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Emmaus 18 febbraio 2020

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Martedì, 18 febbraio 2020

www.emmetv.it

prossima uscita martedì 17 marzo 2020

media

Strumenti di formazione l canale YouTube della diocesi (https://tinyurl.com/Ytubemc) mette a Idisposizione un ricco repertorio di video utili

Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata

Maceratasette

Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata

Inserto di

per la formazione personale e per i gruppi catechistici e associativi. Ad esempio, ogni settimana il Vescovo presenta le letture della S.Messa domenicale con filmati della durata non superiore a una decina di minuti. Vi sono poi le registrazioni dei principali incontri diocesani e delle maggiori celebrazioni presiedute dal nostro Pastore. I filmati sono anche organizzati in playlist che raggruppano il materiale secondo tematiche e aree di impegno. L’iscrizione al canale consente di essere avvisati tempestivamente di tutti i nuovi caricamenti.

Carnevale marchigiano ricche tradizioni a tavola e non solo

Antiusura: prendono il via due sportelli

Centro di Recanati: completata la Visita pastorale nell’UP

Tolentino: Marconi a San Catervo e allo Spirito Santo

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Intervento del Pastore al Consiglio comunale di Recanati in occasione della Visita pastorale

agostiniani

«Il vescovo non ha candidati»

Padre Casciano nuovo provinciale

Marconi: «Allargare lo sguardo oltre le mura. Potenziare le collaborazioni superando le divisioni, il campanilismo e le rivendicazioni asfittiche»

elefoniamo a padre Giustino Casciano, eletto il 2 febbraio scorso “Provinciale delle comunità agostiniane di Italia”, che gentilmente ci fissa un appuntamento al santuario di San Nicola di Tolentino. Ci riceve, in una splendida mattinata di sole, nel suo ufficio. Nasce subito un dialogo fraterno; ci racconta la sua vita: parte dalle origini che risalgono a 64 anni fa quando nacque ad Agnone (Isernia). È appesa alle sue spalle la fotografia dei genitori e del fratello maggiore; si dice orgoglioso della sua famiglia che conta otto figli sparsi tra l’Italia, la Francia e l’Australia La sua vocazione – ci dice – non è stata un fulmine a ciel sereno; alla fine delle elementari l’insegnante aveva consigliato a suo padre di fargli proseguire gli studi, e, date le ristrettezze economiche, venne mandato per le medie “dai preti”, a Cascia. È lì che maturò l’idea del sacerdozio. Dopo il diploma, passò a Buggiano (Pistoia), poi a Norcia per il liceo classico statale, e a Perugia per il noviziato. Torna quindi a Cascia dove emette i voti. Completa il curricolo di studi teologici in Sacra scrittura e spiritualità agostiniana all’Accademia alfonsiana di Roma. A questo punto del dialogo gli chiediamo di aiutarci a capire l’importanza di Sant’Agostino. Padre Giustino ci spiega che per il santo di Ippona «si crede per comprendere», ma poi «si studia, si usa l’intelligenza per credere»: tra fede e intelligenza si Padre Casciano sviluppa un rapporto circolare. Tutte le facoltà umane Eletto priore sono utili a far creprovinciale scere la fede. Il nuovo provinciaper l’Italia le ha all’attivo una Nel 2012 ricca esperienza pastorale. Appena orPavia dinato presbitero fu inviato a Cascia a gli conferì la curare la ristrutturacittadinanza zione del convento. Vi rimase 16 anni onoraria impegnandosi nelL’impegno per la revisione dei testi liturgici agostiniani San Nicola alla luce del Vaticae il post no II. Con la collaterremoto borazione del grande scultore Giacomo Manzù ha progettato il nuovo presbiterio del santuario di Santa Rita. Trasferito alla parrocchia di Sant’Agostino di Gubbio, vi rimase otto anni, dopodiché fu inviato a Pavia, a San Pietro in Ciel d’Oro, la chiesa dove è sepolto sant’Agostino, anche lì con l’incarico di dedicarsi alla struttura dell’edificio di culto, cui era annesso un chiostro raso al suolo da Napoleone. Per le sue opere a favore della comunità, nel 2012 Pavia gli conferì la cittadinanza onoraria. A Tolentino arriva dopo il terremoto 2016. Tornando a parlare della sua nomina, ci spiega che la designazione a “Provinciale” è stata il risultato di una partecipazione corale in stile sinodale, riflesso della teologia agostiniana. Sono i frati a decidere le linee progettuali per la vita dell’ordine e i rappresentanti delle varie comunità eleggono, ogni quattro anni, il nuovo superiore. A fine aprile, a Cascia, i delegati vareranno un progetto, riassuntivo delle proposte dei frati, che guiderà il cammino per i prossimi quattro anni. Padre Giustino ci tiene a evidenziare che tutto ciò viene vissuto in spirito di comunione e non come una contrattazione tra correnti. Affrontiamo quindi i problemi conseguenti al sisma: padre Giustino sottolinea il buon rapporto con l’amministrazione comunale, che ha permesso di riaprire parzialmente basilica e chiostro; ora bisogna dedicarsi alla biblioteca e ai musei per rilanciare l’attività culturale e il turismo. Ci confida, da ultimo, che si sta interrogando in merito al restare a Tolentino o trasferirsi a Roma, dove si trova la Curia provinciale.

DI

NAZZARENO MARCONI *

Qui di seguito un estratto del discorso che il vescovo ha pronunciato a Recanati di fronte al Consiglio comunale la sera del 4 febbraio 2020. ignor Sindaco, Assessori e Consiglieri di questo nostro comune di Recanati, vorrei indirizzare queste riflessioni non solo a voi, ma anche agli uomini di buona volontà della politica locale, che si preparano alle prossime elezioni, sia comunali che regionali. In questi ultimi tempi molti mi hanno posto la domanda: «Chi è il candidato del Vescovo?». Altri hanno creduto di poterlo identificare da soli senza consultarmi. Altri infine si sono accreditati, a mia totale insaputa, come «uomo o donna di fiducia del Vescovo». Il Candidato del Vescovo a una qualsiasi elezione non c’è, perché il mio compito non è “incoronare” gli uomini, ma testimoniare con schiettezza e chiarezza i valori e i principi del cristianesimo cattolico. Poi ognuno, nella libertà e responsabilità della sua coscienza – e questo è un valore cristiano basilare – dovrà decidere chi sia più adatto a tutelare e promuovere questi valori. Lo scorso 28 gennaio, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha tenuto un discorso al Consiglio Regionale Lombardo che mi ha aiutato a trovare le parole adatte per parlarvi di questi valori. Un discorso positivo, lontano dallo stile polemico e becero di tanta comunicazione politica che si pone sempre “contro” qualcuno. Parlava nello specifico di Milano e della Lombardia, ma ho trovato tante similitudini tra le sue parole ed il nostro territorio. Il testo parte alto: «L’umanesimo, cioè la visione dell’uomo, la configurazione dei rapporti sociali, la dinamica produttiva, l’organizzazione complessiva della convivenza, si è configurato nei secoli e negli ultimi decenni in particolare perché ha ricevuto, accolto, messo a frutto il contributo di persone che hanno trovato casa in Lombardia provenendo da tutte le regioni d’Italia e, in proporzione minore, da tutte le parti del mondo». Questo stile positivo merita perciò di essere rilanciato anche in altri territori italiani da cui ha parzialmente avuto origine, e il nostro mi sembra un territorio particolarmente vicino. Mon-

Il vescovo con il sindaco e il Consiglio comunale di Recanati (4 febbraio 2020)

