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Emmaus e Avvenire 18 maggio 2021

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Martedì, 18 maggio 2021

MESE DI MAGGIO Rosario in famiglia con EmmeTv

è per tradizione preghiera che nel medi maggio vedeva raccogliersi l’intera famiIglialserosario nell’invocazione alla Madonna.

Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata

Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata

La tradizione si rinnova anche oggi, ma dovendo confrontarsi con le limitazioni imposte dalla pandemia da Covid-19, l’appuntamento per molti si sposta sui media e soprattutto in tv. Anche su EmmeTv, tutti i giorni fino alla fine del mese di maggio, alle 18.30 va in onda il Rosario. Le decine sono recitate e registrate in famiglia, negli ambienti della vita domestica (il salotto, la cucina, la sala da pranzo...); la redazione di EmmeTv provvede alla confezione e alla trasmissione. Chi desiderasse partecipare, può candidarsi telefonando al 339.8325243 (numero dedicato esclusivamente a questa iniziativa).

Inserto di

A Porto Recanati verso il matrimonio con un nuovo stile

La nostra Macerata è Città europea dello sport 2022

La Croce Rossa del capoluogo festeggia 135 anni

Quando in tavola arrivavano le rane e anche le lumache

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Avanza la causa di beatificazione di padre Matteo Ricci e parte quella di fra Mario Gentili

Santi, anche qui tra noi I «santi della porta accanto», come ama definirli papa Francesco, non si sono moltiplicati oggi per un “calo della qualità”, ma per una migliore comprensione di cosa significhi la santità

DI NAZZARENO MARCONI *

Q

Un momento dell’apertura della fase diocesana del processo di beatificazione di fra Mario Gentili

te conosciuto e quelli che ha proclamato durante il suo pontificato. Si devono a lui ben 83 santi. Con questa scelta, ampiamente sottolineata dal Concilio Vaticano II, san Paolo VI voleva proprio portare la Chiesa alla consapevolezza dell’universale vocazione di ogni battezzato alla santità. Un recente studio delle sue omelie per le feste dei Santi e le Bea-

tificazioni, mostra come intendesse fin dagli inizi del suo ministero la santità in maniera nuova. Leggeva le loro vite notando come questi cristiani-modello non avessero per nulla cercato l’eccezionalità. Il suo racconto della santità, innovativo rispetto agli agiografi del passato, voleva differenziarsi perché, come diceva il vescovo Montini già nel novembre

1957, i narratori delle vite dei santi accentuavano troppo «gli aspetti singolari e miracolosi nella vita dei santi, e ne tessevano la storia con narrazioni piene di fatti, leggendari spesso, prodigiosi e stupefacenti. (…) Il mondo dei santi era descritto come un mondo di meraviglie. (…) Questo è vero perché la vita di un cristiano che veramente sia animato dalla

L’ESORTAZIONE

Rellegratevi ed esultate questa la traduzione italiana di Gaudete et Èexsultate, il titolo della ter-

za esortazione apostolica di papa Francesco. Il testo porta la data del 19 marzo 2018, solennità di san Giuseppe, ed è stato pubblicata il 9 aprile successivo. Reca il sottotitolo «Sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo». Nell’introduzione il Papa sottolinea che il suo «umile obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità». La potete leggere sul sito della Santa Sede a questo indirizzo: https://tinyurl.com/ gaudetexsultate

La preghiera rivolta a Maria si alza anche dalle campagne ABBADIA DI FIASTRA

uesto mese di maggio dedicato alla preghiera mariana si sta caratterizzando in diocesi come tempo di riflessione sulla santità per due notizie importanti. Il 9 maggio con l’apertura diocesana della Causa di Beatificazione di fra Mario Gentili e la fine di aprile con la notizia che il Processo di Beatificazione di padre Matteo Ricci ha fatto un passo avanti, per l’unanime voto positivo sulle virtù eroiche da parte della specifica Commissione vaticana. Due cristiani del nostro territorio si avviano a essere beatificati: padre Matteo Ricci morto a Pechino nel 1610 e fra Mario Gentili morto a Tolentino nel 2006. Questo fa pensare: la santità è di tutte le epoche, si realizza in tutti i luoghi e nelle forme più diverse, dalla profondità teologica e culturale di un uomo giunto ai vertici della società cinese come padre Matteo, alla semplicità evangelica di fra Mario, un agostiniano con la licenza elementare, vissuto sempre all’ombra del Santuario di San Nicola nell’umile servizio ai fedeli e ai pellegrini. Questo contrasto aiuta a mettere in luce la maturazione ecclesiale nella comprensione della santità, che ha avuto uno scatto significativo con il Concilio. Santi “grandi”, come padre Matteo e santi “piccoli” come fra Mario ci sono sempre stati nel calendario cristiano, ma quello che la Lumen Gentium (39-42) ha messo in luce è che la santità “piccola”, i “santi della porta accanto”, come ama definirli papa Francesco, non si sono moltiplicati oggi per un “calo della qualità”, ma per una migliore comprensione di cosa significhi essere santi. Diceva papa Francesco in una udienza del novembre 2014 che «Un grande dono del Concilio Vaticano II è stato quello di aver recuperato una visione di Chiesa fondata sulla comunione, e di aver ricompreso anche il principio dell’autorità e della gerarchia in tale prospettiva. Questo ci ha aiutato a capire meglio che tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità». La santità è per tutti e se un santo lo si riconosce perché ha vissuto le virtù cristiane in maniera esemplare, non sono richiesti luoghi, tempi e modalità straordinarie. Il magistero sulla santità dopo il Concilio mostra una straordinaria continuità da Paolo VI fino alla Esortazione apostolica di papa Francesco Gaudete et exsultate dedicata proprio a questo tema. San Giovanni Battista Montini è vissuto sempre in amicizia con i santi, quelli che ha studiato e quelli che ha direttamen-

ese di maggio, martedì, ore 20.30: appuntamento a Villa Magna, alla cappellina cui padre Giovanni FrigeM rio aveva ridato vita. Il meteo non favorevole frena la partecipazione, ma una quindicina di fedeli uniscono comunque la propria voce a quella di don Rino Ramaccioni e don Alberto Forconi, che si alternano nella guida del Rosario, la più tradizionale e sentita delle preghiere mariane. Non manca l’accompagnamento musicale con canzoni tratte dalla Sinfonia Mariana di padre Armando Pierucci ofm.

fede e dalla grazia, non può non essere meravigliosa». Ma la meraviglia non è nell’eccezione o nello straordinario, insegnava monsignor Montini, ma nel Vangelo stesso. Dirà poi da pontefice: «La vocazione alla santità è per tutti, anzi è possibile a tutti. E la Chiesa non si è stancata di ripetere questo invito nel corso dei secoli, e ancora l’ha ribadito fermamente a noi. La vita cristiana deve e può essere vissuta in santità». In piena sintonia ha agito san Giovanni Paolo II che nel corso del suo lungo pontificato ha proclamato ben 482 santi, quando dalla fine del 1500 la Chiesa ne aveva elevati agli onori degli altari in tutto circa 800. Lo stesso papa Benedetto XVI in meno di 8 anni ne ha proclamati ben 45. Non deve stupire perciò la continuità con cui papa Francesco dice che: «Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati a essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno». Sempre san Paolo VI, già negli anni 40, proponeva un “manuale della santità quotidiana” come vita in amicizia con Dio, scrivendo alcune meditazioni per fare della propria esistenza una vita di sequela di Gesù, dentro le vicende e le sfide del tempo. Secondo la sua limpida visione la via della santità è tracciata: dalla scoperta della vocazione che Dio ci dà, dal mettere in ordine la propria vita secondo le giuste priorità indicate dei valori evangelici, da un intenso e fedele impegno nella preghiera e nell’ascolto della parola di Dio, cercando di essere pienamente se stessi nella relazione con la propria storia, con gli altri e con Dio. Una sintesi che il Suo “devoto alunno”, papa Francesco, sviluppa nella bella Esortazione apostolica di tre anni fa Gaudete et exultate che merita di essere riletta in questo mese. * vescovo

