appuntamento Concerto a San Giorgio
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abato 21 dicembre 2019, alle ore 21, nella chiesa San Giorgio S a Macerata avrà luogo un concerto
Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia
organizzato dal Gruppo musicale Figli della Luce di Macerata, composto da una ventina di giovani diretti dal maestro Loretta Vecchione. Testi, musica e arrangiamenti dei Figli della Luce. Sarà eseguito un repertorio natalizio con canti riarrangiati, o scritti e musicati da zero, introdotti da riflessioni in tema.
A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 62100 Macerata telefono 0733.231567 e-mail: redazione@emmetv.it facebook: emmetvmacerata twitter: emmetvmacerata
MACERATA
Martedì, 17 dicembre 2019
Il vescovo: è il nostro san Nicola di Bari, origine da rivalutare
Ben venga Babbo Natale Con il passare del tempo si è dimenticata la fonte cristiana di tanti valori, fino ad arrivare a considerarli addirittura opposti alla fede DI
NAZZARENO MARCONI *
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onostante l’invito di papa Francesco a festeggiare il Natale realizzando il presepe, chi facesse un giro lungo le vetrine dei negozi nei centri cittadini di oggi, troverebbe una fortissima preponderanza dell’immagine di Babbo Natale. Ho sentito tessere l’elogio di Babbo Natale da una signora “profondamente laica”, tutta felice di avere un simbolo del Natale “laico e libero” da proporre anche ai bambini islamici, tra l’altro di un bel colore rosso, che non guasta per chi soffre di “intolleranza al clero ed affini”. Il mio “Don Camillo”, cioè quella parte del mio intimo che non perderebbe mai occasione per una bella zuffa con questo particolare tipo di persone, mi ripeteva nella testa: «Dille le verità… vedrai che figuraccia le facciamo fare!». Ma per fortuna ho dato ascolto all’angelo custode; mi sono morso la lingua e ho lasciato la “signora” gioire, crogiolandosi beata nella sua ignoranza. Ora però, visto che “istruire gli ignoranti” è un’opera di misericordia, vorrei evitare ad altri simili figure. Babbo Natale infatti, o come lo chiamano nei paesi del Nord Santa Claus, è tutt’altro che un simbolo “laico”, infatti è un Vescovo, per giunta Santo, e per somma ironia patrono di Bari,
di un sacco di città in Europa e nel mondo e soprattutto per la Chiesa Ortodossa, che lo venera anche più di noi, Patrono dalla Santa Russia. Tutto comincia da un personaggio storico: san Nicola, vescovo di Myra (oggi Demre, in Turchia) dove morì il 6 dicembre del 343. Fu particolarmente amato per la sua carità: fin da laico impegnava i suoi beni per sfamare i bambini poveri e soprattutto gli orfani, così da impedire che venissero sfruttati in lavori massacranti. In seguito divenne presbitero e fu scelto dal popolo come vescovo, confermando e ampliando il suo impegno per l’assistenza ai bisognosi. Oggi il suo corpo si venera nell’antichissima Basilica di San Nicola a Bari dove fu trasportato nel 1087. Presto si sarebbe sviluppato l’uso di travestirsi da San Nicola per fare dei doni ai bambini poveri in occasione
Raffigurazione moderna di san Nicola, vescovo di Myra
festività Le celebrazioni 24 dicembre, ore 24 – Basilica della Madonna della Misericordia – Macerata 25 dicembre, ore 10 – Centro di Comunità– Osteria Nuova, Montefano 31 dicembre, ore 18 – Chiesa di San Giorgio – Macerata, con canto del Te Deum 1 gennaio, ore 11 – Chiesa Sacro Cuore – Macerata
Ordinati quattro nuovi diaconi permanenti
Nella chiesa dell’Abbazia di Fiastra, nel pomeriggio di sabato 7 dicembre il vescovo Nazzareno Marconi ha ordinato quattro diaconi permanenti: Denis Marini, Renzo Mazzieri, Carlo Migliorelli, Mario Torregiani: persone con un lavoro e una famiglia che hanno scelto di consacrarsi al servizio della comunità cristiana. Hanno concelebrato il vescovo emerito Claudio Giuliodori e molti
sacerdoti. Nell’omelia il vescovo ha sottolineato come: «Oggi per voi e per noi è un traguardo, il compiersi di un Ministero nella Chiesa che vuol rinnovarsi e testimoniare che Dio guida la nostra storia al bene. Non siamo però semplicemente arrivati, dobbiamo anche ripartire. Il vostro diaconato ha il compito speciale di tracciare i passi di una nuova storia di Chiesa». (P.Chin.)
della sua festa il 6 dicembre. In Olanda, dove l’usanza antica è meglio conservata, un personaggio vestito da vescovo con mitria e pastorale, porta doni ai bambini proprio il 6 dicembre ed era chiamato Sint Nicolaas poi Sinterklaas, tradotto in ambito anglofono Santa Claus, il famoso Babbo Natale. Fino all’Ottocento il suo abito era verde, che era anche l’antico colore dell’abito dei vescovi, poi divenne rosso, come quello che ancor oggi caratterizza
vescovi e cardinali. Se guardiamo oggi alla rappresentazione standard di Babbo Natale, si può riconoscere nel suo cappello triangolare, il ricordo di una mitria vescovile, così nella pelliccia bianca che esce ai polsi e alla vita, il ricordo della trina bianca che decora i polsi e il bordo inferiore della mantella nella talare rossa dei vescovi di oggi. Mi sembra più che chiaro: il buon Babbo Natale, con buona pace di certe “signore”, è tutt’altro che laico e magari anticlericale… D’altra parte questo capita spesso. Quando il cristianesimo ha diffuso dei valori, come l’uguaglianza in dignità tra tutti gli uomini, in un mondo come quello antico romano che invece lodava la schiavitù, con il passare del tempo si è dimenticata l’origine di questi valori, fino ad arrivare all’assurdo di innalzarli come valori laicamente umani, magari in nome dei quali era necessario cancellare il cristianesimo. Sono le stranezze della storia umana, che capitano soprattutto nei popoli con la memoria corta. Cosa vorrei regalare alla nostra Italia, imitando il mio confratello vescovo “Babbo Natale”? Non so se la producono più, ma quando ero piccolo c’era una medicina che si chiamava “Memoserin fosforo”. Buon Natale. * vescovo
città. Mostra di presepi agli Antichi Forni DI LUIGI TALIANI
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Betlem nasce un Dio inaspettato e sorprendente. Forse gli uomini lo attendevano dentro le mura della città, magari in un palazzo regale e sontuoso, degno di un re potente e trionfante. Ma Lui sceglie di nascere in una periferia di Gerusalemme dove nessuno lo attende. È un Dio che non esclude, ma è inclusivo di ogni uomo e di ogni cosa, come sottolinea anche papa Francesco nella lettera apostolica sul valore del presepe, dove evidenzia che «il Dio che si fa bambino tende le braccia a tutti». Il Santo Padre auspica quindi che si torni a realizzare presepi nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nella carceri, nelle piazze... Ma soprattutto tra le mura domestiche. Grande o piccolo che sia, il presepe appartiene alla nostra vita perché se da una parte esprime il calore della famiglia, dall’altra viene a creare relazioni più rispettose della dignità dell’uomo, là dove egli vive ed opera. Noi siamo andati a verificare l’attualità e la contemporaneità del presepe a casa di un “maestro” creatore di presepi in miniatura: Maurizio Piergiacomi che ci ha accompagnato nel cuore di casa sua, dove ci ha fatto da guida nella visita a decine di piccoli presepi contestualizzati in oggetti di uso comune. Tanti gioielli in miniatura che ci hanno portato a contemplare la nascita del Salvatore magari dentro la cornetta e la base di vecchio telefono, volendo evocare un Dio che comunica e crea relazioni tra gli uomini. Cristo luce del mondo è situato anche all’interno del fanale di un’auto d’epoca, che illuminava la strada. Un grammofono a manovella ospita la Natività come simbolo della festa e della gioia che l’evento dell’incarnazione genera nell’umanità. Ma Dio non ha confini, né di razza né di culture, e per questo fa bella mostra di sé un’adorazione dei Magi realizzata con statue lignee provenienti dalla Russia. Una vecchia cassa di bibite dal marchio famoso ospita una collezione di statuine del presepe napoletano che raffigurano in ventiquattro piccole nicchie situazioni di vita quotidiana, ad indicare che Cristo pone la sua “casa” in mezzo alle notre, nella ferialità del lavoro e delle preoccupazioni che accompagnano la vita di tutti. Comunità che si ricompongono e tornano a condividere insieme dopo gli eventi sismici, sono rappresentate da una ricostruzione in miniatura della chiesa del Sacro Cuore di Macerata col coro dei Pueri Cantores che esegue un canto natalizio diPiergiacomi retto dal maestro Gianluca Paolucci. Mostrandoci un presepe realizzato all’interno di una vecchia scatoletta di latta portasigari, risalente all’inizio del XX secolo, Maurizio ci ha raccontato come è nata in lui la passione per il presepe e soprattutto l’idea di combinarlo con oggetti e situazioni del presente. La scatoletta apparteneva a uno dei nonni, che ogni anno si impegnava nella preparazione del presepe – meccanizzato – in famiglia; ci lavorava in segreto, giorno e notte, e sempre risuciva a far scattare la meraviglia dei parenti quando la vigilia di Natale la sua creazione veniva svelata. Dopo la morte del nonno, ritrovata per caso la famosa scatoletta, Maurizio ha pensato di rendergli omaggio, realizzando in essa il numero 0 della sua ricca collezione, una creazione che egli conserva con amore geloso. Dal 21 dicembre al 6 gennaio questi veri capolavori di artigianato, insieme a molti altri della collezione, saranno esposti presso gli Antichi Forni di Macerata.
