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Martedì, 19 ottobre 2021
TOLENTINO «Francescani nelle Marche» Il 23 convegno al teatro Vaccaj abato 23 ottobre al teatro Vaccaj di Tolentino si tiene un convegno sulla presenza dei “FranScescani nelle Marche, dai primi insediamenti al-
Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata
Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata
le missioni in Oriente”. L’incontro rientra nelle celebrazioni per il settimo centenario del Beato Tommaso e si articola in due sessioni: al mattino (ore 9,30) su temi legati alla storia del francescanesimo marchigiano ed al pomeriggio (14,30) sulla figura di Tommaso, il suo martirio e l’origine del culto. Le conclusioni saranno a cura di padre Simone Giampieri, provinciale dei Frati Minori “San Giacomo della Marca”. Per l’ingresso sarà necessario il Green Pass. I posti si possono prenotare gratuitamente sulla piattaforma Eventibrite.
Inserto di
Dopo 20 anni La Goccia guarda ancora al futuro
Don Spernanzoni: «Il mio amico vescovo Conti»
Progetto Policoro: da otto anni anche a Macerata
Famiglia, sempre più al centro dell’attenzione
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Si punta sui Consigli di Unità pastorale, su quello diocesano e presbiterale, veri “canali di ascolto” delle comunità
Sinodo, si parte anche da noi La grande sfida, a partire da questo primo anno, sarà rendere lo stile pastorale improntato alla partecipazione, diffuso su tutto il territorio della Chiesa locale e metodo normale e costante di azione nella e della comunità cristiana
DI NAZZARENO MARCONI *
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uesto primo anno di Cammino sinodale sia della Chiesa universale che delle Chiese italiane procede insieme e dalla segreteria del Sinodo sono giunte chiare indicazioni che invitano a partire valorizzando i Sinodi diocesani celebrati nel passato, e piuttosto che creare nuove strutture, ripensare e rilanciare le strutture sinodali esistenti. Per questo a livello diocesano si è deciso di non creare “commissioni sinodali” destinate a nascere e morire in breve tempo, ma di consolidare e migliorare le due principali strutture di comunione e confronto ispirate dal Concilio e già presenti in Diocesi cioè il Consiglio presbiterale ed il Consiglio pastorale diocesano. Perché il cammino sinodale lasciasse un duraturo cambio di stile nel nostro modo di lavorare in pastorale.
Abbadia di Fiastra, 17 ottobre: celebrazione di apertura del Sinodo
e che lo Spirito opera anche fuori dei confini della Chiesa» (SD 193). Perciò «La parrocchia deve essere aperta a tutte le persone superando la distinzione e separazione tra: vicini e lontani. La sua presenza deve sempre
conservare lo stile del servizio, ma non può rinunciare ad essere istanza critica e profetica quando le strutture locali non promuovono la dignità della persona» (SD 195). Si indicavano quindi degli strumenti
concreti di questa conversione: primo tra tutti «il Consiglio pastorale, deputato al discernimento dei bisogni della comunità in ordine ad evangelizzazione, liturgia e carità; che operi suggerendo metodi e strumenti
VATICANO Papa Francesco avvia il Sinodo omenica 10 ottobre papa Francesco ha D inaugurato il Sinodo, nel-
la basilica di San Pietro, esortando la Chiesa a un esame di coscienza sulla capacità di incarnare lo «stile di Dio», fatto di incontro, ascolto e discernimento e incarnato dall’atteggiamento di Gesù, che «non guardava l’orologio» pur di mettersi a disposizione delle persone. «Noi, comunità cristiana, incarniamo lo stile di Dio, che cammina nella storia e condivide le vicende dell’umanità? Siamo disposti all’avventura del cammino o, timorosi delle incognite, preferiamo rifugiarci nelle scuse del “non serve” e del “si è sempre fatto così”?».
Il Seminario Redemptoris Mater, 30 anni di prezioso e fedele servizio SACERDOZIO
Un memoriale del nostro Sinodo Diocesano Rileggendo il libro del nostro Sinodo diocesano (SD) chiuso nella Pentecoste del 1995 dal vescovo Tarcisio Carboni e promulgato da monsignor Luigi Conti l’11 maggio 2000, emerge con chiarezza la presenza di una visione profetica nell’obiettivo che proponeva a tutta la comunità ecclesiale. Questo era prima di tutto: «illustrare la vera natura della Chiesa, che è Popolo di Dio animato dalla comunione e chiamato alla evangelizzazione ed alla testimonianza della carità»; mentre si continuava e forse si continua ancora a pensare e progettare la Chiesa come: «società, simile ad una organizzazione umana, politico-economica e ad una associazione assistenzialeumanitaria» (SD 20). Questa nuova visione di Chiesa doveva e dovrà comportare una concentrazione sull’essenziale: «la fede, la speranza e a carità» (SD 32-35) ponendo tre obiettivi primari all’azione pastorale: «Formare una Chiesa tutta ministeriale. Evitare il clericalismo accentratore, ma anche l’invadenza laicale in ambiti non propri. Attivare strumenti ed organismi di partecipazione ecclesiale» (SD 21-23). In particolare già il nostro Sinodo proponeva una “conversione pastorale” delle parrocchie che conserva ancora un profondo valore: «Occorre sempre proporre la fede, non supporla. La comunità parrocchiale deve sentirsi in missione permanente, innanzi tutto verso il popolo di Dio pellegrino nel suo territorio; deve evitare i pregiudizi nei confronti degli altri, nella consapevolezza che la fede esige un cammino di conversione permanente
Il 6 Ottobre 1991 è nato il Seminario Redemptoris Mater di Macerata, per volontà dell’allora vescovo Tarcisio Carboni. A 30 anni da quella data si è svolta una solenne celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Marconi. All’inizio ha preso la parola Eusebio, catechista itinerante del Cammino neocatecumenale, che ha ricordato come il seminario sia stato tra i primi al mondo, modello per i successivi, giunti a 120. Il vescovo ha concluso l’omelia riconoscendo di essere «un vescovo fortunato perché i miei preti, i mei seminaristi, questo seminario sono una grande consolazione».
