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olti l’hanno conosciuta per la diretta della Messa di inizio M del Pellegrinaggio Macerata–Loreto,
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ritrasmessa in tutta Italia dal circuito Corallo; altri hanno seguito lo spoglio delle elezioni o le sedute del Consiglio comunale di Macerata. È EmmeTv. Per incontrarla e fare amicizia è sufficiente andare sul Canale 89 e, nel caso, risintonizzare il decoder. Vi aspettiamo presto.
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MACERATA
Martedì, 20 giugno 2017
Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia
Il terremoto e il calo dei sacerdoti impongono scelte nel segno della collaborazione
l’assemblea
Una pastorale da convertire Le Unità pastorali devono procedere nell’integrazione. Chi è più impegnato deve comunque mettersi al servizio dei più deboli nelle parrocchie
in cammino. Scoprirsi sempre più Chiesa tra tutti gli uomini DI
DI
NAZZARENO MARCONI *
D
I
l Convegno Pastorale con cui abbiamo appena concluso il cammino di quest’anno dedicato al tema della Carità era stato programmato nel giugno 2016, primo di un percorso triennale di revisione della Pastorale Fondamentale portata avanti dalle nostre parrocchie negli ambiti della Carità, della Catechesi e della Liturgia. A questo percorso si doveva intrecciare un cammino di preparazione della Visita pastorale. «L’uomo propone e Dio dispone», dicevano i nostri vecchi. Il giugno 2016, solo un anno fa, sembra lontano un secolo, perché da esso ci separano: la scossa di terremoto del 24 agosto 2016 e le due potenti repliche del 26 ottobre. Quella fortissima del 30 ottobre – 6.5 – e infine la nuova sequenza di quattro scosse del 18 gennaio 2017. Il terremoto ci ha fatto guardare alla realtà, anche della vita pastorale, in maniera diversa. In questa situazione di emergenza abbiamo meglio compreso come non potevamo più ignorare un calo repentino del clero attivo, dovuto all’età e alla salute. Per questi due motivi in soli tre anni un terzo del nostro clero si è ritirato da un impegno pastorale continuativo e rilevante, senza poter essere sostituito. La situazione di riduzione del clero, le problematiche legate al terremoto, i cambiamenti significativi e veloci nella vita e nella mentalità delle persone, ci pongono davanti alla necessità, non più derogabile, di una “conversione pastorale” cioè un cambiamento nel fare la Pastorale, quello che papa Francesco chiede da tempo alla Chiesa italiana. Questo comporta la scelta convinta delle Unità pastorali, dove si deve fare insieme ciò che è possibile, per non disperdere le forze mantenendo inutili doppioni. Lavoran-
Treia, il presbiterio del Santuario del SS. Crocifisso, gravemente lesionato dal terremoto
do per unificare presto i Consigli pastorali e gradualmente, ma celermente, anche i Consigli per gli affari economici e giungere a Gruppi Caritas di unità pastorale. La sfida e l’impegno che abbiamo davanti è di garantire a tutti una Pastorale fondamentale: catechesi alla fede e ai sacramenti, pastorale giovanile, corsi per fidanzati, cammino di sostegno per le famiglie, cura nella celebrazione dell’Eucarestia domenicale e delle feste, assistenza spirituale ai malati, proposte di momenti di preghiera e catechesi nei tempi forti dell’Avvento e della Quaresima, proposte concrete per vivere la Carità. Per favorire questa Pastorale fondamentale è indispensabile rinunciare alla creatività individualista e accettare di rendere le proposte di base semplici e uguali su tutta la diocesi. Così gli Uffici pasto-
rali potranno elaborare sussidi e occasioni formative perché tutti possano fare ciò che è basilare con il minor sforzo e il maggior risultato. Chi ha possibilità e genio è incoraggiato non a camminare da solo, ma a mettere a frutto per il bene di tutti i suoi talenti e i suoi carismi. Quindi se si sviluppano progetti più esigenti e forti, ad esempio di Corsi per fidanzati più lunghi e strutturati, di Cammini formativi per giovani, di Scuole di preghiera per giovani ed adulti, di Cammini di catechesi più esigenti… una volta approvati a livello diocesano verranno proposti senza gelosie e senza sindacare se le persone che partecipano vengono da altre zone della diocesi. In questa logica l’azione dei consacrati, dei movimenti e di realtà similari, non saranno sentite come una minaccia, ma come un’opportunità per far
crescere le persone nella fede. Con una immagine possiamo dire che dobbiamo aiutare tutti a “camminare” nella fede, senza impedire di “correre” a quelli che sono disponibili a farlo. Quello che come vescovo esigo è che: per non essere una Chiesa diocesana che scarta i deboli, tutti – e sottolineo il “tutti” – coloro che scelgono di fare un percorso di fede più ricco e più impegnativo, sia in parrocchia che nei movimenti, si mettano a servizio dei più deboli, dando alle parrocchie un sostegno per far funzionare la Pastorale fondamentale. La riflessione ampia ed articolata sulla Carità, che ha segnato questo anno e di cui parlano altri articoli di questo numero, è già un importante passo in questa direzione di crescita e di impegno. * vescovo
giovani
Lungo vie e piazze della città accompagnando l’Eucaristia
estate. Finita la scuola è tempo di uscire di casa per crescere DI FLAVIANO
omenica un fiume di persone si è impadronito pacificamente delle vie del centro storico di Macerata in occasione della processione per la solennità del Corpus Domini, festa istituita nel 1264 da papa Urbano IV. Alle 18 il vescovo Marconi ha celebrato la Messa in piazza Strambi, causa l’inagibilità della cattedrale di San Giuliano. Nell’omelia il vescovo ha ricordato che «Il cristiano vive di tre cose: del pane frutto del lavoro che dà dignità, perché la vita sulla Terra non è da vagabondi né da approfittatori; poi del pane che viene dal cielo, il nutrimento che ci giunge da Dio, che celebriamo nell’Eucaristia, e infine della Parola del Signore, senza la quale rischiamo di perderci nella vita». L’omelia si è conclusa con una tri-
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D’ERCOLI
L’
entusiasmo è il segno di vitalità di un giovane. Terminare l’impegno dello studio e avventurarsi in lunghe dormite a tempo indeterminato è il modo migliore per deprimere ‘lo spirto guerrier ch’entro [un giovane] rugge’. Ecco perché è importante che dopo la scuola e dopo due giorni (massimo tre nei casi più acuti) di sonno ben curato è bene preparare con i giovani e per i giovani un tragitto di impegno e di coinvolgimento. Piuttosto una sana avventura di gioco, di vita in comune, di orari scanditi e di appuntamenti da onorare: i ragazzi non sono spaventati da queste “rigidità”; sono, al contrario, indeboliti dall’indefinito. Da anni, ormai, assisto alla conferma, valida per tutti, che l’immersione totale, per un tempo prolungato, in un ambiente costruito per il riposo attivo – cambiando lavoro, appunto – rende i nostri figli sorgente di vita nuova e promuove speranza per i più grandi. Tornano a casa stanchi nel fisico ma più vivi nel cuore e nella mente. I Gr.Est. e le Estate ragazzi di tutti gli oratori sono tanto più efficaci quanto più sono impegnativi, sia per gli animatori che per gli animati: a dimostrazione del fatto che non è il lavoro a “stressare” ma l’insignificanza della fatica. Si è felici di dare la vita per qualcosa che è a servizio della vita. Uscire di casa è una conquista quando si esce per crescere! In una società in cui i giovani restano in famiglia fino ad esserne soffocati, l’Estate è un’occasione d’oro per lasciar partire i nostri figli. I famigerati “Campi Scuola” sono il tempo opportuno per alimentare il desiderio di andare. Un viaggio salutare da cui si torna sapendo che la nostra casa è, sì, nostra ma è anche piccola, che il mondo è più grande e ci aspetta. L’oratorio, con una consolidata continuità, propone con fedeltà esperienze piene di rischi e piene di vita: l’ideale per ogni giovinezza. Buona estate!
