Avvento Veglia a Recanati
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l 6 dicembre alle ore 21.15, nella chiesa di Sant’Agostino a IRecanati si svolgerà la Veglia di
Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia
Avvento presieduta dal vescovo Nazzareno Marconi. Traccia per la riflessione il verso leopardiano «Che fai tu luna in ciel...», messo a confronto con il Vangelo di Luca: «C’erano in quella regione dei pastori che pernottando all’aperto vegliavano tutta la notte» (2,8).
A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 62100 Macerata telefono 0733.231567 e-mail: redazione@emmetv.it facebook: emmetvmacerata twitter: emmetvmacerata
MACERATA
Martedì, 19 novembre 2019
Visita pastorale. Il vescovo: incontri semplici ma preziosi
Il Signore e il suo popolo DI
«Vorrei vivere una “Chiesa in uscita” per ascoltare, per vedere la fede, per pregare e benedire, per portare il Signore nelle case e nella vita»
NAZZARENO MARCONI *
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o appena terminato la prima tappa della Visita pastorale nella unità pastorale di Cingoli, Moscosi, Sant’Angelo. Sono stati quindici giorni intensi che mi hanno dato modo di iniziare a comprendere come la Visita pastorale possa essere un evento di grazia soprattutto per il vescovo. La nostra vita frenetica, in un mondo dove tutto sembra funzionare perfettamente senza Dio, come se Dio non ci fosse, può intossicare anche l’anima di un vescovo. Lo dico con piena sincerità: facendo tante cose per Dio
e per gli altri, tutti corriamo il rischio di concentraci sulle cose, mettendo tra parentesi non solo gli altri, ma anche Dio. In questi passi iniziali della prima visita pastorale ho sperimentato tante volte che non era il vescovo
a incontrare le persone, ma davvero, anche per mio tramite, era il Signore che visitava il suo popolo, e proprio perché era Lui, e il popolo era davvero Suo, ho contemplato tante volte come il Signore e i credenti si siano subito
riconosciuti. Non sono state né le celebrazioni solenni, né gli incontri ufficiali i momenti più chiari di questa scoperta, ma soprattutto gli incontri semplici ed umili, quasi inaspettati. Una vera esperienza di grazia è
Vaticano Incontro speciale per cinque preti a mattina dell’11 nol’arcivescovo Lvembre
Renzo Fratini e don Luigi Taliani hanno concelebrato l’Eucaristia con papa Francesco a Santa Marta alle ore 7 in ricordo del 50° della loro ordinazione presbiterale. I due erano accompagnati da don Alberto Forconi, don Renato Buccolini (sacerdote attualmente in Belgio) e don Egidio Tittarelli. Subito dopo la celebrazione i cinque sacerdoti maceratesi hanno potuto salutare personalmente il Papa che li ha ringraziati per il servizio svolto. Il gruppetto ha poi visitato la Basilica di San Pietro sostando sulla tombe dei Papi e di San Pietro. «Un incontro emozionante – ha detto don Luigi Taliani – per le parole e l’attenzione che il Papa in maniera paterna e fraterna ci ha rivolto. Certamente è stato un bagno di forte spiritualità sia per l’incontro col Pontefice che per la lunga sosta nella Basilica di San Pietro». (P.Chi.)
A destra, la chiusura della Visita
Il Papa con monsignor Renzo Fratini e con don Luigi Taliani
Festeggiati Mimma e Pierino Mari, sposi da 70 anni
Settant’anni di matrimonio: è lo straordinario traguardo festeggiato domenica 27 ottobre da Pierino Mari e Filomena (Mimma) Menchi, rispettivamente 96 e 93 anni, all’Abbadia di Fiastra. Sposi l’11 settembre 1949, dopo 6 anni di fidanzamento intervallati dalla guerra che vide Pierino, fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre ‘43, rientrare in Italia solo nel 1946,
dopo essere finito coi russi addirittura a Odessa. A far corona c’erano i figli Rita, Albina e Albino, X nipoti e 5 pronipoti. Proprio per aspettare la nascita dell’ultimo di questi, si è posticipata la festa. Ovviamente, quando il celebrante don Rino Ramaccioni ha comunicato ai presenti alla Messa delle 10 cosa si festeggiava, l’applauso è scoppiato immediato e fragoroso. (P.Chi.)
stata la visita nelle case che mi ha fatto incontrare tanti anziani e ammalati. Un incontro di sguardi, l’ascolto di ricordi di vita che risalivano lontano negli anni, in un passato costellato di umiliazioni e stenti, ma anche di piccole gioie, tanto più vere e luminose delle nostre risate di oggi. Poi una preghiera fatta insieme, una benedizione, a volte la celebrazione serena e consolante del sacramento dell’unzione dei malati, un vero sacramento del conforto e della guarigione del cuore. «Mi dica alla Madonna che, quando le è comodo, se mi viene a prendere… io per me sono pronta», mi ha detto una signora piena di decoro nei suoi 90 anni ormai passati. In quelle parole semplici e dirette, ho visto la fede, una fede senza fronzoli, che vede già il paradiso e ha confidenza familiare con i santi. Ma ho visto la fede anche in due giovani, bloccati dalla paralisi sulle loro carrozzelle, che però lottano con una forza vitale che non è certo la loro. Una per completare l’università, nonostante le barriere… e non solo architettoniche. L’altro che compone canzoni rap, scrivendole con un computer che manovra con il gomito. La fede di questi giovani, come di tanti altri che ho incontrato è ancora solo voglia di vita, passione di bene, ma prima poi – ne sono certo – prenderà il volto più definito del Dio della vita e del bene. Negli incontri con i ragazzi e i giovani delle scuole, provocando le loro domande, facendomi raccontare le loro giornate, ho visto delle vite belle. Per fortuna molti di loro sono ben diversi dai giovani su cui si concentrano i racconti dei media. Si alzano molto presto e fanno un’ora e mezzo di autobus per venire a scuola, alcuni nel tempo libero fanno piccoli lavori e molti vivono il volontariato, dalla parrocchia alla Croce Rossa. Altri giovani delle scuole professionali nel fine settimana già lavorano in bar e alberghi. Anche il tema della fede, quando è presentata come vita e testimonianza e non come teoria, li appassiona. Certamente andando per strada si incontra di tutto, come un ragazzo dai jeans stracciati a vita bassa, con un giubbotto pieno di stemmi colorati, che vedendo la mia croce pettorale, una semplice croce di metallo sostenuta da una catena, ma ha detto, pensando alle vistose collane con pendagli d’acciaio dei suoi idoli musicali: «Bella sta collana… che fai? Sei un rapper pure tu?». La Visita pastorale, almeno vissuta così, mi è sembrata una bella e tonificante esperienza di quella “Chiesa in uscita” di cui parlano tanti e molti a sproposito. Io vorrei vivere una “Chiesa in uscita” per ascoltare, per vedere la fede, per pregare e benedire, per portare il Signore nelle case e nella vita… e ho sempre più chiara la sensazione che anche il nostro popolo è questa la “Chiesa in uscita” che attende. * vescovo