per una azione pastorale efficace e verificando poi le iniziative attuate» (SD 197). Un ulteriore prezioso strumento indicato dal nostro Sinodo erano le Unità pastorali. «Per attuare una nuova evangelizzazione, non si cerchino tanto nuove attività, quanto impostazioni “nuove” delle iniziative già in atto, sperimentando, ad esempio, le Unità pastorali” (SD 199). Questa visione del Sinodo è ancora attuale e ci spinge a procedere in maniera più forte e decisa verso questi obiettivi. Rinnovare le strutture Comunionali e di Confronto diocesano Per tutto questo mi sembra molto coerente la nostra scelta diocesana di rinnovare le fondamentali strutture comunionali e di confronto a livello diocesano fondandosi sul crescente protagonismo pastorale delle Unità pastorali. A partire dalle Unità pastorali il nostro Consiglio presbiterale è già da qualche anno formato dai 19 presbiteri coordinatori delle UP, più un sacerdote rappresentante del Seminario diocesano, uno del Clero più giovane ed uno di quello Religioso. Sulla stessa linea si è invitata ogni UP a dotarsi di un Consiglio pastorale di UP, una struttura agile che favorisca il lavoro in comunione delle parrocchie di uno stesso territorio coordinando l’azione di più sacerdoti, religiosi e laici. Questi Consigli pastorali di UP avranno ciascuno un Segretario scelto
tra i laici e dovranno soprattutto agire per far crescere la relazione fra la Chiesa ed il territorio, valorizzando le relazioni con gli enti locali, le strutture produttive, le scuole, la realtà del volontariato e i luoghi di aggregazione. Così, in maniera simile al Consiglio presbiterale, anche il nuovo Consiglio pastorale diocesano sarà formato dai 19 laici Segretari dei Consigli pastorali di Unità pastorale assieme ad un rappresentante dei Diaconi permanenti e a due rappresentanti della Consulta delle Aggregazioni laicali. Data la loro importanza questi due Consigli sono sempre presieduti dal Vescovo o dal suo Vicario Generale.Il compito principale di tutti questi organismi di comunione e confronto, non sarà quello di essere un canale di trasmissione dall’alto verso il basso di direttive legate a un progetto o piano pastorale teorico, ma piuttosto di essere canali di ascolto. Strutture capaci di raccogliere i pensieri propositivi e le buone pratiche che sorgono a livello del Popolo di Dio, come anche di identificare le necessità e le situazioni critiche, che abbisognano di un discernimento comunitario per trovare risposte sagge ed efficaci. Come diceva il Concilio spero che questi nuovi Consigli diocesani aiutino la nostra Chiesa ad ascoltare, comprendere e prendere a cuore: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono». Perché la Chiesa «è composta di uomini che, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti» (Gaudium et Spes, 1). Tutto questo già avviene nella nostra diocesi, ma non sempre e non dovunque. La grande sfida del Sinodo, a partire da questo primo anno, sarà proprio quella di rendere questo stile pastorale diffuso su tutto il territorio e metodo normale e costante di azione. * vescovo
Se un blackout digitale sembra spegnere anche la vita DI
GIANCARLO CARTECHINI
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Le tecnologie non sono neutrali: possono favorire le relazioni o accentuare conflitti. A ciascuno la responsabilità di orientarle
iente da fare. Sono le 23.30 del 4 ottobre, la rotellina continua a girare. Fai un ultimo tentativo, mezzo addormentato, ma la pagina ancora non si carica. Il blackout è iniziato di pomeriggio. Un lungo periodo di isolamento, interrotto solo da uno scambio di sms: «Funziona Whatsapp? A me no». «Whatsapp, Facebook, Instagram, bloccati in tutto il mondo». «Adesso è ok?». «Ancora no». A tutti è capitato di smarrire un foglio di appunti, scrive il filosofo francese Bernard Stiegler all’inizio del saggio “Platone digitale”. In quel preciso momento, sottolinea, ci rendiamo con-
to che una parte di noi – la memoria – è fuori di noi, e ne possiamo perdere il controllo. Già, ma cosa accade se a smarrirsi non è la lista della spesa, ma un intero mondo di relazioni? E poco importa se si tratta di relazioni mediate da un piccolo schermo luminoso. La separazione tra reale e digitale non ha più ragion d’essere. La nostra vita trascorre in una dimensione ibrida, “OnLife”, per usare le parole dello studioso Luciano Floridi. Abbiamo riflettuto sulle comunità digitali, sulla qualità delle conversazioni che si sviluppano in rete, sulle invettive che circolano, sulla radicalizzazione delle posizioni. Ma in questo caso si tratta di un problema più profondo. È l’hardware che ha ces-
sato di battere per qualche ora. Il sistema, per una volta, ha fatto cilecca. Ivana Pais, docente di sociologia economica presso la Cattolica di Milano, ha approfondito il tema delle piattaforme digitali (“Futuro prossimo. Città delle prossimità e piattaforme digitali”). Le piattaforme sono infrastrutture, al pari di autostrade, ferrovie, sistemi fognari. Ferraglie, asfalto, tubature virtuali, che rendono possibile il rapporto tra diversi soggetti. Non solo: le piattaforme digitali sono in grado di trasformare in dati ogni forma di interazione umana, e di vendere i dati raccolti. Come sia possibile monetizzare i battibecchi che infestano i social resta un mistero, eppure è proprio così. La maggiore responsabilità
degli oligarchi della Silicon Valley è rivolta nei confronti degli investitori, non certo degli utenti della rete. Le tecnologie che usiamo tutti i giorni non sono neutrali: possono essere progettate per favorire le relazioni o per accentuare conflitti, per accentrare il potere o per distribuirlo, per sfruttare gli utenti o per rendere loro un servizio. Contribuiscono a costruire scenari futuri, orientano le azioni nel presente. La loro concentrazione nelle mani di pochi rappresenta un problema enorme di democrazia a livello mondiale. Talmente grande che nessuno sembra coglierne la gravità. Nessuna mobilitazione, nessuna piazza gremita, nessuna protesta. All’una di notte l’arit-
mia è superata. Quando ti svegli il feed di Whatsapp è nuovamente attivo. Il primo messaggio che si fa beffa di quanto accaduto lo veicola un Minion, salopette di jeans, capelli a spazzola e occhialone al centro della fronte: «Si è registrato un calo significativo nel flusso planetario di sciocchezze» (il termine usato è più diretto). Mentre bevi il caffè, pensi che abbiamo affidato al mondo dell’informazione digitalizzata gran parte della nostra vita, costretta a districarsi in un sottobosco caotico dove tutto si confonde, che poggia su interessi economici e strutture decisionali per nulla trasparenti: cosa succederebbe se potessimo riappropriarci della rete, per costruire relazioni di prossimità?
COMUNITÀ
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MARTEDÌ 19 OTTOBRE 2021
Partiti per testimoniare la fede alla «fine del mondo» I nostri missionari sono in Argentina dal 1991 Attualmente curano due parrocchie a Puerto Madryn DI
SERGIO SALVUCCI
È
dal 1991 che la diocesi di Macerata sta vivendo una collaborazione con la diocesi argentina di Comodoro Rivadavia.S i iniziò con don Frediano Salvucci e don Alberico Capitani nella città di Gobernador Costa, una zona vicina alla Cordigliera ed estesa dal centro della provincia del Chubut (Paso de Indios) fino al confine col Cile (Rio Pico e la Aldea Las Pampas). Nel 1992 don Frediano ritornò in
Italia e io lo sostituii, don Alberico rimase lì fino al 2001 e io fino al 2003. Al nostro rientro nessuno ci rimpiazzò e questa prima collaborazione cessò. Nel 2009 don Alberico chiese al vescovo di Macerata del tempo, monsignor Claudio Giuliodori, di poter ritornare nella diocesi di Comodoro Rivadavia, che nel frattempo era stata divisa in due. Il vescovo Giuliodori acconsentì e don Alberico ripartì con destinazione la città di Puerto Madryn in Patagonia, questa volta sul mare. Lo accompagnò don Jorge Trinidad. Nel 2013 don Jorge rientrò in Italia, sostituito da don Andre De Oliveira; nel 2015 mi unii anch’io. La nostra missione svolge una pastorale simile a quella vissuta in Italia, con messe, battesimi, co-
munioni, cresime, matrimoni, benedizione dei defunti, catechismo, Caritas, cerimonie varie… La differenza sono i numeri: qui nella missione le famiglie sono tantissime. Puerto Madryn ha 120.000 abitanti circa, suddivisi in quattro parrocchie. Io e don Alberico siamo nella parrocchia di San Cayetano, mentre don Andre è nella parrocchia Cristo Risuscitato (in totale mezza città o un poco più, dato che sono le parrocchie della periferia). Essere missionario significa svolgere una presenza cristiana di animazione là dove la fede non è molto conosciuta. L’animazione si fa nelle attività normali, come quelle che si svolgono in Italia, cercando di guardare avanti e di rispondere ai problemi concreti di oggi. Non pos-
siamo rispondere a tutte le richieste che ci raggiungono, però possiamo vedere le conseguenze se non si risponde in tempo alle inquietudini È molto difficile parlare di missione a chi non ha mai messo piede in queste latitudini e, in qualche caso, pur essendo venuto, ha visto la realtà con un occhio occidentale non riuscendo a scendere appieno nella realtà. La pandemia ha accentuato questa difficoltà. Abbiamo dovuto fare il catechismo in forma virtuale, però nelle nostre periferie non sempre arriva il segnale Internet, non tutti hanno un cellulare in grado di gestire i compiti che gli si inviano (questo succede anche per la scuola). Alle messe, quando si sono riaperte le chiese, abbiamo potuto occupa-
re solo il 30% dei posti. I nostri malati non sempre possono essere aiutati: non ci sono sufficienti strutture. La società non si interessa dei problemi, si interessa molto di più degli interessi economici e politici. Noi facciamo quello che si può. Non possiamo neanche sostituirci alle mancanze, debbono riuscire da soli a venirne fuori; possiamo dare una “spintarella”, ma non più di questo, per non abituarli a che altri tolgano dal fuoco le castagne. La realtà è dura, però in confronto con altre realtà di missione, come in Africa o Asia, il contorno è principalmente cristiano, anche se sta andando alla deriva con la presenza di sette varie.A presto, quando potremo rientrare in Italia senza tanti problemi.
