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Emmaus e Avvenire. Martedì 15 gennaio 2019

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missioni

«Poveri. Noi?»

www.emmetv.it

Martedì, 15 gennaio 2019

Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia

abato 19 gennaio, alle 17, sarà presentato presso la parrocchia S Santa Croce di Macerata un ciclo di

A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 62100 Macerata telefono 0733.231567

incontri, «Poveri. Noi?» – 6 sabati dal 9 febbraio al 15 giugno – destinati a giovani dai 17 anni in su, interessati a esperienze di missione. Per informazioni ci si può rivolgere a don Alberto (333.1471791) o Annamaria (320.2793740) email: missioni@diocesimacerata.it

e-mail: redazione@emmetv.it facebook: emmetvmacerata twitter: emmetvmacerata

MACERATA

giovani. Dal 22 al 27 gennaio a Panama l’evento 2019

Gmg remota, ma ci riguarda L’incontro avverrà in una terra che è snodo cruciale, geografico, economico, ma anche simbolico, del nostro tempo, per sollecitare una svolta alla globalizzazione DI

NAZZARENO MARCONI *

«P

erché il Papa ha scelto Panama?»: è la domanda che mi è stata posta da vari giovani fin dal giorno in cui è stata annunciata la Gmg di questo 2019. È una domanda tutt’altro che banale, infatti da quando papa Francesco guida la Chiesa, le due Gmg a cui ha partecipato erano in parte già decise e obbligate: la prima a Rio de Janeiro nel 2013 era già stabilita prima della sua elezione e quella di Cracovia nel 2016 era un doveroso omaggio nei confronti di San Giovanni Paolo II. Questa è invece la prima Gmg di papa Francesco, pensata e progettata da lui. Panama è un simbolo, la terra del Canale, la terra grazie alla quale un secolo fa, attraverso questa imponente opera di ingegneria, l’Occidente e l’Oriente si sono riavvicinati in misura decisiva. Il passaggio dall’Atlantico al Pacifico diventava rapido e agevole e così navigare attorno al mondo per le persone e le merci non era più un’impresa. Con il canale di Panama 100 anni fa il mondo cominciò a rimpicciolirsi ed ebbe inizio quella globalizzazione dei trasporti e dei mercati che segna profondamente la nostra vita. Andare oggi a Panama per celebrare una Gmg è così dare un messaggio chiaro alle giovani generazioni: sta a loro imprimere un senso e un valore nuovo alla globalizzazione. Questa, che come ha scritto papa Francesco nella Laudato si’, si è caratterizzata come globalizzazione dell’indifferenza, dello scarto, della crescente separazione tra popoli e classi sociali. Abbiamo bisogno invece che la globalizzazione della barbarie sia soppiantata da quella della civiltà, cioè dell’incontro, del dialogo, dello sviluppo economico e culturale. Attraverso il canale di Panama si apre poi la navigazione nel Pacifico che porta al Giappone e soprattutto alla Cina. Chi conosce i discorsi di papa Francesco, ha sicuramente compreso che il suo sguardo è fortemente proteso verso l’Estremo Oriente e in particolare verso la Cina. Gran parte del futuro dell’umanità, visto attraverso gli occhi della fede, gli unici occhi che interessano papa Francesco, passa attraverso la grande impresa della evangelizzazione della Cina. Anche andando in Cina in direzione opposta rispetto al percorso fatto dal grande maceratese, è sempre sulle orme di padre Matteo Ricci che papa Francesco ci invita a camminare come credenti verso il futuro. La terra di Panama è poi significativa anche guardando il Globo dal punto di vista del rapporto Nord–Sud. Posta sulla linea di congiunzione tra i due emisferi, Panama ci ricorda che un altro snodo cruciale della conversione evangelica a cui la globalizzazione è

chiamata, è il capovolgimento della logica che l’ha guidata finora, con l’accentuazione della divisione economica e culturale tra Nord e Sud del mondo. Il Nord dei ricchi ed il Sud dei poveri si stanno sempre più allontanando l’uno dall’altro, e non manca chi come il presidente degli Stati Uniti sente il bisogno di accelerare questo allontanamento con la costruzione di un muro di separazione. È invece al dialogo e al riavvicinamento tra i due emisferi che è legata la serenità e la pace del futuro del mondo. L’istmo di Panama, così piccolo e fragile, visualizza simbolicamente quanto sia alto il rischio di un mondo definitivamente spaccato in due, che giunga a trasformare “la guerra a pezzi” che già si sta combattendo da anni, tra emisfero dei privilegiati ed emisfero dei disperati, in una guerra continua e diffusa. Un’ultima notazione simbolica di questa Gmg l’ho letta nei numeri dei partecipanti europei. La grande distanza rispetto alle nostre terre fa sì che la presenza di giovani europei sia minuscola rispetto a quella vista a Cracovia. È un dato ben comprensibile, ma che ci aiuta a capire come in uno sguardo davvero globale, la nostra Europa riprenda le dimensioni di una parte un po’ marginale del mondo. Non siamo più al centro del pianeta, secondo la rappresentazione dei planisferi dei secoli passati. Anche qui la lezione di padre Matteo Ricci diventa interessante e stimolante. Fu il primo europeo a disegnare un planisfero che poneva la Cina e non l’Europa al centro della Terra, cercando di far capire ai suoi contemporanei che era necessario cambiare il punto di vista su di sé e sugli altri. Chi si isola dal mondo infatti non è detto che releghi il resto del mondo ai margini definendolo periferia, ma può piuttosto confinare se stesso a periferia del mondo reale. Il futuro dell’umanità, se perdesse la capacità di dialogo e mediazione che pur con tanti limiti ha contraddistinto l’Europa cristiana, potrebbe percorrere il cammino degli emisferi separati e dei grandi blocchi economici contrapposti: uno scenario che assume in maniera preoccupante i toni dell’apocalisse. Su tutto questo si apre la Gmg, come proposta umile e disarmata di un incontro delle giovani generazioni nel nome della preghiera, del dialogo, del cammino sulle orme di Cristo. Come tutte le grandi cose del Vangelo, questa azione di testimonianza e di annuncio, a cui il Papa chiama i giovani del mondo, appare fragile, debole e quasi stolta, ma non dobbiamo mai dimenticare che per noi discepoli del Crocifisso sono la debolezza e la stoltezza della croce a salvare il mondo. Per questo partiamo per Panama con i giovani delle nostre terre, ben coscienti delle sfide e dei rischi che ci pone davanti il futuro del mondo, ma anche testimoni del Crocifisso Risorto, che per tutti noi è sempre sorgente inesauribile di speranza. Buona Gmg. * vescovo

Il vescovo Marconi alla Gmg di Cracovia

La «community» diventi comunità l 24 gennaio si festeggia san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra (1567–1622), patrono dei giornalisti, famoso per le sue catechesi scritte su fogli che lui stesso faceva affiggere e che erano caratterizzate da uno stile dialogico all’insegna del principio: «Se sbaglio voglio farlo per troppa bontà, piuttosto che per troppo rigore». In vista di quel giorno è stato annunciato il tema che il Papa ha scelto per la 53ª giornata delle Comunicazioni sociali, che si celebrerà nel prossimo maggio: “Siamo membra gli uni degli altri” (Ef 4,25) Dalle community a comunità”. Questo titolo, come spiega una nota della Santa Sede, «sottolinea l’importanza di restituire alla comunicazione una prospettiva ampia, fondata sulla persona, e pone l’accento nel valorizzare delle interazioni intese sempre come dialogo e come opportunità di incontro con l’altro. Si sollecita così una riflessione sulla natura delle relazioni in Internet per ripartire dall’idea di comunità come rete fra le persone nella loro interezza». Tanti “io” che si esprimono in molte maniere

