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etCetera 1 (As 2010/2011)

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etCetera Periodico di informazione a cura degli studenti del liceo Scientifico e Classico Majorana www.liceomajoranadesio.forumfree.net

Momenti di Gloria

Marta Tagliabue, 4 E

Dopo le vacanze estive è tornato irruente il freddo pungente, il tramonto alle sei di pomeriggio, la cioccolata calda alle macchinette che “mi scalda le mani e mi tiene anche sveglio”, la scuola insomma. Quest’anno il Majo si presenta totalmente rinnovato: la sede nuova, la tanto attesa sede nuova, è finalmente pronta ed utilizzata! Dopo dieci anni trascorsi ad attendere il completamento del nuovo edificio è assai comprensibile e condivisibile la scelta di “Momenti di gloria” per accompagnare gli alunni nelle rispettive classi il primo giorno. Tuttavia, dopo questa lunga attesa, la sede si presenta ancora incompleta: le aule d’informatica sono prive di computer, l’aula lettura è chiusa a chiave e non è presente la fotocopiatrice. Ci assicurano però dalla presidenza che tutto il necessario verrà portato nella nuova struttura con calma, sarà un lento trasloco iniziato con l’arrivo degli armadi dopo qualche giorno dal fatidico 12 Settembre. La sede nuova ospita 26 classi, tutte le sezioni dalla C alla G/H dello scientifico, mentre in sede centrale sono rimaste le sezioni del classico, A e B dello scientifico e parte della sezione H. Questa disposizione ha lasciato diverse aule della vecchia sede inutilizzate, così alcune di queste sono state adibite alle più disparate funzioni, come la pizzaula, dove gli studenti che dovranno frequentare gli sportelli didattici pomeridiani potranno consumare il proprio pranzo. Sicuramente questa distribuzione delle classi è da preferirsi rispetto alle 2 vecchie succursali, in quanto non vi sono difficoltà comunicative tra le sedi ed è un’ubicazione molto più congeniale agli studenti che devono rimanere al Majo il pomeriggio. Tuttavia sarebbe forse stato meglio mantenere la scissione tra biennio e triennio. Senza contare che noi “vecchi” con le succursali avevamo un legame affettivo: erano meno caotiche, avevamo socializzato con il personale ATA e non eravamo abituati all’interminabile coda che rende inagibile la macchinetta del caffé durante l’intervallo. Prendendo atto della ovvia difficoltà nel gestire la neonata sede, mi permetto di suggerire un paio di piccole

Numero 1 - 2010 Settembre / Ottobre cose: 1. Sarebbe auspicabile che i futuri rappresentanti degli studenti, che saranno eletti a Novembre, avessero la possibilità di passare, durante l’intervallo, da una sede all’altra senza problemi in caso di necessità legate ai loro compiti. 2. Sarebbe inoltre comodo che la segreteria posticipasse di una decina di minuti l’orario di chiusura, portandolo dalle ore 13.15 alle 13.25; avanzo questa richiesta perché spesso è difficoltoso per chi si trova nella sede nuova poter andare in segreteria dopo l’orario scolastico senza il rischio di trovarla già chiusa. Concludo il mio articolo citando la prof.ssa Nobili il primo giorno di scuola tramite l’interfono della nuova sede: “Testiamo questo nuovo mezzo di comunicazione augurandovi buongiorno ragazzi e buon inizio anno scolastico!”

Ore da 60 minuti

I dieci minuti in piu’ che proprio non si riescono a digerire Giulia Zaina 4 a Della Riforma Gelmini a lungo se ne è parlato e discusso a livello nazionale, ed anche il nostro modesto (ma attentissimo!) giornalino scolastico ha fatto la sua parte dedicando ad essa più articoli. Non c’è bisogno di elencare di nuovo le modifiche introdotte l’anno passato nelle scuole superiori italiane: modifiche che abbiamo vissuto e stiamo vivendo sulla nostra pelle; e non è neanche necessario ribadire che da quest’anno le prime classi fanno parte a tutti gli effetti della Riforma, mentre alle altre classi non resta che rimanere aggrappate al vecchio sistema o aderire in parte a quello nuovo. Non c’è bisogno di ricordare tutto ciò, perché se ne è parlato così tanto e così spesso che se ancora non ne siamo a conoscenza vuol dire che ci disinteressiamo completamente di ciò che ci accade attorno, e questo non ci conferisce certo un merito, in quanto destinatari di tutto ciò. (continua a pag. 2)


Scuola V

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Scuola

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Ore da 60 minuti I dieci minuti in piu’ che proprio non si riescono a digerire

Della Riforma Gelmini a lungo se ne è parlato e discusso a livello nazionale, ed anche il nostro modesto (ma attentissimo!) giornalino scolastico ha fatto la sua parte dedicando ad essa più articoli. Non c’è bisogno di elencare di nuovo le modifiche introdotte l’anno passato nelle scuole superiori italiane: modifiche che abbiamo vissuto e stiamo vivendo sulla nostra pelle; e non è neanche necessario ribadire che da quest’anno le prime classi fanno parte a tutti gli effetti della Riforma, mentre alle altre classi non resta che rimanere aggrappate al vecchio sistema o aderire in parte a quello nuovo. Non c’è bisogno di ricordare tutto ciò, perché se ne è parlato così tanto e così spesso che se ancora non ne siamo a conoscenza vuol dire che ci disinteressiamo completamente di ciò che ci accade attorno, e questo non ci conferisce certo un merito, in quanto destinatari di tutto ciò. Insomma, da quest’anno le novità non tardano a farsi sentire e una in particolare è entrata, prorompente, oltre che poco gradita, nelle nostre aule. Ma chi l’avrebbe mai detto che l’allungamento di 5 o 10 minuti delle ore di lezione avrebbe portato a noi poveri studenti tanto scompiglio e disapprovazione? Viene spontaneo chiedersi perché il Ministro Gelmini abbia deciso di prolungare la durata di ogni ora di lezione: qualche malizioso potrebbe pensare che si tratti semplicemente di un ulteriore pennellata da aggiungere al quadro della “Grande Riforma” per cercare di coprire le modifiche e le novità che ancora non ci vanno giù.Ma forse prima di giudicare è bene dare un’occhiata al quadro d’insieme.Partiamo, come è logico, dall’inizio. Secondo una circolare ministeriale del 1979 le ore di lezione di 60 minuti potevano essere ridotte a 50 o 55 minuti per cause di forza maggiore (mancanza di trasporti, mense ecc.) soprattutto in presenza di un elevato monteore settimanale, in modo da contenere l’intero orario settimanale nella sola fascia del mattino. In questo modo le ore effettive settimanali divennero meno che le ore di lezione: facendo l’esempio del triennio del liceo classico, le ore di lezione alla settimana erano fino all’anno scorso 32, ma le ore effettive che venivano passate in classe erano 29. La circolare specifica che quei 5 o 10 minuti sottratti all’ora di lezione sarebbero comunque stati retribuiti agli insegnanti. In altre parole, dal 1979 allo scorso anno scolastico, le ore hanno avuto una durata di 50 o 55 minuti, ma lo stipendio è stato dato ai professori per 60 minuti. Ed è qui che nasce la polemica: perché concedere agli insegnanti uno stipendio più elevato rispetto a quello che effettivamente dovrebbero ricevere? Se ponessimo questa domanda al Ministro Brunetta, senza dubbio ci risponderebbe che abbiamo sotto gli

