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Emmaus e Avvenire. 18 gennaio 2021

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Martedì, 18 gennaio 2022

CARITAS Usura, ascolto e aiuto telefonico

a situazione derivante dal Covid-19 sta creando impoverimento e difficoltà econoLmiche a numerose famiglie. In questo conte-

Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata

Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata

sto il pericolo del ricorso all’usura, come ha ricordato anche il Papa, si fa sempre più concreto anche nel nostro territorio. L’attività del Servizio Antiusura è ancora sospesa per l’impossibilità di gestire in modo soddisfacente i necessari contatti personali. Tuttavia le difficoltà del momento inducono, in attesa di poter svolgere il servizio nei modi più funzionali e consoni, a mettere a disposizione di chi versa in situazione di bisogno, un servizio di “ascolto telefonico” al quale far pervenire le proprie necessità. Per Macerata il numero da contattare è il 351.2902524; per Porto Recanati è 392.1246232.

Inserto di

Droga, problema ancora diffuso e sottovalutato

Il cardinale Grech: il Sinodo chiama tutti i battezzati

Per don Fabio un Natale nelle mani di Dio

Il Covid preoccupa mondo dello sport Soprattutto il calcio

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La comunità cristiana è fondata sul Battesimo. Tutti gli altri sacramenti sono a servizio

Parrocchia del Concilio Il parroco è la via quotidiana e concreta con cui il cristiano può incontrare e vivere la comunione con il vescovo della sua diocesi, che è l’apostolo di quella Chiesa locale

Pubblichiamo il primo di tre articoli del vescovo che presentano la parrocchia secondo il Concilio a partire dai testi che la citano, ma soprattutto a partire dagli attributi della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica. DI NAZZARENO

MARCONI *

H

Una veglia di preghiera in una parrocchia della diocesi prima del Covid

universale Chiesa di Cristo. Unità tipica di un corpo vivo e non di una fabbrica ben organizzata; l’unità che vive un popolo in cammino, non un esercito in marcia; l’unità delle Chiese locali strette attorno al loro Apostolo e tutte attorno al Primo degli Apostoli. Unità ordinata e gerarchica certo, ma dove il Battesimo che tutti ci uni-

sce all’unico Signore vale più di tutti gli altri sacramenti, che ci ordinano in un costante servizio reciproco. Per questo il titolo onorifico più importante nella Chiesa non è “Sommo pontefice”, ma “Battezzato”. Il Sommo Pontefice infatti è costituito “Servo di tutti gli altri”, che grazie al Battesimo sono elevati alla dignità

di “Servi di Dio”. Pensare la parrocchia richiede di calare questa visione fino al concreto vivente dentro il quale siamo inseriti ogni giorno. Vorrei rileggere alcune parole del Concilio specificamente dedicate alla parrocchia. Partiamo dal n. 42 della Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla liturgia: «Poiché nella

DA SAPERE

Le costituzioni conciliari Vaticano II si è svolto l’11 ottobre 1962 e Il’8ltradicembre 1965, raccogliendo a Roma circa 2.500 tra cardinali, patriarchi e vescovi cattolici di tutto il mondo. Risultato dei suoi lavori sono state le 4 costituzioni, 9 decreti e 3 dichiarazioni. Le costituzioni sono i suoi testi più importanti. Si tratta della Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia (4 dicembre 1963), della Lumen Gentium sulla Chiesa, di carattere dogmatico (16 novembre 1964), della Dei Verbum sulla Parola di Dio (18 novembre 1965) e della Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (7 dicembre 1965).

Don Lamberto Pigini ricordato a un anno dalla scomparsa 8 gennaio al Comune di Recanati, presente il sindaco Bravi, è stato ricordato don Lamberto Pigini Sa unabato anno dalla scomparsa, con la presentazione della

RECANATI

o sempre creduto buono e saggio fin dagli anni ’60 impegnarsi a realizzare “la Chiesa del Concilio!”. Ma ho anche incontrato preti e laici e forse qualche vescovo, che sognavano una Chiesa “oltre il Concilio”, perché bisognava essere “progressisti ad oltranza” e le parole del Concilio a loro sembravano già vecchie. Bisognava perciò “conservarne lo spirito, ma andare più avanti”. In maniera parallela, forse non a caso, in quegli stessi anni avevo molti amici che dovevano “fare la rivoluzione” perché venisse finalmente la società nuova: prima il socialismo, poi il comunismo, poi l’ultra-comunismo, poi i nuovi diritti… con sempre meno doveri, poi diritti sempre più “strani”. Non ritengo saggio rincorrere “il progresso secondo me”, ma cercare: qual è la Chiesa che il Signore vuole? Quale società nuova e migliore ci indica Gesù Cristo? Sono sempre più convinto che se già realizzassimo davvero “solo” la Chiesa del Concilio, solo quella che è descritta nei suoi documenti, saremmo molto più avanti nel cammino verso Dio ed il suo Regno di dove siamo ora. Ma com’è la Chiesa del Concilio? La Chiesa della Lumen Gentium e della Gaudium et Spes? E più in concreto: come sono i vescovi, i preti, i diaconi, i consacrati e i laici che realizzano questa Chiesa? Quale diocesi e quale parrocchia pensava il Concilio? Proviamo a partire dal basso: dalla parrocchia sognata dal Concilio. La prima cosa che colpisce è che il Concilio ha parlato molto della Chiesa e relativamente poco della parrocchia. Il Concilio ci suggerisce di avere prima ben chiaro cosa sia la Chiesa e solo poi teorizzare su come vorremmo organizzare e far funzionare la nostra parrocchia. E il punto di partenza, come dice anche il Credo, è che la Chiesa è “una”. Misteriosamente, perché la Chiesa è un mistero, ma la Chiesa è prima di tutto un mistero di unità. Unità che non esclude la varietà, anzi la presuppone come sua dimensione intrinseca. Unità che quotidianamente si fa nella comunione dei vescovi attorno al Papa, nel convenire delle molte Chiese Locali nell’unica ed

biografia curata da Vincenzo Varagona. Nulla dies sine linea (Nessun giorno senza una linea) il titolo, con foto, testimonianze di amici e collaboratori. Presente anche il vescovo emerito di Senigallia Giuseppe Orlandoni. La cerimonia è stata preceduta da una Santa Messa in Duomo presieduta dal vescovo Nazzareno Marconi. (G.Lup.)

sua Chiesa il vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero suo gregge, deve costituire necessariamente dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra». La cosa più importante è che la Parrocchia non è il pezzo di una macchina, né la succursale locale di una multinazionale, ma un gruppo di fedeli particolarmente significativo per chi in un luogo concreto voglia incontrare la Chiesa, quell’unica Chiesa che è stabilita su tutta la terra. E così il Parroco che la guida diventa il modo concreto e quotidiano con cui il cristiano può incontrare e vivere la comunione con il Vescovo della sua Chiesa locale, che è l’Apostolo di quella Chiesa. Quello che emerge è poi che: «il vescovo deve costituire necessariamente dei gruppi di fedeli» che non sono solo l’assemblea parrocchiale. Questa ha un posto preminente tra i vari gruppi di fedeli, ma non il monopolio… Lo stesso linguaggio usa Lumen Gentium al n. 26: La «Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli le quali, aderendo ai loro pastori, sono anche esse chiamate chiese nel Nuovo Testamento. Esse infatti sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio, nello Spirito Santo e in una totale pienezza». Forse non è superfluo sottolineare che secondo questi testi soltanto la Diocesi è “Chiesa” in senso pieno. La Parrocchia lo è in maniera subordinata, per quanto cioè è vitalmente inserita nel contesto della propria Chiesa locale ed è unita attraverso i suoi pastori al vescovo. Ritengo ci sia di che pensare e soprattutto ancora tanto da camminare per passare dalla teoria alla vita. * vescovo

