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Emmaus e Avvenire. Martedì 20 ottobre 2020

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Martedì, 20 ottobre 2020

www.emmetv.it

La prossima uscita sarà il 17 novembre 2020

incontri Testimoni della «Laudato si’» arte sabato 31 ottobre un breve ciclo di P incontri all’Abbadia di Fiastra sull’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, con

Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata

personalità che si propongano innanzi tutto come testimoni. Il primo a intervenire sarà don Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo Apostolo al Parco Verde di Caivano (diocesi di Aversa), nel cuore della “Terra dei fuochi”. Don Maurizio, editorialista del quotidiano Avvenire, è da sempre impegnato nella lotta per il riscatto del suo territorio e per la tutela della salute minacciata dal gravissimo inquinamento. Parlerà alle ore 16 nella chiesa abbaziale, nel rispetto delle regole di distanziamento.

Maceratasette

Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata

Inserto di

Padre Matteo Ricci: un nuovo percorso in centro a Macerata

Antonio Barbaresi e Marco Petracci novelli sacerdoti

I 730 anni di Unimc celebrati assieme al capo dello Stato

Tavole imbandite nelle uggiose giornate autunnali

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enciclica. Nuovi il linguaggio, quello di tutti i giorni, e i destinatari, le persone di buona volontà

università

Accostarsi alla «Fratelli tutti»

«Futuro prossimo» il rettore Adornato su Unimc domani

Bisogna alimentare la consapevolezza del legame che unisce l’umanità perché la perdita della fraternità mette a rischio il mondo intero DI

NAZZARENO MARCONI *

L’

Presentazione dell’enciclica “Fratelli tutti”, Aula Nuova del Sinodo, Vaticano (foto SIR/Marco Calvarese)

Francesco di guardare alle fondamenta profonde che reggono la casa. Così fa il nuovo Francesco, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà: li invita a riflettere sui fondamenti che rendono possibile e bello il vivere comu-

ne nel mondo. Dobbiamo riscoprire la forza e il valore della fraternità. Il cuore del messaggio è che tutti gli uomini sono fratelli. Papa Francesco rivolgendosi a dei cristiani avrebbe tante belle parole luminose tratte dal Van-

gelo per parlare della fraternità. Ma perché tutti gli uomini del mondo lo possano capire, anche i non cristiani, addirittura i non credenti, usa come filo rosso della sua enciclica il testo sulla fraternità umana firmato assie-

da sapere Il documento lle 15,54 di sabato 3 ottobre il Papa ha firA mato sulla tomba di San Francesco l’enciclica Fratelli tutti, terza del suo pontificato e prima dei tempi recenti a essere firmata fuori da Roma. Il documento era stato nnunciato dalla Sala stampa vaticana il 5 settembre 2020. Il testo, che sviluppa il tema della fraternità e dell’amicizia sociale è stato diffuso il giorno successivo, domenica 4 ottobre, Festa di San Francesco d’Assisi. Il titolo riprende un’espressione di Francesco d’Assisi, ed è in italiano anche nelle versioni in altre lingue. L’enciclica è suddivisa in 8 capitoli e 287 punti; il testo si conclude con due preghiere: una «al Creatore» e l’altra «cristiana ecumenica».

Le note dell’«Oratorio San Michele» animano l’abbazia di Fiastra musica sacra

enciclica Fratelli tutti si presenta come le precedenti, ma è invece assai diversa nel linguaggio e nei destinatari, come esplicitato dal Papa fin dalle prime pagine. Se non lo comprendiamo, potremmo restare delusi e spiazzati. E soprattutto perdere la ricchezza di questa che, come dice il Papa, è un’enciclica sociale, non un documento immediatamente teologico e catechetico. Il Papa ha scritto questa lettera per «tutti gli uomini di buona volontà»: non i cattolici, neppure i credenti, ma tutti gli uomini di buona volontà del mondo. Immaginiamolo in clergyman, in una borgata della periferia di Roma, mentre davanti alla gente che esce da un bar, inizia a parlare a chi ha la “buona volontà” di ascoltare. Non incontrerà così dei cristiani, forse neppure dei credenti, ma solo degli uomini di oggi, così come sono. E parlerà così anche a gente arrivata da ogni parte del mondo, come si incontra in tante periferie di oggi. Cosa dice loro? Innanzi tutto una cosa che ricorda il racconto della vocazione di san Francesco avvenuta a San Damiano: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando?». Non era la chiesa di san Damiano che crollava, come pensava all’inizio Francesco, ma era la casa di Gesù, cioè tutta la Chiesa. Però, il nuovo Francesco ascolta le parole del Crocifisso in maniera ancora più ampia e dice al mondo: «Non vedete che questa casa, la casa comune che è il mondo, sta crollando?». Sta crollando la casa di Dio che è il mondo. E nel mondo non crollano primariamente gli edifici, o l’economia, o l’ambiente, ma qualcosa di più radicale e fondamentale: la fraternità. Perché una famiglia e anche la famiglia dell’umanità, si regge sulle fondamenta della fraternità, e se crolla la fraternità crolla l’intera famiglia, crolla tutta la casa. Secondo il Papa la crisi mondiale non è solo questione di organizzazione o di economia, ma è molto più profonda. Come la parola del Crocefisso andava in profondità e chiedeva a san

na potente preghiera a Maria Santissima e a san Michele si è alzata nel pomeriggio di domenica 18, davanti a un U folto pubblico, nella chiesa abbaziale di Fiastra, intonata dai solisti Marta Fiorillo e Fabrizio Crisci, dal coro polifonico «Soli Deo Gloria» diretto da Benedetto Chianca, e dalla «Chamber Orchestra Richard Strauss» diretta dal maestro Maurizio Petrolo. L’«Oratorio San Michele» è stato composto da padre Armando Pierucci ofm, per molti anni organista del Santo Sepolcro a Gerusalemme, rientrato da qualche tempo nelle Marche.

me all’imam al–Tayyeb di al–Azhar, il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” del 4 febbraio 2019. Per questo parla di fraternità dicendo che tutti gli uomini condividono la stessa natura umana. Tutti – anche chi non crede, anche chi non ha una prospettiva che guarda oltre la morte – possono riconoscere il valore della fraternità fondato sul fatto che poggiamo i piedi sull’unica terra. Vestire la stessa pelle umana, con la bella varietà dei suoi colori, fonda una fraternità, ci dice Francesco, che siamo chiamati ad annunciare al mondo. La prima parte della lettera è un’analisi impietosa, ma realistica, del mondo di oggi, nel quale ci siamo dimenticati della fraternità, e ci dividiamo, ci offendiamo, ci sfruttiamo e facciamo guerra in tanti modi. La domanda è: potremo cambiare questo stato di cose? Il nostro vecchio mondo, soprattutto quello occidentale, che è ancora centro di propulsione dell’economia e del pensiero, ma è la parte più vecchia del mondo vecchio, potrà rinascere alla fraternità? Noi cristiani possiamo contare sul fatto che l’unico Padre celeste non è mai “in ferie”, che Gesù, «morto per riunire i figli di Dio che erano dispersi» in una rinnovata fraternità, con la sua resurrezione è vivo, presente e opera. Lo Spirito Santo che agisce nel cuore di ogni uomo, rinnova i cuori e li rende fraterni con la sua grazia. Per tutto questo noi cristiani siamo chiamati a essere lievito di fraternità, seme della pace che la fraternità rinnovata vuol costruire. Non a caso l’enciclica cita più volte i testi di papa Benedetto XVI sulla visione cristiana dell’Amore come la Deus Caritas est e la Caritas in Veritate. Questo impegna in prima persona noi cristiani a sostenere la speranza del mondo con la forza della fede e della grazia che il Signore ci comunica. Il Papa poi, per essere compreso da tutti, usa la parabola evangelica del buon samaritano, un testo che mostra anche a chi non crede che le barriere si possono infrangere, che la fraternità si può vivere se ci facciamo “prossimo” a chi è nel bisogno. La parabola dice che nella relazione tra uomo e uomo c’è sempre la scelta tra passare oltre, essere indifferenti alla sofferenza, adottare la logica dello scarto delle cose e delle persone, o farsi prossimo. Così si cambia il mondo dal basso, seminando la fraternità. «Fai un passo per farti prossimo», dice a tutti il Papa, «non aspettare che tutto giunga dall’alto»: inizia a costruire fraternità! Se sei credente, fallo nella forza della tua fede; se non sei credente, fallo nella speranza di evitare il crollo del mondo. Fallo per evitare che affondi la grande barca in cui stiamo tutti assieme. * vescovo

