post sisma Una mano al territorio
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e ferite inferte dalle tante scosse sismiche al nostro territorio sono lungi dall’essere sanate e continuano a pesare sulla vita di molte comunità. Chi desidera contribuire sostenendo le iniziative della diocesi, può farlo effettuando un bonifico a: Diocesi di Macerata –Tolentino – Recanati – Cingoli – Treia Causale: Offerta pro terremoto Iban: IT61Q0605513401000000011753
Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 62100 Macerata telefono 0733.231567
Martedì, 18 settembre 2018
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MACERATA
festa del patrono. Tempo per persone libere e responsabili
Alla sponda del domani
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Il vescovo Marconi: prima di tutto la famiglia, poi il lavoro, diritto ma anche dovere, infine la libera espressione del pensiero e il coinvolgimento nella società Segue l’omelia pronunciata dal vescovo durante la Messa celebrata sul sagrato del duomo in occasione della festa del patrono di Macerata San Giuliano, lo scorso 31 agosto. DI
NAZZARENO MARCONI *
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a festa del nostro Patrono ci richiama alle radici della nostra fede e della nostra identità cittadina. Sul Podium sancti Juliani, su questa collinetta dov’è ora il Duomo, legata al ricordo del Nostro Santo inizia la storia della città e della sua fede e chi vuol guardare avanti, per costruire solidamente il suo futuro, deve sapere chi è, da dove viene, qual è la sua storia. Noi veniamo da un popolo che “temeva il Signore”, come ha detto la Prima Lettura. Non un popolo spaventato da un timore superstizioso, ma gente che prendeva sul serio Dio e la vita. Abbiamo, ciascuno di noi, una sola vita sulla terra, una sola preziosa occasione per fare di questa vita qualcosa di buono e di bello. Per portare un buon frutto, diceva il Vangelo. Questo vale per ogni singolo e vale per una intera città. Ogni giorno, ogni anno che ci è dato non tornerà e con esso saremo giudicati da Dio e dalla storia. Guardare indietro per rimpiangere le occasioni perdute di bene e di costruzione positiva del futuro, non è saggio, ci porta solo a piangerci addosso con poco costrutto. Il Signore, come sempre, ci attende nel futuro. Ma ci sarà un futuro per Macerata? Parlando al recente incontro dei giovani Papa Francesco ha citato san Giovanni XXIII che diceva: «Non ho mai conosciuto un pessimista che abbia concluso qualcosa di bene». Non è quindi né saggio né buono essere pessimisti, ma la fede nella Provvidenza «che tutto volge al bene per coloro che Dio ama» (Rm 8,28), non deve essere confusa con un atteggiamento passivo e fatalista. Certo: se il Vescovo ed i Preti fossero tutti santi, se gli Amministratori pubblici fossero tutti capaci e propositivi, se gli Imprenditori fossero tutti audaci e lungimiranti… le cose sarebbero più facili. Ma i limiti umani di un’Italia fatta di persone normali, con pochissime eccezioni, non autorizza nessuno a sedersi a lato della storia, brontolando e pretendendo come se tutto fosse dovuto, come se esistessero solo diritti e non anche doveri. Il nostro Santo Patrono in una parte della sua vita traghettava le persone oltre la sponda del fiume. Il Papa ripete spesso che siamo a uno snodo della storia, a un cambio di epoca. C’è da passare alla sponda del domani, da ripensare la costruzione e lo sviluppo della città e del territorio. In questi tempi di passaggio, per traghettare su
Nuovi parroci sono arrivati in tante comunità della diocesi
un fiume agitato è bene non appesantire la barca e cercare di remare insieme e possibilmente verso la stessa direzione. Sono i tempi in cui invece di discutere di cose secondarie, bisogna puntare a ciò che è solido e stabile nel tempo. La Chiesa, con duemila anni di esperienza ha imparato che la vita umana e civile ha delle pietre miliari, dei punti fermi a cui riferirsi. Non ho timore a ricordarli, anche se ad alcuni possono apparire superati: la storia farà discernimento. Prima di tutto la famiglia, che precede in dignità e importanza lo Stato e tutte le altre aggregazioni umane. La famiglia va difesa e sostenuta, altrimenti ci troveremo sempre incapaci di una assistenza efficace dei deboli, di una solida educazione dei piccoli, di una coesione sociale davvero stabile. Poi il lavoro, diritto ma anche dovere, partendo dalla convinzione comune che ogni lavoro è degno quando ha le condizioni basilari di sicurezza, giustizia, rispetto dalla dignità della persona. Infine la libera espressione del pensiero ed il coinvolgimento reale di tutti nella gestione dalla società. Anche questo è diritto e dovere, che chiama tutti alla responsabilità di cercare la verità e non le chiacchiere, i fatti e non le emozioni, la comprensione faticosa delle situazioni complesse e non la facile ricerca di slogan dove tutto il bene sta da una parte e tutto il male dall’altra. In definitiva il consiglio che l’esperienza della Chiesa ci dà, per questo tempo di cambiamenti, è di essere uomini e donne adulti. Il mondo delle favole, quando le