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Emmaus e Avvenire 16 febbraio 2021

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www.emmetv.it

Martedì, 16 febbraio 2021

MIGRANTI

Emergenza rotta balcanica

sempre gravissima l’emergenza umanitaria per i migranti bloccati in Bosnia Erzegovina. Caritas ÈItaliana, in collaborazione con altre realtà non pro-

Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata

Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata

fit, è impegnata nella distribuzione di cibo e di abbigliamento invernale (scarpe, giacche a vento, sciarpe, cappelli) e soprattutto di legna da ardere, per consentire ai migranti di scaldarsi. Questi aiuti sono resi possibili grazie alla solidarietà mostrata da molte persone e organizzazioni che stanno contribuendo alla raccolta fondi necessaria proprio per l’acquisto di beni essenziali per la sopravvivenza di queste persone. Le Caritas delle diocesi marchigiane hanno lanciato una raccolta fondi che verrà fatta confluire su Caritas Italiana per l’acquisto in loco di quanto necessario. Si può contribuire con un bonifico a Caritas diocesana Macerata - causale: Rotta balcanica -IBAN IT24W0311113401000000019866

Inserto di

Tolentino, è morto il diacono Sandro Ciarapica

Fra Michel, tornato dalle Marche nel suo Benin

Luigi Accattoli: la fede in ospedale con il coronavirus

L’8 marzo non una festa ma una svolta

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La Quaresima è tempo per costruire una comunione più vera con gli uomini e con Dio

Tornare a casa, rinnovati DI

Quaranta è simbolo di un tempo di maturazione Deserto significa prova, lavoro su di sé. Il tema del cammino ci orienta a essere liberi e costruttori di nuova convivenza civile

NAZZARENO MARCONI *

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Uno scatto del deserto, utilizzato nella copertina del libretto per la Quaresima 2021 del vescovo Marconi

mia si risolva con un semplice colpo di spugna. Se però leggiamo attentamente la Bibbia, l’esodo è certo un tornare a casa, ma per costruire una novità: la prima Gerusalemme. Anche Elia torna al Sinai e da qui in Israele, ma per dare inizio a una nuova storia, con nuovi re da nominare e nuovi profeti da

consacrare. Il popolo ebraico torna in patria dopo l’esilio a Babilonia, ma per costruire una nuova e più bella Gerusalemme, con un tempio ancora più grande. E anche Gesù torna a Nazareth dopo il deserto, ma per dare inizio in quella terra della sua infanzia all’annuncio della novità evangelica. Infine anche il fi-

glio prodigo torna a casa, ma per vivere col Padre in modo nuovo e più vero e giusto. La storia, nella Bibbia, non torna mai semplicemente indietro! Il cammino con Dio dei singoli e dell’umanità è sempre di maturazione e crescita, come simboleggia il numero 40. Le prove e gli errori del passato, rap-

SUSSIDIO Verso la Pasqua

uest’anno non verrà stampato l’oramai Qtradizionale fascicolo

che negli anni scorsi accompagnava i giorni della Quaresima. Il vescovo Marconi l’ha predisposto come sempre, ma verrà diffuso solo in formato elettronico. Lo si potrà scaricare integralmente in formato PDF e leggerlo o stamparlo autonomamente. Sarà anche possibile leggere quotidianamente le riflessioni nel sito diocesano o su www.emmetv.it. L’argomento sarà la preghiera dei salmi. Ogni giorno sarà proposta la meditazione di un salmo, commentato con una sintesi delle Catechesi del mercoledì che san Giovanni Paolo II dedicò proprio alla spiegazione dei salmi.

Anche l’abbazia di Fiastra è pronta per lo streaming DIRETTA ONLINE

l tempo quaresimale ha uno sfondo biblico che lo caratterizza: i quaranta giorni della Quaresima evocano i 40 anni dell’esodo di Israele nel deserto del Sinai verso la terra promessa, i 40 giorni di Elia nello stesso deserto verso il monte Oreb ed infine i 40 giorni di Gesù nel deserto di Giuda verso l’inizio della sua vita pubblica. Tre episodi genericamente definibili di esodo, con tre elementi sempre presenti: il numero quaranta che evoca gli anni per diventare adulto, maturo, responsabile di sé e degli altri. Quaranta è quindi simbolo di un tempo di maturazione. Il tema del deserto che significa prova, lavoro su di sé per vincere le sfide della vita. Ed infine il tema del cammino verso un luogo nuovo ed un tempo nuovo, verso un modo nuovo di stare al mondo e di stare con Dio: non più schiavi, impauriti, minacciati, ma liberi e costruttori della nuova convivenza civile. Lo schema esodico di questi racconti indica un percorso chiaro: dalla terra d’esilio alla propria terra. L’esodo sarebbe perciò un ritorno a casa. È questo un tema narrativo presente in tutta la cultura antica a partire dall’Odissea: il ritorno avventuroso di Ulisse ad Itaca, la sua casa, come simbolo dell’intero cammino dalla vita umana. Per certi versi anche la Divina Commedia, così spesso evocata in questo anno del centenario di Dante, è la storia del ritorno a casa del suo autore che si era smarrito «nel mezzo del cammin di nostra vita». Dante, un po’ contorto e misterioso come tutti i toscani, per tornare a casa l’ha presa un po’ lunga… passando per inferno, purgatorio e paradiso. Di fatto la vita con i suoi errori e i suoi percorsi tortuosi ci porta lontano da casa. Lo narra anche la parabola del figliol prodigo. Quando uno “rientra in sé stesso” e prende coscienza dell’errore, la cosa più saggia da fare è ritornare, rimettere le cose a posto. C’è uno schema chiaro nella vita, che va restaurato tornando indietro. Anche la Quaresima sembrerebbe perciò un semplice tornare indietro, alla vita di prima, alla vita prima che il peccato la rovinasse? Un tema che oggi potrebbe essere molto attraente: chi non spera e non attende ardentemente che tutto torni come prima, che la pande-

a chiesa abbaziale di Fiastra è diventata la sostituta del duomo di San Giuliano, inagibile dal terreLmoto, per le celebrazioni liturgiche più solenni. Per la

trasmissione finora ogni volta era necessario approntare le postazioni di ripresa e di regia, oltre a stendere decine di metri di cavi. Ora tutti i segnali arrivano a una postazione e la telecamera già presente è stata collegata alla Rete. È stato inoltre creato il canale YouTube “Parrocchia S. M. Annunziata - Abbadia di Fiastra”.

presentati dal deserto e dalle sue tentazioni, non vengono solo cancellati, ma sono occasione di maturazione di un amore nuovo e più vero. La liberazione dal male, a partire da quello che abbiamo dentro di noi, non è per fare quello che si vuole, ma per costruire una convivenza, una comunione più intensa e vera con gli uomini (la nuova Gerusalemme) e con Dio (il nuovo tempio). Una Quaresima da vivere una seconda volta in tempo di pandemia deve perciò misurarsi con questa immagine complessa e stimolante di un cammino di ritorno a casa, ma con un nuovo stile di vita. È questo un tema di meditazione che tocca non solo i singoli, ma tutta la comunità diocesana e che è giusto nutrire di silenzio, di ascolto e di preghiera. Ogni anno scrivo un libretto, che viene stampato e diffuso nelle parrocchie per sostenere il cammino spirituale della Quaresima. In questo tempo di internet e cellulari super tecnologici, il Libretto della Quaresima 2021 verrà invece diffuso solo in formato elettronico. Lo si potrà scaricare integralmente in formato PDF e leggerlo o stamparlo in proprio. Oppure lo si potrà leggere ogni giorno nel sito diocesano o su www.emmetv.it. Quest’anno è dedicato alla preghiera dei salmi, una preghiera bellissima, che si può fare da soli, ma anche insieme, come fanno i monaci. Ogni giorno sarà proposta la meditazione di un salmo, commentato con una sintesi delle Catechesi del mercoledì che san Giovanni Paolo II dedicò proprio alla spiegazione dei salmi. È un piccolo aiuto per compiere un cammino spirituale in questa Quaresima, che ci faccia davvero maturare nel bene, rendendoci capaci di camminare verso il futuro. * vescovo

