimemente condiviso da tutti i soggetti interpellati e restituirà il fascino paesaggistico degno di un ambiente al cospetto delle nostre bellissime Dolomiti, Patrimonio Mondiale Unesco. I veicoli parcheggiati saranno opportunamente mascherati nel bosco, ovviando così ad un impatto visivo molto negativo che si percepiva arrivando in valle o scendendo il sentiero. Per quanto riguarda il servizio di mobilità sostenibile questa nuova soluzione progettuale, sfruttando la viabilità di accesso al nuovo parcheggio, consentirà ai mezzi di invertire il senso di marcia senza dover ricorrere, come in passato, a manovre pericolose, e permetterà al Parco di sostituire i bus navetta con un trenino gommato».Quest'ultima soluzione è ritenuta la migliore sia da un punto di vista della viabilità che delle ricadute ambientali: «Nell'estate 2018 - conclude Masè - in Vallesinella sono state trasportate oltre 56.000 e sono entrate 11.788 persone. Visti questi numeri, in costante aumento, direi che soluzioni innovative, che consentono una maggiore tutela e fruibilità dell'area sono certamente necessarie».

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FIEMMEITE: NUOVA SCOPERTA GEOLOGICA L'Adige | 10 Novembre 2018

p. 37 Venerdì al museo PREDAZZO La presentazione del nuovo minerale, la storia del suo ritrovamento e studio e le sue particolarità saranno presentati al pubblico venerdì prossimo 16 novembre alle 17,30 al Museo geologico delle Dolomiti a Predazzo. Saranno presenti: Paolo Ferretti, geologo (MUSE) Stefano Dallabona, collezionista e ricercatore di minerali (Gruppo Mineralogico Fassa e Fiemme) Ivano Rocchetti, fisico (collaboratore esterno MUSE) Francesco Demartin e Italo Campostrini, ricercatori (Dipartimento di Chimica Università di Milano). Ingresso libero. Il Museo di Predazzo è stato fondato nel 1899 per iniziativa della Società Magistrale di Fiemme e Fassa allo scopo di valorizzare il patrimonio geologico e naturalistico locale e di promuoverne la conoscenza, dal 2012 è sezione territoriale del MUSE. Le collezioni geologiche sono costituite da un patrimonio di oltre 11.000 esemplari, tra cui la più ricca collezione di fossili invertebrati delle scogliere medio-triassiche conservata in Italia. Il Museo si completa e allarga sul territorio circostante con il «Sentiero geologico del Dos Capèl» fruibile nel periodo estivo. Articolato su due piani l'allestimento permette al visitatori di immergersi nei paesaggi dolomitici scoprendone la storia e il significato. Al piano terra il percorso offre una finestra sulle Dolomiti, con l'obiettivo di evidenziarne la centralità nella nascita del pensiero scientifico, approfondire le motivazioni e i criteri sui quali si basa il loro valore universale, fornire chiavi di lettura efficaci per la loro valorizzazione. Il piano interrato, invece, si propone come un viaggio tra le Dolomiti di Fiemme e Fassa presentate nelle loro peculiarità e nei loro rapporti con i massicci montuosi circostanti: il Lagorai, il Catinaccio, il Sella, la Marmolada, i Monzoni. L'Adige | 10 Novembre 2018 p. 37 Scoperto un nuovo tesoro in val di Fiemme VALLE DI FIEMME 27 Rassegna Stampa – Novembre 2018


