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Emmaus e Avvenire. Martedì 21 settembre 2021

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Martedì, 21 settembre 2021

LA CELEBRAZIONE

Domenica 17 ottobre alle 16 l’apertura diocesana del Sinodo che coinvolgerà tutte le Chiese locali nostro Paese nei prossimi due anni, muoIveràldelSinodo il suo primo passo ufficiale nella nostra dio-

Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata

Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata

cesi domenica 17 ottobre alle ore 16, nell’abbazia di Fiastra, con una Solenne celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Nazzareno Marconi. Lo slogan che accompagnerà il cammino è: «Per una Chiesa sinodale: partecipazione, comunione, missione». Sono invitati sacerdoti, diaconi, consacrati, i membri dei consigli delle Unità pastorali, i rappresentanti di gruppi, associazioni e movimenti ecclesiali. Diretta streaming dell’evento: canale YouTube della Diocesi ed EmmeTV Canale 89. Info: segreteria@diocesimacerata.it

Inserto di

Padre Panichella in Amazzonia con gli ultimi

Macerata al fianco degli afghani in cerca di futuro

Nuovi sacerdoti e diaconi per la Chiesa locale

Cistercensi, convegno storico a Fiastra

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Nella Messa per la festa del patrono san Giuliano, il messaggio del vescovo Marconi alla città

Vincere il cuore indolente «Contro il virus ci attende una guerra di trincea in cui contano soprattutto la solidarietà e la collaborazione Questo tempo potrebbe produrre il bene di renderci più responsabili, più solidali, più maturi»

Pubblichiamo ampi stralci dell’omelia pronunciata dal vescovo NAzzareno Marconi il 31 agosto scorso nella festa del patrono di Macerata. DI NAZZARENO

MARCONI *

C

Un momento della celebrazione nella Basilica Mater Misericordiae

tanti, che poi magari si lagnano degli effetti negativi di questo modo di fare. Oggi tanti parlano in Tv. Moltissimi scrivono su Internet quello che pensano, ma pochi pensano davvero a quello che scrivono. Pochi si prendono la responsabilità seria di valutare ogni parola pronunciata. Molti cercano il successo veloce, creato dall’emozione o da chi la spara più grossa. Papa Francesco dice che ogni cristiano deve chiedere a Dio prima di tutto il dono del discernimento: quella sapienza che è dono dello Spirito santo che fa riconoscere la verità anche quando è scomoda, quando è impegnativa, quando ci chiede di fare scelte che costano fatica e rischio personale, ma portano al bene di tutti. Usate più la testa e la coscienza e meno lo stomaco, quando leggete i post su Internet o seguite un dibattito urlato in Tv! La seconda ricetta contro l’indolenza è vedere con verità cosa possiamo concretamente fare. I competenti che a me sembrano più avveduti, dicono che il virus diventerà endemico, cioè resterà presente. Ci attende una guerra di trincea. Abbiamo delle armi: dai vaccini a una migliore conoscenza delle cure e della prevenzione. Sappiamo meglio come radunarci, lavorare, studiare senza correre gravi rischi. In una guerra di trincea la prudenza è più importante del coraggio, ma non deve diventare paura. Dobbiamo riprendere a vivere, la-

vorare, studiare, ma in modo nuovo, più cosciente e responsabile verso noi stessi e verso gli altri. In una guerra di trincea, la solidarietà e la collaborazione a lungo termine sono più importanti dei gesti isolati e dell’eroismo individuale. Non si può restare in una buca attendendo che altri lottino per noi.

La sfida di questo tempo è preziosa. Da ogni male Dio sa trarre un bene e questo tempo potrebbe produrre il bene di renderci più responsabili, più solidali, più maturi. Nel 2015, a 100 anni dalla Grande Guerra, il presidente Mattarella ha detto: «I soldati italiani, in maggioranza contadini, provenienti da storie e regioni di-

La «Giornata del laureato» si allarga e unisce le generazioni l Teatro Lauro Rossi ha dato il bentornato ai laureati dell’Università di Macerata con la 17ª edizione Idella “Giornata del Laureato”. La manifestazione che

UNIMC

arissimi, la festa del santo Patrono ci parla di una paternità amorevole, di una protezione di san Giuliano verso Macerata, su cui possiamo confidare. La prima lettura della Messa però si chiudeva con un “guai”: «Guai al cuore indolente e che non ha fede, perché non avrà protezione». Cosa ci dice oggi questa Parola rivolta non solo alla Chiesa, ma a tutta la città di Macerata? Mi prendo la responsabilità di dire parole anche dure, che sinceramente ritengo vere, senza pretendere che lo siano. Il vescovo deve essere sincero, ma non pretende certo di essere infallibile. Parlo al vostro cuore ed alla vostra libera coscienza, che la fede cristiana rispetta sempre. La prima tentazione di un cuore “indolente”, mi sembra quella di pretendere da Dio la soluzione dei nostri problemi. Questa è la visione di una fede “di comodo”, con Dio e i santi chiamati ad affrontare i problemi, rispetto alla genesi dei quali non siamo del tutto innocenti. Possiamo e magari dobbiamo chiedere la fine di questa pandemia, ma ciò richiede da parte nostra di superare l’indolenza e la mancanza di fede. L’indolente davanti a un problema non si chiede: «Cosa potrei e dovrei fare in prima persona?», ma cerca colpevoli e complotti, per scaricare sugli altri ogni responsabilità. Pretende soluzioni che non lo costringano a cambiare abitudini, o a fare sacrifici ragionevoli. La Bibbia invece parla di Alleanza tra Dio e l’umanità, in cui ciascuno dei due fa il bene che può, per raggiungere il benessere, la pace, la salute. Bisogna cercare la verità delle cose. Non quella più comoda per noi: quando eravamo piccoli ci fidavamo di giornali e televisione: voci autorevoli perché affidati a professionisti formati con una lunga ed esigente gavetta, rigorosi nel verificare la fondatezza di quanto divulgato. Oggi le cose sono cambiate. I danni di questa pandemia hanno radici lontane e nessuno è del tutto innocente, perché una società che non pretende più studio, sacrificio e competenza per raggiungere posti di responsabilità, nel breve tempo è comoda per

celebra tre generazioni di laureati – quelli di 25 e 50 anni fa, con i neo dottori – in questa edizione si è estesa includendo i Graduation Day in piazza. I laureati premiati sono: Franco Giampaoletti, Marco Fioravanti, Chiara Angelini, Arianna Giulianelli, Luca Moriconi e Serena Sileoni (nella foto col rettore Adornato).

