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Emmaus 16 giugno 2020

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Martedì, 16 giugno 2020

www.emmetv.it

Prossima uscita il 21 luglio 2020

Caritas Attivo lo sportello antiusura a crisi sta creando impoverimento e difficoltà economiche a numerose famiglie L e a tante categorie di lavoratori che finora

Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata

non le avevano mai sperimentate. In questo contesto il pericolo del ricorso all’usura si fa sempre più concreto e minaccioso anche nel nostro territorio che consideravamo al riparo. L’attività del Servizio antiusura della Caritas diocesana è stata limitata ma sta riprendendo. A Porto Recanati lo sportello è attivo e presto lo sarà anche quello di Macerata. Per contatti e informazioni si può telefonare al numero 351.2902524. Ogni segnalazione verrà trattata con rigorosa riservatezza.

Maceratasette

Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata

Inserto di

Comunità cristiane in cammino verso la nuova normalità

Questa emergenza e il ricordo vivo di Carlo Urbani

Verso «La parrocchia che verrà», assieme a piccoli passi concreti

Coltivare la carità: quattro incontri per imparare a servire

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Messa Crismale. Marconi: dopo il Covid si può costruire una Chiesa più solida, più vera e più bella

la festa

Poveri per donare il Vangelo

Corpus Domini valore antico sapore riscoperto

A cinque anni dalla «Lettera a un giovane parroco», «La parrocchia che verrà» per guardare al futuro delle nostre comunità, disposti a cambiare Proponiamo l’Omelia del vescovo Marconi pronunciata nella Messa Crismale celebrata sabato 30 maggio all’Abbadia di Fiastra. DI

NAZZARENO MARCONI *

N

Il vescovo Marconi si appresta a consacrare gli Oli Santi

biamo davanti, è un tempo prezioso per il Vangelo. Infatti se il Vangelo è buona notizia per i poveri, davanti a noi ci sono tanti poveri e ce ne saranno in futuro. Non parlo tanto di poveri materiali, che tuttavia ci sono e sono davvero in aumento, ma anche e soprattutto di poveri di speranza. Di poveri di pace, perché i cuori e le menti inquiete escono da questo tempo in piena tempesta. Di poveri di fiducia, perché la paura del futuro spinge tanti a guardare gli altri come “tutti ladri e briganti”. Il nostro mondo ha bisogno di Vangelo, ne ha più bisogno che degli eurobond o di un miracoloso vaccino! Questo tempo ci ha fatto vedere che quando mancano la fede e l’amore dei fratelli, ogni croce sconvolge la vita e tutto diventa buio e paura. Se davanti ai poveri che incontriamo, sapremo anche noi essere i poveri del Vangelo, allora il nostro annuncio sarà credibile e fruttuoso. Questo tempo è stato un vero esame per tutti di noi. Impoveriti dei mezzi soliti, senza tanti sostegni con cui puntellavamo a volte l’annuncio del Vangelo, ci siamo trovati tutti poveri e nudi di successo e di gloria. Non si possono fare più le gran mangiate, le feste ed i raduni pieni di abbracci, di rumore, di incontri in parrocchia con tantissime persone. Non si può più venire in parrocchia per giocare a pallone, per fare tardi la sera in gruppo parlando del più e del meno, per sentirsi il gruppetto degli

eletti, tutti amici solo tra loro. Le chiese sono sempre rimaste aperte, ma soltanto per chi voleva entrare da solo, solo per pregare, solo per incontrare il Signore e stare un po’ con Lui. Senza nessuno a dirti bravo,

senza nessuno con cui fare gruppo, senza nessun divertimento o festa: solo Dio e la fede in Lui. Le case, per chi voleva, sono diventate Chiese domestiche, dove la famiglia si è ritrovata attorno alla Pa-

Un’antica icona da viaggio russa regalata al vescovo dai sacerdoti n conclusione della Messa Crismale celebrata all’Abbadia di il 30 maggio, il vicario generale don Andrea Leonesi IhaFiastra rigrazioto il vescovo Marconi e a nome di tutto il presbite-

il dono

ella sua omelia a Nazareth Gesù commenta la profezia messianica di Isaia ponendo una particolare enfasi sull’evangelizzazione dei poveri: «Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio». La storia della salvezza ha spiegato con grande chiarezza che tra Vangelo e povertà c’è un legame del tutto particolare. Il Vangelo infatti è prima di tutto buona notizia “per i poveri”. Perché per i ricchi, attaccati alla ricchezza e intenzionati a rimanere così, il Vangelo non è una buona notizia! Basta leggere san Luca che con chiarezza annuncia: «guai a voi ricchi, perché avete già ricevuto la vostra ricompensa», o ricordare la triste notazione di Gesù davanti alla scelta del giovane ricco: «quanto difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli!». C’è poi un secondo legame tra poveri e Vangelo: sono i poveri gli evangelizzatori più credibili ed efficaci. Perché solo chi è povero di cose e ricco di Dio annuncia in modo credibile il Regno. Mi insegnava il mio parroco che le promesse fatte nel giorno dell’ordinazione servono a ricordare al prete la ricetta infallibile per avere il Signore nel cuore e il cuore tutto centrato in Lui. La promessa di celibato testimonia infatti che «Dio da solo basta a riempire il tuo cuore». Quella di obbedienza dimostra che l’amore a Dio e alla Chiesa è per te più forte del tuo orgoglio e della tua superbia intellettuale. Ma se vuoi essere un evangelizzatore credibile, offrendo una testimonianza che tutti riconoscano, cerca di essere povero! Perché solo chi non si attacca alle cose, né tanto meno alle persone come fossero cose, è credibile quando parla del Regno di Dio, sia sulla terra che in cielo. Per tutto questo, il tempo che ab-

rio gli ha donato l’icona da viaggio russa qui sopra raffigurata. L’opera, in bronzo finemente cesellato, è composta da quattro ante incernierate, pieghevoli e richiudibili a libro che formano internamente 16 formelle e 4 cupole. I pannelli, realizzati in rilievo, raffigurano le principali feste cristiane e alcuni miracoli di Maria Santissima. L’opera è databile tra XVIII e XIX secolo.

rola di Dio, con il rosario in mano, anche qui solo tra noi e con il Signore. Quanta gente ha pregato così? Certo non delle folle! Ma quelli che così hanno incontrato il Signore ed hanno pregato solo per il Signore, sono un fondamento solidissimo, su cui appoggiare la Fede della Chiesa del futuro. Davanti alla paura tanti si sono richiusi in se stessi. Ma tanti hanno cercato di fare del bene, per quanto era possibile. Si sono impegnati chiedendo di cosa c’era bisogno, cosa potevano fare. Tanti passando davanti alla canonica hanno lasciato un’offerta, o una busta della spesa per chi aveva fame. Tanti, non certo tutti, ma su questi si può costruire solidamente la Carità della Chiesa del futuro. Davanti alla morte tanti si sono disperati. Nessuno li giudichi e nessuno si creda superiore. Quando la morte è una realtà possibile per tutti e non una ipotesi vaga, le chiacchiere vanno a zero e tutti scopriamo le nostre paure. Ma abbiamo anche visto tante testimonianze di chi lotta con impegno, di chi si mette a servizio con lo sguardo buono verso il futuro. Abbiamo incontrato testimoni che donano agli altri fiducia e coraggio. Tanti, non certo tutti, ma su questi si può costruire come su un buon fondamento la Speranza della Chiesa del futuro. Questo tempo ci ha ridimensionato, ci ha fatto sentire e vedere che siamo piccoli, che siamo pochi, ma ci ha dimostrato ancora una volta che il popolo di Dio, il popolo dei poveri del Vangelo, ha Fede, Speranza e Carità e su questo si può costruire una Chiesa più solida, più vera e più bella di quella che abbiamo alle spalle. Durante queste settimane mi sono riletto tante cose, ho riorganizzato le idee, ho raccolto anche i pensieri di chi mi ha scritto. Cinque anni fa scrissi la mia prima lettera pastorale programmatica, rivolta soprattutto a preti e diaconi; l’avevo intitolata “Lettera ad un giovane parroco” e vi dicevo che in un tempo di grandi cambiamenti bisogna tornare a ciò che è fondamentale: la Fede, la Speranza e la Carità. Ho riletto quella mia lettera, ho aggiornato ciò che mi sembrava necessario a partire dall’ascolto vissuto in questi cinque anni, ho aggiunto Piccoli Passi Possibili da fare insieme. Il risultato è un testo, che è insieme memoria del cammino e invito a una nuova partenza. L’ho intitolato “La parrocchia che verrà” perché vorrei fosse il mio contributo di sintesi per ripensare il futuro delle nostre parrocchie e non semplicemente per riaprire le parrocchie del passato. * vescovo

