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Emmaus e Avvenire. Martedì 20 aprile 2021

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Martedì, 20 aprile 2021

PORTO RECANATI Riapre San Giovanni Battista

abato 24 aprile alle ore 10 con una liturgia presieduta dal vescovo Nazzareno SMarconi avrà luogo la solenne riapertura

Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata

Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata

della chiesa San Giovanni Battista di Porto Recanati. Alla cerimonia, con attenzione alle norme anti contagio, parteciperanno i rappresentanti dell’Unità Pastorale, autorità civili e militari, i professionisti e le imprese esecutrici. San Giovanni Battista è la chiesa matrice di Porto Recanati; nel 1599 venne eretta in parrocchia e alla fine del XVIII secolo fu riedificata nelle forme attuali. Fu consacrata dal vescovo Domenico Spinucci, amministratore apostolico di Recanati e Loreto. Lo scorso ottobre è iniziato l’intervento di miglioramento sismico ora completato.

Inserto di

La comunità piange don Issini e don Carnevale

Un anno di Dad: maledetto benedetto schermo

Don Carlos, sempre in prima linea contro il Covid-19

Macerata: il giorno in cui la libertà tornò a splendere

alle pagine 2 e 3

a pagina 2

a pagina 3

a pagina 4

Il vescovo: dopo la pandemia cambiare stile e strutture, superando il «clericalismo»

Chiesa tutta ministeriale «La Caritas deve diventare di Unità pastorale, perché certe problematiche si affrontano meglio in sinergia con le realtà civili e amministrative e perciò dentro un territorio più ampio della singola parrocchia»

DI NAZZARENO MARCONI *

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Un momento di formazione per volontari della Carità a Recanati nel settembre 2020

veri solo quando saranno diventati dei miserabili, senza più pudore, senza più timore di mostrarsi. Ma a quel punto la loro condizione sarà ben più difficile da affrontare. Il povero lo aiuti dandogli sostegno, potenziando le energie che ha ed indirizzando e sostenendo i suoi sforzi per vincere il male in ogni sua forma. Il miserabile è ormai passivo, è

davvero difficile trovare in lui punti di appoggio umanamente solidi, energie residue su cui appoggiare un progetto di recupero. Per questo è importante concentrare ogni sforzo nell’opera di conoscenza della povertà e quindi di prevenzione della miseria, prima ancora che strutturare grandi sistemi di assistenza. Se la Chiesa sa essere vicina alle persone,

può essere un osservatorio prezioso sulle povertà per tutte le realtà umanitarie ed istituzionali, che poi possono scendere in campo con azioni sagge, mirate ed efficaci. In questo ambito dalla testimonianza di un nuovo stile evangelico di vita è saggio partire con delle domande chiare. Come possiamo alzare efficacemente le antenne del cuore per per-

LA LETTERA

Consegnata il Giovedì Santo ome annunciato nel precedente numero di CEmmaus, durante la Mes-

sa crismale, celebrata nel mattino del Giovedì Santo nella chiesa abbaziale di Fiastra, il vescovo Nazzareno Marconi ha simbolicamente consegnato alla diocesi, tramite i sacerdoti presenti, la Lettera pastorale “Per una Chiesa viva e non sopravvissuta”, liberamente scaricabile dal link tinyurl.com/chiesaviva. Ne riproduciamo qui a fianco un breve stralcio sul tema della Testimonianza evangelica. Il vescovo si chiede: al riguardo cosa sta cambiando e cosa ci sta insegnando questa situazione di pandemia?

TRAPPISTE VITORCHIANO

arsi prossimo all’uomo che soffre, carattere identificante della testimonianza cristiana, è diventato oggi più complesso. Il distanziamento sociale rende sempre più facile allontanarsi dagli altri, soprattutto se “ci scomodano” con i loro problemi. Per questo l’attenzione all’altro è sempre più rara e perciò è sentita come più preziosa. La pandemia ha reso più sensibili alla differenza fra l’assistenzialismo che tratta gli individui come numeri ed il “farsi prossimo” animati dall’amore di Dio, che è generoso, gratuito, dinamico, innovativo e coraggioso. La forza della testimonianza della Carità appare sempre più chiaramente in un mondo dove è diventata rara. “Si fa prossimo” chi si accorge del bisogno e si dà da fare per trasformare l’amore in qualcosa di concreto, di visibile. Accorgersi del bisogno oggi più che mai comporta articolare l’azione caritativa come azione di Chiesa, in cui tutti i credenti sono coinvolti, senza deleghe ma ciascuno con competenza e secondo capacità e possibilità. La pandemia ha nascosto i poveri e ha fatto sorgere nuove povertà che vanno scoperte e identificate, per poterle guarire. Si tratta di andare a capire, alzare le antenne, cercare di percorrere le vie, i tempi, le situazioni, per rendersi conto di chi sta al bordo della strada della vita. La cura delle persone, oggi prende anche colorazioni diverse rispetto al passato. Non si tratta più soltanto di dare da mangiare agli affamati di pane. Ci sono tanti e nuovi tipi di fame oggi: c’è fame di affetto, di comprensione, di significato. Per queste tematiche passa anche il rinnovamento della Caritas parrocchiale, o meglio di quella di Unità pastorale, perché certe problematiche si affrontano meglio in sinergia con le realtà civili e amministrative e perciò dentro un territorio più ampio. In questo ambito più che parlare ci sono passi concreti da fare, investendo sul coinvolgimento delle persone. Si tratta soprattutto di riattivare o di creare reti di attenzione al bisogno, perché la povertà cambia e si nasconde: per rispetto umano, timore di incomprensione, un senso di colpa che fa sentire la povertà come un fallimento personale. In un mondo che continua ad annunciare il successo e il benessere come ideali di vita a cui tendere quasi come un dovere assoluto, chi si ritrova povero di mezzi, di salute, di relazioni umane, si percepisce fallito. Chi di noi sarebbe disposto a mettere in piazza il proprio fallimento? Se non cerchiamo in ogni modo di intercettare le nuove povertà, ci accorgeremo di questi po-

Professione solenne per suor Maria Claudia Cesanelli ella domenica della Divina Misericordia suor Maria Claudia Cesanelli ha emesso i voti solenni nel N monastero delle Trappiste di Vitorchiano (Vt). Ha presieduto la concelebrazione dom Loris Tomassini, abate di Frattocchie. I genitori Paolo e Chiara, malati di Covid, hanno potuto seguire la celebrazione solo in streaming; ulteriore prova la morte dell’amata nonna Donatella Donati Capodaglio pochi giorni prima. Erano comunque presenti le sue sorelle e alcuni amici.

cepire i veri bisogni dei nostri fratelli più deboli? Come possiamo comprendere, prima di cercare soluzioni semplicistiche, le fragilità, soprattutto quelle interiori o che assumono forme del tutto nuove? La sintesi provvisoria della riflessione condotta nella Lettera pastorale è che non potremo, né dovremo restare identici a noi stessi alla fine di questa pandemia. Evitando di cadere in una logica rivoluzionaria di totale cambiamento senza memoria e senza radici, che non è cristiana, dobbiamo però credere nella possibilità della evoluzione della forma di Chiesa che oggi viviamo. Una evoluzione di stile, che comporterà poi anche una evoluzione di strutture. Nella Lettera non sono proposte ricette, ma indicati percorsi, direzioni di marcia che sembrano promettenti. “Attivare percorsi”, dice sempre papa Francesco. Uno snodo chiave di questa evoluzione, mi sembra passi necessariamente per l’evoluzione da una Chiesa primariamente clericale a una Chiesa tutta ministeriale. Da una Chiesa centrata sulla parrocchia come struttura isolata e centripeta, fatta “a immagine e somiglianza” del parroco, a una Chiesa che vive nelle Unità pastorali, come strutture che aiutano l’evoluzione dalla parrocchia in direzione espansiva, in uscita verso la società civile, verso il territorio. Questo comporta una evoluzione delle figure del presbitero e del diacono: da solisti e coltivatori diretti a direttori d’orchestra e lavoratori in cooperativa. Questa evoluzione sarà molto aiutata dalla vita comune dei preti, dalla visione dei loro incarichi come collegati gli uni agli altri, in una logica di specializzazione e collaborazione e di servizio volto a chi vive in un intero territorio. Sarà poi necessario sempre di più valorizzare i carismi, a partire da quelli dei Consacrati, assieme a quelli di Gruppi, Movimenti, Associazioni e Cammini, che per vocazione vivono di più in una dimensione ampia, di apertura, di proposta ed annuncio, di proiezione verso l’esterno. * vescovo