favole sono belle e ben raccontate, può insegnare molto anche ai grandi. Vi inviterei, tra il serio ed il faceto, ad andare a rileggere la favola di Pinocchio, quel burattino che fatica così tanto a diventare una persona vera. Pinocchio credeva al gatto e alla volpe, che sostenevano il potere miracoloso del denaro di crescere come un albero senza dover lavorare. Credeva al paese dei balocchi, dove tutto era godimento senza fine e senza responsabilità. Credeva a una vita di tutte domeniche, senza giorni di scuola. Si ritrovò prima asino e poi in fondo al mare. Monsignor Montini, il futuro Papa Paolo VI che presto sarà proclamato santo, nel 1943, in un altro tempo di grandi cambiamenti per la nostra terra italiana, ispirava questi pensieri ai giovani universitari cattolici: «Mirate a diventare uomini liberi e padroni della realtà, che attraverso la ragione interpretano e comprendono la volontà della Provvidenza e si inseriscono in modo ordinato, ottimista e creativo, nel flusso dalla Storia e del mondo». Buona festa di San Giuliano. * vescovo
Il vescovo con la reliquia di san Giuliano
Domenica 23 settembre l’avvio a Loreto dell’Anno pastorale Domenica prossima 23 settembre ci sarà l’apertura dell’anno pastorale diocesano a Loreto, nella basilica della Santa Casa, a sottolineare lo stretto legame che unisce Macerata al Santuario lauretano. L’appuntamento è per le ore 20. Alle 20.30 si svolgerà il passaggio nella Santa Casa e alle 21 inizierà la celebrazione della Santa Messa presieduta dal
vescovo Nazzareno Marconi, in conclusione della quale verrà consegnata la nota pastorale “Celebrate la speranza” che guiderà il cammino della diocesi nel 2018/19. Chi fosse impossibilitato a partecipare potrà seguire l’evento in diretta su EmmeTv canale 89 e in streaming su https://www.youtube.com/diocesimacerata
Scade il bando per il servizio civile DI GIULIA MARZIONI ED ELISA MERLINI
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l Servizio civile nazionale è un’importante occasione di crescita personale, un’opportunità di educazione alla cittadinanza attiva, un prezioso strumento per aiutare le persone che appartengono alle fasce più deboli della popolazione. Chi decide di impegnarsi nel servizio civile sceglie di aggiungere un’esperienza qualificante al proprio bagaglio di conoscenze, un patrimonio spendibile nella vita lavorativa successiva e che nel contempo assicura una certa autonomia economica. Il nuovo bando per il Servizio Civile Universale è aperto fino al 28 settembre e la nostra Diocesi propone 13 posti. Possono presentare domanda i giovani dai 18 ai 28 anni, ed è possibile presentare una sola domanda di partecipazione per un unico progetto. Il trat-
tamento economico di cui si godrà è di 433,80 euro mensili a fronte di un impegno di 12 mesi per una media di circa 30 ore settimanali. Le possibilità di impiego sono nell’ambito di un progetto di educazione e promozione culturale verso i giovani con la Caritas e la Pastorale Giovanile diocesana, e in due progetti di assistenza, rivolti agli anziani nell’associazione “Reteviva” e con i migranti nell’associazione “Centro di ascolto e di prima accoglienza”. Chi desiderasse saperne di più o fosse intenzionato a cogliere questa interessante opportunità si può rivolgere a Giulia Marzioni (333.8561457) – Elisa Merlini (344.2433269) Piazza Strambi 4 – Macerata http://caritas.diocesimacerata.it http://essecicaritasmarche.webnode.it E–mail: caritas@diocesimacerata.it Facebook: Caritas Macerata
o tredici preti in meno, rispetto allo scorso settembre» aveva spiegato monsignor Nazzareno Marconi durante la conferenza stampa dello scorso maggio in cui aveva ufficializzato i cambi di parroci in diverse parrocchie della diocesi. Cambiamenti che però non sono frutto di un’urgenza ma di un intero anno di riflessioni e colloqui personali tra il vescovo e i suoi sacerdoti. Come un allenatore di calcio – paragone utilizzato più volte dal vescovo – da giugno ad oggi si sono concretizzati così cambiamenti e riorganizzazioni per molte delle unità pastorali della diocesi coinvolgendo più di 20 sacerdoti. Tra le novità di maggior rilievo – almeno quanto a numero di parrocchiani coinvolti – c’è quella che riguarda la parrocchia dell’Immacolata a Macerata dove don Egidio Tittarelli, parroco dal 2010, è stato sostituito da don Andrea Leonesi, nominato vicario generale della diocesi sei mesi fa. Don Egidio continua il suo impegno a Macerata, nella poco distante parrocchia del Buon Pastore nel quartiere di Collevario, con l’obiettivo di costituire un nuovo centro dedicato alla Famiglia, mentre don Andrea, spostandosi da Tolentino, potrà svolgere più agevolmente il suo importante incarico. Lo scorso 9 settembre, in concomitanza con i festeggiamenti di San Nicola, sono avvenuti gli insediamenti dei nuovi parroci a Tolentino. A prendere il posto di don Leonesi nella parrocchia San Francesco di Tolentino – ma anche de Le Grazie, i Cappuccini e San Giuseppe – è don Ariel Veloz Mendez che, a meno di due anni dal suo arrivo a Macerata nella Parrocchia del Sacro Cuore, è stato qui sostituito da don Gennaro De