verse, scoprirono per la prima volta, nel senso del dovere, nella silenziosa rassegnazione, nella condizione di precarietà, l’appartenenza a un unico destino di popolo e di nazione». L’Italia l’hanno costruita più le trincee del Carso, dove siciliani e milanesi combatterono e soffrirono a lungo assieme, che gli intrallazzi politici di Cavour o l’impresa fulminea dei Mille di Garibaldi. Nella logica dell’Alleanza biblica è giusto e buono avere fede e chiedere al Signore e a san Giuliano la vittoria su questa pandemia, ma ognuno faccia la sua parte, come tanti stanno facendo da quasi due anni, con impegno e per il bene di tutti. Se per noi la parola guerra è simbolica, tra di noi stanno giungendo da fine agosto delle famiglie afgane in fuga da Kabul per le quali la guerra è ricordo vivo. Da settimane la Diocesi, il Comune, le Autorità locali civili e militari, la Caritas, la “Fondazione Diocesana Vaticano II” e l’associazione “Centro di ascolto e di prima accoglienza” stanno lavorando assieme per dare una accoglienza responsabile, competente e di qualità. Mi sembra già una cosa molto buona che si lavori assieme, che ci si confronti e si cerchi il meglio per chi è in difficoltà: sia per chi arriva da lontano, che per chi vive già qui in situazioni precarie.Accogliere questi perseguitati mentre si continua ad aiutare i nostri poveri e i nuovi poveri è un dovere umanitario. È una testimonianza all’Italia che anche noi Maceratesi sappiamo fare la nostra parte. Ed è anche il modo giusto di onorare i 53 civili e militari italiani che in questi 20 anni sono caduti in terra afghana tenendo fede all’impegno di bene che avevano preso. Che San Giuliano vi benedica e protegga tutti. * vescovo

L’ANNIVERSARIO

Il lavoro torni a dare dignità e speranza

«S

enza lavoro non c’è pace, futuro, libertà, dignità...»: don Rino Ramaccioni, introducendo l’incontro che si è svolto all’Abbadia di Fiastra sabato scorso 18 settembre, nell’ambito degli appuntamenti per i 50 anni di campi scuola Mlac, ha subito indicato un preciso orizzonte alla riflessione nella quale ha coinvolto il presidente nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia e il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio. Il lavoro che non si accontenta di essere via al sostentamento fisico, ma che si qualifica come dimensione fondamentale dell’esistenza, come attività nella quale ognuno partecipa all’opera della creazione. La discussione, vivacemente animata dal giornalista fermano Raffaele Vitali, ha preso ovviamente spunto dallo sconvolgimento prodotto dalla pandemia, che nel nostro territorio si è sommato, amplificandone i riverberi, al disastro del sisma del 2016. Così Tarquinio ha annotato come la crisi sia stata un grande evidenziatore che ha fatto risaltare di ogni territorio i punti di forza e quelli di debolezza, da cui ripartire per un recupero duraturo, e di fronte al persistere delle proteste no-vax ha notato come si tratti di reazioni individualiste, autoreferenziali e che paradossalmente «chi rifiuta il vaccino, rifiuta le cure, in modo che è del tutto equivalente a quello di un fautore dell’eutanasia». Manfredonia ha a sua volta rilevato come anche nella Chiesa si sia «manifestato spesso un deficit di relazionalità, che ha coinvolto le stesse Acli», notando poi che «la vita non può essere affrontata come un talent dove tanti partecipano ma solo uno vince: tutti devono essere accompagnati per vincere, e questo nelle nostre comunità molto spesso manca». Il direttore di “Avvenire”, invitando ad avere uno «sguardo integrale sulla vita, che va difesa in ogni suo ”durante” – inizio, fine, tempo intermedio –, ha sottolineato l’importanza dell’enciclica Laudato si’, vera «Carta di Camaldoli dei cattolici di questo tempo», testo guida fondamentale per l’azione su un «terreno di avvicinamento tra credenti, non credenti e diversamente credenti». Rispondendo alla sollecitazione del giornalista Vitali, Manfredonia ha rilevato come all’origine di tante crisi con licenziamenti di massa ci sia il fatto che la conduzione delle aziende non è più in capo a imprenditori, più o meno bravi, ma a fondi finanziari per i quali la responsabilità sociale non è un criterio di valutazione. Per contrastare tali comportamenti, va innescata un’azione a livello europeo per un salario minimo continentale. Piero Chinellato

Il necessario cammino verso una «città della cura» DI

GIANCARLO CARTECHINI

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Serve un nuovo urbanesimo che sostenga nella capacità di collaborare, di produrre beni comuni e di avere attenzione reciproca

ecenni fa questo dramma della solitudine non sarebbe accaduto: tutti nel rione si interessavano di tutti, nel bene e nel male. Certo, se fossero stati abitanti delle Fosse, dove c’è ancora vita sociale, li avrebbero scoperti al massimo entro una settimana. Ma quanti anziani muoiono da soli e vengono scoperti dopo alcuni giorni?».. Il sentimento prevalente tra le reazioni seguite alla tragedia della coppia di anziani di Macerata e del loro figlio con problemi di disabilità trovati morti nella villetta di Santa Croce, raccolte sul web, è di disorientamento e di sconcerto. Nostal-

gia per un passato che non c’è più. Accuse alle istituzioni – servizi sociali, parrocchia, Caritas– che non si sono accorte di nulla. Tentativo di contestualizzare quanto accaduto nell’ambito della crisi da Covid: «Eccolo il frutto dei tempi, distanziamento, dignità calpestata…». «Ci vorrebbe un villaggio per avere cura di un anziano o di una persona fragile, ma quel villaggio non c’è più», scrive Ezio Manzini, docente universitario noto per i suoi lavori centrati sul tema della sostenibilità sociale, nel saggio “Abitare la prossimità”. Proprio nel momento in cui è necessario mantenere le distanze, la nuova condizione di vita imposta dalla pandemia mostra in modo tangibile l’importanza del-

la prossimità. La nostalgia, tuttavia, non può suggerirci una via d’uscita. E allora che fare? La sua analisi è lucida. Gli individui hanno sempre meno tempo per prendersi cura gli uni degli altri. D’altro canto i sistemi di servizi sociali hanno sempre meno capacità di farlo, per carenza di risorse certo, ma soprattutto perché l’idea di servizio su cui si basano non riesce a fare fronte alla dimensione e varietà dei problemi da affrontare. È il modello stesso della “città dei servizi” ad avere raggiunto un limite di saturazione non superabile: «Nessun servizio sociale immaginato per intervenire su persone in specifici momenti di difficoltà, può sostenere una situazione in cui, per un numero crescente di

persone, la precarietà tende a diventare la condizione normale di esistenza». La proposta? Bisogna cambiare parametro. Passare da una “città dei servizi”, in cui le persone sono spinte a sentirsi e ad agire come clienti passivi, ad una “città che cura”, in cui i cittadini sono sostenuti nella loro capacità di essere attivi, di collaborare, di produrre beni comuni e di avere cura tra di loro. Il libro presenta una serie di iniziative, già realizzate in diverse città europee, che vanno in questa direzione: condividere spazi comuni, organizzare reti di supporto per anziani e persone fragili, creare circoli di cura in cui gruppi di cittadini, che hanno uno stesso problema, si aiutano vicendevolmente con

l’aiuto di esperti. Porre le basi, insomma, per un welfare relazionale e collaborativo, in cui tutti gli attori in campo si sentano parte di una comunità di cura. L’autore si spinge fino a proporre una differente “ecologia del tempo”, in cui il ritmo uniforme e accelerato della modernità cede il passo al tempo plurimo della “città che cura”, fatto sì di velocità, ma anche della lentezza necessaria per intessere relazioni e favorire la nascita di nuove comunità aperte e inclusive. Una prospettiva interessante, sulla quale potrebbe essere utile confrontarsi: in fondo che cosa è la politica, se non la capacità di lasciarsi interrogare dai fatti che accadono e progettare un futuro possibile?