ANNIVERSARIO

Per don Peppe una biblioteca nella savana DI

ANDREA MOZZONI

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a “Biblioteca nella savana” realizzata nel nome di don Giuseppe Branchesi a Dapaong, in Togo, è realtà. I frutti dell’opera pastorale del sacerdote treiese morto per Covid il 19 aprile del 2020 continuano a maturare in Africa, ma questa non è l’unica novità in serbo: «I 24mila euro donati da tutti voi, associazioni, famiglie e amici, sono diventati certezza di un futuro migliore per i ragazzi della savana, nella rossa terra africana, qui ed ora – hanno scritto i familiari di don “Peppe”, come era universalmente conosciuto, in una lettera diffusa “agli amici di ogni dove” -, un bene accolto e ricambiato nell’accoglienza dell’altro con cui ora continueremo a sostenere la realizzazione dell’intero campus di Dapaong». Una struttura ancora in divenire, dunque, che parte dall’istruzione e che, in futuro, punterà anche alla realizzazione di una mensa per i giovani studenti del posto. Il progetto è stato pensato dal parroco di Santa Maria in Selva, frazione alle porte di Treia e a due passi da Macerata capoluogo, già nel 2015 per poi essere fattivamente messo in moto due anni più tardi. Oggi, dopo la sua morte, prende il nome suggestivo di “In missione nel mondo con don Peppe”. L’aggiornamento è stato comunicato dai familiari proprio a poche ore dall’anniversario dalla dipartita: «Dopo l’arrivederci che abbiamo rivolto al nostro caro fratello don Peppe è sempre crescente il sentimento di profonda gratitudine per la vita che sa costantemente donare frutti di straordinaria unicità ed irripetibilità – si legge ancora –; il legame simbiotico con lui, capace di renderci uniti oltre ogni distanza nei giorni di paura e di dolore di 12 mesi fa, ci ha anche accompagnati alla vivida esperienza di un “grande Oltre”, di un bene che sa essere portatore di frutti di vero amore». “Una biblioteca nella savana” è anche il titolo scelto per un ciclo di appuntamenti online promossi in collaborazione con Eumega. Tre incontri che si concluderanno questa sera alle 21.20 su Facebook con la partecipazione da remoto del vescovo di Macerata Nazzareno Marconi. L’occasione sarà utile a ricordare i tanti legami stretti da don Peppe in campo missionario, culturale, gastronomico (con i polentari d’Italia) e sportivo (in particolare l’impegno con la squadra di calcio locale, l’Abbadiense, e nel volley con la Lube). Quanti volessero contribuire alla raccolta fondi “In missione nel mondo con don Peppe” possono consultare il sito tinyurl.com/condonpeppe.

Covid e riscoperta dei borghi, «luoghi che curano» DI

GIANCARLO CARTECHINI

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Castelsantangelo sul Nera

Resterà ciò che ha migliorato la qualità della vita. Il lavoro da remoto apre prospettive per i centri del nostro entroterra

uanto durerà questo tempo segnato da lutti e macerie? Di dolore che brucia ogni cosa, di cenere che si deposita nel vuoto creato dal dolore? Incontro Anna sull’uscio di casa. Ha perso il padre pochi mesi fa, a causa del Covid. Vive insieme a un figlio di vent’anni con forti disturbi di personalità. Ieri notte l’ultima crisi violenta, conclusasi con un ricovero coatto, e la vergogna per una notizia gettata in pasto ai social. «Credimi – dice – vorrei andarmene via, cambiare casa, abbandonare tutto». È sfinita, le rughe intorno agli occhi parlano per lei. Dove ci porterà questo tempo sospeso? Che mondo tro-

veremo quando finalmente potremo uscire da quello che Giuseppe De Rita ha definito un “accucciamento collettivo”, così confortevole per alcuni, insostenibile per altri? Nel saggio di Paolo Inghilleri, “I luoghi che curano” è possibile trovare qualche chiave di lettura. Riprendendo alcune teorie dell’antropologo Arjun Appadurai, l’autore – psicoterapeuta e docente universitario – descrive le contraddizioni del mondo in cui viviamo. Abbiamo buoni motivi per sentirci male, e altrettante ragioni di speranza. Il concetto stesso di “individuo”, tanto caro alle civiltà occidentali, è entrato in crisi. Le identità stabili sono state sostituite da cristallizzazioni temporanee, appartenenze plurime.

La perdita di legami profondi ha generato lo stesso disorientamento di chi ha dovuto abbandonare la propria casa, o l’ha vista crollare, o ha subito un lutto. Eppure questa crisi può rappresentare anche una opportunità. Come esempio, Inghilleri cita le dinamiche sociali presenti all’interno degli slum, dove la gente vive gomito a gomito, e sperimenta un sé interdipendente che trae la propria forza nel rapporto con gli altri. In questi ambienti caratterizzati da estrema povertà possono svilupparsi processi positivi che generano benessere: immaginare insieme un futuro diverso, collaborare a nuove attività, aspirare a una vita migliore raggiungibile con l’impegno e l’aiuto degli altri. La consapevo-

lezza di potercela fare, genera quella che l’autore definisce una “democrazia profonda”, intimamente sentita come propria. Per tornare dalle nostre parti, proprio la crisi generata dal Covid ha dimostrato che in nome di un bene comune – la salute pubblica – è stato possibile sacrificare temporaneamente la propria individualità, sentendosi parte di una comunità e provando soddisfazione per questo. È stato possibile trasformare le proibizioni in nuovi modi di stare insieme, scoprire nuovi modi di lavorare o di studiare. Secondo Stefano Boeri, l’architetto che nei giorni scorsi ha presentato il piano per la ricostruzione di Castelsantangelo sul Nera, alcuni fenomeni generati dalla crisi

pandemica sono reversibili, ma non quelli che dimostreranno di avere migliorato la qualità della vita delle persone. I centri direzionali delle grandi città si sono svuotati, le periferie si sono animate di nuova vita. L’organizzazione del lavoro da remoto, resa possibile dalle infrastrutture tecnologiche, apre prospettive inedite per i borghi storici del nostro entroterra distrutti dal sisma, e destinati a divenire, per la loro bellezza e la loro storia, “luoghi che curano”. Viviamo in un continuo alternarsi di perdite e ricostruzioni. Però non dobbiamo perderci d’animo: lo dobbiamo agli occhi stanchi di Anna e al suo dolore cerchiato di nero, dalle cui ceneri può rinascere la vita.