DI JACOPO FOGLIA

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a solennità del Corpo e Sangue di Cristo ha avuto origine a Liegi (Belgio), ispirata da Giuliana di Cornillon che, a seguito di rivelazioni private, ne aveva perorato l’istituzione per manifestare la riconoscenza a Cristo per il dono del SS. Sacramento, confutare gli eretici, riparare le irriverenze e negligenze commesse durante la S. Messa, promuovere la conoscenza del mistero eucaristico e la partecipazione sacramentale. Nel 1264, influenzato anche dal miracolo di Bolsena dell’anno precedente, Urbano IV estese la festa a tutta la Chiesa. Alla Messa del Corpus Domini fu da subito legata la processione per le vie della città. Sappiamo che a Macerata la festa prese subito piede e una delle prime Confraternite intitolate al Corpo di Cristo (ancora non avevano il titolo del SS. Sacramento) venne eretta in Cattedrale. Lo scopo della Confraternita, come si può leggere nelle Costituzioni del 1496, era di portare l’Eucaristia agli infermi «con la maggior sollecitudine et devotione» e di curare con solennità la festa del Corpus Domini, compresi i giorni dell’Ottava e le altre funzioni eucaristiche, come le Quarant’ore. Ai confratelli spettava adornare la cattedrale e in maCorpus Domini niera particolare la cappella del SS. Sacramento, come pure ripulire le strade dove sarebbe passata la processione. Fino al secolo scorso, dopo quella di San Giuliano, era forse la feste più popolare e partecipata. La devozione si esprimeva anche con la bellezza di addobbi e suppellettili. Il canonico sacrista estraeva dagli armadi il calice, il turibolo e l’ostensorio dei fratelli Piani (ora conservati nel museo della Misericordia e usati in circostanze particolari) e il famoso parato detto “del Corpus Domini” di cui è rimasta solo la pianeta – non più utilizzabile perché lacerata – ricamata con tralci d’uva e spighe dorate. Si iniziava con il solenne pontificale celebrato dal Vescovo attorniato dai canonici del Capitolo, il clero e i seminaristi. I fanciulli che ricevevano la Prima Comunione provvedevano poi a spargere fiori lungo il percorso della processione per “profumare la strada” a Gesù. Terminata la S. Messa, al suono della banda, al canto dei mottetti eucaristici alternato ai canti popolari, aveva luogo la processione che si snodava lungo le mura della città concludendosi in Duomo, dove il Vescovo impartiva la benedizione eucaristica. Per quei nostri avi, le cui vite erano segnate dal sacrificio e dalla povertà, la fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia era l’unica e vera ricchezza. Ci auguriamo, che dopo il periodo di digiuno sacramentale cui siamo stati costretti, anche per noi l’Eucaristia torni a essere fonte vitale della vita di fede.

Trovarsi dalla parte sbagliata della storia e del confine Le conseguenze della pandemia stanno dimostrando che lo Stato nazione è inadeguato a gestire crisi globali, siano finanziarie, migratorie o ambientali DI

GIANCARLO CARTECHINI

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e zone di confine, si sa, sono luoghi che mettono a nudo inquietudini sottili. Passaggi scomodi, che anche il più tranquillo dei turisti cerca di attraversare in fretta. Figuriamoci gli altri: i contrabbandieri, i disertori, i clandestini e, ultimi in

ordine di apparizione nel corteo degli sgraditi, i cittadini dei paesi in cui il virus si è maggiormente diffuso. C’è ancora molta confusione in merito alla riapertura delle frontiere decisa dai Paesi europei dopo le chiusure determinate dall’emergenza coronavirus. Austria, Grecia, Norvegia, tutti in ordine sparso. E questa volta il problema ci riguarda direttamente, perché tra le persone da osservare con sospetto siamo finiti proprio noi italiani. Ammettiamolo: ci dà fastidio essere collocati dalla parte sbagliata della storia. Dovevamo essere noi a chiudere i confini, e invece i confini ce li hanno sbattuti in faccia gli altri Paesi europei… Ci troviamo ancora all’interno di

un immaginario di guerra sviluppatosi all’inizio di questa crisi. In un articolo pubblicato da “Avvenire” lo scorso 21 marzo, la giornalista Lucia Capuzzi sottolineava come di fronte all’estendersi rapido dei contagi la maggior parte dei governi stesse adottando misure proprie di una situazione di conflitto, dalla chiusura delle frontiere allo schieramento dell’esercito. In un periodo storico caratterizzato da una infatuazione collettiva verso l’autoritarismo populista, le frontiere sono tornate ad ospitare trincee. Eppure la metafora della guerra si è rivelata del tutto inadeguata per esprimere i valori fondanti di una società che si organizza per resistere all’epidemia. Invece

di enfatizzare i principi di cura reciproca e solidarietà, si è preferito il solito linguaggio belligerante di lotta contro il nemico. Ci si può chiedere quanto la chiusura delle frontiere sia stata determinata dalla effettiva necessità di tutelare la salute dei propri cittadini, e quanto invece dalla volontà di alcuni governanti di servirsi di un sentimento diffuso di paura per legittimare il proprio operato politico. Molti politici hanno riaffermato la centralità dello Stato nazione come unica organizzazione in grado di proteggere i cittadini. I fatti, invece, stanno dimostrando il contrario: lo Stato nazione è inadeguato a gestire questa, così come le altre crisi globali che caratterizzano il nostro tempo: cri-

si finanziarie, migratorie, ambientali. A chi giova dunque alimentare un clima di guerra di tutti contro tutti, che finisce per screditare proprio quelle istituzioni sovranazionali, in primis l’Unione Europea, che sole sarebbero in grado di affrontare queste crisi? Tra l’altro, per tornare ai fatti di casa nostra, il territorio italiano è attraversato al suo interno da cicatrici antiche, frontiere che qualche “sceriffo”, in questo tempo di crisi, ha cercato di riattivare sfiorando il senso del ridicolo. Ma è l’Italia intera a rappresentare un territorio di confine, tra l’Europa continentale e l’area del Mediterraneo. Una frontiera, o forse un ponte. Ci sono, in Alto Adige, al confine con l’Austria,

Il 3 giugno la “Porta di Lampedusa – Porta d’Europa”, opera del 2008 di Mimmo Paladino, al mattino è stata ritrovata imballata di cellophane nero, in segno di sfregio

valichi alpini dove sono ancora presenti resti delle fortificazioni militari della grande guerra. Resti di fortificazioni sono presenti anche a Lampedusa, nella parte dell’isola meno battuta dai turisti. Proprio vicino ai resti di un bunker sorge la porta d’Europa, il monumento dedicato ai migranti che qualcuno, nei giorni

scorsi, ha sfregiato, imbrattandolo con teli di plastica nera. E qualcun altro ha pensato bene di dare alle fiamme i relitti dei barconi approdati sull’isola. Negli ultimi anni, purtroppo, le frontiere hanno ripreso a bruciare e noi italiani, questa volta davvero, rischiamo di restare dalla parte sbagliata della storia.


