Martedì, 17 marzo 2020
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prossima uscita il 21 aprile 2020
celebrazioni La Messa del vescovo in tv e via streaming Internet l vescovo Marconi celebra quotidianamente la Santa Messa all’altare della MaIdonna della Salute (chiesa di San Giorgio,
Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata
Macerata): dal lunedì al sabato alle ore 7.30 e la domenica alle ore 10.30. Nell’impossibilità di partecipare in chiesa alla Santa Messa per le misure restrittive che impediscono lo svolgimento di tutte le manifestazioni civili e religiose, è possibile seguire in diretta la liturgia in televisione, su EmmeTv canale 89 del digitale terrestre, e in streaming dalla app (scaricabile dagli store per Android o iOS) o dal sito di EmmeTv (www.emmetv.it).
Maceratasette
Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata
Inserto di
Confindustria: visione e programmi del nuovo presidente
In ricordo di don Salvatore Paparoni
Ecco come l’8xmille torna da noi e ci restituisce ricchezza
Unimc: affrontare l’emergenza per sconfiggerla
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Coronavirus, Marconi: la difficoltà di essere un Pastore in questa crisi inedita
C’è una «bellezza collaterale» di questi giorni
Tempo di discernimento «È momento di prova severa che può essere di maturazione e anche di crescita nella fede Le scelte sono maturate cercando di valorizzare la sinodalità» DI
NAZZARENO MARCONI *
I
n questi sei anni di episcopato tante volte mi è capitato di dire: «Se lo avessi saputo… avrei detto no!». Di fatto poi non ne sono convinto perché, come per il fatto di diventare prete, anche per l’episcopato avevo ben chiaro quali guai mi attendevano. Ho sempre avuto cara una frase di santa Teresa di Lisieux: «Entrando nella vita religiosa, non mi sono mai fatta illusioni». La condizione di un vescovo, senza falsi eroismi, è simile a quella di un padre con dei figli adolescenti: deve avere ben chiaro che ogni decisione che prenderà potrà essere sbagliata, ma la decisione sicuramente sbagliata sarebbe quella di non decidere. Di fatto nella realtà di oggi, così complessa perché le connessioni sono a livello mondiale, non è possibile trovare un manuale che indichi infallibilmente le soluzioni. Perciò la costante tentazione è quella di essere: radicalmente conservatori o audacemente progressisti. In ambedue i casi si cercano soluzioni veloci, guardando al reale con la semplificazione delle foto in bianco e nero. Il reale invece, accolto nella quasi infinita sfumatura dei suoi colori, richiederebbe una tecnica decisionale paziente e complessa di tipo ben diverso: il discernimento. È questo un termine molto caro a papa Francesco e che possiamo sintetizzare con una formula di san Paolo: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21). Fare discernimento è infatti esaminare tutti i multiformi e spesso contraddittori aspetti della realtà in cui siamo inseriti. Poi con decisione scegliere ciò che è buono, non soltanto “buono per me”, ma buono per tutti, o almeno per il maggior numero possibile: quel bene comune che è l’obiettivo della scelta cristiana. Evangelii gaudium soprattutto in un mondo globalizzato, ci ricorda il valore dello sguardo ravvicinato ai problemi. La facilità di comunicazione e informazione nel mondo tutto interconnesso, tende infatti a spinge-
re alla centralizzazione di ogni processo decisionale: dovrebbe decidere tutto “il governo centrale”. Sia un tale governo: il parroco, il vescovo, la Cei o il Papa in persona. Papa Francesco invece lega il buon discernimento alla sinodalità, insegnando che è alle Chiese particolari e ai rispettivi episcopati locali, che compete il «discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori», nella logica di una «salutare “decentralizzazione”» (EG 16). Tale processo di decentralizzazione, deve comprendere anche una responsabilizzazione maggiore dei fedeli, poiché «come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio» (EG 119) e la Chiesa gerarchica, in cerca di un buon discernimento, non dovrebbe mai sottovalutare l’apporto dei singoli fedeli al suo compito di analisi e decisione. Tutto questo comporta un carico significativo di responsabilità sulle spalle di ogni vescovo, ma anche l’indicazione di un modo di procedere che in vari vescovi stiamo cercando di seguire. La domanda di indicazioni nette e deresponsabilizzanti da parte di alcuni fedeli continua a giungermi, ma debbo riconoscere che il numero di cristiani generosi e maturi, che si impegnano a trovare insieme ai pastori le vie giuste per dare concretezza e solidità alla costruzione del bene comune, è in crescita e non solo tra i giovani. Anche questo tempo, come ogni tempo di prova, è tempo di maturazione e di crescita nella fede per tutti. Non so dire se almeno io sto davvero crescendo nella fede, ma posso testimoniare che per grazia di questo tempo difficile, sento almeno in me il desiderio della fede, con una intensità mai vissuta in passato. Che il coronavirus faccia il miracolo di convertire almeno un vescovo? Lasciatemelo sperare. * vescovo
giovani
DI SAMUELE
SAPIO
«A
Celebrazione alla Madonna della Salute
Ac, riscoprire «le vie della memoria» l settore adulti dell’Azione cattolica diocesana propone annualmente un percorso sui temi Idell’accoglienza, della solidarietà e del bene comune, una bella iniziativa rinviata a data da destinarsi, ma che merita di essere illustrata. A 75 anni dalla Liberazione si è voluto riflettere sull’abitare da credenti la città, partendo dai valori della libertà, della democrazia e della memoria. Nasce così la collaborazione con l’Anmig Sezione di Macerata che ha aderito al progetto “Abitare le vie della memoria”. Un percorso di scoperta di luoghi dedicati ai testimoni per la libertà. Siamo abituati a vivere Macerata camminando tra vicoli, strade, piazze citandone i nomi. Raramente pensiamo che molti di quei nomi appartengono a persone che hanno sacrificato la loro vita per gli ideali di libertà e democrazia.
Nel Maceratese ci fu anche resistenza civile, e ne sono esempio i parroci che si sacrificarono per cercare di salvare i propri parrocchiani, come don Pocognoni, ucciso nell’eccidio di Braccano, don Felice Francalancia, don Antonio Salvatori, don Mario Vincenzetti… un elenco lungo che termina col grande vescovo Domenico Argnani che fronteggiò le autorità fasciste e naziste intervenendo a favore di tante giovani vite. È in via di pubblicazione il libro Abitare le vie della memoria che raccoglie le storie delle persone a cui sono dedicati luoghi in cui viviamo o attraversiamo e che della loro vita donata, ricordandoci che siamo debitori verso chi ha contribuito a regalarci la pace come bene prezioso e che dobbiamo lavorare sempre per promuoverla. Daniela Meschini
come comportarsi
Vita pastorale: regole per le parrocchie 1. Sono sospese le celebrazioni di Sante Messe e altre riunioni di preghiera. 2. Le chiese restano aperte per la preghiera personale, rispettando le norme di distanza e attenzione. 3. Sono sospesi i funerali. Il sacerdote può solo benedire la salma al cimitero. 4. I sacerdoti a porte chiuse celebrino ogni giorno la Santa Messa senza il popolo. 5. Si possono suonare le campane per invitare le persone a pregare in casa. 6. Le comunità religiose possono celebrare la liturgia a porte chiuse.