EGIDIO TITTARELLI
La Messa del Corpus Domini davanti al Duomo
plice invocazione: «Che il Signore non ci faccia mai mancare la comunione tra noi e con Lui; che il Signore non ci faccia mai mancare la luce della sua Parola; che il Signore ci aiuti a vivere nella dignità del lavoro e della vita insieme». Subito dopo la fine della Messa si è mossa la lunga processione, cui hanno preso parte autorità, sacerdoti e religiosi, membri di numerose confraternite, bimbi con l’abito della Prima Comunione e tanti fedeli. La conclusione di nuovo dinanzi al Duomo, col vescovo che ha impartito «la benedizione del Signore, che abbiamo portato in processione per le nostre strade, sia benedizione per le nostre famiglie, in particolare per i piccoli e per gli ammalati». (P.Chi.)
opo un anno di cammino sulle orme del Buon Samaritano, la nostra chiesa diocesana si è riunita per fare il punto sul cammino vissuto e per indicare priorità e prospettive per il prossimo anno sul tema “Chiesa sinodale e ministeriale che testimonia la carità nel quotidiano”. Dopo il Giubileo della Misericordia e riprendendo in mano il Libro del Sinodo Diocesano, il vescovo Nazzareno ci ha indicato il percorso dei prossimi anni segnato dall’attenzione alla carità, alla catechesi e alla liturgia come fondamento della pastorale ordinaria nelle nostre comunità. In questo anno ci ha accompagnato la riflessione sulla parabola del Buon Samaritano, a partire dalla lettera pastorale che ci è stata consegnata a settembre e che è stata punto di riferimento per tutta l’attività di questo anno, sia negli incontri di formazione per operatori pastorali e sacerdoti, sia nei consigli pastorali parrocchiali o di unità pastorali, sia nel cammino ordinario delle nostre comunità. Dalla lectio del vescovo, che ci ha offerto una rilettura del cammino fatto e una riconsegna della parabola, sono emerse alcune attenzioni che orienteranno il cammino del prossimo anno. Innanzitutto l’attenzione allo sguardo perché la carità inizia dallo sguardo, dal vedere e conoscere la realtà in cui viviamo e la situazione di chi è con noi. Senza questa attenzione allo sguardo, la carità rischia di essere un gesto emotivo e centrato più sulla nostra generosità e sulle nostre idee di carità che una risposta vera e concreta alle persone e alla realtà. Un’altra attenzione è quella alla prossimità: il samaritano vede e si avvicina per vedere meglio, ci diceva il vescovo nella lectio divina; questo indica una conversione pastorale che ci fa passare da una Chiesa che va verso gli altri, a una Chiesa che si scopre tra gli altri, in uno stile di condivisione di vita. Inoltre è indispensabile uessere attenti alla concretezza perché, come ci ha ricordato in un incontro di formazione monsignor Luca Bressan, la carità «parte dagli occhi, passa per la mente e giunge alle mani» e anche padre Sebastian, dei missionari della carità di Madre Teresa: «È meglio accendere anche solo una candela, che limitarsi ad imprecare contro il buio». Un’altra attenzione è quella della creatività perché, ci ha ricordato il vescovo «la Carità non è un concetto astratto e immutabile, ma un modo cristiano di amare, che è attento e guarda bene al mondo che cambia, per questo diventa creativa». Infine va prestata attenzione alla comunione perché «la carità da fatto individuale deve diventare sempre più un impegno comunitario», come ci ha indicato in un altro incontro di formazione il direttore di Caritas Italiana, monsignor Francesco Soddu e come già ci aveva detto il nostro Sinodo Diocesano: «Presupposto indispensabile per una reale e credibile testimonianza della carità è un vissuto ecclesiale che si realizza in uno spirito di vera comunione». Siamo in attesa di condividere il frutto della riflessione dei Laboratori per poi discernere insieme al vescovo e ai consigli pastorali e presbiterale il cammino del prossimo anno, segnato da alcune attenzioni comuni per vivere la carità nel quotidiano delle nostre comunità. Un cammino che continua e che cerchiamo di condividere insieme in uno stile sinodale.
«L’anno in cui abbiamo imparato a ri-farci prossimi» DI
MARIO BETTUCCI E MARINA RINALDI
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bbiamo concluso l’anno della carità? L’anno sulla carità? O sulle opere di carità? Di sicuro un anno in cui ci siamo educati alla carità, a partire dalla domanda del dottore della Legge: chi è il mio prossimo? Il percorso pastorale che proseguirà anche per i prossimi due anni, ha l’obiettivo di riprendere le tre dimensioni che connotano la Chiesa conciliare: l’Annuncio del Kerigma e le forme dell’evangelizzazione, la Liturgia quale fonte e culmine di tutta la vita cristiana, la Carità quale conferma della fede: credere in Gesù Cristo Figlio di Dio e di amarci gli uni gli altri (cfr 1Gv 3,23). Ogni battezzato – come ogni Chiesa locale – è chiamato a testimoniare con la vita la sua fede. La testimonianza della Carità esige di spezzare l’unico pane; quello della Parola di Dio e quello della carità, come il pane del-
l’Eucarestia, non sono pani diversi: sono la persona stessa di Gesù che si dona agli uomini e coinvolge i discepoli nel suo atto di amore al Padre e ai fratelli (ETC 1). Chi è il mio prossimo? Nella professione di fede di ogni Pasqua settimanale la Chiesa si impegna a guardare il mondo per cogliere la novità e il cambiamento, per riordinare le modalità di farsi prossimo a chi incontra per la strada. E un primo suggerimento, sulla scia delle tante sollecitazioni di papa Francesco, è che sulla strada bisogna starci, porsi in ascolto delle persone lì dove vivono: incontrarli, ascoltarli, ma anche accompagnarli, sostenerli, curarli, vestirli, dare loro di che sostenersi, perché la dignità della persona non venga meno. Chi è il mio prossimo? È richiesto un cambiamento di posizione: non l’atteggiamento filantropico, seppur utile, ma quello di chi sa abbassarsi per comprendere il bisogno e le cause che lo hanno generato. Serve un di-
scernimento comunitario. Se la Carità è lo sguardo per leggere il cambiamento, la carità delle mani è la conseguenza della carità dello sguardo e dell’intelligenza: parte dagli occhi, passa per la mente e diventa cultura. Solo allora avremo consapevolezza se il pacco di farina donato è la risposta giusta al bisogno di quella persona. Chi è il mio prossimo? Dobbiamo conoscere il mondo in cui viviamo; non è sufficiente essere lì a curare le ferite, occorre guardarsi intorno per coinvolgere chi ha quel “di più” che noi non riusciamo a dare. E la testimonianza della carità diventa contagiosa. Altro suggerimento è quindi di fare rete. Nel convegno pastorale diocesano vissuto la scorsa settimana ci è stata riconsegnata la lettera pastorale “Ri–farsi Prossimo” dal vescovo Nazzareno, e abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con quanto le comunità parrocchiali stanno vivendo a partire dalla visuale della nostra Chiesa locale: l’Osservato-
rio delle Povertà e delle Risorse e il Rapporto sulle povertà “Non possiamo più aspettare” sugli anni 2013–2015. Il terremoto ci ha poi accompagnato sin dall’avvio del percorso di Formazione per operatori pastorali ed è stato una opportunità di crescita come comunità, per una una pastorale da riorganizzare anche nelle piccole cose, nell’ordinarietà della vita parrocchiale e in quella delle tante realtà ecclesiali con al centro la famiglia. Nell’ordinario della vita della nostra Chiesa vi è anche spazio per l’accoglienza di chi è sfuggito a guerre, conflitti, carestie, dall’Africa come dall’Asia. Un angolo forse nascosto ai più, ma che è la voce silenziosa della carità che si fa accoglienza. Saremo sollecitati a rispondere all’appello del Papa dando disponibilità, nelle forme dell’accoglienza famigliare e parrocchiale, al corridoio umanitario dall’Etiopia attivato dalla Cei: un modo per contribuire allo sviluppo umano integrale.
