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Marzo ii 2018

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EtCetera n° 9 | Marzo 2018

il giornalino degli studenti

L’editoriale del Caporedattore

di Filippo Vergani 4c

Non dimentichiamo le vittime di via Fani

“Una mattina di 40 anni fa il più grave attacco alla Repubblica. L’Italia rende omaggio a un grande leader politico, ai carabinieri Leonardi e Ricci e agli agenti di Polizia Iozzino, Rivera e Zizzi”, scrive il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni su Twitter. Il 16 marzo a Roma, in via Mario Fani, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha reso omaggio alle vittime dell’eccidio. Sono passati 40 anni dal rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro da parte di un commando terroristico delle Brigate Rosse, che uccise i cinque componenti della scorta. Eroi morti a difesa della Repubblica e della libertà, che dovrebbero essere presi ad esempio. Purtroppo non ci appare ancora facile comprendere le dinamiche degli anni di piombo e delle stragi di Stato: dovrebbe essere una priorità studiare a fondo le vicende di quel tempo. Moro e gli uomini della sua scorta rappresentano l’amore per la patria e il sacrificio per un’Italia libera e democratica: onoriamoli.

Il cinema italiano si premia I “postumi” del lontano 4 marzo “E così anche queste elezioni politiche sono passate. C’è chi dice che queste elezioni rappresentano un risultato storico, ma c’è chi dice invece che ...”

We are only humans “La depressione è un’ incrinatura dell’amore”, scrive David Solomon ne Il demone di mezzogiorno....

L’eleganza del riccio “...All’apparenza, Renèe Michelle incarna lo stereotipo della portinaia: una sciatta, svogliata, irritabile donna di mezza età...”

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Indice

n° 9 Marzo II 2018

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I “postumi” del lontano 4 marzo.......3 We are only humans......................................7 L’eleganza del riccio....................................13 Galileo Galilei primo astrologo.............15 David di Donatello........................................18 La festa degli uomini.............................21 Cercasi impaginatore! Per informazioni scrivere a etceteramajorana@gmail.com

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Politica 3

n° 9 Marzo II 2018

Clara Cassandro, 2a

I “postumi” del lontano 4 marzo E così anche queste elezioni politiche sono passate. C’è chi dice che queste elezioni rappresentano un risultato storico, ma c’è chi dice invece che sul fronte non c’è nulla di nuovo e che fra dieci anni nessuno si ricorderà di quello che è successo il 4 marzo del 2018 in Italia. Fatto sta che gli Italiani hanno votato con una buona affluenza alle urne, pari al 73% ed hanno espresso una loro scelta. Ora la logica vuole che si vada avanti, e per andare avanti non ci resta che immaginare quali possano essere i vari scenari futuri. Partiamo dai risultati: questi dicono che, come sempre in questi casi, esistono i vincitori ed i vinti. A voler essere pragmatici possiamo dire che, alla luce dei fatti, i vincitori di questa tornata elettorale sono due: il Movimento 5 Stelle e la Lega di Salvini, i primi per il valore assoluto del loro risultato (per i pentastellati si parla infatti di un successo storico, che equivale al 32% di preferenze a livello nazio-

nale) per i secondi, oltre a quel 18%, che rappresenta anch’esso un risultato di tutto rispetto per un partito che usciva un po’ malconcio dalle precedenti elezioni politiche, va fatto anche un discorso di innovazione all’interno di una coalizione, quella del centrodestra, che fino ad ora aveva sempre avuto in Forza Italia ed in Silvio Berlusconi il partito e l’uomo guida. Bene, tutto questo ora non c’è più, è roba vecchia. Di questa roba vecchia probabilmente faranno parte tutti gli sconfitti di queste elezioni politiche, a partire proprio da Forza Italia, che con un misero 14% dimostra di non essere più ormai definitivamente il primo partito di centrodestra. Sul carro degli sconfitti sale anche il Partito Democratico di Matteo Renzi: 19% di preferenze a livello nazionale dimostra che un po’ tutta la questione politica del primo partito di centro sinistra sta perdendo rapidamente (molto rapidamente) consensi.


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Secondo la mia opinione, il trend negativo sia del PD come anche di Forza Italia rappresenta, in un certo senso, l’espressione di quel sentimento di volontà di un cambiamento nell’elettorato italiano, poiché questi sono stati due partiti che hanno avuto svariate occasioni negli anni per fare, governare, esprimere le loro idee ed esporre le loro soluzioni a problemi dell’Italia e degli Italiani, ma probabilmente hanno esaurito il loro tempo. Sarebbe quasi necessario un periodo di “analisi interna”, per capire se sia il caso o no di continuare con le stesse modalità oppure fermarsi, magari ripartendo da zero. Anche liberi e uguali rientra tra gli sconfitti: diciamo la verità, un risultato che si assesta intorno al 3% dimostra che la sinistra più progressista non gode assolutamente di ottima salute, anzi, molto probabilmente si va a posizionare tra quei minimi storici in bilico tra l’esserci e il non esserci più. Cosa potrebbe succedere ora? Non serve certo un genio matematico per capire che nessuna delle parti politiche ha la maggioranza assoluta, né alla came-