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virtuali vanno ricondotti a un “noi” nello spirito della condivisione e del confronto. In un’epoca in cui dilaga il disorientamento, ci si rifugia spesso in “tribù”, ognuna con un proprio linguaggio e propri simboli. È necessario anche all’interno della comunità ecclesiale promuovere una comunicazione che coinvolga la mente ed il cuore, dimensioni a fondamento elle esperienze di fede. Non dobbiamo dimenticare che la comunicazioneper quanto riguarda la fede non è semplice informazione, ma un mettere insieme le ragioni del nostro credere che nascono dal Battesimo e dell’unica chiamata al servizio del regno di Dio. Un mio antico amico, don Primo Piccioni, che ha speso la sua esistenza nei mezzi di comunicazione al servizio della Chiesa, mi diceva che «tanti ruscelli non fanno un fiume». L’appello che viene da Papa Bergoglio è quello di trasferirci da una comunicazione virtuale a un senso di comunità in cui nessuno, credente o non credente, si senta escluso. Luigi Taliani

Tanti bimbi coi genitori ad accogliere i Re Magi al Seminario Bagno di folla anche quest’anno per i Re Magi giunti al seminario diocesano missionario Redemptoris Mater di Macerata in sella ai loro cavalli nel pomeriggio del giorno dell’Epifania. L’evento, visto il grande coinvolgimento di persone gode del patrocinio del Comune ed è inserito tra gli appuntamenti di «Macerata d’Inverno». Un momento dedicato alle famiglie e organizzato dai seminaristi in grado

di attirare visitatori anche da fuori Regione. Ad accogliere i re Magi c’era la rappresentazione vivente della Sacra Famiglia e la presenza di animali vivi, immagini che hanno offerto un momento preghiera condivisa. Prima della lauda drammatica dedicata alla figura di Giuseppe, i bambini hanno potuto fare domande ai tre re Magi e ascoltare il vescovo Nazzareno Marconi. (M.N.M.)

Il Santo Natale a San Nicola DI

GABRIELE PEDICINO

olentino ha vissuto quest’anno un T Natale davvero unico e indelebile, perché, dopo più di due anni dal sisma che ci aveva costretto a spostare tutta la vita del Santuario di San Nicola in un tendone adiacente al Convento, si è potuto tornare a celebrare il Natale in Basilica. I lavori di messa in sicurezza ci hanno restituito una chiesa solo parzialmente agibile, ma per noi è già molto. È un grande dono avere a disposizione tutta l’aula celebrativa, le cappelle laterali adattate a luoghi per le confessioni, la suggestiva cappella delle Sante Braccia dove è stata collocata l’urna del Santo. Certo, i lavori eseguiti nei mesi da ottobre a dicembre 2018 non ci consentono ancora di vivere il chiostro, ma da una porta a vetri della chiesa è possibile almeno scorgere un po’ della sua bellezza. Così è anche per il Cappellone, di cui è possibile ammirare il primo ciclo degli affreschi di Pietro da Rimini riguardante gli eventi della vita del Santo. Rimangono ancora “ferite” la cappella del Sacramento e il Presbiterio, chiuso da un’impalcatura e da pannelli di legno. Questa chiusura però ci ha dato la possibilità di riscoprire un’opera custodita nel Museo del Santuario, lo “Sposalizio mistico di Santa Caterina d’Alessandria” che ritrae anche i santi Agostino, Nicola da Tolentino e Apollonia, opera di Marchisiano di Giorgio, ora esposta sopra l’altare maggiore. La pale, che risale al 1526, fu ceduta forse nel 1619 alla casa Sparaciari. Già in un inventario del 1729 il dipinto non si trovava più sull’altare maggiore. Nel 1861 la pala risultava già resecata e le uniche parti ancora presenti a Tolentino erano la lunetta con la Deposizione di Cristo nel sepolcro e la cimasa con l’Eterno Padre utilizzate come ornamenti di una cantoria. L’opera fu acquisita dalla Galleria di Arte antica di Palazzo Barberini nel 1895 e gentilmente concessa in deposito al Museo del Santuario di San Nicola a Tolentino. Insomma domenica 16 dicembre è stata davvero una domenica “della gioia” non solo liturgicamente, ma anche per la nostra Comunità agostiniana che è tornata a celebrare in Basilica e parimenti è stata una domenica di festa per l’intera città di Tolentino e per i paesi limitrofi. Lo sapevamo, ma nei giorni del Natale il continuo afflusso di fedeli, turisti e pellegrini ce lo hanno confermato: il complesso monumentale di San Nicola è davvero un bene di tutti e per tutti. Soprattutto i tolentinati ce lo hanno manifestato coi loro volti gioiosi e commossi come se a essere riaperta fosse stata la loro casa. Molti sono anche venuti a visitare il presepe realizzato dalla Confraternita della Madonna della Cintura e di San Nicola; tanti hanno approfittato della nostra presenza costante per accostarsi al sacramento della Riconciliazione e altri hanno fruito delle tante solenni celebrazioni che rendevano ancora più bella la Basilica e questi giorni di festa. Solo per elencarne alcune non posso non pensare all’emozione personale provata nella celebrazione della Notte di Natale o ancora nel canto del Te Deum la sera del 31 gennaio. Momenti toccanti e di vera fede sono state anche le celebrazioni della Festa della Santa Famiglia in particolare la Santa Messa della sera presieduta dal nostro pastore Nazzareno Marconi e la venuta dei Magi nella solennità dell’Epifania con la presenza del vescovo emerito Claudio Giuliodori. Insomma davvero un Natale “unico”, un tempo di speranza per tutti, una riapertura che è insieme una ripartenza per tutto il nostro territorio.

Le parole di Mattarella, salutari pietre d’inciampo Appello pacato e sereno a riscoprire le ragioni per sentirsi e riconoscersi comunità di vita DI

GIANCARLO CARTECHINI

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ui a Frontignano c’è pochissima gente in giro, anche in questi primi giorni del nuovo anno. Sono giorni di festa, eppure tutti gli impianti di risalita sono chiusi. L’inverno ha perso ogni aspetto mondano, è tornato ad essere il guardiano austero delle montagne, protettore di un silenzio che incute rispetto. La parte centrale della

facciata della Domus Laetitiae è completamente sventrata. I calcinacci sono ancora lì, pendono come canne d’organo dal pavimento crollato del quarto piano. C’è un filo di vento tra gli alberi, il canto di qualche uccello, lo scricchiolio del ghiaccio sotto gli scarponi, poco altro. Una grande solitudine. Anche giù a valle c’è silenzio, intorno a quello che resta di paesi ridotti in macerie. La vita delle comunità si è spostata altrove, tra le casette e i prefabbricati dove si sono trasferiti alcuni esercizi commerciali. «La Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà». Queste parole, pronunciate da Sergio Mattarella nel discorso di fine anno,

sembrano ingaggiare un confronto serrato con le mura diroccate e gli archi puntellati da tubi Innocenti, o con il profilo del campanile di Visso, sopravvissuto alla devastazione. Proprio qui, più che altrove, si può comprendere come il discorso del Presidente sia stato in realtà un appello a rimboccarsi le maniche, rivolto a tutte le forze responsabili. O forse un ultimatum, lanciato nel tentativo di evitare che il nostro Paese cada definitivamente nel baratro di follia scavato dalle parole irrancidite dei seminatori di odio. «Sentirsi e riconoscersi come una comunità di vita», pensarsi dentro un futuro da costruire insieme. Ecco il motivo dei continui riferimenti agli esempi di

solidarietà, all’Italia che ricuce e sostiene, in una prospettiva che fa convergere tutti verso uno sviluppo comune: le popolazioni che soffrono le conseguenze dolorose dei terremoti, i giovani in cerca di lavoro, gli anziani, gli italiani all’estero, gli immigrati che vanno a scuola, lavorano e fanno sport nel nostro Paese. Che i detrattori dicano pure che si è trattato di un discorso “sentimentale”, o retorico. Una effimera rivincita buonista? Tornino ad ascoltare Vasco Rossi, che in tempi non sospetti cantava: «Buoni o cattivi non è la fine, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare, che di per sé è maledetto perché divide, mentre qui tutto dovrebbe solo unire». Le parole del Presidente

rappresenteranno una pietra di inciampo per coloro che, anche quest’anno, cercheranno di abbindolarci gridando ingrugniti, nei social e in televisione, «Prima gli italiani!». Risulteranno indigeste per tutti coloro che si faranno paladini di alcuni esclusi, solo per escludere altri ancora più poveri. A loro, in realtà, dei poveri non interessa nulla: diranno «prima» perché non avranno il coraggio di dire «solo», nel tentativo malriuscito di nascondere pensieri emarginanti. I difetti e le

disparità da colmare non mancano. Eppure – è sempre Mattarella a sottolinearlo – l’universalità e l’effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica. Pilastri che il sisma, per fortuna, non sembra avere lesionato. Restiamo vigili, ce la possiamo fare.