Filippi (per dieci anni al Buon Pastore di Collevario). Durante la stessa celebrazione don Diego Di Modugno, parroco della Santa Famiglia, ha preso in carico anche la parrocchia dello Spirito Santo, sempre di Tolentino. Don Roberto Zorzolo, che i fedeli erano abituati a vedere a Porto Recanati nella parrocchia di San Giovanni, ha preso l’incarico come parroco a Recanati presso San Domenico e Santa Maria in Montemorello, durante una celebrazione svoltasi domenica scorsa. A Porto Recanati è arrivato don Gabriele Crucianelli, che ha ricevuto il mandato durante una celebrazione eucaristica svoltasi all’arena Beniamino Gigli il 29 agosto; a don Gabriele è stata affidata anche l’altra parrocchia di Porto Recanati, quella del Preziosissimo Sangue dov’è attivo un importante oratorio diocesano che accoglie ogni giorno tantissimi ragazzi, alcuni anche dalle zone più problematiche del borgo marinaro come l’Hotel House. Così le parrocchie di Treia e Passo di Treia hanno salutato don Gabriele per accogliere don Alejandro Parrilla, giovane sacerdote che fino a ora si era occupato delle parrocchie di Recanati affidate a don Roberto Zorzolo. Durante l’omelia di una della celebrazioni di passaggio, tutte presiedute dal vescovo, monsignor Marconi ha affidato ai tanti fedeli presenti il modo in cui intendere questi cambiamenti della comunità parrocchiale: «Mi aspetto che questa parrocchia – ha detto – vada avanti e vada meglio. Perché quando un sacerdote sostituisce un altro e la parrocchia non solo va avanti ma va anche meglio, è un bene. Non ragioniamo come il mondo perché siccome ci preme il bene della gente, se le cose vanno meglio siamo contenti». M. Natalia Marquesini
Dopo l’estate, un passo alla volta possiamo ripartire Gli impegni chiamano Uno zaino leggero e un bicchiere di acqua fresca è tutto ciò che ci occorre DI
GIANCARLO CARTECHINI
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ome torneremo agli impegni consueti, ora che l’estate è finita? Cosa rimarrà dei luoghi che ci hanno incantato, degli incontri inattesi, delle letture di cui ci siamo nutriti? L’esploratore norvegese Erling Kagge, nel libro “Camminare”, descrive l’ebbrezza di sentirsi immerso nella natura circostante. Ciascuno, dice, può essere sedotto
da un attimo fuggente: intuire di far parte di qualcosa di molto più grande rispetto al proprio ruolo di lavoratore, contribuente e padre di famiglia. Già, ma cosa resta di queste tracce di infinito quando si torna a casa? Una distrazione eccentrica, o piccoli semi destinati a mettere radici? Durante l’estate abbiamo viaggiato molto. Qualcuno ha attraversato a fatica torbiere di alta montagna, con gli scarponi che affondavano in cuscini di sfagno gonfi di acqua. Ha respirato nuvole basse, accompagnato da una pioggia leggera. Passo dopo passo, con il respiro un po’ in affanno, ha raggiunto una pietraia scoscesa, e poco più in alto, infine, un rifugio circondato da rocce innevate. Ha
seguito, questo viandante, il consiglio di Erling: quando le energie sono poche e manca la lucidità, è necessario fare un passo alla volta, lottando contro l’ossessione di raggiungere la meta a tutti i costi. Altri hanno vagato nella penombra della Mezquita, la grande moschea di Cordoba che nasconde al suo interno una cattedrale. Hanno perso il senso dell’orientamento, nella selva di colonne e di archi sovrapposti che simboleggiano le palme del deserto. Un labirinto da percorrere lentamente, come pastori erranti. Custodendo parole sacre, sussurrando il nome del proprio Dio. Cristiani e musulmani, un passo dopo l’altro. Qualcun altro, infine, è giunto dalle parti
dell’Hotel House. È un ambulante di colore. Si è confuso tra le famiglie spiaggiate in riva al mare, con frigo a seguito e ombrellone di fortuna. Il chiosco è affollatissimo, la gente si accalca, è ora di pranzo. I due barman si muovono con rapidità, un’ordinazione dietro l’altra. Lo spazio è stretto. Potrebbero ostacolarsi, e invece disegnano traiettorie di bottiglie e tazzine come piloti di Formula Uno. Il giovane africano attende con pazienza, e al primo segno di incertezza della folla alza la mano. Chiede in un italiano dolce: «Un bicchiere d’acqua, per favore!». Uno dei baristi lo osserva di sfuggita, e gli chiede: «La vuoi liscia o gassata?». Poi si ferma, attende la risposta, e infine gli
allunga un bicchiere colmo di acqua fresca, prima di tuffarsi nuovamente tra le braccia invocanti dei clienti. Che bello questo gesto di delicatezza distratta… Forse non tutto è perduto. Il giovane, dopo avere ringraziato, si dirige all’inizio della spiaggia, dove i sassi del ripascimento lasciano il posto al pietrisco accumulato al bordo del marciapiede. Alla periferia di tutto, non potrebbe essere altrimenti. Si copre il viso con un cappello e si distende all’ombra di una tamerice. Lo stesso albero che
Abramo piantò nel paese dei Filistei. Paese dove, racconta la Bibbia, il patriarca visse da straniero per molti anni. Uno zaino leggero, e un bicchiere di acqua fresca: sembra poco, ma è tutto ciò che ci occorre. I nostri impegni ci chiamano. Un passo alla volta, possiamo ripartire.