Quel canale social inquietante tra politica e adolescenti Attraverso Facebook è facile arrivare ai più giovani facendo leva su ingenuità e insicurezza DI
GIANCARLO CARTECHINI
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elpa e cappuccio. Zaino in spalla. Una ravviata ai capelli, lo sguardo obliquo, occhi socchiusi. Si radunano, uno dopo l’altro, nel piazzale antistante la scuola. Il passo è spedito, perché a questa età non ci si può mica permettere distrazioni. Almeno fino a quando un compagno si avvicina. Allora sì che è possibile un sorriso complice, o una pacca. Si cre-
sce insieme, che diamine, coltivando amicizie traverse che un adulto non potrà mai comprendere. Ci si muove tra spigoli e strappi, e continui incidenti di percorso. Simon Blackburn, nel suo libro “Specchio delle mie brame. Pregi e difetti del narcisismo” sottolinea come gli adolescenti siano concentrati sulla propria vita, non per arroganza ma per insicurezza. Con una consapevolezza di sé così intensa da risultare perfino dolorosa. Il filosofo britannico suggerisce, seppure indirettamente, un parallelo tra il mondo degli adolescenti e quello della politica. In questo caso, tuttavia, l’arroganza di alcuni leader non trova alcuna giustificazione. Si credono carismatici. Tendono ad auto– esaltarsi. Hanno una preoccupazione smisurata per l’apparire. Ma alla fine
sono incapaci di portare a compimento le loro idee. Ora qualcuno potrebbe chiedersi cosa accadrebbe se i protagonisti di questa politica narcisista e incoerente tentassero di penetrare nel mondo degli adolescenti. Quale canale dovrebbero scegliere se non quello ovvio degli smartphone e dei social? La trasmissione televisiva “Report” ha rivelato che uno degli uomini politici che in Italia va per la maggiore, ha speso dall’inizio dell’anno 140 mila euro per diffondere contenuti su Facebook. Alcuni di questi interventi erano rivolti proprio alla fascia di età degli adolescenti. Sì, perché la piattaforma di Zuckerberg consente di differenziare il target di riferimento degli inserzionisti sulla base di alcuni parametri: età, orientamento sessuale, livello di i-
struzione, affinità di etnia. Normale, quando si deve promuovere un cosmetico. Inquietante, invece, quando si tratta di diffondere propaganda politica, soprattutto se questa propaganda è indirizzata a minori. Selfie, dirette “live”, monologhi senza contraddittorio, ritmi e inquadrature da youtuber di professione. Ragionamenti che esaltano l’intolleranza e la paura nei confronti dei diversi. Il tono usato è goliardico, come se si potesse ridere di ogni cosa. “Account marionetta” utilizzati per rendere virali alcuni contenuti, accumulare “like”. Non è più il tempo di grandi narrazioni, di pensieri unificanti. La coerenza si giudica su un arco temporale sempre più breve. Proliferano in rete frantumi di politica che fanno leva sull’insicurezza, e vedono proprio negli
adolescenti i loro fruitori ideali. Sdraiati sul divano o sul letto, luce spenta, smartphone in mano. È ancora Blackburn a ricordarci come alcuni politici siano molto bravi a controllare quali concetti debbano essere promossi ed esibiti, martellando nella testa della gente la più deprimente delle idee politiche: «TINA – There is no alternative». Invece no, l’alternativa esiste. È vero: si è diffusa, anche tra i banchi di scuola, una cultura che inneggia al “forte” di turno, che disprezza gli stranieri, le persone diversamente abili, e gli “sfigati” di ogni colore. Ma ci sono anche segnali di spe-
ranza: la sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali, la richiesta di una politica che abbandoni i toni dell’odio e del rancore. Diamo fiducia ai nostri adolescenti, facciamo maturare in loro adeguati strumenti di giudizio. Saranno i primi ad escludere dalla loro cerchia i politici narcisi che giocano a fare i ragazzini.
Martedì 17 dicembre 2019
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Ri-party, i ragazzi che raccontano le loro estati in Africa «Ci sono dei viaggi da cui non si torna mai indietro» DI
ANNAMARIA CACCIAMANI *
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a vita è piena di partenze, e specialmente oggi il tempo che prevale è quello dell’andare, del movimento, dello spostarsi: nodo costitutivo della nostra attualità. Quando partire è lasciare, è sicuramente faticoso, quasi una morte dentro. Ma mai partire fa solo rima con morire. Chi parte e lascia sa nel più profondo che qualcosa lo attende. C’è sempre un anticipo di speranza a condurre chi si muove verso una terra sconosciuta. Partire non per morire ma per rinascere. È stato e continua ad essere il motto di Eumega, il gruppo di giovani che dal 2012 parte ogni estate per la terra africana e che per quella terra continua a nutrire sogni di speranza. Proprio per questi sogni, in particolare per il progetto “Una scuola per Dapaong” (località nel nord del Togo), già iniziata nel 2017 e in fase di ampliamento
con la costruzione di una mensa e un foyer, si è deciso di realizzare l’evento di solidarietà dal titolo Ri–party. Al centro dell’iniziativa il buon sapore dell’aperitivo, preparato con generosità dalla panetteria recanatese Fiori di grano, e l’ascolto di storie di viaggi che hanno aperto occhi e cuore. Dalla Giordania al Togo, da Santiago alla Cina, passando per la Terra Santa, fino ad esplorare il viaggio più vero, quello dentro la propria anima. Sono giovani, amici prima di tutto, e per questo hanno detto sì a una proposta alternativa: esporsi, donare tempo e voce per raccontare i viaggi che hanno reso più ricca e preziosa la loro vita. Non è scontato uscire allo scoperto, né decidere di restituire attraverso immagini, parole, testi, musiche, un pezzetto del proprio vissuto. Ma è ciò che davvero conta per riscoprire il cuore di ogni viaggio: l’incontro con quel tu che nella sua diversità mette in gioco e fa scoprire un io nascosto, che a volte si rivela anche quello più vero.
