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prendimi • free press

giugno-luglio 2013

anno 02

n• 08

Aut. del Tribunale di Firenze n. 5838 del 9 Maggio 2011 - Direttore responsabile Daniel Meyer Proprietario Fabrizio Marco Provinciali • Realizzazione grafica Ilaria Marchi


jamcommunication.it - pressme.it

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Insieme è Possibile

UN GIARDINO SEGRETO PER AIUTARE I BAMBINI DEL REPARTO DI ONCOEMATOLOGIA DEL MEYER

7 - 8 Giugno 2013 Giardino torrigiani Ingresso da Via Gusciana, 21 - Firenze

VENERDÌ 7 GIUGNO 2013 DALLE 17,00 ALLE 22,00 Ore Ore Ore Ore

17,00 17,30 18,30 21,30

Ore 22,00

Inaugurazione Secret Garden: MERCATINO DI BENEFICENZA Tavola rotonda: "Gli orti in città" Aperitivo Swing of FUL - Firenze Urban Lifestyle Lancio delle lanterne volanti come simbolo dell'impegno di Noi per Voi per il Meyer Onlus Chiusura Secret Garden

SABATO 8 GIUGNO 2013 DALLE 10,00 ALLE 22,00 Ore 10,00 Ore 10,30 Ore 16,00 Ore 17,00 Ore 18,30 Ore 22,00

Apertura Secret Garden: MERCATINO DI BENEFICENZA Happy Orto - come si coltiva l’orto in città? Laboratorio gratuito dedicato ai bambini a cura di Federico Peduzzi The Clown Car: intrattenimento per bambini con animazione di artisti provenienti dal teatro, circo e terapia negli ospedali Tortellini in Giardino - come si preparano i tortellini? Laboratorio gratuito dedicato ai bambini sulla praparazione dei tortellini, a cura de Il Santo Bevitore e la Signora Bruna Aperitivo con musica dal vivo Chiusura Secret Garden

Con il ricavato dell'evento l'Associazione finanzierà il progetto "Identificazione di nuovi marcatori molecolari per il disegnodi strategie terapeutiche nelle leucemie acute del bambino” Per info: info@pressme.it - Tel: +39 055 9752209

in collaborazione con:

www.secret-garden.it - www.noipervoi.org


Care lettrici, cari lettori, la sentite nell’aria, la respirate a pieni polmoni, la ammirate nei suoi mille colori: è arrivata la Primavera. La natura si risveglia dopo un lungo letargo e cambia pelle, pronta a ripartire, in un ciclo incessante di metamorfosi e rinascita. “Cambiare pelle”: significa rinascere, liberarsi di qualcosa di vecchio, che non sentiamo più nostro, che ci sta stretto, per cominciare un nuovo capitolo della nostra vita. La dicotomia tra ciò che è profondo e ciò che è superficiale è ingannevole: nella vita non esiste nulla di superficiale, esistono solo diversi livelli di profondità. E la pelle – il tema a cui dedichiamo questo numero di FUL – come dice nel suo bell’intervento Alice Colombini, “disegna il tessuto di confine che delimita il nostro spazio interno e crea grazie al tatto un ponte tra noi e il mondo esterno. E' l'organo del contatto e della relazione con gli altri e con noi stessi”. “A pelle” si dice, quando percepiamo qualcosa d’istinto, con la pura sensibilità; ma la pelle può anche essere uno schermo tra noi e il mondo, qualcosa che divide, che separa: come nel caso del colore della pelle, che per il protagonista del film Sta per piovere diventa un ostacolo; mentre, per il protagonista di Shame, mostrare la propria pelle è un modo per non mettere a nudo i propri sentimenti. Ma la pelle è anche un materiale nobile, con cui a Firenze da sempre si fanno prodotti famosi in tutto il mondo, come le scarpe di Calogero Mannina. E i costumi di scena, per un attore, rappresentano una seconda pelle, diventano un tutt’uno con l’attore e il personaggio che deve interpretare, come scoprirete seguendoci tra i segreti della Sartoria Storica Teatrale Fiorentina. E poi ancora: Ninjaz, uno degli artisti di strada più famosi di Firenze, ci conduce in un viaggio attraverso i codici dei “writers”, nel mondo dei graffiti, che sono la “pelle urbana” della città. Queste sono solo alcune delle storie che troverete in questo nuovo, epidermico, numero di FUL. Come dice Friedrich Nietzsche, «Il serpente che non può cambiar pelle muore. Lo stesso accade agli spiriti ai quali s'impedisce di cambiare opinione: cessano di essere spiriti». E così è FUL: numero dopo numero, cambia ogni volta pelle. Sempre più bello, sempre più FUL. •

ma lo sai che?

I lampredottai sono sono i discendenti dei membri dell’antica corporazione dei Trippai, una delle più importanti a Firenze per quanto riguarda il settore delle carni, seconda solo a quella dei Macellari i quali, agli inizi del grande sviluppo urbanistico e commerciale della città, cioè con l'avvento del Principato dei Medici, avevano le loro botteghe con i rispettivi punti di macellazione sul Ponte Vecchio dal quale scaricavano i residui della lavorazione direttamente nell'Arno. Accanto a queste, c’erano poi le corporazioni degli Agnellai, dei Pollaioli, dei Barulli Trecconi e Strascini (venditori ambulanti di residui della macellazione), quella dei Frattagliai ed infine quella dei Testai, che potevano trattare solo le teste degli agnelli. Ogni Corporazione disponeva di campi di intervento commerciale precisi e ben delimitati: i Trippai, e solo essi, potevano commercializzare le trippe acquistate dai Macellari e venderle a posto fisso nelle botteghe dei Mercati o anche in maniera ambulante, su carretti, dopo averle svuotate, lavate, raschiate e bollite.

Daniel Meyer

Aut. del Tribunale di Firenze n. 5838 del 9 Maggio 2011 Direttore responsabile Daniel Meyer Proprietario Fabrizio Marco Provinciali Realizzazione grafica Ilaria Marchi

Ideazione e coordinamento editoriale Marco Provinciali e Ilaria Marchi. Se sei interessato all'acquisto di uno spazio pubblicitario: marco@firenzeurbanlifestyle.com • tel. 392 08 57 675 Se vuoi collaborare con noi ci puoi scrivere agli indirizzi: marco@firenzeurbanlifestyle.com • ilaria@firenzeurbanlifestyle.com visita il nostro sito www.firenzeurbanlifestyle.com pagina facebook FUL *firenze urban lifestyle*

ringraziamenti trova le domande sulle buste di www.ilpaninotondo.it

Davide Gori, Calogero e Lisetta, La Sartoria Storica Teatrale Fiorentina, Lidia e Dario, Sarina, Baustelle, Ninja, Haider Rashid

3.


Suoli Mason’s, Sportamaxcode Scee BY Twin-Set Liviana Conti 5preview Appartamento50 Alpha di Massimo Rebecchi Tessa Le Pandorine Sinequanone Guglielminotti Sarte pettegole

Vicolo 11 - San Giuseppe, 11 57023 - cecina • tel 0586 686834


p.8

writing: la città cambia pelle>>>B-boys, writers, crew, breakers... Anche a Firenze batte un cuore hip hop. Vi portiamo a fare un giro sulla scena con una guida d’eccezione: Ninja. Probabilmente vi siate già fermati di fronte ad una delle sue opere...

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Questione di pelle: una carezza allunga la vita>>>Il nostro corpo ne è avvolto, ma

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Buttafuori bye bye. La gentilezza allunga la vita>>>Una volta si chiamavano

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Sta per piovere. Figli del mondo e cittadini di nessun luogo>>>Devono tornare

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Shame: la vergogna di mettere a nudo le emozioni>>>Shame si è rivelata una delle

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Fra pelle e pellicola>>>Isabella Pedicini racconta gli anni romani di Francesca Woodman, fotografa americana che in Italia troverà la sua maturazione artistica e la sua cifra stilistica, facendo del proprio corpo lo strumento della sua arte

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La Sartoria Storica Teatrale Fiorentina. Là dove l’abito fa il monaco

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Oscar a “Fantasma” come miglior film del 2013…Registi i Baustelle

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Rubrica: uno

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la pelle non è un semplice involucro: è il nostro punto di contatto con il mondo, è la fotografia vivente della nostra psiche, il canale tra la realtà interiore e quella esteriore

“buttafuori”. Lo stereotipo li rappresenta come grossi, con una giacca di due taglie più piccola, dotati di un eloquio poco forbito e facilmente inclini all’uso della violenza fisica, fedeli al motto “quando il gioco si fa duro, i duri entrano in campo”

là da dove sono venuti. Ma dove non sono mai stati. Ė la paradossale storia di Said e suo fratello, protagonisti di Sta per piovere: fiorentini e algerini al tempo stesso, una con(trad)dizione contro cui il destino li porterà a sbattere pellicole più incomprese e controverse della passata stagione. «Parla di come l’assoluta libertà può diventare una prigione», ha dichiarato il regista londinese Steve McQueen

Il costume di scena è tutt’uno con l’attore che lo indossa. Da più di 150 anni la Sartoria Storica Teatrale Fiorentina regala una seconda pelle agli interpreti del teatro, e fa sognare le platee di tutto il mondo Il 29 gennaio è uscito “Fantasma”, il sesto album dei toscani Baustelle, una delle band italiane più amate. Un disco cupo e complesso… Un concept-album che ha come tema portante il Tempo, per giunta interamente orchestrale, pensato come fosse una colonna sonora. Un disco che, se fosse un film, avrebbe già vinto l’Oscar come miglior opera del 2013. Ne abbiamo parlato con il leader Francesco Bianconi, cercando di farci raccontare la genesi di questo “Fantasma”

straniero a firenze//un fiorentino all'estero

Calogero, l'artigiano che ha fatto le scarpe ai vip

Nella sua biografia si legge che Giuseppe Tomasi di Lampedusa trascorse lunghi soggiorni nella grande casa di campagna a Santa Margherita di Belice, vicino ad Agrigento. Ma questa è un’altra storia e ci riguarda ben poco. Quello che invece ci interessa è che mentre il solitario intellettuale si dedicava alle sue opere, Calogero, di anni 6, obbediva alla mamma e si metteva «ad imparare un mestiere» Rubrica:

Respira che ti passa


Buona lettura •

Come disse qualcuno, “Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare…”. Non ho mai sognato, o neppure pensato, di fare il giornalista. E’ stato il giornalismo che ha trovato me: è come se fossimo sempre conosciuti, ma ci siamo incontrati solo grazie ad una serie di coincidenze. Io questo lo chiamo Destino… Viaggiare, conoscere persone interessanti, intrufolarsi dappertutto, soddisfare la propria curiosità, imparare sempre qualcosa di nuovo, dialogare coi lettori, scrivere… che volere di più •

Sandro Bini

Ecco la semplice formula matematica che ci ha portato ad affrontare in questo numero la tematica relativa allo scambio; concetto che in tempi moderni possiamo tradurre in condivisione. Un significato astratto che va oltre i confini dello spazio e del tempo.Entrata a far parte della nostra vita quatidiana attraverso le porte del social la parola condividi ha trovato splendore nel linguaggio comune permettendo a conoscenti virtuali di scuriosare nella vita privata altrui, ma anche di scovare nuovi mondo o trovare nuove professioni !!! E noi che siamo legati all'ancestrale utilizzo della carta stampata.. Beh via diciamocelo: sfogliare una pagina, sentirne l'odore, captarne immagini e concetti é ancora (x fortuna) una cosa piuttosto figa!!! Ecco perché noi, il nostro punto di vista sulla cittá, lo condividiamo-scambiamo attraverso le pagine free di questa nostra bellissima piazza.

