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Emmaus e Avvenire - dicembre 2018

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famiglie ferite Incontro oggi alle 15.30

www.emmetv.it

lle persone ferite dal fallimento del proprio matrimonio la A diocesi offre un cammino di acco-

Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia

glienza, ascolto e accompagnamento spirituale. Gli incontri si svolgono all’Oasi Buon Pastore (parrocchia di Collevario). I prossimi appuntamenti saranno il 13 gennaio, il 25 febbraio e il 31 marzo. Per informazioni rivolgersi all’Ufficio Famiglia, tel. 329.8911082 – email: famiglia@diocesimacerata.it

A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 62100 Macerata telefono 0733.231567

MACERATA

Martedì, 18 dicembre 2018

EDITORIALE

CORINALDO: UNA TRAGEDIA CHE NON VA ARCHIVIATA PIERO CHINELLATO a gioia che accompagna il Natale quest’anno è offuscata dal dolore che ci ha raggiunto con la tragedia di Corinaldo. Smorzata la rabbia per la intollerabile noncuranza di leggi e semplice buon senso; placate le reazioni fiammeggianti subito dilagate sui social, l’attenzione non deve però evaporare. Da un lato insistiamo nel pretendere dalle autorità di disporre o incrementare i controlli su ogni aspetto connesso al divertimento notturno perché tutte le regole siano rispettate: da quelle relative alla sicurezza dei locali e al numero degli accessi, a quelle che riguardano alcol e fumo, con un contrasto sempre più intransigente alla droga. Ma con altrettanta determinazione dobbiamo affrontare l’altro aspetto fatto emergere dalla tragedia, il fascino esercitato dalla cultura “trap” su tantissimi nostri figli o nipoti. Se la musica ha sempre dato voce all’aspirazione dei giovani a un mondo diverso rispetto a quello incarnato dagli adulti, l’agghiacciante desolazione umana messa in rima dai “trapper”, scandita solo da soldi, sesso, abiti e oggetti griffati, droga, non può essere digerita con indifferenza. Come però ciascuno di noi ha sperimentato sulla propria pelle, i no categorici non producono nulla di buono, ma nemmeno i sì rilasciati d’ufficio: entrambi marcano incomunicabilità e distacco, ratificano un fossato dietro cui ci trinceriamo. Voler bene ai nostri giovani significa coinvolgerci nel loro mondo per quanto sgradevole possa talvolta apparirci, cercare varchi per un dialogo anche quando vorremmo mandarli a quel paese, soprattutto impegnarci a essere adulti credibili, che li possano guardare in faccia e parlare loro di valori senza arrossire. Il Natale ci può aiutare a fare i primi passi, se lo prendiamo sul serio.

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feste. Alla scuola di Efrem per tornare all’essenza

La voce di un Natale di 1700 anni fa DI

Un testo che è preghiera e poesia ci indica l’atteggiamento spirituale e pratico migliore per vivere questo tempo in pienezza

NAZZARENO MARCONI *

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o scrigno della tradizione cristiana contiene testi antichissimi e scritti in lingue per noi quasi incomprensibili come il siriaco antico. In questo tempo di canti natalizi può essere bello andare a ricercare ispirazione nell’opera di uno dei primi autori di inni sacri cristiani: sant’Efrem il Siro. Questo santo, nominato nel 1920 da papa Benedetto XV dottore della Chiesa per la bellezza del suo insegnamento e la profondità della sua sapienza di fede, fu autore di numerosi inni in lingua siriaca. Visse buona parte della vita nella città natale di Nisibis nella Turchia sud orientale, lavorando come maestro di teologia e poeta, infine fu esiliato a Edessa (in Turchia), dove morì nel 373. I suoi inni, che venivano cantati nelle liturgie a cori alterni, per lo più femminili, usavano come base musicale arie popolari molto conosciute all’epoca, come canti di mietitura o di vendemmia o anche romanze nuziali cantate durante le veglie matrimoniali. Era il profondo senso della fede espresso nei testi, che rendeva sacra una musica quotidiana e semplice, particolarmente efficace per incoraggiare al canto tutto il popolo. Questi inni esprimono così una fede cristiana ancora primitiva ma vibrante, poco influenzata dal pensiero occidentale, filosofico e astratto, e più vicina al modo di pensare orientale ricco di simboli evocativi, ma anche prossimo al sentire della gente semplice ed alle loro problematiche quotidiane. Gesù vi appare come il maestro, ma soprattutto il modello da imitare, per vivere una vita piena e realizzata nel bene. Dobbiamo ad Efrem una bellissima serie di inni

liturgia

Celebrazioni l vescovo presieIla derà: Santa Messa di mezzanotte all’Abbazia di Fiastra (ore 24 del 24 dicembre) la Santa Messa di Natale a San Catervo, Tolentino (ore 10 del 25 dicembre) la Santa Messa di ringraziamento e Te Deum alla Basilica della Madonna della Misericordia, Macerata (ore 17 del 31 dicembre)

sul Natale, che sono insieme una preghiera e una poesia, tratteggiano il senso profondo di questa festa e ci indicano l’atteggiamento spirituale e pratico migliore per viverla in pienezza. Nel primo di questi inni Efrem pone in contrappunto poetico le caratteristiche di ciò che Dio ha compiuto nella notte di Natale, per pro-

porcelo come atteggiamento da imitare, come via che indica una spiritualità pienamente evangelica. Basta ascoltare le sue parole. Questa è notte di riconciliazione, non vi sia chi è adirato o rabbuiato. In questa notte, che tutto acquieta, non vi sia chi minaccia o strepita. Questa è la notte del Mite, nessuno sia amaro o duro.

La basilica di San Nicola riapre le porte a Tolentino A due anni dal sisma, ha riaperto a Tolentino la Basilica di San Nicola. Dopo un accurato lavoro di messa in sicurezza, da domenica 16 dicembre molti ambienti del complesso monumentale sono di nuovo accessibili. Una buona notizia per la città di Tolentino ma anche per i tantissimi devoti a San Nicola. È stata riaperta la navata principale, sopra la quale è stata montata una rete di sicurezza che protegge il prezioso soffitto a cassettoni. Restano invece chiusi la cappella del Santissimo e il presbiterio.

Dietro all’ altare è stata recuperata dal Museo del Santuario la pala in legno “Lo sposalizio mistico di Santa Caterina tra i Santi Agostino, Nicola e Apollonia”, commentata dal vescovo Nazzareno Marconi nell’omelia. Aperta anche la Cappella delle Sante Braccia dove è sistemato il corpo del Santo, e il Cappellone trecentesco i cui preziosi affreschi sono in parte visibili. Alla cerimonia di apertura era presente anche il vescovo Giancarlo Vecerrica, oltre a padre Marziano Rondina e padre Luciano De Michieli per l’Ordine Agostiniano e a numerose autorità civili. (T.Tib.)