ANNIVERSARIO

Cent’anni fa nasceva Dante Cecchi

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sattamente cento anni fa, il 16 febbraio 1921, nasceva a Macerata Dante Cecchi. Personalità poliedrica, con molteplici interessi culturali, ha legato il proprio nome alla città e all’intero territorio maceratese con un costante impegno nella società civile, lasciando testimonianze tuttora vive nel campo storico-culturale, in quello politico-amministrativo e nella formazione dei giovani. Il suo metro d’azione è racchiuso nella dedica con la quale padre Agostino Gemelli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel 1942 gli consegnò il diploma di laurea in Lettere e Filosofia: «…ricorda pure che l’Alma Mater alla quale hai appartenuto, ti ha insegnato come nella vita, nella professione e negli studi devi servire il Regno di Cristo Signore Nostro». Questo è stato «il suo impegno di vita fino alla morte», ha scritto il figlio Giovanni (suo un articolo a pagina 4) in un volume di ricordi a cura di Alberto Meriggi, edito dal Consiglio regionale delle Marche. Credente cattolico e fine intellettuale, Dante Cecchi è stato un educatore non comune. Nei suoi cinquantaquattro anni d’insegnamento, prima nei licei (dove è stato anche preside), poi all’università di Macerata come docente di Storia dell’amministrazione pubblica, ha saputo trasmettere, con «animo sempre sorridente» – di cui anche chi scrive è stato testimone – non solo metodo di studio e di ricerca, ma anche passione, coraggio, ideali. L’impegno civile, evidentemente germogliato in famiglia e negli anni di scuola, era maturato in lui durante la Seconda guerra mondiale e la Resistenza. Già nel 1944 è tra gli iscritti più attivi della Democrazia Cristiana. Consegue una seconda laurea, in Giurisprudenza, e assume incarichi di responsabilità nell’amministrazione cittadina, dove fino al 1970 ricopre ruoli di consigliere comunale e assessore alla cultura. Negli anni ’80 è stato anche presidente dell’allora Cassa di risparmio della provincia di Macerata. Costantemente impegnato nelle maggiori istituzioni ed associazioni culturali (in primis Accademia dei Catenati e Centro studi storici maceratesi), Cecchi è stato un prolifico scrittore, lasciando oltre duecento monografie e saggi, soprattutto di storia locale, che spaziano dal Medioevo al periodo post unitario. Ha scritto anche alcune brillanti commedie dialettali. Scomparso nel 2015, riposa nel cimitero di Urbisaglia, accanto alla moglie Catterina Bonservizi, che lo aveva lasciato vedovo alla fine degli anni Novanta. Alessandro Feliziani

Fraternità, l’altro vaccino di cui abbiamo bisogno L

Fissare lo sguardo nei coni d’ombra nei quali i poveri e gli immigrati sembrano scomparsi, in questo tempo di pandemia

e tue giornate iniziano sempre di corsa. Ti alzi dal letto e sei già in ritardo. Puoi anticipare il risveglio quanto vuoi: niente da fare, hai già perso. C’è sempre un appuntamento che preme, sgradevole come una pacca sulle spalle data da qualcuno di cui sai di non poterti fidare. L’idea di passare al supermercato prima di recarti al lavoro si è dimostrata una pessima idea. A quest’ora non ci sarà nessuno, hai pensato, e invece… Il collo di bottiglia, si sa, è rappresentato dal passaggio alle casse. È qui che fanno naufragio le strategie più affinate per decidere dove posizionarti: scegliere la fila più corta, o quella con i carrelli meno pieni? Oppure confi-

dare nella cassiera che ti sembra più rapida? Mentre friggi di fronte all’evidenza della sconfitta, l’uomo che ti precede pensa bene di intavolare con la cassiera una discussione sul valore dei punti guadagnati con gli ultimi acquisti. Volgi lo sguardo rassegnato, e vedi con la coda dell’occhio una donna che ti fa cenno di avvicinarti alla cassa n.1. Non ci credi, eppure ti sta proprio cedendo il posto. In fondo devi pagare solo un filone di pane e dodici litri di acqua minerale. Ha i capelli tirati indietro, carnagione scura, abiti dimessi. Indossa un giaccone nero con una peonia di pannolenci appuntata all’occhiello, di un bel rosso sentimentale. Ha voglia di parlare: «Io non so se c’è o no la

pandemia – dice con accento sudamericano – però la gente muore, e muoiono anche i giovani. Dobbiamo aiutarci. Bisogna che ci teniamo insieme con le pinze». Usa proprio questa espressione, tenerci insieme con le pinze. Mentre esci dopo averla ringraziata, ripensi alle sue parole e inizi a friggere un po’ meno. Se ne verremo fuori, in qualche modo, sarà perché avremo conservato un briciolo di fraternità. Di fronte all’ingresso del supermercato c’è un uomo anziano che hai visto altre volte, quasi sempre con una birra accanto a sé. Una mano nella tasca del giubbotto, l’altra appoggiata al bastone, le gambe leggermente flesse e divaricate. In te-

sta un berretto di lana verde militare calzato male. Ha lo sguardo perso in un altrove che non riesci ad immaginare. È appoggiato al Locker di Amazon, il punto di ritiro dei pacchi con la freccia a forma di sorriso. Chissà quanto lavoro precario, quante catene di distribuzione si nascondono dietro questo armadio dei desideri. Il telefono inizia a squillare, non te ne curi. E pazienza se arriverai in ritardo. Almeno per una volta vorresti un po’ di tempo per pensare, per raccogliere quelle che papa Francesco, nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, ha definito «le suggestioni della realtà». Respirare a fondo, uscire dalla presunzione del già

saputo, mettersi in movimento. Fissare lo sguardo nei coni d’ombra nei quali i poveri e gli immigrati sembrano scomparsi, in questo tempo di pandemia che sta svuotando ogni spazio di relazione. E allora fissa lo sguardo, e racconta. Hai a disposizione la rete, i canali social, strumenti formidabili di partecipazione attiva che ti consentono di descrivere ciò che accade sotto i tuoi occhi. Se avessi un giorno di ferie, andresti in riva al mare, o nelle praterie di alta montagna dove in estate fioriscono le peonie. Oppure nei luoghi di frontiera percorsi da reporter immaginari, con i vestiti sgualciti e la valigia sempre pronta, che tanto di questi tempi si può viaggiare solo con il cuore.


CHIESA

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MARTEDÌ 16 FEBBRAIO 2021

Cingoli ha festeggiato il patrono sant’Esuperanzio Sante Messe presiedute dall’emerito Claudio Giuliodori e dal vescovo Nazzareno Marconi DI

GIACOMO GRASSELLI

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ono stati festeggiamenti sobri ma comunque sentiti quelli del patrono Sant’Esuperanzio a Cingoli. Domenica 24 Gennaio, infatti, si è celebrata la ricorrenza annuale presso l’omonima Collegiata, notevolmente ridimensionata a causa delle restrizioni anti-contagio, alla presenza del vescovo di Macerata Nazzareno Marconi e del vescovo emerito Claudio Giuliodori.

