Martedì, 17 novembre 2020
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La prossima edizione uscirà il 15 dicembre 2020
emergenza Pandemia: raccolta fondi Caritas iviamo un momento di grande difficoltà, che per tantissime persone è addirittura V drammatico; la Caritas diocesana è impegnata
Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata
a fare quanto in suo potere, attraverso i propri volontari ad essere vicina alla nostra comunità locale attraverso l’ascolto, il supporto economico e anche l’acquisto di generi di prima necessità. Ne parliamo diffusamente col direttore Lorenzo Cerquetella a pagina 2 di questo numero. È possibile contribuire alla raccolta fondi tramite bonifico bancario. L’Iban è IT24W0311 13401 0000000 19866. Intestazione: Caritas diocesana Macerata. Causale: Emergenza coronavirus.
Maceratasette
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Inserto di
La Caritas e il Covid: le povertà bussano sempre più vicine
Col nuovo Messale ecco cosa cambierà nelle celebrazioni
Gloria e Filippo due nuovi consacrati per i Figli della Luce
Salesiani: da 130 anni presenza feconda nella vita di Macerata
a pagina 2
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novembre. Il vescovo Nazzareno Marconi: recuperare la devozione millenaria al culto dei morti
Covid
Alla scuola dell’amore di Dio
Ospedali, le indicazioni dei medici
Frutto della riforma cluniacense, la commemorazione aiutò il popolo a vedere la Messa come liturgia che unisce in Cristo i viventi e i defunti DI
NAZZARENO MARCONI *
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salvezza degli altri, addirittura dei nemici, come fece Gesù dall’alto della croce. La preghiera per i defunti del 2 novembre è così legata fin dall’inizio alla dottrina del purgatorio. Si tratta di un
insegnamento della nostra fede cattolica che ogni tanto è stato criticato, soprattutto da chi si è lasciato contagiare da un modo approssimativo e anche errato di presentare la giusta dottrina. Chi
tende ad immaginare Dio in maniera troppo umana, come se il Signore avesse i nostri stessi vizi, ha parlato del purgatorio come di un carcere ultraterreno, in cui Dio si “vendicherebbe” delle colpe
questo mese L’indulgenza indulgenza plenaria per chi visiti un cimiL ’ tero e preghi per i defunti, può essere ottenuta fino alla fine di novembre. L’indulgenza plenaria del 2 novembre per chi visita una chiesa recitando il “Padre Nostro” e il “Credo”, può essere trasferita a un altro giorno di novembre. Chi non può uscire di casa, può conseguire l’indulgenza plenaria purché intenda ottemperare appena possibile alle tre condizioni (confessione, comunione e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), e davanti a un’immagine di Gesù o della B.V. Maria, preghi per i defunti o mediti un brano evangelici dalla liturgia dei defunti, o compiano un’opera di misericordia offrendo a Dio i dolori e i disagi della propria vita.
Tolentino: riaperta ai fedeli la chiesa di San Giacomo, messa in sicurezza l centro storico di Tolentino torna a disporre di una chiesa di adeguate. È quella di San Giacomo, che dal 1970 Ieradimensioni in uso al Comune come auditorium e che era chiusa dal 2016
rinascita
a tradizione della preghiera per i defunti legata al mese di novembre è molto antica; le prime tracce di questa usanza risalgono al 998 per impulso di sant’Odilone, quinto abate di Cluny, molto devoto alla preghiera per le anime del purgatorio, che decise di fissare una data per la commemorazione dei defunti al 2 novembre. Fu uno degli elementi della famosa Riforma cluniacense, un movimento di rinnovamento spirituale che si diffuse in tutta la Chiesa dell’Alto Medioevo, irradiandosi a partire dai monasteri benedettini legati a quello di Cluny, e segnò così una ripresa della devozione e della vita di fede di larghe fasce della popolazione europea, soprattutto nelle campagne. Tra gli elementi di questa Riforma ci fu una rivalutazione della celebrazione della Messa come grande preghiera di intercessione per i vivi e per i defunti. Si presero così a celebrare le Sante Messe ogni giorno e non solo nei giorni di festa. Ciò avvenne almeno nei monasteri con un ricordo speciale per le anime del purgatorio. Come per tutte le riforme, anche le migliori intenzioni possono degenerare, così in alcuni casi la Messa, da celebrazione della fede del popolo di Dio, divenne invece solo un rito, officiato dal celebrante su richiesta di un singolo fedele. Queste deviazioni non tolgono il gran bene operato dalla Riforma cluniacense, in particolare nell’aiutare il popolo a vedere la Messa come il grande momento della comunione di tutta la Chiesa, la liturgia in cui siamo tutti uniti a Cristo: non solo i fedeli che vivono sulla terra, ma anche tutti quelli del cielo. Crebbe poi la stima per la preghiera di intercessione, quella preghiera generosa ed altruista in cui chiediamo a Dio il bene e la
perché lesionata dal terremoto. Verificato che poteva essere recuperata la navata principale con opere di messa in sicurezza, la diocesi si è fatta carico dei lavori e così sabato 31 ottobre alle 17.30 il vescovo Nazzareno Marconi ha presieduto la celebrazione che ha ridonato la chiesa all’Unità pastorale 10, come «segno di speranza» per la rinascita della città. (P.Ch.)
degli uomini con pene e tormenti, finché il male commesso non sia stato scontato. Che un tale modo di pensare Dio e la vita dopo la morte sia opposto a ciò che insegna il Vangelo, non è necessario essere teologi per capirlo. Già Joseph Ratzinger, in un suo bel libro degli anni ’90 sulle realtà della vita eterna, diceva che “il fuoco” del purgatorio non è altro che l’amore di Dio che ci purifica dalle scorie del male, come fa il fuoco per i metalli preziosi. Un buon vecchio parroco mi spiegava il purgatorio con una bella parabola, chiarissima per chi conosceva la vita contadina di 50 anni fa. Gli uomini, ci diceva, sono come le mele: di tante razze e forme diverse. Dio ci mette al mondo per imparare ad amare, per diventare buoni come le mele mature. Alcuni maturano prima. Altri maturano dopo. Qualche mela cade dall’albero ancora acerba. Se la mela è bacata bene non resta che buttarla via, ma se è solo acerba il buon contadino la mette in un posto adatto e le dà tempo di maturare. Così le mele cadute diventano del tutto buone, anche dopo che sono state staccate dall’albero. Questa bella parabola mi ha sempre ricordato che il purgatorio è il tempo della pazienza di Dio e della fiducia che “chi non è bacato del tutto dal verme del male” può finire di diventare buono anche dopo la morte. È un messaggio consolante, quello che la Chiesa ci invita a meditare in questo tempo autunnale in cui le tenebre crescono ogni giorno di più e la paura che il mondo diventi ogni giorno più cattivo potrebbe paralizzare la nostra speranza ed indebolire il nostro impegno per il bene. In questo novembre segnato dal coronavirus, anche la consolazione di ritrovarsi in tanti nei nostri cimiteri a ricordare insieme le persone amate ci è stata un poco tolta. La Chiesa ha pensato bene di lenire questo dispiacere seguendo l’esempio della pazienza di Dio, e della parabola delle mele. Perciò la preghiera e l’indulgenza per i defunti legata al 2 di novembre è stata estesa da papa Francesco a tutto il mese di novembre. Cosicché, senza rischio di assembramenti pericolosi, ciascuno possa recarsi al cimitero quando vuole, a pregare per i propri defunti. Così funziona la fede: le difficoltà ci aiutano sempre a comprendere meglio e più a fondo l’amore di Dio e a farne tesoro per vivere nel bene. * vescovo
DI
DANIELA MESCHINI
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epidemia sembra non dare tregua. Ecco le risposte di alcuni medici ospedalieri a domande di interesse generale. Quali precauzioni recandosi all’Ospedale di Macerata? Non ci sono misure particolari; per il ricovero programmato va eseguito un tampone nelle 48 ore precedenti. Con esito positivo il paziente sarà inviato alla struttura Covid di riferimento regionale per la patologia. L’ospedale di Macerata è Covid–free ad eccezione della palazzina ex Malattie infettive dove sono ricoverati i pazienti positivi sintomatici. Per visite ambulatoriali e le analisi del sangue, è necessario avere un appuntamento ma non è necessario eseguire il tampone. Quanti sono i malati Covid all’ospedale? Il numero dei pazienti varia quotidianamente. Oltre ai ricoverati presso la palazzina delle ex Malattie Infettive, ci sono anche 6 posti presso la Medicina d’urgenza per la stabilizzazione e lo smistamento di chi ha bisogno di cure semi–intensive o intensive. Il riferimento principale è il Covid Hospital di Civitanova per il modulo semi–intensivo e uno intensivo, di 14 posti letto ciascuno. Si può accompagnare un paziente a eseguire una visita o una prestazione ambulatoriale? È bene presentarsi da soli; se il paziente è accompagnato, l’accompagnatore di norma non potrà assistere alla prestazione. Si può far visita a un paziente ricoverato? In questo periodo non sono ammesse visite ai degenti, salvo deroghe autorizzate solo dalla Direzione Sanitaria. È utile il vaccino antinfluenzale? Quest’anno è particolarmente importante vaccinarsi per facilitare la diagnosi differenziale.Se un soggetto è vaccinato è più facile indicare una infezione da Sars–cov2 (che andrà poi ovviamente confermata). Una diagnosi veloce permette un pronto isolamento del soggetto limitando la diffusione. La vaccinazione riduce anche l’ospedalizzazione da complicanze dei virus influenzali (polmoniti, ecc.), ricoveri che stresserebbero ulteriormente il sistema. È importante anche fare il vaccino contro le infezioni da pneumococco per gli over 65. La nostra Asur ha promosso una campagna vaccinale contro questa infezione. Repetita iuvant, quali indicazioni seguire? Mantenere il distanziamento sociale, utilizzare la mascherina e igienizzare spesso le mani. Sono regole semplici ed efficaci. Bisogna che tutti rispettiamo queste regole fino a quando non sarà trovato e diffuso un vaccino sicuro al 100% o farmaci efficaci. Ricordando che non c’è tolta la libertà ma che si chiede a ognuno di noi di avere a cuore l’altro.