Giulia Zaina 4 a occhi un ulteriore esempio di insegnanti fannulloni e approfittatori. Ma da quest’anno nessuno dovrà temere più nulla, perché il nostro Ministro della Pubblica Istruzione ha incluso nella Riforma da lei fatta una risoluzione equa e ragionevole: per fortuna! Ma sicuramente all’occhio attento di Maria Stella Gelmini non è sfuggito che, pur avendo le ore di lezione allungate per regolare i conti con i professori, il tempo effettivo che noi alunni passiamo totalmente a scuola è all’incirca come prima: questo perché non ci dobbiamo dimenticare che le ore di lezione settimanali sono state drasticamente diminuite in seguito alla riforma. Per ampliare le nostre liceali vedute, proponiamo come esempio un istituto tecnico: l’orario settimanale passerà da 36 ore di 50 minuti (pari a 30 ore settimanali effettive, cioè a 990 ore effettive all’anno) a 32 ore di 60 minuti (pari a 1.056 ore all’anno). Se noi, non volendo pensar male a tutti i costi della povera Maria Stella, avevamo pensato che la riduzione delle ore alla settimana non fosse dovuta all’esigenza di tagliare e tagliare ma a qualche altra eccelsa ragione, questi dati spengono le nostre speranze, perché che altro scopo potrebbero avere ore di 60 minuti al posto che di 50 se non quello di coprire quel vuoto che sarebbe stato lasciato e ampiamente notato con la netta riduzione delle ore di scuola? Facciamo meno ore di lezione, ma rimaniamo a scuola lo stesso tempo. Come è scritto nel Gattopardo: “Occorre che cambi tutto, perché non cambi niente”. E quei dieci minuti all’ora pagati ma non “lavorati” dagli insegnanti negli anni passati a partire dal 1979? Forse il Ministro Gelmini non ha tenuto in considerazione, o non le è stato detto, che il lavoro di insegnate non si limita soltanto ai minuti passati nelle aule scolastiche, ma comprende anche i servizi di sorveglianza nei corridoi durante gli intervalli, o la presenza a scuola cinque minuti prima dell’inizio delle lezioni, e soprattutto include tutte le ore (e non i minuti) impiegati nei pomeriggi e nei finesettimana per correggere compiti, preparare spiegazioni o ampliare le proprie conoscenze per offrire una valida fonte di sapere ai propri alunni. Evidentemente l’eccelso team accanto al Ministro della Pubblica Istruzione non le ha detto proprio tutto riguardo al lavoro di insegnante e al suo ruolo, e le sue conoscenze in materia non sono state di certo in grado di compensare questa mancanza.


Attualità Q

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Attualita

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Assassinii legalizzati: si puo’ ancora cambiare! Un condannato nel braccio della morte sta aspettando la sua ora. Osserva le lancette dell’orologio appeso alla parete avanzare con una lentezza snervante ma inarrestabile, finché con un ultimo “tic” arriva l’ora della sua esecuzione. La porta della cella si apre, entra il secondino. Un rapido sguardo di rassegnazione tra i due, poi la guardia apre bocca: “Heyla! Ci scusiamo per il disagio ma oggi non possiamo ucciderti, abbiamo esaurito la scorta di schifezze che dovremmo iniettarti. Sarà per un’altra volta.” Probabilmente non è andata davvero così, ma il succo della storia è vero: Albert Greenwood Brown, nel braccio della morte da 30 anni in un carcere californiano, ha scampato l’esecuzione. Non a causa del solito cavillo legale dell’ultimo momento, non per un ripensamento morale del governatore Arnold Schwarzenegger. No, la ragione è che l’unica dose disponibile di “Pentotal”, un potente anestetico utilizzato per non far soffrire il condannato durante l’esecuzione (ironicamente lo Stato ordina la tua uccisione ma si preoccupa molto di non farti sentire nulla..) è scaduta. E perché non comprano nuove dosi di questo farmaco? Sorge spontanea la domanda. L’unica casa farmaceutica che produce quella particolare sostanza, la Hospira, non ha più rifornimenti di sodio thiopental, uno dei suoi ingredienti, e ha fatto sapere che non ne produrrà sino a Marzo dell’anno prossimo. Anzi, pure la consegna di quella data potrebbe saltare. La Hospira ha spiegato l’interruzione della produzione del suo farmaco col fatto che ha perso l’unico fornitore del suo ingrediente. Non può trovarne un altro? Non ce ne sono, dicono i dirigenti della casa sospettata dai sostenitori della pena capitale di avere volutamente messo loro i bastoni tra le ruote. Inoltre in un comunicato la casa farmaceutica ha dichiarato che produce il Pentotal perché “salva o migliora le vite, non per uccidere con la punizione capitale”. In ogni caso dopo anni di battaglie politiche e legali sull’inutilità e sull’etica della condanna a morte, la controversa pratica è arrivata a un fermo totale. Non a causa delle manifestazioni e dei

Luca Novati, 4 D sollevamenti popolari o perché lo Stato finalmente l’ha dichiarata illegale, ma per una questione all’apparenza banale: senza quel farmaco è illegale per legge portare a termine le esecuzioni.


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Rekensioni

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Il vecchio e il mare

Achille Taccagni, 4 a

“Pesce” disse “ti voglio bene e ti rispetto molto. Ma ti avrò ammazzato prima che finisca questa giornata.” La prosa di Hemingway è veloce e lineare, in puro stile giornalistico. Tutto è trattato con grande realismo dalSantiago ormai è alla fine, non pesca nulla da 84 giorni, l’autore e le descrizioni dell’ambiente e dei personaggi è finito senza il becco d’un quattrino e si è attirato la de- si alternano alla narrazione con naturalezza e semplicità. risione di tutto il villaggio. E’ il destino del salao, la peg- E’ assente la divisione in capitoli, quasi fosse un lungo giore forma di sfortuna tra i pescatori, e la sua barca, dalla racconto, e questo aumenta la rapidità della lettura e vela rattoppata con sacchi di farina che quand’era serrata l’unitarietà della storia. L’opera ha avuto grande successo pareva la bandiera di una sconfitta perenne, riflette la sua di pubblico e di critica sin dalla sua uscita, ed è valsa alcondizione umana. Solo un ragazzo, Manolo, gli vuole l’autore il premio Pulitzer e il Nobel alla letteratura, a bene e continua ad aiutarlo, nonostante il divieto del coronamento di una lunga e luminosa carriera. padre di pescare con lui: è lui che lo tiene in vita, insieme alla pesca, al baseball e ai ricordi. All’ottantacinquesimo giorno Santiago, solo, salpa ancora dal porticciolo del paese, convinto come ogni altro giorno di interrompere quel triste e sfortunato record. Arma la sua barca determinato e si dirige al largo: finalmente, qualcosa abbocca. La lotta fra i due, fatta di rispetto e lealtà, di attese e speranze, dura per tre giorni, e alla fine il vecchio riesce ad attraccare il pesce, morto, alla barca: ma i pescecani lo fiutano e lo attaccano più volte, così al ritorno nel porto non ne rimane altro che la lisca e la testa. Prevale nel romanzo la morale stoica della fatica: non importa il risultato dell’impresa, ma lo sforzo con il quale ci si è applicati ad essa. Il vecchio sconfitto è vincitore per aver dato tutto se stesso alla lotta contro la natura: una forza superiore, un Dio che ha creato lui, il pesce e i pescecani aveva già deciso per loro, e l’uomo non può nulla contro questa decisione. Temi importanti del romanzo sono l’amicizia, che unisce i due personaggi e diventa per entrambi raison d’être , il rispetto del vecchio nei confronti della natura, ma soprattutto il coraggio e la tenacia che spingono il protagonista a non lasciare mai la lenza, a combattere contro un mondo che ormai lo ha escluso, contro la sfortuna che lo ha esposto alle derisioni dei suoi vecchi compagni. Santiago non molla e continua la sua lotta, con la forza di chi non ha più niente da perdere e la tenacia di chi vuole dimostrare di poter fare ancora qualcosa, e riesce a vincere: lo scheletro del pesce rimarrà sulla nave sotto gli occhi degli increduli pescatori, triste trofeo di uno scontro epico.