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signor Delpini loda non un Umanesimo qualsiasi, ma quello “Lombardo” che si caratterizza come “cristiano e solidale”. Ben diverso perciò da un “umanesimo ateo ed individualista”. Degli aspetti di questo umanesimo aperto agli altri e a Dio, partecipa anche quell’Umanesimo Marchigiano che ha segnato la parte migliore del nostro dopoguerra. Questo Umanesimo ci ricorda che: «La Regione è di più di Milano e richiede a chi l’amministra uno sguardo che non si concentri solo sulla città». Anche da noi il rischio è di avere uno sguardo chiuso dentro le mura cittadine, incapace di pensarsi come parte di un territorio con cui dialogare positivamente, una rete di centri che va da Camerino a Civitanova in cui potenziare le sinergie e le collaborazio-

ni, superando le divisioni tra partiti e dentro i partiti e le rivendicazioni asfittiche di indipendenza e primato campanilistico. «Voglio fare l’elogio dell’umanesimo lombardo che apprezza... la vocazione della Regione ad essere terra accogliente e terra di passaggio». Come non pensare al fatto che la Quadrilatero rende il nostro territorio una importante “terra di passaggio” tra la costa adriatica e l’interno dell’Italia? Ma cosa si sta facendo per intercettare questi flussi in una logica di vera “accoglienza”? Ad esempio quanta sinergia in più potrebbe esserci tra Recanati e Porto Recanati, soprattutto durante l’estate! Come anche tra Camerino, Tolentino, Macerata e Civitanova. Un nuovo capitolo del discorso di mons. Delpini è il rapporto tra ric-

chezza e valori dell’Umanesimo cristiano e solidale. Dice l’Arcivescovo di Milano: «Non possiamo ignorare il pericolo che la ricchezza comporta. Nelle visite ad alcuni Paesi di altri continenti ho sentito spesso ripetere: si tratta di un Paese ricco di risorse, con possibilità di sviluppo straordinario, eppure è un Paese dove la gente è povera, dove i giovani sperano solo di poter andare via». Anche qui i paralleli col nostro territorio si sprecano. Con una caratteristica che tocca la gestione dei Comuni, ma anche delle Università: la divisione a volte esasperata per gruppi di interesse e gruppi familiari, che incrina la trasparenza e l’onestà nelle scelte e l’attenzione primaria a mettere nei posti giusti le persone veramente competenti. Un ulteriore prezioso capitolo del suo

MACERATA

Festa di Don Bosco: dai Salesiani tutti mobilitati e soddisfatti l 31 Gennaio è la festa di san Giovanni Bosco. A anche quest’anno giorni densi e alleIgri.Macerata, Venerdì 31 una bellissima Messa, di nuovo nel nostro Tempio riaperto a Ottobre. Sabato 1 una serata musicale di riflessione sulla funzione sociale dell’Oratorio. Domenica 2 grande Messa, pranzo per i 500 i partecipanti, tornei per i Giovani – vinto dal gruppo Scout locale – e incontro di forma-

zione per i genitori. Giovedì 6 stupendo spettacolo in teatro: Santa Impresa, della compagnia Equivochi, sulla santità torinese di fine Ottocento che ha cambiato il volto sociale e culturale della città. Protagonisti della kermesse i giovani che giocano, cantano, celebrano, recitano e quelli per cui gli adulti si incontrano, riflettono e lavorano. Grati a Dio per il dono di questa feconda santità. (F.D’Er.)

discorso mons. Delpini lo intitola: “Il buon senso, la sapienza, la fierezza di raccogliere le sfide”. Qui, senza la pretesa di dettare l’agenda politica, mette però in chiaro dei temi prioritari su cui confrontarsi: «I temi sono, la famiglia e i figli, il lavoro e i giovani, la società plurale e il futuro del cristianesimo». Siamo davanti ad un tempo nuovo, caratterizzato «dalla sfida della convivenza di persone che vengono da molte parti del mondo e portano le loro capacità, le loro attese, i loro bisogni, la loro cultura e mentalità, talora le loro miserie, i loro traumi e le loro sofferenze, le loro virtù e i loro vizi». Sarebbe sbagliato sia sottovalutare che ingigantire il problema, che però non può essere solo rimandato o tamponato. L’Arcivescovo qui sfida la società e la Chiesa lombarda, in una maniera che sento particolarmente significativa anche per noi: «Dobbiamo liberarci dalla logica del puro pronto soccorso; dobbiamo andare oltre le pratiche assistenzialistiche mortificanti per chi le offre e per chi le riceve, anche oltre una interpretazione che intenda “integrazione” come “omologazione”. Si tratta di dare volto, voce e parola alla convivialità delle differenze, passando dalla logica del misconoscimento alla profezia del riconoscimento. Siamo chiamati a guardare con fiducia alla possibilità di dare volto a una società plurale in cui i tratti identitari delle culture contribuiscano a un umanesimo inedito e promettente; siamo chiamati mostrare come le nostre tradizioni, la nostra identità è così ricca di valori e dimensioni da dar vita a riedizioni inedite e inaspettate delle nostre radici». Cioè non dobbiamo tagliare le nostre radici per creare una società neutra, che alcuni pensano potrebbe meglio accogliere chi è diverso da noi. Sarebbe un’operazione che porta alla morte della nostra civiltà. Ma neppure sradicare dalla loro cultura le persone che giungono tra noi, pretendendo di omologarle in tutto e per tutto. Quella che mons. Delpini chiama “la convivialità delle differenze” in cui le differenze non sono cancellate, ma messe in dialogo pacifico e costruttivo, è una via difficile, ma la sola che può aprire un futuro veramente stabile. Tra queste differenze da non cancellare, quella religiosa non è secondaria e proprio questa differenza potrebbe rivelarsi non un problema, ma una preziosa risorsa. Questo mi sembra uno sguardo adeguato al futuro che ci attende, una visione basilare su cui confrontarci e con la quale iniziare un dialogo tra istituzioni e società civile non più rimandabile. Su questo ribadisco il nostro impegno come Chiesa Diocesana. Grazie del vostro impegno per il bene comune. * vescovo

Quella «società signorile di massa» che asfissia l’Italia DI

GIANCARLO CARTECHINI

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Gli immigrati sono circa 5 milioni; lavorano in media più degli italiani, ma restano poveri

volte incrocio Marije di mattina, lungo il vialetto condominiale, mentre esco di casa per andare al lavoro. Fazzoletto in testa, due maglioni indossati uno sopra l’altro: le maniche verdi del girocollo rimboccate sopra quelle di un cardigan marrone. I pantaloni della tuta, più larghi del necessario, sono pieni di pelucchi. Sulle scarpe spiccano due lacci giallo limone. Appena mi avvicino si ferma, appoggiandosi alla scopa. Mi fissa con uno sguardo interrogativo, fiero come il “buongiorno” pronunciato con accento slavo. Forse riconosce in me un rappresentante di quella che il sociologo Luca Ricolfi ha definito, nel suo recente saggio, una “società signorile di massa”. Una condizione esclusivamente italiana, caratterizzata dalla concomitanza di tre aspetti

contrastanti: un tessuto sociale in cui il numero totale di coloro che non lavorano (studenti, disoccupati, pensionati) è superiore al numero dei lavoratori; gli effetti negativi della stagnazione economica seguita alle recessioni degli ultimi anni; l’accesso di massa a consumi opulenti che continua a essere garantito alla maggioranza dei cittadini italiani. Un saggio, quello di Ricolfi, ricco di statistiche e di interpretazioni, alcune delle quali forse discutibili. Ha in ogni caso il merito di spazzare via molti luoghi comuni. Come quello in base al quale le panchine delle nostre città sarebbero affollate da immigrati perditempo dotati di smartphone di ultima generazione. La realtà, dati alla mano, è tutt’altra: in Italia sono presenti circa cinque milioni di stranieri. La maggior parte lavora, ma l’incidenza della povertà tra di loro supera di

oltre cinque volte quella riscontrata tra i cittadini italiani. Detta in altre parole: lavorano di più rispetto agli italiani, ma restano poveri. Rappresentano la parte preponderante di quella che Ricolfi non ha paura di definire una “infrastruttura paraschiavistica”: quasi tre milioni e mezzo di persone collocate in ruoli servili di fragilità e subordinazione estrema, al limite della sottomissione. Il tutto aggravato dall’impossibilità di esercitare il diritto di voto. L’elenco stilato è impietoso: include lavoratori stagionali costretti a vivere in ghetti sovraffollati; braccianti, lavoratori irregolari in edilizia, addetti alla consegna di mobili e beni pesanti; lavoratori occupati nella “gig economy” e nelle cooperative di servizi di pulizie alle imprese, fino a comprendere prostitute e spacciatori. E soprattutto quasi due milioni di colf e badanti: persone, per definizione, “al servi-

zio” di altre. Questo eterogeneo blocco sociale, ci piaccia o no, rappresenta uno dei pilastri di cui si serve la “società signorile di massa” per mantenere il suo livello di benessere, insieme all’altro pilastro rappresentato dalla ricchezza accumulata dalle famiglie dal dopoguerra all’inizio degli anni ‘90. Eppure la presenza degli stranieri continua a generare diffidenza. Il fatto che l’Italia si trovi in una situazione economica di non crescita, in cui il guadagno del vicino sembra avvenire a discapito del proprio, non aiuta a generare un clima di rispetto e di apertura. Ma a questo clima non mi arrendo. La prossima volta che incontrerò Marije le chiederò se vuole entrare in casa a prendere un caffè. Un modo come un altro per ringraziarla di un lavoro ingrato, e cercare di comprendere l’interrogativo segreto del suo sguardo levantino.