La gentilezza, arma contro la «monarchia della paura» Paura e speranza nascono dall’incertezza Le distingue un accento: la paura inclina al negativo, mentre la speranza è orientata in direzione positiva DI
GIANCARLO CARTECHINI
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a gentilezza non gode di buona salute. Ci siamo talmente abituati al contesto livido dei social e al sapiente dosaggio di sorrisi e invettive di qualche politico, da considerare uno sprovveduto chi si ostina a coltivare atteggiamenti di bene-
volenza nei confronti dei suoi simili. Quelli che viviamo sono tempi difficili, e ogni apertura di credito può sembrare un azzardo. La gentilezza dunque è destinata a scomparire definitivamente dal nostro orizzonte? La filosofa statunitense Martha Nussbaum, nel suo ultimo saggio propone una prospettiva differente, in cui è proprio un pensiero accogliente e rispettoso a consentire di liberarci da quella “Monarchia della paura” – questo è il titolo del suo testo – che attanaglia i nostri giorni. Una emozione oscura e avvolgente, asociale, contagiosa, nata da problemi reali, nutrita da fantasmi e sfruttata da cattivi maestri. La paura comporta gravi problemi per la democrazia, perché
le persone impaurite cercano protezione e giustificano derive autoritarie. E dalla paura nascono anche altre emozioni negative che contribuiscono ad alimentare un cortocircuito di colpevolizzazione e vendetta: chi avverte un peggioramento nel proprio tenore di vita, tende ad individuare i colpevoli nella categoria degli “altri”. Ecco quindi la rabbia, che può rivestire un ruolo positivo se alimenta una protesta per i torti subiti, ma diventa devastante quando tende a colpire gli avversari, a ricambiare offesa con offesa. Sorprendentemente anche il disgusto, la più irrazionale delle emozioni, gioca un ruolo importante nell’allontanare ogni diversità disturbante, emarginando i più vulnerabili, con la pretesa inconfes-
sabile di evitare ogni contaminazione. E che dire infine dell’invidia, desiderio ostile e doloroso che trasforma gli altri in rivali pericolosi da annientare? (la storia dell’africano palestrato, con lo smartphone di ultima generazione, vi ricorda qualcosa?). Insomma un girone infernale, di cui facciamo quotidianamente esperienza. Eppure – suggerisce l’autrice – un punto di fuga è possibile. In fondo paura e speranza sono molto più simili di quanto si possa pensare: entrambe nascono in un contesto di incertezza, in cui è in gioco qualcosa di importante e la situazione non è pienamente sotto controllo. Quello che le distingue è solo una differenza di accento, non la gravità del peri-
colo: la paura si concentra sul possibile esito negativo della crisi, mentre la speranza è proiettata verso un risultato positivo della stessa, e riesce ad attivare energie preziose. Basterebbe dunque uno switch, un giro di interruttore, per trasformare le reti di accusa in reti di solidarietà. Nussbaum indica alcuni possibili ambiti per la promozione di una politica della speranza. Per quanto possa sembrare sorprendente, il primo ambito di impegno proposto è quello dell’esperienza artistica e poetica, per la sua capacità di immedesimarsi nell’altro in quanto persona, evitando la chiusura in se stessi dettata dalla paura. La diffusione di un pensiero critico, rispettoso delle opinioni altrui.
Martin Luther King: una rivoluzione senza odio né violenza
L’appartenenza a gruppi e comunità religiose che diffondono speranza, purché si tratti – sottolineatura importante – di una speranza inclusiva e amorevole. I movimenti di protesta orientati alla riconciliazione (il riferimento è alle figure di Nelson Mandela e Martin Luther King). E, infine, un servizio civile obbligato-
rio rivolto ai giovani. Vasto programma, che ha bisogno di braccia forti e di profonda determinazione. Contrariamente alla convinzione comune, la gentilezza non riguarda i mollaccioni, ma i pochi che vogliono davvero viaggiare – per dirla con Fabrizio De André – in direzione ostinata e contraria.