Nel 1984 il sindaco Gilberto Giorgi ha stabilito la solennità civile di Sant’Esuperanzio per il 24 gennaio, data che ricorda il giorno in cui nel 1495 furono rinvenuti i resti ossei di sant’Esuperanzio, subito nascosti dai monaci per evitare tentativi di furto. Nel 1985 le reliquie furono poste in un’urna nella cappella sottostante l’altare maggiore, con la benedizione del vescovo Carboni. Il vescovo Giuliodori ha celebrato la Messa delle ore 10.30 presso la Collegiata di sant’Esuperanzio, mentre monsignor Marconi ha presieduto quella delle 11.30 insieme al parroco di Cingoli don Patrizio Santinelli e al responsabile dell’oratorio don Pawlu Felice. Alla celebrazione hanno partecipato anche il sin-

daco Vittori, l’assessore Giannobi, i rappresentanti della Polizia Municipale e il comandante della locale stazione dei Carabinieri, maresciallo Paglioni. Nel presbiterio anche una delegazione dell’associazione “Sant’Esuperanzio”, con un posto lasciato vuoto in memoria di un componente del direttivo da poco scomparso, Floriano Marchegiani. Nell’omelia, monsignor Marconi ha ricordato la figura del patrono di origine cartaginese, vissuto nel V secolo: «Ringraziamo sant’Esuperanzio – ha detto – di essere venuto in questa terra a portare il Vangelo. Questa festa è per dire grazie a Dio per avergli dato il coraggio di proclamare la sua Parola a Cingoli». Prima della benedizione finale è

stato letto un messaggio di vicinanza del sindaco e dell’amministrazione comunale di Montefelcino, città che condivide con Cingoli lo stesso santo patrono. «Rendiamo grazie al Signore – ha aggiunto il parroco don Patrizio Santinelli – per questi momenti di incontro con Lui, con l’intercessione di sant’Esuperanzio. Ringraziamo il vescovo Nazzareno Marconi per aver celebrato questa Messa, dando solennità a questa Festa». Il sindaco Michele Vittori ha chiuso gli interventi: «Porto al vescovo Marconi – ha detto – i saluti della nostra città e il ringraziamento della nostra comunità per la presenza alla Festa e per la sua vicinanza. La pandemia, che ci ha privato di tantissime cose e ha portato difficoltà

per le persone, non ci potrà mai togliere la speranza; dobbiamo essere forti e sperare nella rinascita. Abbiamo rinnovato l’affidamento a sant’Esuperanzio, ed è estremamente importante. Voglio rivolgere un pensiero ai concittadini scomparsi in quest’ultimo anno, in particolare si sente la mancanza di Floriano Marchegiani: per lui questa era una giornata importante, sempre pronto a dare una mano. Ringrazio tutti i componenti dell’Associazione patronale per tutto quello che fanno». Al termine della celebrazione, il giovane Josia Minniti ha suonato una composizione da lui scritta per l’occasione, dal titolo “Santa devozione” e dedicata proprio a sant’Esuperanzio strappando gli applausi dei presenti.

Messa col vescovo Marconi

Con l’online si entra materialmente nelle case, rendendole parte di una comunità più ampia, e molto concreta, che condivide l’ascolto della Parola e la vita

Stanze virtuali ma storie reali DI LAURA E GABRIELE CARDINALI

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Un incontro online

Giornata del malato: amore alla base della cura Il vescovo: «Se la fede si riduce a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo e il vissuto»

DI

ROMOLO SARDELLINI

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no solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli - La relazione di fiducia alla base della cura dei malati» (Mt 23,8). Questi, rispettivamente, titolo e sottotitolo del Messaggio di Francesco per la XXIX Giornata del Malato, che è stata celebrata ufficialmente nella nostra Diocesi domenica 14 febbraio nella parrocchia Santa Madre di Dio. La concelebrazione è stata presieduta dal vescovo Nazzareno Marconi, alla presenza di autorità civili e religiose e delle rappresentanze delle Associazioni che si occupano della Spiritualità della Sofferenza. Il Papa scegliendo il brano di Matteo si è ricollegato, in tutta evidenza, anche all’enciclica Fratelli tutti, tornando a far emergere un concetto che sta alla basa del suo pontificato: non ci si può dire “cristiani” se si

TOLENTINO Una “nuova” Casa Famiglia

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oberta Vitali e Valentino Nobili, mamma e papà della casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII “Nostra Signora della Pace” sono finalmente tornati a Tolentino. Il terremoto del 2016 aveva costretto la famiglia a trasferirsi, insieme a tutte le persone che in quel momento accoglieva, in un appartamento offerto dalla diocesi di Macerata; questo però li ha tenuti lontani 30 km da Tolentino dove i loro figli frequentano la scuola e le attività e soprattutto ha impedito loro di continuare a portare avanti le accoglienze. La loro vicenda aveva ricevuto l’attenzione anche di quotidiani e televisioni nazionali tanto da mobilitare la generosità di oltre 5.500 donatori grazie ai quali è stato possibile realizzare una struttura sicura e capace di accogliere fino a 16 persone. Un ritorno, quello di Roberta e Valentino a Tolentino che vuole essere un segno di concreta speranza per il territorio. (M.N.M.)

abdica al principale insegnamento del Padre: amare. E proprio su questo punto, il vescovo Nazzareno, nell’omelia, ha detto: «Quando si riduce la fede a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo professato e il vissuto reale». Si tratta di quella “ipocrisia” che Francesco mette all’indice. Occorre aggiungere, però, ha proseguito il Vescovo, che proprio durante la pandemia è riemerso quel senso di solidarietà cristiana e quella necessità di avere un interscambio e una relazione a tutto tondo fra malati, familiari, personale sanitario e volontari. Una sorta di convivenza dentro una “bolla”, ma in questo caso è quella del Vangelo. Giovedì 11 febbraio analoga Celebrazione si era tenuta in San Giorgio ma, in questo caso, il Vescovo l’ha espressamente dedicata ai degenti e al personale delle Rsa.

uando è stato progettato il cammino diocesano della Pastorale familiare, si prospettavano incontri gioiosi di famiglie e bambini all’Oasi Buon Pastore di Macerata. Le coppie della Bibbia avrebbero accompagnato il percorso con la mediazione di tanti amici, primo dei quali il nostro vescovo Nazzareno. Il peggiorare della situazione legata alla pandemia ha costretto l’équipe diocesana ad interrogarsi: sospendere tutto o trovare nuove idee per dare continuità al cammino? Così, dopo una prima esperienza con il “Ritiro online” del weekend precedente il Natale, dove in piccolo abbiamo sperimentato per la prima volta le stanze virtuali, sono state accolte le richieste delle famiglie di allargare il metodo agli incontri mensili. Con l’aiuto di una piattaforma web e di alcuni amici ben preparati, si è riusciti a organizzare un incontro che ha previsto non solo la relazione di un esperto, ma anche alcune attività di confronto realizzate in piccoli gruppi, appunto nelle “stanze”. Monsignor Claudio Giuliodori, vescovo emerito della nostra diocesi, nonché assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ci ha accompagnato nel debutto di questa nuova formula di incontri per le famiglie. Una modalità che entra realmente nelle case, rendendole parte di una comunità più ampia, che va oltre il confine della parrocchia o del proprio paese. Una comunità non virtuale, anzi molto concreta, che condivide l’ascolto della Parola e la vita vissuta, pur restando nel proprio salotto. Una comunità aperta, desiderosa di scambiare sguardi e sorrisi (considerato che di più non è possibile fare), di conoscere nuovi amici, di ritrovarne di vecchi. Monsignor Giuliodori ha presentato la storia di Giacobbe e Rachele, individuando otto temi con i quali i gruppi si sono confrontati nelle “stanze”, riportando poi in plenaria il frutto della condivisione. Una storia complessa quella di Giacobbe e Rachele, fatta di affetti, legami, generati-