DI LUIGI TALIANI

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ATTUALITÀ

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MARTEDÌ 18 FEBBRAIO 2020

Accompagnati giorno per giorno nel cammino della Quaresima

La passione, anima di ogni vera catechesi

ome ogni anno il vescovo Nazzareno Marconi ha realizzato un libretto per aiutare a vivere al meglio la Quaresima, C «tempo forte dello Spirito, nel quale siamo invitati a riscoprire il

Avere il coraggio della relazione che ogni giorno affronta e supera la tentazione dello scetticismo e la voglia di arrendersi di fronte alla povertà dei risultati

grande dono del Battesimo e rinnovarne la grazia». La struttura è analoga a quella degli anni passati; il libretto «concentra l’attenzione sui vangeli del giorno e offre un breve e semplice commento, che aiuti ad iniziare una meditazione personale». I vangeli sono quelli dell’anno A e ci accompagnano lungo «un cammino battesimale fondamentale». Anche in occasione della Quaresima 2020 «ogni giorno l’ultimo spunto di riflessione, viene da piccole storie che fanno pensare e sorridere. Vanno bene per grandi e piccoli. Alcune sono mie, altre le ho raccolte dal grande mare di internet, dove vagavano senza autore». L’ambizione non è aggiungere carta alla tanta superflua che approda nelle nostre case, ma che, come conclude il Vescovo, «questo piccolo lavoro, da sfogliare giorno per giorno durante la Quaresima, sia fonte di consolazione spirituale e crescita nella fede per ogni lettore». Al cammino spirituale personale la Quaresima accosta sempre la proposta di un’iniziativa di solidarietà. La Caritas della nostra diocesi propone un impegno concreto in favore dell’Ucraina, per sostenere la Chiesa sorella di Kiev e in modo particolare l’opera pastorale del suo vescovo e dei sacerdoti. Le offerte si raccolgono in parrocchia o tramite la Caritas diocesana. (Red.)

DI STEFANO

DELLA CECA

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pesso ho l’impressione che la montagna partorisca un topolino! Di fronte a costituzioni, decreti e dichiarazioni frutto degli anni del Concilio Vaticano II dal 1963 al 1965, a tutta l’attività dei Papi che è man mano cresciuta sempre di più fino ad oggi, passan-

Il libretto quaresimale del Vescovo

do per i Sinodi regionali, diocesani e le Lettere pastorali locali, per arrivare alla Conferenza episcopale italiana e alle Assemblee speciali dei Sinodi dei vescovi – l’ultima quella dell’ottobre 2019 sull’Amazzonia – non si può non essere sorpresi, e in un certo senso affascinati, dall’enorme produzione di parole e idee su i temi più svariati. L’aspettativa è altissima, tuttavia la lettera è morta senza uomini e donne che decidano di incarnarla nella propria vita. Se pensiamo all’educazione e a quella forma particolarissima che è la catechesi, cercando in questi testi un “Santo Graal”, un segreto indicibile oppure magico che possa risolvere ogni problema e domanda, ci si ac-

corge che tutto l’insieme è importante, non una parte più delle altre. Tanto vale allora accogliere quel topolino – che potremmo definire la radicale fonte della catechesi – che consiste nella passione educativa, nel coraggio della relazione che supera ogni giorno la tentazione dello scetticismo e la voglia di arrendersi di fronte ai poveri risultati che potrebbero deludere le aspettative. La fiducia nel nostro prossimo, che incontriamo non solo nelle nostre parrocchie ma nel mondo del lavoro e nella società, ci dà il coraggio e lo spirito giusto per affrontare la crisi culturale, spirituale nonché economica che oggi ci mette alla prova. «La speranza non delude» dice-

va San Paolo nella lettera ai Romani, perché aveva visto le conseguenze dell’amore ardente, non solo parlato e raccontato, vissuto da Gesù, capace di generare intorno a lui semi di futuro che poi germinarono al momento opportuno. Un amore nuovo, scandaloso e controcorrente che aveva la forza di moltiplicarsi e di superare le vecchie barriere della legge. Forse la delusione è quindi un frutto amaro del tempo che viviamo, che però non deve farci perdere il gusto e lo spirito giusto per cercare sempre nuovi itinerari nella catechesi, capaci di raccontare cosa è accaduto in noi, per contribuire ad edificare quel “Regno di Dio” atteso da tutti coloro che amano e che sono in cerca di amore.

Presentata l’iniziativa della Caritas, in collaborazione con Fondazione Traini «Non pretendiamo di cancellare la povertà ma possiamo fare piccoli gesti concreti»

Sportelli antiusura, solidarietà all’opera DI

EDIO COSTANTINI *

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aranno attivi dal prossimo mese di marzo nel territorio della diocesi due sportelli antiusura: uno a Macerata e l’altro a Porto Recanati. A gestirli sarà la Caritas diocesana e, nel caso di Porto Recanati, anche la parrocchia del Preziosissimo Sangue. Ad affiancarli è la Fondazione Antiusura Monsignor Francesco Traini di San Benedetto del Tronto, accreditata presso il Ministero dell’Economia e Finanze (Mef) ed abilitata a concedere le garanzie bancarie a famiglie e imprese familiari in difficoltà economiche, con la possibilità di operare in tutto il territorio delle Marche. La presentazione di questa importante iniziativa si è svolta a Porto Recanati, giovedì 6 febbraio 2020, alla presenza del vescovo Nazzareno Marconi, del sindaco Roberto Mozzicafreddo, del direttore della Caritas diocesana Lorenzo Cerquetella e del parroco don Gabriele Crucianelli. C’erano anche numerose autorità locali: il prefetto Iolanda Rolli, il comandante provinciale dei carabinieri Col. Michele Roberti e il questore Antonio Pignataro. In sala anche i sindaci di Recanati, Antonio Bravi e di Montefano, Angela Barbieri, il consigliere regionale Elena Leonardi e Rosalba Ubaldi per la Provincia. Nell’occasione, il Vescovo ha ribadito l’importanza e i punti di forza di questo servizio per la comunità maceratese. I due sportelli, infatti, oltre a rappresentare un valido presidio per la legalità e la prevenzione nei confronti del ricorso all’usura sul territorio, saranno dei centri di ascolto e di monitoraggio delle povertà nascoste. Una delle quali, per vergogna o per imbarazzo, è spesso quella dell’indebitamento. «Noi non pensiamo – ha detto monsignor Marconi – , di sconfiggere o cancellare la povertà. Gesù, ci ha detto che “ i poveri li avrete sempre tra di voi”, pertanto cancellare la povertà

Un momento dell’incontro del 6 febbraio a Porto Recanati

è un obiettivo illusorio. E’ possibile, invece, fare cose piccole ma concrete per far emergere le povertà nascoste e trovare le giuste soluzioni». Come accedere al Fondo di prevenzione all’usura Per le piccole imprese e le famiglie in difficoltà economica che non hanno la possibilità di accedere direttamente al credito bancario ordinario, e a rischio di diventare preda degli usurai, esiste la possibilità di usufruire del credito attraverso il Fondo di prevenzione dell’usura, istituito dalla Legge n. 108 del 1996 e gestito dal Mef. Per accedere al Fondo è necessario rivolgersi alle Associazioni e Fondazioni accreditate presso il Mef, che possono concedere le garanzie bancarie. In questo caso basta rivolgersi allo sportello antiusura presso la Caritas di Macerata (tel 0733.1992952) oppure presso lo sportello di Porto Recanati (tel. 351.2902524) Perché l’indebitamento