SOCIETÀ
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MARTEDÌ 17 NOVEMBRE 2020
«Diritto» e rovescio della tutela dell’infanzia e adolescenza Il 20 novembre la Giornata internazionale che richiama l’attenzione sulle realtà difficili di tanti minori DI
PAOLO CARASSAI
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l 27 Maggio 1991con la legge 176 l’Italia ratifica la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Passaggio storico per il riconoscimento dei nostri ragazzi in quanto soggetti di diritto secondo quattro chiavi di lettura: 1) Non discriminazione: tutti i minori debbono essere garantiti senza distinzione di razza, sesso, religione, opinione. 2): Superiore interesse: l’interesse del minore deve avere la priorità per ogni iniziativa pubblica o privata che lo ri-
guardi. 3) Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo: ogni Stato deve impegnarsi al massimo, anche attraverso cooperazione internazionale, per tutelare la vita ed il sano sviluppo. 4) Ascolto delle opinioni del minore: diritto dei minori a essere ascoltati e dovere degli adulti a tenere in considerazione le loro opinioni. Un evento richiamato ogni anno il 20 novembre, Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Se dovessimo fermarci a leggere quanto è stato fatto sul diritto minorile e quante figure sono coinvolte in un procedimento di tutela, dovremmo essere fieri del grado di sensibilità e di rispetto della vita e della sua promozione a partire dal concepimento fino alla maggiore età. Basta però sfogliare un giornale e subito ci accorgiamo della distanza tra il mondo reale e ideale, tra diritti riconosciuti e
prassi. Come se le due dinamiche fossero rotaie parallele destinate a non toccarsi neanche all’infinito. Basta solo pensare alla pedofilia per rimanere senza parole, in silenzio, a riflettere su un orrore che miete vittime più di un olocausto. Come potrei tollerare per me credente il diritto alla vita da conciliare con il diritto all’aborto, consapevole che i due drammi si consumano spesso dentro il buio silente di una solitudine assordante dove noi non ci siamo mai? Non ho paura del dramma; ho paura della mia indifferenza di fronte a esso. Non mi spaventa sapere che in dieci anni in Italia i minori di 17 anni tra povertà assoluta e povertà relativa sono passati dal 3,7% al 12,5% ; mi spaventa il fatto che ho privato loro del futuro senza farci caso. Non mi preoccupa l’uso del cellulare sin dall’infanzia, mi preoccupa il cyberbulli-
smo ed il bullismo segno di una mia presenza educativa evanescente. Non ho paura della discoteca, dell’alcol, delle droghe: ho paura della mia incapacità relazionale, della mia inconsistenza educativa. Ci siamo accorti che non basta la qualità del tempo da passare con i nostri figli, occorre il tempo da dedicare a loro, perchè Michelangelo per realizzare la Pietà non è stato solo un bravo scultore; è stato un maestro unico che ha saputo togliere il superfluo passando ore, giorni, anni con una pietra informe prima di consegnare l’opera d’arte al suo committente. Non è nel diritto che dobbiamo trovare la risposta ai nostri perché, o consolarci stilando la graduatoria dei drammi, confidando di poterci consolare con uno di questi che non abbiamo commesso per tacitare la nostra coscienza e andare avanti. Occorre proprio un cambio di passo
una svolta culturale, per riconciliarci con i nostri figli, per capire che da essi possiamo imparare, come con Greta Thunberg, che si può e si deve avere fiducia perché la storia cambia se crediamo nel futuro che loro ci rappresentano, che abbiamo già in mano, come hanno fatto i nostri genitori con noi.Inoltre non lo dobbiamo fare solo per loro, per il loro bene, ma per noi e per riguadagnare il nostro senso della vita che altrimenti ci sta sfuggendo. La vita non conta solo per il numero degli anni che la definiscono, ma per la capacità che mettiamo nel far fruttificare il seme della Grazia che è dentro ogni nostra esistenza. Più riusciremo a concepirci dentro un progetto di apertura all’altro nello stato di bisogno, più riusciremo a vivere una pienezza affettiva appagante, dove non ci sarà più spazio per una realtà di diritto ma per una umanità dei “beati”.
La pandemia ha acuito tante situazioni di indigenza e disagio raggiungendo anche fasce di popolazione che finora non le avevano mai patite e aggravando le fragilità
La Caritas e il Covid: le povertà bussano DI
TIZIANA TIBERI
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al Rapporto 2020 diffuso dalla Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale in Italia, emergono nuove povertà nate con la pandemia. I “nuovi poveri” sono passati dal 31% al 45% rispetto allo scorso anno; sono italiani, donne, lavoratori autonomi e persone o nuclei familiari in grande difficoltà. Per analizzare la sitauzione sul territorio abbiamo inetrvistato il direttore della Caritas diocesana di Macerata, Lorenzo Cerquetella. Qual è la fotografia della situazione maceratese? La situazione maceratese riflette pienamente la situazione nazionale; dal primo lockdown, poi durante l’estate e in questa seconda fase, sono dati che rilevano una grande difficoltà della nostra gente. Dunque che cosa avete fatto dall’inizio pandemia ad oggi? Noi di Caritas abbiamo sempre lavorato, anche durante il periodo massimo di lockdown, offrendo i nostri servizi. Il primo periodo è stato il più pesante perché ci siamo trovati di fronte a delle situazioni completamente nuove e inaspettate. Ad esempio, a Porto Recanati in quel periodo si sono presentati alla Caritas 450 persone mai viste prima, per chiedere aiuto, con un aumento rilevante di pacchi alimentari consegnati. Situazioni analoghe si sono verificate in tutto il territorio diocesano. Facevamo quotidianamente due o tre incontri online con i nostri operatori e con i collaboratori esterni, e abbiamo dovuto reinventare le forme della nostra presenza. A Macerata non potevamo tenere chiuso l’Emporio, ma nello stesso tempo non si poteva aprire; allora abbiamo deciso di telefonare ai nostri utenti, che nel frattempo sono aumentati di numero, per chiedere di che cosa avessero bisogno, quindi preparare
Caritas: il momento della consegna dei pasti
il pacco e comunicare il giorno in cui potevano passare a ritirarlo. Per chi non poteva muoversi, l’abbiamo consegnato direttamente a domicilio facendoci aiutare da volontari esterni. Come è stata l’attività dei volontari Caritas e la solidarietà ricevuta? I nostri volontari sono principalmente anziani, purtroppo abbiamo avuto anche un decesso per Covid–19, quindi siamo stati molto attenti a questa fascia di età; possiamo dire però che è stato un periodo molto proficuo sul piano dell’aiuto a chi ha bisogno, poiché sono state attivate numerose “antenne solidali”, in contatto con tutte le amministrazioni comunali e le parrocchie. Anche molti privati hanno capito le nostre esigenze e ci hanno dato delle offerte importanti; quindi durante il lockdown c’è stato davvero una grande solidarietà. Da un punto di vista economico ci siamo
Lorenzo Cerquetella, direttore Caritas diocesana
mossi con fondi dell’8xmille messi a disposizione dalla Caritas nazionale, che abbiamo documentato al centesimo. Siamo riusciti ad attivare un ulteriore finanziamento per poter acquistare tablet da destinare ai ragazzi che facevano la didattica a distanza. Quali categorie dal vostro osservatorio considerate più danneggiate? Tutte, con una grande difficoltà per le famiglie. Da noi arrivano in gran parte italiani, maceratesi o della diocesi di Macerata. Noi abbiamo valutato le varie situazioni e aiutato a pagare le bollette, luce e telefono, affitti: per quanto possibile siamo intervenuti. Abbiamo anche attivato un rapporto particolare con le amministrazioni comunali (sono di competenza loro ndr) e quindi quello che loro possono fare lo hanno fatto anche dietro il nostro stimolo. In generale abbiamo riscontarto un forte bisogno di ascolto. I nostri centri, dopo il primo periodo hanno ripreso a funzionare; adesso ci regoliamo in base alle nuove disposizioni Covid. Progetti futuri per la Caritas diocesana di Macerata? Stiamo preparando il nuovo progetto dell’8xmille che consegneremo alla Caritas nazionale e prevede sostanzialmente tre direttive: Casa, Lavoro ed Emporio. Per quanto riguarda la Casa la diocesi ci metterà a disposizione due delle canoniche non più utilizzate dove accoglieremo le persone, vedremo con quale modalità. Secondo aspetto è quello del Lavoro, il vescovo Marconi ha nominato il nuovo direttore della Pastorale del Lavoro, l’ing. Mario Torregiani, col quale stiamo collaborando pienamente per capire qual è la situazione e cosa fare. Infine l’Emporio. La speranza è che prima o poi questo periodo termini e che possiamo riprendere la nostra “normale” attività vicino alla gente e agli ultimi, che non sono pochi.