Titolo originale: e Old Man and the Sea Autore: Ernest Hemingway Anno: 1952 Ed. Italiana: Oscar classici moderni, Arnoldo Mondadori Editore Traduzione: Fernanda Pivano


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Somewhere

ohn Marco è un attore che corrisponde esattamente allo stereotipo della star hollywoodiana. È bellissimo, in buona salute, ricco, ha tutte le donne che vuole, sorride, sembra felice. Già, sembra. Allora perchè gira da solo con la sua Ferrari nera in mezzo al deserto? Qual è il senso? Il senso non lo può trovare, perchè non c’è. La bella vita che conduce è in realtà un subire continuo. Il suo coinquilino dà feste nel suo appartamento senza chiedere il permesso, la sua agente programma e organizza ogni cosa, i truccatori di un film lo lasciano per tre quarti d’ora coperto da una maschera per creare un effetto speciale, solo e cieco. Il silenzio diviene così il compagno più intimo che possiede. La svolta arriva con la comparsa della figlia Cleo, sorridente adolescente interpretata da Elle Fanning, sorella della più nota Dakota Fanning. Doversi occupare della figlia, scaricata a Johnny dalla ex-moglie per motivi imprecisati, lo porterà a dover condividere la sua esistenza, a conoscere la delicatezza dell’affetto a discapito della banalità del sesso con le sue molte “fiamme” e infine a comprendere come la riscoperta di valori veri come l’amore lo possa aiutare a riempire il vuoto della sua esistenza. Così descritta la trama di “Somewhere”, ultimo film della regista Sofia Coppola, potrebbe apparire già vista, se non trita. Tuttavia, la poesia con cui il film è girato rende la vicenda originale. A volte Coppola, figlia del famosissimo Francis, eccede nel voler essere troppo delicata. Le lunghe sequenze senza dialoghi – la prima scena parlata arriva quindici minuti dopo i titoli di testa – hanno sì la funzione di rendere la solitudine di Johnny Marco ma sembrano esagerate se non, alla lunga, inutili. Inoltre, alcuni particolari sono lasciati in sospeso senza capire il senso che hanno, il che induce lo spettatore a chiedersi perchè inserirli nella storia. Non sapremo mai chi guidava il fuoristrada nero che pedina Marco o chi è la misteriosa ragazza dell’hotel di Milano. Sicuramente la pellicola è un buon film, ma pecca qua e là nell’approfondire troppo la psiche dei personaggi e chi ne paga il prezzo è la scorrevolezza della narrazione. I due protagonisti, Stephen Dorff e la Fanning, dimostrano ottime qualità recitative nonostante la scarsa fama di cui godono. “Somewhere” ha recentemente vinto il leone d’oro alla 67° mostra del cinema di Venezia: meritato o no? Il film non è quello che si dice un capolavoro che, essendo tale, è universalmente riconosciuto (come, per citarne uno, “La finestra sul cortile”).

Filippo Tagliabue, 4 F

Ciò suscita giudizi molto disparati ed evidentemente la giuria presieduta da Quentin Tarantino ha gradito. Il miglior consiglio è vedere il film di persona e farsene un’idea propria. Attenzione al finale. Improvviso ed essenziale, può lasciare qualche delusione. Senza anticipare nulla, la struttura della trama ci riporterà al punto di partenza, ma Johnny sarà un altro.

Genere: Drammatico. Cast: Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius, Karissa Shannon, Kristina Shannon, etc. Regia: Sofia Coppola. 1a ed. originale in Italia: 3/09/2010.


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Mordimi

Becca Crane, ragazza timida e impacciata, decide di trasferirsi nella cittadina di Sporks dal padre Frank. In un luogo pieno di riferimenti ai vampiri, Becca suscita l'attenzione proprio di uno di questi, Edward Sullen. Edward, vampiro della città, si innamora della ragazza, ma non è il solo, deve contendersi Becca con il licantropo Jacob White.

Alberto Colombo, 3 E

E’ del tutto normale che la trama risulti familiare, infatti il film non è altro che la parodia della famosa “Saga di Twilight”. In una parodia non ci si aspetta dal cast una grande prodezza nella recitazione, bensì battute esilaranti e sketch divertenti di cui “Mordimi” è privo, se non per alcune scene che regalano allo spettatore un piccolo sorriso. Gli 82 minuti del film sono un susseguirsi di volgarità, insulti verso altri personaggi famosi e telefilm, battute così prevedibili e stupide che è quasi imbarazzante pensare di aver preso un biglietto per vedere a che livelli deprimenti è arrivato un certo tipo di cinema. In sintesi un film per dementi e non “demenziale”, disastroso e non “sgangherato”, non certo all'altezza di altre pellicole che hanno saputo usare la parodia per mettere alla berlina i luoghi comuni di alcuni generi cinematografici. Per concludere: se volete davvero divertirvi guardate la saga originale, che è sicuramente più comica e demenziale.

Genere: Commedia, Parodia Titolo originale: Vampires Suck Cast: Matt Lanter, Jenn Proske, Chris Riggi, Anneliese van der Pol, Ken Jeong, Arielle Kebbel, etc. Regia: Jason Friedberg, Aaron Seltzer 1a ed. originale in USA: 18/08/2010 1a ed. originale in Italia: 17/09/2010


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Innamorarsi al tempo dell’ iPhone Come si fa a spiegarlo con le parole? Come si racconta quella forza misteriosa che sale dalle viscere quando si hanno quegli occhi e quel sorriso stampati nella mente? Cosa ci lega così profondamente alla vita da non farci sentire all’ altezza di noi stessi? Troppe cose cambiano in fretta, troppe persone si conformano alla realtà che le circonda dimenticando l’origine di se stessi dietro maschere occasionali e passano senza lasciare un segno. L’amore, invece, non passa come un sentimento frivolo o un’illusione sconveniente. Darwin aveva provato a fornire una spiegazione al fatto di innamorarsi, descrivendo il fenomeno dell’innamoramento «un modo per mantenere e far progredire l'evoluzione della specie umana». Forse è triste però sentire uno scienziato parlare di amore. Il sociologo Francesco Alberoni, invece, parla dell'innamorarsi come di «un processo che avviene quando le persone sono vicine ad un cambiamento nella propria vita». Probabilmente ci vorrebbe un artista o magari un poeta per spiegare questo cambiamento e per raccontare l’essenza dell’ amore, ma la verità, forse, è che non si può far altro che viverlo per capire cosa sia. Ma che cos’è per noi, giovani del 2010, l’amore? Che sia come diceva Bierce - una parola inventata dai poeti per far rima con cuore? E’ chiaro che l’amore abbia a che fare con noi, con la nostra natura perché è parte dell’intimità più profonda che ci identifica nella nostra bellezza di esseri umani. Non possiamo dimenticarci che siamo tutti nati in nome dell'amore o, quantomeno, a causa di un gesto di amore. Evidentemente la nostra generazione è condizionata dall’uso di Internet. Gli affollatissimi (a)social-network sono sempre più in voga così come i programmi di chat. Tralasciando di discutere i rischi ad essi connessi, è ormai un dato che molti ragazzi si ritrovino in situazioni apprensive e instabili in cui solo l’uso di Internet stesso può fungere da “grande piazza” dove è più facile sentirsi importanti e protagonisti. In questo modo è più facile fare conoscenze e nuove amicizie “al buio”, per qualcuno destinate presto a sfociare in tediate storie amorose. Galeotto fu il Web e la rete che ci fece incontrare, potrebbe dire qualcuno, ma è fuori luogo parlare di amore prima di una relazione reale e vera. L’amore ha bisogno di occhi per