BEATIFICAZONE

Tolentino: al via il processo per fra Mario

«M

ia sorella è libera dal tumore per il quale, secondo i medici, non sarebbe più dovuta stare con noi. Io sono certa dell’aiuto di fra Mario e confido in lui …». Questa parole, scritte da una monaca domenicana in una lettera a padre Marziano Rondina, sono tra i tanti segni di devozione popolare che hanno spinto la Congregazione per le Cause dei Santi ad autorizzare il vescovo Nazzareno Marconi ad aprire la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del servo di Dio Mario Gentili, a quindici anni dalla scomparsa, avvenuta il 2 maggio 2006 nel convento di San Nicola a Tolentino. Il processo di beatificazione si è aperto domenica 9 maggio 2021, con l’insediamento del tribunale diocesano che dovrà verificare, attraverso l’ascolto di decine di testimonianze, come fra Mario abbia vissuto eroicamente il Vangelo, cercando sempre il bene, esercitando le virtù teologali, umane e morali. La cerimonia introduttiva – «un gesto pubblico e solenne, che unisce fede e ragione», ha detto il vescovo – si è svolta nella Basilica di San Nicola, proprio dove fra Mario nel 1948 aveva emesso la Professione temporanea e nel 1951 quella solenne. Lì, nella comunità agostiniana di Tolentino – vi era entrato appena quattordicenne – fra Mario è rimasto per tutta la vita, operando con spirito di servizio quale “fratello converso”, cioè religioso senza il compito di amministrare i sacramenti. Con semplicità e gioia, egli ha sempre accolto i pellegrini al Santuario di San Nicola e per questo servizio, che lo ha reso celebre, è stato soprannominato il “frate del sorriso e dell’accoglienza”. Il primo atto del tribunale è stato il giuramento dello stesso monsignor Marconi e dei giudici: don Gianni Compagnucci (delegato episcopale), don Giacomo Pompei (promotore di giustizia), Maria Antonietta Germondani (notaio), Maria Federici Fenati (cursore). Hanno prestato giuramento anche il postulatore generale dell’Ordine Agostiniano, padre Josef Sciberras e la commissione storica presieduta da padre Marziano Rondina e composta da Rossano Cicconi e Paolo Paoloni. Alla cerimonia – coordinata dal vicario generale don Andrea Leonesi – hanno assistito il sindaco di Tolentino Giuseppe Pezzanesi, il Provinciale degli Agostiniani d’Italia padre Giustino Casciano e il priore conventuale padre Gabriele Pedicino, nonché alcuni parenti di fra Mario giunti da Colmurano, dove il Servo di Dio era nato nel 1928, secondo di cinque figli di una famiglia di agricoltori. Alessandro Feliziani

Adolescenti maschi sfidati a superare gli stereotipi DI

GIANCARLO CARTECHINI

I Clint Eastwood, il modello del “macho”

Un uomo deve essere capace di comportarsi partendo da se stesso, da ciò che è buono per lui, non seguendo un modello astratto

l campo da basket è circondato da una rete metallica sfondata in più punti. Oltre la recinzione un prato infestato da graminacee, contro sole. Il cestino dei rifiuti è pieno di lattine, cartoni per la pizza, qualche bottiglia di birra. Un gruppo di ragazzi è seduto a chiacchierare. Ce n’è uno in piedi, di corporatura robusta; indossa un paio di bermuda a cavallo basso che lasciano bene in vista i polpacci pieni di tatuaggi; una saetta dietro l’orecchio sinistro. Si muove in continuazione mentre parla, spostando il peso da una gamba all’altra. Poco lontano, nell’area fitness, due giovani stanno facendo esercizi di oscil-

lazione del tronco, servendosi di maniglioni e barre da trazione. Bicipiti, pettorali, addominali a pieno regime. L’adolescenza è una stagione di discrepanze, di debolezze inconfessabili e di provocazioni lanciate a brutto muso. Un cerchio che non si chiude mai. Mi sono spesso chiesto, ascoltando notizie di violenze sessuali compiute da giovani nei confronti di loro coetanee, con quale modello di mascolinità devono fare i conti i nostri figli. Un bel problema. Come afferma Maria Giuseppina Pacilli, docente di psicologia sociale, nel suo saggio “Uomini duri - il lato oscuro della mascolinità”, gli uomini sembrano chiamati a un compito paradossale: sbarazzarsi delle credenze

sessiste riguardanti le donne, senza però abbandonare un modello di mascolinità tradizionale, caratterizzato da antifemminilità nei comportamenti, dominanza, inespressività emotiva, propensione al rischio, vocazione al successo. Non a caso nella copertina del libro campeggia il volto di Clint Eastwood, il duro che tutti, da ragazzi, ammiravamo: poche parole, sguardo tagliente, mozzicone di sigaro tra le labbra. Essere veri uomini è proprio un bel problema, soprattutto nel corso dell’adolescenza, quando i coetanei dello stesso sesso assumono un ruolo disciplinatore nel punire le espressioni inadeguate di emozioni. Ed è proprio questo il punto: perché a forza di essere rigettati all’interno della gabbia

della mascolinità tradizionale, gli uomini sono portati a rendere invisibile il proprio mondo interiore, condannati a vivere emozioni silenziose, estranee persino a loro stessi. Un capitolo del saggio riguarda il mondo della politica. Oltre al riferimento scontato ai maschi alfa (gli esempi abbondano), un approfondimento interessante riguarda il tema della cura dell’ambiente, tema snobbato dagli uomini duri: infatti, negli stereotipi di genere, il prendersi cura è affare da donne. Mi ha colpito questa sottolineatura, perché esprime lo stesso concetto approfondito da Alessandra Smerilli, suora ed economista, nella sua introduzione alla enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti”: non ab-

biamo imparato l’alfabeto e la semantica della cura, perché da sempre l’abbiamo relegata alla sfera privata riservata alle donne. Insomma, cari compagni uomini, abbiamo molta strada da fare per superare stereotipi che, oltre ad essere dannosi, finiscono per ingabbiarci. Un uomo – il libro si conclude con queste parole – deve essere capace di comportarsi non aderendo a ciò che viene considerato maschile o femminile, ma partendo da se stesso, da ciò che è buono per lui. Uomini e donne dovrebbero avere entrambi la possibilità di esprimere sensibilità senza andare incontro a sberleffi, così come dovrebbero avere entrambi la possibilità di dare mostra di determinazione e coraggio.