agricoltura. Un giorno per il grazie al Signore vescovi italiani hanno accompagnato sempre la vita rurale con grande attenzione. Anche la Chiesa universale già dal secolo scorso, soprattutto a partire da papa Pio XII, ha offerto messaggi forti alle imprese agricole e alla nazione italiana sia sul piano sociale che su quello specificamente religioso. La Coldiretti – fondata alla fine del 1944 da Paolo Bonomi, che l’avebbe poi diretta dino al 1980 – ha chiesto ai vescovi la presenza del “Consigliere ecclesiastico” all’interno dei propri organismi, segno dell’adesione a una visione religiosa della vita del mondo rurale, illuminata dalla Dottrina sociale cristiana. La celebrazione annuale della Giornata di Ringraziamento – di norma la seconda domenica di novembre, vicino alla ricorrenza di San Martino – è un momento forte di riflessione per tutta la grande famiglia Coldiretti, ma anche oltre i confini associativi. Del resto l’agricoltura rappresenta ancora una voce importante dell’economia e dell’occupazione in Italia pur in un contesto profondamente mutato nell’arco degli ultimi decenni. Ogni anno la Cei propone e commenta un tema particolare. In questo 2019, la 69ª Giornata di ringraziamento, è stata scandita dal tema: “Dalla terra e dal lavoro: pane per la vita”. Il pane è fonte di vita e di giustizia! – dicono i vescovi. – È forte la riflessione! Pane che dà vita, pane che si fa dono, pane per celebrare l’Eucaristia, mensa della Pasqua: da qui scuola di solidarietà che ci sollecita a spezzare il pane per tutti! «Padre nostro… dacci oggi il nostro pane quotidiano». Che contemplazione del creato, della terra e di tutti i diversissimi frutti del lavoro, delle piante, dell’acqua che disseta e feconda, dei fiori che allietano la vita, delle viti che producono vino… anche per la Celebrazione Liturgica. Che spettacolo di colori e di tutto lo scenario creaturale in questa stagione autunnale! Che spettacolo della vita! Ricordo quando un tempo, durante la “liturgia” della mietitura del grano, davanti alla croce piantata nel campo, c’era motivo di sosta e si pregava a lungo, per ringraziare. E poi il segno di croce su ogni pagnotta di pane, prima di infilarla nel forno di casa. Che pane! Che festa ogni volta che si apriva lo sportello per trarre fuori abbondante pane, magari accompagnato da una grossa, attesa “crescia,” delizia per noi piccoli. Un tempo in cui si baciava il pezzo di pane caduIl Ringraziamento to a terra, quasi a scusarsi di un involontario gesto di disprezzo e quale ringrziamento per il nutrimento dato. Sia lode all’Altissimo! Quante canzoni dedicate al pane! Quanti pensieri e sogni, guardando un mappamondo, sapendo della fame di tanti! Quanti non ce la fanno e chiudono drammaticamente la loro giornata! E che gratitudine verso chi opera generosamente per loro non offrendo un pesce, ma insegnando a pescare. Per fortuna si sta tornando con impegno a custodire il creato, così La Coldiretti provinciale di Macerata ha programmato per il 15 dicembre prossimo, a Recanati. Presiederà la celebrazione eucaristica l’arcivescovo Renzo Fratini, che benedirà i trattori e la campagna. I tanti doni in natura – frutti della terra – portati all’altare durante la Santa Messa saranno offerti a una comunità religiosa della città. L’invito a partecipare è esteso calorosamente a tutta la comunità diocesana. Giuseppe Branchesi, sacerdote
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Terremotati: restare per rigenerare comunità e relazioni «Restanza» significa anche investire sulla propria storia senza esserne prigionieri DI
GIANCARLO CARTECHINI
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asali è una piccola frazione di Ussita. La chiesa romanica che si trova all’inizio della strada che risale la Val di Panico, è stata pesantemente danneggiata dal terremoto; l’abside è quasi del tutto crollata. Dalla spianata adiacente si può godere una vista superba sulla parete nord del monte Bove. A pochi passi di distanza, nei pressi di una fonte, c’è un ri-
storante chiuso a causa del sisma. Gli ultimi post registrati dai proprietari nella pagina Facebook risalgono a un anno fa. Provo comunque a mettermi in contatto; vorrei sapere se è possibile raggiungere Casali. «Buongiorno Giancarlo – mi rispondono dopo qualche ora – al momento la strada che sale da Ussita è chiusa: il paese è tuttora in zona rossa». Anche i gestori del Rifugio Casali, trasferitisi altrove, continuano a lanciare segnali di esistenza online: immagini di boschi, profili di monti, e il volto solcato dalle rughe di Antonio, scomparso di recente. Una foto lo ritrae come un vecchio sfollato, cuffia in testa, nel camping di Porto Recanati. «Mi sapete dire dove è sepolto?», chiede qualcuno. «È sepolto a Casali», la risposta. Siamo in autunno inoltrato. La sta-
gione estiva si è conclusa da tempo e le strade danneggiate dal sisma tornano a essere intransitabili. È chiusa la strada per Casali, è chiusa la strada per Castelluccio. Eppure non mancano i segni di rinascita, commoventi come i gerani appesi alle finestre di quelle che chiamano “soluzioni abitative di emergenza”. È di questi giorni la notizia della riapertura della chiesa di Pievefavera e del restauro del suo organo. E lo scorso 9 novembre è stata inaugurata, a Pian di Pieca, la “Casa nel Cuore”, gestita dall’associazione Anfass Sibillini e destinata a ospitare persone con disabilità: a causa del terremoto molti hanno perso l’abitazione, così si è pensato ad allestire una struttura dove i ragazzi possano vivere insieme. Vito Teti, antropologo che ha pubbli-
cato per la casa editrice Quodlibet il saggio “Pietre di Pane”, ha indicato con il termine “restanza” la condizione di coloro che decidono consapevolmente di rimanere nel luogo delle proprie origini con l’intenzione di rianimarlo. Restare – ha scritto – non significa condannarsi a un immobilismo fuori dal tempo, ma attivarsi. Significa coltivare la rete di relazioni che costituiscono la vita di un paese, cercando di rigenerare e reinventarne l’identità. Perché non sono le case ristrutturate a identificare un luogo, ma la comunità che le abita. Resta da capire come questo profondo attaccamento alla propria terra possa conciliarsi con le migrazioni continue che caratterizzano il nostro tempo: «Traggo la mia energia dagli scossoni di un autobus, dal rombo di un
aereo, dal dondolio dei traghetti e dei treni» – fa dire alla protagonista di un suo racconto la scrittrice polacca Olga Tokarczuk, vincitrice del premio Nobel per la letteratura. Forse la contraddizione è solo apparente. Restanza non significa stare fermi, ma essere in perenne ricerca; promuovere forme di democrazia partecipativa e progettuale, anche in forte discontinuità con il passato. Investire sulla propria storia senza esserne prigionieri. In questo senso coloro che hanno deciso di restare rappresentano un approdo per coloro che ritornano. Non a caso a Frontignano è na-
ta una associazione di animazione del territorio, “Casa” (Cosa–Accade–Se– Abitiamo), che si è definita proprio un “porto di montagna”: luogo di confronto tra idee diverse di sviluppo e di ricostruzione. Perché di questo è fatta la vita dei restanti: sentieri solitari, incontri sinceri, e acque vagabonde che non si fermano mai.