Samuele Tagliabue, 5° vedere, di orecchie per sentire e di mani per provare; ha, insomma, bisogno di fisicità, di un corpo e della sua carne. L’amore che non sfocia nella volgarità, cioè in qualunque cosa che non abbia come fine l’ amore stesso, è l’ideale più grande e più bello che un ragazzo o una ragazza può perseguire, perché per questo siamo stati creati, perché i giovani, che ne dicano gli scienziati, gli psicanalisti, i preti e i sociologi, hanno un grande desiderio di amore che nasce dalla naturale predisposizione umana verso l’ infinito. Se assecondiamo in questa direzione la nostra vita, saremo uomini e donne, come dice Vito Mancuso, autentici. Considerate poi la bellezza di vivere un amore affidandosi a un mouse nella mano e ai suoi monotoni ‘click’ o a un cuore che pulsa sangue vero, vivo, rosso vermiglio. Insomma, innamorarsi grazie alla tecnologia informatica è e sarà, fintantoché la relazione resta virtuale, impossibile. Innamorarsi è vedere nell’altro il senso della propria vita, anzi, diceva Charles Williams, è «essere l’altro» perché amarsi è identificarsi nell’amato! Anche Shakespeare, in Romeo e Giulietta, mette sulle labbra di lei le parole «the more (love) I give to thee, the more I have», cioè «più amore ti do, più ne ricevo io». Normalmente più si dà e più si è privi di quello che si dà, ma l’ amore, Giulietta lo dimostra, sconvolge tutte le regole. Che cosa dunque riuscirà mai a sostituire l’ineffabile sensazione di sentirsi piccoli davanti a una persona tanto speciale, il tremolio delle gambe e il cuore che batte forte? Uno schermo a cristalli liquidi? Le emoticons? Gli sms con le parole troncate? Ragazzi, l’amore vero non è una fregatura né un gioco di parole o un concetto astratto, ma la forza che ci rende, nel senso stilnovistico del termine, nobili. Non nascondiamo le nostre emozioni, le guance arrossate e i sorrisi dietro la finestra di una chat perché ci nascondiamo a noi stessi. Non dite alla vostra morosa quanto l’amate perché, ci ricorda il Sommo Poeta, «Ben poco ama colui che può esprimere a parole quanto ami». L’amore vero si vive solo face-to-face e non face-book!


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Genialita’ e trascendenza Quest’anno ricorre il centoquarantesimo anniversario della nascita di un grande musicista, ma non tutti lo sanno. Ciò è dovuto a diversi motivi, tra i quali le critiche piovute addosso a costui, e il fatto che, ahimè, la sua figura è troppo spesso oscurata da altri pianisti ben più famosi, come ad esempio Frédéric F. Chopin, del quale, peraltro, quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario della nascita, o Franz Liszt. Sto parlando del grande Leopold Godowsky. «Chi?» starete pensando voi. Continuate a leggere… Il materiale biografico e non su Godowsky dal quale ho preso alcuni spunti per scrivere questo articolo è di difficile reperimento, e quindi mi sento in dovere, prima di iniziare, di ringraziare il professor Andrea Carcano per avermelo fatto avere. L’immagine di Godowsky, come già accennato, trova sì degli estimatori, ma possiede anche un considerevole numero di accaniti critici, ai quali il pianista deve l’appellativo di «creatore di mostruosità», di “acrobazie-pazzie” tastieristiche talmente ardite da rendere alcuni suoi pezzi d’una complessità tale che rasenta l’impossibilità pratica d’esecuzione. Godowsky è famoso per le sue trascrizioni e rivisitazioni di celebri composizioni di musica classica, e anche per questo è notevolmente criticato. Tuttavia credo che invece che molti aspetti sulla figura di Godowsky, per aiutare a capire meglio la vita, i pensieri, le idee di questa persona, possa essere più utile e coinvolgente citare qualche frase estrapolata qua e là da testi che parlano del grande musicista. Ad esempio, quasi a testimoniare il genio -e non la sregolatezza intesa come legata al cattivo gusto di Godowsky!-, S. Rachmaninov disse: «Godowsky, il solo musicista del suo periodo che abbia dato un contributo grande e duraturo per lo sviluppo della musica pianistica». Ma…fu largamente diffusa l’opinione dei critici che Godowsky volesse “migliorare” i classici, modernizzarli, ampliare le difficoltà tecniche. Inoltre lo si accusava di “danneggiare” le opere su cui lavorava, minando gli originali con irriverenza, e con lacune compositive. Ad esempio, molti non gli hanno perdonato i suoi Studi sugli Studi di Chopin, anche se Piero Rattalino nel suo libro “La Storia del Pianoforte” scrisse così: «Anche Godowsky parafrasa Chopin, anzi, è con Chopin ch’egli produce le sue più deliranti sperimentazioni tecniche […] Non si possono però, a parer nostro liquidare i 53 Studi sopra gli Studi di Chopin

Davide F. Redaelli, 1°G

semplicemente come deliri di una mente ossessionata dai problemi e dalle possibilità della meccanica, come catalogo di mostri e di orrori, di una difficoltà talmente assurda da scoraggiare chiunque voglia addentrarvisi. I 53 Studi sono questo, ma non solo questo: Godowsky cerca un suono che s’avvicina a quello di Skrjabin e riesce talvolta a creare fiori fantastici la cui derivazione dalla pianta chopiniana può essere paragonata, per esempio, al rapporto Vivaldi-Bach”». Detto ciò mi sentirei di accennare un grande merito di Godowsky, puramente legato alla tecnica pianistica e quindi dall’importanza difficile da cogliere per un estraneo al mondo del pianoforte, tuttavia ugualmente interessante per chiunque, per l’idea in esso insita. Godowsky scrisse numerosi pezzi per mano sinistra sola, contraddicendo addirittura un concetto d’esecuzione lisztiano; infatti il pensiero di Liszt è simile a: «non c’è motivo di assegnare a una sola mano ciò che è possibile realizzare con più facilità da due mani», mentre quello di Godowsky, giustamente (mi sentirei di aggiungere), è: «Se è possibile assegnare alla sola mano sinistra il lavoro svolto solitamente dalle due mani, quale prospettive si aprirebbero ai compositori futuri, se l’espediente fosse esteso ad entrambe le mani!». Infine, concluderei dicendo che Godowsky (come fatto anche da Liszt, ma in modo più radicale) non lascia opprimere i suoi componimenti pianistici dalla spasimante ricerca dell’imitazione, vocale o orchestrale, che invece caratterizza numerose composizioni classiche; infatti egli riesce a esaltare l’identità autosufficiente e, soprattutto, trascendentale del pianoforte. “Amo il pianoforte e quelli che a loro volta l’amano. Il pianoforte come il “medium” per l’espressione è un mondo intero tutto suo. Nessun altro strumento può riempire o rimpiazzare il suo modo proprio di dire nel mondo delle emozioni, sentimenti, poesia, immaginazione…” (L. Godowsky). In definitiva, il sig. Godowsky è un genio. Fidatevi.