I relatori dell’incontro del 6 febbraio

Diversi sono i fattori che lo determinano: la perdita del lavoro, un’improvvisa malattia, la cassa integrazione, la mobilità, le separazioni e tante altre cause improvvise che non permettono di continuare a pagare i mutui o leasing precedentemente contratti. Ma nello stesso tempo si vuole salvare la casa di proprietà… Sono tutte problematiche che quasi mai si è in grado di risolere da soli. Esse vanno affrontate con determinazione insieme ad esperti che concretamente possono essere di aiuto. Molte famiglie o piccole imprese che si trovano in queste situazioni non sanno a chi rivolgersi (per ritegno, per vergogna, per mancanza di supporto professionale adeguato, ecc.) e con il passare del tempo i problemi diventano sempre più difficilmente risolvibili, con conseguenze a volte tragiche. Aiutare chi si trova in queste situazioni è possibile. Le quattro le fasi del piano d’azione per una possibile soluzione del problema 1° passo: il contatto. Chi ha un amico, un parente o un conoscente in difficoltà finanziarie può contattare lo sportello antiusura. Da questo momento può scegliere di lasciarsi consigliare su come affrontare la situazione. 2°passo: l’incontro. L’incontro serve a comprendere la concreta posizione debitoria complessiva per poterla affrontare insieme ad una squadra di professionisti che, gratuitamente, offrirà l’assistenza necessaria per arrivare a superare i suoi problemi. 3° passo: l’analisi. Viene analizzata la sua situazione economico/finanziaria e vengono valutate le possibilità di pagamento (a piccole rate) del prestito che si va a richiedere alla Banca convenzionata per la copertura di tutta la somma debitoria. 4° passo: l’intervento. A questo punto, si procede alla richiesta di un prestito a una delle Banche convenzionate. * presidente Fondazione antiusura Mons. Traini onlus

Porto Recanati

Un ciclo di incontri sull’educazione nel nome di san Giovanni Bosco di relazioni e socialità tra gli stessi. Protagonista del secondo incontro, sabato 15 ome declinare al presente il carisma febbraio, è stato Stefano Della Ceca, presidi San Giovanni Bosco e celebrarlo dente del Centro sperimentale di Educaziocon parole attuali? Da tre anni, a ne interculturale “CiSEI” di Tolentino e fonPorto Recanati, i salesiani cooperatori del datore della Rete d’imprese agricole biolocircolo locale “Giuseppe Panetti”, l’Unità giche “Vivi la tua terra”, che ha parlato di cipastorale e l’unione Ex–Allievi, con il pa- bo e di stili di vita sostenibili a partire dalla trocinio dell’Amminitavola. Di «Educare alla vistrazione comunale, prota buona, la vocazione evano a rispondere alla ducativa della comunità e domanda con l’organizl’associazionismo laicale» zazione di un ciclo di inparlerà, sabato 22 febcontri che prende il nobraio, Marco Moschini, me da una frase pronundocente di Filosofia teoreciata proprio dal santo di tica nell’Università di PeValdocco: «Educazione è rugia. Il “tema dei temi”, cosa di cuore». ovvero “Essere famiglia ogL’obiettivo è di uscire dal gi”, sarà al centro del quarperimetro dell’oratorio, to e ultimo appuntamentuttora luogo di formato, sabato 29 febbraio, per zione e di crescita di geil quale sono attesi Lorenerazioni di giovani, per dana Simeone e Ruggiero L’incontro con Corrado Caiano aprirsi all’intera comuDiella, entrambi docenti, nità, affrontare temi legacounselor e operatori di ti alle sfide educative di oggi e fornire stru- Pastorale familiare. «Siamo arrivati alla termenti utili a chi ha la responsabilità dell’e- za edizione e contiamo di proseguire – afducazione. ferma il coordinatore dei salesiani cooperaA guidare il primo appuntamento, lo scor- tori Italo Canaletti –; la cittadinanza è ormai so 8 febbraio, è stato Corrado Caiano, re- affezionata a questi momenti preziosi per sponsabile dell’Oratorio Sant’Anna di Pra- riflettere e interrogarsi sull’educazione, mento, che ha mostrato, con esempi pratici, il tre per i docenti di sette Istituti Comprensivalore del gioco per l’espressione della per- vi del territorio è anche un valido percorso sonalità degli individui e per la creazione per ottenere crediti formativi». DI

ELEONORA TISENI

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Carnevale, un’allegria semplice alla portata di tutti Scroccafusi: dolci carnevaleschi tipici delle Marche e specialmente del Maceratese, un tempo fritti nello strutto

In tutte le Marche vigeva la tradizione per cui il giovedì grasso, anche chi non poteva permettersi pranzi e cene pantagrueliche, doveva comunque mangiare 14 volte

DI

UGO BELLESI

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dolci tipici del Carnevale sono gli scroccafusi, le sfrappe, le frittelle, le castagnole e la cicerchiata. Ma, specialmente nel passato, ogni località vantava un suo dolce caratteristico e così a Cupramontana si preparavano i “cecamariti” mentre a Pioraco c’erano i “fiocchi”, ad Urbania i “bostrenghi” e via di questo passo. Legate al carnevale un tempo c’erano anche delle manifestazione folcloristiche. Famosa era la sfilata in maschera che si svolgeva a Morrovalle con la rappresentazione dei dodici mesi dell’anno. Così gennaio era rappresentato da un cuoco, marzo da una vecchia ecc. Ciascuno dei personaggi che interpretavano i vari mesi doveva recitare una strofetta. Le Marche avevano anche le loro maschere carnevalesche rappresentate da personaggi come

Mengone Torcicolli, Lisetta, Ciafrì e Piticchinella. Il giovedì grasso le donne più povere del Maceratese solevano “andare a lardellu” che significava effettuare la questua. A Camerino si diceva “coccocicciu” (cioè chiedere uovo e ciccia). Saltando e ballando con la testa ornata di alloro e con uno spiedo nella mano sinistra e il cembalo nella destra visitavano le case di campagna chiedendo in offerta salsicce, lardo oppure uova. A Fabriano (dove si chiamava “cicciolaio”) non erano le donne a girare per le campagne, ma i bambini poveri in comitiva con il viso tinto di nero come gli spazzacamini. A Pesaro invece era compito degli uomini e dei giovani andare in campagna a raccogliere offerte con un carrettino trainato da un asino. In tutte le Marche, il giovedì grasso, chi non poteva permettersi di fare pranzi e cene pantagrueliche doveva almeno rispettare

la regola di mangiare 14 volte. L’ultimo giorno di carnevale nelle piazze dei paesi, ma anche nelle aie delle case coloniche, c’era la tradizione di dare fuoco a un fantoccio che raffigurava il carnevale, innalzato su di un palco o su un mucchio di legna. Questa era la punizione cui veniva condannato il Carnevale dopo un sommario “processo” in cui si elencavano i peccati più diffusi in quella comunità come il furto, lo spergiuro, il tradimento, l’infedeltà... Prima di dar fuoco al fantoccio del Carnevale bisognava fare l’ultima mangiata collettiva di maccheroni. L’ultimo giorno di festeggiamenti antecedente l’inizio della Quaresima c’era l’abitudine di lavare con acqua bollente i piatti e le pentole per eliminare ogni traccia di grasso. A metà Quaresima era tradizione sospendere le rigide regole imposte in questo periodo dell’anno e si potevano cucinare le

frittelle e preparare qualche dolce povero. In particolare erano dolciumi fatti con pasta di pane a forma di vecchia, ma anche di sega o di scala. Infatti in quello stesso giorno, nella piazza principale di ogni paese, si celebrava il rito di tagliare in due, con una sega a forma di scala, il fantoccio di una vecchia. È per questo che in quel giorno di metà Quaresima si celebrava la “festa della Segavecchia”. Abbiamo già accennato ai dolci tipici del Carnevale, ma occorre anche ricordare che, trattandosi di preparazioni fritte bisognava rispettare certe regole. Innanzitutto la padella per friggere doveva essere di ferro. Il burro non si usava e anche l’olio bisognava risparmiarlo per cui la frittura avveniva impiegando lo strutto. I fritti una volta scolati con la “schiumarola” dovevano essere deposti sulla carta paglia per far assorbire il grasso.


UNITÀ PASTORALI

MARTEDÌ 18 FEBBRAIO 2020

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Cappuccini, con loro trenta giovani volontari in Etiopia Una rete di solidarietà che da decenni abbraccia anche il Benin, e più recentemente il Ghana DI

ALESSANDRO FELIZIANI

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l 14 febbraio trenta giovani di Recanati e di altri centri sono partiti per l’Etiopia con lo scopo di portare aiuti e solidarietà nelle missioni dei Frati Cappuccini delle Marche, presenti in quel grande paese del Corno d’Africa. I più giovani, che partecipano a un progetto di “alternanza scuola–lavoro”, resteranno due settimane; gli altri quasi un mese e mezzo. «Tutti hanno deciso di intraprendere questa esperienza con grande motivazione e ritorneranno spiritualmente più ric-

chi di come sono partiti», ci dice fra Francesco Pettinelli, responsabile del Segretariato Missioni Estere dei Cappuccini delle Marche. Fra Francesco, quando è iniziato questo servizio? L’opera di evangelizzazione dei Cappuccini nel mondo si perde nei secoli ed è ancora oggi caratterizzata dallo spirito missionario che San Francesco ci ha indicato con l’esempio della sua vita e con la sua regola. Da più di cinquant’anni la provincia Picena dei Cappuccini concentra la propria opera di evangelizzazione, di aiuti e di solidarietà umana in aree geografiche particolarmente povere e bisognose. Nel 1967 prese avvio la prima missione in Etiopia, dove uno dei nostri missionari, padre Domenico Marinozzi, è stato per molti anni anche vescovo della vasta provincia di Hosanna–Soddo.