COMUNITÀ

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MARTEDÌ 21 SETTEMBRE 2021

Padre Panichella, 40 anni dalla parte dei poveri La riflessione sul lungo ministero vissuto in Brasile. «Se tornassi indietro rifarei quasi tutto, di certo manterrei sempre lo stile di prete missionario saveriano» DI

TIZIANA TIBERI

P

adre Alberto Panichella, missionario saveriano in Brasile, è tornato in Italia per tre mesi, a tre anni di distanza dall’ultima visita in patria. Ci racconta della sua esperienza attuale in Amazzonia ad Atalaia do Norte, sul confine con il Perù e della ricorrenza dei 40 anni di sacerdozio. Quali attività missionarie sta realizzando in Amazzonia? Noi missionari saveriani siamo nuovi lì; siamo arrivati da circa due anni ad Atalaia

Padre Alberto Panichella

do Norte, sul confine con il Perù e cerchiamo di portare avanti molte attività come la liturgia, la catechesi, la preparazione al Battesimo e ai sacramenti, la formazione dei ministri straordinari della Parola di Dio e tutte le attività normali di una parrocchia, fatte però “alla brasiliana” cioè in modo vivace e creativo. Poi ci sono attività proprie dell’America Latina con gli indigeni lungo la riva del fiume. Alcune c’erano, altre le abbiamo portate noi: ad esempio abbiamo rinforzato molto la pastorale dell’infanzia e le iniziative contro la mortalità infantile con visite in tutte le case. Inoltre, stanno aumentando i gruppi di riflessione nelle case che mirano a diventare piccole comunità ecclesiali di base, cioè la piccola chiesa fatta nelle case. La cosa straordinaria è che viene portata avanti dalle laiche e dai laici, soprattutto donne. Un’altra novità, è l’attività del movimento “Fede e Politica” che insieme alla Caritas insegna alla gente il cambiamento, non

solo sociale e di promozione umana, ma anche politico, per poter rivendicare il potere del popolo e degli indigeni che devono difendersi dall’invasione dei bianchi in settori come il legno, la pesca predatoria, gli incendi o fermare le azioni volte a saccheggiare l’Amazzonia che ha tante cose belle, compreso l’artigianato indigeno venduto non sono in Atalaia ma anche nelle città vicine. Padre Alberto che testimonianza ci può portare su come il Covid è stato vissuto nelle favelas? La pandemia è stata una tragedia; siamo stati costretti a interrompere le attività legate a progetti bellissimi che avevamo all’inizio dell’anno scorso. La programmazione in Brasile si fa a febbraio, quindi non abbiamo fatto in tempo a cominciare, che è scoppiata la pandemia. Questo mi ha fatto soffrire psicologicamente perché stavamo facendo dei passi da gigante. Sul fronte contagi non ho nume-

ri esatti: oltre 5mila persone prima della mia partenza, ma il miracolo è stato registrare “solo” 16 decessi; non è stato così in altre parti dell’Amazzonia, compresa Manaus la capitale. Questa visita in Italia è anche l’occasione per celebrare i suoi 40 anni di sacerdozio. Cosa ci può di dire del suo cammino di fede? Sono contento di essere stato ordinato sacerdote, anche se “sacerdote” è una parola grossa per me, nel Vangelo questa parola non c’è, si parla di “presbiteri”; è più semplice e popolare. Io sono stato un “prete popolare” della gente e dei poveri, quindi mi sono mescolato con loro, ho vissuto come loro, ho mangiato come loro, mi sono fatto uno di loro. Se tornassi indietro, rifarei quasi tutto (non sono orgoglioso di tutto allo stesso modo), cercherei di migliorare quello che potevo fare meglio, però lo stile di prete missionario saveriano religioso lo manterrei sempre.

Ali Riza, presidente dell’associazione che riunisce gli afghani: «Siamo grati alla città per l’accoglienza Oggi ci sentiamo italiani ma la burocrazia non ci riconosce il diritto di definirci tali»

Macerata al fianco dell’Afghanistan Continua l’impegno a favore di una popolazione segnata dal dolore della guerra DI

A sinistra la comunità afghana di Macerata in un momento di festa ai Giardini Diaz: sono circa 180 le persone presenti nel capoluogo, alcune anche da oltre dieci anni. L’associazione che le rappresenta è presieduta da Ali Riza (a destra).

ANDREA MOZZONI

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acerata si pone al fianco delle famiglie in fuga dall’Afghanistan, mentre una comunità afghana è già presente in città da oltre un decennio. La provincia ha già accolto in diversi Comuni, alcuni appartenenti alla nostra diocesi – come nel capoluogo, ad Appignano e a Treia – nuclei familiari scappati dall’ennesimo dramma nella loro terra. Una vicenda determinata dal ritorno del regime talebano dopo vent’anni dalla “cacciata” e a seguito del ritiro delle forze militari Nato. Sul territorio, tuttavia, e soprattutto nella stessa Macerata esiste da tempo una nutrita comunità, composta da circa 180 persone, integrata nel tessuto sociale e lavorativo che ha voluto raccontare la propria storia e stringersi al fianco dei connazionali riusciti a raggiungere l’Italia, come di quelli ancora in pericolo in Afghanistan. A rappresentarla c’è il giovane Ali Riza: «Siamo affranti dal disastro che si sta consumando nel nostro martoriato Paese per l’ennesima volta – ha detto e scritto in un documento consegnato ai media locali –; sento la necessità di raggiungere con questa mia lettera i miei concittadini, sia quelli afghani che, come me, da qui assistono impotenti al dramma che coinvolge molti dei nostri familiari, vittime innocenti di tante, troppe ingiustizie; così come i nostri concittadini italiani». Molti i timori espressi da Ali Riza per la sorte di chi non è riuscito a imbarcarsi in uno dei voli messi a disposizione

anche dallo Stato italiano: «Purtroppo noi conosciamo il regime talebano e nonostante i proclami di moderazione, temiamo che ci saranno rappresaglie contro chi ha lavorato e collaborato con

l’Occidente, chi aveva creduto nella rinascita libera e graduale del nostro Paese – ha affermato – ; temiamo inoltre in particolare per la condizione delle donne, a cominciare dalle ragazzine, costrette a sposarsi in tenera età e

a vivere in regime di schiavitù. Abbiamo paura infine anche per l’arte, la cultura e ogni altra libertà, già in passato cancellate dal loro controllo sulla nostra gente». Poi il ringraziamento verso i maceratesi: «Provenendo

a nostra volta dalla guerra e dal regime talebano degli anni passati, qui a Macerata abbiamo iniziato a lavorare, messo su famiglia, fatto nascere i nostri bambini – spiega Riza –, vorrei ringraziare la comunità locale