CORONAVIRUS

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MARTEDÌ 16 GIUGNO 2020

Recanati, la ripartenza con Santa Rita DI

ALESSANDRO FELIZIANI

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a festività di Santa Rita, il 22 maggio, a Recanati è stata una sorta di “festa della liberazione”. A parlare così è don Roberto Zorzolo, coordinatore dell’unità pastorale del Centro storico, ricordando la grande affluenza di fedeli nella chiesa di Sant’Agostino, dove sono state distribuite più di seicento rose. La ricorrenza cadeva ad appena tre giorni dalla cessazione del divieto di celebrare col popolo «e per noi qui a Recanati è stata una sorta di prova generale in attesa delle prime Messe domenicali con la partecipazione dei fedeli. Non nascondo che in qualche momento siamo stati costretti ad apparire un po’ “scorbutici” per far rispettare le norme del protocollo». A parte questa particolare partecipazione dovuta alla devozione di santa Rita, qual è l’impressione ricevuta in queste prime settimane dopo la ripresa delle

Immagini delle celebrazioni per la festa di Santa Rita da Cascia (foto Giorgio Calvaresi)

Messe col popolo? C’è ancora molta paura. Raro vedere famiglie intere a Messa la domenica e anche tra gli anziani, che sono considerati una sorta di “zoccolo duro”, c’è un certo allarme. Molti mi hanno detto che preferiscono aspettare ancora un po’ prima di ricominciare a partecipare alle celebrazioni liturgiche. I più giovani come rispondono? A parte i più piccoli, che sono anche i più frastornati da questa situazione, i giovani che già frequentavano la chiesa e la parrocchia hanno un comportamento eccellente, rispettoso delle norme di sicurezza. Grazie a molti di loro, che svolgono servizio di volontariato, riusciamo a disciplinare l’accesso dei fedeli alle Messe. Dove è possibile, abbiamo programmato alcune Messe domenicali all’aperto, così da offrire maggiore sicurezza e garantire una più ampia possibilità di partecipazione. Quali sono le maggiori difficoltà in-

contrate? Soprattutto per i funerali, in quanto – pur se comprensibile il desiderio di parenti e amici del defunto di partecipare il loro cordoglio ai familiari – non sempre c’è il dovuto rispetto delle norme previste. Inoltre ci sono difficoltà per le confessioni. Anche se nelle prime settimane dopo il 18 maggio il numero dei fedeli che si sono accostati a questo sacramento è stato alquanto contenuto, la difficoltà maggiore è dovuta alla necessità di individuare spazi ampi ed aerati in grado di garantire anche il distanziamento tra penitente e sacerdote. A Sant’Agostino, per poter assicurare la necessaria riservatezza, abbiamo destinato alle confessioni il coro dietro l’altare, ma non dappertutto questo è possibile. Quali sono le attese delle persone tornate in chiesa? Che con l’allentamento della pandemia si allentino anche le restrizioni.

L’esperienza prolungata della Messa senza fedeli è stata sconvolgente. Oltre i media, vecchi e nuovi, oggi si cerca di riguadagnare una forma, necessariamente rinnovata, di normalità

Chiesanuova di Treia Ritorno alla Messa: euforia e un po’ di timore ono sacerdote da 15 anni e sono parroco da pochi mesi della parrocchia – che oggi conta 1.800 abitanti – intitolata ai S Ss. Vito e Patrizio, a Chiesanuova di Treia. L’esordio di questa fase 2 ha prodotto una strana euforia: il desiderio di ritrovarsi attorno alla mensa del Signore si accompagna al timore di ricadere nel lockdown. Ha prevalso comunque la volontà di una comunità grata per la riapertura al culto. Ora contiamo di riprendere la vita normale con la prudenza che sarà a lungo nostra compagna di strada. Mentre la ricerca scientifica continua, ci sono piccoli gesti di incontro e accoglienza di una comunità che hanno il sapore di una libertà che ci siamo visti strappare. La chiusura delle chiese ci ha fatto riflettere sull’avere forse dato un po’ per scontato la presenza di Dio nella nostra vita di fede. All’inizio si è provato sgomento per il distanziamento. Si è sperimentata la nostalgia di Dio. Ma grazie ai mezzi di comunicazione, a messaggi scambiati tramite i cellulari, si è riuMessa trasmessa via Facebook sciti a stare vicini, con la consapevolezza che Dio era comunque presente. Oggi sperimentiamo, finalmente, un raggio di luce e, come da ogni prova vissuta, ritorniamo alla vita. Piano piano, vincendo, se ci fosse bisogno, quella “pigrizia spirituale” che potrebbe averci preso abituandoci a stare a casa, avendo nel cuore la gratitudine e il desiderio di fare meglio e più convinti che il Signore guida la storia e lo vuole fare con noi. Igino Tartabini

Dopo l’emergenza, l’assestamento DI

ANDREA LEONESI *

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così abbiamo ricominciato. Nel senso che dal 18 maggio scorso si celebrano nuovamente le Messe in presenza del popolo: questo però non significa essere ritornati alla normalità. Ho vissuto con molta fatica i primi giorni di questa nuova fase perché cercare di osservare tutte le regole sembrava un’operazione davvero difficile. D’altro canto ci è toccato e ci tocca seguire alcune norme che sembrano quanto meno criticabili: un esempio su tutti è l’uso dei guanti per la distribuzione della Comunione,

pienamente la diffidenza e il timore che molti possono provare, in un tempo di pandemia che non ha precedenti e nel quale si ascoltano tanti pareri e tante analisi divergenti se non opposte sulla situazione de contagio o di ciò che potremo aspettarci nei prossimi mesi. Quindi è comprensibile pure che molti, continuando a sfruttare le possibilità che abbiamo dato durante il tempo di quarantena di collegarsi via streaming o altro, continuino a sfruttarla. Anche se questo potrebbe trasformarsi in un problema nel futuro, quando bisognerà far capire alle persone che partecipare alla Messa seduti sul divano di casa o peggio ancora, mentre svolgo qualche faccenda o altre cose simili, non è sicuramente la forma normale per viverla. Bisognerà far capire dunque, che l’uso di questi mezzi online è stato un aiuto per un tempo di emergenza, ma che non può diventare la normalità. La normalità infatti è quella per cui tendiamo e tenderemo a tornare in chiesa. Senza considerare poi che districarsi in mezzo a tante regole e proibizioni rende tutto più difficile. Ecco quindi perché, specialmente per gli anziani, per i quali la prudenza è d’obbligo, si preferisce consigliare, almeno per un po’ di tempo ancora, la partecipazione domenicale da casa,

Molte persone, soprattutto anziani, hanno ancora timore a tornare in chiesa Tv e streaming svolgono opera di supplenza dopo essersi sanificate pure le mani. Francamente mi pare proprio un eccesso di zelo e non so quanto sia utile allo scopo prefisso. Poi è chiaro che si obbedisce in tutto ma non si può sempre impedire alla propria mente di ragionare. Quello che comunque ci ha davvero aiutato, seguendo le indicazioni del nostro Vescovo che ha dato molta importanza a questo elemento, credo sia stata la ricerca previa di un gruppo di volontari/aiutanti che facilitassero la gestione delle prescrizioni. Questi cari fratelli volontari vanno ringraziati in modo speciale perché senza di loro sarebbe stato molto complesso coordinare tutta la situazione. Poi comunque, è stato normale che col passare dei giorni ci si abituasse alla nuova situazione. Oggi quelle 2–3 persone in fondo alla Chiesa con le pettorine gialle che indicano il posto dove sedersi e invitano quanti entrano in Chiesa a tenere le mascherine sopra il naso, sono entrate direi nel “mobilio” della Chiesa stessa. L’occhio ci si è abituato. In generale comunque si può constatare che le persone, soprattutto gli anziani, ancora fanno molta fatica a uscire di casa. Anche se la capienza delle nostre chiese è sensibilmente ridotta, dovendo salvaguardare le distanze di sicurezza, la domenica, siamo ben lungi dal riempire i posti consentiti. E devo dire che comprendo

con magari l’invito a venire a Messa, e quindi a fare la Conunione, nei giorni feriali, quando la partecipazione è chiaramente minore. In ogni caso è anche vero che si nota una tendenza graduale all’aumento del numero dei fedeli, soprattutto la domenica. Un ultimo aspetto che vorrei evidenziare del momento particolare che stiamo vivendo, è quello del tentativo di molte parrocchie di celebrare la Messa all’aperto. Dal numero dei partecipanti, che è decisamente superiore a quello delle Messe celebrate in Chiesa, si può dedurre che la scelta è giudicata in modo molto favorevole dai fedeli. Il problema sarà continuare a gestire una liturgia all’aperto, di domenica mattina quando presumibilmente, a luglio e agosto, il sole picchierà con forza. Alcuni luoghi scelti per queste celebrazioni si adattano benissimo, perché l’ombra non manca neanche alle 11 del mattino, ma altri sono assolutamente improponibili quando il sole scotta! Si presenta così la possibilità di pensare allo spostamento dell’orario di queste Messe all’aperto, magari alla sera, o comunque di ricercare soluzioni alternative! Insomma, l’impressione è che quando si risolve un problema, se ne presentano almeno altri 3–4, causati proprio dalla soluzione precedente! L’unica speranza è che tutto ciò possa servire per lo sconto di qualche peccato. * vicario generale