Come è cresciuta nel tempo la vostra presenza in Etiopia? Oltre alle opere umanitarie a sostegno della popolazione, la nostra missione ha favorito anche il sorgere di molte vocazioni e attualmente i Cappuccini che operano in Etiopia sono quasi tutti africani. Noi come Cappuccini marchigiani siamo invece presenti in Benin, nella parte più occidentale dell’Africa, dove la missione è stata aperta nel 1987. Come lavora il Segretariato di cui lei è responsabile? Siamo di supporto alle missioni in Etiopia, Benin e da alcuni anni anche in Ghana, dove aiutiamo i nostri fratelli indiani. Il Servizio Missioni Estere con sede a Recanati è composto da una fraternità locale e altri frati della Provincia Picena che collaborano dai propri conventi. I frati a loro volta sono aiutati da collaborato-

ri laici e attorno a questi ruotano amici e benefattori che offrono tempo e passione per lo svolgimento delle attività. È un impegno che richiede tempo e dedizione, sia nella sensibilizzazione al problema missionario, sia nella raccolta fondi per mantenere e incrementare le opere sociali e umanitarie che accompagnano l’evangelizzazione. Quali sono le principali opere realizzate e sostenute nelle missioni? Soprattutto orfanotrofi e scuole, case per i poveri, dispensari medici, pozzi per portare acqua potabile nei villaggi che ne sono privi. Inoltre siamo impegnati nelle adozioni a distanza di bambini bisognosi, i quali in questo modo possono continuare a crescere in famiglia o, se orfani, nei nostri istituti. Attualmente tra Etiopia e Benin, sono quasi cinquemila i bambini adottati a distanza da nostri be-

nefattori, con un contributo di meno di un euro al giorno. Missione estere Cappuccini è una onlus? Sì. Questo ci permette di essere destinatari anche del “5x1000”, oltre che ricevere offerte fiscalmente detraibili mediante conto corrente postale o bancario. Ci può fare un sintetico bilancio di quanto realizzato? Negli ultimi sette anni stati costruiti 12 asili e scuole, 16 strutture per anziani o dispensari medici, 25 pozzi d’acqua potabile. In Etiopia è stato ultimato da poco un nuovo asilo per 90 bambini a Mayo e attualmente sono in corso campagne di raccolta fondi per la costruzione di una scuola materna nel villaggio di Lera e una scuola secondaria a Sura Koyo, località del Wolaita estremamente indigente e povera di infrastrutture.

Un susseguirsi di appuntamenti e di incontri in cui guardarsi negli occhi e parlare, pregare, conoscersi. Per continuare a procedere assieme

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Al centro fra Francesco Pettinelli

Recanati: Leopardi ma non solo Tante le case con cartelli «Vendesi» appesi al portone. In progettazione un Centro di ascolto per riuscire a intercettare meglio il disagio

C’è volontà anche tra i sacerdoti di comunione e “ripartenza” I giovani hanno potuto avvicinare un uomo di fede e di cultura

Il vescovo tra chi resiste alla crisi e guarda avanti con speranza DI

GIUSEPPE LUPPINO

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l 2 febbraio ha preso il via, per concludersi poi il 16 febbraio, la Visita pastorale nel Centro storico di Recanati. Fitti gli incontri nelle due settimane, in una zona che conta circa 9mila anime. Sono cinque le parrocchie dell’Unità pastorale n.11, con 14 chiese (2 ancora chiuse dal terremoto); i parroci sono solo 3, coadiuvati da altri 3 sacerdoti e 2 diaconi. Il vescovo aprendo la Visita nella chiesa di Sant’Agostino ha sottolineato il desiderio di incontrare innanzitutto le persone più fragili: bambini, anziani e ammalati, poi chi lavora e chi dà lavoro. Non ha trascurato associazioni, gruppi di preghiera e movimenti, studenti e insegnanti, ragazzi del catechismo (180 circa delle elementari, 90 circa delle medie inferiori e superiori) e i loro genitori, i giovani, gli amministratori comunali. A questi ultimi, riallacciandosi a un discorso dell’arcivescovo di Milano Delpini (vedi l’articolo in prima pagina, ndr), ha richiamato alcuni punti chiave: riconoscenza, fiducia, responsabilità, buon senso, sapienza, fierezza di raccogliere le sfide, famiglia e figli, giovani e lavoro, società plurale e libertà religiosa. Alla fine, dopo gli interventi di alcuni consiglieri e del sindaco, ha richiamato alla convivialità, al saper dialogare senza sentirsi minacciati o sotto accusa, a richiamarsi reciprocamente agli impegni, alla collaborazione per il bene comune. Certo è che i problemi sociali (invecchiamento, solitudine, difficoltà economiche, droga) non sempre emergono in maniera palese. Si sta pensando quindi di avviare con la Caritas un Centro di ascolto, che sia attento alle famiglie in difficoltà, ai malati, a giovani e anziani. Il tutto in collegamento con i Servizi sociali comunali. Apprezzata la presenza del Centro aiuto alla vita. Il Centro storico ospita due strutture residenziali per anziani: l’Ircer e la Rsa. Qui, dove il personale è investito da una seria crisi econo-

Sacerdoti e laici insieme, volto del nuovo cammino pastorale

mica, e la struttura avrebbe bisogno di maggiore manutenzione e di una migliore illuminazione, il vescovo ha celebrato la Messa. Tutte le scuole, primarie e secondarie, sono state visitate dal presule, che ha incontrato studenti e insegnanti. Il Centro storico ha mostrato a monsignor Marconi un susseguirsi di cartelli “Vendesi” o “Affittasi” appesi a negozi e abitazioni, simboli eloquenti dello spopolamento che lo investe. I giovani alla sera si ritrovano nei bar; mentre solo in piena estate eventi musicali richiamano una discreta quantità di persone in piazza Leopardi. Nel contempo, valide iniziative di taglio educativo e culturale sono promosse durante l’anno da vari gruppi che riescono a coinvolgere buona parte della cittadinanza. Ogni incontro con il vescovo è un avvenimento: dalla Luce, alla Parola, alla testimonianza attraverso il racconto di esperienze, la predicazione e la celebrazione eucaristica; una visita che ha contribuito a rafforzare la comunione tra le parrocchie, a confermare la fede.

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a visita pastorale del vescovo Nazzareno Marconi nelle Unità pastorali della Diocesi sta promuovendo importanti momenti di confronto e personali occasioni di riflessione. Ne è convinto padre Roberto Zorzolo, parroco delle chiese dei Santi Agostino e Domenico e di Santa Maria di Monte Morello, entrambe facenti parte con quelle di San Flaviano, San Francesco e della Santissima Addolorata nell’UP 11 . Padre Roberto, qual è la principale sfida pastorale che pone anche a voi sacerdoti recanatesi l’incontro con il vescovo Marconi? Per noi preti è un invito a rivedere e reimpostare le attività delle parrocchie che, prima della formulazione delle Unità pastorali, forse hanno compiuto un percorso diverso le une dalle altre. Siamo chiamati a favorire la più ampia comunione possibile tra le varie

terza età

l’educatrice «La sua visita è stata un grande abbraccio» ilvia Guardabassi, 37 anni, è mamma di due bambine, olS tre che una degli educatori del gruppo del dopo Cresima della parrocchia di San Francesco. La visita pastorale a Recanati ha suscitato anche in lei una grande emozione, come «l’incontro un padre che sai che è fisicamente un po’ lontano ma che è sempre con te». Silvia ha descritto, inoltre, gli appuntamenti che si sono susseguiti come un dono: «Il tempo che il vescovo ha passato con noi è stato utile per affrontare le varie problematiche che possono esserci in parrocchia – ha detto –, si è trat-