Scoprire tesori non è sono solo il frutto della fantasia ma anche l'obiettivo di tanti scienziati. E un tesoro è stato rinvenuto in Val di Fiemme da parte degli esperti del Muse di Trento insieme a scienziati dell'Università di Milano e con l'appoggio di appassionati locali. Si tratta di una specie mineralogica finora sconosciuta alla scienza che prende il nome dalla località dove è stata rinvenuta, la Val di Fiemme appunto. E' la fiemmeite. Il riconoscimento è di straordinaria rilevanza se si pensa che è da due secoli che - sulle Dolomiti - non avveniva la scoperta di una nuova specie di minerale. «Fino a oggi, i minerali noti alla scienza sono poco più di 5.000 ? spiega Paolo Ferretti del Muse - non molti se paragonati alle specie viventi, che sembrano essere alcuni milioni. Trovare una specie mineralogica nuova è un evento molto più raro, dunque, rispetto a scoprire un nuovo essere vivente. Ad aggiungere eccezionalità a questo ritrovamento, infatti, è il fatto che la fiemmeite proviene da un territorio, come quello dolomitico, in assoluto tra i più studiati al mondo. È dal 1815 che sulle Dolomiti non veniva riconosciuto un nuovo minerale». Con l'identificazione della fiemmeite un ulteriore elemento di unicità - questa volta mineralogica - si aggiunge a quelli di carattere geologico, paleontologico, geomorfologico e paesaggistico, sui quali si fonda il riconoscimento delle Dolomiti quali Patrimonio mondiale dell'umanità. Il minerale, il suo prezioso ritrovamento e le sue caratteristiche, saranno presentati nel corso di una serata aperta al pubblico. Il ritrovamento di nuovi minerali non può essere annoverato come una rarità assoluta ? ogni anno in tutto il mondo vengono scoperti tra 100 e 200 nuove specie ? ma è importante considerare che le Dolomiti sono oggetto dell'attenzione degli scienziati già dal ?700. Era infatti il 1792 quando venne dedicata al geologo transalpino Deodat de Dolomieu la dolomite, minerale dal quale poi presero il nome le Dolomiti stesse. Ed è ben dal 1815, anno della scoperta della gehlenite presso il Lago delle Selle (Monti Monzoni, Val di Fassa), che sui cosiddetti Monti Pallidi non vengono ritrovati nuovi minerali, se si escludono quelli già noti ma ridefiniti in seguito a recenti revisioni sistematiche. La scoperta e lo studio sono stati condotti dai ricercatori del Muse Paolo Ferretti e Ivano Rocchetti , assieme ai colleghi dell'Università di Milano Francesco Demartin e Italo Campostrini , grazie alla guida attenta di un appassionato cercatore di minerali del posto, Stefano Dallabona (Gruppo Mineralogico Fassa e Fiemme). L'ufficializzazione è avvenuta da parte della commissione dell'IMA (International Mineralogical Association) che presiede alla nomenclatura e alla classificazione di nuovi minerali (CNMNC). La scoperta della fiemmeite è il risultato più rilevante di un progetto di ricerca che vede impegnato da alcuni anni il MUSE nello studio dei siti di interesse mineralogico e archeo-minerario del Trentino-Alto Adige. Analizzando i campioni raccolti presso la Miniera di San Lugano con il SEM-EDS in dotazione al MUSE e con lo spettrometro Raman di un collaboratore (Ivano Rocchetti) immediatamente ci si è imbattuti in alcuni minerali con caratteristiche che non avevano riscontro con le specie mineralogiche fino ad allora conosciute. Gli approfondimenti tramite analisi diffrattometriche condotte al Dipartimento di Chimica dell'Università di Milano da Francesco Demartin e Italo Campostrini hanno permesso di determinare la struttura di questi minerali, che si sono rivelati appartenere al gruppo degli ossalati. A San Lugano ne sono presenti tre, tutti ossalati di rame: la middlebackite (scoperta solo nel 2016 in Australia), la moolooite e la fiemmeite, una novità assoluta a livello mondiale che ha permesso agli scopritori di dedicare il nome della specie alla Val di Fiemme. Allo stato attuale la fiemmeite non si trova in nessun altra località al mondo e la Miniera di San Lugano è considerata la sua località tipo. Data la presenza di questi rari ossalati il giacimento di San Lugano costituisce una singolarità geologica a livello mondiale. Lo studio di questa località è solamente la tappa iniziale di uno studio che si confida possa fornire preziose informazioni sugli ambienti del passato. Il percorso che ha portato alla scoperta della fiemmeite nasce da una virtuosa collaborazione tra il mondo degli appassionati di mineralogia e gli istituti di ricerca (musei scientifici e università). Cosa e come si presenta PREDAZZO Ma cos'è e come si presenta la fiemmeite scoperta dal gruppo di ricercatori nella foto sopra? Caratterizzata all'occhio da minutissime lamelle di colore azzurro, è un minerale organico appartenente al gruppo degli ossalati, in questo caso un ossalato di rame idrato. È molto rara e i pochi campioni non sacrificati per le analisi necessarie a determinare la nuova specie sono depositati presso le collezioni del Muse e del Dipartimento di Chimica dell'Università di Milano. La fiemmeite si trova all'interno dei tronchi carbonificati che abbondano nella parte basale dell'Arenaria di Val Gardena, una formazione sedimentaria che si è originata in un ambiente fluviale circa 260 milioni di anni fa, nel Permiano superiore. Un intervallo stratigrafico, quello tra Permiano e Triassico, già nel mirino dei geologi del Muse e dell'Università di Innsbruck, oggetto di un progetto di ricerca che ha portato a risultati di rilievo internazionale nel campo della paleontologia.