Martedì 15 gennaio 2019

2 Gli 80 anni di don Rino Ramaccioni on un festoso “Tanti auguri a te!” e un prolungato applauso al termine della Messa vespertina del primo gennaio i parrocchiani di “Cristo Redentore” di Recanati hanno festeggiato gli 80 anni del parroco don Rino Ramaccioni. Una cerimonia semplice, animata dal coro parrocchiale, che ha richiamato molti fedeli e amici, tutti stretti attorno a Don Rino, sacerdote amatissimo e stimato per la sua mitezza, carità e bontà. Don Rino ha ringraziato ricordando i temi a lui cari affiancati sempre alla fede e alla preghiera, quali la carità, la pace, la giustizia sociale.

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Un «patto per la ricostruzione» riunisce tanti protagonisti della scena regionale

Il 26 gennaio XIX Marcia per la Pace da Recanati alla Santa Casa

n atto di “responsabilità collettiva”, di un’intera comunità e delle istituzioni per un U cambiamento strategico orientato alla ricostruzione e

Ultimi preparativi a Recanati per la XIX edizione della Marcia della Giustizia e della Pace che si svolgerà il 26 gennaio. Prima della partenza alle 17.30 si potrà ascoltare nella parrocchia Cristo Redentore la testimonianza dell’artista di origine senegalese Mohamed Ba. Lungo il cammino sarà commentato il tema della Giornata della Pace di quest’anno: “La buona politica al servizio della pace”. Arrivati a Loreto, nella basilica della Santa Casa si svolgerà alle 21.30 l’incontro con monsignor Matteo Maria Zucchi, arcivescovo di Bologna e in precedenza assistente della Comunità di Sant’Egidio. In vista della marcia, a Recanati è stato

lanciato per la prima volta un Concorso cittadino dal titolo “Immagini di pace”, rivolto a bambini, ragazzi e giovani; i disegni e le foto pervenute saranno in mostra nella chiesa di Cristo Redentore il 26 gennaio. Il premio per i bambini consiste in una giornata ad Assisi, mentre ai ragazzi sarà offerto un viaggio a Roma, che comprenderà anche una visita alla Comunità di Sant’Egidio. (P.Ch.)

allo sviluppo del territorio, puntando sulla sostenibilità sociale, ambientale e culturale. È quanto prevede il “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo della Regione Marche”, allo scopo di contrastare il rischio di impoverimento socio–demografico ed economico delle aree colpite dal sisma, valorizzando le risorse disponibili e promuovendo investimenti. Il Patto è stato sottoscritto da tutte le categorie economiche, dalle Università e dalla Conferenza episcopale marchigiana. Secondo le strategie delineate dal Patto, la ricostruzione non dovrà essere solo materiale, recuperando i danni subiti, ma dovrà interessare il tessuto economico e sociale, orientando lo sviluppo dell’intero sistema regionale. I settori operativi individuati sono otto: servizi sociali e sanitari, competitività e innovazione, green economy, sicurezza del territorio, valorizzazione del patrimonio (ambientale, storico, culturale), mobilità, ricerca e nuove competenze, riduzione del divario digitale.

L’area marchigiana interessata dal sisma del Centro Italia del 2016, identificata nel cosiddetto “cratere”, si estende per circa 4mila chilometri quadrati e rappresenta il 40% del territorio regionale. Include 87 comuni, per una popolazione di 313mila abitanti, pari a circa il 22% della popolazione regionale. Due comuni appartengono alla provincia di Ancona, 46 a quella di Macerata, 17 a Fermo e 22 ad Ascoli Piceno. «Al momento attuale quello del terremoto è potenzialmente il più grande cantiere aperto su base nazionale e forse anche su base europea – ha affermato Pietro Marcolini, presidente dell’Istituto Adriano Olivetti (Istao) –; sono stati stanziati oltre 13 miliardi per la ricostruzione fisica e come l’Istao si occupa di fornire assistenza tecnica alla Regione allo scopo di organizzare una messe di progetti ispirati da principi di innovazione e sostenibilità ambientale. Altra finalità importante è quella di attrarre nuova popolazione e produzione: non tutto quello che c’era nell’area del cratere può essere ricostruito com’era, ma può rinascere a condizioni innovate che contrastino l’esodo e lo spopolamento». (A.Moz.)

Farà le veci della cattedrale ancora inagibile Anche il Comune, l’Università e l’Accademia di belle arti usufruiranno del nuovo spazio

San Giovanni una chiesa per tutta la città Firmato l’accordo tra Regione Marche e diocesi che consentirà il recupero post-sisma dell’edificio maceratese DI ANDREA

MOZZONI

L

a Regione Marche e la diocesi di Macerata hanno firmato l’accordo che destina 3,2 milioni di euro del Por Fesr (Programma operativo regionale del Fondo sociale europeo) al recupero e alla riqualificazione della Collegiata di San Giovanni di Macerata, danneggiata dal sisma del 2016. La firma è avvenuta il 28 dicembre scorso nella Sala Li Madou del palazzo Sarnari, a piazza Strambi, da parte del presidente Luca Ceriscioli e del vescovo Nazzareno Marconi, presenti l’architetto progettista Enrico Da Gai (dello Studio Da Gai di Roma) e l’assessore regionale Angelo Sciapichetti. I fondi disponibili sono quelli aggiuntivi stanziati dall’Unione europea e dallo Stato dopo il terremoto, utilizzati per il ripristino e la valorizzazione di «edifici culturali con valore simbolico». Regione e Diocesi hanno individuato, per l’intervento a Macerata, l’ex collegiata gesuitica. «È un progetto che parte con la collaborazione di tanti soggetti, un simbolo anche per la ricostruzione delle Marche – ha detto il presidente Ceriscioli –. È rivolto, in primo luogo alla comunità di Macerata, intesa nella sua interezza, a partire dall’Università, dal Comune, dalla Diocesi. Recupera uno spazio di grande valore e di grande importanza nell’architettura della città. Un bene a disposizione della comunità locale come struttura culturale, come esempio ben riuscito di un ottimo progetto di recupero. Lo abbiamo scelto come edificio simbolo nel quadro dei finanziamenti aggiuntivi dei fondi Fesr che permetterà di restituire, attraverso la cultura, tante opportunità di crescita, sviluppo e lavoro al nostro territorio». I fondi a disposizione delle Marche, per il recupero di questi beni culturali simbolo, am-

montano a 8 milioni di euro, ha ricordato il presidente: «Gli altri 4,8 andranno ad altre realtà diffuse nel territorio. L’obiettivo comune è di realizzare interventi di grandissima qualità, cioè che tengano insieme qualità progettuale, qualità architettonica, qualità nei risultati raggiunti a favore della cultura». La Regione Marche, ha concluso Ceriscioli, «resta leader nell’investimento culturale come strumento di attrazione. La bellezza della nostra regione si esprime in tanti modi, certamente uno è quello della cultura. Fare questi investimenti significa rispettare il nostro patrimonio, quello che ci hanno lasciato di bello e affascinante, e poterlo utilizzare come strumento di crescita economica». San Giovanni, ha ricordato il vescovo Marconi, «è sempre stato uno spazio di accoglienza della città, perché era uno spazio dove i Gesuiti, attraverso la loro predicazione, sviluppavano temi non solo religiosi, ma anche culturali. Attraevano, in modo particolare, i grandi Quaresimali, le grandi celebrazioni. Era un luogo dove tutta la città si ritrovava. Noi cerchiamo di trovare oggi, nel rispetto delle specificità di ognuno, all’interno di questo speciale, peculiare, bellissimo contenitore, uno spazio di ospitalità». Macerata ha anche altri beni culturali ed ecclesiastici da recuperare, dopo il terremoto, ha rimarcato il vescovo: «Si inizia da qui, da San Giovanni, per tracciare una strada anche tecnica, di soluzione dei problemi esistenti, per creare le sintonie con il mondo del pubblico che ci permetteranno di portare avanti la progettazione e la rendicontazione dei lavori del terremoto in maniera agile e ordinata». Sulla metodologia d’indagine utilizzata si è invece soffermato l’architetto Da Gai: «La diocesi ha impiegato delle risorse, anche cospicue,