ANDREA MOZZONI

Il soffitto a cassettoni della concattedrale di San Flaviano

tato di un grande abbraccio simbolico, come a dire: “Facciamo tutti parte di una stessa grande famiglia”». Silvia segue il suo gruppo da ben 9 anni: «Grazie al supporto delle loro famiglie, questi ragazzi e ragazze sono sempre attenti e disponibili – ha spiegato –, ma purtroppo non è sempre così. Abbiamo confidato al vescovo la fatica di portare oggi il messaggio cristiano. La mia esperienza è fortunata, ma riconosco che la partecipazione nei paesi non è più come quella di un tempo». (A.Moz.)

aola Andreoni, 70 anni, pensionata, è una collaboratrice P parrocchiale della chiesa di San Francesco nell’Unità Pastorale 11. Attiva e sempre disponibile, ha accolto con gioia l’arrivo del vescovo Marconi a Recanati, una presenza che, ha ammesso, «non basterebbe mai». Tanto è il carisma che “don Nazzareno” fa trapelare tra adulti e giovani, qualità che è stata evidenziata ancora di più in una parrocchia come quella di San Francesco. «Qui i ragazzi vengono volentieri – ha detto – e la sua presenza anche alla Messa la dome-

«Noi sapremo cavarcela: pensiamo ai giovani» nica sarebbe uno stimolo sempre maggiore. Dobbiamo concentrarci sui giovani, sui loro desideri, e riuscire a renderli protagonisti delle attività di questa parrocchia». Per la signora Paola, «Recanati è una città sostanzialmente tranquilla», dove il poeta Leopardi fa da traino: «Rispetto ad altri sono fortunata perché ho un gruppo di amiche della mia stessa età con le quali ci teniamo sempre in attività qui in parrocchia – ha terminato –, ma tutti dobbiamo stare vicino al nostro parroco don Pietro Menichetti». (A.Moz.)

chiese e resettare i nostri vecchi “schemi” per un cammino nuovo. Lo stesso vale anche dal punto di vista personale: anch’io devo rivedere tanti miei “schemi”, guardando all’alto esempio di vita spirituale che il vescovo esprime e praticando una preghiera ancora più intensa. Nei confronti dei laici, altresì, quali di questi incontri hanno testimoniato questo atteggiamento di “sintesi” e “prospettiva”?L’esperienza dell’incontro ha reso possibile un confronto diretto e la formulazione di domande molto profonde. Da parte degli studenti c’è stata una evidente curiosità. Il Vescovo li ha voluti incontrare dove vivono quodianamente, oppure dove svolgono le loro attività, al Palazzetto dello Sport o come ha fatto con gli studenti del Liceo o delle scuole medie. Lo hanno conosciuto come una persona di fede e dalla grande cultura; questo ha provocato una particolare emozione. Trovarsi tra le fasce più fragili o comunque più soggette alle “intemperie” della società attuale è uno degli obiettivi del vescovo... Sì, è stato evidente anche con le famiglie in difficoltà o nell’attezione e nel tempo dedicato ai malati. Monsignor Marconi ha ascoltato i problemi delle famiglie e degli operai, a loro ha dimostrato attenzione e vicinanza rispetto alle problematiche del mondo del lavoro. Quale momento o frase particolare conserva da questa visita pastorale? Porto con me il motto che ha scelto, il Signore che visita il suo popolo e lo redime in nuovo cammino di speranza, quella stessa speranza cristiana che per i giovani diventa certezza nell’amore di Cristo.

San Flaviano: la Cattedrale storica che è anche un prezioso scrigno d’arte

Nel borgo culla dell’educazione la scuola d’italiano per stranieri

Una intera «Settimana comunitaria» nel liceo intitolato al poeta dell’infinito

ecanati ottenne il titolo di città e venne eretta a diocesi nel 1240. La prima cattedrale costruita in fretta fu demolita e costruita ex novo, in stile gotico, dal cardinale Angelo da Bevagna (1383–1412). Ne restano le pareti esterne e frammenti di affreschi. Tra il 1500 e il 1600 fu completamente rinnovata. Nell’atrio c’è il Battistero realizzato in pietra d’Istria e fusioni in bronzo dai recanatesi T. e P. Jacometti, autori anche delle porte e di vari monumenti del Santuario di Loreto.

farla da padrone a Recanati c’è Palazzo Leopardi, meta di turisti e scolaresche, dove Giacomo nacque il 29 giugno 1798, soggiornandovi fino alla partenza per Napoli nel 1830, e dove compose 200 anni fa L’Infinito. D’intorno, il Colle dell’Infinito e il Centro Nazionale di Studi Leopardiani. Dalla parte opposta del borgo, a ridosso della Cattedrale di San Flaviano, troviamo i Musei Civici di Villa Colloredo Mels, dimora storica che custodisce opere d’arte e reperti archeologici. In piazza Leopardi si erge il Palazzo comunale con acanto la Torre del Borgo, alta 36 metri e coronata da merlature ghibelline, risalente al XII sec. Ad impreziosirla un bassorilievo bronzeo di Pier Paolo Jacometti raffigurante la Traslazione della Santa Ca-

n questi giorni si sta svolgendo la settimana comunitaria degli alunni del liceo Leopardi di Recanati. La data scelta (2–7 febbraio) rispondeva all’esigenza di collocarla in periodo scolastico relativamente tranquillo. Sono venti gli alunni (11 femmine e nove maschi) che attualmente stanno affrontando questa avventura. La settimana comunitaria consiste nel vivere lo “straordinario nell’ordinario”: integrare un tempo comunitario di relazione e riflessione sui vari aspetti della vita con il tempo trascorso a scuola

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San Flaviano

La navata centrale è ornata dal magnifico soffitto a cassettoni (45x8m) opera di A. Costa, A. Rizzo e T. Gallucci. Le tele sono di Pier Simone Fanelli, A. Garbi, A. Scaramuccia e A. Carosi, quest’ultimo autore anche degli affreschi dell’Abside. La pregevole Via Crucis è

del recanatese Biagio Biagetti. Nel transetto per la Sacrestia tre sarcofagi racchiudono le spoglie dei vescovi Angelo da Bevagna, Nicolò delle Aste e di Gregorio XII, ultimo Papa dimissionario prima di Benedetto XVI, morto a Recanati il 16 ottobre 1417. La Cattedrale è dedicata a San Flaviano. In origine si trattava di San Flaviano vescovo di Helvia Recina (III sec.), ma un documento del 1587 si richiama a San Flaviano arcivescovo di Costantinopoli (446–449). (P.Sper.)

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sa di Loreto (1634). Nel Teatro Persiani, alla cui stagione di prosa si affiancano le semifinali di Musicultura, è allestito il Museo “Beniamino Gigli”, con costumi di scena, spartiti, discografia, onorificenze e premi ottenuti dal tenore recanatese. Oltre alle scuole – il Liceo classico “Giacomo Leopardi”, la Scuola “San Vito” e la “Beniamino Gigli”, l’Istituto professionale “V. Bonifazi” –, è presente l’Uniper “don Giovanni Simonetti” con attività didattiche rivolte a tutti. Ultimamente ha preso il via anche una nuova realtà educativa: la scuola di italiano per stranieri Dante Alighieri – Campus L’Infinito che, durante l’anno, richiama a Recanati centinaia di studenti di ogni età provenienti da tutto i mondo. (G.Lup.)