ANNO NUOVO

«Vorrei tornasse il tempo sereno delle campane» DI LAURA

CRUCIANELLI

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iù passano gli anni, più mi rendo conto che desidero non le piccole cose, ma un lusso sfrenato: il tempo. Non solo il tempo libero, non determinato da impegni prefissati, ma il tempo per vivere appieno il quotidiano: il lavoro, gli affetti, ma anche tutto quanto non può essere svolto se non in una solitudine apparentemente inoperosa. Niente di originale: la riflessione sul tempo occupa pagine e pagine di ogni epoca, ma confido nell’indulgenza di chi legge e, sommessamente, propongo la mia. E dunque è di tempo che, qui e ora, ho fame. Nonostante la tecnologia delle comunicazioni – reali e virtuali – ci dia l’illusione di farcelo guadagnare. Ma si tratta, come si sa, di abbreviare le distanze tra una domanda e una risposta, non di una effettiva dilatazione: dal momento in cui uno strumento mi consente di dare una replica immediata, da me si esige l’immediatezza. Tutti abbiamo fatto l’esperienza delle chat scolastiche, chi dalla parte dei genitori, chi da quella degli insegnanti, chi da entrambe. Innumerevoli bip di una connessione senza sosta. Chi resta indietro è perduto. E, dunque, dagli all’affannosa risposta, mentre fai altro, mentre altri ti parlano, mentre il telefono squilla, un bimbo piange, la cena brucia, i nervi saltano. Il nostro, soprattutto in questi anni sciagurati di pandemia, è un tempo frammentato, bombardato, ossessionato. È il tempo scandito dalle notifiche. Una volta, invece, il tempo lo scandivano, per esempio, le campane. Che avevano una doppia funzione: quella del richiamo alla preghiera comunitaria e, insieme, al raccoglimento personale. Ecco, quest’anno voglio osare l’impossibile: vorrei il tempo delle campane. Non mi illudo che si possa tornare al passato, né è questo il mio auspicio: ci sono dei vantaggi indubitabili nell’andare a Milano in tre ore di treno anziché in giorni e giorni di calesse. Il fatto è che, mi pare, siamo diventati strumento dei nostri strumenti e allora diventiamo quelli che devono fare delle cose, tante, di corsa, perché la tecnologia ci consente di essere qui e altrove, tutto in centrifuga. Nobili e necessarie attività, magari, ma che non ci definiscono, non pienamente, almeno. Ci manca il tempo per essere. E allora ritrovo il richiamo di Seneca: recede in te ipsum, ritirati in te stesso. Non una fuga dal mondo, ma un necessario, salutare raccoglimento che mi ricordi il senso, l’orizzonte del mio agire. Che non vorrei più sentire come imposto da necessità esterne, ma scelto, attimo per attimo, per vivere quella parte di vita, piccola ma insostituibile, che mi è assegnata. Vorrei poter dire, con sant’Agostino: «In te, animo mio, misuro le stagioni».

«Tre vie di pace», il messaggio del Papa per la giornata DI

LUIGI ACCATTOLI

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È diminuito a livello mondiale il bilancio per l’istruzione e l’educazione, mentre le spese militari sono aumentate

arole forti sugli attacchi alla pace e sulla necessità del disarmo sono venute da Francesco ad apertura del 2022: nella Giornata mondiale della pace del 1° gennaio e con il Messaggio per quella giornata, che era stato pubblicato il 21 dicembre. È urgente lavorare per il disarmo sull’intero pianeta, ha sostenuto il Papa, diminuendo le spese militari e facendo fronte in maniera solidale al dramma pandemico. “Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura” è il titolo del messaggio papale che culmina con la denuncia dell’incredibile paradosso dei nostri giorni, che vedono un primato assoluto del-

le spese militari rispetto all’intera storia dell’uomo sulla terra: «Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, mentre le spese militari sono aumentate, superando il livello registrato al termine della guerra fredda». Come già con l’enciclica Fratelli tutti (2020), papa Bergoglio nel Messaggio è tornato a segnalare che i conflitti sono in crescita su tutto il pianeta, mentre regrediscono gli sforzi per la costruzione di rapporti di collaborazione: «È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici» e tornino a per-

seguire «un reale processo di disarmo internazionale». La diminuzione dei fondi destinati agli armamenti, dice ancora Francesco, può aiutare l’umanità a fare fronte ai tanti bisogni dei popoli «ancora stretti dalla morsa della pandemia». Tra i danni creati dal Covid, ai quali è più urgente rimediare, il Papa segnala quelli del mondo del lavoro, che hanno gettato sulla strada i meno provveduti: «Milioni di attività economiche e produttive sono fallite, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano prospettive drammatiche». In particolare Francesco giudica “devastante” l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i

migranti «esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga». Il Papa venuto dal Sud del mondo invita a guardare ai popoli che vivono nel bisogno dei beni primari, la cui condizione, già drammatica, è stata ulteriormente danneggiata dalla pandemia. E non si tratta di piccole minoranze, fa osservare il Papa dei poveri, ma della più gran parte dell’umanità: «Solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale». Accenti felici Francesco ha trovato, ancora una volta, nello stimolare l’impegno di tutti: c’è infatti – ha detto – «un’architettura della pace» dove operano le grandi istituzioni, ma c’è anche «un artigianato della pace che coinvolge

ognuno di noi in prima persona». Queste denunce Francesco le ha riprese all’Angelus del primo gennaio: «Oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace. La pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. Dono dall’alto: va implorata da Gesù, perché da soli non siamo in grado di custodirla». «Ma la pace – ha concluso – è anche impegno nostro: chiede di fare il primo passo, domanda gesti concreti. Si edifica con l’attenzione agli ultimi, con la promozione della giustizia». Infine la spinta a reagire alle vedute pessimistiche: «La pace ha pure bisogno di uno sguardo positivo: che si guardi sempre – nella Chiesa come nella società – non al male che ci divide, ma al bene che può unirci».


ATTUALITÀ

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MARTEDÌ 18 GENNAIO 2022

Lavoro, quale futuro? Ovvero la grande incertezza DI

GIANCARLO CARTECHINI

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n altro giorno di lavoro se ne è andato, nascosto tra le rughe di un volto affaticato, da pendolare a fine giornata. Nonostante i buoni propositi sei arrivato tardi. È l’ora di punta per il supermercato. Fai fatica a trovare un posto dove parcheggiare. Nella parete adiacente alla scala mobile sono affissi i soliti annunci: «Cercasi lavorante a domicilio con esperienza di cucito a mano». «Cercasi addetta mensa che sappia cucinare con semplicità e ordine: orario part-time con possibilità di straordinario nei giorni feriali». Saranno lavori come questi, atipici e precari, a caratterizzare l’anno appena iniziato? O saranno invece posti di lavoro legati a nuovi agglomerati commerciali, o

Charlie Chaplin in “Tempi moderni”

alla grande distribuzione online che ha rivolto la sua attenzione dalle nostre parti? Si parla da tempo di un mega centro commerciale da realizzare alle porte di Macerata: dovrebbe portare alla creazione di cinquecento posti di lavoro. O del centro logistico Amazon che dovrebbe sorgere a Jesi: sessantamila metri quadri, novecento posti di lavoro, e un bacino di utenza che dovrebbe coprire tre regioni del Centro Italia. Sia come sia, in una società caotica che non offre punti di riferimento stabili – scrive Paolo Iacci, manager e psicologo del lavoro, in libro scritto insieme al filosofo Umberto Galimberti, “Dialogo sul lavoro e la felicità” – il lavoro resta uno dei pochi punti di tenuta di un legame sociale che si è sfaldato nel giro di poche ge-