Martedì 19 novembre 2019
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Presto consacrati quattro nuovi diaconi permanenti Attualmente sono tredici Ripristinati dal Vaticano II in diocesi i primi risalgono al tempo del vescovo Carboni DI
ALESSANDRO FELIZIANI
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La locandina per l’ordinazione dei diaconi permanenti
ueste settimane di autunno stanno portando buoni frutti alla Chiesa maceratese. Ai sei diaconi ordinati il 31 ottobre e che tra qualche tempo diventeranno sacerdoti, seguirà il prossimo 7 dicembre, sempre nella chiesa abbaziale di Fiastra, l’ordinazione di quattro diaconi permanenti. Sono uomini con diverse esperienze lavorative (uno di loro appartiene all’Arma dei Carabinieri), tutti sposati e impegnati nella società civile che si andranno ad aggiungere ai tredici diaconi permanenti che già operano da tempo sia a Mace-
rata, sia in altri centri della Diocesi. Lorenzo Cerquetella, ordinato dal vescovo Tarcisio Carboni ventinove anni fa, è quello che vanta oggi una maggiore anzianità come Diacono, benché non sia stato il primo nella Diocesi maceratese. Incontrandolo all’indomani della pubblicazione del documento finale del Sinodo per l’Amazzonia, durante il quale si è parlato della possibilità di concedere, in alcune particolari zone del mondo, l’ordinazione sacerdotale ai diaconi permanenti, anche se sposati, Cerquetella tiene a spiegare cosa è esattamente il diacono e soprattutto qual è il suo ruolo nella Chiesa cattolica, perché – dice – sovente gli stessi fedeli non lo sanno. Spesso lo si identifica, a torto, come un laico particolarmente impegnato in parrocchia o lo si confonde con il Lettore o l’Accolito, “uffici” che ha ricoperto in precedenza. Il diacono, quindi, non è un semplice laico, ma neanche un sacerdote, poiché non presiede l’Eucarestia e non può confessare. Inoltre, qua-
si sempre è coniugato e ha una professione. Come al sacerdozio, però, si arriva al diaconato in risposta a una vocazione e dopo un percorso di formazione teologica. Quindi, l’ordinazione non avviene per “meriti”, ma per il conferimento del sacramento dell’ordine, di cui il diaconato rappresenta il primo gradino – gli altri due sono l’ordinazione presbiterale e quella episcopale –, che lo rende membro del clero. Ha una propria veste liturgica, sull’altare ha un posto specifico, ha il compito di proclamare il Vangelo e può tenere l’omelia, può celebrare la liturgia del battesimo, benedire le nozze, accompagnare alla sepoltura i defunti. Non è né “più di un laico”, né “meno di un sacerdote”, ma è un ministro di Cristo a tutti gli effetti e un “servitore” della Chiesa intesa come comunità. Egli serve all’altare, ma anche nelle varie opere di misericordia, collaborando con il vescovo. Benché sia antichissima ed esistita per secoli, la figura del Diacono nel tempo si era e-
stinta. “Riscoperta” dal Concilio Vaticano II, si è nuovamente diffusa a partire dagli anni Settanta. Nelle Marche la diocesi di Fano fu la prima a ordinare dei Diaconi permanenti. Oggi sono in numero crescente e lo scorso 9 novembre la Commissione regionale per il diaconato ha tenuto a Macerata (Domus San Giuliano) il convegno regionale, aperto alle famiglie, nonché a coloro che hanno intrapreso questo cammino, «allo scopo – ha detto Cerquetella, uno degli organizzatori – di tracciare un profilo unitario del ministero diaconale, ma anche una preziosa occasione d’incontro tra i diaconi marchigiani e gli aspiranti al diaconato». Il prossimo 28 novembre alle ore 21 alla Domus San Giuliano si terrà una Conferenza diocesana sul Diaconato permanente, aperta a tutti. Un’occasione per conoscere meglio questa importante figura presente nella Chiesa e prepararsi ad accogliere i quattro nuovi diaconi permanenti che il vescovo Marconi ordinerà il primo sabato di dicembre.
In questo autunno due celebrazioni, con l’ordinazione dei diaconi, alimentano gioia e speranza nella Chiesa locale. Le parole di uno dei futuri presbiteri: «Pregate per noi»
Il sacerdozio a un passo Sei giovani verso la meta DI
MARCO PETRACCI *
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l Signore sostiene quelli che vacillano, e rialza chiunque è caduto». Credo che questo versetto del salmo 144 esprima il senso del cammino che ho iniziato il 13 ottobre 2013 nel “Pontificio Seminario Regionale Marchigiano Pio XI” di Ancona, e che mi ha portato insieme ad altri 5 fratelli, a ricevere il dono del diaconato lo scorso 31 ottobre, nella vigilia di Ognissanti. Il cammino non è ancora finito, sto infatti vivendo il 7° e ultimo anno di formazione, incentrato soprattutto sulla pastorale. È stato un percorso intenso, pieno della grazia di Dio e delle mie fragilità, due fattori questi, che ho dovuto (e dovrò ancora, per sempre) serenamente accettare. Mi spiego: in questi anni di formazione, giorno dopo giorno, con la preghiera personale, la Parola di Dio letta e ascoltata, l’Eucaristia quotidiana, le relazioni con i seminaristi (di tutte le Marche) con i quali ho condiviso il cam-
Un momento della celebrazione
mino, i colloqui con i formatori e il padre spirituale, le esperienze di tirocinio pastorale vissute, emergono due evidenze: da una parte la grazia di Dio che mi precede e mi accompagna sempre, e nella quale vivo conscio che non potrò mai ripagare totalmente l’Amore con il quale Dio mi ha da sempre abbracciato, e dall’altra le mie fragilità, che mi ricordano che questo cammino di sequela è un dono da accogliere, e non un premio da conquistare, un traguardo da raggiungere in forza di meriti personali. Ritornando al versetto con il quale ho cominciato, durante questo periodo i momenti nei quali ho vacillato e a volte anche caduto, sono stati numerosi, alcuni anche dolorosi, ma davvero ognuno di essi mi ha portato dove sono adesso, a riconoscere che Gesù «è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto», come abbiamo ascoltato nel Vangelo di domenica 3 novembre; e questa salvezza passa proprio dal riconoscere di non bastare a se stessi. E quest’opera di salvezza è riconoscibile soprattutto nei momenti bui, quando mi sono domandato: «Ma io qui in seminario cosa ci sto a fare? Sono un povero disgraziato che non merita nulla». Ma proprio qui il Signore, come buon samaritano, ha versato sulle mie ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza, che mi hanno fatto riprendere il cammino, con la consapevolezza che «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13). Già, solo in Lui è possibile amare come lui ci ha amati, e do-
I sei giovani all’inizio della celebrazione
nare la propria vita per causa del Vangelo. Ciò che poi negli anni mi ha dato sempre più fiducia, più nella provvidenza divina che nei miei mezzi, è il discernimento che, contemporaneamente al mio, la Chiesa ha compiuto su di me, nelle persone del vescovo Marconi e del suo predecessore Giuliodori, del rettore don Claudio Marchetti e del suo predecessore don Luciano Paolucci Bedini (ora vescovo di Gubbio) e delle tante altre persone che si sono prese cura di me. E ancora, ciò che mi ha donato di credere che la strada che il Signore stava tracciando era quella giusta per me, è stata l’accoglienza gioiosa e la benevolenza che sempre mi ha circondato da quando ho cominciato l’esperienza del tirocinio pastorale, prima a Montecassiano e ora a Tolentino, e che ho sperimentato anche nelle varie esperienze che ho vissuto con le realtà diocesane di Azione cattolica e Pastorale giovanile. Davvero un fiume di grazia e di bellezza che si è riversato nella mia vita, e mi ha consentito di arrivare, «portando all’altare la gioia e la fatica di ogni giorno», a dire il mio sì al Signore per servirlo nella sua Chiesa. Ringrazio il Signore di aver potuto condividere questo momento di grande gioia, oltre che con Antonio Barbaresi mio compagno di classe in seminario, con altri 4 seminaristi del Cammino Neocatecumenale con i quali ho vissuto i giorni immediatamente precedenti l’ordinazione in un ritiro spirituale, nel quale il vescovo ci ha guidati e accompagnati come un padre. Dato che avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, vi chiedo, a nome di tutti noi sei novelli diaconi, di pregare per noi affinché il Signore ci renda autentici e credibili testimoni del suo Vangelo. * seminarista
Vengono dalla diocesi e dal mondo Le biografie dei seminaristi ordinati o scorso 31 ottobre il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi ha ordinato 6 nuovi diaL coni transeunti (per i quali, cioé, questa è l’ultima tappa del cammino verso il sacerdozio); conosciamoli meglio. Paulo Renato Mendes Gauto ha 31 anni ed è nato nel Mato Grosso del Sud, in Brasile. Ora presta servizio nella parrocchia dell’Immacolata a Macerata, mentre precedentemente è stato a Troviggiano di Cingoli e prima ancora ha vissuto un’esperienza di missione, durata tre anni, in Cina. Gerardo Manuel Salinas Garcia è nato 32 anni fa a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Da qualche mese è nella parrocchia di Troviggiano, mentre in precedenza è stato in quella di Montelupone. Nel suo cammino formativo ha vissuto esperienze missionarie a Taiwan e in Costa Rica. Pawel Gajewski è nato nel 1989 a Bydgoszcz in Polonia. Ha vissuto due esperienze di missione, prima in Cambogia e poi a Fano. Da qualche mese presta servizio nella parrocchia Santa Maria Assunta a Montecassiano, mentre prima è stato a Montelupone. Isaac Vega del Pino, 28 anni, è il più giovane dei nuovi diaconi ed è nato a Gáldar, nelle isole Canarie. Anche
lui ha è stato 2 anni a Troviggiano e adesso presta servizio a San Domenico a Recanati. Ha vissuto un’esperienza missionaria in Cina. Questi quattro novelli diaconi si sono formati nel Seminario diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Macerata, e la loro vocazione è sorta e cresciuta nel Cammino Neocatecumenale. Gli altri due diaconi sono entrambi maceratesi e provenienti dalla medesima parrocchia, quella del “Buon Pastore” di Collevario: uno è Marco Petracci, 36 anni, laureato in scienze della comunicazione e precedentemente impiegato nel quotidiano online “Cronache Maceratesi”. La sua formazione pastorale è maturata dapprima nella parrocchia Santa Maria Assunta di Montecassiano, e da circa un anno a Tolentino, nella comunità parrocchiale di San Catervo. L’altro, Antonio Barbaresi, più giovane di un anno rispetto a Petracci, è entrato in Seminario dopo aver lavorato come geometra; sin da “lupetto” ha vissuto il cammino Scout nell’Agesci. Da ottobre del 2018 si trova nella parrocchia del “Preziosissimo Sangue” di Porto Recanati, mentre nei due anni precedenti, ha prestato servizio nella comunità di “Santa Croce” a Macerata.(Red.)