In questa notte dell’Umile non vi sia altezzoso o borioso. In questo giorno di perdono non vendichiamo le offese. In questo giorno di gioie non distribuiamo dolori. In questo giorno mite non siamo violenti. In questo giorno quieto non siamo irritabili. In questo giorno della venuta di Dio presso i peccatori, non si esalti, nella propria mente, il giusto sul peccatore. In questo giorno della venuta del Signore dell’universo presso i servi, anche i signori si chinino amorevolmente verso i propri servi. In questo giorno, nel quale si è fatto povero per noi il Ricco, anche il ricco renda partecipe il povero della sua tavola. Oggi si è impressa la divinità nell’umanità, affinché anche l’umanità fosse intagliata nel sigillo della divinità. Riproporre questa perla preziosa della grande tradizione cristiana, mi sembra il modo migliore non solo per prepararci al Natale, ma anche per viverlo con un cuore giustamente concentrato sul suo messaggio. Auguri. * vescovo

Fiastra è ancora cuore spirituale della diocesi DI LUIGI TALIANI

o scorso agosto, a 33 anni di L distanza da quel 1985 in cui i cistercensi provenienti dalla Chiaravalle di Milano erano rientrati dopo più di tre secoli nell’abbazia di Fiastra, i monaci eredi di San Bernardo, hanno lasciato – secondo quanto promesso – temporaneamente il monastero dell’Abbadia richiamati a Milano dal loro abate generale. Anche loro risentono della carenza di vocazioni. I monaci bianchi erano diventati i “custodi” accoglienti per tante persone alla ricerca di un’oasi di spiritualità dove poter sostare, in questa epoca frenetica, per una pausa di contemplazione. Con loro l’abbazia, oltre che cuore verde dell’entroterra, era diventata anche un polmone pulsante che dava respiro spirituale a tutta la comunità diocesana. Recandomi a celebrare l’Eucaristia domenicale nella chiesa abbaziale rimango colpito dalle migliaia di persone che “invadono” per una “boccata” di ossigeno i vasti prati verdi che circondano l’Abbazia. Mi torna alla mente l’episodio evangelico in cui Cristo dopo il miracolo della moltiplicazione del pane e dei pesci invita i 5.000 a sedersi sul prato verde sulle sponte del lago di Cafarnao. Ma l’Abbadia coniuga l’Eucarestia e l’accoglienza! Si è trepidato dopo la partenza dei monaci per la “vita” della comunità, ma questa non si è spenta affatto, anzi si è rivitalizzata la responsabilità di tante componenti la comunità diocesana e parrocchiale. Molto attivi i diaconi permanenti che ogni giorno animano i momenti di preghiera liturgic. Puntualmente, alle 7.15 del mattino, Stefano Paoloni dal lunedì al sabato presiede la celebrazione della Parola di Dio per un gruppo di persone che prima di recarsi al lavoro sostano per alcuni minuti per trovare il senso ad una giornata che sta per iniziare. Mentre al pomeriggio, dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 16, con il coordinamento del decano dei diaconi permanenti Lorenzo Cerquetella vari diaconi – Stefano, Giancarlo, Salvatore – animano l’adorazione eucaristica. Don Rino Ramaccioni, come è ormai tradizione da vari anni, il primo venerdì del mese alle ore 21 celebra l’Eucaristia e propone un momento di adorazione per un gruppo che fa riferimento all’Azione Cattolica ma è aperto a quanti che vogliono raccogliersi in preghiera e non possono farlo durante il giorno. Un gruppo di preghiera si ritrova in chiesa ogni secondo venerdì del mese. Le Messe domenicali conservano l’orario che tenevano quando i monaci erano presenti: quella del mattino alle ore 10 e quella del pomeriggio che in inverno si celebra alle ore 17; la prima è animata da un coro diretto dal maestro Licio Cernetti i cui componenti provengono da vari comuni del circondario, mentre nel pomeriggio il coro è composto da persone della parrocchia. La condizione di difficoltà generata dall’assenza, ancorché temporanea, dei monaci ha rappresentato una sfida che è stata affrontata nella consapevolezza che, di fronte alla rarefazione dei sacerdoti, devono farsi avanti uomini e donne, adulti nella fede, che si sentano responsabili della comunità cristiana. I segni dei tempi sono anche questi.

Dal biroccio all’industria 4.0, per non soccombere Creatività e maestria degli artigiani devono coniugarsi con le tecnologie avanzate DI

GIANCARLO CARTECHINI

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orse – pensi – hai sbagliato direzione. In effetti, i cartelli segnaletici con la scritta “zona industriale” suggerivano la seconda uscita della rotatoria, in direzione di un grande complesso produttivo: quasi una cittadella, con gli autoarticolati tirati a lucido, allineati davanti alle baie di carico dell’edificio più esterno. Ma forse è meglio così.

Spesso le vie secondarie offrono scorci inattesi. Il centro storico di Appignano è formato da un pugno di case che circondano il palazzo comunale, e da vicoli così stretti che se provi a passarci con la macchina rischi di rimanere incastrato. Intorno al centro si sviluppa la zona residenziale: qui le abitazioni si alternano ai negozi, e alcuni edifici che un tempo ospitavano le esposizioni di mobili appaiono in stato di completo abbandono. E poi la periferia, fatta di case, orti e capannoni. Saracinesche abbassate, finestre impolverate che riflettono la luce del sole al tramonto. Qualcuno, prima o poi, dovrà provare a raccontare fino a che punto lo sviluppo economico, dal

secondo dopoguerra in poi, abbia modificato la struttura urbanistica e sociale dei borghi marchigiani, e come anche i nuovi scenari globali stiano iniziando a lasciare il segno del loro passaggio, sugli edifici e tra gli uomini. Proprio ad Appignano, nei giorni scorsi, si è svolto il 54° Convegno di “Studi Maceratesi”. Una delle relazioni riguardava la nascita e lo sviluppo dell’industria del mobile. Tema interessante, basato per una volta non sullo studio di fonti archivistiche, ma sulla testimonianza diretta di alcuni protagonisti di quella che è stata definita una “epopea appignanese”: il mestiere imparato nelle botteghe artigiane, l’apertura delle prime fabbriche. Un’epoca in cui, per mancanza di spazio, si

lavorava anche all’aperto, e i mobili erano trasportati con il biroccio. E infine il consolidamento dell’impresa, l’espansione verso nuovi mercati. La relazione non intendeva trattare, è stato detto esplicitamente, i mutamenti di scenario intervenuti negli ultimi anni. Resta però da comprendere se, e in che modo, sarà possibile completare la transizione che dal biroccio potrebbe condurci alle soglie dell’industria 4.0. Detto in altre parole, si tratta di valorizzare la sapienza artigiana presente nei nostri borghi ricchi di storia, attraverso le opportunità offerte dalle tecnologie innovative e dalla connettività. Esistono già esperienze significative al riguardo,

e sarebbe interessante valorizzarle. Progresso tecnologico e progresso sociale possono viaggiare di pari passo, a patto che si abbia una chiara visione del traguardo da raggiungere. E qui il discorso si fa necessariamente politico. Come ha scritto il giornalista Luca De Biase, in un articolo comparso sul Sole 24 Ore lo stesso giorno in cui si è celebrato il convegno di “Studi Maceratesi”, le tecnologie innovative generano valore perché abilitano le persone a trasformare i processi, migliorando

la produttività e la qualità del lavoro. A patto di non avere paura, «perché la paura è un ottimo strumento per il governo delle coscienze, ma non per lo sviluppo dell’imprenditorialità e dalla creatività richieste dalla grande trasformazione dell’economia della conoscenza».


Martedì 18 dicembre 2018

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Rito dell’«Admissio ad ordines» per Mattia, Carlos Arturo, Davide e Giovanni Paolo

Anche al Seminario Redemptoris Mater arrivano i Re Magi

o scorso martedì 11 dicembre 2018 il vescovo Nazzareno Marconi, all’interno di una partecipata Celebrazione eucaristica, ha ammesso agli Ordini sacri quattro seminaristi, tutti formati nel Seminario diocesano missionario “Redemptoris Mater ” di Macerata: Davide Baldinelli, Mattia Sagripanti, Giovanni Paolo Luzi e Carlos Arturo Berrio. Tutti provengono da famiglie appartenenti al Cammino neocatecumenale, nel cui ambito hanno progressivamente maturato la loro vocazione presbiterale con una forte tensione missionaria. I

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nche quest’anno per la festa dell’Epifania, si ripete il tradizionale appuntamento con i tre Re Magi, che in sella ai loro splendidi destrieri arriveranno al Seminario diocesano missionario «Redemptoris Mater» per allietare i bambini, ma non solo loro. Un evento che negli anni ha visto crescere la partecipazione dai paesi del circondario e soprattutto dalla città di Macerata, la cui Amministrazione gli ha conferito il patrocinio. L’appuntamento avrà inizio con l’arrico dei Magi alle ore 14.30 del 6 gennaio, negli spazi del seminario in contrada Valle. Il programma prevede poi un momento di condivisione con cioccolata calda e dolci che verranno offerti a tutti i presenti. Alle ore 17 sarà il momento della “lauda drammatica” intitolata «Io, Giuseppe», rappresentazione sacra sulla vita di San Giuseppe recitata con voci fuori campo accompagnate da un’orchestra. Prima di salutare gli ospiti alle 17.30 i seminaristi proporranno agli ospiti la «Calenda di Natale» per poi concludere l’incotro con i vespri solenni celebrati in chiesa. Per informazioni telefonare allo 0733.29371.