vità e genitorialità. Ma anche storia di terre, comunità, imprenditorialità, politica e società, spiritualità e luoghi di culto. Abbiamo così scoperto come le coppie della Bibbia abbiano qualcosa da dire alle famiglie di oggi: queste storie di vita vissuta portano insegnamenti e parole sapienti molto attuali. Toccano tutti i temi della vita umana, non nascondendo la fatica e le fragilità dell’uomo e della donna. Come ha detto il vescovo Giuliodori: «Nel realismo biblico nulla della fragilità e della cattiveria umana viene occultato, ma in tutto emerge la possibilità di riscatto e di rinnovamento con il sostegno della misericordia divina. Non dobbiamo leggere questo testo con le nostre categorie morali e culturali, ma cogliere il significato teologico e spirituale che soggiace al racconto nella logica della Storia della Salvezza che ha il suo compimento in Cristo». E proprio la spiritualità nascosta tra le pieghe di questo racconto biblico ha fatto da specchio alla vita di tante famiglie che domenica 17 gennaio si sono collegate online con l’evento organizzato dalla Pastorale familiare. Con una media di circa novanta contatti (alcuni dei quali con piccoli gruppi di famiglie collegate) abbiamo su-

perato ogni aspettativa di partecipazione. Certamente il trovarsi in zona arancione, quindi nell’impossibilità di muoversi dal proprio comune, ha favorito il desiderio di partecipare. Resta la bellezza di tante famiglie che si sono incontrate e ritrovate, con i vescovi Nazzareno e Claudio, con i sacerdoti che le accompagnano, con gli amici di sempre e con quelli nuovi. Esperienza di Chiesa online, eppure vera e vivace. Una comunità che si sta interrogando di fronte a tante fatiche e che cerca di vivere l’oggi, perché il domani è complicato da decifrare. Proprio come l’esperienza di Giacobbe: in una trama complessa, e a volte intrecciata, Dio passa e soprattutto parla. Anche le famiglie della diocesi di Macerata vogliono mettersi in ascolto, in questo tempo confuso, e lo hanno fatto ancora, domenica 14 febbraio, quando si è tenuto un nuovo incontro, sempre online, con don Bernardino Giordano, responsabile della pastorale familiare per il Santuario di Loreto. Accompagnate dalla vivacità di don Bernardino le coppie hanno assaporato il gusto di sentirsi amate da Dio: “Che cos’è la coppia perché te ne ricordi? ... e la famiglia perché te ne curi?”.

ANNIVERSARI

Messa per i 39 anni della Fraternità di Cl e i 16 anni dalla morte di don Giussani omenica 21 febbraio alle ore 16 il vescovo Nazzareno Marconi celebrerà nella chiesa dell’Immacolata di MaD cerata una Messa nella ricorrenza del 39° anniversario del

riconoscimento ecclesiale della Fraternità di Comunione e Liberazione (11 febbraio 1982), a 16 anni dalla morte del fondatore don Luigi Giussani (22 febbraio 2005). La prima data ci richiama anche la Madonna, così cara al movimento (pensiamo subito al Pellegrinaggio a piedi Macerata – Loreto), la seconda, festa della cattedra di San Pietro, ci ricorda la fedeltà al Papa, alla quale, con passione, don Giussani ha educato intere generazioni. In tutto il mondo verranno celebrate Messe con questa intenzione: «Nelle difficili circostanze che siamo chiamati a condividere con i fratelli tutti, chiediamo al Signore una coscienza vigile e grata del dono ricevuto nell’incontro con il carisma di don Giussani per servire sempre meglio la Chiesa, nel riconoscimento che ogni istante che passa è abitato da Cristo presente, perciò non c’è niente di inutile e tutto è segno di una indistruttibile positività». (N.Mor.)

Sandro Ciarapica, una vita per gli altri DI PIERO

S

CHINELLATO

andro Ciarapica, diacono di Tolentino, 80 anni, conosciutissimo in città, è morto al Covid Center di Civitanova Marche il 21 gennaio scorso. Vi era stato ricoverato agli inizi del mese. I funerali, presieduti dal vescovo Marconi, si sono svolti nella basilica di San Nicola sabato 23. All’inizio della celebrazione, come consuetudine per sacerdoti e diaconi, ne è stata tratteggiata la figura. A parlare è stato don Andrea Leonesi, ora vicario generale, ma che negli anni del suo ministero a Tolentino ha avuto a lungo Sandro come collaboratore e amico. «Siamo stati 15 anni vicini gomi-

to a gomito», ha esordito, subito aggiungendo che «ricordando Sandro non è possibile non ricordare la sua passione per la Chiesa, per la parrocchia, per l’uomo. È stato professore per tanti anni e in diverse scuole della provincia; è stato anche preside qui alle Magistrali di Tolentino; è stato assessore comunale. La sua è stata una vita spesa per gli altri, con dedizione ma anche con intelligenza: era un uomo che sapeva il fatto suo e metteva le sue competenze a disposizione dove venivano richieste». Don Leonesi ha quindi ricordato che: «Sandro è diventato diacono il 31 ottobre 2002; io ero già parroco a Tolentino e quindi ho potuto seguire “in diretta” la sua ordinazione e anche la sua passione per

l’oratorio. Ha ricoperto diversi incarichi anche a livello diocesano tra cui quello di coordinatore degli oratori». Importante il suo legame con «la tradizione salesiana che l’ha formato e a cui ha sempre dedicato tempo, continuando finché ha potuto a organizzare il gruppo degli ex allievi salesiani; poi impegnato nel cercare di promuovere l’Azione cattolica». E la conclusione di don Leonesi: «La sintesi migliore del nostro rapporto è che ci siamo voluti bene. Oggi gli dico che spero lui possa guardare questa assemblea che gli dice: grazie Sandro!». Il profilo della vocazione e servizio ecclesiale reso da Sandro Ciarapica è stato ripreso dal vescovo Marconi nell’omelia: «Da diaco-

no ha voluto servire il Signore. Lui era “fuori di sé”: non guardava a sé stesso. Ha imitato il Signore così; con una lunga Via Crucis e sopportando una croce dove tutti si muore da soli. Ha vissuto la Via Crucis e il Calvario. Ha avuto la consolazione della vicinanza del Signore, della sua Chiesa, dei suoi confratelli preti e diaconi che l’hanno accompagnato come hanno potuto, con la preghiera e attraverso don Carlos che gli ha conferito l’Unzione degli infermi». E quindi l’affettuoso saluto che ha preso spunto dall’isolamento connesso al ricovero: «Se noi Sandro, nell’ultimo periodo, ti siamo stati distanti, tu adesso non stare distante da noi, e siccome da diacono obbedivi al Vescovo, spero che adesso continui».

Benedizione della salma

Molto conosciuto a Tolentino, nella città è stato preside e assessore Diacono dal 2002. È morto per Covid il 21 gennaio


COMUNITÀ

MARTEDÌ 16 FEBBRAIO 2021

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Benin: missionari è lasciar vivere Dio in noi DI

MICHEL GONÇALVES *

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l Benin è un piccolo e quasi sconosciuto Paese dell’Africa occidentale che si rallegra oggi per la serena convivenza di diverse religioni, ma segnato dalla triste vicenda della tratta degli schiavi. Con 160 anni di cristianesimo, in Benin sono presenti numerosi istituti di vita religiosa, tra i quali l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, al quale appartenne anche san Pio da Pietrelcina. Così i semi dell’evangelizzazione hanno iniziato a dare molti frutti e anche io dopo aver iniziato a percorrere le strade dell’università, ho sentito la voce dolcissima del Signore che bussava alla porta del mio cuore e che ha trovato risposta nel carisma francescano, a cui appartengo ormai da 14 anni,

orme ho capito che dovevo vincere la mia timidezza perché Francesco era il re della giovinezza, un frate del popolo. Dopo l’ordinazione sacerdotale l’8 agosto 2015, sono stato chiamato in Italia a prestare vari servizi: nel Segretariato delle Missione Estere dei Frati Cappuccini delle Marche, grazie al quale ho anche visitato le realtà cappuccine in Etiopia, nella parrocchia Santa Maria in Montemorello come catechista e vice parroco, nel gruppo Maria Rinnovamento nello Spirito come assistente, nella Pastorale Giovanile di Montelupone e nell’unita pastorale di Recanati. Il 22 novembre 2020 sono stato richiamato in Benin, accanto a 9 frati e 6 postulanti, nella fraternità Saint François d’Assise di

grazie a fra Claude Djimenou, mio compagno delle superiori già nei Cappuccini e all’incontro con tanti frati, in particolare fra Giansante Lenti. Nell’ascoltarlo con la sua grinta ed entusiasmo, nel vederlo farsi “massacrare” per gioco da tanti bambini e creare legami con la gente scherzando senza vergogna, è scattata la mia scintilla. È da lui che ho ricevuto uno dei più grandi insegnamenti: se due macchine sono in una curva con le luci abbaglianti accese, bisogna che uno dei due conducenti decida di abbassarle se si vuole evitare uno schianto frontale; così bisogna fare anche nella vita. Ho scelto quindi la via cappuccina, per la semplicità e la gioia dalla preghiera alla quale san Francesco chiamava i suoi fratelli. Camminando sulle sue