ATTUALITÀ

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MARTEDÌ 20 APRILE 2021

«Irlanda, sempre più terra di missione» DI

GIUSEPPE POLLIO *

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ono originario di Napoli. La mia vocazione è cresciuta nel Cammino neocatecumenale. Sono arrivato a Macerata nel 1996 e sono stato ordinato presbitero nel 2007. Durante gli anni della mia formazione come seminarista sono stato in missione per cinque anni in Nigeria, Svizzera ed Inghilterra. Una volta ordinato presbitero, sono stato per qualche tempo in diocesi come viceparroco nella concattedrale di San Catervo a Tolentino e poi sono stato inviato in Irlanda come missionario. Al principio della mia missione sono stato accolto nella diocesi di Armagh dal cardinale Sean Brady. Mi fu affidato il sostegno delle famiglie in missione del Cammino neocatecumenale e la

catechesi in parrocchie di aree secolarizzate. Mentre l’isola, con una popolazione complessiva di 6 milioni di abitanti, è divisa in due Stati, la Chiesa forma una sola conferenza episcopale. L’Irlanda è sempre stata una terra che ha inviato tantissimi missionari in giro per il mondo. Oggi, però, la società irlandese sembra rifiutare le radici cristiane. San Giovanni Paolo II, nella sua visita in Irlanda nel 1979, aveva profetizzato ai giovani irlandesi che le tentazioni del denaro e del progresso erano alle porte, pronte ad insinuarsi per colpire la fede alle sue radici. A distanza di 40 anni da quell’incontro, noi vediamo come quelle parole siano state davvero profetiche, perché l’Irlanda è davvero

diventata terra di missione. La rapida secolarizzazione ha portato all’approvazione del matrimonio omosessuale, dell’aborto e recentemente dell’eutanasia. Il Paese è il secondo in Europa per numero di suicidi, causati da disagi familiari e dalla depressione conseguenza delle condizioni climatiche. È un fenomeno che colpisce soprattutto i giovani, da 12 anni in su. È stata una consolazione vedere famiglie con storie travagliate – perdita di un figlio o un parente – sentirsi consolate dall’annuncio della Buona Notizia. È chiaro per me che oggi più che mai bisogna accompagnare le famiglie e soprattutto i giovani. Il cardinale Brady, che mi aveva accolto nel Paese, guardando

alla secolarizzazione della società ha chiesto all’équipe del Cammino neocatecumenale di aprire nella sua diocesi un seminario Redemptoris Mater e, di comune accordo con il vescovo di Macerata e gli iniziatori del Cammino neocatecumenale, mi ha nominato rettore. Per i primi quattro anni abbiamo vissuto in una grande casa adattata per la vita del seminario, dedicando una stanza alla cappella del Santissimo dove si svolgevano tutte le celebrazioni. Nell’estate del 2016 ci siamo trasferiti nell’odierno seminario. Fino a oggi sono stati ordinati due diaconi e un presbitero, che svolgono servizio in parrocchie della diocesi. Il seminario, pian pianino, sta diventando un

Don Pollio, nel Paese da quasi dieci anni: la creazione di un seminario Redemptoris Mater ha già portato all’ordinazione di due diaconi e un presbitero

Seminaristi e fratelli in missione

aiuto per la diocesi. Dal circondario molti vengono a visitarci chiedendoci di pregare per loro. Ogni anno con concerti natalizi, la benedizione del presepe o l’arrivo dei Re Magi in seminario, visitiamo le parrocchie della diocesi portando una semplice testimonianza di presenza. Nel

2019 il vescovo Nazzareno Marconi è venuto a trovarmi in Irlanda. La sua visita per me è stata di grande consolazione e di conferma per la mia missione. Sono grato al Signore per il dono della Chiesa e per la missione che mi ha affidato. Pregate per me. * missionario

La prof: «Nessuno preferisce la didattica a distanza alla scuola “vera”, tutti vorremmo relazioni in carne, banchi e ossa, eppure la vita si dà come si dà, a noi vagliare tutto il bene che possiamo trarne»

Anno Dad: maledetto benedetto schermo DI

LAURA CRUCIANELLI *

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i accendono le luci su un nuovo giorno della Dad. Risveglio all’ultimo minuto, caffè, felpa sopra il pigiama, password, link, accedi. Come ogni consesso umano che si rispetti, anche il popolo della didattica a distanza ha trovato, col tempo, i suoi riti e questo è l’iter seguito, con poche varianti, da ragazzi e adolescenti dell’Italia ai tempi della pandemia.Per i professori no, le cose sono un po’ diverse. Di solito si svegliano prima, preparano la colazione, mettono sui fornelli il sugo per il pranzo, riguardano il materiale per la lezione, si accertano che la connessione funzioni, consapevoli – i più – della lotta impari che dovranno sostenere con la tecnologia che nasconde insidie nei luoghi e nei momenti più impensati. Qualcuno non rinuncia a mettere il profumo. Io le scarpe. Ho la fissa delle scarpe. Mi pare che in ciabatte nessun discorso letterario possa godere di una qualche credibilità. Forse mi sbaglio, forse sarebbe addirittura più poetico, ma io ho bisogno di sentirmi qualcosa di solido sotto i piedi per non vacillare, in ogni caso. Un filo di trucco. Bene. Si va in onda. Gattini, gattini, gattini. Winx, calciatori, personaggi della serie Peaky Blinders. Lo schermo si presenta così, pieno di avatar dei loro alter ego. Si potrebbe fare uno studio sociologico – dicevamo con i colleghi – sulle scelte di questi personaggi, distribuiti in modo disomogeneo, a seconda delle provenienze, dei gusti, delle fasce d’età. Qualcuno, spavaldo – di solito i ragazzi, più raramente le ragazze – ci mette subito la sua faccia. Per il resto, seguono due minuti di «Accendete le te-

lecamere!». Tutto sembra pronto, ah, no… chi manca? Come? Giustozzi ha problemi di linea stamattina? Sì, va bene, aspetto ancora qualche minuto prima di mettere l’assenza. Che? Non fa niente, Moretti, se tua madre è entrata nella tua stanza avrà i suoi legittimi motivi, del resto è la scuola che vi è piombata in casa, come voi vi siete riversati nel mio studiolo provvisorio, allestito nella stanza dove c’è più connessione. Sì, Giulia, puoi andare ad aprire la porta al gatto… oh, carino!, sì può stare sopra la scrivania a patto che segua con attenzione. Così, tra preamboli, richiami, disconnessioni, imprevisti e qualche battuta scorre la mattinata in quello che per qualcuno è diventato un meccanismo naturale e, tutto sommato, coi suoi vantaggi, per qualcun altro un’avvilente routine. Non parlo solo degli alunni. Passato il momento di sconcerto iniziale, un anno fa, nel quale ciascun insegnante si è trovato a reinventare le forme della sua disciplina, qualcuno ha dimostrato di saper reggere meglio l’urto dell’impersonalità del-

L’insegnante davanti allo schermo

lo schermo, qualcun altro ha accusato un’insofferenza via via maggiore prossima al rifiuto. Non ci sono né meriti né colpe particolari in tutto questo: c’è di mezzo l’indole, la situazione contingente di ognuno, il contesto più o meno motivante in cui ci si trova a lavorare. Poi, parliamoci chiaro, anche qui ci sono figli e figliastri: io per esempio, mi rendo conto di essere (essere stata? è un’esperienza che va coniugata al passato o bisogna restare in un presente storico?) una privilegiata, perché i miei alunni hanno sempre mostrato una determinazione e un impegno encomiabili. Anche se, ne sono consapevole, non si sono potuti esimere dal copia-incolla servito su un piatto d’argento dal collegamento in rete permanente. Ma, anche in questo caso, per chi vuole, si presenta l’occasione per imparare: che, se è facilissimo per gli studenti trovare informazioni in rete, lo è altrettanto per gli insegnanti; che se qualcuno ha formulato un pensiero in maniera impeccabile, non è detto che dobbiamo farne una brutta parafrasi, possiamo anche prenderle, quelle parole, purché usiamo loro la gentilezza delle virgolette. Nessuno pensava di dover affrontare questa situazione, nessuno la preferisce alla scuola “vera”, tutti abbiamo desiderio di relazioni in carne, banchi ed ossa, eppure la vita si dà come si dà, a noi vagliare tutto il bene che possiamo trarne. – Prof, io se sto da sola non mi blocco con le parole… – mi dice con una confidenza inaspettata un’alunna timidissima e con qualche difficoltà di pronuncia. Inghiotto le lacrime, vorrei abbracciarla. Maledetto e benedetto schermo. * docente di lettere liceo classico “Leopardi”