Attività davanti alla chiesa di San Cayetano
Per l’associazione un anniversario che guarda al futuro, sapendo che la pandemia ha acuito tanti problemi, ma anche fatto emergere nuovi strumenti e opportunità di relazione
“Goccia”, 20 anni ricchi L’accoglienza e la cura dei più piccoli, fragili, bisognosi come cardine per ripartire. La famiglia resta decisiva per la tenuta della società DI PIERO CHINELLATO
«P
er me la Goccia è un posto sicuro»: poche parole scritte da un bambino e proposte da un video riassumono la missione e la storia de La Goccia, l’associazione che sabato 16 ottobre si è ritrovata a Macerata nell’Aula Magna del Polo Bertelli dell’Università di Macerata per celebrare il ventennale. La Goccia fu un’intuizione nata in Azione cattolica per dedicare un’attenzione speciale ai bambini e alle bambine con difficoltà nella storia delle loro famiglie, o che, addirittura, non potevano avere una famiglia. A vent’anni di distanza dai primi passi, l’incontro di sabato – intitolato: «Ripartiamo dall’accoglienza: ricostruire legami per custodire il futuro» – ha rappresentato un momento di riflessione e confronto nel quale si sono incrociate esperienze, suggestioni, memoria, nuove esigenze. Nel saluto di apertura la presidente Valeria Rossi ha ricordato come la scelta di ritrovarsi sia stata presa un anno fa, con la decisione di puntare sul tema dell’accoglienza e della cura, ripartendo dall’incontro con l’altro. Paolo Carassai ha ricordato come tutto sia iniziato con Alexia, la prima bambina accolta da lui e dalla moglie Flavia – ora loro figlia –, con disabilità gravissime: «Non siamo riusciti a dirle di no». Nessun eroismo esibito, seppure in questi anni la loro famiglia abbia accolto 23 bambini, oltre alle tre figlie adottate, ma il riconoscimento di aver dato «non un sì pieno, ma un perché no da vivere tutti i giorni». E il ricordo del versetto della Lettera agli Ebrei, faro per l’esperienza de La Goccia: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (13,2). Non è mancato il ricordo del vescovo Luigi Conti, scomparso da pochi giorni, da subito vicinissimo all’esperienza di accoglienza, che volle Alexia all’apertura dell’Anno
Santo del 2000 e poi mise a disposizione dell’associazione la sede. Sono seguiti numerosi e densi interventi, coordinati dal giornalista Luca Romagnoli, a cominciare da quello della professoressa Alessandra Fermani che ha rilevato che oggi «chiave di volta della famiglia è la generatività». Poi, in collegamento online, il presidente nazionale del Forum delle famiglie Gigi De Palo ha riassunto l’esperienza de La Goccia nella costatazione che «quello che per il mondo è uno scarto, per me poteva diventare un figlio» e questo perché «siamo in debito. Si tratta di provare a ridare un pezzetto dell’amore ricevuto dal Signore», e la moglie Anna Chiara Gambini ha riconosciuto che di fronte al loro quinto figlio Giorgio Maria, con Sindrome di Down, si sono trovati ad «accogliere perché non si può fare altro, perché l’accoglienza è ciò che ci libera veramente». Dal vescovo Marconi la constatazione che «tutti sentiamo bisogno di una nuova accoglienza, concreta, materiale, visibile», ma il legame non deve essere coercitivo, bisogna imparare a «leggersi l’un l’altro per capirsi e migliorarsi a vicenda, con stima reciproca e correzione fraterna». Per l’ex presidente nazionale dell’Azione cattolica Matteo Truffelli c’è bisogno di «fare spazio alla fragilità, alla differenza, al bisogno e farne anche una chiave di giudizio, per interpretare, leggere, giudicare ogni elemento della realtà». E poi Cristina Riccardi dell’AiBi (Amici dei bambini), cui la Goccia è legata, ha notato come l’affido non sia «mai preso molto in considerazione dalla politica» e che «per aggiornare le norme, il riferimento non può essere “Bibbiano”, ma le esigenze del bambino». Ha concluso Stefano Cacciamani raccogliendo l’’indicazione a coltivare la «passione dell’accoglienza, a riconoscere il valore delle reti di relazioni; ad avere il coraggio di progettare e a impegnarsi a fare cultura».
DIOCESI
La Domus San Giuliano di Macerata
Teologia: laici a lezione per una fede più solida
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«Quello che per il mondo è uno scarto, per noi è diventato un figlio»
Overtime tra sport e impegno
L’
edizione 2021 di Overtime, festival nazionale del racconto e dell’etica sportiva, si è conclusa come consuetudine con uno sguardo al futuro e il ringraziamento per l’ottima cornice di pubblico registrata nei tanti eventi in programma. Il brindisi dedicato dalle autorità e dagli organizzatori alla prossima edizione, la dodicesima, sarà dedicata alla “bellezza” e si svolgerà nell’anno del conseguimento per Macerata del titolo di Città europea dello Sport. Occasione da sfruttare per il capoluogo e per l’associazione Pindaro Sports & Events dei fratelli Angelo e Michele Spagnuolo per mettere an-
cor più in evidenza le molteplici realtà che fanno dello sport una vera vetrina per la città. Da ricordare, infatti, come anche quest’anno abbiano avuto un palcoscenico di rilievo tematiche legate all’inclusione e alla solidarietà. «Abbiamo portato testimonianze importanti sui valori dello sport e della legalità ai ragazzi delle scuole, abbiamo vissuto delle ore straordinarie con gli atleti che hanno partecipato alle Paralimpiadi di Tokyo 2020 - ha sottolineato in tal senso il direttore del Festival Michele Spagnuolo -, con il Comitato Paralimpico che è sempre più legato a Overtime». (A. Moz.)