L’INTERVISTA

adre Giuseppe Moretti, barnabita recanatese, classe 1938, è stato l’unico sacerdote cattolico presen- Padre Moretti: P te a lungo in Afghanistan, che conosce dal 1977. Cap-

pellano dell’Ambasciata italiana sino al 2015 (con un intervallo tra il 1994, quando fu ferito durante un attacco alla rappresentanza diplomatica, e il 2001 quando l’Ambasciata fu riaperta). Con lui ho potuto svolgere una chiacchierata a casa della sorella, nel nostro natìo borgo…, dov’è in vacanza. Mi ha colpito molto la sua umanità e la profonda conoscenza della storia, della cultura e degli stili di vita afghani. Molte delle cose che racconta derivano naturalmente dalla sua «indimenticabile e non breve esperienza afghana», una ricca fonte di esperienza, che lo ha portato ad essere testimone realista, non sentimentale, dotato di umanità e di una fede non comune. La sua veste e la sua presenza è stata di sacerdote missionario? Conditio sine qua non per restare, in seguito a un trattato che dura da un secolo esatto, è che non ci fosse proselitismo. In Afghanistan la conversione com-

quei tre decenni trascorsi a Kabul porta la condanna a morte. Come sono stati i rapporti con la gente del posto? Di umanità con tutti, dal cuoco dell’ambasciata, al giardiniere, ai militari italiani e in particolar modo con le autorità, come il presidente della Corte Suprema, alta carica islamica, che ha mostrato in varie occasioni simpatia per san Francesco e san Giovanni Paolo II. Grande il loro rispetto verso gli uomini di Dio. Il segno che ha lasciato? La Scuola di Pace, inaugurata nel 2005 costruita grazie al contributo dei recanatesi e alla generosa offerta di Giovanni Paolo II! Voluta in un villaggio, Tangi Kalay, sopra Kabul, ospita 2.500 bambini,

dalle elementari fino al liceo, maschi e femmine. È in periferia perché i villaggi sono luoghi trascurati dalle Ong internazionali. Noi della diocesi maceratese come potremmo essere di aiuto a chi potrebbe giungere da quella terra? Le famiglie si sentano accolte, non sopportate; ai bambini va insegnata da subito la lingua italiana; operare con un fraterno inserimento nella vita sociale, dando loro asili e alloggi dignitosi. Lo spirito di carità cristiana si vede e si trasmette così. Rispetto prima di tutto: sono esseri umani, sono stati portati in Occidente per essere liberi, quindi va rispettata in primis la loro libertà, anche quella di culto. Dire che gli afghani sono talebani è un insulto. Le ultime parole di Giovanni Paolo II sono state: «Non abbandonate i bambini di Kabul». La nostra credibilità si manifesta anche offrendo un piatto di minestra con un sorriso. Attivarsi presso la Caritas e conoscere se ci sono mullah locali. Farli sentire parte della Diocesi: l’accoglienza deve essere diversa da quella dello Stato! Giuseppe Luppino

che ci ha accolti così bene e presso la quale i nostri figli, come noi peraltro, si sentono – e ci sentiamo noi – realmente italiani. Nel cuore già lo siamo». A mancare è però ancora il riconoscimento formale dello Stato: «Gli unici documenti mancanti al completamento di quanto richiesto, dopo oltre dieci anni di stabile residenza, non vengono riconosciuti se rilasciati dalla nostra ambasciata a Roma. Ci si chiede di produrli nel nostro Paese e questo ci sembra una beffa perché quasi tutti siamo arrivati fuggendo dalla guerra». Nelle parole del presidente della comunità afghana a Macerata c’è sconforto: «Non bastano la retta condotta, il pagamento puntuale delle tasse, l’integrazione compiuta della nostra gente, il rispetto delle leggi e infine il desiderio autentico di poterci dire italiani – ha concluso –, l’Italia ci soccorra almeno in questa legittima aspirazione, visto che qui molti di noi hanno comprato casa con tante fatiche e hanno bambini che vanno a scuola e parlano italiano come loro prima lingua».

Cingoli ha ricordato il vescovo Odo Fusi Pecci DI GIOVANNI SBERGAMO

I Foto ricordo della celebrazione

Nel 50° dell’ordinazione episcopale del presule morto nel 2016, il vescovo Giuseppe Orlandoni ha presieduto una Messa

l 29 agosto 1971 Cingoli ha vissuto un evento indimenticabile: il concittadino monsignor Odo Fusi Pecci venne consacrato vescovo da monsignor Ersilio Tonini, amministratore apostolico della diocesi cingolana. Per ricordare quel giorno gioioso, lo scorso 29 agosto – a cinquant’anni di distanza – la comunità civile e religiosa si è riunita nella collegiata di Sant’Esuperanzio per una solenne celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo emerito di Senigallia Giuseppe Orlandoni, che ne raccolse l’eredità pastorale il 5 aprile 1997. Erano presenti il sindaco di Cingoli Michele Vittori con l’assessore alla Cultura Martina Coppari, il primo cittadino di Senigallia Massimo Olivetti e alcu-

ni familiari del presule. Nell’omelia monsignor Orlandoni ha ricordato la collaborazione con Fusi Pecci, soffermandosi con emozione sulla propria partecipazione alla consacrazione del 1971 da giovane sacerdote e confessando che «mai avrei immaginato di essere consacrato vescovo proprio da monsignor Tonini e di succedere al vescovo Odo». La nipote Maria Claudia ha ripercorso alcuni momenti della vita del congiunto. In chiesa i numerosi fedeli hanno ammirato alcuni cimeli appartenuti al vescovo – la mitria, il pastorale, la Bolla pontificia, lo stemma con il motto episcopale “Audit servus tuus” –, concessi in esposizione dalla curia di Senigallia. Inoltre materiale del giorno dell’ordinazione, manifesti, locandine, pubblicazioni, santini, inviti, un quader-

no con appunti di letteratura italiana: il tutto conservato nell’archivio ecclesiastico di Cingoli. A distanza di cinque anni dalla morte (21 marzo 2016) è ancora viva in città la memoria di “don Odo”, come voleva essere chiamato dai suoi concittadini, lui nato nella frazione di Villa Torre il 29 giugno 1920. Ordinato sacerdote il 19 dicembre 1942, si laureò in Lettere all’Università di Firenze e in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Papa Paolo VI lo nomina vescovo di Senigallia il 15 luglio 1971 ed il 12 settembre dello stesso anno inizia il ministero pastorale. È stato professore di Teologia morale e spirituale, preside dell’Istituto teologico marchigiano, componente della commissione per il clero della Cei, e segretario e poi presidente della Conferenza epi-

scopale marchigiana, membro del Consiglio permanente della Cei, Amministratore apostolico della diocesi di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola. Grande intellettuale, storico e studioso, ha lasciato un ricco patrimonio culturale e librario con prestigiose pubblicazioni, come gli studi sul papa cingolano Pio VIII. Il ministero sacerdotale cingolano è stato di grande spessore religioso, morale e culturale: assistente diocesano delle Acli, dei maestri cattolici, delle Figlie di Maria, dei Laureati cattolici, del Movimento vedovile, Rettore del seminario dove ha insegnato Lettere, e docente di Religione all’Istituto Magistrale, delegato vescovile e vicario episcopale per la pastorale. Con l’unione della diocesi di Cingoli a quella di Macerata, è stato insegnante di Teologia

dogmatica in Seminario, Rettore del Seminario maggiore, docente di Religione al Liceo classico statale, assistente della Fuci. L’amore per la terra natale non lo ha mai abbandonato: anche da vescovo, costante è stata la sua presenza alle feste patronali di Santa Sperandia e di Sant’Esuperanzio (era legato da una fraterna amicizia col priore don Adriano Pennacchioni); nei fine settimana tornava spesso nel Balcone, fermandosi nel monastero benedettino di Santa Sperandia dove molti cingolani lo andavano ad incontrare. Le sue parole sono state per molti di grande conforto umano e spirituale. Le sue spoglie riposano nella cattedrale di Senigallia, ma il ricordo di don Odo vivrà per sempre negli animi di tutti i cingolani che lo hanno conosciuto e stimato.