Il presidente Ceriscioli e il vescovo Marconi firmano il Protocollo d’intesa

affinché professionalità specializzate studiassero i molteplici settori disciplinari afferenti al monumento – ha spiegato –; abbiamo così coinvolto geologi, geotecnici e strutturisti che hanno svolto indagini sul sottosuolo, sulle fondazioni e sulla fabbrica muraria, in parte già previste dall’attuale normativa, al fine di conoscerne le resistenze e lo stato di salute». Fondamentale, in tal senso, anche il coinvolgimento del Laboratorio Mobile dell’Università di Roma Tre: «Un laboratorio estremamente qualificato con il quale abbiamo stabilito, insieme al Dipartimento di Architettura, una serie di test sui quali sono attualmente in corso le opportune valutazioni». Dal punto di vista tecnico, i problemi sono principalmente concentrati sulla facciata e la cupola emisferica, nelle quali le scosse sismiche hanno provocato i danni maggiori. «Alla riparazione strutturale affiancheremo opere di prevenzione sismica e di messa in sicurezza strutturale, le azioni che ci stanno più a cuore», ha concluso Da Gai. In prossimità del complesso da restaurare si trovano anche la biblioteca comunale Mozzi Borgetti, l’Università e l’Accademia di Belle Arti, realtà tutte interessate a un’interazione con gli spazi che saranno recuperati. Il progetto di recupero è stato curato dalla Diocesi, prevedendo sia il restauro che il rispristino strutturale. Il contributo regionale garantirà il consolidamento e il miglioramento sismico, con particolare riferimento alla riparazione dei danni alla grande cupola emisferica e alla facciata monumentale sulla piazza. L’accordo individua, a carico regionale, il restauro dell’aula ecclesiale, adeguata a sala conferenze e aula magna, insieme alle opere architettoniche e impiantistiche finalizzate alla riapertura dell’edificio monumentale. Il piano seminterrato verrà invece recuperato a spese dell’ente proprietario.

I lavori, già completati o in procinto di partire nelle chiese del Preziosissimo Sangue e di S. Giovanni Battista rendono l’Unità pastorale meglio integrata

Porto Recanati: nuove opere a servizio delle comunità resentato a Porto Recanati il piano di riorganizzazione dell’Unità pastorale, con l’inaugurazione della P cappellina interna all’oratorio della chiesa del Preziosissimo

Sangue. La cerimonia che si è svolta lo scorso 22 dicembre alla presenza del vescovo Nazzareno Marconi e del sindaco Roberto Mozzicafreddo. Tanti i fedeli accorsi per conoscere le novità per il 2019 e per visitare la struttura decorata dalla scuola di padre Rupnik, oltre al dipinto lì preservato e realizzato dal parroco di Chiesanuova di Treia, don Peter Paul Sultana. «L’inaugurazione della cappellina conclude una serie di lavori fatti in questi anni a Porto Recanati e ne annuncia altri che inizieranno nei prossimi mesi – ha detto il vescovo Marconi –. Si tratta di una comunità unita ed è fondamentale che le due parrocchie lavorino in sintonia per rispondere alle esigenza dei giovani, degli anziani e delle famiglie». Soddisfazione è stata espressa dal parroco don Gabriele Crucianelli, giunto recentemente in città da Treia: «Questo è il mio primo Natale qui a Porto Recanati – ha affermato –; abbiamo ricevuto un grande dono in favore di tutta la città». A spiegare le opere che saranno realizzate nell’Unità pastorale già a partire dalla prossima primavera è stato l’ingegnere Gianfranco Ruffini: «Il nuovo anno sarà caratterizzato dall’inizio dei lavori all’interno del complesso del Preziosissimo Sangue e riguarderanno il teatrino, pensato oggi come centro pastorale – ha spiegato –, mentre daremo seguito al recupero della casa parrocchiale attigua alla chiesa di San Giovanni Battista e, successivamente, anche agli interventi previsti sul tetto dello stesso luogo di culto che ha visto, nel 2017, la demolizione del campanile danneggiato dal Il quadro di don Peter Paul Sultana sisma». (A. Moz.)

«L’Infinito» di Leopardi torna a Recanati, manoscritto in mostra DI GIUSEPPE LUPPINO

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«L’Infinito»

Si tratta della versione conservata a Visso sino al terremoto del 2016 poi ospitata dal Comune di Bologna

al 20 dicembre scorso è in corso un’esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels di Recanati del manoscritto de ”L’Infinito” a 200 anni dalla stesura per mano di Giacomo Leopardi. Si tratta della versione conservata a Visso sino al terremoto del 2016, poi ospitata dal Comune di Bologna, città dalla quale proveniva inizialmente: era stata infatti di proprietà del preside del “Liceo Galvani” Prospero Viani, collezionista e critico letterario, che aveva deciso di venderla unitamente ad altri manoscritti leopardiani nel 1869 per problemi economici. Le preziose carte (sei Idilli, tra cui ”L’Infinito”, cinque sonetti, l’”Epistola” al Conte Carlo Pepoli, quattordici lettere indirizzate all’edi-

tore milanese Stella, e la “Prefazione al Petrarca” con le relative correzioni) vennero acquistate dall’allora sindaco di Visso Giovanni Battista Gàola–Antinori per quattrocento lire. Nel dopoguerra furono depositate in una cassetta di sicurezza di una banca di Camerino; ritrovate nel 1998 furono collocate nel Palazzo dei Governatori di Visso, sede del Museo cittadino, edificio seriamente compromesso dal sisma. ”L’Infinito”, composto a Recanati tra la primavera e l’autunno del 1819, esce per la prima volta nel «Nuovo Ricoglitore» di A. F. Stella (Milano, dicembre 1825), per poi comparire nell’edizione dei Versi del conte Giacomo Leopardi (Stamperia delle Muse, Bologna 1826), e successivamente nei Canti (Piatti, Firenze 1831). La sua fortuna editoriale prosegue, sino a conoscere traduzioni

in molte lingue (cfr “L’Infinito nel mondo”, Tecnostampa, Recanati 1987), e non solo: anche molti musicisti si sono lasciati coinvolgere dalla genialità leopardiana cercando di reinterpretar-

info

L’esposizione 21 dicembre 2018 – 19 maggio 2019 / 30 giugno – 3 novembre 2019 Sede: Villa Colloredo Mels (tel. 071.7570410) dal martedì alla domenica 10–13 / 15–18. https://tinyurl.com/infrecanati #infinitoleopardi

la mettendola in musica! L’idillio era stato esposto nel 1898 a Recanati per il 1° Centenario della nascita del poeta, e l’occasione che ci viene offerta oggi è dunque il bicentenario dalla sua composizione: fino al 19 maggio è in vista nell’ambito della mostra “Infinità/Immensità. Il manoscritto”, curata dalla professoressa Laura Melosi – titolare della “Cattedra leopardiana” dell’Università di Macerata – in collaborazione con Lorenzo Abbate. Non si sa quale sarà poi la destinazione dei documenti esposti, che restano di proprietà del Comune di Visso. Una prima versione originale de “L’Infinito” è conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dove è custodita anche la raccolta autografa dei “Canti” e dello “Zibaldone”. Ma durante la prima settimana di novembre s’è cor-

so il rischio di vedere questi preziosi manoscritti inzuppati d’acqua quando una serie di lucernari han ceduto alla pioggia che ha reso inagibili alcune sale. Ora sembra che i preziosi autografi – lascito testamentario del Ranieri – siano al sicuro, almeno stando alle dichiarazioni del direttore della Biblioteca partenopea Francesco Mercurio. La mostra recanatese si gioca all’interno di un progetto più ampio dal titolo “Infinito Leopardi” promosso dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario de L’Infinito di Giacomo Leopardi, istituito dal Mibac, con la partecipazione di Regione Marche, Comune di Recanati, Centro Nazionale Studi Leopardiani, Casa Leopardi, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura e Università degli Studi di Macerata.