iparte proprio stasera alla Domus San Giuliano la scuola diocesana di formazione per i laici, in presenza e streaming. Il corso permetterà di approfondire la fede, mossi dall’antico adagio: fides quaerens intellectum. Vogliamo capire la nostra fede e contribuire a: «risvegliare l’entusiasmo personale di ogni battezzato e ravvivare la consapevolezza di essere chiamato a svolgere la propria missione nella comunità» (Papa Francesco, Lettera apostolica Antiquum Ministerium, n. 5). La scuola diocesana di teologia adotta un nuovo stile, più pastorale e catechetico, con l’obiettivo anche di contribuire alla formazione dei catechisti in vista della recezione del ministero di catechista.Il nuovo corso vuole essere un aiuto per conoscere meglio la Sacra Scrittura e la Tradizione vivente della Chiesa, attraverso le quali possiamo attingere alla sorgente sempre fresca della Divina Rivelazione. Il corso intende anzitutto rispondere a tre grandi questioni: Cosa crede la Chiesa?, cosa celebra la Chiesa?, cosa vive la Chiesa?. Per farlo i docenti adotteranno un metodo sapienziale, fornendo una sintesi chiara e convincente che unifichi i dati della Scrittura, della Teologia e della Tradizione vivente della Chiesa. Gli strumenti essenziale pertanto non sono i manuali di teologia che usano i seminaristi, ma la Bibbia e il Catechismo della Chiesa Cattolica. Chi frequenta il corso, alla fine sarà in grado di rispondere con adeguata competenza alle domande di partenza. Non si tratta di accumulare informazioni ma di pensare che a noi interessa essere sempre pronti a dare ragione della speranza che è in noi (1Pt 3,15). Le lezioni si tengono in presenza alla Domus San Giuliano a Macerata, ogni martedì dalle 21:00 alle 22:30, ma è anche possibile seguirle in streaming in videoconferenza nelle parrocchie iscritte. Con l’iscrizione si riceve una password che fa accedere ad ore diverse al canale YouTube delle lezioni ed alla sezione sulla pagina diocesana da cui scaricare la sintesi della lezione. La stessa password permette di compilare i questionari che fungono da test di valutazione per verificare il proprio apprendimento e ricevere l’attestato di frequenza ed abilitazione. Infine – una novità di questo percorso di formazione teologica – a cadenza quindicinale ci sarà un intervento del nostro vescovo Nazzareno Marconi che svolgerà una lezione di formazione spirituale rispondendo alla domanda: come prega la Chiesa? Si traterà di una scuola di preghiera basata sul Padre Nostro. Obiettivo ultimo di questo corso è anche di offrire un contributo concreto alla ripartenza dopo l’esperienza difficile della quarantena del Covid-19, mostrando che la Chiesa non si ferma ma continua a cercare di compiere la sua missione tra le tribolazioni del mondo e le consolazioni di Dio. Fabio J. Olano
«Quante camminate col mio amico vescovo Luigi» DI PIETRO SPERNANZONI
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Monsignor Luigi Conti
Monsignor Conti è morto il 30 settembre 2021. Guidò la diocesi di Macerata dal 1996 al 2006, quando fu promosso a Fermo
el tempo del Seminario Pio XI di Fano ricordo l’impegno nello studio del futuro monsignor Conti. La nostra era una classe un po’ vivace; lui non partecipava molto alla vita comune; per la sua salute fin da allora un po’ precaria non dormiva in camerata ma in infermeria. Negli anni di Teologia ci parlava della sua amicizia con la venerabile Maria Teresa Carloni, la mistica sua compaesana (di Urbania), amica di Pio XII che teneva contatti segreti con vescovi in prigione nell’ Europa dell’Est. Giovane sacerdote con la sua mitica 500 Abarth abbassata e truccata, provò anche lui a fare in incognito un viaggio all’Est. Ma non fu abbastanza in incognito, tanto che in
Cecoslovacchia gli sabotarono la macchina. Quando fu ordinato sacerdote il vescovo di Urbania gli disse: «Vatti a guadagnare il pane altrove, io qui non so cosa farti fare, di sacerdoti ne ho troppi». Così con il suo amico don Giovanni andò a Roma. Vice-rettore al Seminario minore, insegnante di musica, studia e si laurea in Teologia. Poi viene chiamato come minutante alla Congregazione dei vescovi mentre svolge il ministero sacerdotale nella parrocchia di S. Ireneo. In quel periodo (gli “anni di piombo”) ha contatti con i brigatisti romani Faranda e Morucci che poi accompagnerà anche nel periodo del carcere. Lasciata la Curia vaticana, diventa parroco al Prenestino e Giovan-
ni Paolo II lo incarica a fare il segretario-coordinatore del Sinodo di Roma. Designato vescovo di Civita Castellana, una mattina lo chiama al telefono il Papa in partenza per il viaggio in Africa dicendogli di raggiungerlo all’aeroporto: «Ti chiedo un sacrificio, gli dice, un vescovo lo trovo facilmente, un rettore no. Vai al Seminario Romano. A diventare vescovo ti viene in tempo». Da rettore, ogni due mesi, il Papa lo voleva a pranzo per essere informato sull’andamento del Seminario. Solo nel ‘96 diventerà vescovo di Macerata. Per questo periodo ha fatto una bella sintesi della sua attività pastorale Mons. Pietrella nelle ultime pagine del libro “Trasmettere la fede” che fu il suo slogan continuo. Quando mi ha chiama-
to a fare il vicario, oltre la collaborazione in Curia ho avuto modo di passare con lui intere giornate in lunghe passeggiate in montagna, che gli erano state consigliate dal medico. Fissò il lunedì per le nostre uscite ed anche per i primi anni del suo episcopato a Fermo, salvo imprevisti, abbiamo continuato in questa pratica. Avendo fatto per molti anni i campeggi sui Sibillini, conosco sentieri, fonti, paesaggi caratteristici, così la montagna era la nostra meta. Escursioni toste come il Vettore, Pizzo tre Vescovi… All’Infernaccio, quando già sapeva del trasferimento a Fermo, mi chiese di accompagnarlo da padre Pietro a San Leonardo e gli chiese la benedizione. I giorni che precedettero il trasferimento a Fermo ha avuto lunghe
telefonate con il Nunzio in Italia Paolo Romeo. La decisione finale gli fu comunicata mentre cercavamo asparagi nella pineta adiacente il Rifugio Monte Amandola. Gli attaccai la passione per la raccolta dei funghi e dei frutti di bosco. Insieme abbiamo fatto il giro delle antiche pievi e abbazie. Siamo andati alla ricerca degli eremi da Poggio S. Romualdo, all’eremo del B. Bernardo, di Santa Sperandia, del Beato Antonio… A volte camminavamo per ore in silenzio, a volte si scioglieva e raccontava… e mostrava a volte più resistenza fisica di me come nella salita al Vettore. Di solito io camminavo avanti a lui, quella volta mi precedette… E anche ora, nell’ultima salita mi ha di nuovo preceduto.