Daniel Meyer

Marco provinciali

Ilaria marchi

Scambio:x=condivisione:social

Fotografo, curatore, docente di fotografia, fondatore e Direttore Responsabile dell’Associazione Culturale Deaphoto di Firenze (www. deaphoto.it),  mi occupo prevalentemente della dell’organizzazione delle attività progettuali didattiche ed espositive di Deaphoto. La mia ricerca fotografica è incentrata sopratutto sull’indagine sulle relazioni fra l’uomo e il paesaggio contemporaneo e sulla dialettica critica fra percezione e fruizione dei luoghi, legata alla contestualizzazione della propria esperienza. Dal 2009 sono curatore del Personal Blog “Binitudini / Spazio di riflessioni visive teoriche e pratiche sul gesto fotografico contemporaneo” (http://binitudini.blogspot.it) •

Mario Puccioni

Paolo Lo Debole

Alice Colombini

Tommaso Baroncelli

“Le persone comuni spesso lo ignorano, ma nel nostro mestiere il talento conta moltissimo. Quando ero ragazzo anch'io pensavo che lo scienziato, alla fin fine, fosse soltanto un osservatore attento che mette in ordine i dati. Non è così. Per scoprire qualcosa di nuovo occorre lo stesso talento di un compositore capace di creare nuovi legami tra note e melodie. Nel nostro caso si tratta di connettere aspetti comportamentali apparentemente lontani tra loro” (G.Rizzolatti, 2012). Dalle scienze bisogna uscirne più volte possibile per colmare l'incolmabile differenza che c'è tra la vita reale e la teoria. Psicoanalista e neuroscienziato cognitivo, lavora da tre anni presso l'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. •

Sono nato nel 1964 nella meravigliosa Firenze in un giorno d'estate precisamente il 21 giugno ma ho dovuto attendere un sacco di tempo per capire cosa la fotografia significasse per me. Posizionare l'occhio nel mirino e vedere il mondo da una prospettiva diversa,con più angolazione. Oramai ho deciso che questa sarà la mia strada professionale,ogni volta che esco con la mia Nikon il momento diventa importante e il solo pensiero che anche un solo scatto mi soddisfi è gratificante. •

Sono Alice Colombini , vivo a Firenze e sono una psicologa…… Quando sono nata alle 7.05 del 25 marzo 1981 il sole era in Ariete e la Luna in Scorpione, la mia carta del cielo parla chiaro: impulsiva e paziente, ha bisogno di agire, va incontro alla vita con energia, in modo prorompente, vivere è una sfida e un’avventura, non manca mai di coraggio ma la franchezza e l’onestà possono a volte cacciarla in situazioni imbarazzanti. Ma questa sono io… Incredibile! •

Firenze, 23 luglio 1979. Nasco pigramente 23 giorni dopo la scadenza del tempo, il primo giorno disponibile del Leone. Sin da piccolissimo rimango per ore incantato ad ascoltare musica ed a guardare i dischi girare nel piatto… Colleziono vinili, leggo molto, mi piace cucinare e amo il buon vino. Credo che le belle canzoni aiutino ad essere persone migliori.•


Silvia Brandi

Teresa Tanini

Jacopo Aiazzi

Fiamma Goretti

"Nata a Firenze Torregalli il 28 settembre 1987 (Bilancia ascendente Sagittario), di residenza isolottiana ma scandiccese d'adozione, a 20 anni decide che ha voglia di farsi qualche giro e passa 3 anni fra Londra, l'Australia e Parigi. Adesso è a Firenze in pianta semi stabile perché nella vita non si può mai dire. Per FUL traduce gli articoli in inglese, vivendo così nella paura che gli articolisti sentano nella traduzione stravolto il significato delle loro parole e l'aspettino sotto casa. Il traduttore è un mestiere duro ma qualcuno deve pur farlo".•

It is more fun to talk with someone who doesn't use long, difficult words but rather short, easy words like 'What about lunch?' - Winnie the Pooh •

Nasco a Fiesole alle 5:30 di mattina del 23 settembre 1985, con una mano sopra la testa e dal peso di 4kg e passa. Più fastidioso di così non potevo essere. Sono nato il giorno in cui è morto Giancarlo Siani, un giovane giornalista di ventisei anni ucciso dalla camorra a Napoli. Oggi ho la sua età e ancora non ho assimilato tutte le sfumature che il giornalismo può assumere. L'unica cosa di cui sono consapevole è il desiderio di coltivare questa conoscenza. Più appassionato della scrittura in quanto tale che dal giornalismo, apprezzo ogni forma di quest'arte. La cosa che più mi codifica come italiano è l'amore per la pastasciutta, con qualsiasi sugo.•

Non amo mettere confini alla mia personalità: vedo la realtà tramite i miei occhi miopi, sfumata come in un quadro impressionistico, e immagino di diventare tutto il bello che riesco a catturare. Laureanda in studi internazionali con un’insaziabile sete di cambiamento e conoscenza, amo il cibo, la musica e ridere. Ho amici in ogni angolo del globo e soffro di un’incessante necessità di esprimermi, mettendo la mia esperienza al servizio degli altri. Penso che la cosa più bella di cui innamorarsi sia la vita stessa.•

Jacopo Naldi

Firenze, 1989. Quasi partorito in ascensore perché avevo fretta. Nato il 1 febbraio, lo stesso giorno di Re Leone e Pepito Rossi, difatti ho una passione viscerale per il calcio e il colore viola. Mancino, perché dicono siamo più geniali. Il mio primo pezzo è stata una lettera per una ragazza che mi piaceva e da lì non ho più smesso. Mi hanno insegnato che i significati delle parole sono contenuti negli oggetti che rappresentano, quindi se un nome non corrisponde a un oggetto realmente esistente è privo di significato. Io non ci credo e scrivo.•

redazione mobile

Martina Scapigliati

Quello della Scapigliatura fu un movimento artistico e letterario sviluppatosi nell’Italia Settentrionale a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento. Gli Scapigliati erano giovani tra i venti e i trentacinque anni, nutriti di ideali e amareggiati dalla realtà, propensi alla dissipazione delle proprie energie vitali. « …tutti amarono l’arte con geniale sfrenatezza; la vita uccise i migliori  » (in introduzione, La Scapigliatura e il 6 febbraio, Sonzogno, Milano, 1862). Martina è nata nel 1985. Sa leggere la musica, ama scrivere e cantare, è in procinto di terminare gli studi per la Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Vive a Firenze col suo adorato Jack Russel Napoleone, di anni 7.•

La nostra redazione è in completo movimento, composta da fiorentini autentici e da coloro che hanno trovato a Firenze la loro seconda casa. La centrale operativa è nella zona delle Cure ma l’occasione di incontri e riunioni è sempre una buona scusa per approfittare di una visita ai vari gestori di bar o locali che ormai da anni conosciamo. Una redazione mobile che trova nel supporto della rete il collante necessario per la realizzazione di ogni nuovo numero.

PSYMON

Gli amici d’infanzia lo chiamano Psymon e si dice che sia nato nel 115 dopo Freud. La foto lo ritrae alla tenera età di 2 anni non ancora compiuti (con un pizzico di fantasia, aggiungeteci un po’ di barbetta e lo ritroverete allo stato attuale). Crescendo a ritmo di soul music e nutrendosi di cinema d’autore e di letteratura americana, Psymon ha seguito il consiglio dei suoi amici ed è diventato uno psicologo, esperto in sessuologia clinica. Chi lo conosce bene assicura che solo l’amore per i suoi figli supera quello per la sua professione. Viaggiare è per lui un piacere, così come giocare a tennis e vendemmiare. •


La pelle della città

WRITING: LA CITTÀ CAMBIA PELLE B-boys, writers, crew, breakers... Anche a Firenze batte un cuore hip hop. Vi portiamo a fare un giro sulla scena con una guida d’eccezione: Ninja. Probabilmente vi siate già fermati di fronte ad una delle sue opere... Testo di Martina Scapigliati, foto di Ninja

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inja si ricorda bene di Piazza della Repubblica, era più di una decina di anni fa, e lo ricordo anch’io: sotto i portici era arrivata la novità, si trattava di un’autentica sferzata d’energia per tutti noi fiorentini che avvistiamo le cose sempre per ultimi. A Firenze allora arrivarono i b-boys, i writers, e suonava straniero, la musica e il loro bagaglio di gergo e gesti inusuali: le crew, i capannelli di persone attorno a questi giovani dai movimenti rotatori vertiginosi sul pavimento, i salti sulle mani, i giri sulla testa, i pantaloni larghi, in stile hip hop. «La scena era sotto i portici di Piazza della Repubblica! La nostra specie di scuola underground. Ecco, se c’è da dire qualcosa su Firenze è che qui adesso manca la scena. Così che il luogo comune sull’hip hopper ormai è diventato quello del .8


9.


Cos’è il writing? Lo spiega Ninja: «Il writing nasce come un modo per marchiare il territorio, ma si è evoluto da un punto di vista estetico come un nuovo modo di esprimersi: negli anni ’80, mentre i media facevano pubblicità sfrenata, anche l’arte diventava pubblicitaria. In quegli anni la Pop Art prendeva i loghi e ne faceva arte, venduta in maniera reiterata -non dimentichiamoci che Warhol desiderava vendere le sue opere nei supermercati!-. In questo sta la similitudine tra la Pop Art e il graffito: il writer fa di sé stesso l’opera, perché lui scrive sempre il suo nome (il cosiddetto tag). Questa è la restrizione al minimo dell’opera: sei tu che imprimi te stesso. E tutto questo è iscrivibile nel panorama di oggi del multitasking, che è produzione senza più alle spalle mesi di lavorazione, non c’è più il pittore che lavora mesi sulla sua tela, ora tutto è serigrafia, tutto è guizzo. Il writer è il nuovo artista pop! Io la penso così».