ra, né al senato: per averla infatti ci sarebbero voluti 316 seggi alla camera dei deputati e 158 al senato. Al momento invece abbiamo le seguenti assegnazioni: alla camera circa 235 seggi per il Movimento 5 Stelle (ne mancherebbero quindi 81), 250 seggi per il centrodestra, ai quali ne mancherebbero invece 66, e più o meno 115 seggi per il centrosinistra ai quali ne mancherebbero troppi per poterli contare. Al senato il discorso non cambia, con 115 seggi per i Cinque Stelle (ne mancherebbero quindi 43), 134 per il centrodestra (in questo caso ne mancherebbero 24) e 51 seggi per il centrosinistra al quale ne mancherebbero tanti, tantissimi, un centinaio. Questi sono i dati, per cui bisognerà per forza trovare una soluzione che, neanche a dirlo, prenderà il nome di “alleanza”. Ma tra chi? Ed ora si fa dura. Per cominciare diciamo che non sarà possibile quel tanto temuto accordo “Renzusconi”, ossia quella alleanza da molti temuta tra il PD e Forza Italia, intesa come “unione tra moderati”. La possono comunque fare, ma non avrebbe senso, in quanto con circa 200 seggi totali alla camera e circa 100 al senato non


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raggiungerebbero comunque i numeri per la maggioranza assoluta: l’unione tra sconfitti sarebbe anch’essa una sconfitta, per cui accantoniamo questa ipotesi. Ne restano altre due, e con entrambe si avrebbero i numeri utili per la maggioranza, ma se la politica fosse solo fatta di numeri, basterebbe un computer per governare. Tutto questo per dire che sia un’alleanza tra Movimento 5 Stelle e PD sia un accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle rappresenterebbero teoricamente la soluzione a questo problema puramente matematico, ma nello stesso tempo aprirebbero un discorso infinito di problematiche a livello politico. Cominciamo dalla prima ipotesi, ossia quella che immagina i Cinque Stelle lavorare a fianco del partito democratico: è anche vero che, se i concetti politici hanno ancora un valore, potremmo dire che questo accordo sarà difficilmente possibile, in quanto più volte Matteo Renzi ha affermato in campagna elettorale, ma anche prima, che mai e poi mai avrebbe accettato una collaborazione con il partito di Beppe Grillo. Quindi diciamo che sarebbe surreale, nonostante le

già annunciate dimissioni del segretario, poiché il suo sostituto Maurizio Martina intende seguire la linea del predecessore. Naturalmente vi sarebbero poi anche tantissime altre motivazioni politiche che renderebbero ostica questa alleanza, come i numerosi punti divergenti nei programmi dei due schieramenti. Passiamo alla seconda ipotesi, quella che possiamo definire “di sentimento”, ossia la cooperazione tra il Movimento 5 Stelle e la Lega di Salvini: due partiti che si sono sicuramente scannati in fase di campagna elettorale, ma che nello stesso tempo rappresentano la cosiddetta “ondata populista” in Italia, che a questo punto rappresenta l’unica nazione tra le grandi d’Europa dove alla fine i partiti populisti ce l’hanno veramente fatta (cosa che, ad esempio, non è avvenuta in Francia o in Gran Bretagna). Appare chiaro che, tra le tre ipotesi prese in esame, quest’ultima rappresenta sicuramente quella più fattibile per certi versi, anche quella forse politicamente più sostenibile. Ma questa maledetta maggioranza assoluta serve veramente?


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La risposta naturalmente è sì. Il 23 di marzo infatti, quando i nuovi rappresentanti di camera e senato saranno chiamati ad eleggere i rispettivi presidenti, al senato sarà richiesta la maggioranza assoluta nei primi due scrutini per poter eleggere il presidente. Un po’ meno al terzo scrutinio, ossia la maggioranza assoluta tra i soli votanti, ma non è questo il punto. Alla camera addirittura è chiesta la maggioranza dei due terzi nel primo scrutinio: due terzi comprese le schede bianche nel secondo e terzo scrutinio e la maggioranza assoluta dal quarto in poi. Alla camera perciò non ne usciremmo proprio fuori, occorrerebbero assolutamente i numeri. Poi lo scoglio finale, ossia quando a fine mese il presidente della repubblica Mattarella, dopo le dovute consultazioni con tutti i partiti che avranno ottenuto dei posti in parlamento, affiderà il cosiddetto mandato ad un esponente che riterrà più idoneo per la scelta dei componenti del nuovo esecutivo. Naturalmente non sarà tutto così semplice e lineare, in quanto si potrebbe prospettare anche l’assegnazione di più incarichi “esplorativi”, anche a causa della situazione piuttosto com-

plicata sia dal punto di vista politico sia da quello strettamente numerico. Dando per assodato che si riesca nei tempi a formare il nuovo gruppo di governo e che questo, come vuole la prassi, presti giuramento davanti alla costituzione, il passo successivo sarà quello di ottenere la fiducia sia dalla camera dei deputati che dal senato, e la fiducia sarà sancita dalla maggioranza assoluta dei presenti, per cui ancora una volta i numeri ed i calcoli la faranno da padrone. Presto o tardi sapremo quello che succederà. Sono dell’idea che si debba sperare nella risoluzione più dignitosa possibile. Dignitosa, perché in questi anni si è saputo attendere, imparando un po’ anche a soffrire e ad adattarsi, a tenere duro sperando che prima o poi qualcosa possa cambiare.