Lapide a Salvo D’Acquisto collocata a Piediripa di Macerata
vrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni!», esclamò Frodo. «Anch’io – annuì Gandalf –, come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato». Trovo illuminante questa citazione di Tolkien ne “Il Signore degli anelli”. Frodo è stanco, come tanti nostri giovani, stanco di portare un fardello che non si è scelto, che gli è capitato tra le mani. Come ognuno di noi, del resto. Da giorni le nostre abitudini sono sconvolte: lavoro, scuola, sport, cinema, calcio. Viviamo in un tempo che non abbiamo scelto e che non avremmo mai voluto vivere, forse. Questo piccolo e quasi invisibile tarlo, ha messo in scacco una società abituata a una presunta onnipotenza. Anche le parrocchie sono toccate da questi eventi: vuote, spoglie, silenziose. I giovani sono invitati a stare a casa. E la tentazione potrebbe essere quella di “sopravvivere”, di “vivacchiare” come dice Frassati, per mettere una parentesi a questi giorni così bui. Gandalf risponde: «Ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è stato dato». Ma come poter approfittare? Come fare buon uso del tempo? Noi stiamo proponendo di riscoprire il valore autentico della preghiera, non come una semplice ripetizione di formule o un esercizio di concentrazione mentale, ma come una disposizione del cuore che si lascia “istruire” da Dio. Anche noi ripetiamo attraverso tutti i canali: stai a casa, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà (Cfr. Mt 6,6). Lo stare a casa diventa un’occasione per imparare a guardare sinceramente dentro noi stessi, scendere in quel segreto dal quale troppe volte evadiamo impauriti, scoprire che Dio non si trova soltanto in belle celebrazioni eucaristiche o adorazioni emozionanti, ma anche nelle situazioni più semplici e banali della vita domestica: «Dio sta tra le pentole», amava ripetere santa Teresa. Le parole della fede ci abituano a pensare di essere figli che invocano un padre: allora anche tu diventa figlio, approfitta di questo tempo per fermarti, per dialogare, per ritrovare relazioni perdute tra le quattro mura di casa. E questo molti giovani lo stanno vivendo. Tanti i messaggi ricevuti in questi giorni, tante le idee; dalla cappellina dell’oratorio della parrocchia di Cristo Redentore a Recanati, ci troviamo in video conferenza con i giovani per cantare insieme il Vespro, incoraggiandoci a vedere la “bellezza collaterale” di questo tempo, ad alzare gli occhi al cielo dalle nostre domus ecclesiae per essere liberati dalla morsa della paura di morire, sapendo che c’è un Padre nel cielo che da tutto questo trarrà vita nuova, una benedizione… che questa storia andrà bene!
Tutti nella rete del «capitalismo della sorveglianza» DI
GIANCARLO CARTECHINI
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Si rischia un sistema sociale in cui i valori democratici sono sostituiti da una omologazione di gruppo sostenuta da algoritmi. Che fine fa il diritto a custodire la coscienza?
erfino in questi tempi contaminati è consentita, il sabato mattina, una corsa solitaria per le strade di campagna vicino casa. Scarpe adatte, giacca leggera, auricolari, e via. Spotify oggi mi propone una nuova playlist: insieme alle canzoni che ascolto da una vita ce ne sono altre che non conosco e che mi conquistano subito. Come il brano cantato da Mina e Fossati: «So che qualcosa sta cambiando, serve più coraggio che prudenza per vivere…». C’è anche una canzone di Andrea Cerrato, giovane cantautore che mio figlio mi ha fatto conoscere qualche giorno fa. Mentre lotto contro il fiatone, non so se a prevalere sia la diffidenza o l’ammirazione nei confronti dell’algoritmo di Spotify: os-
servatore attento delle mie preferenze; esploratore instancabile della Rete, battuta palmo a palmo pur di venire incontro ai miei gusti. In uno studio pubblicato di recente, la scrittrice statunitense Shosana Zuboff afferma che siamo entrati in un’epoca caratterizzata da un sistema di controllo senza precedenti, reso possibile dalle nuove tecnologie dell’informazione. Numerosi servizi digitali gratuiti sono entrati a far parte della nostra vita al punto da essere oramai considerati indispensabili. Ci hanno sedotto, promettendo paradisi su misura: in realtà, sono stati utilizzati da alcuni colossi del mondo economico per piegarci ai loro interessi. La studiosa chiama questo sistema, che rischia di trasformare il sogno democratico della rete in un incubo dal quale siamo
spronati a liberarci, “capitalismo della sorveglianza” (questo è anche il titolo del suo libro). E siccome lo studio per la creazione di un vaccino inizia dalla comprensione della malattia da sconfiggere – usa proprio questa metafora, di stretta attualità – gran parte del libro è dedicato a cercare di comprendere le caratteristiche di questo fenomeno. La tesi su cui fonda la sua indagine è questa: la nostra interazione con i servizi offerti dalla rete viene continuamente trasformata in dati, e utilizzata per migliorare i prodotti digitali. Alcuni dei dati raccolti, tuttavia, vengono trasformati in quelli che l’autrice chiama “prodotti predittivi”, algoritmi in grado di anticipare i nostri comportamenti futuri e di generare indagini di mercato che molte aziende, come è facile imma-
ginare, sono interessate ad acquisire. Ma non è questa la parte peggiore della storia: in realtà i processi automatizzati non solo conoscono i nostri comportamenti, ma tendono a manipolarli. Siamo in presenza – è l’opinione dell’autrice – di una ideologia strumentalizzante che conosce e indirizza i comportamenti umani verso nuovi fini. Detta in altre parole, siamo analizzati, sfruttati e modificati. L’approdo finale di questo scenario è un sistema sociale in cui i valori democratici sono sostituiti da una omologazione di gruppo sostenuta dal calcolo computazionale. Raccontata così potrebbe sembrare una preoccupazione eccessiva, ma se pensiamo alla simbiosi che si è sviluppata tra i nostri figli e i loro smartphone, il nostro giudizio potrebbe cambiare. I giova-
ni – precisa la Zuboff – sperimentano nella loro pelle queste dinamiche distruttive. Che fine ha fatto il diritto a custodire quello spazio, intimo e inviolabile, che una volta si chiamava coscienza? Perfino le nostre case, luoghi che dovremmo considerare un rifugio sicuro, sono diventate terra di conquista: il microfono di Google Home o di Alexa, pronto ad intercettare ogni nostro comando, resta sempre acceso… A proposito di casa, la corsa è giunta al termine. Sto per entrare nel viale condominiale. Forse per via delle endorfine entrate in circolazione, o per le parole di Mina che ancora mi risuonano dentro, sento una gran voglia di lottare affinché il nostro futuro digitale resti a misura d’uomo. Però l’algoritmo di Spotify, devo riconoscerlo, oggi è stato proprio bravo.
CRONACA
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MARTEDÌ 17 MARZO 2020
Tolentino, il vescovo Marconi al Consiglio comunale Qui di seguito proponiamo il discorso pronunciato dal vescovo Nazzareno Marconi il 27 febbraio scorso dinanzi ai componenti del Consiglio comunale di Tolentino, in occasione della Visita pastorale che aveva iniziato nell’Unità pastorale del centro storico della città. entilissimo Signor Sindaco e voi tutti rappresentanti di questo bel popolo di Tolentino. Oggi usare la parola “popolo” davanti a dei politici è pericoloso, perché si viene facilmente accusati del nuovo “peccato mortale della politica”: il populismo. Personalmente ho sempre paura di un pensiero politico che
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vada avanti per slogan ed appiccichi sugli avversari titoli che significherebbero tutto il male possibile, senza fare la fatica di riflettere e spiegare. Si può amare il popolo, cercare di ascoltarlo, volerlo difendere e non giudicare, senza essere tacciati di essere populisti? Un grande maestro del pensiero cristiano in ambito sociale come don Sturzo ne era convinto. Nei suoi scritti, che in molti abbiamo riletto un anno fa, nel centenario dell’«Appello ai Liberi e Forti», si può rintracciare una distinzione importante tra popolarismo e populismo. Nel suo pensiero e nella sua prassi Sturzo tratteggiava un percorso politico nuovo e difficile, ma non impossibile, che chiamava “popolare”. Un percorso
solo in parte realizzato che potrebbe ancora spingere verso sintesi di pensiero e di prassi dallo sguardo lungo e delle quali abbiamo molto bisogno. Un percorso politico che uno studioso serio del pensiero sturziano come Pierluigi Castagnetti delineava così: «né clericale né laicista, a ispirazione cristiana ma aconfessionale, “verticale” non solo perché fatto da uomini liberi e risoluti, ma perché univa la profondità del pensiero all’altezza di un disegno di futuro, non ideologico, non rivoluzionario, non velleitario, ma modernamente riformatore». Questo percorso politico verso la costruzione di una cosa nuova, che in parte si realizzò cento anni fa nel Partito Popolare, potrebbe ancora ispirare il cam-
mino di uomini di buona volontà verso “qualcosa” che tanti aspettano e che come ha acutamente suggerito il cardinale Ruini: non necessariamente è un partito o un solo partito. Credo che potremmo definirlo “uno stile politico” a cui ispirarsi. Uno stile, continuava Castagnetti nella sua bella sintesi del pensiero Sturziano: «che guardi al territorio ma anche allo Stato, non internazionalista ma con uno sguardo europeo, pacifista ma non neutralista, non liberista ma costruito attorno al principio–cardine della libertà, non centralista ma profondamente autonomista, uno stile che non mitizzi l’idea di popolo sino a farne una categoria astratta e strumentale, ma profondamente radicato nel tes-
suto sociale e popolare». In questo modo di pensare l’azione politica che procede per polarità, secondo il pensiero di un altro grande pensatore cristiano molto caro a papa Francesco come Romano Guardini, mi sembra trasparire una proposta di pensiero politico complesso, meditato, attento al reale umano. Un pensiero che ci manca, mentre da più parti ci confrontiamo con una proposta più urlata che pensata, più imposta che proposta. Personalmente credo che i cambiamenti culturali più veri e solidi sono quelli che nascono dalla base, anche se non hanno paura di accogliere le intuizioni di uomini di qualità, che fortunatamente compaiono ogni tanto nel corso della storia umana.