Pio Cartechini, una vita «coerente con il suo nome» Docente universitario, direttore dell’Archivio di Stato e di quello diocesano, è stato protagonista a lungo della cultura cittadina DI IVANO
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PALMUCCI
tre anni dalla scomparsa di Pio Cartechini, il Centro Studi storici maceratesi, di cui è stato presidente per 52 anni e fondatore insieme a Dante Cecchi e ad Aldo Adversi, lo ha voluto ricordare con un convegno e con la pubblicazione degli atti nella collana di Studi maceratesi. Pio Cartechini, docente universitario, direttore dell’Archivio di Stato e dell’Archivio diocesano di Macerata è stato protagonista per oltre mezzo secolo della cultura cittadina attra-
verso un’intensa attività di ricerca storica svolta dal Centro Studi per il quale si è speso con passione e competenza fino agli ultimi giorni dei suoi 88 anni. Nel ricordo delle autorità, dei colleghi, degli amici, degli studiosi e di coloro che lo hanno conosciuto e seguito rimane viva la figura di Pio come uomo, come studioso attento e scrupoloso, come custode e diffusore della memoria locale. Il vescovo Nazzareno Marconi ne ha voluto sottolineare la fede e, in assonanza con il nome, lo ha definito uomo che aveva percezione costante della presenza di Dio nel reale, cioè una persona che aveva un grande contatto con il reale tanto da riconoscervi anche la presenza e l’azione di Dio. Il sindaco Romano Carancini, nell’evidenziare in lui una humanitas tutta maceratese, caratterizzata da disponibilità e discrezione, ricorda che l’opera di questo personaggio illustre ha contribuito e contribuisce ancora oggi al-
la crescita culturale della nostra comunità, giudizio condiviso anche da Irene Manzi e dal vicesindaco Stefania Monteverde. Nella testimonianza del figlio Giancarlo traspare tutto l’affetto per un padre dal carattere schivo, ma che si è distinto per l’amore verso la famiglia e il lavoro, per il profondo senso del dovere ed il rispetto delle istituzioni, per la religiosità, per la dimensione di uomo libero in grado, però, di collaborare anche con chi aveva posizioni diverse dalle sue. Gli amici e i colleghi, come Pierluigi Falaschi e Luciana Fermani, ripercorrono la felice esperienza del Centro Studi Storici ed evidenziano come il Professore con passione e tenacia sia riuscito a far crescere questa sua creatura rendendola imprescindibile punto di riferimento e di orientamento per chi svolge attività di ricerca, soprattutto nell’ambito della storia locale, con i suoi convegni annuali corredati puntualmente dalla pubblicazione
degli atti arrivati a quota 53, un vero miracolo! Sull’impegno archivistico e istituzionale di Cartechini hanno offerto la loro testimonianza l’avvocato Giuseppe De Rosa per ricordare il ruolo da lui svolto nell’istituzione della sezione dell’Archivio di Stato di CaIl Convegno del 25 ottobre alla Biblioteca Mozzi Borgetti merino, mentre l’opera di volontariato svolta per oltre un ventennio nell’Archivio diozio di Alberto Meriggi, attuale presidente del cesano di Macerata è stata presentata dal diCentro Studi, il quale nel sintetizzare l’opera rettore don Grigorij A. Linnik e da Laura Mocdi Cartechini scrive nella presentazione del chegiani, collaboratrice nell’ultimo decennio. volume che saranno ancora certamente nuCompletano il volume n. 53 “Nuove indagimerose le generazioni di studiosi che doni storico-archivistiche su Macerata e il suo tervranno misurarsi con i saggi della collana e ritorio. Dedicato a Pio Cartechini” alcuni concogliere il nome del loro principale promotributi di studiosi e ricercatori su temi riguartore, del quale rimangono vivi il rimpianto, danti gli archivi, la ricerca archivistica, la dila riconoscenza e la stima. plomatica e la storia. Significativo è il giudi-
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Chiese ricche di fede e cultura, ferite dal sisma 2016 Nel centro storico edifici di culto ancora quasi tutti inagibili Dolorosa la chiusura dell’abbazia di Rambona DI FABIO
SILEONI E ANDREA MOZZONI
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l terremoto del 2016 ha “scosso” anche i campanili di Pollenza, causando la chiusura di molteplici chiese nel Centro storico e nelle frazioni. Sfortunato simbolo dell’onda d’urto del sisma è senza dubbio la chiesa dell’Abbazia romanica di Santa Maria di Rambona, uno dei luoghi più suggestivi e frequentati dai fedeli maceratesi e non solo. A circa un anno dallo sciame sismico che ha devastato il Centro Italia, tuttavia, Pollenza ha visto la riapertura della chiesa intitolata a San Giuseppe e annessa al convento delle Clarisse. Un «piccolo miraco-
lo», come l’ha definito il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi, reso possibile dall’impegno profuso dalla diocesi e dal contributo di tanti benefattori. Nel dicembre 2017 le monache sono potute così rientrare in parte di un complesso che abitano fin dal Cinquecento. Tra le particolarità della chiesa, la facciata dell’edificio è caratterizzata dal portale ornato da triglifi e fiori stilizzati, mentre l’interno è costituito da una sola navata ornata da tre altari con grandiose macchine di legno dorato, risalenti alla fine del XVII secolo. In uno di questi si trova il quadro raffigurante “Lo sposalizio di Santa Caterina”, che per impostazione e resa coloristica richiama gli stilemi dei pittori della «scuola romana». Sotto l’altare maggiore è custodito il corpo di san Giacinto martire, soldato romano, cui è dedicato anche l’altare destro. Non è stata ancora accomunata dalla stessa sorte l’Abbazia di Rambona. Si tratta di un monastero che nel corso dell’Alto Me-
dioevo esercitava la sua giurisdizione su una grande area che si estendeva dalle pendici dei Monti Sibillini alla foce del fiume Potenza. La struttura della chiesa presenta un presbiterio triabsidato e una cripta caratterizzata da un insieme di colonne di granito e di marmo striato risalenti all’epoca classica romana, sulle quali poggiano capitelli scolpiti in pietra arenaria, l’uno diverso dall’altro. L’unica chiesa riaperta nel centro storico di Pollenza è invece quella dedicata all’Immacolata Concezione, edificata a partire dal 1821. Particolare la facciata in stile neoclassico, mentre l’interno, a croce greca, custodisce un’immagine sacra in legno dell’Immacolata con l’altare maggiore ornato con due figure di angeli di maiolica provenienti da un’antica fabbrica pollentina. Aperte anche le chiesa delle località Cantagallo, che sovrasta lo scenario della battaglia di Tolentino combattuta nel 1815 dall’esercito di Giacchino Murat; Rotelli (San Giuseppe) e
del Trebbio. Quest’ultima, intitolata a Santa Maria, fu costruita tra gli anni 1587–1588 per dare una degna sistemazione e protezione all’immagine della Madonna della Misericordia (di epoca ignota) dipinta sul muro di un tabernacolo. Chiuse le altre, tra le quali, tornando nel Centro storico di Pollenza, la chiesa di Sant’Antonio e Francesco, di stile romanico, con migliorie apportate durante la metà del 1200. Donata dai Benedettini rambonesi a san Francesco, il quale, secondo la tradizione, fu lì ospite nel viaggio da Forano a San Severino. Danneggiata dal sisma anche la chiesa di San Biagio, la quale sorge su un’antica collocazione, poi riedificata nel XIX secolo dapprima su disegno dell’architetto romano Virgilio Bracci e, in seguito, tra il 1834–1844. Molteplici gli interventi anche prima del sisma. La chiesa, di stile neoclassico, conserva, sopra l’ingresso, un organo del Callido di Venezia risalente al 1793. Un patrimonio, quello pollentino, inestimabile.