Corpus Domini: benedizione della città e della diocesi dalla piazzetta antistante la chiesa di San Giorgio di Macerata

Tolentino, la spinta per ripensare tutta la vita pastorale Con le chiese inagibili per il sisma e mancando ambienti chiusi idonei, le celebrazioni si svolgono all’aperto, ma andranno individuati spazi coperti per la stagione fredda

DI

ARIEL VELOZ E GIACOMO POMPEI

I

l tempo legato al contenimento del Covid–19 e al nuovo inizio di tante attività, comprese le celebrazioni eucaristiche, è sottoposto a impegnativi protocolli di sicurezza. L’Unità Pastorale 10 di Tolentino, si è adoperata per osservare la procedura igienico–sanitaria adattandola allo spazio aperto del campetto dell’oratorio Don Bosco, non disponendo di edifici in cui fosse possibile rispettare le prescrizioni. Grazie al Consiglio di Unità Pastorale, in cui si sono incontrate varie competenze e tanto spirito di servizio, abbiamo ricavato uno spazio che può accogliere fino a 160 persone per la Messa festiva. Il periodo precedente la ripresa è stato di ascolto, confronto e discernimento con i membri del Consiglio; la settimana dal 18 al 24 maggio è stata dedicata all’allestimento dello spazio, grazie anche alla preziosa collaborazione del gruppo giovani. Il 24 maggio abbiamo celebrato la prima Eucaristia alle ore 11. Siamo riusciti a creare un gruppo di circa 40 volontari, che a gruppi di 10, si alternano

nell’accoglienza dei fedeli e nella sanificazione seguente la celebrazione. Nella prima domenica di riapertura, coincidente con la solennità dell’Ascensione, abbiamo vissuto fin da subito la gioia di partecipare dal vivo e non più, o non solo, da remoto. Anche se i sorrisi della gente erano coperti dalle mascherine e si rispettava il distanziamento fisico, si respirava davvero la festa che è il cuore della domenica e della comunità cristiana. È dispiaciuto vedere un’assemblea un po’ irrigidita dal modo inedito di vivere la celebrazione, ma molto attenta alla sicurezza e collaborativa con i volontari. Abbiamo potuto ascoltare la gratitudine dei fedeli che dopo mesi sono tornati a ricevere la Comunione, e l’incoraggiamento a continuare a servire. L’impegno che ci attende nei prossimi mesi è di approfondire il discernimento con il Consiglio Pastorale, in vista dei mesi in cui non sarà possibile celebrare all’aperto e si dovranno individuare spazi al coperto. Ulteriore obiettivo è accogliere la ripresa delle celebrazioni e il lavoro col Consiglio come occasione per un riassetto lento ma globale di tutte le attività dell’Unità Pastorale.

Cingoli Il parroco: resta il problema giovani a ripresa delle Messe col popolo ha riproposto a Cingoli la lontananza delle fasce d’età più giovaL ni. Lo evidenzia don Patrizio Santinelli, parroco della concattedrale di Santa Maria Assunta e coordinatore dell’Unità pastorale: «Va detto – aggiunge – che c’è ancora paura del contagio, ma i giovani – i meno timorosi – erano assenti prima e continuano a restare lontani». Don Patrizio non manca di notare che molti fedeli hanno profondamente sofferto la forzata rinuncia all’Eucaristia. Nonostante ciò il ritorno alla Messa sta avvenendo con gradualità; ci vorrà qualche tempo per tornare a numeri analoghi a quelli pre–Covid. Questa gradualità ha mitigato le difficoltà organizzative dovute alle restrizioni sul distanziamento all’interno delle chiese. A Sant’Esuperanzio, ad esempio, sono stati assicurati 80 accessi per ogni Messa, ma nelle prime domeniche dopo il 18 maggio sono sempre rimasti vuoti almeno una ventina di posti. Nelle piccole chiese di Moscosi e Castel Sant’Angelo per la stagione estiva sono state programmate celebrazioni domenicali all’aperto. (Ale.Fel.)

Don Decio Cipolloni, il Covid e Carlo Urbani DI

GIACOMO GRASSELLI

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nche i sacerdoti hanno affrontato il periodo di “isolamento” dai fedeli. Uno di loro è don Decio Cipolloni, nato a Cingoli nel 1940, decimo di 10 fratelli. Sacerdote dal 1967, è stato assistente ecclesiastico nazionale dell’Unitalsi, guida spirituale del Policlinico Gemelli a Roma e vicario generale della Prelatura di Loreto. È ora collaboratore nel Santuario di S. Spirito in Sassia, vicino al colonnato di San Pietro. «Sceso il silenzio sulla quarantena – ci racconta – anche io ho vissuto la clausura rigorosa. Ho parlato solo con il Signore per aprirgli

il cuore, presentandogli tutti coloro che mi ha affidato nel mio sacerdozio, idealmente rappresentati dai miei 5.000 amici di Facebook. Li sento come mio popolo ma vero e reale nel Signore che supera ogni spazio». Si è sempre informato sull’emergenza a Cingoli. «Grazie ai miei familiari – aggiunge don Decio – ho potuto condividere i giorni della paura, dello sconcerto, che dalla Casa di riposo si diffondevano come una provocazione di morte. I cingolani si sono fortemente adoperati per fermare il contagio e ho percepito il vero volto della città. Con il panorama che le è stato donato, Cingoli cominci a

guardare lontano, per intravedere l’orizzonte di una nuova speranza, con l’intercessione della Madonna alla quale è stata consacrata». Don Decio conosceva Carlo Urbani, medico marchigiano scomparso dopo aver scoperto la Sars, epidemia tanto simile al Covid–19. «Ho fatto – racconta – un tratto di strada con lui. Nel 1976 ha conosciuto l’iniziativa delle vacanze estive per i disabili a Serra S. Quirico, dove ero parroco. Si immerse in questa inedita ed ardita esperienza con spirito di donazione e la promosse anche a Castelplanio. Si vedevano le sue qualità di intelligenza e semplicità, era carico di ideali e di

prospettive, avendo chiaro dentro di sé il senso della giustizia nella difesa dei deboli e dei poveri». Urbani aveva scelto don Decio per il suo matrimonio con Giuliana Chiorrini, presidente della Cri di Castelplanio. «Nel 1983 – dice il sacerdote – mi chiamò a benedire le sue nozze. Fu un momento di grande edificazione vedere presentare al Signore la ricchezza del loro amore e dei loro sogni di bene». L’esempio di Carlo Urbani è di grande attualità. «A 17 anni dalla sua morte – spiega don Decio – ci consegna il suo testamento, affidato alla sposa. Mentre ne raccoglieva l’ultimo respiro, le disse:

“Non dobbiamo essere egoisti. Io devo pensare agli altri. Tu lo sai”. Al sacerdote che lo confessò disse che non aveva rimpianti, aveva avuto tutto dalla vita, ma lo addolorava dover lasciare i figli. La sua famiglia, tuttavia, ha fatto proprio il suo testamento, impegnandosi sul versante della solidarietà, con lo sguardo verso la povertà e le sofferenze. Giuliana qualche mese fa mi ha confidato: “Rivivo il dramma di quei giorni. Vorrei essere vicino a ogni sposa, a ogni figlio dei molti medici che hanno donato la vita come il mio Carlo”. È uno dei grandi, come uomo, medico, marito e padre, impegnato su tutti i fronti».