Rosaria Del Balzo positiva al tampone: oltre il timore, il peso della solitudine n’esperienza forte da un punto di tomo compare all’improvviso. È fondamenvista fisico, fortissima dal punto tale dunque affrontare anche la solitudine di vista emotivo e psicologico, del Covid. Ad esempio Croce Rossa a livello perché chiusi da soli ci si sente abbandona- nazionale, già da marzo, ha ideato l’iniziatiti», queste le prime parole di Rosaria Del Bal- va “Il tempo della gentilezza” che raccoglie zo Ruiti, la presidente di Croce Rossa Mace- le telefonate di tutte le persone costrette in rata e della Fondazione Carima, positiva al casa, sia dalla positività ma anche per acquiCovid–19. Al momento dell’intervista il tam- stare medicine e fare la spesa. pone è ancora positivo doQuindi cosa migliorepo 30 giorni di isolamenrebbe? to. È un momento molto Potenzierei come prima duro e provante – aggiuncosa la medicina di prosge –; non so dove ho consimità. Penso a un centratratto il virus; sono semlino che fosse veramente pre stata molto attenta con operativo e disponibile la mascherina, la disinfeh24 con medici di base. zione e il lavaggio mani, il Capisco che il sistema è rispetto di tutte le misure. sotto stress, però c’è davDa presidente di Croce vero bisogno che qualcuRossa cosa ci dice delno risponda alle persone l’assistenza sanitaria? che non stanno bene e soIl mio medico è stato corno a casa. Sono convinta retto a chiamandomi spesche a volte una semplice Rosaria Del Balzo Ruiti so; io posso ritenermi una rassicurazione, un tempe“privilegiata” e questo non stivo intervento del medimi fa piacere pensando alle persone sole, a- co di famiglia, quello di una volta che ci cogli anziani, a chi non ha punti di riferimen- nosce bene, potrebbe alleggerire i Pronto to sul territorio. Perché, credetemi, ci si sen- Soccorso intasati e dare risposte immediate. te abbandonati. Io ho ricevuto chiamate da Non avremmo mai pensato che un virus poun call center in cui mi si chiedeva la tem- tesse mettere in ginocchio il nostro mondo: peratura, se avevo sintomi, una telefonata dobbiamo prenderne atto e rispettare tutti impersonale che non consente di interagire le regole, per tornare prima possibile alla con un medico. C’è invece bisogno di sape- “normalità”. re perché ci si sente peggio, perché un sinTiziana Tiberi
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All’abbadia una «lectio» che diventa servizio ai fratelli Nella chiesa abbaziale di Fiastra incontri di riflessione e appuntamenti di preghiera per ascoltare meglio il Signore e aprirsi ai bisogni dei poveri DI
RINO RAMACCIONI *
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o pensato di dare alla gente, che passa all’Abbadia di Fiastra per respirare aria buona, la possibilità di fermarsi per ascoltare meglio il Signore. Per questo abbiamo avviato ogni venerdì alle 17 e alle 21.15 la lettura comunitaria del Vangelo di Matteo. Ora continueremo alle 17 con le persone di Tolentino, decisi a riprendere con tutti anche alle 21.15 non appena sarà liberalizzato l’orario e la possibilità di spo-
stamento. Più avanti troverete le parole di alcuni partecipanti che, anonimamente, hanno spiegato la scelta di partecipare alla Lectio divina. Ma prima vorrei presentare il quadro entro cui viene fatta la proposta. Il cristiano sa cosa Gesù si aspetta da noi: che amiamo Dio con tutto il cuore e che amiamo i nostri fratelli. Tanto da ricordarci che saremo esaminati solo su questo comandamento: amare Dio nei fratelli. Allora per non vivere una fede solo per sentito dire o per tradizione, mi pareva importante che all’Abbadia si potesse avere un’occasione per ascoltare Dio in presa diretta. A questa prima proposta se ne aggiunge una seconda: non solo ascoltare la parola di Dio settimanalmente, ma anche fermarsi a incontrarlo nella preghiera, nel silenzio davanti all’Eucaristia per imparare a contemplare Dio amandolo.
La terza proposta è presentare l’Abbadia come palestra in cui esercitarci ad amare Dio servendolo nei fratelli, soprattutto in tutti i “piccoli”. Ecco allora l’idea di proporre occasioni in cui ascoltare dei testimoni, persone che ci presentano il Vangelo vissuto, e sostenere progetti di solidarietà con i poveri del mondo unitamente a due Onlus missionarie, il Sermit e il Sermirr. Quello dei “Coltivatori indiretti” è un progetto al quale aderiscono già 45 persone, impegnate a versare mensilmente almeno 5 euro per aiutare i giovani ai quali delle monache benedettine insegnano in Burundi a lavorare la terra e ad allevare animali. Le monache e i loro giovani mettono le braccia, e noi “coltivatori indiretti” i soldi per comperare terra, animali, semi e strumenti da lavoro. Oltreché aiutarli a mangiare almeno una volta al giorno (50 centesimi a pasto). Ecco ora le testimonianze di chi par-
tecipa alla Lectio divina: 1) per avvicinarmi a Dio; 2) sperando di essere sempre più vicino al Signore, ho compreso che la lettura della parola di Dio è la cosa più importante; 3) ho scelto di partecipare agli incontri perché ho avuto momenti di difficoltà che mi hanno allontanato da Dio; 4) mi ha spinto la solitudine. Ho un grande bisogno di riscoprire che la parola di Dio è luce dove c’è oscurità, è pace e serenità dove c’è rumore e disturbo. Ho bisogno di sentire che non siamo soli ma che lui c’è sempre ed è la compagnia più buona che possiamo desiderare. La voglia di scoprire che nella parola di Dio si trovano tutte le risposte che cerchiamo; 5) partecipo perché spero che un giorno potrò riunirmi con mia figlia e con tutte le persone vicine a me e a nostro Signore; 6) sto cercando di entrare in questo amore, capendo ciò che lui vuole da me; 7) la mia interiorità e la fede, la tran-
I «coltivatori diretti» del Burundi, il cui lavoro è sostenuto dai «coltivatori indiretti» maceratesi
quillità, la felicità e la serenità. Il primo venerdì di ogni mese avevamo proposto due ore di preghiera, silenzio, adorazione, Vespri, Parola di Dio, Santa Messa: fino alle ore 23. A ottobre c’erano più di 60 persone. Riprenderemo anche questa iniziativa non appena si allenteranno le misure anti–Covid. Che Dio ci
aiuti a capire anche il messaggio che ci vuole mandare, sia pure nascosto dentro i segni dei tempi, pandemia compresa. Faremo incontri per dirci insieme il positivo che ognuno sta trovando dentro questa esperienza dura per tutti gli uomini. * sacerdote, rettore della chiesa dell’Abbadia di Fiastra
CHIESA
MARTEDÌ 17 NOVEMBRE 2020
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Recanati: Maria Consolatrice degli Afflitti quella ricorrenza cara anche a Leopardi
Festa della Madonna della Salute DI
GIANLUCA MERLINI
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a festa della Madonna della nostra Salute che ogni anno richiama migliaia di fedeli a partecipare ai tanti momenti celebrativi e di preghiera, è quest’anno sicuramente attesa dalla Comunità dell’Unità Pastorale del Centro Storico di Macerata ma anche da tutta la Diocesi in quanto, di salute, ce n’è proprio bisogno. Se la festa è da sempre caratterizzata da un continuo flusso di persone che sostano, passano, pregano, partecipano alla Santa Messa, prendono il pane benedetto per portarlo a casa, si affidano alla Madonna della Salute (lo scorso anno abbiamo contato una presenza durante tutto il giorno di oltre 6.000 persone),
quest’anno sicuramente la richiesta di una salute concreta, data proprio dall’emergenza che viviamo, è ancora di più sentita e richiesta. Come ogni anno nella chiesa parrocchiale di San Giorgio sarà possibile partecipare alla Santa Messa e pregare il Santo Rosario, nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza. Dal 12 al 20 novembre ogni mattina nel Santuario della Madonna della Salute si vive dopo la celebrazione della Messa la Novena in preparazione della Festa. Dal 12 novembre la Sacra Immagine del Sassoferrato, a cui tutti i Maceratesi sono molto affezionati, è chiusa con l’antico velo che era apposto proprio sopra l’immagine e che sarà tolto il giorno della festa, il 21 novembre, nella celebrazione
della prima Messa, alle ore 7.30. Quella della Madonna della Salute è una festa cara a tutti ma, così come per le indulgenze plenarie legate alla visita dei cimiteri che si potevano lucrare solo durante l’ottavario dei defunti e quest’anno si possono ottenere in tutto il mese di novembre, così si apprezzi la possibilità di visitare la chiesa durante tutto l’anno e venire a incontrare il volto di una Madre, di una Donna, di una Sorella che per prima e meglio di tutti ha saputo rimettersi nelle mani di Dio realizzando la Sua volontà. Chiediamo a Maria Santissima Madre della nostra Salute, la salute dell’anima e del corpo e preghiamo perché questo terribile tempo di prova finisca quanto prima.