LA TESTIMONIANZA

Sermigo «Don Ennio Borgogna»: trent’anni di missione feconda Servizio missionario giovanile oratoriano della Casa salesiana di MaceraItal(Sermigo) nasce nel 1990 da un gruppo di giovani

me ricorda papa Francesco: «Il perseguimento del bene comune dev’essere un obiettivo primario». Forse la pandemia ci ha allontanato dalla noche hanno voluto fare propri i problemi destra “terra di missione” ma sicuramente non gli emarginati e dei poveri. Dal 2000, sotto ci ha fatto perdere la nostra “vocazione misla guida e l’assistenza spirituale di don Ensionaria”. Da marzo 2020 con alcuni volonnio Borgogna, sosteniamo progetti di cotari partecipiamo al servioperazione internazionazio del Comune di Macele per lo sviluppo nelle rata dedicato alle persomissioni salesiane in Kene che non possono fare nya e dal 2006 la missiola spesa da soli e, con l’aiune di Dar Es Salaam in to di molte associazioni Tanzania. In 30 anni di cittadine abbiamo riscoattività abbiamo accomperto “la comunione e la pagnato in Africa per missione” e il vero senso esperienze di volontariadella corresponsabilità. to più di 250 ragazzi, porNonostante tutto, guartando a termine diversi diamo al futuro con speprogetti di sostegno scoranza, appoggiando piclastico, finanziamento di coli progetti concreti che pozzi per l’approvvigionaavvicinano i giovani e li stimento idrico e adozioni a Missione di Karare (Kenya) molano ad avere un attegdistanza di intere classi giamento di “freschezza scolastiche. Nel 2014 ci evangelica” che arrivi dritta al cuore. La Chiesiamo dedicati alla missione salesiana di Kasa ci chiama ad avere una prospettiva senza rare nel nord del Kenya e negli ultimi anni confini e come gruppo ci stiamo impegnansosteniamo con piccoli progetti le missioni do a diffondere questa “cultura missionaria” del Cairo e di Alessandria d’Egitto. specialmente nella nostra diocesi. Grazie Oggi a distanza di tempo dal primo viaggio, all’aiuto dei Salesiani di Macerata e il sostepossiamo solo ringraziare i tantissimi donagno di don Felice Molino, missionario in Ketori che hanno creduto nel nostro servizio nya, possiamo continuare a credere che sere hanno appoggiato le nostre iniziative. Il novire il prossimo è la vera via per la felicità. stro sguardo verso l’Africa ci ha aperto gli ocLeonardo Giusti chi sulle difficoltà di tutto il mondo e, co-

Don Dino Issini, preso dal Covid

LIBRI

Illustrato da Silvio Craia è in uscita “I nutrimenti” tteso a giorni il 3° volume di Marche d’Autore, straordinaria raccolta di stoA rie sul cibo della tradizione marchigiana con uno sguardo all’oggi. A rendere speciale il volume sono i disegni e la copertina del Maestro Silvio Craia. Scrive Davide Miliozzi nell’introduzione: «Un grande artista d’avanguardia che, da sempre, opera annullando i confini tra arte e vita, in cui l’una è sempre stata indissolubilmente nutrimento per l’altra. Un percorso che, attraverso l’incontenibile sperimentalismo, testimonia le più efficaci esperienze della storia dell’arte dagli anni 50 a oggi». Per Marche d’Autore «ci ha dato la sua disponibilità con l’entusiasmo di un bambino, producendo una grande quantità di splendidi disegni, realizzati con la sapienza del Maestro che è». I Nutrimenti è il titolo del volume perché questa è la parola che sovviene osservando questi ultimi lavori di Silvio Craia.

La classe in Dad

DI PIETRO

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Don Dino Issini

SPERNANZONI

accio con molta trepidazione questo ricordo di don Dino per il rapporto intenso che ho avuto con lui: vicini di casa, la madre di don Dino era molto amica di mia madre, è stata lei a convincere mia madre a “mettermi” (si diceva così) in Seminario, dove stava già don Dino, e mi ci ha accompagnato materialmente. Poi ho collaborato con lui a Villa Teresa, da quando la parrocchia stava nel capannone, fino all’arrivo della televisione. Don Dino è nato a Montecassiano il 6 agosto 1934. Ha fatto l’infanzia in tempo di guerra con il padre nella campagna di Russia. Ha frequentato il Seminario a Recanati, poi a Fano. Ordinato sacerdote a Montecassiano il 13 agosto 1961, dove è rimasto viceparroco fino al 1965 quando è stato nominato parroco di Montefiore

e Santa Croce. Ma la storia di don Dino è legata alla Parrocchia di Cristo Redentore. Ha iniziato con il capannone, poi la progettazione e la costruzione della nuova chiesa, con tutte le attività per reperire i finanziamenti necessari. La formazione della comunità non è stata meno impegnativa: erano gli anni del boom economico e a Recanati veniva gente da tutta Italia e l’unica zona di espansione era il quartiere di Villa Teresa… non era più la parrocchia tradizionale, nata all’ombra del campanile. Erano anche gli anni del Concilio e poi del Sessantotto e don Dino li ha vissuti con grande intensità. Mons. Orlandoni lo ricorda così: «Ha terminato La sua lunga e non facile corsa, passata attraverso gli anni “ruggenti” del Concilio e del Dopoconcilio». Per questo nella costruzione della Chiesa ha cercato architetti della Pro Civitate Christiana e l’ha pensata aperta a tutte le realtà, la chiamava la

“casa del popolo”. Dal Concilio agli anni successivi al ‘68 ha preso lo spunto per una pastorale aperta a tutti. Ricordo gli incontri con don Emilio Grasso, Raniero La Valle, padre Ortensio… la castagnata in chiesa, i concerti rock, lo spettacolo Black Nativity,… la radio prima e la televisione poi… i non facili rapporti con i confratelli sacerdoti preconciliari, con la politica; ha avuto tuttavia l’appoggio dei vescovi Tonini e Carboni. E ha lasciato nel 1997 la parrocchia non senza difficoltà. Questi ultimi anni sono stati segnati dalla sofferenza per varie malattie sempre assistito da amici e soprattutto dalla famiglia della nipote Daniela e Paul Beraudy. Ha concluso la sua battaglia con il Covid il 1° aprile, Giovedì Santo, Giornata sacerdotale. Il Vescovo ne ha dato l’annuncio dicendo che il Signore lo ha chiamato a celebrare con lui in cielo la Santa Cena.


COMUNITÀ

MARTEDÌ 20 APRILE 2021

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Don Giovanni: «Un salesiano che è stato nonno di tutti noi»

IL VIDEO

L’augurio pasquale pieno di gioia e vitalità dei frati francescani del Santuario di Treia

DI FEDERICA SPALLETTI

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e note trascinanti della colonna sonora di “Rocky” si accompagnano – accostamento sorprendente – all’immagine del santuario del Santissimo Crocifisso di Treia, per cedere subito l’inquadratura a padre Luciano Genga, guardiano del convento, che arriva trottando palla al piede. Non si tratta della ripresa di un evento sportivo, ma lo spiritoso e coinvolgente video augurale per la Pasqua di quest’anno, lanciato attraverso i social dai frati di Treia. Un video diventato subito virale e che ha catturato l’attenzione di altri media. Padre Luciano Genga Padre Luciano e fra Andrea Ricatti palleggiano con destrezza e si scambiano la palla – con alle spalle il santuario treiese –, coinvolgendo negli scambi anche un amico del convento. Un modo fresco e simpatico per dare voce, anche senza parole, alla speranza e alla gioia della Pasqua, in un tempo ancora incupito dalla pandemia.