Martedì 20 giugno 2017
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Sacerdoti, esercizi spirituali vicini al cuore del Papa Il clero diocesano in Val di Fassa sarà guidato nella preghiera dal nuovo vicario di Roma, monsignor Angelo De Donatis DI GIANLUCA MERLINI
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oi, gruppo di sacerdoti diocesani, siamo arrivati a destinazione per quella pausa di riposo nel corpo e nello spirito, al 19 al 23 giugno, che il vescovo Nazzareno ci ha proposto. Tempo di esercizi spirituali necessari per fare il punto della situazione, per fare i conti dei pro e dei contro, per chiedersi a che punto si è arrivati e verso dove si sta andando. Tempo propizio perché si possa riscoprire la bellezza del pregare con calma, dell’ascolto vissuto bene e con il tempo necessario, della condivisione vera e fra-
terna. Spazio, quello scelto questa volta dal nostro vescovo, che sicuramente resterà impresso non solo nel cuore ma anche nei nostri occhi. Immersi nello scenario straordinario della Val di Fassa in Trentino, che farà da sfondo a questi giorni di ricarica spirituale, avremo la gioia di ascoltare le meditazioni e le riflessioni di monsignor Angelo De Donatis, appena nominato dal Santo Padre Francesco suo nuovo vicario generale per Roma e con lui potremo confrontarci. Una gioia grande, quella di avere con noi un vescovo tra i più vicini al Santo Padre al quale chiedere e dal quale imparare a conoscere veramente il cuore del Papa. Riflettere, meditare e pregare: gli esercizi devono far ripartire dall’essenziale per scendere poi dal monte – letteralmente questa volta – e riportare nel quotidiano quanto il Signore vorrà donare. Sono previsti momenti di meditazione all’interno
di una casa di spiritualità (www.lalumderoisc.it) e momenti all’aperto, vicino alle splendide Dolomiti: questa esperienza ristabilisca in tutti noi la forza della fede, dell’entusiasmo dei primi momenti. Tempo anche dedicato all’amicizia dei sacerdoti e tra i sacerdoti. Una faccia della medaglia questa che tante volte non si considera. È bello sentire talvolta nelle nostre realtà ecclesiali le affermazioni della gente che, quasi colpita, afferma essere bello vedere due preti amici, due preti che si vogliono bene, che si aiutano. L’amicizia tra i sacerdoti non è purtroppo scontata, ma è possibile. Solo pochissimi hanno avuto la grazia di vivere il tempo del seminario insieme e così coltivare un’amicizia, una conoscenza che nasce da lontano. Tutti siamo uniti dalla grazia sacramentale che ci chiama, ci ama e ci manda, ci costituisce pastori: non uno di più e uno di meno. Tutti siamo tali davanti a
Dio e davanti agli uomini. Sentirsi amici è un aspetto bello da riscoprire per vivere meglio il proprio ministero, la propria vocazione e farla diventare dono e per questo proposta anche alle nuove generazioni. Coloro che non potranno partecipare sicuramente avranno la gioia della condivisione che potrà nascere dal racconto che viene dal dono vicendevole. I sacerdoti non sono per sé stessi ma essenzialmente sono dono per gli altri. Esercizi dello spirito sì allora, ma anche esercizio di donazione: un tempo e uno spazio bello perché si possa riscoprire la bellezza e la gioia di stare insieme e di volersi bene anche se si hanno età, storie, provenienza e sensibilità spesso lontane. Ci affidiamo, insieme al nostro vescovo Nazzareno e al vicario del Papa Angelo, alle cure amorevoli della nostra amata patrona la Madonna della Misericordia.
Casa La Lum de Roisc, a Soraga (Tn)
Oltre ventimila fedeli hanno compiuto a piedi il percorso notturno fino alla Santa Casa: l’immagine di un popolo alla ricerca di Dio
«Pellegrini per amore degli altri» DI
GIUSEPPE LUPPINO
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o auguro che questa sera, nel cammino e nel pellegrinaggio, ognuno di voi senta la voce di Gesù: “Mi ami tu?”. Che pensi e risponda a Gesù. E poi domandagli a Gesù: “Gesù, mi ami tu?”. E che tu senta quello che Gesù dice al cuore...». È la voce di papa Francesco, sabato sera 10 giugno, in diretta telefonica allo Stadio, che richiama il tema del 39° Pellegrinaggio: “Mi ami tu?”, «…una frase a due sensi: come la strada ha due sensi».
Macerata-Loreto, 39ª edizione del cammino che ha preso il via il 10 giugno con la telefonata di papa Francesco: «Gesù chiede: mi ami tu?». Molti i terremotati tra i partecipanti A introdurre le parole del Papa, mentre entra la Fiaccola della Pace che Bergoglio aveva benedetto il mercoledì precedente in piazza San Pietro, è don Giancarlo Vecerrica, animatore da sempre dell’evento. Tanta la gente – oltre ventimila – ad ascoltare; tra loro anche persone coinvolte nei servizi; tutti già richiamati – da don Luigi Traini ed Ermanno Calzolaio che salutano e introducono il gesto – alla consapevolezza di ciò che li vedrà protagonisti durante la Messa e lungo il cammino notturno verso la Santa Casa di Loreto. Il rischio è di prescindere dalla realtà, dalla presenza reale di Cristo sperimentabile nell’unità della Chiesa che si mostra nel pellegrinaggio. Se non fosse così, il gesto si ridurrebbe a numeri, attivismo, fatica o ambizione personale. Occorre «prendere coscienza del vero bisogno» che ci costituisce «perché solo così potrete camminare in un modo non meccanico e non scontato», scrive don Julián Carrón, presidente di Cl, nel messaggio distribuito insieme al libretto guida e alla coroncina del Rosario. Giungere alla mèta sarà anche per dire sì a «Gesù e a Maria che aspettano», chiede in un video–messaggio il vescovo di Leiria–Fátima António Marto, «per essere collaboratori nel Suo disegno di misericordia sul nostro mondo che sta vivendo la terza guerra mondiale in episodi, a pezzi, come dice papa Francesco». Il cardinale Kevin Joseph Farrel, prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, presiede la Messa, concelebrata da altri prelati – tra cui il cardinal Edoardo Menichelli, l’arcivescovo di Panama José Domingo Ulloa Mendieta, monsignor Claudio Giuliodori, monsignor Stefano Russo.
Durante l’omelia, rivolgendosi in particolare ai giovani, Farrel dice: «Gesù non vi rifiuta la sua amicizia, anzi in questa notte vi chiede ancora una volta di amarlo perché non vi ritiene indegni di essere suoi amici. Anzi, lui che è l’amico fedele, ha il potere di rendere anche voi fedeli. Sono certo che, come Pietro, questo è il desiderio profondo che abita il cuore di tutti voi, anche se inconsapevolmente». Anche il vescovo di Rieti Domenico Pompili ha inviato un video messaggio, ricordando che «il terremoto che ha devastato il Centro Italia non è una fatalità né una punizione». Un cartello tra la gente ricorda: “Non crolliamo e non molliamo”. Molte le persone arrivate dalle zone colpite dal terremoto, e tra le intenzioni di preghiera non poteva mancare proprio questa. Il sindaco di Macerata Carancini, dal canto suo, è già proiettato al 2018, auspicando la presenza di Francesco a Macerata per la 40ª edizione del pellegrinaggio. Il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi saluta i presenti, ringrazia chi si è adoperato «in modo instancabile nel preparare bene questa nuova tappa del pellegrinaggio», iI movimento di Comunione e liberazione e «in modo del tutto speciale, il carissimo monsignor Giancarlo Vecerrica». Riprende quindi il tema e ricorda che «Pietro siamo noi: rinnegatori pentiti, discepoli fragili… È l’umiltà di cui abbiamo bisogno per riconoscere che abbiamo dimenticato il valore profondo di parole come: amore, dono, gratuità, perdono, padre, madre e forse anche “uomo”». E conclude: «Domattina salutandoci ci diremo: “Gesù… fratello… sorella… ti voglio bene” e quel pudore ritrovato, nell’usare la parola amore, sarà una bella scoperta e una eredità del pellegrinaggio da portare a casa». Un bel carico di esortazioni, di inviti e di impegni da caricare nello zaino per offrirli a Maria che accompagna e attende tutti. A Sambucheto il consueto incontro con il SS. Sacramento esposto fuori della chiesa: un’altra occasione per il dialogo con Gesù che aspetta e chiede: «Mi ami tu?». I flambeaux, distribuiti nei pressi dell’abbazia di San Firmano, poi i fuochi artificiali illuminano la strada e anticipano l’alba, rincuorando quanti camminano da ore nella preghiera e nell’ascolto di tante e toccanti testimonianze. Domenica mattina, la statua della Madonna attende gli ultimi in fondo alla discesa di Monte Reale, accompagnando poi tutti in piazza dove a benedire il popolo del pellegrinaggio c’era di nuovo il cardinal Farrel, accanto agli emozionatissimi don Giancarlo e monsignor Giovanni Tonucci, prelato emerito di Loreto. Una mèta attesa, conquistata a fatica, ma con gioia, come accade per le imprese che valgono e che sono possibili dentro una compagnia che ti sta accanto e nella libertà di un rapporto di amore “a due sensi” che ti costituisce persona vera e protagonista...