Martedì 15 gennaio 2019

3 In sessanta a tavola per festeggiare l’Epifania con la Caritas alla Domus San Giuliano

S

essanta persone ospiti della Caritas diocesana di Macerata si sono ritrovate insieme a tavola per condividere il pranzo dell’Epifania alla Domus San Giuliano domenica 6 gennaio. L’iniziativa voluta dalla nuova direzione Caritas si è svolta coinvolgendo i vari uffici parrocchiali i quali hanno segnalato le persone da invitare, per lo più famiglie o anziani inseriti già nei vari programmi di aiuto. Un clima sereno e di condivisione sincera quello vissuto anche grazie all’ottimo cibo preparato da Tiziana Sabatini per tanti anni chef alla Domus Laetitiae di Frontignano di Ussita e ora coordinatrice della Domus San Giuliano insieme al Marito Roberto Dichiara. «È stato un momento di grande spensieratezza che hanno tutti molto apprezzato – dice Lorenzo Cerquetella, direttore della Caritas diocesana – l’idea era proprio quella di poter regalare un momento di gioia a chi vive una quotidianità spesso difficile e segnata dalla solitudine, in modo da rendere le festività natalizie più serene». Riuniti a tavola non solo famiglie e

Nelle foto il pranzo offerto dalla Caritas diocesana. A destra il vescovo Marconi, Franco Berardi e don Andrea Leonesi

anziani del territorio ma anche gli ospiti dell’associazione Centro di Ascolto e prima accoglienza di Rampa Zara e il vescovo Nazzareno Marconi insieme al vicario diocesano Andrea Leonesi. Per quanto riguarda l’altra iniziativa messa in atto dalla Caritas diocesana per il periodo natalizio, ovvero la raccolta fondi in favore del Kerala – regione indiana colpita da forti nubifragi lo scorso agosto – continua l’impegno che vuole dare un aiuto concreto nella ricostruzione di alcune delle 1300 abitazioni danneggiate o distrutte. Sono già arrivati diversi contributi, in particolare 5000 raccolti dal Sermig di Tolentino e diverse donazioni provenienti da privati (somme anche fino a 1500 ); c’è comunque ancora la possibilità di offrire il proprio contributo, attraverso una donazione da consegnare alla propria parrocchia oppure tramite il conto bancario della Caritas Diocesana attraverso l’Iban IT24W 03111 13401 0000000 19866. M. Natalia Marquesini

Tra i premiati dal Capo dello Stato a fine anno con onorificenze per benemerenze sociali, i due marchigiani sono entrambi maceratesi

I tesori d’arte della provincia di Macerata in un volume della Fondazione Carima a provincia delle meraviglie», come viene definito il Maceratese dal professor Gabriele Barucca – sovrintendente « L per Archeologia, Belle arti e Paesaggio delle provincie di Cremona, Lodi e Mantova e già sovrintendente marchigiano –, custodisce un insieme di tesori d’arte dal valore inestimabile. Nelle chiese, nelle edicole votive, nei palazzi oppure nei teatri o nelle raccolte di tanti piccoli musei è possibile imbattersi in opere d’ogni genere, dalla costa adriatica alle pendici dell’Appennino. Il volume “Tesori d’arte della provincia di Macerata” che ha per autore lo stesso Barucca ed è edito dalla Fondazione Carima, percorre un viaggio in tutto il Maceratese, facendo tappa in ogni Comune e illustrando per ciascuno di essi un capolavoro artistico. «Tale progetto editoriale si colloca nell’ambito di una trilogia iniziata nel 2003 – ha spiegato Barucca – e che dovrebbe avere il suo naturale completamento con un’ultima ricognizione dei 55 Comuni che oggi compongono il Maceratese». Un lavoro che, dopo il sisma del 2016, vede alcune opere ancora in attesa di essere ricollocate nella loro sede originaria. (A. Moz.)

La generosità fa commendatori DI

TIZIANA TIBERI

«V

La insegna da commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana

Accoglienza: Annalisa Ubertoni e la sua scelta «semplice» mpegno civile, dedizione al bene comune e testimonianza dei valori repubblicani sono le caratteristiche che accomunano i 33 cittadini insigniti dal presidente Mattarella delle onorificenze al Merito della Repubblica. Eroi del quotidiano che fanno germogliare speranza nelle nostre comunità. Tra i premiati ben due maceratesi: l’imprenditore Aldo Chiavari (vedi articolo a fianco) e Annalisa Ubertoni. Coordinatrice del Centro di studi e servizi per la famiglia dell’associazione «La Goccia onlus», Annalisa è responsabile del gruppo marchigiano di Refugees Welcome. Il 18 gennaio dello scorso anno ha accolto nella sua casa, Mohamed Toure, 23 anni, dalla Costa d’Avorio, che a breve potrà trasformare la protezione umanitaria in un permesso di soggiorno per lavoro. «Sono ancora incredula, ma devo farmene una ragione», racconta in merito all’onorificienza, e non ha idea di chi abbia segnalato la sua storia al Quirinale. «Mi sono sentita inadeguata e un

I

po’ persa – spiega –; ma mi sto rendendo conto che il riconoscimento ha un forte significato collettivo. Sento perciò la responsabilità di essere una delle tante testimoni di un’Italia che non si è fatta sopraffare dalla paura, ma che ha fatto una scelta semplice anche se appare straordinaria. Non è questione di essere bravi... ma visto che l’immigrazione è un fenomeno complesso che cambierà il volto delle nostre comunità, sta a noi decidere se in meglio o in peggio». E per Toure la scelta “semplice” di Annalisa è stata fondamentale. «In questo anno ha raggiunto tanti obiettivi: ha fatto un tirocinio formativo, poi la patente e il primo gennaio abbiamo festeggiato il suo primo contratto di lavoro». A Macerata sono sei le famiglie che, in due anni dalla nascita di Refugees Welcom, hanno ospitato; piccoli numeri che non sono mappati dalla politica, ma che contribuiscono a dimostrare che la convivenza è possibile. M. Natalia Marquesini

Gruppo maceratese di Refugees Welcome

La sua famiglia ha aperto le porte di casa a un ragazzo ivoriano. In due anni se ne sono aggiunte altre cinque

olevo dire un grazie speciale al dottor Chiavari e a tutta la Dafram Spa», così mamma Giuseppina spiega come è nata l’idea di segnalare la storia della sua famiglia al presidente della Repubblica Mattarella per la scelta delle onorificenze agli esempi civili. La richiesta è stata accettata e tra i 33 premiati nel 2019 ci sarà anche Aldo Chiavari, 76 anni di Tolentino, presidente della Dafram Spa, che verrà insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: «Per la sensibilità e la generosità con cui ha sostenuto due dipendenti duramente provati dalla malattia e dalla successiva scomparsa della figlia» si legge sul sito ufficiale del Quirinale. I vertici della società Dafram Spa di Urbisaglia – azienda nata nel 1956 che costruisce valvole a sfera flottante – si sono distinti per umanità e solidarietà nei confronti di due loro dipendenti, Amos e Giuseppina Pazzaglia, operai, che nel 2015 hanno perso la figlia Valentina a cui tre anni prima era stato diagnosticato un tumore alla mandibola denominato rabdomiosarcoma maxillofacciale. Durante i tre anni di cure i datori di lavoro hanno sostenuto la famiglia sia moralmente che economicamente. In occasione dei numerosi spostamenti per/da il Policlinico Gemelli di Roma e l’ospedale di Padova hanno pagato le spese di viaggio, vitto e alloggio. Pur non sapendo quando sarebbero potuti rientrare in servizio, l’azienda ha loro conservato il posto di lavoro. Giuseppina, come è nata l’idea di questa segnalazione? Non volevo limitarmi a un grazie “normale”; avrei voluto dire alla Dafram, al dottor Chiavari e a tutti i soci, un grazie speciale fare un regalo più grande e così ho pensato di scrivere questa richiesta di onorificenza al Presidente della Repubblica. Sapere che è stata accettata ha reso mio marito e me molto contenti.

