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Martedì, 15 febbraio 2022
CARITAS Avvento di carità, il ringraziamento per le offerte l direttore della Caritas diocesana, Lorenzo Cerquetella, nell’impossibilità di Iraggiungere personalmente tutti i numerosi
Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata
Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata
donatori che durante l’anno recapitano offerte e quanti hanno risposto all’appello per l’“Avvento di carità”, offrendo il proprio contributo in denaro senza però lasciare un indirizzo a cui potere inviare un messaggio, desidera che a ciascuno giunga il grazie più intenso e cordiale per il gesto di generosità compiuto. La somma raccolta in Avvento, ricorda il diacono, contribuirà all’acquisto di una fattoria che ospiterà una nuova Casa famiglia dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.
Inserto di
In Provincia la nuova giunta targata Parcaroli
Macerata, città accogliente I corridoi umanitari
Verso la Quaresima vissuta nel segno della Via Crucis
«Papa Giovanni», la Casa famiglia (con fattoria)
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Nella Messa domenicale il centro e il culmine di tutta la vita della comunità cristiana
Radunati dalla Parola DI
N
(Ph: Cristian Gennari/Siciliani)
te nella messa domenicale «il centro e il culmine di tutta la vita della comunità cristiana» (CD 30; SC 42, PO 5). È in essa infatti che, con la Parola ed il Sacramento, i cristiani sempre di nuovo vengono trasformati in Corpo di Cristo, uniti con Lui e tra loro (LG 7). «Non è possibile che si formi
una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità. E la celebrazione eucaristica, a sua volta, per essere piena e sincera deve spingere sia alle diverse
opere di carità e al reciproco aiuto, sia all’azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana» (PO 6). Il segno più chiaro che tutta questa azione santificatrice “funziona bene” è il consolidarsi giorno per giorno dell’unità nella carità. Una Parrocchia che si santifica e che santifica il mon-
DA SAPERE
Concilio Vaticano II
il più recente Concilio ecumenico della Chiesa Ècattolica. Convocato da pa-
pa Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, appena tre mesi dopo la sua elezione, iniziò l’11 ottobre 1962 e la prima sessione si interruppe per la morte del Papa il 3 giugno 1963. Le altre tre sessioni furono guidate da Paolo VI. I lavori si conclusero l’8 dicembre 1965. Vi parteciparono circa 2.500 vescovi. Vi assistettero anche esponenti delle altre confessioni cristiane. Il Concilio promulgò quattro Costituzioni, tre Dichiarazioni e nove Decreti. In chiusura il Papa indirizzò otto messaggi al mondo: ai padri conciliari, ai governanti, agli intellettuali, agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai poveri e agli ammalati, ai giovani.
GIORNO DEL RICORDO
ella nostra riflessione sulla Parrocchia secondo il Concilio notavamo come in SC 42 la Parrocchia non sia tanto un edificio o un territorio, ma un gruppo di fedeli, una porzione di Popolo di Dio particolarmente significativo per chi in un luogo concreto voglia incontrare la Chiesa, quell’unica Chiesa che è stabilita su tutta la terra e che vive in maniera piena e completa nella Diocesi. Se la Chiesa una si incontra concretamente e localmente nella Parrocchia, ciò vale anche per la Chiesa santa. La santità della Chiesa, nella visione conciliare, non è primariamente una perfezione umana e morale del singolo, che viene proclamata in contrapposizione a un mondo peccatore, ma è prima di tutto: la santità del Popolo di Dio gratuitamente ricevuta dalla divina misericordia (LG 39). Dio costantemente santifica tutta la sua Chiesa, perdonandola e unendola a sé attraverso la purificazione attuata dalla Parola e dai Sacramenti (LG 42). Tutto parte dall’annuncio della Parola. È la Parola che raduna i fedeli e suscitando nei loro cuori la fede, la speranza e la carità li rende comunità e fa sì che essi «crescano in Cristo» (CD 30, PO 4). Da qui l’enorme importanza che assume nella vita delle comunità cristiane e della Parrocchia in specie la Parola di Dio. Parola che è da annunciare e da approfondire nei modi più vari: non solo attraverso la predicazione e l’istruzione catechistica, ma anche attraverso la testimonianza di vita e attraverso la riflessione sui problemi del proprio tempo alla luce di Cristo, per «applicare la perenne verità del Vangelo alle circostanze concrete della vita» (LG 28 e 35, AA 6). La santificazione della Parrocchia non si realizza perciò separandosi dal mondo o ponendosi in contrapposizione con i peccatori, ma lasciandosi cambiare il cuore dall’annuncio del Vangelo. Sarà poi questo cuore cambiato che trasformerà: i convertiti in annunciatori, i santificati in santificatori, gli ex-peccatori in lievito di fraternità per la salvezza del mondo. Per questo il motore della santificazione della Parrocchia è indubitabilmente la celebrazione del sacrificio eucaristico. Il Concilio riconosce specialmen-
Finalmente si vede la luce dopo il tunnel
La parrocchia se è santa è chiamata alla comunione con tutte le altre realtà comunitarie e tutte le aggregazioni umane, dalle quali riceve vita e luce e alle quali dona la testimonianza del Vangelo
NAZZARENO MARCONI *
Celebrazione in memoria delle vittime delle foibe l 10 febbraio i rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma maceratesi hanno celebrato il IGiorno del ricordo. Un gesto semplice e una preghiera
congiunta per ricordare gli Italiani infoibati nelle cavità carsiche, le migliaia di persone vittime di eccidi, arresti e sparizioni. Alla Messa officiata da padre Noël Anselme Achi presso la chiesa di San Francesco a Macerata sono intervenute autorità civili e militari. Presente anche una ragazzina di allora, l’anziana maestra Nora Arrigoni.