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«ConfrontIncontri» è il nuovo appuntamento settimanale di EmmeTv, in onda ogni giovedì alle

seminari “Redemptoris Mater” infatti, dono e frutto del Concilio Vaticano II, sono internazionali e formano giovani desiderosi di annunciare la Buona Notizia del Vangelo fino agli estremi confini della terra. Nella solenne ma familiare celebrazione, il vescovo Nazzareno ha incoraggiato questi quattro fratelli a seguire il Signore e trasmettere al mondo la Fede ricevuta: «La fede si trasmette esattamente come un’influenza, solo chi ce l’ha può contagiare gli altri». Li ha inoltre invitati ad amare il gregge di Dio, e se il Signore confermerà

21.20. I problemi della nostra provincia affrontati assieme a due protagonisti della scena pubblica

Lotta alla droga senza quartiere e senza tregua

Confronto sulla Sanità tra Mari e Maccioni Un faccia a faccia fra Romano Mari, presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Macerata e Alessandro Maccioni, direttore dell’Area Vasta 3, ha fornito agli spettatori di EmmeTv una veduta ad ampio raggio della sanità provinciale. Ne riproduciamo qui un breve stralcio, rimandando chi fosse interessato alla registrazione integrale presente nel canale Youtu-

Confronto tra questore e vescovo in chiusura dell’anno segnato dalla tragica morte di Pamela DI

TIZIANA TIBERI

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l primo appuntamento di “ConfrontIncontri”, la nuova rubrica di approfondimento della redazione di EmmeTv in onda il giovedì sera alle 21.20 ha avuto come ospiti il questore di Macerata Antonio Pignataro e il vescovo Nazzareno Marconi. Pubblichiamo qui uno stralcio della puntata, che può essere vista online all’indirizzo https://youtu.be/ig6h–ZHT6IA. Questore Pignataro, lei è arrivato a Macerata il 12 febbraio 2018, nel momento più caldo per la città. Qual è stato il primo messaggio che ha voluto dare alla comunità? Il mio primo messaggio è stato il silenzio. La mission che mi ha assegnato il capo della Polizia era portare speranza, giustizia e sicurezza in un tessuto sociale smarrito, preoccupato e che aveva perso fiducia nelle istituzioni. Solo dopo aver prodotto i primi risultati ho cominciato un colloquio diretto e franco con la stampa. Al vescovo: lei è stato pressato dalla stampa in quei giorni e ha risposto pubblicando un messaggio... Ho detto che quegli eventi ci facevano comprendere che avevamo probabilmente sottovalutato alcuni segnali in tema di violenza o di istigazione alla violenza. In particolare ho sottolineato che ci stavamo abituando a considerare normale il consumo di droga tra i giovani e che forse avevamo chiuso un po’ troppo gli occhi sull’aumento dello spaccio. Da questo anche il mio “atto di dolore”, il mio chiedere scusa. Il mio messaggio era: “Noi come Chiesa avremmo dovuto essere un po’ più sentinelle rispetto a tale situazione”. Mi è piaciuto molto che il questore si sia presentato dicendo: “Inizio con il silenzio”: da troppi luo-

ghi è arrivata qui gente solo per urlare, senza costrutto. Rivolgo una domanda a entrambi: come valutate il problema droga? Signor questore... Quando sono arrivato ho trovato zone franche dove nessuno rilevava la presenza di spacciatori nigeriani. Nessuno aveva capito che alcuni partivano dalla Nigeria già con l’intento di venire a spacciare a Macerata, grazie all’assistenza di un’organizzazione criminale. Abbiamo liberato quelle zone; la gente lo riconosce e dice che finalmente vi si respira un’aria nuova, un’aria pulita, senza spacciatori. Giusto ricordare che per ottenere questo risultato abbiamo avuto circa venti poliziotti feriti, per l’aggressività degli spacciatori nigeriani di fronte al venir meno del guadagno. Vescovo? Quella nigeriana è una comunità serena, positiva, molto ben integrata. Forse per questo ci è stato difficile cogliere come si fossero infiltrate figure negative e che lo spaccio si stava organizzando in maniera preoccupante. Bisogna comunque stare sempre attenti a non definire il crimine su base etnica, e so che il questore è d’accordo con me. Non sono delinquenti “gli italiani”, non sono delinquenti “i nigeriani”... È però possibile che all’interno un gruppo si inseriscano delle figure criminali. Noi abbiamo addirittura un cappellano di origine nigeriana che da tempo vive con loro. Forse alcuni hanno approfittato del fatto che Macerata aveva accolto già da tempo questa comunità, e si sono sentiti “coperti”. Forse questa situazione non ci ha permesso di capire o di aiutare le forze dell’ordine come avremmo potuto fare fin da subito. Io credo che gli stessi nigeriani che vivono qui, che noi accogliamo e con cui condividiamo la vita da tempo, siano stati contenti che si sia lavora-

Loreto. Pellegrini alla Santa Casa nella Novena dell’Immacolata Un appuntamento che ha visto alternarsi tutte le diocesi marchigiane Macerata assieme a Fermo il 4 dicembre a Santa Casa di Loreto è il cuore religioso delle Marche. Una convinzione che nessun marchigiano mette in dubbio e che quest’anno ha trovato un’occasione particolare di espressione nella Novena che ha unito la festa dell’Immacolata a quella della Venuta e che ha visto tutte le dioce-

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si della regione avvicendarsi quotidianamente nella basilica lauretana. I pellegrini delle diocesi di Macerata e di Fermo sono stati accolti nel pomeriggio del 4 dicembre dal rettore padre Franco Carollo e dall’arcivescovo prelato Fabio Dal Cin, che salutando ha sottolineato come «sia un’occasione provvidenziale, di Chiesa, il ritrovarsi delle diocesi con Maria, insieme anche alla piccola ma significativa diocesi di Loreto». Poi i due momenti centrali del pellegrinaggio: la recita del Rosario e la Santa Messa presieduta dall’arcivescovo di Fermo Rocco Pennac-

chio, mentre monsignor Nazzareno Marconi ha tenuto l’omelia: «Nelle letture che abbiamo ascoltato c’è un’idea semplice che unisce il Vangelo (Lc 10,21–24) alla prima lettura (Is 11,1–10); al mondo ci sono due categorie di persone: quelli che sanno un sacco di cose, che si credono intelligenti, hanno una grande cultura; poi ci sono le persone sapienti». E il vescovo ha sottolineato come la sapienza si accompagni di preferenza con l’umiltà: «Val la pena di essere piccoli, perché chi si accosta con umiltà riconosce che Dio è Dio, non noi. E davanti alla complessità del mondo è davvero difficile capire il senso e la verità, se Dio non ci aiuta». Monsignor Marconi ha quindi fatto un parallelo con la

questa chiamata alla vita presbiterale conducendola a compimento, a custodire il gregge tenendolo unito e portandolo al vero pastore che è Cristo. Oltre ai formatori, presbiteri e seminaristi che hanno animato la celebrazione, un’assemblea numerosa di parenti, fratelli e amici, ha riempito la cappella del Seminario, dedicata alla Vergine Maria stella della nuova evangelizzazione. Tutti, assieme ai loro genitori, hanno fatto da corona ai neo–ammessi, benedicendo il Signore perché nella sua provvidenza ancora invia operai nella sua messe.