28 Rassegna Stampa – Novembre 2018


Corriere del Veneto | 13 Novembre 2018

p. 4 Fiemmeite, nuovo minerale scoperto sulle Dolomiti TRENTO Il colore è un turchese acceso formato da cristalli appuntiti, ma per vederlo ci vuole il microscopio. A occhio nudo è roccia spolverata d’azzurro. E’ la fiemmeite, nuovo tesoro delle Dolomiti, minerale scoperto dai ricercatori del Museo delle scienze di Trento. Da due secoli sulle Dolomiti non veniva scoperta una nuova specie minerale. Nel 1972 la dolomite fu dedicata al geologo transalpino Deodat de Dolomieu e le Dolomiti presero il nome dal minerale. L’ultima scoperta sui «Monti Pallidi» è del 1815, con la gehlenite al lago delle Selle sui Monti Monzoni, Val di Fassa. Paolo Ferretti è il geologo che ha scoperto la «fiemmeite», omaggio alla Val di Fiemme da cui proviene: «I minerali scoperti fino a oggi sono poco più di 5000, pochi se paragonati alle specie viventi che sono milioni. Trovare un nuovo minerale è dunque molto più raro che scoprire un essere vivente». Una scoperta quasi casuale, durante un campionamento sulle Dolomiti. «Non mi ero accorto subito della particolarità della roccia, poi al microscopio sono apparsi i cristalli turchesi e le caratteristiche particolari». Con la «fiemmeite», l’unicità delle Dolomiti, patrimonio Unesco, è ancora più unica: quella mineralogica si somma a geologica, paleontologica, geomorfologica e paesaggistica. Il ritrovamento della «fiemmeite» sarà presentato al pubblico venerdì 16 novembre, al Museo Geologico delle Dolomiti di Predazzo.

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MOBILITA’ Alto Adige | 30 Novembre 2018

p. 34 Meno traffico per il lago di Braies BRAIES Il lago di Braies, soprattutto nei mesi estivi, è preso d'assalto da migliaia di turisti. Merito anche del successo legato alla serie televisiva della Rai "Un passo dal cielo", ma ogni medaglia ha due facce. Il boom turistico, infatti, ha portato con sé una serie di problemi legati principalmente al traffico automobilistico e alla viabilità, tanto che nelle giornate di maggiore afflusso si registrano sino a 7.000 passaggi di auto.Nell'ambito dell'iniziativa #dolomitesvives, proprio il lago di Braies è stato al centro di un progetto di mobilità sostenibile che è già stato collaudato e, come annuncia l'amministrazione provinciale, proseguirà anche in futuro. Chiusura della strada di accesso al lago e servizio di shuttle-bus verranno ripetuti quindi anche nel 2019 e il pacchetto di misure verrà ulteriormente sviluppato alla luce dell'esperienza maturata e delle esigenze emerse a livello locale."Il nostro obiettivo sottolinea l'assessore Florian Mussner - è quello far convivere le esigenze del turismo con la necessità di ridurre al minimo le emissioni e il rumore in una zona sensibile e tutelata dall'Unesco come patrimonio naturale dell'umanità. Gli sforzi si concentreranno da parte nostra e nella realizzazione di precisi interventi e provvedimenti su alcune infrastrutture come i parcheggi, e verranno incentivate forme di mobilità sostenibile come quelle rappresentate da treno e bus".Per elaborare le misure più importanti per quanto riguarda la riduzione del traffico e per individuare le modalità di concreta attuazione, è stato creato un gruppo di lavoro composto da tecnici delle Ripartizioni provinciali natura, paesaggio e sviluppo del territorio, infrastrutture, mobilità e Servizio strade ed è previsto il coinvolgimento diretto non solamente del Comune di Braies, ma anche delle amministrazioni municipali limitrofe.Dal punto di vista della comunicazione, infine, è prevista una collaborazione con Idm Alto Adige per riuscire a informare e sensibilizzare nella maniera migliore possibile i frequentatori del lago di Braies e per abbinare anche nel messaggio ai visitatori il doppio valore di un paesaggio da salvaguardare e di una risorsa economica e naturale che merita di essere condivisa dal maggior numero possibile di persone e che va adeguatamente promossa e reclamizzata. Le misura per ridurre l'impatto di un traffico incontrollato serviranno insomma a tutelare la realtà di Braies e 30 Rassegna Stampa – Novembre 2018