LA RIFLESSIONE
do produce al suo interno e attorno a sé quella fraternità cristiana di cui parla così spesso papa Francesco, che non è il semplice e puramente umano volemose bene, ma è l’essere “lievito di carità”. Questa e l’anima e il tipico stile di vita della comunità cristiana che è «famiglia di Dio, fraternità animata dallo spirito di unità» (LG 28) che ha per «legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati» (LG 9). L’identità della comunità cristiana e in particolare della Parrocchia, così come la disegna il Vaticano II, è perciò una identità tutta relazionale: la sua santità non è trattenuta e statica come il possesso di un oggetto, ma è dinamica, è costantemente ricevuta e donata al suo interno e verso l’esterno. La Parrocchia se è santa è chiamata alla comunione con tutte le altre comunità parrocchiali e tutte le aggregazioni umane, dalle quali riceve vita e luce ed alle quali dona la testimonianza del Vangelo.Quando il Concilio parla di una Chiesa che «è per sua natura missionaria» (AG 2) questa estroflessione della comunità credente riguarda anche la sua santità e deve partire dalla base, da ogni assemblea del popolo di Dio e primariamente da ogni Parrocchia. Questa è infatti la vocazione fondamentale e irrinunciabile della Parrocchia secondo il Concilio: «aprire a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo» (PO 6). La santità della Chiesa e della Parrocchia è perciò, come diceva san Giovanni Paolo II parlando della vocazione: “dono e mistero”. La vocazione universale alla santità (LG 40) si realizza come dono che riceviamo e mistero che fa di noi, dei peccatori mai completamente convertiti, eppure capaci di operare la santificazione del mondo. * vescovo
DI ROMANO
MARI *
L
a quarta ondata della pandemia ha finalmente iniziato la decrescita. Anche la mia esperienza di medico, con numerosi pazienti contagiati nelle ultime settimane, conferma che il virus sta esaurendo la propria veemenza. Non vediamo più in chi è contagiato la vera e propria fame d’aria che abbiamo sperimentato nella prima e nella seconda ondata; la sintomatologia appare più semplice, più blanda, avvicinandosi a quella di una forma influenzale. Come dimostrano i numeri altissimi dei contagiati, questa ondata è stata caratterizzata da una diffusione molto alta, con una contagiosità simile a quella del morbillo. Vengono colpite anche persone già vaccinate (la sintomatologia in questi casi è sempre molto lieve), ma questo dato non toglie valore ai vaccini, lo prova il fatto che nei nostri reparti e nelle terapie intensive la grande maggioranza dei ricoverati è costituita da persone non vaccinate, nonostante queste siano oramai meno del 10% della popolazione. Tra i miei pazienti vaccinati, in questa quarta ondata non ho avuto alcun decesso, mentre è morta per Covid una paziente non vaccinata e, sempre tra i non vaccinati, ho contato tre persone con broncopolmonite interstiziale caratterizzata da una sintomatologia severa. Tutto concorre a sollecitare, chi ancora non l’avesse fatto, a vaccinarsi; l’esperienza di questi mesi conferma poi che il booster (o terza dove) dà una buona stimolazione al sistema immunitario, tale probabilmente da garantire una copertura di molti mesi, arrivando forse a poter praticare nel prossimo autunno un’unica vaccinazione per l’influenza e il Covid. Tengo a sottolineare poi che da questo fine mese – come confermato pochi giorni fa dal generale Figliuolo – avremo a disposizione un nuovo vaccino, il Novavacs, a base proteica, del tipo cioè di quelli già ampiamente usati contro il papillomavirus, la pertosse, l’epatite di tipo B, la meningite... Mi auguro che questo convinca molte persone ancora non vaccinate, perché ostili ai vaccini a mRna, a farsi vaccinare. Se forse cominciamo a vedere la luce alla fine del tunnel della pandemia, resta la pressante urgenza di una riforma complessiva della sanità, sia ospedaliera che del territorio, continuando innanzitutto a operare per recuperare la pesante carenza di medici e infermieri che il nostro Paese, e in esso anche la nostra Regione, sta patendo – 100mila marchigiani sono senza medico di base –. Dev’essere chiaro alle autorità che la sanità non è un “costo”, è un investimento. È normale che chiuda in disavanzo, che non deve significare spreco, ma servizi e salute per tutti. * medico di base
Nuovi termini che ci aiutino a immaginare il futuro DI
GIANCARLO CARTECHINI
«B Il saggio di Spadaro
La pandemia, tempo propizio per coltivare una diversa «immaginazione del possibile», con il coraggio che solo il Vangelo può offrire
uongiorno capo!». Il ragazzo al distributore questa mattina sembra di buon umore. Lo confortano la giovane età e un lavoro instabile come il prezzo del metano, schizzato alle stelle negli ultimi mesi. Rispondo al saluto, ma le parole si perdono nel rumore provocato dal passaggio di un treno merci sulla ferrovia che costeggia la statale. Una motrice rincagnata, coperta di graffiti, seguita da una lunga teoria di carri vuoti, di quelli utilizzati per trasportare container. Sarà un convoglio come questo a trasportarci oltre la crisi? Chi ci darà il coraggio di arrampicarci lungo la scarpata e saltare sul treno in corsa?
Abbiamo bisogno di parole illuminanti, scrive il teologo Antonio Spadaro nel suo saggio “Fiamma nella notte - sette parole per immaginare il futuro”. Parole che indicano una soglia, realtà in bilico tra un passato malato che ci stiamo lentamente lasciando alle spalle, e un futuro tutto da costruire. Frontiera, viaggio, ring, germoglio… Un percorso sorprendente ricco di citazioni che spaziano dalla letteratura, al mondo del cinema, allo sport. L’ultima parte del libro è dedicata alla parola “pandemia”: l’autore ricostruisce il pensiero di papa Francesco attraverso l’analisi delle metafore utilizzate in differenti occasioni durante il periodo più buio del lockdown. Ecco il punto: la
crisi ha rappresentato un tempo propizio per coltivare una nuova “immaginazione del possibile”, con il coraggio che solo il Vangelo può offrirci. Siamo così abituati a ripercorrere sentieri già noti, che abbiamo perso la capacità di immaginare un nuovo inizio. Ci illudiamo di ripartire come se nulla fosse accaduto. Le antiche abitudini non vedono l’ora di riprendere il sopravvento. E invece – sono parole del Papa – il cambiamento non potrà che avvenire facendo reagire «l’annuncio straripante del Vangelo e la vita così come viene». Già, la vita così come viene, fatta di fratture mai ricomposte, tensioni sotterranee, sconfitte mai digerite, cuscini sgualciti. Gioie effimere, caffè presi di cor-
sa prima di uscire. Volti di persone incontrate di fretta. Nessuna normalità soffocante ci dovrà più ingabbiare. Riusciremo a rimanere liberi, ad «abitare nella possibilità», come scriveva la poetessa americana Emily Dickinson? Riusciremo a custodire i germi di solidarietà nati nei giorni più bui della pandemia? Servono visionari, quelli che il Papa ha chiamato i “poeti sociali”, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi degli esclusi. I poeti, dice Spadaro, sono coloro che usano parole comuni per esprimersi in maniera divergente. È proprio così: a traghettarci nel mondo nuovo non saranno solo politici, imprenditori e professionisti. Servirà anche gente di
frontiera, abituata a muoversi oltre confine, a pronunciare parole sporche di terra e ricche di luce. Gente capace di remare insieme. «Le rotte della vita vanno in direzioni aleatorie – scrive Roberto Casati all’inizio del libro appena pubblicato “Oceano, una navigazione filosofica” – errano, ritornano su se stesse, e uno degli strani vantaggi dell’approdo in una rada sicura proprio un attimo prima del calar del vento, è che a guardarsi alle spalle i momenti che sembrano segnare un finale di partita diventano nella memoria delle semplici battute d’arresto». Anzi – oramai lo abbiamo capito – anche una battuta d’arresto può rappresentare una formidabile occasione per ricominciare.