Il vescovo in Comune a Tolentino
Lo spazio dell’impegno politico in chi crede nella capacità del popolo di tracciare un cammino per la storia umana, non è di servirsi del popolo per i propri progetti, questo è davvero il populismo, ma di servire il popolo. Il politico deve essere come l’agricoltore, capace di vedere le gemme che spuntano sull’albe-
Lo spazio di un impegno politico autenticamente popolare non è servirsi del popolo per i propri progetti, questo è davvero il populismo, ma di servire il popolo ro del popolo, i germogli di novità, da proteggere e curare. Deve però essere anche capace di potare quei rami che si indirizzano verso direzioni inutili, che non promettono buon frutto. Questo è l’augurio che faccio a voi e sul quale domando di cuore la benedizione divina. Nazzareno Marconi, vescovo
Con l’espandersi del contagio una seconda emergenza pesa sulle spalle dell’economia marchigiana dopo il sisma del 2016 che ha gravato su gran parte delle imprese del territorio
Un’immagine del Micam
Da Milano Fiere scenari per pelli e calzature Al centro della foto il presidente di Confindustria Macerata Domenico Guzzini con tre dei quattro vice presidenti del nuovo direttivo e il direttore Gianni Niccolò
DI
TIZIANA TIBERI
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ontaminazione, condivisione, sistema, inclusione: sono le quattro parole chiave del mandato 2020/2023 del nuovo presidente di Confindustria Macerata Domenico Guzzini, della Fratellli Guzzini SpA di Recanati. L’emergenza coronavirus, che si aggiunge a quella del sisma, è stata al centro della conferenza di presentazione della squadra e del consiglio direttivo. Purtroppo nessuno dei settori produttivi appare immune da gravissime ripercussioni e anche in questo caso vale la raccomandazione di Guzzini «che a situazioni eccezionali corrispondano provvedimenti, incentivi e agevolazioni eccezionali. Dobbiamo cercare di agire insieme senza creare contrasti, perché nsieme possiamo farcela a superare questo difficile momento». Qual è la sua riflessione sullo scenario attuale? Lo scenario è complesso e difficile: il modello marchigiano non è più un’eccellenza. Purtroppo oggi la nostra regione si colloca tra le ultime posizioni a livello nazionale in termini di Pil. La nostra provincia, in particolare, è stata ferita da due eventi che si sono sovrapposti: il terremoto e la crisi di Banca Marche, a cui oggi si aggiunge il coronavirus. Quali sono i principali punti del programma che vi prefiggete di realizzare nel triennio?
li effetti del coronavirus si erano già avvertiti nel corso della settimana della moda milanese, che al Micam ha visto Mipel e Lineapelle esporre oltre 100 marchi maceratesi. «Il Brand Shoes Valley – ha dichiarato il neo presidente della sezione calzature di Confindustria Macerata Matteo Piervincenzi – è una delle strategie per rilanciare il distretto Pelli, Cuoio e Calzature marchigiano». Il comparto calzaturiero marchigiano sta attraversando da diversi anni una fase di profonda trasformazione dovuta a vari fattori come la contrazione delle vendite su alcuni importanti mercati, una competizione sempre più globale, una distribuzione internazionale più articolata. Nella provincia di Macerata operano attualmente oltre 700 aziende delle quali circa 100 di tipo industriale che danno lavoro a 9mila addetti. Quasi l’80% della produzione viene esportata, prevalentemente in Germania, Francia, Regno Unito, Usa, Svizzera, Russia e Giappone. L’importanza del settore calzaturiero, tuttavia, non si ferma a queste pur significative cifre: infatti vi sono oltre 80 aziende con circa 2500 addetti che si occupano della produzione di componenti (suole, tacchi, tomaie e accessori) e un comparto della pelletteria nella zona di Tolentino con la presenza di oltre 60 aziende tra cui alcune importanti concerie. Questa “economia integrata” concorre nel determinare un primato spesso sconosciuto: nella provincia di Macerata e, in particolare, nel comprensorio di Civitanova Marche, esiste il più importante e qualificato raggruppamento di aziende produttrici di componenti (suole in particolare) per calzature dell’intera Europa. Considerata la particolare rilevanza del sistema calzature e della filiera, nell’ambito del sistema moda regionale, stiamo promuovendo il brand “Shoes Valley” come elemento distintivo della produzione marchigiana, poiché rappresenta un importante veicolo di marketing territoriale per sostenere nel mondo tutti i prodotti della filiera calzature e moda insieme al territorio e alle sue eccellenze culturali ed enogastronomiche. Tutti questi elementi della qualità di vita, una volta superata l’emergenza coronavirus, potranno tornare ad attirare turisti, clienti e investitori, rilanciando questo territorio come eccellenza del Made in Italy. «L’esito delle fiere ha dei chiaroscuri – ha commentato Carlo Cipriani di Confindustria Macerata –, nel senso che si mostra ancora una volta l’interesse per la produzioni locali, per il Made in Italy, per la nostra capacità di fare e di realizzare prodotti che emozionano e di qualità. Sono state fiere che hanno registrato un calo fisiologico di visitatori – ha aggiunto –, ma, allo stesso tempo, ci sono stati visitatori e buyer motivati che hanno potuto instaurare relazioni importanti con le aziende marchigianee. Consideriamo che le Marche sono state presenti con oltre 250 aziende, tra calzature, pelletteria e componentistica: un impegno importante che comunque, aldilà dell’effetto Coronavirus, dovrà servire per impostare le nuove campagne di vendita». Tiziana Tiberi
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La nuova squadra Confindustria 4.0 Sono otto: la Ricostruzione post–sisma, l’economia circolare, la digitalizzazione, il credito alle imprese, l’internazionalizzazione, l’associazione unica regionale, la crisi del settore calzaturiero, le infrastrutture e la pubblica amministrazione. Come ha scelto la sua squadra? Ho voluto formare una squadra molto determinata e animata dallo stesso spirito per spingere forte verso il cambiamento. Per la ricostruzione post–sisma cosa chiede Confindustria Macerata? Per noi è necessario avviare urgentemente la fase della ricostruzione materiale che non può non tenere conto di un rilancio economico delle zone terremotate per porre al centro della ricostruzione prima di tutto il lavoro. Spero di incontrare presto il nuovo commissario straordinario Legnini per rilanciare un nuovo modo di approcciare la
ricostruzione. Noi presentiamo proposte concrete come ad esempio il progetto di una zona economica speciale sisma, “Zes Sisma”, che prevede fiscalità privilegiata nella zona del cratere, condizioni agevolate per gli operatori economici per incentivare investimenti nell’area colpita, per scongiurare lo spopolamento e favorire la rinascita dei territori. Cosa serve per incentivare la transizione verso l’economia circolare? L’economia circolare è un’economia progettata per autorigenerarsi che si basa su fonti energetiche di tipo rinnovabile volte a minimizzare, tracciare ed eliminare l’uso di sostanze chimiche tossiche, e a eliminare la produzione di rifiuti e sprechi mediante un’attenta progettazione. Nella nostra regione non abbiamo né un impianto di riciclaggio di mate-
riali plastici, né un termovalorizzatore e tra poco non sapremo più dove mettere i rifiuti. Dobbiamo porre in agenda questi punti e discuterne con le istituzioni pubbliche locali. Il problema del credito, dopo il caso Banca Marche, pesa sempre di più sulle imprese locali? È inutile negarlo: il problema del credito è sempre esistito soprattutto per le piccole e medie imprese, ma in quest’ultimo periodo si è accentuato. Purtroppo non abbiamo più una banca forte del territorio in grado di sostenere prevalentemente le aziende della nostra provincia. Reputo fondamentale spingere verso nuove forme di finanziamento, prendendo in considerazione strumenti alternativi e complementari di reperimento di risorse a supporto della crescita sia a titolo di capitale di rischio che diversificando le fonti del debito.