permetteranno di impostare precisi programmi per lo sviluppo turistico di un'area e di un ambiente naturale che, alle bellezze dolomitiche ha negli ultimi anni aggiunto il fascino garantito dalla serie televisiva "Un passo dal cielo", popolare con i volti di Terence Hill prima e di Daniele Liotti poi.

LEGGIMONTAGNA Gazzettino | 13 Novembre 2018 p. 25 edizione Pordenone Tutti i premiati di Leggimontagna IL CONCORSO La 16^ edizione di Leggimontagna ha visto quest'anno 83 opere pervenute: 35 per la sezione narrativa, 26 per la saggistica e 22 inediti.Ecco tutti i premiati delle tre sezioni, nell'attesa di sapere a dicembre l'esito di Cortomontagna. SEZIONE NARRATIVA Prima classificata è stata Michela Piaia con Il Lobbio (Sismondi ed.), romanzo storico ambientato nel Cadore dell'Ottocento, nel momento del passaggio dall'Austria all'Italia, in uno scenario montano che è quello bellunese e che diviene protagonista di alterne vicende umane.Dietro di lei, al secondo posto, Marco Albino Ferrari con La via incantata (Ponte alle Grazie), rievocazione di un personaggio semi dimenticato: l'esploratore italiano Giacomo Bove, incrociato con la restituzione soggettiva di un percorso di wilderness intitolato al suo nome, anch'esso in abbandono. Terzo Marco Pozzali con Le nuvole non aspettano (ed. Diabasis), un romanzo breve che unisce le montagne di casa con quelle della Patagonia, sogno per ogni alpinista, nel ricordo del figlio che il protagonista non è riuscito a trattenere in parete. Segnalazione per Giuseppe Festa e il suo libro Cento passi per volare (Salani). SEZIONE SAGGISTICA Primi classificati Roberto Dini, Luca Gibello e Stefano Giroldo, con Rifugi e bivacchi. Gli imperdibili delle Alpi. Architettura, storia, paesaggio (Hoepli), riccamente illustrato con piantine e fotografie attuali e d'epoca. Al secondo posto Mario Casella con Il peso delle ombre. Racconti veri o false storie? (GCE - Gabriele Capelli Editore) che esplora l'universo della menzogna, nei confronti degli altri ma anche verso se stessi, in un ambiente tradizionalmente considerato puro per definizione, come quello della montagna. Terzo Franco Brevini con Simboli della montagna (ed. Il Mulino) che ha scelto di affrontare l'iconografia alpina, gli stereotipi e i luoghi comuni, realizzando un libro colto e scorrevole, capace di grattare la superficie di quella montagna patinata, idealizzata ed economicizzata sempre più spesso proposta. SEZIONE INEDITI Tra gli inediti si è imposto Paolo Borsoni con Breve pellegrinaggio in cielo (motto Alea): viaggio sull'Himalaya che scopre in modo ironico quanto cinismo si nasconda dietro la patina di spiritualità. La medaglia d'argento in questa sezione è andata a Domenico Flavio Ronzoni con il suo libro Le malinconie del rifugista (motto Semelinanno). Terzo Lorenzo Garbarino con La porta e il cuore (motto Amalia), racconto sospeso tra la restituzione storica e la fantasia sulle tracce di Johan-Jakob Hauswirth, artista bohemien svizzero dell'Ottocento. Quarti ex aequo, senza premio, Flavio Faoro con Duel (motto Dolomia) e Marco Boldrini con Un'altra storia (motto Condor).Premio speciale Unesco a Degli antichi sentieri, di Giorgio Madinelli, Andrea Fiorot e Paolo Lorenzi (La Chiusa) dedicato alle Alpi Clautane.