SOCIETÀ
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MARTEDÌ 15 FEBBRAIO 2022
In Colombia rinascita della parrocchia a Barranquilla Dall’intreccio di tre radici – africana, indigena spagnola – nasce un modo diverso di leggere la realtà DI RAFAEL
ALVAREZ
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arranquilla, la Porta d’oro, affacciata sull’Oceano Atlantico a sud ovest del Paese, è la capitale della regione più piccola della Colombia, ma quarta per densità. Mentre sopraggiunge il tramonto caldo e umido, dopo una giornata a 31 gradi, con sentimenti misti di gioia per l’invito di don Sergio a scrivervi, di nostalgia per la mia diocesi, Macerata, vestita d’inverno, di gratitudine a Dio per questo tempo di missione, proverò a condividere qualche
Don Rafael di fronte alla sua parrocchia
frammento della mia attuale missione. Sono un presbitero colombiano, ordinato a Macerata l’11 maggio del 2002. Venti anni di sacerdozio trascorsi tra la diocesi e in missione: Cina, Africa, Messico, Israele, Panama; ora da 2 anni in questa mia terra. L’arcidiocesi di Barranquilla conta 2,5 milioni di abitanti, 159 parrocchie, un gran bisogno di presbiteri e poche vocazioni. La Colombia vive un profondo disagio prodotto da anni di diseguaglianze e violenze acutizzato negli ultimi tempi. Dall’intreccio delle nostre tre radici – africana, indigena spagnola – nasce un modo diverso di leggere la realtà. Un modo di abitare il mondo differente da quello occidentale, materialista e binario. Siamo nella povertà, ma tutto è
bellissimo: è il realmeravilloso. Tutto assume un sapore pittoresco, folkloristico, mascherando dietro i colori la crisi della società. Il dramma della miseria denunciato dagli stessi responsabili dell’oblio e dell’abbandono ruba la speranza. Cita Cent’anni di solitudine: «poiché non esiste spirito di solidarietà, allora tutto ciò non ha futuro». La Colombia è ancora alla ricerca della propria identità. Una ricerca radicata in ogni cuore, ricerca di pace, di perdono, solidarietà e riconciliazione. Circa un anno fa mi è stata affidata la parrocchia Santa Elisabetta di Ungheria, con una situazione abbastanza complessa e agonizzante, quasi sempre chiusa, dove non si realizzavano più attività. Altra particolarità: la Chiesa si trova al secondo piano di una ex scuola
delle suore Vicentine, lì il luogo di culto del quartiere. La facciata non somiglia a una chiesa; chi viene per la prima volta non la riconosce e gli anziani hanno difficoltà a salirci. Al piano terra c’è il centro medico e la Caritas con la distribuzione di alimentari ai più bisognosi. Inviato dal vescovo, insieme a due seminaristi, per riportare una presenza di Chiesa viva in un quartiere difficile e di grande sofferenza, abbiamo iniziato subito a celebrare la Messa ogni giorno e riaperto l’ufficio parrocchiale per accogliere le persone e portare loro l’annuncio dell’Amore di Dio. La nostra missione all’inizio è stata difficile perché arrivati nel mezzo del secondo picco della pandemia la gente stava chiusa in casa impaurita; ci ha aiutato moltissimo la
preghiera e i momenti davanti al Santissimo Sacramento. Ora la gente si sta avvicinando, partecipa alla Messa e con le persone arrivate stiamo avviando i servizi liturgici, catechisti, coro, ecc… Abbiamo il consiglio parrocchiale e degli affari economici! Stiamo preparando una ventina di bambini alla prima comunione e una decina di ragazzi alla Cresima. Il successivo passo sarà spostare la Chiesa a piano terra e tutto il resto sopra. Benedico il Signore per la Sua fedeltà e misericordia, felice di vivere in pienezza il mio ministero presbiterale ed essere un pezzettino della diocesi di Macerata presente in Colombia. Prego sempre per voi. Pregate per me! Uniti nella preghiera per dar gloria al Signore che ci ha chiamati nella Sua Chiesa.
Presto l’approvazione del Bilancio Parcaroli: collaborazione amministrativa perché l’ente torni a essere funzionale Le nuove deleghe, «lavoro di squadra»
«Visione condivisa e risposte al territorio» Varata la nuova giunta della Provincia, presidente il sindaco di Macerata DI TIZIANA
Nella foto a sinistra: il presidente Sandro Parcaroli al centro, con gli eletti del Consiglio provinciale Nello foto a destra: uno scatto del palazzo, sede della provincia, in corso Garibaldi a Macerata (foto Riccardo Carota)
TIBERI
I
l nuovo presidente della Provincia di Macerata è il sindaco del capoluogo Sandro Parcaroli, il quale succede al presidente uscente Antonio Pettinari, in carica dal 2011. Com’è noto, le elezioni si sono svolte tramite il voto dei sindaci e dei consiglieri (in tutto 719 elettori) facenti parte dei 55 Comuni che compongono l’Ente provinciale. Candidato per la lista “Centrodestra Macerata”, Parcaroli ha avuto la meglio sul sindaco di Appignano Mariano Calamita grazie ai 319 voti assoluti validi ricevuti rispetto ai 219 dello sfidante (8 le schede bianche e altrettante quelle nulle), mentre i voti ponderati corrispondono a 49.862 per Parcaroli (57,89%) contro i 36.268 di Calamita (42,11%), sul totale di 86.130. Al termine del confronto tra i partiti che lo sostengono (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Udc e civici), il presidente Parcaroli, che resterà in carica per quattro anni, ha reso poi noto le deleghe assegnate ai 7 consiglieri di maggioranza che lo sosteranno. La carica di vice presidente è stata assegnata al presidente del consiglio comunale di Civitanova Marche ed esponente di Forza Italia Claudio Morresi; a lui anche le deleghe riguardanti il Bilancio e le Aree Costiere. «Deleghe condivise per un lavoro di squadra di qualità che dia nuova spinta alla Provincia di Macerata, chiamata a gestire sul territorio anche la sfida del Pnrr – ha detto Parcaroli –, tutte le forze politiche di maggioranza sono state concordi con me nel puntare sulle competenze e le esperienze dei singoli in funzione della miglior sinergia operativa del gruppo; ringrazio i segretari provinciali di Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Udc per l’intenso e proficuo lavoro di
confronto e di sintesi». Il nuovo presidente ha poi guardato al futuro del territorio: «Abbiamo avuto un mandato chiaro dagli amministratori del territorio che hanno confermato la fiducia data dai cittadini al Centrodestra e a quel
“modello Macerata” che mi onoro di rappresentare nel ruolo di sindaco e di presidente – ha aggiunto –, siamo chiamati alla visione condivisa e alla collaborazione amministrativa perché la Provincia, impropriamente ridimensionata dalla leg-
ge Del Rio, torni a dare risposte pronte e funzionali al territorio come ora si chiede». Sull’assegnazione delle deleghe invece: «Conosco le potenzialità del Centrodestra a ogni livello e so di poter aspirare, anche con la Provincia, al titolo di
amministrazione virtuosa – ha concluso Parcaroli –, con i consiglieri Buldorini, Caprani, Felicioli, Morresi, Mozzoni, Salvucci e Sestili siamo pronti a scendere in campo con questo obiettivo». Già detto del vice presidente Morresi, nel dettaglio al con-
IL CAPO DELLO STATO