il triennio Il team maceratese residente: Domenico Guzzini (Fratelli Guzzini P Spa); Past president: Gianluca Pesarini (Vismap Srl); Vice Presidenti: Michele Paoloni (Manifattura Paoloni Spa); Sandro Parcaroli (Med computer Srl); Fausto Pigini (Pigini srl); Carlo Resparambia (Progeco srl); Presidente dei giovani imprenditori: Paolo Carlocchia (Map Srl); Presidente Piccola Impresa: Sauro Grimaldi (Grimaldi, Costruzioni Srl); Componenti: Claudio Cioli (Fimic Srl); Pierandrea Farroni (Sogesa Srl); Federico Maccari (Entroterra Spa); Luca Paoletti (Fonderie P. L. Srl); Matteo Piervincenzi (Calzaturificio Lepi Srl); Oliviero Rotini (Simeg Srl).
Addio a don Salvatore, un prete innamorato dei giovani DI
RINO RAMACCIONI
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Don Paparoni in visita a don Ramaccioni, ricoverato
«Mi parlava a lungo di come cercava di andare verso tutti i ragazzi. A scuola e fuori loro potevano parlare con lui liberamente di Dio, di amore e amicizia»
o conosciuto don Salvatore Paparoni fin dagli anni del Seminario. È stato consacrato prete il giorno dei Santi Pietro e Paolo a San Nicola di Tolentino. Qui aveva fatto i suoi studi di Teologia insieme ai teologi Agostiniani, svolgendo anche il compito di Assistente dei seminaristi del Seminario minore. Vice–parroco nella cattedrale San Catervo di Tolentino, insegnante di religione al Liceo classico sempre di Tolentino, assistente per molti anni dell’Azione Cattolica, girerà molte parrocchie. La salute non lo assisteva molto, ma era un uomo
appassionato di cultura, di storia, di patristica. Studiava molto e seguiva con interesse d’amore (anche critico) i dibattiti durante e dopo il Concilio). Io sono stato assieme a lui tantissimi anni, da suo vice–parroco e poi da parroco e da semplice amico e compagno di abitazione: mi colpiva la sua preghiera, la sua umanità la voglia di ascoltare, di leggere, di aggiornarsi, di studiare (fino alla fine): preparava (scritte) anche le omelie dei giorni feriali. Amava tantissimo i giovani. Monsignor Filippo Franceschi, allora assistente nazionale dei giovani di Azione cattolica, mi confidò che aveva chiesto per due volte a don Salvatore di andare a Roma,
ma lui non aveva voluto. Nel ’68 riuscì a mettere insieme 150 ragazzi e ragazze nella processione del Corpus Domini. Ci fu chi protestò. Il vescovo in un anno gli cambiò tre volte parrocchia. In un paesino, dopo tre mesi, la popolazione era così contenta di don Salvatore che la giunta comunale andò dal vescovo chiedendogli di lasciarlo da loro. Attratto dalle missioni ma impossibilitato a partire, aveva un compagno missionario in Africa e poi in Brasile: padre Giuliano Sincini. Col desiderio di aiutarlo crebbe in lui la volontà di servire le missioni. I suoi aiuti, donati senza rumore, sono arrivati anche in Africa e in India (qui ho visto una lapide in
cui lo si ringrazia per la costruzione di una grande sala–chiesa per i cristiani di un quartiere povero). Io non scordo gli anni in cui, giovane prete, gli facevo da vice–parroco. Appassionato dei giovani, volevo imparare da lui come fare con loro, perché in don Salvatore non vedevo il prete “impiegato” e neppure il “funzionario” religioso. Lo vedevo come un innamorato, un appassionato per ogni giovane. E anche per Gesù. Vedevo come pregava. Quante sere, dopo cena, mi parlava a lungo di come cercava di andare verso tutti i giovani, come faceva scuola: era uno con cui i giovani, a scuola e fuori, potevano parlare liberamente
di Dio, di amore, di fidanzamento, di confessione, di amicizie... E per loro d’estate organizzava prima i campi biblici, poi i campi scuola. In quei colloqui mi insegnava soprattutto come fare da guida spirituale, da “padre” spirituale dei giovani. E mi fece vedere un quadernone dove lui scriveva di volta in volta la data in cui incontrava un ragazzo, o una ragazza. Scriveva il nome e l’argomento trattato. Aggiungeva i consigli dati e anche la data dell’incontro successivo (di solito a distanza di un mese). Gli ultimi anni li ha passati con me, perché la malattia lo limitava. Ma, a Tolentino, a Recanati, o a Macerata, incontrere-
te qualcuno che lo ha stimato e amato, ascolterete ciò che più di uno, il giorno del funerale, mi ha confidato: «Ho perso un padre; ho perso uno che ascoltavo volentieri nelle prediche e quando andavo a confessarmi». Caro don Salvatore, adesso che le scuse della salute non ce l’hai, prova a far piovere le grazie di Dio su chi ricorre a te, sui poveri delle missioni e su noi preti, perché sappiamo ricopiare un po’ la tua gioiosa e cercata “paternità pastorale”: ora non puoi più come prima, ma puoi ancora più di prima. E mi unisco ai tanti tuoi amici (e “penitenti”) dicendoti solo un grande: grazie!. Da lassù continua ad amare giovani e sacerdoti!