COMUNITÀ

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MARTEDÌ 18 MAGGIO 2021

Padre Cimarelli: «L’Africa mi ha fatto crescere» In Congo dal 1993 al 2015: «In missione si impara a guardare a tutte le pandemie del mondo» DI PADRE

GABRIELE CIMARELLI *

H

Padre Gabriele Cimarelli osx

o vissuto la mia missione in Congo (RDC) dal 1993 al 2015, in una regione, il Congo orientale, il Ruanda e il Burundi, funestata da conflitti armati, genocidi e migrazioni di popoli. Ho lavorato in un primo tempo in parrocchia, impegnato nel catecumenato, la formazione dei leader pastorali e l’animazione delle comunità cristiane viventi (shirika). In un secondo momento sono stato impegnato come formatore dei futuri missiona-

ri. La giovane Chiesa congolese mi ha insegnato lo spirito comunitario, la corresponsabilità dei laici e lo slancio missionario. Sono andato in Congo con la mia umanità, a portare Gesù, ad annunciare il suo Vangelo. Egli ci ha insegnato a chiamare il Padre “papà”; ci ha detto di perdonarci reciprocamente, di perdonare anche i nemici. Ho cercato di vivere come ha vissuto Gesù. L’incontro quotidiano con Gesù risorto nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, nella celebrazione dell’Eucaristia ha rifatto e rifà le mie forze e mi ridona il coraggio di testimoniarlo in un mondo che ancora non lo conosce. Siamo tutti chiamati a essere la Parola, una Parola vivente, fatta di vita. Noi sacerdoti dobbiamo sempre ricordare che Gesù ci af-

fida se stesso attraverso i sacramenti: è Gesù che opera, che battezza, confessa... Lo fa attraverso di noi. La missione è attuale anche in tempo di pandemia. È un tempo difficile perché siamo chiamati a vedere tutte le pandemie che ci sono nel nostro mondo: profughi, bambini che muoiono di fame, guerre, economia che isola i Paesi l’uno dall’altro. Dobbiamo saper affrontare questa realtà con lo sguardo di Gesù. Noi missionari saveriani siamo chiamati a seguire Gesù da vicino con un amore povero, casto e obbediente in comunità internazionali, interculturali. Quest’anno celebriamo i cento anni delle prime costituzioni e della Lettera testamento nella quale il nostro Fondatore, san Guido Maria Conforti

(1865-1931) sintetizza il nostro carisma. Dal 5 maggio e fino al 22 stiamo celebrando il XVI Capitolo della Regione Saveriana d’Italia che ha come tema: Profezia nella concretezza. Come vivere la missione in Italia oggi in questo cambio d’epoca? Nel nostro Paese ormai ci sono persone che provengono da popoli, culture e religioni differenti; pertanto noi potremmo portare il nostro contributo nel primo annuncio del Vangelo ai non cristiani, nel dialogo con le altre religioni e le altre culture e l’accoglienza degli immigrati. La comunione con gli altri ci aiuta a realizzare il motto del nostro fondatore: fare del mondo una sola famiglia in Cristo. Come vivere insieme conoscendo i propri limiti? Dopo aver lavato i pie-

di ai suoi discepoli, Gesù ci ha lasciato il comandamento dell’amore: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi!». Pian piano, se hai un cuore aperto, chi ti è accanto non è che cambi carattere o età, ma sente che tu lo ami e questo cambia tutto. La prima porta del dialogo è l’amore, il voler bene con semplicità. Gesù fa quello che avrei voluto fare tante volte e magari l’ho fatto, lavorando con tanta fatica. Invito perciò ad avere coraggio, a vivere profondamente le relazioni, sapendo che Dio è il Signore. Siamo missionari a vita, quindi anche nella sofferenza e nella malattia. Un confratello del reparto malati un giorno mi ha detto: «Mi sento missionario anche in carrozzella!». * missionario saveriano

Lo stop bruscamente imposto dal Covid-19 ad attività e incontri ha piegato il nostro punto di vista, insegnandoci che se rallentassimo e ci affannassimo di meno, potremmo vedere più “cose”

Un anno e mezzo che ci ha cambiato Una vita diversa, vissuta tra quattro mura con lo sguardo rivolto all’esterno DI LAURA

Il Covid vissuto dai bambini

PALMUCCI

S

e qualcuno mi avesse detto, solo un anno e mezzo fa, che l’umanità si sarebbe trovata a vivere un’esperienza di pandemia così diffusa, probabilmente l’avrei preso per pazzo. Questa realtà ci sta mettendo tutti con i piedi a terra, ricordandoci che siamo creature fragili. Ci sta ricordando che niente o quasi dipende da noi e che a noi è chiesto invece di prenderci cura di questo pianeta e, per prima cosa, delle persone che lo abitano. La situazione pandemica sta cambiando la nostra esistenza. Tutti sentiamo fortemente le restrizioni. Le famiglie sono state costrette a modificare le proprie abitudini, anche ripensando a nuove modalità di vivere la casa. Una casa spesso non abbastanza grande per affrontare il “confinamento”, che è diventata contemporaneamente luogo di lavoro, di studio, di svago. La famiglia ha dovuto rinunciare a vivere relazioni parentali e amicali in presenza. Si è dovuto inventare un modo nuovo di incontrarsi. Il confinamento ha limitato le uscite per prevenire gli assembramenti e i probabili contagi. Ma cosa più triste, la pandemia ha impedito le “entrate”: ha spinto a chiudere le porte di casa, alimentando diffidenza e sfiducia. La casa, che è luogo di accoglienza per antonomasia, rischia di non essere più il luogo in cui la socialità si genera e viene nutrita. In modo particolare ai bambini manca la fisicità! Li abbiamo visti scambiarsi colpi di gomito, «Ma non è la stessa cosa, maestra, io ti voglio abbracciare!». E in quel loro abbraccio c’è tutto l’affetto e la gratitudine di cui sono capaci. Con le mani si sente il calore del corpo dell’altro, la stretta fa riconoscere che si è benvenuti. In parte lo sguardo sta sostituendo abbracci e

strette di mano, seppur mediato dalla presenza delle mascherine. Certo, quasi con rassegnazione, potremmo dire «meglio di niente». Ma quanta fatica per i piccoli, abituati a leggere l’espressione dal volto dei compagni, della maestra, del nonno.

Vivendo nella scuola ho ben chiara la capacità di adattamento dei bambini. Eppure molti di loro stanno chiedendo con insistenza quando tutto questo finirà. Ciò che a loro manca, riconoscono, sono soprattutto le relazioni. Sono mancati gli abbracci

e le coccole di nonna; i giochi e le feste con gli amici, le sudate al parco e la partita a pallone nel campetto. Allo stesso tempo è cresciuta la paura di costituire un veicolo nella trasmissione del virus, proprio per i nonni. I bambini sono stati costretti a rein-

ventarsi una quotidianità di gioco fatto di distanze e di sanificazione. I ragazzi (ma non solo!) hanno trasformato le loro camere in palestre-aulepub-muretti. Una vita diversa, vissuta con lo sguardo rivolto all’esterno, restando sempre nelle solite quattro

PORTO RECANATI cosiddetti corsi per fidanzati, che oggi chiamati Percorsi per coppie Icheandrebbero si preparano al sacramento del

Matrimonio, dato che la stragrande maggioranza delle coppie che partecipano sono già conviventi, restano una occasione preziosa per la Chiesa di proporre attraverso i volti e le testimonianze di sacerdoti e famiglie la grandezza e la bellezza del Matrimonio cristiano insieme alle esigenze e alla scelte che ne derivano. Lo abbiamo visto anche in questo anno nel tempo della emergenza sanitaria. L’esperienza fatta a Porto Recanati me lo conferma. Abbiamo svolto una parte degli incontri in presenza e poi una parte online, compreso quello diocesano con il vescovo Nazzareno. Abbiamo notato nelle coppie un desiderio significativo di aprirsi e condividere la vita. Non si vedono nelle coppie, soprattutto in questi ultimi, anni motivazioni dettate dall’obbligo o da una specie di lasciapassare per il Matrimonio.