Willy e don Roberto, due esistenze d’oro Anche in questo tempo malato abbiamo bisogno di reti. E di gente capace di rischiare per una causa buona, per una società che si china su chi è caduto o sofferente DI

GIANCARLO CARTECHINI

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ttorno alla metafora della “rete” si è sviluppato un sentire comune diffuso in molti aspetti della vita civile. Aziende, movimenti politici, realtà associative: tutti hanno attinto a piene mani a quella che sembrava essere una con-

quista irreversibile di partecipazione democratica. Struttura capillare e inestricabile di relazioni. Il trionfo della prossimità. Rivincita, a ben vedere, di una periferia disordinata e vitale, rispetto alla precisione geometrica delle gerarchie. Contaminazione di esperienze e di idee, si sarebbe potuto dire fino a qualche mese fa. Fino a quando, cioè, la comparsa della pandemia ha restituito al termine “contaminazione” il suo significato originario, e la rete con le sue innumerevoli connessioni ha finito per rappresentare un veicolo temibile di diffusione del contagio. Viviamo tempi difficili, in cui siamo chiamati a ricercare un equilibrio precario tra l’esigenza

di mantenere le distanze per tutelare la nostra salute, e la necessità di ribadire il valore delle relazioni umane senza cedere alla tentazione di erigere muri di diffidenza. Può essere utile, da questo punto di vista, rileggere le motivazioni con le quali, nei giorni scorsi, il presidente Mattarella ha conferito la medaglia d’oro al valore civile alla memoria di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo morto nel tentativo di proteggere un amico da un pestaggio, e la medaglia d’oro al merito civile a don Roberto Malgesini, sacerdote di Como accoltellato da uno dei poveri che aiutava. La medaglia al valore civile premia atti di eccezionale coraggio. Segnala cittadini che hanno ri-

schiato la vita per salvare persone esposte a un grave pericolo. Willy era un ragazzo di 21 anni, lavorava in una pizzeria e amava il calcio: «Dando prova di spiccata sensibilità e di attenzione ai bisogni del prossimo, interveniva in difesa di un amico in difficoltà, cercando di favorire la soluzione pacifica di un’accesa discussione». La medaglia al merito invece si dà per premiare le persone che si sono prodigate per soccorrere chi si trova in stato di bisogno. Come don Roberto, che ha sempre aiutato tutti, offrendo a tutti accoglienza e sostegno. Esempio di uno «straordinario messaggio di fratellanza e di un eccezionale impegno cristiano spinti fino all’e-

Il presidente della Repubblica ha conferito la medaglia d’oro al valor civile alla memoria di Willy Monteiro Duarte e la medaglia d’oro al merito civile, alla memoria di don Roberto Malgesini

stremo sacrificio». Nelle motivazioni non si accenna mai alla nazionalità di Willy e di Roberto e dei loro aggressori, né al colore della loro pelle. Il vescovo Nunzio Galantino, in un articolo pubblicato sul “Sole 24 Ore” a commento dell’enciclica Fratelli tutti ha scritto: «Il buon samaritano trasforma

la strada dell’aggressione e del delitto in cantiere per la costruzione di una società che sa includere, integrare e sollevare chi è caduto o è sofferente». Anche in questo nostro tempo malato, soprattutto adesso, abbiamo bisogno di reti. E di gente capace di rischiare per una causa buona.

DI

PIERO CHINELLATO

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nimc ha potuto finalmente celebrare il 730° anniversario della sua fondazione alla presenza del Capo dello Stato. Dopo il rinvio causa lockdown della cerimonia prevista per il 9 marzo, si è temuto anche per l’appuntamento del 15 ottobre, ma per fortuna tutto è filato liscio. Al rettore Francesco Adornato, legittimamente soddisfatto chiediamo come Unimc arriva al traguardo dei 730 anni. Vi giunge con una forte voglia di fare. In questi anni ci ha sostenuto la fiducia di tanti giovani, proiettati a una cittadinanza globale, accompagnata da una mente multiculturale e interculturale. Vogliamo incrociare le etnie, i linguaggi, i volti, le esperienze, i saperi di chi arriva dall’Italia, dall’Europa, dal mondo. Il terremoto, però, continua a pesare... Sì, ma non ci siamo arresi; nonostante ci abbia lasciato 8.000 metri quadrati di spazi inagibili, tra i quali luoghi simbolo quali l’Aula magna, l’antica biblioteca, l’auditorium San Paolo, abbiamo reagito puntando sulle nostre risorse e sulle energie che ci vengono da un forte spirito di appartenenza a un ateneo e a una città che sono anche – me lo lasci dire – comunità. Ora i giovani sono tornati... È stata una scommessa e una preoccupazione, ma sono tornati davvero. Il segnale della volontà di archiviare il distanziamento fisico lo abbiamo colto a settembre quando abbiamo consegnato in piazza le pergamene a circa 1.000 studenti che si erano laureati a distanza. Una festa per loro ma anche per l’intera città... Francesco Adornato Sì. Quel gesto ha mostrato che c’era un’energia che voleva prorompere. E adesso le iscrizioni vanno oltre ogni nostra aspettativa. In questi anni abbiamo peraltro sempre superato i 10.000 studenti, di cui 600 internazionali, e coi corsi post–laurea e i dottorati sfioriamo i 12.000. Gli ultimi dati mostrano un +7,64% di iscrizioni rispetto alla pari data del 2019. Un risultato che convalida il motto della campagna per le iscrizioni: “Futuro prossimo” “Futuro prossimo” trasmette l’idea che i luoghi accademici, spesso considerati distanti, possano tornare punto di riferimento per la comunità civile e per i territori circostanti. L’idea di accoglienza che proponiamo viene percepita come risposta credibile al bisogno di vicinanza oggi tanto avvertito. Il 15 ottobre abbiamo avuto qui il presidente Mattarella... Ringrazio il presidente della Repubblica per la generosità dimostrata. Per noi è stata un’iniezione di fiducia. È il rappresentante più autorevole e coerente della coesione del Paese, custode rigoroso della nostra sovrana Costituzione, testimone di un’Italia etica, virtuosa, solidale, quell’umile Italia – uso un’espressione del presidente che viene da Dante – per cui vale la pena di impegnarsi e combattere. È di pochi giorni fa la sua nomina a segretario generale della Conferenza dei rettori delle università italiane nella quale è anche referente del Gruppo sulle Aree interne. Cosa rileva da questo osservatorio? Io penso che le università delle aree interne debbano credere in se stesse, nella possibilità di produrre idee, processi, innovazioni. Le quattro università delle Marche dovrebbero sviluppare processi di aggregazione se non addirittura federativi, ponendosi il problema di una sostenibilità complessiva del territorio che includa la sostenibilità universitaria. Cesare Pavese ne La luna e i falò scriveva: «un paese ci vuole», ma ci vuole un paese come segno di un’appartenenza e non come un residuo di borghi sempre più disabitati e isolati. Vanno recuperati i servizi intermedi; le Università servono a sviluppare pensiero, le imprese a intervenire, le istituzioni a guidare, il volontariato ad animare processi che attraverso la sussidiarietà mostrino che è possibile risorgere, ricostruire. Il nostro problema è in noi, innanzitutto.


