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Emmaus/Avvenire - 17 gennaio 2017

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22 gennaio L’incontro delle famiglie

www.emmausonline.it

rescere nella carità coniugale»: questo il tema che « C sarà affrontato con l’aiuto di Ales-

Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia

sandra e Paolo Tomassoni, della “Casa della tenerezza” nell’appuntamento promosso dall’Ufficio per la pastorale della famiglia e della vita, che si svolgerà dalle 15.30 alle 18.30, presso l’Aula sinodale di Macerata, in via Cincinelli 4. Per i bambini verrà assicurato un servizio di animazione.

A cura della redazione EMMAUS Via Cincinelli, 4 62100 Macerata tel. 0733.234670 e-mail: redazione@emmausonline.it facebook: emmausmacerata twitter: emmausmacerata

MACERATA

Martedì, 17 gennaio 2017

diocesi. La nuova organizzazione risponderà meglio alle sfide dell’oggi

Per camminare insieme Abolite le vicarie. Uffici e incarichi rimodellati Maggiore coordinamento tra le Unità pastorali Più responsabilità ai laici DI

NAZZARENO MARCONI *

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l mio servizio pastorale in questa diocesi sta raggiungendo la metà del terzo anno e dopo una dettagliata consultazione con i miei parroci, ho ritenuto giusto fare un ulteriore passo nella riorganizzazione della nostra realtà diocesana. L’idea di fondo che ci guida, secondo le indicazioni del Concilio, del nostro Sinodo diocesano e dei più recenti documenti di papa Francesco, è quella della Sinodalità. Una parola greca che giunge dai primi secoli della Chiesa e significa “camminare insieme”. Mi soffermo innanzitutto sul “camminare”. Nella visione che il mondo ha spesso della Chiesa, prevale l’idea di una comunità statica, ferma da secoli su un territorio e soprattutto ferma nel cammino della storia. Un Papa che “viene dalla fine del mondo” ci ricorda che la Chiesa è “in cammino”, è un popolo in movimento e perciò in costante cambiamento, ma non è un popolo girovago, cioè senza meta né direzione. Essere in cammino vuol dire seguire una direzione, coscienti del passato accolto come un valore e protesi verso il futuro. La Chiesa, “Popolo di Dio in cammino” come ha insegnato il Concilio, deve perciò costantemente riformare le sue strutture ed il suo stile di presenza e azione. La Sinodalità è poi una scelta che ci indica lo stile del cammino: procedere insieme. Per secoli le comunità cristiane, in mezzo a una popolazione tutta credente, hanno valorizzato le differenze, le specificità. Da una parrocchia all’altra, da una chiesetta al-

l’altra, dentro una cultura uniformemente cattolica, ci siamo distinti nelle devozioni ai santi, nelle giaculatorie del rosario, nelle feste e nelle processioni, fino al modo di fare catechismo o di celebrare le nozze e i funerali. Oggi il mondo è davvero cambiato! Oggi il popolo credente vive nella società accanto ad altre fedi, a persone che non credono, a modi personali e molto diversificati di vivere alcuni elementi del cristianesimo lasciandone da parte altri, senza sentirsi appartenenti né alla Chiesa, né a una comunità credente. In questa realtà che diventa sempre più diffusa anche tra noi, la via della testimonianza cristiana chiede prima di tutto che la comunità ecclesiale valorizzi ciò che unisce. Camminare insieme è più importante che arrivare lontano con gruppetti sparsi e dispersi. Una Chiesa diocesana divisa e scoordinata, rischia di frantumarsi davanti alle sfide ed alle derive del mondo contemporaneo. Dobbiamo perciò crescere nella capacità di condividere e di comunicare, nell’attitudine all’ascolto e nell’accoglienza serena e non polemica delle diversità di stile e di pensiero che resteranno sempre al nostro interno. La riforma vuole primariamente favorire un cammino unitario dell’intera diocesi, evitare la conduzione verticistica degli incarichi, privilegiare la logica della condivisione delle responsabilità e quella del coordinamento, promuovendo significativamente la collaborazione dei laici. Per questo accanto al Vicario Generale Mons. Pietro Spernanzoni,

Sviluppare l’unità per comunità capaci di servire DI FRANCO

PRANZETTI

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Uno dei pellegrinaggi alla Mater Misericordiae compiuti dalle Unità pastorali lo scorso anno

L’idea di fondo è farsi guidare dal principio della sinodalità, raccogliendo anche le indicazioni del Vaticano II e di papa Francesco ho nominato un Pro Vicario: don Andrea Leonesi, con delega al Terremoto ed ai rapporti con tutte le aggregazioni laicali. Contestualmente vengono aboliti i Vicari di zona e le Vicarie, mentre si promuovono ulteriormente le Unità Pastorali favorendo la collaborazione tra Unità Pastorali vicine. Questa ristrutturazione dà un ruolo più significativo ai 20 Coordi-

natori di UP, che formeranno il nucleo del nuovo Consiglio Presbiterale e si riuniranno con cadenza mensile, per affrontare le tematiche della conduzione pratica della pastorale, in un cammino sinodale favorito anche dalla nomina di don Franco Pranzetti a Coordinatore diocesano di tutte le Unità Pastorali. Sarà suo compito inoltre curare la circolazione delle informazioni, anche attraverso i mezzi di comunicazione diocesani e di raccogliere dati, suggerimenti e linee di indirizzo, che giungono dal territorio e dalle comunità ecclesiali. I tre Centri Pastorali: Caritas, Catechesi e Liturgia, animati da don Egidio Tittarelli, il Coordinatore Diocesano della Pastorale, seguiranno la programmazione diocesana annuale, la formazione permanente di clero e laici, l’elaborazione di sussidi e progetti diocesani: per l’E-

vangelizzazione, la Liturgia e la Carità. Per una più chiara collaborazione laicale alla programmazione pastorale, verrà rinnovato nella formazione e nella funzione anche il Consiglio Pastorale. Ognuna delle 20 Unità pastorali avrà un rappresentante laico, per formare il nucleo del Consiglio Pastorale Diocesano, che verrà animato dal Coordinatore della Pastorale. Anche l’azione del Vescovo nella stessa logica sinodale sarà sostenuta da frequenti confronti con il nuovo Collegio dei Consultori, costituito dal Vicario Generale, il Pro Vicario, il Vicario Giudiziale, il Coordinatore della Pastorale, il Coordinatore delle Unità Pastorali. L’organizzazione nuova non basta se non è animata da una passione nuova, speriamo tutti che il Signore ci sostenga ed illumini. * vescovo