In cammino verso il sacramento del Matrimonio C’è voglia di confidare storie, visioni della vita e ricerca di fede nel piccolo gruppo, insieme ad una buona dose di docilità nel lasciarsi accompagnare. Certo, in un contesto difficile per la famiglia come è quello che stiamo vivendo, ciò che sto dicendo sembra essere un sogno. lo definirei piuttosto un segno che ci invita a coltivare un ambiente familiare e informale di Chiesa. Una esperienza importante poi che in questo anno noi sacerdoti e le famiglie animatrici di Porto Recanati abbiamo vissuto è stata la formazione. Ci siamo ritrovati

settimanalmente sia in presenza sia online per condividere tra noi il tema che poi sarebbe stato presentato alle coppie e questo ci ha portato a un affiatamento e a un cammino insieme che stiamo continuando anche dopo il corso, un cammino di fede per e con le famiglie aperto anche a giovani coppie. Sperando che si riprendano in futuro a vivere questi itinerari di fede soltanto in presenza, che ovviamente è la forma più vera e più bella, devo ammettere che anche la forma online in qualche modo per il futuro sarà da integrare soprattutto per testimonianze e contributi di qualità che si possono avere con questi mezzi e comunque per continuare a offrire materiale prezioso che può essere condiviso in maniera veloce e semplice su queste piattaforme che potrebbero diventare anche luoghi dove attingere un buon nutrimento per crescere nella fede. Gabriele Crucianelli

mura, una sorta di grande finestra sul cortile. Con i social sempre più presenti nelle nostre vite. Così, anche come famiglie abbiamo provato ad abitare questo spazio virtuale: con le videochiamate ai nonni, le chiacchierate su Zoom con gli amici, la Dad, lo smart working, fino alle preghiere online. In questo tempo i bambini hanno scoperto una scuola diversa, che pur nella complessità della situazione, è stata presente. Tutto è migliorabile, ma «Almeno, maestra, ti vedo senza mascherina!», come mi ha detto tante volte un piccolo alunno. In effetti almeno ci siamo visti e abbiamo mantenuto un legame! Forse anche qualcosa di più. Mi colpisce sempre la creatività dei bambini, la loro positività, le storie inverosimili in cui sconfiggono il male, anche il Covid-19! In giardino, l’altro giorno, un bambino correva in modo pericoloso e l’ho invitato a calmarsi. Mi ha detto: «È vero maestra, se corro non riesco a vedere tante cose: quell’insetto che vola, il colore del fiore e gli uccelli che stanno sull’albero». Piccola perla di sapienza che mi è stata donata: forse se anche noi rallentassimo e ci affannassimo di meno, potremmo vedere più “cose”! Grazie piccolo S. per avermi regalato questa perla.

Napoleone contro il santuario della Misericordia Trecentosessantatré furono le vittime in città; nove nella chiesa. L’edificio sacro fu depredato e danneggiato gravemente DI IVANO

A

PALMUCCI

seguito del trattato di Tolentino, che imponeva alla Santa Sede pesanti condizioni, tra cui il pagamento di ingenti somme in denaro o in oggetti preziosi, anche Macerata fu chiamata a dare il proprio contributo. Non fu sufficiente che il vescovo Alessandro Alessandretti andasse a ricevere Napoleone alle porte della città

in quel pomeriggio piovoso del 14 febbraio 1797, a poco servì l’accoglienza che gli fu riservata con il soggiorno nel settecentesco Palazzo Torri, non fu concessa alcuna deroga. Così i Commissari della Truppa francese nel giorno stesso della conclusione del trattato, il 19 febbraio, si presentarono nel Santuario della Madonna della Misericordia, cuore della devozione mariana dei maceratesi, e prelevarono l’iconostasi del quadro della Vergine in argento, le lampade, la croce, i candelieri e i reliquiari lasciati in dono dal benefattore Marefoschi, il paliotto dell’altare, un ostensorio e un calice ed infine gli ex voto per un totale di «147 libre» di metallo prezioso.

Ma il moto di insorgenza antifrancese, che a Macerata ebbe come animatore e capo Giuseppe Vanni di Caldarola, il quale si adoperò a ristabilire nella città il primitivo ordine, abbattendo l’albero della Libertà ed elevando nella piazza del Municipio lo stemma pontificio, attirò di nuovo l’esercito francese. Dopo aver fiaccato la resistenza degli insorgenti con un fuoco serrato di artiglieria dalla collina di S. Croce, i francesi il 5 luglio 1799 dilagarono in città e raggiunta la piazza si accanirono con numerosi colpi di mitraglia e di moschetto contro la statua equestre del patrono S. Giuliano, contro lo stemma pontificio e contro il quadro della Vergine

Immacolata, esposti come simbolo di resistenza. Saccheggiarono e infierirono anche sulla popolazione. Trecentosessantatré furono le vittime della barbarie e della crudeltà dei soldati. Nove furono le persone massacrate nello stesso Santuario della Misericordia, rimasto aperto per dare rifugio e salvezza. Particolare fu l’accanimento dei francesi contro il luogo sacro che rischiò di essere irreparabilmente danneggiato. Le cronache del tempo descrivono lo scempio sacrilego consumato ai danni della chiesa: «I soldati la presero a bersaglio con i loro fucili e, penetrativi entro ne fecero oggetto del più iniquo attentato». Forzarono gli armadi

Firma del Trattato di Tolentino il 19 febbraio 1797. Protagonisti principali Napoleone e il cardinale Alessandro Mattei

per asportare i vasi sacri, spezzarono il ciborio in metallo dorato, calpestarono le sacre reliquie, imbrattarono i dipinti, frantumarono i marmi, crivellarono con i proiettili la Sacra Immagine dalla quale asportarono la corona d’oro e i gioielli. Addirittura salirono sul

tetto e staccarono le lastre di piombo dalla cupola. Ma i maceratesi, passata la bufera, dimostrarono ancora una volta la profonda devozione verso la Madonna della Misericordia e si prodigarono a riparare i danni e a riportare il caro Santuario all’antico splendore.


SPORT

MARTEDÌ 18 MAGGIO 2021

Un fischietto maceratese in Serie A T

CONCORSO

Vita da arbitro: storie di campo essuna ammonizione, gol o altro da annotare sul taccuino, ma semplicemente N la propria esperienza nel mondo del calcio.