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gangsta rapper tutto collane e puttane!», racconta Ninja che a soli 12 anni, mentre io ero ancora a giocare con le Barbie, si avvicinava alla realtà dell’underground e della street-art. «Ma spieghiamo cos’è l’hip hop, che è importante!», continua Ninja: «Allora: a parte quelle cose che sappiamo più o meno tutti, e cioè che nasce nel ghetto americano più o meno negli anni ’80 e che ha una parte musicale che è il risultato della fusione della musica nera che si è ritrovata in America, in fondo però l’hip hop per come nasce consiste in una fusione di quattro stili: djing, breaker, writer e MC (il cantante: MC sta per Master of Ceremonies)». «Ed è una cosa bellissima» aggiunge, e lo penso anch’io: il cerimoniale dove musica, ballo, pittura e parole si fondono insieme. Ancora: «Guardatevi Beat Street, così vi gustate un po’ di vero hip hop anni ’80!». Ma concentriamoci sul writing, perché a questo punto vi starete chiedendo chi è Ninja. Quella del writing è una manifestazione sociale, culturale e artistica diffusa su tutto il pianeta. E Ninja è un artista, convincente, autentico, completo. Giovane writer fiorentino, classe 1986, Ninja -meglio, Ninjaz, per differenziarsi dai troppi altri Ninja in giro per l’Italia e il mondo- inizia a dipingere con gli spray nel 1998 e da allora fino ad ora, si dimostra e si conferma l’enfant prodige dell’arte degli interventi pittorici su tessuto urbano. Le sue creazioni sono vere e proprie opere d’arte, di tecnica e di intensità. Dal 2002 Ninjaz trasforma la curiosità per il mondo hip hop in passione. I suoi primi graffiti

sono illegali: «Il writing nasce come una forma illegale, come una forma di ribellione. E’ una cosa che va capita e anche rispettata. Gli unici spazi dove è legale dipingere in città sono così pochi, ma onestamente da quando sono stati dati in concessione dal Comune sono stati trasformati in gallerie d’arte sempre in movimento. Personalmente però

Quella del writing è una manifestazione sociale, culturale e artistica diffusa su tutto il pianeta. E Ninja è un artista, convincente, autentico, completo io non mi considero più un writer: rispetto troppo il significato di quel termine. Piuttosto adesso mi sento pittore. Sono vicino all’underground, uso gli spray, ma sono un pittore!». Dal 2004 Ninjaz ha abbandonato in modo definitivo il graffito illegale e si è avviato nella ricerca della tecnica dell’utilizzo dello spray, impegnandosi nello studio su tela. Accanto all’attività con gli spray, Ninjaz affianca quella musicale, col suo progetto elettronico “Numa”: Numa Crew ha prodotto 7 Lp su vinile con l’etichetta Elastica Records, venduti in tutto il mondo e con la collaborazione di artisti internazionali (Africa Unite, Casinò Royale, Asian Dub Fondation, Zion Train). Yo. •

ENGLISHVERSION>>>> In Florence everything began in Piazza della Repubblica, and Ninjaz remembers very well about it: B-boys, writers, crews arrived, dancing in a different way and wearing oversize trousers, bringing hiphop into town. Ninjaz approached street-art and underground culture when he was only 12, and now explains us what hip-hop is: «It’s a fusion of four different styles: DJing, MCing, breakers and writers… Watch the Beat Street movie to have a real taste of hip hop in the ‘80s». I personally think that it is beautiful, an art where music, dancing, words and painting all come together. But let’s concentrate about the writing, ’cause now you’re probably wondering who Ninjaz is. Writing is the visual expression of hip hop, word-widely known, and Ninjaz is a young Florentine artist. He started painting with sprayers in 1998 and his creations are real masterpieces. His first graffiti were illegal: «Writing was born as an illegal form of art, a rebellion. There aren’t many spaces where it’s possible to practice it, but some of them are real art galleries which constantly change. To be honest I do not consider myself as a writer anymore. I use sprayers but I’m a painter!». Since 2004 Ninjaz left illegal graffiti behind, and started researching spraying techniques, especially on canvas. Besides the spraying activity, Ninjaz also started a musical project called “Numa”: Numa crew, featuring international artists such as Africa Unite, Casinò Royale, Asian Dub Fondation and Zion Train, has already produced 7 long play records with Elastica Records, they’re sold all over the world. Yo.

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Contatto

Questione di pelle:

una carezza allunga la vita Il nostro corpo ne è avvolto, ma la pelle non è un semplice involucro: è il nostro punto di contatto con il mondo, è la fotografia vivente della nostra psiche, il canale tra la realtà interiore e quella esteriore

I

l sistema di contatto del nostro corpo con il mondo esterno è come una gigantesca piastrellatura di mi* Il seguente articolo propone il nuscoli pannelli solari digitali che pensiero libero dell'autore e non trasmettono continuamente inforpresuppone indicazioni cliniche o di carattere scientifico mazioni al nostro cervello. Per comprendere meglio, dal punto di vista organico, il tessuto epiteliale di cui siamo dotati, vi ricordo che è costituito da una serie infinita di cellule, una sopra l'altra, che si muovono come una scala mobile in salita, maturando sempre di più dalla profondità verso la superficie, fino a morire attraverso quel processo di morte che si chiama cheratinizzazione. Se poi pensiamo che il nostro corpo rinnova completamente tutte le sue cellule ogni tre, quattro settimane, allora la meraviglia è quasi completa. A cura del Dott. Mario Puccioni

Psicoanalista e Docente Universitario


A New York, qualche anno fa, aprì il pri- Dell'indebolimento della pelle in relaziomo locale dove potevi liberamente scam- ne all'emotività e allo stress se ne occupabiare carezze e coccole: sì, insomma, un no invece le discipline dermatologiche e luogo dove potevi conoscere persone e psicologiche. Negli anni '20 Stekel introcondividere con loro un tipo di contat- dusse il termine somatizzazione e dopo to diverso, basato sul rapporto epiteliale. essersi consultato con un altro medico dal Nella città dove tutto è possibile, carat- nome impronunciabile (Dott Kazantzaterizzata da uno sfrenato individualismo kis) lo definì come “la conversione degli ma dove spesso ci si sente soli, nasceva stati emotivi in sintomi fisici". Da quel uno spazio iperprotettivo dove si ricreava momento in poi gli studi sull'argomento un rapporto molto simile a quello tra ma- si moltiplicarono a dismisura, Freud e gli dre e bambino. Il rapporto tra una madre psicoanalisti parlarono di conversione e e il suo neonato è infatti dotato di partico- solo più tardi di somatizzazione, ma tutti lari canali comunicativi, uno dei quali è il erano d'accordo sul fatto che le terapie contatto di pelle. Pochi mesi fa un gruppo dovessero avere l'obiettivo di portare il di studiosi americani ha dimostrato che il paziente a dare un significato nuovo al sistema nervoso di un neo-nato si svilup- sintomo fisico. Per comprendere in modo pa più in fretta se un genitore s' impegna pratico (e purtroppo semplicistico) cos'è a massaggiare quotidianamente il piccolo una somatizzazione, basta immedesiper almeno venti minuti. Se per il neona- marsi in una forte emozione, ad esempio to il contatto e le carezze sono strumenti la rabbia. La rabbia è una delle reazioni naturali e necessari alla crescita, questi più naturali ed adattive ad una minacappaiono mantenere un notevole valore cia reale o immaginaria. Il sentimento di sicurezza, e tutela dallo stress, anche di rabbia produce immediatamente, in negli adulti. Oggi sembra che il contatto noi, determinati e chiari cambiamenti epiteliale fatto di coccole e carezze faccia fisiologici (innalzamento della pressione, aumentare la produzione di un ormone, modificazione dei livelli adrenalinici e l'ossitocina, che oltre a creare legami af- noradrenalinici ecc..) e di norma il nofettivi è un rilassante naturale che se si stro viso arrossisce. Quando l'arrabbiatupotesse trovare in farmacia probabilmen- ra è passata, il colore della pelle ritorna te andrebbe a ruba. La letteratura scienti- naturale e anche tutto il resto. Potremmo dire, per semplificafica ci dice poi che re, che un paziente proprio questo somatizzante poormone viene liuna serie infinita trebbe produrre più berato in maggiori di cellule, una spesso quel coloriquantità sia negli to paonazzo anche innamorati che sopra l'altra, che si in assenza di cause nelle madri subito muovono come una specifiche esterne. dopo il parto. scala mobile in salita, Questo avviene in Ciò di cui abbiamaturando sempre di quanto il sentimenmo parlato finora più dalla profondità to di rabbia può rici riporta ad una verso la superficie manere incistato in serie di caratteriuna rappresentaziostiche che possiene psichica che resta de la pelle e che attiva o che si riattiregolano il nostro benessere ed il nostro sviluppo in modo va a modo suo, creando disagio. Cosa fare allora? Sdraiarsi sul lettino dell'analista è assolutamente relazionale. La pelle è dunque un sistema relazionale sempre la soluzione più gettonata, infatti che però deve fare i conti con tutti gli ele- i dati di ricerca confermano una notevole menti “tossici” con cui entra in contatto, richiesta di consulenze da parte di questo in primis gli agenti stressanti, di qualsiasi tipo di pazienti e un buon esito di riuscita in terapie medio lunghe. A chi invece natura essi siano. Le grandi compagnie di cosmesi ogni non va di spendere i suoi risparmi ed il anno spendono cifre importanti per cer- suo tempo per lo strizzacervelli potrebbe care molecole di ultima generazione che balenare l'idea di trasferirsi a New York proteggano e rigenerino la pelle delle si- e magari farsi un abbonamento al club delle carezze. • gnore così soggetta a invecchiamento.