La chiusura di un negozio di cannabis in centro. Nei riquadri: Pignataro e Marconi

to per fare chiarezza. Riparto dal Vescovo. Lei ha anche detto che forse, per una ragazza come Pamela, come società non siamo riusciti a offrire alternative alla droga... Quando ho detto che la nostra società deve fare mea culpa perché non riesce a educare i giovani a tenersi lontani dalla droga, non intendevo muovere un attacco alla città: sollecitavo una presa di coscienza più a largo raggio, dell’intera nostra società italiana. Ci sono tante realtà positive che operano per l’educazione dei giovani, ma il loro lavoro è penalizzato dal venir meno di un tessuto sociale solido e una famiglia stabile. Gli interventi educativi non possono sostituire un padre, una madre, una famiglia che vive in una situazione crescente di fragilità, con figli sballottati tra un genitore e l’altro. Ritorno al questore. Lei è arrivato a Macerata dalla Direzione centrale per i servizi antidroga; perché si è da subito impegnato nella chiusura dei negozi di cannabis? La droga è droga e non esiste una “cannabis legale” che possa essere fumata senza problemi. Qualcuno si aggrappa alla percentuale: avere lo 0,01% o lo 0,80% o lo 0,10% non ha rilevanza. Lo stesso Consiglio superiore di Sanità afferma espressamente che la droga della

condizione del nostro Paese: «Che cosa ci serve in Italia? Ci serve soprattuto qualcuno che sa di non essere il Padreterno, che sa che il Padreterno c’è, e che val la pena dare ascolto alle cose che Gesù ci ha insegnato nel Vangelo, perché indicano la via del bene. Questo servirebbe non solo in Italia ma anche in Europa e nel mondo. Questo si compirà quando chi guida il popolo saprà riconoscere il bene e guidarci al bene, e quando tutti noi cammineremo lasciandoci guidare a riconoscere Dio da quello che Gesù ci insegna attraverso il Vangelo. Ecco la sapienza. Chiediamo alla Madonna questo bel regalo: il dono della sapienza. Il dono della sapienza nelle famiglie». Piero Chinellato

cannabis produce una riduzione dello sviluppo cerebrale, specie nei giovani. Il fine della mia attività è tutelare le giovani generazioni e dare una risposta alle tante famiglie preoccupate per i loro figli a causa della crescita e dell’apertura di questi negozi in maniera esponenziale. Mi auguro che il Parlamento e il Governo deliberino misure che possano far chiudere questi negozi; ribadisco: questa sostanza è tabellata a prescindere dalla percentuale di Thc. Monsignor Marconi, nell’esperienza di questo territorio rientra l’Hotel House. Che linea seguire per quanto riguarda l’immigrazione? Credo che il Papa ci abbia dato un’indicazione chiara: l’accoglienza, che dev’essere generosa, va praticata con responsabilità, coniugata con l’integrazione. Ma non è facile. E dobbiamo ragionare sul bene possibile, non su quello che sogniamo. Signor questore? Concordo col vescovo. Dietro l’accoglienza ci dev’essere l’assistenza. All’Hotel House abbiamo un palazzone di 480 appartamenti, circa 3.000 abitanti di 32 etnie, in larga parte stranieri. Questa non è integrazione. Ogni appartamento è un micro–mondo a se stante. Per potersi integrare, queste famiglie devono essere disseminate in tutto il territorio.

be di EmmeTv, all’indirizzo https://youtu.be/VXnxcd2yhhM. Ha esordito il dottor Mari sottolineando il valore del Ssn nato 40 anni fa, che, nonostante i tagli delle erogazioni, rimane uno dei migliori del mondo. Non mancano però i problemi, «ad esempio la cronicità. Siamo una delle regioni più longeve. Però le patologie connesse devono essere gestite. Servono maggiori finanziamenti sul territorio, lasciando l’ospedale solo per i casi acuti». Maccioni, sottolineando la complessità della gestione sanitaria, ha riconosciuto che il 6,3% del Pil destinato alla spesa per la salute è valore tra i più bassi in Europa «però con questi soldi nella Regione Marche siamo riusciti a fare tante cose. Pochi giorni fa abbiamo festeggiato ad Ancona i mille trapianti dell’ospedale regionale, con un anno d’anticipo sul previsto (e l’ospedale di Macerata ha iniziato nel 1988 con gli espianti, attivando 30 donatori). Guardando avanti, tra 2019 e 2020 rifaremo tutto il reparto di Anestesia, con potenziamento da 6 a 8 posti letto e c’è poi il progetto di ampliamento del reparto di Psichiatria a 16 posti dai 9 attuali». Si è poi passati a parlare delle liste d’attesa. Mari: «I servizi ospedalieri non riescono a far fronte alla richiesta. Il problema è principalmente di organizzazione, che comunque ha visto dei miglioramenti sostanziali negli ultimi tempi. Col Cup siamo riusciti a garantire le priorità a breve, ma perché non consentire ai medici di collegarsi direttamente al sistema?». Per Maccioni «Il problema riguarda soprattutto la diagnostica perché impattiamo con una risorsa scarsa: le attrezzature. Siamo comunque riusciti ad ampliare l’orario istituzionale delle radiologie da 6 a 12 ore, spostando gli orari riservati alla libera professione. Importante il dialogo coi medici di medicina generale, anche per ridurre il livello ancora molto alto – oltre il 60% – di inappropriatezza degli esami». Tiziana Tiberi

giovani. L’appello di Marconi: «Cercate in voi il sogno di Dio» apita sempre più raramente di ritrovarsi in una chiesa dove i posti diC sponibili siano itutti riempiti da giova-

Anche quest’anno la Pastorale giovanile di Recanati ha organizzato una veglia d’Avvento. A Sant’Agostino tanti i ragazzi in ascolto del Vescovo

ni. Forse anche per questo diventa un momento significativo per quei tanti giovani avere l’occasione di trascorrere una serata insieme al loro Vescovo. All’appello della Pastorale giovanile di Recanati che ha poposto la veglia di Avvento lo scorso 14 dicembre nella chiesa di Sant’Agostino, hanno infatti risposto in tanti. «Ecco la Serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola», il versetto del Vangelo di Luca che conclude il brano dell’Annunciazione, è stato il filo conduttore della lectio del vescovo Nazzareno Marconi, accolto da un tappeto blu costellato di stelle, in ognuna delle quali i ragazzi hanno scritto un loro sogno. «I sogni di Maria sono semplici e belli –

ha detto il Vescovo – una persona da amare e che l’amasse e una famiglia nella quale accogliere la vita. Apparentemente Dio ha buttato all’aria tutti i suoi progetti, perché con l’Angelo Gabriele è arrivato il sogno di Dio». Un sogno che però a conti fatti non ha infranto quelli di Maria ma li ha realizzati in modo ancora più grande e straordinario: «I sogni di Dio erano la salvezza dell’umanità attraverso la nascita di un bambino e realizzare la più grande famiglia del Mondo: la Chiesa». Cercare il sogno di Dio nella propria storia è il semplice ma fondamentale messaggio conclusivo di Marconi ai suoi giovani: «In quei momenti in cui sperimenti una gioia vera, bella, pulita, lì Dio ha messo un pezzettino del suo sogno. Se li leggi insieme capirai qual è il sogno di Dio per te. Sfruttate gli amici saggi, in modo particolare i vostri educatori, i vostri preti, per chiedere loro di aiutarvi a trovare i segni dei sogni di Dio nella vostra vita». M. Natalia Marquesini


Martedì 18 dicembre 2018

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Don Fernando Morresi: tre cori uniti per ricordarlo a trent’anni dalla morte ono trascorsi 30 anni dalla morte di don Fernando Morresi, ma la memoria di questo grande sacerdote, insegnante, musicista ed educatore è ancora capace di riunire, nel segno della gratitudine, centinaia di persone. È accaduto anche lo scorso 2 dicembre, quando tre formazioni corali fondate o ispirate da lui, hanno voluto dedicargli un concerto nel quale i brani musicali si sono alternati alla lettura di suoi scritti e di testimonianze su di lui da parte di chi gli era stato maggiormente vicino. Pagine spesso commoventi, culminate nella lettura del testamento spirituale del sacerdote, prematuramente scomparso nel 1988 a 54 anni di età, a causa di una gravissima malattia al fegato.