PATROCINI Messaggero Veneto | 7 Novembre 2018 p. 39 edizione Pordenone Festival dei giovani da venerdì a domenica Festival dei giovani delle Dolomiti, a Claut, da venerdì a domenica. Valorizzazione e creazione di nuove opportunità per i ragazzi sono il cuore dell'iniziativa, ideata e curata dall'Uti presieduta dal sindaco Andrea Carli, con il sostegno della Regione e il 31 Rassegna Stampa – Novembre 2018


patrocinio della Fondazione Dolomiti Unesco. Una tre-giorni residenziale che ha come fine quello di avviare un processo generativo per la stesura del "Vocabolario del futuro". Gazzettino | 8 Novembre 2018 p. 8 edizione Udine L'Altra Montagna racconta le Dolomiti meno conosciute FRISANCO Che cosa rende unico, ai tuoi occhi, il posto in cui vivi? A questa e altre domande sono invitati a rispondere in questi mesi gli abitanti di due paesi delle Dolomiti Friulane, Forni di Sopra (Udine) e Frisanco, con la Val Colvera tutta. L'associazione Isoipse, nell'ambito del progetto sperimentale L'Altra Montagna, invita tutti gli interessati a incontrarsi per provare a trovare assieme una voce condivisa, reale e affettuosa, per raccontare i piccoli paesi di montagna. Il prossimo appuntamento è per domani dalle 20 al Circolo operaio di Poffabro. Il progetto sperimentale di narrazione e comunicazione partecipata del territorio in ottica turistica è finanziato dall'Università di Udine e supportato da Fondazione Dolomiti Unesco, Regione e Terre Alte del Cai. L'Altra Montagna si sviluppa in una prima fase di mappatura, ricerca e interviste nel territorio e una seconda fase di attivazione di un processo partecipativo di narrazione territoriale. La scommessa è che l'insieme dei tanti sguardi possano diventare un racconto originale e sincero delle Dolomiti meno battute e più autentiche. L.P. Messaggero Veneto | 8 Novembre 2018 p. 49 edizione Pordenone La vita in montagna a raccontarla sarà la popolazione FRISANCO Domani a Frisanco si parla di bellezza del territorio: i residenti cominceranno a costruire un racconto collettivo di quello che rende unico il luogo in cui vivono. Un'iniziativa che rientra nel progetto sperimentale L'altra montagna, curato dall'associazione Isoipse e che vede protagonisti anche gli abitanti di Forni di Sopra. Un percorso di confronto diretto con la popolazione delle Dolomiti friulane per una riflessione condivisa sul patrimonio montano. L'incontro è in programma dalle 20 alle 22.30, nella sala del Circolo operaio di Poffabro. Il progetto sperimentale è finanziato dall'Università di Udine e supportato dalla fondazione Dolomiti Unesco, dalla Regione e dal gruppo di ricerca Terre alte del Cai. L'altra montagna si sviluppa in una prima fase di mappatura, ricerca e interviste del e nel territorio e una seconda fase di attivazione di un processo partecipativo di narrazione territoriale. Isoipse crede nell'importanza di dare voce ai luoghi, attraverso i racconti di chi continua a viverli. In un territorio, quello delle Dolomiti meno turistiche, che va spopolandosi sempre più velocemente, i racconti veri di chi in montagna resiste sono preziosi e vanno raccolti, sistemati, organizzati e presentati a chi una montagna forse minore, fatta di silenzi e angoli inesplorati, la cerca come meta anche turistica La scommessa, a lungo termine, è infatti che l'insieme dei tanti sguardi di chi vive l'altra montagna, organizzati in un progetto comunicativo coerente e accattivante, possano diventare un racconto originale e sincero delle Dolomiti meno battute e più autentiche e che questo racconto condiviso possa diventare oggetto di interesse e strumento turistico. --G.S. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Trentino | 18 Novembre 2018 p. 54 «La voce delle Dolomiti» nelle foto di Gruzza "Camminando a passi lenti e a cuore aperto, ho imparato a percepirne la bellezza e ad ascoltarne la voce. La macchi- na fotografica è diventata il taccuino con cui registrare attimi ed emozioni, in un dialogo privilegiato che ogni volta si rinnova. Come quando si arriva in cima a una montagna e l'occhio abbraccia l'orizzonte, l'emozione è grande e tutto il cammino percorso si riveste di profondo significato". Racconta così il fotografo Alessandro Gruzza le emozioni che prova nelle sue ripetute immersioni nella bellezza delle montagne e delle montagne dolomitiche in particolare, Proprio alle montagne 32 Rassegna Stampa – Novembre 2018