ENGLISHVERSION>>>> Our epithelial tissue is formed by cells which move as escalators from deep inside us to the surface, and eventually die. It is our body’s system of contact, and it constantly transmits information to our brain. A few years ago in New York, a “cuddle up club” was opened: it was based on epithelial contact, where relationship between mother and child gets re-created, and it’s right in the city of individualism. It has in fact being demonstrated that infants’ nervous system develops much faster if they get 20 minutes daily massage done by one of the parents; contact and caresses are necessary for children to grow up, as much as for adults to keep stress away. It seems that epithelial contact improves production of oxytocin hormone, responsible for relaxation. It is now understood how our skin may regulate our well-being and physical development, but it also has to deal with toxic elements such as, for example, stress. Dermatologic and psychological disciplines study skin’s behaviour in relation to stress and emotionality. The very important term “somatization” was first introduced in the 20s, and stands for “mental factors that cause physical symptoms”. To give you an idea of how that works, let’s imagine someone who gets really angry: he’d flush (“flush of anger”). This is a very common physiological reaction to a strong emotion as rage is. Only afterwards, when cooled, skin’s colour gets back to normality. Provided what above, we could say that a somatizing patient could flush more frequently even without specific external causes; this happens when the sentiment of rage does not completely disappear but remains “encysted” in our mind, creating a frequent sense of uneasiness. So what, at this point? Going to a psychologist could help, but for those who don’t want to spend their time and money it could also be a very good idea to move over to NY and join the “Cuddle up” club.•

13.


Salviamo la pelle

Buttafuori bye bye. La gentilezza allunga la vita Una volta si chiamavano “buttafuori”. Lo stereotipo li rappresenta come grossi, con una giacca di due taglie più piccola, dotati di un eloquio poco forbito e facilmente inclini all’uso della violenza fisica, fedeli al motto “quando il gioco si fa duro, i duri entrano in campo” Testo di Daniel Meyer

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eh, scordatevi il passato, e lasciate a casa gli stereotipi: oggi, chi si occupa della sicurezza è un professionista selezionato, istruito, di specchiata moralità e addestrato a tutto fuorché all’uso della violenza. “Non chiamiamoli più buttafuori”, si intitolava un’iniziativa di un paio di anni fa; perchè oggi, come spiega Pierluigi Tarchi, Presidente della Secur&Secur, «la sicurezza adesso è intesa come un sistema di lavoro necessario». La Secur&Secur è un’ azienda privata di Firenze, leader nel settore della sicurezza, che oggi impiega 174 dipendenti; oltre alla sicurezza nei locali e durante eventi pubblici, si occupa anche di indagini private, ricerca di persone scomparse, indagini aziendali e altro ancora. Nel 2009 fu promulgato dal Ministero dell’Interno un pacchetto sicurezza; tra le sue disposizioni, una normativa aveva lo scopo di rego-

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lamentare la figura degli operatori privati nel campo della sicurezza: in questo modo, l’ ”addetto alla sicurezza” ha assunto un ruolo ben definito a norma di legge. Negli aeroporti, negli stadi, nei supermercati, nei negozi, in occasione di eventi pubblici, nei locali, oggi compare una nuova figura professionale, che affianca e integra il lavoro che prima era di appannaggio delle forze dell’ordine. «Un passo epocale in avanti» commenta Tarchi, che spiega come certe prassi fossero una consuetudine già all’estero. E il cambiamento in effetti è netto: quelli che una volta erano appunto conosciuti come “buttafuori” oggi devono passare attraverso un percorso di selezione e addestramento prima di poter esercitare quella che è una professione a tutti gli effetti. Il corso obbligatorio di formazione prevede oggi insegnamenti relativi all’area giuridica e allo studio di normative come quelle sulla sicurezza, sui comportamenti


dalla Secur&Secur: dalla sicurezza allo stadio di Siena ai concerti di Springsteen e Madonna, da eventi esterni di Pitti Immagine (come la sfilata di Stefano Ricci dentro agli Uffizi) al Motomondiale al Mugello, dal calcio storico ai Trl Awards di Mtv. E poi ci sono i locali, una trentina in tutta Toscana; a Firenze, per fare un esempio, Tenax, Yab e Otel. Il nuovo “addetto alla sicurezza” è però anche qualcosa di più. «Deve essere una figura di riferimento», spiega Tarchi, che con la sua organizzazione si è fatto promotore di iniziative rivolte contro l’abuso di alcol: gli addetti della Secur&Secur hanno infatti in dotazione un alcol-tester portatile, e si impegnano ad assistere i ragazzi che hanno palesemente “esagerato”, prestando loro soccorso, e dando loro consigli utili. Questo è utile sia in fase di prevenzione -per impedire che magari qualcuno faccia danni agli altri e ENGLISHVERSION>>>> a sé stesso nell’arco delForget the past and leave stereotypes behind: ofla serata- sia soprattutto ficers in charge of security today are no longer to anche all’uscita da un be called buttafuori (literally “those who kick you evento: magari a qualcuout”, an informal and very used word to indicate no viene sconsigliato di bouncers – ndt): in 2009 Italian Ministry of the mettersi alla guida imInterior regulated actions of privately held operamediatamente, a un altro tors in security field; this way, “bouncer” ‘s role has si offe un caffè, per qualbeen legally defined and is now a proper profession. cuno è necessario un taxi. Secur&Secur is a Florentine privately held company, leader in security and focused on providing seUn vero e proprio modo curity solutions at public venues and in bars/clubs, per “salvare la pelle” dei as well as on investigations of missing persons and ragazzi: alle volte basta more; Pierluigi Tarchi, its president, considers the un consiglio per allunga2009 regulations as a “great step forward”. re la vita. «E’ pochissimo Things have in fact been changing a lot: those rispetto a quello che poknown as “buttafuori” have now to go through tremmo fare, ma il fatto proper trainings and selections, there are compuldi farlo mi dà un senso sory exams about first aid and legal aspects of the di felicità» commenrole, as well as peculiar physical and mental reta Tarchi, con un filo di quirements. They also do psychology classes in order commozione nella voce, to be able to properly approach aggressive people come chiunque abbia and manage to establish a connection with them. una famiglia può ben caThis new generation of bouncers is something compire. pletely different, “They’re now a reference for peo«Siamo lì per accogliere, ple” explains Tarchi, they also have small alcohol non “contro” il cliente»: testers and assist those who have drank a little too questa è la filosofia di much by giving advice, calling a taxi or offering an espresso. Tarchi. Insomma, il buon “We’re here to house people, not against them” is vecchio buttafuori non Tarchi’s philosophy… eventually the old “buttaesiste più. Ma forse non fuori” does not exist anymore, and that’s very good era neanche tanto buonews. • no... Ed è meglio così. •

da tenere in caso di incendio e sul primo intervento sanitario. Sono poi necessari determinati requisiti fisici e psichici, e un controllo sui certificati penali e sui carichi pendenti dei candidati. Sono anche previsti insegnamenti di discipline psicologiche, per saper comunicare e trattare con le persone, anche quelle non esattamente lucide o tranquille; è importante saper stabilire un contatto con i clienti, instaurare un rapporto amichevole, essere un punto di riferimento. «La sicurezza deve essere in primis percepita dall’utente» spiega Tarchi, secondo cui «le persone devono poter vivere l’evento». Una volta che tutti i requisiti sono stati riconosciuti arriva l’autorizzazione del Prefetto, che fornisce un tesserino all’addetto della sicurezza, che quindi è identificabile e deve rispondere delle proprie azioni. Per dare un’idea della vastità e della capillarità di questo lavoro basta vedere quali sono stati alcuni degli incarichi svolti

«Siamo lì per accogliere, non “contro” il cliente»


dove vivo?

STA PER PIOVERE. FIGLI DEL MONDO E CITTADINI DI NESSUN LUOGO Devono tornare là da dove sono venuti. Ma dove non sono mai stati. Ė la paradossale storia di Said e suo fratello, protagonisti di Sta per piovere: fiorentini e algerini al tempo stesso, una con(trad)dizione contro cui il destino li porterà a sbattere Testo di Jacopo Aiazzi, infografica Ilaria Marchi

4.570.317 2004 “Numero stranieri legalmente soggiornanti in Italia”. >>>> Fonte: Istat


L

a pioggia non sceglie dove cadere e non fa distinzioni di razza quando bagna la pelle delle persone. Sta per piovere è una lente che aiuta ad approfondire la condizione degli stranieri di seconda generazione nati in Italia; figli del mondo e cittadini di nessun luogo. Il film è ambientato a Firenze e racconta la drammatica vicenda di Said, ragazzo algerino di 26 anni (interpretato dal fiorentinissimo Lorenzo Baglioni) e della sua famiglia che, a causa della perdita del lavoro da parte del padre, ricevono un decreto di espulsione. Il loro paese li scaccia, in quanto Said e suo fratello sono nati e cresciuti a Firenze e posseggono una marcata c aspirata come conferma. Lo smarrimento e il senso di ingiustizia portano rapidamente il giovane protagonista a dare vita ad una campagna di denuncia sotto l'emblematica frase, pronunciata durante una conferenza stampa, «tornare è un termine che non comprendo, perché io, in Algeria non ci sono mai stato». La pellicola è stata presentata in anteprima al Teatro Puccini di Firenze lo scorso 12 febbraio dal regista Haider Rashid insieme al celebre vignettista Sergio Staino, con la partecipazione di Patrizio Mecacci, segretario del Pd metropolitano di Firenze e Khalid Chaouki, responsabile Nuovi Italiani del Pd. Il film, inteso in senso tecnico stretto, non è veramente distinguibile da

un documentario, in quanto è più reale che verosimile. E' un problema di tutti i giorni, ma che spunta all'improvviso e colpisce inesorabile. Un bug di sistema che scaccia persone nate e da sempre vissute in questo paese, spedendole in posti spesso sconosciuti, in culture soltanto studiate sui libri o sentite dai racconti dei genitori. Haider Rashid, il regista, parla proprio di una «condizione di normalità», quella dello straniero di seconda generazione, e di un «diritto negato». Sta per piovere è una pellicola in parte autobiografica, in quanto, rivela lo stesso regista, è ispirata alla sua storia di fiorentino nato da padre iracheno fuggito dal suo paese d'origine per motivi politici. Senza soffermarsi troppo sulla iniziale apertura dell'evento, dalle sfumature di campagna elettorale dovute al fervido momento, e la chiusura a base di ribollita, bicchiere in plastica di vino rosso da tavola e raccolta fondi con scatola in cartone, la pellicola ha riscosso un evidente successo tra il pubblico che affollava la sala. Fuori dal teatro il diluvio, come a suggellare la serata a favore del regista e del suo staff, a discapito delle multietniche prostitute costrette a stringersi sotto ombrellini spaiati o, per le più fortunate, dentro ammaccate automobili in pieno orario lavorativo. Alla fine dei conti, la pioggia non fa distinzioni di razza, ceto sociale, professione, sesso, ed è forse una delle ultime cose veramente democratiche che ci sono rimaste. •

Un bug di sistema che scaccia persone nate e da sempre vissute in questo paese, spedendole in posti spesso sconosciuti

ENGLISHVERSION>>>> Sta per piovere (“It’s about to rain”, ndt) is a film about the story of Said, a 26 years old Algerian guy (his role played by the Florentine Lorenzo Baglioni) and his family who, due to the father having suddenly lost his job, are subjected to expulsion. Their homeland is expelling them, since Said and his brother were born and breed in Florence, proved by the typical Florentine aspirated C when they talk. This brings Said to immediately start a campaign and there’s an emblematic sentence he says during a conference: “going back is something I can’t understand, because me, I’ve never been to Algeria before”. The film was first presented and played at Puccini Theatre last 12th of February by his director Haider Rashid and famous cartoonist Sergio Staino, and supported by the Florentine PD party. It is more like a documentary describing our system bug for which people born in Italy may be subjected to expulsion to their family’s origin countries that they might not even have visited before. It is a partly autobiographic film since Haider Rashid himself is a second-generation Italian, his father having escaped from Iraq for political reasons. Outside Puccini Theatre it was heavily raining as to seal the success of the evening, and considering everything we may say that rain, falling everywhere and on everyone, is one of the last truly democratic things we’ve got left. • 17.