Incideranno l’innovazione tecnologica, i modelli organizzativi, la risposta alla pandemia, il clima, la scarsità di risorse nerazioni. Già. Ma chi il lavoro non riesce a trovarlo, o trova solo occupazioni a singhiozzo, è condannato a naufragare nel mare dell’inadeguatezza e del risentimento? Un recente dossier pubblicato dal Sole 24 Ore “Il tempo del virus 10 scenari per il 2022” prova ad anticipare cosa ci attende. I fattori che incideranno maggiormente sul mondo del lavoro saranno l’innovazione tecnologica, l’adozione di nuovi modelli organizzativi,

la sfida sanitaria legata alla pandemia, il cambiamento climatico, la scarsità di risorse disponibili. Aumenterà il divario tra professioni in crisi – quelle a bassa specializzazione, rimpiazzate da forme sempre più sofisticate di automazione – e professioni in crescita, caratterizzate da un inedito mix di competenze tecniche ed umanistiche: esperti di Internet delle cose applicato in agricoltura, ad esempio, esperti in organizzazione del lavoro, e naturalmente tutte le professioni legate alla salute e alla cura delle persone. In questo scenario c’è anche chi il lavoro non lo cerca più, o decide addirittura di abbandonarlo, in nome di una riappropriazione del proprio tempo che il lockdown dello scorso anno sembra avere sollecitato: si tratta del fenomeno

della great resignation: in Italia nel 2021 i casi di dimissioni volontarie dal lavoro sono stati più di cinquecentomila, numero notevolmente superiore rispetto agli anni precedenti.Dove ci porterà, dunque, questo tempo sfilacciato, in attesa di guarigione? È necessario passare – conclude Umberto Galimberti – da un lavoro finalizzato alla produzione e allo scambio di beni, a un lavoro finalizzato alla produzione di servizi di cura e relazione. Un lavoro che restituisca valore al tempo, e ci consenta nuovamente di respirare. La cultura e un lavoro non alienato devono diventare una condizione diffusa, e smettere di essere considerati solo un privilegio. Non un sogno ma un progetto, anche politico, per il quale spendersi con convinzione.

L’alcol è la prima sostanza che i giovani incontrano e che crea dipendenza Non ci sono ricette facili, gli strumenti sono la prevenzione e la diagnosi precoce

Droga, un problema diffuso e sottovalutato Pensare al futuro «mentale» dei figli, lo “sballo” non è mai normalità DI

TIZIANA TIBERI

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l 2022 si è aperto nel Maceratese con un decesso per overdose. Abbiamo intervistato il dottor Gianni Giuli, direttore Dipartimento dipendenze patologiche dell’Area vasta 3 per fare il punto su consumo e diffusione di droga nel territorio, dopo i noti di fatti del 2018, la morte della 18enne romana Pamela Mastropietro e le problematiche correlate alla pandemia. Dottor Giuli qual è la situazione droga in provincia di Macerata ? La situazione è abbastanza preoccupante; c’è una disponibilità di sostanze elevata, non si è mai abbassata neanche durante la pandemia, quindi nella nostra provincia è un problema diffuso. C’è un aumento di uso di cocaina, ma anche l’eroina è abbastanza ricercata, la vera novità è la poli-tossicodipendenza: cioè nel fine settimana c’è una sorta di buffet di emozioni chimiche che si può comprare. L’età si è molto abbassata: il vero periodo critico dell’incontro con la sostanza è la prima media. Va precisato che “incontro” non significa che il ragazzo la usa, ma la conosce; è la fase delle prime esperienze visive. In genere è l’alcol la prima sostanza di sballo, un fenomeno da non sottovalutare: crea le prime dipendenze nel cervello. A Macerata c’è un prima e dopo Pamela? Io me lo auguravo, ma la problematica è complessa. Più volte nell’ambito del tavolo di lavoro sulla droga, creato dalla Prefettura, avevamo lanciato l’allarme e i fatti di Macerata: prima la morte di Pamela, poi Traini hanno improvvisamente fatto crollare l’idea diffusa di Provincia “tranquilla”, accedendo i riflettori sulla realtà. La questione mette ansia soprattutto ai genitori: io sottolineo sempre che non è vero che questa problematica riguarda tutta la popolazione giovanile, che si può fare

molto perché i ragazzi non arrivino all’uso di sostanze, se però facciamo finta di niente il rischio è più grande. Per combattere la droga: quanto conta la prevenzione? La prevenzione è fondamentale però dipende da tante cose, bisogna coinvolgere famiglia, politica, istituzioni. Occorre pensare al futuro mentale dei nostri figli, al pari dell’igiene dentale. Dobbiamo essere attenti fin dalle scuole elementari. Fare prevenzione in quelle fasce d’età significa non parlare di droga, ma costruire attraverso progetti mirati abilità cognitive, relazionali, psicologiche perché il nostro vero obiettivo è far sì che quando i ragazzi “incontrano” la droga, (perché la incontreranno, questo le famiglie lo de-

vono sapere) devono saper dire di no. Una volta che il cervello ha incontrato la sostanza, e la continua ad usare, cambia e si modifica neurobiologicamente ed è più difficile intervenire. Dobbiamo essere molto attenti ai primi disagi; non esiste una ricetta facile. Tra le priorità del Gruppo nazionale di prevenzione del Ministero della Salute di cui faccio parte, c’è la cosiddetta early detection o diagnosi precoce per arrivare prima. E la cura? L’approccio alla cura è multidisciplinare, non solo farmacologico. Attualmente nei tre Sert – Macerata, Civitanova e Camerino – dell’Area Vasta 3 abbiamo 1.500 casi, noi lavoriamo sul controllo dell’uso e su una forte spin-

ta motivazionale alla cura. Quando la situazione è totalmente compromessa, oltre al ricovero, potrebbe essere utile rivolgersi alle comunità terapeutiche; nelle Marche ce ne sono diverse e molto valide. La cannabis è considerata una droga leggera, che cosa significa? La cannabis non è una droga leggera, il contenuto di tetraidrocannabinolo all’interno è del 30-40% quindi una sostanza estremamente pericolosa come tutte le droghe; dobbiamo fare molta attenzione al messaggio fuorviante di “normalità dello sballo” come sento spesso dire dai genitori: «Mio figlio si fa solo qualche canna». La canna è una droga come le altre e crea dipendenza.