Notte di Natale all’abbazia di Fiastra DI PIERO CHINELLATO

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Abbazia di Fiastra, Messa della notte di Natale

sulla strada

ono più bello non potevamo pensare e sperare. Ritornare in questa chiesa per noi è già festa. Ci sembra di sentire che in questa notte anche i mattoni cantano con noi»: con queste parole, pronunciate con evidente commozione, padre Giovanni Frigerio ha dato il benvenuto al vescovo Marconi e ai tantissimi fedeli che hanno affollato la chiesa abbaziale di Chiaravalle di Fiastra nella notte di Natale, per partecipare alla Messa di mezzanotte. I danni pur lievi patiti per il sisma del 30 ottobre avevano indotto a confermare la chiusura

stabilita inizial- Riaperta la chiesa cattedrale di San mente solo per Giuliano. motivi precau- Il vescovo: «Un segno E così le parole di zionali dopo le di speranza: ce n’è monsignor Marprime scosse del coni hanno gui26 ottobre. Così bisogno. E vogliamo dato gli occhi e il anche l’”Abba- costruire insieme cuore dei presendia” era andata ti a guardare aad aggiungersi al- anche le chiese di vanti: «Riceviamo la lunghissima li- persone, non solo dal Signore questa di chiese inasto segno di spegibili, transenna- quelle di mattoni» ranza: ne abbiate, lesionate, como bisogno. E munque chiuse. Una chiusura duvogliamo ripartire a costruire inrata, grazie all’impegno generoso sieme non solo le chiese di matdi istituzioni, professionisti, tectoni ma anche le chiese di personici e operai, meno di due mesi, ne». I fronti della ricostruzione fino alla riapertura del portone in sono molteplici e tutti impegnatempo per celebrare il Natale col tivi. Tirare su solo le pietre non bavescovo, “sfollato” a motivo dei sta. Una consapevolezza che duben più gravi danni patiti dalla rante la celebrazione si avvertiva

in modo palpabile, con le navate della chiesa gremite come nelle grandi occasioni e la partecipazione vibrante al rito. Su questo clima autenticamente natalizio, lieti per aver ritrovato l’essenziale di una fede depurata di orpelli, è scesa la dolcezza della favola natalizia, raccontata dal vescovo nell’Omelia. Con essa, ha detto il presule, «vorrei soprattutto farmi vicino a consolare quanti soffrono la solitudine ed il dolore per aver abbandonato la loro casa». Un racconto che ha preso le mosse da un banale ma incancrenito dissidio di paese per approdare, dopo lo sconvolgimento del terremoto, alla «ricetta, non troppo segreta, del dolce della Speranza».

n un’Italia che cambia (piccoli Comuni che si uniscono per sopravvivere, vie di comunicazione che interessano sempre più i grandi centri, lavoro che quasi scompare nei piccoli borghi...) anche la nostra diocesi non può sottrarsi dall’affrontare le nuove esigenze che si prospettano. Lo fa estraendo dalla bisaccia dell’esperienza una realtà di cui si è già servita in passato, quella delle “pievanie”. A questo mira il movimento avviato in diocesi con la creazione delle unità pastorali. Oggi le parrocchie – soprattutto quelle piccole, che sono la maggioranza nel nostro territorio – non sono più in grado di reggersi da sole. Per dare qualità al lavoro pastorale nell’intero arco delle attenzioni verso cui deve rivolgersi – alle età della vita, alle condizioni, alla realtà sociale e lavorativa, alla carità... – è necessario unirsi e costituire realtà più grandi e meglio attrezzate. Questo consentirà di avere sacerdoti non più impegnati a pensare a tutto (un fardello a volte insopportabile), ma con compiti suddivisi secondo capacità e competenze. Questo consentirà di esercitare una maggiore corresponsabilità: non tutto il peso a gravare su un unico sacerdote, ma ognuno una parte, per sostenere insieme il tutto. Da realtà più ricche potranno anche emergere laici più formati e competenti in specifici settori, appassionati, più in grado di offrire risposte adeguate alle esigenze e alle caratteristiche delle comunità. La maggiore “professionalità” di ognuno sarà certamente fonte di incoraggiamento per tutti. Sentirsi uniti dona più slancio; mettersi a disposizione di una comunità allargata dove le presenze si espandono, dona entusiasmo e alimenta la gioia di lavorare. A qualche mese di distanza dal via, si può rilevare che l’iniziale perplessità è stata sostituita dalla curiosità. Ora si dovrà passare all’azione concreta che speriamo risulti più vera ed entusiasmante: nessuno si senta più solo, ma sostenuto e incoraggiato dai collaboratori. In un mondo in vorticosa trasformazione non si poteva perdere il treno, né altro tempo per rinnovare il modo di essere evangelizzatori all’altezza della sfida che ci è posta innanzi. Essere “Chiesa in un mondo che cambia” sta piano piano (non è sempre facile) facendo i primi passi. Essere Chiesa oggi è ancora più bello. Sentirsi comunità più unita e fraterna può essere entusiasmante. È il senso dell’esortazione del nostro vescovo: «Chiesa di Macerata, vale la pena di provare e mettersi in gioco». Ora a noi sacerdoti e a voi laici viene affidata questa Chiesa che cerca, pur se con qualche difficoltà, di stare al passo con i tempi. Auguriamo a tutti un buon lavoro, tanto desiderio di unità; di comunità non solo a parole; di spirito evangelico maggiormente coinvolgente. I nostri media possono aiutarci in questo compito importante, sostenendo e incoraggiando i nostri primi passi. Con l’augurio di un buon e proficuo lavoro a tutti.

Il pane dell’Africa, preghiera di obbedienza e povertà Il diario dell’esperienza missionaria in Togo, Paese afflitto da miseria, corruzione e violenza DI

ANNAMARIA CACCIAMANI

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orno in Italia con il cuore colmo di gratitudine. Il giorno stesso in cui il mio volo è segnato sul calendario della vita, una piccola processione si riversa all’ingresso della Curia francescana di Lomè, dove ho trascorso gran parte del mio tempo africano. Sono lì a dirmi un arrivederci carico di speranza e di attesa, mentre io sento che questa terra, attraversata in sei mesi, ha scritto parole che non

posso dimenticare. L’Africa è più che una terra incontrata, ha spezzato per me il suo pane ogni giorno e mi ha fatto sperimentare la passione di un amore che, per essere autentico, chiede “solo” obbedienza e povertà. Tornata in Italia mi chiedo cosa significhi questa preghiera. C’è un pane che ci viene donato ogni giorno anche da questa parte del mondo. È il pane del benessere, dell’impegno, della responsabilità, del lavoro, della fretta, della polemica, dell’intolleranza, della presunzione. Il mio stomaco, forse ancora africano, fa fatica a digerire questo pane. «Quando smetti di giocare a fare la missionaria e lo fai sul serio?». In un freddo gennaio di due anni fa questa parola ha tracciato un solco profondo nella mia vita. E dopo un tempo di preghiera e discernimento a

Betlemme, casa del pane, le mie scarpe pesanti hanno lasciato il posto a sandali di cuoio e la mia anima si è messa in ascolto di un’altra voce. Sono partita non per fare la missionaria, ma per “fare sul serio”, per percorrere quei sentieri di vita piena che solo alla Sua Presenza è possibile. Sono arrivata a calpestare prima di tutto la mia terra, quella che per prima aveva bisogno di essere “rimossa” per ritrovare fertilità. In Africa, meglio ancora in Togo, il pane non è il cibo quotidiano. Ma ci si nutre comunque di una manna che ti restituisce il gusto di vivere, nonostante quello che vedi, che senti, che vorresti toccare ma non puoi, che vorresti cambiare ma non devi. In Togo ho incontrato prima di tutto una Chiesa, quella di Hanoukopè, il quartiere dove sorge la parrocchia di