nate dal mare e di- chiarate dall'Unesco Patrimonio dell'Umanità nel 2009 Alessandro Gruzza ha dedicato il suo ultimo libro che ha intitolato "La Voce delle Dolomiti". Tre anni di lavoro e 300 giornate sul campo lassù ad ascoltare questa voce, per tradurla al meglio in 88 fotografie che celebrano lo splendore di attimi speciali. I testi che accompagnano le immagini, con prefazione di Vincenzo Torti (Presidente Generale Club Alpino Italiano) e presentazione di Marcella Morandini (Direttore Fondazione Dolomiti UNESCO), raccontano questi incontri di luce in una sorta di dialogo con l'ambiente dolomitico, e scendono in profondità attraverso riflessioni e considerazioni, anche emozionali e autobiografiche, stimolate dal contatto diretto tra Uomo e Natura. "Le protagoniste, spiega Alessandro Gruzza, sono loro, queste splendide montagne che ho avuto modo di conoscere intimamente, perdendomi tra i loro sentieri, e di ascoltarne la voce. È così che pian pia- no ho imparato a percepirne la bellezza in tutte le sue sfumature per poi provare a tradurla in fotografia." Il libro è anche molto auto- biografico, e i tre capitoli Voce, Vita e Luce sono anche la storia dell'autore che si racconta con aneddoti sul campo, riflessioni e considerazioni, stimolate dal contatto diretto tra Uomo e Natura. Per trasmettere “La Voce delle Dolomiti” l'autore ha creato la casa editrice Munay, mentre nel nuovo sito web www.lavocedelledolomiti.it sono descritte le caratteristiche del nuovo volume, oltre alla possibilità di visualizzare alcune immagini contenute, ordinare il libro con copertina in lingua italiana o inglese. L'Adige | 23 Novembre 2018

p. 10 Gruzza, sguardi in cammino Apri, sfogli e sei rapito. Uno scrigno di tesori preziosi, fonte inesauribile di emozioni, suscita meraviglia e gratitudine. Ma La Voce 33 Rassegna Stampa – Novembre 2018


delle Dolomiti (Munay, 2018), nuovo e bellissimo volume realizzato dal fotografo trentino Alessandro Gruzza ha un passo in più nel narrare l'incontro tra uomo e natura iniziato con «Sentieri di Luce» (Temi, 2012). Un passo tanto intimo quanto potente poiché comunica il dialogo interiore instaurato con la montagna non solo attraverso 88 splendide immagini, selezionate tra le moltissime realizzate in anni di cammino sui sentieri delle Dolomiti, ma anche condividendo riflessioni e aneddoti autobiografici. Filo conduttore del percorso umano e professionale è il desiderio e la ferma volontà di far comprendere sempre più a fondo il valore e la bellezza di un patrimonio comune che merita di essere conosciuto, rispettato e protetto. E con lo sguardo limpido e sensibile che lo contraddistingue, Gruzza esprime la profonda passione per gli ambienti naturali che lo anima in un volume raffinato ed elegante, curato nei minimi dettagli a partire dal titolo serigrafato della copertina, quasi a suggerire l'importanza del tatto insieme a vista e udito nell'esplorazione della natura. La «velina» introduttiva è un disegnare i contorni di un mondo che attrae esercitando il fascino che solo paesaggi maestosi possiedono, per poi essere condotti davanti alla splendida fotografia di apertura, un assaggio di quello che si scoprirà all'interno del libro: l'alba colta dalla cresta alla base del Piz Boè, a 3000 metri di altezza, dove «la vista si perde all'orizzonte e le cime lontane ricordano un paesaggio costiero su cui si infrangono onde di nuvole, come di fatto era qui 230 milioni di anni fa». Un tuffo nella magia anticipato da una dedica speciale e fatto di Vita, Voce e Luce, arricchito da fotografie panoramiche che ampliano la «finestra» sulla quale affacciarsi per contemplare le bellezze dolomitiche. Le immagini sono poi accompagnate da testi, tradotti anche in inglese, che rappresentano ulteriore elemento di originalità, e a impreziosire il volume contribuiscono la prefazione di Vincenzo Torti, presidente generale del Cai, la presentazione di Marcella Morandini, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, e la collaborazione di Maria Liana Dinacci che ha curato la realizzazione grafica. In fondo al volume vi è una sezione a parte in cui sono riportate note tecniche e brevi didascalie indicanti luogo e sensazioni trasmesse dal paesaggio fotografato. Con questo progetto, inoltre, Gruzza fonda e inaugura la sua casa editrice - www.lavocedelledolomiti.it -, recante già nel nome l'impronta distintiva: nella lingua quechua, ancora oggi parlata in una moltitudine di dialetti dai popoli andini, munay significa «amore» come unione di sentimento e azione. Azione che per il talentuoso fotografo, meritevole di numerosi riconoscimenti in concorsi internazionali, è ispirata dalla necessità di tutelare le Dolomiti, casa naturale di cui ognuno ha il dovere di prendersi cura.