IL NEUROPSICHIATRA

«Giovani in crisi senza più felicità»

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ati recenti mostrano come la Pandemia abbia favorito nei giovani l’insorgenza di problematiche comportamentali e un incremento di disturbi psichici. Ne parliamo con il dottor Maurizio Pincherle primario di Neuropsichiatria Infantile dell’Area Vasta 3 di Macerata. Dopo quasi due anni, qual è l’impatto del Covid-19 sulla vita dei giovani da un punto di vista psicologico-emotivo? Un impatto da non sottovalutare, anche se non possiamo dare colpa solo al Covid. Lo stiamo dicendo da mesi: i nostri ragazzi sono in grandissima crisi; possiamo dire che con il Covid e la Dad c’è stato un aumento della patologia psichiatrica in età evolutiva, ma sappiamo che non è iniziata ora questa deriva di sofferenza psicologica. Già negli ultimi dieci anni, infatti, registriamo un aumento in media del 10% l’anno che è diventato del 30% con la pandemia, un dato nelle Marche in linea con il trend nazionale. Questo è preoccupante, servirebbe un incremento dell’assistenza psichiatrica per scongiurare esiti peggiori. Quali sono i disagi più ricorrenti? All’inizio abbiamo registrato un incremento della sintomatologia post traumatica da stress, ansia, depressione, attacchi di panico, sintomatologia da “chiusura totale”, in alcuni casi paura di allontanarsi da casa, non voler uscire o fobia scolare, studenti che non vogliono andare a scuola arrivano a superare 50 assenze Maurizio Pincherle e perdono l’anno scolastico. Sono in aumento gli atti autolesionistici, dove il dolore fisico cancella il dolore psichico, si prova un grande senso di vuoto, si rimane impassibili di fronte a ogni stimolo positivo e negativo. Il Covid ha peggiorato la situazione. Il lockdown ha portato per alcuni all’isolamento: l’ interazione con il computer e il telefonino, senza un interscambio fisico, lascia il ragazzo solo con sé stesso, che si “carica” di stimoli, si stanca, aumentando la solitudine e l’aggressività. L’esperienza Covid può essere l’inizio di un nuovo approccio per la salute mentale dei giovani? Certamente occorre fare una riflessione seria sulla realtà, con una società che è cambiata occorre supportare i nostri ragazzi con approcci nuovi per la loro crescita e benessere psichico. I giovani di oggi sono completamente diversi rispetto a quelli di 50 anni fa, hanno un cervello “diverso”, sono bombardati da stimoli differenti che famiglie e scuola non sono sempre in grado di intercettare. Noto nei giovani di oggi una mancanza di felicità. Lo dico da anni: non riescono a trovare il modo per essere felici ed è terribile vivere senza felicità! Tiziana Tiberi

Ecumenismo, don Ihor Olkhovski nuovo direttore DI M. NATALIA MARQUESINI

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a qualche settimana il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi ha indicato un nuovo direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso. A raccogliere il testimone dalle mani del professor Paolo Matcovich è don Ihor Olkhovskyi, attualmente collaboratore dell’Unità Pastorale del centro storico della città di Macerata, in particolare presso il santuario della Madonna della Salute (Chiesa di San Giorgio). Quali sono secondo lei le motivazioni per cui è stato scelto per questo nuovo incarico? Potrei ipotizzare che uno dei motivi sia il fatto che sono nato in Ucraina; lì la maggior parte della popolazione appartiene alla confessione cristiana Ortodossa e io provengo da una famiglia

dove ci sono parenti ortodossi e protestanti. Per me stare in mezzo a persone di altre confessioni cristiane non è una novità, e questo potrebbe essere uno dei motivi. Dalla mia esperienza posso dire che l’ecumenismo sia un’azione fondamentale che la Chiesa Cattolica cerca di portare avanti proprio perché il Signore stesso ci ha chiesto di mantenere l’unione tra di noi; penso infatti che questa divisione dei cristiani sia uno scandalo per tutti quanti. Prima di lei l’Ufficio era diretto dal professor Paolo Matcovich, com’è stato il “passaggio di consegne”? Io sono appena stato nominato, ma ho potuto incontrare in questi giorni il professor Matcovich che mi ha presentato la realtà delle altre confessioni nel territorio; lui è molto informato al riguardo ed ha una profonda conoscen-

«A volte vediamo chi non crede o non segue la nostra tradizione come un estraneo, scoprire le nostre diversità potrebbe eliminare incomprensioni e sospetti» za della materia. Io mi metto in ascolto e ho intenzione di procedere lentamente, approfittando anche della sua grande competenza sviluppata in oltre 20 anni di esperienza. Il suo impegno prevede anche il dialogo con le religioni non cristiane... I cristiani non possono ignorare la presenza delle altre religioni e lo sforzo di dialogare e capire in che modo possia-

mo collaborare è più che necessario. Non sono ancora a conoscenza dei numeri precisi, ma è chiaro che nel territorio della diocesi come in tutta la penisola italica si fa sempre più sentire la presenza di culture straniere, provenienti da tutte le parti del mondo, quindi è importante saper accogliere gli altri mantenendo la propria identità. Dobbiamo evitare le incomprensioni a causa dell’ignoranza reciproca perché sono la cosa più pericolosa. Nel mio paese sono stato membro del consiglio delle chiese cristiane e delle altre religioni presenti in Ucraina, in quell’occasione ho avuto modo di dialogare con ebrei, musulmani e altre religioni non cristiane; e per me è stata una bella esperienza perché ho visto come la comunione tra le varie religioni può lavorare concretamente per tutelare i diritti delle persone e alzare

la voce in favore dei più deboli. Era prevista una Veglia ecumenica promossa dalla diocesi, ma purtroppo è stata annullata a causa della pandemia... Il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno è ispirata alla solennità dell’Epifania “In Oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti per onorarlo”; ciascuno di noi può riflettere su questo tema e trarne un insegnamento. La preghiera comune è sempre auspicabile, ma è importante anche la preghiera individuale. Rivolgiamoci fiduciosi al Signore e chiediamo che come si è manifestato alle genti e li ha guidati con la stella nell’Epifania, accenda anche nei nostri cuori quella stella dell’amore reciproco che giorno dopo giorno ci porti all’Unità per cui Egli ha pregato il nostro Padre celeste.

Don Ihor Olkhovski


COMUNITÀ

MARTEDÌ 18 GENNAIO 2022

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Una scuola missionaria, cioè controcorrente I cinque incontri si terranno il sabato dalle 17 alle 19, presso la parrocchia di Piediripa di Macerata, a partire dal 3 febbraio 2022 DI

ANNAMARIA CACCIAMANI *

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n questi anni abbiamo scoperto quanto sia importante la dimensione del credere. Una dimensione dalle tante e variegate sfumature; da quelle piccolissime su cui si regge la vita di tutti i giorni (che quando giro l’interruttore la luce si accenda, che freno e acceleratore dell’auto risponderanno alla pressione del piede…), a quelle che decidono

dell’esistenza, come la fede in Dio e quella nella persona con cui si è deciso di condividere al vita. Credere ha quindi sempre una proiezione rivolta al futuro, a qualcosa che ancora non si è verificato o compiuto, che può svilupparsi in un modo piuttosto che in un altro. Credere che qualcosa possa cambiare è nutrire uno sguardo di speranza ma anche costruire occasioni perché questo sguardo possa generare pensieri e muovere passi coraggiosi. Coraggio, altra parola chiave di questo tempo segnato da una pandemia che non conosce orizzonte. Non è semplice mantenere l’equilibrio, tutti ci sentiamo costantemente in bilico tra fragilità e paura. Eppure, “eppure soffia ancora”, cantava Pierangelo Bertoli,

cantautore d’altra generazione. È il vento, che spazza le nubi e improvviso arriva il sereno, un vento da cui farsi portare per affrontare il mare aperto. Solo il vento può gonfiare le vele.La scuola missionaria diocesana, che anche quest’anno apre i suoi battenti da febbraio a maggio, vuole essere come un soffio di vento che allontana qualche nube e incoraggia a prendere il largo anche se il sereno stenta ancora a stabilizzarsi. Il tema scelto per quest’anno è certo suggestivo, ma per qualcuno può forse apparire anacronistico, in un tempo in cui restare immobili sembra la strada più percorribile: «Sì viaggiare… sii il tuo viaggio!»Perché parlare di viaggio? Perché nella scuola ciò che conta è parlare dell’uomo e toccare le corde più profonde del

suo essere. L’uomo che fin dalle origini ha dovuto attraversare terre per conoscere, conoscersi, sopravvivere. Ricopriremo così che chi non viaggia, chi resta fermo, è un individuo sordo, incapace di ascoltare quel grido profondo che convoca fuori da sé, fa avvizzire la propria vita. Si parte per tanti motivi: fuggire, annunciare, costruire, cercare un futuro. Si parte anche restando fermi, perché il vero valore di un viaggio non è nel toccare la meta a tutti i costi, ma nel decidere di cambiare posizione. Si tratta di guardare con sincerità e cuore libero dentro noi stessi, un viaggio che spesso siamo riluttanti a intraprendere perché frenati dalle tante incrostazioni che abbiamo accumulato negli anni. Nei cinque incontri della