ATTUALITÀ

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La storia del lavoro nelle foto Balelli DI

ANDREA MOZZONI

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l lavoro nel primo Novecento è al centro dell’esposizione fotografica promossa dal Centro Studi “Carlo Balelli” all’Abbadia di Fiastra fino al prossimo 12 gennaio. Una mostra, a ingresso gratuito, resa possibile grazie alla Fondazione Carima e da tempo nelle intenzioni dell’Istituzione culturale maceratese, che ha preso forma negli spazi dell’ex Ospizio dei Pellegrini. Le 150 fotografie esposte – provenienti dagli archivi delle Biblioteche Statale e Comunale di Macerata e dalla collezione privata della famiglia Balelli – delineano il mondo del lavoro nelle sue molteplici sfaccettature e raccontano il territorio maceratese dell’epoca, rappresentativo di una condizione economica ancora fortemente legata all’agricoltura comune a gran parte del Centro Italia,

In alto: l’inaugura-zione della mostra. A destra: Emanuela Balelli, presidente del Centro Studi Carlo Balelli

dove lo sviluppo arriva con lentezza e sporadici sono i segnali di industrializzazione. Non mancano tuttavia i segni di quella modernità che sta prendendo il sopravvento, mutando definitivamente la società. «Con il linguaggio della fotografia, con il suo obiettivo, Carlo Balelli ha scritto una storia per immagini che non è soltanto oggetto estetico ma luogo della memoria e traccia per ricostruire il passato – ha affermato la presidente del Centro Studi, Emanuela Balelli –, viene descritta la situazione economica e lavorativa dei campi e delle fabbriche del primo Novecento attraerso una documentazione storica di grande rilievo, testimonianza dell’evoluzione sociale e culturale che ha interessato il nostro territorio». Considerazioni condivise anche dalla presidente della Fondazione Carima, Rosaria Del Balzo Ruiti: «Gli scatti fotografici di Carlo

Balelli – ha affermato – pur immortalando posti e situazioni peculiari della nostra terra, ci restituiscono magistralmente temi universali quali il rapporto tra l’uomo e la macchina, tra paesaggio e fabbrica, tra miseria ed emancipazione, mettendo in luce gli aspetti economici, storici e sociali che sono alla base delle grandi trasformazioni dell’inizio del XX secolo». Il risultato è un affascinante percorso espositivo che spazia dal mondo dell’agricoltura nel momento della sua trasformazione tecnologica, alle botteghe artigiane e alle fabbriche, nuovi luoghi di lavoro collettivo. Suggestive immagini raccontano il definitivo passaggio da una civiltà rurale ad una società moderna in cui si affermano le esigenze della cultura e del benessere, con il radicamento di attività termali e di strutture alberghiere finalizzate al turismo.

Il grande gesuita, il figlio più illustre di Macerata, diventa finalmente presenza tangibile in città grazie all’itinerario che ripercorre i luoghi a lui riconducibili avvolgendo tutto il centro storico

MARTEDÌ 20 OTTOBRE 2020

post-sisma Riaperta a Treia la chiesa di San Michele ra le chiese danneggiate dal sisma del 2016 figurava anche la chiesa di San Michele, nel Centro storico di T Treia. La sua riapertura, sobria, come si conviene in tempo di emergenza sanitaria, è stata caratterizzata domenica scorsa dalla celebrazione eucaristica officiata dal vescovo di Macerata Nazzareno Marconi. Una presenza importante quella del presule, il quale ha ricordato ai presenti alcuni brevi cenni della storia dell’edificio probabilmente risalente nel suo primo insediamento anteriormente all’anno Mille, sotto la dominazione longobarda: ne è un indizio proprio la dedica all’arcangelo Michele, protettore di questo popolo, che campeggia in un quadro ricollocato sopra l’altare. Nel 1357 con i proventi di un’enfiteusi stipulata con il Comune si ricostruisce invece la chiesa che prende le forme attuali con l’impianto planimetrico a tre navate di uguale altezza, scandito da pilastri rettangolari ad arcate a sesto acuto e la copertura a L’altare della chiesa capriate lignee. Pur rispettando le disposizioni contro il Coronavirus, non è mancata la presenza dei fedeli in quello che rappresenta un vero e proprio luogo dell’anima per i treiesi, così come l’orto racchiuso tra le mura della città e della chiesa sotto l’imponenza della Torre dell’Onglavina. Non è mancata la presenza delle autorità, dal sindaco Franco Capponi al deputato Tullio Patassini, come quella delle maestranze che hanno restituito alla comunità parrocchiale l’edificio. (A.Moz)

Un percorso per padre Matteo Ricci DI FILIPPO

MIGNINI

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on l’inaugurazione di uno stabile percorso (visitabile anche attraverso apposita App) che connette la città del Cinquecento, nella quale padre Matteo Ricci è nato, alla sua esperienza storica narrata nelle ventisei tappe che lo compongono, Macerata compie un passo significativo nella costruzione della propria memoria e di una più forte identità. Nell’itinerario viene anche definitivamente inserita la casa natale di Ricci, identificata sulla base di documenti notarili che ho esposto, per chi abbia desiderio di più

gono ricordate dottrine e parole chiave delle civiltà della Cina e dell’India: confucianesimo, taoismo, induismo e buddhismo, i classici di queste filosofie, i temi sui quali i nostri orientalisti hanno richiamato per primi l’attenzione e avviato un proficuo confronto con analoghi concetti della nostra civiltà. In tal senso, promuovendo la reciproca conoscenza, essi hanno infranto barriere, sciolto sospetti e dissolto paure. Hanno mostrato per sempre che a dividere gli uomini non sono gli oceani, i fiumi o le impervie catene montuose, ma l’ignoranza, e perciò la diffidenza e il desiderio di sopraffazione. Uno degli intenti principali del percorso è mostrare che non siamo di fronte a dottrine di un lontano passato, ma a principi, visioni, sentimenti che guidano e orientano nell’esistenza ogni giorno miliardi di persone, con le quali siamo inevitabilmente chiamati a confrontarci, oggi e nel prossimo futuro. Su alcuni di questi principi convergenti, come l’umanesimo occidentale classico e quello confuciano, è stato già costruito un memorabile incontro di civiltà da Matteo Ricci e dai letterati cinesi che si confrontarono con lui. E quello dell’umanesimo resta, anche oggi, il cardine principale del dialogo tra Occidente e Oriente.

Individuata la casa natale Ventisei tappe e un’app guida. Alla Specola un secondo itinerario sugli orientalisti marchigiani precise notizie, nel volumetto Matteo Ricci. La famiglia, la casa, la città, edito da Quodlibet. Macerata riconosce così quella particolare vocazione che negli ultimi quattro secoli l’ha legata in modo singolare all’Oriente, attraverso le personalità di Matteo Ricci, Cassiano Beligatti, Antelmo Severini e Giuseppe Tucci: a questi e ad altri Orientalisti delle Marche è dedicato un secondo percorso nella Specola della Biblioteca Mozzi Borgetti, il cui edificio ha ospitato, a partire dalla seconda metà del Cinquecento, l’antico collegio dei gesuiti. Alcuni dei personaggi a cui si è accennato, come i gesuiti Matteo Ricci e Giovanni Laureati, il lazzarista Teodorico Pedrini, il francescano Carlo Orazi da Castorano, i cappuccini Cassiano Beligatti, Orazio da Pennabilli e altri loro confratelli, erano stati spinti dalla fede cristiana e dal desiderio dell’evangelizzazione; ma la loro opera e la loro esperienza si sono estese ben aldilà dell’ orizzonte religioso. Essi furono anche geografi, cartografi, storici, etnografi; matematici ed astronomi; medici e musicisti; linguisti e traduttori. Altri, come Giacomo Leopardi, Antelmo Severini e Giuseppe Tucci sono stati studiosi e interpreti di quelle civiltà o, come Tucci, anche indefesso esploratore e organizzatore culturale. Nella prima parte del percorso ven-

Vi sono tuttavia anche altri principi, sul piano filosofico, religioso e politico, che continuano a segnare profonde diversità e persino opposizioni rispetto alla cultura europea e occidentale. Proprio su queste divergenze siamo chiamati a interrogarci e a confrontarci. Si pensi, ad esempio, al tema della vacuità delle cose, tipico del Buddhismo, ma anche, in varo modo, del Taoismo e del Confucianesimo. La seconda parte del percorso è dedicata, in dodici tappe, a una presentazione essenziale del profilo personale, intellettuale e storico dei personaggi ricordati. L’itinerario esterno ricciano e il percorso della Specola costituiscono due risorse permanenti della città, sebbene rinnovabili e implementabili specialmente sotto il profilo della comunicazione digitale e multimediale. Attraverso di esse Macerata si è dotata di due luoghi simbolici e “sacri”, attraverso i quali fa appello alla parte migliore della Sua storia, guardando al presente e al futuro. I nostri orientalisti hanno rivelato e promosso intuizioni e ispirazioni comuni del genere umano, facendosi costruttori di pace e meritando perciò la nostra eterna gratitudine. Sulle orme dei nostri grandi spiriti, apriamoci a un percorso di conoscenza e di amicizia con chiunque, scriveva Matteo Ricci, «porti sopra di sé il supremo Cielo e prema i sandali sull’augusta Terra».