SOCIETÀ
MARTEDÌ 19 OTTOBRE 2021
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Scout: «Zaini in spalla», finalmente si riparte Durante la pandemia capi e ragazzi si sono ritrovati sulle piattaforme online per mantenere vivo lo spirito di fraternità DI
LEONARDO GIUSTI
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on lo slogan “Zaini in spalla” l’Agesci riprende le attività scout in tutti Italia. Anche noi Capi torniamo a mettere i nostri ragazzi al centro. In questi mesi ci siamo interrogati molto su come riscoprire la bellezza del gioco, della condivisione, dell’incontro e di servire insieme cercando di mettere in atto tutte le norme di sicurezza per tutelare la loro
salute e quella delle loro famiglie. Nella nostra città i tre gruppi scout Macerata 2 (Salesiani) , Macerata 3 (La Pace) e Macerata 5 (Cappuccini) nel mese di ottobre hanno vissuto le uscite dei “Passaggi”, giornate importanti per il percorso scout in cui ogni ragazzo, in base alla sua età e al suo percorso di crescita si ricolloca nelle diverse branche, dai Castorini a Lupetti e Coccinelle per passare agli Esploratori e Guide e infine al Noviziato e Clan. Nella nostra Zona il Gruppo del Tolentino 1 ha festeggiato 75 anni di scoutismo, un traguardo importante per la città e per la storia dello scoutismo Italiano. La pandemia non li ha fermati, capi e ragazzi si sono adattati per restare insieme anche sulle
piattaforme online per mantenere vivo quello spirito di fraternità che ci contraddistingue. Scoutismo è anche adattarsi alle esigenze con responsabilità e fantasia. La dolorosissima perdita per un incidente d’auto di Nicola Scisciani è stato un duro colpo per il gruppo, ma lo stesso Nicola ci ricorda che la vita, seppur breve, bisogna viverla con pienezza. “Guardare al passato per affrontare il futuro”, ritornare alla natura, alla vita all’aperto ci aiuterà sicuramente a ristabilire quel contatto che abbiamo perso in questi mesi, abbiamo bisogno in questo tempo di vivere “nuove avventure” e ridare uno slancio alla nostra passione educativa. Papa Francesco il Venerdì Santo del 2020 disse: «Ci siamo
ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti». Il Covid purtroppo fa ancora paura, ma l’entusiasmo non manca. Su questa barca, dice papa Francesco ci siamo tutti, ecco perché l’Associazione per i prossimi anni punterà moltissimo sulla cultura del rispetto della “Casa comune”. L’invito a cambiare la nostra vita che vede la custodia del Creato come spazio per scoprire noi
Esploratori e Guide del Gruppo Macerata 2 al Campo estivo Ussita 2021 durante un’escursione
stessi, la relazione con Dio e con gli altri. La tutela della vitalità, della diversità e della bellezza della Terra è un impegno per noi. Per questo dobbiamo recuperare una visione che «integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la
realtà che lo circonda» (Laudato si’, 15). Baden Powell diceva: «Butta il cuore oltre l’ostacolo»; accetta anche l’insuccesso, non come sconfitta ma come stimolo a rialzarsi e ricominciare, la coerenza ai grandi ideali si dimostra nelle piccole cose di ogni giorno.
L’iniziativa è rivolta a sostenere l’imprenditoria giovanile, animando il territorio e mettendo in pratica i quattro verbi ricevuti dal Papa: animare, abitare, appassionarsi, accompagnare
Il Progetto Policoro guarda avanti Attivo in diocesi dal 2013, ha contribuito alla nascita di tre aziende agricole DI SARA CARLONI
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iovani, Vangelo e lavoro: questi sono i tre pilastri su cui, nel 1995, don Mario Operti ha fondato il Progetto Policoro, promosso dalla Cei. Il Progetto vuole essere un segno reale di cura, vicinanza e aiuto ai giovani, per rispondere concretamente alla questione della disoccupazione giovanile. Don Mario aveva ben chiara l’importanza del lavoro per la piena realizzazione della persona, come anche aveva compreso la necessità di «investire nell’intelligenza e nel cuore delle persone». A partire da ciò e dall’importanza di «stare dentro la storia con amore», il Progetto Policoro opera su tre direttrici: l’evangelizzazione della vita e del lavoro, perché i giovani incontrino una Chiesa interessata a loro e sappiano che esiste un modo alternativo di vivere il rapporto con il lavoro; l’educazione e la formazione perché, attraverso accompagnamento e orientamento in collaborazione con istituzioni e associazioni, i giovani siano sostenuti nel percorso di maturazione umana, relazionale e professionale; l’espressione di gesti concreti, ovvero di idee imprenditoriali che creino lavoro per i giovani e per la comunità in cui vivono, in un patto di reciprocità e sussidiarietà. Nella nostra Diocesi il Progetto Policoro è attivo dal 2013 e ha contribuito alla nascita di tre aziende agricole (Mazzieri, Principi e Caprì), oltre che alla organizzazione e promozione di percorsi di orientamento nelle scuole e di formazione professionale. Nel 2021 il Progetto Policoro ha festeggiato il 25° anniversario e, per questa ricorrenza, il 5 Giugno scorso papa Francesco ha ricevuto cento animatori di comunità, tra i quali c’ero anch’io per la diocesi di Macerata. Il Santo Padre ha ricordato che il Progetto è stato e continua a essere un segno di speranza, e che noi animatori siamo oggi più che mai chiamati ad essere portatori di speranza in modi nuovi e inediti, testimoniando che l’annuncio del Vangelo «passa anche attraverso la cura per il lavoro» e che per sconfiggere la crisi
socio economica bisogna avere il coraggio di sognare insieme; ci ha poi lasciato 4 verbi chiave. Il primo è “animare”, ovvero dare anima all’economia alla luce del Vangelo; il Pontefice ci ha invitato ad essere costruttori di relazioni e tessitori di un’umanità solidale, fraterna e sostenibile, e ci ha esortato ad avere audacia per cambiare il mondo. Il secondo verbo consegnatoci, per far diventare l’imprenditorialità comunità, è “abitare”: abitare il mondo senza calpestarlo, abitare le relazioni, abitare il territorio, abitare la comunità sociale, la politica, le periferie e i conflitti! Solo così si può ricominciare a sognare insieme, sconfiggendo le povertà che imprigionano oggi noi giovani (la depressione, la demotivazione, la disillusione, l’impossibilità di progettare). Per fare ciò, ha detto il Papa, è necessario “appassionarsi” (terzo verbo) in primis di Cristo e del Vangelo; poi della nostra vita interiore; infine della vita delle persone, soprattutto dei poveri e degli ultimi, chiedendoci «per chi sono io?». Ecco dunque l’ultimo verbo, “accompagnare”, nei due sensi: accompagnare e farsi accompagnare; solo così la nostra presenza nel territorio diventa il segno di una Chiesa che sa prendere per mano e attraversare la crisi, vivendola come occasione di crescita e miglioramento comunitario. Le ultime parole di papa Francesco sono state molto chiare: «Vi incoraggio a sognare insieme e a fare chiasso!» e sono state subito seguite dall’ovazione che ha coinvolto tutti i presenti nell’Aula Clementina, al punto che anche il Papa, ridendo, si è unito alle nostre voci. Tornare al lavoro di animazione territoriale dopo questo incontro è stato più facile: il Progetto Policoro ha ripreso l’attività continuando a investire sulla formazione e sul potenziamento del lavoro in équipe. Un ulteriore fronte su cui stiamo lavorando è la ricostituzione della cosiddetta “filiera” del Progetto, ovvero la rete di collaboratori sia interni (Agesci, Mlac, Acli, Ucid, Salesiani etc.) che esterni (Comuni, UniMc, Cisl, Confcooperative, Banca Etica, Copagri...). Infine, abbiamo avviato un ciclo di incontri nelle Unità Pastorali, a partire da quelle di Macerata, per promuovere il Progetto e incontrare i giovani (18 - 23 anni), dialogando su come stanno, cosa abita il loro cuore e come possiamo continuare a camminare insieme. Tutto ciò perché crediamo nelle parole di papa Francesco: vogliamo essere propositivi e favorire la crescita e lo sviluppo umano al servizio del bene comune.