Sant Antoine de Padu, parrocchia storica francescana. Una Chiesa vivacissima, dove senti la forza della fede di chi debole mette tutto nelle mani di Dio. Un Dio che non smette di danzare con il suo popolo. In questa Chiesa ho ballato anch’io, ho abbracciato i più piccoli, ho pregato con le loro mamme, ho incontrato giovani e meno giovani disposti a percorrere chilometri di strada, anche a piedi, per seguire un corso di italiano. L’Africa è un mondo altro, è la diversità per eccellenza, che ti fa sbarrare gli occhi e chiudere il respiro. In questa terra sei piccola, diversa, straniera. La tua pelle segnata dal sole, dalla polvere e dalle zanzare, ti ricorda ogni giorno chi sei. Essere bianca in Africa è un privilegio e chi ti guarda, dietro il tuo passo incerto e i tuoi occhi a volte confu-

si, scorge un mondo di ricchezza. Io non sono ricca, ma in Africa ho conosciuto e toccato il dramma della miseria. Non sono ricca, ma a me la vita ha dato tutto. Anche la possibilità di Alcuni bambini incontrati durante la missione in Togo volare nell’Africa dell’ovest. Il Togo ha alle spalle una storia tragica di schiavitù e di colonizzaziostesso. L’Africa mi ha insegnato a non ne, tedesca prima e francese poi. Ogscappare dalla mia storia, a credere gi è un Paese pseudo–indipendente, ed nella mia vita e a imparare, giorno doè una Repubblica democratica. Ma copo giorno, che ognuno è un’opportume molte altre realtà politiche africanità per l’altro di scoprirsi autentici, ne, dietro istituzioni fantasma si cela diversi, eppure capaci di condividere una trama fitta di corruzione e dittacon onestà il pezzo di terra che ti vietura. I segni inequivocabili di un pone affidato, di chiedere insieme un patere che cerca solo di mantenere se ne, che sia cibo per tutti.


Martedì 17 gennaio 2017

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Capodanno 2017, il Maceratese è «Ancora in piedi» Millecinquecento persone, buona cucina e tanta musica, per far festa e promuovere i prodotti di molte aziende danneggiate DI ANDREA MOZZONI

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Il Centro fiere di Villa Potenza gremito di partecipanti

urare le ferite del territorio attraverso le qualità migliori dei maceratesi: caparbietà e resilienza. Il Capodanno appena trascorso al Centro fiere di Villa Potenza, luogo in cui ancora si protrae, rinnovandosi, la storia agricola della società maceratese, non è stato soltanto uno dei tanti esempio di solidarietà, ma ha testimoniato la volontà di essere, organizzatori e partecipanti, presenza attiva nel dopo terremoto. Lo ha evidenziato il titolo assegnato alla

manifestazione, “Ancora in piedi #Capodanno 2017”, e lo ha ribadito anche il nome scelto dai suoi promotori: “Marche in moto – Comitato Pro Scossi”. Impossibile, dunque, ignorare l’urto e la violenza del terremoto; viceversa, incassato il duro colpo, è imprescindibile ripartire e farlo il prima possibile. ”Marche in moto – Comitato Pro Scossi” è un gruppo spontaneo nato dalla vicinanza di conoscenti e amici, molti dei quali originari tra le zone di Castel Sant’Angelo e Visso, che hanno condiviso le vicende degli uomini e delle donne ritrovatisi senza una casa e con gravi difficoltà economiche. «È l’energia della condivisione», ha affermato il vice sindaco di Macerata, Stefania Monteverde, nel patrocinare un’iniziativa che ha avuto tra i suoi meriti anche quello di porre al centro dell’attenzione mediatica i produttori e le aziende

colpite dal sisma. L’evento ha visto, infatti, la collaborazione dei ristoratori di Ussita, oltre che dei Comuni di Visso e Castel Sant’Angelo sul Nera, degli instancabili polentari di Santa Maria in Selva e di tanti volontari “forzatamente” residenti nei villaggi turistici della costa. Mille i partecipanti (1.045 il numero preciso) soltanto al cenone, con ulteriori 500 presenze registrate negli eventi musicali che si sono susseguiti durante la serata. «In tutti noi c’era un grande paura per la portata che stava assumendo l’evento, nonostante molti provengano da esperienze organizzative impegnative come quella di Svicolando, a Montecassiano – ammette Jennifer Farabollini, segretaria del comitato organizzatore –, tuttavia, la soddisfazione poi è stata enorme: l’obiettivo è stato principalmente quello di far riunire i vari giovani dell’entroterra “divisi” nelle strutture adibite

all’emergenza lungo la costa, farli divertire e consentir loro di dimenticare, almeno per una notte, ciò che hanno vissuto com il terremoto». Durante il cenone sono stati proposti piatti tipici dell’Alto Maceratese, dagli affettati ai formaggi, dalla polenta alla frittura, fino all’immancabile lenticchia. Un modo per far conoscere questi sapori e promuoverli per un possibile acquisto. La serata è poi proseguita grazie alla musica dei Kutso, band romana seconda a Sanremo giovani del 2015, dei Riciclato Circo musicale e di alcuni stornellatori, oltre ai dj Mirco Alunni e Alessio Troiani. «Fra pochi giorni sapremo l’importo definitivo da poter devolvere alle attività produttive della provincia di Macerata e della Valnerina – ha concluso la Farabollini –, nel frattempo stiamo già progettando le prossime iniziative che, se possibile, vorremo realizzare proprio a Visso e negli altri paesi terremotati».

Il 5 gennaio scorso tanti fedeli delle diocesi terremotate si sono dati appuntamento a Roma per partecipare all’udienza straordinaria concessa da papa Francesco nell’Aula Paolo VI

Con il Papa per guarire dalla paura DI

ANDREA LEONESI

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icolas è un bambino vispo e sveglio. In pullman, dopo l’udienza con papa Francesco, non sta più nella pelle e continua a ripetere, tutto entusiasta: «Ho toccato il Papa! Ho toccato il Papa!». La cosa dura per qualche minuto finché la mamma, quasi a volerlo mettere alla prova, gli fa la domanda che da sola vale come un anno di catechismo per la Prima Comunione: «Ma perché sei così contento: perché ti ha toccato una persona famosa?». A questo punto, attorno a Nicolas cala il gelo. In fondo tutti noi che abbiamo goduto di quella simpatica scenetta tifiamo per lui, sperando che riesca a cavarsela, anche se, sotto sotto, siamo contenti che quell’interrogativo non sia stato posto a noi, perché va a sondare le ragioni più profonde del nostro essere stati lì a Roma, a Piazza San Pietro. Meno male che Nicolas se la cava egregiamente e, dopo alcuni attimi di pausa che sembrano interminabili, risponde: «Non perché è una persona

famosa, ma perché è il Papa!». Effettivamente, durante la giornata del 5 gennaio tutti noi abbiamo fatto un’esperienza simile a quella vissuta dalle folle quando, negli Atti degli Apostoli, si narra che Pietro passava per le strade e venivano portati i malati, perché anche solo la sua ombra li coprisse e quanti ricevevano questo privilegio venivano guariti (cfr Atti 5,15). Vero è che la maggior parte dei presenti nell’Aula Paolo VI non aveva particolari malattie fisiche evidenti, ma era stato invitato perché appartenente alle popolazioni colpite dalla piaga del terremoto. Persone che, perlomeno, dovevano essere guarite dalla paura, dall’ansia, dallo scoraggiamento e dalla poca fede. Devo ammettere che per un parroco come me, che vive questa difficile situazione insieme alla propria comunità, e che quindi ha la metà dei propri pensieri pensieri occupati alla ricerca dei modi giusti per infondere speranza nei fedeli, ascoltare le persone ripetere lo stesso commento: «Una

Papa Francesco assieme al vescovo Nazzareno Marconi

Sono state oltre 250 le persone provenienti dalle zone terremotate della diocesi di Macerata che hanno ricevuto l’affettuoso incoraggiamento del Pontefice

giornata simile sarà difficile dimenticarla», ripaga di tutto lo stress vissuto nei giorni precedenti. Raccogliere le adesioni, distribuire le persone negli autobus o gestire le defezioni dell’ultima ora a causa dell’influenza dilagante. Considerando anche il fatto di aver iniziato a organizzare il pellegrinaggio pensando fosse sufficiente un solo pullman che rappresentasse la Diocesi, mentre, in cinque giorni, ci siamo trovati a riempirne ben cinque soltanto a Tolentino (oltre 250 persone). Se un rammarico può esserci è quello di non aver festeggiato a sufficienza il Papa, come normalmente accade, magari intonando qualche coretto. Con ciò non voglio dire che l’assemblea non abbia espresso la sua contentezza, anzi, ma che forse avremmo potuto farlo meglio. Molto probabilmente, la maggior parte delle persone presenti non era abituata a incontri simili. Oppure chi lo era, tipo il sottoscritto, si è vergognato di fare da capo ultràs! Però, magari, sono ancora in tempo e allora: «Evviva il Papa, Evviva!».