Uno scorcio della specola della biblioteca Mozzi Borgetti a Macerata, 26esima tappa dell’itinerario ricciano

Primi passi per la nuova amministrazione di Macerata Il nuovo sindaco Sandro Parcaroli conferma l’obiettivo di «rendere la città attrattiva, dove ognuno possa vivere in sicurezza, lavorare e costruirsi la famiglia»

DI

ALESSANDRO FELIZIANI

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un mese dalle elezioni del 20 settembre la città di Macerata ha tutti gli organi politico–amministrativi legittimamente in carica e in grado operare per realizzare il programma quinquennale che il nuovo sindaco Sandro Parcaroli, eletto al primo turno con oltre il 52% dei consensi, si appresta a formalizzare, ma che ha già riassunto in una frase lapidaria: «Rendere Macerata una città attrattiva, dove ognuno possa vivere in sicurezza, lavorare e costruirsi la famiglia». «Personalmente – ha dichiarato il primo cittadino all’insediamento del Consiglio comunale – mi accingo a svolgere le mie funzioni con atteggiamento di servizio, umiltà e tenacia». Il programma amministrativo – ha poi continuato – porrà delle «sfide inedite» in grado di «dare sostanza ai desideri dei cittadini». Parcaroli ha infine assicurato di voler operare con «trasparenza amministrativa, garantendo partecipazione e ascolto di tutti, senza remore e pregiudizi». Per raggiungere gli obiettivi, il sindaco ha nominato una giunta di nove assessori (vedasi articolo a parte), sei dei qua-

li scelti tra i consiglieri comunali eletti nelle liste della coalizione di centrodestra (Lega, FdI, FI, Udc. L’incompatibilità tra le cariche di assessore e consigliere ha comportato l’ingresso in consiglio dei candidati che nella graduatoria dei voti seguivano i primi proclamati. Ora il consiglio comunale – che nella sua prima seduta ha eletto presidente Francesco Luciani (Lega) e vicepresidente Maurizio Del Gobbo (Pd) – risulta così composto: Andrea Blarasin, Aldo Alessandrini, Laura Orazi, Claudio Carbonari, Paola Pippa, Giordano Ripa, Giovanni Pianesi e Roberto Fabiani (Lega); Pierfrancesco Castiglioni, Paolo Virgili, Marco Bravi e Lorella Benedetti (FdI); Alessandro Bini, Romina Leombruni, Sabrina De Padova e Cristina Cingolani (lista civica Parcaroli sindaco); Sandro Montaguti e Barbara Antolini (FI), Antonella Fornaro (Udc). I dodici seggi spettanti all’opposizione sono stati assegnati ai candidati sindaco non eletti: Narciso Ricotta, Alberto Cicarè e Roberto Cherubini; inoltre a Andrea Perticarari, Ninfa Contigiani e Alessandro Marcolini (Pd); Elisabetta Garbati (Macerata Rinnova); David Miliozzi (Macerata Insieme); Stefania Monteverde (Macerata bene comune); Ulderico Orazi (Italia Viva); Andrea Boccia (M5s).

la giunta Le deleghe attribuite ai nove assessori na settimana prima di presentarsi al Consiglio per prestare giuramento il sindaco Sandro ParU caroli aveva nominato la giunta. Nove assessori (numero massimo consentito) per ricoprire secondo le rispettive competenze professionali tutti i settori dell’amministrazione cittadina. Due dei nominati possono vantare precedenti specifiche esperienze politiche: Silvano Iommi (urbanistica) e Marco Cardarelli (servizi amministrativi e politiche per la famiglia). Gli altri sono al loro primo incarico. Valorizzata la presenza femminile, con la nomina di quattro donne, una delle quali vice sindaco. Le funzioni vicarie in assenza del sindaco, infatti, saranno esercitate da Francesca D’Alessandro alla quale è stata attribuita anche la delega alle politiche sociali. Gli altri assessori sono: Andrea Marchiori (lavori pubblici), Laura Laviano (ambiente e sviluppo economico), Oriana Maria Piccioni (bilancio), Katiuscia Cassetta (cultura e istruzione), Paolo Renna (polizia municipale e decoro urbano), Riccardo Sacchi (turismo, sport ed eventi). (Ale.Fel.)

«Diventare santo», primo obiettivo di Tullio Colsalvatico DI FRANCO

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Tullio Colsalvatico ed Ezra Pound

Morto 40 anni fa, fu grande uomo di cultura, interessato a ogni aspetto della vita. Conobbe e frequentò personalità di grande rilievo nazionale ed internazionale

MAIOLATI

aradossalmente è stato un bene, per la coincidenza elettorale e le difficoltà dovute al Covid, aver ricordato il 40° della morte di Tullio Colsalvatico (21 settembre) con la celebrazione di una Messa presso la Basilica di San Nicola, senza altre iniziative. Nel passato spesso il Circolo Culturale di Tolentino a lui intitolato ha parlato delle sue opere e ha ricordato il suo essere Giusto fra le Nazioni, pubblicando anche un libro su questa vicenda. Rischiando di tralasciare forse l’opera principale a cui Colsalvatico teneva e da cui non voleva distrarsi, neppure con i riconoscimenti che gli derivavano dalla sua poesia e dalla sua narrativa: la realizzazione

della propria vita nel desiderio di diventare santo. Tutte le onorificenze, i premi non servivano e la moglie li trovò gettati nel cestino dei rifiuti: «Hai mai sentito parlare del commendatore Giovanni Bosco? Del cavaliere Michele Rua (primo successore di san Giovanni Bosco, proclamato beato nel 1972, ndr)?» si giustificò con lei Colsalvatico. Aiutati dall’omelia di padre Gabriele Pedicino, priore della Comunità agostiniana, che ha colto in Colsalvatico il desiderio di appartenere a Dio come fattore incidente sulla vita di ognuno, forse per la prima volta si è resa esplicita l’origine profonda dell’intera opera di Tullio Colsalvatico, che la farà meglio comprendere. Tullio Colsalvatico

fu un uomo di cultura in senso totale, mostrando attenzione ed interesse verso ogni aspetto della vita, non solo in campo artistico. Conobbe e frequentò personalità di grande rilievo nazionale ed internazionale: amico di Marino Moretti, di Johannes Jørgensen – ritenuto ancora oggi l’autore della migliore biografia su san Francesco; ospitò nel 1960 Ezra Pound, accompagnandolo a scoprire la nostra regione; invitò il re Gustavo di Svezia, con cui effettuò alcune escursioni di carattere archeologico nel nostro territorio; fu vicino a quanti avevano bisogno, in modo sempre discreto ma efficace. Nel 1943 aiutò a salvarsi dal rastrellamento un gruppo di 42 ebrei romani, tra cui 12 bambini, procurando

documenti falsi e rifugio nel territorio di Fiastra. La vicenda venne rivelata da una superstite solo nel 2006 («lui non vuole se ne parli», intimò privatamente la moglie a chi aveva trovato traccia dei fatti negli anni Settanta) e nel 2009 lo Yad Vashem di Gerusalemme lo lo riconobbe “Giusto fra le Nazioni”. La sua opera letteraria va dalla poesia alla narrativa, comprendendo biografie e saggi critici ed una corposa raccolta di aforismi. Da un suo racconto nel 1938 fu tratto un film che ottenne prestigiosi premi nazionali. Profondo il suo amore per la terra marchigiana, della quale celebrò le caratteristiche con alcuni suoi scritti e per cui fondò e partecipò alla vita di diversi istituti per la promozione della cultura,

istituì numerose biblioteche nelle contrade contadine, formulò proposte all’avanguardia per la valorizzazione del territorio. Un’opera molto vasta a cui metterà mano il Comitato promotore istituito proprio nel 40° della morte, potendo disporre degli inediti e delle corrispondenze presenti nell’archivio che il pronipote Alessandro Santecchia sta meticolosamente ordinando, portando ad iniziative per far conoscere Tullio Colsalvatico in modo attuale anche ai più giovani. Intanto è alla nona edizione biennale il Premio Colsalvatico “L’umorismo, un modo di guardare la realtà”, ideato dal Circolo Culturale nel 2002, proprio per sottolineare una caratteristica della narrativa dello scrittore.