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Il liceo Leopardi

e nei compiti nel primo pomeriggio. Quest’anno siamo ospiti della comunità dei frati Cappuccini di Montemorello che generosamente ci ha aperto le porte non senza timori e tremori. Venti giovani liceali dal 3° al 5°, che vivono momenti di riflessione e studio, mangiano e dormono

in un Convento, sono una bella sfida. Come insegnanti di religione siamo grati ai frati, ai volontari laici, e ai giovani educatori che stanno dedicando tempo ed energie a questa impresa. La nostra speranza è quella di far cogliere a giovani, talvolta già fuori dai circuiti ecclesiali, la bellezza dell’esperienza di vita cristiana e far loro intuire l’Umano che si nasconde tra le pieghe del Vangelo. Il progetto è quello di camminare con gli studenti, ascoltarli con serietà, accoglierli con tenerezza e gioia. Lucia Filipponi


UNITÀ PASTORALI

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MARTEDÌ 18 FEBBRAIO 2020

Basilica di San Nicola: non sfuma il ricordo del sorriso di fra Mario

Politeama, rinascita nel segno del bello T olentino è stato probabilmente l’unico centro dell’area del terremoto a offrire pochi mesi dopo il sisma un concreto segno di speranza e di voglia di rinascita. Nel maggio 2017, infatti, è stato restituito alla città – dopo decenni di abbandono – il Politeama. I lavori di recupero edilizio e funzionale dell’intero complesso, che sorge accanto alla Concattedrale di San Catervo, erano iniziati prima del terremoto grazie a un non comune gesto di mecenatismo da parte della Fondazione Franco Moschini, che finanziando l’intero progetto ha permesso– dopo 90 anni da quando fu inaugurato – di dare nuova vita a un pezzo di storia sociale della Tolentino del ‘900. Il “Politeama piceno” – questo il nome originario – venne realizzato per iniziativa di una società di 23 cittadini tolentinati (presidente l’industriale

Nazareno Gabrielli) per dare alla città una «cinema–teatro e sale di conversazione, cultura e divertimento» e fu uno dei primi a dotarsi di una macchina cinematografica sonora. Intere generazioni lo hanno frequentato prima e dopo la Seconda Guerra mondiale (nel 1944 fu anche requisito dalle truppe Alleate) per assistere a spettacoli di prosa e varietà, ma soprattutto film e – negli anni Cinquanta – anche per seguire i primi programmi televisivi. Il recupero edilizio porta la firma di un architetto di grande fama internazionale, Michele De Lucchi, il quale – nel rispetto della volumetria esistente – ha “ridisegnato” internamente la struttura in base alle moderne esigenze, preservando alcuni elementi in stile Liberty (ora fusi con altri più moderni) e l’aspetto multifunzionale della struttura, dando co-

uori dai confini regionali molti conoscono Tolentino per la Basilica di San Nicola, meta costante di turismo religioso. Pur F senza raggiungere i numeri di pellegrini che ogni anno si recano a

sì continuità alla missione delinata dai soci fondatori. Oltre alla sala per lo spettacolo, per la quale De Lucchi ha disegnato anche le poltrone, il Politeama è dotato di sale per le prove di musica e teatro e di una per la danza, ma anche spazi per mostre e una caffetteria con tavolini e sedie nello stile dei vecchi caffè viennesi. Con la direzione artistica di Massimo Zenobi e la gestione della stessa Fondazione Moschini, il nuovo Politeama da ormai tre anni è sistematicamente sede di rappresentazioni teatrali, cinema, spettacoli live, cabaret, musica, danza e anche convegni e attività di formazione. È un luogo che sta catalizzando anche le migliori risorse culturali del territorio, dando così un contributo alla crescita sociale ed economica della città e del comprensorio. Alessandro Feliziani

Loreto, Assisi e Cascia, anche per il fatto di trovarsi al centro di questo “triangolo” di santuari, la Basilica di San Nicola è meta di fedeli che singolarmente o in gruppo arrivano a Tolentino da ogni parte d’Italia e anche dall’estero. Per oltre mezzo secolo gran parte di coloro che hanno pregato davanti alla tomba del Santo sono ritornati a casa anche con il ricordo di un sorriso e di una cordialità particolari, stampati sul volto gioviale e sereno di quel “cicerone” che li aveva accolti e guidati. Quel “volto sorridente del santuario” era fra Mario Gentili, scomparso nel 2006 all’età di 78 anni, dopo averne trascorsi più di sessanta nel convento agostiniano di Tolentino. Piccolo di statura, ma gigante per competenza e conoscenza della storia, dell’arte e della cultura agostiniana, trasmetteva con la sua affabilità a quanti lo avvicinavano in basilica il profondo amore per l’Ordine Agostiniano e per San Nicola. La comunità agostiniana, testimone delle qualità umane e spirituali di Fra Mario, lo ritiene «degno di essere invocato come intercessore presso Dio» e di recente la Conferenza episcopale marchigiana, su proposta del vescovo Nazzareno Marconi, ha autorizzato l’avvio della fase introduttiva del processo di beatificazione. (Ale.Fel.)

La città, la più popolosa del cratere sismico, ancora patisce pesantemente le conseguenze della tragedia del 2016. Ma è decisa a rialzarsi

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Tolentino, il fardello del sisma Grande la vivacità imprenditoriale, civile e culturale. Il Comune vanta un’assistenza sociale di qualità Più di duecento le realtà operanti

La popolazione della Zona Rossa si è dispersa e le attività delle aggregazioni hanno molto sofferto La solidarietà si è rinvigorita

Il sindaco: «Resistiamo contro una burocrazia che ci soffoca» DI

TIZIANA TIBERI

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olentino la città più grande del cratere sismico ha atteso con grande speranza la visita pastorale del vescovo Marconi, come racconta il sindaco Pezzanesi. Come vive la città questo appuntamento? È un’occasione importante per incontrare, ancora una volta, la nostra guida spirituale. Del resto il vescovo Marconi, fin dalla sua nomina, è sempre stato molto presente sul territorio, dandoci sempre conforto e rivolgendoci parole di coraggio e di speranza. Com’è la situazione del tessuto sociale locale? Tolentino è una città che si è sempre distinta per la vivacità imprenditoriale, sociale e culturale. Seppur investita anche da momenti di difficoltà che hanno interessato alcuni comparti produttivi dell’area, la nostra comunità ha sempre reagito positivamente, dimostrando di essere solida e coriacea. Abbiamo oltre duecento associazioni sportive, culturali, onlus, musicali, teatrali, che svolgono un grande lavoro di formazione e offrono fondamentali momenti di crescita ai nostri giovani e non solo. Rilevante anche il lavoro che viene svolto nelle nostre scuole dove, oltre ai percorsi formativi di assoluta qualità, si lavora anche in stretta sinergia con le famiglie per evitare situazioni di disagio. Come amministrazione continuiamo, anno dopo anno, a investire la parte più importante del nostro non facile bilancio comunale, per assicurare un’assistenza sociale di qualità, rivolta a prevenire e sostenere le situazioni di fragilità che purtroppo, inevitabilmente, ci sono. Il nostro impegno è dunque quotidiano. A tre anni dal sisma quali disagi ci sono? Come ha reagito la comunità? Il sisma ha sconvolto le vite dei nostri cittadini. Abbiamo oltre 5.000 edifici danneggiati, tantissime famiglie costrette a trasferirsi, oltre 4.500 persone che hanno perso la propria casa. Il nostro è il Co-

Il parroco: il terremoto ha fatto riscoprire il senso di comunità

mune più grande all’interno del cratere. La nostra proverbiale pazienza e la nostra cultura del lavoro intesa come voglia di fare e di ricostruire, hanno come nemici la burocrazia e l’incapacità politica di dettare regole che siano in grado di far realmente decollare la ricostruzione, specie quella pesante. Sul territorio in tre anni sono aumentati il consumo di ansiolitici e antidepressivi e anche la mortalità delle persone anziane, le più fragili, è cresciuta in maniera vertiginosa. Ma noi resistiamo, contro tutto e tutti; stiamo realizzando appartamenti in sostituzione delle Sae e quindi abbiamo deciso di investire il denaro pubblico in strutture non temporanee ma più durature e confortevoli, con minor costo. Una sua richiesta al vescovo Marconi Chiediamo di continuare ad esserci vicino per guardare al futuro con speranza e per poter costruire una comunità coesa, solidale e umanamente aggregante, specie con gli ultimi. Insieme possiamo costruire un dialogo che unisca ciò che il pressappochismo divide.