a salute della Repubblica è la suprema legge!». Questa è la scelta di Sergio Mattarella in un mo- Sergio Mattarella, «L mento drammatico e difficile della democrazia parlamentare. Così senatori, deputati e rappresentanti regionali lo hanno eletto a grande maggioranza di voti e con un lungo applauso “liberatore”. Il suo discorso di insediamento, dopo il giuramento davanti alle Camere riunite, è una dettagliata lettura delle “emergenze” da affrontare “subito” e “insieme”, in concordia feconda, rispettosa di tutte le istituzioni. Il suo quadro di riferimento è sempre la Costituzione repubblicana e quel “personalismo comunitario” (radice antica della sua cultura giovanile ed accademica), spesso richiamati per difendere l’integrità della “comunità” e la dignità della “persona umana”. Valori e linguaggi del personalismo comunitario di Jaques Maritain e Emmanuel Mounier hanno influenzato intellettuali e politici del secondo dopoguerra e ormai dal 1948 sono in tutte le costituzioni degli Stati democratici. La ricomposizione comunitaria delle fratture economiche, sociali e politiche può essere ancora, come per le emergenze del dopoguerra, una via d’uscita unificante per
la sua storia interseca le Marche superare la crisi che attraversiamo. Una soluzione democratica e non demagogica. Mi sembra questo il significato del messaggio di insediamento. Un messaggio forte, saggio e mite, come è lo stile del Presidente. Un Presidente che è legato alle Marche da tanti ricordi. Il padre Bernardo era amico del nostro Umberto Tupini; insieme hanno collaborato con De Gasperi a Roma nel 1942-44 per organizzare la Dc del dopoguerra e preparare le prime bozze della Costituzione. Con il professor Leopoldo Elia, fanese, fin dagli anni 70 Sergio Mattarella strinse una collaborazione accademica e politica. «Un costituzionalista e uomo politico rigoroso ed innovatore» lo ha definito nella commemorazione a Mon-
tecitorio nel 2008. Entrambi accademici e membri della Corte Costituzionale con collocazione tra i cattolici democratici della Dc. Altro legame con le Marche è stato quello con il professor Alberto Capotosti, originario di San Benedetto del Tronto, suo amico, accademico e costituzionalista, anche lui Presidente emerito, come Leopoldo Elia, della Corte Costituzionale. Non vanno dimenticate, inoltre, le discrete ma appassionate visite che Mattarella fece nelle Marche e nelle altre regioni dell’Italia centrale colpite dal terribile sisma del 2016 e impegnate nella difficile ricostruzione. Sul piano personale ricordo la sua partecipazione nel 1987 all’annuale convegno di studi del nostro circolo De Gasperi a San Liberato e la collaborazione nella Commissione Affari Costituzionali della Camera da me presieduta nel 1994 per le nuove leggi elettorali sull’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province, nonché sulla elezione dei deputati e senatori.Io sono stato relatore sulla prima e Mattarella (di qui nasce la vulgata Mattarellum) sulla seconda. Furono approvate con larghe maggioranze. Adriano Ciaffi
sigliere Luca Buldorini (Lega) sono andate le deleghe di Urbanistica, Ufficio Tecnico e Viabilità, Patrimonio, Polizia Provinciale; a Massimo Caprani (FdI) Politiche del Personale, Servizio Trasporti, Tributi; a Vincenzo Felicioli (Udc) Aree Interne e Ricostruzione, Post Sisma; ad Andrea Mozzoni (FdI) Ambiente e Rifiuti, Attività Estrattive, Sferisterio, Società Partecipate; a Valentina Salvucci (Fi) Progetti Comunitari e Pnrr, Assistenza agli Enti Locali; infine a Laura Sestili (Lega), la più votata in assoluto tra i dodici consiglieri, va il ruolo di capogruppo di maggioranza, con deleghe alla Programmazione della Rete Scolastica, Ricostruzione Patrimonio Edilizia Scolastica, Pari Opportunità. Il consiglio provinciale si completa della presenza dei consiglieri eletti con il sindaco di Appignano Calamita, ovvero il sindaco di Treia Franco Capponi (Italia Viva); il consigliere comunale di Macerata Narciso Ricotta (Pd); e i consiglieri di Recanati Antonio Bravi (Pd) e Tania Paoltroni (Italia Viva). Nei giorni scorsi si è già svolto il primo consiglio provinciale con il giuramento del presidente Parcaroli e la convalida degli eletti; prossimo appuntamento in agenda l’approvazione del Bilancio.
La «vergara», pilastro della vecchia casa contadina DI UGO
S
La vergara dà da mangiare a oche e galline
Figura di spicco nelle famiglie patriarcali. Vivevano insieme, oltre alle figlie nubili, anche i figli sposati con mogli e prole
BELLESI
pesso ci sorprendiamo a sorridere quando udiamo qualche uomo sposato pronunciare questa frase: «Il capofamiglia sono io ma chi comanda è mia moglie!». È questa in pratica la fotografia di una famiglia moderna ma, se ci pensiamo bene, avveniva altrettanto in campagna al tempo della mezzadria. Il vergaro era quello che contrattava la vendita del grano o di qualche vitello, che aveva rapporti con il proprietario del terreno e che incontrava più frequentemente il fattore per avere consigli sulla conduzione del podere. Ma per tutto il resto ci doveva pensare la vergara. Una figura che a volte viene dimenticata ma che in pratica era la donna-manager di
tutta l’azienda. Innanzitutto va detto che in quel tempo ancora c’erano le famiglie patriarcali. Oltre alle figlie nubili anche figli sposati non lasciavano la casa paterna e portavano le mogli in famiglia. Le nuore dovevano avere il massimo rispetto della suocera-vergara perché all’inizio dovevano apprendere le regole di quella famiglia, il ritmo dei lavori, il loro ruolo nella casa, ma anche come allevare i figli. Anche quando dovevano recarsi in paese per fare acquisti importanti (come un vestito o le scarpe, erano accompagnate dalla suocera o ne dovevano seguire i consigli. Quando si doveva fare il pane la vergara era la prima ad alzarsi e svegliava il marito sollecitandolo ad accendere la legna nel forno. Nel
frattempo si cominciava ad impastare la farina con il lievito e attendere che il pane raggiungesse la giusta lievitazione. Erano poi le figlie più grandi o le nuore a portare sul capo le lunghe tavole ricolme di file di pane fino al forno che era su un lato dell’aia. La vergara doveva provvedere anche al becchime per gli animali da cortile mentre incaricava una delle mogli dei figli a portare l’erba ai conigli. Per i maiali invece c’era la brodaglia ricavata dalla cottura delle verdure, oltre alle bucce di qualche frutto e agli scarti risultanti della pulizia delle erbe. Bisognava far uscire dalla stalla le pecore (in genere un paio) per far loro brucare erba nei prati vicino casa. Ma poi c’era anche da mungerle. Tutto questo avveniva ovviamente sotto
il controllo della vergara cui non sfuggiva nulla. Invece chi accudiva la stalla dei bovini era sempre un uomo. Nei grandi lavori della mietitura, della trebbiatura, della scartocciatura e della macellazione del maiale era sempre la vergara a assicurare il cibo per tutti. Durante tutta la giornata la vergara doveva anche controllare che si provvedesse all’allevamento dei bachi da seta, lavoro al quale erano impegnate sempre almeno due donne. Un’attenzione particolare era riservata a una delle nuore che era dedita alla tessitura. La maggior parte delle case di campagna avevano un telaio dal quale uscivano tessuti indispensabili, anche per abiti da lavoro. A tempo debito, sempre la vergara doveva preoccuparsi di scegliere le
uova da mettere sotto le chiocce per farle covare. Doveva però tener presente che in ogni covata le uova dovevano essere dispari, che per non far perdere la gallatura alle uova bisognava inserire un pezzo di ferro “contro il malocchio”, e che, per far nascere un pulcino ogni uovo, nei primi quattro giorni, sul cesto che copre la chioccia bisognava mettere un paio di pantaloni da uomo. E se tra le nuore sorgeva qualche litigio? Oppure se una figlia voleva studiare e lasciare i campi? Se tra il vergaro e un figlio c’era disaccordo? E quando una figlia si fidanzava con un ragazzo poco raccomandabile? Era sempre la vergara che interveniva con la sua autorità (ma anche con saggezza ed esperienza) ad appianare ogni cosa.