Cotonou, che è anche trampolino per giovani desiderosi di seguire le orme del nostro patrono Francesco. La mia vita missionaria si riassume ora in una pastorale di prossimità tra aspetto spirituale e fraterno: celebrazioni, sacramenti – soprattutto confessioni –, accompagnamento di una com­­unità inglese, animazione del sito della Custodia e partecipazione alle commissioni Vocazioni e Liturgia. Dopo queste esperienze mi sono reso conto che la sfida per noi messaggeri di Dio è fare entrare il Vangelo nelle diverse culture mantenendone sempre la sua bellezza originaria. Se in Italia ero scherzosamente troppo bruciato per molti, nel mio Paese sono i miei capelli ad essere troppo lunghi e voluminosi, ma quello che fa la differenza nella

La sfida è fare entrare nelle diverse culture il Vangelo salvandone la bellezza originaria Una pastorale di prossimità tra aspetto spirituale e fraterno

Fra’ Michel Gonçalves

nostra vita di fede è quello che Dio ci fa vivere nel profondo del cuore, che non dipende né dal colore della pelle né dalla lunghezza dei capelli. Essere missionario è semplicemente essere se stessi nell’ordinario della vita, ovunque ci troviamo, lasciandoci guidare dal Signore sulle vie sconosciute

dell’abbandono, raccontando Dio, mettendo la fede in atto, seminando gioia, portando speranza e sostegno spirituale a chi grida nel silenzio. Essere missionario è lasciare Dio vivere in noi, ancor più per un religioso che non è stato chiamato per merito ma per amore. * frate cappuccino

La distanza pesa perché lo studente visto nella sua completezza e complessità è il principio che guida la lezione. Non ci sono contenuti che non possano essere discussi

Insegnare religione in pandemia Con la Dad si perdono tante parole, sguardi e corpi, gli incontri in corridoio... DI

STEFANO DELLA CECA

«P

rof. ma, secondo lei, ci torniamo tutti in classe?». Lo spero ragazzi – rispondo –, lo spero! … ed è la speranza, infatti, l’ultima a morire. Perché ormai di speranza dobbiamo nutrirci, berne a piene mani, tanto più a scuola. Dopo mesi, che ormai stanno diventando quasi un anno, di didattica a distanza con le ultime settimane al 50% (per le superiori di secondo grado) e con focolai di Covid che riaccendono la didattica a distanza per tutti, anche per le medie, come in alcune città della nostra zona, l’Irc – Insegnamento della religione cattolica – alle prese con il Covid, deve fare i suoi conti! Le lezioni online ormai si susseguono senza troppi intoppi; i ragazzi e, ammettiamolo, anche noi insegnanti, abbiamo fatto un mega corso di aggiornamento online e ora, contro ogni aspettativa, riusciamo a fare didattica a distanza. Solo qualche anno fa, per qualche povero studente che era all’ospedale, attivarla sembrava un’impresa improba, degna delle grandi competenze della Silicon Valley. Attraverso il web condividiamo ore di video, testi, documenti, link, esercizi, tanto che, sembrerà strano, non siamo poi rimasti così indietro anzi, a sentire alcuni colleghi, sembra che sia stato possibile fare anche più contenuti del solito! Beh, non è poi difficile se azzeri ogni altro progetto, le uscite didattiche, le distrazioni dovute a quello studente che se ne esce con idee che subito ti demoralizzano e ti fanno sentire il fallimento di tutto un discorso, ma che poi diventano le domande “gancio” per riprendere il filo da dove, forse, lui lo aveva perso. Perché è proprio questo che con la didattica a distanza perdiamo: le parole della classe, la comunicazione del viso e del corpo, il corridoio dove incrociare studenti e

colleghi. Perdiamo quelle occasioni nelle quali, un insegnante, trova un varco e crea le condizioni per il desiderio di imparare. Fino all’ultimo giorno dell’ultimo anno di scuola, c’è sempre la possibilità per una lezione che può dare alla vita di uno studente lo slancio e la creatività giusti per aprirsi al grande sogno del futuro, quel sogno che questo virus sta intaccando e affievolendo. La perdita si percepisce ancor più per un insegnamento come la Religione Cattolica dove il principio dello studente come persona, quindi visto in tutta la sua completezza e complessità, guida ogni lezione. Non ci sono contenuti isolati dalla vita reale e non c’è, tanto più nella scuola laica, esperienza religiosa che non possa essere messa in discussione. La prima definizione di religione è quella di «ricerca appassionata del senso» e capite bene tutti che avventurarsi su questi “mari” non è per niente facile, si naufraga facilmente, ma si può anche far approdare gli studenti su spiagge mai viste prima. Oltre alle idee tuttavia servono anche incoraggiamento, partecipazione, entusiasmo, senso del gruppo. Immaginate la differenza che c’è tra parlare della Bibbia, della Cappella Sistina, della creazione di Adamo attraverso un pc, oppure poter andare a Roma e alzare lo sguardo verso questa meraviglia che l’arte di Michelangelo e la Chiesa ci hanno lasciato, oppure camminare in montagna per visitare un eremo benedettino o una grotta per un giro speleologico, visitare una fattoria sociale del nostro territorio oppure una casa famiglia per incontrare l’umanità nelle sue tante forme che difficilmente si possono tradurre o sintetizzare in semplici concetti. Servono anche le esperienze dirette, le emozioni improvvise, gli odori, gli imprevisti… tutte quelle cose cioè che, a lezione, quando accadono, modificano i nostri piani e quasi le vorremmo evitare e, invece, ora che non ci sono, riconosciamo essere indispensabili. A distanza quindi è più difficile ma… non impossibile! Rimaniamo comunque nella speranza di ritornare il prima possibile in presenza e, forti di questa esperienza, offrire una scuola migliore, sempre più all’altezza delle sfide che ci attendono.

PORTO RECANATI Educazione, è cosa di cuore

giunto alla 4ª edizione il ciclo di incontri promossi nel segno di don Bosco dal Ècentro Salesiani Cooperatori “Giuseppe Pa-

netti” di Porto Recanati. L’iniziativa coinvolge diverse realtà che hanno a cuore l’educazione e il mondo giovanile, quali l’Unione Ex-Allievi, l’Unità Pastorale, l’Oratorio Don Bosco e si avvale del patrocinio dell’Amministrazione comunale. Gli incontri sono veicolati attraverso il canale YouTube dell’Unità pastorale e in televisione grazie alla collaborazione con EmmeTv canale 89. I quattro appuntamenti nei sabati di questo mese di febbraio in diretta alle ore 16.30 sono iniziati con le riflessioni della psicoterapeuta Chiara Cottini per “r-esistere” a questo particolare momento storico, e di Marta Rossi, giornalista che ha offerto strumenti per riconoscere le fake news. Altri due gli incontri previsti: sabato 20 con Loredana Simeone e Ruggero Diella, operatori di pastorale familiare e il 27 febbraio con Alfredo Petralia e Marco Pappalardo dedicato ai pericoli della Rete. (M.N.M.)