Questi gli ingredienti di sabato 21 dicembre, dalle ore 18, presso i locali della libreria Del Monte di Macerata. Un’occasione da condividere con tutti coloro che hanno voglia di mettersi in ascolto di storie, vicine e lontane, ma anche di portare un pezzetto del proprio viaggio. A chi partecipa, passando anche solo per un saluto, chiediamo infatti di portare una foto per condividere l’idea che incontrare un mondo sempre più grande è possibile. Durante la serata, alle 19.30, ci sarà inoltre la presentazione del gruppo Eumega e del progetto “Una scuola per Dapaong”, a cui andrà l’intero ricavato della serata. Speriamo e crediamo nella forza delle grandi idee che fanno uscire, partire, per ritornare sempre più ricchi di umanità. Vi aspettiamo tutti, in tanti, viaggiatori e portatori di novità, con la certezza che “l’unico viaggio impossibile è quello che non si comincia mai”. * gruppo Eumega
La Natività è un dono enorme Dobbiamo creare le condizioni Però spesso la durezza della vita che ottengano un po’ di pace e non ci permette di apprezzarlo serenità per chi è solo o provato
Famiglie e Avvento: il dovere e il piacere di fermarsi Avvento è tempo di attesa e di cammino, ma anche tempo per fermarsi e contemplare. È doveroso, quindi, sottrarsi alla fretta e ritagliarsi un tempo in cui ascoltare la Parola che può scaldare il cuore e far sperimentare alla famiglia che occorre ri– educarsi al dialogo, alla comunicazione di sé e dei propri sentimenti, alla condivisione della propria vita di fede. In una parola è salutare, di tanto in tanto, fermarsi e chiedersi a che punto del cammino ci troviamo. L’Ufficio diocesano di pastorale familiare offre mensilmente degli appuntamenti per fermarsi e riprendere in mano la relazione di coppia e la vita di famiglia. È così che domenica 15 dicembre diverse coppie si sono ritrovate per il terzo appuntamento presso l’Oasi Buon Pastore di Macerata, il centro di riferimento per le famiglie voluto dal vescovo Nazzareno e
Anziani: tutti dobbiamo aiutarli a vivere il Natale DI
MARCO TRABUCCHI *
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atale è festa per tutti, perché Gesù è nato per tutti. Però, tra le molte persone che celebrano questa festa, io vorrei essere particolarmente vicino a quelle anziane, soprattutto quando, oltre al peso degli anni, devono far fronte a condizioni di vita difficili e faticose, come avviene per chi è stato colpito dal terremoto. Ho fatto questa scelta come medico che si occupa in particolare dei vecchi e come cittadino che in questi mesi ha seguito la crisi di chi non ha più ritrovato il suo nido, la casa travolta dagli eventi naturali, che gli uomini non sono stati ancora in grado ricostruire in maniera degna. Cos’è il Natale? L’aspetto religioso ci parla del dono che Dio Padre ci ha fatto mandando sulla terra il Figlio. Un dono enorme. Però troppo spesso viviamo in condizioni che non ci permettono di apprezzarlo, perché la nostra vita è così dura per cui ci dimentichiamo anche del dono. Penso allora che come singoli e come comunità dobbiamo costruire attorno a noi condizioni che permettano un po’ di serenità. Invece di parlare genericamente per tutti, io vorrei dedicare queste poche righe per comunicare agli anziani che ci leggono cosa posso fare io, in quanto medico, in modo che tutti, anche i più sfortunati, possano apprezzare – pur con difficoltà – il grandissimo dono della Natività. Il primo impegno che assumo è lo studio. Per essere davvero di aiuto a chi è in difficoltà, è necessario che i medici, ma in genere tutti coloro che hanno responsabilità per gli altri, studino, leggano, elaborino: le crisi del singolo e delle comunità hanno bisogno di chi si impegna a trovare le risposte più giuste e opportune. Lo studio serio e fattivo è il più grande atto di generosità che possa essere fatto. Non è atto di egoismo, ma, al contrario, il segno concreto di disponibilità verso chi soffre. Aggiungo che i sofferenti comprendono chi è davvero preparato per affrontare le loro personali difficoltà e a questi si affidano con maggiore serenità. La seconda caratteristica per svolgere una funzione di cura efficace è la generosità. Talvolta è solo questa dote che permette di essere disponibili nei momenti critici, di non dare risposte intolleranti, anche
L’intervento di Marco Trabucchi a un convegno svolto a Tolentino il 21 novembre 2019 presso la caserma dei Vigili del Fuoco
quando può sembrare che le richieste del sofferente siano eccessive, aggressive, senza un fondamento realistico. La tolleranza in questi casi è figlia della generosità, perché permette di mantenere un contatto con l’altro, indispensabile per qualsiasi atto di cura. Altra caratteristica fondamentale che deve caratterizzare ogni atto di cura è l’ascolto. Di fronte ai bisogni dell’altro si deve tacere e ascoltare; qualcuno ha scritto che chi davvero si prende carico del sofferente deve ascoltare per l’80% del tempo e parlare per il 20%. La persona non deve essere oppressa dai punti di vista del curante; questi deve soprattutto permettere all’altro di esprimere contenuti che spesso non sono comunicabili con facilità. Solo il silenzio paziente permette di comprendere le dinamiche di sofferenza, nascoste nella profondità dei cuori, per poi offrire delle risposte adeguate alla specifica situazione e non generiche.