Il concorso “Vita da arbitro. Scrivendo correndo” promosso dall’Aia Macerata, la sezione provinciale dell’Associazione Italiana Arbitri, vuole riscoprire le storie dei direttori di gara, degli assistenti e degli osservatori, tra i principali protagonisti dei campi di ogni categoria. «Si tratta di una prima edizione che pone al centro una proposta di scrittura – ha spiegato il presidente dell’Aia Macerata Gilberto Sacchi –; l’obiettivo del concorso è far conoscere le vicende dei componenti che rendono così unica la nostra Associazione». Entro la scadenza del 30 agosto, si dovrà produrre un racconto breve (edito o inedito), allegando una copia della tessera federale e indicando nome, cognome, indiriz-

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zo completo, recapito telefonico, età anagrafica e anzianità arbitrale. «Abbiamo previsto anche una speciale sezione del concorso dedicata a chi è diventato arbitro nelle Stagioni Sportive 2019/2020 e 2020/2021 – ha aggiunto Sacchi –, i premi per i fortunati vincitori sono oggetti in argento, pergamene e altre piacevoli sorprese». La classifica finale e le opere vincitrici saranno pubblicate poi sul web. Soddisfazione è stata espressa anche dal presidente del Comitato Regionale Arbitri delle Marche Carlo Ridolfi. (A.Moz.)

rentasette anni ancora da compiere e una lunga gavetta alle spalle tra Lega Pro e Serie B per l’arbitro maceratese Juan Luca Sacchi. Un crescendo di presenze e prestazioni che lo hanno condotto fino alla Serie A e alla “Scala del calcio”, lo stadio San Siro, per MilanSassuolo 1-2 del 21 aprile scorso; e per due volte ad arbitrare la Juventus all’Alleanza Stadium di Torino, nelle sfide di inizio anno con il Bologna (il 24 gennaio, risultato 2-0 per i padroni di casa) e lo Spezia (3-0 per i bianconeri piemontesi il 2 marzo). Recentemente è stato invece il quarto uomo nel big match tra Juve e Milan. Un 2021 iniziato nel migliore dei modi, ma è tutta la stagione in corso a segnare una presenza fissa di Sacchi sui campi di categoria: da luglio 2020 al mese di maggio (ultima gara a Genova per Sampdoria-Roma 2-0) sono per il momento 13 le partite arbitrate. Il fischietto macera-

tese, nato a Treia ma originario della vicina Appignano, mantiene un forte legame con la sua terra. Nel 2015, la città di Treia ha deciso di assegnargli il Premio Carlo Didimi, campione nella vita e nello sport, durante l’edizione di quell’anno della Disfida del Bracciale, la rievocazione storica cittadina in cui gli atleti ripercorrono i fasti, appunto, del cam-

Il direttore di gara Juan Luca Sacchi

pionissimo dell’Ottocento Didimi, il cui coraggio e ardore nel gioco furono cantati anche dal poeta Giacomo Leopardi. Non solo, più recentemente, Sacchi ha sostenuto insieme ad altri protagonisti dello sport l’iniziativa dell’Anffas Macerata, donando in un’asta di beneficenza organizzata dall’associazione le casacche ufficiali di Cristiano Ronaldo (Juve), Lautaro Martinez (Inter), Çalhano lu (Milan), Belotti (Torino) e Castrovilli (Fiorentina). Un evento che ha consentito di ricavare fondi in un momento difficile come quello della pandemia da Coronavirus che mette ancora più a rischio la salute delle persone fragili. Infine, Juan Luca Sacchi è stato anche il volto della candidatura di Macerata a Città Europea dello Sport 2022: l’arbitro è stato infatti tra i testimonial che hanno portato all’aggiudicazione del riconoscimento. Andrea Mozzoni

L’attività sportiva provinciale e i suoi tanti successi: storie d’eccellenza per un territorio che ha saputo guadagnarsi rispetto e spazio in ambito nazionale e internazionale

Macerata capitale 2022 dello sport europeo

PRIMATO

Lube 6 volte regina d’Italia del volley

S

Premiata la grande varietà di attività, tesserati e associazioni DI

ANDREA MOZZONI

M

acerata Città Europea dello Sport 2022. L’ufficialità è arrivata lo scorso 1° aprile, senza alcuno scherzo, attraverso una lettera di Gian Francesco Lupattelli, presidente di Aces Europe, l’Associazione no profit con sede a Bruxelles che certifica da venti anni il riconoscimento, indirizzata al sindaco Sandro Parcaroli. A essere celebrata dalla Commissione esaminatrice è stata «l’anima sportiva della città», secondo quanto espresso dal claim della candidatura: “Will be sport”. Macerata guarda ora al futuro con l’intento di promuovere in modo ancora più efficace uno stile di vita rivolto al benessere del corpo e della mente. Ma quali sono stati i punti di forza della candidatura? Dall’Amministrazione comunale si è evidenziata «la varietà di attività sportive praticate... il numero cospicuo di tesserati, di società e associazioni operanti nel mondo dello sport sul territorio comunale»; oltre alla capacità di «trasformare in atti concreti il motto “sport per tutti”, permettendo anche a ragazzi provenienti dalle famiglie meno abbienti di fare sport». Pilastro della vittoria di Macerata sono state, inoltre, «la particolare attenzione rivolta al sociale, la visione dello sport come driver di sviluppo territoriale e di incoming turistico». Elementi ai quali si aggiungono il connubio tra sport e cultura, come dimostrano le esperienze dei festival cittadini. «Lo sport fa parte dell’anima della città da sempre e l’attività sportiva è parte rilevante e integrante dell’identità di Macerata; uno sti-

Il sindaco Sandro Parcaroli e, a sinistra, l’assessore Riccardo Sacchi dopo la consegna a Roma del riconoscimento del Coni. In alto il logo della candidatura della città nella campagna “Will be sport” che ha visto la realizzazione del video di Gianluca Grandinetti prodotto da Pindaro Eventi.

le di vita all’insegna dell’accessibilità, del benessere del corpo e dello spirito – ha spiegato in tal senso il sindaco Parcaroli –, praticare uno sport significa impararne le regole, rispettare gli altri, far parte di una comunità e imparare i valori dell’etica e del rispetto dell’altro, che educano a saper lottare, vincere e perdere nello sport come nella vita. Macerata si è candidata a Città Europea dello Sport 2022 per innescare un processo di cambiamento, per creare un ecosistema di condizioni che incentivino investimenti e partnership pubblico-private, per trasformare la fiducia generate in radici di sviluppo dei prossimi decenni». L’assegnazione del riconoscimen-

to ha suscitato l’entusiasmo, come prevedibile, anche dell’assessore allo Sport Riccardo Sacchi: «Si tratta di un’opportunità incredibile per valorizzare la nostra città e incentivare ogni forma di pratica sportiva, cogliendo nuova linfa dall’essere Città Europea dello Sport 2022, che ci permetterà di entrare a far parte di un importante network internazionale – ha detto –; vorrei rivolgere un particolare ringraziamento a tutti coloro che hanno sostenuto la candidatura: dalla Regione Marche alla Provincia di Macerata, dall’Università degli Studi di Macerata fino al Coni Marche, al Comitato Italiano Paralimpico Marche a tutte le società e le associazioni del territorio, senza dimenticare il

prezioso e costante contributo dei volontari impegnati nello sport. A vincere è stato infatti un lavoro di squadra che ha visto la partecipazione delle tantissime anime della città. Non ultimo il video di presentazione della candidatura realizzato da Gianluca Grandinetti e prodotto da Pindaro Eventi». La cerimonia di assegnazione del titolo di Città Europea dello Sport 2022 si è svolta pochi giorni dopo l’arrivo della notizia. Il 12 aprile a Roma, presso la sala del cerimoniale del Coni, la premiazione. Il sindaco Parcaroli e l’assessore Sacchi hanno preso parte all’incontro che ha visto la consegna delle “ciotole” di benemerenza e le targhe ai Comuni italiani riconosciuti quali “European City-