Pellicole

SHAME:

LA VERGOGNA DI METTERE A NUDO LE EMOZIONI

Shame si è rivelata una delle pellicole più incomprese e controverse della passata stagione. «Parla di come l’assoluta libertà può diventare una prigione», ha dichiarato il regista londinese Steve McQueen Testo a cura di Psymon

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hame significa vergogna, ovvero l’emozione che si prova dopo un’umiliazione e che governa nell’ombra la vita di Brandon, rendendolo schiavo di un circolo vizioso (ossessivo e compulsivo) che ha poco a che fare con la passione e il desiderio sessuale e molto con il bisogno e le esperienze basilari del Sé. Lui è giovane e bello, ha successo nel lavoro e con le donne. Può permettersi tutto ciò che vuole, a parte il nutrimento di un legame affettivo. Così cerca di placare la sua ansia (e il suo senso di vuoto e di solitudine) facendo abbuffate di sesso, anche se questo alimenta il suo processo di alienazione e di isolamento. Brandon vive a New York, ai piani alti di un grattacielo, in un ambiente asettico che rispecchia il suo mondo interiore. Sembra avere la situazione sotto controllo, almeno fino a quando nella sua vita non ripiomba sua sorella, problematica e fuori controllo. Sissy è l’unico legame che gli resta con la famiglia d’origine, e lui ne farebbe volentieri a meno. Vorrebbe liquidarla offrendole del denaro, ma lei ha bisogno d’altro. Ha bisogno d’amore e di contatto umano. «Non siamo brutte persone», gli ricorda Sissy. «E’ che veniamo da un brutto posto». Un brutto posto dove lei pensava spesso alla morte, come testimoniano i diversi tagli che solcano il suo avambraccio. Ma lui si sente intrappolato dalla sua presenza, con le spalle al muro. Ma l’aiuto che lei gli sta offrendo è proprio quello di non andarsene, di stargli vicino, concedendogli la possibilità di far entrare nella sua vita una qualche forma d’amore (per Erich Fromm la più importante: l’amore fraterno). Soltanto una collega di lavoro (Marianne) sembra riuscire a far breccia nel cuore di Brandon. Lui sente nascere dentro di sé il desiderio sessuale, quello vero, non il surrogato di un bisogno da soddisfare urgentemente. Assapora il piacere dell’attesa e si libera di tutto il materiale pornografico. L’inizio di una relazione sentimentale comporta sempre una certa dose di incertezza, e Brandon si prepara al primo incontro sessuale sniffando cocaina. Ma il coinvolgimento affettivo a volte può fare brutti scherzi… può rendere impotenti. Lei lo comprende e lo rassicura, lui però è ferito e la rifiuta, per sostituirla immediatamente con una escort e ritrovare così la sua poderosa virilità. Tornato a casa all’alba, dopo una devastante spirale di vita notturna

Lui è giovane e bello, ha successo nel lavoro e con le donne. Può permettersi tutto ciò che vuole, a parte il nutrimento di un legame affettivo

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sessuale, Brandon trova la sorella agonizzante nel bagno, con le vene tagliate. Il loro sangue si mescola, mentre lui cerca di salvarle la vita. Ci riesce, e si prende cura di lei. Dopodiché, sotto una pioggia purificatrice, si accascia a terra e scoppia in un pianto disperato. Finalmente riesce ad esprimere la vergogna, la vergogna di fronte a sé stesso. La scena finale chiude la circolarità del racconto. In metropolitana lui ritrova la preda che all’inizio del film si era lasciato scappare dopo un vano inseguimento, quella ragazza con cui aveva scambiato sguardi languidi. Lei sembra sempre disponibile, ed è come se lo invitasse a seguirla di nuovo. Cosa farà Brandon, questa volta? Il regista lascia allo spettatore il compito di farlo. Così condivido con voi il finale che mi sono immaginato… la vergogna basilare di fronte a sé stesso che Brandon ha finalmente manifestato, ha avuto un effetto terapeutico e lo ha spinto verso un automiglioramento della sua condizione esistenziale, per cui sceglie di non seguire la ragazza e di restare fermo al suo posto, un posto finalmente significativo nel mondo (accanto agli affetti, dove potrà prendersi cura della sorella e coltivare la relazione con Marianne)... un happy ending, insomma. Del resto, sono convinto che le cose possono cambiare anche nella vita reale, magari dopo un percorso psicoterapico. Vi saluto con un verso del poeta indiano Tagore: “E’ molto più dolce della libertà l’essere preso e stretto tra le sue braccia”. Love & Unity.•

E N G LI S H V E R S I O N > > > > Shame proved to be one of the most misunderstood and controversial films of the last season. «It's about how the absolute freedom can become a prison», said director Steve McQueen. Shame: the feeling that rules the life of Brandon. He is young and handsome, successful at work and with women; he can afford anything he wants, except for a real emotional bond. He tries to calm his anxiety, his sense of emptiness and loneliness by having lots of sex with many different partners, even if this feeds his process of alienation and isolation. At the beginning of the film it looks like he’s got everything under control, but then his problematic sister Sissy comes back into his life asking to stay with him for a while: she’s been through a very hard time and is in need of some brotherly love. Brandon is not eager to have her living with him, he feels trapped and tries to get rid of Sissy by offering her some money, but she refuses: she doesn’t need money, but affection. In the meantime Marianne (a colleague of Brandon) somehow manages to find her way into Brandon’s heart, and he develops for the first time different feelings. This situation makes him emotional and when he fi-

nally dates Marianne, on an attempt to have sex with her, he cannot maintain an erection. She tries to comfort him but he’s heavily distressed, and immediately finds an escort to reassure himself about his virility. Going back home at dawn he finds his sister bleeding to death in his bathroom (she had cut her wrists), he tries to save her life and manages to, she’s taken into hospital and he starts taking care of her. This episode leads him to an emotional break-up where he collapses and cries in the rain, finally releasing his shame for himself. Shame ‘s final scene is in a subway train where the same woman from the beginning of the film sits in front of Brandon and looks available; he keeps staring at her and the question is: what will he do at this stage? We are left in doubt, but I chose to believe that he decides not to follow that woman and to keep on taking care of his sister, as well as cultivating his relationship with Marianne. The shame in front of himself that Brandon has finally manifested had a therapeutic effect and pushed him toward a selfimprovement. I am convinced that things can change in real life, maybe even after a psychotherapeutic treatment. I chose a happy ending, what about you? •

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Messa a fuoco

FRA PELLE E PELLICOLA Isabella Pedicini racconta gli anni romani di Francesca Woodman, fotografa americana che in Italia troverà la sua maturazione artistica e la sua cifra stilistica, facendo del proprio corpo lo strumento della sua arte testo e foto di Sandro Bini www.deaphoto.it

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el 1977 una giovane studentessa d’arte americana, figlia d’arte, approda a Roma per un lungo soggiorno di studio; il suo nome è Francesca Woodman. La ricerca fotografica che conduce da qualche tempo fa del suo corpo e della sua pelle una superficie da esplorare tramite un’altra superficie sensibile, quella della pellicola in bianco e nero, che utilizza quasi unicamente per autoritrarsi. Isabella Pedicini, giovane scrittrice e critica d’arte, nel suo saggio Francesca Woodman. Gli anni romani fra pelle e pellicola (Contrasto 2012) ci racconta, dopo una accurata ricerca, con dovizia di documentazione e interessanti testimonianze, il soggiorno romano della Woodman quale momento cruciale della sua maturazione artistica. La giovane studentessa condivi-

nella sua elegante ricerca fotografica i riferimenti formali alla pittura e al genere del nudo si mescolano con quelli del surrealismo europeo e del modernismo americano .20

de con amici artisti e pittori uno spazio di lavoro nell’ex Pastificio Cerere, e in quel luogo suggestivo e abbandonato mette in scena, spesso in assoluta solitudine, le sue performance fotografiche accuratamente studiate e preparate con disegni e appunti su un taccuino. Protagonisti una macchina 6x6, una pellicola bianco e nero, l’ambiente vuoto e disadorno e il proprio corpo nudo. All’interno di questa scenografia inizia uno scontro fra sensibilità (quella della pelle e quella della pellicola) e un percorso di identificazione e fuga in cui dominano psicologicamente l’indeterminatezza e il mistero, la volontà di sottrarsi, di confondersi e quasi di mimetizzarsi con lo spazio circostante per sfuggire alla determinazione assoluta dello scatto. Nella sua elegante ricerca fotografica i riferimenti formali alla pittura e al genere del nudo si mescolano con quelli del surrealismo europeo e del modernismo americano, ma vengono messi in atto in maniera nuova e originale tramite l’autoscatto, con una operatività artistica vicina alle istanze della performance e della body art (anche se la sua rimane una fotografia formalmente ineccepibile, assai distante dalle seriali meccanicità e dal disinteresse formale tipico della fotografia concettuale). Pedicini, anche per dissipare una lettura troppo psicologica e autobiografica del lavoro della Woodman (determinata