CHIESA

MARTEDÌ 20 OTTOBRE 2020

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Overtime Festival: sport ed etica anche ai "Tempi" del coronavirus

A piedi fino alla Madonna della Salute I

l Santuario della Madonna della Salute nella chiesa di San Giorgio a Macerata ha atteso i 12 pellegrini partiti a piedi da Assisi. San Francesco ha accompagnato i ragazzi provenienti da Macerata e dalla Val di Fassa (Trentino) con il segno di un grande Tau. Esperienza di condivisione, preghiera, ascolto, silenzio, cammino, riposo, aiuto, sprone... e anche momenti di prova fisica e spirituale. Camminare è mettersi in discussione, è condividere la propria storia, aprirsi agli altri. E sono proprio i ragazzi a raccontarci cosa è successo. Piercarlo: «Non ci sono comodità ad attenderci, ma quello che abbiamo è grazia di Dio», Emanuele: «Questo cammino è una Grazia che il Signore ci dona e dobbiamo solo ringraziare per quello che possiamo sperimentare», Stefano: «Camminare con gli altri è sentirsi partecipi delle difficoltà del fratello», Fabrizio: «Il servizio verso i fratelli ti fa capire i bisogni dei fratelli», Paul: «Pre-

I pellegrini nella chiesa di San Giorgio

gare è anche accompagnare e stare vicino al prossimo e non isolarsi», Augusto: «Con un po’ di disponibilità e pazienza si può far gioire il prossimo», Andreas: «Pregare è giusto, ma poi bisogna mettere in pratica nella vita ciò che diciamo al Signore. Dio non si nasconde», Gabriele: «Il cammino non è simile alla vita ma al contrario la vita è un cammino», Benedetto: «La

croce portata insieme è più facile da portare», Silvano: «Che il cammino non finisca ma prosegua nella vita di tutti i giorni», Giacomo: «Bello è sentirsi sostenuti spiritualmente dai fratelli e sorelle a casa», Alessandro: «Felice di aver potuto condividere un piccolo pezzo del cammino, di semplice non c’è nulla...». Parole di un’esperienza che li ha portati a fermarsi lungo il percorso in vari luoghi mariani, a chiedere, per l’intercessione di Maria, il dono della salute per questo periodo di prova per tutto il mondo e specialmente per le anime più sofferenti, il dono di un cuore aperto per i giovani che sentono la chiamata di Dio. La Madonna della Salute li ha accolti domenica mattina nel suo Santuario. Hanno partecipato alla preghiera della Comunità dei fedeli riunita e celebrato l’Eucaristia ringraziando il Signore per l’esperienza, la prima, che è stato loro concesso di fare. Gianluca Merlini

ecima edizione al tempo del Covid per Overtime Festival, la rassegna sportiva conclusasi lo scorso 11 ottobre a Macerata. Una kermesse inevitabilmente caratterizzata dall’emergenza sanitaria, con spettacoli all’aperto, principalmente nello scenario di piazza della Libertà, nel rispetto del distanziamento fisico previsto dalle normative. E “Tempi” è stato anche il tema del 2020 per un calendario di appuntamenti con i protagonisti dello sport nazionale e internazionale stilato come sempre da Pindaro Sports & Events dei fratelli Angelo e Michele Spagnuolo, con la collaborazione della Regione Marche, del Comune e dell’Università di Macerata. Overtime Festival ha ospitato sette prestigiose anteprime nazionali e tanti protagonisti tra cui Federico Buffa, Antonio Cabrini, Pif, Pierlui-

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Macerata allestita per Overtime

gi Pardo, Cristiano Militello, Filippo Roma, Urs Althaus – l’Aristoteles de “L’allenatore nel Pallone” – Marco Ardemagni, Filippo Solibello, Omar Pedrini, Alberto Cova, Nevio Scala, Alessandro Abbio. Si è celebrato anche lo sport paralimpico e, novità di questa decima edizione, è stato assegnato il premio Etica sportiva, attribuito a Maxime Mbandà, rugbista della nazionale italiana che durante il lockdown si è messo a disposizione della Croce Gialla di Parma, e a Raffaele Kohler, il trombettista che con le note di “O mia bela Madunina” ha lanciato un messaggio di speranza a tutta la nazione nel periodo più difficile della recente emergenza sanitaria. Appuntamento, ora, al 2021: tema della prossima edizione saranno “I colori dello sport”. Andrea Mozzoni

Dopo la gioia per l’ordinazione, a settembre, di quattro giovani del Cammino neocatecumenale, provenienti da varie parti del mondo e formati nel seminario Redemptoris Mater

Antonio e Marco: la diocesi ha due nuovi sacerdoti DI

M. NATALIA MARQUESINI

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nche se il volto è imbavagliato non lo è il nostro cuore», ha detto il vescovo Nazzareno Marconi introducendo i fedeli all’ordinazione presbiterale di Antonio Barbaresi e Marco Petracci. La cerimonia infatti è stata svolta nel rispetto delle norme di contrasto alla diffusione del Covid– 19 lo scorso sabato 10 ottobre all’Abbadia di Fiastra. Mascherine e distanziamento sociale. come richiamato dal vescovo, non hanno comunque impedito che la celebrazione coinvolgesse tantissime persone, in presenza ma anche attraverso la diretta streaming e sul canale 89 di EmmeTv; per l’occasione sono stati anche allestiti diversi schermi nelle navate laterali della chiesa e altri di grandi dimensioni nel chiostro dell’Abbazia, e nel piazzale antistante la facciata. Un cammino, quello dei due neo sacerdoti, che li ha visti condividere un pezzo importante di vita; Marco e Antonio hanno in comune non solo il percorso formativo compiuto nel Seminario regionale “Pio XI” di Ancona, ma anche la parrocchia di provenienza. Entrambi sono cresciuti nel quartiere di Collevario, alle porte di Macerata e, come ricordato durante la presentazione dei candidati all’Ordine sacro dal parroco don Egidio Tittarelli, «molti pensano che queste e altre vocazioni siano il frutto della costante e fiduciosa preghiera di don Elio». Don Elio Borgiani, primo parroco della chiesa di periferia intitolata al Buon Pastore, non ha voluto mancare all’appuntamen-

Il momento conclusivo della celebrazione

to e nonostante i suoi 86 anni e i tanti problemi di salute, ha partecipato alla celebrazione insieme alla comunità diocesana. Proprio lui è stato ricordato nei ringraziamenti finali anche da Marco Petracci, che ritornando con la memoria a quando era ragazzino, ha raccontato: «don Elio mi diceva sempre che sarei stato il futuro parroco di Collevario, ma io rispondevo sempre: “prete proprio no”». Concreta e diretta l’omelia del vescovo Marconi indirizzata ai suoi nuovi pre-

«Toglietevi i sandali del potere ed ancor più dell’arroganza, o meglio non rivestiteli mai» l’esortazione del vescovo Marconi nell’omelia sbiteri: «“Togliti i sandali per entrare in questo luogo santo” dice Dio a Mosè», ha detto il presule. «Per entrare in una terra santa, in una comunione più intima con Dio, in una relazione di appartenenza a Lui e di conseguente missione nel Suo nome, biso-

gna togliersi i sandali. Bisogna spogliarsi di ogni pretesa di possedere in proprio forza e potere, tutto viene da Dio e tutti dipendiamo da Lui sempre». «Toglietevi i sandali del potere ed ancor più dell’arroganza, o meglio non rivestiteli mai!», un’esortazio-

ne quella del Vescovo che è un pressante invito all’umiltà: «Ricordate che chi cammina scalzo fa l’esperienza di toccare la terra. C’è una bella parola latina humus che significa suolo, terra, da cui humilitas, l’atteggiamento di chi sta con i piedi per terra e non mette altre persone sotto i suoi piedi». La conclusione dell’omelia Marconi l’ha affidata all’arte: descrivendo un’opera presente in un eremo cappuccino dell’alta valle del Tevere ha raccontato di una secentesca pala d’alta-

re, “Il paradiso dei cappuccini” di fra Paolo Piazza, dove Maria è raffigurata nella gloria celeste rivestita della stola sacerdotale. «Nell’intuizione artistica – ha detto – è chiaro che Maria, modello di ogni sacerdote, ha prima accolto Cristo nel suo cuore per poi portarlo nel grembo e donarlo al mondo. Vivete il vostro sacerdozio con una profonda devozione mariana, non dimenticate il forte radicamento della nostra diocesi nella “Civitas Mariae” ed affidatevi sempre alla protezione della Mater Misericordiae, a cui vi affido prima di tutto io, assieme a tutti i nostri sacerdoti e diaconi ed a tutto il nostro santo popolo di Dio». Carichi di emozione infine i rigraziamenti dei due neo sacerdoti a fine Messa. Antonio, col suo fare semplice e chietto ha ringraziato il vescovo Nazzareno «che mi ha fatto sentire da subito parte importante di questa diocesi», ma anche il vescovo emerito Claudio Giuliodori e il nunzio emerito Renzo Fratini – entrambi concelebranti –, gli amici, i vecchi colleghi di lavoro prima dell’ingresso in seminario e la sua famiglia, concludendo il suo saluto con un caloroso «vi voglio bene». Anche Marco ha voluto ringraziare tutti, ma soprattutto il Signore e la sua Chiesa che in questi anni «mi ha fatto sentire tanta cura e come un buon pastore mi ha condotto su pascoli erbosi». I due continueranno in questo anno pastorale l’impegno già iniziato: Antonio presso la parrocchia del Preziosissimo Sangue a Porto Recanati e Marco nelle parrocchie di Tolentino.