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icordato da molti per la sua incredibile cultura, da altri per gli studi su Carlo Magno o per la sua appassionata abilità di insegnante, don Giovanni Carnevale è stato per noi giovani dell’oratorio quel simpatico salesiano in carrozzella, sempre pronto a scambiare due chiacchiere e a offrirti un caffè. Di lui abbiamo vissuto la lunga stagione della vecchiaia, ascoltando con stupore e curiosità i racconti di molti sulle sue appassionate lezioni di latino, storia, letteratura, lingue, storia dell’arte, così come la strenua ricerca intorno all’imperatore della famiglia carolingia. Nello sguardo un po’ offuscato di quegli occhi neri e vispi, nel gesto di porgere la mano all’orecchio per catturare parole lontane e nella voce roboante, non ha mai smesso di emergere l’incredibile vitalità non scalfita dagli anni. Un uo-

mo capace di trasmettere tanto, pur attraverso la vita semplice e riservata di anziano sacerdote. Se è vero che i salesiani, nel segno di don Bosco, si fanno padri di molti giovani, don Giovanni è stato nonno di tutti noi. Burrascoso, a volte testardo, ma sempre sul pezzo: l’energia, che

Don Giovanni Carnevale

ormai aveva abbandonato le gambe, la esprimeva attraverso l’incredibile voglia di raccontare. Entrando in oratorio, era inevitabile incontrarlo sulla sua carrozzina, accanto alla macchinetta delle bevande calde: le mani incrociate, la testa mossa lievemente. Era sufficiente un saluto, perché, distolto dalle sue riflessioni, subito ricambiasse e chiedesse con curiosità della tua vita e dei fatti di attualità. Sempre al centro del corridoio, o nel cortile in estate, pronto ad incrociare la sua quotidianità con quella di qualche giovane, era una colonna salda della Casa salesiana. Nelle feste non mancava di mettere a servizio la sua loquacità in lunghi discorsi non privi di citazioni liriche: prolisse e incredibili dimostrazioni di un amore strabordante per quei giovani, quelle famiglie e quei confratelli che riempivano la sua vita. A ciascuno di noi giovani affibbiava un soprannome, unico e personale, risa-

lendo talvolta all’etimologia del nome: quando gli occhi non catturavano che una sagoma indistinta, bastava menzionare il nomignolo perché riconoscesse tutti in un baleno, chiedendo subito l’esito di un esame o di un compito in classe, o in quale attività oratoriana si fosse coinvolti in quel momento. È ancora difficile immaginare il nostro oratorio senza quella presenza affettuosa, capace di riempire con la voce l’intera Casa durante una chiamata ad un familiare o collaboratore, così come di custodirne l’atmosfera di raccoglimento nei pomeriggi domenicali. Entrando in cappellina intorno alle nove, lo si coglieva celebrare la Santa Messa dalla sua carrozzina. Un’immagine potentissima e di inestimabile valore. Dalle spalle di questo gigante, i giovani tutti continueranno a guardare al futuro, forti del ricordo di un salesiano appassionato e dal cuore di nonno, che li guarda dal Cielo con la tenerezza di sempre.

Positivo per la seconda volta il cappellano dell’ospedale di Macerata e del Covid Center di Civitanova, è pronto a tornare tra malati e operatori sanitari: «Non vedo l’ora»

Don Carlos: «Torno in corsia» Solidali con chi vive l’isolamento in quarantena Non è tempo di polemiche DI TIZIANA TIBERI

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on Juan Carlos Muñoz Caceres, per tutti “don Carlos”, è parroco della chiesa Santa Madre di Dio a Macerata ed è anche cappellano dell’ospedale, da un anno in prima linea nell’assistenza spirituale ai malati di Covid. Una “prima linea” ancora più vicina di quanto non si sarebbe aspettato, al punto che per due volte ha fatto i conti direttamente col contagio da Covid-19. Don Carlos è la seconda volta che risulta positivo al Covid... Questa volta è andata un po’ male: anch’io, che da ottobre visito tanti pazienti Covid, li accompagno, li assisto, parlo con loro, ho provato l’aggressività di questo virus. Riconosco che non ero mai riuscito veramente a rendermi conto della sofferenza fisica che procura. Invece questa volta l’ho vissuta sulla mia pelle e adesso capisco ancora di più cosa sopportino le persone ricoverate; sicuramente c’è una maggiore empatia con tutti loro: sia giovani che anziani. Quanti messaggi di vicinanza le sono arrivati nei giorni scorsi? Dal momento in cui sono stato ricoverato, tutti i giorni sono arrivati tantissimi messaggi di solidarietà e di augurio di guarigione sia da persone della parrocchia, sia da medici dell’ospedale, infermieri, operatori socio-sanitari: tante persone che tutto sommato apprezzano ciò che faccio nella mia semplicità e che così mi dimostrano la loro amicizia. Si sente pronto per ritornare in corsia? Sì, me l’hanno chiesto in tanti. Mi chiedono anche se ho paura! In realtà non ho paura e non vedo l’ora di ritornare in corsia per poter accompagnare e assistere tante persone. Da paziente ti rendi conto di quanto fanno gli operatori sanitari per chi sta male, quindi ho apprezzato ancora di più il lavoro degli operatori socio-sanitari, degli infermieri, dei medici e di ogni persona che sta dietro ad ogni paziente. Anche tra i pazienti c’è solidarietà, c’è la volontà di aiutarsi recipro-

camente per far sì che nessuno rimanga indietro, e questo è bello. Nella malattia può venire fuori il peggio ma anche il meglio delle persone e, secondo me, in questa situazione io sono stato fortunato: è venuto fuori il meglio sia da me che da tante persone con cui ho condiviso i giorni del ricovero e questo tempo di convalescenza e guarigione. Come ha trascorso questa Pasqua? In preghiera. La solitudine e questo momento di quarantena in isolamento mi hanno aiutato molto per pregare, perché credo nella forza della preghiera. Ogni giorno mi chiamano per affidarmi tante persone e quindi sono stato stimolato continuamente a pregare: penso che sia anche doveroso per me prete! Al Covid Center di Civitanova c’è un “supplente”? No, non c’è nessuno, lo capisco pure, perché ci sono dei sacerdoti che condividono la vita con altri preti, non tutti vivono da soli come vivo io, e capisco pure che, nonostante i vaccini e tutte le misure di sicurezza, abbiano paura. Purtroppo non c’è nessuno: questo mi provoca tanta sofferenza; vorrei tornare il prima possibile per poter riprendere ciò che ho lasciato. Quest’esperienza Covid, cosa ha migliorato della sua missione come cappellano dell’ospedale? Prima di tutto mi ha permesso di capire che sono vulnerabile, che questa malattia può toccare tutti; secondo, mi sono accorto di quanto sia importante la mia missione tra i pazienti e i malati, e, terzo, penso che non è coraggioso chi non ha paura ma che è vero il contrario: bisogna accettare di aver paura, ma superarla, perché non siamo soli: se Cristo è veramente risorto, è sempre con noi, non ci abbandona. Quale messaggio si sente di dare a chi ha avuto il Covid e cerca di riprendere le forze per tornare alla propria attività? L’invito che vorrei rivolgere è di essere solidali, in questo momento in cui in tante palazzine nella nostra città e dei centri della nostra diocesi si trova sicuramente più di un malato contagiato da Covid-19, tutti quanti possiamo darci una mano a vicenda, chiedere: cosa ti serve? in che cosa ti posso aiutare? Esempio: a fare la spesa, questo ci aiuta a portare tutti insieme un peso così grande e pesante come l’isolamento della quarantena. Non c’è tempo per far polemiche in questi momenti di tanta sofferenza e dolore.

ORDINAZIONE

Matteo, José Daniel, José Manuel e Alain consacrati diaconi imporre le mani sul capo di Matteo Giannini, José Daniel Morey Alarcon, José Manuel A Contreras Martinez e Alain Georges N’guessan

Damana è stato lo scorso sabato 17 aprile l’arcivescovo di Fermo Rocco Pennacchio, a causa della quarantena preventiva in cui si trovava ancora monsignor Nazzareno Marconi. Il vescovo diocesano non ha fatto però mancare un messaggio letto da don Mario Malloni, rettore del seminario missionario diocesano Redemptoris Mater da cui provenivano i quattro candidati: «Sono con voi con il cuore e la preghiera; ai quattro ordinandi diaconi che entrano nella fraternità sacramentale del nostro clero diocesano assicuro l’affetto di quel povero vescovo che sono e li invito di cuore ad avere sempre fiducia nella Chiesa e nei vescovi con cui dovranno collaborare nel loro ministero. Dio vi benedica sempre». La celebrazione con numerosi sacerdoti e fedeli presenti, nel rispetto delle norme anti-Covid, è stata molto seguita sui media diocesani, totalizzando quasi 2mila visualizzazioni sul canale YouTube della Diocesi. (M.N.M.)