aria Santissima Consolatrice degli Afflitti è una ricorrenza mariana che si celebra ogni anno a Recanati – a partire dal 1737 – nella seconda domenica di novembre; quindi, quest’anno, è caduta il giorno 8. In particolare, l’immagine della Madonna degli Afflitti è venerata nella cappellina dei conti Leopardi, la prima a destra entrando nella chiesa dei Padri Cappuccini, sita nel quartiere di Montemorello, lo stesso che ospita Palazzo Leopardi, e sappiamo da una lettera inviata alla sorella Paolina che anche il
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Immagine della Madonna della Salute
Il 21 novembre Sante Messe e recita del Rosario tutto il giorno
poeta ne era molto devoto. Da Bologna, infatti, ebbe a scriverle: «Dammi le tue nuove. Avrete già fatto la festa della Madonna, e io non mi ci sono trovato. Ti assicuro che ci pensai e mi dispiacque. Pazienza. Addio addio». Era il 23 novembre del 1825, e la festa della Madonna di cui parla Giacomo è proprio quella dedicata a Maria Santissima Consolatrice degli Afflitti. La venerazione coinvolgeva l’intera famiglia Leopardi, tanto che persino il Conte Monaldo ha voluto scrivere una sequenza di tre preghiere dedicate proprio a Maria Consolatrice degli Afflitti,
approvate nell’anno 1865 dall’allora vescovo Tommaso e ancora esposte nella chiesa dei Cappuccini. Ma eccola più che mai presente ai nostri giorni, la Madonna degli Afflitti, invocata da papa Francesco nella sua preghiera per il mese di maggio 2020 con queste parole: «O Maria, Consolatrice degli Afflitti, abbraccia tutti i tuoi figli tribolati e ottieni che Dio intervenga con la sua mano onnipotente a liberarci da questa terribile epidemia, cosicché la vita possa riprendere in serenità il suo corso normale». Giuseppe Luppino
Qualche parola diversa in alcune delle preghiere che accompagnano la celebrazione eucaristica: occasione per rigenerare lo spirito col quale partecipiamo e ci sentiamo assemblea dei figli di Dio
31 agosto: Messa per san Giuliano
Celebrazioni: rispettare le regole, salvare le vite La copertina del nuovo Messale
DI
PIERO CHINELLATO
C
DI
PAULO RENATO MENDES GAUTO
A
cinquant’anni della pubblicazione del Messale Romano di Paolo VI, l’8 settembre 2019 è stata promulgata la terza edizione in lingua italiana del Messale Romano, che diverrà obbligatoria a partire del 4 aprile 2021 in tutto il territorio nazionale, ma può essere utilizzata già dal 29 novembre, prima domenica di Avvento. Ciò è frutto di un lavoro iniziato nel 2002 e che ha avuto un percorso lungo e non sempre facile. Dalla pubblicazione della nuova edizione del Messale sono stati scritti un’infinità di commenti e riflessioni. In mezzo a tante informazioni era inevitabile che si creasse confusione tra i pastori d’anima e tra il popolo di Dio, a causa di una certa imprecisione nella descrizione delle variazioni presenti nella nuova edizione e della difficoltà a distinguere un commento da una riflessione e poi, se essi siano di carattere personale, frutto di uno studio oppure scritti da coloro che hanno partecipato in forma diretta ai lavori. Per eliminare ogni elemento di confusione la Cei, lo scorso 19 ottobre, ha pubblicato un sussidio pastorale intitolato: “Un Messale per le nostre assemblee”, dove i vescovi si rivolgono alle comunità con questo invito: «Riscopriamo insieme la bellezza e la forza del celebrare cristiano, impariamo il suo linguaggio – gesti e parole – senza appiattirlo importando con superficialità i linguaggi del mondo. Lasciamoci plasmare dai gesti e dai “santi segni” della celebrazione, nutriamoci con la lectio dei testi del Messale». Il documento presenta una sintesi delle variazioni della nuova edizione del Messale. Qui mi preme sottolineare alcune variazioni, che sono importanti per i fedeli. Innanzitutto si tenga ben presente che non
Cosa cambierà col nuovo Messale siamo di fronte a un “nuovo Messale”, ma a una “nuova edizione”: non “cambia la Messa”, ma la arricchisce e ci aiuta a interiorizzare e a entrare meglio nel Mistero pasquale che si realizza nella celebrazione eucaristica. A tal proposito il Concilio Vaticano II, nella Sacrosanctum Concilium n. 10 dice: «La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte di cui promana tutta la sua energia». E al n.14 troviamo un «ardente desiderio della madre Chiesa», madre premurosa verso i suoi figli, che ci sia un’actuosa partecipatio, cioè una «piena, consapevole e attiva partecipazione» dei fedeli all’azione liturgica. Veniamo, dunque, alle parti che vogliamo evidenziare. Queste e altre variazioni hanno come motivazione principale la fedeltà al testo dell’edizione latina – punto di riferimento per l’intera Chiesa cattolica – del 2002 e 2008 e al testo biblico della versione della Bibbia Cei del 2008. Il Gloria, antichissimo inno, ha una variazione all’inizio: dove prima c’era «…pace in terra agli uomini di buona volontà», adesso abbiamo «…pace in terra agli uo-
mini amati dal Signore». Il testo a cui fa riferimento è Lc 2,14, con una piccola variante per favorire il canto. Riferendosi al vangelo di Luca, abbiamo come base la lingua greca che usa il verbo eudokia, cioè la benevolenza di Dio verso gli uomini, e quindi, amati dal Signore. Il Padre Nostro ha una notevole variazione alla fine: a «...e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo…», è stato aggiunta la congiunzione “anche”, «...e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo… », così Dio risalta come il modello da imitare nel rimettere i debiti. La seconda variazione, che è stata molto commentata, è: «…e non ci indurre in tentazione…», che diventa «…e non abbandonarci alla tentazione…». Questo perché l’originale greco è eisfero, cioè “non lasciare cadere in”. In aramaico troviamo: «nella tentazione non sciogliere l’abbraccio così che io cada». In ultimo, abbiamo una variazione che interessa ai fedeli, non perché spetti a loro pronunciarla, ma perché modifica le parole che precedono la loro risposta: è l’invito alla comunione. La novità consiste in un semplice spostamento delle parole che ac-
compagnano il gesto di mostrare l’ostia sollevata sulla patena o sul calice. Al posto di «Beati gli invitati alla cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo», abbiamo: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello». Il criterio di tale modifica è una maggior fedeltà alla struttura ostendere – invitare – rispondere dell’edizione latina. Il raddoppio dell’avverbio “ecco” dà forza all’invito a riconoscere e adorare l’Agnello immolato per la nostra salvezza come segno del suo amore per noi. L’invito a partecipare alla cena dell’Agnello è un riferimento al passo dell’Apocalisse (19,9) dove abbiamo l’aggiunta di una delle beatitudini neotestamentarie a quelle evangeliche. Questa nuova edizione è un’opportunità di riscoprire la bellezza evangelizzatrice della liturgia, è un’occasione per «una catechesi di carattere mistagogico, che porti i fedeli a penetrare sempre più profondamente nei misteri che vengono celebrati» (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n.64). * sacerdote, studente al Pontifico Istituto Liturgico Sant’Anselmo