Così, nel teatro della Filarmonica, col titolo “Alla fonte dell’acqua”, si sono succeduti sul palcoscenico, sotto la guida del maestro Gian Luca Paolucci i Pueri cantores Domenichino Zamberletti – fondati da don Fernando nel 1960 – e la Corale Cantando – formatasi nel Natale 1991 da 14 ex–pueri –, seguiti dal Coro Sibilla del Cai – la cui costituzione nel 1976 si deve anch’essa a don Morresi –, diretto dal maestro Fabiano Pippa. Il programma musicale ha proposto incursioni nei generi che più gli sono stati congeniali e quindi soprattutto polifonia sacra, canti alpini e canzoni popolari... Tra gli altri un’”Ave Signora dei monti” e un “Signor noi sin cà” composte da don Fernando, più altri due canti da lui armonizzati. (P.Ch.)

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Alla riscoperta di un’epoca segnata da grandi conflitti ma anche da un’altrettanto

Il «focaraccio» per la Santa Casa illumina il tema del prossimo pellegrinaggio Macerata-Loreto ella notte tra il 9 e il 10 dicembre le campagne marchigiane hanno brillato alla luce dei focaracci allestiti per rischiarare il cammino della Santa Casa. Una tradizione tanto antica quanto radicata nel cuore della cristianità mariana, in particolare lungo la Via Lauretana che riporta la memoria al 1294, anno della traslazione della casa di Nazareth a Loreto. La spinta iniziale ad accendere dei grandi falò per accompagnare il viaggio delle sante pietre sembra risalire al 1617, per iniziativa dei cappuccini padre Bonifazio d’Ascoli e fra Tommaso d’Ancona, con la volontà di alimentare un sincero sentimento di veglia, preghiera e attesa. Da allora già alle prime ombre della sera del 9 dicembre si cominciano a scorgere i fuochi nelle campagne, nei paesi e nelle città, attraverso una tradizione portata avanti nei secoli dai contadini prima e, in tempi più moderni da associazioni e pro loco.

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grande idealità, che nella Chiesa ha accompagnato il radicarsi del Concilio

Espressione della tradizione e devozione lauretana è anche il pellegrinaggio a piedi che ogni anno si muove da Macerata a Loreto, promosso da Comunione e Liberazione e organizzato dall’associazione «Comitato Pellegrinaggio a Loreto». È dal 1978, in occasione dell’accesione del focaraccio che si allestisce in una delle piazze principali di Macerata l’associazione annuncia la data e il tema del pellegrinaggio dell’anno successivo. Anche quest’anno quindi alla Santa Messa presieduta da monsignor Giancarlo Vecerrica – ideatore e anima del pellegrinaggio – presso la chiesa del Sacro Cuore, è segui-

Falò in piazza Mazzini a Macerata

Don Rino Ramaccioni e il ’68 che sa di Vangelo DI

ALESSANDRO FELIZIANI

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ella seconda metà degli anni Sessanta l’Italia stava ancora vivendo gli effetti di quel “miracolo economico” che aveva trasformato una nazione distrutta dalla Seconda Guerra mondiale in un Paese con rinnovata gioia di vivere. Nei giovani di allora, però, prese forma un vero e proprio conflitto generazionale. Cresciuta con la grande diffusione del consumismo e un radicale mutamento dei costumi, nella più giovane generazione si diffuse un bisogno di libertà ed autonomia dalla famiglia, dalla scuola, dalle istituzioni. Il fenomeno interessò in modo trasversale tutte le classi sociali e per una vasta parte della gioventù (quella più “rumorosa” che ha contribuito a storicizzare il ’68) il fine da perseguire assunse i connotati di una rivoluzione sociale, da condurre nel nome di alcuni miti, come Ernesto Che Guevara o Mao Tse–Tung. Molti altri giovani, invece, al “libretto rosso” del leader cinese preferirono gli insegnamenti del Vangelo e a guidarli furono giovani preti che la “rivoluzione” degli anni Sessanta l’avevano individuata negli insegnamenti del Concilio. Uno di questi preti del “68 cristiano” è don Rino Ramaccioni, oggi a Recanati, che dalla seconda metà degli anni 60, per oltre tre decenni, è stato cappellano, vice parroco e parroco a San Catervo di Tolentino. Oggi, alle soglie degli 80 anni, don Rino rivive per noi quegli anni. Anni intensi in cui ha cercato di fermentare la società, in piena trasformazione, con i valori cristiani. «Sono stato ordinato sacerdote nel 1965 dal cardinale Fernando Cento, che era di Pollenza come me – ricorda Don Rino – . Quello stesso giorno furono ordinati anche don Giancarlo Vecerrica, don Agostino Cartechini e don Francesco Cocilova. Un mese più tardi il vescovo Cassulo mi assegnò alla parrocchia della cattedrale a Tolentino, dove era parroco don Pietro Cartechini». Quale fu la sua prima “missione”? Dovevo occuparmi dell’oratorio e seguire i giovani che lo frequentavano, ma interessarmi anche a coloro che non ci si accostavano. Per età potevo essere un lo-

don Rino con un gruppo di giovani sulle Dolomiti

ro fratello maggiore e affrontai questo compito con grande forza perché nel mio piccolo mi permetteva di provare a mettere in pratica gli insegnamenti di sacerdoti che consideravo punti di riferimento: don Mazzolari, don Milani e il religioso Carlo Carretto che ho poi frequentato nel suo “ritiro” a Spello. Ci portavo spesso gruppi di giovani per far comprendere loro il suo insegnamento: educare ad amare gli altri. E il suo insegnamento ai giovani, don Rino, qual è stato? Nelle piazze e nelle università i giovani invocavano un cambiamento, che era alquanto utopistico e vacuo. Però dalle loro azioni emergeva un aspetto che anche la Chiesa doveva tenere in considerazione, cioè la “stanchezza del consueto”. Il Concilio aveva aperto varchi sul muro di

ta la processione verso piazza Mazzini dove i bambini presenti hanno acceso il falò e il vescovo ha dato a tutti l’annuncio. «Questo pellegrinaggio – ha detto poco prima di benedire il falò – che è arrivato al 41esimo anno, si svolgerà sabato 8 giugno, secondo del mese e ultimo sabato di scuola, come ringraziamento alla Madonna per l’anno scolastico». D’intesa con la congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, il tema per l’edizione 2019 del Pellegrinaggio sarà la missione: «Battezzati e inviati». Inoltre Vecerrica ha annunciato che «il Papa proclamerà durante l’anno un mese missionario straordinario». Tra le intenzioni, il Pellegrinaggio non farà mancare anche quest’anno la vicinanza alle popolazioni colpite dal sisma, a chi vive situazioni difficili a causa della guerra, ai migranti, ai cristiani perseguitati nel mondo e ai giovani. M. Natalia Marquesini