Azione cattolica

«Saper andare incontro agli altri e riempire i tanti vuoti esistenziali» DI LUCIA

DIONISI

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rancesco Garbuglia, ingegnere meccanico, si occupa di ricerca e sviluppo. È un trentenne di Recanati al suo secondo mandato di presidente diocesano dell’Azione cattolica: il vescovo Marconi lo ha confermato per il triennio 2020–2023 l’8 settembre scorso. Che bilancio fa del triennio appena concluso? Dell’inizio del primo mandato ricordo la sollecitazione del vescovo a “fare nuove tutte le cose”, a tagliare i rami secchi per rendere forti i nuovi anche a costo di scontentare qualcuno, compreso lui stesso. Siamo partiti con molte idee di rinnovamento di cambiamento, quasi pensando che il cambiamento sia il risultato di una formula magica. Ma presto ci siamo resi conto che il cambiamento richiestoci era quello del cuore, dove tutto ha origine, parole gesti e affetti; un cambiamento molto più profondo. Ha tempi lenti e gentili. La Grazia del Signore porterà i suoi frutti, solo che le si dia il tempo di agire. Da subito abbiamo scelto lo stile del discernimento comunitario, impegnandoci a seminare fiducia, senza farci intimorire dalle nostre fragilità. Abbiamo progettato un futuro fatto di piccoli ma significativi passi, confidando nel Signore. E con sorpresa abbiamo scoperto tante opportunità che prima non riuscivamo a valorizzate e utilizzare. Durante il periodo del lockdown come è andata? Durante il periodo di chiusura la Chiesa non era vuota quanto piuttosto era da un’altra parte. Era dentro le case dove le famiglie vivevano la preghiera, l’ascolto della Parola, creando uno spazio spirituale dentro la quotidianità. Tutto ciò ha interpellato chi sta con un piede dentro e uno fuori, ha offerto ai giovani una testimonianza che è una scelta di vita semplice, calda, bella, spoglia di rigidità. La fede celebrata in casa diventa una testimonianza diretta immediata. Abbiamo scorto il volto di una Chiesa e di una Ac che vive nelle case aprendosi alla missionarietà propria dei laici. Come ha detto Papa Francesco all’Angelus di domenica 11 ottobre «…siamo stati tutti battezzati come laici e laiche. I laici sono protagonisti della Chiesa». Noi ne abbiamo avuto esperienza diretta. Che Azione cattolica diocesana sogna oggi? Mi piace sognare una Ac diocesana capace di generare alla fede persone che nei loro luoghi di vita abbiano profumo di Vangelo, si riconoscano “al fiuto”. Immagino più generazioni che si integrano e sostengono nel raccontare l’opera di Dio nelle loro vite. Sogno persone capaci, come il lievito del Vangelo, di fermentare ciò che li circonda e far percepire che è bello essere cristiani. Essere capaci di intuire la profondità derivata dalla relazione con Dio, così come si sente il profumo del pane appena sfornato e ci si sente attratti, affamati e desiderosi di assaggiarlo. Una Ac capace di piccoli ma significativi gesti, capace di abitare i mille vuoti esistenziali con la Grazia del dono della fede in ascolto pronto dei suggerimenti dello Spirito Santo. Uomini e donne capaci di vedere i piccoli dettagli nella quotidianità e coglierne una realtà inesplorata tutta da ridefinire con significati e azioni nuove, nella fedeltà alla propria Chiesa locale.

Pueri Cantores: musica, amicizia e condivisione dal 1960 «Un coro come quello dei Pueri è a tutti gli effetti un’agenzia educativa poiché riesce a tenere insieme e far crescere ragazzi e ragazze la cui età va dai 5 ai 20 anni» DI

TIZIANA TIBERI

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Un’esibizione dei Pueri Cantores

Pueri Cantores di Macerata celebrano 60 anni di storia tra ricordi e novità, come racconta il maestro dal 1988 Gianluca Paolucci. Come avete vissuto durante il lockdown la vostra esperienza di coro?

La mancanza di contatti, ha creato qualche problema, ma ci siamo attivati per condividere la nostra passione per la musica organizzando attività e registrazioni online che poi pubblicavamo sui social. Poi a giugno, quando abbiamo potuto ricominciare con le prove, ci siamo ritrovati tutti e abbiamo preparato un concerto, inserito nel programma del Mof, che si è tenuto nel cortile di palazzo Buonaccorsi a Macerata. Dal 26 settembre siete ripartiti con le prove e una novità. Quale? Sì. Opportunamente distanziati: un metro tra cantori, due metri tra una fila e l’altra, con mascherine, abbiamo ripreso l’attività nella nostra “sede” la chiesa del Sacro Cuore. Novità di quest’anno è la creazione della sezione dei “Mini

Pueri”, dedicata ai giovanissimi fino ad 11 anni: le prove si svolgeranno tutti i sabati pomeriggio alle ore 15, e saranno dedicate a far conoscere ai piccoli cantori la musica, il canto corale e un ampio repertorio di musica per bambini. Qual è il vostro repertorio? Il repertorio è prevalentemente

Gianluca Paolucci

basato sul canto sacro che va dal Gregoriano fino alla musica contemporanea, con excursus anche nel canto Pop, ovviamente armonizzati per un gruppo come il nostro. Un lavoro che svolgo insieme alla Maestra Annarosa Agostini. Quanto è importante per la vostra Associazione trasmettere ai più piccoli l’aspetto educativo e sociale della musica? Secondo me un coro come il nostro rientra a tutti gli effetti nell’elenco delle “agenzie educative” poiché riesce a tenere insieme e far crescere ragazzi e ragazze che vanno dai 5 ai 20 anni circa di età. Questo percorso non è fatto solo di musica, ma si cresce insieme, nella socializzazione, con tanti input educativi.

Il coro nasce nel 1960 da un gruppo di ragazzi che frequentavano l’oratorio, su iniziativa di don Fernando Morresi, che lo ha diretto fino alla scomparsa prematura nel 1988, insieme al parroco don Antonio Repupilli. Da piccola realtà parrocchiale è cresciuto negli anni fino a coinvolgere oggi giovani che arrivano da comuni anche non vicinissimi (Civitanova, Morrovalle e Tolentino); partecipa inoltre a festival internazionali e al Macerata Opera Festival. Prossimo appuntamento? L’atteso concerto di Natale che quest’anno, per motivi di spazio, terremo all’Abbadia di Fiastra il 25 dicembre pomeriggio: prima animeremo la Messa alle ore 18 e subito dopo ci sarà l’evento musicale.