Un momento di Adorazione eucaristica itinerante in una zona di missione in Africa

scuola, che si svolgeranno di sabato dalle 17 alle 19, presso la parrocchia San Vincenzo Maria Strambi (Piediripa di Macerata), attraverseremo questo tema. Incontreremo storie di umanità in movimento e ci lasceremo interrogare fino alla possibilità di maturare la scelta di

un’esperienza in terra di missione. Quando?… Se il vento è favorevole, anche questa estate! Pronti per il primo incontro il 3 febbraio 2022 con il vescovo Nazzareno? Vi aspettiamo, zaino in spalla e il coraggio del cammino. * équipe missionaria diocesana

Il cardinale: la Chiesa deve interrogarsi su come accrescere la comunione tra i suoi membri, incrementare la partecipazione, rendere più efficace e credibile l’impegno nell’annuncio del Vangelo

Grech: «Il Sinodo ci chiama tutti» DI PIERO

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CHINELLATO

l cardinale Mario Grech, maltese, segretario generale del Sinodo dei vescovi, avrebbe dovuto essere a Macerata domani, ma l’andamento della pandemia ha consigliato di sospendere gli appuntamenti in presenza, per cui l’incontro è rimandato a data da destinarsi. Il prelato aveva però già accettato, a introduzione della sua visita, di rispondere ad alcune domande sul cammino sinodale che coinvolge tutta la Chiesa e, in questa prima fase, le diocesi, la nostra inclusa. Eminenza, questo Sinodo è nato con l’intenzione di trasformarsi da evento della Chiesa universale a processo che coinvolge in tempi contingentati le Chiese locali di tutto il mondo. A cammino avviato da qualche mese, le sembra che questa prospettiva sia stata compresa? Nonostante il processo sinodale sia stato avviato solo da pochi mesi, e dunque sia troppo presto per esprimere valutazioni circostanziate, mi sembra di constatare un buon livello di entusiasmo e di interesse all’interno di molte Chiese locali. È la percezione che mi arriva dagli incontri che ho svolto in vari luoghi del mondo, dai meeting telematici organizzati dalla Segreteria del Sinodo con i presidenti delle Conferenze episcopali e con i responsabili del processo sinodale a livello nazionale o diocesano, dalle molte lettere che ci arrivano di continuo da ogni dove. Ovviamente non mancano le difficoltà e le resistenze, che sono in parte comprensibili e prevedibili, ma il processo sinodale si è aperto sotto buoni auspici, e il nostro compito sarà quello di non deludere le legittime attese che esso sta già suscitando in tante comunità e in tanti cristiani. Perché il Papa l’ha voluto con così tanta determinazione? Il Papa ha fatto della sinodalità una delle idee chiave del suo pontificato, riprendendo e svi-

luppando con diversa terminologia un’istanza fondamentale del Concilio Vaticano II, presente in particolare nel II capitolo della Lumen Gentium, dedicato al Popolo di Dio. Il desiderio di favorire il protagonismo di tutti i battezzati nella missione della Chiesa nasce, a mio avviso, da una duplice intuizione: la prima è squisitamente teologica, e riguarda la dignità sacramentale di ogni cristiano, che nel battesimo è stato costituito soggetto – e non oggetto – dell’azione ec-

Per l’evangelizzazione serve un rinnovato impegno di tutti i battezzati, superando uno dei principali ostacoli: il clericalismo clesiale, mediante il conferimento del sacerdozio regale, che è una forma reale di partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo, complementare a quella del sacerdozio ministeriale; la seconda è propriamente pastorale, e riguarda la convinzione che l’evangelizzazione del mondo contemporaneo (tema centrale della Evangelii Gaudium) debba comportare un rinnovato impegno di tutti i battezzati, superando uno dei principali ostacoli all’annuncio del Vangelo agli uomini d’oggi, che è il clericalismo. Lei ne ha parlato come di un “Sinodo sulla sinodalità”: ci spiega cosa intende? Il “Sinodo sulla sinodalità” non è un bel gioco di parole, ma una formula che chiede di essere attentamente spiegata, onde evitare facili fraintendimenti. Synodus è parola antichissima, radicata nella Sacra Scrittura e nell’esperienza della Chiesa dei Padri, che indica in senso generale ogni raduno in cui i membri della Chiesa, ai vari livelli, si incontrano per discernere e decidere insieme

ciò che attiene al bene della comunità. Nel nostro caso, si intende con “Sinodo” l’organismo che san Paolo VI ha istituito nel 1965 con il nome di Sinodo dei vescovi e che papa Francesco ha innovato nel 2018 con la costituzione apostolica Episcopalis communio, trasformando il Sinodo da evento in processo in cui l’intero Popolo di Dio è in vario modo coinvolto, ovviamente insieme ai vescovi e sotto la loro indispensabile guida. Sinodalità, invece, è parola più recente, evidentemente derivata dal termine Sinodo: essa non indica tanto un “evento” ecclesiale, quanto uno “stile” di Chiesa, lo stile di una Chiesa più capace – come recita il sottotitolo di questo Sinodo – di comunione, di partecipazione e di missione. È su questo, dunque, che il “Sinodo sulla sinodalità” è chiamato a interrogarsi: su come accrescere la comunione tra i membri della Chiesa, incrementare le forme della partecipazione alla vita ecclesiale, rendere più efficace e credibile l’impegno missionario. Nel parlare delle prospettive di questo Sinodo lei è arrivato a dire: «Ottenere dei risultati senza maturare uno stile sinodale consegnerebbe la Chiesa a una delusione che comprometterebbe il futuro della sinodalità e della stessa Chiesa… Ciò che conta è maturare una vera mentalità sinodale; comprendere che davvero “la Chiesa è costitutivamente sinodale”». Le sembra che questa consapevolezza sia stata acquisita? È quanto stavo appunto accennando. In questo Sinodo, in un certo senso, il contenuto e il metodo si intrecciano in modo inestricabile: riflettere sulla sinodalità senza maturare uno stile o una mentalità sinodali sarebbe un grave controsenso. Si tratta della mentalità del pensareinsieme, del progettare-insieme e, a determinate condizioni, del deliberare-insieme. Non è una mentalità “contro”, nella quale il ruolo dei ministri ordinati vie-

ne minacciato dalle “rivendicazioni” dei fedeli, ma una mentalità “con”, in cui pastori e laici imparano – come dice appunto la parola Syn-hodos – a “camminare insieme”, nella diversità dei ministeri e dei carismi suscitati dallo Spirito Santo. Questa consapevolezza non è ancora sufficientemente acquisita in larghe fasce del Popolo di Dio, sia tra i pastori sia tra i laici, e per questo la “sfida” di questo Sinodo mi sembra estremamente attuale. Il cammino sinodale deve ascoltare il sensus fidei, ma questo da chi è espresso oggi, con comunità a grande prevalenza di anziani, oltretutto distanziate dal Covid? L’ascolto del sensus fidei è centrale in ogni processo sinodale, ma bisogna fare attenzione a non confondere il senso soprannaturale della fede, che lo Spirito Santo accorda alla totalità dei battezzati, con una qualche forma di opinione pubblica nella Chiesa o con l’orientamento della maggioranza, che sarebbe peraltro difficilmente determinabile. L’importante è che, all’interno delle Chiese locali, si faccia lo sforzo di ascoltare il più possibile tutti: non soltanto i soliti noti, che spesso sono anziani, ma anche coloro che sfuggono ai nostri consueti circuiti ecclesiali, soprattutto i giovani, che molto hanno da dire e che devono essere messi in condizione di farlo. La raccolta di queste voci non è ancora direttamente il sensus fidei, ma è il presupposto per quel discernimento ecclesiale – compiuto a diversi livelli nel corso del processo sinodale – che permette di riconoscere nelle voci dei fedeli la voce dello Spirito. «Ciò che riguarda la vita della Chiesa – sono parole sue – deve passare per il canale delle Chiese particolari», quindi i contributi di tutte le realtà, come movimenti, associazioni, gruppi… devono confluire nel cammino delle diocesi: sta avvenendo?