Attenzione: un’altra caratteristica del medico (e in generale di chi assiste). L’attenzione permette di guardare l’altro in tutte le sue espressioni, non solo quelle più evidenti. Chi soffre capisce se è accompagnato in modo superficiale o, al contrario, con uno sguardo che cerca di superare le apparenze. In questa prospettiva si colloca anche la curiosità, dote da taluno erroneamente ritenuta negativa. Al contrario, chi è curioso non si ferma alla prima impressione, cerca di comprendere il significato anche dei segnali meno evidenti, nascosti. In quest’ottica, ad esempio, va letto l’atteggiamento religioso, spesso di grande supporto per la persona che soffre, che deve essere valorizzato e sempre tenuto in conto anche negli atti di cura. Infine, tra i doveri di un medico ricordo la gentilezza nei riguardi di chi assiste. È la testimonianza di una disponibilità non formale, un modo per avvicinarsi all’altro
rispettando la sua persona e il suo pensiero. Chi non è disponibile a essere gentile è bene che non svolga un compito di cura; non vi possono essere scuse legate alla disponibilità di tempo o di mezzi! Spero che questa aperta dichiarazione da parte di un medico rispetto all’atteggiamento da tenere verso le persone sofferenti sia di seppur piccola soddisfazione per chi soffre. Natale deve per tutti essere un dono, come è per chi scrive queste note; spero che possano convincere i nostri lettori che vi sono tante persone disponibili a aiutarle, in particolare quando alle difficoltà connesse all’età si aggiungono quelle legate alle condizioni di vita. Penso agli anziani che vivono precariamente, lontani dalle loro radici, come purtroppo avviene ancora per troppe persone fragili. A loro va il mio più caloroso augurio di Buon Natale. * associazione italiana di psicogeriatria
affidato alla cura di don Egidio Tittarelli. Suor Gina Masi, della Fraternità Casa di Nazaret di Fiuminata, ha proposto le riflessioni e guidato le attività. Così è bastato mettere insieme ingredienti semplici per confezionare un tempo speciale da tutti gradito, con al centro un versetto dell’Inno alla carità di san Paolo. Intorno tante famiglie che si sono prese un momento di pausa. A corollario, una calorosa accoglienza mattutina con tè caldo, caffè e dolci fatti a casa e un buon pranzo condiviso. Mentre i genitori ascoltavano suor Gina, i figli hanno giocato e disegnato. Tutto si è concluso con la celebrazione eucaristica e il dono a tutti di un’icona raffigurante la Natività. Laura e Gabriele Cardinali
il libro
Guida al Vangelo di Marco ell’estate scorsa ho preparato un libretto dedicato a chi vuol iniziare a leggere da solo un VanN gelo. “Il vangelo di Marco, una guida alla lettura” è un libretto agile, 200 paginette ben illustrate con immagini tratte dall’arte e dalla vita, nato con la collaborazione dell’editrice Shalom e che fa alcune scelte innovative. Le introduzioni a un singolo Vangelo infatti cominciano sempre parlando dell’autore, del suo ambiente, del suo linguaggio specifico, della storia del suo tempo… Così bisogna leggere tante parole prima di leggere una sola parola del Vangelo. Ho invece scelto di fare come certi corsi di lingua, che iniziano subito con brevi frasi della lingua da imparare. La grammatica te la spiegano poi, mano a mano che inizi a usare la lingua. Così il mio libretto inizia subito col testo del Vangelo e spiega le cose indispensabili per capire il testo mentre lo leggiamo. Perciò incontrando il racconto del primo miracolo, si insegna a leggere le storie di miracoli. Con la prima parabola, si spiega cosa sono le parabole… Una seconda scelta è stata il linguaggio: qui non ci sono parole difficili o tecniche e quelle non di uso comune indispensabili, sono subito spiegate chiaramente.. La terza scelta riguarda la traduzione del Vangelo di Marco, che come è noto è stato scritto nel greco del primo secolo. Quando si traduce un testo antico la scelta è tra stare molto vicino al testo originale, ottenendo però una traduzione difficile da leggere, per noi gente del 2000, oppure tradurre in uno scorrevole italiano di oggi, ma allontanandoci dall’ordine originale delle parole e a volte dal loro significato immediato o fortemente evocatore. Spesso si fanno perciò delle traduzioni a metà strada: tra il molto letterale e il facile da leggere. Ho voluto, basandomi su varie traduzioni molto letterali, che circolano tra gli esperti, fare una nuova traduzione che mettesse alla prova il mio lettore. Per far sentire che questo testo è lontano da noi nel tempo, per mostrare che Marco scrive facendosi prendere dalla storia, per cui inizia a raccontare al passato e poi passa improvvisamente a usare verbi al presente. Questo è un errore di sintassi italiana che molti traduttori correggono, ma anche noi quando raccontiamo con passione una storia che abbiamo vissuto, facciamo così. Ho anche messo tra parentesi le parole che io ho aggiunto al testo per renderlo comprensibile, facendo così vedere al lettore quali sono le parole esatte che Marco ha scelto e in quale ordine le usa. Questo piccolo libro è un mio atto di amore verso il Vangelo e tutte le sue parole, che vorrei facesse innamorare il lettore della bella avventura di leggere e meditare personalmente le pagine evangeliche. Mi piacerebbe che venisse donato ai ragazzi che fanno la Cresima, per continuare quel cammino di conoscenza della fede che hanno iniziato nel catechismo. Lo diffonderemo poi durante la Visita Pastorale per incoraggiare a tornare ai fondamenti della fede e certo il primo è il Vangelo. Nazzareno Marconi, vescovo
Padre Matteo Ricci compreso e riabilitato 80 anni fa L’8 dicembre 1939 la Santa Sede reintroduce le “permissioni” nei confronti dei cosiddetti “riti cinesi” sostenuti dal gesuita DI
ALESSANDRO FELIZIANI
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opera missionaria compiuta da padre Matteo Ricci in Cina nel primo decennio del XVII secolo ha segnato la fase più feconda dell’evangelizzazione nell’Estremo Oriente. Pur coltivando sempre il fine di portare ai cinesi la parola di Dio, Matteo Ricci è riuscito a farsi conoscere e apprezzare come il “sapiente d’Occidente”, cultore di scienze naturali, matematica, geografia, astronomia. A differenza dei missionari che lo avevano preceduto, lui vede l’incontro tra Cristianesimo e Oriente anche come un
“colloquio” interculturale. Sebbene ciò favorisca l’opera di evangelizzazione, tale approccio innesca un’accesa discussione di carattere teologico che, esplosa dopo la morte del missionario maceratese (1610), si protrae per secoli, fino all’inizio del pontificato di Pio XII. Proprio ottanta anni fa, l’8 dicembre 1939, la Congregazione “De Propaganda Fide” reintroduce le “permissioni” nei confronti dei cosiddetti “riti cinesi”. Questi non sono di tipo liturgico, ma consuetudini fortemente radicate nel tessuto sociale, soprattutto nelle manifestazioni in onore dei defunti, proprie della tradizione confuciana. Per padre Matteo Ricci e i missionari gesuiti che arrivarono in Cina dopo di lui, proibire tali riti equivaleva a scardinare il tessuto sociale delle comunità e pertanto andavano consentiti, «in vista di una progressiva cristianizzazione» dei cinesi, in quanto ritenuti «né idolatrici, né superstiziosi».
Per i gesuiti – come ha scritto anni fa Gianni Criveller (coordinatore della Commissione storica per la beatificazione di Matteo Ricci) in “La controversia dei riti cinesi. Storia di una lunga incomprensione” – ammettere tali “riti” equivaleva ad adottare uno strumento di negoziazione per affrontare e gestire le complessità interculturali. Inoltre proibire ai cattolici di prendere parte a tali riti, che erano cerimonie indispensabili per accedere a cariche pubbliche, avrebbe reso impossibile l’adesione al cattolicesimo dei funzionari statali. Contro tale apertura si posero i missionari francescani e domenicani che nei tre secoli successivi alla morte di padre Matteo Ricci operarono in Cina. Per loro «è impossibile una vera conversione religiosa e morale senza spezzare quel profondo legame» con un’altra religiosità. Nella prima metà del XVII secolo il “conflitto” tra ordini religiosi si sposta dalla Cina al-
la Roma papale, dove ci sono fautori dell’una e dell’altra posizione. La decisione arriva nel 1742, quando papa Benedetto XIV promulga la Costituzione apostolica “Ex quo singulari” che vieta per i cattolici i “riti cinesi”. Così sarà fino al 1939, quando con il placet del neoeletto papa Pio XII viene portata a termine un’opera di rielaborazione avviata vent’anni prima da Benedetto XV. I “riti cinesi” per i cattolici sono nuovamente permessi poiché «meramente di carattere civile, culturale e politico». Un segnale di apertura che ha dato nuova linfa all’evangelizzazione in Cina mettendo a frutto l’intuizione di padre Matteo Ricci. La questione oggi è definitivamente risolta anche grazie alle parole di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che in almeno cinque occasioni, tra il 1982 e il 2011, hanno riconosciuto la correttezza e la lungimiranza del metodo missionario “dell’accomodamento” adottato da Matteo Ricci.
Martedì 17 dicembre 2019
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Pro Loco Villa Potenza, volontariato custode delle radici Dalla Fiera del Verde alla Raci, dagli eventi estivi a quelli natalizi, l’associazione punta sulle eccellenze della frazione DI
ANDREA MOZZONI
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“favore del luogo”, di nome e di fatto, dal 1982, la Pro Loco di Villa Potenza svolge il duplice ruolo di raccordo tra le varie realtà della frazione e di promozione sociale tra i suoi cittadini. Non solo, l’associazione guidata da Giuseppe Luzi, per tutti “Pippo”, al terzo mandato, rinnovato giusto un anno fa, offre regolarmente il suo aiuto fattivo al Comune, come, ad esempio, nell’evento clou del Centro Fiere di Villa Potenza. La manifestazione che un tempo era chiamata “Rassegna agricola del Centro Italia” e ora coniuga radici, agricoltura, cibo e innovazione: la Raci.