E il dottor Chiavari come ha reagito alla notizia? Quando ha ricevuto la telefonata dal Quirinale, inizialmente non ci credeva, poi anch’io gli ho parlato, ho spiegato le ragioni che ci avevano spinti a proporre la sua candidatura e alla fine è stato molto contento, anche se è una persona riservata che non ama apparire sui giornali e non gradisce che attorno al suo nome ci sia tanto bla–bla–bla. Peraltro, mentre ribadisco che per noi ha fatto tantissimo, lui continua a ritenere che il suo comportamento non abbia avuto nulla di speciale, tale da meritare un premio così importante. Qual è stato l’aiuto ricevuto nei tre anni difficili? Prima di tutto l’aiuto economico per affrontare i viaggi e le spese in occasione dei ricoveri a Roma al Policlinico Gemelli. Ma anche al di là dei soldi, li abbiamo sempre sentiti disponibili a farsi carico di qualsiasi necessità avessimo. Potete immaginare quanto questa disponibilità fosse importante per chi come noi si trovava a fronteggiare una malattia grave come quella di nostra figlia. Hanno fatto tanto e continuano a farci tanto. A me hanno conservato per tre anni il posto di lavoro e quando Valentina è venuta a mancare, l’ho potuto riprendere senza alcun problema. Anche ora che abbiamo un altro bambino di 2 anni e mezzo e non abbiamo nessuno che ce lo può tenere, ci vengono incontro permettendo a me e mio marito di lavorare su turni diversi, consentendoci così di accudire senza problemi nostro figlio. Anche questa è una grande agevolazione. E per la premiazione? Il giorno non è stato ancora fissato; arriverà la comunicazione dal Quirinale. Dovrebbe svolgersi tra fine febbraio e inizio marzo. Saremo anche noi a Roma ad assistere alla proclamazione di un premio che il dottor Chiavari ha tutto il diritto di prendere; abbiamo fatto la segnalazione con tutto il cuore e l’amore che una famiglia che ha perso la propria figlia.

I genitori della bimba Valentina Pazzaglia, morta di tumore, hanno segnalato al presidente della Repubblica il loro datore di lavoro che li ha aiutati e sostenuti molto a lungo e concretamente

Don Ubaldo Biagioli: portare tutti a Gesù e Maria

Treia, in scena con le altre abilità

Uomo dal carattere schietto e libero, è mancato il 19 dicembre

cora una volta sul palco del Teatro comunale di Treia la voglia di sperimentazione che la contraddistingue. “Dedicato a… Musiche e brani disconnessi di un certo peso” è lo spettacolo andato in scena venerdì 11 gennaio, per la seconda edizione della rassegna di teatro per disabili “Fuori misura, premio Giovanni Soldini”. Gli autori ai quali lo spettacolo ha attinto sono Antoine de Saint–Exupéry, Roberto Benigni, Ludovico Einaudi, Charles Baudelaire, Pablo Neruda, Herman Hesse, Jorge Luis Borges, Luciano Ligabue, Fabrizio De André, san Paolo.

DI FRANCO

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PRANZETTI

on Ubaldo Biagioli era nato a Recanati il 27 agosto 1935 ed è stato ordinato sacerdote il 19 marzo 1963. Di lui si possono dire tante cose: uomo dal carattere schietto e libero. La sua spontaneità lasciava spesso perplesso chi entrava in contatto con lui per la prima volta, ma chi continuava a frequentarlo arrivava ad apprezzare la sua simpatia e cordialità. Coltivava molto gli incontri personali. Curava il Sacramento

della Riconciliazione e si dedicava con disponibilità alla direzione spirituale. Attento a ognuno che incontrava, desideroso di trasmettere una fede sempre più viva e un amore sempre più profondo a Gesù e a Maria. Era persona interiormente libera, tanto da dire sempre e a tutti il suo punto di vista senza fronzoli o mezze parole. Questo suo carattere gli ha anche procurato qualche incomprensione da parte di chi lo conosceva superficialmente, ma suscitava invece ammirazione e affetto in chi gli era vicino tanto da apprezzarne la cordialità e la generosità. Si faceva ben volere da tutti coloro che erano alla ricerca di una fede vera e un amore autentico per Gesù. Ha infatti lasciato un

segno tangibile di affetto e amicizia in tutti. La sua missione sacerdotale era animata da un unico desiderio: portare tutti a Gesù e a Maria. Desiderava che le celebrazioni liturgiche fossero briose, gioiose, con tanti canti di lode al Signore, ma anche vere e profonde. Ha sempre cercato e curato i suoi rapporti con tutti i sacerdoti, innamorato come era della sua missione sacerdotale. E in diversi gli siamo stati vicino ricevendo davvero tanto. Ai confratelli e alle persone più vicine consigliava sempre qualche libro utile per la crescita nella fede vera, ed un amore grande per Gesù. Un aspetto della sua vita forse poco conosciuto è la sua generosità. Si prodigava senza risparmio, senza

ritrarsi dalla fatica fisica, né dall’impegno spirituale e morale. La sua generosità si dimostrava anche nella sfera economica. Infatti ha spesso attinto ai fondi personali, frutto di una eredità da parte dei suoi genitori, impegnandoli dovunque e in particolare a Crocette di Castelfidardo, a San Pietro di Recanati, ma anche altrove e lo ha fatto sempre in modo molto schivo e senza suonare la tromba. È questo forse l’aspetto meno conosciuto della sua storia. ll gruppo ecclesiale cui è stato più legato è il Rinnovamento nello spirito che ha cercato di proporre e sostenere nelle varie realtà parrocchiali che gli sono state affidate. È morto il 19 dicembre 2018 alle ore 7 del mattino circa; gli ultimi suoi

a compagnia teatrale “Gli LSmisurati” ha portato an-

Don Ubaldo Biagioli

desideri sono stati la Vita e la preghiera, in sintonia con l’invito che rivolgeva a tutti coloro che lo andavano a cercare, arecitare il Rosario sottolineando la sua grande devozione a Maria. Lascia un grande vuoto nella chiesa maceratese e soprattutto in quella di Recanati dove era maggiormente conosciuto.