ATTUALITÀ
MARTEDÌ 15 FEBBRAIO 2022
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Pinamonti nuovo direttore dello Sferisterio Entro marzo la definizione del cartellone 2022 del Macerata Opera Festival. «In programma almeno venti serate» DI
M. NATALIA MARQUESINI
«U
n ragazzo degli anni Cinquanta» si è definito Paolo Pinamonti, nuovo direttore artistico dell’associazione Sferisterio, durante “l’irrituale” presentazione alla stampa. «Sono qui da un mese e non volevo continuare a lavorare in incognito», spiega davanti ai microfoni di radio e televisioni locali con il sorriso di chi è pronto a iniziare una nuova avventura. Avventura dai rit-
mi serrati, per lo meno in queste prime battute, visto che la sua nomina (approvata all’unanimità dal Consiglio di amministrazione dello Sferisterio lo scorso 23 dicembre, ndr) è arrivata in un periodo dell’anno in cui solitamente la stagione è già ben definita nel programma e il botteghino è già attivo. «È una corsa contro il tempo – confessa – ma è anche altrettanto vero che c’è una grande voglia di ripresa da parte di tutti e Macerata gode del vantaggio di essere un festival all’aperto, quindi in questo momento storico significa avere minori difficoltà e una certezza quasi sicura nei mesi estivi di poter veramente rinascere con un grande festival». Nessuna anticipazione durante l’incontro con la stampa sul programma del Macerata Opera Festival per questo
2022, anche se il direttore e il consiglio d’amministrazione raccontano di un lavoro quotidiano, fertile e costante che permetterà entro i primi giorni di marzo la presentazione del cartellone; un’anticipazione però è lo stesso direttore a darla: «Fra concerti, opere e eventi di popular music stiamo lavorando all’organizzazione di almeno una ventina di serate». L’incarico come direttore artistico per Pinamonti arriva dopo una carriera ricca di esperienze anche internazionali; attualmente è ricercatore di Musicologia e Storia della Musica all’Università di Venezia, ma alla carriera di studioso ha sempre affiancato l’attività nel campo dell’organizzazione teatrale. Direttore artistico della Fenice di Venezia alla fine degli anni Novanta, ha diretto anche il Teatro São Carlos
di Lisbona, il festival Mozart de La Coruña in Spagna, il festival di Musica Sacra “Terras sem Sombra” nel Basso Alentejo in Portogallo ed è stato il primo direttore artistico straniero del Teatro de La Zarzuela di Madrid. Fino al marzo del 2020 ha diretto la Fondazione Teatro di San Carlo di Napoli. Il colloquiale incontro con la stampa è per lui l’occasione non solo di farsi conoscere, ma soprattuto di condividere le linee culturali che intende seguire in questo nuovo incarico triennale a Macerata. «Sono convinto che un grande festival come il Macerata Opera Festival debba saper coniugare la difesa del grande repertorio, attraverso i titoli che hanno segnato la storia della Lirica in Europa, con un allargamento dello stesso repertorio. Un grande repertorio
Paolo Pinamonti, nominato direttore artistico per il triennio 2022-2024 del Macerata Opera Festival
non si può difendere attraverso riproposizione stanca dei soliti quattro, cinque titoli, ma deve avere la curiosità di ampliare l’offerta culturale. Questo ci consentirà anche di porre Macerata in una rete di festival internazionali in maniera da creare un circuito importante». Tra gli obiettivi del diretto-
re c’è anche quella di «riportare a Macerata, e soprattuto allo Sferisterio, grandi concerti sinfonici con grandi artisti e grandi orchestre, per offrire al pubblico un’opportunità di riflessione sulla musica che non è singolare ma plurale; quindi un’apertura a generi diversi dalla musica lirico sinfonica».
Le esperienze realizzate nel territorio della diocesi «Ci sono Paesi in cui è impossibile il ritorno dei profughi»
Storia di un corridoio umanitario Otto famiglie si sono coordinate per accogliere un nucleo siriano con due bambine DI STEFANIA MONTEVERDE
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ome si possono sopportare ancora i respingimenti in mare, i fili spinati ai confini, i lager in Libia, i campi profughi di Lesbo, il Mediterraneo grande cimitero, l’indifferenza verso i migranti? Cosa posso fare io di fronte a tutto questo? Noi siamo partiti da qui, gli occhi spalancati e l’intuizione di una risposta. Perché le risposte ci sono: una è aprire un corridoio umanitario e dare inizio a una nuova storia. L’inizio. Per noi l’inizio è stato la lettura di un libro, “Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura” di Mario Marazziti (Edizioni Piemme), storie di corridoi umanitari in Italia, come quello a Castelfidardo, con Mattia Magagnini, Silvia Malatini e una famiglia siriana. Paola Trivella, medico dell’ospedale di Macerata, lo ha letto, e lo ha proposto a amici e amiche: perché non farlo anche noi a Macerata? In pochissimi giorni è nato senza tante formalità un gruppo di sedici persone, otto famiglie, alcune che si conoscevano, altre che si sono conosciute in questa occasione. Il 29 gennaio 2021, in pieno lockdown, con il primo incontro online ha preso il volo il nostro corridoio umanitario. Come funziona. Abbiamo conosciuto la realtà italiana dei corridoi umanitari, un modello d’accoglienza diffusa fondato su un protocollo d’intesa tra governo italiano e Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese, Conferenza Episcopale Italiana - Caritas, nato per garantire a chi è profugo una via di fuga sicura e un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario. Ogni corridoio umanitario è autofinanziato e non riceve nessun sussidio statale, ad esclusione del volo umanitario. Il nostro gruppo collabora con la Comunità di Sant’Egidio, i cui volontari nei campi profughi individuano i potenziali beneficiari che, dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno, ricevono i visti umanitari. Altri volontari ricercano associazioni e gruppi disponibili ad accogliere una famiglia di profughi mettendo a disposizione casa, sostegno economico, accompagnamento fino all’autonomia per il proprio progetto di
vita. Le nostre azioni. Il nostro gruppo ha coinvolto l’Associazione La Goccia di Macerata come partner istituzionale del progetto, una disponibilità data con slancio nello spirito de La Goccia, nata per promuovere cultura e servizi dell’accoglienza in famiglia. Con il crowdfunding per l’autofinanziamento, in pochi giorni solo con il passaparola tra gli amici abbiamo raccolto il necessario, segno della grande generosità diffusa. L’assenza di un sostegno sicuro da parte dello Stato è certamente un grave limite. Allo stesso tempo è un punto di forza il percorso di costruzione giorno dopo giorno di una rete di buon vicinato e di amicizia che fa dell’accoglienza un’esperienza di relazione e di reciprocità molto profonda. La messa a disposizione gratuita di un appartamento, altrimenti destinato a ospitare studenti fuori sede, la ricerca condivisa di arredi, biancheria, giochi, la volontà di creare un ambiente accogliente per chi scappa da troppo tempo: questo è stato il nostro inizio. L’incontro. Per noi la data dell’incontro è il 5 novembre 2021, quando è scesa all’aeroporto di Fiumicino la famiglia siriana che abbiamo accolto a Macerata, due bambine e i loro genitori. Parlano solo arabo, ma abbiamo trovato il modo per capirci tra gesti, Google Translate e la mediatrice culturale. In questi primi quattro mesi abbiamo affrontato insieme le regole anticovid, l’organizzazione della vita di tutti i giorni, l’iscrizione al sistema sanitario, l’inserimento a scuola, l’iscrizione anagrafica, l’iter con Questura e domanda d’asilo. Ma anche pizzate insieme, regali di Natale, uscite sulla neve, risate e video mentre cantano «sono un italiano, un italiano vero». Un percorso di scoperta reciproca, incontro di culture, cucine, lingue, in uno scambio continuo che trasforma tutti. Centomila corridoi umanitari. Ora questa esperienza si apre ad un‘altra esigenza: costruire una rete per crescere e accogliere ancora. Insieme all’Associazione La Goccia abbiamo iniziato un confronto con altre realtà di Macerata, il Centro d’Ascolto e di Prima Accoglienza, Refugees Welcome, l’Istituto Salesiano, l’Associazione Piombini-Sensini, ma anche sindacati, associazioni e gruppi a Recanati e Civitanova. L’idea è collaborare e promuovere insieme una più diffusa cultura dell’accoglienza, al di là di schemi e pregiudizi. Il contagio positivo deve crescere e stimolare la nascita di altri corridoi umanitari, uno o mille, fino a centomila. Perché, pur nella tragedia immane, «chi salva una vita, salva il mondo intero». Per chi ci vuole seguire, ecco il nostro blog: https://corridoioumanitariomc.wordpress.com.