Un momento dell’incontro all’interno dell’Aula Paolo VI

Il ricordo «francescano» di padre Savelli DI FERDINANDO

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CAMPANA

n queste feste di Natale, abbiamo celebrato il transito al cielo del carissimo fratello e padre Augusto Savelli: il 27 dicembre, alle 8.30 di sera, dopo aver compiuto il servizio di sacerdote e padre nella fede, fino all’ultimo, il servo fedele ha portato a termine la sua laboriosa e infaticabile giornata terrena. Era nato a Corinaldo (AN), l’8 aprile 1945, da Sante e Anna Bonifazi, famiglia residente a S. Michele al Fiume del Comune di Mondavio (PU), ultimo di quattro fratelli. La Provvidenza volle che un frate di passaggio lo invitasse a entrare nei Collegi Serafici dei Frati Minori delle Marche, e fu la scelta della sua vita: diventa Francescano il 17

settembre 1965 e sacerdote il 23 aprile 1973. Lo si ricorda come Parroco incomparabile e indimenticabile a Macerata, nella Parrocchia S. Francesco (1975– 1987), dove ha profuso le sue più belle ed esuberanti energie giovanili, divenendo un padre ed un amico per tutti coloro che vivevano l’esperienza di una comunità che attorno a lui cresceva e si fortificava. Fu scelto, poi, come animatore delle missioni dei Frati Minori delle Marche (1987–2002) e sostegno dei missionari, nel Convento S. Antonio di Potenza Picena (MC), prodigandosi per i frati missionari sparsi nel mondo, visitandoli più volte e raccogliendo per loro, per i lebbrosari e gli orfanatrofi, gli ospedali e le case di

cura, offerte e regali di ogni genere. Infine, l’ultimo periodo della sua vita l’ha trascorso nella Repubblica di San Marino, presso il Santuario Cuore Immacolato di Maria, in Valdragone, come Direttore nazionale delle Guardie d’Onore del Cuore Immacolato di Maria (2002–2016).

Padre Augusto Savelli

Messe in emergenza: le celebrazioni in tre nuove grandi tendostrutture opo quella allestita per ospitare le messa della parrocchia delle Vergini a Macerata, D sono giunte in Diocesi altre tre tendostrutture riscaldate utili alle celebrazioni. Si tratta di quelle destinate a Colmurano, Chiesanuova di Treia e San Catervo a Tolentino. Quella allestita in piazza Umberto I, a sostegno della comunità di San Donato a Colmurano è stata allestita in tempi davvero record; montata in poche ore dalla protezione civile di Belluno il 23 dicembre, la notte di Natale si è gremita per la messa di mezzanotte. Tempi leggermente più lunghi per quella destinata alla parrocchia dei santi Vito e Patrizio a Chiesanuova, che però era pronta per il veglione di capodanno, permettendo ai parrocchiani di festeggiare il nuovo anno all’oratorio, altrimenti dedicato alle messe. In questi giorni invece si sta ultimando la messa in sicurezza per quella destinata alla parrocchia di San Catervo a Tolentino che porà entro fine mese essere utilizzata. (M.N.M.)

Chiesanuova di Treia, tendostruttura

Colmurano, Messa della notte di Natale

La tendostruttura a San Catervo, Tolentino

Don Adriano, il prete che amava la musica DI FABIO

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QUARCHIONI

o conosciuto don Adriano Dariozzi nel 1984, quando aveva 60 anni: a quei tempi la Regione Marche erogava contributi per il restauro degli organi antichi e lui, divenuto parroco di Santo Stefano, aveva intenzione di restaurare filologicamente l’organo di Andrea Gennari del 1828–29. Riuscì nel suo intento: l’organo è stato restaurato nel 1987 dalla ditta Piccinelli di Padova, revisionato nel 2007 da Michel Formentelli di Verona–Camerino. Siamo rimasti in contatto fino alla sua salita al cielo, il 18 dicembre 2016, a 92 anni. Da moltio anni era solito, quando aveva bisogno di un organista, chiamarmi. Nel 2007, inoltre, l’organista “titolare” cambiò

residenza e a quel punto mi chiese di sostituirlo stabilmente. Purtroppo, in questi ultimi 10 anni il coro di Santo Stefano ha perso gradualmente i suoi componenti. In compenso don Adriano, perfettamente intonato ed esperto di musica liturgica, ha abituato i parrocchiani a partecipare al canto guidandoli dal pulpito durante le celebrazioni. Alla fine del 2010 si entusiasmò per un piccolo organo Oberlinger di seconda mano e lo acquistò, donandolo poi alla sua parrocchia, dove tuttora viene utilizzato per la liturgia festiva. Don Adriano non si faceva scrupolo di spendere di tasca propria quando c’era compiere qualche lavoro per la chiesa: non ci si deve quindi meravigliare se è così bella e ben tenuta, ed è forse la più “gettonata” per i matrimoni.

Don Adriano era anche un ottimo catechista: nell’omelia domenicale riusciva a spiegare a tutti concetti astratti e difficili con parole semplici. Era, insomma, un benemerito sacerdote, davvero ben voluto: lo rimpiangiamo, ma ne conserveremo, sicuramente, un’ottima memoria.

Don Adriano Dariozzi


Martedì 17 gennaio 2017

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Accoglienza: l’«avventura umana» della Croce Rossa Intervista sull’esperienza con i richiedenti asilo alla presidente del comitato di Macerata, Rosaria Del Balzo Ruiti DI ANDREA MOZZONI

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uando le persone in difficoltà, da qualsiasi parte del mondo esse provengano, vedono il nostro emblema, sono rassicurate e anche la diffidenza scompare». Manifesta soddisfazione, ma anche l’impegno a proseguire in quella che definisce “una grande avventura umana” nel servizio verso il prossimo, la presidente della Croce Rossa italiana (Cri) di Macerata, Rosaria Del Balzo Ruiti. Con il 2016, infatti, si è chiuso un anno impegnativo per l’Italia anche nell’ambito dei richiedenti asilo. Alla presidente abbiamo chiesto un “bilancio” delle attività svolta dall’Associa-

zione che presiede dal 2002. Senza beni da dichiarare, al “bagaglio” dei richiedenti asilo si aggiungono i luoghi comuni dell’accoglienza. Qual è, in tal senso, l’esperienza della Cri di Macerata? Gli stereotipi contribuiscono a confondere la verità dei fatti. I nostri volontari, dotati di una formazione adeguata, sono responsabili di fronte alla comunità di rendere la permanenza in Italia dei richiedenti asilo la più dignitosa possibile. Naturalmente, dato ciò che si apprende della cronaca, c’è bisogno di un maggiore controllo, così da poter sottolineare il lavoro puntuale di chi svolge un servizio davvero umanitario. Attualmente quante persone ospita la Cri di Macerata? Per garantire un servizio adeguato è necessario stimare i bisogni e ponderare le forze. Per questo, nelle tre strutture attualmente attive ospitiamo complessivamente 70 persone. In prospettiva, considerando ulteriori abitazioni, non potremo superare le 100–