Don Juan Carlos Muñoz Caceres

Vecerrica: «Il virus vinto grazie all’intercessione di Maria» L’appuntamento del Pellegrinaggio Macerata Loreto 2021 è per sabato 12 giugno. Il tema è: «Quando vedo te vedo speranza». Solo pochi in presenza. I momenti salienti trasmessi online DI ROBERTA FORESI

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I vescovi Marconi e Vecerrica

a sempre piacere conversare con monsignor Giancarlo Vecerrica, maceratese di origine, vescovo emerito di Fabriano - Matelica, che è riuscito a sconfiggere il Covid. Ma lui subito ci interrompe: «Non io ho vinto il Covid, è la Madonna che ha vinto». Ci racconti la sua vicenda... Alla Casa del clero di Fabriano, dove sono appoggiato, c’è stato un focolaio, con due sacerdoti e una suora saliti al cielo e diversi infetti. Alla notizia della positività mi sono scoraggiato (e la quarantena di più

di due mesi è stata pesante). Il virus ha “lavorato” finché gli amici di Macerata mi hanno amichevolmente costretto al ricovero nella mia vecchia città. È durato 16 giorni a cavallo tra febbraio e marzo, ed è stato la mia salvezza: la Madonna mi ha salvato attraverso la perizia e l’attenzione dei medici e degli infermieri, che sono stati meravigliosi con tutti i ricoverati. Dal punto di vista umano, che esperienza è? Ci si sente senza forze, svuotati, ma la presenza del Signore attraverso la Madonna è stata per me l’unica possibilità di ripresa, confortato dalla presenza del mistero che ci avvolge. Ero contento delle visite del cappellano don Carlos, che ci portava l’Eucaristia e poi sentivo che c’erano persone in tutta Italia che pregavano per me, con rosari, veglie... Io sentivo queste preghiere: non ero schiacciato dal disagio pesante del virus, ma confortato, sostenuto dall’energia che mi derivava dal sapere che tanti pregavano per me. Lei è il fondatore del Pellegrinaggio Macerata - Loreto. Quest’anno come sarà vissuto?

L’appuntamento è per sabato 12 giugno e il tema è: «Quando vedo te vedo speranza». L’essenziale del Pellegrinaggio è l’atto di ringraziamento alla Madonna e sia nel 2020 che quest’anno compiamo il gesto implorando l’aiuto a vivere meglio la realtà pesante che ci ha colpito. La modalità sarà – come l’anno scorso – diversa da quella abituale. Vivremo con un piccolo gruppo i gesti forti – il Rosario, la Benedizione della fiaccola della pace nella basilica della Misericordia a Macerata, la Benedizione finale nella basilica della Santa Casa, le intenzioni di ringraziamento e di domanda – , ma la celebrazione sarà trasmessa in tutto il mondo (e l’anno scorso abbiamo raggiunto più di un milione di persone). Cosa vuole dire agli studenti da sempre protagonisti del Pellegrinaggio? L’impossibilità di vivere la scuola come rapporti, relazione, incontri, non sia una tomba che tutto distrugge, ma alimenti il desiderio di riprendere con più entusiasmo la vita assieme una volta vinta la pandemia.

Antonietta Capelli: vivere per annunciare il Vangelo DI IVANO PALMUCCI

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Antonietta Capelli

Milanese di origine, fu instancabile apostola. A Treia, dove è sepolta, ebbe in Villa Lazzarini il fulcro di una miriade di iniziative

uando Antonietta nacque a Milano il 23 settembre 1896, il papà Adriano la soprannominò “Raggio di sole”. Quel raggio di sole rispuntò dopo un temporale il 16 luglio 1974, permettendo lo svolgimento all’aperto del funerale di Antonietta – morta il 13 – a Villa Lazzarini di Passo di Treia (Macerata), dove si era ritirata. Antonietta Capelli fu una donna ispirata, coraggiosa e preparata, forte nella fede, generosa e instancabile. Ne tracciò il profilo nell’omelia delle esequie l’allora vescovo di Macerata Ersilio Tonini: «Ha vissuto con noi nell’amore di Cristo Signore, nell’ardore per la santa Chiesa, nel silenzio trepido della contemplazione, nella dilatazione dell’evangelizzazione,

nell’attesa e nel gusto del suo Dio e insieme nell’espansione verso i fratelli… creatura che lo Spirito Santo ha condotto al gusto di Dio, all’intuizione... all’esperienza umile e semplice, ma ugualmente profonda e gaudiosa: l’esperienza di Dio, proprio in virtù di Spirito Santo». Fin da piccola maturò nella preghiera, nel sacrificio e nelle prove il desiderio di mettersi a disposizione del Signore. Rispondendo all’invito del santo vescovo Guido Maria Conforti, collaborò all’organizzazione dell’Azione cattolica nella diocesi di Parma, dove nel 1923 si laureò a pieni voti in Medicina, specializzandosi poi in Psichiatria, tra le prime donne in Italia. Ma gli impegni professionali non la distolsero dalla vocazione di «disporre i lontani da Dio ad accogliere la divina parola, intenderla e se-

guirla», ispirandosi alla missione del Battista che diventerà il protettore dei due Istituti da lei fondati. Pio XI, venuto a conoscenza tramite padre Gemelli del progetto di convegni di cultura religiosa per gli intellettuali, la sostenne. I primi convegni si svolsero con l’aiuto di Armida Barelli, grande animatrice della Gioventù Femminile di Ac a Roè di Volciano (Bs). Nel 1926 Antonietta ricevette in dono Villa Maria a Campomorone di Genova, dove nel 1927 con le sue tre prime sorelle, o “signorine”, come si fecero chiamare e che vestivano abiti civili senza alcun distintivo, stabilirono la sede del nuovo Istituto S. Giovanni Battista, noto anche come Opera di Cultura religiosa. Si moltiplicarono i convegni, spesso guidati dal futuro cardinale Giuseppe Siri. Alla formazione rivolta a intellettuali,

professionisti e appartenenti ad altre religioni, si aggiunse anche quella verso gli operai, giungendo a interessarsi anche di vocazioni adulte, coinvolgendo don Giacomo Lercaro, futuro cardinale di Bologna. Il dono di Villa Paganini a Parme consentì ad Antonietta di organizzare convegni di studio per il clero; in tutto furono 83 per 360 giornate, 2.001 i partecipanti, ben 107 diocesi coinvolte. Nel 1942 l’Istituto S. Giovanni Battista fu riconosciuto di diritto pontificio. Sempre attenta ai sacerdoti, specialmente quelli in crisi, volle offrire loro un ambiente raccolto dove poter meditare, pregare, confrontarsi e ridare slancio alla propria vocazione. La scelta cadde su Villa Grazia di Giogoli, presso Firenze, acquistata nel 1951. Pio XII incoraggiò e benedisse la nuova delicatissima attività.

Villa Lazzarini a Passo di Treia, oltre ad essere casa di esercizi spirituali, ospitò anche seminaristi. Nel 1959 fu eretta la Congregazione sacerdotale di S. Giovanni Battista Precursore con le stesse finalità di quella femminile, riconosciuta come Istituto di diritto pontificio da papa Giovanni XXIII. La passione evangelizzatrice di Antonietta si spinse fino al Brasile, dove nel 1962 inviò quattro sue figlie per aprire una missione, seguite nel 1963 dal primo presbitero della Congregazione maschile, padre Mario Di Maria (†1983). La signorina Antonietta riposa oggi nel cimitero di Treia e sulla lapide si legge questa sua invocazione: «O santo sacrificio della Messa tu sei il tesoro divino che tutto estingue, tutto ripara e tutto riforma. In te pongo la mia totale fiducia e la mia pace».