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L’

ufficio parrocchiale della concattedrale di San Catervo, imponente edificio neoclassico reso inagibile dal terremoto del 2016, è un container metallico di 4 metri per 4. È qui che incontriamo il parroco, don Gianni Compagnucci, attuale coordinatore dell’Unità pastorale che comprende anche le parrocchie della Santa Famiglia e dello Spirito Santo, entrambe sorte durante l’espansione urbanistica iniziata a Tolentino negli anni Sessanta. Com’è cambiata la vita nella parrocchia dopo il terremoto? Sono arrivato a San Catervo nell’estate del 2017 e oggi la situazione è migliorata, almeno dal punto di vista delle celebrazioni liturgiche e delle principali attività parrocchiali. Prima c’era una grande tenda della Protezione civile, mentre ora disponiamo di una struttura prefabbricata in legno donata dalla Caritas del Veneto con l’apporto della Caritas nazionale.

l’anziano

il giovane «Molte le iniziative c’è tanta fraternità» attia Pasqualini, 25 anni, educatore professionale: «La M città è piena di iniziative e di gruppi di catechismo. Il grande lavoro svolto dalla pastorale giovanile e dalle parrocchie fa sì che ci siano diverse realtà attive, partendo dai più piccoli per arrivare a coloro che hanno già ricevuto il sacramento della Cresima. In questo particolare contesto c’è un grande “movimento” di fraternità, di ragazzi che continuano il percorso di fede anche dopo essere stati cresimati, ricercando la propria vocazione e l’amore di

ALESSANDRO FELIZIANI

Uno scorcio del centro storico con la basilica di San Nicola

Dio. Noi catechisti combattiamo continuamente contro questo mondo pieno di fattori che spingono i giovani a isolarsi, il nostro servizio è quello di creare comunione tra i ragazzi, ricercando la condivisione e la fratellanza tra loro proponendo diversi contesti e attività. In questa quotidianità, come catechisti cerchiamo di vivere secondo Cristo per poter costantemente testimoniare le nostre esperienze di fede, poiché più giovani si avvicinano e offrono la propria vita, più ci sarà testimonianza». (Ale.Fel.)

aurizio Bruè, insegnante in pensione, responsabile delM la Catechesi per i Sacramenti agli adulti: «Dal terremoto del 2016 ci si è un po’ abituati a vivere nella provvisorietà e questo è un sentire che sta diventando quasi normale per tutti. Per giunta molte famiglie che hanno dovuto lasciare la propria casa vivono anche nella precarietà. Tuttavia siamo e ci sentiamo protetti dal cielo, infatti non dobbiamo dimenticare che non abbiamo avuto nessuna vittima, e per noi che ci siamo trovati in mezzo, è stato davvero un

«Siamo nella precarietà ma protetti dal cielo» miracolo. La condivisione di provvisorietà, unita a tante manifestazioni di solidarietà che giungono da più parti, ci danno coraggio e anche con la preghiera si sta rendendo più feconda la speranza. I rintocchi delle campane che hanno ripreso a suonare ci hanno restituito una voce amica e, nonostante i tempi della ricostruzione tardino ad arrivare, non viene meno la forza d’animo della nostra gente, forte del desiderio di vivere e di superare le difficoltà, con pochi lamenti e un silenzioso coraggio». (Ale.Fel.)

Oltre che per le Messe, come utilizzate il prefabbricato? È una struttura modulare trasformabile all’occorrenza in tre ambienti distinti, ma tale possibilità raramente viene utilizzata poiché anche le altre chiese del centro storico sono inagibili e la mettiamo a disposizione per le necessità delle altre parrocchie, in particolare per i funerali dei parrocchiani di San Francesco e del Santissimo Crocifisso. La situazione è migliorata da quando è stata riaperta la Basilica di San Nicola, che giuridicamente fa parte della parrocchia di San Catervo. Debbo aggiungere che c’è una grande collaborazione con la comunità agostiniana. Per il catechismo? In questo caso la collaborazione ci viene ricambiata, in parte dalla parrocchia di San Francesco (per i cresimandi) e dall’oratorio Don Bosco per i bambini della Prima Comunione. Per le altre attività legate alle diverse associazioni cattoliche? Purtroppo questo è il settore che oggi soffre di più. Il terremoto ha tolto ai molti anziani tutti i punti di riferimento che avevano. Il circolo Acli è chiuso e tutte le associazioni che disponevano di una sede nei locali della parrocchia (Caritas, Unitalsi, Avulss...) si sono dovute disperdere per la città. Si è dispersa anche la popolazione… Purtroppo sì. All’indomani del terremoto tante famiglie dell’unità pastorale 9 (oltre 13mila residenti) hanno dovuto trovare sistemazione fuori Tolentino, soprattutto lungo la costa. Molti sono ritornati, ma per molti altri c’è il rischio concreto che rimangano dove si trovano. La sola parrocchia di San Catervo ha perso quasi 300 residenti rispetto ai 4.500 che aveva prima del terremoto. C’è qualcosa che è cambiato in meglio? Il terremoto ha fatto riscoprire il senso di comunità. Oggi c’è molta più solidarietà, tra la gente e anche tra noi sacerdoti.

Spirito Santo, subito dopo le scosse la parrocchia perno dell’accoglienza

Luigi, il «santo in carrozzella» La devozione al venerabile Rocchi

Santa Famiglia, la comunità che è stata maggiormente colpita dalle scosse

l 25 settembre 1988 monsignor Tarcisio Carboni vi celebrò la Messa e conferì la Cresima a 19 giovani. La nuova chiesa dello Spirito Santo, poi elevata a parrocchia dallo stesso vescovo, era diventata così una realtà. Due anni prima, il 17 ottobre 1986, festa del patrono San Catervo, era stata posta la prima pietra, unita a una pergamena firmata da centinaia di fedeli residenti in quel quartiere che si stava allora ampliando nella periferia a est della città, accanto all’ospedale civile.

a concattedrale di San Catervo dal 2006 custodisce le spoglie mortali del Luigi Rocchi (1932–1979), dichiarato venerabile sei anni fa da papa Francesco, dopo che la Congregazione per le cause dei Santi ne aveva vagliato la vita e le opere, studiando le migliaia di documenti raccolti dal postulatore della causa di beatificazione, don Rino Ramaccioni. Tra queste anche le testimonianze dei cardinali Ersilio Tonini e Loris Capovilla che ebbero modo di conoscerlo personalmente e avere prova della profonda fede in Dio con la quale Luigi Rocchi accolse la sua infermità (soffriva sin da bambino del morbo di Duchenne) che, dopo averlo

a chiesa parrocchiale della Santa Famiglia deve la sua realizzazione a don Serafino Stramucci (1925–2015). Arrivato a Tolentino quando aveva 31 anni, fu assegnato alla parrocchia del Santissimo Crocifisso, di cui divenne parroco e nel cui territorio c’era l’oratorio Don Bosco con annessa sala cinematografica. Quando nei primi anni ’70 gli spazi dell’oratorio si stavano riducendo per permettere lo sviluppo delle attività scolastiche, don Serafino promosse la costruzione della

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Chiesa parrocchiale

La chiesa, realizzata anche grazie alla forte spinta popolare sostenuta da don Francesco Cocilova (1939–2018), che ne è stato a lungo parroco, è oggi la sede della più popolosa parrocchia di Tolentino, contando circa seimila residenti. Il complesso edilizio,

realizzato su progetto dell’architetto Vincenzo Treccioni, approvato dalla Pontificia commissione per l’arte sacra, oltre alla chiesa, comprende l’oratorio e ampi locali che sono divenuti punto di riferimento della comunità e in occasione del terremoto del 2016 sono stati anche messi a disposizione per le più urgenti necessità di molti sfollati. La parrocchia dello Spirito Santo, oggi guidata da don Vitantonio Zecchino, è molto attiva nella pastorale giovanile e conta un nutrito gruppo scout. (Ale. Fel.)

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limitato nei movimenti da ragazzo, lo rese prigioniero a letto del suo stesso corpo per più della metà dei suoi 47 anni di vita. Con l’ausilio di un congegno meccanico scrisse migliaia di lettere, diffondendo parole di speranza e di amore a tutti coloro che erano in corrispondenza con lui. A Tolentino gli è stata intitolata una via e sempre a suo nome sono intitolati un ospedale e una scuola in India. Ora per la proclamazione a beato si attende che avvenga e sia riconosciuto un evento miracoloso. Tanti suoi devoti auspicano che nelle chiese venga esposta un’immagine o una targa che ricordi ai fedeli il “santo in carrozzella”, com’è familiarmente chiamato da molti suoi concittadini. (Ale.Fel.)

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Stele per don Serafino

nuova chiesa nel quartiere che aveva visto una consistente espansione a monte della linea ferroviaria. L’intero complesso edilizio comprende l’oratorio e una moderna sala polivalente per la programmazione cinematografica e teatrale, che per un decennio, du-

rante la chiusura del teatro Vaccaj per l’incendio che l’aveva devastato, è stata punto di aggregazione culturale e unica struttura disponibile in città per le attività di spettacolo. Il territorio della parrocchia Santa Famiglia (circa tremila residenti) è quello che ha subito i maggiori danni dal terremoto. La parrocchia, di cui è titolare don Diego Di Modugno, ospita le sedi dell’Azione Cattolica e di Comunione e Liberazione. Nel giardino è stato posto un cippo a ricordo di don Serafino. (Ale.Fel.)


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Emmaus 18 febbraio 2020 by EmmausOnline - Issuu