una religiosità standardizzata e i giovani avevano bisogno di vedere squarci di luce nuova. Occorreva dare concretezza ad alcune parole come “partecipazione” e “autenticità”, guardando sempre a Gesù come modello. Ho sempre detto ai ragazzi: cercate di migliorare il mondo, ma fatelo da cristiani. Quali furono le novità che introdusse nella pastorale giovanile? Il ’68 aveva stimolato il bisogno di stare insieme e senza proibizioni. A Tolentino avevo individuato gruppi di giovani che trascorrevano le serate nel chiuso di scantinati a suonare la chitarra, ascoltare dischi, qualcuno forse anche a fumare, senza costruire nulla. Incominciai ad andare a trovarli e parlare con loro per far capire che anche gli sconvolgimenti della storia contengono sempre un messaggio di Dio. Ben

presto organizzai uno di questi “club” anche nei locali della parrocchia e da questa frequentazione nacquero momenti di formazione biblica e sociale, ritiri spirituali, l’operazione Emmaus (raccolta settimanale nelle case di vestiti usati ed altri oggetti per i poveri e per le missioni); inoltre furono organizzati annualmente campi scuola estivi in montagna e campi di lavoro per insegnare ai giovani a “sporcarsi le mani e metterci la faccia” nell’aiutare famiglie indigenti o persone in difficoltà. Nei primi anni ’70 iniziarono anche le agitazioni nelle fabbriche e una lunga stagione di scioperi. Così come ero andato a incontrare i giovani, incominciai ad avvicinare anche gli operai, cercando in ogni modo di facilitare l’ascolto da parte loro. È stata una bellissima esperienza da cui nacque a Tolentino il Male (Movimento lavoratori di Azione cattolica). Fu in quegli anni che nacque anche il Sermit? Formalmente il “Servizio Missionario Tolentino– Sermit” nasce nel 1992 a seguito di una visita del gruppo del Movimento Lavoratori al Sermig di Torino, fondato anni prima da Ernesto Olivero. A Tolentino, però, realizzavamo adozioni a distanza già da molti anni. L’antefatto risale addirittura al 1962, quando tredici vescovi indiani presenti al Concilio visitarono Tolentino per venerare la reliquia di San Tommaso da Tolentino, morto martire a Bombay nel 1321. Questi vescovi chiesero una mano a favore dei poveri della loro comunità e negli anni successivi Antonietta Bartolozzi, una parrocchiana impegnata a fare del bene ai più bisognosi, diede vita alle “adozioni a distanza” di bambini indiani, in seguito allargate anche a comunità dell’Africa e dell’America Latina. Possiamo dire che a Tolentino, come altrove, il ’68 della Chiesa ha portato buoni frutti. È la dimostrazione di come seguendo il Vangelo si possa governare ogni fenomeno sociale. È sufficiente guardare al fine ultimo di ogni cosa: l’uomo. Al contrario, il ’68 come movimento sociale – dopo aver prodotto anche derive terroristiche – è svanito nel nulla. E questo è accaduto perché non aveva l’anima.

famiglia

Vita di coppia: giorni di tregua per riscoprire ciò che la fonda ivere la casa, abitare la vita – la liturgia in famiglia». Potrebbe sembrare una svista: di « V solito è la casa a essere abitata e la vita a essere vissuta. In realtà la provocazione, che era il tema degli Esercizi spirituali d’Avvento proposti dalla Pastorale della Famiglia, aveva l’intenzione di condurre le coppie, che si sono ritrovate ad Avenale, ad approfondire la consapevolezza del proprio essere sposi, prima di tutto nella propria casa e nella propria quotidianità. Un’affermazione non del tutto scontata. Nelle giovani famiglie si nota la fatica di vedere il bello che a loro è donato di vivere. Tra le cause i ritmi sempre più frenetici del lavoro, i tanti impegni che coinvolgono i genitori e i figli, nei tempi non armonizzati della vita di coppia. Le case, luoghi di incontro e di fraternità, assomigliano a dei B&B: si dorme, ci si alza, si fa colazione e si corre al lavoro per rivedersi la sera, con le spalle appesantite dalla giornata lavorativa. Diventa così importante donarsi un tempo di ristoro, di cura della relazione di coppia, un tempo santo di preghiera e di dialogo, a due. Ed è quanto hanno fatto alcune famiglie, recandosi per due giorni, in ritiro, con i figli e... con tanto desiderio di ritrovarsi con altre coppie. Ecco allora che “vivere” la casa è invito a renderla luogo di respiro vitale dove, prima della cura estetica dell’arredamento, la famiglia dovrà esprimere la sua premura per la relazione di coppia. Oggi si è presi dalla grande tentazione di lasciarsi vivere, per tirare avanti, senza passione, senza consapevolezza del tempo che scorre. Così “abitare” la vita è scoprire una pienezza che fa ritrovare il fondamento dell’esistenza; una vita che incontra di nuovo il suo Creatore. La casa diviene luogo di custodia di questa vita piena, cosciente di essere dono e non diritto. Nella casa la famiglia tutta è chiamata a dimorare, da protagonista, e a vivere l’alleanza tra i membri e con il Signore, per non far mai mancare il vino della gioia, restando uniti alla roccia, Gesù. Gli Esercizi spirituali sono stati guidati da suor Gina Masi, consacrata della fraternità casa di Nazaret, che con delicatezza e sapienza ha condotto le famiglie nell’ascolto della Parola e nella riflessione. La casa di Nazaret, casa degli inizi, e quella di Cana (la casa della gioia), e poi la casa sulla roccia e quella di Zaccheo, visitata da Gesù, sono diventate confidenziali. Nell’alternarsi di tempi di ascolto e di silenzio, di riflessione personale e di coppia, ciascuna famiglia si è riconosciuta mancante in una “casa” più che in un’altra. Al tempo stesso ha avuto l’occasione di sanare le carenze con una cura attenta e puntuale della relazione. Suor Gina ha toccato il cuore delle famiglie. Con uno stile schietto e profondo ha saputo toccare corde delicate dell’anima, ha suscitato interrogativi e desideri, ha esplicitato temi e nutrito con l’essenziale la vita delle famiglie e delle coppie che si sono regalate questi due giorni di pace. Laura e Gabriele Cardinali direttori Ufficio per la pastorale della famiglia e della vita

Kerala alluvionato: diocesi mobilitata con la Caritas Per questo Avvento un appello alla solidarietà in favore dello stato dell’India devastato lo scorso agosto dalle inondazioni DI

M. NATALIA MARQUESINI

«C

arissimo parroco, nell’agosto scorso un violento diluvio ha interessato il territorio della diocesi di Kottampuran nel Kerala (India) con la quale la nostra diocesi ha un rapporto privilegiato per la presenza, tra noi, di un folto gruppo di cattolici indiani seguiti spiritualmente da don Philsondas Jesudasan, loro cappellano e vice parroco a Piediripa». Inizia con queste parole la lettera firmata da Lorenzo Cerquetella direttore della