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Sport 7

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Alessandro De Marchi , 4a

We are only humans

storie di basket e depressione “La depressione è un’ incrinatura dell’amore”, scrive David Solomon ne Il demone di mezzogiorno. Più si ama, più si teme di perdere l’oggetto del nostro amore. La paura ci rende umani, insieme al dolore, alla disperazione, alla tristezza. Accettarle come parti della nostra condizione umana, spesso, è il migliore antidoto per evitare che i sentimenti negativi prendano possesso di mente e corpo. Perché quando decidono di colpire, di ribaltare il tavolo, lo fanno all’improvviso. Impugnano le redini, stringono e ti lasciano senza fiato. A Kevin Love, stella NBA dei Cleveland Cavaliers, durante la partita dello scorso 5 novembre contro la squadra di Atlanta, è accaduto proprio questo. È facile oggigiorno confondere questioni serie con affermazioni banali da posta-

re sulla bacheca di un social network: “sono nel panico per la versione di latino”, “che ansia, voglio lo Xanax” “piove da una settimana, che depressione”. Sono espressioni che ci è sicuramente capitato di leggere spesso, espressioni che a volte diventano anche un modo per mettersi in mostra. Solo quando ti capita davvero capisci che certe parole non vano prese alla leggera. Nei momenti che precedono un attacco di panico, ha spiegato Kevin Love nel suo intenso articolo pubblicato su “The Players’ Tribune”, ti accorgi che qualcosa è “off”, che non stai bene. Segnali premonitori, come le scosse che precedono un terremoto. Hai il respiro pesante, la vista annebbiata, un ronzio nelle orecchie. Un atleta professionista è abituato a convivere con il dolore, quello fisico e superficiale; stringe i


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denti e non ci fa caso. Di colpo arriva il crollo. Nel caso di Love durante il time-out, con le parole di coach Lue ridotte ad un brusio di sottofondo. “L’aria entra nei polmoni, ma ti sembra che un coperchio ti occluda la gola. Il cuore rimbalza nel petto, ma tu non avverti i battiti. C’è qualcun altro al volante del tuo corpo, l’unica libertà che ti resta è un pensiero: come scappare dalla morte imminente?” Kevin Love prova letteralmente a scappare, si rifugia negli spogliatoi, ma perde la strada tra i corridoi e non trova la forza per chiedere aiuto. Alla fine si affida alla reazione più naturale che riesce a ricordare: si sdraia a terra ed attende, immobile. In questo stato lo trovano i membri dello staff, che lo soccorrono e lo portano in ospedale. Allora forse adesso ci è chiaro il perché dell’ultima immagine che abbiamo delle finali NBA del 2016, quando LeBron James corse ad abbracciare proprio Kevin Love, prima di tutti gli altri, quando la sire-

na di gara 7 sancì il trionfo dei Cavaliers: quel Kevin Love che il Re James ha sempre trattato con il grande rispetto che si addice ad un fidato Alfiere, e di cui forse, grazie alla mentalità da leader che caratterizza LeBron, aveva intuito le debolezze, le incrinature che nessuna toppa riesce a coprire. La depressione, per definizione, è una malattia incomunicabile perché ti mostra una realtà distorta, differente da quella altrui. La si riesce a descrivere solo attraverso metafore: “un abisso che ti richiama a sé”, “una sensazione di cadere”, “un grosso cane nero che ti segue ovunque tu vada”, “un parassita avvinghiato ad un albero, che succhia la linfa e tiene in piedi la corteccia”. Parlarne significa ammettere le proprie insicurezze, dare un corpo ed un nome ai propri fantasmi. Per questo motivo associare certe idee al mondo dello sport sembra paradossale. Amiamo lo sport perché la sfida, l’agonismo, il desiderio di trionfare, stuzzicano i nostri istinti primitivi,


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perché nello sport ritroviamo forse dissimulata una battaglia che elegge il più forte. La cultura sportiva è disseminata di dettagli che rimandano a questo, a partire da come si insegna lo sport ai bambini. Non bisogna certo pensare a ferrei riti di passaggio alla maniera spartana, basta immaginare un genitore che urla dagli spalti, un allenatore in piedi davanti alla panchina, le maniche arrotolate fino ai gomiti. Ti insegnano a non piangere, ad imparare ad incassare i colpi, a stringere i denti ed ad andare avanti, vogliono forgiare dei campioni, non certo delle inutili femminucce, dei fallimenti. Ti dicono di non lasciarti provocare, di reagire sul campo, di non mostrare alcuna debolezza perché l’avversario ne saprà approfittare. Questi messaggi che potrebbero essere certamente utili diventano invece messaggi negativi, per lo più divieti, se non lasciano spazio all’amore, alla comprensione. Siamo abituati a vedere le star dello sport come supere-

roi, eppure il messaggio che ci stanno mandando va proprio nella direzione opposta. Per Kevin Love l’attacco di panico è stato un fulmine a ciel sereno. Prima di allora non si era mai confrontato con quei problemi che sedimentavano nel fondo della sua mente, non pensava nemmeno di aver bisogno di questo confronto. Anche lui è stato cresciuto con quegli ideali virili, e se vuoi farti strada nel mondo della pallacanestro americana la trafila High school, poi college e infine NBA, diventa quasi una questione di selezione naturale, basta un secondo di debolezza e gli altri ti fanno a pezzi e ti rimandano a casa pieno di belle speranze deluse. Quando arrivi nel cielo delle stelle dello sport, quando ce la fai, ti senti indistruttibile; in realtà non lo sei, nessuno lo è. “Everyone is going through something”. Love ha deciso di intitolare così il suo racconto, con una delle più importanti verità che ha appreso in questi difficili mesi. A Kevin è ba-