ENGLISHVERSION>>>> In 1977 Francesca Woodman, a young American student, arrived in Rome for a long period of study. She’d been doing photographic studies of her body and skin, mainly using black and white technique, and her whole Roman experience can be found in the book “Francesca Woodman. Gli anni Romani fra pelle e pellicola” (edited by Contrasto 2012), by Isabella Pedicini. Francesca Woodman shared with other artists and painters a work space in an abandoned pasta factory, which became the striking background of her amazing pictures. There, in solitude, she posed naked for her own pictures creating this peculiar contrast in perceiving two different sensitivities: skin and film. She researched her own path through inner identification and escape (you can see how she disguises herself in some pictures) creating an elegant photography which has something of both European Surrealism and American Modernism. In her book, Isabella Pedicini also examines practical aspects of Woodman’s photography, such as iconography fonts, themes and cultural references, as well as some side material such as notebooks with little pictures stuck in and notes, true works of art; not to mention the aspects related to the mysterious alchemical processes of the darkroom (that Francesca personally supervised during whole nights of work) and where the two sensibilities magically fuse and take the form of an image.•

in gran parte dalla sua precoce e tragica scomparsa), indaga con rigore le fonti iconografiche, i temi e i riferimenti culturali orchestrati con grande consapevolezza registica dalla giovane fotografa, non trascurando gli aspetti anche materiali delle sue opere (i quaderni con le piccole foto appiccicate e gli interventi autografi con la scrittura) che né fanno dei veri e propri oggetti d’arte, ne tanto meno quelli alchemici legati ai misteriosi procedimenti della camera oscura (che Francesca cura personalmente durante intere nottate di lavoro) e in cui magicamente le due sensibilità trovano forma in immagine. •


l'abito

La Sartoria Storica Teatrale Fiorentina. Là dove l’abito fa il monaco Il costume di scena è tutt’uno con l’attore che lo indossa. Da più di 150 anni la Sartoria Storica Teatrale Fiorentina regala una seconda pelle agli interpreti del teatro, e fa sognare le platee di tutto il mondo Testo di Fiamma Goretti, foto di Paolo Lo Debole

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ntrare in un abito è come entrare in un'altra dimensione, e lo è anche varcare le porte della Sartoria Storica Teatrale Fiorentina di Massimo Poli, in Piazza Duomo al numero 2. Qui, il fascino della tradizione e della storia si mescola alle esigenze creative della contemporaneità, il tutto incorniciato da splendidi scorci sulla fiancata del Duomo di Firenze. Una delle più antiche sartorie d’Italia (la seconda più antica, probabilmente, poiché fondata nel 1860), oggi la

Sartoria veste e arricchisce spettacoli teatrali che spaziano dal Comunale di Firenze ad altri teatri toscani, differenziandosi per la ricercatezza e la qualità degli abiti, realizzati nella massima accuratezza storica e tecnica, che rendono i suoi costumi dei veri “pezzi unici”. Queste opere d’arte fatte su misura sono un’eredità storica per la città e per il teatro fiorentino, se non mondiale: abiti che spaziano dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta, a volte con origini misteriose o storie che sembrano leggende metropoli21.


tane, come quella degli abiti forse una volta appartenuti a Eleonora Duse. Altre volte l’anima degli abiti è certa: la Sartoria ha vestito per anni gli atleti del Calcio Storico Fiorentino, rendendola un’istituzione per la città. Indossare un abito è come cambiare pelle, personalità. Un costume può trasformarti in qualcuno di diverso, soprattutto nel teatro, dove l’”abito fa davvero il monaco”, per dirla con le parole di Massimo. Seconda pelle dell’attore (ma anche di ognuno di noi, se ci pensiamo), l’abito di scena nasce spesso assieme al suo indossatore, su cui è modellato, e in esso la storia dell’opera di riferimento si unisce all’intuizione, all’ingegno e alla manualità del costumista e del sarto. Susanna Guerrini, che lavora con Massimo e si occupa anche di regia, rivela l’importanza dell’indossare il proprio costume già durante le prove, per far sì che gli attori inizino a “sudarci” dentro, a viverli. Durante l’ideazione il costumista dovrebbe essere capace, secondo Susanna, di rimuovere il proprio occhio estetico a favore del senso dello spettacolo: l’opera di contrattazione tra regia, scenografia e costumi è essenziale alla buona riuscita di uno spettacolo. Per Massimo, l’apice del successo di un costumista consiste nel sentir dire a un attore che il costume che indossa lo fa sentire il personaggio che sta interpretando, come avvenuto con una cantante americana che gli disse che l’abito era scomodo, ma la faceva sentire Lady Macbeth, e non voleva cambiarlo. Un costume di scena “funzionerebbe” quando all’ingresso in silenzio di un attore in scena il pubblico fosse in grado di identificarne il personaggio: spesso ciò si ottiene attraverso la scelta attenta dei dettagli, come nel caso di una dama di elevato rango sociale che a seconda delle persone con cui interagiva si cam-

Per un artista il rapporto col costume è strettamente connesso al rapporto col proprio corpo

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ENGLISHVERSION>>>> The “Sartoria Storica Teatrale Fiorentina di Massimo Poli” is a historical costume-shop, founded in 1860, one of the oldest in Florence. They provide costumes for the Teatro Comunale di Firenze as well as for other theatres in Tuscany, creating unique pieces for plays. These tailor-made masterpieces have become a historical heritage of our Florentine theatre scene: some of them are said to belong to Eleonora Duse and some other have mysterious origins, then there are those made for the Calcio Storico Fiorentino players, for which the Sartoria has become an institution in Florence. A costume can turn you into someone different, and become the actor’s second skin: in fact it is usually created together with its model and it gets worn during rehearsals too; this way, the actor can start “living” in it and make it real part of the character. According to Massimo, a great costume designer should be able to create something which helps the actor “feeling” what he’s representing, and have the public identifying the character from it – that is possible with an accurate choice of many small details. Behind the realization of a costume there are long researches about both actor and character: the result is a fusion of peculiarities which get adjusted many times. What we wear, both on and off a stage, indicates who we are, but may also influence us. Our clothes can say much even though we do not mean them to, as they know very well at the Sartoria Storica Fiorentina.

biava i guanti, come a rimuovere una parte della propria identità per assumerne un’altra. Per un artista il rapporto col costume è strettamente connesso al rapporto col proprio corpo. Massimo racconta di un’attrice che, dopo aver pianto la prima volta che indossava un costume che ne metteva in risalto la fisicità prorompente, ricevette invece profusi complimenti dai colleghi e da allora decise di valorizzare le sue curve tramite abiti attillati. Un costumista si trova spesso a dover essere “psicologo” dell’attore e ad aggiustare l’abito alle sue caratteristiche comportamentali: c’è un vero studio del personaggio e dell’attore dietro alla realizzazione del costume, che passa attraverso l’osservazione della sua gestualità e può bilanciarne il carattere, come nel caso di un abito più sobrio per un’esuberante personalità al fine di mantenere un equilibrio tra gli attori nello spettacolo. Dunque, la seconda pelle di cui ci rivestiamo, sul palco e non, può comunicare chi siamo e modellarci in modi inaspettati; anzi, a volte può essere proprio lei a modellare noi, a nostra insaputa. È per questo che i messaggi che trasmettiamo attraverso gli abiti, a teatro e non, possono dire molto di noi, anche quando non ce l’immaginiamo: a riprova che la bellezza e la qualità di ogni “seconda pelle” sono fondamentali, come si può imparare nella Sartoria Storica Teatrale Fiorentina di Massimo Poli. •

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Ful in musica

OSCAR A “FANTASMA” COME MIGLIOR FILM DEL 2013… REGISTI I BAUSTELLE Il 29 gennaio è uscito “Fantasma”, il sesto album dei toscani Baustelle, una delle band italiane più amate. Un disco cupo e complesso… Un concept-album che ha come tema portante il Tempo, per giunta interamente orchestrale, pensato come fosse una colonna sonora. Un disco che, se fosse un film, avrebbe già vinto l’Oscar come miglior opera del 2013. Ne abbiamo parlato con il leader Francesco Bianconi, cercando di farci raccontare la genesi di questo “Fantasma” A cura di Tommaso Baroncelli

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antasma” è un concept album come non se ne facevano da tempo… Come mai una scelta del genere proprio in un momento in cui la forma stessa dell’album non sembra avere più appeal? «In effetti è stata una scelta un po’ anacronistica, ma era quello che ci sentivamo… Comunque non penso sia tanto in crisi la forma-album in sé, quanto la forma-album intesa come unico mezzo di diffusione musicale... Il mercato è così frammentato che c’è uno spazio per tutto. E poi, in un periodo catastrofico per la discografia come questo, in cui i dischi comunque non si vendono, abbiamo maggior libertà di rischiare

e di fare delle scelte altrimenti più difficili». “Fantasma” è un disco sul tempo, un tema da sempre a voi caro… Come mai questa attenzione? «Il tempo è un po’ il tema dei temi… Parlare del tempo è un po’ come parlare della vita e nelle nostre canzoni, sin dai tempi del “Sussidiario”, l’abbiamo sempre fatto. Stavolta lo sentivamo particolarmente caro come tema perché siamo in un una fase anagrafica – i 40 anni - in cui è inevitabile iniziare a fare dei bilanci, e farsi delle domande su cosa sarà di noi. Oltre a ciò viene più facile interrogarsi sul tempo in un momento storico di transizione come questo, in cui il futuro appare incerto. E tornando alle nostre