Town-Community of Sport 20212022”, oltre a quelle per le candidature per l’anno 2023. Presenti all’evento il presidente del Coni Giovanni Malagò e la sottosegretaria allo Sport, la marchigiana Valentina Vezzali. «Per tutta la città è stato un grande onore prendere a questa manifestazione – ha aggiunto ancora Primo cittadino –, sul valore dello sport stiamo investendo e continueremo a investire». Dello stesso parere anche Sacchi: «Il premio riconosce il valore di una progettualità condivisa e aperta». A unirsi ai rallegramenti per il titolo ottenuto da Macerata anche il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli e l’assessore delegato Giorgia Latini.

esto Scudetto per la Cucine Lube Civitanova. Un vittoria giunta al termine della serie giocata contro Perugia, ormai avversaria storica e ricorrente del club biancorosso. La squadra affidata alle cure di Gianlorenzo Blengini dopo l’esonero di Ferdinando De Giorgi, ha chiuso la stagione con una doppietta tricolore. Dopo la settima Del Monte Coppa Italia vinta a fine gennaio, il club cuciniero ha chiuso il cerchio arricchendo la bacheca con lo Scudetto, ovvero il titolo numero 24 della sua storia che vanta nel palmares di essere stato campione del mondo, d’Europa e d’Italia, con, inoltre, 2 Champions League, 1 Mondiale per Club, 7 Coppe Italia, 3 Coppe CEV, 1 Challenge Cup e 4 Supercoppe. A commentare la gioia della Cucine Lube Civitanova è stato il vice presidente Albino Massaccesi, che ha ricordato il passato, esaltato il presente, prima di pensare già agli obiettivi futuri del club, secondo quella che è la filosofia del patron biancorosso Fabio Giulianelli, «La Cucine Lube partecipa a tutte le competizioni per arrivare fino in fondo». Un feeling con le finali, dunque, che sembra essere decisamente migliorato: «La Cucine Lube in questi anni ha sempre lottato al vertice – ha affermato Massaccesi –, dopo lo Scudetto e la Coppa Italia vinti durante il primo ciclo di Blengini in panchina, abbiamo dovuto fare i conti con 7 battute d’arresto all’ultimo step e fatto tesoro delle occasioni sfumate». La Lube sembra intenzionata a dare ancora battaglia sui campi di volley mondiali: « Continueremo a lavorare per dare una continuità al bellissimo percorso senza mai snobbare nessuna kermesse ha concluso -, senza il blocco dei tornei nel 2019/20 dovuto al Coronavirus forse la bacheca sarebbe ancor più ricca». (A. Moz.)

In un libro la storia di Basket e Olimpiadi DI

TIZIANA TIBERI

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Nunzio Spina

ell’anno delle Olimpiadi di Tokyo e del centenario della Federazione Italiana Pallacanestro, esce un libro, edito da BKC, che racconta il lungo cammino dei tornei di basket nella manifestazione a cinque cerchi, con un occhio di riguardo alle partecipazioni delle Nazionali azzurre. Un libro scritto a quattro mani da Nunzio Spina (nella foto) e Roberto Quartarone, con la presentazione di Guido Bagatta, noto giornalista e commentatore tv di basket. Un volume di 304 pagine corredato da 205 tra immagini e foto che riper-

corrono i ricordi dei protagonisti azzurri: da Giorgio Bongiovanni e Achille Canna (Helsinki ’52) a Dino Meneghin, Renato Villalta, Bruno Arrigoni e Lidia Gorlin (Mosca ’80) ai più recenti arbitri italiani Fabio Facchini (Pechino 2008) e Luigi Lamonica (Londra 2012). Per ogni edizione olimpica sono riportate le classifiche e i migliori marcatori, statistiche, record e curiosità; e per finire, tutti i tabellini delle partite disputate dalle due Nazionali italiane. Non è la storia del “Basket alle Olimpiadi”, ma una storia di “Basket e Olimpiadi” – ci spiega l’autore Nunzio Spina, medico per professione

giornalista per passione –. Una cosa non può essere prelevata singolarmente dall’altra, deve portarsi dietro tutto: scenario, rituali, senso di appartenenza a una polisportiva nazionale. In una parola: deve portarsi dietro lo “spirito olimpico”. E allora si sco-

pre che questa storia ha qualcosa di diverso e di unico, dove il sogno e l’emozione di giocare su un parquet si sommano e si mescolano con quelli di ritrovarsi in una sfilata inaugurale o in un villaggio di atleti di tutto il mondo. Il libro ripercorre i tornei cestistici – maschili e femminili – da Berlino 1936 a Rio de Janeiro 2016. Bandiere, inni e campioni di tutte le discipline olimpiche. La passione per lo sport in generale e il basket in particolare nasce per il dottor Spina a Catania, sua città d’origine, dove oltre a una breve carriera cestistica, ha collaborato negli anni 50 da giornalista pubblicista con il quotidia-

no “La Sicilia” accanto a Candido Cannavò; da allora la sua penna continua a firmare articoli su riviste specialistiche e siti di pallacanestro. Sport metafora della vita: sarà così anche per i Giochi di Tokyo 2020 segnati come tutto il mondo dal nemico invisibile Covid-19, sospesi lo scorso anno torneranno a regalarci sogni ed emozioni dal 23 luglio all’8 agosto 2021. Immutato il nome “Tokyo 2020” , resterà nella storia tra i multipli di quattro, portandosi dietro tutto poiché – conclude il libro – «Lo spirito olimpico ha sempre dovuto confrontarsi con debolezze, bisogni e progresso del genere umano!».


SOCIETÀ

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MARTEDÌ 18 MAGGIO 2021

Filippo Davoli, «Dentro il meraviglioso istante» l’ultima opera del poeta: parola che scova la vita

LE CELEBRAZIONI

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celebrazioni del VII centenario del beato Tommaso si sono con la pubblicazione del libro “Tommaso da Tolentino, Lstoriaeaperte di un francescano” (edizioni Terra dei Fioretti, Provincia Pi-

ilippo Davoli è poeta e uomo che si dà al positivo nella generosità dell’esperienza di cristiano e di poeta, quindi di uomo, toccando tutti gli ambiti dell’esistenza attraverso il dialogo e la musica che ben si identifica con la sua voce: «La mia catena di montaggio è un cuore / che ascolta il fondo e lo riporta in alto». Quest’altezza percorre tutta la poesia/vita del poeta marchigiano che fa brillare il dettato dell’esperienza, quel mondo del vissuto, prima delle codificazioni “normative”, prima delle regole. E questo dà libertà e consapevolezza ai versi, un lirismo senz’ali che si alza senza forzare la retorica o lo stile. Crediamo sia qui il carattere più autentico della sua ultima opera, una raccolta che sa parlare a

ciascuno con la forza dell’incontro e del destino condivisi esistenzialmente. La vitalità di ogni chiosa risulta essere la misura della luce, che è la misura dello sguardo sul mondo. Una vita che si costruisce, che si fa avanti, che ti risucchia, come se partecipasse di tutte le creature, come Agostino. E proprio come Agostino, questi testi sono una confessione, ovvero un mettersi in dialogo: si esprime tramite poesia una necessità di convivenza, una frequentazione dell’Alto attraverso il quotidiano, la mansuetudine delle giornate maceratesi, immerse in un torpore arcaico. In questo Davoli guarda a Leopardi, ma fermandosi alla carne, con atteggiamento nutrito di curiosità e spirito di osservazione.