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stato accettare la sua fragilità e raccogliere il coraggio a due mani per chiedere aiuto. Da quel 5 novembre Love non ha più avuto attacchi di panico ma ha iniziato un percorso che, con l’aiuto di amici e terapisti, si spera lo porterà fuori da questo lungo tunnel. La sua storia non solo ha rappresentato la sua esigenza di mettere in ordine le idee, ma ha anche avuto la missione di invitare gli altri a seguire il suo esempio e ad aprirsi.

poche ma significative parole, per liberarsi, per mostrarsi, per aprirsi in tutta la sua fragilità. “This depression gets the best of me”. Famoso, ricco, senza apparenti mancanze o necessità che non possa soddisfare in un batter d’occhio, nel tweet di DeMar si percepisce quel disagio che mai avremmo pensato di poter associare ad una star sportiva, per giunta nella sua migliore stagione NBA e nella miglior stagione dei suoi Raptors, primi ad Est.

E questo invito è stato accolto da DeMarDerozan, star dei Toronto Raptors. Siamo a Los Angeles e si sta giocando l’All-star Game. Si tratta forse del primo momento dall’inizio della stagione in cui i giocatori possono rilassarsi. Niente voli per qualche giorno, niente schemi, niente pressioni. È un weekend di festa e, se sei un delle stelle in gara, questa festa è doppia. Nel più insospettabile dei contesti però DeMar prende lo smartphone tra le mani, ci pensa un po’ e alla fine digita

Nei giorni successivi DeMar si apre, si sfoga, lascia andare parte di quel magone con cui lotta da troppo tempo, e lo fa con grande sincerità: “È una di quelle cose in cui non conta quanto indistruttibili possiamo apparire, siamo semplicemente uomini a fine giornata. Proviamo tutti queste sensazioni. A volte le reggo, altre volte prendono il meglio di me, come se avessi il mondo addosso. Se non mi conoscete, io sono un tipo tranquillo. Amo essere riservato in un certo sen-


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so, nel mio spazio personale, capace di affrontare da solo qualsiasi cosa la vita mi ponga davanti. Ho avuto spesso notti difficili, sono così da quando sono piccolo, ma penso che è esattamente da lì che mi porto i demoni dentro. È un vero problema, ma siamo umani, tutto qui. Ecco perché guardo ogni persona che incontro allo stesso modo. Non mi interessa chi sei, puoi essere la persona più insignificante che trovo per strada o la migliore del mondo, io tratterò tutti con rispetto. Lo faccio perché mia mamma mi ha sempre detto di non prendermi gioco di nessuno perché non si può mai sapere cosa ha passato quella persona. E sin da quando ero bambino, non lo ho fatto. Non mi interessa il loro lavoro, la loro razza, i loro gusti, niente. Tratto tutti allo stesso modo, non puoi sapere cosa ci sia dietro, devi rispettare e basta. Non ho mai bevuto un drink in vita mia perché sono cresciuto vedendo tante persone affogare per tutta la vita in un bicchiere i problemi

che stavano avendo. Non è nulla contro cui sto combattendo o di cui mi vergogno. Alla mia età ho capito che ci passano in tanti. Forse vi era un modo diverso per affrontare pubblicamente tutto ciò, ma ho ricevuto messaggi molto belli da più parti. Oggi, alla mia età, mi rendo conto di quante persone stiano attraversando le mie stesse difficoltà”. DeMar ha inoltre raccontato che la mamma gli ha anche insegnato che al mondo non esistono supereroi. Forse è questa la lezione che dovremmo imparare anche noi, abituati a vedere i nostri beniamini come supereroi, abituati ad osservarli fare canestro, con i riflettori puntati addosso, senza vedere quella fiamma che lentamente li sta bruciando dall’interno. E probabilmente anche la stessa lega era abituata a considerare i suoi talenti come supereroi poiché soltanto dopo le parole di Love, di Derozan e di tanti altri ha deciso di investi-


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re in un programma per dare supporto mentale ai giocatori. La scintilla di questi discorsi, di questi racconti, di queste esperienze ha acceso un fuoco nell’opinione pubblica, un fuoco che ha minato le sicurezze degli spettatori, che ha mostrato la fragilità di coloro che consideravamo insospettabili, invincibili, distanti dai problemi di tutti giorni, i problemi di “noi comuni mortali”. Eppure perché questo fuoco non si spenga è necessario continuare a riattizzarlo. Ogni anno assistiamo a celebrità di ogni settore che si tolgono la vita. Persone che in pochi conoscono ma che in molti amano: Robin Williams, qualche anno fa, oppure Chester Brennington più recentemente. “Il loro gesto non andrà dimenticato” questa la formula che ipocritamente sciorinano i media ad ogni occasione, ma alla fine si preferisce obbedire al nostro istinto di sopravvivenza e si finisce per dimenticare.