L’arrivo il 5 novembre a Fiumicino di 44 profughi siriani provenienti dal Libano con un corridoio umanitario organizzato da Comunità di Sant’Egidio, Chiese Evangeliche e Tavola Valdese
Caritas e Salesiani, risposte concrete all’emergenza
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Lezione di italiano per la famiglia accolta dai Salesiani
te più difficili. Il ritiro delle truppe immagine di una Macerata quaamericane da Kabul la scorsa estate ha le città aperta al diverso non è tra scatenato un’emergenza internazionale prime che vengono in mente; le. Attraverso a un’esperienza molto sile pagine di cronaca degli ultimi anni mile ai già esperimentati corridoi umanon restituiscono, infatti, l’impressionitari, altri tre nuclei familiari provene di una popolazione accogliente, a nienti dall’Afghanistan hanno trovato dispetto del patrono san Giuliano detrifugio a Macerata. Due di loro sono to l’ospitaliere. Eppure Macerata nelstati presi in carico proprio dalla Cala sua laboriosità silenziosa è una citritas diocesana di Macerata che, dopo tà dal cuore grande e ospitale. Lo diuna fase di accoglienza mostra la presenza da oltemporanea presso la tre 30 anni dell’associa- Arrivati Domus San Giuliano, zione Centro di Ascolto dall’Afghanistan ha trovato una sistemae Prima accoglienza, nazione più adatta alle loto dall’ispirazione della a Macerata: ecco ro esigenze in spazi di Caritas diocesana, che chi ha trovato proprietà della Diocesi; da allora ha sempre soun’altra intera famiglia stenuto concretamente rifugio e solidarietà afgana composta da l’accoglienza di chi giununa giovane coppia con due figli picgeva da lontano in cerca di un futuro coli e i nonni ha trovato accoglienza migliore. È proprio la Caritas diocesapresso la Casa salesiana di Macerata. na che da subito ha sostenuto le espeIl loro arrivo ha sollecitato una mararienze dei corridoi umanitari nati daltona di generosità che ha coinvolto la fruttuosa collaborazione con la cotantissimi maceratesi; in tanti hanno munità di Sant’Egidio. saputo rendersi utili dedicando a loro Dal 2016 le esperienze di accoglienza donazioni ma anche il proprio tempo, promosse dalla Caritas diocesana con a dimostrazione del fatto che Macerail supporto del Centro di Ascolto e Prita è davvero una città accogliente. ma accoglienza sono state portati M. Natalia Marquesini avanti anche nei momenti storicamen-
Esami di maturità, sì all’«ecologia» della parola scritta Una prof di lettere: «Scrivere significa prima di tutto conoscersi, interrogare se stessi, cercare le parole che diano forma a idee che talvolta sono inizialmente nebulose» DI
LAURA CRUCIANELLI *
L Esame di maturità
o ammetto, ero tra i malpensanti: credevo che la pandemia avrebbe fornito la scusa definitiva per relegare lo scritto di italiano a una scuola ancien régime, vuoi per questi nuovi venti pedagogici della “Transizione ecologica e digitale”, vuoi per-
ché, diciamolo, sulla scuola si tende sempre a risparmiare. Mi sbagliavo. Tornano, come annunciato dalle relative ordinanze, gli scritti all’esame del primo e del secondo ciclo, salutati dal Ministro come riconquistata normalità e deprecati dagli studenti che in questi giorni stanno facendo sentire la loro voce nelle piazze. Intendiamoci, gli studenti non hanno torto: non c’è niente di veramente “normale” neanche quest’anno: le lezioni in presenza sono a singhiozzo, tra chi è in Dad e chi segue in classe e, soprattutto, gli alunni che a giugno affronteranno l’esame sono quelli che hanno svolto quasi l’intero triennio sotto la pandemia. La preparazione, non nascondiamo-
lo, ne ha risentito. Eppure per me quella della reintroduzione degli scritti resta una buona notizia. E no, non lo dico da prof di Lettere con gli occhiali sulla punta del naso e il piacere perverso di correggere grafie indecifrabili. Lo dico pensando, questo sì, soprattutto alla prova di Italiano. Oggi tutto si svolge in modo veloce e la comunicazione si adegua: viviamo di frasi accostate una all’altra, in una paratassi che livella i pensieri mettendoli tutti sullo stesso piano. Che bello, l’uguaglianza! Beh, insomma, mica tanto. Non riconoscere le gerarchie e le dipendenze del pensiero ci fa perdere in una giungla di informazioni che arrivano in modo martellante e continuo. La parola scritta, invece,
richiede innanzitutto il tempo. Per fermarsi, per riflettere, per chiedersi se un concetto è certo e dunque richiede l’indicativo oppure se possa essere espresso come ipotesi, al congiuntivo. Scrivere significa, prima di tutto, conoscersi, interrogare se stessi, cercare le parole che diano forma a idee che, prima di sostanziarsi in una sintassi, appaiono a noi stessi come nebulose. Ma il tema di italiano davvero insegna a fare tutto ciò? Certo è uno strumento imperfetto, ma, d’altra parte, quali altre occasioni hanno i ragazzi per esercitare questa competenza che, prima di essere espressiva, è cognitiva e metacognitiva? Adesso, secondo me, non possiamo permetterci di perdere questa occasione. Pertan-
to direi grazie a chi, quest’anno, forse con qualche ansia in più, affronterà l’esame: sta facendo “ecologia” della parola scritta. E poi penso anche a quei ragazzi che non hanno la capacità di improvvisarsi istrioni davanti alla commissione, spiazzandola con un eloquio brillante o con collegamenti arditi e originali; penso agli introversi, ai timidi, che, magari, davanti a un foglio si raccontano meglio che di fronte a dieci occhi indagatori, mostrando una logica sferzante o un intuito poetico raffinato. O, semplicemente, ci provano e vada come vada. Resteranno il rito collettivo, il tototitoli, le crisi isteriche, qualcosa che sì, un po’ ha il sapore di “normalità”. * docente