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Martedì 18 settembre 2018
Una lapide per Pamela. Il vescovo: «Sia simbolo di pace» L’opera, «un impegno a fare del bene», è stata posta dalla Pro loco di Casette Verdini. È un fiore di loto stilizzato in cristallo DI
ANDREA MOZZONI
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Mons. Marconi durante la preghiera recitata a Pollenza
n ricordo non di odio e di vendetta, ma di perdono e di impegno per fare del bene». Queste le parole con le quali il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi è intervenuto, domenica 9 settembre, alla cerimonia che ha svelato la lapide, un fiore di loto in cristallo tra le rocce, dedicata a Pamela Mastropietro dalla Pro Loco di Casette Verdini di Pollenza. Incontro aperto dalla preghiera recitata del presule con i tanti presenti sul luogo del
ritrovamento, in via dell’Industria, delle due valige contenenti il corpo martoriato della diciottenne romana. Un caso ancora aperto di drammatica violenza che vede accusato di omicidio volontario, vilipendio di cadavere e violenza sessuale il 29enne nigeriano Innocent Oseghale. Nelle sue parole, il vescovo Marconi ha voluto citare la preghiera di Raoul Follereau, apostolo dei lebbrosi, perché, ha detto, sono lebbra anche «la violenza, la droga e chi strumentalizza i poveri». Per impegni segnalati in anticipo agli organizzatori, soltanto le stringenti esigenze di orario dovute a un colloquio privato e allo svolgimento delle cresime della domenica non hanno poi permesso al Vescovo di incontrare i familiari. Accompagnata dal padre della ragazza Stefano Mastropietro, dalla nonna Giovanna Rita Bellini e dallo zio
Marco Valerio Verni, la mamma di Pamela Alessandra Verni ha rivolto il suo accorato appello alle Istituzioni: «Qui sembra tutto morto, non sento niente, ci deve essere un’altra Pamela? Volete questo? Allora aiutateci a tirare fuori la verità e ad avere giustizia». Poco prima era stato il fratello Marco Valerio a ringraziare la comunità raccoltasi per questo omaggio e a ribadire come, così come il fiore di loto è capace di nascere nei luoghi più angusti, anche la vicenda di Pamela «si è sviluppata nel fango»: «Molte cose non hanno funzionato – ha detto – e sono diversi gli aspetti ancora da indagare, sia sulla sua morte che sulle fasi che l’hanno preceduta». Con alle spalle la lapide realizzata per la Pro Loco di Casette Verdini dall’architetto Leonardo Annessi, l’avvocato Verni ha affermato: «Dobbiamo abbattere i muri, di
qualsiasi natura essi siano, lo dobbiamo a Pamela e a tutte le brave persone maceratesi. A prescindere dei suoi problemi, lei poteva essere la figlia, la nipote, l’amica di ogni famiglia». Alla cerimonia, oltre al presidente della Pro Loco, Gabriele Ranzuglia, hanno preso parte il rappresentante dell’Osservatorio nazionale sostegno vittime Angelo Bertoglio, il sindaco di Pollenza Luigi Monti, l’onorevole Tullio Patassini e altri rappresentanti del mondo politico provinciale. Per Monti, la lapide dedicata a Pamela è «un monumento che testimonia la sensibilità dell’animo umano», mentre Bertoglio ha auspicato che possa diventare «un luogo di riflessione per la politica e per i cittadini, un punto d’incontro per chiedere giustizia e dignità per le tante Pamela del mondo».
Finalmente qualche transenna comincia a retrocedere e dei portoni tornano a spalancarsi per accogliere fedeli e turisti in luoghi simbolo colpiti dal terremoto
Riaperture importanti a San Nicola e Abbadia DI
TIZIANA TIBERI
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uando ancora il terremoto si fa sentire con scosse che agitano i sonni, qualche buona notizia può contribuire a sollevare gli spiriti. E l’ingegner Gianfranco Ruffini ne dà due: la riapertura del chiostro dell’Abbazia di Fiastra e quella della chiesa di San Nicola di Tolentino. Quindi, da consulente della Fondazione Giustiniani Bandini, conferma buone notizie per l’Abbazia di Fiastra? Credo che entro questo mese riapriremo alle visite il chiostro e una parte dei musei; si potrà guardare dentro la sala del Capitolo e probabilmente si potrà accedere anche al giardino del palazzo principesco. Si è trattato di un’operazione delicatissima, perché abbiamo dovuto controllare meticolosamente tutte le strutture per verificare che effettivamente la sicurezza sia massima. Vi è stato un impegno forte della Fondazione, in accordo con gli Uffici Ricostruzione, in particolare col direttore Cesare Spuri che ha partecipato personalmente ad alcuni rilievi. È poi già in corso la progettazione generale complessiva, moto articolata. Quali lavori sono stati eseguiti finora? Abbiamo messo in sicurezza, proteggendoli, l’ingresso al chiostro, il passaggio dal chiostro al museo, i musei. I visitatori potranno quindi tornare in piena sicurezza in questi ambienti. Come vengono finanziati i lavori? Per il progetto di messa in sicurezza le spese sono anticipate dalla Fondazione; i costi generali saranno finanziati dallo Stato col meccanismo della cessione del credito di imposta. L’ordinanza che fa riferimento agli edifici privati di uso pubblico diversi dalla destinazione residenziale e produttiva, qual è l’ab-
Inizio dei lavori all’ingresso del chiostro dell’abbazia di Fiastra
bazia, è uscita da pochissimo tempo e noi ci siamo mossi subito. Quali le operazioni più impegnative? Le verifiche strutturali con l’indagine sulle murature, sulla tipologia dei solai; per raggiungere livelli di sicurezza adeguati abbiamo bisogno di conoscere le caratteristiche delle parti strutturali di tutto l’edificio. Le norme, aggiornate nel 2018, sono molto stringenti e vanno rispettate rigorosamente. Che tempi prevede per il recupero generale? Io penso che il progetto verrà depositato a gennaio–febbraio 2019 e quindi spererei di partire a primavera 2019 o nella peggiore delle ipotesi a settembre. Secondo le norme, i lavori dovrebbero durare al massimo 2 anni + 6 mesi + 3 mesi. Ma noi speriamo di fare prima. A livello turistico è un segnale positivo... Se la priorità resta consentire il ritorno a casa di chi sta fuori dalla propria abitazione da due anni, anche le riaperture legate al “non residenziale” alimentano la speranza perché significa che delle zone, delle comunità ricominciano a vivere. Nel Palazzo Bandini ci sono le vestigia di un campo di internamento... È una testimonianza storica che va conservata e valorizzata. Sono interessate sia l’Anpi che la Regione. Ci sono dei disegni degli internati che dobbiamo recuperare. Se tutto va bene, in quegli ambienti verrà realizzato un museo. Anche per San Nicola di Tolentino ci sono buone notizie... Qui parliamo di una messa in sicurezza per la riapertura, una procedura che non era stata mai applicata fnora. Prevista dal decreto 189, grazie al grande impegno di tutti – comunità degli agostiniani, sindaco di Tolenti-
no, commissario Paola De Micheli, Uffici Ricostruzione... – è stata finalmente messa in atto. Siamo partiti: il progetto, di cui sono autore, è stato depositato e approvato; ora è in corso la gara. Di quale importo si parla per questo intervento? Si tratta di 370.000 euro, di cui circa 280.000 di lavori, tutti recuperati nell’esecuzione del progetto generale che a oggi prevede un finanziamento, solo per la parte cosiddetta “destinata al culto”, di 3.800.000 euro circa. Che lavori saranno svolti e quali parti verranno messe in sicurezza? Ridurremo degli spazi rendendo disponibile l’aula, chiudendo completamente la Cappella del SS.mo Sacramento e una parte del presbiterio; il soffitto a cassettoni sarà messo in sicurezza. Verrà quindi disposta una rete di sicurezza che consentirà comunque la vista. Dopodiché metteremo in sicurezza il transetto – l’ambiente che fa da cerniera tra l’aula, il Cappellone e la Cappella delle sante braccia –; della cappella, raggiungibile attraverso un passaggio, sarà controllata la cupola. Vi sarà collocato il corpo di san Nicola per la venerazione. La zona del Cappellone, che è già stata messa in sicurezza, verrà parzialmente riaperta: i turisti avranno la possibilità di girare attorno all’arca e visionare la parte bassa degli affreschi. Stiamo valutando la possibilità di inserire una porta vetrata dal lato che dà sul chiostro, consentendo di visionarlo. Quali i tempi? I lavori dovrebbero iniziare il 1° ottobre. Delle 260 ditte che hanno manifestato interesse, sono state estratte le 20 che parteciperanno alla gara e questa si concluderà a fine settembre. I lavori richiederanno due mesi; in chiesa si potrà quindi celebrare l’Immacolata e ancor più solennemente il Natale.