SOCIETÀ

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MARTEDÌ 20 APRILE 2021

Don Pennacchioni e la rinascita di Sant’Esuperanzio Nato cent’anni fa, è stato l’ultimo priore della Collegiata cingolana. La sua memoria è ancora vivissima DI

GIOVANNI SBERGAMO

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ingoli ricorda don Adriano Pennacchioni, la cui figura è legata al culto esuperanziano e alla collegiata che custodisce le reliquie del Protettore della città. L’ultimo priore di Sant’Esuperanzio nasceva cento anni fa, il 19 aprile 1921. Carattere ribelle e forte temperamento, già da bambino mostrò di avere ascendente sui ragazzi più grandi. Nel seminario di Cingoli

frequentò gli studi teologici divenendo sacerdote il 22 settembre 1945. Fu cappellano ad Avenale, canonico della Cattedrale, vicario vescovile per la Pastorale e delegato vescovile. Fu priore di S. Esuperanzio dal 1° novembre 1966 fino al 1° agosto 1994, anno della morte. Il 25 marzo 1985 Giovanni Paolo II lo ha annoverato fra i cappellani pontifici. L’ingresso a S. Esuperanzio segna una svolta nella sua vita e ha una ricaduta importante sul territorio e sull’intera popolazione. Inizia un fecondo percorso spirituale, storico e culturale. Gli scavi e gli interventi di restauro della struttura, degli affreschi, delle suppellettili, degli arredi sacri, sono tutti riconducibili alla sua innata passione per l’arte.

Avvicina i Cingolani a quel tempio lontano dalle mura cittadine e forse anche dai cuori della gente. Tutti accorrono sempre più numerosi e devoti, vedendo in lui non solo un sacerdote, ma un uomo di grande cultura e un comunicatore eccezionale. Per suo merito il 24 gennaio diventò vacanza e festa liturgica a tutti gli effetti. Nel 1984 promosse la ricognizione delle sacre reliquie del Protettore di Cingoli. Nel 1977 costituì il Comitato S. Esuperanzio per sovrintendere alla preparazione delle feste patronali di gennaio e della quarta domenica di luglio. Creò il Corteo dell’Offertorio, fondò il pieghevole “Aria di Casa Mia” per portare ai Cingolani – anche a quelli

residenti fuori dal “Balcone” – le notizie della città. Realizzò l’Archivio ecclesiastico: un patrimonio di volumi, registri, documenti, fototeca, pergamene, libri, che racchiudono cinquecento anni di storia cingolana e che è oggi punto di riferimento per gli studiosi. Fu inaugurato il 18 ottobre 1991 e il sindaco Emanuela Branchesi gli donò per l’occasione una medaglia d’oro con la dedica «A Mons. Adriano Pennacchioni per alti meriti culturali». Quanto realizzato, don Adriano lo ha donato a tutti; ha preso parte a convegni, conferenze, lezioni e dibattiti nei quali ha portato il suo autorevole e qualificato contributo di sacerdote e di storico.La sua opera resta viva

ancora oggi in quanti lo hanno conosciuto e apprezzato. Ciò che ha lasciato, ha fatto breccia nel cuore dei Cingolani che lo ricordano con affetto e gratitudine. La Collegiata è metà di pellegrini, storici, appassionati di arte. I numerosi libri da lui scritti sono oggetto di studi e consultazione; le celebrazioni nella Collegiata hanno visto nel tempo una presenza sempre più numerosa di fedeli. È come se ognuno si sentisse in dovere di far conoscere la grande eredità che don Adriano ha donato alla città. Ricordare il centenario della nascita è un modo per celebrare la memoria di questo grande cingolano per il quale è proprio il caso di dire: «L’uomo giusto al posto giusto».

Don Adriano Pennacchioni

La struttura, funzionale, con ampi parcheggi, di facile accesso, consente di affrontare senza timori la fase più impegnativa delle vaccinazioni per i 24 comuni del distretto maceratese La liberazione di Macerata, il 30 giugno 1944 (Archivio Balelli)

Quando la Liberazione ha raggiunto Macerata DI

Da sinistra, il commissario Figliuolo, il sindaco Parcaroli, il presidente della Regione Marche Acquaroli e il vescovo Marconi alla benedizione della struttura

DI

ANDREA MOZZONI

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l cambio di passo nella campagna vaccinale delle Marche passa dal nuovo polo di Macerata. Aperta lo scorso 8 aprile, la struttura individuata nella frazione di Piediripa è stata visitata per l’occasione dal Commissario per l’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo e dalle autorità del territorio. Con il generale Figliuolo, infatti, hanno preso parte all’avvio delle vaccinazioni anche il Capo Dipartimento della Protezione civile nazionale, l’ingegnere Fabrizio Curcio, il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli e l’assessore regionale alla Sanità Filippo Saltamartini, oltre al sindaco di Macerata Sandro Parcaroli e alla direttrice dell’Area Vasta 3 Daniela Corsi. La ridestinazione di parte della struttura è stata possibile grazie alla concessione gratuita di UniCredit Leasing e alla collaborazione, per quanto riguarda l’allestimento, della Fondazione Carima e di Cucine Lube. Nei locali di Piediripa confluiranno i residenti dei 24 comuni del Distretto di Macerata con l’obiettivo di raggiungere e superare il più presto possibile, dosi disponibili permettendo, le mille vaccinazioni al giorno. «Siamo venuti a vedere a cosa succede nelle Marche – ha detto il generale Figliuolo, complimentandosi per le oltre 9mila vaccinazioni giornaliere effettuate nella regione –, l’obiettivo è ora quello di raggiungere la cifra a regime delle 15mila vaccinazioni quotidiane. Questo centro è l’essenza del piano vaccinale nazionale che ho pre-

DANIELA MESCHINI

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Avviato il nuovo centro vaccini sentato agli inizi di marzo ed è la testimonianza dell’unione che fa la forza tra pubblico e privato, tanti attori istituzionali». Dal Commissario anche il ringraziamento per la benedizione del centro impartita dal vescovo di Macerata Nazzareno Marconi: «Per chi ci crede come me è importantissima, ma credo anche per chi non è credente si tratti di un atto di rispetto verso le nostre radici cristiane e cattoliche». Parole che sono state motivo di soddisfazione per il sindaco Parcaroli: «La duplice presenza del generale Figliuolo e dell’ingegner Curcio ci ha reso molto orgogliosi – ha affermato il Primo cittadino di Macerata nel ringraziare le maestranze e gli Uffici comunali per la rapida esecuzione dei lavori –, il Commissario ha evidenziato come al termine della somministrazione del vaccino agli over 80 e ai soggetti fragili, si procederà con la somministrazione alle categorie produttive. Un passaggio importante per la

nostra ripresa economica». L’individuazione dell’area e della struttura del nuovo polo vaccinale è stata frutto del confronto tra l’ufficio Coc del Comune di Macerata con gli attori in campo, allo scopo di non interferire con la quotidianità dei maceratesi. Molteplici, inoltre, gli stalli a disposizione per le autovetture alle quali si affianca l’attivazione da parte dell’Azienda pluriservizi Macerata di una specifica fermata degli autobus. «La campagna di vaccinazione sta entrando nel vivo con un grande sforzo organizzativo – ha evidenziato il presidente della Regione Acquaroli –; questo nuovo polo rappresenta un punto di svolta al quale andranno ad aggiungersi ulteriori novità che potranno essere realizzate quando il numero di vaccini ci consentirà di coinvolgere anche le associazioni di categoria, le imprese e i sindacati. In questo modo raggiungeremo numeri con i quali potremo mettere in sicurezza la nostra popolazione il prima possibile».