ELEZIONI Andrea Michelini nuovo sindaco del comune di Porto Recanati unico comune della diocesi affacciato sul mare ha un nuovo sindaco di centrosiniL’ stra. Lo spoglio delle schede ha infatti decre-
tato che Andrea Michelini, funzionario Inps ad Ancona, è il nuovo primo cittadino di Porto Recanati. La sua lista, “Progetto Comune” ha ottenuto 1.965 voti (35,22%), mentre Rosalba Ubaldi, candidata per il Centrodestra e vicesindaco nell’amministrazione uscente, si è fermata a 1.504 voti (26,96%). Dietro ancora, Alessandro Rovazzani, espressione del Pd locale, con 1.109 voti (19,88%) e l’ex parlamentare di Forza Italia Salvatore Piscitelli, a capo di una lista civica, con 1.001 voti (17,94%). Il Comune costiero cambia quindi rotta, dopo un ventennio quasi ininterrotto di amministrazioni di centrodestra, e gli 8 punti di scarto (quasi 500 voti) sanciscono un giudizio netto degli elettori. Lo scontento ovviamente coinvolge anche il Partito democratico che ha visto il voto premiare una formazione civica antagonista, ma radicata nella sua stessa area.
In udienza dal Papa il 5 giugno 2021
Un nuovo piano edilizio scolastico per la città di Macerata Gli interventi riguardano sei nuovi plessi scolastici e comprendono anche diverse opere di adeguamento sismico, la maggiore delle quali coinvolge il Convitto nazionale “G. Leopardi” DI M.
NATALIA MARQUESINI
È
Rendering della scuola “Ercole Rosa”
stato presentato dall’Amministrazione comunale di Macerata il nuovo piano di edilizia scolastica per i prossimi 5 anni: 27 milioni di euro ottenuti dai finanziamenti per la ricostruzione post sisma e attraverso bandi pubblici, che rappresentano un importante rinnovo degli edifici scolastici sia in termine di adeguamento sismico e di prestazioni energetiche che nella costruzione di nuove scuole. Sono diverse le opere già realizza-
te, come il cappotto termico della scuola primaria “Natali” a Sforzacosta per il quale sono stati impiegati 130mila euro, e l’intervento di manutenzione straordinaria della palestra e degli spogliatoi della primaria “Dolores Prato” di Collevario per il quale sono stati utilizzati 260mila euro. Altre opere di prossima realizzazione sono la nuova palestra della primaria “IV Novembre” in via Spalato per circa un migliaio di euro e gli impianti di ventilazione meccanica controllata nel complesso scolastico di Villa Potenza realizzati con una spesa di 52mila euro. Un capitolo importante del piano di edilizia scolastica riguarda le scuole di nuova costruzione. È prevista la realizzazione di un nuovo plesso per la scuola “Ercole Rosa”, nel quartiere della Pace per la quale è stato concesso un finanziamento di 1 milione e 425mila euro e che sorgerà nelle immediate vicinanze di quella già esistente che continuerà ad ospitare gli alunni durante la costruzione del nuovo edificio. Altra sorte toccherà alla scuola elementare “IV novembre”
che verrà demolita e ricostruita con una spesa di 3 milioni e 600mila euro. C’è anche il finanziamento di 1 milione di euro per la realizzazione di un nuovo plesso per la scuola dell’infanzia “Lino Liviabella” a Sforzacosta. Sorgerà in via Ancona l’edificio che ospiterà la scuola “Mameli”, per il quale verranno impegnati 2 milioni e 300mila euro. Due poli gemelli, atti ad ospitare nido e scuola dell’infanzia sorgeranno nei quartieri di Corneto e Le Vergini, finanziati con un importo complessivo di 6 milioni di euro. Per quanto riguarda i lavori di adeguamento sismico, l’intervento di maggior entità è senza dubbio quello che riguarda il Convitto Nazionale “G. Leopardi”: un importo di 8 milioni e 340mila euro e un iter che impegnerà diverso tempo occorreranno per poter riconsegnare alla città la fruizione dell’importante edificio storico. Altro “pezzo di storia” di Macerata interessato dai progetti dell’Amministrazione è quello dell’edificio che ospita la scuola primaria “De Amicis” per il quale l’adeguamento sismico costerà 2 milioni e 230mila euro.
Funghi, tartufi, castagne e noci, i doni d’autunno Le colline e le pendici montane sono prodighe di frutti che arricchiscono le tavolate raccolte davanti ai camini riaccesi DI
UGO BELLESI
H
a avuto inizio la stagione autunnale che il pessimista giudica «la più brutta dell’anno per la pioggia, la nebbia e le giornate uggiose», mentre l’ottimista la considera «la migliore dell’anno perché porta frutti prelibati». La persona razionale invece considera le giornate uggiose come un piccolo pegno in cambio dei bellissimi colori dell’autunno
che spaziano dal rosso all’ocra, dal giallo al verde smeraldo. Anche l’appassionato del buon cibo ci dirà che l’autunno è la stagione migliore perché ci porta castagne, vino novello, funghi, cavolfiori, melograni, cavoli, carciofi, cachi, noci, mele, arance, mirtilli e tartufi. E soffermiamoci un attimo sui tartufi. Il bianco (ossia il tuber magnatum pico) lo troviamo da ottobre a dicembre. Il nero da metà novembre a metà marzo. Il prezzo dipende da quanta sia la produzione e questa è condizionata dall’andamento climatico. Le Marche vantano una ricca produzione di tartufo bianco, avendo Acqualagna come “capitale” della regione, ma possiede anche il tartufo nero in quanto l’Appennino ne dispone una buona quantità con
punte di eccellenza nell’entroterra fermano, ma anche a ridosso dei Sibillini nel Maceratese e in alcune località pesaresi. Purtroppo non è possibile tracciare i confini delle località in cui si produce tartufo, tanto è vero che il bianco è stato trovato anche sul Conero. Anche nell’antichità i tartufi erano molto apprezzati, non solo perché esaltavano le pietanze, ma soprattutto perché ritenuti afrodisiaci. Il medico e botanico Costanzo Felici da Piobbico nel 1570 parla ampiamente dei tartufi (ma anche di funghi). Più vicino a noi nel tempo Antonio Nebbia ne “Il cuoco maceratese” del 1779 inserisce il tartufo nella prima versione dei suoi “vincisgrassi”. Un grande estimatore (oltre che consumatore) dei tartufi fu Gioacchino Rossini
(1792-1868) che li inseriva nei suoi piatti preferiti. Fu durante la Belle époque (tra il 1871 e il 1914) che il tartufo ebbe la sua splendida occasione per essere esaltato in tutte le corti europee. Perché parliamo di “corti europee”? Perché il costo del tartufo impediva alle classi medie e subalterne di diventarne consumatori. Ma anche i trifulau (cercatori di tartufi) preferivano venderli anziché consumarli in casa, riservando per la famiglia quelli meno pregiati. Però può accadere che alcuni cercatori, anziché farne mercato nel proprio paese, preferiscono venderli in nero ai commercianti umbri. La posta in gioco è così alta che cercatori di altre regioni, alla vigilia della stagione dei tartufi, piazzano i loro camper
Un bel cestino di funghi, prelibatezza autunnale (foto di Barbroforsbe rg da Pixabay)
nelle zone tartufigene. Purtroppo tra i cani da ricerca essi portano anche cani feroci che vengono aizzati contro i nostri “cavatori” per allontanarli e costringerli ad andarsene. Altro discorso quello sui funghi che i nostri contadini conoscevano, ma avevano difficoltà a distin-
guere quelli velenosi. Pertanto non si sono fidati mai molto nel farne uso. Infatti nelle ricette contadine raramente si trovano funghi che invece si riscontrano nei ricettari di famiglie borghesi. Queste infatti potevano rivolgersi al farmacista più vicino e chiedere conferma sulla loro commestibilità.