Restaurata la chiesa di Sant’Egidio: «Il fulcro di un’intera comunità» L
a prima chiesa riaperta dopo il sisma del 2016 nella diocesi di Macerata è a Sant’Egidio. Grande festa nella frazione di Montecassiano per il recupero di un luogo che rappresenta «il fulcro di un’intera comunità». A dirlo, durante l’inaugurazione dello scorso 31 agosto, alla presenza del vescovo emerito di Fabriano–Matelica, Giancarlo Vecerrica (il vescovo Nazzareno Marconi era impegnato a Macerata per il patrono san Giuliano), e del parroco don Pierandrea Giochi, è stato il sindaco Leonardo Catena: «Non abbiamo atteso i fondi del terremoto – ha detto –, ma abbiamo utilizzato nostre risorse per oltre 110mila euro, perché abbiamo ritenuto prioritario e strategico agire il più rapidamente possibile». La chiesa è l’unica di proprietà comunale oltre a quella di Salimbeni, mentre le altre appartengono alla diocesi: «Per queste – ha sottolineato Catena – auspichiamo che la ricostruzione acceleri in maniera significativa. Non vorremmo aspettare ancora 20 o 30 anni per poter le chiese di Vissani, Santa Croce, San Giacomo, San Nicolò e la Collegiata.
Lo Stato deve assumersi impegni chiari perché non si governa con la propaganda ma con la serietà e i fatti. Noi questo ci aspettiamo». La riapertura rientra in una serie di progetti che il Comune vuole realizzare nell’area, tra i quali un campetto sportivo dietro la stessa chiesa e il rilancio delle attività in sinergia con il locale circolo Acli. La collaborazione tra le autorità civili e religiose della zona è stata evidenziata da mons. Vecerrica che, durante la Messa, ha messo anche in luce l’importanza della riapertura per tornare «a dar voce alla comunità cristiana». Un aspetto confermato anche da don Pierandrea: «Si tratta di un centro vitale per una comunità che rischiava altrimenti la disgregazione; qui vicino le Acli hanno accolto i gruppi di catechismo della parrocchia, per lasciare il più possibile libero il Centro storico dopo il terremoto. A Sant’Egidio si organizzano tante attività sociali, sagre e, in particolare, durante l’estate ha luogo la festa delle associazioni che sostengono le persone diversamente abili. La comunità ora ha di nuovo il suo punto di riferimento». Andrea Mozzoni
Tolentino: rinasce dopo l’incendio il teatro Vaccaj Dopo dieci anni di lavori si alza di nuovo il sipario, apre la stagione il musical “Big Fish” della Compagnai della Rancia DI
TIZIANA TIBERI
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entornato teatro Vaccaj il taglio del nastro, il 10 settembre, è stato il giorno dell’abbraccio con la città di Tolentino in una festa tra storia, racconto e rinascita, dopo un restauro durato 10 anni. Realizzato alla fine del XVIII secolo, è stato devastato da un incendio nel luglio 2008: le fiamme, partite durante alcuni lavori di consolidamento, distrussero il tetto, il plafone centrale, parte del palcoscenico e la graticcia, danneggiando grave-
mente platea. Nel rogo sono andati perduti gli affreschi della finta volta dipinta da Luigi Fontana nel 1881 e uno dei sipari storici dello stesso Fontana, mentre se ne è salvato un altro di Lucatelli. Dopo un intervento complesso di recupero, per un costo di circa sei milioni di euro, lo storico teatro rinasce. “Finalmente dopo dieci anni ci riappropriamo del teatro – ha detto dopo il taglio del nastro il Sindaco Giuseppe Pezzanesi– un teatro bellissimo emozionale che unisce tecnologia, bellezza e arte”. Anche nel 1797 il teatro fu inaugurato il 10 settembre , nel giorno in cui si festeggia San Nicola da Tolentino, dopo pochi mesi dal passaggio a Palazzo Parisani Bezzi di Napoleone Bonaparte e la firma del Trattato di Pace di Tolentino. Nella cerimonia inaugurale il prof. Giorgio Semmoloni sul palco ha ripercorso le tappe salienti che hanno caratterizzato la
storia del teatro dedicato al musicista tolentinate Nicola Vaccaj. A lui si deve un metodo di canto lirico ancora oggi molto usato in tutto il mondo. Nella seconda metaÌ del 1700, l’edificio fu realizzato grazie all’interessamento del Cardinale Carandini, Prefetto della Sacra Congregazione del Buon Governo, il progetto e le decorazioni furono affidate all’architetto Giuseppe Lucatelli. Un secolo piuÌ tardi, nel 1881, il teatro fu restaurato dal pittore Luigi Fontana e nello stesso anno cambiò la sua denominazione da Teatro dell’Aquila a Nicola Vaccaj. Un teatro che si può definire “il nuovo teatro Vaccaj” ha detto l’architetto Mibact Pierluigi Salvati. Perché riapre dov’era ma con tante novità e un miglioramento tecnico, dal palco agli impianti, con una capienza di 371 posti. Sono stati effettuati: lavori strutturali, ricostruzione del tetto e della volta, adeguamenti tecno-