ATTUALITÀ
MARTEDÌ 17 MARZO 2020
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Quaresima: pochi gli ingredienti di una tavola povera La dieta era costituita da sardelle, aringhe, patate, polenta, verdure e legumi Unico grasso, l’olio d’oliva DI
UGO BELLESI
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ino a qualche decennio le regole quaresimali relative all’alimentazione erano rispettate da moltissimi, e assieme a preghiera e opere di carità costituivano tratti distintivi dei quaranta giorni che precedono la Pasqua. Il maestro Giovanni Ginobili, compianto studioso delle nostre tradizioni, ha rintracciato addirittura “La preghiera della Quaresima” che si doveva recitare in ginocchio per 40
Polenta e stoccafisso
giorni per ottenere l’indulgenza plenaria. In tutte le Marche la Quaresima significava rigido rispetto dell’astinenza. Sappiamo che nelle famiglie più povere la polenta veniva insaporita strofinando i bocconi con una aringa appesa sopra il tavolo della cucina. Comunque è confermato che la dieta era in genere costituita solo da sardelle, aringhe, patate, polenta, verdure e legumi. Non si potevano usare altri grassi se non l’olio. Durante la settimana santa si poteva mangiare soltanto una volta al giorno. Per sfuggire a queste rigide regole, con il tempo, si è presa l’abitudine di sfruttare ogni ricorrenza per interrompere il digiuno, ma anche per iniziarlo un giorno dopo. Così a San Severino, il mercoledì delle Ceneri, pur essendo il primo giorno di
Quaresima, è nata la tradizione di fare una scorpacciata di broccoletti con il baccalà, che ha preso il nome delle “broccolette de Quaresima co’ lu vaccalà”. Punto di riferimento un locale rustico sulla salita che conduce al Castello. Dal mezzogiorno delle Ceneri alla mezzanotte era sempre una processione di buongustai. Altrove il giorno delle Ceneri si pranzava con pane e acqua, ma a cena c’erano aringa in graticola e legumi lessi (oppure baccalà alla brace e crescia di granturco). Altre famiglie digiunavano a cena ma a pranzo consumavano polenta con aringhe o cicerchia con la crescia. Tradizione diversa quella che prevedeva proprio nel giorno delle Ceneri la preparazione degli strozzapreti. Proprio con l’intento di sospendere il digiuno è nata la
tradizione di festeggiare, il 19 marzo, San Giuseppe “frittellaro”. Infatti, non potendo confezionare scroccafusi e castagnole, ci si dedicava a mangiare frittelle. A Fermo, il 19 marzo, c’era la fiera di San Giuseppe e ci si ci scambiava “lu sparraccittu” (cioè doni di poco valore). Così il fidanzato offriva alla fidanzata noccioline, lupini, castagne lesse sbucciate (“casciole”) e carrube che mangiavano insieme passeggiando. I falegnami invece festeggiavano il loro protettore con un lauto pranzo. Durante la Settimana santa, come ha testimoniato in un suo volume Giovanni Ginobili, gruppi di due/tre “canterini” visitavano le case coloniche per ricordare la Passione e la morte di Gesù alle famiglie riunite nelle aie per
ascoltare la rievocazione della crocifissione. La sera del venerdì Santo – come riferisce il Ginobili – la lauda “Il pianto della Madonna” veniva recitata dalle famiglie dei contadini. In vari paesi erano invece delle comitive, il mattino del venerdì Santo, a girare per le campagne cantando quegli stessi versi della lauda. Le rigide regole della Quaresima con gli anni si sono di molto attenuate. Tanto è vero che oggi il digiuno è prescritto per due giorni soltanto: il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. E il digiuno non è assoluto. In genere prevede un solo pasto modesto e gli anziani e gli ammalati sono esonerati. È ancora molto rispettata l’astinenza, cioè la rinuncia a mangiar carne in tutti i venerdì della Quaresima.
Il sostegno alla Chiesa cattolica non finisce «in un buco nero»: una parte dei suoi fondi finanzia, con la mediazione della Caritas, progetti che contrastano povertà e disagio
Ecco come l’8xmille restituisce ricchezza DI
EMANUELE RANZUGLIA *
S
i è conclusa il 29 febbraio il secondo anno del progetto 8xmille “Classe” (n. prog. 34/2019) cofinanziato attraverso i fondi gestiti da Caritas italiana per conto della Conferenza episcopale. L’obiettivo è stato animare la comunità attraverso azioni in grado di coinvolgere il maggior numero possibile di persone e di esprimere una prossimità concreta che ha cercato di evitare l’assistenzialismo a favore della promozione della dignità di ogni persona incontrata. Una prossimità concreta che ha cercato di dare il proprio contributo in alcune dimensioni fondanti e fondamentali per ogni persona: la casa, il lavoro, gli alimenti e il supporto socio–educativo alle giovani generazioni. Per quanto riguarda la dimensione abitativa, oltre a essere riusciti a sostenere diverse famiglie e persone nel pagamento dell’affitto, il progetto ci ha permesso di sostenere una persona senza fissa dimora che ha avuto modo di utilizzare un appartamento affittato dalla Caritas diocesana a uso foresteria; la dimensione abitativa è stata inserita in un progetto di accompagnamento volto a promuovere le risorse del beneficiario con l’obiettivo, raggiunto, di farlo divenire del tutto autonomo (accompagnamento reso possibile dai partner del progetto ovvero dal Gruppo di volontariato vincenziano di Macerata e dal co–gestore del progetto). Per quanto riguarda la dimensione del lavoro, grazie al supporto del “Centro di ascolto e di prima accoglienza OdV”, è stato possibile finanziare dieci tirocini extracurriculari di cui hanno beneficiato persone disoccupate. Grazie alla disponibilità offerta dalle aziende ospitanti, per ogni beneficiario è stato creato, nel rispetto della legge regionale, un progetto che ha permesso l’acquisizione di professionalità ed esperienza. Per due delle persone che ne hanno beneficiato, tale esperienza è stata trasformata in un contratto di lavoro. Per quanto riguarda la distribuzione degli alimenti, avvenuta sul territorio del Comune di
Incontro in una scuola
Macerata attraverso l’Emporio della solidarietà, il progetto ha permesso di aiutare in maniera continuativa 129 famiglie per un totale di 329 persone; a ogni famiglia, accanto alla distribuzione di alimenti, è stato proposto anche un progetto di fuoriuscita dallo stato di povertà, ipotizzato e realizzato, dove è stato possibile, anche con il supporto del personale dei servizi sociali del Comune di Macerata. Un’altra importante dimensione che il progetto ha permesso di concretizzare è stata l’incontro coi giovani nelle scuole e nelle parrocchie attraverso delle azioni realizzate in sintonia con quanto proposto da Caritas italiana con la campagna di sensibilizzazione “Chiudiamo la forbice”. Tenendo sempre bene in mente la «prevalente funzione pedagogica» che caratterizza tutto l’operato della Caritas, abbattere le disuguaglianze è l’impegno prioritario che abbiamo cercato di trasmettere affinché ogni essere umano abbia la possibilità di vivere una vita dignitosa e libera. Negli ultimi due anni sono stati incontrati diret-
L’Emporio della solidarietà