120 unità. A queste, secondo termini di legge, è assegnato il cosiddetto pocket money, pari a 2,5 euro giornalieri, su un totale di circa 32 euro che, al di là dei costi di vitto e alloggio, viene impegnato essenzialmente per spese mediche e odontoiatriche. Un altro aspetto su cui si specula è quello delle comunicazioni, attraverso le quali si cerca di alleviare questa esperienza mettendo i richiedenti asilo in condizione di contattare i familiari. Quali attività svolgono gli stranieri in attesa del riconoscimento del proprio status? Bisogna sottolineare come, al momento, tutte le attività possano essere solo di carattere volontario. Al di là degli episodi negativi, che non vanno sminuiti ma puntualmente segnalati alle Autorità competenti, molte sono le positività che abbiamo potuto rilevare. Queste persone frequentano corsi di italiano e sulla storia del nostro Paese: un modo per sentirsi meno “stra-

nieri”. Inoltre, previo l’accordo con i Comuni, alcuni volontari si sono messi al servizio dei luoghi che li ospitano, ad esempio in attività di manutenzione del verde pubblico. La soddisfazione più grande l’abbiamo ricevuta con l’iniziativa di quattro persone che, desiderose di diventare volontari della Cri, hanno brillantemente superato gli impegnativi corsi necessari per accedervi. Spesso i Centri di accoglienza sono descritti come impreparati di fronte ai flussi migratori: qual è il problema in cui si incorre? Nonostante non si debba sottovalutare la situazione, la criticità è rappresentata soprattutto dai tempi di attesa nelle procedure di riconoscimento e di assegnazione o meno dello status di rifugiato. Possiamo solo segnalarlo. A noi, anche nel 2017, spetterà difendere la dignità delle persone che fuggono da guerre e da condizioni di assoluta povertà.

A sinistra, due dei quattro nuovi volontari stranieri

Dialogo e missionarietà: la comunità diocesana si rivela capace di guardare oltre ogni “confine” con spirito evangelico

Accolti dalla Chiesa evangelica DI

PAOLO MATCOVICH *

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entre la vita ecumenica sul territorio diocesano scorre irrinunciabile, tra fasi di maggiore collaborazione e rinnovata fiducia e altre di inaspettate difficoltà e momenti più o meno positivi, la prossima “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” (18–25 gennaio 2017) è già definita, con una novità ecumenica che caratterizzerà quest’anno il solenne e tradizionale incontro intercristiano.

L’amore di Gesù Cristo ci deve spingere anche nelle tante difficoltà dell’oggi a pregare con insistenza e a lavorare senza stancarci per la piena e visibile comunione tra tutti i cristiani

gennaio 2017 alle ore 21.15. Che poi tale inedita forma di collaborazione, significativo gesto dentro il drammatico contesto del sisma, avvenga proprio a Tolentino, è segno di come i credenti in Cristo Gesù di questa città e della provincia, si sentano, nelle loro diverse identità confessionali, solidali con un aiuto morale e materiale a una realtà violentemente colpita dal terremoto ma intenta a risollevarsi con fierezza e sollecitudine. Altrettanto degno di considerazione, infine, è il fatto che, nella ricorrenza del Quinto Centenario della Riforma, avviata dal monaco agostiniano Martin Lutero con il simbolico gesto dell’affissione delle 95 tesi sulle indulgenze (31 ottobre 1517, Wittemberg, Germania), sia proprio una Chiesa della variegata famiglia riformata a ospitarci e organizzare tale incontro di preghiera, da anni ormai così sentito e vissuto. Esprimiamo, allora, la nostra gratitudine e stima ecclesiale alla comunità Battista partecipando numerosi a questa Celebrazione della comune fede nel Signore Gesù, consapevoli che «Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Lui che è morto ed è risuscitato per loro» (2Cor 5,15). Spinti e consolati dal Suo amore, testimoniamo in mezzo agli altri, con umiltà e rispetto, la tenerezza di Dio con opere di solidarietà e misericordia, operando giustizia e pace, in disinteressata collaborazione con le istituzioni civili e le associazioni di varia ispirazione che lavorano per la dignità della persona e il bene comune. * direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso

Il pesante terremoto che ha messo a durissima prova non solo la vita e la sicurezza di tante persone e famiglie, ma anche numerosi luoghi di culto e di arte della nostra diocesi, compresa la Cattedrale San Giuliano di Macerata, ancora inagibile, ci ha mosso, in spirito di amicizia, a chiedere ospitalità ecumenica a una delle altre Chiese sempre presenti negli anni passati a Macerata, alla Veglia di preghiera. La Chiesa Evangelica Battista di Tolentino e delle Marche si è fraternamente e da subito resa disponibile a preparare ogni cosa (individuazione sede, guida liturgica, inviti, …) per condividere, nell’ascolto della Parola dell’unico Signore Gesù, il tema proposto per l’annuale in dialogo Ottavario: “L’amore di Cristo ci spinge verso la Le confessioni sul territorio diocesano riconciliazione” (2Cor 5,14– ono circa 700 i fedeli praticanti delle comunità cri20). L’amore di Cristo stiane in contatto con l’Ufficio diocesano per l’eappunto, prima che per cumenismo e il dialogo interreligioso: la Chiesa greCristo, ci deve incoraggiare, co-cattolica di Romania a Recanati, la Sacra arcidioceanche nella complessa si ortodossa d’Italia (Patriarcato di Costantinopoli), contemporaneità, a chiedere per inagibilità della chiesa temporaneamente a Trodie a lavorare con ca di Morrovalle, la Chiesa romeno ortodossa, temdeterminazione per la piena poraneamente a Civitanova Marche, la Chiesa evane visibile comunione tra tutti gelica battista a Tolentino, la Chiesa evangelica crii cristiani, così da essere a stiana «Pieno Vangelo» (Comunità Pentecostale) a Porfianco e a servizio di chi fa to Recanati. A Macerata operano: la Chiesa di Inghilpiù fatica a vivere e a sperare. terra (Comunione Anglicana), la Covenant exploit chaLa Celebrazione Ecumenica ple (Chiesa Pentecostale), la Church of Christ (Codella Parola dunque avverrà munità Pentecostale), il Centro cristiano maranathà a Tolentino presso il Teatro (Comunità Pentecostale), la Living word chapel (Comultimediale “Spirito munità Pentecostale) e Assemblee di Dio (Adi). Santo”, dell’omonima parrocchia, venerdì 20

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lavoro. Dalle Messe di Natale la speranza per le aziende Il vescovo Nazzareno Marconi, come da tradizione, ha presieduto l’Eucaristia nelle fabbriche del territorio diocesano DI FRANCESCA CIPOLLONI

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avoro e occupazione ma anche «generosità e accoglienza», soprattutto in questo tempo di delicata prova che il territorio marchigiano sta vivendo a causa del post sisma. Sono queste le parole chiave che il vescovo