Caritas diocesana nella quale annuncia l’iniziativa «Avvento di Carità 2018». Un progetto di solidarietà che mira a sostenere le oltre 10.000 famiglie colpite dall’alluvione che ha distrutto completamente 279 case e parzialmente altre 1.006 abitazioni, oltre le coltivazioni di cocco, verdure, riso e gli allevamenti di animali domestici fondamentali per la sussistenza della popolazione. «Dopo l’alluvione – spiega Cerquetella – un vescovo del Kerala ha scritto a monsignor Marconi chiedendo aiuto, così il nostro vescovo si è impegnato a intervenire quando sarebbero venuti meno gli aiuti della comunità internazionale. E così è stato. Noi vorremmo adesso – nel limite del possibile – sostenerli nel ricostruire delle strutture, ad esempio delle case». Il costo per poter ridare una casa a chi

non l’ha più è di circa cinquecentomila rupie indiane, equivalenti a 6.000 euro. La Caritas diocesana quindi ha invitato le unità pastorali a dedicare durante il periodo natalizio le offerte di una Messa domenicale specificamente per il Kerala. È sentita la commozione da parte della comunità indiana maceratese; don Philsondas non fa mancare il loro grazie: «Ci siamo emozionati per la solidarietà ricevuta in favore del popolo del Kerala. Non ci sentiamo soli. Con l’aiuto di Dio e con il sostegno di tutte le persone di buona volontà, speriamo e preghiamo che saremo in grado di ricostruire il Kerala. Ringraziamo tutti voi in modo particolare il nostro vescovo Nazzareno, tutti i sacerdoti e tutti voi fratelli». Una realtà davvero viva e attiva quella rappresentata dagli immigrati provenienti dall’India e insedati nel Maceratese, molti

dei quali colpiti direttamente dalla tragedia dello scorso agosto, come spiega ancora don Philsondas: «Ci sono 150 fedeli che provengono dal Kerala nella nostra diocesi e circa 100 di loro sono stati colpiti da questo diluvio devastante. Ci sono delle persone che hanno perso familiari, parenti, case e tante altre cose. Con grande coraggio e fraternità anche la nostra piccola comunità è disposta ad aiutare i fratelli senza distinzione di religione. Il Natale ci ricorda l’amore infinito di un Dio che ama il suo popolo. Questo Natale diventa più significativo con quest’opera vostra di Carità. Dio vi benedica.» Le offerte volontarie possono essere raccolte nelle parrocchie oppure effettuate attraverso un versamento alla Caritas diocesana IBAN IT24W 03111 13401 0000000 19866.


Martedì 18 dicembre 2018

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Da dieci anni le cornamuse nascono a Serripola Nella frazione di San Severino Marche Luca Paciaroni produce artigianalmente lo strumento simbolo del Natale DI

ALESSANDRO FELIZIANI

l loro timbro musicale è inconfondibile. Dalla festa dell’Immacolata fino all’Epifania è frequente ascoltarne il caratteristico suono anche nelle vie dello shopping cittadino. Sono le cornamuse o per lo meno quel tipo di cornamuse che nelle Marche e in altre regioni centro– meridionali sono chiamate zampogne. Uno strumento molto antico – se ne fa cenno anche nella Bibbia – che nell’immaginario collettivo è abitualmente associato alla pastorizia.

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Luca Paciaroni

Tant’è che lo zampognaro, suonatore in abito da pastore che suona motivi natalizi tradizionali, quali ad esempio “Tu scendi dalle stelle”, è diventato anche una figura insostituibile nel caratteristico presepe napoletano. Benché originaria dell’area mediterranea, la cornamusa, nelle sue diverse varianti (la zampogna è una di queste), si è diffusa nei secoli anche in nord Europa, diventando tra l’altro lo strumento tipico degli scozzesi. E il fatto che la tradizione musicale associata alla cornamusa sia nel tempo arrivata a svilupparsi tra le popolazioni celtiche in forme paragonabili alla musica classica, rende ancora più singolare la scoperta che a Serripola, piccola frazione di San Severino Marche, da una dozzina d’anni si costruiscano cornamuse. A realizzarle, seguendo le tipologie costruttive degli strumenti medioevali celtici, è Luca Paciaroni, un giovane artista di 32 anni che ha unito la passione

per la musica (ha iniziato a studiare clarinetto all’età di 11 anni) alla propria formazione acquisita all’Accademia di belle arti. Si può dire che Luca Paciaroni abbia riportato l’arte al suo concetto originario, quello che essa aveva nell’epoca rinascimentale, quando si indentificava con l’opera del “mastro– artigiano”. Nelle sue cornamuse, frutto di un certosino lavoro esclusivamente artigianale, il giovane settempedano ha unito le competenze acquisite in tema di stili, forme, cromatismi, con le capacità manuali tramandategli dalla propria famiglia di artigiani. Il collante tra l’animo artistico e la creatività delle mani è stato per Luca Paciaroni la musica e in particolare la nostalgia per gli strumenti a fiato. Dopo aver studiato clarinetto, infatti, aveva abbandonato lo strumento per dedicarsi alla chitarra. Nel 2004 – come ha raccontato lui stesso per il libro “Strumenti musicali delle Marche”

realizzato, a cura di Luigi Ricci, dall’associazione Casale delle Noci di Tolentino – Paciaroni acquistò con i propri risparmi una cornamusa medioevale. Se ne innamorò così tanto, al punto da studiarne la cultura. Nel 2007 se ne costruì una da solo e a quella ne sono seguite altre, fino a dare vita ad una vera e propria azienda, la “Varro Bag Pipe Maker” (www.varropipemaker.com), oggi specializzata in produzione artigianale di cornamuse medioevali nei diversi timbri musicali (Sol cromatica, La minore, Mi alto cromatica, Do Cromatica e Re cromatica). Per costruirle sono utilizzati legni di essenze selezionate (acero, pero, ciliegio). Tutte le parti dello strumento (la sacca, l’insufflatore, le canne musicali, i bordoni, lo chanter) Paciaroni le realizza esclusivamente a mano, personalizzandole secondo il gusto dei sempre più numerosi appassionati della cornamusa.

Pagine per «riaccendere il gusto e il desiderio degli orizzonti aperti, cercando di restituire profondità e fiducia, soprattutto ai più giovani, che oggi rischiano il disincanto»

L’Università, un’esperienza dove crescere nell’incontro Una delle sedi di Unimc

DI

GUSEPPE LUPPINO

P

rofessore ordinario di Filosofia morale presso l’Università di Macerata, Luigi Alici cura assiduamente anche un blog molto seguito: https://luigialici.blogspot.com e ha da pochi giorni dato alle stampe con la Eum–Edizioni Università di Macerata il libro “InfinitaMente. Lettera a uno studente sull’Università”. È un tascabile di 122 pagine, con una copertina che propone l’immagine di una grande sala di biblioteca e una serie di busti, mentre la quarta spiega che oggi la sfida è nella «complessità della conoscenza e specializzazione dei saperi». Cosa l’ha spinta a rivolgersi proprio adesso, così direttamente, a uno studente universitario? Debbo confessare che questo piccolo libro nasce da una lunga esperienza di docente universitario, che mi ha portato a incontrare tanti volti, tantissime storie: in molti casi, storie di dedizione esemplare allo studio, spesso coronate da riconoscimenti importanti a livello professionale e personale; forse più spesso storie spezzate, per lo studio che s’interrompe, per qualche legittima aspirazione frustrata o più semplicemente per un lento spegnersi nella routine o nel tran tran quotidiano. Nei confronti di tutti ho desiderato riaccendere il gusto e il desiderio degli orizzonti aperti, cercato di restituire profondità e fiducia, soprattutto ai più giovani, che oggi rischiano di guardare al percorso universitario in modo disincantato e opportunistico, quindi già precocemente “vecchio”. E poiché anch’io sono stato studente universitario, non escludo che possa es-

Luigi Alici

serci anche una buona dose di autocritica. In questo senso, si tratta di una lettera scritta anche a me stesso. Vedo questo volume come una sorta di cuneo che va a infilarsi in un contesto caratterizzato da una crescente diffidenza o violenza nei rapporti umani, cercando di aprire la mente di chi studia. È comunque a un “tu” che lei si rivolge, non solo «a uno studente o una studentessa non troppo immaginari» che circola negli ambienti universitari; è l’attualizzarsi di un rapporto, un incontro che lei fa con un soggetto presente, invitandolo a ben “discernere”, giusto? Anche il sapere può diventare – e spesso diventa – una forma di alienazione, forse più sofisticata di altre, quando, anziché mettersi al servizio della relazione tra le persone, si trasforma in un totem, in un passepartout, in un idolo carrieristico…