Ancora attuale il testamento trasmesso alla moglie dal medico scopritore e vittima della Sars: «Non dobbiamo essere egoisti. Io devo pensare agli altri, tu lo sai» Matrimonio di Carlo Urbani con Giuliana Chiorrini, celebrante don Decio Cipolloni

«La sua morte – conclude il sacerdote cingolano – oggi illumina quella dei moltissimi medici che come lui hanno donato la vita per salvarne altre. Sono certo che ci sia Carlo ad accoglierli in cielo, per-

ché insieme si facciano consolazione per le loro famiglie, lacerate dal dolore. Si impegnino ad illuminare dall’alto la scienza medica, per trovare il vaccino che distrugga l’iniquo e diabolico virus. For-

se verrà istituita la Gionata Mondiale dei Camici Bianchi. Si sta chiedendo che sia scelto il 29 marzo, giorno della morte di Carlo, perché diagnosticò la Sars e ne fissò il protocollo di prevenzione».


COMUNITÀ

MARTEDÌ 16 GIUGNO 2020

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Adolescenti, la sfida di una vacanza piena di iniziative che trova impulso e motivazione pur nei limiti imposti DI SAVERIO FOLCHI

VICI

L’

estate è sempre un momento particolare negli oratori. Ogni anno centinaia di animatori e di animati si ritrovano assieme per trascorrere momenti indimenticabili. Non mancano mai le urla, i giochi, i pianti, i sorrisi, le soddisfazioni e la grinta. Ogni estate ti lascia qualcosa di nuovo, ha sempre un che di diverso. Ma quest’anno sarà così? Il Covid–19 ci ha rimesso tutti in discussione, facendo crollare abitudini e convinzioni, e tra queste anche l’Estate Ragazzi. Quest’anno non si vedranno sorrisi a 32 denti, perché nascosti da mascherine, né abbracci di gioia (o sostegno), né giochi di squadra, né tanto altro. Ma ha senso organizzare un’estate così? A questa domanda noi ci siamo risposti con un’altra domanda: quando la vita ci mette di fronte alle difficoltà, come reagiamo? «Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché il Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà» (Dt 31,6) È per questo che dopo qualche momento di esitazione siamo ripartiti più agguerriti di prima, cominciando a organizzare come muoverci rispettando tutte le leggi e le in-

Sopra: A Gerusalemme davanti al Santo Sepolcro i giovani del campo biblico 2019 dell’Oratorio Salesiano A fianco: il logo per i 130 anni dei Salesiani a Macerata

dicazioni del caso, per poter infine annunciare con gioia: «L’estate si farà!». L’esperienza che proporremo sarà qualcosa di nuovo e mai visto, che mette assieme esperienze di formazione e ludiche, senza trascurare la possibilità di missioni e servizi in giro per la città. Gli animati si ritroveranno così immersi in attività che li coinvolgeranno a tutto tondo, vivendo tutta la complessità della vita ragionando attorno al tema dei “doni dello Spirito”. La loro passione sarà il vento di novità che li spingerà verso nuovi orizzonti, mentre il soffio dello Spirito li guiderà in questo viaggio. La proposta sarà rivolta agli adolescenti perché per questa fascia d’età le iniziative sono pressoché inesistenti. Gli animati saranno divisi in isole, con massimo 10 ragazzi e un animatore di riferimento ciascuna. Gli animatori si occuperanno di gestire anche la segreteria, i pasti, la sanificazione degli ambienti, i controlli di temperatura e gli spostamenti. Ogni settimana le isole saranno associate a un vento, con momenti formativi, attività, giochi e missioni diversificate. A metà settimana ci sarà un’uscita. Insomma non possiamo trascurare la peculiarità di questo tempo, ma non smetteremo di cogliere le occasioni che ogni periodo può donare e la fecondità che cela.

Riguadagnata la possibilità di uscire di casa e di tornare alla Messa, si pongono le basi per i passi successivi e si comincia da subito ad agire, secondo le regole ma con serenità e fiducia

ricostruzione «Terremoto del 2016, ancora nessuna fase 2 » è il rischio che l’emergenza terremoto resti schiacciata da quella coronavirus. Ai ritardi che hanno continuato ad acC ’ cumularsi lungo gli oramai quasi 4 anni dalla devastante sequenza sismica iniziata nell’agosto 2016, la pandemia rischia di infliggere il colpo di grazia, spegnendo le già stremate speranze della popolazione e della comunità cristiana. Così il vescovo Nazzareno Marconi, in conclusione della Messa di domenica 7 giugno, festa della SS.Trinità, si è rivolto ai fedeli presenti nella chiesa di San Giorgio a Macerata e a quelli che seguivano la liturgia su EmmeTv esortando: «Pregate il Signore affinché tutte le persone che hanno responsabilità ci aiutino: la situazione del terremoto non è una cosa da poco. Nel centro storico di Macerata questa è la chiesa più grande aperta, perché è chiusa la Cattedrale, è chiusa San Il vescovo Marconi Filippo... Non è facile fare il vescovo senza chiesa. E non è facile neppure per i parroci... Confido che quanti hanno responsabilità, a tutti i livelli, si rendano conto delle difficoltà delle comunità terremotate: la nostra diocesi, quella di Camerino, di Spoleto, in parte quella di Fermo... Ora, davanti ad altre emergenze c’è il rischio che ci si dimentichi. Chiediamo al Signore che aiuti le persone che hanno responsabilità a rendere finalmente possibile il restauro delle case e delle chiese». (P.Ch.)

Diretti alla «Parrocchia che verrà» orizzonte

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Piccoli passi possibili, oggi come cinque anni fa el 2015, a un anno dall’arrivo in diocesi, il vescovo Marconi presentò nella «Lettera a un giovane parroco», il disegno programmatico del suo primo quinquennio, con l’Anno Santo della Misericordia (2016) e il triennio pastorale su Carità (2017), Catechesi (2018) e Liturgia (2019). Un programma esigente ma realistico, con la conclusione di ogni anno sancita da un Convegno diocesano il cui documento di sintesi si titolava sempre “Piccoli passi possibili”. Una bella partenza che però già l’anno successivo si è scontrato col terremoto. Non servono specificazioni: per un’intera generazione questo resterà “il” terremoto. Con le chiese inagibili, gli edifici parrocchiali inutilizzabili, le attività pastorali bloccate, migliaia di parrocchiani espulsi dalle loro case, tante parrocchie si sono dovute reinventare per continuare a svolgere la propria missione. Ma in questo 2020, con numerose comunità ancora lontane dalla normalità, le carte sono state ribaltate ancora una volta dalla pandemia. “La parrochia che verrà” cerca, assumendosi il carico di tutto ciò, di continuare a individuare i “piccoli passi possibili” lungo i quali tenere viva la Speranza, che non è sbiadita consolazione sentimentale, ma certezza che il disegno salvifico di Dio continua a dispiegarsi se noi gli offriamo mani e volontà. (P.Ch.)

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abato 30 maggio durante la celebrazione della Santa Messa Crismale all’abbazia di Fiastra il vescovo Nazareno ha consegnato alla diocesi la lettera pastorale “La parrocchia che verrà”. Il Vescovo ha peraltro precisato che non si tratta di una nuova lettera, ma della prima lettera pastorale scritta 5 anni fa e indirizzata a un giovane parroco rivisitata dopo ila pandemia da coronavirus: questo periodo infatti segna

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di conversione per tutta la Chiesa e quindi per tutti noi preti e laici che cerchiamo di camminare nella fede e viviamo nelle parrocchie, anche aiutati dai vari gruppi e movimenti ecclesiali. Innanzitutto in questo momento abbiamo bisogno, mentre stiamo riprendendo celebrazioni e iniziative pastorali secondo le norme precauzionali in vigore, di un periodo di discernimento fatto tra noi preti e diaconi con i religiosi e i laici sul fatto che non possiamo e non dobbiamo riprendere tutto come prima; sulla questione della comunione tra noi; sulla esigenza di mettere insieme doni, carismi, iniziative per il bene di tutti; sullo sforzo necessario per abbandonare i nostri piccoli orticelli e metterci maggiormante al servizio del campo della comunità cristiana che vive nel territorio e che oggi cammina sempre più in parrocchie unite nella pastorale e nei cammini di fede; sulla urgenza di riprendere un ritmo di vita più riflessivo, orante, attento alle relazioni, in definitiva un ritmo di vita più spirituale. Da questo discernimento da svolgere con i

Il vescovo rilegge la “Lettera a un giovane parroco” di 5 anni fa incoraggiando le comunità a risollevarsi dalle crisi del terremoto e del coronavirus