logici, restauri conservativi di quanto ancora esistente e nuove decorazioni senza perdere la sua “autenticità di teatro storico” ha ribadito Salvati. A gestirlo sarà di di nuovo la Compagnia della Rancia e Saverio Marconi che sul palcoscenico del Un particolare del teatro Vaccaj restaurato Vaccaj hanno creato tanti allestimenti di produzioni teatrali tra cui “A Chorus Line”, “Grease”, “Sette Spose per Sette Frachele Pecora che ha visto alternarsi sul paltelli”, “Cantando sotto la pioggia”, “Pico con la presentazione di Dario Salvatori nocchio”, tanto da paragonare Tolentino e Melissa Di Matteo Rita Pavone, la poesia alla “piccola Broadway italiana”. L’11 ottodi Enzo Decaro e Michele Zarrillo. Gran bre ad aprire la stagione di prosa sarà profinale con brindisi e degustazione della torprio il nuovo musical dalla Compagnia ta artistica preparata dal maestro pasticdella Rancia “Bigh Fish” con Giampiero ciere Roberto Cantolacqua un’opera di dolIngrassia. Lo spettacolo inaugurale è stato cezza di buon augurio per la rinascita del affidato all’orchestra mediterranea di Miteatro Vaccaj.
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Martedì 18 settembre 2018
Camposcuola, anche quest’anno un’occasione per sperimentare la ricchezza del dono del Signore
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io non si stanca mai di incontrarci: ogni anno ci dà questo appuntamento, ci aspetta lì, ci riserva un tempo prezioso in cui si prende cura di noi e si offre a noi in modi inaspettati. A tutti: ragazzi, educatori, cuochi, genitori e – perché no ? – sacerdoti. Alla fine di ogni anno pastorale, non sempre facile, noi educatori attendiamo questo tempo: con ansia, con preoccupazione, ma sempre con entusiasmo, con il desiderio che il Signore passi e si fermi nei cuori dei ragazzi… e soprattutto con fiducia che sarà Lui stesso a portare avanti le cose, perché noi siamo pochi e stanchi! E così si rivela: al termine di ogni camposcuola ci ritroviamo sempre ad emozionarci, a meravigliarci di come i ragazzi si facciano coinvolgere dalle nostre proposte e soprattutto si lascino toccare dall’invito di Gesù ad ascoltarlo. Gesù corre sempre il rischio con loro, non ha
paura di puntare in alto come invece facciamo spesso noi educatori e sacerdoti: ma alla fine, vince sempre Lui! Ci siamo sorpresi di fronte a ragazzi che hanno accolto la proposta di abbandonare il nemico numero uno, il cellulare, e lasciare spazio al silenzio e all’ascolto della Parola di Dio e dei loro stessi cuori, un ascolto che in questi tempi fa molta paura… cuori spesso pieni di ansie, timori, cuori purtroppo sottovalutati e inascoltati da noi grandi. Certo, umanamente è faticoso: giochi da organizzare, irrequietezze da frenare, bocche da sfamare e bagni da pulire! Ma ogni momento è una ricchezza: è mentre vivi quella fatica che scopri i tuoi limiti e le tue qualità e quelli dell’altro. È mentre riordini la tavola, che ascolti le parole di un ragazzo che fa fatica a vivere la sua quotidianità. È mentre giochi a pallavolo, che conosci la sua paura di non essere accettato. È mentre sei in adorazione davanti a Gesù Eucarestia che ti ac-
Così i giovani marchigiani quest’estate si sono messi in marcia, alla ricerca
corgi delle sue lacrime. È un momento unico anche per noi educatori, per incontrarci nella verità, per capire quanto ognuno di noi sia importante per quello che semplicemente è. Si mette in pratica la Parola di Dio: «membra vive di un unico corpo», «E da questo li riconoscerete»: i ragazzi oggi hanno bisogno non di chiacchiere, ma di testimoni, anche se il più delle volte testimoni disastrati, ma comunque sempre appassionati. Quest’anno è stato consolante scoprire come questi ragazzi, che la società etichetta come “senza sogni e desideri”, si siano lasciati guidare dalla figura di Abramo, l’uomo del Desiderio di fare la volontà di Dio. E con questa scoperta si ricomincia un nuovo anno, consapevoli di quanto hanno, o meglio, abbiamo tutti, un grande desiderio troppo spesso sepolto nel cuore: quello di incontrare Gesù e di essere Felici con Lui! un educatore
di un’esperienza di fede autentica e di un rapporto più sincero con gli altri e la natura
Cingoli: una giornata di studio per Gaetano Callido A Cingoli giornata di studio il 1° settembre dedicata a “Gaetano Callido da Venezia alle Marche”, promossa dal Comune con l’Associazione organistica Vallesina e l’Accademia Labiena. La manifestazione è stata dedicata alla memoria di Fabio Quarchioni, psichiatra maceratese ed organologo che ha studiato gli organi marchigiani, in particolare quelli del Callido di cui la città di Cingoli è ricca. Ad aprire il convegno Luca Pernici, musicista e compositore, direttore delle istituzioni culturali cingolane, che ha presentato la Messa a 4 mani con strumenti di Francesco Giattini conservata nell’archivio ecclesiastico di Cingoli. Impossibilitato Davide Zammattio a essere presente, la sua relazione “Magister et discipulus. Nacchini, Callido e l’ars organaria veneta settecentesca”, è stata