SOCIETÀ

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MARTEDÌ 20 OTTOBRE 2020

Tutti «tessitori di fraternità» veglia missionaria all’abbadia

Don Peppe e la biblioteca nella savana

a Veglia di preghiera missionaria di quest’anno portava il seguente slogan: «Tessitori di fraternità». Una bella provocazione in tempo di Covid: con i distanziamenti e le limitazioni agli incontri, la Chiesa italiana ci invita ad allargare le nostre braccia. Abbiamo accolto la provocazione venerdì 16 ottobre insieme al vescovo all’abbazia di Fiastra, al cui interno abbiamo collocato un telaio e, mentre si svolgeva la preghiera, questo simbolo ci ha aiutato a rendere evidente il mandato a essere tessitori di fraternità. Il vescovo ci faceva notare che nel telaio la parte verticale dei fili (ordito) è sempre ben ordinata e salda: questo è il Signore, è lui che è fedele, è la roccia. Mentre la trama siamo noi, colori diversi, fili deboli o robusti, ma il Signore

DI

L

anche con questo materiale realizza il suo telo: necessario però avere fede nella Parola di Dio. Don Mirko Cicchella, missionario fidei donum della diocesi, ha raccontato come le relazioni vissute in profondità, anche con tante prove, siano state le trame e i nodi di reti con i quali il Signore ha “pescato” donne e uomini. Così anche il gruppo Caritas di Tolentino ha confermato che nel servizio, vicini a chi è nel bisogno, alla luce della Parola di Dio, sono cresciuti legami più forti di quelli familiari. Dopo questa veglia siamo tutti più consapevoli che portare Cristo ai fratelli significa essere strumenti di una tela nella quale ci si scopre legati e intrecciati per un unico progetto di amore del Padre. Sergio Fraticelli

All’inaugurazione dell’Anno accademico si è respirata aria di comunità, sottolineata dalle parole del rettore Adornato

ANNAMARIA CACCIAMANI

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Dapaong (Togo): inizio lavori della biblioteca

proprio un sogno la biblioteca di Dapaong. È un sogno regalare ai ragazzi del nord del Togo la possibilità di gustare mondi di immagini e parole che solo le pagine di un libro sanno spalancare. La scuola San Bonaventura, realizzata dai frati minori della Provincia del Verbo Incarnato a settembre 2017, anche con il sostegno del gruppo missionario Eumega di Macerata, sorge nel quartiere di Maogdual, segnato da povertà sia materiale che culturale. Un territorio, questo, dove i frati minori vivono da anni prendendosi cura delle persone ed ora offrendo anche la possibilità di studiare a molti giovani che vivono nei dintorni. Dentro questo progetto, che insieme alle aule prevede una mensa, un polo sportivo e un dormitorio, proprio per far crescere i ragazzi in uno spazio protetto in cui restare e divertirsi in frater-

nità, si è sviluppata l’idea di realizzare una biblioteca: un luogo “altro” dove consultare testi gratuitamente, studiare e crescere nel confronto. È entusiasmante poter immaginare che in un piccolo villaggio africano la terra rossa si sta muovendo sotto mani di uomini operosi per seminare cultura. Proprio di questo si tratta: di credere, come gruppo missionario e come diocesi di Macerata, che insieme alla Caritas sostiene economicamente parte del progetto, che ciò che davvero può dare speranza ai giovani africani è investire sulla loro anima, sulla loro capacità di pensare, di costruire mondi oltre le anguste capanne dei loro avi. Un luogo “altro”, la biblioteca, proprio perchè è un luogo dove poter sognare, potersi nutrire di parole e visioni nuove. Tutto questo nasce dal coraggio di chi sa calpestare quella terra con fiducia e impegno non rinunciando mai a guardare

e confermata dalle testimonianze degli studenti, due dei quali ancora in attesa della cittadinanza italiana

Unimc, festa per i 730 anni La presenza del capo dello Stato ha suggellato un appuntamento nel quale l’ateneo ha guardato al futuro, in solidarietà con la città e l’intero territorio e affetti da disabilità. «Un Ateneo eccellente, inclusivo e sostenibile – ha aggiunto il direta partecipazione del presidente della Retore generale Mauro Giustozzi – che grazie alpubblica, Sergio Mattarella, alla cerimol’impegno dell’intera comunità accademica è nia inaugurale del 730° anno accademiriuscito a fare “meglio con meno”, come rico dell’università di Macerata ha lasciato un’imchiesto dalla situazione congiunturale». pronta importante nella vita dell’ateneo. InNel suo intervento, non programmato, rivolnanzitutto un segnale di incoraggiamento da to ai presenti in teatro e ai docenti e studenti parte della massima istituzione dello Stato, in che hanno seguito la cerimonia dal maxigrado di «infondere fiducia alla comunità acschermo posizionato in piazza, il presidente cademica di Macerata» – come ha detto il retdella Repubblica ha espresso il proprio aptore Francesco Adornato nel ringraziare il preprezzamento per quanto l’università ha fatsidente – in un momento particolarmente difto e continua a fare. Dopo aver sottolineaficile a causa della pandemia in atto. Difficoltà to come l’università di Macerata possa essecomune a tutto il Paese e all’intero mondo ure giustamente orgogliosa del suo radicaniversitario, ma che gli atenei di piccole città mento culturale nel territorio, senza che quevivono in modo del tutto peculiare. In più sto le abbia mai impedito di proiettarsi nel Macerata ancora patisce le conseguenze del mondo (non è mancato il riferimento alla terremoto del 2016, che ha reso inagibili nufigura di padre Matteo Ricci), Mattarella si merose strutture, anche importanti, come l’Auè a lungo soffermato sui temi affrontati dal la magna. Nonostante ciò, professore Luigi Alici, dofacendo ricorso a ulteriori cente di Filosofia morale, spazi reperiti in città, l’uni- Da Mattarella l’appello che ha tenuto prolusione versità è riuscita a dare un sul tema “Fragilità globaa combattere il virus senso di normalità, con la le, la via dell’umanesimo ripresa dal 22 settembre dell’individualismo fra natura e tecnologia”. delle lezioni in presenza. «Nell’ultimo mezzo secoAi giovani inoltre: Incoraggiante il fatto che al lo il mondo è cambiato 14 ottobre le iscrizioni ri- «Non delegate ad altri molto rapidamente – ha risultassero in aumento del cordato Mattarella –. Le diil vostro futuro, ma siate 7,6% rispetto alla pari dasuguaglianze sono cresciuta dello scorso anno. te e la democrazia sperivoi i protagonisti» Ripercorrendo la storia delmenta delle difficoltà. Il l’università maceratese nei “virus” da combattere è sette secoli trascorsi e gli illustri accademici quello dell’eccessivo individualismo, sia dei che vi sono transitati nel tempo, tra i quali nei singoli, sia degli Stati – ha proseguito il predecenni recenti ben tre presidenti della Corte sidente –» e, richiamandosi alle «due facce costituzionale (Capotosti, Annibali e Grossi), della libertà, l’autonomia e la responsabilità» il rettore Adornato ha evidenziato come la forevocate dal professor Alici, ha ricordato coza dell’Ateneo – che già nel 1951 il comparame la libertà di ciascuno non debba sentirsi tista Mario Miele definì «una Sorbona in pro“limitata” da quella altrui, ma piuttosto imvincia» – consista «nell’essere comunità». Nelpegnarsi nell’integrazione con la libertà del’attuale percorso di resilienza – ha continuagli altri. Ai giovani Mattarella, raccogliendo to Adornato – lo sguardo resta sempre rivolto le parole del rappresentante degli studenti, ha al futuro, a quel “futuro prossimo” adottato raccomandato di non «delegare ad altri il locome slogan della campagna di comunicaro futuro, ma di esserne protagonisti». zione dell’ateneo, che da anni sta rafforzando In precedenza erano intervenuti il ministro il raccordo con numerose università straniere. per l’Università e la Ricerca, Gaetano ManUn legame irrobustito anche da corsi di laufredi, il quale ha sottolineato il grande ruorea a doppio o triplo titolo, in grado di amlo che l’Ateneo di Macerata svolge per il terpliare gli sbocchi occupazionali agli studenti. ritorio, minato dai pericoli della «desertifiQuella che è stata presentata al Capo dello Stacazione economica e sociale»; il presidente to da tutti gli intervenuti, tra cui in rappresendella regione, Francesco Acquaroli, che ha etanza del personale amministrativo, Clemenspresso vicinanza al sistema universitario tina Fraticelli, è un’università attrattiva, inclumarchigiano, riconosciuto grande fattore di siva, promotrice di cittadinanza e capace di accrescita culturale ed economica; il sindaco cogliere anche chi teme di non farcela, come Sandro Parcaroli, che ha annunciato la ferhanno testimoniato dal palco del “Lauro Rosma volontà di intraprendere una stretta e fatsi” alcuni studenti, anche di origine straniera tiva collaborazione tra Comune ed Ateneo. 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in profondità: quello di tanti frati che ogni giorno si dedicano al loro servizio con umiltà; quello di un sacerdote di un altro piccolo villaggio, Santa Maria in Selva, che nonostante il cielo abbia richiamato dalla sua missione sulla terra, continua a portare frutto. Una parte infatti dei soldi, 12mila euro, necessari per la realizzazione della biblioteca, sono stati raccolti attraverso una campagna online realizzata dalla famiglia di don Peppe Branchesi poco dopo la sua morte. È stato un tripudio di solidarietà, un moto di gratitudine verso un uomo che ha sempre fatto della sua vita un campo di generosità senza confini. L’estate prossima ci auguriamo di toccare di nuovo quella terra rossa per gustare insieme il sogno e inaugurare un luogo ricco di storie, parole, libri con un nome scritto all’ingresso: don Peppe. A lui sarà dedicata la biblioteca, a lui, per ricordarci che ciò che sempre conta nella vita è solo donare.