RIFLESSIONE

La sofferenza, vissuta in prima persona on Roberto Angelucci, parroco di Pollenza, ha superato la proD va del Covid, che gli è costata però

una degenza non breve nel mese di marzo. Durante il ricovero e anche una volta tornato a casa fino alla guarigione, ha tenuto un intenso contatto via social con la comunità e gli amici. Qui qualche riga di una riflessione sulla sofferenza: «Non è la sofferenza un valore, ma i malati perché sono vicini al mistero di Dio che si è fatto sofferenza, ma anche speranza, certezza e gioia per noi. Nella sofferenza possiamo imparare e continuare ad amare. Ma in ogni esperienza di sofferenza c’è sempre bisogno di cure, preghiera, grazia di Dio e tanto affetto dei propri cari e del personale sanitario (io ho sempre avuto e sentito questa presenza e ringrazio tutti)».

a gente ci viene addosso e ci abbraccia con le lacrime agli occhi. Percorriamo via Roma, fra decine e decine di persone che gioiscono e piangono dalla commozione. Al forno Marangoni, la folla ci blocca e dobbiamo fermarci. Pochi istanti dopo, la bandiera del gruppo Nicolò è sul monumento ai Caduti. Macerata è Libera»: così descrive il 30 giugno 1944 Augusto Pantanetti comandante del gruppo Bande Niccolò che per primo entrò nel territorio maceratese. Dopo l’8 settembre Macerata e la sua provincia avevano avuto una posizione di primo piano nella guerra di Liberazione, ma erano apparse zona strategica anche ai comandi tedeschi. Per questo nelle città e nei paesi della Provincia gli ultimi mesi di guerra furono cruenti. Solo dieci giorni prima della Liberazione, in via De Amicis, alcuni soldati tedeschi in ritirata, nel corso di un rastrellamento, arrestarono e malmenarono sei uomini, accusandoli di essere dei partigiani, perché trovati con in mano dei bossoli, raccolti presso la caserma Corridoni per realizzare degli accendisigari. Sebbene quegli uomini, con l’intervento anche del parroco del Sacro Cuore don Giulio Taffetani, avessero cercato in ogni modo di dimostrare la loro innocenza, i soldati li arrestarono. Mentre il parroco tentava di parlare con l’ufficiale tedesco, due di loro riuscirono a fuggire, mentre gli altri quattro furono uccisi qua e là per le strade della città: Pietrangeli lungo via Pancalducci, Rocci lungo la strada che porta verso Santa Maria delle Vergini, Meschini e Tomassoni in contrada Morica, in un terreno dove il contadino Coppari, testimone della loro morte, fu costretto a scavare una fossa e a gettarci i corpi. La Provincia di Macerata dopo l’8 Settembre del ’43 fu disseminata anche di campi di internamento per sloveni, croati, ebrei e prigionieri di guerra. Tutti finirono così nelle mani dei nazisti che li deportarono in Germania o nei campi di sterminio in Polonia, come Davi Bivash di 54 anni, ebreo di origine greca internato a San Severino Marche e lì arrestato il 30 novembre 1943 dai fascisti. Il 5 aprile fu deportato nel Campo di concentramento di Fossoli e da lì ad Auschwitz. In Provincia ci sono stati ben 23 Campi di internamento: Caldarola, Penna San Giovanni, Apiro, San Ginesio, Sant’Angelo in Pontano, Mogliano, Belforte del Chienti, Loro Piceno, Serravalle di Chienti, Urbisaglia, Sforzacosta, Fiastra, Ussita, San Severino Marche, Camerino, Tolentino, Treia, Appignano, Castelraimondo, Esanatoglia, Fiuminata, Sarnano, Visso. Dopo l’armistizio, con l’occupazione tedesca e l’aiuto determinante dei fascisti arrivarono i rastrellamenti e le deportazioni. Le strutture divennero luogo di detenzione e di tortura dei partigiani. Nel Campo di Sforzacosta vennero uccisi Mario Batà, Ivo Pasquinelli, i giovanissimi Livio Cicalè e Giuseppe Biagiotti, nonostante l’intervento accorato del vescovo di Macerata Domenico Argnani. La data del 25 aprile quale Festa Nazionale della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo fu proposta nel ‘46 da Alcide De Gasperi. Dopo 76 anni, quella del 25 Aprile è una giornata che oggi più di ieri deve essere esente da contrapposizioni politiche e culturali: è necessario ritrovare una memoria storica condivisa e partecipata e festeggiare quella libertà che oggi è dono di tutti.

Le rigide regole dei matrimoni in campagna La celebrazione di solito avveniva di giovedì, seguito dal primo pranzo nuziale, col secondo, più ricco, che si svolgeva la domenica DI

UGO BELLESI

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n tempo nelle nostre campagne non era facile per i giovani incontrarsi per fare amicizia, per familiarizzare e infine anche per innamorarsi. Le poche occasioni solo quando le famiglie si riunivano per “scartocciare” il granturco, oppure per la trebbiatura. Alla sosta per il pranzo si familiarizzava sempre tra ragazzi e ragazze. Ci poteva poi es-

sere qualche zia che trovava la “scusa” giusta per incontri furtivi. Quando l’amore era sbocciato, chi conosceva le famiglie dei due fidanzati avvertiva i rispettivi genitori che era tempo di incontrarsi. Così la domenica successiva il padre di lei andava a casa del ragazzo e i due vergari concordavano la parte economica, fissando le nozze. Allora il fidanzato regalava alla fidanzata due orecchini e i due giovani, acquistate le fedi nuziali, erano interrogati dal parroco sulla dottrina cristiana. Il giorno fissato per il matrimonio (spesso era il giovedì) lui si recava in casa della fidanzata indossando gli stivali e portando una piuma di pavone sul cappello mentre lei indossava un’ampia gonna e uno scialle a tinte vive con coralli al

collo. La mamma della sposa accompagnava i promessi sposi in chiesa portando con sé una salvietta in cui aveva riposto ciambelle all’uovo e i confetti per il parroco e il sacrestano. Con loro c’erano anche i parenti più stretti e gli amici. Entrambi i giovani si confessavano, prima lei poi lui. Quindi la Messa con la benedizione degli anelli e degli sposi che poi dovevano recarsi in municipio per la cerimonia civile. Subito dopo, in una vicina osteria, era prevista la colazione per i partecipanti al rito religioso. Si trattava di una tazza di cioccolato, paste casalinghe con l’ammoniaca, ciambellone, vermut e confetti. Tutti si ritrovavano poi in casa dei genitori della sposa per il primo pranzo nuziale. Nei giorni seguenti un parente dello spo-

so, con un carro trainato da buoi infiocchettati di rosso, si recava in casa della sposa (che era rimasta a vivere con i genitori) per caricare le casse con il corredo e sopra una coperta colorata. La domenica successiva tutti i parenti si ritrovavano a casa della sposa per accompagnare, in corteo, lei e il marito in chiesa per la Messa cantata. Al termine il corteo si riformava per accompagnare gli sposi in casa dei genitori dello sposo. La vergara accoglieva la sposa in cima alle scale ed esclamava: «La pace ce porti e la pace ce trovi!». La sposa andava in camera da letto dove era il suo corredo e regalava a ciascun membro della famiglia una camicia. È a questo punto che iniziava il secondo vero pranzo nuziale con gli

Pranzo di nozze di più di 50 anni fa sotto un tendone allestito sull’aia

sposi che sedevano con i genitori e i parenti più stretti nella capanna mentre gli altri erano sistemati in lunghe tavolate. Questo il menù: salame, soppressata, prosciutto; stracciatella in brodo; lesso di gallina e cicoria; vincisgrassi o tagliatelle al sugo di carne con rigaglie; piatti di fritture con cotolette di

agnello, fiori di zucca, ecc.; arrosto misto con insalata; crema o torta, frutta di stagione, caffè e vino a volontà. Terminato il pranzo, c’era il momento delle donazioni in denaro in favore della sposa. Infine a ciascun capofamiglia si consegnava un cesto con quanto era rimasto del pranzo.


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