Martedì 15 gennaio 2019

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Emilio Munda, da Macerata al Festival di Sanremo DI

ANTONIO NARDI

U

n traguardo a lungo inseguito e per questo ancora più bello. Per Emilio Munda, autore e compositore, classe 1982, nato a Fermo e da anni residente a pochi chilometri da Macerata, il Festival di Sanremo è stato sempre un appuntamento sfiorato, a volte d’un soffio e altre in cui le note risuonavano quasi beffarde. Il festival numero sessantanove, quello di quest’anno, accoglie fragorosamente Emilio con un brano scritto insieme a Antonio Carozza, Piero Romitelli e La canzone “Musica che resta”, composta Gianna Nannini, composto per un gruppo assieme a Antonio Carozza, Piero di fama internazionale, Il Romitelli e Gianna Nannini, sarà Volo, già vincitore della manifestazione. interpretata dal gruppo “Il Volo”, «Indimenticabile la serata un gruppo internazionale grazie al quale del 20 dicembre – ci racconta Emilio –: ero potrà essere ascoltata in tutto il mondo

Testimonianza: volontari nei luoghi dove la fede ha avuto inizio. Scoprendo

davanti alla tv, intorno alla mezzanotte viene annunciato su Rai1 il titolo della mia canzone: “Il Volo” sarà a Sanremo 2019 con “Musica che resta”. Un mix di emozioni: soddisfazione, entusiasmo e la curiosità che mi spingeva ad immaginare l’orchestra che suonava le parti. Ma la cosa più gratificante è stata pensare che comunque essendo un gruppo internazionale, la mia canzone avrebbe avuto la possibilità di essere ascoltata in tutto il mondo». Musica che raccoglie idealmente gli elementi della sua carriera: tra le firme c’è Piero Romitelli, conterraneo e grande amico, c’è Gianna Nannini, un nome importante che si aggiunge a quello di Umberto Tozzi, Francesco Renga, i Nomadi, Nina Zilli, Valerio Scanu, Michele Bravi, i Dear Jack tanto per fare qualche nome… «Ogni canzone e ogni artista hanno una loro storia; quello che accomuna molte delle mie canzoni è oltre alla collaborazione, soprattutto

l’amicizia con Piero, con il quale sono felicissimo di condividere il palco dell’Ariston». Una manifestazione che arriva al grande pubblico, dalla quale è possibile veicolare un messaggio anche se attraversiamo un periodo in cui la gavetta è sostituita dai talent e spesso ci si chiede se sia ancora importante il testo nelle canzoni. «Per quanto un testo venga ascoltato in modo superficiale, sono dell’opinione che rimanga sempre una grande differenza tra un messaggio che porti positività rispetto a un testo che spinga alla depressione o alla mancanza di rispetto». C’è stato un tempo in cui era importante il luogo dove si viveva. La scuola romana di De Gregori e Venditti, quella genovese di Paoli e Tenco, quella milanese di Jannacci e Gaber tanto per citarne alcune. Emilio vive e lavora in quella che rappresenta il perfetto stereotipo della piccola cittadina di provincia e questo traguardo è

che è molto più ciò che si riceve rispetto a quello che si porta E trovando tanti veri amici

Nella terra che fu di Gesù per condividere un tesoro DI

PAOLO CESANELLI

S

ono un volontario per la Custodia francescana di Terrasanta. Vado in Terra Santa due volte l’anno per 15 giorni con un gruppo di circa dieci persone. Ho iniziato nel novembre 2013, un anno particolare per me. Avevo appena accompagnato mia figlia Claudia, 26 anni, al monastero delle Trappiste di Vitorchiano dove iniziava il suo percorso di postulandato. Il distacco – non posso negarlo – è stato difficile da accettare e lo stare nei luoghi Santi mi è stato di grande aiuto per cominciare a comprendere il senso della scelta di mia figlia. In Terrasanta ci dedichiamo a occupazioni semplici e umili, senza sostituirci ai residenti. Con alcuni di questi siamo anche diventati amici e veniamo apprezzati perché – come ci hanno detto –: «Non venite a comandare, ma vi affiancate a noi nelle piccole necessità». Parto da qui per raccontare la mia esperienza con l’associazione “Romano Gelmini per i popoli della Terra Santa” che è stata costituita nel 2005 e ha già organizzato 37 missioni, portando in Terra Santa più di 100 volontari. Nel 2006 Ettore, l’amico che ci coordina, venne chiamato dall’allora Custode dei francescani padre Pizzaballa, a lavorare presso la Custodia a Gerusalemme – la Custodia di Terrasanta è la “provincia” franescana, voluta già da san Francesco e composta da francescani di tutte le parti del Mondo, con la missione di custodire i luoghi della Redenzione, ndr –, nei luoghi a loro affidati da 800 anni. In alcuni lo accompagnammo. Iniziò così, molto semplicemente. Da allora, ogni anno partono un’ottantina di volontari, per compiere lo stesso servizio che tanto avrebbe voluto offrire Romano Gelmini, l’ingegnere veronese morto improvvisamente, di cui l’associazione porta il nome. Con quattro turni a stagione, in conventi, scuole, ospedali, alcuni ridipingono pareti, altri sistemano i quadri elettrici, altri ancora si dedicano a lavori di carpenteria, saldatura, giardinaggio, e chi alla pulitura degli arredi sacri o del Terra Sancta Museum (che espone le straordinarie collezioni archeologiche e storico– artistiche dei Francescani di Terra Santa,

emblematico anche per farci capire che i tempi sono cambiati. «Vivere lontano dalle grandi città come Milano o Roma ha i suoi vantaggi in termini di “qualità artistica” della vita. I ritmi meno frenetici aiutano sicuramente a una serenità che ha effetti benefici sulla vena creativa. Lo svantaggio è la difficoltà di mantenere rapporti diretti con gli artisti e con l’ambiente discografico. In questo la tecnologia però ha avuto un ruolo fondamentale poiché ha permesso di accorciare le distanze, avendo la possibilità di inviare materiale inedito e comunicare in tempi brevi». Nei mesi scorsi ci si è accorti, dopo la tragedia di Corinaldo, che uno dei generi più in voga tra i giovanissimi è il trap, in cui gli esponenti di spicco sono “eroi” trasgressivi. Fa piacere sapere che c’è ancora spazio per veicolare messaggi positivi che arrivano al grande pubblico e che la musica ha ancora grandi emozioni da regalarci.

Volontari a cena con padre Francesco Patton, custode di Terra Santa

a imparare ad amare di più Gesù Cristo, che è il senso, l’Ideale che il nostro cuore desidera incontrare, seguire, servire. Il 2018 è stato il mio sesto anno in quei luoghi e dopo anni ho capito che lo faccio per me, non per un fine. Voglio conoscere come si vive lì, camminare dove ha camminato Gesù, e così lavorando, pregando e convivendo nel “Maria Bambina” di Gerusalemme, la struttura di accoglienza per i volontari, con pensionati gente che spesso non conosco, faccio un’esperienLa seconda vita dei maceratesi za straordinaria. ll’esperienza in Terra Santa partecipano assieme Nei fine settimana abbiaa Paolo Cesanelli (68 anni, pensionato ex Inps, mo la possibilità di visitache svolge lavori generici) altri volontari del Macerare approfonditamente i tese. Sono i coniugi Lauro Dari, 68 anni, pensionato luoghi di Terra Santa, ma ex Telecom, tuttofare (elettricista, idraulico, ecc) e l’esperienza più forte resta Maria Spaccesi, 66 anni pensionata ex Inps, che si l’incontro con la gente, i fradedica alla cucina del gruppo e a lavori generici. Ci ti, le suore e chi da anni visono poi poi Attilio Vallesi, 67 anni, pensionato arve quei luoghi. tigiano, falegname e Alberto Lucentini, 64 anni, penOggi, a distanza di quasi 15 sionato ex titolare di azienda di impianti elettrici, anni dall’avvio dell’iniziaspecialista in lavori elettrici ma anche tuttofare. tiva, tanti di noi frequentano la Terra Santa al di là dei

ndr). I progetti a cui collaboriamo vogliono aiutare le persone del posto a riguadagnare consapevolezza del proprio valore, lavorando. Questo è un aspetto importantissimo: la nostra testimonianza rende evidente alla popolazione della Terra Santa che l’insegnamento di Gesù è attualissimo e noi volontari ci accorgiamo di non insegnare nulla; andiamo

A

turni di lavoro, tornandoci anche anche solo per trovare gli amici, come facciamo con amici in Italia, perché l’amicizia è un “tesoro” che quando lo trovi faresti ogni cosa per custodirlo e farlo crescere. Questa amicizia ha colpito anche tanti amici in Terra Santa i quali, nonostante siano costretti a vivere tra tanti muri, hanno scoperto la libertà del cuore, quella piantina che nessun muro potrà mai sopprimere. Impressionante è stato scoprire che per noi tutto questo è vero, perché è ciò che il cuore di ogni uomo desidera, in qualsiasi situazione o condizione viva. Loro sono circondati da un muro in cemento armato alto otto metri; noi abbiamo tantissimi muri, che impediscono anche a noi di essere liberi, innanzitutto dai nostri pregiudizi. Per questo non andiamo a insegnare niente, andiamo a condividere l’esperienza di un Tesoro che ci è stato donato 2000 anni fa e che ha bisogno di essere sempre riscoperto e custodito, a partire dai luoghi in cui tutto ha avuto inizio e dalle persone che in questi luoghi oggi ancora vivono.