«La nostre tante attività sono possibili grazie alla grande forza del volontariato – ha affermato Luzi –, ed è ciò che abbiamo raccontato al vescovo Nazzareno Marconi quando alcuni giorni fa ci ha incontrato insieme alle altre associazioni dell’Unità pastorale. Vorremmo essere la “mamma” di tutte queste realtà che si impegnano per la frazione, qualche volta ci riusciamo, altre no, ma il nostro obiettivo rimane quello della collaborazione». Il fiore all’occhiello della Pro Loco di Villa Potenza è la Fiera del Verde, o Progetto Verde, promossa sempre nel Centro Fiere, luogo che presto sarà riqualificato. La manifestazione festeggerà la XV edizione nel marzo 2020 ed è considerato un’eccellenza nel settore. Un vero e proprio punto di riferimento insostituibile per conoscere in anteprima le tendenze e le novità del mercato, così come i prodotti e i materiali per le ambientazioni dei giardini e i macchinari per il verde pubblico e privato. Dal punto di vista storico, tuttavia, la fra-
zione e la stessa Pro Loco non possono prescindere dall’area archeologica di Helvia Recina che esercita grande richiamo turistico. «Il nostro compito è assicurare la pulizia della zona ma non solo – ha spiegato ancora Luzi –, ovviamente ne garantiamo l’apertura ai turisti durante l’anno, offriamo visite guidato o comunque un punto informazione». Durante il periodo natalizio, la Pro Loco ha provveduto all’accensione dell’albero di Natale e Babbo Natale farà una capatina tra i negozi della frazione. «Poi per la befana ci sposteremo in piazza della Libertà – ha aggiunto il presidente –; sono tutte iniziative che riusciamo a realizzare con ciò che rimane dalla Fiera del Verde, somme che riversiamo tutte sulla comunità». Lungo è infatti l’elenco di appuntamenti in tutte le stagioni: dal teatro dialettale del mese di luglio, fino agli incontri culturali e spirituali nel teatro locale («Domenica si è ricordata la morte del parlamentare locale Eraldo Isi-
dori, mentre all’inizio del mese si svolta una riunione con le Forze dell’Ordine per la sicurezza della frazione»), fino alla “Sagra Fagioli & Cotiche”, che celebra uno dei piatti tipici delle Marche. Se la forza di ogni Pro Loco è il volontariato è, altresì, anche un tasto dolente per chi è alle prese con la volontà di rinnovare anagraficamente la sua Associazione: «Abbiamo avvicinato molti giovani e continueremo a farlo – ha concluso Luzi –; sono sempre disponibili e non sentono la fatica, ma ancora non riusciamo a lasciare il testimone delle responsabilità organizzative. Senza l’aiuto di ognuno dei soci non ce la faremmo». Oltre al presidente Luzi, il consiglio direttivo della Pro Loco di Villa Potenza è attualmente composto dalla vice presidente Alessandra Pierini, la segretaria Laura Nori e i consiglieri Pacifico e Simone Picchio, Graziella Antinori, Tiziana Fagiani, Cecilia Pasquali, Letizia Luzi, Eugenio Palloni, Marino Gazzella e Pietro Paolella.
La Visita alle parrocchie del capoluogo comincia dai due vivaci quartieri che guardano al centro storico da Nord e da Est
Tappa
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L’area archeologica di Helvia Recina
Periferici, ma non ai margini L’azione convergente di Chiesa e amministrazione pubblica contribuisce a far crescere la coesione della comunità
Ci sono delle zone popolate in prevalenza da immigrati e anziani, e altre con coppie giovani e gente di mezza età
Il sindaco: quartieri vitali che possono ancora crescere DI
TIZIANA TIBERI
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a visita pastorale del vescovo nasce per ascoltare la gente e i territori. A Macerata si svolgerà in più tappe, la prima riguarda l’Unità Pastorale 2 (Villa Potenza e la Pace). Sindaco Carancini, Macerata come accoglie la visita pastorale? È un appuntamento insolito che trasmette calore raggiungendo la vita quotidiana delle persone. Un grande impegno per il vescovo, direi un lavoro sussidiario alle attività dell’Amministrazione, un bel dono a tutti. Il vescovo Marconi visiterà ammalati, giovani, scuole. Com’è il tessuto sociale di queste zone della città? Villa Potenza e la Pace sono tra i quartieri più popolari, con identità ben marcate. Difficile dire quale sia la “temperatura” sociale. È nostro obiettivo far vivere al meglio le piccole comunità e credo che la Pace e Villa Potenza abbiano trovato risposte positive. Quali opportunità ci saranno con la riqualificazione del Centro fiere? C’è un investimento di 15 milioni di euro; non solo si recupera un’area, avremo effetti di grande valore sociale, del lavoro e direi anche di speranza. Per certi aspetti si rinnova quanto accadde 60 anni fa con il Centro Fiere, motore di un sistema agricolo dell’intera vallata del Potenza. Entro gennaio verrà scelta l’azienda e i lavori partiranno nel 2020 subito dopo la Raci. Villa Potenza e lo sport: tanti input da volley, rugby e calcio. Villa Potenza è stata la culla del volley femminile, del rugby e della Nuova Maceratese calcio e questo vuol dire che le società anche nelle frazioni hanno la possibilità di crescere. Lo sport a Villa Potenza ha dato tanto alla città, ma anche l’amministrazione ha cercato di restituire attraverso impianti nuovi. Ad esempio il campo da calcio, a disposizione per varie società; nel bilancio 2020 è prevista la nuova casa del rugby che,
grazie all’acquisizione dell’area Ircer, nascerà accanto al Centro Fiere. Teatro romano quale attrazione turistico–culturale? Da appena eletto mi sono prefisso di portare al Teatro Romano un’attività culturale, lo Sferisterio, la musica, il teatro. Vogliamo farlo vivere e valorizzarlo come attrazione turistica. È inserito tra i 12 luoghi della rete museale di Macerata, con l’intenzione di valorizzare il parco archeologico come luogo in simbiosi con la natura e in sinergia con il Centro Fiere, il polo del rugby, e l’asta fluviale. Un’area naturalistica ideale. Vorrebbe dire qualcosa al vescovo? Gli dico grazie. Paradossalmente in talune occasioni ci siamo scambiati i terreni (non che io abbia fatto il prete), ma in vari terreni sociali comuni siamo andati insieme e penso che questo contribuisca alla coesione della comunità. Col grazie l’auspicio che questo servizio possa continuare anche oltre la chiusura del mio mandato.