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L’ aria “Eppure il vento soffia ancora, spruzza l’acqua alle navi sulla prora e sussurra canzoni tra le foglie bacia i fiori, li bacia e non li coglie…” (Pierangelo Bertoli, Eppure soffia ) “Aria, com’è dolce nell’aria, scivolare via dalla vita mia..” (Gianna Nannini, Aria) “e Answer, my friend, is blowing in the wind, the answer is blowing in the wind…” (Bob Dylan, Blow in the wind) L’Aria è il respiro indispensabile della vita, l’aria non si vede e non si può afferrare eppure esiste. E’ invisibile e volatile, libera e disponibile. L’aria non porta con sé solo odori, ma anche suoni e rumori. Grazie a questa forza della natura essi arrivano alle nostre orecchie, senz’ aria ci sarebbe soltanto silenzio. All’aria appartiene tutto il mondo delle idee, la facoltà dell’intelletto e della mente. All’aria è associato anche il mondo della comunicazione, della socievolezza, degli scambi culturali, della mobilità, dell’espansione, del mutamento, del gioco e dello scherzo.

Chiudi gli occhi, la senti? L’Aria ti circonda, entra ed esce ritmicamente dal tuo corpo donandoti vita. Cosa faresti senza?Moriresti certamente. E se gli alberi, nostra fonte di vita , scomparissero?? La risposta è di fronte a te: guardati intorno ora, non vedi certo foreste o vette dall’aria cristallina, solo case, catrame e cemento. Quando l’atmosfera è pulita, costituisce un sistema incredibilmente funzionale e autosufficiente, capace di adattarsi ai cambiamenti. Ma noi abbiamo talmente devastato questa capacità che non è più in grado di rimediare ai nostri danni.

Alice Girotto, 3°a & Letizia Bigatti 1° a

È alterata dai gas nocivi; dai cloro-fluoricarburi dei frigoriferi; è resa acida dai solfuri e dall’ossidio di idrogeno delle nostre auto e delle industrie al punto che l’effetto serra naturale è stato potenziato fino a determinare un aumento anomalo della temperatura,noto come effetto serra. Questo, oltre a provocare gravi conseguenze a tutti gli ecosistemi; sta causando lo scioglimento delle calotte polari e un’ innalzamento del livello medio del mare. Cosa si può fare allora? C’è ancora tempo per rimediare, fortunatamente, e usare questi piccoli consigli per poter migliorare la qualità dell’aria, grazie allo sforzo quotidiano: · vai a scuola, se possibile, a piedi, in bici o autobus. Se hai l’occasione , recati in montagna e respira l’aria dalle alte vette; · usa il meno possibile cellulare, TV e ipod perché sono dannosi soprattutto per il tuo organismo dato che emettono radiazioni, oltre che a saturare l’aria; · fai frequenti passeggiate in bici o a piedi per i parchi della città.


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Flash Mob L'unione fa la forza. La folla è scossa da un unico moto collettivo; lo stesso gesto, ripetuto nel medesimo istante da centinaia di persone unite dalla stessa voglia di condividere e partecipare. Ecco, questo è un flash mob (dall'inglese 'flash' lampo, per la velocità dell'evento, e 'mob' folla) : un avvenimento collettivo che unisce quante più persone nello stesso atto, momento e luogo. Solitamente si tratta di un'azione insolita o rivolta a un certo ideale, di durata pressochè breve, messa in atto in luoghi pubblici, spesso nelle piazze delle maggiori località. Gli scopi del flash mob sono molteplici: da una protesta politica, a una causa sociale, o ancora, mancano di una preciso motivo, fini a se' stessi. Questo fenomeno non è legato a nessuna finalità di tipo lucrativo, il suo ruolo è quello di promotore della libertà d'espressione sia dell'individuo che della massa. Il primo flash mob risale al 2003, nella città di New York, e da allora l'evento ha preso piede così velocemente che in pochi anni ha raggiunto la diffusione a livello mondiale. Molto del suddetto successo è dovuto ai social network: è infatti grazie ad essi che l'evento viene generalmente organizzato e promosso. Si possono distinguere varie tipologie di flash mob: il "freeze" (dall' inglese 'congelato, immobile') per la cui durata tutti i partecipanti si bloccano nell'azione che stavano svolgendo dato il segnale d'inizio; il "silent rave", dove ci si ritrova muniti di lettore mp3 e cuffie e ci si scatena ballando silenziosamente ognuno seguendo la propria musica; o ancora, il "pillow fight" e la battaglia di gavettoni, amichevoli battaglie all'insegna di piume e schizzi.Un secondo risvolto 'tecnologico' si riscontra ad evento concluso: filmati e spezzoni dello stesso vengono caricati sul sito di Yuotube, a testimonianza di quanto avvenuto, spesso correlati a interviste a organizzatori e partecipanti. un esempio particolarmente significativo è quello di un gruppo di ricercatori scientifici italiani che, a causa del taglio dei costi effettuato dal nostro Governo ultimamente, ha deciso di far sentire la propria voce; una volta riuniti, i presenti, al segnale d'inizio, costituito da uno sparo, si sono accasciati a terra, simbolicamente uccisi dal colpo, come il 'colpo' ope-

Giulia Chinellato 3° E

rato ai fondi ha 'ucciso' la ricerca. In definitiva, il flash mob è un fenomeno empirico, di massa, un gesto ampilificato che dà forza e visibilità, suscita interesse e curiosità, efficace nel suo ruolo di promotore di cause sociali, perciò destinato a imporsi sulla società e crescere.

Un flash mob a Milano, in piazza Duomo


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Sederi nello spazio Quando scopri che parte dello Shuttle risale all’ Impero Romano… Osservando uno shuttle prima del decollo, è possibile notare due serbatoi bianchi (Booster) attaccati al serbatoio principale; questi due propulsori sono due razzi a combustibile solido o SRB, costruiti in appositi stabilimenti in Utah. Gli ingegneri che li hanno progettati avrebbero preferito farli un po’ più grossi, tuttavia gli SRB dovevano essere trasportati dalla fabbrica alla rampa di lancio via treno. Dato che la linea ferroviaria che collega l’ Utah alla base di lancio attraversa lungo in suo percorso svariate gallerie, i razzi dovevano essere costruiti in modo da poterci passare dentro.