tamente, dai bambini ai giovani, circa 4mila persone a cui vanno aggiunti i docenti e le famiglie coinvolti in modo indiretto. Per le classi della primaria e delle medie il percorso è stato strutturato in modo tale da poter continuare oltre la presenza dell’operatrice Caritas; gli incontri in classe sono stati integrati con laboratori pomeridiani utili alla produzione di elaborati che hanno permesso sia la partecipazione a mostre–concorsi diocesani e nazionali sia il coinvolgimento diretto delle famiglie o catechisti delle classi. Tali attività hanno permesso ai ragazzi della terza media di Montecassiano e di Montelupone la partecipazione al concorso nazionale “Chiudiamo la forbice” e di ricevere un apprezzamento per il lavoro, visibile sul sito dedicato della campagna; inoltre, hanno generato azioni significative implementate direttamente nei territori con impegni collettivi rivolti alle proprie comunità come ad esempio la visita nelle case di riposo, agli anziani soli, l’organizzazione di collette, ecc. Ai giovani è stato provosto di conoscere gli obiettivi dell’Agenda 2030 e rapportarli alle loro azioni quotidiane per dialogare su come ognuno può contribuire al passaggio dalle diseguaglianze al bene comune. Molto efficace è stata la conoscenza e l’interazione con le imprese e le associazioni del territorio che durante il percorso formativo sono intervenute per raccontarsi e per rendere partecipi i giovani dei cambiamenti in atto. Grazie all’attivazione di questo progetto abbiamo avuto la conferma di quanto sia importante poter contare su una risposta capace di integrare diverse azioni riguardanti lo stato emergenziale, quello progettuale di fuoriuscita dalla condizione di bisogno e quello preventivo/formativo; constatato questo la Fondazione di culto e di religione “Vaticano II”, gestore di questo progetto, in piena sintonia con la Caritas diocesana continuerà su questo percorso investendo risorse ordinarie anche al fine di contribuire allo sviluppo integrale delle persone incontrate e, attraverso loro, di tutta la comunità. * co–referente del progetto Classe
la piaga
Azzardo, nelle Marche brutto «virus» Spesi in media 1.745 euro pro-capite DI
GIANCARLO CARTECHINI
P
otrebbe essere la sala di attesa di un aeroporto, o di un ospedale. Stesse panche in acciaio forato, stessa atmosfera sospesa. Sei uomini sono seduti a braccia allargate. Segni di solitudine, presenze in bilico. Cosa fanno? Che sia proprio oggi il giorno del riscatto, o che sia solo il divertimento di un sabato sera, tutti sembrano proiettarsi altrove. Guardano uno dei tanti schermi addossati alle pareti su cui scorrono immagini di eventi sportivi, corse di cavalli. Più in basso, pannelli arancioni contengono tasche piene di tabelle e nomi di squadre di calcio: “Puntarenas, Cruzeiro, Cartagines”. È un ambiente saturo di umori maschili, come i saloni da barSala giochi ba di una volta. Nulla a che vedere con il pubblico di un cinema: qui è come se lo spettacolo dovesse ancora iniziare, o fosse finito da tempo. Un uomo è fermo da qualche minuto sulla soglia del locale. Indossa un giaccone con il bavero alzato. Capelli lunghi, caviglie in bella vista, pantaloni attillati. Sta fumando una sigaretta. Alla fine si decide a entrare. Adesso, secondo copione, dovrebbe avvicinarsi a uno dei monitor touchscreen collocati al centro della
sala, tirare fuori tutto quello che ha in tasca, puntare sulla sua squadra e attendere che il destino faccia il suo corso. Non è così che farebbe un giocatore incallito? Il gioco d’azzardo in Italia ha fatto registrare un’impennata vertiginosa. Nel 2008 (anno della crisi finanziaria) la spesa privata in questo settore era di 47 miliardi di euro. Nel 2019 siamo passati a circa 110 miliardi, la stessa cifra necessaria per finanziare l’intero Servizio sanitario nazionale. La spesa pro–capite, nelle Marche, è di 1.745 euro. Cifre impressionanti, gettate al vento in un tentativo di riscatto che la maggior parte delle volte si rivela illusorio. Perché, in ogni caso, il gioco d’azzardo è un fattore di aumento delle diseguaglianze (pochi vincono e molti perdono). Un demone oscuro, direbbe Dostoevskij, che si nutre delle nostre frustrazioni. Intanto il via vai continua. Un ragazzo di colore, uscendo, discute animatamente con un amico: «Non devi entrare se non hai i soldi». Non sa ancora di essere uno degli ultimi clienti della sala scommesse. Lo stabilirà tra poche ore un decreto del governo: «Gira un virus pericoloso nell’aria, ragazzi. Da domani si chiude».
Sermit, la solidarietà di Tolentino coi poveri del mondo Adozioni a distanza l’attività principale. Aiutati circa 600 bambini in India, Uganda e Brasile. La generosità frenata da crisi e terremoto DI
ALESSANDRO FELIZIANI
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Tolentino, accanto alla chiesa della Madonna dell’Addolorata, c’è una sorta di “Farnesina della solidarietà”. È la sede del “Servizio missionario tolentino” (Sermit), che aiuta alcune delle più povere comunità del mondo. Vi operano una quindicina di volontari, in gran parte pensionati, che si prodigano in progetti umanitari, soprattutto “adozioni a distanza”. «Non vogliamo disperdere – ci dice il presidente, Luciano Ruffini, già sindaco di
Tolentino – il profondo valore di carità cristiana che più di venticinque anni fa animò la costituzione del Sermit». Ci racconti come è nata l’associazione. Si è costituita nel 1993 grazie a una felice intuizione di don Rino Ramaccioni, che prendendo esempio dal Sermig di Torino diede una struttura al programma di adozioni a distanza di bambini indiani già da anni portato avanti da una parrocchiana di San Catervo, Antonietta Bartolozzi, che possiamo considerare la vera ispiratrice del Sermit. Negli anni la sede si è più volte spostata, fino a quando siamo riusciti ad acquistare quelli oggi in uso. Questo ci ha consentito certezze gestionali e maggiore forza nel programmare le attività. Quanti sono i bambini “sostenuti” dal Sermit? All’inizio le “adozioni a distanza” erano alcune centinaia, poi sono aumentate fi-
no a superare il migliaio nei primi anni Duemila. In seguito, purtroppo, sono diminuite e ora si sono stabilizzate su una quota di circa 600, suddivise tra India, Uganda e Brasile. Quali le cause della diminuzione? La crisi economica e il terremoto. Il calo delle donazioni è iniziato, infatti, nel 2008. Tolentino e i paesi del circondario, che rappresentano il principale bacino dei nostri benefattori, vive principalmente di artigianato, commercio e industria manifatturiera. Il calo dei consumi, la chiusura di alcune attività e il timore di perdere il lavoro hanno frenato i gesti di liberalità. Poi il terremoto ha fatto il resto. A quanto ammonta il contributo per una adozione a distanza? Appena 42 centesimi al giorno, cioè 150 euro l’anno. Peraltro, chi sostiene le attività del Sermit può dedurre fiscalmente la donazione dal proprio reddito.
Siete ammessi anche al riparto del “5x1000”? Sì. Il 5x1000 è un importante aiuto che ci possono dare tutti, senza dover sostenere alcun costo, in sede di dichiarazione dei redditi. È sufficiente indicare il codice fiscale del Sermit: 92003910434. Oltre alle adozioni a distanza, sostenete altri progetti di solidarietà? Sono molteplici le iniziative cui prendiamo parte, sia in appoggio ad altre onlus, come ad esempio “Il sorriso di Daniela” di Montefano, sia in progetti specifici: un lebbrosario in India, un centro medico e punto nascite in Uganda, orfanatrofi e scuole in Burundi. Nella nostra sede facciamo anche la raccolta di indumenti usati, che inviamo nelle missioni, ma anche in aree di conflitti, come ad esempio in Siria. A livello locale ci sono progetti di solidarietà?
Antonietta Bartolozzi col vescovo Carboni all’ordinazione diaconale di Sereno Toppo (Tolentino, 26 marzo 1989)
Cerchiamo di aiutare persone in difficoltà e attraverso il “Centro di ascolto”, attivo all’interno della nostra sede, offriamo un punto di riferimento immediato, prima di indirizzarli al “Tavolo delle povertà”. Di cosa si tratta? Il “tavolo delle povertà” è stato istitu-
to nel 2018 con un protocollo d’intesa tra le istituzioni dell’Ambito territoriale sociale di Tolentino e diverse onlus, tra cui – oltre al Sermit – Caritas, Acli, Unitalsi, Avulss, per dare risposte integrate a quanti per indigenza, mancanza di lavoro o malattia fanno appello all’umana solidarietà.