La rinnovata visione di Chiesa – che questo pontificato e questo processo sinodale intendono promuovere per far progredire la recezione del Concilio Vaticano II – non può e non vuole astrarre dalle Chiese locali, perché è in ciascuna di esse che si realizza l’unica Chiesa di Cristo, sotto la guida del vescovo, vicarius Christi per il gregge affidato alle sue cure pastorali. Questo significa anche aiutare le diverse realtà ecclesiali oggi esistenti – le quali possono offrire un prezioso contributo al cammino del Sinodo – a non bypassare le Chiese locali e a inserirsi vitalmente nelle iniziative diocesane in corso, in vista di un reciproco arricchimento. Ci sono esperienze in cui il ponte lanciato verso i “lontani”, le persone che hanno perso familiarità con la Chiesa o che le sono ostili, i giovani ha dato risultati già apprezzabili? Ci sono tentativi, in varie Chiese locali, per cercare di coinvolgere nel processo sinodale i cosiddetti “lontani”: ad esempio,

incontri aperti alla società civile, iniziative che interessano scuole e istituzioni universitarie, proposte per i gruppi di immigrati o eventi che coinvolgono i poveri e gli emarginati. È troppo presto per conoscere i frutti di questi tentativi, ma forse, prima ancora di poter “quantificare” i risultati di tali iniziative, sono un buon risultato le

Nelle diocesi ci si sforzi di ascoltare tutti, non soltanto i soliti noti, che spesso sono anziani, ma soprattutto i giovani, che molto hanno da dire iniziative in sé, vale a dire lo sforzo di essere Chiesa “estroversa”, aperta sul mondo e non ripiegata su se stessa. Il linguaggio col quale si sta promuovendo il cammino sinodale è, dal suo punto di vi-

sta, adeguato per intercettare la vita dei nostri contemporanei? La mediazione linguistica è tanto fondamentale quanto faticosa. Nel processo sinodale sono in ballo questioni complesse – che riguardano la teologia, ma anche il diritto canonico – e rinunciare ad affrontarle, con l’aiuto degli specialisti del settore, sarebbe un errore. Al tempo stesso, si deve cercare un linguaggio più semplice e “inclusivo” per coinvolgere tutti nel cammino, secondo le forme concretamente possibili. Un simile sforzo è stato già compiuto nell’elaborazione del Documento Preparatorio e dell’annesso Vademecum, che infatti stanno ricevendo una buona accoglienza. Anche in seguito, quando nella fase continentale e in quella universale si dovranno forse affrontare questioni teologiche più specifiche, bisognerà fare in modo che il linguaggio non diventi astruso e non appaia lontano dalla vita concreta dei fedeli, dato che il cammino riguarda tutti, nessuno escluso.

Don Fabio Piombetti, «un Natale nelle mani di Dio» DI FABIO

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Don Fabio, il vescovo e don Mogliani

Il sacerdote racconta: poco dopo l’ingresso da parroco a Urbisaglia un’emorragia cerebrale e, appena dimesso dall’ospedale, il Covid

PIOMBETTI

o davvero vissuto questo Natale e questo inizio anno nuovo con l’Emmanuele, “Dio con noi”. Sono parroco di Urbisaglia dalla fine di ottobre 2021, e ho passato l’ultimo mese lontano dalla parrocchia, prima in ospedale per un’emorragia cerebrale, e poi, in pieno periodo natalizio, in isolamento causa Covid. È interessante vedere come Dio porta avanti le cose e la storia di ognuno. A me quest’anno, prete novello alla prima esperienza da parroco, pieno di desideri e progetti per il Natale, Dio ha mostrato un’altra via che non era la mia. Il Signore mi ha mostrato che i suoi pensieri sono totalmente diversi dai miei trop-

po umani, e lo ha fatto per amarmi profondamente, per stare solo con me. Lui, io e basta. Ho scoperto che in Lui però c’è tutto un universo che riempie ogni spazio e ogni solitudine. Nel tempo di Avvento, quando mi sono sentito male, la liturgia proponeva i Vangeli apocalittici, che parlavano del ritorno del Signore in ottica natalizia: il Signore torna, il Signore viene. E nel succedersi dei giorni, quando si proclamavano sconvolgimenti, caduta degli astri, sole che non dava più luce, cioè la perdita nella prova di ogni riferimento umano e mondano, scoprire proprio lì che la sola fede resta, ho scoperto che la Parola mi preparava a un tempo di Natale per me storico e potente. Dio stava venendo a visitarmi. Il 30 novembre sono stato ricovera-

to al Torrette di Ancona per un’emorragia cerebrale che, ringraziando Dio, è stata leggera e non ha lasciato danni. Quei giorni di incertezza, in cui non si capiva bene se avrei dovuto essere operato o no, mi hanno fatto fare un’esperienza di pace profonda. Non sono mai stato davvero preoccupato, e questo non perché io sia un’eroe, ma perché in me c’era la certezza della vita eterna. Un’eredità magnifica che mi ha regalato la Chiesa attraverso la predicazione e i sacramenti. Con me c’era Cristo vincitore della morte, che mi ha dato la grazia di entrare con pazienza nella prova sapendo che qualunque sconvolgimento potesse capitare, Lui sarebbe rimasto vicino, la roccia salda su cui non si crolla. Questo è stato il primo regalo di Natale: poter cam-

minare sulle acque della paura come San Pietro che guardando a Cristo non affonda. Una volta dimesso, dopo due settimane, sono tornato a casa per fare convalescenza, e dopo pochi giorni, lì ad aspettarmi c’era il Covid. Passare il Natale e la fine d’anno nella mia stanzetta da solo, dopo quello che era già successo, è stato un altro grande dono. Assomigliare al Signore, nel nascondimento, e sentirsi pieni della sua presenza è stato una consolazione. Con me c’era Gesù, insieme all’asinello e al bue che mi scaldavano. Il bue e l’asinello, la Chiesa e i fratelli. La notte di Natale sono stato consolato dalla chiamata del Vescovo, che mi ha confermato nella missione, e sono stato tempestato dalla presenza di tanti fratelli che mi hanno raggiun-

to telefonicamente, ma ancor prima con la preghiera. Da tutto il mondo si è pregato per me, dalla Cina al Canada, tantissimi fratelli e sorelle che mi sono stati vicini fin da quella notte del 30 novembre, che piano piano è diventata un’alba piena di luce. Dio benedica tutti col centuplo e la vita eterna! Oggi sono di nuovo in campo ad Urbisaglia, ancora più grato a Dio, che nella notte manda messaggeri a consolarci. Ringrazio la Chiesa fatta da tutti, che con pazienza mi ha annunciato l’amore di Cristo non lasciandomi al buio ma dandomi la certezza che Dio fa bene ogni cosa; anche un Natale così, forse il più bello della mia vita. Ho incontrato Cristo nei cristiani. Dio è vivo in loro. Buon anno a tutti!