Giornata della memoria

Shoah: al via il 27 gennaio una sfida che dura tutto l’anno i approssima la celebrazione di un passato che per il tramite della memoria, echeggiando le parole di S Piero Terracina, «si lega al presente e condiziona il futuro». Un solo giorno è oramai sentito come insufficiente per assolvere a un dovere che, prima ancora di essere istituito per legge, scaturisce dal cuore di un’umanità ferita dall’irrisarcibile sacrificio umano della Shoah. È così che gennaio è salutato come il “mese della memoria” nutrito da innumerevoli celebrazioni commemorative. Già da qualche anno, ad esempio, un “gruppo di lavoro” istituito ufficialmente nel 2016 presso il Consiglio Regionale delle Marche, al quale chi scrive ha l’onore di appartenere come rappresentante della Rete Universitaria per il Giorno della Memoria, si impegna con iniziative come il progetto sulle “pietre d’inciampo” di Gunter Demnig, e con il coordinamento e la promozione degli eventi. Il 2019 non sarà da meno. Quest’anno, oltre all’apposizione di nuove pietre d’inciampo, è previsto in Consiglio Regionale il ricordo di una figura chiave nella storia di salvezza della comunità ebraica di Ancona durante il rastrellamento nazista, quella del rav Elio Toaff. Se il lato positivo della legge istitutiva il Giorno della Memoria è la generosità delle manifestazioni, quello negativo è però la trappola della retorica: dopo il 27, o finito gennaio, che cosa resta? I ragazzini continueranno a interrogare i propri genitori, educatori, insegnanti e mentori? Questi, si interrogheranno a loro volta, cercando nuove risposte e nuove vie che soddisfino non tanto il grido accorato perché non accada mai più, quanto la domanda ancora più accorata di costruzione attiva ed efficace di un vivere civile permeato di bene? Se vi sarà una risposta positiva, allora quei pani e quei pesci saranno stati “cibo buono” per tutti e avranno colpito nel segno, altrimenti si riveleranno aria fritta, vuota retorica. La posta in gioco di ogni 27 gennaio è alta: il futuro e i suoi cittadini. Non c’è spazio per cibo scadente e avariato: checché se ne dica dei nostri giovani, frantumati, incompresi e biasimati, la fame più intensa è quella di parole piene che sappiano creare vita e tracciare nuove vie nelle quali riconoscersi e trovare se stessi. È una fame insaziabile d’identità, identità sacrosanta che viene tuttavia ideologizzata, manipolata, appiattita e negata nel secolo che è forse il più totalitario e che riesce persino a superare in falsità, scelleratezza e stupidità il precedente. Per far fronte alla spinta espansionistica di questo nuovo “totalitarismo ideologico psico–mentale” c’è bisogno in primis di formare una memoria retta, depurata da interpretazioni ideologiche e capace di denunciare e prendere in carico tutte le responsabilità del male che ha incontrato il consenso umano, individuale e collettivo. Il 27 diventa allora il punto di partenza di una sfida che coinvolge tutto il resto dell’anno. Il modo in cui i nostri giovani avranno saldato la loro identità nel corso di quest’anno, costituirà la misura e il valore del fare memoria che proprio ora si schiude. Clara Ferranti

De Giorgi alla Lube: «La proposta mi ha acceso il cuore» DI

TIZIANA TIBERI

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L’allenatore De Giorgi

Firmato un contratto biennale, con opzione per il terzo anno (2020–2021) «La società è migliorata» L’obiettivo è dare continuità e qualità al gioco di squadra

erdinando De Giorgi torna ad allenare la Lube Volley dopo una pausa di quasi dieci anni. Una «proposta che mi ha acceso il cuore» ha detto il tecnico salentino che dalla Polonia è tornato in Italia firmando un contratto biennale, con un’opzione per il terzo anno (2020–2021). Lei allenatore De Giorgi ha guidato per ben 5 stagioni la squadra biancorossa dal 2005 al 2010, conquistando 1 scudetto (2005– 2006), 2 Coppe Italia (2007–2008 e 2008– 2009), 1 Coppa Cev (2005–2006) e 2 Supercoppe italiana (2006 e 2008); ci racconta le emozioni e gli obiettivi di questa stagione? Una nuova città, un nuovo palasport, una nuova Lube: come è stato questo ritorno? Sono passati quasi dieci anni dall’ultimo anno nella Lube. Il palazzetto è nuovo, ma con tante persone e visi conosciuti: mi ha fatto piace-

re ritrovare un ambiente nel quale mi sento veramente in famiglia. Inoltre ho visto una società migliorata, sicuramente in qualità, con pubblico numeroso molto vicino alla squadra . Dalla Polonia a Civitanova, cosa ha detto il Patron Giulianelli quando le ha telefonato ? Ero in Polonia come allenatore dello Jastrzebski Wegiel quando mi è arrivata la proposta: è stato un momento bello ma difficile, perché l’idea di ritornare in Italia con una società competitiva era un mio grande desiderio. Comunque devo dire che cinque anni all’estero sono stati un’esperienza importante sia quanto a crescita professionale, che a soddisfazioni, ma la lontananza dalla famiglia cominciava a pesare e quindi questa proposta “mi ha acceso il cuore” e non ci ho pensato molto. È stata una decisione che è maturata molto velocemente; non era semplice risolvere la cosa in pochi giorni con la società polacca, ma ci siamo riusciti.

Quella biancorossa è già una squadra di grandi campioni, ma di che cosa ha bisogno per migliorare ? Credo che questa Lube sia una squadra con grandi potenzialità; sicuramente dobbiamo migliorare nella continuità del livello del gioco e soprattutto dell’insieme inteso come gioco di squadra, che è quello che cercano tutti gli allenatori. Questo è un campionato difficile, con alcune squadre molto competitive come Trento, Perugia e Modena. E quanto è cambiato anche Fefè De Giorgi dopo varie esperienze all’estero, da allenatore e come commentatore Rai? Le esperienze all’estero aiutano ad aprirsi mentalmente, perché vai in realtà completamente diverse: sono stato in Russia per due anni, in Polonia per tre. La prima sfida è capire dove ti trovi, cioè comprendere, con rispetto, il loro modo di vedere e di vivere, non pensando che loro sono strani e tu sei quel-

lo giusto; e dopo aver capito, devi individuare gli elementi su cui puoi intervenire, per cambiare qualcosa e migliorare. Quindi ti poni tanti domande e ti accorgi che alcune cose che facevi in un modo, gli altri le fanno in un altro e non è scontato che il tuo modo sia necessariamente migliore. L’esperienza di telecronista che ho fatto per diversi anni mi è piaciuta moltissimo (e mi sono anche divertito): mi ha permesso di continuare a seguire tornei importantissimi, cercando di raccontare in modo chiaro e sintetico ciò che succede durante un match. Quali sono gli obiettivi Lube di questa stagione tra Coppe e Superlega? Eh... per questa stagione dobbiamo cercare di arrivare a giocarci le cose più importanti. Siamo una squadra costruita per arrivare fino in fondo ed è chiaro che poi bisognerà guadagnarsi questi obiettivi, non solo sulla carta ma sul campo, lavorando.


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Emmaus e Avvenire. Martedì 15 gennaio 2019 by EmmausOnline - Issuu