ATTUALITÀ
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MARTEDÌ 17 MARZO 2020
Recanati ha celebrato l’operista Persiani DI
GIUSEPPE LUPPINO
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a poco è ricorso il doppio anniversario del compositore belcantista Giuseppe Persiani, nato a Recanati l’11 settembre del 1799 e deceduto a Neuilly–sur–Seine, presso Parigi, il 13 agosto 1869. Per celebrarlo e conoscerlo meglio, l’Associazione Controvento e l’Associazione Beniamino Gigli, hanno organizzato due conferenze–concerto dedicate a lui e al periodo in cui è vissuto. La prima, il 20 dicembre 2019, ha visto relatore il sottoscritto sul tema “Persiani e il suo tempo”, con l’intercalare di brani dalla sua corrispondenza letti dalla professoressa Clara Ferranti e l’esecuzione di musiche di compositori coevi al Persiani curate ed eseguite dal soprano Astrea Amaduzzi e dal pianista Mattia Peli. Durante la serata è stato scoperto il calco originale in gesso del busto di Giuseppe
Sopra: il teatro Persiani di Recanati A fianco: un ritratto del compositore
Persiani donato all’Associazione dalla famiglia dello scultore Giuseppe Pirrone. La seconda serata, dal titolo “Persiani ritrovato”, ha avuto come protagonista il 28 dicembre il duo ‘Belcanto Italiano’, composto dal soprano Astrea Amaduzzi e dal pianista Mattia Peli, e il baritono Davide Bartolucci, con una introduzione al concerto curata dal professor Paolo Santarelli, regista e ricercatore musicale e storico. Gli eventi hanno ricevuto il patrocinio della Regione Marche e dell’Ente nazionale Associazioni culturali. Così Giacomo Leopardi, l’illustre concittadino, scrivendo da Firenze alla sorella Paolina, il 7 luglio 1827, si espresse nei suoi confronti: «L’entusiasmo destato da Persiani è verissimo. Ho sentito parecchi intendenti e dilettanti dire che Persiani è un genio straordinario». E aggiunge: «Tutti ne dicono gran bene, anche per riguardo al suo carattere e alla sua gran probità!».
Lascia 13 opere, un Oratorio, varia musica da camera: i suoi lavori vennero eseguiti nei maggiori teatri italiani e all’estero. Viene soprattutto ricordato per l’opera Ines de Castro, e merita comunque considerazione perché contribuisce a mantenere vivo l’interesse verso il melodramma italiano in tutta l’Europa del XIX secolo. Accanto alle doti accennate da Leopardi, emergono dalle lettere chiari tratti della sua personalità: un uomo dotato di profonda sensibilità, con momenti intensi di scoraggiamento e di malinconia ma capace di esprimere intensità affettiva, soprattutto nei confronti delle sorelle, Maria Francesca e Rosa, della propria moglie, la cantante Fanny Tacchinardi (soprano famosissimo all’epoca) e verso suo figlio Alessandro. Tre libretti d’opera del Persiani sono conservati anche nella Library of Congress di Washington. A lui sono intitolati il Teatro e il Corso principale di Recanati.
Macerata città universitaria ha visto la partenza degli studenti fuori sede ma è corsa ai ripari con l’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Tutto il territorio ha però reagito alle difficoltà
libri
«Marche d’autore»: due bei volumi raccontano la regione plurale n uscita a fine marzo il secondo volume di “Marche d’autore” da David Miliozzi e Jonathan Arpetti. Col primo libro ofIfrecurato lo spaccato di una Regione plurale proponendo la “marchigianità” espressa attraverso scrittura e pittura. Nel primo volume i racconti hanno esplorato bellezze e peculiarità di borghi, paesi, città, campagna e mare. Itinerari narrativi dove tradizione, leggenda, arte e cultura aprono scorci su un unico paesaggio che si muove tra le cinque province. Il volume è arricchito da illustrazioni di maestri di fama nazionale: Enzo Cucchi, Tullio Pericoli, Ubaldo Bartolini, Silvio Craia ed Eliseo Mattiacci. La copertina del primo volume esce dalla mano del Premio Oscar Dante Ferretti. Nel secondo si è invece dato spazio a personaggi nati nelle Marche e che hanno esportato il “territorio” in tutto il mondo. Il volume è corredato da immagini di grandi artisti: Calisti, Trubbiani, Iacomucci, Maicol & Marche d’autore: primo volume Mirco, Basili e Calvani. La copertina è stata realizzata del maceratese Ruben Boari, classe 2009, quinta elementare. Le sue opere sono fogli zeppi di linee, narrazioni leggerissime di battaglie, di eserciti minuti e incessantemente uguali, danno l’idea di un’umanità sempre in cammino continuo per quelle sequenze fitte. I volumi sono frutto di un Progetto della Confesercenti e della Regione Marche che vuole far conoscere la ricchezza di questa terra che spazia tra i monti e il mare attraversando dolci colline. Daniela Meschini
Coronavirus: come cambia Unimc DI
TIZIANA TIBERI
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nimc e coronavirus: il direttore generale Mauro Giustozzi, ci spiega come è stata riorganizzata la vita dell’Ateneo per studenti, docenti e personale dell’università di Macerata. Come avete affrontato l’ emergenza coronavirus?Dopo il sisma del 2016, questa emergenza rappresenta un’altra dura prova per l’Università di Macerata che si sta impegnando, come del resto tutto il Paese, per affrontare al meglio il momento difficile.
interazioni docente–studente che sono alla base di un Ateneo di medie dimensioni come il nostro che ha tra i suoi principi ispiratori “l’Umanesimo che innova”. E per i dipendenti? Per tutto il personale tecnico amministrativo abbiamo colto l’opportunità di avviare forme, per noi innovative, di lavoro a distanza a sostegno di famiglie e lavoratori, come indicato dai provvedimenti governativi per il contenimento dell’epidemia. L’intenzione è di arrivare a definire un regolamento sul lavoro agile, o smart working, sulla base di un lavoro già avviato con il Comitato unico di garanzia e la delegata del rettore per le politiche in materia di equità, uguaglianza di genere e pari opportunità Natascia Mattucci. Quali ripercussioni avete registrato in questa fase di “emergenza globale” sull’Istituto Confucio di Macerata? Nessuna conseguenza particolare. Abbiamo prestato attenzione fin da subito alle attività del Confucio, alla mobilità dei docenti, all’arrivo e la partenza dei nostri studenti e all’arrivo degli studenti cinesi. Possiamo dire che siamo riusciti a evitare il
Il rettore Adornato ha istituito il Tta (Tavolo tecnico permanente) Rinviata l’inaugurazione dell’Anno accademico Abbiamo immediatamente dato attuazione alle misure previste dal Governo e dal Ministero e poi abbiamo messo in campo alcune iniziative nostre, come un Tavolo tecnico di coordinamento (Ttc) che si riunisce sistematicamente, istituito dal rettore Adornato, dove confluiscono tutte le problematiche dell’Ateneo. Oltre ad adottare le misure igienico– sanitarie fin dai primissimi giorni, abbiamo disposto la partenza dei corsi online: lezioni a distanza, esami e ad aprile anche la discussione delle tesi di laurea. Didattica a distanza: come avete organizzato le lezioni online? L’Università di Macerata ha avviato un nuovo servizio di lezioni a distanza che va a integrare i sistemi di didattica online già attivi, attraverso una piattaforma che permette di organizzare lezioni in diretta streaming con classi virtuali composte anche da 250 studenti. Il docente può condividere le proprie slide e parlare a tutti. Gli studenti possono intervenire tramite chat o anche in voce. Siamo risuciti ad avviare in poco tempo circa 50 insegnamenti per ogni Dipartimento. La tecnologia in questo caso ci aiuta non solo nello svolgimento della didattica, ma anche a tenere vive le
peggio. A settembre sarà pronta Villa Lauri, poi, se ci saranno nuove definizioni sui rapporti internazionali, le valuteremo. Rinviata l’inaugurazione del 730°Anno accademico di Unimc con il presidente della Repubblica Mattarella prevista per il 9 marzo... Fino all’ultimo abbiamo sperato di poter dare un segnale di normalità e quindi celebrare l’inaugurazione insieme al presidente della Repubblica Mattarella. Poi abbiamo dovuto prendere atto che purtroppo siamo in piena emergenza. L’appuntamento è stato rinviato; diciamo che è stato un “arrivederci a presto!”. La comunicazione istituzionale nell’emergenza, anche per l’Università, che stile dovrebbe avere? Entriamo nel campo delle opinioni: posso dire che nel nostro piccolo cerchiamo di far parlare poche persone specializzate; puntiamo a una comunicazione essenziale e autorevole, evitando la comunicazione continua permanente che crea confusione. Abbiamo istituito il Ttc che valuta e decide, poi aggiorniamo il sito dell’Ateneo pubblicando comunicati ufficiali che diventano la fonte certa e verificabile per studenti e organi di stampa.