SOCIETÀ

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MARTEDÌ 18 GENNAIO 2022

Una «Casa della memoria» a Urbisaglia DI PIERO

CHINELLATO

C’

è un filo rosso che lega il famoso avvocato di Los Angeles del film Woman in Gold, il grande bibliofilo Renzo Bonfiglioli, il celebre semiologo e critico teatrale torinese Ugo Volli. Tutti hanno un riferimento con l’Abbadia di Fiastra e più precisamente con il Campo di internamento allestito dal regime fascista nel palazzo Giustiniani Bandini nel triennio 1940-43. Bonfiglioli fu uno dei primi internati che vi giunsero; Randy Schoenberg, l’avvocato Usa, ebbe internato lo zio Otto Bauer e Ugo Volli, il nonno suo omonimo. L’Abbazia, oltre a essere uno splendido complesso monastico cistercense e un incantevole sito naturalistico, è stata anche luogo in cui si è dispiegata una delle sequenze, per fortuna

incruenta, della più grande tragedia del nostro ’900. Il “Campo di Internamento di Urbisaglia Bonservizi” entrò in funzione il 16 giugno 1940. Aveva una capienza di circa cento posti; vi furono reclusi esponenti di spicco dell’ebraismo italiano ed europeo, antifascisti italiani e slavi. Gli arrivi e le partenze degli internati si susseguirono fino all’agosto del 1943. Il 30 settembre 1943 il campo fu chiuso e gli internati trasferiti al campo di Sforzacosta, quindi a Fossoli (Modena) per poi finire nei campi di sterminio nazisti. In tutto, per il campo di Urbisaglia transitarono circa 300 prigionieri la cui vicenda è stata ricostruita solo in minima parte. Per recuperare quanto più possibile della memoria di questa pagina della nostra storia, che rischia altrimenti di essere cancellata con la scomparsa delle ultime persone depositarie di

tracce tramandate da chi vi fu detenuto, un gruppo di amici urbisagliesi ha deciso di dar vita a una associazione che mira a promuovere la ricerca sulla storia del campo di internamento e a ricostruire le vicende di chi vi fu detenuto. Per dare concretezza a tale proposito fin da subito si è avvertita la necessità di creare un rapporto con chi ha la possibilità di promuovere e organizzare la ricerca con tutti i crismi di scientificità e accuratezza, trovando l’immediata adesione del professor Angelo Ventrone, ordinario di Storia contemporanea di UniMc. In parallelo è stata chiesta l’adesione degli enti più immediatamente coinvolti con l’Abbazia di Fiastra: il Comune di Urbisaglia, la Fondazione Giustiniani Bandini, le Università di Macerata e di Camerino, raccogliendo da tutti consenso e ap-

prezzamento. Ora si stanno per muovere i primi passi ufficiali, con l’Assemblea dei soci fondatori e l’elezione degli organi sociali. Poi comincerà il lavoro, che agli obiettivi di ricerca e divulgazione aggiunge quello dell’elaborazione del progetto di una Casa della memoria che, avvalendosi delle tecnologie multimediali, possa proporre in alcuni degli ambienti finora inutilizzati del palazzo, che ospitarono gli internati, la storia del campo e la ricostruzione delle vicende dei detenuti. Se l’epilogo per molti fu tragico, la storia del campo di Urbisaglia non è però stata segnata da infamie, come testimoniato dal medico ebreo viennese Paul Pollak (nella foto, il quarto in piedi da sinistra), uno dei pochissimi sopravvissuti ad Auschwitz: «Prima del mio soggiorno ad Urbisaglia ero stato in un campo di con-

Un gruppo di internati

centramento tedesco, e dopo Urbisaglia fui ad Auschwitz, dove potei parlare con deportati di quasi tutti i Paesi europei e potei fare confronti sul destino e sul trattamento degli ebrei in altri Paesi. Avevo sempre presente allo spirito il campo di Urbisaglia. Il trattamento umano dei suoi internati rimarrà sempre un attestato di lode per l’Italia e un documento del-

L’iniziativa per ricostruire le vicende dei circa 300 detenuti nel campo di internamento attivo all’Abbadia di Fiastra tra il 1940 e il 1943 la sua nobile antica civiltà e della religiosità. Nelle ore grigie ed oscure di Auschwitz, abbiamo sempre visto davanti a noi, come un miraggio, il luminoso giardino d’Urbisaglia in Italia, paese di sole e di buona gente». E questa consapevolezza rende più lieve l’accostamento a una vicenda che comunque resta inquadrata in una tragedia immane.

La pandemia è una variabile incontrollabile per ogni categoria, professionistica o meno I campionati fanno i conti con sospensioni, recuperi e quarantene dei propri atleti

Il Covid preoccupa il mondo dello sport DI

ANDREA MOZZONI

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ovid, tamponi e quarantene irrompono quotidianamente anche nel mondo dello sport maceratese condizionandone l’attività degli atleti e la programmazione delle squadre sia a livello professionistico, che tra i dilettanti. Eppure la stagione 2021-2022 ha confermato le realtà del territorio tra le protagoniste in assoluto dei vari campionati e delle discipline affrontate. Nel volley, la Lube Civitanova deve recuperare due turni che potrebbero farla balzare al secondo posto dietro la grande rivale di sempre, la Sir Safety Conad Perugia. I biancorossi sono ancora protagonisti in Champion League, peraltro reduci da un’importante vittoria in Polonia al tie break con i campioni d’Europa in carica dello Zaksa. Scotta ancora in casa Lube la sconfitta in Brasile del 12 dicembre scorso con il Sada Cruzeiro nella finalissima che assegnava il titolo mondiale per club, ma i ragazzi dell’allenatore Gianlorenzo Blengini hanno già dimostrato di poter rispondere alla grande ai tanti impegni che li condurranno verso il termine della stagione. Nel capoluogo, la Med Store Tunit naviga anch’essa nelle zone alte della classifica, confermandosi squadra di valore, capace di competere fino alla fine per il titolo e il conseguente salto di categoria. Non da meno sono le ragazze della Cbf Balducci Helvia Recina che guidano il girone A della regular season di A2, nonostante abbiano visto sfumare per un soffio il sogno di ripetersi nella finale di Coppa Italia vinta lo scorso anno. Sul fronte calcistico, alla luce della evoluzione della situazione epidemiologica, con incremento dei contagi dovuti alla

variante Omicron particolarmente aggressiva e contagiosa, la Lega Nazionale Dilettanti ha ufficializzato la creazione di una cabina di regia di gestione della crisi epidemiologica. I vari Comitati Regionali, considerando le diversità strutturali dei campionati e della diversa incidenza locale dei casi epidemiologici, si stanno anche in queste ore confrontando per una progressione nel rientro in campo dopo le festività natalizie: la prima data prevista (ma è quasi certo un ulteriore slittamento) è quella del 23 gennaio. Dal punto di vista agonistico, l’AnconaMatelica continua a stupire nel girone B di Serie C dopo la fusione tra le due società a discapito di una Maceratese che aveva accarezzato per un momento la possibilità di abbandonare finalmente il campionato di Promozione e tornare a calcare livelli più adeguati alle aspettative dei propri tifosi. Sospeso per ora causa Covid il campionato di Serie D: davvero un peccato per la Recanatese in testa al Girone F e per un Tolentino al quinto posto, finalmente nelle zone alte dalla clas-