Dopo Cingoli la Visita ritorna verso Macerata, trovando una grande tradizione artigianale, un suggestivo centro storico, tante speranze Tappa
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Abbazia di Rambona
Pollenza in cerca di un futuro Le famiglie si prendono ancora cura degli anziani. Far partire la ricostruzione dei luoghi di culto pilastri anche della vita collettiva
Sul territorio sono vive le realtà aggregative religiose e laiche Molte e sentite le feste popolari Oratorio luogo di accoglienza
Il sindaco: «Il tessuto sociale è coeso, tiene l’occupazione» DI
TIZIANA TIBERI
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l neosindaco Mauro Romoli non ha esitazioni: «Viviamo con grande gioia – dice – la visita del vescovo Marconi, pensiamo sia un segnale di attenzione e vicinanza alla sua comunità ed è sempre positivo confrontarsi per capire la reale situazione e stimolare i “pensieri lunghi” per guidare le azioni. Quali i disagi e le fragilità presenti? Il tessuto sociale è sostanzialmente in buono stato, tiene ancora una rete familiare che si prende cura dei propri anziani. Pollenza non è però un’isola felice: ci sono diversi casi di difficoltà, di persone sole ed emarginate, così come ci sono ragazzi che vanno aiutati ed accompagnati. Il vescovo e i parroci possono fare tanto perché hanno un rapporto con le famiglie diverso da quello che può avere un Comune, ecco perché la collaborazione tra istituzioni laiche e religiose è indispensabile. Com’è il post–terremoto? Il nostro Comune, pur non essendo tra i più colpiti dal sisma, ha riportato danni significativi. Quasi 500 immobili inagibili, circa 200 persone fuori dalla loro abitazione, inagibili tutte le chiese del capoluogo tranne una piccolissima in piazza; inagibile è anche l’Abbazia di Rambona. La ricostruzione è molto indietro, poco più di 40 sono le pratiche fin qui presentate. Com’è la realtà produttiva e la situazione occupazionale? Le aziende pur colpite dalla crisi hanno stretto i denti e mantenuto gli occupati: ringrazio gli imprenditori per aver dimostrato una responsabilità sociale che troppe volte invece manca ai “capitani d’impresa” italiani. Ci sono inoltre segnali di ripresa con qualche importante investimento privato che porterà un aumento dei posti di lavoro. Pollenza conta sul turismo? Il nostro punto di forza è senz’altro
l’Abbazia di Rambona ora chiusa a causa del terremoto, ma anche la pinacoteca comunale lesionata dal sisma è inaccessibile al pubblico: tutto ciò ci limita gravemente. Invece abbiamo registrato un costante incremento di visitatori al museo di Palazzo Cento per l’esposizione permanente della collezione “Vite da Vespa” di Marco Romiti, un unicum a livello nazionale. Cosa vorrebbe chiedere al vescovo? Due cose: la prima è continuare a star vicino a questa comunità così come ha sempre fatto; ho il massimo apprezzamento per come interpreta il suo ruolo, in maniera umile, da curatore di anime, un vero pastore molto vicino allo stile di papa Francesco. La seconda: lavorare insieme per cercare di accelerare la ricostruzione dei luoghi di culto che, in paesi come il nostro, rappresentano dei veri e propri pilastri della vita sociale senza i quali le comunità si diradano fino a far scomparire quel vivere insieme che secondo me deve essere poi il senso della nostra vita.
«Qui trova spazio chi cerca impegno»
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n vista della visita pastorale che il vescovo Nazzareno Marconi inizierà il 27 novembre, abbiamo intervistato don Roberto Angelucci, parroco della parrocchia di Sant’Andrea Apostolo di Pollenza (Mc). Quante persone conta la sua parrocchia? Quella del capoluogo circa 3.400, mentre tutta l’unità pastorale è costituita da 4.000 abitanti. Di questi 300 abitanti sono over 80. Le famiglie di recente costituzione provenienti da Macerata, Tolentino e dallo stesso territorio di Pollenza si collocano perlopiù nelle aree periferiche del comune. Il numero delle coppie separate ammonta a circa 200300 nuclei familiari. Com’è cambiato l’ambiente dell’oratorio? L’oratorio è un luogo di accoglienza, di condivisione e di responsabilità per una proposta cristiana. Ma, ancora più che un luogo, è un meravi-
l’anziana
«Il nostro paese senza più ragazzi»
Una vista dall’alto del centro di Pollenza
alerio Bulgherini, ha frequentato l’Ipsia Corridoni e adesso lavora nell’azienda di famiglia. Dice: «Il mio paese è bellissimo, V con un panorama straordinario. Per chi desidera impegnarsi, c’è
dua Marinozzi, 84 anni, ha rallentato, ma è stata a lungo insegnante di educazione musicale e poi presidente dell’AzioA ne Cattolica e dell’Avis comunale. Alla domanda su come vede og-
spazio in attività teatrali con la Compagnia Massimo Romagnoli o quella del teatro Totò e per chi ama la musica, c’è anche la Scuola del Corpo Bandistico G. Verdi cui è intitolato il nostro teatro che è una bomboniera. Grazie all’Istituto Comprensivo V. Monti da 19 anni Pollenza è il fulcro di “Tuttascena” la Rassegna del Teatro provinciale per ragazzi. Nacque grazie a due insegnanti e all’allora preside Graziano Palazzetti. Pollenza è anche Mostra dell’Antiquariato ed è famosa per il restauro. È una piccola comunità ma io ci vivo bene. Peccato che, anche se è conosciuto come “Il paese delle operette”, abbia chiuso le porte a questa musica. Mia mamma, americana, ci vive benissimo, poi d’estate cerchiamo di volare in America a Minneapolis». (D.Mesc.)
gi Pollenza risponde, un po’ sconsolata che «si è ridotta a un paese di anziani. Nel centro storico non ci sono giovani, che vivono nella zona nuova; poi ci sono tanti pendolari che hanno prodotto quartieri dormitorio. Così la domenica la piazza e le vie del centro sono vuote. La parrocchia lavora molto, l’oratorio è attivo, ma la risposta è diminuita. I ragazzi si interessano e frequentano poco. Giovani ne circolano pochissimi: vanno fuori per l’università e pochi tornano». Le chiediamo cosa sogna quale risultato della visita pastorale. «Mi auguro si riesca ad attrarre e coinvolgere i giovani, a far loro capire che è bello stare qua. Spero si facciano avanti persone che si mettano a loro disposizione, ad esempio in oratorio». (P.Chi.)