La chiesa con la porta Usb sul tetto, sulla copertina de “La parrocchia che verrà”

L’irruzione del digitale, un passo da cui non si torna indietro Il digitale non è un mondo a parte, è realtà Nell’esperienza religiosa non può sostituire la comunità concreta ma offre delle opportunità che la pastorale deve valorizzare

GABRIELE CRUCIANELLI *

DI LUIGI TALIANI

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rendiamoci un momento per riflettere sulle novità di questa quarantena. La creatività pastorale ne ha valorizzata particolarmente una: le celebrazioni “digitali”. La lettera pastorale del vescovo Nazzareno, “La Parrocchia che verrà”, ha in copertina, oltre a un’immagine accattivante di parrocchia con panchine e parco giochi, una “provocatoria” presa Usb3 incastonata nel tetto della chiesa. Con l’avvento del Covid–19, social e piattaforme digitali sembrano essersi trasformati in spazi liturgici. Con questi mezzi viene trasmessa ogni tipo di celebrazione; si condividono liturgie “casalinghe”, si propongono attività, viene offerta assistenza spirituale. Nella vita di molti cristiani l’ambiente digitale ha acquistato un posto stabile: sono sempre più le persone che pregano ascoltando podcast sullo smartphone o si preparano alle grandi festività avvalendosi di ritiri digitali. Un fenomeno che vede fronteggiarsi entusiasmi e resistenze. Non va messo in contrasto il mondo digitale e il mondo

reale. Nella vita delle persone ciò che è digitale è reale, anche in termini di esperienza religiosa. Benedetto XVI lo aveva affermato con chiarezza: «L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone» (47ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 12 maggio 2013). Chi naviga in rete può usufruire dell’offerta di fede “digitale” ovunque e ogni volta che lo desideri. È indubbio che molte persone ne vengono toccate: cristiani praticanti ma anche persone che non hanno un’affiliazione religiosa definita. Le chiese fisiche sono destinate a scomparire? No. Per i cristiani l’ambiente digitale non può sostituire la comunità concreta. L’offerta digitale deve contribuire a creare ponti con l’ambiente fisico e a fare incontrare volti concreti. La comunità ecclesiale è chiamata a riconoscere il ruolo che l’ambiente digitale occupa nella nostra società e cultura. Più significativamente dovremmo considerare il digitale soprattutto come un’opportunità che spinge a ripensare tante pratiche tradizionali.

importanti cambiamenti anche a livello pastorale. Il testo fa risaltare alcune caratteristiche che la comunità cristiana deve incarnare. Una parrocchia alla riscoperta dell’interiorità dove i preti e i laici impegnati sono i primi contemplativi, fratelli e sorelle che aiutano, senza perdersi nei sogni, a vedere la realtà con gli occhi della fede. Una parrocchia con uno stile meno paesano e festaiolo e invece più mirato all’essenziale: l’incontro con il Signore Gesù, vivente e operante nella nostra vita. Questo comporta di semplificare la catechesi e di tornare a evangelizzare partendo dal kerigma cioè facendo comprendere e sperimentare che Gesù scoperto nel Vangelo non è lontano da me, ma è vivo e presente nella mia vita, si interessa di me e con la potenza del suo Spirito di Risorto agisce per salvarmi. Una parrocchia che riscopre la bellezza della pastorale fondamentale dove i fondamenti sono tre: liturgia, catechesi, carità. Su questi fondamenti cresce un popolo che celebra, annuncia e testimonia la gioia della fede. Credo che in base a queste indicazioni proposte nella lettera pastorale del Vescovo possa nascere un serio e bel cammino

culto Liturgia: comer far germogliare le comunità ella recente lettera pastorale “La parrocchia che verrà” viene ripreso, per quanto riguarda la liturgia, il percorso avN viato nel 2018, anno dedicato alla liturgia, quando il vescovo aveva voluto centrare l’attenzione sulla celebrazione eucaristica domenicale, per rafforzare la virtù teologale della Speranza. Scriveva il vescovo: «...in crisi nella vita dei cristiani non è tanto la conoscenza dei contenuti della fede, o la sensibilità e l’impegno caritativi, ma la frequenza costante alla celebrazione liturgica. Un popolo cristiano che non celebra la sua fede manca di quel pane del cielo che nutre e vivifica la Speranza». Nella “Parrocchia che verrà”, monsignor Marconi indica piccoli passi possibili per proseguire il cammino: la formazione di gruppi liturgici nelle unità Pastorali in modo da favorire la ministerialità diffusa nelle parrocchie, con persone formate dalla Scuola diocesana di Teologia. Si suggerisce poi che le celebrazioni siano ripensate nel numero e nello stile: curate, animate, vissute in pienezza e ricche di fede. Piccoli passi concreti che possono contribuire a far germogliare il futuro delle nostre comunità. Jacopo Foglia

Pronti a un’estate da vivere senza sprecarla I progetti sono destinati alla fascia 12–17 anni e potranno partire dal mese di luglio perti per ferie 2» è il documento prodotto dalla Pastorale giovanile nazionale per garantire a ragazzi e ragazze la possibilità di partecipare a iniziative di comunione anche durante l’estate. In questa stagione particolare, caratterizzata dal susseguirsi delle disposizioni emanate per contrastare l’emergenza coronavirus, si sono aggiunte poi le “Linee guida per la gestione in sicurezza di

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opportunità di socialità e gioco per bambini e adolescenti nella fese 2”. Tutto ciò ha consentito la realizzazione di un progetto specifico per la Diocesi di Macerata sul modello delle prassi contenute nell’iniziative “Venti20 di novità” della locale comunità salesiana. Nello specifico, la scelta condivisa dalla Consulta regionale di Pastorale giovanile della Conferenza episcopale marchigiana è stata quella di occuparsi degli adolescenti secondo le fasce anagrafiche 12– 17 o 14–17 anni, attraverso la formazione di gruppi con un massimo di dieci componenti per ogni educatore adulto. Si tratta di proposte da condividere con i Comuni e le autorità sanitarie locali e che, una volta

redatte, molto probabilmente avranno inizio dal mese di luglio, ognuna delle quali declinata sulle possibilità della realtà coinvolta. «La realizzazione di queste linee guida è stato un momento di comunione tra noi responsabili come mai sperimentato prima – ha spiegato don Luca Beccacece, incaricato del servizio diocesano di Pastorale giovanile, anche in riferimento al periodo di difficoltà vissuto nei mesi di lockdown dovuti alla pandemia –, siamo riusciti a mettere in rete tante risorse e ora ognuna delle unità pastorali, delle parrocchie o degli oratori stessi procederà secondo quanto possibile». Questo si tradurrà anche nella diversa durata dei progetti:

«L’importante sarà occuparsi dei giovani oggi forse più trascurati – ha aggiunto don Luca –, attraverso momenti di formazione e di condivisione dalla forte valenza sociale». Le attività estive vogliono rappresentare uno spartiacque con il periodo di disorientamento vissuto dagli adolescenti della Diocesi, rispondendo ai bisogni dei ragazzi con un’esperienza di vacanza che valorizzi momenti ludico–ricreativi in un clima di confronto e di scambio culturale. Inoltre, tali progetti mirano all’acquisizione di nuove competenti relazionali e comunicative; alla promozione del senso di appartenenza alla comunità; all’integrazione come

consigli pastorali, catechisti, animatori, laici impegnati penso che possano venire delle luci importanti per il futuro della Chiesa, dopo ma anche finché è ancora in corso questo periodo problematico. Concludo prpponendo alla riflessione un passo dalla lettera pastorale “La Parrocchia che verrà” con una preziosa riflessione del Vescovo sull’identità della parrocchia: «La parrocchia oggi è un intreccio di vie sulle quali siamo chiamati ogni giorno a farci buoni samaritani nella cura, nella attenzione alle persone. La parrocchia oggi è anche un intreccio di vie che somigliano alla via percorsa da Filippo e dall’Etiope, come ci narra il libro degli Atti. Le vie della parrocchia sono abitate e percorse da uomini curiosi di conoscere Dio e di comprenderela sua Parola. È nostro compito, come fece Filippo, lasciarci guidare dallo Spirito per coinvolgere tanti, soprattutto gli sfiduciati a scoprire o riscoprire la bellezza di incontrare Gesù nei Sacramenti, nella sua Parola, nella comunità». Per vivere tutto ciò «prima di progettare un’azione pastorale ti devi impegnare a progettare la tua vita spirituale». Buon cammino a tutti! * parroco a Porto Recanati