ontro il Covid siamo di nuovo sulle barricate. L’elenco dei morti si allunga e il virus si insinua anche in luoghi e comunità che erano state risparmiate dalla prima micidiale ondata. È una situazione che non può lasciare indifferenti le nostre comunità ecclesiali. La sconfitta della pandemia giungerà solo quando vaccini e terapie efficaci saranno disponibili su scala universale, ma dovremo aspettare ancora mesi se non un intero anno. Fino ad allora dovremo fare affidamento sulla competenza e l’abnegazione dei sanitari, sulla disponibilità di posti letto, sui farmaci e le tecnologie salvavita, ma soprattutto sul nostro senso di responsabilità, su quell’attenzione ai comportamenti e alle precauzioni che è tutela di noi stessi e di chi ci sta attorno. I racconti di chi ha attraversato il calvario del ricovero nelle terapie semi–intensive o intensive, nel totale isolamento, e il pensiero dei tanti che sono morti senza nemmeno il conforto di una carezza o uno sguardo affettuoso, dovrebbero costituire un deterrente più che sufficiente per giudicare inezie il disagio della mascherina, per sollecitare l’attenzione al distanziamento fisico e all’igienizzazione frequente delle mani. Le celebrazioni liturgiche, credo anche grazie al fatto che nessuna indagine le ha additate quali fonti probabili di contagio, restano dopo i provvedimenti recenti delle autorità civili l’unica forma di assemblea pubblica consentita. È questo un riconoscimento, ma è anche una responsabilità che non ammette scappatoie e regole adattate a un approssimativo “fai–da–te”, nell’illusione che anche se non tutto è fatto a regola d’arte, nessuno patirà conseguenze sgradevoli. In gioco c’è la vita di celebranti e fedeli. Mi permetto quindi un piccolo pro–memoria, che non intende certo sostituirsi al protocollo in vigore, sottoscritto da Cei e Governo, ma è volto solo a sottolineare alcune attenzioni, frutto di esperienze e commenti scambiati in questi mesi. 1) Aver cura che accessi e deflusso avvengano correttamente, col dovuto distanziamento e con la mascherina ben indossata (e magari, richiamarlo anche dall’ambone); 2) controllare che gli erogatori del gel igienizzante non siano vuoti; 3) proteggere con pellicola i microfoni (e sostituirla almeno a ogni celebrazione); 4) non raccogliere le offerte durante la celebrazione (le monete sono un vettore pericoloso del virus), invitando a lasciarle nei contenitori predisposti all’ingresso o all’uscita, vicino agli erogatori del gel; 5) la pisside con le ostie sia tenuta chiusa fino alla distribuzione della Comunione; 6) il celebrante curi di indossare correttamente la mascherina e igienizzare le mani immediatamente prima di scendere tra i banchi per distribuire l’Eucaristia, senza giungere a contatto con nient’altro; 7) distribuendo l’Eucaristia si presti attenzione a non toccare le mani dei fedeli; 8) l’eventuale coro sia distanziato e tutti tengano la mascherina; 8) la durata della celebrazione sia contenuta, l’omelia concisa. Rispettare le regole non significa imbrigliare lo Spirito e mostrare poca fiducia nella potestà salvifica del Signore, ma liberare la partecipazione di tanti fedeli da preoccupazioni reali, che in qualche caso arrivano anche a dissuadere dal recarsi in chiesa. Avere cura dei più deboli e fragili si dimostra anche con queste piccole attenzioni.
Gloria e Filippo, nuovi consacrati per i Figli della luce DI FRANCESCA FLAMINI
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Filippo Gobbi e Gloria Medei
Gloria, 30 anni, laureata all’Accademia di Belle Arti, e Filippo, 32 anni, laureato in Scienze pedagogiche Sono entrambi originari di Macerata
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a Comunità dei Figli del Sacro Cuore di Gesù, Associazione Mariana “Regina dell’Amore” di Macerata, associazione pubblica di fedeli, continua a crescere e ad accogliere nuovi giovani che consacrano tutta la loro vita a Gesù nel carisma proprio della Comunità. Il prossimo 28 novembre 2020 alle ore 17 presso il santuario della Madonna della Salute, chiesa di San Giorgio a Macerata, Gloria Medei e Filippo Gobbi professeranno solennemente davanti al vescovo Nazzareno Marconi, i voti di obbedienza, povertà
e castità secondo il Direttorio e la Regola della Comunità dei Figli del Sacro Cuore di Gesù. Gloria e Filippo giungono a questa meta dopo tanti anni di cammino spirituale nell’associazione e individuale all’interno della comunità. Giovani dell’associazione prima e membri della comunità poi, si sono sempre dati nella testimonianza personale e nell’annuncio che insieme a tutti i fratelli di cammino hanno donato a chi hanno avuto la gioia di incontrare nella loro vita. Gloria, 30 anni, e Filippo, 32 anni, sono entrambi originari proprio di Macerata. Gloria dopo il Liceo classico si è
laureata alla Accademia di Belle Arti ed è entrata a far parte della Comunità vivendo tutti i suoi passaggi; Filippo dopo la scuola superiore di geometri e la laurea in Scienze pedagogiche a Macerata entra in Comunità e si lascia dietro scelte che lo avrebbero portato ad altre prospettive. Oggi Filippo, insieme al confratello di comunità Luca, ha dato la sua disponibilità al vescovo Nazzareno per il servizio sacerdotale. Filippo e Luca infatti stanno concludendo anche il percorso presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Gloria e Filippo, donandosi
al Signore con la consacrazione solenne e perpetua dei voti, mettono la loro esistenza totalmente a servizio della Comunità del Sacro Cuore di Gesù e della Chiesa, vivendo nella stessa il carisma loro proprio. Sentono la responsabilità di annunciare l’amore infinito del Cuore di Cristo a tutti coloro che incontrano; si sentono responsabili di pregare per quanti il Signore presenta loro; chiedono la grazia di diventare sale e luce, lievito di questa società tanto spesso apparentemente lontana da Dio. Carisma della Comunità dei Figli del Sacro Cuore di Gesù è proprio il vivere la totale
donazione a Dio e ai fratelli nella vita comune e l’incarnazione della Regola ma, allo stesso tempo, la vita nel mondo, facendo del lavoro il luogo dell’annuncio, della trasmissione della fede vissuta, del luogo dove incontrare le persone e permettere al Cuore di Gesù di venire accanto a tutti. Pur dando una priorità assoluta alla contemplazione, alla meditazione, alla preghiera personale e comunitaria, sono presenti nel mondo per essere testimonianza del Regno di Dio che è già in mezzo a noi. Ancora oggi ci sono giovani che sentono la chiamata a
seguire il Maestro più da vicino e a preannunciare già ora e subito il Regno di Dio in mezzo a noi. Cosa possiamo fare noi? Guardare il loro esempio e sostenerli con la preghiera e la comunione sincera e vera. Chiederci cosa possiamo fare insieme a loro per far crescere vocazioni sante alla vita consacrata dentro la Chiesa. Interrogarci, se siamo in questo momento nella nostra vita, quale sia la chiamata che il Signore mi rivolge: forse un Figlio del Sacro Cuore di Gesù anche tu? * superiore generale della Comunità dei Figli del Sacro Cuore di Gesù
COMUNITÀ
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MARTEDÌ 17 NOVEMBRE 2020
Due secoli di storia per lo Sferisterio, simbolo di Macerata DI
ALESSANDRO FELIZIANI
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lmeno mezzo secolo prima dell’unità d’Italia a tenere virtualmente unite le popolazioni dei tanti stati e staterelli della penisola era il gioco del pallone. Non, però, quello che conosciamo noi. Lo sport nazionale dell’epoca era il “pallone al bracciale”, oggi ancora praticato – più come memoria storica, che come sport – in una dozzina di città, tra cui la nostra Treia. Per praticare il “bracciale” era necessario avere a disposizione un muro abbastanza alto sul quale far rimbalzare la palla prima di farla arrivare in campo avverso e così per lungo tempo i campi di gara furono i terreni o le piazze accostate alla cinta muraria delle città. Nei primi decenni dell’Ottocento si costruirono apposite arene e sferisteri. Alla fine degli anni Venti del XIX secolo Macerata poteva vantava una Sferisterio che per ma-
Sopra la facciata dello Sferisterio Qui a fianco, uno scorcio dell’interno