Da sinistra, il direttore generale di Unimc Mauro Giustozzi e il rettore Francesco Adornato durante la riunione del tavolo tecnico
Aule virtuali ma lauree reali: la lezione degli Atenei Potenziamento delle piattaforme e video conferenze per corsi, esami e proclamazione dei nuovi dottori Le difficoltà del momento non bloccano le attività didattiche a Macerata e Camerino
cuole aperte – esclusivamente dal personale Ata – ma lezioni – obbligatoriamente – sospese per tutti gli studenti, almeno, ma ci si augura che basti, fino al 3 aprile. Se sui libri di storia i primi mesi dell’anno 2020 godranno di un capitolo particolare, oggi la didattica affronta le difficoltà attraverso l’e–learning anche nel Maceratese. Se ne avvalgono sia Unimc che Unicam, con corsi, esami e lauree, mentre nel frattempo si lavora per sanificare i locali. L’università del capoluogo, ad esempio, lo scorso 10 marzo ha testato una nuova piattaforma (Microsoft Teams) per video conferenze che ha integrato i servizi esistenti, con la partecipazione di 140 studenti (ma potendo colegare fino a 250 persone). Il docente può così condividere le proprie slide e parlare con tutti; al contempo gli studenti possono intervenire in chat e voce. A testare il nuovo strumento è stato il delegato del rettore all’informatica Pier Giuseppe Rossi con il corso di didattica generale. Ad oggi nell’Ateneo maceratese sono online una media di 50 insegnamenti per ogni Dipartimento. Nel giro di poco tempo l’ateneo ha dovuto riconvertire gli insegnamenti di 28 corsi di laurea, potenziando la propria
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Prove in videoconferenza per non perdere gli appelli ome a tutti gli studenti universitari, è toccato anche a me: esame su Skype. Avrei preferito di no, C onestamente. Si perde un po’ la “sacralità” accademica e si finisce a vivere l’esame come una chiacchierata, anche se poi in gioco c’è la solita posta. Credo sia stato un bene per gli studenti, che non hanno perso gli appelli e che hanno vissuto la situazione con un carico d’ansia minore. Per i professori il discorso temo sia stato diverso: garantire una prova equa in una chiara situazione d’emergenza, oltre a scongiurare il rischio di essere ingannati da qualche furbetto, ha di sicuro aumentato il carico di lavoro rispetto a un esame “normale”. Penso che quello che abbiamo sperimentato possa essere un giorno istituzionalizzato: da casa si possono fare esami onesti e trasparenti. Chissà che un domani non diventi, se non la norma, un rimedio per chi ha problemi negli spostamenti e, magari, anche contro l’ansia da prestazione. Lorenzo Cervigni
Tolentino, la Casa famiglia sta rinascendo M
Allo Spirito Santo una cappella con reliquia di papa Wojtyla febbraio a Tolentino si è conclusa la visita pastorale nell’Up 9 con l’inaugurazione da A parte del vescovo Marconi della nuova Cappella nella chiesa dello Spirito Santo dedicata agli sposi dove si venera l’icona, raffigurante Cristo a Cana di Galilea, dipinta dal vice parroco don Vito, in collaborazione con il parroco don Diego, dov’è conservata una reliquia di san Giovanni Paolo II: «Durante i lavori abbiamo pensato al legame che c’era tra il Papa, la Vergine Maria e i giovani. È stato lui a dare origine alle Gmg, a scrivere documenti sulla famiglia come la Familiaris Consortio; il suo motto come affidamento a Maria Totus tuus. Per questo abbiamo chiesto al postulatore della causa di beatificazione del Papa la possibilità di ottenere la reliquia come una presenza permanente e chiedere attraverso di lui grazie a Dio. Ogni fedele che guarda l’immagine è chiamato ad essere quel servo che dando la propria disponibilità a Cristo non perde nulla, ma riceve da lui il vino buono della gioia». (S.Bar.)
piattaforma di e–learning, originariamente predisposta per un numero di utenti molto minore rispetto alle attuali esigenze. La potenzialità dello strumento è stata raddoppiata in modo da ridurre i tempi di accesso. Il Centro di Ateneo per l’Informatica sta nel frattempo continuando a lavorare per trovare le soluzioni migliori e per contenere gli inevitabili disagi che una così rapida riconversione delle infrastrutture può comportare. L’Università di Camerino ha invece dovuto testare la tenuta della sua piattaforma, online già dal 2016 a seguito del sisma, per poter garantire agli studenti fuori sede di completare il proprio percorso di laurea in una situazione emergenziale analoga dal punto di vista dell’insegnamento. Una didattica 2.0 che prosegue ora per l’Anno Accademico 2019/2020 attraverso le aule virtuali Cisco WebEx. Questa modalità telematica ha permesso il collegamento congiunto tra laureandi e commissione di laurea: primi esempi i nuovi dottori della Scuola del Farmaco e dei Prodotti della Salute e, per la sede distaccata di Ascoli, la Scuola di Architettura e Design. Andrea Mozzoni
esami online
La nuova casa famiglia in costruzione
La struttura a Pianibianchi rappresenterà una prima vittoria sul terremoto e un segno di speranza anche per il resto della città Da completare solo gli interni
entre alcuni palazzi, inagibili da più di tre anni, aspettano di essere demoliti, nell’immediata periferia di Tolentino c’è un cantiere dove si sta lavorando per ridare una casa a persone più sfortunate di altre. È in contrada Pianibianchi, a poche centinaia di passi dal famoso ponte dove secondo la leggenda San Nicola si prese beffa del diavolo. Qui, infatti, è in avanzata fase di edificazione la nuova “casa famiglia” della Comunità Papa Giovanni XXIII che, appena terminata, rappresenterà una prima vittoria sul terremoto e un segno di speranza anche per il resto della città. La “casa famiglia” prese vita nel 2004 per iniziativa della tolentinate Roberta Vitali e di suo marito Valentino, i quali – rientrati in Italia insieme ai loro due figli piccoli da un’analoga esperienza durata alcuni anni in Bolivia – decisero di dedicarsi all’accoglienza di persone con disabilità. Adat-
tarono ad abitazione l’ex canonica della chiesa rurale di Sant’Andrea, che era da tempo in disuso. Per dodici anni quell’alloggio e il “calore familiare” che si è respirato tra quelle mura hanno dato tranquillità a persone sole e in difficoltà. Poi il terremoto del 2016 ha improvvisamente spezzato la serenità quotidiana di una decina di persone. Lo stabile in contrada Sant’Andrea è diventato inagibile e in poche ore tutti si sono trovati sfollati. Un disagio accresciuto dalle condizioni di salute, in quanto il continuo spostarsi da una località all’altra ha influito negativamente sulle diverse patologie. Per alcuni mesi, infatti, c’è stata l’ospitalità offerta da altre case famiglie della Comunità Papa Giovanni XXIII, poi la sistemazione in una struttura messa a disposizione dalla diocesi a Macerata. «Nel frattempo – ricorda Valentino – la generosità di un imprenditore del Nord, ve-
nuto a conoscenza tramite il Corriere della Sera della nostra situazione di sfollati, ci ha permesso due anni fa di acquistare il terreno, per il quale il comune di Tolentino ci ha rilasciato le necessarie autorizzazioni a costruire. Inoltre la raccolta fondi, tuttora aperta sul conto corrente della Comunità, ha raggiunto una somma consistente, frutto della generosità di benefattori di tutta Italia, consentendoci l’anno scorso di appaltare i lavori (anche se la spesa non è ancora del tutto coperta)». La struttura è principalmente in legno e realizzata con la stessa tecnica applicata per l’attuale chiesa provvisoria di San Catervo. I lavori esterni sono pressoché ultimati; ora mancano gli impianti interni e gli infissi. «Contiamo di tornare a Tolentino alla fine della prossima estate – aggiunge Roberta –, purtroppo senza due di noi che sono venuti a mancare per l’aggravarsi della malattia di cui soffrivano». (Ale.Fel.)