Attraversare un periodo decisivo della propria vita con questa falso obiettivo significa sbagliare tutto. Per questo il primo “verbo” che dovremmo imparare a coniugare in università è “incontrare”: incontrare le persone, oltre le barriere dello spazio, del tempo e delle ideologie, significa incontrare l’Altro, incontrando anche se stesso. Senza quest’orizzonte inesauribile non c’è stupore, non c’è ricerca, non c’è restituzione, non c’è “Il futuro prima che arrivi”, secondo il motto della mia Università. Lei cita, a un certo punto, Pascal: «l’uomo è a se stesso l’oggetto più prodigioso della natura», e dice che da qui nasce la vocazione anomala a pensare e a vivere “InfinitaMente”. È qui la chiave di volta, secondo me, del libro: scoprire che siamo fatti per l’Infinito, che la ragione e il cuore, la natura tutta dell’uomo è rapporto con l’Infinito. E il suo invito finale è a «seminare e coltivare insieme, che non è il modo peggiore di restituire un futuro alle nostre origini». Il paradosso dell’Università nasce precisamente dalla capacità di riconoscere che il futuro dipende dalle origini; solo una prospettiva di ricerca integrata e unificata del senso può restituire valore a ogni forma di sapere settoriale. Universitas, non Multiversity. Quando si dimentica questa verità e la tecnologia tende a prendere il posto della scienza o gli strumenti pretendono di asservire i fini, il futuro nasce già vecchio. Su questo punto ha ragione Pascal: l’infinito non è una possibilità omologabile ad altre, ma esprime l’intero dell’umano, nella sua eccellenza. Vivere “infinitaMente” è l’unico modo per essere all’altezza della nostra vocazione.

La Eum di Unimc e Edith Bruck ospiti alla Fiera «Più libri più liberi» lla Fiera nazionale della Piccola e Media Editoria “Più libri più libeA ri” di Roma la Eum–Edizioni Università di Macerata, venerdì 7 dicembre, in una sala gremitissima, ha presentato il volume ”Versi vissuti. Poesie (1975–1990)” di Edith Bruck, a cura di Michela Meschini. Sono intervenute l’autrice, la curatrice che è ricercatrice presso l’Ateneo maceratese, e la professoressassa Rosa Marisa Borraccini, presidente Eum, che ha tenuto a precisare che con questo volume si è inteso «dare spazio a una voce che – come eum – vogliamo torni a farsi sentire». «La ricchezza della poesia di Edith – ha detto Michela Meschini – è in gran parte contenuta nel cortocircuito che si crea, attraverso uno stile elegante e per niente prosastico e con un linguaggio di una forza lancinante, fra il dolore e la rinascita». E proprio su questo aspetto ha impostato l’intervento la stessa Bruck: occasioni e possibilità di testimonianza le hanno permesso di sopravvivere dopo la terribile esperienza di Auschwitz, «ed è, ogni volta, come una rinascita». Bruck si è detta «contenta di aver pubblicato questo libro con la casa editrice universitaria maceratese,

piuttosto che con grandi editori: è come se mi stesse portando fortuna – ha aggiunto – perché in tanti mi cercano, mi invitano; è un nuovo nato, ed esso mi riporta alla vita». La Fiera si è svolta dal 5 al 9 dicembre 2018 nel nuovo centro congressi della capitale, ”La Nuvola”. L’editrice dell’Ateneo ha anche esposto le proprie novità editoriali presso uno stand condiviso con le Upi–University Press Italiane. La storia di Eum nasce nel 2004, quando un Decreto rettorale istituì il Centro edizioni dell’Università di Macerata. La sigla è divenuta poi marchio editoriale, la cui adozione ha permesso di contraddistinguere nel tempo parte della produzione scientifica dell’Ateneo, agevolandone la disseminazione, garantendone la qualità e consentendo di mantenere la proprietà dei diritti d’autore degli elaborati scientifici, nonché la natura delle collane all’interno delle quali le opere sono pubblicate. Il materiale è pubblicato, secondo quanto richiesto dagli autori, o in forma tradizionale cartacea, o in versione elettronica (pdf, e–pub, e–book, mobi). Informazioni su: http://eum.unimc.it/it Giuseppe Luppino

Presepe vivente, tradizione che si rinnova ogni anno Le suggestive rappresentazioni in programma a Macerata e Treia attualizzano il modello inaugurato da san Francesco a Greccio DI

ANDREA MOZZONI

cenario suggestivo per il presepe vivente di Macerata. Nel caratteristico borgo di Villa Ficana la magia del Natale scenderà tra le tipiche case di terra della zona. Il quartiere si trasformerà in un piccola Bethlemme il 29 dicembre a partire dalle 16 e fino alle 21 (in caso di maltempo la manifestazione sarà rimandata al 5 gennaio). La rappresentazione del presepe vivente è curata dalla

S

confraternita “Immacolata” della vicina parrocchia di Santa Croce. Ad accogliere i visitatori, oltre all’ambientazione, ci saranno personaggi abbigliati con vestiti d’epoca che presenteranno i mestieri di un tempo e offriranno dei piccoli assaggi gastronomici. Il percorso condurrà al cuore dell’evento, con la visita alla capanna dove sarà possibile omaggiare con la propria preghiera Maria, Giuseppe e il bambin Gesù riscaldato, oggi come allora, dal bue e dall’asinello. «Abbiamo un gruppo di volontari entusiasti di riproporre alla comunità parrocchiale e a quella maceratese questo segno di fede e devozione: il presepe – ha spiegato il parroco di Santa Croce don Alberto Forconi–, sarà una rappresentazione che ricalca quanto realizzato da san Francesco, il patrono della nostra parrocchia, affinché piccoli e grandi

possano godere in modo più intenso l’avvenimento di Betlemme che riproporremo in modo semplice». Le offerte raccolte durante il pomeriggio del 29 dicembre andranno a integrare quanto sta raccogliendo la diocesi di Macerata in favore degli alluvionati dello stato del Kerala, in India. Ripercorreranno l’esempio di san Francesco anche i frati del Santissimo Crocifisso di Treia. Luogo tra i più danneggiati dal terremoto, già dalle prime scosse del 24 agosto 2016. La rappresentazione del presepe vivente sarà realizzata grazie all’apporto dei giovani e delle famiglie che frequentano il Santuario. «Ma tanti si stanno aggiungendo da quando si è diffusa la voce – ha detto il padre guardiano, fra Luciano Genga –. Abbiamo programmato due date: il 30 dicembre e

il 6 gennaio, sempre con orario 15–19». Particolarità dei due eventi è l’inglobamento della Messa delle 16.30 all’interno delle rappresentazioni. «I figuranti fermeranno le loro attività e si uniranno ai fedeli per partecipare alla celebrazione eucaristica – ha aggiunto fra Luciano –, così che insieme tutti noi potremo vivere un momento di preghiera e ringraziamento verso la Natività». Il presepe vivente si svolgerà nel cortile e nel giardino antistante la nuova struttura in legno che ha permesso ai frati minori di continuare nel loro servizio. Le offerte raccolte saranno destinate alla nuova struttura in legno che ospiterà gli stessi

frati e che verrà realizzata a partire dal prossimo mese di marzo. Presepe vivente anche nel centro storico di Montefano, il 1°, 6 e 7 gennaio, a partire dalle ore 16, con biglietto d’ingresso di 3 euro, promosso dal Comune e dalla Pro Loco, con assaggi gratuiti nelle locande poste all’interno del percorso.


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