COMUNITÀ
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Una fattoria per la «Papa Giovanni» L’
TEATRO
Dante in scena al Lauro Rossi unedì 7 febbraio ha avuto luogo lo spettacolo “In cammino con Dante” presso il Lteatro Lauro Rossi di Macerata. Rappresen-
tazione nata grazie al dialogo tra la diocesi e l’Università di Macerata, con l’intento di condurre il pubblico all’incontro con alcuni dei personaggi più famosi della Divina Commedia. Le arie sono state tratte da “La Divina Commedia Opera Musical” della Mic (Musical International Company), con l’interpretazione di tre cantanti e attori del cast originale. La musica di monsignor Marco Frisina ha accompagnato gli spettatori mentre la sua voce presentava i luoghi del poema e la lettura dei canti, affidata agli studenti del Laboratorio Teatrale UniMc. All’evento erano presenti il vescovo Nazzareno Marconi, il rettore Francesco Adornato e il sindaco San-
MARTEDÌ 15 FEBBRAIO 2022
dro Parcaroli. Un viaggio in compagnia di Dante, rappresentato dalla veste rossa e dalla corona d’alloro; ciascun luogo, arricchito da luci e fondali evocativi, era disegnato da pedane poste a diverse altezze che hanno permesso l’immedesimazione con il percorso del Sommo Poeta, dal basso verso l’alto. Il pubblico, per lo più composto da liceali e universitari, è rimasto rapito fino all’ultima nota, dimostrando ancora una volta l’immortalità dell’opera di Dante, pilastro della cultura italiana. Francesca Meccarelli
associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è presente nella diocesi di Macerata da oltre vent’anni. Attualmente nel territorio rappresenta una realtà importante di accoglienza e condivisione diretta con persone in difficoltà attraverso una rete fatta da famiglie aperte, singoli membri, quattro case famiglia, una realtà di accoglienza e una cooperativa di tipo lavorativo che si occupa della coltivazione e distribuzione di prodotti biologici. Ed è proprio la comunità, fondata da don Oreste Benzi nel 1950, ad essere al centro dell’iniziativa della Diocesi che punta all’acquisto di una fattoria dove poter realizzare una nuova casa famiglia. La struttura da acquistare, situata nel comune di Montecassiano, oltre alla casa colonica ha un appezzamento di 11 ettari che potrebbero rappresentare per gli
accolti della futura casa famiglia (e non solo) la possibilità di un reinserimento lavorativo da attuare in sinergia con la cooperativa “La Fraternità” che si trova nello stesso territorio comunale ed è gestita da membri della comunità. Lo stile di accoglienza che caratterizza l’Associazione Comunità Papa
La cooperativa “La Fraternità”
Giovanni XXIII è quello di “dare una famiglia a chi non ce l’ha” in grado di offrire un ambiente sereno e amorevole a chi si trova nel bisogno. «Abbiamo una storia bella di collaborazione con la diocesi di Macerata – dice Stefano Paoloni, responsabile per la comunità papa Giovanni XXIII per le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo –. Per la realizzazione di questo nuovo progetto ci vorrà del tempo, ci vorrà tanta passione e ci vorrà tanta fede». È possibile contribuire attraverso un bonifico intestato a: Diocesi Macerata Causale: Fattoria Casa famiglia, Iban: IT 75 K 06150 13400 CC032 01057 10, oppure aderendo alla campagna di crowdfunding aperta insieme all’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti) sezione di Macerata: https://dona.perildono.it/sosteniamo-lacquistoe-il-restauro-di-una-fattoria.(M.N.M.)
Don Merlini: questo tempo liturgico aiuta a entrare in uno spirito che si distacca dal chiasso della quotidianità. «Protesi all’essenziale, con più spazio per fare chiarezza»
«Il segno della Via Crucis per la nostra Quaresima» Ogni venerdì dal 4 marzo il vescovo in preghiera in luoghi diversi della diocesi DI
GIANLUCA MERLINI *
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l tempo della Quaresima si presenta sempre come un tempo opportuno di grazia e verità per vivere la Grazia e fare Verità nella vita. Il Vangelo ci aiuta e sprona per entrare sempre più in contatto con la realtà della vita di fede e scoprire che questa, la fede, ci è data, ci è donata per essere vissuta nella vita reale. O questo o, l’estremo opposto, l’ideologia. La fede non è per essere chiusa nel cassetto ma per manifestare chi sono, da dove vengo e dove vado! La fede illumina la vita reale, concreta, vera e dona la luce necessaria alla vita reale per essere espressione vera di fede. La fede allora si può vedere e toccare: vedere nella realtà della vita e toccare nella relazione con gli altri. Nel tempo della Quaresima questa esperienza deve rinnovarsi: la fede deve riallinearsi con la vita e la vita con la fede, così che l’una illumini l’altra e traggano forza l’una dall’altra. Una fede avulsa dalla vita o una vita avulsa di fede è come l’eterna lotta tra fede e ragione: l’unione fa la forza, ricordiamocelo! La Quaresima allora il tempo di Grazia che si apre per la palestra dello spirito perché questo possa allenarsi e prepararsi bene al salto qualitativo della Pasqua. Solo uno spirito che dà vita alla vita, ha senso di essere alimentato. Uno spirito che aliena l’esistenza non aiuta nella crescita personale ed umana di ognuno e di tutti. Le liturgie quaresimali e i tempi particolari che vengono scanditi nelle varie settimane del tempo, aiutano ad entrare dentro uno spirito diverso: penitenziale da una parte, essenziale dall’altra, meditativo infine. Uno spazio dentro e fuori di noi che, oggi più che ieri, ha necessità di spazi e tempi dedicati.