Luca Novati, 4 D di allora non esistevano strade che percorressero lunghe distanze

Non è chiara la domanda… I SOLCHI SULLE STRADE?? Furono prodotti col passare degli anni dai carri da guerra romani, solchi a cui poi tutti i veicoli dovettero adattarsi per evitare di rompere le ruote. Essendo i carri da guerra costruiti tutti per conto dell’esercito romano, essi avevano tutti la stessa distanza tra le ruote. In conclusione lo scartamento standard di 4 piedi e 8,5 pollici deriva dalle specifiche originarie dei I tunnel ferroviari sono poco più grandi di una carrozza carri romani ed è la misura necessaria a contenere i seferroviaria, la cui larghezza è a sua volta dettata dallo scar- deri di due cavalli da guerra. tamento dei binari (per i meno esperti: lo scartamento è la distanza tra le due rotaie) la cui misura standard negli usa MORALE: è di 4 piedi e 8,5 pollici. A prima vista questa misura appare molto strana. 1) la prossima volta che ti capitano in mano delle spe cifiche tecniche e ti stupisci per il fatto che le misure Perché è stata scelta? Perché questa era la misura utilizzata sembrino stabilite col c**o, forse stai facendo proprio in Inghilterra e le ferrovie americane sono state a loro volta la giusta congettura; costruite da progettisti inglesi, gli stessi che, prima dell’avvento delle strade ferrate, costruivano le linee tranviarie 2) la misura standard utilizzata nel più avanzato mezzo usando lo stesso scartamento. di trasporto progettato nel nostro tempo (i Booster dello shuttle) è stata determinata oltre due millenni or E perché i progettisti inglesi usavano questa strana misura? sono prendendo a modello due c**i di cavallo!! Perché i costruttori di carrozze dei tram usavano gli stessi componenti e le stesse attrezzature che venivano usate dai costruttori di carrozze stradali, dunque gli assi avevano stessa lunghezza e stesso scartamento. Ok, ma allora perché le carrozze usavano questa curiosa misura per la larghezza dell’asse? Semplice! Se avessero utilizzato un’altra distanza le ruote delle carrozze si sarebbero spezzate percorrendo certe vecchie e consunte strade inglesi, in quanto quella era la misura dei solchi scavati dalle ruote sul fondo stradale. Ma chi aveva provocato quei solchi sulle vecchie strade inglesi? Le prime strade di collegamento in Europa furono costruite dall’Impero Romano per le proprie legioni, prima


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Sillogismi Luca Novati, 4 D A = B e B = C. Dunque A = C, facilissimo! Conosciamo tutti questa dicitura, l’abbiamo imparata durante un’assonnata e lontana ora di matematica mentre il prof pronunciava parole sconosciute e fantascientifiche come “Sillogismo”.

Quindi, Io sono Dio. Ma se Ray Charles è Dio… Io sono Ray Charles!!! Conclusione: corbezzoli, Sono cieco!

Vi torna alla memoria qualcosa? -----------------------------------Ebbene un sillogismo è una semplice via di ragionamento composta da almeno tre elementi distinti, tre frasi (per essere rigorosi: Enunciati, proposizioni) tra loro logicamente collegati. Un sillogismo logicamente valido è tale se i primi due o più enunciati (detti “premesse”) sono veri. In questo caso sarà vero anche il terzo (detto “conclusione”) Per esempio:

Penso, dunque sono (ci mancherebbe! L’ha detto Cartesio!) Le ragazze sceme non pensano, conclusione: Le ragazze sceme non esistono.

- premessa - Durante l’ora di Filosofia vengo sempre vinto dal sonno.

Il mio amico dice che è vero, infatti esce con una ragazza intelligente.

- premessa - La prossima ora avrò Filosofia.

Ma se una ragazza uscisse col mio amico, sarebbe senza dubbio scema!

- conclusione - La prossima ora mi farò una bella dormita (e tanti saluti alla spiegazione). Fin qui tutto chiaro. Ma cosa succede quando verità e plausibilità assumono strade diverse? In questo caso siamo portati ad accettare una conclusione che logicamente potrebbe sembrare vera ma che, ad un’analisi più attenta, supera il sottile limite che separa il comico dall’assurdo. Ecco a voi qualche esempio: Dio è amore. l’amore è cieco. Ray Charles è cieco.

Dato che dalla premessa abbiamo tratto che le ragazze sceme non esistono.. conclusione: o il mio amico mente o la sua ragazza non è una ragazza. --------------------------------------------Al giorno d’oggi i lavoratori non hanno tempo di fare niente. Gli scansafatiche invece hanno tutto il tempo del mondo.

Conclusione: Ray Charles è Dio. Il tempo è denaro. ---------------------------------------Conclusione: gli scansafatiche sono pieni di soldi. Mi hanno detto che sono nessuno. Nessuno è perfetto. Quindi, io sono perfetto. Però, solo Dio è perfetto.

Conclusione (2) mi sa che lascio tutto e vado a oziare sul divano.


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Lo sapevate che... Luca Novati, 4 D -Non si possono baciare i propri gomiti (scommetto che adesso ci provi). -In origine la Coca Cola era verde.

-Thomas Alva Edison (inventore della lampadina) aveva paura del buio.

-Una mucca può salire le scale ma non può -L’altezza della piramide di Cheope è pari esattamentea un milionesimo della distanza scenderle. che separa la terra dal sole. -Nel 1987 American Airlines risparmiò 40000 dollari semplicemente togliendo un’oliva a ciascuna delle insalate che serviva in prima classe. -Il “Quack” delle oche non da eco (ancora non si sa perché). -Moltiplicando il numero 111111111 per se stesso fa 12345678987654321, provare per credere. -Il nome “Jeep” deriva dall’abbreviazione in uso nell’esercito americano dell’espressione “General Purpose”, ovvero GP -Nel pentagono esiste un numero di Toilette doppio rispetto a quello effettivamente necessario. Il fatto è che, in origine, in ogni settore era previsto un bagno per i bianchi e uno per i neri. -è impossibile starnutire con gli occhi aperti. -In media un mancino vive 9 anni di meno di una persona che usi la mano destra -Gli elefanti sono gli unici animali che non possono saltare (la natura è saggia).

Lo sapevate? Sapevatelo!


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Tendenza moda inverno: torna la gonna L’ inverno 2010 2011 prevede il ritorno della gonna! Non importa se lunga o corta. Per la gonna ci vuole fantasia Poco o niente da abbinare. Basta saperla indossare con fuseaux o skinny pants.Spesso non è semplice fare degli abbinamenti convincenti. Bisogna fare i conti con le tendenze del momento e con l'abbinamento di colori. Come saranno le gonne per l'inverno 2010 2011? Una delle tendenze principali è la gonna molto lunghe così lunga da coprire le scarpe anche se c è il rischio di inciampare. Un altro trend è il ritorno delle gonne 'retro': svasate oppure a mezza ruota e soprattutto molto 'bon ton' con ispirazioni anni '50 e '60. Molto più grintose invece le minigonne in pelle con influenze che arrivano dai mitici anni '80. Per chi ama lo stile classico c'è invece ancora il tubino. Sono molto particolari anche i materiali, spesso volutamente rustici e grossolani, oppure molto 'maschili' come il tweed. Il maglioncino con il collo alto Possiamo tirare fuori di nuovo i classici maglioncini aderenti con collo alto e maniche lunghe. Sceglieteli in una tonalità simile (ma non uguale) alla gonna, per creare uno stacco leggero e chic. Con questo abbinamento andate sul sicuro. Maglioncini scollati o T-shirt semplici Anche maglioncini semplici e scollati (meglio se in cachemire) 'fanno molto chic'. Va bene anche la T-shirt in tinta unita con maniche lunghe. Da portare rigorosamente dentro la gonna. Maglioncino corto in lana Per un look più sportivo potete optare per un maglioncino corto e leggermente 'over' in lana grossa con l'effetto 'hand made', come quelli della nonna. Ma più trendy. Maglione lungo

Miriana Colloca, 1° a Molto divertente è l'abbinamento di gonne svolazzanti con pull oversize che lasciano intravedere soltanto un pezzo della gonna.