Nazzareno Marconi ha adoperato più volte nelle omelie pronunciate durante le tradizionali Messe nelle aziende del territorio diocesano presiedute, come da consuetudine, a pochi giorni dal Natale. Parole autentiche, rivolte tanto agli imprenditori quanto asenza mai smarrire, per ciascuna realtà, un tocco di originalità, ispirata anche dai passi biblici. Dal 21 al 23 dicembre, negli stabilimenti concentrati principalmente nella zona di Recanati, oltre che alla Lube di Treia, monsignor Marconi ha dunque portato un auspicio di viva

speranza in ciascuna delle fabbriche che, da sempre, costituiscono un punto di riferimento fondamentale per la crescita delle comunità locali, sia sotto il profilo professionale che umano. Il Pastore di Macerata, Tolentino, Recanati, Cingoli, Treia nelle varie omelie ha inoltre sottolineato che «non va mai dimenticata la vera genialità che guarda al futuro ma è capace di ricordarsi del passato. Questo è ciò che dà senso al vostro stare qui, in questa terra che vanta un grande passato di fede e ai valori da recuperare, in primo luogo la reciprocità». Inoltre, l’invito ad affidare alla benedizione del Padre gli oggetti che vengono prodotti, perchè «noi

L’immagine di una celebrazione ecumenica della Parola, duomo di San Giuliano, Macerata

«Passo storico per l’ecumenismo a Macerata e nelle Marche» DI LUCIA DIONISI

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bbiamo incontrato il pastore Luis Giuliani della Chiesa Evangelica Battista di Tolentino per capire come la sua comunità come stia vivendo questo momento di difficoltà, in cui la metà della popolazione è fuori casa e i più bei simboli d’arte sono sfregiati dal terremoto. «La Chiesa Battista delle Marche ha sede a Civitanova Marche, a Tolentino c’è una piccola realtà di tre famiglie tra cui la mia – ha affermato –, già dopo la scossa del 24 agosto, in collaborazione con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei) ci siamo adoperati per alleviare le difficoltà della gente di Tolentino alla casa di riposo “Porcelli”, nella scuola Don Bosco. Ora stiamo lavorando su altri progetti insieme al Comune nell’area

cristiani dobbiamo sempre rammentare che in ciò che facciamo possiamo mettere amore e anche voi, con la vostra opera, potete in qualche modo testimoniare un pezzetto di Vangelo». Quindi, il messaggio conclusivo, del tutto speciale. «C’è la storia del Signore – ha ricordato don Nazzareno – che traccia la via della storia e noi siamo chiamati a costruire il bene con la reciproca collaborazione, in umiltà. Ad infonderci speranza è la Madonna, soprattutto in questo frangente di crisi economica, in questi tempi delicati in cui il sisma pesa enormemente sulle famiglie e su tutti noi: questa è la nostra fede e il mio augurio è che Dio trovi sempre spazio nella vostra vita».

dove si stanno approntando i moduli l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il abitativi temporanei. Ho trovato nei dialogo interreligioso e il vescovo parroci di Tolentino disponibilità Nazzareno Marconi – ha aggiunto all’accoglienza – ha Giuliani –, è importante sottolineato il pastore –, che l’incontro avvenga a questi sono segni Tolentino, a 500 anni tangibili di un dalla riforma e a 50 anni ecumenismo vissuto nella dall’inizio del dialogo concretezza del ecumenico tra luterani e quotidiano». La veglia di cattolici. Il fatto che una preghiera dell’unità dei Chiesa riformata possa cristiani del 20 gennaio, essere celebrante è un infatti, vede l’inagibilità ulteriore passo nella storia della Cattedrale di dell’ecumenismo a Macerata e si svolgerà a Macerata e nelle Marche». Tolentino, presso La Sala Per l’occasione sarà multimediale della presente anche il dottore parrocchia dello Spirito Giovanni Arcidiacono, Santo. «Ci stiamo Presidente dell’Unione preparando in piena cristiana evangelica Il pastore Luis Giuliani collaborazione con battista d’Italia (Ucebi).

migranti. Festa all’aula sinodale Celebrata la Giornata mondiale DI M. NATALIA MARQUESINI

omenica 15 l’aula sinodale della D Domus San Giuliano ha ospitato l’ormai consueto appuntamento con la

Il vescovo Marconi agli immigrati: «Il popolo dei cristiani non è “un” popolo, ma un arcobaleno di popoli accomunati da un unico Battesimo»

festa in occasione della giornata Mondiale dell’Emigrazione. Nato dalla profiqua collaborazione tra Migrantes, il Centro Missionario diocesano e la Caritas, l’appuntamento ha avuto inizio con la Messa celebrata dal vescovo Nazzareno Marconi e concelebrata dai sacerdoti emigranti che operano nel territorio della diocesi, e ha visto il coinvolgimento di una nutrita rappresentanza delle comunità cattoliche straniere, tra cui quelle indiane, nigeriane e peruviane. «Per noi cristiani – ha detto il Vescovo all’omelia – cancellare le diversità è sbagliato; siamo chiamati a valorizzare le specificità e a scoprire che in ogni realtà

c’è un riflesso della bellezza del Signore». Alla Messa, caratterizzata da letture, canti e preghiere nelle lingue delle varie realtà presenti, è seguito un “pranzo internazione”, in cui ognuno ha condiviso il meglio della cucina del proprio Paese. Nel pomeriggio lo spettacolo musicale offerto dalla scuola musicale “Scodanibbio” e dal gruppo “Birbanda” ha fatto da cornice ad alcune testimonianze di giovanissimi ospiti della comunità “Il Girasole”, appronfondendo la riflessione sul tema: «Migranti, minorenni vulnerabili e senza voce», indicato da papa Francesco. La festa condivisa è solo un esempio delle tante attività che la diocesi mette in campo per favorire l’integrazione. Il centro missionario diocesano, in collaborazione con Caritas, promuove con successo aiuti concreti come la distribuzione degli indumenti, e l’ufficio Migrantes che si occupa dell’accompagnamento spirituale alle varie comunità, organizzando messe, e momenti di preghiera anche in lingua.


Martedì 17 gennaio 2017

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1943: da Urbisaglia ad Auschwitz, sola andata DI

Graffito degli internati

Ricordare per alimentare la consapevolezza dei valori inalienabili dell’umanità in un tempo in cui violenze e atrocità si riaffacciano con prepotenza funesta

CLARA FERRANTI *

N

el giorno dedicato alla Memoria è stabilito per legge che si organizzino iniziative e momenti di riflessione «in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria … e affinché simili eventi non possano mai più accadere». L’ancoraggio ai valori umani inalienabili è pertanto indispensabile per costruire un’umanità e un futuro migliori. La legge stessa, e non solo quella formulata in Italia, implica infatti una “presa in carico”, un’assunzione di responsabilità, collettiva e personale, rispetto al buon fine di quanto richiesto. Una “presa in carico” che può, in questo caso, essere considerato più un onore che un onere. Ma il 2017 è accolto, attraverso il sangue innocente versato a Istanbul dopo una lunga trafila di violenza e terrore, con tutto il peso di un’u-