gnificenza architettonica si distinse subito nello Stato Pontificio, ma anche in Europa. Quello stesso Sferisterio che oggi – abbandonato lo sport – è diventato polmone culturale dell’intera regione, oltre che monumento identitario della città. Se questo è stato possibile lo si deve ai “cento consorti”, benestanti cittadini che, donando ognuno cento scudi, si erano costituiti in comitato allo scopo finanziare la costruzione dell’opera su uno spazio individuato dal Comune, che nella primavera del 1820 fece appositamente abbattere un tratto delle mura urbane. Dalle notizie storiche tramandate da Antonio Natali è documentata la posa della prima pietra avvenuta il 2 ottobre 1820 con l’interramento di una cassa di pietra contenente una lastra di metallo con incisi i nomi dei cento finanziatori e la seguente iscrizione: «Regnando felicemente papa Pio VII, sotto
I cento benemeriti “consorti” affidarono l’opera a Ireneo Aleandri di San Severino, architetto allora ventiseienne gli auspici di S.E. monsignor Benedetto Cappelletti, delegato apostolico e per cura e zelo del N.U. Nicola Rinaldi, gonfaloniere della città, fu posta la prima pietra di questo edificio destinato al giuoco del Pallone eretto a somiglianza di antico anfiteatro, a lustro della Patria, col disegno e direzione di Salvatore Innocenti, architetto maceratese». Nel febbraio dell’anno successivo una commissione ristretta dei cento consorti, composta da Giuseppe Conventati, Pantaleone Pantaleoni, Pacifico Guarnieri e Carlo Paoletti, predispose il bando di gara. I lavori però iniziarono solo
due anni più tardi. Nel comitato dei finanziatori ci fu, infatti, un ripensamento sul progetto. Si decide che lo Sferisterio non doveva essere utilizzato solo per il pallone al bracciale, ma essere anche sede idonea per altre manifestazioni, sia sportive, sia per spettacoli, comprese manifestazioni di cavalleria e caccia de’ tori, L’edificio, adeguatamente ornato da non meno di “cento logge”, pari al numero degli “azionisti”, avrebbe dovuto comprendere anche sale per riunioni, sala caffè e locali per botteghe artigiane, accessibili dall’esterno. L’incarico di predisporre il progetto fu affidato a un architetto ventiseienne, Ireneo Aleandri di San Severino, allievo di Raffaello Stern, uno dei massimi architetti dell’epoca, il quale anni prima aveva progettato l’adattamento del Quirinale a Roma. I lavori terminarono nel 1829 e lo Sferisterio, dopo essere stato teatro di avvincenti partite di palla al bracciale, con il
campione dell’epoca, Carlo Didimi, reso leggendario anche da una poesia di Giacomo Leopardi, fu sede per tutto l’Ottocento e i primi del Novecento di manifestazioni cittadine di ogni genere. Nel 1921, con la rappresentazione dell’Aida, vi fece ingresso l’opera lirica, che ancora oggi trova nell’arena maceratese uno dei suoi templi estivi. Per ricordare il bicentenario della posa della prima pietra e il centenario della prima edizione della stagione lirica, il Comune ha in cantiere una serie di iniziative. Un primo convegno, promosso dagli assessori all’urbanistica, Silvano Iommi e alla cultura, Katiuscia Cassetta, si è svolto il mese scorso con la partecipazione di Alberto Meriggi, presidente del Centro studi storici maceratesi e di Luigi Ricci. Quest’ultimo ha presentato un video con immagini e documenti d’epoca legati alla costruzione e alla prima attività dello Sferisterio.
Il senso di appartenenza a una comunità, la solidarietà orientata al bene comune, l’impegno a far crescere dal basso la cultura sono ingredienti essenziali per una città che guardi al futuro
130 anni con san Giovanni Bosco DI
ELISA MERLINI
U
na semplice operazione ha accompagnato la casa salesiana di Macerata per un intero lungo anno di preparazione: 20+20=130. Un’operazione, questa, decisamente non corretta secondo la matematica, ma assolutamente entusiasmante se rivestita della vita e degli sguardi di tutti coloro che in questo 2020 hanno ripercorso la storia della presenza dei salesiani di don Bosco a Macerata lungo 130 anni. Ci hanno guidato la semplicità nel desiderio di ringraziare il Signore per il dono di
Macerata, assecondando la volontà di don Bosco e dei tanti amici della società civile e del mondo ecclesiale di questa terra. La giornata del 4 novembre è stata vissuta attorno alla celebrazione eucaristica nel Tempio don Bosco, presieduta dal nostro vescovo Nazzareno Marconi e concelebrata dalla comunità Salesiana, per ringraziare il Signore per questa bella intuizione dello Spirito. Nella celebrazione, monsignor Marconi ci ha lasciato una piccola eredità di quel giorno, un progetto educativo a cui attingere sempre per essere non solo gente che insegna qualcosa, ma padri che insegnano a vivere; per essere non solo presenze, ma luce in una realtà e in una società che hanno tanto bisogno della luce che faccia brillare tutto quello che è buono. Le sue parole possono essere d’ispirazione, non solo per i Salesiani, ma per tutti. Nel fine settimana i gruppi associativi hanno svolto l’attività dei passaggi e il direttore don Francesco Paolo Galante sdb ha presieduto la celebrazione di inizio anno pastorale. Le sue parole hanno permesso di ricordare a molti la missione vocazionale delle case salesiane perché, come diceva don Bosco, «vanno usate fino all’ultimo respiro, affinché possano
Dall’1all’8 novembre, nello storico complesso cittadino, le iniziative per celebrare la feconda presenza salesiana sul territorio don Bosco e del suo sogno alla nostra città, la complessità dovuta al momento storico che siamo chiamati a vivere e che rende tutto fragile e instabile. È in questo spirito che, con un numero contingentato di posti e nel rispetto delle norme di sicurezza, ci siamo incontrati: per stare nel cuore della città da cittadini responsabili, senza perdere la preziosità irrinunciabile della comunione e della condivisione. 1–8 Novembre 2020. Sono questi gli 8 giorni che abbiamo scelto per celebrare i tanti sguardi che sull’esempio di don Bosco hanno reso sempre protagonisti i giovani di questa città. I festeggiamenti sono iniziati con due momenti importanti per la tradizione salesiana e per la nostra casa: la castagnata del 31 ottobre, giorno in cui si ricorda in tutte le case salesiane del mondo il primo miracolo di don Bosco, momento in cui i giovani hanno riconosciuto la sua santità per la prima volta; l’altro il primo novembre, tradizione della nostra casa, il pellegrinaggio a Loreto alla Santa Casa per affidare a Maria, come Don Bosco all’Ausiliatrice, la missione da compiere a cui siamo chiamati verso i giovani. Al centro di questi eventi, il 4 novembre, giorno in cui 130 anni fa la prima comunità salesiana veniva a vivere a
diventare un laboratorio di possibilità, un laboratorio di cittadinanza attiva, un laboratorio di crescita dove i giovani possano trovare una Casa che li accoglie». Nell’immagine dell’abside della chiesa Tempio don Bosco è raffigurato difatti il sogno dell’elefante che uno dei sogni che ha fatto don Bosco. Realizzato nel 1941, pensiamo che questo sogno sia stato scelto perché Don Bosco immagina Maria con il manto aperto, e ciò richiama tantissimo la Mater Misericordia col suo manto, protettrice della nostra diocesi. C’è un particolare in questa immagine che sicuramente sarà il segno distintivo della Casa salesiana per i prossimi anni: la porta raffigurata dietro don Bosco, quella porta nascosta che è la porta di San Francesco di Sales, la prima chiesa costruita da Don Bosco. Le parole del Vescovo e questa immagine devono aiutarci a ricordare quello che dovremmo essere: una Casa dalle porte spalancate! Affinché chi vuole può entrare, ma una volta entrato non si adagi, come ama ricordare Papa Francesco, sulla poltrona di casa, ma possa uscire di nuovo per essere nel mondo testimonianza che è possibile vivere una vita bella. È possibile, come amava ripetere Don Bosco, crescere come buoni cristiani e onesti cittadini e un giorno felici abitatori del cielo.