Orroroscopo a cura di Fritz Krapfenschweinkartoffeln Toro: hai presente la tua moto? Beh… ecco… Pesci: ritenta, sarai più fortunato. Ariete: un fulmine a ciel sereno. Su casa tua. Acquario: vedi Leone. Scorpione: non è colpa tua, è che i tuoi brufoli… Capricorno: marte è in collisione con plutonio: non ce ne frega niente. Vergine: non ci crede più nessuno! Leone: vedi Acquario Sagittario: ..e che diavolo è il sagittario? Bilancia: non darci troppo peso! Cancro: difficoltà di comprensione. Ahella nuniin ab bina abzummu e? Gemelli: manda sempre avanti l’altro. Invisibile unicorno rosa: spacca di brutto! Arrivederci e al prossimo mese.


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Techno Lab La penna senza inchiostro.

Daniele Viganò 3° E

La matita continua. Gli studenti ne hanno a che fare per tutto il loro trascorso scolastico, i disegnatori e gli scrittori le usano per esprimere le loro idee; sono la penna e la matita. Uno dei piaceri di scrivere o disegnare a matita è l’attrito tra due corpi solidi come la grafite e le carta, con la penna, d’altro canto, si può scrivere continuamente senza doversi fermare per temperarla. Esiste però un altro modo con cui esternare e fissare sul foglio i propri pensieri: il metallo. Avete letto bene, il metallo. E non è nemmeno un’invenzione dell’ultim’ora. Infatti è solo l’evoluzione dei pennini usati dai grandi artisti del rinascimento per i loro disegni su carta, la quale, però, doveva essere strofinata con la pietra pomice per renderla adatta a questo metodo. Il principio di funzionamento di queste penne è semplice: la punta è formata da una specialissima lega che si trasferisce sul foglio in modo quasi permanente. Dapprima il tratto sembra quello di una matita ma non sbava e è molto difficile cancellarlo. Queste penne riescono a scrivere anche in condizioni estreme: sottosopra, su carta lucida, sott’acqua etc… Viene usata una così piccola quantità di materiale che queste penne hanno una durata lunghissima, fino a 25 anni, e non devono essere ricaricate né sostituite e per scrivere con un tratto più fine basta strofinarla un poco su della carta vetrata. Queste penne sono ottime per i mancini, gli artisti che cercano uno strumento che concili i vantaggi di penne e matite e per tutti quelli che vorrebbero porre fine a macchie di inchiostro o polvere di grafite sui fogli.

Tutti sappiamo che scrivere con una bella matita di medie dimensioni è ben diverso e di gran lunga più confortevole che scrivete con un mozzicone. Ebbene, a questo problema esiste una soluzione semplice ma al contempo geniale. La “Continous Pencil” pone fine allo spreco di matite ridotte a mozziconi usando un sistema di incastri tale per cui la matita nuova si incastra perfettamente in quella usata e si può quindi sfruttarla per tutta la sua lunghezza. Questa matita è ottima per tutti quelli che odiano usare delle matite minuscole o non si trovano bene ad usare i portamine.

Per tutti quelli che fossero interessati alle nuove tecnologie consiglio il sito: www.wired.com e il corrispettivo giornale che esiste anche nell’italica lingua.

Qui la matita continua, nell’immagine a sinistra la penna senza inchiostro.


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Mica pizza & fichi Stanchi del solito panino al salame quando il frigorifero è vuoto? Stanchi di ordinare pizza o di mangiare cibi in scatola quando mamma è malata o peggio…a dieta? No problem! Quest’anno ci pensa Et-Cetera a risolvere i vostri problemi culinari! (e per chi se lo stesse chiedendo, non è una parolaccia…) Altro che “Cotto e Mangiato”! Ebbene sì, cari Majorani; con questo primo numero del nostro amato giornalino verrà inaugurata anche questa nuovissima, ma soprattutto sfiziosissima rubrica, che vi proporrà ad ogni uscita un piatto tutto da gustare! Ma bando ai convenevoli, ecco qui la nostra “ricetta di apertura”. Poiché l’inverno si avvicina, anche se tante volte oserei dire che è già qui, e si ha sempre più voglia di qualcosa di caldo come tè o cioccolata, magari mentre si fanno i compiti (o forse SE si fanno i compiti), ecco qui per voi dei gustosissimi Ghiaccioli allo Yogurt e Fragola, così anche la vostra lingua gelerà di freddo; ma di un freddo gustoso che vi delizierà il palato e vi renderà più freschi per affrontare incombenti interrogazioni! (e chi lo sa, magari ve le fa pure saltare per ovvi motivi).

Arianna Colciago, 4° a & Rebecca Spencer, 3° E

Dimenticati delle fragole, eh? NO! Ora le riprendiamo perché dobbiamo versare poco meno di metà impasto di uova, zucchero e yogurt nella frutta frullata (ricordiamo che questa NON è una ripresa del “Fruttolo Frullix”). Stando attenti alle dita, tagliamo poi a piccoli pezzetti gli atri 125 grammi di fragole e le versiamo nello yogurt avanzato. Eeeeh… Sì, deve avanzare dello yogurt. Ora ci procuriamo dei bicchierini da caffè e dei cucchiaini, per creare ghiaccioli o sorbetti bicolore. Toh, c’è anche dell’artistico! Nei bicchierini mettiamo una base di succo di fragola, per un paio di cm. Quindi infilando il cucchiaino al centro versiamo il resto dello Yogurt. Logicamente nel bicchierino. Lo lasciamo infine riposare per una notte in freezer e quando il giorno dopo andremo a svegliarlo… Voilà! Ecco i nostri simpatici ghiaccioli! Che dire ancora? BUON APPETITO!

Ingredienti: 250 grammi di fragole; 100 grammi di zucchero a velo; 300 grammi di Yogurt Bianco; bicchierini da caffè e cucchiaini di plastica Preparazione: prendiamo 250 grammi di fragole, possibilmente togliendo prima le foglie; ne frulliamo la metà tenendo ben pigiato il coperchio del frullatore altrimenti mamma ci ammazza (ogni riferimento a “Cooking Mama” è puramente casuale). Ah e mettiamoci 50 grammi di zucchero a velo insieme alle fragole: ci piace dolce! Poi lasciamo il tutto da parte in una terrina (eh no, la terra del giardino non è inclusa). In una ciotola invece, sbattiamo un uovo (che non è: “ce lo lancio dentro”) e evitando di fare pastrugni, stiamo attenti a non far cadere anche pezzetti di guscio. Ancora una volta, 50 grammi di zucchero a velo e ci mettiamo 300 grammi di Yogurt Bianco, mescolando il tutto con attenzione; evitare fuoriuscite, grazie. La direzione.

Se riuscite a farli così ritenetevi bravi.