La Messa allo stadio Helvia Recina (foto Sergio De Carolis)
Un cammino in cui la meta è solo una tappa da cui ripartire Roma, Terni, Amatrice, Norcia, Preci, Pieve Torina, Camerino, San Severino e Osimo sono state le principali tappe della «Fiaccola della Pace» che, benedetta dal Papa durante l’udienza di mercoledì 7 giugno, ha attraversato l’Italia Centrale per 300 chilometri portando speranza alle popolazioni colpite dal sisma
DI M. NATALIA MARQUESINI
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a sera del pellegrinaggio allo stadio Helvia Recina di Macerata ogni sguardo che si posa sui presenti trasmette un’immagine che è di per sé testimonianza. Dalle scarpe da tennis del vescovo Vecerrica indossate insieme ad un’impeccabile talare in conferenza stampa, ai volontari che con le casacche arancioni “sgranocchiano” un panino prima della Messa; dai passi scalzi di un giovane che ti cammina accanto, fino al frate che in una gremita piazza a Loreto benedice i pellegrini che ormai faticano a fare anche un solo passo. Ogni volto porta con sé speranze, intenzioni, convinzioni e spesso una richiesta speciale o un ringraziamento. C’è un partecipante che da 21 anni cammina non solo quella notte, ma arriva con diversi chilometri in più sulle spalle, si tratta della fiaccola della Pace che, benedetta da papa Francesco il mercoledì prima
in piazza san Pietro, vuole essere il simbolo di un pellegrinaggio che nasce dal cuore della cristianità. Quest’anno la fiaccola, come aveva già fatto nel ‘97, ha attraversato lungo il cammino i comuni che maggiormente hanno patito gli eventi sismici del Centro Italia. «Quello che abbiamo notato – ha raccontato durante la diretta televisica Paolo Cesanelli – è il rischio di perdere la speranza. Il Papa qualche anno fa ci chiese di dire ai nostri giovani di non farsi rubare la speranza... Abbiamo incontrato un contadino per strada che piangeva e ci ha detto: “Io prego tutti i giorni, ma chiedo a voi di pregare per noi”. Il simbolo della fiaccola è un simbolo che di per se incute attenzione, gioia e applausi; l’esperienza della fiaccola e della luce dona ottimismo». Il fuoco della fiaccola si trasforma in preghiera che diventa una luce che continua il suo cammno anche dopo l’arrivo a Loreto.
La grande ombra dei seggi sempre meno frequentati Un problema che interpella l’intera vita civica: a rischio le fondamenta della democrazia rappresentativa DI
PIERO CHINELLATO
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attenzione per le elezioni è rapidamente evaporata. Rimane accesa solo per chi è interessato al ballottaggio di domenica a Civitanova Marche. Valfornace, Tolentino e Corridonia hanno già riposto nei depositi il materiale dei seggi e Penna San Giovanni nemmeno l’aveva tirato fuori, non essendosi presentata alcuna lista elettorale. Val la pena però riavvolgere il filmato dell’appuntamento con le urne per riflettere sul brusco calo dei votanti, segnale d’allarme lan-
ciato praticamente da tutti i Comuni interessati al voto. Ci si avvicina al 50% dei partecipanti, cioè alla soglia sotto la quale si aprirebbero scenari inquietanti che coinvolgerebbero le radici stesse della democrazia rappresentativa. E conta poco l’osservazione che stavolta il voto si è svolto nella sola giornata di domenica, mentre in precedenza era possibile recarsi ai seggi anche il lunedì mattina. Se si dà valore al voto, non è difficile ricavarsi un quarto d’ora tra le 7 e le 23. Nel nostro territorio dobbiamo sì rilevare il segnale in forte controtendenza di Valfornace – Comune nato dalla fusione di Fiordimonte e Pievebovigliana –, dove hanno inserito la loro scheda nell’urna 703 elettori su 876 aventi diritto (l’80,25%), ma resta purtroppo solo una volenterosa bandierina alzata su un panorama desolato, dove tutti gli altri si sono arenati attorno al 60%. Se anche i primi cittadini di Tolentino e Cor-
ridonia hanno tutto il diritto di essere orgogliosi della vittoria conquistata già al primo turno – con ampio margine per Pezzanesi e di fronte a una proliferazione di liste per Cartechini – l’allarme conserva tutta la sua gravità. È una preoccupazione che dovrebbe riguardare in primis la politica nazionale – che viceversa non pare averla colta –, ma che va assunta anche a livello locale e non riguarda solo i Comuni andati al voto una decina di giorni fa. La democrazia è in salute se chi la guida – nel Comune più piccolo e periferico o da Palazzo Chigi – è espressione delle scelte maturate grazie a un forte concorso di partecipazione dei cittadini. E non può accontentarsi di un appoggio ridotto al segno tracciato su una scheda una volta ogni cinque anni. Anche il numero dei votanti andrebbe considerato, almeno moralmente, quale elemento di bilancio dell’operato di un’amministrazione giunta a fine mandato. E il tempo della le-
gislatura serve sì per sviluppare e condurre a compimento il programma delle cose da fare, ma deve anche avere l’obiettivo di alimentare il senso di cittadinanza e di sostenere la partecipazione. Il “governo del popolo” deve trovare modo di esprimersi in maniera tangibile. A questo fine i media – quelli tradizionali e i nuovi su Internet – possono avere un ruolo importante se non si riducono a vetrina di esibizionismo velleitario per scatenare tifoserie, ma forniscono invece le informazioni e i dati in grado di far germinare giudizi fondati e consensi pacati. Il Papa al V Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (10 novembre 2015) ebbe a dire: «La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in
modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica». La politica è indicata per ultima, ma ha una responsabilità peculiare nel creare l’alveo in cui le altre “ricchezze culturali” possano dispiegare le loro potenzialità e alimentare un nuovo civismo: deve tornare a farsene carico, da Valfornace a Roma.