CHIESA

MARTEDÌ 21 SETTEMBRE 2021

All’Abbadia di Fiastra per il creato È

AZIONE CATTOLICA

Arte e cultura nel chiostro ilancio positivo dell’iniziativa promossa dall’Azione cattolica e conclusa all’AbbaB dia di Fiastra. Una proposta partecipata che

ha intrecciato l’incontro con il volto dell’altro nei luoghi dell’arte per riflettere e confrontarsi sui “segni dei tempi” della transizione ecologica che è anche transizione sociale ed economica, culturale e istituzionale, individuale e collettiva, ma anche ecumenica e interreligiosa. Un cammino iniziato con la “passeggiata alle fonti” per arrivare ai pozzi dei chiostri e all’acqua come «potente elemento simbolico, sorgente di vita o di dissoluzione nei miti della creazione e del diluvio universale. Le fonti e i chiostri con i loro pozzi sono luoghi sacri per eccellenza, ponti tra l’aldilà e l’aldiquà», come ha ricordato il professor Stefano D’Amico. Il cammino dentro l’abbazia cister-

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cense è stato accompagnato da Miria Salvucci che ha anche illustrato il lungo cammino dell’ordine monastico. Dopo cena Stefano Della Ceca ha dialogato sul messaggio della Cei per la 16ª Giornata del Creato: «Il bene comune diventa bene comune globale perché abbraccia anche la cura della casa comune. Occorre un discernimento attento per cercare assieme come realizzarlo, in uno stile sinodale che valorizzi competenza e partecipazione, che sappia essere attento alle nuove generazioni e si apra al futuro». Daniela Meschini

in corso all’Abbadia di Fiastra – dal 1° settembre al 3 ottobre –, promossa da don Alberto Forconi, l’iniziativa “Tempo del creato: una casa per tutti? Rinnovare la casa di Dio”, che replica la positiva esperienza già vissuta l’anno scorso. Il filo conduttore l’ha fornito il Messaggio «per la protezione del creato» firmato da papa Francesco, dal patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, che era stato preceduto dal messaggio dei vescovi italiani «”Camminare in una vita nuova“ (Rm 6,4). La transizione ecologica per la cura della vita» del 24 maggio scorso. Gli appuntamenti, promossi dalle diocesi di Macerata e di Fermo, hanno preso il via il 1° settembre, 16ª Giornata nazionale per la Custodia del Creato, con sante Messe e la presentazione della mostra

«Laudato si’». Ogni domenica del mese, l’appuntamento è alle ore 7:30 per una camminata lungo i sentieri della Riserva naturale Abbadia di Fiastra che si conclude alle ore 9 con la santa Messa. Domenica 5 settembre ha celebrato l’arcivescovo di Fermo Rocco Pennacchio; il 12 il vescovo emerito di Fabriano - Matelica

Celebrazione col vescovo Vecerrica

Giancarlo Vecerrica, il 19, al Cosmari, l’arcivescovo Renzo Fratini, già nunzio apostolico in Spagna. Domenica prossima, 26 settembre, presiederà la celebrazione l’agostiniano padre Gabriele Pedicino, priore e rettore della basilica di San Nicola di Tolentino. La conclusione si avrà domenica 3 ottobre col cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo emerito di Ancona - Osimo. Oltre alle camminate e alle liturgie il programma prevede anche appuntamenti musicali nella chiesa abbaziale. Finora si sono esibiti il coro Vox Poetica Ensemble di Fermo, il cantautore Marco Poeta e il Coro polifonico S. Vincenzo Maria Strambi di Piediripa. Domenica prossima, alle ore 19, sarà la volta dei Pueri Cantores di Macerata, mentre il 3 ottobre si esibiranno il Coro Sibilla e la Birbanda Santa Croce di Macerata. (P.Ch.)

La diocesi si arricchisce di religiosi consacrati che si pongono a servizio di una Chiesa sempre più “in uscita”, ricca del Vangelo «Grati al Signore per la chiamata»

«Un popolo che cresce nella fede» DI

EMANUELE MARCONI *

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o scorso sabato 18 settembre nei giardini del Seminario diocesano missionario “Redemptoris Mater” il vescovo Nazzareno Marconi ha ordinato quattro nuovi sacerdoti: Alain Georges N’Guessan Damana dalla Costa d’Avorio, José Daniel Morey Alarcón dal Perù, Matteo Giannini da Pescara e José Manuel Contreras Martinez dal Messico. Inoltre, c’e stata anche l’ordinazione diaconale di Pietro Basenghi da Rieti. Alain Georges, viene da una famiglia cristiana e ha un fratello presbitero. La sua vocazione è nata nel Cammino Neocatecumenale all’età di 13 anni. Ma dopo tanto tempo di resistenza ha sperimentato la Misericordia di Dio. Pieno di gratitudine al Signore e con l’aiuto dello Spirito Santo, risponde: «Sono davvero felice della elezione che Il Signore ha fatto alla mia vita. Mi auguro che tanti fratelli e sorelle possano lasciarsi aiutare per scoprire la vocazione che Dio ha pensato per loro». José Daniel, nato tra i monti del Perù in una famiglia allargata, ha sperimentato che solo Dio poteva dare senso alla sua vita. «Il Signore mi ha chiamato ad entrare nel Cammino Neocatecumenale e a scoprire il suo amore, unico in grado di riempire quel vuoto che da sempre affliggeva il mio cuore». Ha poi dedicato 10 anni alla formazione dove ha potuto assaporare la vita missionaria: in Messico, in Israele e anche in Italia. Matteo Giannini, arrivato a Macerata nel 2015, benedice il Signore per aver ricevuto la grazia del presbiterato. Cresciuto in una famiglia appartenente al

Quattro nuovi sacerdoti L’ordinazione presieduta dal vescovo si è svolta sabato scorso al Seminario Redemptoris Mater Comunità in festa anche per un diacono Cammino Neocatecumanale, è il terzo di 6 figli ed ha alle spalle 11 anni di formazione che comprendono una intensa esperienza missionaria, nella Repubblica Dominicana e nei quartieri poveri ad Haiti.

José Manuel, quarto di sei figli, migrato negli Stati Uniti, in un momento non facile della sua vita ha cercato aiuto: «La Chiesa mi ha aiutato annunciandomi l’amore di Gesù Cristo. In risposta a questo amore, mi sono offerto, donando la mia vita all’evangelizzazione». Anche lui ha potuto assaporare la vita missionaria in Irpinia e in Albania. Pietro Basenghi, originario di Rieti è stato educato alla fede sin da bambino. È grato al Signore della chiamata scoperta nel Cammino Neocatecumenale, in un momento buio della sua vita e ora coronata dall’ordinazione diaconale. * responsabile del Centro diocesano vocazioni

La celebrazione rimandata una prima volta a causa Covid, avverrà sabato nell’abbazia di Fiastra alle 18.30. «Due ragazzi generosi»

Luca Riz e Filippo Gobbi

CHIESA LOCALE

Spostamenti e nomine in diocesi

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Il vescovo Marconi e i neo-ordinati