Roberto Sani analizza il successo dell’oratorio di san Filippo Neri

Una pubblicazione per il VII centenario del beato Tommaso da Tolentino

Filippo Davoli, ancora una volta, suggerisce una sintassi, una grammatica dell’oikos, dell’esigenza originaria della famiglia. Invece c’è vulnerabilità, c’è dinamica e l’autoritratto diventa motivo di critica, di discussione, di continua fabbricazione. La catena di montaggio è il modus, la potenza di una parola chiara che si ridefinisce continuamente senza perdere la vicinanza, e forse adiacenza, al terrestre. Davoli è poeta che sa mettersi a confronto con i maestri, Mario Luzi in primis, insieme a Guido Garufi, altro poeta maceratese che rompe gli argini della regionalità per esprimersi in canto. Dentro il meraviglioso istante è pubblicato per i tipi di Carta Canta editore, con prefazione di Giovanni Tesio. Riccardo Canaletti

U

na decina di anni fa la Rai mise in onda una fortunata fiction televisiva dedicata alla figura di san Filippo Neri, cui è intitolata l’omonima bella chiesa barocca nel centro storico di Macerata. “Preferisco il paradiso” – questo il titolo del film per la Tv –, nell’unire storia e leggenda, rese rinnovata popolarità all’opera “innovatrice” del sacerdote fiorentino che, nella Roma del Cinquecento, diede vita al primo Oratorio per l’assistenza spirituale ed educativa dei piccoli trovatelli della città. Ora, Roberto Sani, professore ordinario di Storia dell’educazione all’Università di Macerata – della quale è stato anche rettore –, ha dato alle

cena S. Giacomo della Marca dei Frati Minori, 2021, pp.378, s.i.p.). Al volume hanno lavorato per alcuni anni, tra devozione, passione e ricerca, Paolo Cicconofri, Carlo Vurachi e Franco Casadidio. Veste grafica elegante e ricchezza di immagini, la pubblicazione ricostruisce la vita di Tommaso, la storia del culto a lui dedicato a Tolentino e nella località indiana di Thane, dove il 9 aprile 1321 subì il martirio, nonché il contesto storico-culturale in cui il frate si trovò a operare. Il libro fa luce definitiva sulla data di nascita di Tommaso, che gli autori collocano nel 1255, dieci anni dopo quella ipotizzata a fine Ottocento dal postulatore dalla causa di beatificazione. Intorno al 1270, appena quindicenne, il giovane della nobile famiglia Capeccioni entrò nel convento di Tolentino, uno dei più antichi (insieme a Serrapetrona e Urbino) degli 83 insediamenti francescani che alla fine del XIII secolo già esistevano nella Marca anconetana. (Ale.Fel.)

stampe un libro (La leggenda del “santo educatore”, edizioni EUM, Macerata 2021, pp. 138, euro 13) in cui, con il rigore scientifico proprio dello studioso, approfondisce la genesi e le caratteristiche della “tradizione” che attribuisce a San Filippo la fama di «educatore dell’infanzia e delle gioventù». Dall’esame delle testimonianze rese nel corso dei processi di beatificazione e canonizzazione di san Filippo, l’autore approfondisce il grande successo che quella istituzione educativa ha avuto nei secoli seguenti, attraverso l’opera di vari istituti religiosi e in primo luogo di san Giovanni Bosco con la sua congregazione Salesiana. (Ale. Fel.)

Sono circa mille i volontari del Comitato locale dell’organizzazione sanitaria più diffusa al mondo, attiva in città dal 1886 e che oggi sostiene oltre 1.200 famiglie

Croce Rossa 135 anni di attività a Macerata DI

M. NATALIA MARQUESINI

L’

8 maggio 1828 nasceva Jean Henry Dunant, fondatore della più grande organizzazione sanitaria del mondo: il movimento internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Oggi proprio in quella data si festeggia la Giornata internazionale dedicata ai 14 milioni di volontari di tutto il mondo, di cui 150mila italiani, 6.500 nelle Marche e circa mille nel comune di Macerata. E proprio a Macerata abbiamo incontrato la presidente del Comitato locale Rosaria Del Balzo Ruiti che, insieme a una rappresentanza di volontari, ha dato vita a un flash mob davanti allo Sferisterio, illuminato per l’occasione dall’amministrazione comunale con i colori della Croce Rossa e dai lampeggianti dei mezzi presenti. Un minuto di silenzio per le vittime del Covid e per rendere onore ai tanti volontari che in quest’ultimo anno non si sono mai tirati indietro quando era il momento di aiutare chi si trovava in difficoltà; senza fare mai distinzioni di razza, credo, estrazione sociale o culturale, proprio come i principi che hanno ispirato lo svizzero Dunant durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, che a Solferino capì l’importanza di una presenza super partes che andasse in soccorso a ogni uomo ferito. Un’attività, quella della Croce Rossa maceratese, in continuo sviluppo da 135 anni: «Fonti assolutamente attendibili la danno come un comitato già fiorente nel 1886 – spiega la presidente Del Balzo Ruiti – e considerate che la prima convenzione di Ginevra risale al 1864». Ad oggi la Croce Rossa, oltre i servizi sanitari e di

protezione civile, è impegnata nel sostegno a tante famiglie maceratesi, ben 1285, attraverso la consegna di generi alimentari, di medicine, il supporto economico con il pagamento di utenze domestiche o nel fornire strumenti per la didattica a distanza. Nell’ultimo anno in particolare l’organizzazione ha visto un aumento del 25% di richieste da parte di famiglie e lavoratori, artigiani e ristoratori che si trovano a fronteggiare l’emergenza economica conseguenza di quella sanitaria. Spiega Del Balzo Ruiti: «L’uomo quando è in difficoltà trova nel volontario di Croce Rossa qualcuno in grado di dargli una mano in modo competente». Il cuore della Croce Rossa rimane l’assistenza sanitaria, come il servizio offerto gratuitamente allo Sferisterio durante le serate del Macerata Opera Festival e i trasporti sanitari dei malati, che la vedono attiva con una media che va dai 500 ai 600 trasporti sanitari al mese. «Il periodo del Covid19 è stato parecchio duro – ci racconta Benjamin, un giovane volontario -, è