Vedere gli altri morire, da una distanza di sicurezza, ci ricorda che siamo vivi. Addentrarci nella sofferenza degli altri, al contrario, pare farci sprofondare anche nella nostra. Sembra triste da scrivere, da leggere e da dire, ma è così. Perché le cose cambino è necessario ascoltare gli appelli di Kevin Love e di DeMar Derozan, guardarsi dentro e trovare il coraggio di chiedere aiuto. I supereroi non esistono, ci sono solo uomini, e soltanto noi, uomini, possiamo salvarci dai demoni che si insinuano nelle nostre crepe. Per farcelo capire persino gli eroi dell’NBA si stanno togliendo il mantello dalle spalle. “I’m not a superman, i’m only a human, after all”.


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Letteratura 13

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Costanza Armieri , 1A

L’eleganza del riccio Muriel Barbery è una scrittrice francese. Nata in Marocco nella seconda metà del Novecento, è stata allieva dell’École Normale Supérieure, e, successivamente docente di filosofia. Esordisce con il romanzo Estasi culinarie, uscito in Francia nel 2000 e arrivato in Italia solo nel 2008. Il suo secondo romanzo, L’eleganza del riccio, è stato il caso del 2007 in Francia: con centinaia di migliaia di copie vendute ha vinto il Premio dei Librai assegnato dalle librerie. Civico numero sette, Rue de Grenelle, Parigi. All’apparenza, Renèe Michelle incarna lo stereotipo della portinaia: una sciatta, svogliata, irritabile donna di mezza età, perennemente affacciata alla finestra della sua guardiola a osservare con occhi miopi la piccola borghesia parigina nel suo andirivieni quotidiano, nel vialetto di un ricco palazzo del centro. E se Renèe, invece, avesse un gatto di nome Lev, stesso nome di Tolstoj, qualcosa si incrinerebbe nel nostro preconcetto di “portinaia-tipo”? E se questa donna

s’interessasse alla fenomenologia di Jean Paul Sartre, leggesse Karl Marx, s’incantasse davanti al film Morte a Venezia e fosse un’appassionata della cultura giapponese e delle pellicole di Yasujiro Ozu, incarnerebbe ancora lo stereotipo della portinaia? Renèe viene da una famiglia povera e ignorante, eppure ama la filosofia, l’arte e la musica. Perché ha passato la sua esistenza vivendo da “clandestina”, come si definisce lei stessa? Perché preferisce sembrare una portinaia teledipendente, insignificante, disinteressata alla vita anziché rivelare la sua personalità, colta e profonda? Civico numero sette, Rue de Grenelle, Parigi. All’apparenza, Paloma Josse sembra una ragazzina qualunque: con i suoi gilet rosa e i suoi grandi occhiali passerebbe assolutamente inosservata in qualsiasi luogo. Paloma è figlia di un influente, superficiale e ottuso politico e di una madre che passa le sue giornate nei salotti e nelle boutique all’ultima moda.


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Letteratura

Questa timida ragazzina è in realtà fin troppo sveglia: è un piccolo “giudice dell’Umanità”, come viene definita nel romanzo, racchiuso nel corpo di una minuta dodicenne. Paloma è stanca di vivere nella condizione borghese e perbenista in cui è sempre stata immersa. Paloma decide di suicidarsi il giorno del suo compleanno e fino a quel momento, far finta di essere una ragazzina inconsistente come tutte le altre. Civico numero sette, Rue de Grenelle, Parigi. All’apparenza, Kakuro Ozu sembra soltanto un tranquillo, riservato, anziano signore giapponese che si trasferisce in una ricca palazzina nel centro di una grande metropoli. Tuttavia, Kakuro è un grande osservatore e s’interessa subito alla strana e non comune portinaia del palazzo e alla dodicenne apparentemente innocente e ingenua che abita al piano sopra il suo. Kakuro riuscirà a smascherare Renèe e Paloma, anime inconsapevolmente gemelle? Ne L’eleganza del riccio, Muriel Barbery intreccia con grande abilità tre vite di tre personaggi apparentemente diversi ma sor-

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prendentemente simili, accomunati dalla passione per la cultura giapponese e quella del the e dall’indifferenza verso la società consumistica in cui viviamo. Il romanzo è diviso in cinque parti per un totale di ventitré capitoli; a ogni capitolo scritto dal punto di vista di Renèe, segue quello dal punto di vista di Paloma. L’autrice usa una scrittura ricca ma fluida, lenta ma sfrontata: attraverso i pensieri critici di Renèe e in parte di Paloma, ci mostra una società effimera, basata sull’immagine, l’apparenza; una società ipocrita e falsamente idealista, una società che insegue le mode, fatta di finti intellettuali e filosofi fasulli. Per salvarci, tuttavia, ci rimangono l’arte e la bellezza, immortali e destinate a durare per sempre: “Nei giorni in cui tutte le credenze romantiche, politiche, intellettuali e metafisiche e morali che anni di istruzione ed educazione hanno tentato di imprimere in noi crollano sull’altare della nostra natura profonda, la società, territorio attraversato da grandi onde gerarchiche, affonda nel nulla del Senso. In quei giorni avete disperatamente bisogno d’Arte.” (Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, Edizioni e/o, pagina 91)