Luca e Filippo saranno finalmente diaconi DI GABRIELE FARAGHINI *

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opo il primo tentativo nella settimana in Albis, andato a monte a causa del Covid, sembrerebbe la volta buona per l’ordinazione diaconale di Luca Riz e Filippo Gobbi, che avverrà sabato 25 settembre nell’abbazia di Fiastra alle ore 18.30. Questi due giovani appartenenti alla Comunità dei Figli del Sacro Cuore da tre anni si stanno formando al Seminario Romano. Devo dire che all’inizio il timore che vivessero questo tempo semplicemente come un obbligo da ottemperare, mi metteva un po’ di apprensione. Dato che anch’io sono un religioso, so bene quanto sia importante per noi il legame con la nostra Comunità di appartenenza e quanto sia faticoso accettare altri punti di riferimento. Eppure posso dire che Luca e Filippo si sono buttati

nell’esperienza di Seminario con grande generosità e disponibilità e sono stati da un lato accoglienti, dall’altro arricchenti con la loro presenza di vita legata a un carisma particolare. Ora arriva per loro un tempo bello legato all’ordinazione diaconale con la quale la configurazione a Cristo servo plasmerà le loro esistenze e li metterà a servizio della loro Chiesa locale di Macerata. C’è il pericolo di vedere nell’ordinazione diaconale solo una tappa da percorrere per arrivare all’ordinazione presbiterale, mentre nel pensiero della Chiesa essa ha un valore pedagogico grande. Se al candidato al presbiterato viene conferita l’ordinazione diaconale è perché sappia sempre riconoscere e vivere da servo come Cristo, nella consapevolezza che chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti. Il loro “si” deve essere manifestazione di una disponibilità, di una aper-

tura a lasciar passare i doni del Signore. Come Maria è stata grembo accogliente e fecondo attraverso il quale Cristo è venuto ad abitare in mezzo a noi, così avvenga per Luca e Filippo. Si racconta di San Francesco, diacono – nelle Fonti – che a Greccio a Natale avvenne qualcosa di speciale: «Viene celebrato sulla mangiatoia il solenne rito della messa e il sacerdote assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si veste da levita, perché era levita, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora è un invito per tutti a pensare alla suprema ricompensa. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme». Che anche Luca e Filippo annunciando il Vangelo da diaconi ci facciano assaporare la stessa gioia! * rettore del Pontificio Seminario romano maggiore

Andrea, ora diacono permanente DI M.

NATALIA MARQUESINI

A

ndrea Marinozzi, classe 1960, è l’ultimo frutto di un cammino vocazionale che negli ultimi due anni ha visto l’ordinazione di 6 diaconi permanenti nella diocesi di Macerata. Dopo Carlo, Mario, Denis, Antimo e Renzo, anche ad Andrea infatti lo scorso 30 agosto all’Abbadia di Fiastra il vescovo Nazzareno Marconi ha imposto le mani consacrandolo. Cresciuto nella frazione maceratese di Piediripa, nella cui parrocchia ha collaborato fin da giovanissimo, Andrea vive dal 1986, anno in cui ha sposato Franca, in un quartiere della parrocchia del Santissimo Sacramento di Macerata. Quello di Andrea e Franca è un cammino di diaconato “familiare” iniziato nel 2011 e che la coppia ha percorso attraverso un vivo accompagna-

Ordinazione di Andrea Marinozzi

mento spirituale. Genitori di Sara e Laura, la coppia è attualmente impegnata a sostegno dei fidanzati nei percorsi di preparazione al sacramento del Matrimonio. «Oggi più che mai è necessario che il clero di una diocesi abbia uno sguardo rivolto verso tutti e fisso su Gesù», ha detto il vescovo Nazzareno Marconi durante l’omelia, esprimendo il desiderio di una “Chiesa in uscita” che

molto ricorda il continuo impegno del neo-diacono a sostegno del bene comune. Impegnato nel mondo dell’associazionismo da sempre, da 15 anni è socio de “La Goccia”, l’associazione per l’affido, l’adozione ed il sostegno familiare nata a Macerata nel 2001. Andrea ha alle spalle anche una storia di impegno politico che lo ha portato a ricoprire la carica di assessore al Comune di Macerata dal 1985 al 1990 e che lo vede oggi presidente della Consulta regionale della Famiglia. «Il tuo diaconato – gli ha augurato infine il vescovo – sia prima di tutto un servizio di amore, che non mette dogane e che non si spaventa nel percorrere vie nuove, nell’incontrare chi è lontano e nel portare in ogni ambiente di vita e di lavoro la testimonianza di una fede che allarga il cuore, non che lo richiude».

ei giorni scorsi sono state annunciate le nomine e gli spostamenti di numerosi sacerdoti. I passaggi di consegne e i trasferimenti di abitazione si svolgeranno con gradualità. Don Pietro Micheletti studierà per il Dottorato in Sacra Scrittura a Roma. Il nuovo parroco di San Francesco e Addolorata a Recanati sarà don Sergio Fraticelli. Don Mattia Marconi è nominato Cappellano dell’Università di Macerata. Don Giacomo Pompei andrà a Roma per il dottorato in Diritto Canonico; sarà cappellano degli studenti dell’Università Cattolica. Don José Manuel Contreras Martinez, don José Daniel Morey Alarcon e don Matteo Giannini resteranno come aiuto nelle UP dove già prestano servizio. Don Alain Georges N’Guessan Damana resterà nella sua UP come collaboratore. Si confermano don Giuseppe Verdenelli come Parroco e Coordinatore dell’UP Treia - Passo di Treia insieme ai collaboratori don Manuel De Ornelas e padre Luciano Genga o.f.m. Don Mirco Cichella e don Giovanni Di Felice andranno a Taiwan. Nella UP Troviggiano-Villatorre-Villastrada: don Fabrizio Perini sarà Coordinatore di UP con don Gerardo Garcia collaboratore particolarmente dedicato a Troviggiano. Don Efraim Ramirez partirà per la missione in Argentina. Don Franco Palmieri sarà sostituito come parroco di Villa Potenza da don Gianfranco Ercoletti. Nella UP Montelupone-San Firmano sarà parroco e coordinatore don Giacomo Ippolito. Don Fabio Olano, che ha conseguito il dottorato in teologia, sarà suo collaboratore e “Direttore della formazione diocesana per laici”. Don Marino Mogliani sarà sostituito come parroco di Urbisaglia da don Fabio Piombetti.

L’addio a don Mario Buongarzoni Ricordo di un prete dai mille interessi

È

don Mario Buongarzoni

È stato parroco di Santa Maria della Pace, di San Giorgio e della Madonna del Monte. Aveva 95 anni

tornato alla casa del padre, alla bella età di 95 anni, don Mario Buongarzoni, sacerdote di cultura poliedrica che nella sua lunga vita ha toccato numerosi e diversissimi campi di impegno. È stato parroco a Macerata di Santa Maria della Pace – dove è stato protagonista della costruzione della chiesa –, poi a San Giorgio e alla Madonna del Monte; ha anche prestato servizio come insegnante delle Scuole medie e dell’Accademia di Belle Arti. Si è spento a Porto Recanati, nella casa di riposo in cui risiedeva da tempo, dopo una vita molto intensa. Di lui si ricordano i tanti interessi culturali e artistici: tante le persone che ha stupito all’Accademia di Belle Arti per la vastità delle sue conoscenze e la capaci-

tà di interloquire con competenza su argomenti di pittura e di scultura. È stato presidente della Commissione diocesana di arte sacra. A lui vanno ricondotte due manifestazioni oramai diventate tradizionali: la Festa della Terza età e quella della Rosa d’Oro che premia una mamma “esemplare”. Anche nella pastorale ordinaria le sue doti hanno avuto modo di esprimersi: di lui si ricorda come confrontandosi con posizioni diverse sapeva sempre cogliere gli spunti per intessere un dialogo. I funerali si sono svolti sabato 14 agosto, nella parrocchia di Santa Croce di Macerata, comunità nella quale aveva continuato, da pensionato, a offrire collaborazione domenicale. Luigi Taliani