Quei 300 in cammino da Camerino a Loreto DI FRANCESCO
TOTA
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el silenzio del vostro cuore dite: Gesù: sì! Maria: sì! Voi fate questo, poi ci pensa il Signore». È in queste parole del vescovo di Macerata Nazzareno Marconi, delegato per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale marchigiana, che potremmo racchiudere e sintetizzare lo splendido evento di Grazia che è stato il Pellegrinaggio “Sulla strada verso Casa” in preparazione del Sinodo dei Giovani. Un cammino che ha visto 300 giovani della Metropolia di Fermo (diocesi di Macerata, Fermo, Camerino, Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto) percorrere circa 100 km, dal 4 al 10 Agosto, lungo la Via Lauretana (partenza da Camerino e arrivo a Loreto) e conclusosi poi con l’incontro con Papa Francesco a Roma l’11 e 12. A chi pensa che i giovani siano incapaci di fare grandi cose, di sacrifici, di resistere quando le cose si fanno serie e dure… beh, la risposta contraria si è vista, eccome! No, non è stato semplice. Il caldo quella settimana si è fatto sentire decisamente, le strade percorse non erano tutte pianeggianti né all’ombra. Delle comodità di tutti i giorni nessuna traccia. Eppure tutti siamo arrivati alla meta. Meglio ancora: eppure, tutti insieme siamo arrivati alla meta. Diceva don Tonino Bello: «Chi spera cammina, non fugge! Si incarna nella storia! Costruisce il futuro, non lo attende soltanto! Ha la grinta del lottatore, non la rassegnazione di chi disarma! Ha la passione del veggente, non l’aria avvilita di chi si lascia andare. Cambia la storia, non la subisce!». Sì, sono stati capaci di stupire questi giovani che hanno scelto di fidarsi e mettersi in gioco per qualcosa di diverso. E dai loro occhi dell’ultimo giorno, stanchi ma pieni, piccoli piccoli ma “infuocati”, si è capito che la scommessa è stata vinta! Se è vero (ed è vero) che diventiamo ciò che contempliamo, in quei giorni abbiamo contemplato tanta bellezza! Il Creato con i suoi colori, il suo silenzio, la sua maestosità. La generosità di tante persone che nelle comunità toccate anche di sfuggita dal passaggio della “carovana”, hanno messo a disposizione di tutto! Il bello di non sentirsi soli perché altri gio-
Tappa all’abbazia di Fiastra
vani come noi, incontrati lungo la strada, guardano la vita a partire dalla nostra stessa meta. La paternità di papa Francesco che ci ha scaldato i cuori con le sue parole sempre chiare e che mirano in alto. Le omelie dei vescovi delle diocesi coinvolte che ci hanno illuminato il Vangelo del giorno. Tra di essi la bellissima testimonianza del vescovo Nazzareno che, zaino in spalla, scarpe da tennis ai piedi e T–shirt addosso, ha camminato per alcuni tratti insieme a noi («Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano» diceva sant’Agostino). La simpatia e la concretezza dei preti che ci hanno accompagnato durante tutto il tragitto. La luminosità e la leggerezza negli occhi di chi ha approfittato delle confessioni a metà settimana. La competenza degli organiz-
zatori e dei Comuni toccati dal nostro passaggio che ha fatto sì che la sicurezza lungo la strada e la “comodità” (per quanto possibile per un evento del genere) fossero al primo posto. C’è un rischio: quello di far passare questo evento come un fuoco d’artificio. Bello, spettacolare, ma fine a se stesso. Invece no! Fare memoria è tra le parole d’ordine. Ripartire ricordando lo stile di questi giorni faticosi ma pieni. “Contagiare” la vita di tutti i giorni con quello che abbiamo scoperto grazie al cammino, senza smarrire nulla di quanto si è vissuto, così da vivere l’ordinario in modo straordinario. Credo infatti che il frutto del pellegrinaggio non sia tanto l’arrivo alla meta desiderata, quanto la vita nuova nella ordinaria quotidianità del ritorno a casa.
Guardando il lungo serpentone che si snodava tra le dolci colline della nostra terra pensavo al brano di Emmaus raccontato da Luca, ai due che delusi se ne tornavano via da Gerusalemme. Gesù ad un certo punto si avvicina e cammina con loro. «Non comanda nessun passo, prende il loro. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento, il passo quotidiano. E rallenta il suo passo sulla misura del loro. Si fa viandante, pellegrino». Ecco: quei due siamo noi. Ognuno di noi. Con le nostre fatiche, i nostri pesi, le nostre delusioni, i nostri sogni. E Lui si affianca, senza giudicarci. Ci accoglie per come siamo. E fa la strada insieme a noi, perché con o senza di Lui la vita cambia!