Le parole di Gesù spiazzano, ribaltano il nostro punto di vista. Nel Buon Samaritano

manità sempre più ferita e disorientata di fronte ai fatti cruenti che stanno caratterizzando la storia del nuovo secolo, tanto che ancor più s’impone, dinanzi a una prospettiva sconfortante, la rigenerazione della speranza oltre che una più efficace azione educativa. Violenza-terrore-morte non sarà l’ultima parola della nostra era, ma sta a tutti noi la responsabilità di trasformare questa bieca e mortifera parola di negazione dell’uomo in parola di speranza e vita. Nessuno si può sentire esonerato dalla missione di togliere la parola all’inumano; è questa la pre-condizione che ci chiama in causa come istituzioni e come singoli: il dovere della memoria è un onore dunque per ognuno e può essere espresso attraverso molteplici linguaggi e forme di trasmissione. Un linguaggio senza dubbio efficace è il “luogo”: i tanti spazi entro i quali so-

no stati confinati 10 milioni di esseri umani e dove risuona ancora il grido di chi vi ha trascorso gli ultimi giorni di una vita recisa prematuramente. Moltissimi e ben noti sono i siti disseminati in tutta Europa, oggi meta di “pellegrinaggi della memoria”; se ne contano numerosi anche nel nostro Paese. I campi delle Marche sono tra i meno conosciuti. Di essi quasi nulla è rimasto, fuorché, ancora intatto, il campo di Urbisaglia, presso il Palazzo Giustiniani Bandini all’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, utilizzato per l’internamento di antifascisti ed ebrei dal ‘40 al ‘43. Il giardino della villa e le stanze all’ultimo piano, straordinariamente intonso dal 1943 ma minacciato dai gravi danni prodotti al palazzo dal sisma del 30 ottobre scorso, e perciò bisognoso di restauro e di adeguata musealizzazione, conservano ancora, nella fontana dove si lavavano gli internati, nella

quercia da sughero sotto la quale il collezionista dell’Ariosto Lorenzo Bonfiglioli è ritratto in una foto del 1940, nei disegni fatti sul muro che mettono a nudo sogni infranti e cruda realtà, i segni evidenti della presenza di coloro che da lì a poco, transitando per i campi di Sforzacosta e Fossoli, sarebbero stati deportati ad Auschwitz e lì sterminati. Tali segni e luoghi sono, accanto alle testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah, parte di quella parola di dolore che racchiude in sé la speranza e la vita e che crea verità, capace dunque, per la sua stessa “forma”, di ripudiare la negazione dell’uomo e di sconfessare la menzogna della negazione: tracce indelebili di un passaggio verso la morte che proprio per questo vivifica e orienta alla vita, testimoni silenziosi ma non per questo meno eloquenti. * docente dell’Università di Macerata

ricorrenza Giorno della Memoria l 27 gennaio di ogni anno è il Giorno della Memoria, ricorrenza inIternazionale in cui vengono commemorate le vittime dell’Olocausto. È stato istituito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 60/7 del 1/11/2005. Anticipando la scelta dell’Onu, con la legge 211 del 20/7/2000, L’Italia aveva deliberato «il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

si scopre chi è il prossimo guardando con gli occhi del viandante aggredito e ferito

La parabola, una parola che scuote un’intera vita Il testo che segue è un sunto, non rivisto dall’autore, della conferenza svolta nell’Aula sinodale di Macerata la sera del 14 dicembre 2016. a pagina del Buon Samaritano rappresenta la matrice di quanto espresso da papa Francesco in Evangelii Gaudium, 188: «La Chiesa ha riconosciuto che l’esigenza di ascoltare questo grido [dei poveri ] deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi». Per Paolo VI «l’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio – riferimento cui si è ricollegato papa Francesco nell’omelia della Messa per l’apertura della Porta Santa –. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo». Il Vaticano II non ha pronunciato nessuna maledizione, ma appuntamento è andato incontro all’uomo. E Il co-direttore Caritas Mario Bettucci, padre Giulio Michelini, il vescovo Nazzareno Marconi in questa direzione si è mosso anche il recente V Convegno EcUna carità operosa clesiale Nazionale di Firenze, l prossimo incontro di raccontato la parabola con gli occhi del vitico sull’amare il prossimo, Gesù reagicon l’esortazione di papa Franapprofondimento per gli operatori ferito, dal punto di vista di chi si trova nel sce esercitando un’altra forma di misericesco alle opere di misericorpastorali sul tema dell’anno avrà bisogno e non farebbe nessuna distincordia: conferma la definizione dell’altro: dia. luogo mercoledì 25 gennaio, alle ore zione su chi lo soccorre. «Hai risposto bene: fai questo e vivrai». La Tornando al testo evangelico ve21.15 presso la Domus San Giuliano. La risposta è che il prossimo non esiste nel sfida a questo punto non è più tale, si abdiamo come il grido del poveNe sarà protagonista don Paolo modo in cui lo intende il dottore della legbassano i toni: la conferma permette di ro viene ascoltato da tre persoAsolan, pastoralista della diocesi di ge, la sua prospettiva viene capovolta. In continuare nel dialogo e dispone anche naggi: il sacerdote, il levita, il saTreviso, che tratterà il tema conclusione Gesù compie l’ultima opera ad accogliere l’obiezione. Il v. 29 ci dice maritano, ma solo uno dei tre «Comunione e servizio nella vita di misericordia: invita a interessarsi del che il dottore chiede a Gesù: «E chi è il mio compie il gesto di soccorrere. ecclesiale». “dopo” non fermandosi all’astrazione, prossimo?», un’obiezione giustificata dalAnalizziamo il contesto: la pama la parabola non ha un finale, rimane la varietà di accezioni del termine prerabola inizia mostrandoci Geaperta e sospesa. Cosa accadrà all’uomo sente nell’ebraismo dell’epoca. È a quesù in viaggio: “sale” verso Gepestato dai briganti? Cosa farà il samaristo punto che Gesù racconta una pararusalemme e racconta di un uova. Come risponde? Gesù dà credito altano? L’invito all’azione lascia spazio albola, usa cioè una strategia comunicatimo che “scende” dalla città santa. C’è la domanda dell’interlocutore e gli chiela libertà della risposta. va elaborata che lascia libero l’interlocuquindi una specie di incrocio. Questa pade la sua opinione: «Che cosa sta scritA noi rimane la lezione che le opere di mitore di accogliere o meno quanto proporabola non può, poi, essere isolata dalla to nella legge? Come leggi?». Vuol dire: sto. Gesù dà una lezione a questo stusericordia “relazionali” sono importanti pagina immediatamente successiva, quelcome interpreti tu quanto scritto nella dioso, ma lo fa in modo che sia lui stesanche quando facciamo la carità intesa in la dell’incontro con Marta e Maria («Marlegge? Gesù sceglie il terreno comune so a rendersi conto di come deve risponsenso ordinario. C’è differenza nel rivolta, Marta, tu ti affanni…, ma Maria…») a della Legge riconosciuta quale Parola di dere. La parabola rende liberi, coinvolgersi al povero in un modo o in un altro. richiamarci che non basta l’amore per il Dio edimostra così che è sempre possiCome dice Paul Watzlawick, nella comugendo la vita e la relazione. prossimo, va dato spazio all’amore per bile trovare uno spazio su cui misurarnicazione oltre a quello che si dice c’è anSi arriva così alla conclusione: le parole Dio. Senza questo manca la dimensione si pacificamente. che la relazione ed è in questa che si svidi Gesù spiazzano; anche qui come in ointeriore, facciamo solo della filantropia. Con la domanda «cosa sta scritto?» è coluppano i conflitti. Gesù ci insegna ad agni parabola c’è un punto in cui Gesù proEntrando nel testo, troviamo Gesù dime se Gesù dicesse all’interlocutore: «Ma pone un comportamento non scontato. prirci anche a chi può apparirci come avnanzi a un potenziale avversario, un dotlo sai bene, mettiamo in mezzo quello Succede quando il samaritano presta l’aiuversario, creando lo spazio per passare da tore della legge. Tra i due si sviluppa un che unisce». Poi però Gesù dicendo «couno scontro potenziale a una ricerca conto, perché – scrive Vittorio Fusco, un comdialogo didattico, una sfida intellettuale. Gesù non si tira indietro: è la prima forme leggi?» mostra di rispettare la libertà pianto vescovo ed esegeta – la parabola divisa della verità. ma di misericordia “relazionale”; acdell’altro e dà credito alla sua opinione. non fa leva sul fatto che ci immedesiGiulio Michelini, frate minore cetta di ascoltare chi lo mette alla proAlla risposta che cita Deuteronomio e Leguardiano del convento di Farneto miamo nel Buon Samaritano. Gesù ha