Le attività con i gruppi per le vacanze 2020 ei progetti che saranno presentati dalle varie Unita pastoN rali della Diocesi di Macerata sono

convivenza tra le differenze; al riscoprire il valore dell’amicizia tra coetanei; e, non ultimo, a sensibilizzare i ragazzi su tematiche di interesse sociale e di attualità anche in relazione a quanto vissuto al tempo del coronavirus. Andrea Mozzoni

Si prevedono iniziative per piccoli gruppi con un educatore

previste varie attività da svolgere per i piccoli gruppi che si costituiranno in ogni realtà. Tra queste, i campi di servizio, tipo “Ora et labora”, con un tempo per servizi di pulizia e valorizzazione degli spazi della parrocchia o del territorio; e un tempo per la riflessione e la preghiera. Inoltre, saranno realizzati laboratori di creatività, gioco, cucina, musica e di videomaker; oltre a brevi pellegrinaggi e uscite a piedi o in bici. Infine, potranno svolgersi anche delle visite ai musei o a luoghi particolarmente significativi del territorio. Le iniziative verranno di volta in volta condivise anche nei contenuti al fine costruire insieme percorsi di speranza.


CHIESA&SOCIETÀ

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MARTEDÌ 16 GIUGNO 2020

«Coltivare la Carità»: serie di incontri Caritas sulle nuove necessità Cerquetella: riaperto lo Sportello antiusura a Porto Recanati DI

ALESSANDRO FELIZIANI

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onostante i tanti lutti e le sofferenze provocate, la pandemia ha favorito una salutare riflessione sulle nostre fragilità, sulla vacuità di tante effimere certezze e ha fatto riscoprire anche il significato profondo della carità. Il coronavirus ha colto tutti impreparati; ha stravolto la vita delle persone e anche le attività di quegli organismi che fanno dell’amore disinteressato e fraterno la loro missione. L’esempio concreto è quello della Caritas che, proprio con l’esplodere dei bisogni di carità di un crescente numero di persone sole e famiglie fragili, non si è fermata. Anzi, dall’esperienza di questi mesi di pandemia, la Caritas diocesana di Macerata ha colto concreti segnali per

affinare la capacità di ascolto dei bisogni, per osservare i fenomeni e le povertà sparse sul territorio, potendo fare di tutti questi elementi occasione di discernimento all’interno della propria struttura e anche a livello di comunità civile allargata. Una crescita anche organizzativa che ha indotto il direttore Lorenzo Cerquetella a promuovere e organizzare un corso di formazione sul tema “Coltivare la carità”. Quattro incontri settimanali (l’ultimo venerdì prossimo) per operatori, parroci, diaconi e volontari, collegati in videoconferenza attraverso una delle tante piattaforme digitali che la pandemia ha fatto scoprire a un vasto pubblico e che possono essere visti sul canale YouTube della diocesi di Macerata. «Benché localmente possa appa-

rire una novità – precisa Cerquetella – la formazione non è una novità per la Caritas italiana, che da sempre la promuove con regolarità. Del resto l’art. 1 del nostro statuto ci affida il compito di testimoniare la carità “…in forme consone ai tempi e ai bisogni, ...con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica”. Il corso di formazione si prefigge un’opera di sensibilizzazione al dovere di carità e nello stesso tempo fare squadra per agire in modo più efficace». La pandemia vi ha fatto avvertire nuove esigenze? Sì, certo. Da una parte ci ha costretto a lavorare con telefono e strumenti digitali per evitare il contatto diretto con le persone, dall’altra ha ampliato la platea di nostri interlocutori. Molti per la

Locandina di uno degli incontri di “Coltivare la Carità”

La pandemia ha portato alla luce situazioni prima nascoste e fatto emergere nuovi bisogni, che non scompariranno con la fine del contagio Si punta a creare un nucleo Caritas in ogni Unità pastorale prima volta ci hanno richiesto aiuto e anche tanti parroci, amministratori comunali, servizi sociali dei comuni si sono relazionati con noi per nuovi e continui scambi di informazioni, utili ad affrontare le più disparate situazioni di persone singole o fami-

glie e far arrivare ovunque la nostra concreta assistenza. L’unico servizio sospeso, poiché può essere svolto solo in presenza, è stato lo Sportello antiusura, ma già da giorni abbiamo riaperto a Porto Recanati, dove il problema è particolarmente sentito e presto

sarà riattivato anche a Macerata. Sono state molte le necessità affrontate in questi mesi? Tantissime. La pandemia ha fatto scoprire situazioni, anche dolorose, che prima erano nascoste e fatto emergere nuovi bisogni, che non scompariranno con la

fine del contagio. Il contatto che si è instaurato con molti parroci sarà prezioso in futuro e tra gli obiettivi della Caritas diocesana c’è la creazione di un nucleo Caritas in ogni Unità pastorale. Questo e altri corsi che seguiranno faranno crescere la cultura del “lavorare in rete” perché, come ci ha ricordato il vescovo Nazzareno Marconi, «non dobbiamo avere la presunzione di essere quelli che risolvono i problemi dei poveri», tanto meno la superbia di risolverli da soli. Il corso di formazione approfondisce proprio la logica della collaborazione nello spirito di quello che monsignor Marconi – citando le parole di san Paolo VI, «dilatare nel mondo la civiltà dell’amore» – ha definito lo “stile Caritas”.

Pronti a rimettersi in cammino, si valorizzano le possibilità offerte dal digitale, dai media e da Internet per stringere rapporti e prepararsi per quando tutte le attività potranno rifiorire

Macerata-Loreto in tv Una scommessa vinta

i vescovi

iniziatore. A Loreto con un gruppetto in comunione col mondo i è mancato il popolo, i giovani soprattutto! Avevo iniziato il pelleM grinaggio nel 1978 per dare ai miei studenti del liceo classico di Macerata la possibilità di vivere l’appartenenza a un popolo. Il pellegrinaggio educa all’apertura al mistero della Chiesa, e a loro dico: questo pellegrinaggio è nato e cresciuto per educarvi all’amore per la comunione ecclesiale che vi accoglie e vi lancia nel mondo come testimoni di un modo nuovo di vivere. Sabato sera mi ha preso una commozione straordinaria, ero a Loreto con un piccolo gruppo, ma in comunione di migliaia di amici sparsi per il mondo! Come ringraziamento per quanto vissuto, rivolgo a tutti l’augurio di don Giussani: «Che la Santa Casa di Loreto, dove tutto ebbe inizio, ospiti la vostra gioia, come la mia!». Giancarlo Vecerrica, vescovo emerito di Fabriano–Matelica

Ermanno Calzolaio, presidente del Pellegrinaggio, racconta la genesi dell’esperienza che quest’anno avrà una forma inedita DI

partenza. «Fiaccola accesa dalla Vergine, con me semplice sacrestano»

GIUSEPPE LUPPINO

esperienza del Covid sta ridimensionando tante cose. Ogni cosa è L ’ vissuta in maniera più semplice, più in-