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SPARKLAND (parte 1) Ciò che stavamo aspettando si verificò giovedì sera. Pioveva. L’odore dell’acqua piovana si mescolava a quello delle pietanze esposte in uno di quei mercatini di paese che, nonostante il maltempo, pullulava di donne anziane. Maledizione! Sapevano qualsiasi cosa di quel posto… Dove fosse la bancarella del pesce, dove quella dei salumi, nonché la collocazione esatta dei venditori di qualsiasi cavolata che si possa trovare in un mercatino di paese durante un giovedì di pioggia. Come se avessero progettato loro la dannata planimetria di quel mercato, nel quale mi persi almeno una decina di volte. C’erano anche dei ragazzi. Probabilmente si incontravano sempre là, ai piedi della fontana. Quel giorno sembravano insofferenti, come se non volessero tutta quella gente là intorno, che impediva loro di fare ciò che facevano di solito, e ogni qual volta si accorgessero che qualcuno li stava fissando cercavano di fare i duri, così da indurre più gente possibile ad allontanarsi dai pressi della fontana. La fontana era carina, collocata in un posto insolito, diametralmente opposto al torrione che si stagliava, ora minaccioso, ora con un fare materno, sulla piazza circolare avente al centro la classica rosa dei venti della cui rappresentazione stanno via via abusando sempre più paesi di mare. Non so cosa rappresentassero le cinque figure femminili che sputavano acqua dalla loro bocca di pietra accuratamente levigata, ma credo che la fontana fosse in stile neoclassico. Mi piaceva, ma non mi avvicinai mai molto ad essa, senza un motivo evidente. Comunque, lì, al mercatino, c’erano anche delle famiglie che, probabilmente in vacanza in quel paese sperduto, avevano optato per un pomeriggio “alternativo”, considerando anche la pioggia, che picchiettava ostinatamente su qualunque cosa e il cui suono ostinato veniva man mano reso più greve dal crescente numero di ombrelli aperti che vagavano per la piazza da una bancarella all’altra, come fossero pezzi colorati di un mosaico mossi dal vento, fastidioso quasi al pari della pioggia in quel pomeriggio schifoso che però di lì a poco si sarebbe trasformato per me e i miei amici nel giorno migliore della nostra noiosa vita, nel «giorno chiave» che stavamo aspettando per cambiarla. Forse però è meglio raccontare questa storia tornando indietro di qualche giorno… Abitavo in un piccolo paesino di montagna, uno di quelli

Davide F. Redaelli 1° G così sconosciuti che non si sarebbe riuscito a trovare neanche su Wikipedia. Ero andato al parco giochi, l’unico posto, là, in grado di ospitare più di una ventina di persone; stavo aspettando i miei vecchi compagni delle elementari. La scuola materna, la scuola elementare, e anche le medie, che avevo da poco terminato, le avevo frequentate «giù a valle». A proposito di questa espressione, quand’ero piccolo, nella mia testa “giù a valle” era diventata una sorta di istituzione; qualsiasi cosa non ci fosse stata nel mio paesino, lì invece l’avrei trovata. Ma, ahimè, anche quel mondo, che dalla descrizione che ne facevano le persone che conoscevo poteva parere pressoché etereo, quando cominciai a frequentarlo con un occhio più obbiettivo di quello di un bambino di sei anni e soprattutto anche al di fuori della vita scolastica, mi deluse. E la mia voglia di andarmene diventava sempre più forte. Comunque, mi ero dato appuntamento con i miei amici per passare una bella estate, allegra e spensierata. Li stavo aspettando con mio padre, con cui saremmo andati alla casa al mare di Frank, il mio migliore amico. Mio padre era il direttore della banca di paese, era un uomo dolce, allegro, intelligente e sempre disponibile, tuttavia passava quasi tutta la sua vita seduto sulla sedia in pelle del suo ufficio; il suo collo sembrava inesistente, la suo gobba sempre più pronunciata. Sembrava, mio padre, essere diventato una cosa sola con quella maledetta sedia. Era grasso, abbastanza, aveva la testa ovoidale, calva, il viso perennemente corrucciato, e gli occhi verdi potevano incutere timore, tuttavia l’impressione che dava il volto di mio padre, nel complesso, non era quella di essere l’odiata faccia di un tiranno, e piuttosto poteva avvicinarsi maggiormente a quella di un pupazzetto gommoso, dalle guance rosee e paffute e con il naso da clown. Papà si chiama (a meno che non sia morto) Bob McRiddle, ma io ho il cognome di mia madre. Non so più niente di lei da tre anni. Dopo il divorzio, all’inizio mi mandava delle e-mail, delle foto, ma poi ha smesso… In fin dei conti, però, non mi interessa sapere qualcosa di lei, e credo che neanche a lei interessi sapere qualcosa di me.


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Giochi matematici Davide F. Redaelli 1° G

QUESITO 1: È possibile stabilire qual è l’ultima cifra del prodotto dei primi centomila numeri primi? È possibile stabilire se la penultima cifra sarà pari o dispari?

QUESITO 2: De homini qui ivit negotiando Luccam: quidam ivit negotiando Luccam, deinde Florentiam, et reversus est Pisas ; et fecit in unaquaque civitate duplex, et unaquaque expendit denarios 12 ; et in fine nil rimansit ei. Queritur quot in principo habuit. (1202, L. Fibonacci, “LIBER ABACI”)

beduini 1600 $, dicendo loro di dividerseli con equità. Il primo beduino disse che, avendo messo a disposizione 10 focacce, gli sarebbero spettati 1000 $, invece il secondo sosteneva che, avendo ognuno di loro dato tutto ciò che possedeva, era giusto dividere i 1600 $ a metà. Non riuscendo a mettersi d’accordo, decisero di chiedere aiuto al vecchio saggio dell’oasi: lui avrebbe certamente saputo quale fosse la giusta suddivisione. Cosa rispose il vecchio saggio?

QUESITO 4: Ogni mattina, per andare al lavoro, il signor Pacifico parte da casa sua alle 8:00 in punto. Se viaggia a 40 km/h arriva al suo posto di lavoro con 3 minuti di ritardo; se invece viaggia a 60 km/h arriva tre minuti in anticipo.

QUESITO 3: Un turista americano si era perso nel deserto; ormai da qualche giorno le sue provviste erano terminate, e non gli rimanevano che poche gocce d’acqua. Quando stava perdendo anche le ultime speranze, vide avvicinarsi sui loro cammelli due beduini: era la salvezza! I beduini lo portarono all’oasi vicina e condivisero con lui il cibo che possedevano. Il primo beduino aveva 10 focacce, il secondo 6. Divisero tutte le focacce in tre parti uguali, e ciascuno mangiò la sua parte. Riconoscente per avergli salvato la vita, il turista regalò ai

Quale velocità media deve tenere il signor Pacifico per arrivare puntuale al lavoro?


mREDAZIONEm Caporedattrice: Marta Tagliabue, 4°E Redattori: Giulia Zaina, 4°a; Achille Taccagni,4°a; Arianna Colciago, 4°a; Alice Girotto, 3°a; Letizia Bigatti, 1°a; Miriana Colloca, 1°a; Samuele Tagliabue 5°F; Luca Novati, 4°D; Filippo Tagliabue 4°F; Rebecca Spencer, 3°E; Daniele Viganò, 3° E; Giulia Chinellato, 3°E; Alberto Colombo, 3°E; Davide F. Redaelli, 1°G. Fumettisti: Filippo Tagliabue 4°F; Daniele Viganò, 3° E; Alessandro Orsenigo, 3°E. Redazione grafica: Giovanni Zullo, 3° C; Giacomo Panzeri, 3°a.


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