ANDREA MOZZONI
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ppuntamento estivo per eccellenza di Pollenza è l’Esposizione di Antiquariato, Restauro, Artigianato artistico, giunta nel 2019 alla sua 28esima edizione. Si tratta dell’opportunità per turisti e curiosi di ammirare i manufatti in legno prodotti dai rinomati artigiani pollentini, ma anche di un’occasione per visitare il paese e, perché no, degustare piatti della tradizione affacciati sul belvedere dal quale lo sguardo
DI LUIGI TALIANI
il giovane
«L’arte di fare arte» si rinnova ogni estate tra restauro e artigianato DI
Il parroco: «Avanti con fiducia ben radicati nella tradizione»
Il manifesto
può spaziare da Macerata al Monte Conero. Lo slogan della rassegna è “L’arte di fare arte” da quando la manifestazione è stata scelta come tappa del Grand Tour delle Marche, capace di mettere in “mostra” le eccellenze regionali. L’esposizione consen-
te, inoltre, di entrare in contatto con le tecniche e gli strumenti delle grandi famiglie di restauratori locali, i quali resistono (così come i mobili realizzati) alla forza d’urto dell’omologazione dei processi produttivi. Nelle contaminazioni che il programma offre, sono previsti anche eventi culturali di vario genere, ma fiore all’occhiello sono senza dubbio i laboratori artigianali. Un modo per essere a tu per tu con i maestri d’arte, assistendo dal vivo alle varie fasi delle lavorazioni.
Lavoro e solidarietà all’insegna della Società Operaia a Società Operaia di Mutuo Soccorso (Soms) “Giuseppe Lazzarini” di Pollenza vanta oltre 150 anni di attività, celebrati nel 2017, nel segno della solidarietà e fratellanza. La nascita della Società Operaia si colloca non a caso nel periodo durante il quale il Paese, reduce da un passato di miseria, individuò nei grandi cambiamenti introdotti in Italia dal Risorgimento le condizioni per promuovere a ceto dirigente categorie sociali fino ad allora marginali e inascoltate, finalmente rappresentative degli interessi della gente. Dagli antichi registri dei soci della Soms di Pollenza, corredati da scarne ma spesso significative
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annotazioni su qualche vicenda biografica degli iscritti, emergono storie che sono individuali e insieme dell’Italia, capaci di documentare il forte senso di collettività di questa popolazione, che ha elaborato gli strumenti per affrontare concorde la lotta contro la miseria. Si tratta di gente comune che racconta qualcosa dei propri entusiasmi e delle proprie delusioni, delle sofferenze e delle gratificazioni, della miseria e dell’aspirazione a emanciparsi e a istruirsi, in un coro di voci che per decenni ha trovato ascolto e solidarietà, appunto, anche tra le fila della Società Operaia di Pollenza. Andrea Mozzoni
glioso e affascinante progetto educativo per tutta la famiglia. Un progetto che si fonda sulla prevenzione e sulla promozione delle doti e capacità delle persone. Peraltro, molte realtà pollentine (Avis, Aido, Volley, Basket…) hanno avuto l’origine ed traggono la linfa vitale da questa realtà. Buona la collaborazione con l’intera comunità civile, con gli insegnanti delle scuole elementari e medie dove nelle principali festività dell’anno celebriamo l’Eucaristia. Sono vive le realtà del territorio? Sì, sia quelle laiche che quelle religiose. Sono molte le feste popolari ospitate sul nostro territorio. A livello religioso, sono attive ben tre confraternite, sempre presenti nelle principali festività dell’anno, come la festa del patrono e le celebrazioni della Settimana Santa. Certamente, queste realtà di base vanno potenziate. Ci sono anche esperienze di fede promosse dalla parrocchia? Sì, ci muoviamo sullo stile dell’Azione cattolica. Forse è necessario dare una maggiore strutturazione alle varie esperienze, come ad esempio la Caritas, il coro, il gruppo lettori, il gruppo famiglie, il gruppo catechisti. Quali sono le attese per l’imminente visita pastorale del vescovo? Sicuramente, il nostro vescovo incontrerà moltissime realtà, dal consiglio pastorale ai giovani, gli adulti del gruppo famiglie e non solo. Domenica 24 novembre proporremo una festa dello sportivo, occasione di incontro tra il Pastore e la gioventù del territorio. Noi andiamo avanti sempre nel solco della tradizioni che hanno radici storiche molto radicate nel nostro territorio e ci aspettiamo dal vescovo un incoraggiamento e un potenziamento delle esperienze e delle attività già esistenti, con uno sguardo proiettato al futuro.
Museo della Vespa: storia senza età di un mito intergenerazionale DI
MANUELA CERVIGNI
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i trova a Pollenza, nel cuore delle Marche, uno dei musei più ricchi al mondo sul tema della Vespa e del mito che rappresenta. Nato nel 1946 dagli stabilimenti Piaggio, questo mezzo di locomozione ha saputo conquistare il cuore degli italiani. Le generazione del secondo dopoguerra sono andate, in sella a una Vespa, verso la rinascita morale ed economica facendone uno dei simboli del design italiano nel mondo. Una collezione privata,
Vespa, brevetto del ’46
raccolta da Marco Romiti in 35 anni di ricerche appassionate, che oggi ha sede all’interno del palazzo storico appartenuto al Cardinale Fernando Cento. Si tratta di una preziosa rassegna di scooter d’epoca, ma anche di fotografie, cimeli, manifesti, trofei e gadget introvabili le-
gati al mondo Vespa Club. Accanto ai modelli Piaggio più rari come la Vespa Sei Giorni del 1951, si trovano anche i mezzi realizzati da altre aziende all’epoca concorrenti, nonché prototipi curiosi come la Vespa dotata di bazooka e progettata per l’esercito francese. Pezzo forte del museo è certamente il Trofeo del Turismo, che ogni anno dal 1950 al 1971 veniva assegnato al Vespa Club vincitore della competizione per poi essere rimesso in palio e che oggi attira qui gli appassionati di ogni età.