SOCIETÀ
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MARTEDÌ 19 OTTOBRE 2021
Dante aveva un legame anche con Treia I 700 anni dalla morte del Sommo Poeta fanno emergere un rapporto che passa per Corrado, nipote di Federico II
DI
ALBERTO MERIGGI *
P
oche settimane dopo la data della ricorrenza – il 14 settembre 1321 –, i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri fanno tornare alla mente due curiosità riguardanti la città di Treia. La prima curiosità: a Treia soggiornò, suo malgrado, un signore che ebbe una figlia che conobbe Dante Alighieri: Corrado d’Antiochia, nipote dell’imperatore Federico II di Svevia. Corrado nel 1263 tentò, invano, di occupare Treia perché fu sconfitto e rinchiuso nelle prigioni locali. Dante nel 1303 fu ospitato a Verona
Dante Alighieri
da Bartolomeo della Scala, il quale aveva sposato Costanza, una figlia di Corrado. Quando Dante tornò a Verona per la seconda volta, Bartolomeo era morto; fu ospitato dal fratello Cangrande il quale aveva sposato Giovanna, un’altra figlia di Corrado. Non è certo se Costanza riuscì a vedere Dante, perché c’è incertezza sulle date, invece il matrimonio di Cangrande con Giovanna, altra figlia di Corrado, durò tutta la vita e Dante soggiornò da loro per sei anni. Pare pertanto plausibile credere che il poeta e la moglie del signore di Verona si siano incontrati e abbiano
Giulio Acquaticci è stato tra i primi studiosi dell’Alighieri, distinguendosi soprattutto come collezionista di pregiate edizioni a stampa della Divina Commedia parlato tra loro, vivendo così a lungo a stretto contatto. Quando Corrado d’Antiochia morì ad Anticoli, Dante era già a Verona e di certo presentò le condoglianze a Giovanna e forse lei parò al
poeta della vita del padre e magari della prigionia di Treia. La seconda curiosità rimanda alla nobile famiglia treiese degli Acquaticci. Giulio Acquaticci (1846-1919), poeta, bibliofilo, musicista, è stato tra i primi studiosi di Dante, distinguendosi soprattutto come collezionista di pregiate edizioni a stampa della Divina Commedia. Riuscì a mettere insieme 594 volumi, consumando tutti i suoi averi per la passione che aveva per Dante, tanto da essere costretto a vendere parte della sua collezione che, dopo varie vicissitudini, finì
nell’Università cattolica di Notre Dame, nell’Indiana (Usa). Tra le tante preziosità, in cui spiccavano copie rare della Divina Commedia stampate nel Quattrocento e nel Cinquecento, Acquaticci possedeva una edizione microscopica dell’opera, rarissima, pubblicata nel 1818 a Padova. Un piccolo tesoro che anche la scrittrice Dolores Prato, da bambina, riuscì a toccare da vicino, così come ricorda con emozione nel suo più famoso romanzo “Giù la piazza non c’è nessuno”». * presidente Centro studi storici maceratesi
Sono ricominciati gli incontri diocesani, finalmente in presenza. I prossimi si svolgeranno in diversi centri della diocesi. Ripresi anche i cammini in preparazione al matrimonio
Una famiglia nella quale «camminare insieme» DI LAURA
PALMUCCI
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na particolare “Dio-incidenza” ha voluto che l’avvio del percorso diocesano per le famiglie si sia tenuto nello stesso giorno dell’apertura del Sinodo sulla sinodalità. Papa Francesco, nella celebrazione eucaristica ha scandito le tre azioni che ci accompagneranno nei prossimi mesi: incontrare, ascoltare, discernere. Tre verbi proposti alla riflessione della Chiesa come bussola, all’inizio di questo percorso sinodale. Il santo Padre ci ricorda che fare Sinodo significa “camminare insieme”, sulla stessa strada: «Molte volte i Vangeli ci presentano Gesù “sulla strada”, mentre si affianca al cammino dell’uomo e si pone in ascolto delle domande che abitano e agitano il suo cuore. Così, Egli ci svela che Dio non alberga in luoghi asettici, in luoghi tranquilli, distanti dalla realtà, ma cammina con noi e ci raggiunge là dove siamo, sulle strade a volte dissestate della vita» (papa Francesco 10.10.2021). E “Camminare insieme” è stato proprio il tema del primo incontro della nostra pastorale familiare. Un imperativo che coinvolge e tocca il cuore. Dopo diversi mesi le famiglie della nostra diocesi sono tornate ad incontrarsi, per ascoltare la Parola e condividere la vita, che parla oggi più di ieri e testimonia tanta bellezza. Lungo questo cammino non si va da soli, come individui che affollano una via, ma si avanza come popolo che cammina, accompagnati da Gesù e dalla sua Parola. Domenica 10 ottobre, presso l’Oasi Buon Pastore, dopo un’introduzione al percorso e dopo la visione del video in cui padre Marco Rupnik spiega l’immagine del prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie, don Egidio Tittarelli ha celebrato l’Eucaristia insieme a diverse famiglie della Diocesi. Sull’altare abbiamo portato il progetto di questo
anno, le tante famiglie incontrate negli anni, le sofferenze e le fatiche, ma anche le gioie quotidiane di ogni famiglia. Tutto abbiamo presentato a Dio, coscienti che dopo un anno e mezzo il desiderio di incontrarci, di porsi in ascolto e di interrogarsi non si è spento, nonostante le difficoltà vissute. Al termine della celebrazione, a indicare questo nuovo inizio, ogni famiglia ha ricevuto da don Egidio alcuni semi di grano, che sono stati gettati in grandi vasi. Semi che germoglieranno e saranno custoditi dalle famiglie che frequentano l’Oasi Buon Pastore, con la stessa attenzione e cura che hanno i contadini per il raccolto che verrà. A ciascuna famiglia, infine, è stato consegnato un segnalibro, con indicati date, luoghi e temi degli incontri successivi, sottolineando l’attenzione a prenderne uno in più da regalare a una coppia di amici non presenti all’incontro. Allora riprendiamo: “Camminare insieme” sarà sperimentare di essere Chiesa in uscita perché alcuni incontri si terranno presso il centro pastorale Oasi Buon Pastore a Macerata, mentre altri si terranno nelle zone pe-
L’incontro
Don Egidio Tittarelli dona semi di grano da seminare
riferiche della nostra diocesi, in particolare a Porto Recanati, a Tolentino e a Cingoli, per incontrare le famiglie e i territori, per conoscere le varie realtà e andare loro incontro. “Camminare insieme” sarà, anche, sperimentare l’amicizia e la vicinanza tra sacerdoti e famiglie, che insieme prepareranno l’incontro e redigeranno una scheda. Il materiale sarà messo a disposizione per organizzare incontri di gruppi famiglie (ad esempio: per accompagnare le famiglie dei bambini e dei ragazzi che si preparano ai sacramenti dell’iniziazione cristiana). Sarà anche attendere l’incontro mondiale delle famiglie del prossimo giugno, guidati dalla luce dell’Amoris Laetitia. Così ha inizio un nuovo percorso, un nuovo tratto di strada da percorrere insieme, cercando di superare gli ostacoli e di condividere le gioie, nella consapevolezza che tutte le famiglie, giovani e meno giovani, con la loro testimonianza sono per tutti noi seme del regno di Dio. In questo nuovo anno pastorale riprendono anche i cammini per la preparazione alla celebrazione del sacramento del matrimonio. Il lockdown ha impedito che tanti percorsi si svolgessero con la regolarità tradizionale. Al tempo stesso, però, ha stimolato la ricerca di nuovi strumenti e di nuove modalità di incontro, come Zoom o altre piattaforme online. Quest’anno le varie équipe si sono organizzate per ripartire in presenza, rispettando le normative anti Covid. Un cambiamento salta agli occhi: il numero dei percorsi è aumentato, non perché ci siano più giovani, ma perché sì è privilegiata la costituzione di gruppi meno numerosi per cui parrocchie che si trovavano insieme per questa esperienza, ora portano avanti il percorso per proprio conto. A tutti, operatori, sacerdoti, religiosi e fidanzati... Buon cammino!