DI LUIGI TALIANI
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al 16 al 22 dicembre il vescovo Nazzareno Marconi è impegnato nella visita pastorale alla parrocchia di Santa Maria della Pace di Macerata. Nell’occasione abbiamo incontrato il parroco don Gianluca Cerolini. Com’è composta la sua parrocchia? Il solo quartiere della Pace conta circa 2.000 persone. La parrocchia – entro cui rientrano le chiese di San Michele, Santo Stefano e Santa Maria del Monte – conta complessivamente circa 6.000 fedeli. Si tratta in gran parte di famiglie giovani e persone di mezza età. Più in generale, il quartiere di via Pace è invece popolato da molti anziani che vivono soli e molte nuove presenze, tra le quali diverse famiglie immigrate. Qual è la situazione sul fronte dell’integrazione? Percepisco una grande difficoltà nel coinvolgere le persone in iniziative a carattere ecclesiale e sociale. È un pro-
il diacono
il gruppo
«Qui le relazioni funzionano»
Il vescovo Marconi arino Foresi, in pensione dopo aver lavorato come funzionario in un Comune vicino, diacono permanente, pone l’accento «sull’ottimo rapporto intergenerazionale tra giovani e anziani» esistente a Villa Potenza. «I giovani della frazione hanno a cuore le tradizioni che si sono tramandate – ha detto –, e coltivano buone relazioni con gli adulti e gli anziani. Vantiamo una florida e vigorosa Pro Loco e, nello sport, una realtà importante come quella della pallavolo femminile, mentre l’oratorio mette a disposizione i suoi spazi per lo svago. Qui come altrove, però, il problema è il lavoro, nonostante si viva ancora bene. Alcuni giovani, ad esempio, diplomatisi come infermieri sono dovuti emigrare a Londra, altri, più fortunati, devono comunque allontanarsi dalla loro casa. Ecco, allora, che gli anziani diventano una ulteriore risorsa all’interno delle famiglie».
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Fosse: un antico quartiere popolare che il sisma ha privato della chiesa rbanisticamente il quartiere La Pace è U una parte relativamente moderna della città. Una zona che si è sviluppata soprattutto a partire dall’immediato secondo dopoguerra, estendendosi in parte a monte dell’originario nucleo frazionale e principalmente a valle de “Le Fosse”. Così, infatti, i maceratesi chiamano il borgo sorto tra il XVI e il XVII secolo lungo il crinale oltre le mura a ridosso della cattedrale intitolata al Santo patrono. Lungo le case ai lati della ripida
Il parroco: la Pace, necessario far crescere la collaborazione
Le Fosse
via di Borgo San Giuliano, abitavano anticamente famiglie che si dedicavano principalmente all’attività di ortolani nella campagna circostante o alla produzione di canapa. Sembra, infatti, che il nome “Fosse” derivi dalle buche piene
d’acqua (in fondo al borgo c’era l’antica Fonte Pantaleoni) dove venivano messe a macerare le piante di canapa per ottenerne poi i filati. “Li fossà”, come erano chiamati gli abitanti de Le Fosse, hanno sempre avuto una loro parrocchia, San Michele Arcangelo e ufficialmente l’hanno ancora, ma la chiesa è stata resa inagibile dal sisma del 2016 e i fedeli fanno riferimento alla chiesa di Santa Maria della Pace con la quale condividono il parroco don Gianluca Cerolini.(Ale.Fel.)
«Scout: oltre cento i giovani coinvolti» arco Perroni è il capo scout di un gruppo di oltre 100 iscritti, tra capi e ragazzi, lupetti e lupette, che ha base nella parrocchia di Santa Maria della Pace. Una realtà fondata nel 1983 grazie all’iniziativa di due sacerdoti, don Egidio Pietrella e don Luciano Foglia, e dell’animatore dell’epoca, Sauro Buongarzone. «Dopo anni di attività giovanile parrocchiale – ha spiegato Perroni –, il gruppo scout è stata un’evoluzione naturale di questo percorso. Contribuiamo alla pulizia dei parchi, alle animazioni e alle veglie. Ultimamente abbiamo promosso anche una mostra fotografica sui luoghi più belli della nostra regione. La parrocchia è il nostro centro: chi è scout fa anche il catechista, oppure sta nel coro. Grazie al nuovo parroco, don Gianluca Cerolini, abbiamo trovato tutti nuovi stimoli e i frutti si vedono nell’interesse dei giovani».
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Scuola per l’infanzia della Pace: un prezioso servizio educativo uffo che a distanza di tanti anni, io mi trovi a scrivere della B scuola paritaria dell’infanzia e centro dell’infanzia “Figlie dell’Addolorata” del quartiere Pace. L’istituto, infatti, faceva parte del gruppo di scuole che analizzai per la mia tesi di laurea. Svolgeva allora e continua a svolgere un servizio educativo prezioso. Negli anni ’80 era l’unica scuola materna. Una struttura nata proprio per l’accoglienza dei bambini con cortili e spazi didattici ben organizzati. Oggi ci sono 5 insegnanti laiche e una suora, numeri invertiti rispetto all’80. Insieme alle Sezioni dei 3 – 4 e 5 anni c’è anche una sezione dei bimbi di 2 anni. In tanti lo ricordano come luogo magico e piacevole. Aule spaziose
e in una anche il teatrino. C’è anche un vasto giardino, proprio sotto lo stabile, pieno zeppo di giochi. Insieme a tutto questo c’è una forte impronta educativa imperniata sul fare esperienza dello stare insieme nel rispetto e nell’allegria. La collaborazione con le famiglie, la disponibilità del personale docente fa di questa scuola una grande famiglia, dove i bambini vivono serenamente. Particolare attenzione è data al profilo di ogni bambino; forte è l’impegno sull’apertura metodologica e didattica. Si potrebbe dire con De Bartolomeis che in questa scuola si «mettono in gioco capacità di lavoro, doti sociali di autogoverno e di collaborazione e senso di responsabilità». Daniela Meschini
blema della popolazione tanto italiana quanto straniera. Ci sono luoghi di aggregazione? C’è il piccolo centro anziani “La Quercia”, oltre a uno spazio all’aperto dietro la chiesa frequentato dagli appassionati delle bocce. Vi sono anche due bar, uno dei quali vicino alla chiesa che è luogo di ritrovo. A Madonna del Monte c’è un circolo Acli ancora funzionante, seppure ai minimi termini, perché la campagna si è progressivamente impoverita sotto il profilo sociale. Per quanto riguarda le scuole? Segnalo l’Istituto Comprensivo “Enrico Fermi” con una sede distaccata vicina alla chiesa. La scuola materna è gestita dalle suore. Nella sede centrale dell’Istituto viene praticato il metodo Montessori. Quali attività propone la realtà parrocchiale? Allo stato attuale la parrocchia garantisce la pastorale sacramentale, ossia il catechismo tradizionale, frequentato da un centinaio di giovani. Inoltre, da qualche anno è attivo il coro dei bambini oltre al coro degli adulti che anima la Messa domenicale delle 11.15. Ci sono poi vari momenti di adorazione. In particolare, durante l’Avvento, è attiva la Lectio divina tutte le settimane. Presente in parrocchia anche la realtà dell’Agesci. Le attività sono coordinate dal sottoscritto insieme ai collaboratori don Guangtai Jing e don Oscar Mwansa. Inoltre, all’inizio novembre, il comitato che si occupa della festa parrocchiale ha organizzato una castagnata a cui hanno partecipato un centinaio di persone, nonostante la limitatezza degli spazi. Cosa vi aspettate dalla visita pastorale del vescovo? Sicuramente la presenza del Vescovo è uno stimolo, un incoraggiamento, una conferma per molti nella fede. Insomma, tutto ciò che è insito nella figura di un pastore.