Martedì 19 novembre 2019
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Edith Bruck, laurea honoris causa scaturita dall’abisso Il suo primo e decisivo Ateneo fu Auschwitz, la terribile «università del male» dove si è «laureata con lode, imparando però il bene» DI
CLARA FERRANTI
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opravvissuta alla Shoah, la nota scrittrice Edith Bruck ha ricevuto dall’Ateneo maceratese la laurea honoris causa in Filologia moderna lo scorso 24 ottobre. Non è la sua prima laurea ad honorem, ma Edith, pur nell’emozione di ricevere un riconoscimento accademico che sente suo, è chiara e diretta: la sua università si chiama Auschwitz, “l’università del male”, dove si è laureata con lode, imparando il bene. Parole che entrano dritte nel cuore come
una lancia e che non lasciano indenne la mente che indugia a porsi domande, perché le sue parole sono, diciamolo pure, “pietre d’inciampo”, come quelle disseminate in tutta Europa da Gunter Demnig. Se in queste inciampano i piedi, in quelle inciampa il pensiero che spinge a guardarsi dentro quando una donna come Edith, che ha vissuto sulla carne l’inferno della deportazione, afferma, con candore e sicurezza, di non nutrire odio nei confronti di nessuno e nemmeno dei nazisti, mentre a noi, che non abbiamo la più pallida idea dei contenuti utili per superare gli esami all’università Auschwitz, basta poco per non rivolgere più la parola al nostro vicino di casa o per conservare rancore nei confronti di “ex” amori. Anche la dedizione, la cura e l’amore che ha avuto per il suo compianto marito, il regista Nelo Risi, durante la malattia, senza mai perdere la speranza, sino all’ulti-
mo respiro, è una grande lezione di civiltà nell’epoca della cultura della morte in cui siamo immersi, una (s)cultura dissacrante che vorrebbe fare un distinguo tra vite “degne” di essere vissute e vite “indegne”, sulla scia dell’autodeterminazione, della negazione/negoziazione dei valori non negoziabili e sull’onda (tsunami) del “nuovo” linguaggio totalitario, quello del politically correct e del best interest, e di quello “vecchio”, mai morto e sepolto, dell’odio e della violenza razzista e antisemita. Ma Edith, con il suo amore nei confronti dell’umanità e il suo rifiuto della cultura dello scarto che marchia gli esseri umani di serie A e di serie B, indica la strada per compiere un grande passo di vera civiltà che non è quella oggi millantata dall’ideologia imperante e prepotente, bensì quella che libera da una dicotomia macabra di vita utile–futile per farci entrare nell’armonia della vita inviolabile, in tutte le sue forme e in
ogni condizione. L’università del male, che ha lasciato nell’anima e nell’esistenza di ogni sopravvissuto una traccia indelebile, ha anche operato, in una straordinaria scrittrice e testimone come Bruck, una “grazia”, come lei stessa la chiama: quella di non odiare nessuno. Parole che rinviano direttamente a quelle di altre donne meravigliose, come Etty Hillesum, mai ritornata dallo stesso inferno, che nel suo Diario più volte afferma questo stesso tipo di amore, al di là di ogni misura, innescato dalla scelta di “sprofondare nella morte dell’altro”. Nell’esito del comune percorso all’università del male, Edith e Etty rivelano così la consistenza della più genuina umanità e il significato profondo di umanesimo: benvenuta Edith all’università che ha come motto “l’umanesimo che innova”! da te tanto possiamo imparare. Ti aspettiamo per la prossima Giornata della memoria, il 27 gennaio 2020.
Oggi la povertà si è moltiplicata, ramificata, spesso mimetizzata. Vivere la carità significa essere capaci di scoprirla, entrare in contatto e dare risposte che aiutino a risollevarsi
Cambiano i poveri la Caritas si rinnova DI
pastorale
Catechisti, il «campo di battaglia» in cui testimoniare il Vangelo gni anno si presenta con nuove sfide pastorali. Nella nostra diocesi i catechisti chiamati dal vescovo e O accompagnati dall’ufficio catechistico diocesano voglio-
ALESSANDRO FELIZIANI
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a Caritas diocesana di Macerata ha ormai trentacinque anni di vita. Fondata durante l’episcopato di monsignor Tarcisio Carboni, per quasi vent’anni è stata diretta dal compianto Giampiero Cacchiarelli insieme alla moglie Manuela Cocci Grifoni. Dopo di loro, una quasi altrettanto lunga stagione ha visto alla guida un’altra coppia di sposi, Marina e Mario Bettucci. Ora, da circa un anno, l’organismo ha un nuovo direttore, Lorenzo Cerquetella. Direttore, com’è cambiata in questi anni la Caritas? La Caritas cambia con il cambiare delle povertà. Un tempo l’accoglienza, un pasto caldo e un cambio di vestiti potevano essere sufficienti ad affrontare l’emergenza che, peraltro, si concentrava soprattutto nei centri maggiori. Oggi ci sono nuove e più diffuse esigenze. Quali? Sono in gran parte i mali del nuovo millennio. La solitudine innanzitutto e poi la mancanza o la perdita del lavoro. Sono disagi reali e diffusi, che gli italiani vivono male e nello stesso tempo cercano di nascondere. Per questo sono anche difficili da intercettare, nei grandi come nei piccoli centri. Quali sono i segnali che vi permettono di intercettare questi disagi? È proprio la mancanza di segnali evidenti a non permettere spesso neanche la semplice comprensione del disagio. Nei mesi scorsi a Macerata si è registrato un numero di suicidi impressionante, che non trova riscontri nel passato. Quasi tutti questi casi hanno destato scalpore nella stessa cerchia di parenti e amici della vittima. Bisogna cogliere i sintomi del disagio prima che sia troppo tardi. Come pensate di poter intervenite? La Caritas diocesana non può più identificarsi solamente con strutture come il Centro di accoglienza di Rampa Zara, che è stato il nucleo fondante e oggi è gestito da una onlus autonoma, ma braccio operativo della Caritas stessa. Per lungo tempo la Caritas è stata “maceratacentrica”. Oggi c’è bisogno di strutture capaci di intercettare il disagio a 360 gradi e servono specifiche professiona-
Un momento dell’inaugurazione dell’Emporio della solidarietà di Macerata (28 maggio 2016)
lità sparse su tutto il territorio diocesano. Per questo stiamo cercando progressivamente di trasformare gli oltre venti centri di ascolto, quasi ovunque a carattere parrocchiale, potenziandoli con la presenza di assistenti sociali e di psicologi volontari in grado di aiutare più concretamente le persone a superare il loro disagio. Ci sono situazioni più urgenti? Sicuramente Porto Recanati, dove le parrocchie ci segnalano situazioni difficili e dove stiamo cercando volontari con professionalità anche di tipo sanitario, medici e infermieri in pensione. Poi Recanati, la seconda città della diocesi per numero di abitanti, dove si vuole organizzare un centro Caritas cittadino. La crisi economica ha provocato nuove povertà? Purtroppo sì e molto più di quanto si creda. Proprio per il timore di manifestare
il proprio problema, molte persone cadono nella morsa degli usurai e per far fronte a ciò, con la collaborazione di un comitato antiusura che opera ormai da molti anni a San Benedetto del Tronto, stiamo programmando la costituzione di due centri, uno a Macerata e l’altro a Porto Recanati. Vi opereranno volontari esperti nel settore, come ex bancari, che potranno dare utili consigli a quanti sono in difficoltà, indirizzandoli a compiere operazioni di finanziamento appropriate alle effettive necessità. Contiamo di poter avere anche una collaborazione da parte del gruppo delle banche di credito cooperativo (Bcc) in grado di offrire una consulenza economica calibrata sui singoli casi. Continuerà anche l’assistenza più tradizionale? Certamente. A Macerata da cinque anni la Caritas, in collaborazione con Acli e
Società San Vincenzo de’ Paoli, gestisce in via Silone l’Emporio della solidarietà dove chi ha bisogno può prendere alimentari, oggetti di cancelleria, farmaci da banco. Sono prodotti che in parte acquistiamo e in parte ci vengono donati. Come si accede all’emporio? Con una tessera che viene concessa sulla base della situazione economica familiare. Con la tessera si assegna un punteggio che varia in relazione al numero delle persone che compongono il nucleo familiare. Ogni volta che si fa la spesa, alla “cassa” si scalano punti corrispondenti alla merce prelevata. Quanti vi si rivolgono? Sono sempre di più. All’inizio si rivolgevano all’emporio soprattutto immigrati, ma nel tempo sono aumentate anche le persone del posto. La maggiore fetta di povertà, comunque, è oggi quella che non vuole apparire.