EVENTI E PARTECIPAZIONI Gazzettino | 25 Novembre 2018

p. 12 Allarme Cai: «Tutelare la montagna dal turismo cafone» IL CONVEGNO LONGARONE Schiamazzi, urla, processioni chilometriche, rifiuti abbandonati, cani lasciati a vagare liberamente, danni al manto erboso, alla vegetazione, ai sentieri. Senza considerare le innumerevoli uscite in notturna e le gare con mezzi motorizzati, in ogni stagione e 34 Rassegna Stampa – Novembre 2018


in tutti gli ambienti: perfino i più estremi. Insomma, non c'è più pace per gli abitanti naturali della montagna, assediati dai turisti cafoni. Ecco perché è necessario correre al più presto ai ripari. Non a caso, la sede di Longarone Fiere ha ospitato ieri un convegno sul tema della Frequentazione responsabile della montagna nell'era dei social network.IL CAIA promuoverlo è stato il Club alpino italiano: in particolare, il gruppo regionale del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. «Non abbiamo il compito, né il desiderio di imporre divieti - hanno spiegato gli organizzatori, guidati dal presidente del Cai regionale, Francesco Carrer - ma constatiamo un quadro ogni anno più allarmante, in seguito a queste forme d'invasione incontrollata e poco rispettosa. Il Cai stesso deve ripensare il proprio ruolo, nel tentativo di conciliare il principio di libera frequentazione della montagna con la necessità di una maggior attenzione nei confronti del mantenimento del patrimonio naturale». LA CULTURA Per risolvere il problema dell'inciviltà, non esistono ricette magiche: è necessario partire dall'informazione. E dalla formazione: «Chi cammina, pedala o arrampica in montagna deve avere nel proprio bagaglio non solo la cultura della sicurezza e del prossimo, ma anche quella della tutela verso i luoghi e gli ecosistemi che frequenta». In caso contrario, le conseguenze possono essere estreme: «Come la distruzione dell'ambiente naturale, fulcro e stimolo di chi fa visita alle terre alte, di chi le abita e ci lavora. Tale problematica che non può essere ignorata e di cui bisogna prendere coscienza». GLI SHERPA L'internazionalizzazione del turismo in quota è un fattore di cui tener conto: «Si tratta di una grande opportunità - ha affermato Marcella Morandini, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco - ma va gestita con lungimiranza. Anche perché ho il timore che non abbiamo ancora visto nulla: un esempio? Ci sono già dei turisti che utilizzano la gente del posto come sherpa per farsi portare trolley e bagagli da un rifugio all'altro. Il riconoscimento dell'Unesco ha cambiato il turismo, ma vanno governati i flussi». Qualora la cultura della prevenzione non bastasse, ecco che diventa obbligatorio ricorrere alle vie repressive: «I comportamenti non idonei vanno puniti - ha rimarcato Antonio Andrich, direttore del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi -. Anche attraverso le sanzioni». Marco D'Incà

35 Rassegna Stampa – Novembre 2018

Rassegna Stampa 'Dolomiti UNESCO ' | Novembre 2018  
Rassegna Stampa 'Dolomiti UNESCO ' | Novembre 2018  
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