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Giuseppe Merante , 4I

Galileo Galilei primo astrologo: faceva oroscopi? Chi ha sentito parlare di Galileo Galilei, fisico, matematico e filosofo italiano, considerato il padre della scienza moderna? Probabilmente tutti… eppure spesso non viene considerato un aspetto curioso della sua personalità: si legge e si crede che il grande scienziato pisano sia stato anche un attivo e fervente astrologo. Probabilmente sono gli stessi astrologi che tendono a sottolineare questa sua attività per avere un “collega” particolarmente significativo che avvalori il loro mestiere. In realtà quella di tracciare oroscopi per Galileo è stata un’attività veramente marginale ed in certo senso “obbligatoria”. Egli riceve l’incarico istituzionale di lettore di matematica all’Università di Padova, che tradi-

zionalmente comporta anche l’insegnamento agli studenti di medicina dei rudimenti per fare gli oroscopi ai loro pazienti. Bisogna ricordare che ci troviamo tra il 1500 e il 1600 e la scienza di Ippocrate non è proprio come quella di oggi… Galileo ha in Toscana una formazione matematica, meccanica e ingegneristica, del tutto estranea all’astrologia che molto probabilmente è costretto ad imparare solo a Padova. D’altra parte però, alla fine del Rinascimento, la figura del “matematico” si confonde spesso con quella dell’astrologo, che a sua volta è legata alla scienza dell’osservazione delle stelle. Quest’ultima si sarebbe evoluta in astronomia proprio grazie al contributo decisivo dato dal-


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Scienza 16

lo scienziato pisano attraverso le sue scoperte con il telescopio. Va tuttavia considerato che Galileo affronta per quasi tutta la vita grossi problemi finanziari e non ci si deve stupire se nel periodo padovano abbia ricevuto da alcuni suoi allievi compensi in denaro per oroscopi fatti su commissione. Alla Biblioteca Nazionale di Firenze si conservano inoltre delle “carte natali”, calcoli astronomici ed oroscopi fatti per puro gioco che Galileo decise di conservare e riguardanti sé stesso, le figlie e l’amico Giovanfrancesco Sagredo (uno dei protagonisti del Dialogo sopra i Massimi Sistemi). Ma soprattutto Galileo utilizza l’astrologia a scopo politico quando i potenti lo gradivano o lo volevano: calcolò, ad esempio, l’oroscopo del granduca di Toscana Ferdinando I su richiesta della moglie. Sembra che fosse molto favorevole… peccato che il nobile signore morì due settimane dopo! La stessa dedica del Sidereus Nuncius al grandu-

ca Cosimo II contiene alcuni riferimenti astrologici. Questi

gli

unici

fatti.

Né d’altra parte Galileo si esprime apertamente e pubblicamente riguardo all’astrologia. Sappiamo però che nel 1630 scrive a Tommaso Campanella dicendo di non crederci. Molto più vero è il fatto che le osservazioni astronomiche strumentali di Galileo misero in crisi non solo la filosofia del grande Aristotele ma anche l’astrologia: la nuova scienza astronomica cancellò infatti la distinzione tra un cielo sacro e una Terra, centro dell’Universo, ma anche teatro di tutti i mali. Non dimentichiamo poi che dire che la Terra è un corpo celeste come tutti gli altri significa anche smentire la possibilità che gli astri siano perfetti e che l’uomo si trovi al centro del Mondo. Abbiamo detto che non vi erano praticamente differenze fra astrologia e astronomia, tant’è che tutti gli astronomi calcolavano quali pianeti e stelle emergessero sull’orizzonte al momento


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Scienza

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di una nascita e ne ricavavano l’influenza astrale sul neonato. Anche Keplero, tanto per non fare nomi, compilava oroscopi. E ovviamente non è che la cosa fosse, per così dire, gradita al Papa e ai cardinali. Non a caso, l’accusa di compilare oroscopi a pagamento è contenuta nella prima delle denunce a carico di Galileo al tribunale del Sant’Uffizio: quella sporta il 21 aprile 1604 da Silvestro Pagnoni, ispirato molto probabilmente secondo il gossip dell’epoca dalla stessa mamma di Galileo, dove si legge anche che Galileo non andava a messa, leggeva libri discutibili e “giaceva con un’amante”. Ma come fa la Chiesa a essere conciliante con chi era dedito per sua stessa natura a convincere le persone che il loro destino dipendesse non da Dio ma da pianeti e stelle? Un’eresia bella e buona, appunto, dalla quale Galilei furbescamente, si sottrasse dicendo che negli oroscopi non ci crede né ci ha mai creduto. Frase

che torna utile nel momento in cui, a Roma, il suo nome viene sussurrato come ispiratore di un oroscopo che dava per imminente la morte del Papa: una vicenda che finisce con Urbano VIII vivo e vegeto, e con un processo a un gruppo di astrologi che venne effettuato guarda caso in concomitanza con il soggiorno romano di Galileo del maggio 1630. Non solo: la formale distanza presa dall’astrologia è stata letta da alcuni biografi anche come una difesa della sua scoperta delle lune medicee (gli attuali satelliti di Giove) e soprattutto perché c’è chi inizia a marcarlo stretto per sapere se e quanto la presenza di questi nuovi corpi celesti possa modificare il quadro delle interferenze astrali.


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Cinema 18

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Alessandro De Marchi , 4a

David di Donatello:

Il cinema italiano che si premia Nella serata del 21 marzo 2018, all’auditorium degli Studi de Paolis di Roma, è andata in onda la sessantaduesima edizione dei David di Donatello, i cosiddetti “Oscar italiani”, condotta per la prima volta da Carlo Conti. Protagonisti della serata sono stati Steven Spielberg, le donne e il loro comune dissenso e la città di Napoli, la cui essenza è emersa nei diversi film premiati. Film come “ammore e malavita” premiato con 5 David, fra cui quello per il miglior film, “Napoli velata” e “gatta cenerentola” premiati con 2 David ciascuno e “la tenerezza con uno” sono infatti tutte produzioni partenopee. Con la celebre frase di Louis-Jean Lumiere, “il cinema è un invenzione senza futuro” e con le parole al femminile di Paola Cortellesi si è aperta la serata, tornata nuovamente sulla rai dopo la breve parentesi Sky.