Banda Salvadei: parole e musica nel nome dell’amato don Ennio è una musica che nata nel secolo scorso, risuona nelle vie di Villa Potenza anche nel nuovo Millennio. Sono le note del Corpo bandistico di Macerata, fondato nel 1903 e che oggi porta il nome dell’indimenticato parroco don Ennio Salvadei. Lo scorso 1° dicembre la frazione ha ricordato il sacerdote a 40 anni dalla morte nella chiesa del Santissimo Crocifisso. Un lascito culturale e umano che i componenti della
C’
La Banda Salvadei
banda vogliono preservare e tramandare alle nuove generazioni. «Sono contenta che i ragazzi possano proseguire in quella che per tutti noi è stata una grande e preziosa opportunità formativa – ha affermato la responsabile Marta
Montanari a margine della cerimonia –; possiamo affermare con certezza che don Ennio è ancora presente tra noi, ma per rendergli onore dobbiamo fare del nostro meglio per far appassionare i bambini alla musica». Conferma questa convinzione il decano della Banda Salvadei, Giuseppe Pasquali: «Siamo riconoscenti al nostro fondatore, che ci ha donato l’amore per la musica», ha affermato con plastica semplicità. Andrea Mozzoni
Martedì 17 dicembre 2019
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Via Lauretana: con il terzo volume completata l’opera Ricchezza di documentazione e di immagini per ricostruire la vicenda dello storico cammino di fede tra Roma e Loreto
Pontificio, di collegamento tra le due sponde del Mediterraneo, solcato da pellegrini, personaggi di autorità, uomini d’armi e di cultura, come Montaigne, Cartesio, Galileo o Mozart, solo per citare alcuni dei nomi più illustri. Così, nel 2016 è stata data alle stampe la “Parte terza: il percorso marchigiano”, con prefazione di Roberto Sani e postfazione di Giuseppe Santarelli, seguita nel 2018 dalla “Parte seconda: il percorso umbro”, con introduzione del cardinale Gualtiero Bassetti e postfazione di Giovanna Casagrande, e nel 2019 dalla “Parte prima: il percorso laziale”, con introduzione del cardinale Angelo De Donatis e postfazione di Paolo Buonora. «La ricerca scientifica, che scrupolosa indaga la via e insieme i suoi valori artistici e i significati religiosi – sono le parole del porporato romano –, contemperando col giusto equilibrio la dimensione tecnica e quella semantica, è inoltre esemplificata e comu-
enerdì 6 dicembre presso l’Archivio di Stato di Roma è svolta la presentazione de “L’Antica Via Lauretana. Viaggio «si’ corporale, come spirituale» da Roma a Loreto”, opera in tre volumi scritta dall’architetto Giacomo Alimenti e pubblicata dalle Edizioni Università di Macerata. Concepita e realizzata insieme al professor Roberto Sani di Unimc, è nata in seno alla Scuola di Dottorato dell’Ateneo e affronta l’analisi del noto itinerario di fede che univa le due città– santuario di Roma e di Loreto, ristrutturato per volere di Gregorio XIII a ridosso del Giubileo del 1575 e rimasto per secoli l’asse viario principale dello Stato
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nicata con l’ausilio di fotografie dello stato odierno dei luoghi cosi come di cartografia storica e immagini d’epoca, composte in un’armonia ricercata e sapiente». «Lavori come questo – ha scritto Giovanna Casagrande – sono “monumenti” per la vastità di dati e di immagini: borghi e città, stazioni di posta, locande, osterie, alberghi, luoghi di culto… Se l’intento è stato quello di proporre un’indagine ricostruttiva esauriente della Via, la meta – è il caso di dire – mi pare raggiunta». La presentazione, curata dalla Fondazione Mastrocola e patrocinata dal progetto Cammini Lauretani, è stata celebrata con una conferenza svolta a Roma nella suggestiva Sala Alessandrina, presso il Complesso di Sant’Ivo alla Sapienza. Ad avviare l’esposizione dei contributi scientifici è stato il direttore Buonora, con «La Flaminia, le Flaminie, e la “Strada Romana che va a Loreto”»; è intervenuto quindi l’architetto Enrico da Gai: «Un la-
voro interdisciplinare. La ricostruzione del “percorso storico”»; il professor Sani: «La Via Lauretana: itinerario esperienziale di “formazione cristiana”» e il vice direttore dell’Istituto di Studi Storici Postali “Aldo Cecchi” di Prato, Bruno Crevato–Sevaggi: «La “Strada Postale”: il viaggio in posta da Roma ad Ancona per Loreto”». La conclusione è stata del cardinale vicario di Roma De Donatis, con «Loreto, ieri e oggi»: «Auspico che questo studio costituisca un efficace strumento di conoscenza dell’antico itinerario di fede, che per il suo altissimo valore simbolico merita senz’altro di essere riscoperto e adeguatamente valorizzato. L’augurio è che tanti lettori possano farsi pellegrini sulle pagine di questo volume, come sospinti da Maria, «la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna» (Francesco, Gaudete et exultate, n. 176). Piero Chinellato
L’attenzione alle persone in difficoltà, italiane o immigrate, ha nel capoluogo un punto di riferimento sicuro e cordiale, ieri come oggi
I trent’anni del Centro di ascolto Nel 1989 monsignor Carboni scelse di investire sulle persone. Investimento duplice: servire chi era nel bisogno, crescere ed educarsi alla carità DI
MARIO BETTUCCI
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ncontri e racconti per narrare 30 anni del Centro di Ascolto e di Prima Accoglienza di Macerata. Una storia che si sovrappone a quella della Caritas Diocesana di Macerata quando nel 1989 i co–direttori di quegli anni, Giampiero Cacchiarelli e Manuela Cocci Grifoni, insieme ad alcuni volontari e obiettori di coscienza, diedero vita all’associazione di volontariato come strumento che potesse interfacciarsi con le amministrazioni locali, e nello specifico con i servizi sociali, nei percorsi di accompagnamento e sostegno a persone e famiglie in difficoltà. Ancora si era in una fase pioneristica rispetto a quanto la stessa Conferenza episcopale italiana stava studiando in termini di “figura giuridica” per gli enti gestori delle opere socio–pastorali avviate dalle Caritas diocesane, e la legge sul volontariato sarebbe uscita solo due anni dopo. Un primo nucleo di centro di ascolto era già nato nel 1987 ospitato dalla parrocchia di Santa Croce. Nel 1989 il vescovo Tarcisio Carboni, durante la prima fase del Sinodo Diocesano, volle rendere visibile il segno della carità della Chiesa locale destinando alla Caritas diocesana parte degli attuali locali di Rampa Zara, al primo piano, per la comunità degli obiettori e per coloro che avevano bisogno di accoglienza. Successivamente, nel 1995, quale segno frutto del Sinodo diocesano che si era chiuso, venne inaugurata la mensa al piano terra, dopo il risanamento dei locali occupati in precedenza da una autocarrozzeria. Quello di monsignor Carboni fu un segno forte e una scelta profetica: anziché investire in una rendita economica scelse di investire sulle persone. L’investimento era duplice: servire chi era nel bisogno, sostenere e accompagnare e contemporaneamente crescere ed educarsi alla Carità. Si è andati avanti con alti e bassi, rimodulando ogni volta gli spazi e i servizi interpretando le storie delle
persone che passavano al Centro. La donazione di un immobile ci permise di realizzare quattro mini appartamenti per l’accoglienza di donne sole con minori o vittime di violenza, accoglienza femminile che al Centro di rampa Zara non era possibile. Attualmente gli stessi alloggi sono utilizzati in un progetto di “Housing First” in collaborazione con l’Ambito Territoriale Sociale n.15 di Macerata, dove la disponibilità di una casa è la risposta primaria nelle linee di indirizzo nel contrasto alla grave emarginazione adulta. Anche l’accoglienza di stranieri è stata rimodulata tenendo conto della chiusura dei Centri di Accoglienza Straordinaria: non abbiamo partecipato ai nuovi bandi delle Prefettura dopo i due Decreti Sicurezza perché riteniamo che l’accoglienza non significhi solo vitto e alloggio, ma anche integrazione e autonomia. Il Centro rimane comunque punto di riferimento sia per coloro che escono dal progetto ex Sprar, sia di minori stranieri divenuti maggiorenni, potendo sviluppare progetti di accompagnamento e di autonomia con il Comune di Macerata e altre realtà associative locali. Non ultimo anche l’esperienza dei Corridoi umanitari attivata dalla Diocesi. Il Centro di Ascolto e di Prima Accoglienza è anche testimone delle tante risorse di volontariato presenti sul territorio. E per valorizzare maggiormente questo aspetto i prossimi incontri in programma per il trentennale saranno sviluppati attorno a tematiche che in questi anni ci hanno visto collaborare con diverse realtà associative, valorizzandone le specifiche peculiarità in confronti e formazione. Ricordare questi 30 anni non vuole essere un’operazione nostalgica ma una narrazione volta a dare spunti per andare oltre. Sabato 30 novembre è stata l’occasione per far ritrovare persone che non si vedevano da anni, ma anche di ascoltare dai racconti dei protagonisti, come anche dalle testimonianze di alcuni ospiti, parole utili a pensare la strada che abbiamo davanti: “lanterna per la città”, “porta aperta”, sono solo alcune delle sollecitazioni emerse. Infine, guardando vecchie foto, e ripensando agli ultimi progetti realizzati, ci siamo resi conto di essere uno dei due stipiti, insieme al Palazzo Buonaccorsi, posti all’ingresso del centro storico di Macerata: l’accoglienza e la cultura. Due “tipicità”, che nonostante tutto, ancora contraddistinguono la città di Macerata.