no approfondire e condividere la gioia e l’entusiasmo di evangelizzare, anche se in un campo di battaglia. Un campo in cui si intersecano i fallimenti e i successi personali e familiari che riguardano la vita dei destinatari della catechesi, ma anche di chi accompagna il percorso. Dalla costatazione delle carenze che si vivono in ogni comunità cristiana, si passa alle proposte più variegate – raccoglitori online di materiale utile agli incontri, invito ai più giovani a diventare catechisti, condivisione delle esperienze di successo... –. Ma è questo il cuore dei possibili disagi o scoraggiamenti manifestati dai catechisti che operano nella nostra “terra di missione”? Forse bisogna ricordare con più insistenza l’esortazione di papa Francesco a essere Chiesa “in uscita”, Chiesa missionaria, cristiani spinti a portare a tutti la gioia del Vangelo. L’amore che prova chi ha incontrato Gesù è un dono immenso che va condiviso con i più piccoli con entusiasmo e gratuità, che deve mirare a scuotere le coscienze impigrite, per aiutarle a condividere la bellezza dell’amore divino. Dalle certezze di un mondo in cui la maggior parte credeva, pregava, andava a Messa, riceveva i sacramenti, recitava assieme il santo rosario, rispettava l’autorità del parroco e dei catechisti, si è passati alle incertezze di un mondo in cambiamento continuo. Un mondo che presenta situazioni critiche a livello economico, sociale, religioso, familiare. Chi ha la missione di accompagnare alla maturità della fede non scappa a queste crisi e ne subisce in prima persona le conseguenze perché anche lui è frutto di questi cambiamenti. I catechisti si trovano spesso a dialogare con genitori indifferenti alla religione, con ragazzi presi da tanti impegni e per i quali la catechesi è del tutto secondaria, ma con grandi pretese anche se con scarso coinvolgimento. Mancano basi per un radicarsi solido dell’educazione nella fede. Lo scoraggiamento si accentua se aggiungiamo la mancanza di chiari itinerari formativi, l’incapacità di superare una mentalità contenutistica per passare a una di accompagnamento verso una scelta libera e matura di fede in Gesù, la non conoscenza di nuove metodologie che portino alla acquisizione di competenze e dinamismi spirituali nel vissuto del Vangelo. Veramente si annuncia il Vangelo in un campo di battaglia! La sfida formativa è prima di tutto dei sacerdoti, chiamati a mantenere viva nel cuore di ogni catechista la convinzione che in fin di conti è Dio a trasformare il cuore, che oltre ogni metodo e itinerario è lo Spirito Santo che si serve di persone e situazioni per suscitare la conversione e mettere in moto la sequela di Gesù. Con la certezza che sarà proprio una Chiesa in uscita a proporre nuovi percorsi, si può ancora ribadire che è il catechista il “metodo” della catechesi, che sarà lui o lei ad aiutare a sviluppare le competenze necessarie, in ragazzi e giovani, per vivere il Vangelo oggi, che il sussidio fondamentale è il Vangelo e che l’entusiasmo dei catechisti è la metodologia con cui contagiare la gioia di essere discepoli di Gesù. Magari in questo campo di battaglia i feriti, accuditi dai servitori della Parola, possono rialzarsi e camminare da risorti sulla via della pace. don Juan Carlos Muñoz Caceres
Dieng Ndiaga, dall’Ipsia all’Australia per l’oro sui 1.500 Dieng Ndiaga, medaglia d’oro nei 1500 metri ai Campionati mondiali Inas di Atletica leggera 2019 svolti in Australia
Da 7 anni in Italia, ha cominciato a correre solo 3 anni fa. Nel 2020 gareggerà alle Paralimpiadi di Tokyo e sosterrà l’esame di maturità
DI
DANIELA MESCHINI
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uando lo incontriamo, “Cenga”, come lo chiamano affettuosamente compagni e insegnanti, è tornato da pochi giorni dall’Australia e ha subito ricevuto i complimenti dal preside dell’Ipsia “F. Corridoni” di Corridonia Francesco Giacchetta, dal direttore della sede di Macerata Antonello Romagnoli e da tutto il personale. Il suo vero nome è Dieng Ndiaga, classe 1999, di origini senegalesi. Dieng, come racconti la tua passione per l’atletica? «Pratico atletica solo da 3 anni. Tutto è iniziato proprio qui a scuola con la partecipazione ai giochi di Istituto, poi l’anno successivo con il professor Campetti sono stato ai
Campionati regionali ad Ancona. In quell’occasione sono stato notato dal Referente tecnico nazionale Mauro Ficerai della Federazione Italiana sport paraolimpico degli intellettivo-relazionali (Fisdir), che ha proposto di tesserarmi con l’associazione Anthropos di Civitanova. Mio padre accettò la proposta. Iniziai ad allenarmi, ma a Macerata con Maurizio Iesari dell’Avis. Ho cominciato seriamente a fare atletica con lui e sono arrivate le prime medaglie». Parla un po’ di te. «Vivo a Sambucheto di Montecassiano con la mia famiglia, ho un fratello e due sorelline. Quando sono arrivato in Italia, 7 anni fa, sono stato subito iscritto in seconda media a Montecassiano, anche se non conoscevo la lingua. Sono sta-
to accolto benissimo dalla preside Silvana Bacelli, dai compagni e dagli insegnanti che mi hanno aiutato veramente tanto. In terza media, durante le giornate dell’Orientamento – si ricorda prof? (rivolgendosi alla sottoscritta, ndr) – fu propria lei a descrivermi la validità di questa scuola». E la tua esperienza in Australia? «È stato un viaggio lungo. Circa 20 ore di volo da Roma. La città dove si sono svolte le gare è Brisbane. È una città moderna dove mi ha subito colpito il grande rispetto delle regole. Un aspetto bello di questa esperienza è di ritrovarmi con tanti amici: spagnoli, russi, francesi. Con loro ormai ci incontriamo spesso a questi eventi. Sono tornato tanto felice per aver partecipato al Global Games soprattutto
per i risultati che ho ottenuto io, ma anche per quelli della squadra di Atletica che proprio nell’ultimo giorno ha compito un’autentica impresa conquistando 2 ori, 1 argento e 2 bronzi. Io, dopo la vittoria nei 1500 con il tempo di 3’59”93, ho vinto anche gli 800 metri, che ho dominato dall’inizio alla fine e dove proprio nell’ultima curva, ho fatto uno scatto che mi ha fatto arrivare al traguardo fermando il cronometro a 1’54’’36, così ho alzato le braccia al cielo come i grandi atleti: non mi sembrava vero; è stata una vittoria fantastica. Ah, ho vinto anche un bronzo nella staffetta 4X4 nei 400 metri, insomma un bel risultato». E adesso che cosa hai in programma? «Mi alleno aspettando le Paralim-
piadi di Tokio 2020, dove gareggerò solo per i 1.500 metri. Il 2020 è una data importante perché avrò anche gli esami di Stato. Voglio tanto ringraziare la mia famiglia, poi, con tanto affetto ringrazio Maurizio Iesari, perché è per la sua pazienza e professionalità che ho raggiunto questi traguardi. Un grande grazie sia alla Scuola di Montecassiano per l’accoglienza e l’aiuto, sia all’Ipsia di Macerata che mi ha accolto e permesso di evidenziare queste mie capacità atletiche». Dieng torna in classe dopo avermi chiesto quando potrà leggere questa intervista mentre io penso al tempo passato, cinque anni volati come un soffio di vento e alle parole come “inclusione” e “integrazione” non teoriche, ma diventate realtà concreta.