RECANATI
San Francesco e il nuovo parroco Don Sergio ha fatto il suo ingresso omenica 3 ottobre c’è un bel sole che esalta i colori degli addobbi sul D Pincetto di Recanati. Centinaia di ra-
il sindaco Antonio Bravi viene a salutare i sacerdoti presenti e a gustare una dolce frittella preparata dalle esperte volontarie della parrocchia. gazzi e genitori sono riuniti per la feE il giorno dopo, festa di san Francesco, sta del ciao Acr, intenti a confezionare alle 21 c’è stato l’ingresso ufficiale in vestiti “su misura per te”. una chiesa gremita di sacerdoti, autoAll’improvviso arriva un pick-up della rità, fedeli e in diretta Protezione civile a sitv. Il vescovo Nazzarerene spiegate, preceno Marconi loda i saduto da uno stuolo di cerdoti per la disponiadolescenti con motobilità e la generosità. rini strombazzanti, si Alla fine dell’intensa sentono scoppi di pecelebrazione il saluto tardi e le campane di don Pietro, molto della chiesa di San commosso, fa piangere Francesco suonare a un po’ tutti i presenti. festa. Sul pick-up c’è Don Sergio sorridente un grande scatolone e veramente contento che misteriosamente di ripercorrere le strasi apre e svela il suo de della sua giovinezcontenuto, il grande za, ci invita a godere, sarto dei sarti che è A destra, don Sergio nel riposo, di quanto pronto a confezionare Dio ha donato a ciascuvestiti su misura per no di noi nella nostra storia personale tutti. E sotto il vestito da sarto c’è il e comunitaria. Poi ci sarà il tempo del nuovo parroco, don Sergio Fraticelli. Ocfare, insieme, proposte, iniziative, prochi allibiti, grande applauso, la sorpregetti per raccontare il Vangelo di Gesù sa è perfetta! Meravigliato è anche il a piccoli e grandi, poveri e soli. Il nuoparroco “emerito” don Giovanni Latini, vo custode delle chiavi del tabernacoarrivato su un mezzo della Croce Giallo comincia a guidarci verso il volto di la adibito al trasporto di disabili, per saquel Gesù che insieme vogliamo guarlutare il “vecchio” parroco don Pietro dare e seguire. Micheletti. Commozione e gioia si reGabriele Garbuglia spirano tra i tantissimi presenti. Anche
Missioni, veglia con de Foucauld DI ANNAMARIA
CACCIAMANI *
«D
io si serve dei venti contrari per condurci in porto». La veglia missionaria, che quest’anno sarà celebrata dal vescovo Nazzareno Marconi venerdì 22 ottobre presso la parrocchia San Vincenzo Maria Strambi di Piediripa alle 21.15, avrà anche un ospite d’eccezione: Charles de Foucauld, il fratello universale. La sua vita di dedizione radicale all’uomo del deserto, quel preciso uomo incontrato nelle vicende anguste e solitarie dell’esistenza, è per tutti noi il simbolo di una vita che non ha paura dei venti contrari. La veglia, infatti, vuole offrire alla Chiesa locale un tempo prezioso di riflessione e preghiera durante il mese missionario dedicato al tema “Testimoni e profeti”. In questo tempo di “ripresa” è fondamentale regalarsi momenti essen-
Charles de Foucauld
ziali di incontro in cui sperimentare che la profezia del Vangelo, di un regno di pace e giustizia per tutti, è già una realtà che si può contemplare sulla terra. “Essere profeti di fraternità” è lo stile di ogni uomo che ha autenticamente incontrato Cristo e che vive anche nei deserti della sua esistenza il desiderio di essere fratello. In questa serata missionaria vogliamo pertanto metterci in ascolto della Parola e attraverso la presenza
di comunità cristiane provenienti da varie parti del mondo, scoprire che la comunione è possibile perché è sempre e solo frutto dello Spirito che sa gridare dentro ognuno: “Abbà Padre”. Durante l’adorazione, che seguirà la liturgia della Parola, saremo guidati da fratel Paolo Maria, priore della comunità dei piccoli fratelli Christus Caritas di Sassovivo e nel silenzio di una presenza incontreremo, attraverso la testimoninza di Charles de Foucauld, un volto concreto e possibile di fraternità. La veglia missionaria è solo un tempo in cui nutrirsi di quella profezia della fraternità che ha bisogno dello spazio di vita di ognuno per farsi presenza incarnata. Crediamo insieme nei venti, anche contrari, certi che chi conduce al porto è lo stesso Padre, per cui tutti possiamo solo riconoscerci fratelli. * Ufficio missionario diocesano
Riaperta dopo un impegnativo restauro la chiesa di Castelnuovo di Recanati
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La navata centrale
L’intervento è stato svolto senza ricorrere a fondi pubblici, ma solo con risorse della comunità ecclesiale
ravemente lesionata dal sisma del 2016, sabato 2 ottobre, dopo una serie di interventi di messa in sicurezza e di restauro, la comunità cristiana di Castelnuovo ha ritrovato la sua chiesa parrocchiale, la più antica della città (XII secolo), intitolata a Santa Maria Assunta. L’intervento di recupero è stato effettuato con le sole risorse economiche della Comunità ecclesiale (fondi della parrocchia, della curia di Macerata, della Conferenza episcopale italiana e dell’8x1000), senza alcun contributo pubblico. All’inizio della cerimonia il parroco don Iagnesh Shantappa Konganawor, raggiante, ha sottolineato la grande emozione per l’evento atteso da tanto tempo; sentimento ribadito dal sindaco di Re-
canati Antonio Bravi. La presidente del quartiere Nicla Cingolani ha riconosciuto che «la riapertura della chiesa e la bellezza restituita sono frutto di un fortissimo impegno della diocesi, oltre le nostre aspettative: davvero un grande regalo». Quindi l’architetto Giacomo Alimenti ha descritto il lavoro svolto, evidenziando la professionalità ma anche la dedizione con cui progettisti, tecnici e maestranze si sono prodigati. L’omelia il vescovo Marconi si è concentrata sul «perché si fa una chiesa?». E la risposta è stata: «Si fa per pregare». Tutto deve orientare a Dio, facendoci sentire accolti e protetti. E la conclusione è stata: «Ecco, qui Dio e gli uomini hanno fatto tutto», ora sta a noi. (P.Ch.)