La celebrazione del 4 novembre, nel tempio di don Bosco con il vescovo Marconi e la comunità salesiana
Casa Futuro, con i giovani in dialogo tra ieri e domani Massimo Giulianelli, Rebecca Marconi e Alessandro Bini: storie di vite passate nella casa salesiana, vissuta prima da ragazzi, poi da giovani e, oggi, da «onesti cittadini e buoni cristiani»
DI
M. NATALIA MARQUESINI
«C
asa Futuro», perché con lo sguardo dei giovani un anniversario – seppur importante – non è mai un semplice guardarsi indietro ma rappresenta sempre una spinta in avanti. E quale modo migliore di fare memoria guardando al futuro se non confrontandosi con chi dentro la casa salesiana ci è cresciuto ma ha ancora dalla sua la forza della giovinezza? «Casa Futuro» non è solo un proposito, ma è anche il titolo della tavola rotonda proposta online sul canale YouTube della comunità salesiana di Macerata, che ha visto il direttore, don Francesco Galante e i ragazzi di casa Pinardi (giovani dai 18 ai 30 anni che vivono un’esperienza di convivenza) dialogare con Massimo Giulianelli, direttore commerciale Lube Cucine, Rebecca Marconi già presidente del Consiglio degli studenti dell’Unimc e Alessandro Bini, il più giovane consigliere comunale della città di Macerata. «Ho cominciato a frequentare la Casa salesiana dai 5/6 anni – ha raccontato Rebecca – e ho proseguito la mia esperienza anche da animatrice. Guardandomi indietro capisco quan-
to molte qualità che ora sono chiamata a mettere in campo nel lavoro e nella vita sono nate in Oratorio; prima fra tutte l’occasione di avere una comunità attorno a me che mi ha insegnato a riconoscere l’Altro e di riconoscermi nell’altro». Non mancano le sfide future da affidare alla Casa salesiana: «Occorre avere uno sguardo globale del territorio e della società – dice Giulianelli –. Far sapere ai giovani che l’oratorio esiste, continuando a parlare il linguaggio semplice del bene. Può e deve essere un punto di riferimento per le famiglie, per i giovani e un trampolino di lancio verso la società, con uno sguardo aperto a ciò che accade intorno». «La Casa salesiana è una risorsa incredibile – afferma Bini – , un luogo di riferimento per tanti; personalmente mi porto dietro un ricordo positivo dell’armonia che sa offrire ai ragazzi fin dalla giovane età, creando uno scudo protettivo da un lato e altrettante importi occasioni di crescita personale». Innovazione, accoglienza, speranza, dono, andare avanti, bellezza, crescita, misericordia... sono le parole che consegnano in conclusione i giovani di casa Pinardi alla “Casa Futuro” dei salesiani di Macerata, col ricordo nel cuore di una solida storia e la forza di un domani sempre giovane.
comunicazione Un nuovo logo per la struttura selesiana a nuova immagine della Casa Salesiana di Macerata nasce dalla riflessione sviluppata dalla comunità L educativa pastorale nell’ultimo anno sull’importanza della comunicazione. L’idea di un logo che esprimesse l’essere famiglia che si ritrova sotto la stessa casa si è concretizzata con l’aiuto del designer Riccardo Gironella. Oltre la casa, elemento centrale è la croce, simbolo di una comunità che vive attorno all’Eucarestia. I colori verde, giallo, arancione e rosso rappresentano le attività e gli interessi della casa salesiana. Il rapporto tra le forme segue la sezione aurea. Il risultato è un intersecarsi armonico di cerchi. Nuova veste grafica anche per il sito salesianimacerata.it, realizzato dal programmatore Roberto Rossi. (e.m.)
La «Rassegna Perugini» dal teatro agli schermi con EmmeTv I
l Coronavirus ha fermato anche gli spettacoli teatrali dal vivo ma non la voglia di attori e registi di emozionare il pubblico, seppur lontano dal palco. La 52ª Rassegna “Angelo Perugini” è sbarcata dunque sui salotti delle abitazioni dei marchigiani grazie all’iniziativa televisiva chiamata “A casa vostra!”. Un virtuoso escamotage per “resistere” culturalmente al tempo del Covid e delle disposizioni governative. La manifestazione è promossa dall’associazione Teatro Oreste Calabresi in collaborazione con l’emittente televisiva EmmeTv: il canale 89 delle
Marche, visibile anche dall’apposita app oppure sul sito www.emmetv.it, è diventato lo scenario (in “chiaro” e gratuito) ideale in tempo di pandemia. Protagonista dietro le quinte ma in prima linea è il “Teatro Oreste Calabresi”, compagnia di teatro amatoriale fondata a Macerata nel 2018, indirizzata al teatro di prosa, alla poesia, alla riscoperta e conservazione del dialetto. Un connubio ideale, dunque, con la Rassegna nazionale che ha superato i cinquantanni di storia e che prevede l’assegnazione di numerosi riconoscimenti: dal diploma e la targa di partecipazione alle Compagnie finaliste, al
premio “Angelo Perugini” per il miglior spettacolo, fino a i quelli dedicati a Ugo Giannageli, per il miglior attore; e a Jole Camelo Vaccaro, per la migliore attrice; ai quali si aggiungono poi premi vari assegnati dal Comitato Organizzatore. A ogni compagnia partecipante, inoltre, sono assegnati mille euro come compenso per le spese di allestimento degli spettacoli. Quattro gli appuntamenti della Rassegna già andati in onda: “Pigmalione”, di George Bernard Shaw, a cura dell’Accademia Campo Galliani di Mantova; “Non ti pago”, di Eduardo De Filippo, della Compagnia
Teatrale Masaniello di Torino; “La pulce nell’orecchio”, di Georges Feydeau, con la Compagnia Al Castello di Foligno; e “Il cappello di carta”, di Gianni Clementi, testo interpretato dalla Compagnia Linea di Confine di Roma. Due, invece, le opere delle quali sarà ancora possibile prendere visione comodamente dal salotto di casa: domenica 22 novembre sarà trasmesso lo spettacolo “Parenti serpenti”, di Carmine Amoroso, curato dalla Compagnia Estravagario di Verona; mentre la settimana successiva, il 29 novembre, sarà la volta de “Le avventure del signor Bonaventura”, di Sergio
Tofano, realizzata dalla Compagnia Giorgio Totola di Verona. «”Parenti Serpenti” è uno spettacolo comico molto attuale che ha al centro tematiche riguardanti le persone anziane – ha spiegato Quinto Romagnoli, tra i promotori della manifestazione –, la commedia sarà presentata da una delle compagnie storiche della Rassegna con la regia di Alberto Bronzato». Attesa anche per l’ultimo spettacolo: «Grazie a “Le avventure del signor Bonaventura” chiuderemo un’edizione anomala ma per questo ancora più importante e sentita con un capolavoro – ha affermato ancora
Romagnoli –, nonostante tutto, ci auguriamo che l’emergenza Coronavirus termini il prima possibile per rivederci insieme nella cornice naturale del Teatro Lauro Rossi». Va ricordato come i sei spettacoli trasmessi in televisione si avvalgano dell’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica, del Patrocinio della Provincia di Macerata, della Regione Marche, dell’Università e dell’Accademia delle Belle Arti di Macerata, oltrte che della Uilt, l’Unione Italiana Libero Teatro. Le opere ancora in programma saranno trasmesse alle ore 17.30. Andrea Mozzoni
Quinto Romagnoli
Sei spettacoli trasmessi dal canale 89 delle Marche. Due le opere della 52ª edizione ancora in programma e in onda domenica 22 e 29 novembre alle ore 17.30