Che la serata sarebbe stata al femminile lo si poteva già intuire dalla mattinata al Quirinale, quando gli interpreti dei film in concorso hanno incontrato il Capo dello Stato Mattarella, e durante tutto lo show non sono certo mancati omaggi e tributi, come quello di Luca Zingaretti, che ha affermato come le donne siano sempre protagoniste o quello ben più sentito e fiero di Jasmine Trinca. L’Attrice, premiata con il David per la sua interpretazione in “Fortunata” di Sergio Castellitto ha infatti dedicato il premio alla madre ringraziandola di averle insegnato “ il femminile non stereotipato”. Durante la serata sono state inoltre riservate standing ovation “al femminile” a due grandissime star del cinema italiano e internazionale, Stefania Sandrelli e Diane Keaton, entrambe premiate con un David Speciale alla carriera. La Keaton in particolare, estrosa


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come al solito, non ha mancato di ricordare Woody Allen che le regalò con “io e Annie” il ruolo “senza cui non sarei qui con voi oggi”. Si tratta di una menzione controversa, dati gli scandali per molestie sessuali che hanno investito il regista newyorkese, ma che è passata senza particolari effetti. Per quanto riguarda i premi, i membri dell’Accademia sono stati particolarmente bravi ed equilibrati nel distribuire i riconoscimenti, destinando numerosi premi non solo al favoritissimo “amore e malavita” ma anche ad altre opere di miglior valore come ad esempio “a ciambra” di Jonas Carpignano, vincitore del premio per la miglior regia e per il miglior montaggio. A trionfare tuttavia, come già si è detto, è stata la città di Napoli che ha visto la sua energia premiata nell’animazione di “Gatta cenerentola”, nel noir “Napoli velata” di Ferzan Ozpetek, e ne “la tenerezza” di Gianni Amelio, per il quale un commosso Renato Carpentieri ha ricevuto un meritatissimo David quale miglior attore protagonista a 72 anni. È stato però l’arrivo di Steven

Spielberg a trasformare la serata in un momento magico, pieno di emozioni e ricordi e vicino alle kermesse statunitensi. Accompagnato dalla colonna sonora di Indiana Jones e da una standing ovation, il cineasta di Cincinnati ha profuso parole di profonda stima ed autentica emozione verso il cinema italiano, “quel cinema che mi ha fatto sognare e mi ha formato”. Spielberg ha naturalmente citato i grandi maestri italiani tra cui l’immenso Federico Fellini che “mi venne a trovare in hotel nel 1971. Era venuto per congratularsi con me. mi ha fatto girare Roma e ho avuto la fortuna di vedere la città eterna per la prima volta proprio attraverso gli occhi di Fellini. Pensavo di sognare, ma era tutto vero.” Spielberg ha ricevuto il David di Donatello alla carriera per mano di Monica Bellucci e ha a sua volta premiato Donato Carrisi come miglior regista esordiente. Durante il suo monologo Spielberg non ha inoltre mancato di dichiararsi “eterno sognatore” e di ribadire ai giovani che vo-


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gliono sognare attraverso il cinema di non farsi dissuadere dall’esterno ma di ascoltare e seguire la propria voce interiore. Ultimamente si sente dire di tutto sul cinema italiano, un’accozzaglia di luoghi comuni che va dal “non ci sono più i maestri di una volta” a “la crisi ha ucciso gli autori”. Nel bel mezzo del compianto generale, i cineasti italiani raccolgono premi e riconoscimenti. Solo negli ultimi otto anni: due Orsi d’Oro alla Berlinale (Cesare deve morire dei fratelli Taviani, Fuocoammare di Rosi), una Palma d’oro al festival del cinema di Cannes come miglior attore a Elio Germano, Grand Prix a Matteo Garrone per Reality e a Alice Rohrwacher per Le meraviglie, e persino un Golden Globe e un Oscar a Paolo Sorrentino con La grande bellezza. Senza contare i vari European Film Awards, i Bafta, e il fatto, banale ma reale, che tutti i divi hollywoodiani, nessuno escluso, indichino quello italiano come “il loro cinema di riferimento” e eleggano a loro miti grandissimi del cinema italiano, come Fellini e Monicelli. Lo spazio alle nuove generazio-

ni, si sta aprendo nel nostro cinema. Non solo in ambito attoriale, in cui nuove leve muovono i primi passi, ma in quello autoriale. Tanti i registi italiani che alla loro opera prima e seconda hanno colpito positivamente critica e pubblico. inoltre sarebbe avventato ignorare il lavoro, notevole e internazionalmente riconosciuto, che i nostri registi stanno facendo con le serie tv (Romanzo criminale, Gomorra, The Young Pope e Suburra). Come si è visto, una controtendenza si è verificata negli ultimi anni ed il cinema nostrano, benché ancora lontano anni luce dai fasti del neorealismo post guerra e dal grande cinema d’autore, sta lentamente ritrovando i meritati consensi del pubblico e della critica. Questa edizione dei David, come quelle precedenti, nonostante sia profondamente diversa e per certi versi “sottotono” rispetto alle grandi kermesse cinematografiche europee o statunitensi, ha confermato questi segnali molto positivi per il nostro cinema che, si spera, riuscirà ad riottenere la giusta visibilità nazionale e mondiale.