Delegazione di Croce Rossa il Comune

I volontari della Croce Rossa di Macerata allo Sferisterio illuminato in occasione della Giornata internazionale

stata un’esperienza sicuramente unica, sicuramente dura. L’abbiamo affrontata con il cuore, l’abbiamo affrontata con le lacrime ma non ci siamo mai tirati indietro». Le attività che attualmente più pesano agli operatori sanitari sono sicuramente quelle legate al rispetto rigoroso delle misure di contenimento dei contagi: mantenere le distanze, fare attenzione a ogni movimento proprio e altrui e la sanificazione dell’intero ambito sanitario. «Quando vai a prendere un malato Covid a casa, non sai mai quale situazione ti aspetta e nella mia esperienza posso dire che spesso è stato straziante, e ha richiesto tempi molto maggiori di quanto preventivato». Nonostante la fatica però l’esperienza è di quelle che arricchiscono e fanno sentire il volontario parte attiva nella costruzione di un mondo migliore: «Mi sento di consigliare a tutti, soprattutto ai giovani, l’esperienza di volontariato in Croce Rossa, anche perché operiamo in moltissimi ambiti, dove ognuno può formarsi, sviluppare i propri interessi e vivere occasioni di integrazione e socialità». A tal proposito arriva l’invito della presidente: «Le nostre porte sono aperte! Chi vuol dedicare una parte del proprio tempo e delle proprie energie agli altri, agli esseri umani in difficoltà, deve solo bussare alle nostre porte, fare il corso e diventare uno di noi. Mi si può dire: qual è la ricompensa? È una ricompensa molto semplice, ma che ha un valore straordinario: una carezza, un sorriso, il grazie delle persone che riusciamo ad aiutare. Ci riempiono il cuore ci fanno sentire persone migliori e fanno sì che diventiamo cittadini migliori di questo Paese e di tutto il mondo».

COVID

Cingoli, chi ce l’ha fatta conferma: venirne fuori è stata molto dura metà marzo la città di Cingoli ha subito una forte ondata di contagi da A Covid-19, saliti a toccare quota 150, con

300 persone in isolamento domiciliare. La pandemia ha colpito interi nuclei familiari. Le famiglie Broglia e Faggi sono state particolarmente colpite. Lorella Broglia, infermiera in pensione, è stata ricoverata al Pronto soccorso di Jesi tre giorni dopo i suoi genitori. In seguito ha dovuto indossare il casco respiratorio. «In quei momenti – spiega – in me si alternavano emozioni contrastanti, dalla speranza alla paura. Fortunatamente dopo tre giorni mi hanno tolto il casco e mi hanno rimesCingoli so la ventimask. È stato un sollievo vedere un letto dopo cinque giorni di barella! Mi hanno dimesso una settimana dopo». In quegli stessi giorni, però, sua madre Maria Luisa Sbergamo purtroppo non ce l’ha fatta ed è scomparsa a 83 anni: era molto conosciuta a Cingoli per la sua attività di animatrice parrocchiale. Il padre Vincenzo è tuttora ricoverato nell’ospedale cittadino per la riabilitazione. Anche Maura Faggi ha una storia molto

simile a quella di Lorella. 39enne, ha avuto i primi sintomi del Covid all’inizio di marzo con una febbre molto alta: per questo è stata ricoverata all’ospedale di Macerata. Inoltre, anche sua madre, suo fratello minore e suo padre (pure lui ricoverato per 10 giorni) sono stati contagiati. Ha anche una sorella gemella, Maura, che ha riscontrato, oltre alla positività al tampone, anche un’insufficienza respiratoria acuta e un versamento pericardico. «Per evitare di mettere il casco o di essere intubata – racconta – ho passato tutti i giorni in posizione prona, con l’ossigeno ad alti flussi e la somministrazione dell’antivirale. Sono migliorata giorno dopo giorno, ma ho vissuto momenti difficili, carichi di tensione a livello fisico e psicologico. Mi sembrava di vivere una situazione surreale». Il peggio sembra ora passato, e, con il nuovo punto vaccinale attivo dal 15 maggio in via del Campo Sportivo, Cingoli vuole mettersi alle spalle questo brutto periodo e tornare a un accenno di normalità. Giacomo Grasselli

Proteine convenienti con lumache, trote e rane Il mese di maggio in campagna, col maiale e le provviste esaurite e i raccolti estivi di là da venire, costringeva a ingegnarsi DI

UGO BELLESI

I

l mese di maggio per chi un tempo viveva in campagna, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non era il migliore dell’anno, in quanto le provviste di grano, di granturco, di legumi, di insaccati e di lardo, erano quasi esaurite e sia la mietitura che – ancor di più – la “pista” di maiale non erano vicinissime. Stavano arrivando frutta e verdura per

cui c’erano le fragole per i bambini ma soprattutto carciofi, fava, bietole, spinaci e altre verdure: il contadino diventava vegetariano per forza. Come risorsa alternativa di proteine c’erano le lumache, più note come chiocciole o cucciole. Infatti bastava una pioggerellina o un temporale (tra fine maggio e primi di giugno) per vedere, al mattino presto o la sera all’imbrunire, gruppetti di due tre persone che si aggiravano per le stradine di campagna, sulle sponde dei fossi e tra i cespugli (se era sera servendosi anche di una lucerna) alla loro ricerca. Oggi però nessuno cerca più le lumache quando piove e anche questa tradizione è finita: per gli amanti delle chiocciole in porchetta ci sono quelle di allevamento. I latini

erano golosi di lumache perché credevano fossero afrodisiache. Nel Medioevo le lumache erano pasto abituale perché si riteneva che facessero bene per polmoni e fegato, ma anche perché era cibo che consentiva di rispettare la vigilia (come fosse pesce). Nel ‘700 in Francia fu il principe di Talleyrand a inserire le chiocciole nel “menù del palazzo”. La nostra tradizione prevede che le lumache si “spurghino” nella semola per almeno 15 giorni e poi, per altri due giorni, siano dilavate nell’aceto. Una volta lessate si preparano in porchetta, con una salsa a base di finocchio selvatico, pomodori e peperoncino. Altre ricette sono: “alla recanatese”, “in potacchio”, “alla moda di Cantiano”, “in tegame”, “alle erbe”, “in graticola” e

“alla Esterina”. Le lumache hanno avuto sempre grandi estimatori ma anche tanti denigratori. Comunque, quando c‘era la mezzadria, oltre alle lumache esistevano altre due risorse di proteine. Una era costituita dalle ranocchie che vivevano lungo fossi, stagni o laghetti. Oggi non si trovano quasi più perché i diserbanti le hanno private dell’elemento principe per nutrirsi. L’altra risorsa erano le trote (famose quelle di Pioraco e Sefro), ma per prenderle bisognava essere bravi pescatori e avere le esche giuste. Purtroppo i nostri fiumi, a causa dell’inquinamento, non hanno più le trote nel loro alveo come un tempo, ma in cambio ci sono tanti allevamenti nell’area dei Sibillini. Ai buongustai va ricordato che le luma-

Lumache in porchetta

che si gustano d’inverno, le rane nei mesi con la R e le trote in autunno. Solo i contadini più fortunati avevano due o tre famigliole di piccioni, ma quelli nati a primavera si dovevano lasciare per la mietitura. La stessa cosa avveniva per gli animali da cortile che le vergare tenevano

sotto stretta sorveglianza, nutrendoli oltre il dovuto, perché volevano far bella figura in occasione dei più gravosi lavori agricoli dell’anno che erano appunto la mietitura e la trebbiatura, quando tutte le “opere” si aspettavano di essere rifocillate con lasagne e ricchi piatti di arrosto.


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Emmaus e Avvenire 18 maggio 2021 by EmmausOnline - Issuu