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giornata dei mass media

Comunicare speranza e fiducia stato pubblicato il 29 settembre dal Papa il tema scelto per la Giornata mondiale delle comuÈ nicazioni sociali 2017: «Non temere, perché io sono con te (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo». È la Giornata dedicata dalla Chiesa ai mass media che si svolgerà il 28 maggio: l’unica indetta dal Vaticano II nel decreto Inter Mirifica. Il messaggio sarà reso pubblico alla vigilia del 24 gennaio giorno dedicato alla memoria del patrono dei giornalisti San Francesco di Sales. A commento del tema, la Segreteria per le Comunicazioni osserva che «È possibile che la coscienza si cauterizzi, come ricorda Papa Francesco nella Laudato si’, a causa del fatto che spesso professionisti, opinionisti e mezzi di comunicazione operando in aree urbane distanti dai luoghi delle povertà e dei bisogni, vivono una distanza fisica che spesso conduce a ignorare la complessità dei drammi degli uomini e delle donne». Ci sembra opportuno riprendere le parole del Papa in occasione dell’udienza ai fedeli delle zone terremotate: «... ricostruire i cuori, che non è “domani sarà meglio”, non è ottimismo... non c’è posto per l’ottimismo qui: sì per la speranza... L’ottimismo è un atteggiamento che serve un po’ in un momento, ma non ha sostanza... Oggi serve la speranza, per ricostruire, e questo si fa con le mani... per ricostruire ci vogliono il cuore e le mani, le nostre mani, le mani di tutti. Quelle mani con le quali noi diciamo che Dio, come un artigiano, ha fatto il mondo». Anche i comunicatori dovranno riflettere sulle parole dell Pontefice: «Non ferire di più quello che è ferito. E non ferire con parole vuote, tante volte, o con notizie che non hanno il rispetto, che non hanno la tenerezza davanti al dolore. Ognuno ha sofferto qualcosa. Alcuni hanno perso tanto... Il silenzio, le carezze, la tenerezza del cuore ci aiuta a non ferire». I mass media devono immergersi nel territorio per raccogliere le voci e i sogni degli uomini che lo abitano. Anche nella nostra diocesi è auspicabile che ci siano dei “sensori” nei quartieri e nei paesi per cogliere bisogni delle persone al di là della pura cronaca quotidiana fatta spesso di emotività senza riuscire ad andare oltre i titoli enfatizzanti e spettacolarizzanti. Nelle 20 unità pastorali che caratterizzano la nostra diocesi, vicino alla carità, alla catechesi e alla liturgia, è necessario un impegno “culturale” che funga da tessuto connettivo di un territorio che si manifesta articolato e diversificato. Ci piace sottolineare che in occasione della ricorrenza del Patrono, l’Ordine dei Giornalisti delle Marche, l’Ufficio Regionale Comunicazioni Sociali della Cem, Ucsi regionale, Fisc regionale e gli Uffici per le Comunicazioni Sociali delle diocesi di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto organizzano per il 22 gennaio una giornata formativa ad Arquata del Tronto presso tensostruttura della Protezione civile sul tema: «Terremoto, quale comunicazione? Il ruolo dell’informazione nell’emergenza e nelle calamità naturali». È un segno questo di come sinergicamente e da prospettive differenti si può riflettere su problematiche dense di umanità per le nostre realtà. Luigi Taliani

Al Museo della scuola, sui banchi degli anni Trenta Da gennaio a maggio aperto la domenica dalle 16 alle 19.30 con visite libere e guidate, laboratori ed eventi culturali DI

MINA SEHVED

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na scuola dove si ricorda, un museo dove si impara. È questo lo slogan che meglio definisce l’organizzazione e gli obiettivi del Museo della scuola “Paolo e Ornella Ricca”, sorto nel 2009 presso il Centro direzionale di Macerata, per raccogliere le numerose collezioni di materiali scolastici dell’Ottocento e del Novecento donate all’ateneo maceratese. Il Museo, curato e gestito dal “Centro di documentazione e ricerca sulla storia del libro scolastico e

della letteratura dell’Università di Macerata”, nell’ambito del Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni culturali e del Turismo, si configura infatti come “il luogo per eccellenza dove la storia incontra il presente” e dove il visitatore può entrare in una vera aula scolastica e compiere un viaggio nella scuola del passato attraverso l’esposizione di libri di testo, cartelle, banchi, oggetti di cancelleria e altri materiali scolastici. Domenica 8 gennaio al Museo della scuola è stata organizzata una grande festa con visite a ingresso gratuito e una merenda a base di cioccolata calda e biscotti preparata dall’Osteria dei Fiori, per festeggiare la novità che caratterizzerà il Museo nel 2017: le aperture domenicali al pubblico. «Da gennaio a maggio saremo aperti la domenica dalle 16 alle 19.30, con la proposta di visite libere e guidate, ma anche

di weekend letterari, laboratori ed eventi culturali quali racconti e mostre per grandi e piccini; inoltre, in occasione di alcuni eventi speciali, resteremo aperti anche il sabato», ci ha spiegato la professoressa Anna Ascenzi, docente ordinaria di Storia dell’educazione e direttrice del Museo, coadiuvata da un consiglio direttivo di cui fanno parte docenti, ricercatori e dottori di ricerca dell’ateneo. «Il Museo – prosegue la direttrice – è oggi diviso in aree tematiche e dotato di un cortile virtuale, un banco interattivo multi touch, una postazione interviste, una Lim interattiva ed è stata predisposta la rifunzionalizzazione dell’aula didattica. Adulti e bambini sono infatti entrati in una vera aula scolastica degli anni Trenta, si sono cimentati nella scrittura con pennino e calamaio, oltre a divertirsi nel cortile virtuale con un gioco (la “campana”) che ha intrattenuto intere

generazioni». Il nuovo allestimento è stato reso possibile grazie al bando di concorso nazionale “Progetti didattici nei musei, nei siti di interesse archeologico, storico e culturale o nelle istituzioni culturali e scientifiche”, bandito dal Miur, di cui il Museo, che fa parte del Sistema Museale del territorio marchigiano e della Provincia di Macerata, è risultato vincitore. «Il Museo della scuola – conclude la prof.ssa Ascenzi – offre una serie di attività finalizzate a far conoscere a giovani e studenti com’era la scuola di un tempo e al tempo stesso a far fare un salto nel passato ai bambini un po’ meno giovani; durante la settimana per l’intero anno scolastico, il Museo è infatti aperto alle scuole con un’offerta didattica che prevede 15 laboratori rivolti alla scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado».


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Emmaus/Avvenire - 17 gennaio 2017 by EmmausOnline - Issuu