L’arbitro Juan Luca Sacchi

I giocatori della Maceratese

sifica dopo alcuni anni passati tra alti e bassi. Fermi al palo e in attesa di poter ricominciare a giocare anche i campionati minori, in particolare quello di Promozione dove, come detto, militano società dal passato glorioso come la Maceratese e la Civitanovese. In un calendario stracolmo di derby in provincia (nello stesso campionato figura anche un’altra squadra di Macerata, la neo promossa Cluentina), a stupire sono però in questo caso i ruolini di marcia di compagini come il Chiesanuova (frazione del Comune di Treia), primo in classifica nel girone B, per nulla intenzionato a far celebrare nel modo migliore il centenario dalla sua fondazione ai biancorossi di Macerata. Tra le outsider l’Aurora Treia e il Monte Urano. Da sottolineare come nel calcio, a tenere alti i colori maceratesi ha pensato anche in questi due anni contrassegnati dalla pandemia, l’arbitro di Serie A, originario del Comune di Appignano, Juan Luca Sacchi: per lui finora in stagione 10 presenza tra la massima categoria, la Coppa Italia e la Serie B. Sul fronte del rugby maschile e femminile, la società Banca Macerata Rugby è tra quelle che hanno sofferto di più l’avvento della pandemia. Al tempo stesso, tuttavia, i gialloneri non si sono lasciati abbattere e quando possibile hanno ripreso le attività nel rispetto dei protocolli, portando avanti anche iniziative meritevoli in favore di ragazzi disabili e con altre problematiche, avvicinati a questa pratica sportiva. Buone notizie sono invece arrivate fuori dal rettangolo di gioco: il nuovo impianto sarà finalmente realizzato nella frazione di Villa Potenza grazie al bando Rigenerazione Urbana con il quale il capoluogo di provincia riceverà 2,5 milioni di euro per tale destinazione.

L’INTERVISTA

La Maceratese riparte da Trillini nell’anno del suo centenario ell’anno del suo centenario, la S.S. Maceratese 1922 del presidente Alberto N Crocioni è ai box per la pausa dei campio-

to giusto, ma ora per i giocatori questo stop prolungato non ci voleva. Va detto che ogni squadra avrà i suoi problemi alla ripresa e si lavora un po’ tutti a ranghi ridotti. Per nati dilettantistici dovuta al Covid 19. Priconoscerci sarebbero bastate le due settima della sosta natalizia è giunto l’esonemane precedenti; ho trovato un gruppo saro dell’allenatore Francesco Nocera e la no che ha soltanto bisogno di essere rinsquadra che milita in Promozione è in maforzato numericamente no ora all’esperto tecniperché proseguire in co anconetano Sauro questo contesto emerTrillini, 63 anni. Per lui genziale dovuto al Covid 4 stagioni da giocatore, ci mette di fronte a delle dal 1981 al 1985, e una incognite legate anche da allenatore nel alle eventuali quarante2001/2002, in Serie D, ne da rispettare. culminata con un Quali qualità serviquarto posto. rebbero? Mister, il Covid sta Abbiamo un’età media costringendo lei e i molto bassa e dobbiamo suoi ragazzi a una soalzare il livello di “mestiesta forzata... re” in rosa, anche se non Stiamo ingannando l’atsarà facile trovare giocatesa della ripresa del Il mister Sauro Trillini tori esperti e svincolati dicampionato con degli alsposti a scendere di catelenamenti al pomeriggoria, ma ci stiamo guardando intorno. Pregio, pur a ranghi ridotti, avendo la fortuvedo un campionato non facile per nessuna di avere questo bell’impianto sintetico no, con tante squadre attrezzate per poternella frazione di Villa Potenza. Allenarsi lo vincere: sarà un torneo combattuto fino senza giocare non è molto piacevole, ma alla fine. possiamo solo fare di necessità virtù. C’è grande attesa a Macerata per l’anno Dopo il suo nuovo esordio con vittoria del centenario... per 1 a 0 col Montecosaro, questo peConosco bene Macerata e daremo il masriodo le sta servendo per conoscere mesimo per questa maglia. glio i giocatori in rosa? Andrea Mozzoni La sosta natalizia era giunta nel momen-

«Un anno intenso di attività per Libera» Il bilancio di Mazzieri: iniziative con gli scout di Mogliano e Macerata, scuole del capoluogo, di Appignano, e Montefano DI

DANIELA MESCHINI

A

un anno dalla nascita del “Presidio Ciro Colonna di Libera a Macerata” Benedetta Mazzieri racconta le attività svolte ripercorrendo le motivazioni della nascita del Presidio. «Il Maceratese nel 1996 è stato scosso dalla strage di Sambucheto, poi nello stesso anno ci fu un ingente sequestro di droga a San Benedetto del Tronto che permise di constatare la pre-

senza della ‘ndrangheta nelle Marche. Nasce così l’impegno, perché come giovani vogliamo essere “fari” che gettano luce su quelle condotte oscure in cui si insinua la criminalità organizzata che a Macerata è consolidata da ben trent’anni anche se non c’è consapevolezza da parte della cittadinanza». Benedetta punta sull’importanza di sensibilizzare i cittadini, specie i più giovani. «Un anno complesso e intenso quello appena trascorso per la pandemia, che non ci ha impedito di continuare la collaborazione con il Clan Scout di Macerata2 a cui si è aggiunto il clan di Mogliano. Le attività si sono incentrate sulla formazione nelle scuole che ci ha visti impegnati ad Appignano, Montefano e nella scuola primaria della Pace di Macerata.

Abbiamo fatto conoscere ai ragazzi la storia di Ciro Colonna e di altri giovani innocenti uccisi dalla mafia, declinando i temi della legalità, dell’onestà e della correttezza nel modo di agire di ognuno di noi, per dire no alla violenza e alla prepotenza. Formazione svolta anche con i ragazzi del Servizio Civile della Caritas di Macerata. A giugno siamo riusciti ad organizzare un incontro in presenza con Giulia Mencarelli che ci ha parlato del problema del caporalato e dei subappalti illeciti nei cantieri del post sisma. Quella del caporalato è una piaga presente nel nostro territorio, come confermano le indagini svolte dai Carabinieri tra Recanati e Montelupone e i tanti atti firmati dal procuratore Di Giorgio. Abbiamo partecipato al festival di Ap-

pignano nella serata dedicata alla Legalità. In questo anno abbiamo avuto la soddisfazione di avere tanta gente che si è avvicinata a noi e che ha iniziato a collaborare con noi. Il discorso si sposta sui progetti per il futuro. «Si continuerà a fare memoria delle vittime innocenti di mafia, ad allargare l’impegno personale di quanti vogliono un territorio libero dalla lunga mano della mafia e a continuare la sensibilizzazione nelle scuole, luogo ideale per aiutare i ragazzi ricordando loro le parole della sorella di Ciro: “A Ciro è stato tolto un futuro ma, ognuno di noi ha ancora la possibilità di scegliere il proprio destino: praticando lo studio che aumenta le proprie opportunità, o praticando la violenza di cui cono-

Il nome completo è ”Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” Fondatore e presidente è don Luigi Ciotti

sciamo il finale”». Da ultimo, allargando lo sguardo, Benedetto delinea il suo sogno per Libera a Macerata: «Di certo quello di poter avere tra noi don Luigi Ciotti. Intanto vorrei invitare alla lettura del suo libro “L’amore non basta”. Al termine dell’intervista, svolta on-

line, Benedetta ringrazia la redazione di Emmaus per averle dato l’occasione di ripercorrere il percorso di Libera a Macerata a un anno dall’inaugurazione del Presidio “Ciro Colonna” ricordando che le porte per chiunque volesse offrire aiuto e collaborazione sono spalancate.


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Emmaus e Avvenire. 18 gennaio 2021 by EmmausOnline - Issuu