letta dal maestro organista Luca Poppi, che il giorno seguente ha tenuto un concerto all’organo Callido nel Santuario di Santa Sperandia. A seguire, il maestro Mauro Ferrante ha presentato uno studio dell’organo di San Francesco in Cingoli, costruito da Antonio Callido, figlio di Gaetano. Il maestro Paolo Peretti ha ripercorso l’iter che portò fama a Callido, ricordando altresì i talvolta avventurosi sopralluoghi agli organi con Fabio Quarchioni e Mauro Ferrante. A conclusione l’organista Fabiola Frontalini, direttore artistico dell’Associazione organistica Vallesina ha parlato degli organi presenti a Cingoli. Giovanni Sbergamo
pellegrinaggio In Terra Santa per dare vigore alla riscoperta dei comandamenti
È
stato un vero e proprio percorso quello compiuto dai 119, per lo più giovani, provenienti da tutta la provincia di Macerata che dall’11 al 19 agosto scorso sono stati pellegrini in Terra Santa. Ad accompagnarli lungo le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea Roberto Rita della Orantes Pellegrinaggi di Roma e l’agostiniano padre Giuseppe Prestia, guida spirituale del gruppo nel corso intitolato “i 10 comandamenti”, un percorso di fede nato dall’intuizione di don Fabio Rosini, sacerdote romano. «È un percorso di fede aperto a tutti – ci racconta il religioso – che vuole stimolare il desiderio di incontrare il Signore, a volte anche smontando le false idee di Dio che ci siamo fatti dentro la testa e alimentando il desiderio di felicità e di una vita piena, intrinseco in ognuno di noi». Un percorso in chiave esistenziale che pone di fronte a una parola forte, in grado di mettere in discussione la propria vita. L’esperienza a Tolentino è iniziata nel 2013 coinvolgendo finora tantissime persone, alle quali è stato proposto il pellegrinaggio in Terra Santa. Il percorso ha preso il via al lago di Tiberiade, seguendo un itinerario che ha portato i partecipanti a vivere esperienze forti: dal rinnovo delle promesse matrimoniali e vocazionali alla visita all’orfanotrofio “La Creche” di Betlemme, dall’incontro col deserto della Giudea alla casa di Zaccheo, dal rinnovo delle promesse battesimali sul fiume Giordano all’Orto degli Ulivi, dalla Via Crucis fino al Santo Sepolcro, per concludere l’intero cammino a Betania, nel luogo della risurrezione di Lazzaro; tappe sempre accompagnate dalle catechesi di padre Giuseppe, che in quel contesto assumevano un significato ancora più coinvolgente. Ogni sera a conclusione della giornata, i pellegrini si ritrovavano per mettere in comunione le esperienze vissute. «Eravamo tanti – ci racconta padre Giuseppe –, ma nonostante questo non abbiamo sentito la pesantezza del gruppo, il Signore ha accompagnato il nostro viaggio e ha toccato tutti. La comunione creata durante quest’esperienza è stata molto bella». Il gruppo ha visto anche la partecipazione di giovani coppie, alcune con figli piccoli e anche una donna al settimo mese di gravidanza, che hanno favorito il senso di familiarità e di fraternità instaurata nel gruppo nonostante le fatiche legate al viaggio. «Grazie al percorso dei 10 comandamenti – conclude padre Giuseppe – è nata una bella fraternità e amicizia. Sono stati giorni veramente belli, vissuti in un clima di comunione. Quello che più si sperimenta in questi viaggi è vedere la Grazia del Signore agire nella vita dei partecipanti. Grazie al pellegrinaggio in Terra Santa, ma anche nel percorso dei 10 comandamenti, ho visto compiere scelte, cambiare vite, e questo a volte mi fa sentire una grande responsabilità, ma più in generale vivo con loro la bellezza di una paternità all’interno della fraternità». M. Natalia Marquesini
Luca Riz e Filippo Gobbi: un «sì» che si mette alla prova I due giovani hanno compiuto il primo passo verso il sacerdozio Ora inizieranno il cammino di formazione a Roma
C
ausa maltempo, i fedeli maceratesi non hanno potuto compiere il consueto rito delle “Canestrelle” alla Basilica della Mater Misericordia in occasione della festa della Natività della Beata Vergine. «Due semini di grano», però, come sono stati affettuosamente definiti da monsignor Nazzareno Marconi, sono stati comunque consegnati a Maria affinché guidi nel cammino che stanno intraprendendo Luca Riz e Filippo Gobbi, due giovani consacrati della comunità dei figli del Sacro Cuore che
hanno maturato una disponibilità alla vocazione sacerdotale. Durante la celebrazione eucaristica, svoltasi nella chiesa del Sacro Cuore, si è compiuto il rito dell’admissio ad ordines dove è stato espressa la volontà dei due a impegnarsi nel cammino di formazione, con la benedizione del vescovo. Le storie di vita dei due, ora accomunate dalla formazione che riceveranno, hanno avuto inizio in luoghi lontani; Luca infatti è originario della Val Di Fassa anche se da diversi anni vive a Macerata, dove invece Filippo è nato e cresciuto. Per entrambi il cammino di fede è iniziato con la consacrazione a Maria all’interno dell’associazione mariana “Regina dell’Amore”, un’esperienza nata a Macerata ma che ha attecchito vigorosamente anche tra le montagne
trentine, che ha portato a maturare la scelta di dedicare la vita al Signore. Luca Riz infatti ha pronunciato per la prima volta i voti provvisori nel 2016 e Filippo Gobbi l’anno dopo ha iniziato il noviziato all’interno della comunità dei figli del Sacro Cuore. Durante il periodo di consacrazione hanno entrambi intrapreso i primi studi teologici, frequentando all’istituto teologico di Ancona. «Questi due ragazzi – ha detto il vescovo Marconi durante l’omelia – si sono presentati al vescovo dicendo: noi siamo a disposizione, con il sostegno della preghiera della comunità, se la Chiesa lo vuole e se coloro che ci dovranno preparare daranno una valutazione positiva, per offrire la nostra vita e diventare due sacerdoti di questa chiesa di Macerata».
Ora i due giovani sono stati affidati dal vescovo per la formazione al Seminario Romano Maggiore, attraverso gli studi di specializzazione che faranno a Roma e che li porteranno, se Dio vuole, all’Ordinazione sacerdotale. «Queste sono le soddisfazioni dei vescovi – ha detto Marconi –: quando vedi che le preghiere germogliano e vedi che questi piccoli semi crescono. Quando partii per il seminario il mio parroco mi disse: “Se son rose fioriranno...” Noi adesso vi affidiamo al Signore, alla protezione particolarissima della Madonna alla quale siete legati già con una consacrazione seria e affidiamo al Signore a Maria anche gli altri tre seminaristi della diocesi che stanno studiando ad Ancona, Antonio, Marco e Pietro».