SOCIETÀ

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MARTEDÌ 21 SETTEMBRE 2021

La storia delle Marche nel racconto-festival dei borghi D ue settimane abbondanti, dal 2 al 19 settembre, per rileggere la storia marchigiana attraverso la bellezza dei borghi e le loro tradizioni. L’obiettivo fissato dal festival “MarChestorie” promosso dall’assessorato regionale alla Cultura ha coinvolto ben 56 Comuni, molti dei quali anche in provincia di Macerata. Una prima edizione che ha messo in scena molteplici iniziative che hanno avuto la loro anteprima naturale negli spettacoli di “MarChestorie Show” promosse, tra gli altri, proprio a Macerata e Civitanova Marche come volano per i territori più piccoli. Luoghi in cui il racconto delle varie realtà coinvolte ha puntato al rilancio

commerciale, sociale e turistico in questo momento di difficoltà legato al Coronavirus. A Treia si è ripercorso il legame tra il poeta Giacomo Leopardi e il campionissimo della palla al bracciale Carlo Didimi, con una sequenza di rimandi letterari e video nella storia della città, dalle descrizioni di Dolores Prato alle prime edizioni della rievocazione della Disfida. A far da ciceroni proprio Leopardi e Didimi, nella rappresentazione di un colloquio riproposto a 200 anni di distanza fino alla composizione dell’ode “A un vincitore del pallone”, grazie alle compagnie teatrali “Fabiano Valenti” e “Don Valerio Fermanelli”. Quello di Treia non è stato però l’unico esempio anche in diocesi: ad Appignano,

Tanti gli eventi in provincia di Macerata per riscoprire le tradizioni culturali dei piccoli paesi

infatti, sono state protagoniste le “Storie di ceramica”, con le visite guidate ai laboratori locali, storie artigiane, con le esperienze del “Laboratorio della Tela” ma, soprattutto, le vicende storiche, i monumenti, i personaggi noti e meno noti interpretati dagli artisti dell’Associazione “Gli Stronati”. Lo spettacolo teatrale “La leggenda di Marco Suffer da Varano” è andata in scena invece a Sefro, mentre a

Morrovalle le “Voci dall’Oltremodo” hanno condotto lo spettatore in un viaggio itinerante attraverso le vie del paese. A Muccia una performance teatrale ha messo in scena l’incontro avvenuto tra Bonconte Baschi e san Francesco. Santo richiamato anche a Sarnano con “La leggenda dell’angelo di fuoco” che ha narrato l’origine dello stemma della città, quel Serafino che secondo tradizione locale fu donato proprio da san Francesco d’Assisi. Bolognola ha dedicato una tre giorni alle “Carte Sibilline” con una mostra omaggio ai fratelli Prosperi, Giovanni, scrittore e poeta del Minimo Teatro, e il pittore Mariano. Visso ha invece riproposto grazie a una

performance di Giorgio Felicetti la Battaglia di Pian Perduto, vicenda che intreccia indissolubilmente nel segno della Madonna della Cona il confine tra l’Umbria e le Marche. Di tutt’altro segno lo spettacolo di cabaret e musica proposto a Matelica, dove Gianluca Impastato e Gianni Astone hanno rievocato la leggenda della “Patente da mattu”, accompagnati dalla musica del musicista e cantante poliedrico marchigiano Chopas. Tante storie, dunque, di diverso genere e tenore, messe in evidenza con la consapevolezza di essere di fronte a un territorio ancora da raccontare a da far scoprire ai turisti e, perché no, agli stessi marchigiani. Andrea Mozzoni

Nell’abbazia maceratese il 24-25 settembre un convegno promosso dall’Università Cattolica farà il punto, in prospettiva multidisciplinare, sulle ricerche dedicate al celebre cenobio

Cistercensi a Fiastra: un’opera grandiosa DI

CLAUDIO GIULIODORI *

P

er chi vive nell’area maceratese, l’Abbazia di Fiastra rappresenta un riferimento tra i più importanti per la rilevanza monumentale, per il valore storico, per l’ambiente paesaggistico, per i significati spirituali che evoca, soprattutto in relazione alla presenza dei Cistercensi e dei Gesuiti che ne hanno animato la vita religiosa per molti secoli. Purtroppo ora, dopo essere ritornati per qualche anno, i cistercensi non sono più presenti, ma l’animazione spirituale e l’accompagnamento pastorale è assicurato da sacerdoti della Diocesi. Anzi, a seguito del terremoto che ha comportato la chiusura di molte chiese, comprese la cattedrale e le concattedrali della Diocesi, la chiesa dell’Abbazia di Fiastra è diventata il principale luogo dove si svolgono le celebrazioni diocesane. Molte ricerche e pubblicazioni sono state fatte nel corso dei secoli sull’Abbazia di Fiastra, ma rappresenta una realtà talmente importante e ricca di aspetti storici, architettonici, culturali, religiosi e paesaggistici che merita di essere continuamente studiata. È in questa cornice che si inserisce l’iniziativa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di promuovere un Convegno sull’Abbazia attraverso i suoi specifici organismi scientifici, ossia il Dipartimento di Studi Medievali, Umanistici e Rinascimentali, il Centro di Studi per la Storia degli Insediamenti Monastici Europei (Cesime), assieme al Collegio dei Docenti di Teologia e al Centro Pastorale. L’iniziativa nasce in collaborazione con l’Università degli Studi di Macerata e si avvale del patrocinio della Diocesi di Macerata-To-

lentino-Recanati-Cingoli-Treia, del Comune di Tolentino e della Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata. Il Convegno di studi su “L’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra nel quadro del monachesimo cistercense (secc. XIIXIII)” si svolgerà nell’Aula Verde della stessa Abbazia nei giorni 24 e 25 settembre 2021, con l’obiettivo di presentare una riflessione culturale aggiornata sul celebre cenobio marchigiano in una prospettiva multidisciplinare, capace di valorizzare la ricca documentazione archivistica locale, già pregevolmente edita, accanto al ricco patrimonio artistico e architettonico dell’abbazia. Il monachesimo cistercense nei secoli ha costituito un indubbio e reale fattore di integrazione della regione entro orizzonti religiosi, culturali e istituzionali di respiro europeo e gli orientamenti recenti della storiografia cistercense hanno posto l’accento proprio sulla necessità di considerare questo ordine tenendo conto della sua capacità sia di uniformare esperienze monastiche lonta-