Una classe senza studenti ai tempi della pandemia

Il vaticanista Luigi Accattoli: la fede in ospedale col Covid Il giornalista, a lungo a Repubblica e al Corsera, racconta come da cristiano s’è confrontato con i 17 giorni di ricovero dopo l’infezione da coronavirus DI LUIGI

TALIANI

C

Luigi Accattoli

onosco Luigi Accattoli da più di mezzo secolo. Siamo amici. Io sono stato poco bene nei mesi scorsi, ma a lui è andata peggio: l’ha colpito il Covid ed è stato ricoverato e sotto ossigeno per più di due settimane. Poi, per fortuna, ne è uscito. Qui risponde a qualche domanda su quello che ha passato. Sei stato per 17 giorni in ospedale a Roma con la polmonite da Covid e hai scritto nel tuo blog [luigiaccattoli.it] d’aver trovato aiuto nella fede cristiana. Puoi

dirmi che tipo di aiuto? L’unico vero aiuto che – a mio parere – può venire dalla fede cristiana nelle prove della vita: l’aiuto ad accettare la sofferenza con un atto di affidamento al Signore Gesù, nella speranza che da quel male possa venire un bene, per sé o per altri, oggi o domani, mentre siamo ancora in vita o dopo la morte. Cosa intendi per «atto di affidamento»? Scegliere di avere fiducia nelle parole di Gesù che nei Vangeli promettono vicinanza: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi». Che senso ha questa fiducia quando si vedono morire altri malati intorno a noi? È una fiducia che accetta il mistero, cioè l’impossibilità di comprendere con la ragione quello che ci è stato promesso. Se la prospettiva è la guarigione abbiamo le parole: «Beati voi che piangete perché riderete». Se la prospettiva è la morte abbiamo queste altre: «Oggi stesso sarai con me nel Paradiso». Come si esprimeva durante il ricovero questo tuo atto di affidamento?

Con la preghiera nelle lunghe ore di silenzio: la maschera dell’ossigeno mi teneva sveglio tutta la notte, per una settimana. Ma anche con il restare abbracciato al Signore dopo aver fatto la Comunione; e infine con la conversazione sulla fede con i compagni di camera. Era possibile al prete entrare nel reparto Covid? Nella mia camera abbiamo avuto la Comunione tredici giorni su diciassette. Il prete veniva in tuta, mascherato e scafandrato, con le stesse protezioni con cui venivano da noi i medici e gli infermieri. C’erano altri credenti in quella stanza? C’erano quattro letti e quando veniva il prete eravamo sempre due o tre a prendere l’Eucaristia. Io ero l’unico che aveva con sé un computer e con questo mi collegavo alle celebrazioni, agli Angelus e alle catechesi papali e quando facevo questo, sempre qualcuno degli altri si avvicinava per ascoltare e ne veniva una rispettosa conversazione, più o meno come stiamo facendo noi due ora.

Piacevano anche a Leopardi le sfrappe di Carnevale DI

UGO BELLESI

C

Sfrappe con alchermes

L’emergenza impedisce sfilate ed eventi, ma non pregiudica di gustare i tanti dolci che caratterizzano il periodo

ome già lo scorso anno, anche il Carnevale 2021, a causa della pandemia, sarà festeggiato in tono minore, soprattutto per evitare gli assembramenti. È certo però che non mancheranno i dolci delle feste carnascialesche dal momento che già nelle settimane scorse hanno fatto bella mostra di sé nelle vetrine delle pasticcerie e delle gastronomie cittadine. E almeno in questo sicuramente si riuscirà a rispettare la tradizione, sia che i dolci siano acquistati oppure confezionati in casa secondo le ricette più classiche. Il Carnevale è stato sempre festeggiato all’aperto o anche in teatro secondo tradizioni molto precise,

specialmente negli anni tra fine ‘700 e primi ‘800. Infatti nelle campagne si facevano le “veglie” con suoni e danze e inviti reciproci tra le varie famiglie per consumare sfrappe, frittelle, castagnole, scroccafusi, lingue delle donne (alias “limoncelli” attuali). È da sottolineare che Giacomo Leopardi, appassionato di dolci, preferiva le frittelle e le “frappe”, come lui chiamava le sfrappe. E la conferma ci viene da un suo manoscritto (conservato nella biblioteca di Napoli) in cui il poeta elenca i 49 piatti da lui preferiti. Nei teatri di paese o di città si tenevano grandi veglioni ai quali partecipavano anche operai e artigiani, mentre lungo le vie principali o nei rioni si svolgevano feste mascherate con i contadini

che sfilavano indossando le vesti dei mesi dell’anno (famosa era la sfilata di Morrovalle). Non mancavano personaggi ben noti che ogni anno si mascheravano per prendere in giro qualche autorità, con il rischio però di finire in carcere. Le maschere marchigiane più note erano quelle di “Mengone Torcicolli”, “Lisetta”, “Ciafrì” o anche “Piticchinella”. A volte il veglione nei teatri era preceduto dalla esibizione di compagnie di “comici”, sempre minacciati di arresto se avessero fatto “gesti o lazzi sconvenienti”. Stesso rischio correvano gli spettatori che in teatro avessero disturbato la manifestazione gettando dai palchi o dal loggione bucce di frutta, avanzi di arrosto o altro, ma anche per

richieste troppo rumorose di bis di scenette o “arie”. In proposito c’erano precise ordinanze dei Comuni o notificazioni dei delegati apostolici. Spesso ci si chiede: ma nei conventi si festeggia il carnevale? Sicuramente sì. Infatti nell’Enciclopedia cattolica del 1950 si legge «la Chiesa non dà l’ostracismo a priori alle gioie e ai tripudi del Carnevale, anche se accompagnati da feste e banchetti, perché il corpo ha bisogno di riposo e di rinforzo per nuove fatiche e per le mortificazioni prescritte». Tuttavia «invita i buoni a riparare con la preghiera le offese fatte a Dio dalle deviazioni del Carnevale». Così sappiamo dalle cronache che in monasteri e conventi a Carnevale si facevano dei concerti mu-

sicali oppure delle rappresentazioni teatrali riguardanti episodi della Bibbia o della vita dei santi con testi spesso scritti dalle stesse monache. A volte non mancavano spettacoli a tema profano, ma rispettando rigide regole per quanto riguardava i vestiti indossati. In merito all’aspetto gastronomico del carnevale nei conventi non mancavano i dolci tradizionali come castagnole, sfrappe e cannoli. Spesso figurava anche una “insalata di carnevale” che non ha nulla a che vedere con i dolci. Si tratta appunto di una insalata composta da un trito di fegatelli, zampe, ventrigli, pezzetti di vitello, uova sode, limone e prezzemolo, da servire in piattini condendo il tutto solo con aceto.