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«Dopo di noi»: disabili, avviata una rivoluzione culturale La legge sprona a elaborare «progetti di vita individuali» per favorire benessere e inclusione L’impegno nel Maceratese DI
TIZIANA TIBERI
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ostruire oggi il “Dopo di noi”: la Legge 112 del 2016 “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave del sostegno familiare” rivoluziona il concetto di disabilità, ne parliamo con il consigliere nazionale e vice presidente Anffas Macerata Mario Sperandini. La legge 112/2016 parte da una nuova prospettiva culturale... Siamo di fronte a un pensiero nuovo che parte dal documento Onu sui diritti delle persone con disabilità e mette al
centro la volontà dei soggetti interessati, i loro desideri, le loro aspettative. Questa legge prevede la possibilità di vivere in piccoli nuclei, con relazioni interpersonali, radicamento sociale, legami col proprio territorio. Ciò significa non dover più subire, per necessità, una sorta di deportazione della persona con disabilità che resta sola quando i familiari non ci sono più. Dunque il dopo di noi si costruisce prima. Come? Sì certo, la legge 328 (articolo 14) parla di un «progetto individuale»: è da qui che si parte. Si analizzano i bisogni del singolo, si vedono le sue necessità. Se c’è questo percorso mentre ancora ci sono i genitori, non si arriverà impreparati al momento inevitabile del distacco. L’interrogativo angoscioso delle famiglie Anffas è: «Che ne sarà di mio figlio quando io non ci sarò più?». I familiari conoscono la fatica, le
difficoltà quotidiane per avere servizi, comprendono profondamente il non detto dei propri figli. Una legge definita anche nuova riforma Basaglia? Sono circa 400mila le persone con disabilità gravi che vivono in istituti e questa legge rappresenta una rivoluzione anche per loro, col passaggio da grandi strutture a luoghi in cui la persona vede riconosciuti diritti esigibili e un progetto di vita. Quali risorse sono previste a livello nazionale e regionale? La legge parte da un finanziamento di 154 milioni suddiviso per tutte le regioni italiane, ciascuna delle quali avrà una quota a seconda dei soggetti riconosciuti dalla legge 104 come persone con gravi disabilità. Per la Regione Marche sono previsti 2,3 milioni di euro. Noi come Anffas ci stiamo impegnando a far sì che la
delibera regionale e i relativi finanziamenti assecondino la direzione prospettata dalla legge. La situazione a Macerata com’è? L’Anffas Macerata ha già avviato dei progetti per costruire il “dopo di noi”. Oggi abbiamo due comunità socio– educative–riabilitative con gruppi di 7– 8 persone; non abbiamo atteso la legge perché le necessità e bisogni ci sono già da tempo. Chi ha fondato l’Anffas a Macerata, 50 anni orsono, non c’è più e i loro figli sono in queste comunità. Non ci siamo fatti frenare dal problema delle rette, abbiamo prima guardato la persona: dovessimo puntare al risparmio di gestione sarebbe un’altra ottica. Il nostro impegno quotidiano sul territorio è rivolto non solo a dare servizi ma a far crescere la comunità nel senso dell’accoglienza, un tema che Anffas si pone da sempre e rimarca in questo suo cinquantesimo anniversario.
Mario Sperandini
Il vescovo Marconi insieme ad alcuni sacerdoti della diocesi
Inviati in nuove comunità, le «attese» di quattro sacerdoti DI LUIGI TALIANI
«L
ievito di Fraternità» è il sussidio della segreteria generale della Cei, pubblicato nel maggio scorso, dove si invitano i vescovi ad «aiutare i nostri presbiteri» a essere «attrezzati ad affrontare le sfide e attenti a promuovere una pastorale di prossimità». Il documento sottolinea che, di fronte a una «cultura che inclina anche il sacerdote all’individualismo, all’autoreferenzialità narcisistica, all’attivismo fine a se stesso», c’è bisogno di preti che siano animati dalla «carità pastorale» e dal non «sentirsi padroni» della parrocchia, che vivano la comunione presbiteriale condividendo il “peso” della gestione amministrativa «corretta e onesta», valorizzando i carismi di ciascuno. Con questa chiave di lettura è avvenuto l’incontro con quattro presbiteri che prenderanno servizio in alcune unità pastorali della diocesi. Don Luca Beccacece racconta le attese e i suoi sogni nel nuovo servizio che inizierà il 1° settembre a Porto Recanati: in uno spirito di fraternità e di condivisione della Pastorale giovanile, si metterà in ascolto di una periferia, in una quotidiana relazione con le persone. Don Juan Carlos Muñoz Cáceres si trasferirà a Macerata per assumere l’incarico di coordinatore della Pastorale sanitaria della diocesi, collaborando con le associazioni presenti: vivrà presso la parrocchia di Santa Croce, dove curerà il settore della catechesi e della pastorale gio-
vanile; oltre a mettere a disposizione le sue capacità educative in una conoscenza del territorio e nell’ascolto con particolare attenzione alle domande dei ragazzi. Don Alejandro Gonzalez Parrilla, parroco di San Domenico e Sant’Agostino a Recanati, assumerà anche la guida della parrocchia di Montemorello e avrà come collaboratori i frati cappuccini: pensa a una Chiesa tutta ministeriale non più centrata solo sul presbitero, ma in uno stile di corresponsabilità, desiderando una comunità dove gli uni si sentano fratelli degli altri. Nella diminuzione del clero vede un segno dei tempi (non un aspetto solo negativo) che impone di valorizzare e responsabilizzare tutti i carismi presenti nella comunità. Don Gianni Compagnucci è inviato nella parrocchia di San Catervo di Tolentino con il proposito di conoscere la gente, facendosi prossimo alle persone che incontrerà: vede come urgenza la pastorale familiare e si ripromette di dare continuità agli orientamenti del suo predecessore in collaborazione con l’Unità pastorale. Dai quattro presbiteri riceviamo i segni di una Chiesa diocesana che desidera “farsi prossimo” della sua gente. I “trasferimenti” per essere compresi pienamente richiedono, come ricorda spesso papa Francesco, una “conversione pastorale” che guarda al presente non con gli occhi del passato, bensì vuole essere contemporanea all’epoca che viviamo.
4ª Festa diocesana della famiglia: chiamati all’ascolto per vivere il Vangelo con coerenza e dedizione agli altri La testimonianza di Lia Sabatini vedova del venerabile Vittorio Trancanelli DI LAURA E
GABRIELE CARDINALI *
L
a trasformazione dell’Amore: questo il tema della quarta Festa diocesana della famiglia. Un amore trasformato dalla separazione fisica, con la morte del coniuge, diventa un amore più forte, cuore vivo e palpitante dell’Amore di Dio. Lia Sabatini Trancanelli ha testimoniato che questa trasformazione, con gli occhi della fede, in realtà non separa, ma rende più uniti e più forti, pur nella mancanza umana dell’altro. «Il tempo non è nostro, è di Dio. Non dobbiamo perdere tempo e rimandare al domani, quanto possiamo fare oggi». Inizia così il racconto della sua vita di sposa e madre, ricordando le parole di suo marito Vittorio nei momenti immediatamente successivi alla straordinaria guarigione da una peritonite perforante, che l’aveva ridotto in fin di vita: «Basta con gli scherzi, il Vangelo va messo in pratica». La testimonianza di una vita familiare così normale, ma al tempo stesso tanto speciale, inserita nel pomeriggio di festa organizzato dall’ufficio diocesano per la Pastorale della famiglia, ha appassionato i tanti partecipanti. In questo caldo scorcio d’inizio estate, le parole di Lia sono scese come acqua fresca a rinnovare lo sguardo sulle piccole azioni quoti-
avvicendamenti
Ecco gli spostamenti dei parroci in diocesi a questo mese e con attuazione graduale durante l’estate aD vranno luogo dei cambiamenti dei parroci nelle varie comunità della diocesi. Queste le modifiche effettive dal 1° Giugno 2017: don Gianni Cararo, parroco alla parrocchia delle Vergini in Macerata, cappellano al monastero Corpus Domini (le Monachette), confessore straordinario del Semina-
rio diocesano missionario Redemptoris Mater; don Gianni Compagnucci parroco della parrocchia di San Catervo in Tolentino; don Iagnesh Shantappa Konganawor parroco delle parrocchie di San Donato in Montefano, Santa Maria Assunta in Castelnuovo di Recanati, San Biagio in Montefiore di Recanati (come collaboratori delle parrocchie don Fabio O-
Madri e padri dal cuore grande
lano, don Eugene Ikechukwu Offor); don Alejandro Gonzalez Parrilla parroco di San Domenico e Sant’Agostino in Recanati e Santa Maria in Montemorello. Come collaboratori della parrocchia di Santa Maria in Montemorello ci saranno i frati Cappuccini ivi presenti; Don José Nori Domino, collaboratore della Unità pastorale di Montecassiano – Sambucheto.