canzoni, se “Le Rane” era la nostalgia per il passato, ne “Il Futuro” si avverte proprio questa incertezza per il domani». La scelta di un album interamente orchestrale è stata un bel rischio, ciononostante ogni singola nota è funzionale al resto e non si ha mai l’effetto “scollamento”. Come avete raggiunto questo difficile equilibrio e quanto c’è la mano di Enrico Gabrielli? «La mano di Enrico si sente, perché insieme a me ha fatto tutti gli arrangiamenti del disco. Ė stato un lavoro lungo e faticoso, durato mesi di sedute. Se siamo riusciti a trovare l’equilibrio è perché i pezzi sono stati “pensati” per essere eseguiti con l’orchestra, e solo dopo abbiamo aggiunto gli strumenti di matrice più pop-rock. Viceversa, se avessimo costruito gli arrangiamenti in modo tradizionale e poi avessimo aggiunto l’orchestra, allora sì che forse l’orchestra sarebbe stata troppo ridondante». I vostri brani hanno avuto sempre rimandi e citazioni cinematografiche; “Fantasma” invece è una sorta di vera e propria colonna sonora tra Goblin e Morricone. Come mai? «In realtà è stato anche una sorta di gioco… Avevamo l’orchestra, tante canzoni e tanta musica ed al momento di fare la scaletta abbiamo pensato di rendere l’album una sorta di ipotetica colonna sonora con titoli di testa, intermezzo, titoli di coda e temi ricorrenti, proprio come nel cinema. In fondo è stato il modo per esplicitare il nostro amore per la settima arte…». “Fantasma” è un album denso e non immediato… Ciononostante, dopo pochi ascolti si “svela”e risulta assolutamente fruibile, un po’ come il Battiato de “La Voce Del Padrone”. Come si riesce ad essere intellettuali e pop allo stesso tempo? «Battiato è stato un maestro assoluto nel rendere popolarissime cose che tutti pensavano assolutamente non commerciali… Quello che ti posso dire però è che nessuno di noi crede molto nella distinzione tra musica “alta” e musica “bassa”; in fondo, con un po’ di pazienza e di attenzione, anche le cose che ci paiono più “altre” (e non “alte”) possono risultare alla fine estremamente fruibili…». Chi sono i “Fantasmi”? «I fantasmi sono tutte le cose che fanno paura. Il Fantasma peggiore però è l’essere umano». «Cerco il bene nell’orrore e l’eterno nell’età»: la fine dell’ultimo brano “Radioattività” può essere vista come chiave di lettura dell’intero album? «Assolutamente sì… E se la prendiamo come tale, allora significa che il disco non è così cupo come molti lo dipingono… In fondo è una dichiarazione di ricerca con tutti i mezzi della felicità. Non è facile, ma bisogna provarci…». “Quando inizia “Nessuno” (la prima traccia), torna subito alla mente “Storia Di Un Impiegato” del De Andrè più politico. In “Fantasma” quanto c’è di “politico” e quanto di Faber? «Di politico c’è tantissimo, ma nel senso etimologico del termine “polis”. Per quanto riguarda invece De Andrè, sicuramente è presente perché quando abbiamo pensato di fare un

ENGLISHVERSION>>>> “Fantasma” (“Ghost”, ndt), edited last January, is the sixth Baustelle’s album and has Time as main theme. It’s an entirely orchestral concept-album, and we talked about it with Francesco Bianconi trying to discover its genesis. “Fantasma” is kind of a unique orchestral concept-album… why this choice during these hard times?**** Actually it was a bit on an anachronistic decision, but this is what we felt like doing. During such a catastrophic period as this is albums don’t sell much anyway, and this gave us the input to make our risky choice. “Fantasma” is about Time, a theme you’ve always cared of. Why this special attention? Time is the Theme of Themes, it’s like talking about Life. We’re now in our forties so it’s unavoidable for us to start making a balance of our lives and ask ourselves a few questions. In a transition moment as this is Future is uncertain. Going back to our songs I can say that if “Le Rane” was about nostalgia for the past, in “Il Futuro” you can feel this uncertainty about the future. The choice of en entirely orchestral album was kind of risky, even though we do not feel any deviation effect. How did you manage to reach this difficult equilibrium and how much did Enrico Gabrielli helped for that? He helped a lot cause him and I did all the arrangements, it was long hard work. We reached an equilibrium because we created every tracks as they were to be played by the orchestra and only then added pop-rock sounds. It wouldn’t have worked the other way round. “Fantasma” is sort of a movie soundtrack in between Goblin’s and Morricone’s styles. Why? We had the orchestra, many songs and music and when we did the set list we decided to arrange the album as an hypothetic movie soundtrack with beginning titles, intermezzo and ending titles, like being at the cinema. It sounded like a funny game. We love cinema. “Fantasma” is not an album of immediate comprehension, it shows itself after a few hearings. How can you guys be intellectual and pop at the same time? We don’t believe in highbrow and lowbrow music, we think that with a bit of patience everything can be brought to everyone’s different level of comprehension Who are the Ghosts? Our Ghosts are our Fears. But the worst ghost is the human being. “Cerco il bene nell’orrore e l’eterno nell’età” (“I seek Good in horror and Eternity in age”, ndt) is the end of your song “Radioattività”, can it be considered as a proper interpretation of the whole album? Definitely, and that means that our album is not so gloomy as it seems, since it involves a research of happiness. The song “Nessuno” reminds of “Storia di un impiegato” by Fabrizio de André. How much politics and how much De André are in the album? Etimologically speaking, there’s a lot of politics (“Polis”). There’s a lot of Fabrizio De André too since when we decided to do a conceptalbum we listened to him a lot, trying not to get too affected by it though. In “Monumentale” song you quote Montale, who’s also recurring in the whole album “La Malavita” and in “Follonica”. Why this passion for him? Because I consider Montale as one of the major Poets ever, he inspires me. How did it feel playing at Teatro Comunale with a 40 elements orchestra? It was an amazing experience and we do hope to do it again.•

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concept lo abbiamo riascoltato, senza però lasciarci influenzare».“In “Monumentale” citi Montale, ricorrente in tutto l’album “La Malavita” ed anche in “Follonica”. Come mai questa attenzione verso di lui? «Perché lo considero fin dai tempi del liceo uno dei più grandi poeti di sempre… Ė una mia passione che ritorna in quello che scrivo». Come è stato suonare al Teatro Comunale con un’orchestra di 40 elementi ? «E’ stata un’esperienza bellissima ed emozionante che speriamo di ripetere. Anche perché non capita molto spesso…».•


uno straniero a firenze /\ un fiorentino all'estero

Lidia

Lidia, argentina di Buenos Aires, vive a Firenze dal 1980. Oggi, gestisce il Bar Argentina (per l’appunto...) assieme a suo figlio Dario. Ha seguito suo marito, italiano emigrato in Argentina; erano fidanzati quando lui decise di ritornare in Italia, e lei -dopo qualche titubanza, vista la sua giovane età- ha deciso di seguire il suo cuore e lo ha raggiunto per poi sposarlo. «Una storia molto romantica», racconta, ripensandoci. Cosa porteresti a Buenos Aires di Firenze? «Da qui porterei la grande cultura che avete, che è veramente una cosa meravigliosa; là manca: è tutto paesaggistico, tutte le cose belle sono naturali. Ti racconto un fatto: quando mio padre è venuto a trovarmi, si alzava la mattina e ogni sera quando tornava mi diceva: «Ma hai visto quella cosa lì? Hai visto quell’angolo là?»; lui in ogni angolo, in ogni strada, trovava una storia, trovava l’arte. Anche io quando vado in bicicletta mi fermo negli angoli a guardare: e ogni volta vedi mille dettagli, e mille cose meravigliose. Ogni giorno è una scoperta: credo che nemmeno voi ve ne accorgiate. Avete una fortuna... ormai però ce l’ho anche io». Cosa porteresti da Buenos Aires a Firenze? «In realtà qui c’è tutto adesso: purtroppo! Tu vai all’Esselunga, vai alla Coop, e c’è il dulce de leche, c’è il mate, c’è la yerba mate... adesso, veramente, c’è tutto! Se proprio devo pensarci su, mi manca il fatto che non si possa prendere il mate nei bar... mi manca la yerba mate di tutti i giorni».• Livia is from Buenos Aires, Argentina, and came over to Florence to follow her husband. They were engaged when he decided to move to Italy and she was not sure about that at the beginning, but then decided to follow her heart and marry him. Q: What would you bring from Florence to Buenos Aires? «I’d bring the huge culture you’ve got here. Argentina has amazing natural beauties, but it’s all about that. When my father came here to visit he used to tell me every evening “Have you been there? Have you seen that?” he found art in every street, every corner. That happens to me too when I walk around: every time I notice new details and thousands of beautiful things, and I think you guys don’t really realize what you have. You’re lucky, but now I am too». Q: And what would you bring from Buenos Aires to Florence? «Actually there’s everything here, unfortunately! I go to Esselunga, to Coop and I find dulce de leche, mate, yerba mate… everything. If I really think about that probably I miss not having mate in bars… I miss my everyday yerba mate».

Sara

Sara Sarini Giuliattini, nata a Firenze 31 anni fa, da sei anni espatriata a Parigi, da due e mezzo responsabile  delle relazioni pubbliche di un nuovo centro d’arte dedicato alla fotografia che si chiama LE BAL (www.le-bal. fr). E da sei anni il solito, regolare e puntuale dilemma quando arriva la Primavera: resto o torno ? Cosa c’è qui che manca a Firenze? «A Parigi ci sono 89 cinema = 431 sale, 162 teatri = 450 spettacoli alla settimana, 146 musei – tra municipali e privati (non sono riuscita a calcolare le mostre)- e 302 gallerie d’arte! Questo bazar culturale é concentrato su una superficie di 18km di lunghezza e 9,5km di larghezza, e crea una curiosità alla quale é difficile sottrarsi. Ė piacevole pensare che é impossibile tornare a casa, mettersi sul divano e guardare la tele. C'é sempre qualcosa di vivo da guardare o da ascoltare!». Cosa ho portato con me da Firenze? «Quando penso a Firenze penso alle colline e ai fiori… Mi manca alzare la testa e vedere le stelle, prendere la Vespa quando si affaccia il solicino di marzo e andare a Bivigliano a mangiare il panino alla Casa del prosciutto. Mi mancano le zingarate all'improvviso, i fuochi di San Giovanni, la rificolona e la sagra del tortello». Sara Sarini Giuliattini was born in Florence 31 years ago and has been living in Paris for 6. She is PR responsible for a brand new art centre dedicated to photography called LE BAL. Every spring she keeps asking herself “Should I stay or should I go back”? Q: What’s here that is missing in Florence? «In Paris there are 89 cinemas, 162 theatres, 146 museums, 302 art galleries… it’s simply not possible to go back home, sit down and watch TV. There’s always something going on». Q: What did you bring here from Florence? «When I think about Florence I think about hills and flowers… I miss looking up at the sky and seeing stars, riding my scooter when it’s sunny and going to Bivigliano for a panino at the Casa del Prosciutto. I miss San Giovanni fireworks, Rificolona and sagra del Tortello».•

Giugno-Luglio

vi consigliamo

7 Giugno Ful in swing

h.19.00. aperitivo con Ful a suon di Swing grazie al djset di Ghiaccioli e Branzini, all'interno di Secret Garden - Noi per Voi (7/8 giugno). Un mercatino segreto, nella preziosa cornice di Giardino Torrigiani. organizzato da Noi per Voi Onlus per aiutare i bambini dell'ospedale pediatrico Meyer www.secret-garden.it

22 Giugno

Bosconi fest 2013 Back to the roots

Electronic music Festival Teatro Romano di Fiesole. La musica elettronica italiana con tutte le sue contaminazioni internazionali sbarcherà per l’occasione in una delle location più suggestive e scenografiche della Toscana fino al

9 Giugno

Cindy Sherman: Early Works'

mostra di fotografia Gucci Museo - Palazzo Mercanzia, Piazza Signoria

20 giugno 21 luglio

dal al

PREZIOSA 2013

il gioiello contemporaneo al Museo Marino Marini.