SOCIETÀ

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MARTEDÌ 16 FEBBRAIO 2021

Il Centro studi storici maceratesi compie 55 anni DI ALBERTO

MERIGGI *

I

l Centro Studi Storici Maceratesi ha iniziato l’attività nel 1965 con il primo convegno tenutosi nella Sala dell’Eneide di Palazzo Bonaccorsi di Macerata. Promotori dell’iniziativa furono tre colonne della cultura e dell’ambiente cattolico locale del secondo dopoguerra: il professor Dante Cecchi, eminente studioso delle storia e del diritto amministrativo, formatosi nell’Università Cattolica di Milano, il dottor Aldo Adversi, all’epoca direttore della Biblioteca Mozzi-Borgetti di Macerata e il professor Pio Cartechini, direttore dell’Archivio di Stato di Macerata e poi di quello diocesano; quest’ultimo ha ricoperto la carica di presidente del Centro Studi dalla fondazione al 2016, anno della morte. Al primo convegno, che si occupò di

Convegno del Centro Studi nel 2019

“Fonti per la storia della Provincia di Macerata”, hanno fatto seguito ininterrottamente 55 convegni annuali sulla storia del Maceratese e delle Marche centro-meridionali, strutturati in due giornate, con la partecipazione ogni volta di più di 15 relatori. Di ogni convegno sono stati pubblicati gli Atti in volumi che formano la Collana “Studi Maceratesi”, con un numero di pagine che varia da 300 a 700. Pertanto, ad oggi, il Centro Studi può vantare un prezioso patrimonio di 55 volumi, unico nel panorama della ricerca storica locale non solo a livello regionale, ma anche nazionale. Accanto a questa serie il Centro ha pubblicato anche sette piccole monografie dal titolo “Quaderni del Centro di Studi Storici Maceratesi” tra cui gli Atti di un convegno sul tema “Devozione e pietà popolare nelle Marche”, a cui par-

Promotori furono Dante Cecchi, Aldo Adversi e Pio Cartechini che lo ha presieduto fino al 2016, anno della sua morte teciparono come relatori anche il vescovo Nazzareno Marconi e lo studioso padre Floriano Grimaldi. Fino al 1998 i convegni annuali sono stati itineranti, ospitati da vari Comuni della Provincia che hanno visto in essi un mezzo per l’elevazione culturale delle rispettive popolazioni, per approfondire, valorizzare e diffondere la conoscenza della storia locale, per offrire una opportunità agli studiosi e appassionati locali e anche per invogliare più persone, soprattutto giovani, allo studio e al-

la ricerca storica. Poi dal 1999 i convegni si sono svolti presso l’Abbadia di Fiastra, dove la Fondazione Giustiniani-Bandini ha sempre messo a disposizione le sue strutture. Negli ultimi due anni i convegni sono stati organizzati ad Appignano e a Montecassiano. Il prossimo, Covid permettendo, si terrà di nuovo all’Abbadia di Fiastra. Da alcuni anni il Centro Studi non si limita ad organizzare soltanto il tradizionale convegno annuale, ma anche altri eventi distribuiti nel corso dell’anno, come conferenze, presentazioni di libri, giornate di studio. Ai convegni hanno spesso partecipato personalità di spicco del mondo storico-culturale sia italiano che straniero: il senatore Giovanni Spadolini, all’epoca Ministro dei Beni culturali, il professor Leopoldo Sandri, soprintendente dell’Archivio Cen-

trale dello Stato, il professor Giulio Battelli, presidente del Comitato Internazionale di Scienze Storiche, ed ancora Carlo Guido Mor, Eugenio Dupré Theseider, Paolo Brezzi, Alberto Maria Ghisalberti, Vito Fumagalli, Elio Lodolini, Raoul Manselli, Giovanni Sabbatucci, Jean-Claude Maire Vigueur, Wolfgang Hagemann, Mario Caravale e numerosi altri docenti di Università italiane e straniere, nonché direttori generali e alti funzionari del Ministero dei Beni culturali. Oggi è unanimemente riconosciuto che non c’è pubblicazione sulla storia d’Italia, che in qualche modo interessi anche solo marginalmente le Marche, nella quale non vi siano citazioni riguardanti i volumi della collana “Studi Maceratesi”. * presidente del Centro studi storici maceratesi

Il femminicidio è una grave pandemia. C’è bisogno di un “vaccino” distribuito con l’educazione sentimentale in famiglia e a scuola. La società deve tutelare la donna

L’8 marzo, non una festa ma una svolta DI DANIELA

«F

MESCHINI

ragile, opulenta donna, matrice del paradiso/sei un granello di colpa/anche agli occhi di Dio»: in “A tutte le donne” Alda Merini racchiude in pochi versi la fotografia del mondo femminile. Donne dai mille colori pieni di sfumature. Fragili e forti allo stesso tempo. Donne che non vogliono più sentirsi addosso colpe che non hanno. Nonostante le tante battaglie, siamo lontani se nel nuovo Governo sono solo 8 le donne a fronte di 15 maschi. Non c’è molto da festeggiare se l’Istat ci dice che il 90% dei nuovi disoccupati sono donne. Non c’è niente da festeggiare se nel 2020 sono state uccise 112 donne. Non c’è niente da festeggiare se tra il 6 e il 7 febbraio 3 donne sono uccise con una ferocia sconvolgente. Una violenza spesso ignorata, nonostante le denunce. Donne vittime dell’uomo, sia esso marito o convivente, degli ex o di un familiare. Donne sole, impaurite. Un anno terribile il 2020 anche per l’altra pandemia, quella denunciata ai Centri Antiviolenza che hanno registrato un aumento senza precedenti di richieste di aiuto. La violenza fisica o psicologica è fenomeno di natura culturale e sociale. Il femminicidio è una grave pandemia che ha bisogno di un solo vaccino: quello educativo e sociale. C’è bisogno di una forte svolta centrata sull’educazione sentimentale in famiglia e a scuola. C’è bisogno di una società che tuteli la donna, favorisca leggi che la aiutino nell’attività lavorativa, sociale e nel ruolo di madre. Donna viene dal latino domina, cioè padrona. Ma padrona di che? Il predominio degli uomini è stato e continua a essere forte. Considerate per secoli deboli, inferiori, emarginate, escluse dalla vita poli-

La violenza di genere rappresenta una delle violazioni più gravi dei diritti umani nel mondo. Anche la Chiesa deve rinnovarsi per dare realizzazione piena al piano di Dio tica e religiosa, le donne dovevano interessarsi unicamente dei figli, del marito, della casa. Poi entrarono in fabbrica solo perché erano pagate meno (come accade ancora oggi). Il panorama del mondo femminile si fa ancora più cupo se si allarga al

Sono 144 le donne prese in carico. Circa il 70% ha figli. Anche se una su tre dichiara di aver subito maltrattamenti, solo il 12% sporge denuncia

Incontro pre-Covid

mondo. Bambine spose a 8 anni, costrette all’infibulazione, oggetto di soprusi sessuali inauditi. C’è poco da festeggiare ma molto per cui lottare. La violenza di genere rappresenta una delle violazioni più gravi dei diritti umani in tutto il mondo. E la Chiesa? Neanche lei è fuori dalla discriminazione; solo in questi ultimi anni qualcosa sta cambiando e papa Francesco ha aperto alle donne le porte dei ministeri istituiti. Anche la Chiesa dovrà fare il suo cammino intelligente e serio per la piena realizzazione del piano di Dio che tutti riconcilia e che promette un mondo in cui «non c’è né giudeo né greco, non vi è né schiavo né libero, non vi sono né maschio né femmina, perché tutti sono una sola cosa in Cristo Gesù» (Gal 3, 28).

CLUB DI AMICI

Covid: una cura a base di libri

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1946: le donne al voto per la prima volta in Italia