diane. La signora Trancanelli ha fatto conoscere la sua vita accanto al marito Vittorio, con grande semplicità, ma soprattutto con tanta fede; con la forza di una donna come poche ce ne sono. Una mamma dal cuore grande che cerca di far bene le cose piccole, con entusiasmo e passione per l’uomo. Lia ha percorso sentieri tortuosi, ha attraversato il deserto della malattia e della sofferenza, senza mai perdere l’orientamento, certa che lo sguardo benevolo del Signore non mancava mai. “Rimandare a domani” non è contemplato nel vocabolario della famiglia Trancanelli; se un povero bussa alla nostra porta dobbiamo accoglierlo: è Gesù stesso che viene a casa nostra! Vittorio Trancanelli, medico chirurgo, ha vissuto un’esistenza molto normale che è divenuta speciale perché attraversata dall’Amore e nutrita dalla preghiera. La sua testimonianza di cristiano si è spesa tutta nell’accoglienza dell’altro, del malato, del sofferente, dell’abban-
donato. Ha svolto con grande deminata nella ordinarietà, e il tanto dizione il suo lavoro di medico bene operato hanno risvegliato la chirurgo all’ospedale di Perugia. Il fantasia di uomini e donne che matrimonio è stato vissuto con l’ihanno incrociato la famiglia Trandeale della famiglia aperta all’accanelli. Così sono nate spontaneamente nel territorio umbro coglienza di minori in difficoltà, tante iniziative di carità e di accoin affido e adozione. Insieme ad altre famiglie hanno dato vita all’associazione «Alle Querce di Mamre», che nell’arcidiocesi di Perugia– Città della Pieve resta un punto di riferimento per le mamme con bambini e per quanti si trovano in situazioni di disagio. Per Vittorio, morto nel 1998, è stata avviata la causa di beatificazione e lo scorso 27 Lia Sabatini e il vescovo Marconi febbraio è stato dichiarato venerabile. Poco prima delglienza frutto di quell’amore “crela morte Vittorio ha voluto tutti i dibile” vissuto e testimoniato con figli attorno a sé e ha detto loro: coerenza, costanza e rafforzato da «Per questo motivo valeva la pena una fede che si è nutrita ogni giordi vivere, non per diventare qualno con la preghiera e la riflessiocuno, fare carriera e soldi. Io porne della Parola. to con me l’amore. Io vado via, ma * direttori ufficio diocesano ci sarò sempre». per la Pastorale della famiglia La bellezza di una vita donata, se-
Adozioni e affido, il vescovo: «L’importanza di fare rete» DI LUIGI TALIANI
«O
Monsignor Marconi al convegno organizzato da «La Goccia onlus»: trasformare l’«io» in «noi», l’accoglienza è arricchimento
ltre noi» è stato il tema del convegno che si è svolto nella mattinata di sabato 27 maggio, alla Biblioteca Mozzi–Borgetti di Macerata, promosso dall’associazione “La Goccia”, che ha evidenziato il valore dell’accoglienza nella società attuale. La sala era gremita di tanti rappresentanti del volontariato che operano nel territorio maceratese e marchigiano. «Questo convegno – racconta Paolo Carassai, fondatore de «La Goccia» – arriva da lontano; parte da un concetto di accoglienza che ristabilisca la soggettività della persona accolta per poi giungere a questa seconda fase in cui abbiamo riflettuto sulla valenza antropologica dell’accogliere; cioè l’altro
è un soggetto che mi appartiene e mi permette di essere, per cui l’altro non è solo oggetto della nostra accoglienza, ma è un mondo che mi permette di acquisire una dimensione, uno stato e mi permette di essere realtà accogliente». Gli intenti del convegno e dell’associazione sono mirati a sviluppare un lavoro di rete con il territorio: «Vorremmo ristabilire dei ponti attraverso associazioni, servizi sociali, enti... per condividere un’alleanza culturale e far sì che questo diventi un patrimonio di tutti. Siamo convinti che questo convegno possa costituire un elemento, ci auguriamo fra tanti, per realizzare questa alleanza culturale». L’incontro ha visto in apertura l’introduzione alla tematica del vescovo di Macerata Nazzareno Marconi che, con una profonda e articolata esposizione, ha sottolineato l’urgenza di trasformare
degli “io” in “noi” nello spirito di relazioni profonde e significative. «Una riflessione interessante quella dell’accoglienza – ha detto – e soprattutto di un’accoglienza che valorizzi l’umano, che non dia semplicemente delle risposte tecniche, pratiche, ma sappia accogliere i cuori. Questo credo sia il messaggio che sta emergendo: diventa sempre più importante accogliere le persone, capire le persone; chi accoglie non solo fa un dono, ma viene arricchito dall’incontro con l’altro». Ha fatto seguito una riflessione del giornalista Luigi Accattoli, vaticanista del “Corriere della Sera”, il quale ha rilevato i molti segni di speranza presenti e che, nonostante il catastrofismo che viene spesso in evidenza, emergono verso una crescita costante dei valori della dignità
delle donne e degli uomini del nostro tempo. Il relatore ha poi esposto “fatti di Vangelo”, da lui cercati e presentati in tre volumi che portano in copertina la stessa dicitura. Infine, il professor Stefano Cacciamani, docente all’Università della Val d’Aosta, ha offerto degli input importanti a livello psicologico e pedagogico sulla problematica delle adozioni. Sono seguite varie testimonianze delle Associazioni di volontariato presenti che hanno raccontato le loro esperienze. Il convegno si è concluso con un ampio dibattito tra i presenti che hanno voluto approfondire sia le problematiche psicologiche, che quelle burocratiche inerenti all’accoglienza e alle adozioni di tanti bambini che attendono una “casa” dove “respirare” un clima di affettività e di amore.