Gli ho fatto le scarpe

Calogero, l'artigiano che ha fatto le scarpe ai vip

Nella sua biografia si legge che Giuseppe Tomasi di Lampedusa trascorse lunghi soggiorni nella grande casa di campagna a Santa Margherita di Belice, vicino ad Agrigento. Ma questa è un’altra storia e ci riguarda ben poco. Quello che invece ci interessa è che mentre il solitario intellettuale si dedicava alle sue opere, Calogero, di anni 6, obbediva alla mamma e si metteva «ad imparare un mestiere» Testo e foto di Teresa Tanini

«

Raddrizzavo i chiodini delle scarpe per il calzolaio sotto casa. C’era la guerra e anche i chiodini costavano troppo». A quindici anni Calogero aveva imparato un mestiere ed era perfettamente in grado di realizzare un paio di scarpe. A diciotto lasciava la «bella Trinacria» e, grazie all’aiuto di un compaesano, si trasferiva a Firenze. Era il 1953. Trovata una stanza in affitto «da una vecchia signora dietro Piazza della Libertà», Calogero comincia a lavorare presso una piccola bottega di un conoscente siciliano dove -oltre alle consuete riparazioni– si eseguivano creazioni su misura. Di lì a qualche tempo inizia una nuova collaborazione con un piccolo calzaturificio la cui produzione era interamente destinata al mercato statunitense. «Lavoravo tanto, ma guadagnavo tanto – fino a sessantamila lire al mese, che per quell’epoca l’era parecchio – il doppio di un im-


ENGLISHVERSION>>>> Giuseppe Tomasi di Lampedusa spent long stays in Santa Margherita di Belice, near Agrigento. While the solitary intellectual was devoting himself to his work, not far from there Calogero, aged 6, obeyed his mother and "learnt a trade". At the age of fifteen, Calogero was already able to handcraft a pair of shoes. Turned eighteen, he left Sicily and moved over to Florence, where he started working in a small shoemaking workshop. This happened in 1953. He found a room for rent «by an old lady behind Piazza della Libertà», and he began to work at a small shop of a Sicilian acquaintance where- besides the usual repairs- also new creations were realized. He then started cooperating with another small shoe factory: it was hard work, but very good salary for Calogero, who had in the meantime found a Florentine girlfriend, Lisetta. One day, nearby the green grocery of Lisetta’s family, in Via Dei Barbadori, he bumped into an old shoemaker; the two started talking about their craft, then the man said he wanted to sell his workshop… so Calogero took the chance and decided to buy it. This happened during the Sixties: with his own new activity Calogero specialized in tailor-made handcrafted shoes for the élite American students who were in Florence at the time – «I used to make every kind of shoes, but the most appreciated were the Capri sandals and classic ballerina shoes: simple, original and of great quality» says Calogero. This way, thanks to international word of mouth, Calogero and his shoe shop “Mannina” became famous all over the world: he got called “Maestro” over in Japan and was awarded a Fiorino D’Oro, the highest honor of merit bestowed upon a Florentine resident. Now Lisetta (who became Calogero’s wife) and their son Antonio run the shop in the exclusive Via Guicciardini, while Calogero still makes shoes in the old workshop in Via Dei Barbadori, helped by his assistant Giovanni.•

piegato», racconta Calogero sorridendo e miscelando vibranti “erre” siciliane ad espressioni tipicamente fiorentine. «Che l’è un affare lungo qui? Perché è tardi e tu devi andare a mangiare» queste le parole con cui un’inattesa signora Lisetta decide di farsi posto nell’intervista e nella nostra storia. «Negli anni Cinquanta la famiglia di Lisetta – prosegue Calogero - quando era ancora la

mia fidanzata, aveva un fruttivendolo in Via dei Barbadori. Un giorno passai di lì per andarla a trovare e vidi che poco distante c’era un vecchio calzolaio. Mi fermai e chiacchierando del mestiere, mi disse che voleva lasciare la sua bottega.. e nulla, gli ho chiesto quanto voleva e per duecentocinquantamila lire l’ho comprata!». Per dare impulso alla nuova attività, Calogero – dopo aver sposato Lisetta – ricominciò dapprima il vecchio lavoro di riparazione, per specializzarsi, poco a poco e sempre di più, nella creazione di scarpe su misura. Negli anni Sessanta, Firenze, oltre ad un turismo crescente, ospitò regolarmente un’elitaria compagine di studentesse americane. «Si facevano bellissimi stivali e scarpe di ogni tipo, ma i modelli che davvero facevano furore – e per cui il nome della mia bottega era di gran moda - erano i sandali tipo Capri e le ballerine: semplici, originali e di grande qualità». È fu così che, proprio grazie ad un passaparola internazionale, l’abilità artigianale di Calogero si afferma in mezzo mondo, tanto da ricevere in Giappone il titolo di “Maestro” e dal comune di Firenze il Fiorino d’Oro, riconoscimento per indicare «tutti coloro che, italiani o di altri paesi, in qualsiasi modo abbiano contribuito a dare lustro alla città o si siano distinti a livello internazionale per la loro opera»». Oggi Lisetta e il figlio Antonio si occupano della gestione del negozio nella prestigiosa Via Guicciardini, mentre Calogero si prende ancora oggi cura, con il suo assistente Giovanni, della vecchia bottega di Via dei Barbadori, tra pelli, lacci, attrezzi da lavoro e un’innumerevole quantità di forme da scarpe in legno, ognuna recante il nome del cliente. Prima che Lisetta gli intimasse nuovamente di andare a pranzo, alla domanda «ma le forme di tutti questi piedi famosi, le ha conservate tutte fin dall’inizio?», il Signor Calogero Mannina, nato nel 1935, di Santa Margherita di Belice, vicino di casa dell’autore de Il Gattopardo, cittadino onorario di Firenze, Maestro di creazioni su misura, artigiano che ha fatto le scarpe ai vip di cinque continenti, così ha risposto: «sie, e mi ci voleva Palazzo Pitti per tenerle tutte».•

A quindici anni Calogero aveva imparato un mestiere ed era perfettamente in grado di realizzare un paio di scarpe. A diciotto lasciava la «bella Trinacria» e, grazie all’aiuto di un compaesano, si trasferiva a Firenze. Era il 1953

MANNINA V. De' Barbadori 19r - Tel.+39055211060 V.Guicciardini 16r -Tel.+39055282895 info@manninafirenze.com


Respira che ti passa A cura di Alice Colombini ....colpo d’occhio ridotto incapace inadatto m’acceca il sole m’infuoca le ossa la mia pelle in tensione si screpola si spezza assenza pulsante che vibra incandescente. Porta spalancata sul vuoto. Niente. Giovanni Lindo Ferretti A come autorevolezza dell’essere, anima, anarchia, amarsi, B come barocchi pensieri, boati, burocrazia, C come consapevolezza, chiarezza, costanza, D come desiderio, dovere, delirio onnipotente, E come eufemismo, eutanasia, estate, F come fermarsi e frenesia, G come giro del mondo, guardare e grattarsi, H come ho, hai ed hanno, I come io sono Io, L come lentezza, lucidità e labbra, M come memorie, mani e meningi, N come noi, nuvole e nonni, O come ormai, oscuro e ostentare, P come PELLE. La mia pelle. La nostra pelle. Levigata, rugosa, rosea, morbida, secca, scura ma pur sempre pelle. La pelle è visibile a tutti indistintamente, rappresenta lo strato protettivo che ricopre il nostro corpo, disegna il tessuto di confine che delimita il nostro spazio interno e crea grazie al tatto un ponte tra noi e il mondo esterno. E’ l’organo del contatto e della relazione con gli altri e con noi stessi: la pelle attraverso i suoi disturbi comunica, è lo specchio di ciò che avviene dentro di noi e svolge un ruolo importante nell’espressione delle emozioni; attraverso un sintomo cutaneo, la pelle manifesta e scarica una possibile problematica. La pelle ha bisogno di essere accarezzata, nutrita, toccata con tenerezza e delicatezza. La stimolazione dolce dei numerosi recettori che la ricoprono, come nel massaggio, porta ad un rilassamento completo dell’organismo, ha un potere distensivo e allo stesso tempo sazia il nostro bisogno affettivo.Ogni pelle possiede e narra una storia: in

un’ottica psicosomatica, una pelle morbida potrebbe esprimere il desiderio di essere gentili senza la necessità di proteggersi, ma con la voglia che gli altri si avvicinino a noi.Una pelle rugosa può esprimere una ruvidezza nei rapporti con gli altri, o forse una rigidità, una pelle secca potrebbe esprimere solitudine o mancanza d’amore, mentre una pelle brufolosa tradurre il desiderio di non essere avvicinati o toccati... niente è lasciato al caso. Il corpo parla e comunica con noi inviando segnali al mondo, e proprio la pelle, per quanto strano possa sembrare, ci svela e mostra realtà importanti.Ascoltate il vostro corpo, osservate la vostra pelle che respira e che trasuda emozioni, le vostre emozioni, dà voce a ciò che è troppo profondo per essere visto o troppo nascosto per essere riconosciuto. Iniziate ad osservare la vostra pelle e la pelle degli altri, chissà magari osserverete qualcosa di nuovo sfuggitovi fino ad oggi... ENGLISHVERSION>>>> My skin Our skin Smooth, rough, soft, rosy, dry, dark… skin. It covers and protects our body, defines ourselves from the rest of the world and it’s visible to everyone – it’s our organ of contact between us and the others. It may reflect, through its diseases, something wrong that is happening inside us. When stimulated (through, for example, massage), thanks to its receptors it gives us a sense of complete relaxation and fulfils our need of affection. Every skin, from a psychosomatic point of view, has its own story: a rough skin may indicate rough relationships, dry skin may mean loneliness and pimply skin could reflect someone who doesn’t want to be approached nor touched… nothing’s left to chance. Feel your body, observe your own skin who breaths and oozes feelings, giving voice to something too deep to be seen or too hidden to be recognized. Start observing yours and other’s skin, you might find something new you hadn’t realized before.•

Alice Colombini psicologa. Psicoterapeuta in formazione presso la scuola di specializzazione Biosistemica, Presidente di Associazione Spontanea www.associazionespontanea.com associazionespontanea@gmail.com

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CasaledelMare Associazione Sportiva Dilettantistica

Concorso Ippico

Castiglioncello

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