l’esperienza

Il vescovo Marconi e don Alberto Forconi nella Messa al lago Le Vene

Guidati nella natura a salvaguardare il creato

ALESSANDRO FELIZIANI

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ALBERTO FORCONI

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Il presidente Mattarella durante il discorso al teatro Lauro Rossi

Presidenti della Repubblica in città: tre i precedenti ergio Mattarella è stato il quarto capo dello Stato repubblicano a faS re visita a Macerata e il secondo a intervenire all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università. All’inaugurazione dell’anno accademico 1995–96, infatti, fu presente il presidente Oscar Luigi Scalfaro, il quale ritornò in città nel novembre 2004, ormai da presidente emerito, per ricevere la laurea honoris causa in Scienze della formazione.

La prima presenza di un presidente della Repubblica a Macerata risale al 1981 con Sandro Pertini che giunse in città nel pomeriggio del 30 ottobre nel corso di una visita di due giorni in diverse città delle Marche. Anche Carlo Azeglio Ciampi, legato a Macerata dagli anni Cinquanta, quando vi lavorò come giovane funzionario della Banca d’Italia, visitò la città il 21 giugno 2000; ci era peraltro già ritornato nel 1989 per ricevere la laurea honoris causa in Scienze politiche. (Ale.Fel.)

al primo settembre, Giornata mondiale della salvaguardia del creato, al 4 ottobre, festa di S. Francesco, all’Abbadia di Fiastra, al confine tra le diocesi di Macerata e Fermo, abbiamo preso l’iniziativa di solennizzare il tempo del creato. L’inizio domenica 6 settembre: dalla chiesa dell’Abbadia raggiungiamo a piedi Villamagna, collina su cui si erge un’edicola mariana contornata da tante piante nominate nella Bibbia. Ce ne parla Elisabetta Nardi. Ci accompagna anche Gionata che descrive le iniziative dei giovani dell’Azione cattolica di Collevario. All’arrivo ci accoglie il vicario generale don Andrea Leonesi che presiede la celebrazione. Domenica 13 settembre si raggiunge il lago Le Vene, dove sostano uccelli migratori, accompagnati dalla preghiera del Rosario e dal “Cantico delle creature” di san Francesco, commentato da Anna Rossi, responsabile dell’apostolato nel mondo del lavoro nell’arcidiocesi di Fermo. Presiede la celebrazione il vescovo Nazzareno Marconi, che ci ha accompagnato nella camminata. Ascoltiamo don Giuseppe Mari reduce da 6 mesi di ospedale prima per problemi ortopedici e poi per il coronavirus. Di ritorno ci fermiamo a casa di Filomena e Pierino Mari, che hanno celebrato 70 anni di matrimonio. Domenica 20 settembre si raggiunge la confluenza del fiume Fiastra con il torrente Entogge. Ascoltiamo la testimonianza di Attilio Ascani, della ong Cvm i cui volontari scavano pozzi d’acqua in Etiopia e aiutano le donne. Ci accompagna l’arcivescovo di Fermo Rocco Pennacchio che presiede la celebrazione. Domenica 27 settembre si va all’agriturismo “La Selva”. Il giovane David ci parla dei suoi animali da cortile. Ci accompagna padre Giuseppe Gaffurini, un tempo monaco a Fiastra ed ora francescano della Custodia di Terra Santa. Anna Rossi ci presenta i convegni annuali sulla natura di Penna San Giovanni. Barbara Bacaloni, dell’associazione I Nuovi Amici, illustra l’attività a favore di ragazzi disabili. La celebrazione è presieduta da monsignor Giuseppe Orlandoni, vescovo emerito di Senigallia. Nel pomeriggio in chiesa c’è il concerto della Birbanda diretto dal M° Franco Alfonsi, con venti strumentisti e le soliste Chiara Marangoni e Romina Ercoli. L’esperienza si conclude domenica 4 ottobre con la visita guidata al complesso monastico, al giardino, all’orto, arrivando al cimitero dei monaci dove c’è la tomba ancora fresca di padre Giovanni Frigerio, a lungo monaco a Fiastra. Guida la celebrazione l’arcivescovo Renzo Fratini, nunzio emerito in Spagna. Tempo del creato 2020: un’esperienza emozionante che già ci fa pensare all’anno prossimo. Partecipanti: più del previsto e tutti entusiasti.

Tavola protagonista anche delle meste giornate autunnali DI

UGO BELLESI

L

Castagne: frutto principe dell’autunno

a vendemmia è ormai soltanto un ricordo che ci ha lasciato però in bocca il dolce sapore dei sughitti, delle fette biscottate e delle ciambelle di mosto, mentre i frantoi hanno iniziato la loro opera e l’oro verde scorre a riempire latte e bottiglie, non senza aver passato la prova delle prime bruschette che hanno inaugurato la stagione del caminetto acceso. I cacciatori intanto prendono appuntamento con i loro amici per le prime serate dedicate a gustare la selvaggina. Ma si avvicinano anche i giorni del lutto e della mestizia, nel ricordo dei nostri defunti cui è dedicata la giornata del 2 novembre. Nei tempi andati questa era anche l’occasione per preparare il tradizionale “pane nociato” e soprattutto le “fave dei morti”. In alcune zone per tradizione si

mangiavano anche le prime castagne, sia lessate che arrostite. Una volta cotte si era soliti cospargerle di zucchero bagnandole poi con alcool puro o cognac e accostandole poi a una fiamma. Le famiglie benestanti e le parrocchie più ricche il 2 novembre distribuivano il “pane dei morti” fatto con farina di granturco. C’era anche un proverbio secondo il quale chi mangiava fichi freschi nella ricorrenza dei defunti non avrebbe mai sofferto il freddo ai piedi per tutto l’anno. Ciò dimostra che pur essendo una giornata segnata dalla mestizia, il pensiero del cibo non era mai del tutto accantonato. E la riprova l’abbiamo ricordando quanto accadeva in occasione dei funerali. Quando uno moriva, per tradizione i congiunti dovevano offrire da mangiare non solo ai parenti e agli amici ma anche ai componenti delle confraternite che

partecipavano al rito funebre. Il cibo era costituito da fagioli o ceci preparati dalla vergara, oppure da stoccafisso o baccalà offerto dai vicini di casa per aiutare la famiglia in lutto. In alcuni paesi c’era l’abitudine di mangiare prima del funerale, in altri durante la veglia notturna. Mentre avveniva il trasporto funebre a piedi, se la casa del morto era lontana dalla chiesa, ci si fermava a metà strada in un’osteria oppure in casa di amici per mangiare stoccafisso e patate o fagioli portati da casa. A Recanati il pranzo funebre si svolgeva una settimana dopo il funerale ed era chiamato “lu satollacciu”. Tuttavia per i contadini il giorno più brutto non era il 2 novembre ma l’11 novembre quando il padrone del terreno da loro coltivato poteva decidere di rompere il contratto e i mezzadri dovevano trovarsi un altro proprietario. Se non lo si

trovava era la fame per il mezzadro e per la sua famiglia. L’11 novembre era la ricorrenza di san Martino celebrata dal Carducci con alcuni versi bellissimi come «…per le vie del borgo / dal ribollir de’ tini / va l‘aspro odor dei vini / l’anime a rallegrar. / Gira sui ceppi accesi / lo spiedo scoppiettando / sta il cacciator fischiando…». In questo giorno a Matelica come nel Fabrianese si usava fare il “pane del cacciatore”. E arriviamo al 25 novembre quando a Petriolo si festeggiava santa Caterina (protettrice delle sarte) con una castagnata in tutte le scuole. Tale vacanza però era riservata solo alle bambine. Ciò perché il 6 dicembre erano invece gli scolari maschi a festeggiare san Nicola e a fare vacanza con una castagnata insieme agli insegnanti. In alcuni paesi per la festa di santa Caterina si mangiava la turcata.


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