Martedì 20 giugno 2017
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Malika Ayane a Cingoli e Marche non vengono abbandonate e anche l’arte cerca L di dare il proprio sostegno. Neri Marcorè, attore marchigiano di fama nazionale, dopo aver visitato il Maceratese martoriato dal sisma del 2016, offre un sostengno concreto al territorio. Il progetto mostra già dal titolo, “RisorgiMarche”, le finalità del festival: coinvolgere tutta l’Italia in favore delle zone che hanno subito danni artistico–culturali e sociali. I concerti avranno luogo nei luoghi più suggestivi e affascinanti della Regione, nel rispetto dell’ambiente, valorizzandone la bellezza naturale con un bassissimo impatto ecologico. Oltre alle scenografie, la vera protagonisa sarà la musica: i principali artisti di varie generazioni hanno risposto con entusiasmo all’invito di Marcorè. In questo modo, dimostrando una particolare
Caritas, centri di comunità al posto di strutture inagibili
sensibilità nei confronti della drammatica situazione, hanno colto l’occasione per tendere concretamente una mano verso gli abitanti delle città che rientrano nel Cratere. Tra i tanti si ricorda l’imperdibile evento alla Domus San Bonfilio di Cingoli, conosciuto come il “Balcone delle Marche” per la sua splendida posizione panoramica, che venerdì 7 luglio ospiterà la cantante Malika Ayane. Accompagnata da una formazione musicale d’eccellenza, composta da Stefano Brandoni, Giulia Monti, Carlo Gaudiello e Daniele Di Gregorio, l’artista milanese coinvolgerà il pubblico già dalla scelta dei brani. La “scaletta”, infatti, sarà stabilita dagli stessi spettatori, che potranno richiedere l’inserimento dei loro pezzi preferiti. Diana Biasco
aritas Italiana, nel quadro delle iniziative in soccorso dei territori colpiti dal sisma, finanzierà tre Centri di comunità sul nostro territorio diocesano. Il primo sarà realizzato a Colmurano, dove tutte le chiese sono inagibili. Non ci sono più luoghi di aggregazione e il palazzetto dello sport affronta seri problemi per fare spazio alle attività sportive, sociali e di culto. Il secondo sarà a Osterianuova, in comune di Montefano, dove la chiesa di Sant’Antonio San Catervo, Tolentino abate e i locali annessi sono inagibili; una comunità molto attiva, nota per l’organizzazione di feste e attività ricreative, che ora si trova priva di strutture. La terza struttura sarà alzata a Tolentino nel cui centro storico tutti i luoghi di culto sono inagibili. La concattedrale di San Catervo ha registrato crolli e i locali attigui sono stati evacuati, così come l’adiacente Casa del clero. Al momento, le attività catechetiche e oratoriali si svolgono nel parcheggio, all’interno di una tensostruttura provvisoria montata dalla Protezione civile. I progetti, concordati con tutti gli enti coinvolti, sono al livello preliminare. Le strutture sono state pensate all’interno dei centri urbani; due – quelli di Colmurano e Tolentino – addirittura nei centri storici. Questo ha richiesto una progettazione attenta al contesto urbano. Sono stati progettati in x–lam, una tecnologia innovativa che assicura ottime prestazioni strutturali, elevata resistenza al fuoco, confort termico e risparmio energetico, nel rispetto dell’ambiente. Le strutture garantiscono lunga durata. Giacomo Alimenti e Osvaldo Calzolaio ufficio diocesano Sisma
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Alla Domus San Giuliano la testimonianza di Augusto D’Angelo, uno dei responsabili della Comunità di Sant’Egidio a Roma: se i servizi sociali si ritirano, i cristiani non lo possono fare
Prossimità, le braccia per sostenere i poveri
DI FRANCESCO GIACCHETTA
ssecondando il desiderio di ridare A dignità ai cortili, spazi urbani che sono anche luoghi di memoria e identità, l’associazione culturale “Dialoghi” della parrocchia dell’Immacolata promuove tre incontri in altrettanti ambienti maceratesi che rischiano di essere dimenticati: la panoramica e antica terrazza della chiesa di Santa Croce, il neo restaurato Orto dei pensatori e la piazzetta presso i Giardini di Fonte Scodella. Nei tre incontri, si proporranno racconti, testimonianze e musica relativi ai nostri Sibillini, che, dopo il terremoto, rischiano di essere abbandonati. Non mancheranno le informazioni necessarie per ritornare a camminare con sicurezza e passione lungo i sentieri di quelle montagne oggi ferite. Nel proporre le sue idee “Dialoghi” si è
data un metodo: “coinvolgersi”. È così che si sono cercate qualificate e generose collaborazioni per realizzare l’itinerario: il CAI, la cooperativa “Risorse”, il coro “Sibilla”, la “Distilleria fotografica” ed altre ancora. La prima sera – venerdì 30 giugno – presso la terrazza della Chiesa di Santa Croce verrà presentato il libro Il muratore di Dio di Vincenzo Varagona; narra l’operoso silenzio di frate Pietro che ha portato al restauro dell’eremo di San Leonardo presso l’Infernaccio. La seconda sera – giovedì 6 luglio – presso l’Orto dei pensatori verrà descritta la situazione dei monti Sibillini, con la partecipazione di esperti e di testimoni che vivono, resistendo, in quei luoghi. La terza sera – venerdì 14 luglio –, presso i Giardini di Fonte Scodella, si racconterà la speranza di chi, con la tenacia e l’operosità tipiche della gente di montagna, vuole ricominciare.
Al centro il presidente Tordini e, a sinistra, la vice presidente Manuale
Rapadura compie dieci anni «Ricordare per riaccordare»
Il testo che segue è un sunto, non rivisto dall’autore, della conferenza tenuta alla Domus San Giuliano di Macerata lo scorso 24 maggio. arto da un’esperienza personale. Noi di Sant’Egidio abbiamo iniziato a portare la cena alla Stazione Termini nel 1983. All’inizio si trattava di 80 panini a sera, 2 a testa. Adesso nei giri serali portiamo circa 3.500 panini. Solo alla Stazione Termini ne diamo più di 500. Sempre alla Stazione Termini progressivamente sono state tolte tutte le panchine e i sedili, perché i poveri non ci stessero, e una città pensata contro i poveri diventa una città che va contro tutti. Bisogna cominciare a rimettere al centro, come fa anche papa Francesco, l’idea che le periferie umane possano abitare nel centro: la collettività, innanzitutto la comunità cristiana, deve farsi carico della fragilità delle persone. Uno dei servizi che abbiamo inventato è la mensa. Attraverso una convenzione il Comune contribuisce alle spese dei pasti, mentre tutto il resto è garantito dalla Comunità. Ognuno di noi serve le persone che siedono al suo tavolo. Dopo qualche tempo le persone scelgono il tavolo con la persona della Comunità che hanno conosciuto, e così due mondi che difficilmente si sarebbero incontrati diventano amici. Quando Papa Benedetto venne a trovare i nostri poveri nel giorno della Santa Famiglia, ci disse che in quel luogo chi non aveva più una famiglia ne aveva trovato una nuova, e che non si distingueva chi serviva da chi era servito. Poi, guardando ai bisogni concreti abbiamo realizzato le docce e più di recente la lavanderia, con 6 lavatrici e 6 asciugatrici che il Papa aveva avuto in dono. Abbiamo anche dato vita a una sorta di sportello–lavoro, con l’attenzione alla situazione di ciascuno. C’è chi può lavorare due ore, e si riesce a trovare una soluzione anche per questi casi. Problema rilevante è la salute. Abbiamo messo in piedi, assieme alla Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica, la “Villetta della Misericordia”, un ca-
Tre incontri sui Sibillini
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DI
ANDREA MOZZONI
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Augusto D’Angelo all’ultimo incontro per operatori di pastorale
I corridoi umanitari e le altre iniziative contro la povertà dimostrano che riportare le periferie umane «al centro» è possibile scinale, ristrutturato dall’Ateneo in occasione del Giubileo della Misericordia, con una ventina di posti letto, garantendo i pasti e anche le visite mediche. Noi abbiamo messo la nostra amicizia con le persone di strada che abbiamo portato lì. Numerosi studenti di medicina si sono appassionati, molti medici vengono per visitare e curare. È già passata una cinquantina di persone: alcuni malati gravi sono stati accompagnati fino alla fine, ma altri hanno ripreso salute, gioia di vivere, speranza. Tutto questo perché le persone hanno sperimentato che qualcuno si occupa di loro e non li abbandona. Siamo noi le braccia del Signore che debbono ascoltare i poveri, liberarli dalle loro angosce, accompagnarli... Abbiamo anche ristrutturato una clinica in disuso, in un piano della quale vengono accolte dalla strada persone molto malate. Immaginate che vuol