Il ruolo del Centro antiviolenza Sos Donna

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Macerata opera il Centro antiviolenza Sos Donna. Elisa Giusti è la responsabile dei servizi antiviolenza, ed è lei a snocciolare i dati del 2020, che non sono confortanti, anzi forse aggravati dalla pandemia. Contatti: 193. Le prese in carico sono state 144. Residenza: la maggior parte di Macerata e Civitanova. In numero di poco inferiore le richieste di aiuto arrivate anche da comuni più piccoli, da altre province e regioni: Abruzzo, Lazio, Puglia e Veneto. Le nazionalità delle donne che fanno richiesta di aiuto sono: Italia, Marocco, Romania, Polonia, Russia, Albania, Senegal, Pakistan, Perù, Tunisia, Messico. Circa il 10% non dichiara la nazionalità. Età: 5% meno di 18 anni, 20% 18-30, 20% 31-40, 30% 41-50, 10% 5060, 10% 61-70, 5% più di 70 anni. Occupazione: occupata 50%

disoccupata, 20% inoccupata, 10% precaria, 10% studentessa o pensionata; circa un 15% non dichiara la propria occupazione. Le donne con figli sono circa il 70%. Richieste: 5% spontanee, 50% amici, parenti..., 20% servizi sociali, 10% Forze dell’Ordine e un 5% Scuola, Sert ecc. L’autore delle violenze è: 40% il marito, 20% compagno convivente e/o non convivente, altro 20% ex marito/compagno, 5% padre, 5% figlio, 10% fratello, vicino di casa, estraneo. La Cooperativa aiuta le donne a uscire da relazioni violente costruendo una nuova speranza di futuro. Il Servizio è offerto tramite il numero verde 1522. Mail: cavsosdonna@comune.macerata.it. Tel. 0733.1990133 e 389.5878474. Il servizio accoglie donne e minori, indipendentemente da razza, lingua, nazionalità, condizioni

personali, economiche o sociali. Offre informazioni, colloqui di accoglienza, consulenza psicologica e legale, orientamento, affiancamento, sostegno. Il Centro di Macerata gestisce anche una Casa Rifugio a indirizzo segreto e una Casa di accoglienza per la semi-autonomia di donne violentate. Solo il 12% delle violenze è denunciato anche se una donna su tre dichiara di aver subito violenza nel corso della vita. Perché? Per paura, per vergogna e persino per senso di colpa. A volte non si vuole denunciare per non rivivere la violenza e non rivedere chi l’ha causata. Il silenzio più impenetrabile con dimensioni spaventose è quello delle donne straniere. Non sono denunciati neanche le molestie sessuali e gli abusi nei luoghi di lavoro. Daniela Meschini

e ci fermassimo a ripensare al periodo del lockdown ciascuno di noi proverebbe tristezza e incredulità, ricordandolo come un momento di profonda crisi. Eppure in quei mesi di marzo e aprile di quell’annus horribilis per il quale proviamo paura solo a nominarlo, qualcosa di buono è nato. È nata la nostra idea di creare un club del libro. Siamo cinque amici e amiche legati, oltre che dall’affetto, dalla passione per la lettura. In quegli attimi di solitudine, i libri ci hanno unito. Abbiamo iniziato per divertirci, per passare il tempo. Più il tempo passava, più l’idea cresceva, si concretizzava e, dopo qualche settimana, è diventata una passione. L’idea è scegliere insieme un libro da leggere contemporaneamente, ciascuno con i propri tempi, e poi, una volta terminato, ritrovarci a condividere le impressioni, i sentimenti riguardo i personaggi e la trama. Da una semplice intuizione è nato un modo per fortificare la nostra amicizia. Grazie ai libri, abbiamo avuto la possibilità di aprire le nostre menti, di ampliare le nostre vedute, di scoprire autori e generi letterari che da soli, probabilmente, non avremmo mai avuto il coraggio di affrontare. Siamo partiti dal magico mondo di Jules Vernes, passando per il distopico-fantasy di Philip Pullman e William Golding, circumnavigando il thriller di Donato Carrisi, Margaret Atwood e Joel Dicker, approfondendo la storia grazie a Ken Follett, mescolando a questo grandi classici come Oscar Wilde e Jane Austen. Generi e autori differenti che hanno in comune un unico aspetto: la cultura. Non pretendiamo di insegnare alcunché a nessuno, ma vogliamo diffondere buone notizie, riscoprire il bello della lettura, distaccarci per qualche ora da questa realtà lacerata dal Covid, semplicemente stare insieme di fronte a un buon libro. I libri sicuramente non salveranno il mondo dalla pandemia, ma possono essere un’arma potente contro l’indifferenza, la solitudine, l’ansia e la paura. «Un libro ben scelto – come scrive Daniel Pennac – ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso». Lucia Marcolini

Dante Cecchi, tanta cultura trasmessa con il sorriso DI GIOVANNI

M La tomba di Dante Cecchi a Urbisaglia

L’amore per le persone, la sua “gente”, trovò espressione nelle commedie in dialetto come racconto di storia popolare

CECCHI

io padre, Dante Cecchi, nacque a Macerata il 16/2/1921 da Pio e Maria Gasparri, primo di quattro figli. Compiuti gli studi, parte dei quali presso l’Istituto Salesiano al quale sempre rimase legato, vinse una borsa di studio presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove si laureò in Lettere e Filosofia tenendo per tutta la vita nel cuore l’invito del Rettore padre Agostino Gemelli a “servire il Regno di Cristo Signore”. Tornato a Macerata conseguì anche una laurea in Giurisprudenza presso la locale Università dove, dopo aver insegnato nei licei ed esser stato preside, tornò fino diventare ordinario. Nel 1969 fu proclamato dall’Accademia dei Lincei vincitore del premio annuale. Divi-

se la docenza con molteplici impegni e iniziative culturali, con mia madre, Catterina Bonservizi, che accettò di vederlo «quel poco tempo che rimaneva». Fu tra i fondatori nel 1965 del “Centro Studi Storici Maceratesi”. Principe dell’Accademia dei Catenati, fu anche presidente del Comitato Provinciale di Macerata dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Vicepresidente della Deputazione di Storia Patria per le Marche, membro dell’Accademia Georgica di Treia. Ricevette importanti apprezzamenti come quello dall’Accademia Sistina di Roma e fu insignito nel 1980 della medaglia d’oro per i benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte. Da uomo di vasta cultura si interessò alla storia del Maceratese e delle Marche. Autore di numerose pubblica-

zioni riguardanti soprattutto la storia amministrativa dello Stato Pontificio tra il 1797 e il 1823, rivolse la sua attenzione anche al diritto medievale, nonché al periodo napoleonico, alla Restaurazione in Italia ed alla storia e alle tradizioni delle Marche, curando l’edizione critica di quindici statuti di comuni marchigiani. I suoi interessi culturali si son riflessi nei numerosi contributi pubblicati dal “Centro Studi Storici Maceratesi”. Interessante la produzione sempre su “Studi Maceratesi” di ricerche storico/archivistiche sull’organizzazione amministrativa locale durante la prima Restaurazione e sullo Stato Pontificio nella seconda Restaurazione. Da non dimenticare l’attenzione alla trascrizione di opera classiche e medievali ed infine una raccolta di testi della Marca dei secoli

XII-XIX sulla rappresentazione della Natività e della Passione. Il legame con l’Università di Macerata era nato già con la tesi “Il Parlamento nella Marca di Ancona dal 1357 alla fine del secolo XVIII” che il “professore del sorriso”, così sensibilmente “raffigurato” da colleghi ed amici, aveva discusso nel 1945. Il suo sguardo di storico si è sempre rivolto alla “sua” gente, al popolo che considerava fonte di valori perenni, tributando affetto ed ammirazione per la storia di città. Per ben settanta anni partecipò attivamente alla vita dell’Accademia dei Catenati, fondata nel 1574, che riprese vigore dopo le vicissitudini del secolo passato con le “Lecturae Dantis”, affidate a lui e a numerosi altri docenti. L’amore incondizionato per le persone, “la gente”, indipendentemente da qualsia-

si ideologia o contesto sociale, trovò espressione nelle sue commedie in dialetto come racconto di storia popolare, specchio delle condizioni dell’Italia dal dopoguerra alla fine degli anni ‘80: «non dialetti belli e dialetti brutti ma, tutti, dialetti-lingue... espressioni di civiltà storicamente determinate», come espresse in una conferenza del 1973. Questo percorso nel mondo del dialetto trova il suo epilogo nella «ricostruzione di una sacra rappresentazione in dialetto fermano-maceratese-camerte con frammenti cercati dappertutto, dalla viva voce della gente alle raccolte di appassionati studiosi». La “Sacra Rappresentazione della Natività e Passione di Nostro Signore” è stata presentata a Macerata in occasione delle celebrazioni del VII centenario della Fondazione dell’Università.


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Emmaus e Avvenire 16 febbraio 2021 by EmmausOnline - Issuu