Via Crucis per le vie del centro di Macerata nel 2019 (foto Stefano Salvucci)
Un tempo che oltre a tante liturgie presenta anche numerose pratiche devozionali, alcune lontane nel tempo, altre totalmente datate, alcune utili e necessarie ancora oggi a risvegliare il clima del tempo quaresimale e prepararci bene al tempo pasquale. Una tra queste è la pia pratica della Via Crucis che da sempre ha aiutato, e può continuare a farlo se preparata, fatta e vissuta bene, a immergerci attraverso immagini plastiche e fisse, condite anche da una bella narrativa, nel mistero della sofferenza, della passione e morte di Gesù. La tradizione lega la pratica della Via Crucis al venerdì per ricordare in modo particolare, e preparare, il
Venerdì santo nella solennità della liturgia della adorazione della croce. È per questo che in questo anno il vescovo Nazzareno Marconi percorrerà le strade di alcune delle nostre città e vivrà in modo itinerante la Via Crucis nelle sere del venerdì. Ogni venerdì in un luogo diverso, per scandire il cammino della Diocesi e andare verso la celebrazione della Pasqua tutti insieme e uniti! Inizieremo il nostro cammino quaresimale venerdì 4 marzo a Tolentino, per poi andare venerdì 11 marzo a Recanati; continueremo venerdì 18 marzo a Cingoli e venerdì 25 marzo a Treia. Il venerdì 1 aprile la Via Crucis si terrà a Porto Recanati e in ultimo, come
ormai da tradizione consolidata degli ultimi anni, venerdì 8 aprile Macerata. Ogni sera l’appuntamento sarà per le ore 21 e, se il meteo lo permetterà, insieme alle necessarie autorizzazioni delle autorità, la Via Crucis si terrà lungo le vie dei luoghi indicati, quasi a ricordare il passaggio di quell’unico Venerdì Santo che ha segnato per sempre la storia, la spiritualità e il messaggio del Signore. Che in questa Quaresima, guidati dal nostro Pastore, il Signore ci doni la gioia di una rinnovata adesione a Cristo Via, Verità e Vita e di una riscoperta del suo amore e della sua donazione per ognuno e per tutti. * parroco di San Giorgio
CAV
Vita, «così diamo libertà alle donne» DI BENEDETTA
PETROSELLI
«C
ustodire ogni vita» è il tema indicato dai vescovi per la 44ª Giornata per la Vita, celebrata domenica 6 febbraio in tutte le diocesi italiane. Per l’occasione abbiamo intervistato Alessandra d’Alessandro, presidente del Centro Aiuto alla Vita (CAV) di Macerata, che da oltre 20 anni sostiene in modo concreto le donne che si trovano ad affrontare una gravidanza difficile o inattesa. Giornata per il Movimento per la Vita: quale riflessione si sente di fare per l’edizione di quest’anno? Dopo due anni questa giornata è stata profondamente sentita, abbiamo ripreso un percorso interrotto due anni fa con la pandemia. Possiamo dire che la solitudine è stata il comune denominatore di questo periodo, anche per le tante donne che si sono ritrovate a vivere non soltanto la scelta o meno di avere un figlio, ma anche quella di crescere un figlio con le tante difficoltà economiche e psicologiche che sono emerse. Come Cav abbiamo comunque sempre cercato di essere operativi. Ad esempio, attraverso il progetto Gemma sono nati 5 bambini. Storie, personalità e età molto diverse, donne con grandi difficoltà economiche e/o psicologiche. Uno di questi bambini nascerà tra poco da una ragazza straniera che si è ritrovata nel nostro Paese da sola, in una realtà completamente diversa, vivendo la maternità senza un contesto familiare, al quale noi tentiamo di “sostituirci”, facendo da mamma, da nonna o da zia, fornendo loro un po’ di calore. Il nostro motto è “dare libertà”: accettiamo la scelta della donna qualsiasi essa sia. Se possiamo aiutare ad accettare questa vita facciamo e faremo sempre il possibile. Laddove non si arrivi ad accettare questo dono, c’è dietro una grande sofferenza e una situazione che merita altrettanto aiuto. Com’è strutturato il Cav di Macerata? Sono entrata a farne parte circa 4 anni fa, accettando con entusiasmo una proposta che mi coinvolge a 360 gradi con l’aiuto delle volontarie che vi operano in maniera eccelsa. In questi 2 anni i nostri contatti sono stati prevalentemente telefonici, ma in caso di bisogno ci spostavamo dalle nostre assistite. Se prima, nelle giornate del mercoledì e del venerdì, tenevamo aperto il centro accogliendo mamme con i più svariati problemi, ci siamo ora riorganizzati con degli appuntamenti in modo da evitare assembramenti, previa chiamata al nostro numero di riferimento 0733.272137. Tutte le nostre operatrici, che hanno frequentato dei corsi messi a disposizione dal Movimento per la Vita nazionale, possono accogliere e sostenere queste ragazze. Colgo l’occasione per invitare chiunque, uomo o donna, volesse entrare a far parte del nostro team di volontari, a contattarci.
Ottanta atleti per il para-archery
Il messaggio del vescovo ai fratelli cinesi in occasione delle Olimpiadi invernali
Dal 29 al 30 gennaio disputati i titoli nazionali indoor. Uno spettacolo che ha inaugurato a Macerata l’Anno europeo di città dello sport
«C
S
i sono svolti dal 29 al 30 gennaio al Palasport Fontescodella di Macerata i XXXV Campionati italiani indoor di para-archery. L’importante evento paralimpico ha visto la partecipazione di di un’ottantina di atleti tra cui quelli della nazionale paraarchery che hanno partecipato con successo alle paralimpiadi di Tokio e sono serviti agli atleti per farsi notare in vista delle convocazioni ai mondiali che si terranno dal 18 al 27 febbraio a Dubai.
La disciplina del tiro con l’arco è senz’altro una tra quelle che più favoriscono l’integrazione tra atleti normodotati e paralimpici: «La Fitarco, federazione italiana tiro con l’arco - ci spiega il presidente nazionale Mario Scarzella - è stata la prima a firmare il protocollo con il Cip (comitato italiano paralimpico) per l’inclusione totale dei nostri atleti nel mondo paralimpico; questo permette ai nostri atleti di partecipare settimanalmente alle gare insieme ai normodotati e ci ha permesso di vedere atleti paralimpici partecipare anche alle Olimpiadi». L’evento, inoltre, ha segnato ufficialmente l’inaugurazione dell’anno dedicato a Macerata città europea dello sport. «I campionati si sono rivelati un grande spettacolo. Ci hanno emozionato, regalato storie di sport e di vita, impareggiabili insegnamenti, gra-
zie alla forza di volontà di questi fenomenali atleti, alla loro voglia di mettersi in gioco e di competere sempre e comunque nonostante le difficoltà» ha commentato l’assessore allo Sport del Comune di Macerata Riccardo Sacchi. Difficoltà che purtroppo non sono mancate nemmeno a Macerata; l’importante manifestazione nazionale ha messo in evidenza infatti anche le carenze strutturali del palazzetto cittadino: «Ho visto questi ragazzi quanta passione hanno – ha dichiarato il sindaco Sandro Parcaroli –; io vorrei vedere in questo anno che anche noi come città ci mettiamo in gioco nello sport, in ogni via, in ogni piazza. Purtroppo abbiamo solo questo palazzetto da utilizzare, il mio sogno è quello di poterne costruire un altro». M. Natalia Marquesini
Il video sottotitolato
Un augurio che richiama il forte legame tra Macerata e la Cina nel segno di padre Matteo Ricci
arissimi fratelli della Cina, un grande saluto da Macerata, la patria di padre Matteo Ricci»: così esordisce il vescovo Nazzareno Marconi nel video diffuso tramite YouTube il 20 gennaio scorso, lo sguardo rivolto all’apertura delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Pechino. Il messaggio, che può essere visto all’indirizzo https://youtu.be/IDl5EQHvAfo, è rivolto innanzitutto alle comunità cattoliche incontrate in occasione della visita pastorale dell’estate 2019. È pronunciato in italiano con sottotitolli in cinese. Monsignor Marconi ricorda l’origine maceratese di padre Matteo Ricci e come in questa città «nacque il suo desiderio di diventare missionario per portare il valore della fratellanza universale insegnato da Gesù
Cristo anche al vostro caro popolo cinese da Macerata». L’intera, straordinaria vita del gesuita è vista come una «lunga corsa come avviene nelle Olimpiadi per portare questa fiaccola accesa fin nel cuore della città di Bejing e accendere così le menti e cuori di tanti amici cinesi». Per questo, prosegue il vescovo, «lo possiamo considerare davvero un protettore celeste delle prossime Olimpiadi e Paralimpiadi invernali». Il messaggio si conclude facendo proprie le parole del santo papa Giovanni Paolo II per il quale sull’esempio di padre Matteo Ricci «la Chiesa cattolica ha il vivo proposito di offrire ancora una volta un umile e disinteressato servizio per il bene dei cattolici cinesi e per quello di tutti gli abitanti del paese ... che il Signore del Cielo vi benedica. Saluti da Macerata».