dire fare la dialisi o la chemioterapia vivendo per strada. Al piano inferiore distribuiamo pacchi alimentari e vestiario. Un altro luogo è l’ex ospedale dermatologico San Gallicano, all’interno del quale abbiamo avviato una scuola dove gli stranieri imparano l’italiano, affiancata anche da una scuola di economia domestica: una sorta di famiglia nuova che si costruisce tra chi è arrivato e chi accoglie. C’è poi l’iniziativa dei “corridoi umanitari”, forse l’esperienza più importante dell’ultimo anno. Un progetto che lega valdesi, noi della Comunità di Sant’Egidio e adesso anche la Cei, per far arrivare in sicurezza persone che, scappate dalla guerra, vivevano in campi profughi: abbiamo cominciato dal Libano. Ne sono arrivati già un migliaio, ma abbiamo ricevuto il doppio delle offerte di ospitalità. E le persone accolte hanno trovato una vita nuova. Che altro si può fare? Bisogna superare la logica dell’emergenza, che invece guida spesso l’azione delle istituzioni. Un esempio banale: l’emergenza freddo. A Roma ci sono 7.500 persone senza dimora. Quando fa freddo, scatta il “piano emergenza freddo”: si mette la persona che ha bisogno in un luogo per 2/3/4 mesi e poi, finita l’emergenza, ritorna per strada. Negli ultimi 10 anni, noi, utilizzando l’“Emergenza fred-
do” che in parte il Comune finanzia, abbiamo accolto delle persone, utilizzando il tempo per individuare i problemi (perdita del lavoro, separazione con perdita della casa, dipendenza da alcol, malattia…). L’80% delle persone, accompagnate a risolvere i loro problemi, non sono più tornate per strada. Alla fine, molti che Sant’Egidio aiuta, una volta usciti dal periodo problematico, chiedono a loro volta di aiutare. Per un senso di restituzione, probabilmente anche perché hanno scoperto che è bello occuparsi dell’altro. Superare la logica dell’assistenza è importate perché al cibo, alla coperta, all’aiuto concreto si deve accompagnare il rispetto, l’attenzione, l’amicizia. Se a una persona che vive per strada e ha problemi di alcolismo, uno dice: «Tu devi smettere perché io ti voglio bene», le cose cambiano in quanto spesso si beve perché nessuno ti vuole bene. La prossimità funziona anche come prevenzione. Va costruita una rete sociale che non faccia sentire insopportabili i problemi, e quindi la capacità di dialogare con la paura, con le preoccupazioni, fa sì che dei potenziali drammi vengano prevenuti e nell’accompagnamento trovino già una prima soluzione. Augusto D’Angelo Comunità di Sant’Egidio – Roma
icordare per «riaccordare». L’incontro promosso dalla cooperativa Rapadura, preceduto dall’assemblea dei soci del Centro d’ascolto e prima accoglienza di Macerata, ha riunito, tra passato e presente, gli operatori e quanti hanno dato vita alle attività svolte in questi primi dieci anni vita. Un appuntamento che si è svolto in via Zara a testimonianza del forte legame tra le due realtà che, nel tempo, hanno contribuito ad ampliare e rafforzare «quel sentimento di misericordia – come affermato dal presidente della cooperativa, Pierluigi Tordini – sia laico che religioso». Forte la commozione nel ricordare tre personalità che, con il loro entusiasmo e il loro impegno, hanno reso possibili sforzi un tempo soltanto immaginabili: da Franco Moneta, direttore del Centro di ascolto morto il 15 aprile scorso, a Enzo Conti, fino a Giampiero Cacchiarelli. «L’occasione non è “autocelebrativa” ma necessaria per fare il punto sulle necessità che accompagnano il nostro tempo», ha aggiunto Tordini, evidenziando come la cura e il servizio per ragazze madri in difficoltà si sia progressivamente adattato alle esigenze di «accoglienza» dei richiedenti asilo. Tordini ha poi ringraziato i presenti, in primis al primo presidente di Rapadura, Paolo Salvatori. «La domanda da porci non è “accoglienza sì” o “accoglienza no”, ma “accoglienza, come?”». L’interrogativo posto dai responsabili delle due
Associazioni (lo stesso Tordini e Giorgio Marcolini, per il Centro di Ascolto) ai presenti ha una sua personale risoluzione nell’impegno degli operatori e dei volontari, consapevoli che, come detto dalla vice presidente Claudia Manuale, «nel momento più doloroso – dovuto alle tre perdite – abbiamo vissuto e saputo affrontare, grazie all’esempio di Franco, Enzo e Giampiero, le difficoltà più grandi». La parola è poi passata alla “memoria” storica di via Zara, Manuela Cocci Grifoni, moglie di Cacchiarelli, la quale ha sottolineato l’impellenza di un nuovo obiettivo: «Ci troviamo qui per ricordare e per “riaccordare”, ovvero per trovare una nuova armonia e un nuovo senso alle attività che si svolgono – ha affermato –, per questo è importante chiedersi: come farsi trovare preparati?». Come nello sport, dove è la condizione fisica a determinare il risultato raggiunto, la Cocci Grifoni ribadisce come le realtà di via Zara siano “palestre di vita”: «C’è bisogno di allenamento anche nei rapporti umani – ha aggiunto –, dobbiamo vivere a fondo questi rapporti e portare i nostri valori in ogni ambito della vita». Seguire, dunque, con rinnovato entusiasmo, ha concluso, «quello spirito che don Lorenzo Milani riassumeva nel suo “finché c’è fatica c’è speranza”». D’altronde, da ciò trova origine il nome stesso della cooperativa: “rapadura”. Dolce brasiliano che costa tanta fatica, ma che concede superiori soddisfazioni.
«Mio padre, Pio Cartechini: un uomo di fede, libero» DI
GIANCARLO CARTECHINI
M
Pio Cartechini
io padre Pio mi aveva parlato spesso della destinazione che aveva immaginato per la sua collezione di libri, una volta scomparso: «Tieni quelli che vuoi per te e per la tua famiglia, il resto donalo alla Biblioteca Diocesana». Proprio l’incarico di archivista diocesano, insieme a quello di presidente del Centro di Studi Maceratesi, lo aveva completamente assorbito negli ultimi anni. Il suo legame con la Chiesa maceratese era molto forte, lo aveva accompagnato per tutta la vita. Aveva una fede profonda, di stampo tradizionale, con la quale da giovane mi ero a volte scontrato. E tuttavia, da questa fede non è mai derivato, nello svolgimento della sua attività di studioso, alcun vincolo di carattere ideologico o dogmatico. Era un uomo profondamente libero, in grado di col-
laborare anche con chi aveva convincimenti politici e culturali molto lontani dai suoi. Quando negli ultimi tempi andavo a fargli visita, l’unica luce accesa in casa era l’abat– jour del suo studio. Trovavo papà seduto davanti alla macchina da scrivere, una Olivetti elettrica (non aveva mai voluto un computer), oppure dietro una scrivania piena di appunti, scritti nel retro di vecchie bozze. I nostri colloqui erano fatti di poche parole e di molto silenzio. Mi chiedeva come andassero la mia vita, il lavoro, la famiglia. Mi raccontava di quanto mamma gli mancasse, dei momenti di solitudine, della malinconia insostenibile che a volte lo assaliva. Io lo ascoltavo, e replicavo qualcosa, sempre incapace di affrontare l’essenziale. Cercavo di esorcizzare le sua paure, minimizzandole. Non avevo capito che invece avrei dovuto accoglierle, o forse non avevo la forza per farlo.
Era un uomo meticoloso, tutto lavoro, poche vacanze, pochissime distrazioni. Nell’ultimo periodo di vita la malattia lo aveva portato, invece, a continui sconfinamenti di spazio e di tempo. La sera prima di morire, nel corso del nostro ultimo colloquio, mi disse di trovarsi a Firenze. A Firenze era stato nel 1966, quando l’Arno era esondato. A quel tempo aveva 39 anni, ed era stato mandato nel capoluogo toscano per cercare di recuperare i documenti che l’alluvione aveva gravemente danneggiato. Ecco, tutta una vita passata a studiare, fare ricerche, “chino sulle carte”, come a volte ironizzava anagrammando il suo cognome. I volumi con i quali aveva riempito fino all’inverosimile gli scaffali della libreria rappresentavano una mappa dettagliata dei suoi interessi. Dopo la sua scomparsa ho trascorso molte domeniche pomeriggio sfogliandoli uno ad uno, fotografandone copertine e
frontespizi, cercando di ordinarli per argomento: libri di storia locale, monografie artistiche, manuali di archivistica, testi di paleografia. Mi sono profondamente meravigliato di come, in tutti gli anni precedenti, non li avessi mai presi in mano, se non quasi per caso, distrattamente. Ma questa noncuranza, forse, appartiene al grumo insondabile nel quale spesso si aggrovigliano i rapporti tra un padre e un figlio. «Tieni quelli che vuoi per te»: questa frase continuava a sedurmi. Ogni libro chiedeva di essere trattenuto. Finché una sera, leggendo l’ultimo romanzo di Ian McEwan, “Nel guscio”, ho capito che dovevo lasciarli andare, tutti insieme: all’amante di un poeta scomparso in circostanze poco chiare, viene data l’opportunità di prendere, come ricordo, un libro dalla sua biblioteca: «Oh, non potrei mai! – risponde la donna – Non credi che dovrebbero restare tutti insieme?».