30 novembre: un momento dell’incontro commemorativo del trentennale del Centro di Ascolto
Un antico obiettore: «Per me fu un’esperienza davvero decisiva» «I valori appresi in quel periodo mi hanno accompagnato per tutta la vita, soprattutto nel lavoro in un ente pubblico» orse non è esagerato affermare che l’esperienza maturata nei venti mesi di servizio civile prestato come obiettore di coscienza presso la Caritas di Macerata sia stata più importante, per il mio lavoro, dei quattro anni di Giurisprudenza. Il Centro di ascolto, alla fine degli anni Ottanta, era ospitato in una stanza della parrocchia di Santa Croce. Gli obiettori condividevano un appartamento nel quartiere di Montalbano. Intorno a questo gruppo e-
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terogeneo si era formata una piccola corte dei miracoli: gente venuta da chissà dove, uomini senza fissa dimora della cui vita si conoscevano solo le storie da essi raccontate. Come Giuseppe, pastore sardo, che parlava sempre della sua isola. Oppure Nazzareno, dal marcato accento romano che affermava di essere una guardia penitenziaria in pensione, accoltellata a suo tempo da Renato Vallanzasca, e tanti altri. Si mangiava insieme. Si sperimentava la bellezza dell’ospitalità, la possibilità rischiosa di accogliere senza giudicare. I valori appresi in quel periodo mi hanno accompagnato sempre, soprattutto nel lavoro. Perché anche in un ufficio pubblico è possibile ascoltare ed accogliere le persone che versano in uno stato di grave difficoltà. E adoperarsi affinché
questi atteggiamenti divengano parte di una visione organizzativa condivisa all’interno di una amministrazione. Ripensavo a questi argomenti, mentre Mario ripercorreva la storia del Centro di ascolto e di prima accoglienza. Del suo discorso mi aveva colpito la sottolineatura che il Centro era rimasto sempre aperto. Sempre, tranne il 3 febbraio dello scorso anno, giorno della sparatoria per le vie di Macerata. Quel sabato il portone di via Zara era rimasto chiuso. Non a causa della paura che aveva attanagliato la città, ma per proteggere i ragazzi di colore che si trovavano all’interno. È sorprendente come una stessa vicenda, se osservata da un differente punto di vista, possa cambiare radicalmente significato. Forse i fatti di Macerata andrebbero raccon-
tati immaginando di essere all’interno del Centro, dietro quel portone chiuso, attraverso lo sguardo sgomento dei suoi ospiti. Chissà che effetto farebbe, questo ribaltamento di prospettiva… Ho sempre pensato che dovremmo riappropriarci della capacità di raccontare. Raccogliere storie, riflettere sul loro significato, farle diventare patrimonio condiviso. È un compito che non possiamo delegare a nessuno. Il motivo l’ha espresso Francesco de Gregori in una delle sue canzoni più belle: «La storia non si ferma davanti ad un portone, la storia entra dentro le stanze e le brucia, la storia dà torto e dà ragione. La storia siamo noi, queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da masticare…». Giancarlo Cartechini
Le Marche e il Natale della tradizione a tavola Si cominciava a pensare alla festa fin dall’inizio del mese Dopo il digiuno della Vigilia la tavola più ricca dell’anno DI
UGO BELLESI
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elle Marche la ricorrenza del Natale viene considerata la più bella dell’anno. E la tradizione più antica vuole che si cominci a pensare alla natività di Gesù fin dai primi giorni di dicembre. Infatti, la vigilia della festa della Madonna di Loreto, nell’Ascolano a cena si doveva mangiare di magro (come la vigilia di Natale) e cioè spaghetti in salsa di acciughe, tonno, vongole ecc. È per questo che si diceva “celebrare il Nataletto”. Il 10
dicembre, festa della Madonna di Loreto, nel seminario di Urbania, dopo la Messa delle 3 di notte, si mangiavano ceci, fave e mais (abbrustoliti sui mattoni arroventati del focolare della cucina), nonché “bastoncelli” (piccole cialde). Il 13 dicembre, festa di santa Lucia, nelle campagne delle Marche c’era l’abitudine, da parte dei fidanzati, di offrire alla fidanzata marroni e 12 arance. Invece a Fabriano c’era la “fiera dei pastorelli” e i fornai preparavano con la pasta di pane pupazzi con chicchi di pepe nero al posto degli occhi e un candito al posto della bocca. Il 20 dicembre, infallibilmente, cominciavano gli acquisti destinati alle feste natalizie. Le vergare dalla campagna raggiungevano la città per acquistare arance, mandarini, limoni, castagne, anguilla, papalina, e anche carta colorata per addobbare in qualche modo la cucina. In farmacia si
acquistavano le “dosi” per fare i dolci. Ma non andavano in città a mani vuote perché quelle donne portavano uova, forme di pecorino, galline, capponi e tacchini. Dal 21 al 29 dicembre, a Fabriano, tutti i giorni lungo la strada che portava al mattatoio si svolgeva la “caccia al bue” che era destinato ad essere ucciso. Dalla sera del 23 alla sera del 24 dicembre si osservava il digiuno completo. Però i bambini, al pranzo del 24, potevano assaggiare qualcosa. La vigilia di Natale, mentre il vergaro si recava in paese per comperare l’anguilla, l’aringa e le “sarache” (sardelle), le donne di casa cominciavano a preparare i dolci natalizi come il “pistinco” (o “crustingu” o “frustingu”) e li “caciù co la faetta” (ravioli ripieni di fava). L’intero pomeriggio era dedicato alla preparazione dei piatti per la cena della vigilia (che era sempre di magro) e per il pranzo di Natale (con gli
immancabili cappelletti alla cui confezione partecipavano anche i bambini, ma c’era anche chi preferiva i vincisgrassi). Sempre la vigilia di Natale era tradizione tra fidanzati di scambiarsi doni. Il fidanzato incaricava un Pranzo di Natale: bambini che scartano i regali sotto la “pista” parente o un amico (chiamato “somaru” o “somara” a seconda se uomo o donna) per portare alla fidanzata minestrone di pasta e ceci oltre al baccalà. castagne, aranci, fichi secchi e noci). La La famiglia si riuniva poi attorno al fidanzata invece di solito ricambiava con focolare dove si stavano lessando le un paio di galline (o con due capponi) ma castagne (che erano il regalo del fidanzato anche con una camicia. della figlia per i futuri suoceri) e si beveva Ai rintocchi dell’una di notte (tra 24 e 25 vino ma anche un punch. Le famiglie più dicembre) in tutte le case si dava il via al benestanti invece mangiavano spaghetti in “satollacciu” o “magnò”. In campagna le salsa si acciughe (o di tonno, oppure anche vivande di magro erano costituite da di vongole).