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l 42° Pellegrinaggio Macerata–Loreto del 13 giugno 2020 è stato certamente diverso dalle precedenti edizioni: proprio per evitare assembramenti si è vissuto un gesto nuovo, senza popolo, mentre ognuno è stato sfidato a seguire l’evento da casa, attraverso Tv2000. Parlandone con il professor Ermanno Calzolaio, presidente dell’associazione che lo promuove, è emerso che si è stati pellegrini in modo diverso e sicuramente del tutto imprevisto, e a lui abbiamo chiesto innanzitutto con quale atteggiamento l’ha vissuto, personalmente e da responsabile. «La vicenda mi è apparsa da subito interessante: anche in questa circostanza particolarissima e nuova è emersa una sfida a vivere innanzitutto la fede non in modo consolatorio, ma facendo i conti con quel profondo bisogno di vivere che niente riesce a sconfiggere. Moltissime sono le persone legate a questo gesto, e in tanti hanno chiesto se ci sarebbe stato il Pellegrinaggio. Con gli amici del Comitato abbiamo pensato che non potevamo limitarci a fornire una risposta tecnica. Ho imparato ad avere più pazienza e ad attendere, già da metà marzo, nel rispondere, senza aver chiaro come la vicenda si sarebbe evoluta. L’aspettare a rispondere però non faceva venire meno la domanda su quale fisionomia poteva assumere il gesto. Pian piano, però, esso ha preso consistenza nella forma che tutti abbiamo potuto seguire tramite Tv2000. Un gesto semplice, umile, ma decisamente intenso. Un dono della Madonna alla fine…

teriore, più quotidiana e feriale. È bello, perché nel tono solenne e pubblico mi trovo sempre un po’ a disagio. Di questo “tono minore” fa parte che la Fiaccola del Pellegrinaggio non l’ha accesa il Papa, ma solo il vescovo di Macerata. Però, perché non venisse sminuita una realtà così bella e grande come il Pellegrinaggio Macerata–Loreto, ho pensato di lasciare che la fiaccola l’accendesse direttamente la Madonna. Io mi sono limitato a fare il sacrestano della Madre della Misericordia, la patrona della nostra Diocesi, che ha così illuminato i passi di questo straordinario Pellegrinaggio 2020. Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata La benedizione della fiaccola del Pellegrinaggio da parte del vescovo Marconi davanti al santuario della Mater Misericordiae di Macerata

Invitante il tema guida del 42° Pellegrinaggio, tratto dal Caligola di Albert Camus (Atto I, scena IV): “Mi sono sentito all’improvviso un bisogno di impossibile”. Come è emerso? Un tema proposto prima della diffusione del coronavirus, ma che oggi si è rivelato ancor più vero e attuale, quando a prevalere in tanti è lo scoramento, la fatica, il disorientamento, il dolore di fronte alla morte di persone care, e con il rischio che «la gente perda il gusto e il senso della vita», come ha rilevato papa Francesco. Volevamo dire già dall’inizio della proposta che niente può impedire all’uomo di vivere e di cercare l’impossibile, di intercettare questo “bisogno di impossibile”. Davanti alla incapacità di

risolvere da soli il nostro malessere, ci siamo accorti ancor di più – a distanza di qualche mese – che non bastano risposte parziali, non all’altezza della profondità del dramma. La testimonianza di un grande scrittore laico come Albert Camus ha assunto ancora più profondità e valore. Tutti siamo stati messi alla prova, e continuiamo ad esserlo, umanamente e come cristiani. Cosa imparare dal gesto di quest’anno? L’accettare le circostanze come vocazione, come ci ha scritto don Julián Carrón, presidente di Comunione e Liberazione, nel suo messaggio. Guardare al presente come opportunità di crescita nella fede, imparando dalla Madonna a dire sì al Mistero che ci raggiunge nelle circostanze del vivere.

arrivo. Animati dallo spirito del Giubileo che guida a volare in alto

il programma Anche quest’anno telefonata del Papa «Lei mi dica quando devo cominciare …». Alle 21.05 la voce di papa Francesco, per l’ottava volta dal 2013, ha dato inizio alla particolarissima edizione 2020 del Pellegrinaggio Macerata – Loreto. Neanche una cinquantina di persone all’interno della basilica–santuario di Loreto con la Santa Casa, a recitare il rosario, cantare e leggere alcune delle migliaia di intenzioni di preghiera giunte da tutto il mondo. «Vi sono vicino in questo pellegrinaggio virtuale – ha assicurato il Papa –. Quelli che ci attendono non saranno tempi facili, ma con la fede, il coraggio e la speranza andremo avanti. Chiedete alla Madonna questo coraggio. Che il Signore vi benedica e Maria vi custodisca». Poi, l’invito a pregare per lui e una battuta per congedarsi da monsignor Vecerrica, che parla sempre dei “Pellegrini di Papa Francesco”: «non del Papa, ma della Madonna».

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uest’anno abbiamo vissuto un pellegrinaggio inedito. A Maria abbiaQ mo consegnato speranze, attese e preoccupazioni. Non c’è stato un itinerario fisico, ma un cammino spirituale di quanti, collegati soprattutto attraverso i media, hanno potuto sostare in preghiera alla Santa Casa. La Casa di Maria ci ricorda che tutto deve ripartire dalle nostre case: innanzitutto la fede, la condivisione, l’ascolto, l’accoglienza. Affidare a Maria le tante preghiere di questo Pellegrinaggio ha significato portare nella Casa dove è nata la salvezza, la volontà e il desiderio di ricominciare, lasciandoci guidare dallo Spirito del Giubileo Lauretano. Siamo chiamati a “volare in alto”, impostando la vita personale, familiare e sociale secondo la regola d’oro: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Fabio Dal Cin, arcivescovo prelato di Loreto

Ferve il lavoro in campagna, nel segno della croce e di Maria L’intera vita delle comunità e specialmente l’attività nei campi era caratterizzata da segni che rimandavano alla fede e, nel nostro territorio, da una forte devozione mariana DI

UGO BELLESI

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Trebbiatura a vapore

mesi dell’anno che vanno da maggio a luglio sono quelli di più intenso lavoro per gli agricoltori (impegnati nella mietitura e nella trebbiatura), ma sono anche quelli caratterizzati da significative manifestazioni religiose. Così il 3 maggio, giorno della Santa Croce, nel Cin-

golano come in tutte le Marche, c’era la tradizione di piantare nei campi di grano una croce fatta di canne con in cima ramoscelli d’olivo, benedetti la domenica delle Palme o nel giorno di S.Pietro Martire (29 aprile). Quelle croci sono poste a protezione delle colture dalla grandine e dai temporali. Alla mietitura saranno poste sopra i covoni e alla trebbiatura finiranno in cima ai pagliai. Il primo lunedì di maggio e il primo lunedì di settembre a Colfiorito si teneva un’antica fiera gastronomica nota come “fiera di Pistia” e si trovavano soprattutto prosciutti e pecorino. Per la festa del Corpus Domini era tradizione, nelle case coloniche come in città, confezionare il lattarolo un budino di latte, uova, zucchero, cannella, noce moscata e buccia di limone. Al termine della pro-

cessione le confraternite si riunivano per celebrare la festa con una lauta cena. È noto che, durante i lavori della mietitura (un tempo faticosissimi in quanto non c’erano le macchine mietitrebbiatrici), ci si doveva rifocillare più volte. Un documento, rintracciato a Pollenza, ci dà indicazioni

Croce di canne

precise sugli orari in cui si servivano i vari “stuzzichini”: alle 4 un bicchiere di mistrà (era lu sdigiunu), alle 5 caffè d’orzo, alle 6 colazione con spezzatino di coniglio o di oca in potacchio e patate, alle 9 una pasta dolce o un uovo sodo (lu voccò), alle 10 frittata con verdure o una ricotta merennetta), alle 11 fetta di limone condita con olio e zucchero (lu voccò), alle 12 minestra e carne (la merenna). Prima di riprendere il lavoro, dopo una breve pausa all’ombra di una pianta, si sorbiva un bicchierino di vermouth; alle 15 pane e salumi (lu voccò), alle 17 pasta asciutta e spezzatino di carne (merennetta), alle 19 un dolce (lu voccò), alle 21 cena con uova o salumi e insalata. Il 24 giugno, festa di S.Giovanni, all’alba chi abitava lungo la costa andava a bagnarsi i piedi in riva al ma-

re, mentre in campagna i contadini facevano la stessa cosa scorrazzando nei prati bagnati dalla rugiada. In città invece la sera precedente si mettevano in un secchio pieno d’acqua foglie di noce, rose, lavanda, lauro, rosmarino, basilico e altre erbe odorose. Con quell’acqua al mattino ci si lavava il viso. Tra maggio e settembre, nei giorni di pausa dai lavori dei campi, erano le parrocchie ad organizzare dei pellegrinaggi a Loreto per chiedere qualche guarigione o per ringraziare di qualche grazia la Madonna, alla quale i marchigiani sono legati da sempre, come dimostrano i due solchi scavati con le ginocchia nel gradino di marmo che circonda la Santa Casa. Era stata una regina polacca nel 1689 a fare per prima quella “penitenza”.


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