Navata centrale della chiesa abbaziale

Il lato nord dell’abbazia di Fiastra

ne nello spazio, sia di entrare in un confronto dialettico molto fecondo con le realtà locali. Tale convegno s’inserisce in un più ampio progetto di approfondimento della storia cistercense, concretizzatosi in due precedenti iniziative di ricerca realizzate dal Cesime, i cui risultati sono confluiti in altrettanti importanti volumi pubblicati dal Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo di Spoleto, che hanno ricevuto un’eccellente accoglienza da parte della medievistica internazionale. La qualità degli studiosi coinvolti e il valore intrinseco del caso fiastrense sono di per sé garanzia del valore scientifico di questa iniziativa. Prenderanno la parola quindi i principali studiosi italiani del settore per offrire un quadro aggiornato degli studi relativi all’Abbazia di Fiastra e alla tradizione cistercense. Dopo i saluti istituzionali del vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia Nazzareno Marconi, del rettore dell’Università di Macerata Francesco Adornato, del sindaco di Tolentino Giuseppe Pezzanesi e della presidente della Fondazione CaRiMa Rosaria Del Balzo Ruiti, introdurranno i lavori il sottoscritto e il professor Nicolangelo D’Acunto, direttore del Cesime. Ad arricchire l’evento contribuirà un programma culturale aggiuntivo che darà la possibilità ai partecipanti di visitare le principali abbazie del territorio: dall’Abbazia Santa Maria in Val di Chienti all’Abbazia di San Claudio, dall’Abbazia di Rambona all’AbbaziaCollegiata di Sant’Esuperanzio in Cingoli, fino all’Abbazia di Sant’Urbano nel territorio di Apiro. * vescovo, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica

SCUOLA

«Stanchi di piangerci addosso vogliamo rimboccarci le maniche» accende di nuovo la grande schermata primo collegio dei docenti. CompaioSnoidelman mano i quadratini, alcuni noti, altri di nuovi arrivi. Di tanti si fa fatica ad associare il volto al nome perché, tra riunioni a distanza e quarantene alternate, qualcuno non si è neanche incrociato dal vivo. Sembra passato un secolo da quando il 1° settembre era una festa di capelli freschi da parrucchiera, abbronzature più o meno esibite, abiti fruscianti che portavano ancora il ricordo dell’estate. Ora è tutto più spartano, non dico dimesso, ma consono a un collegamento dallo studio o dal balcone di casa. L’atmosfera appare diversa da quella dello scorso anno, quando all’entusiasmo per un possibile ritorno alla normalità, dopo i mesi caldi senza casi Covid, si univa il disappunto per le misure, giudicate insufficienti, per garantire lo svolgimento in presenza dell’anno scolastico. Quest’anno si avverte un’altra aria: forse di maggiore consapevolezza di dover convivere ancora a lungo con il virus, forse anche di stanchezza di piangersi addosso. La pandemia ha mostrato chiaramente, se mai ce ne fosse stato bisogno, che i proble-

mi relativi all’edilizia scolastica e alla gestione sanitaria sono strutturali, in un Paese in cui la politica fa fatica a progettare davvero il futuro. E ciò che non è stato programmato con lungimiranza, non può essere risolto nell’emergenza. Continueremo ad avere aule troppo piccole e a doverci inventare nuove disposizioni delle classi, metro alla mano per calcolare le distanze, senza illusioni. Sappiamo che dovremo aprire le finestre, questo è. Non c’è tempo di lamentarsi, bisogna lavorare. Vogliamo lavorare. E lo faremo come abbiamo sempre fatto e, se necessario, con le nuove modalità che abbiamo imparato in questo anno e mezzo. Non siamo eroi di un bel niente, ma abbiamo dimostrato di saperci rimboccare le maniche e, comunque, di provare a salvare il salvabile. Come hanno fatto i medici e il personale sanitario con turnazioni estenuanti. Come i ristoratori che hanno cambiato menù e si sono inventati nuovi cibi d’asporto. Questa generosità dei singoli è un po’ la nostra grande risorsa e un po’, forse, la nostra rovina. Laura Crucianelli docente

Vendemmia e poi sughitti, acquaticcio e paccucce A settembre le donne preparavano provviste per l’inverno e cioè conserve di pomodori, marmellate, sottaceti... DI

UGO BELLESI

U

n tempo i contadini avevano ben poche occasioni di andare in vacanza dovendo provvedere tutti i giorni alle bestie nella stalla, ai conigli e alle pecore. Questo per quanto riguarda gli uomini. E le donne? Non mancava lavoro neppure a loro perché, oltre a far da mangiare e a provvedere agli animai da cortile, dovevano preparare le provviste per l’inverno e cioè

conserve di pomodori, marmellate, sottaceti, ecc. Proprio nei mesi di agosto e settembre si dovevano raccogliere una gran quantità di pomodori maturi da trasformare in conserva. Nei suoi scritti sulle tradizioni marchigiane, Giovanni Ginobili così descrive la “conserva cotta”: si facevano a pezzi i pomodori e si mettevano in un telo per far uscire tutta l’acqua. Quindi si facevano bollire diverse ore e poi venivano passati nello staccio. Si doveva farli bollire nuovamente finché l’impasto non avesse preso un colore scuro. Allora il passato di pomodoro si stendeva su di una tavola, si copriva con un velo per evitare le mosche e si esponeva al sole perché si asciugasse. Con tale impasto si confezionavano dei panetti che erano unti con

l’olio, avvolti nella carta oleata e conservati in tegami di coccio. Ma ai primi di settembre già si parlava di vendemmia, perché iniziava la raccolta dei grappoli dei vitigni bianchi, spesso destinati a produrre spumanti. Quest’anno, causa l’andamento climatico, nei 170.000 ettari di vigneti delle Marche, non si avrà una grande produzione, ma la qualità sarà ottima. La raccolta dei grappoli dei vitigni rossi avrà inizio a fine settembre. È proprio con la vendemmia che si riscoprono le tradizioni. E quale miglior testimone di esse se non Giovanni Ginobili? Egli parla di polentone con la sapa (bastavano «farina di granturco e mosto cotto»), di ciambelle e biscotti col mosto nonché di «fichi con il mosto». Mentre il mosto bolliva nella caldaia, si de-

positavano in un cestino i fichi che subito venivano immersi per cinque minuti nel mosto; una volta scolati si facevano asciugare e si infarinavano. Erano squisiti e si conservavano a lungo. Altre volte si immergevano nel mosto bollente spicchi di mele, pagnotte di pane ma anche mele cotogne e, appena inzuppate, si mangiavano. Ancora oggi si confezionano i “sughitti” e Ginobili ci fornisce questa ricetta: si prende il mosto e lo si mette a bollire versandovi poi, a poco a poco, la farina di granturco, mescolando sempre in continuazione; quando la polenta è pronta si aggiungono le noci, amalgamando il tutto. Altrove – spiega Ginobili – prima si prepara la polenta e poi si aggiungono mosto cotto, noci e zucchero, facendo bollire il tutto.

Un cesto di mele fresche e un vasetto di paccucce, risultato della lavorazione tradizionale tipica di Colmurano

Né va dimenticato l’acquaticcio, un vinello confezionato con l’acqua passata per le vinacce. A Petriolo era tradizione conservare le bucce del melone facendole seccare al sole. Poi si toglieva la parte rugosa superficiale lasciando quella sottostante che si faceva bollire nel mosto. Si faceva raffreddare e quindi le “scorzet-

te”, dolcissime, si gustavano così. A Colmurano ancora oggi preparano spicchi di mele rosa, disidratate al forno e conservate in barattoli di vetro coperte di vino cotto o mosto. Si chiamano “paccucce”, termine da cui deriva per gli abitanti ci Colmurano il soprannome di “Paccuccià”.


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