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La festa degli uomini Sfortunatamente, anche quest’anno, l’otto marzo ho sentito molti ragazzi presentarmi le loro critiche riguardo la Festa della Donna, poichè ritengono doveroso e necessario avere anche una Festa degli Uomini. Ho fatto ricerche, e scoperto che questa effettivamente già esiste: adesso nessuno ha più il diritto di lamentarsi (la parità di sessi è importante, pubblicizziamo la festa del genere maschile!). In realtà ne ho trovate due: e allora, dov’è la seconda festa della donna? Forse se la son dimenticati. La Giornata Internazionale dell’Uomo, o anche Festa dell’Uomo, visto che così si definisce quella della donna l’8 marzo, è un evento internazionale arrivato in Italia solo nel 2013, ma che esiste dal 1999. L’ONU ha sostenuto la giornata insieme a Trinidad e Tobago, per poi allargarla al resto del mondo. Ora viene festeggiata in una cinquantina di paesi. Save Indian Family, un’importante associazione per i diritti degli uomini in India, ha iniziato la campagna per creare consenso sulla Giornata Internazio-

nale dell’Uomo per il 19 novembre (dunque niente favole della buona notte per la sua creazione, ma una vera e propria lotta, per cosa? Datemi un attimo). Gli obiettivi comprendono l’ampliamento delle relazioni paritarie fra i generi, il mettere in evidenza modelli maschili positivi e anche sostenere la salute maschile, che le statistiche internazionale indicano come meno forte di quella femminile. Indice in questo caso è l’aspettativa di vita più bassa per gli uomini che per le donne, 69 contro 74 anni. Infatti, sebbene le donne si lamentino, giustamente, di dover fare la maggior parte dei lavori di casa senza essere nè pagate nè ricompensate in alcun modo, i numeri non sono dalla loro: più del 95% degli incidenti sul lavoro colpiscono i maschi e sono uomini il 99% dei morti in combattimento. Potreste avere obbiezioni molte delle cose su ciò che ho appena scritto: esistono i femminicidi, le violenze domestiche e psicologiche, le ragazze senza diritto allo studio sono ancora il 34% della popolazione femminile glo-


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Curiosità

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bale, 15 milioni di bambine sono costrette a sposarsi ogni anno. Questo articolo non vuole essere un elogio spropositato al mondo maschile (non montatevi la testa), vuole essere soprattutto uno spunto: perché ci limitiamo a ringraziare le nostri madri, sorelle, nonne solo l’8 marzo? Perché non ci ricordiamo anche di padri, nonni, fratelli? Perché l’8 marzo si editano libri, film e quant’altro, mentre gli altri giorni ce ne dimentichiamo? Trovo che sia estremamente ipocrita festeggiare una Festa delle Donne (l’unica cosa bella è la torta mimosa!) per dimenticarle poi. Le accanite femministe che la predicano come cosa buona e giusta, non hanno poi molto senso. La verità è che gli uomini non hanno bisogno di una festa, e nemmeno le donne: festeggiamoli e festeggiamole ogni giorno. Ringraziamo quegli esseri imperfetti quanto noi che ci perdonano di essere cresciuti troppo in fretta, di avergli rubato un po’ la parte. Quelle che ci fanno crescere ogni giorno e ci curano le ferite. Quelli ai quali senti dire “Mi ricordo che grande uomo era tuo padre”. Quelle che hanno così tanti ricordi da raccon-

tare, così tanti da poterci riempire un intero libro. Quelli che se non ci capisci niente a scuola si alzano dalla sedia e ti vengono ad aiutare. Quelle che spiegano e insegnano senza ricompensa. Coloro di cui ci innamoriamo. Coloro che non si tirano indietro. Tutti quelli simpatici per davvero, buoni per davvero, presenti per davvero. Per una volta, lasciamo da parte le battaglie e osserviamo chi ci sta di fronte (e dietro, e di fianco e, perché no, anche davanti) senza alcuna festa. P.S. Per chi volesse saperlo, la seconda festa degli uomini si celebra il 2 agosto, ma è piuttosto una festa della fertilità. Ancora non ha preso piede in tutta Italia, ma viene celebrata soprattutto nelle zone dell’arco alpino. È qui che, infatti, dai primi anni Settanta, a Monteprato di Nimis, provincia di Udine, ogni anno accorrono migliaia di visitatori, soprattutto coppie. Nel paese si tiene una grande processione, che si dice essere molto acclamata.


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Giochi 23

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Davide Ferloni , 5A


Vignette e meme

La redazione

Caporedattore: Filippo Vergani 4c Impaginatore: Davide Ferloni 5A A cura di: Beatrice Corti 4cc, Beatrice Seregni 5A, Cecilia Terraneo 5A Redattori: Clara Cassandro 2a, Alessandro De Marchi 4A, Costanza Armieri 1A, Giuseppe Merante 4I, Viola Bonfanti 2a Giochi e vignette: Davide Ferloni 5A

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Marzo ii 2018 by Redazione di EtCetera - Issuu